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ANDREA PASTA

CASILINO 900


CASILINO 900

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uardo l’ingresso del campo, da fuori, lentamente osservo ogni movimento, sono fermo. Tante volte ho visto, passando, questo posto, un misto di timore e rispetto mi ha sempre accompagnato in questi luoghi, mi ha tenuto lontano. Un imprinting di pregiudizio culturale, non voluto, mi ha regalato questa strisciante paura che porto con me. Per mesi ho cercato un contatto, un rapporto, ma la diffidenza propria di chi è emarginato mi ha portato spesso in vicoli ciechi. Gli zingari. Da bambini erano il terrore delle nostre malefatte, insieme all’uomo nero, ogni volta o l’uno o l’altro dovevano portarci via. L’uomo nero però poi ha smesso, da una certa età in poi ha perso la propria carica di deterrente relegandosi nei ricordi, gli zingari no. Loro sono rimasti. Nell’immaginario collettivo hanno continuato a rubare i bambini. Crescendo ci siamo trovati a fare i conti con le notizie di cronaca, dove gli zingari hanno rubato un pò di tutto e fatto anche tanto altro. A distanza di vari anni sono all’ingresso del Casilino 900, il più vecchio campo nomadi di Roma, con una macchina fotografica e la voglia di conoscere, capire se sono loro che rubano i bambini o noi. Sono in piedi, pestando fango, mi avvicino lentamente alle due barriere spartitraffico in cemento che dividono il loro mondo dal nostro. E’ un mondo romantico, spaventoso, contradditorio, oscuro.


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il mondo che ci accompagna da sempre in una sola parola, Zingari. Dietro questo sostantivo si incontrano realtà etniche molto diverse tra loro, a volte in netto contrasto, altre in superficiale sintonia, mai del tutto unite. In uno stesso campo convivono spesso gruppi Sinti arrivati dalle montagne della Romania e Giostrai Siciliani o Napoletani, Rom in viaggio dalla Macedonia e Serbi fuggiti dalla guerra, etnie di religione Musulmana e Cristiana, lingue e culture che mai altrove troveremo insieme. Nomadi d’origine, ma sempre più stanziali. Ed intanto sono ancora fuori. Penso ma non mi muovo, assaporo la tensione correre sulla pelle, la sensazione di scoprire una realtà che mi incuriosisce e attrae da sempre e che inseguo da mesi. Mi avvicino, il campo si sviluppa in lunghezza, una strada di terra lo attraversa, una sola entrata ed una sola uscita, la stessa. Almeno quelle ufficiali, evidenti. Strategicamente perfetto. Dalla fine degli anni 60 il campo è qui, le famiglie degli anziani sono le stesse del nucleo originario aggiunte poi alle migliaia di persone che in modo stanziale o transitorio sono entrate a far parte del campo, oggi ci sono circa 700 residenti anche se i numeri in questi contesti non seguono le regole della matematica ma della pura intuizione.


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l campo vive da sempre delle difficili regole di convivenza con il contesto urbano dove è inserito, spesso al centro di aspre polemiche dovute alle difficoltà di convivenza, agli episodi di intolleranza, alle condizioni di degrado difficili da tollerare da chi è all’esterno, e poi ci sono i pregiudizi, la scarsa conoscenza ed anche le ragioni di chi ha subito danni da parte di alcune cellule presenti comunque nel villaggio. Tra le polemiche e gli scontri il campo è arrivato oggi, dopo più di quaranta anni di storia, al capolinea, entro la fine di Gennaio 2010 verrà smantellato e le famiglie trasferite in campi attrezzati, allestiti dal comune di Roma. Problemi? Infiniti. Nessuno li vuole sotto casa, nessuno vuole convivere con vicini complicati e nessuno accetterà le scelte del Comune ed i nuovi arrivati. Questo porta ovviamente anche polemiche da parte dei diretti interessati al trasferimento, che si vedono allontanati dal tessuto urbano della città e di fatto isolati, date le difficoltà degli spostamenti, impoveriti oltremodo dalle distanze da possibili forme di lavoro e guadagno di qualsiasi natura esse siano, ma inoltre molti temono per l’integrità dei nuclei familiari. Qui è necessario capire le differenze, le esigenze di chi in media ha famiglie composte da dieci figli ed innumerevoli nipoti, in un contesto caotico e di scarsa ufficialità, con molti bambini anagraficamente inesistenti e mai censiti. La paura è più che lecita.


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a paura di essere numeri nel mare agitato della burocrazia dove le famiglie possono facilmente naufragare. E poi l’integrazione, nel tessuto sociale preesistente, spesso non è accettata, ma non solo dal di fuori, ma dagli stessi Rom che non hanno culturalmente le basi per fondersi, basti pensare che per accezione le famiglie nomadi sono talmente chiuse che i matrimoni, avvengono spesso tra membri dello stesso clan, fatte salve le parentele di primo grado, le unioni tra consanguinei, soprattutto cugini, sono non solo tollerate ma in alcuni casi auspicabili, di contro assolutamente vietate le unioni tra zingari e non zingari, almeno fino ad oggi è stato così, a testimonianza della rigida chiusura in se stessi. Di fatto sono qui. Teso, incuriosito, felice. I bambini giocano vicino all’ingresso, sporchi e sorridenti. Entro. La terra è gonfia di pioggia, il fango è ovunque, viscido, insidioso. Rende ancora più incerto il mio cammino. Sono un estraneo. Mai così forte ho provato questa sensazione, mai così netta. Tutto si ferma al mio passaggio, i bambini non giocano più, osservano, tanti piccoli occhi mi scrutano, frugano le mie intenzioni, i miei movimenti. Sono occhi fermi, aspri, non distolgono lo sguardo, c’è una forza adulta in loro. Sono a disagio. Estraneo. Pochi metri prima ero a Roma, ora non più. Ora cammino nell’intimo delle paure ancestrali.


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ono attratto dal caotico, frenetico movimento che regna nel campo, dal movimento che riesce a fermarsi altrettanto rapidamente al mio passaggio. I furgoni sono ovunque, quasi tutti bianchi o rossi, di quel rosso sbiadito dal tempo, che tende a volte quasi al rosa, si confondono con le case, baracche di legno e lamiera frutto del lavoro e dell’ingegno tipico di chi deve. Passa una donna, giovane, con un passeggino, e due bambini che la seguono, nel passeggino un contenitore vuoto, per l’acqua, mi guarda, i bambini si girano più volte. L’acqua nei campi è un problema, un problema semplice, non c’è. Il comune di Roma ha messo delle fontanelle, sono poche le famiglie ad avere un allaccio idrico anche abusivo, le altre vanno a fare scorta. Ma anche la corrente elettrica è un problema, meno semplice però, perchè ci sarebbe, ma la staccano. E la staccano perchè qualcuno ha fatto degli allacci abusivi, solo che la staccano a tutti anche a chi la pagava. Ma questa è un’altra storia. Cammino, lentamente, avido, soddisfo la mia curiosità. Osservo frammenti di questo mondo eterogeneo e sconosciuto, attratto e respinto, vado avanti, ora penso solo a quello che vedo, e mi piace. Mi piace conoscere. La casa di Selvja e Vezo Salkanovich è sul sentiero principale, la facciata di un azzurro tenue, consumato dal tempo, si stacca decisa dalle tonalità del marrone delle baracche attorno, sulla veranda fatta di rete elettrosaldata si arrampica una vecchia vite, è inverno, chissà se in autunno c’era l’uva.


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otto la veranda sedie di varia fattura si mescolano ai fiori di plastica nelle fioriere, il colore è tutto segnato dal tempo, ogni cosa sembra parlare di mesi passati al sole, all’aperto. Fuori dalla veranda cumuli di oggetti e ferro, una vecchia bici, una sedia a rotelle. Una vasca da bagno contiene alluminio e rame, da vendere a peso, 80 centesimi al chilo l’alluminio, 2 euro il rame. Tutto ha un senso, un ordine nel caos. Tutto ha un colore che tende al marrone, nelle tonalità più disparate. I bambini mi hanno visto. Forse riconosciuto. Mi vengono incontro. Si mi hanno riconosciuto. Sono sollevato. Ci siamo conosciuti pochi giorni prima, ad un pranzo di Natale offerto da una delle realtà di aiuto per gli emarginati. Selvja e Vezo, alcuni dei loro figli, alcuni nipoti. E le mie foto. Ho parlato molto a quel pranzo, con Selvja soprattutto, ho chiesto molto, le ho detto della mia intenzione di fare un libro fotografico sul campo prima che venga distrutto, ho ascoltato le paure di una donna che ha dieci figli e sessanta nipoti ed il terrore che vengano portati via da lei. Ho conosciuto una donna gentile, pacata, che è zingara e non fa paura. I tratti forti, gli zigomi alti, le labbra carnose si perdono negli occhi scuri, profondi. Poi l’invito a casa, per parlare, per fare altre foto, per raccontare di loro, della vita del campo, di quaranta anni di Casilino 900.


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elvja è sulla scala, sorride. Tra i nipoti mi fa cenno di salire. La scala dipinta di verde chiaro conduce all’interno, dove una vecchia stufa in ferro scalda ed amplifica l’odore del legno. La casa, anzi la baracca come ci tengono a precisare i Rom, è ordinata e piena di ogni sorta di oggetti, tappeti ovunque non fanno sentire nostalgia di un pavimento che non c’è. Sono dentro. Sono a casa degli zingari. Nel campo degli zingari. Selvja è, in bello, lo stereotipo della donna adulta nomade. Sorride mentre mi guarda, sorride mentre mi invita a sedere, vicino alla stufa. Vezo è fuori per lavoro, verrà tra poco, la porta resta aperta sulla veranda, il freddo resta fuori, ma solo lui, nipoti, figli, fratelli e vicini entrano ed escono senza soluzione di continuità, tutti guardano, salutano, appaiono, scompaiono. Dopo pochi minuti non sono più in grado di riconoscere i bambini, solo Selvja mi parla. Sono venuti gli agenti di polizia, sono venuti tutti i giorni a fare il censimento, prendono le persone, trenta, quaranta alla volta, la mattina e le riportano la sera. Molti hanno paura, molti non sanno se torneranno. Chi non ha un documento deve essere censito prima del trasferimento. In questura si prendono le impronte, si esaminano i precedenti, si fanno le foto e si ritorna al campo con un permesso provvisorio per motivi umanitari, poi si avrà asilo politico per un anno e poi chi avrà un lavoro stabile resterà, gli altri no. Questo ha deciso lo Stato Italiano.


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e perplessità sono molte, le paure ancora di

più. Gli zingari sono tanti, non solo per numero ma per etnia, cultura, religione. A breve inizierà lo sgombero, circa settecento persone devono essere collocate altrove. I campi a Roma ci sono, ma hanno i loro equilibri, precari, sempre estremamente delicati, cresciuti nel tempo, con la convivenza, inserire altre famiglie, dai forti contrasti etnici, mescolare le loro vite, è pericoloso. Molto. Nei campi le disposizioni sono spontanee, libere, si sono creati dei gruppi, ora gli spostamenti seguiranno il criterio logico delle disponibilità, dei posti liberi, con ovvie mescolanze non compatibili e divisioni di nuclei esistenti. Questo temono di più. Questo mi ripete Selvja, lentamente. Loro vengono dal Montenegro, nel 1972 Vezo, Selvja e due figli di pochi mesi attraversano il confine istriano, strisciando sotto le guardiole della dogana, di notte. Poi a piedi raggiungono Venezia, si fermano, imparano qualche parola d’Italiano, Vezo lavora il ferro, Selvja impara a chiedere l’elemosina. Nel quadro politico complesso degli anni settanta in Italia, dove le brigate rosse riempivano pagine e pagine dei quotidiani, l’economia era intenta a creare quella classe media emergente che per anni rimarrà uno dei simboli della ripresa, l’immigrazione clandestina era ben poca cosa, anche come numeri. L’Italia era ancora, anche se molti tendono a dimenticare, un paese di emigranti. Da Venezia, con i due figli e qualche parola d’Italiano in più, i Salkanovich riprendono a camminare.


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rrivano a Padova, ricca, emergente, industriale, inospitale. Si fermano, ma il clima è diverso, ostile. A Roma Vezo ha un cugino, Goran arrivato nel 1968, pensa di raggiungerlo. Mentre parla Selvja muove gli occhi di continuo, attenta, segue i bambini che sono ovunque, in costante movimento, soprattutto fuori, li segue con uno sguardo profondo, caldo, che solo gli occhi neri sanno avere. Parla e osserva, parla e prepara il caffè, alla turca, con lo zucchero e la polvere mescolati insieme nell’acqua che bolle, quello che lascia i fondi nella tazza, quello che le zingare leggevano per predire il futuro. Da bambino avevo una storia di Topolino, di quelle scritte da Karl Barks negli anni ‘60, dove al crepuscolo, attorno al fuoco tra violini gitani, una vecchia zingara dall’aspetto terribile legge i fondi di caffè ad una affascinata Minnie. La tazza è calda, piacevole da tenere in mano, guardo il caffè, guardo Selvja. Lei parla volentieri, parla del passato, mi sembra con rimpianto. Giunti a Roma il campo nei primissimi anni settanta era da poco stato lasciato da gruppi di nomadi Napoletani, i giostrai, che avevano occupato il suolo e costruito delle case abusive in muratura, la loro storia diversamente da quella dei Rom di oggi, finisce nelle case dell’edilizia popolare che in quegli anni ha conosciuto un forte incremento anche grazie alla ripresa economica.


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e case abusive vengono però distrutte ed il terreno di nuovo libero viene occupato dai nuovi arrivati, Serbi, Macedoni e Montenegrini, con manufatti in legno e materiali di recupero per non incorrere nell’abusivismo edilizio ed essere di nuovo allontanati. 1972 fine anno, Selvja e Vezo sono arrivati a quello che presto diventerà noto come Casilino 900 il campo nomadi più grande d’Europa. Le baracche vengono costruite in fretta, al riparo dagli sguardi esterni, subito a ridosso della lunga fila di autodemolizioni che costeggiano via Palmiro Togliatti, al lato opposto il confine del campo viene a trovarsi sulla rete che delimita un campo di addestramento dell’Esercito Italiano. Cumuli di macchine schiacciate ed accatastate da un lato, rete e filo spinato dall’altro, un solo accesso, ne fanno un luogo riparato e sicuro, poco visibile. Questo però acuisce il senso di disagio e paura dei residenti, aumenta le dicerie sulla triste fama degli zingari, dietro quei mucchi di auto, dietro quella vegetazione che li nasconde allo sguardo chissà quali misteri si nascondono. Le leggende crescono. Furti, scippi, sparizioni, tutto può finire dentro quelle baracche, tutto può succedere. Di fatto tutto può essere imputato agli zingari, quale soluzione migliore se ci sono loro? Se alcuni rubano, tutti rubano nel campo, se alcuni lavorano nessuno zingaro lavora. E se proprio lavorano, è una copertura.


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ezo lavora il ferro, piccole opere di artigianato, utensili, sistema e riadatta vecchie cose e le vende, sono gli anni settanta, con un carrello gira le strade del Casilino, di Cinecittà, del Tuscolano. Chilometri su chilometri, gli anni passano, i figli aumentano, il campo cresce, cresce talmente che a metà anni ottanta arriva a contenere circa 1200 persone. Arriva il furgone, il primo,un vecchio fiat celeste, basta spingere il carrello, basta camminare ed il lavoro può aumentare, si può andare più lontano, si possono fare i mercati nei rioni, si possono svuotare soffitte e cantine, ricavare oggetti da sistemare e vendere la Domenica. I figli sono ormai otto: Sandro, Senada, Silvana, Susanna, Antonio, Sandra, Samantha, Rosanna. Selvja cresce i bambini, e mentre Vezo non c’è contribuisce chiedendo l’elemosina come può, con la dignità che posso solo immaginare e che ancora vedo sul suo viso, oggi, mentre la guardo. Seduto davanti alla stufa ascolto, affascinato, rapito, i suoi racconti, non vorrei essere in nessun altro posto ora, solo qui seduto ad ascoltare, e poco importa se invece del divano sono sul sedile posteriore di un Ford Transit, la stufa è calda ed il sedile comodo. I bambini giocano, ad oggi i nipoti sono sessanta, e anche se non ci sono tutti, sono tanti, corrono liberi tra la baracca e fuori, anche scalzi, in maglietta e pantaloncini, non hanno freddo, e non ce l’hanno davvero, non sono certo i vestiti che mancano. Non hanno freddo e basta.


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orridono, sorridono in modo diverso, pulito, vero, tra loro non hanno veli, convenzioni, crescono ed imparano dalla loro famiglia enorme, dalla moltitudine di esperienza che il campo insegna, dalla vita che a me sembra molto più vera, anche se molto molto più dura. Li guardo. Penso ai nostri bambini, quanto hanno in più e quanto hanno perso in termini di vita reale, di rapporti, tra televisione e casa, tra videogiochi e computer, tra mamme e papà troppo impegnati. Sono affettuosi gli zingari. I loro figli crescono con esempi forti, anche sbagliati a volte, ma pur sempre forti, crescono sicuri di loro, crescono in famiglie che sanno cambiare i propri ruoli, rinascere ed affrontare, sanno insegnare. Molti non condivideranno questa affermazione, molti non vorranno vedere i lati positivi di questa gente che la storia ha voluto nel ruolo dei cattivi. Vezo è in piedi davanti a me, sessanta anni che la vita ha segnato per sempre sul suo viso, robusto, asciutto, le mani dure, aspre. Mi aspetta. L’ora che temevo è arrivata, l’ora che volevo è arrivata, mi accompagna a fare un giro nel campo. Ho fatto molte foto a loro, in casa e fuori, ma le foto al campo è diverso. Il campo non è casa loro.


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i ha concesso un giro accompagnato, ma non in tutto il campo, alcune zone sono di famiglie a lui rivali, sono ostili e non vogliono intrusi, tantomeno con una macchinetta fotografica in mano. Lascio il caldo della stufa ed i sorrisi dei bambini, lascio la voce calda di Selvja ed il caffè alla turca. A tra poco, sussurro, come cercassi una conferma. Camminiamo tra fango, buche e mucchi di ogni genere di cose. Dalle carcasse di auto alle vecchie bici, dalle vasche da bagno ai giochi dei bambini, dai televisori ai materassi. Il campo è troppo sporco si lamenta Vezo, non tutti sono come lui. E’ vero, da lui era molto meglio. Ci inoltriamo nel campo, dedali di sentieri si aprono ovunque, si mescolano alle baracche, alle vecchie roulotte, ai container, ai camper che non si muovono più da anni. Sono tante, non si capisce finchè non sei veramente dentro. E sono tanti gli zingari, sono ovunque, se non li vedi li senti, e comunque sai che ci sono. Non sono a mio agio. Lo ammetto. Mi sento osservato. Vezo dal canto suo mi rassicura, sono davvero osservato. Non sono paranoico. Bene. Inizio a scattare, la macchinetta pesa come un sasso, sembra scolpita nel piombo.


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assiamo vicino ad un gruppo che saluta, osservo ogni gesto di chi incontriamo, quasi volessi capire se sono amici o no, se sono ostili, guardo le espressioni cerco nel tono della voce il loro pensiero, non capisco una parola non parlano in Italiano. I bambini continuano a giocare, continuano in maglietta e pantaloncini. Vezo continua a fare la guida. A destra ci sono delle persone che potrebbero non gradire, non scattare, mi dice. Andiamo avanti. Un camper adagiato in terra, senza ruote, mi rapisce per un istante, mi riporta negli anni ottanta, gli anni in cui sicuramente marciava, simbolo di libertà. Chissà che posti ha visto prima di venire a morire, chissà quante storie potrebbe raccontare da quando è qui. La porta è in legno, fuori c’è un fuoco acceso, al centro tra due baracche ed una roulotte. Tre anziani siedono vicino, al caldo, i bambini in piedi non restano un attimo nello stesso punto, il sole tramonta sul Casilino 900, le ombre lunghe si insinuano, si muovono tra le luci che cominciano ad accendersi. Il fuoco qui ha un fascino atavico, ha il sapore delle storie, del tempo che rallenta prima che la notte spenga ogni cosa. Non sono riuscito a memorizzare la strada fatta, era facile credo, ma tutto sembra uguale e tutto muta, la luce che cala poi non aiuta.


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i fa scuro all’improvviso, è diverso, le luci sono poche, deboli, il buio arriva in un attimo. Improvvisamente mi ricordo che fuori c’è Roma, caotica, chiassosa, scontata, Roma. Poche centinaia di metri fuori da qui. Incredibile. E’ un posto senza tempo, dove all’ultimo modello di auto si accostano scorci di fine ottocento, vecchie donne dai vestiti variopinti parlano al cellulare, dalle baracche escono insieme le ombre del fuoco che brucia e la luce intermittente della televisione. Tutto è diverso, lontano. Gli odori forti delle persone, del cibo che cuoce spesso all’aperto, la lingua incomprensibile, i tratti duri dei volti che uniscono i caratteri dei Balcani ai colori dell’India, gli arredi simili alle Isbe Russe. Il tempo passa velocemente, è notte, a dicembre le ore di luce sono poche, ed oggi sono decisamente finite. Mi trovo anche io vicino al fuoco, mentre ascolto senza capire le parole delle anziane, mentre osservo le loro mani piene d’oro, in contrasto con la povertà in cui vivono, mi ritrovo accanto al loro fuoco, intorno, altri si sono avvicinati, in cerca di calore, con il buio la temperatura è scesa. Lentamente sono scivolato tra loro, tra le loro case, le loro cose, alla mia sinistra una donna prepara la cena su una vecchia cucina all’aperto, le pentole hanno dimensioni per me assurde, tutti si comportano liberamente, si occupano dei loro discorsi, mi guardano appena. La macchina fotografica pende spenta dalla mia mano destra.


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i godo questo ancestrale spettacolo illuminato solo dal fuoco. Il buio è arrivato. Deciso. Profondo. Un bambino di circa tre anni passa scalzo, nel fango, con il ciuccio in bocca e un vecchio copertone da far rotolare. Improvviso sussulto, come scosso da un brivido, da un rumore improvviso, Vezo dov’è? La calma scompare, le persone vicine a me sembrano ora troppo vicine, soprattutto ovunque. Mi giro, cerco di farlo con calma, ma guardo ovunque, Vezo non c’è. Sono solo. Non so assolutamente come uscire, forse lo saprei, ma non voglio correre il rischio al buio di passare dove neanche Vezo voleva passare. Mi sposto lentamente dal fuoco. Mi allontano. Pochi passi, poi, “Hai paura di Zingari?” Tuona alle mie spalle la voce di Vezo. Per un attimo il buio diventa ancora più nero. Ride. Anch’io Torniamo insieme alla baracca, alla loro casa. Pochi minuti di cammino e una macchina bianca arriva ad una velocità assurda per il posto dove siamo, rischiando di travolgere tutti, bambini compresi, mi sposto istintivamente, di scatto, Vezo non sembra particolarmente colpito, scendono tre ragazzi intorno ai trenta anni, guardandosi attorno. Hanno i guanti, non faccio in tempo a pensare e mi trovo un distintivo davanti al viso.


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i chiedono chi sono e perchè io sia lì, poi torce alla mano frugano la baracca alle nostre spalle, facendo uscire un ragazzo molto giovane all’aperto, lo tengono per le braccia. Arrivano altre due auto, troppo velocemente, hanno i lampeggianti. Le divise. Ci allontaniamo con lo stesso passo di prima, per Vezo è ovvio che questa sia una routine, non è affatto perplesso, scosso. Parliamo, o meglio, io chiedo cosa pensa che stia succedendo, anche se credo di saperlo già, mi risponde cha non tutti al campo sono uguali, ci sono alcuni che fanno “casino” e poi molti sono troppo attratti dal denaro, dalle auto, dagli stili di vita che vedono in città, soprattutto i giovanissimi. Come in ogni posto, mi dice, ci sono buoni e cattivi, onesti e disonesti. Parlando scopro che una parte consistente della popolazione maschile del campo è in carcere. Avevo notato la mancanza quasi totale di maschi di età media nel campo, in particolare tra i quindici ed i quaranta anni, ma ingenuamente pensavo fossero altrove per qualche motivo simile al lavoro, invece mi sbagliavo. Molti sono in prigione, alcuni sono dovuti fuggire all’estero, altri sono nelle baracche agli arresti domiciliari. Anche i suoi figli non ci sono.


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ono qui per capire, conoscere, per avere un idea di come possa essere la realtà, libera da pregiudizi, condizionamenti razziali o culturali, ma sarà dura. Non voglio stare dalla loro parte per partito preso, né contro a priori, ma la situazione è molto complessa. Ne parlo con Vezo fuori alla sua veranda, mi guarda, a lungo, e mi dice con una semplicità disarmante che quando non hai scelta fai di tutto per poter vivere, ma non per questo si sente cattivo. Sono perplesso. Lo percepisce e mi spiega meglio chi è il buono e chi il cattivo tra gli zingari. Il buono cerca di sopravvivere, ruba a volte, altre truffa, altre si barcamena tra il legale ed il non legale, ha i figli da mantenere, non ha lavoro, non ha permesso di soggiorno, non ha sussidi. Il cattivo vuole il lusso che vede ai coetanei fuori dal campo, vuole tutto e subito, non prova nessuna strada lecita per vivere, usa la violenza, la droga, non crede più nella famiglia. Questo almeno è quanto ho capito. Selvja è illuminata dal chiarore del fuoco, dalla piccola luce al soffitto un chiarore tenue fa più da sfondo che altro, la tavola è pronta, alcune figlie e molti nipoti sono pronti per la cena. Non ho abbastanza parole per salutare, per far capire quanto apprezzo quello che mi stanno facendo conoscere. Mi invitano a tornare quando voglio, anzi quanto prima, abbiamo ancora molto da dirci, anzi, loro hanno molto da dire a me. Non vedo l’ora penso, e forse lo dico, non ricordo.


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ono un po’ scosso. Appuntamento tra due giorni. Un bambino mi stringe una gamba. Tutti mi sorridono.Poche decine di metri mi separano dall’uscita del campo, dalla macchina. Cammino sempre piano, mi piace, mi concentro sui pensieri, mi rilassa.Il fango è sempre uguale, però mi sento meno minacciato, più tranquillo. Non devo correre, non importa se scivolo. Esco dal campo, mi giro, guardo dentro. Aspetto. Entro a Roma.La Casilina alle otto di sera, ancora traffico, gli ultimi che tornano a casa, la cena, il rumore mi avvolge, tra le luci alte dei lampioni, ed i fari delle auto, tutto è bianco, illuminato. L’asfalto sotto i piedi, il semaforo di via Palmiro Togliatti, tutto è tornato da lontano, tutto è al posto di prima. Non è successo nulla qui fuori. Salgo in auto, ho freddo e sonno, sono esausto. Non penso più a nulla, mi succede sempre così, è come se avessi un interruttore. Sono passati due giorni. Oggi ho appuntamento alle dieci al campo. Ieri ho provato tutto il pomeriggio a chiamare Selvja per confermare l’incontro. Non mi ha risposto nessuno. Ho il numero del fisso. Quando ero da loro, in casa ha squillato il telefono, sono rimasto immobile i primi due squilli, non pensavo ci fosse un telefono fisso, uno di quelli con la suoneria amplificata cha possa essere sentito anche fuori, con il trillo classico a cui non siamo più abituati, quello che la nokia ha messo come opzione in alcuni modelli, ma è diverso. Questo era lo squillo vero.


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opo aver risposto Selvja mi ha portato tutte le bollette pagate, anche quelle della luce. Orgogliosa ed affranta, “io le utenze le pago, le pago da sempre, ma la corrente nel 2007 a causa degli allacci abusivi l’hanno tolta a tutti, anche a chi la pagava. Oggi siamo tornati indietro, siamo costretti a provvedere con il generatore, cinque o dieci euro al giorno di benzina, dipende quanto lo usiamo”. Ieri mentre telefonavo sentivo lo squillo dentro la baracca, immaginavo i bambini, le corse e Selvja che chiedeva chi fosse. Invece non ha risposto nessuno. Mai. L’ultima chiamata alle 19e 30. Niente. Ora ho appuntamento alle dieci ma non ci siamo sentiti, non so se ci possono essere dei problemi. Alle 9e30 in macchina verso il campo, provo ancora a chiamare. Ci sono, tutto a posto, alle 10 sono da loro. Entro con la macchina fino alla baracca. I bambini oggi sono pochi. Selvja mi sorride e mi invita ad entrare, ma lo sguardo è diverso, cupo, triste. Ci sediamo e subito mi parla di ieri, della figlia che è dovuta andare via. In Spagna. Il marito è stato condannato per un presunto furto di due anni prima a Saragoza ed il processo si terrà lì. Dal carcere romano di Rebibbia lo hanno trasferito in Spagna, la moglie è andata da lui, ha portato anche tutti i figli. Vezo li ha accompagnati ieri al treno. Ecco perchè non rispondeva nessuno. Ma la tristezza non dura, gli zingari sono duri. Sono abituati alle separazioni. Soprattutto a quelle forzate.


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repara il caffè, Selvja. Gesti antichi ripetuti ogni giorno, le mani segnate dal tempo ripercorrono movimenti abituali, senza attenzione, mentre parla, racconta ancora del passato, degli anni ottanta, gli anni in cui l’immigrazione in Italia era ancora bassa, gli anni in cui si trovava più lavoro. Gli anni corrono veloci nei suoi ricordi, episodi tristi si alternano a momenti di gioia, senza rimpianto. Intanto il campo cresce, le baracche aumentano, si creano famiglie, gruppi distinti, zone definite che non vanno invase, ognuno per sè anche se vicini, spesso troppo. Ognuno ha i propri interessi, le proprie occupazioni, ci sono i Khorakhané Crna Gora provenienti dal Montenegro, dediti alla lavorazione del rame; i Khorakhané Cergarija dalla Bosnia; i Khorakhané Shiftarija, Mussulmani, dal Kosovo; ed infine i Kanjarja Cristiano Ortodossi provengono dalla Macedonia. Questa situazione promiscua determina ed ha determinato, ancora di più in passato, degli scontri, risolti in parte con la netta definizione dei propri confini all’interno del campo, invisibili per noi esterni, vere barriere per chi vive qui. Poi ci sono i problemi di tutti i giorni, i soldi, la corrente, l’acqua, l’assistenza sanitaria, il permesso di soggiorno, i figli, i nipoti. E la famiglia cresce, le baracche vanno ingrandite, sistemate. Agli inizi del 2000, racconta Selvja, il legno ormai marcio non reggeva più, ed era infestato dagli scarafaggi, Vezo ha abbattuto la costruzione e per giorni siamo rimasti all’aperto, poi la baracca nuova, quella dove siamo ora, sollevata da terra e con la base in cemento, l’allaccio alla rete idrica comunale, l’acqua corrente in casa, i bambini puliti per la scuola.


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racconti di Selvja sono inarrestabili, fatico a seguire le sue parole, enfatiche, piene di vita. Intanto la luce del sole le illumina il volto, mentre è intenta a cucinare, la pelle bruna, piena di luce, gli occhi profondi, mi distraggono dalle sue parole, penso a quando era giovane, quando passava da un paese all’altro con la famiglia, a quante cose avranno visto i suoi occhi. Il sole mi invita ad uscire, nello zaino la macchina fotografica è un richiamo, forte, netto. Vorrei fermare questa luce, questo sole sul campo, prima che il campo non ci sia più, vorrei regalare una memoria di tutto quello che vedo oggi, vorrei, non posso, da solo non posso, e Vezo non c’è. E’ al lavoro. Ha portato del ferro da vendere a peso, 30 centesimi al chilo. Spero che il furgone fosse pieno. Dalla finestra la vita nel Casilino 900 scorre, scandita dalle azioni quotidiane di ognuno, le donne spingono carrozzine e carrelli di ogni tipo, accompagnate da uno o più bambini, passano, alcune andranno a chiedere l’elemosina, altre a cercare oggetti nei cassonetti da pulire e vendere, cammineranno, frugheranno, fino a riempire i carrelli, i passeggini, fino a sera. I ragazzini più grandi, trafficano con i motori dei generatori, dei motorini, delle macchine abbandonate, non stanno un attimo fermi, maglietta a maniche corte, e niente freddo, in un frenetico apparire e sparire davanti alla finestra. Gli uomini non ci sono.


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hiedo a Selvja di uscire un po’ fuori alla baracca, al sole, senza macchina fotografica. L’aria è fresca, il vento da nord questa mattina mi ricorda che è gennaio, anche al campo. Osservo scorrere la loro vita, li guardo, in silenzio, in disparte. Dove continueranno questi gesti, dove cammineranno queste donne. Pensa alle paure di Vezo, di Selvja, alle famiglie divise, alla rivalità etnica dei clan, alle conseguenze della decisione di chiudere il campo. Una bambina passa, spinge una carriola piena di sacchi neri di plastica, vuoti, verso un cassonetto, ad ogni passo ne perde uno, spinge con le scarpe di tre taglie più grandi, e perde i suoi sacchi. Mi guarda, passa. Passa anche il tempo. Davanti a me il “ragno” continua ad accatastare macchine schiacciate, i rumori delle autodemolizioni riempiono il silenzio del campo, le persone sono poche, tutte hanno da fare altrove. Il campo è più triste oggi, forse perchè penso che tra poco non ci sarà più. Ho negli occhi le immagini delle demolizioni del vicino Casilino 700, nel novembre 2009, quando le squadre operative dell’AMA insieme a Polizia, Esercito e Vigili Urbani, hanno fatto praticamente irruzione spostando i residenti senza alcun criterio, e senza peraltro una destinazione precisa, distruggendo le baracche con le ruspe.


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impatto che queste azioni possono avere sui bambini, nati e vissuti in quel posto e che considerano casa quella che per gli altri è solo una baracca è devastante, per tacere della difficoltà che molti hanno per frequentare ed ambientarsi a scuola e che ora dovranno cambiare. E tanto altro. Presto toccherà a loro. Resto al sole, non ho voglia di nulla che non sia restare al sole, e vivere questi istanti di campo. Sandra è la seconda figlia di Vezo e Selvja, ha i lineamenti forti degli zingari, la carnagione scura e gli occhi vivaci e neri. Si avvicina con i suoi due figli, tre anni il primo, uno il secondo. Mi sorride gentile, guardandomi dritto negli occhi, spontanea e fiera. E’ nata in Jugoslavia ma è andata via che aveva solo 10 giorni, non è italiana per poco. Parla volentieri di se, dei suoi 23 anni, il diploma di terza media, i figli , l’integrazione con il quartiere, la paura di ricominciare, di perdere la tranquillità di oggi, l’attesa del marito che a marzo uscirà dal carcere. Parla senza inflessioni, senza censure. Parla volentieri come Selvja, ma in cambio vuole parità, vuole poter chiedere. Cosi mi trovo a rispondere, in questo giusto gioco di ruoli; chi sono, cosa faccio, il lavoro, gli studi. Parliamo a lungo, delle vite differenti che ci sono capitate. Vedo arrivare dall’entrata del campo il furgone di Vezo, mentre parcheggia ha il viso teso, diverso.


S

cende in fretta e venendo direttamente da me, mi dice che ci sono le ruspe all’ingresso del campo. Resto in silenzio, lo sgombero è previsto per il 28 gennaio, almeno questa l’ultima data comunicata. Oggi è 12. Andiamo a vedere cosa succede, a piedi, insieme. Il sentiero è asciutto. All’ingresso troviamo un camion con il braccio elevatore e due bobcat, oltre alla ruspa. Alle domande di Vezo gli operai hanno risposto in maniera vaga, provo a parlare con il ragazzo sul bob. Devono chiudere l’ingresso del campo con gli spartitraffico di cemento, e poi andranno anche a chiudere gli altri due accessi non ufficiali che si sono formati nel tempo, presto tutti gli abitanti del campo dovranno parcheggiare fuori, si entrerà solo a piedi. In silenzio torniamo verso la baracca. Arrivati, prima di entrare chiedo a Vezo cosa ne pensa, ma non è molto turbato del fatto, alcuni anni fa era successa la stessa cosa e per alcuni mesi hanno dovuto sopportare il disagio ulteriore, ma gli zingari sono duri. Penso alle tonnellate di ferro, di materiali di recupero, alle casse di merce per i mercatini, tutto portato con le carriole dentro e fuori. Assurdo Ma loro la prendono bene. Chissà a cosa sono abituati.


E

ntriamo in casa, Selvja preoccupata, sorride. Vicino a lei siede, con l’immancabile tazza di caffè in mano, la sorella, Lilja . Di poco più grande, anche lei il viso segnato dalla fatica di vivere, meno voglia di sorridere ed un’espressione più cupa. Parliamo ancora dello smantellamento del campo, dei timori e delle difficoltà, Vezo oggi è andato a vedere il campo di via Salone, una delle probabili destinazioni. Il campo è organizzato con dei container, non sono state assegnate delle zone ma i nuovi arrivati verranno distribuiti a caso nelle unità libere, a contatto diretto con gli abitanti già presenti da tempo. Etnia, religione, cultura e composizione delle famiglie? Ignorata. Sono solo numeri. Sono solo zingari. Intanto l’accoglienza trovata da Vezo è stata pessima, dagli insulti alle minacce più o meno esplicite, i container a loro destinati vittime di atti vandalici, alcuni addirittura bruciati. Ma questo non basta a mettere in allarme le autorità. Le destinazioni sono queste. Punto. Finito il caffè, finisce anche la tensione, almeno per loro, incredibilmente tutto torna alla serenità di prima. Sono duri gli zingari. Selvja, come nulla fosse torna vicino a me, parla ancora, come un fiume in piena, i suoi ricordi mi travolgono. La voglia di viaggiare, oltre al bisogno, l’istinto nomade mai sopito, La francia, La Spagna, gli spostamenti vicini e lontani, i figli in giro per l’europa, la preoccupazione, i ritorni e le partenze, ed improvvisa la morte.


L

a morte dei vecchi, dei capofamiglia, la perdita per la famiglia, per la comunità. Intanto anche oggi il sole finisce il suo corso. Gli ultimi raggi allungano le ombre fino alla veranda, l’eco delle autodemolizioni si spegne, la città fuori dal campo si ritira ordinatamente. Parte il generatore, la luce tenue a fatica rischiara la casa. Vezo Accende il fuoco. L’effetto è immediato. I bambini cominciano a rientrare, a giocare attorno alla stufa, a riscaldarsi. Intanto ascolto, pensando malinconicamente alla giornata che sta finendo. Nei loro racconti, improvviso, appare il vicino lago di Castel Gandolfo, le gite estive con i furgoni, tutta la famiglia, insieme. Ma questa è una storia che conosco. La voglio raccontare io. Il lago è a due chilometri da casa mia. Le estati della mia adolescenza, le prime volte che facevamo sega a scuola, maggio, giugno, il motorino, il bagno di nascosto e poi a casa con i vestiti umidi e la paura di essere scoperti, e gli zingari. Gli zingari che guardavamo da lontano, i bambini lavati con il sapone, la schiuma che rimaneva sulla riva, i parcheggi pieni di furgoni malandati, gli spiedi sulla sabbia dove gli agnelli interi cuocevano per ore, il bagno vestiti, la nostra curiosità, le fantasie miste al timore. Sentirlo oggi da Selvja è come un pugno allo stomaco, una sensazione forte di tempo passato, lontano, romantico e perso. Per sempre. Per loro e per me.


I

l buio ha coperto ogni cosa, nascosto i colori, nel campo tutto è ombra. E’ ora che vada. Ci vediamo sabato. Ogni saluto pesa, sono giorni preziosi per me, forse irripetibili, questa esperienza nel campo, così intima, così diretta mi sta coinvolgendo tanto, forse troppo. Vado via quasi in fretta, come sempre quando sono imbarazzato, quando non sono sicuro di poter nascondere l’emozione. Incrocio gli occhi di Selvja, Vezo, Sandra, i bambini. Non riesco a reggere lo sguardo. Vado via. Scendo le scale, attraverso la veranda senza voltarmi, mi giro solo quando sono immerso nel buio, li vedo ancora, girati verso di me sulla finestra. A sabato, penso. La macchina è qui, niente strada verso l’uscita, niente passi lenti sulla terra ora di nuovo umida. L’entrata principale ora è chiusa, devo attraversare il campo in auto per arrivare ad una delle due secondarie che è stata lasciata parzialmente aperta per permettere di far uscire i mezzi fino alla chiusura totale. Mentre guido a passo d’uomo rubo altri istanti della loro vita, fisso nella memoria, immagini che il tempo non voglio rovini, che l’uomo non potrà cancellare. Mie. La luce della Palmiro Togliatti è ancora una volta incredibile dopo essere stati nella penombra del campo. Guido con gli occhi stretti. Verso casa.


H

o voglia di scrivere. Intanto non ho capito da che parte stare, non capisco se sono vittime o carnefici, gli zingari, oppure entrambe le cose, sicuramente ho conosciuto qualcosa di loro, buoni o cattivi, hanno conquistato la mia simpatia. Il sabato è giorno di mercato, il campo è semivuoto, alle 9 e 30. Busso a casa di Selvja, sapendo di non trovarla, ma la voglia di passare altro tempo nel campo, di prendere altre immagini, di vivere a contatto con le persone che lo vivono è troppa. Dietro al vetro della veranda riconosco Sandra, la osservo un attimo mentre mi avvicino, dal vetro opaco i suoi gesti sono eterei, lontani. Busso. Poche parole, un saluto veloce e cominciamo a parlare dei problemi dello sgombero, le novità, le notizie che non hanno mai niente di ufficiale, le voci. Oggi alle 12 arriverà il Prefetto di Roma per un incontro con le delegazioni Rom per definire le problematiche relative al trasferimento. Chissà. Il campo questa mattina è pieno di luce, il sole entra in ogni angolo, ogni particolare è nitido, vivo. Nel degrado c’è una bellezza misteriosa, a volte. Vorrei fare un giro, vorrei vedere, fare qualche scatto. Andrei anche solo. A volte il cielo terso, il sole, rendono il pericolo meno evidente, meno reale. L’ho imparato in passato, in montagna, arrampicando. Le vie più sostenute si affrontano meglio nelle giornate limpide, è una questione emotiva. Credo. Di fatto vorrei andare, ma so che non posso.


C

hiedo a Sandra se vuole accompagnarmi a fare un giro, ma non può. L’idea di andare da solo è come un virus, segue la replicazione cellulare, mi assale ed aumenta, aumenta, elude le mie difese, nascosto nel dna. Forse, accenno a Sandra, potrei andare da solo. La risposta viene da Erik, suo nipote, che sarebbe felice di venire. Ci guardiamo, un attimo, e siamo in strada. Erik conosce perfettamente i problemi del campo, è nato qui, ogni passo per lui è solo consuetudine, ma non dimentica che accompagna un estraneo, per di più con una vistosa fotocamera. Parla perfettamente l’italiano, affamato di sapere comincio a chiedere spiegazioni, modalità ed usanze del campo. Parliamo a lungo, mentre ci allontaniamo da casa, e gli argomenti sono tanto coinvolgenti da non avere voglia di fare foto. Ogni gruppo di baracche ha la sua storia, la sua famiglia, nel senso più esteso del termine, ed Erik da prova di conoscere ogni metro del campo in maniera incredibile. Ci inoltriamo molto, fino al limite estremo dalla parte opposta da dove entro io, ci inoltriamo molto di più di quanto abbiamo fatto due giorni prima Vezo ed io. Qui in fondo non riconosco nessun viso, nessuna fisionomia mi da un minimo di garanzia per avermi visto i giorni scorsi con gli altri, cerco avere un’aria sicura, tranquilla, ma nessuno risponde ai mie saluti accennati, nessuno ignora il nostro passaggio, c’è una certa ostilità, velata nell’aria.


L

a macchina fotografica vorrei proprio non averla. Penso sia lei a dare il fastidio maggiore. Anche se non la uso. Finchè succede. Prima che potessi rendermi conto da una baracca una voce inveisce. Escono in due, verso di noi, verso di me. Capisco solo che non vogliono che io sia lì, che non ho chiesto il permesso, che quella è casa loro. Siamo lontanissimi dalla baracca di Selvja, lontanissimi dalla presenza rassicurante di Vezo. Capisco solo alcune parole, capisco solo che sono troppo vicini. E poi le foto. Non vogliono foto. Che non ho fatto. Immediatamente Erik è tra me e loro, urla parole incomprensibili, ha il viso teso, gli occhi fermi, fissi nei loro. In un attimo sento tutti i presenti, sento che ci sono e non so bene cosa facciano, non riesco a girarmi, guardo solo quello che ho vicino, quello che mi preoccupa di più. Intanto le voci non smettono. Poi improvviso tutto tace, come è iniziato finisce, ed Erik mi fa cenno di andare. Tranquillo, come se tutto non fosse mai successo. La voce è tornata immediatamente normale, gli occhi hanno di nuovo l’aria furba e smaliziata dei suoi 13anni. Si, Erik ha 13 anni. Tredici lunghi anni da zingaro. Al Casilino 900.


T

orniamo indietro per una strada diversa, continuo a guardare. Il tempo nel campo scorre velocemente, la vita intorno sembra avere fretta, tutti hanno qualcosa da fare, una sorta di urgenza esistenziale. Arrivati alla baracca troviamo anche Vezo e Selvja, rientrati dal mercato. Alle 12 tutto il campo è riunito nel piazzale esterno sulla Casilina, il Prefetto accompagnato dalla Polizia Municipale, ascolta i portavoce, parlano a lungo, poi si cercano delle soluzioni che possano ovviare ai contrasti interni, che tutti temono, ed ai problemi relativi alla scolarizzazione. Alle 13 sono ancora in piena discussione, quando decido di andare. La situazione è molto calma, cordiale, non amo troppo le parole in situazioni ufficiali. A decisioni prese, saluto Selvja e Sandra, gli altri sono immersi nella calca, torno alla macchina. Da solo. Cammino con ancora la sensazione sgradevole della lite di poco prima, e mi sento solo. Non spaventato, solo. Il campo ora è deserto, desolato, sono tutti fuori, alcuni cani escono, sporchi, da dietro le baracche. Lo immagino così quando verrà distrutto. Immagino le ruspe, di mattina presto, con il sole ancora basso dietro le carcasse delle auto, le baracche deserte, svuotate, le persone ormai lontane, il silenzio. Quaranta anni di vita cancellati, spinti via dalle pale, smaltiti come rifiuti tossici di una civiltà scomoda. Ingombrante. Il sole è alto, caldo, rassicurante. Contrasta con la tristezza.


A

rrivo alla macchina, vicino alla baracca di Selvja, con il campo vuoto qualcuno ha voluto dare credito alle dicerie sugli zingari, le serrature sono forzate. La macchina aperta. Era vuota da prima. Però mi dispiace, per loro, per chi non riesce a capire che questo allontana da ogni speranza di vera integrazione, per chi mette a disagio una comunità intera. Esco, passo accanto alla folla ancora riunita attorno al Prefetto. Non dirò nulla dell’episodio, non voglio mettere in imbarazzo chi sicuramente non centra, in fondo non ne ho motivo. La fila delle autodemolizioni della Palmiro Togliatti torna utile, 20 euro e cambio la serratura. Tutto a posto. Mentre guido ascolto una vecchia canzone dei Led Zeppelin, del 1972. L’anno in cui Vezo ha portato le sue speranze a Roma. Lo immagino cercare lavoro mentre l’edilizia popolare creava interi quartieri sui prati del Tuscolano, del Casilino, mentre la ripresa economica riempiva le strade di auto, le case di comodità, mentre il paese attraversava uno dei periodi più controversi della propria vita politica, mentre i quotidiani riempivano pagine di titoli sulle Brigate Rosse, Aldo Moro, La Banda della Magliana. Loro erano qui, verosimilmente con gli stessi problemi di oggi, le stesse esigenze, le stesse paure, le stesse speranze.


D

omenica mattina. Alle 5 la sveglia quasi mi uccide. Ho passato parte della notte a scrivere, ed ora pago. Alle 5 perchè oggi c’è il mercato. E ci voglio andare. Il mercato degli zingari. Quello vero. Al Cinodromo vicino ponte Marconi. Non è un mercatino qualsiasi, dove mettere un banco abusivo, è un mercato di e per gli zingari, non sapevo neanche ci fosse. Inizia presto, alle 6 circa, ed alle 10 già non c’è più. I motivi sono molti, intuibili, e non mi prendo la briga di elencarli. Il mercato si trova in un parcheggio, vicino al Tevere, arrivo molto presto, il cielo è nuvolo e l’aria carica di umidità, fa freddo. L’area del mercato è invasa dai caratteristici furgoni scoloriti e malmessi degli zingari, la confusione è incredibile, ci sono banchi e merci sparse sui teli ovunque, la gente è dappertutto, non riesco quasi a distinguere chi vende da chi compra, i vestiti variopinti delle donne si mescolano ai colori degli oggetti in vendita, gli uomini guardano in silenzio, le donne cercano di comunicare sopra il chiasso dei bambini, forse invano. Anche gli odori sono forti, a volte sgradevoli, il cibo cotto sui fornelli da campo, nonostante l’ora insolita, riempie l’aria. Si contratta, si stabiliscono prezzi per tutto, anche per oggetti che comunemente non prenderemmo neanche in considerazione, ogni cosa ha il suo valore, magari minimo, ma ce l’ha.


O

sservo con curiosità i banchi, si trova di tutto, e non è un modo di dire. Lascio che mi avvolga completamente quest’atmosfera surreale, forse unico italiano, mi immergo nel mercato. Affondo lentamente in questa magnifica, variopinta umanità. Riconosco che l’esperienza al campo mi aiuta, quello che oggi apprezzo, capisco, se preso tutto insieme, all’improvviso, può sopraffare. Il primo impatto con questa realtà è forte, incisivo, anche le relazioni sono più marcate, oggi so che il clima di perenne tensione che si respira è più apparente che reale, i rapporti, le modalità comunicative, sono brusche, secche, quello che per i non zingari è un punto di rottura per loro è un lungo plateau sopra le righe che spesso si spegne e non porta a nulla di problematico. Ma bisogna farci l’abitudine. Le prime volte si ha sempre l’impressione che si venga alle mani. Non è così. Poi ho capito che bisogna saper reagire, la remissione è sinonimo di sconfitta, di sottomissione. Tutto è molto più istintivo, meno passato al vaglio delle inibizioni, e non siamo strutturati. Ma vale per tutte le manifestazioni, l’affetto, la gioia dei bambini, il piacere di vedersi, la rabbia, la tristezza, tutto è spontaneo, reale. Forse una volta eravamo così, tutti. Comunque è bello. Si viene rapiti da tanta naturalezza.


A

rrivo al banco di Vezo, mi vedono da lontano, sorridono. Erik mi viene incontro. Selvja, stretta in un ampio scialle, contratta con un cliente. La gente è molta, qualcosa si riesce a vendere, magari a poco, mi dice Sandra, meglio svendere che lasciare tutto sotto una ruspa. Ovvio. Ma lo dice serenamente. La mattina è breve, tra l’immancabile lite con una zingara infastidita dalla macchinetta fotografica, il trambusto delle vendite e le presentazioni con i rappresentanti di altri campi, si fanno le 10. La gente è poca ora, alcuni furgoni sono carichi, pronti ad andare via, altri cominciano a sistemare, io parlo con Erik. Fiero del suo coltello nuovo. Ma è per gioco. Mi prende in giro, e prende in giro il suo essere zingaro. Intanto lo accompagno a comprare il quarto panino delle mattina. al banco si comincia a sistemare, le casse lentamente tornano sul furgone, Erik ed io andiamo a buttare una cesta enorme di oggetti che non sono più vendibili. Mentre andiamo verso uno di quei container aperti per metà, quelli per i rifiuti ingombranti, scopro che ci sono delle classi sociali anche qui. I poveri degli zingari.


E

rik mi spiega che le ceste vanno svuotate per terra, vicino al cassonetto, per permettere ad altri di rovistare, cercare qualcosa da poter poi monetizzare, lo dice con un velo di disprezzo, però di fatto permettono a loro di sopravvivere, appena svuotiamo la cassa una piccola folla si getta letteralmente sul contenuto, il riciclo perfetto si compie, quasi nulla arriva nel container. Alla faccia delle amministrazioni pubbliche che da anni cercano di fare una politica di raccolta differenziata. Resto in disparte, a guardare. Provo una sorta di tristezza mista a pena, la condizione di alcuni è veramente precaria, non riesco a non pensare. L’allegria di Erik è contagiosa, mi aiuta subito, è innegabile. Questo ragazzino ha una forza emotiva incredibile, é solare, contento, felice, eppure viene da una storia terribile, il padre sconta una lunga pena, è in carcere da prima che lui nascesse, la madre è andata via quando aveva neanche un mese, si è rifatta una vita altrove, una famiglia. Erik è rimasto con i nonni, le zie, i cugini. Le famiglie allargate, unite, sono un grande punto di forza di questo popolo, danno sicurezza, stabilità anche nelle condizioni disagiate e marginali in cui versano, per quanto difficile da capire, per alcuni forse da accettare, ho visto una grande affettività, un grande amore per i propri figli. I limiti sono altri. Non il bene.


A

iuto ancora un po’, carichiamo il furgone, sistemiamo la merce in modo sicuro. E’ ora di andare. Loro al campo, io no. Non vado con loro. Non oggi. Voglio scrivere, sistemare il materiale fotografico, fare il il punto delle situazione con la mia emotività. Questo è il vero motivo. Non voglio andare al campo. Ho bisogno di capire. Sono cambiate molte cose dal primo giorno. Sono entrato al campo con la paura di non uscirne e mi trovo oggi a non uscirne emotivamente, mi hanno coinvolto, convinto, rapito. E’ vero gli zingari rapiscono, non i bambini però. Ho visto tanti aspetti della loro esistenza, cruda, terribile, dura, ma anche amorevole, leale, sincera, il bilancio che ne risulta è sicuramente positivo. Restano le obbiettività, le evidenti problematiche di questo eterogeneo popolo, problematiche anche e soprattutto di relazione, ma forse conoscere è veramente capire. Ci salutiamo con familiarità, ormai ci vediamo spesso i convenevoli non servono. Li guardo andare via, poi lentamente mi avvio. Il parcheggio è quasi vuoto, pochi furgoni si attardano a caricare, qualcuno ancora fruga tra quello che resta di questa mattina di mercato.


M

i avvicino ad uno dei fuochi ancora accesi, mi scaldo, due uomini si accostano, in silenzio ci guardiamo, siamo creature ancestrali sotto questo cielo grigio di fine gennaio. Il piazzale gonfio di carta, scatole e resti disparati si spegne, perde lentamente vita, per tornare silenzioso ad aspettare un ruolo. Cammino ancora tra quello che era caos, confusione, penso ancora al campo, a quello che rimarrà dopo che gli zingari saranno andati via. Sarà dura metabolizzare quelle immagini una volta viste. Spengo i pensieri, cammino e basta. La macchina, la strada, la gente che comincia a riversarsi in strada, a vivere questa domenica uggiosa, guardo il traffico, le persone che si incontrano, i bar, il pranzo dei giorni di festa, poi in molti riempiranno i centri commerciali, faranno acquisti, torneranno a casa, ad aspettare domani. Quanti zingari avranno incontrato? Silenziosi agli angoli delle strade, fuori alle chiese seduti a chiedere monete, a spingere i carrelli da un cassonetto all’altro, a frugare. Quanti ne avranno avuto paura, quanti disgustati avranno guardato altrove, quanti avranno avuto compassione, quanti li avranno odiati. Penso a Selvja, al suo viso fiero, bello, nelle sua armonia espressiva. Sincero. Arriverò a casa, scriverò ancora, tanto da finire. Poi tornerò ancora al campo, sollevato, senza macchina fotografica, senza storie da rubare, senza prendere, niente. Andrò ancora dagli zingari. E sarà vero.


www.andreapasta.com

Casilino 900  

Foto e Testi di Andrea Pasta

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