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“SAPIENZA” UNIVERSITÀ DI ROMA CORSO DI LAUREA IN SCIENZE DELLA COMUNICAZIONE Cattedra di Teorie e Tecniche della Comunicazione di massa

Fare Politica con User ID e Password Il caso di iRS – indipendèntzia Repùbrica de Sardigna di Andrea Meloni 32201737

RELATRICE

CORRELATORE

Sara Bentivegna

Giuseppe Anzera

Anno Accademico 2008/2009


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INDICE

INTRODUZIONE I

7

POLITICA E NUOVE TECNOLOGIE DELLA COMUNICAZIONE 1.

Partiti politici e nuove tecnologie

2.

Cos’è il Web 2.0

17

3.

La piazza virtuale: tra possibilità e dubbi

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II

9

INDIPENDÈNTZIA REPÙBRICA DE SARDIGNA 1.

Noi siamo iRS

29

2.

Nascita di un partito online

33

3.

Nasce l’indipendentismo organizzato

37

III

NUOVI MEDIA E PROGETTI POLITICI 1.

Le campagne elettorali del 2004 e 2005

47

2.

La campagna elettorale del 2009

51

3.

“Perchè i sardi vi dovrebbero votare?”

58

CONCLUSIONI

73

APPENDICE

77


4

BIBLIOGRAFIA

107

WEBGRAFIA

109


5

Ai Miei


6


7

INTRODUZIONE

Il presente lavoro è strutturato in tre parti da cui i tre principali capitoli. Nella prima parte concentriamo l’analisi sul rapporto tra i tradizionali

partiti

politici

e

le

nuove

tecnologie

della

comunicazione analizzando l’evoluzione nel tempo di questo scambio reciproco. É la parte più teorica poichè definisce quali saranno i soggetti del nostro lavoro e quali le nostre conclusioni su di essi. È molto importante avere infatti delle definizioni certe e condivise che traccino il contesto nel quale poi ci muoviamo e dal quale traiamo le nostre linee guida. Per sfruttare al meglio il poco spazio concesso in questa sede abbiamo deciso di utilizzare molti esempi e di concentrare i nostri sforzi sui due principali partiti politici italiani e sul loro rapporto con le nuove tecnologie della comunicazione: Partito Democratico e Partito della Libertà. Vedremo quindi nel dettaglio la loro comunicazione online e l’utilizzo che ne fanno, cercando nei loro siti e portali quanto di utile ai fini della nostra tesi. Le definizioni in questa prima parte poi si concentrano sulle nuove tecnologie vere e proprie, ovvero su cosa è la galassia di internet, come si sta evolvendo, cos’è il Web 2.0 e cosa c’è di rivoluzionario (se c’è) in questa nuova frontiera tecnologica. La prima parte si conclude con le possibilità e i dubbi


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sulla nuova agorà che si sta delineando nel panorama politico occidentale. La seconda parte investiga direttamente l’oggetto della nostra tesi. Ovvero il caso che portiamo ad esempio per dimostrare che le nuove tecnologie della comunicazione non hanno più solo un ruolo strumentale ma sono ormai parte integrante del fare politica e dei messaggi che da quel tipo di politica scaturiscono. Parleremo e analizzeremo nel dettaglio un movimento indipendentista sardo che è nato online e che si è dato una struttura che è tipica dei nuovi media e che ha quindi molta confidenza con il cyberspace. Questo movimento/partito si chiama iRS – indipendèntzia Repùbrica de Sardigna. Non parleremo e non entreremo nel merito ovviamente delle loro istanze politiche nè tantomeno della loro ideologia. Ci limiteremo ad analizzare il loro rapporto con le nuove tecnologie e spiegheremo perchè, secondo noi, rappresentano un’avanguardia politica e comunicativa vincente. Vedremo nel dettaglio tutte le loro strutture, l’organigramma, le competenze e come sono organizzate insieme. Nella terza parte di questo lavoro amplieremo il contesto e cercheremo di capire grazie alla campagna elettorale regionale sarda del 2009 come si sono mossi gli altri attori politici cercando di trovare analogie o differenze con iRS. Vedremo nel dettaglio i messaggi veicolati dai partiti e cerchermo di scoprire come e perchè alcuni sono risultati migliori rispetto ad altri e cosa sintetizzavano sul partito e sul suo modo di vedere la realtà. A. M.


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Capitolo Primo Politica e nuove tecnologie della comunicazione

Partiti politici e nuove tecnologie Sono passati anni ormai da quando la politica muoveva i primi passi su internet. Anni nei quali molte cose sono successe e tanti approcci e utilizzi si sono succeduti. Ora i partiti e i movimenti politici hanno più confidenza e padroneggiano meglio i nuovi mezzi di comunicazione, anche se gli sforzi più importanti e i risultati maggiori tendono ancora verso i vecchi media: televisione e carta stampata su tutti. In questo capitolo analizzeremo brevemente le fasi storiche che hanno portato all’utilizzo delle nuove tecnologie in politica e gli strumenti che hanno cambiato l’agire nella società. Vedremo il rapporto dei due principali partiti italiani con il nuovo medium, segnando ritardi, lacune e buoni risultati rispetto agli altri paesi. La prima campagna elettorale promossa con l’ausilio dei new media è quella delle elezioni presidenziali del 1996 negli Stati Uniti. Tralasciamo volontariamente quella del 1994 nella quale lo staff di Bill Clinton, in modo troppo timido, ha usato per la prima volta lo strumento dell’ e-mail per informare gli elettori. Stiamo parlando


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di protostoria della comunicazione politica online, quando la maggior parte dei candidati al Senato utilizzava i così detti siti “vetrina”, cioè una banale rappresentazione di quello che succedeva off line, per promuovere le proprie istanze politiche. A titolo esemplificativo riportiamo la frase del senatore americano Carl Levin: “Sono molto eccitato di avere un palcoscenico sul web” (citato in Bentivegna, 2002). La metafora del palcoscenico ben fa capire le modalità di fruizione di questi siti “vetrina”, ovvero una comunicazione topdown nella quale il ricevente ha un ruolo totalmente passivo. Evidenziamo quindi come questi siti “vetrina” siano carenti di tutte quelle che sono le principali caratteristiche del web così come lo intendiamo ora e che solo successivamente, ma il processo non è ancora terminato, verranno comprese e sfruttate dalla politica. Queste caratteristiche sono: 1.

La funzione di networking, intesa come

possibilità di organizzare le attività di tutti gli organismi e soggetti che fanno riferimento al partito o al movimento. 2.

La funzione informatica, intesa come

possibilità

di

produrre

e

distribuire

informazione bypassando i media tradizionali e qualsiasi forma di intermediazione. 3.

La

funzione

di

mobilitazione

e

reclutamento, intesa come opportunità di creare occasioni di incontro tra potenziali interessati e


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conseguentemente ampliare il numero degli aderenti. 4.

La funzione di partecipazione, intesa

come opportunità di attivare flussi diretti di comunicazione con i cittadini, attraverso gruppi di discussione, forum, ecc. (Di Bari, 2007).

Solo quattro anni dopo, nella successiva campagna elettorale presidenziale americana, troviamo il panorama completamente modificato e le caratteristiche di cui sopra utilizzate appieno. Partiti, candidati ed elettori risultano molto più maturi nell’uso dei nuovi media e nelle pratiche ad essi correlate. Durante la campagna elettorale i sostenitori di Nader, candidato alla Casa Bianca, hanno promosso siti per il così detto “voto tattico” con gli elettori di Gore, anche lui candidato alla Presidenza. Si tratta di un esperimento, tra i meglio riusciti, di democrazia dal basso senza l’ausilio delle istituzioni o di mediazioni.

Raskin,

nel

sito

(http://www.slate.com/id/91933/), lo spiega efficacemente: I democratici del Texas o di altri stati che danno Bush come vincente potrebbero registrarsi al sito dichiarando che, in quanto sostenitori di Gore in uno stato a prevalenza repubblicana, voteranno per Nader nell’esplicita speranza che i sostenitori di Nader negli stati ancora incerti voteranno per Gore.

Slate


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Ugualmente anche la campagna elettorale di Bush è stata improntata all’utilizzo di internet per mobilitare i simpatizzanti e farli partecipare alla circolazione dei messaggi e dei valori repubblicani. L’iniziativa “E-train” rappresentava un treno virtuale che, come da metafora, doveva portare le informazioni utili della campagna in quante più caselle di posta elettronica possibili. Riportiamo una delle e-mail trasportate dall’ E-Train: L’anno è il 1960. JFK vinse le elezioni perchè ebbe: 1% DI VOTI IN PIU’ in Illinois (8.858 voti) 3% DI VOTI IN PIU’ in Missouri (9.880 voti) 3% DI VOTI IN PIU’ in New Jersey (22.091 voti) Senza quei 40.829 voti, le elezioni le avrebbe vinte Nixon. IL TUO VOTO CONTA Gli esperti dicono che la prossima elezione sarà la più INCERTA dal 1960. Noi siamo d’accordo. Che

cosa

puoi

fare

TU?

Unisciti al Bush E-Train! 1) Invia questa e-mail ad amici e colleghi 2) Poi clicca sul link in basso e invia la tua e-mail.


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Sii parte della storia; salta su sul Bush E-Train e unisciti a quello che sarà IL PIU’ GRANDE MOVIMENTO DI BASE FINORA VISTO. FAI LA DIFFERENZA! E l’8 novembre riceverai

una

e-mail

che

dice:

“E’ STATO ELETTO PRESIDENTE GEORGE W.

BUSH.

GRAZIE”.

(Sedberry,

2001,

maiuscole nell’originale).

Un’iniziativa, questa dell’ E-Train, che noi, naviganti del 2008, non possiamo che considerare obsoleta. Ai nostri occhi non è altro che una “catena di S. Antonio”1 molto più vicina allo spam che ad un servizio informativo, senza le principali regole di netiquette che prevedono, per esempio, di non utilizzare i caratteri maiuscoli perchè equivale a urlare nel linguaggio orale. Eppure, solo otto anni fa, è risultata vincente insieme alle altre iniziative messe in campo dallo staff repubblicano per la vittoria delle presidenziali. Questi due esempi vogliono far notare come internet abbia svelato una nuova sfera della comunicazione politica. Non più solo una trasmissione verticale e gerarchica, dal partito all’elettore, ma anche orizzontale: da elettore a elettore grazie al passaparola. Il 1

Da Wikipedia: La catena di Sant’Antonio è un sistema per propagare un messaggio inducendo il destinatario a produrne molteplici copie da spedire, a propria volta, a nuovi destinatari. Tra i metodi più usati dalle catene di Sant’Antonio ci sono storie che manipolano le emozioni o che promettono un rapido arricchimento. Le moderne catene di Sant’Antonio sono strettamente legate ad altri fenomenti tipicamente della rete come richieste per aiuto a bambini, solidarietà verso qualcuno, cuccioli da salvare o notizie sconvolgenti da diffondere.


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cittadino è chiamato in causa per “fare la differenza”, per attivarsi ed essere uno dei protagonisti della sperata vittoria. L’evoluzione della politica nel cyberspace ha seguito il medesimo percorso e gli stessi tempi anche in Italia nonostante il “digital divide”, ovvero il gap che intercorre tra chi ha l’accesso a internet e chi no, sia molto più evidente rispetto ai panorami statunitensi, canadesi o scandinavi. Basti pensare che la politica italiana ha mosso i primi passi su internet nonostante i naviganti abituali della rete non superassero le 600.000 unità (Osservatorio Alchera, 1996; cfr. Tab 2.). Dobbiamo quindi dare atto che, a volte, la politica sa essere lungimirante e non solo guidata da interessi meramente quantitativi. Con questo non vogliamo in alcun modo sottostimare il gravissimo problema del digital divide, ma invece considerare le elezioni politiche italiane del 1996 come un primo grande esperimento di politica nel cyberspace, che ha preparato il campo alle successive campagne elettorali e lavorato per rendere più facile l’accesso ai cittadini. Indubbiamente questa è solo una piccola consolazione visto che i dati relativi alla situazione odierna non sono confortanti. In Italia infatti solo il 47,8% delle famiglie possiede un personal computer e solo il 38,8% ha l’accesso a internet. Il rapporto annuale dell’Istat

sulla

diffusione

e

l’utilizzo

delle

tecnologie

dell’informazione e della comunicazione fotografa una progressiva crescita rispetto al 2006 ma al tempo stesso colloca l’Italia al diciottesimo posto nell’Europa a venticinque che mediamente ha oltre dieci punti percentuali in più.


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Prenderemo ora in considerazione il Partito Democratico e il Partito della Libertà,

rispettivamente guidati oggi da Dario

Franceschini e Silvio Berlusconi. Entrambi i partiti utilizzano le nuove tecnologie per veicolare i propri messaggi. Nei rispettivi siti sono presenti i comunicati e i documenti ufficiali, gli organismi dirigenti, i notiziari regionali, gli appuntamenti sul territorio e la rassegna stampa con le principali notizie che riguardano il partito. La funzione di networking e la funzione informatica sono quindi evidenti. Questi siti partitici si comportano come portali attraverso cui accedere al mondo e alle informazioni che, si presume, interessino i cittadini e gli elettori. Questa prima rassegna degli elementi presenti sottolinea anche un’organizzazione presente sul territorio, ben radicata e capace di arrivare ad ogni singolo italiano per porre rimedio a eventuali problemi riscontrati. Allo stesso tempo tutte le informazioni reperite sono prive di intermediazione: ogni utente può leggere e analizzare il materiale per trarre le sue conclusioni. Il cittadino sperimenta una fruizione attiva dei contenuti, scegliendo cosa approfondire e cosa tralasciare. In questo modo i partiti si liberano del sound-byte tipico del linguaggio giornalistico, con il quale viene fatta una sintesi dei principali fatti del giorno, che restringe i tempi e per forza di cose semplifica le posizioni politiche.

Questa

navigazione in “mare aperto”, considerata da alcuni studiosi uno dei tratti caratterizzanti il cyberspace (Porter in Bentivegna, 1999), si chiama disintermediazione e [...] rimanda all’affermazione di un nuovo modello di comunicazione basato sulla scomparsa, o quantomeno su una significativa marginalizzazione, della figura dello storyteller: di


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colui, cioè, che ci indica il percorso narrativo da seguire nella fruizione di un testo (Bentivegna, 1999).

Ugualmente anche il reclutamento e la mobilitazione dei militanti è presente in entrambi i portali. Il leader democratico Franceschini invita i suoi sostenitori ad “attivarsi” con imperativi quali: “diventa volontario on line”, “diventa volontario sul territorio” e “sostieni la raccolta fondi”. Dall’altra parte l’attuale premiere Berlusconi sollecita a “partecipare alla costruzione del nuovo movimento” o a collaborare nei “super gazebo on line”. La funzione della partecipazione è già evidente ma si concretizza ancora di più nella possibilità di iscriversi alle newsletter, per essere informati sugli ultimi aggiornamenti, di partecipare ai forum di discussione sui siti stessi o su altri domini “vicini” ideologicamente o di mandare immagini, video, articoli, lettere, opinioni e quant’altro. Attraverso le funzioni base dell’approccio politico a internet i partiti rimediano la realtà (Bolter e Grusin, 2002) per inscriverla nel cyberspace. Strutturano la propria presenza in rete esattamente come un secolo fa si strutturavano i partiti di massa: attraverso il radicamento

sul

territorio.

I

partiti

sembrano

riscoprire

l’importanza del locale nella comunicazione globale. Il portale diventa la segreteria confederata on line del partito. Da questa gli utenti ricevono le informazioni, le linee guida, scaricano i comunicati e il materiale ufficiale, e conseguentemente hanno l’agenda con i temi su cui discutere. Il militante post-moderno fa quello che faceva suo padre cinquant’ anni fa. Non più nella sezione del quartiere ma in quella virtuale. Le differenze non sono


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poche, ma sicuramente siamo ben lontani dalla tanto auspicata democrazia partecipativa o dall’utente non più passivo ma attivo, padrone della sua navigazione e libero di solcare tutti i mari.

Cos’è il Web 2.0? Risulta difficile definire univocamente cos’è il Web 2.0. Risulta anche un pò avvilente e frustrante. Tutti i concetti, le belle parole o le frasi a effetto che vengono in mente sembrano sempre amputare al concetto qualcosa di importante e che si dovrebbe invece dire. Qualcosa resta fuori nonostante si colga la sua importanza. Questa difficoltà è data probabilmente dal fatto che non esiste una definizione chiara, condivisa. Il neologismo è stato ufficializzato per la prima volta durante un convegno promosso nel 2004 dalla O’Reilly Media intitolato appunto “Web 2.0 Conference”. Il termine (e soprattutto il numero) fa pensare ad una nuova versione di qualcosa che già esiste, un ultimo aggiornamento da scaricare sul pc per migliorare la versione che già abbiamo e che è oramai obsoleta. Allo stesso tempo alcuni esempi di società che dovrebbero rappresentare questo nuovo approccio a internet, eBay, Wikipedia, Skype, del.icio.us e altre, ci fanno pensare a qualcosa di nuovo; non l’ultimo update da scaricare ma una sorta di rivoluzione che non riguarda il computer ma le persone. A questo proposito, e per cogliere l’importanza del cambiamento di punto di vista, ricordiamo che Time Magazine, nel 2007, assegna la sua prestigiosa copertina ad un’insolita persona dell’anno: “you”. Riferendosi a noi, a tutti coloro che leggono quel “tu” e si identificano. A tutti


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coloro che diventano medium e collaborano alla costruzione di un nuovo universo fatto di link, post e thread, ponendo in esso aspettative, contenuti, cercando intrattenimento, approfondimento e scrivendo commenti sulle notizie che ritengono importanti. Le motivazioni per le quali il Time Magazine ha dedicato a noi la sua copertina sono chiare: il destino è nelle mani di tutti, non solo dei nostri rappresentanti. Non piÚ solo dell’individuo-eroe romantico e solitario che, contro tutto e tutti, riesce a conseguire il suo obiettivo, ma nelle nostre mani, nelle comunità, nelle interconnessioni, imparando a interagire fra di noi.


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(Copertina del Time Magazine – Person of the year - del 1 gennaio 2007).

Queste due visioni differenti sul posizionamento concettuale del Web 2.0 (come aggiornamento del web tout court o come


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prodotto ex novo) hanno dato vita a seguitissime querelles i cui protagonisti principali sono ovviamente coloro che hanno la paternità

dei

concetti:

Tim

O’Reilly

e

Tim

Berners-Lee,

rispettivamente il coniatore del termine Web 2.0 e l’inventore, insieme ad altri scienziati al Cern di Ginevra, del World Wide Web. Noi non riteniamo, insieme a Vito Di Bari (2007), queste due posizioni antitetiche tra loro, pensiamo invece ad un equivoco di fondo. Berners-Lee afferma che le caratteristiche del Web 2.0 erano presenti già alla nascita del Web e che quindi sarebbe più appropriato parlare di un’evoluzione. Sicuramente è vero, com’è vero anche quanto asserito da O’Reilly. Probabilmente per superare questa piccola impasse è necessario inserire le caratteristiche del web 2.0 in due diverse categorie che sono poi due diversi punti di vista dai quali affrontare il problema: da una parte la struttura hardware e dall’altra quella software. Questo piccolo escamotage può illuminarci su come entrambi i duellanti si stiano battendo nonostante siano in realtà d’accordo (o quasi). Dal punto di vista hardware è vero quanto sostenuto da Berners-Lee: quelli di dieci anni fa sono gli stessi meccanismi (aggiornati) di oggi. Nessuna rivoluzione. D’altro canto ha ragione anche O’Reilly quando sostiene che le persone, e l’uso che fanno dei software, sono maturate con il nuovo mezzo tanto da pensarlo ora come diverso da prima. Facciamo nostra la metafora di Vito Di Bari (ibidem) quando pensa ad un gioco famosissimo composto di mattoncini. All’interno di una scatola di Lego ci sono tutti i pezzi necessari e le istruzioni per costruire quello che vediamo sul cartone esterno. Un bambino segue tutti i passaggi e costruisce il meraviglioso castello con le torri e il ponte levatoio. Questa sarà sicuramente la prima


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cosa che farà. Ma il bambino potrà smontare quello appena costruito e inventare qualcosa di nuovo utilizzando gli stessi pezzi. Da un lato c’è una tecnologia data (hardware), dall’altro c’è la fantasia di un bambino (utilizzo del software). C’è un essere umano che pensa, immagina, sogna, costruisce, decostruisce, crea e distrugge. Il Web 2.0 è il cervello e l’intelligenza del mondo, del mondo

connesso. Poco

importa

che, tecnologicamente, gli

strumenti siano quelli di dieci anni fa, quello che cambia la prospettiva e l’orizzonte concettuale è che si può riciclare e cambiare funzione all’esistente. Questo cervello connesso è ancora in una fase adolescenziale, e sappiamo che questa può essere un periodo travagliato nel percorso verso la maturità, ma se sapremo “educarlo” bene raccoglieremo i frutti fra qualche anno.

La piazza virtuale: tra possibilità e dubbi Qualche pagina fa abbiamo visto sinteticamente il percorso di avvicinamento della politica ai nuovi media. Un approccio prima timido poi sempre più confidenziale, più maturo e consapevole. In questo paragrafo inizieremo a vedere come, a nostro avviso, il percorso non solo non sia concluso, ma anzi si stia sviluppando lungo sentieri inesplorati che incidono nell’architettura profonda del fare politica. La Rete diventa contenuto e non più solo strumento. Si potrebbe pensare che non c’è niente di nuovo sotto il sole, che McLuhan parlava già di questo nel 1964. E’ vero, potremmo pensare di essere sotto l’ala protettiva del grande


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pensatore e mediologo, ma se pure le intuizioni di McLuhan possono essere considerate come un punto di partenza l’arrivo di tali intuizioni rimane tutt’altro che scontato. Sappiamo che il mezzo televisivo ha cambiato la politica. Per certi versi l’ha ingabbiata in sound-byte giornalistici di pochi minuti e ha illuso che la piazza, l’agorà, fosse nei salotti dei programmi di approfondimento politico. Per altri versi la televisione ha mutato anche la struttura dei partiti togliendo importanza al territorio, alle sezioni, trasformandoli in partiti pigliatutto (Kirchheimer, 1966), smussando le ideologie e personificando i valori nei leader. Proviamo a pensare ad un palazzo come rappresentazione della struttura partitica. Potremo considerare i mutamenti occorsi dall’ingresso della televisione in politica come quelli di una società di ristrutturazione che ridipinge la facciata, sistema i muri, aggiusta le crepe e aggiunge qualche piano in verticale. Dopo il restyling compiuto dalla televisione il palazzo è diventato un grattacielo splendente e narciso. Costruito per venire fuori dal mare sempre mosso della politica e porsi come faro. Ai piani alti c’è il presidente e poi via tutti gli altri. La base-fondamenta c’è ancora ovviamente, ma è molto lontana ed è difficile da vedere e soprattutto da sentire. Ora invece l’appalto per la ristrutturazione del grattacielo è stato vinto da un’altra società, internet. Una società giovane, snella e spregiudicata che si è messa in testa di abbattere il palazzo e seguire nuove filosofie architettoniche. Queste ultime

non

prevedono una sola e grande costruzione ma invece ne pensano tante sicuramente più piccole, più basse, più accoglienti e inserite nel tessuto territoriale. L’imperativo categorico non è solo la visibilità ma soprattutto la tangibilità. È il tatto il senso post-


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moderno e non più la vista. I nuovi palazzi, divenuti ormai villini, non solo non sono isolati come si potrebbe pensare ma hanno la propria mission proprio nella comunicazione. I primi passi si muovono nella piccola comunità limitrofa e poi ci si connette con le altre piccole comunità fino a costituire un reticolo di cellule come un sistema nervoso. Il lavoro di ristrutturazione però è appena iniziato ed è difficile prevedere il risultato poichè nonostante le molte idee in campo, non si è ancora arrivati a condividere un progetto definitivo. A nostro avviso il punto di partenza per capire in che modo sta evolvendo il progetto di restyling della politica da parte della comunicazione è quello di trovare le caratteristiche del web 2.0 che più si confanno al progetto stesso: 1.

Semplicità: tutti lo possono usare con un know how di base.

2.

Funzionalità: la tecnologia permette un poter fare e consente la combinazione di più funzioni che ne creano di nuove.

3.

Sociabilità:

la

tecnologia

mette

in

contatto

potenzialmente tutti gli individui connessi e livella le stratificazioni di genere, età, censo. 4.

Partecipatività:

la

tecnologia

connette

gli

individui che si pongono uno stesso scopo e facilita la riuscita degli obiettivi. 5.

Mixaggio: il digitale, riducendo tutti i linguaggi a semplici bit e sequenze binarie, permette la


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combinazione di più media e strumenti, aprendo agli utenti i contenuti multimediali (Di Bari, 2007). E’ evidente che già ora queste caratteristiche sono sfruttate appieno dai partiti in tutto il mondo democratico. Qualsiasi portale politico non può prescindere da tali funzioni, eppure questa struttura sembra ancora tendenzialmente opprimente verso le stesse funzioni che ospita. Possiamo affermare che i portali ufficiali dei partiti, pur vestendo panni libertari e democratici, mantengono in sè connotati di chiusura poichè non permettono lo sviluppo potenziale della libertà dell’utente. Le possibilità esprimibili sono limitate all’interno del portale e qualsiasi interazione con l’esterno è di fatto negata a priori. Il partito deve mantenere il ruolo di faro per la società che vuole rappresentare, deve dettare l’agenda e mantenere un controllo (anche solo ideologico o simbolico) sugli elettori. Per far questo crea un ambiente e una struttura che ritiene sicuri e adatti per i propri scopi. Questi portali sono semplici, funzionali, sociali, partecipativi e permettono mix multimediali personalizzabili eppure per come sono costruiti rappresentano pur sempre una scatola chiusa che è un limite e che segna un confine. All’interno di questa scatola il partito ti permette di esprimere quello che senti personalizzando i messaggi

a

disposizione

ma

allo

stesso

tempo

cerca

di

immobilizzarti in quella posizione impedendoti di allargare la tua sfera d’azione oltre i confini del portale. Una conferma di quanto sosteniamo è a portata di click entrando negli spazi non ufficiali dei partiti presenti nei vari social network. Non ufficiali in quanto non esplicitamente autorizzati dal


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partito centrale o certificati da quest’ultimo ma ugualmente importanti visto che sono costruiti dagli elettori stessi. In questi spazi si trova veramente di tutto: dal dissenso più duro su una particolare politica attuata dal partito che si sostiene, al totale allineamento che sfocia in un vero e proprio idolatrismo; dall’alterazione del simbolo elettorale (in favore per esempio di uno ritenuto più rappresentativo di una specifica comunità votante) alla discussione sul cambio di leadership. Per tastare il polso della situazione, seppure in modo superficiale, cerchiamo i due principali partiti italiani nel motore di ricerca interna di Facebook. La maggior parte dei risultati sono ovviamente gruppi di elettori del partito allineati o che di poco differiscono dalla direzione nazionale. Molti altri però sapranno sorprenderci con i più azzardati artifici grafici o concettuali. Si va dalla semplice aggiunta al logo della scritta relativa all’origine territoriale del gruppo a frasi di tutti i tipi. Solo a titolo esemplicativo citiamo il “Partito Democratico Sardo” in cui sul logo originale campeggia la scritta “sempre rossi per sempre sardi” o il “Partito Democratico Sedico” in cui il logo è “sporcato” dalla stilizzazione dei confini del comune veneto. Oltre ad aberrazioni grafiche che farebbero inorridire lo staff della comunicazione ufficiale del PD ci sono altre rinegoziazioni del significato dei logos altrettanto interessanti. Il “Partito Democratico Sassari” non usa il logo ufficiale del proprio partito ma quello del corrispondente americano dal quale il primo deriva, cioè l’asinello a stelle e a strisce. Due gruppi Facebook

chiamati

semplicemente

“Partito

utilizzano ancora il vecchio logo de “L’Ulivo”.

Democratico”


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Dall’altra parte della barricata le cose non stanno diversamente. Cercando tra i gruppi Facebook “Popolo della Libertà” viene fuori un pò di tutto: dal gruppo che invece del logo ufficiale utilizza la “Fiamma Tricolore” del Movimento Sociale Italiano a quello che all’interno del logo inserisce la Regione Puglia completa di tutte le province e con un colore diverso per ognuna, violando completamente gli equilibri del logo originale. Dal gruppo di Scandicci che come immagine principale utilizza la foto del giornale del partito sistemato in una panchina presumibilmente di un parco, a quello di Abano Terme che inserisce sopra il logo una foto di Berlusconi e una di Fini, palesando le criticità del dibattito odierno

sulla

leadership

del

partito

con

una

nonchalance

disarmante. Per continuare con il gruppo che muta addirittura il nome del partito in “Popolo Toscano della Libertà” a quello di Frattamaggiore che utilizza la foto di una statua del comune con una nuvoletta fumettistica che dice: “Rialzati Frattamaggiore”. Ci siamo volutamente dilungati su questi esempi perchè ben fanno capire come è proprio nei luoghi in cui il controllo non può essere esercitato a dovere da parte degli organi dei partiti che le caratteristiche del web 2.0 esplodono nel loro potenziale. A questi esempi si aggiunga anche il fatto che nello spazio ufficiale del Popolo della Libertà su Youtube, cioè su uno dei più grandi social network esistenti, non sia consentito votare nè commentare i video. In pratica si tolgono due delle più importanti proprietà di Youtube. Così come nello spazio del social network destinato alla web-tv del Partito Democratico siano sì consentiti i commenti ma non ne sia presente nemmeno uno sul canale e massimo sei in un video. Questo significa o che i criteri per commentare i video sono


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particolarmente restrittivi o che gli utenti stessi colgono quello come uno spazio non appropriato per poter discutere insieme. Concludendo possiamo affermare di aver messo in evidenza come anche un portale interattivo e dinamico pienamente inserito (o a questo punto sarebbe meglio dire che sembra pienamente inserito) nel contesto del web 2.0 sia in realtà ancora molto statico e impermeabile ai contributi diretti e senza filtro degli utenti. Per provare a superare questo problema e dimostrare come in realtà una struttura partitica diversa derivante dal contributo diretto e partecipato degli utenti è possibile andiamo ora ad analizzare un partito politico nuovo, nato cinque anni fa, che riteniamo all’avanguardia per il rapporto con le nuove tecnologie e già pensato e progettato secondo una nuova visione architettonica: la globalizzazione deve essere glocalizzazione, bisogna pensare globalmente e agire localmente.


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Capitolo Secondo indipendèntzia Repùbrica de Sardigna

Noi siamo iRS Noi non siamo italiani. Noi non siamo autonomisti. Noi non siamo sardisti. Noi non siamo nazionalisti. Noi non siamo gli indipendentisti che non credono nell’indipendenza. Noi siamo iRS – indipendèntzia Repùbrica de Sardigna (Manifesto politico iRS, 2002).

Il movimento indipendentista sardo “indipendèntzia Repùbrica de Sardigna” (d’ora in poi useremo solo l’acronimo iRS) nasce nel 2004 per conseguire un obiettivo chiaro: l’indipendenza politica della Sardegna e la costruzione della futura repubblica sarda. Questo nuovo soggetto, per posizionarsi all’interno del panorama politico sardo, si definisce per negazioni (noi non siamo...) e in questo modo prova a distaccarsi il più possibile dagli altri attori politici e a mostrarsi come un qualcosa di nuovo. Il breve brano tratto dal manifesto politico del movimento rappresenta la pietra miliare, la base dalla quale poi si generano tutte le altre considerazioni

storico-culturali

tipiche

dei

movimenti


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indipendentisti Europei2. Non a caso queste poche righe sono utilizzate sin da subito come banner on line e come spot televisivo, a suggellare l’importanza di queste definizioni per la propria identità politica e a spiegare il perchè della nascita di un nuovo partito indipendentista. Affermare di non essere italiani presuppone la considerazione che la Sardegna non è Italia e che i sardi sbagliano a sentirsi italiani. Come movimento indipendentista questo è il punto iniziale dal quale muovere il proprio cammino. Gli indipendentisti di iRS non si sentono italiani per ragioni politiche, storiche e culturali. Inquadrano la storia sarda come “una ricerca continua della libertà” (Sedda, 2008, intervento a “Festa Manna”, Sardegna 2009. iRS

elezioni

sarde

http://www.teleindipendentzia.net/politica/pol133.php)

e

e

vedono

la l’Italia

sfida (e

la

alle Sardegna

prossime stessa,

ma

lo

vedremo

successivamente) come ultimo ostacolo nel cammino verso l’autodeterminazione. Più articolato e complesso è il discorso sul non essere autonomisti e non essere sardisti. Queste due negazioni sono da inscriversi nella storia sarda successiva all’unità d’Italia. La Sardegna è una Regione Autonoma e ha quindi uno Statuto Speciale che regola porzioni di sovranità che lo Stato stesso ha concesso all’isola viste le particolari circostanze storiche post-unità. Gli indipendentisti di iRS ritengono l’autonomia un sistema dello Stato italiano per arginare la spinta indipendentista e integrare i sardi nell’Italia pur concedendo la condizione di specialità. Se il

2

A questo proposito si vedano i rapporti internazionali tra Sardegna e Paesi Baschi, Catalogna, Scozia, Corsica, ecc. (www.irs.sr).


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punto fondante l’identità di un indipendentista di iRS è il non sentirsi italiano è conseguente anche l’impossibilità di sentirsi italiani speciali o, com’ è uso comune in Sardegna, definirsi “prima sardi e poi italiani”. Il non essere sardisti è intimamente legato a questa stessa condizione di specialità costituzionalmente garantita dall’Italia e negoziata dal Partito Sardo d’Azione (da qui il termine sardisti) negli anni venti. Nonostante la sua recente politica infatti quest’ultimo soggetto è considerato dall’opinione pubblica un partito

fortemente

autonomista,

quasi

con

un’

accezione

indipendentista, ma ha la colpa, sempre secondo iRS, di aver integrato

forzatamente

i

sardi

nell’Italia

con

l’escamotage

dell’autonomia e l’elemosina di un pò di sovranità. Dal punto di vista sociologico infatti iRS sostiene che i sardi (come popolo) si sentano “prima sardi poi italiani” e non “solo sardi” proprio in virtù di questa negoziazione operata dal Partito Sardo d’Azione e poi fatta propria da tutte le forze dell’arco parlamentare regionale. Il sardismo è ora infatti un valore che prescinde dal partito stesso. Scrive Carlo Pala: [...] i diversi partiti nazionali operanti in Sardegna considerano quasi tutti indistintamente un valore aggiunto la sua (del Partito Sardo d’Azione ndr) presenza nella maggioranza di governo [...] (Pala, 2009).

Gli

attivisti

di

iRS

specificano

quindi

la

loro

non-

appartenenza alla schiera dei sardisti per negare la visione del popolo e di sè stessi insita nel concetto stesso di sardismo, ovvero


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negano quella “doppia retorica nazionalista”

che affianca alla

Patria (italiana) la Piccola Patria (sarda) (Sedda, 2002). Con le ultime due negazioni si completa la rottura con il sardismo e con gli altri partiti indipendentisti presenti in Sardegna: l’essere non-nazionalisti e il credere veramente nell’indipendenza sono affermazioni che puntano il dito contro gli altri soggetti politici che, pur volendo conseguire il medesimo obiettivo di iRS, hanno la colpa di aver rallentato il processo verso l’indipendenza poichè incapaci di modernizzare la loro azione e utilizzare categorie più appropriate e coerenti con la propria scelta politica. Capiamo bene che per chi non è sardo e/o non conosce le dinamiche politiche in Sardegna è un pò complicato capire il quadro da noi descritto in modo così sintetico. Per questo motivo utilizziamo un breve estratto di Gnosis, una rivista di intelligence: Consideriamo la Sardegna come una sorta di moderno laboratorio politico, perché essa ci appare come una terra in cui si dibatte e si discute, un luogo in cui l'alto tasso di cultura politica fa sì che fenomeni, spesso considerati dai 'continentali' come

semplici

espressioni

del

malcontento

popolare

o

fattispecie di reati perseguibili dalla legge, vengano valutati e analizzati in una prospettiva più ampia, che tiene conto anche delle radici storiche e culturali dell' isola. E' una terra in cui l'estremismo tenta l'esperimento, sinora fallito 'in continente', di convogliare in un unico alveo le più diverse istanze 'antisistema', in nome di un obiettivo comune che, in questo caso, si identifica con 'la liberazione dallo Stato colonizzatore italiano' (Gnosis, n2/2005).


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La Sardegna è un’isola spazzata continuamente non solo dal maestrale ma anche dal vento della politica, in un equilibrio precario tra Italia e Sardegna stessa. Scossa continuamente da sentimenti forti di appartenenza nazionale all’Italia e da forze indipendentiste che per varietà e politiche sono confrontabili con le altre realtà europee nelle così dette nazioni senza stato.

Nascita di un partito on line Abbiamo

precedentemente

affermato

che

iRS

nasce

ufficialmente come movimento nel 2004, in occasione delle elezioni per il rinnovo del Consiglio Regionale in Sardegna e raggiungendo il 2% di voti. Come è spiegabile questo risultato? Per capire le ragioni del successo – considerando che è un partito indipendentista e in più appena nato - dobbiamo fare qualche passo indietro e andare al 1998, anno in cui Franciscu Sedda, Frantziscu Sanna e Franciscu Pala, tre giovani studenti sardi, pubblicano “Su Cuncordu”: [...] è un sito che mira alla creazione della ‘comunità virtuale’ del Popolo Sardo, comunità in costruzione che sia realizzazione della nostra Indipendenza, individuale e collettiva. Per partecipare all’arricchimento di questo sito con propri articoli, proposte, immagini e quant’altro non occorre dunque nessuna adesione o iscrizione. Questa comunità vive del vostro contributo creativo (www.sucuncordu.net).

In queste poche righe di presentazione del sito gli autori condensano una serie di concetti che sono la base del loro volere


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inserendoli nel contesto all’interno del quale vogliono muoversi. La “comunità virtuale” è qui definita come partecipazione e arricchimento. Come causa ed effetto della collaborazione tra utenti in un’equazione nella quale la condivisione porta ricchezza per l’intera comunità. È facile cogliere in questi spunti sia il concetto di “intelligenza collettiva” di Levy sia quello successivo e derivato di “intelligenza connettiva” di De Kerckhove. L’intelligenza collettiva si definisce come “un’intelligenza distribuita ovunque, continuamente valorizzata, coordinata in tempo reale, che porta ad una mobilitazione effettiva delle competenze” (Levy, 1994). Parte dal presupposto che, poichè “nessuno sa tutto, ognuno sa qualcosa” (ibidem), sia auspicabile un coordinamento diffuso che possa migliorare e accrescere il sapere universale. Qualche anno più tardi De Kerckhove sposterà ulteriormente l’orizzonte parlando di “intelligenza connettiva” (2001), concretizzando, attraverso la rete, la metafora di Levy e ponendo l’accento sui nodi nei quali si articola questa intelligenza. I nodi di cui parliamo sono portali, siti, blog, forum e social network interconnessi tramite link ipertestuali, che consentono la relazione tra intelligenze, persone, concetti, e in questo modo un pensare collettivo che non è semplice somma ma moltiplicazione. Molto suggestivo, e intepretabile a favore di questa visione delle cose, è il discorso che Steve Jobs, fondatore di Apple, ha tenuto alla Stanford University in occasione della consegna della sua laurea honoris causa: [...]La prima storia è sull'unire i puntini. Ho lasciato il Reed College dopo il primo semestre, ma poi ho continuato a frequentare in maniera ufficiosa per altri diciotto mesi prima di


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lasciare veramente [...]. Nell'attimo che mollai il college, potei anche smettere di seguire i corsi che non mi interessavano e cominciai invece a capitare nelle classi che trovavo più interessanti [...]. Tutto quello in cui inciampai semplicemente seguendo la mia curiosità e il mio intuito si rivelarono in seguito di valore inestimabile. Vi faccio un esempio. Il Reed College all'epoca offriva probabilmente il miglior corso di calligrafia del paese [...] decisi che avrei seguito il corso di calligrafia per imparare a scrivere così [...] dieci anni dopo, quando ci trovammo a progettare il primo Macintosh mi tornò tutto utile. [...] è stato il primo computer dotato di una meravigliosa capacità tipografica. Se non avessi mai lasciato l'università e non avessi poi partecipato a quel singolo corso, il Mac non avrebbe probabilmente mai avuto la possibilità di gestire

caratteri

differenti

o

font

spaziati

in

maniera

proporzionale. E dato che Windows ha copiato il Mac è probabile che non ci sarebbe stato nessun personal computer con quelle capacità. [...] Certamente all'epoca in cui ero all'università era impossibile unire i puntini guardando il futuro. Ma è diventato molto, molto chiaro dieci anni dopo, quando

ho

potuto

guardare

all'indietro

(http://it.youtube.com/watch?v=gXJA5XAw3xg).

È incredibile l’evocatività di questo lungo brano; come la metafora dei puntini che con il tempo si uniscono in un disegno, rimandi molto fedelmente all’immagine della rete e di quei nodi di cui scrivevamo sopra. Certo può sembrare un pò forzato come paragone; eppure “inciampare” casualmente seguendo il proprio “istinto” è tipico del sistema intertestuale nel cyberspace; scoprire qualcosa di nuovo,


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una serendipity inaspettata, come il destino sconosciuto di Steve Jobs. La rete, a nostro avviso, è proprio questo: un meccanismo che permette l’unione dei puntini alla ricerca dell’esperienza da fruire. Un meccanismo che può essere frutto del caso come di una pratica consapevole. Quello che c’è in mezzo tra un link e l’altro siamo noi stessi con la nostra curiosità. C’è l’essere umano in un equilibrio precario ma costante tra correnti trascinanti esterne e impulsi interni per orientare il proprio movimento. All’interno di quest’ultima linea-guida sembra trovarsi “Su Cuncordu” che rivendica di essere un “moderno e versatile contenitore capace di catalizzare le produzioni intellettuali e artistiche

e

le

elaborazioni

socio-politiche

dei

sardi”

(www.sucuncordu.net). D’altra parte se andiamo a vedere cosa significa Su Cuncordu troviamo la traduzione fedele, espressa in metafora, dei concetti di cui sopra. Su Cuncordu è riferito ad un tradizionale canto sardo a tenore chiamato appunto “a cuncordu”3. E’ un coro all’interno del quale quattro voci diverse si fondono in una sinfonia che non è più la somma delle voci ma un qualcosa altro, in divenire. Il senso e il valore

del

“cuncordu”

nascono

solo

nell’unione

e

nella

coordinazione delle varie parti, dato che queste da sole producono suoni al limite del non senso e dell’inascoltabile: sillabe e vocali

3

È un canto a tenore nel quale le voci sono particolarmente affini, si accordano. È il canto polifonico più antico del mediterraneo ed è patrimonio intangibile dell’umanità, sancito dall’UNESCO. È composto da una voce che intona (Sa Boke), dal bordone, cioè un suono gutturale che prende la nota e la sua ottava bassa contemporaneamente (Su Bassu), da una seconda voce gutturale dal suono profondo o metallico (Sa Contra) e da una voce più alta che fiorisce e orna (Sa Mesuboke).


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gutturali prive di significato. La musicalità emerge però attraverso il ritmo, le sincopi e le battute. Importante, all’interno del “cuncordu”, e per la nostra stessa tesi, è anche il concetto di improvvisazione, basilare per chiunque si cimenti con questo coro. Il nuovo e la sperimentazione si creano continuamente nonostante si battano piste tradizionali e si usino metriche standardizzate ogni volta. La composizione delle parti e l’estro del poeta (sa boke, l’unica voce che usa le parole nel canto) s’inscrivono in un contesto decodificato per veicolare messaggi e ritmi sempre nuovi. Bassu, contra e mesuboke diventano una voce sola con un ritmo unico. In questa metafora i tre studenti sardi trovano una sintesi del loro pensiero e riescono a concretizzarlo: dalle basi concettuali di Su Cuncordu e dalla community del sito infatti nascerà iRS; il canto a tre diventa sinfonia di molti.

Nasce l’indipendentismo organizzato La struttura di iRS incarna in tutto e per tutto i propositi degli esordi on line. È un’organizzazione il più fedele possibile al concetto di comunità partecipante all’interno della quale ognuno ha un proprio know how (leggi intelligenza ed esperienza insieme) e un proprio posizionamento orizzontale all’interno della struttura stessa. Per comodità espositiva dividiamo l’organizzazione in due macro-aree: la struttura territoriale (locale) e la struttura fluida (globale), ponendo l’attenzione più sulla seconda che sulla prima.


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La struttura che abbiamo definito territoriale, in quanto tangibile, visibile, presente localmente, è composta dai TzdA (Tzentros de Atividade, centri di attività). Ognuno di questi è: l’unità organizzativa più legata al territorio; è formato dagli attivisti e dal responsabile locale; pubblicizza le iniziative del Movimento e lo porta sul territorio; organizza incontri politici, culturali e di svago; partecipa alla vita del Movimento [...] (Documento Organizzativo iRS, 2007).

I TzdA sono quindi le unità di base della struttura “tradizionale” di un movimento politico. Per certi versi possono essere considerati come le sezioni partitiche sparse sul territorio, anche se hanno più autonomia e importanza nel processo decisionale complessivo: A livello organizzativo il TzdA decide il proprio Responsabile locale con discussioni e delibere a cui potranno partecipare i Responsabili Regionali e Nazionali; a livello politico prevede discussioni, elaborazioni, critiche, proposte; è compito del Responsabile locale prendere nota di tutti gli interventi e tenerne conto in fase di progettazione politica con i Responsabili Nazionali e Regionali. (Documento Organizzativo iRS, 2007).


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(Due fotogrammi tratti dallo spot iRS 2008 che spiegano la struttura dei TzdA di iRS e le funzioni che svolgono. Fonte: http://www.youtube.com/watch?v=wCw3rz_4Ez8&feature=c hannel_page).

A scanso di equivoci e per una migliore comprensione delle citazioni tratte dai documenti del movimento, specifichiamo che iRS scrive di contesto “nazionale” quando si riferisce alla Sardegna e di contesto “regionale” in riferimento alle province sarde. Il TzdA è un organo di passaggio, un filtro osmotico che veicola la politica del movimento sul territorio e allo stesso tempo fa presenti gli “umori” dei cittadini direttamente all’Assemblea Nazionale. Rispetto alle classiche sezioni dei grandi partiti tradizionali, spesso non allineate alle decisioni prese dall’alto (Billig, 1995), è sicuramente da notare come i fondatori di iRS siano stati abili nell’inglobare e porre al centro strutture in teoria periferiche o comunque locali. Allo stesso tempo riteniamo che la rappresentanza così decisa, in sede di Assemblea Nazionale, a lungo andare comporti non pochi problemi relativi alla gestione di molti partecipanti. Sospendiamo quindi momentaneamente il nostro giudizio sul reale funzionamento di questo sistema poichè il movimento è ancora troppo scarsamente radicato in loco e


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probabilmente riesce a funzionare, senza ulteriori vincoli di statuto interno,

proprio

per

la

sua

ridotta

presenza

territoriale.

Successivamente torneremo sull’argomento. Per quanto riguarda la struttura fluida abbiamo una grande varietà di organi che vedremo nel dettaglio analizzando le funzioni e il modus operandi. Il massimo organo politico è l’Assemblea Nazionale: [...] ha una rappresentanza nazionale, regionale e organizzativa; [...] discute ed elabora le nuove iniziative del Movimento [...]; definisce tempi e modalità di ripartizione del lavoro interno e ne

verifica

mensilmente

l’attuazione.

(Documento

Organizzativo iRS, 2007).

L’Assemblea Nazionale si riunisce mensilmente in un luogo da specificare ogni volta. Può essere quindi considerato un organo itinerante che si muove in base alle necessità contingenti. Il riunirsi materialmente per incontrarsi a parlare può essere considerato, all’interno di questa tesi, come un residuo della politica old style, soprattutto se poi si nota che l’Assemblea Nazionale di iRS svolge il suo ruolo politico quotidianamente on line, in una seduta permanente e costante sul web attraverso il così detto “forum interno”. Questo è appunto lo strumento che meglio può esemplificare

le

principali

caratteristiche

del

Web

2.0.

Un’applicazione che prima ancora di dare la parola agli utenti, regolamenta le discussioni attraverso i topic, cioè gli argomenti. La divisione per contenuti è fondamentale perchè i thread siano sempre tesi verso un qualcosa di risolutivo e soprattutto perchè


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focalizzino l’attenzione di quegli individui veramente interessati e quindi non ci siano possibilità di “uscire fuori tema”. Il forum interno di iRS è un organo decisionale a tutti gli effetti, considerabile Assemblea Nazionale tout court; giornalmente si prendono decisioni, si scrivono comunicati e si affrontano le varie tematiche considerate politicamente rilevanti. Sono i membri stessi dell’Assemblea, più tutti i tesserati, ad aprire thread se ritengono un particolare argomento degno di nota per il movimento. Va da sè che, per il medesimo discorso fatto precedentemente sulla rappresentanza, questo forum interno risulti parecchio affollato: attraverso il computo di chi ha l’accesso siamo arrivati alla cifra di sessanta persone. Pare strano che un organismo così composito possa deliberare scelte importanti in tempi brevi. Eppure, proprio grazie alle qualità intrinseche accennate prima dei forum on line, come la divisione per argomenti che mitiga notevolmente la confusione e il caos, sembra che i risultati arrivino e siano ritenuti soddisfacenti. Diverso è il discorso per il secondo forum di iRS. Aperto a tutti i simpatizzanti, curiosi o semplici naviganti è visibile a questa pagina: http://www.irs.sr/forum. Nel momento in cui scriviamo contiamo 426 utenti. Per postare ci si deve registrare con un nick “nome.cognome” e se si vuole inserire un avatar questo deve essere “la fotografia reale del volto del forumista. Ogni altro avatar contenente grafiche o fotografie di altro genere verrà cancellato” (Regolamento Forum iRS, 2007). Le rigide e ferree regole per iscriversi al forum sono state pensate per responsabilizzare gli utenti, evitare spiacevoli attacchi personali, molto spesso resi


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possibili dall’identità nascosta, e per evitare la figura del moderatore.

(Altri due fotogrammi tratti dallo spot iRS 2008 che sollecitano l’utente ad entrare nel forum, scrivere il proprio punto di vista e dare le proprie risposte su uno specifico argomento. Fonte: www.irs.sr/forum).

A titolo informativo ricordiamo che sovente iRS si basa sulle considerazioni degli utenti del forum pubblico per calibrare la sua azione politica. Aggiungiamo anche che molti tesserati, e quindi aventi diritto all’accesso al forum interno, hanno mosso i primi passi in quello pubblico. C’è da precisare che i tesserati di iRS sono tali in quanto scelti dal movimento stesso, o meglio, messi alla prova del filtro che il movimento stesso costituisce. L’esatto contrario dunque dei partiti territoriali tradizionali in cui la tessera si fa praticamente a tutti, dato che nei giochi di potere interni conta più la “quantità” che non la “qualità”. La tessera di iRS permette di prendere parte alle scelte del movimento; per averla occorre versare nel conto corrente del movimento la cifra di 120 euro annuali, ma allo stesso tempo viene concessa solo a chi è ritenuto valido e affidabile dalla “comunità” stessa. Va da sè che non è


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considerabile totalmente uno strumento economico poichè viene meno la caratteristica principale di queste forme di finanziamento, ovvero la possibilità di accrescere continuamente il numero di persone che sostengono a titolo oneroso il movimento. Il secondo organo fluido della struttura di iRS è composto dai TzdE (Tzentros de Elaboradura, centri di elaborazione). È la struttura più complessa di iRS, quella più mobile e interessante dal nostro punto di vista. Il TzdE è: [...] composto da un gruppo aterritoriale e tematico di attivisti che lavorano su specifici argomenti. Ha un coordinatore responsabile che partecipa di diritto all'Assemblea Nazionale. La costituzione di ogni TzdE deve essere autorizzata espressamente

dall'Assemblea

Nazionale

(Documento

Organizzativo iRS, 2007).

All’interno di iRS sono presenti tantissimi TzdE composti da altrettante persone che hanno richiesto il permesso all’Assemblea Nazionale per poter discutere, trovare soluzioni e soprattutto poterle esplicitare a nome del movimento stesso. I TzdE più importanti, o meglio più fisiologici per la crescita di iRS, sono stati creati direttamente dai membri dell’Assemblea. I più “attivi” e presenti sono il TzdE Energia, il TzdE Trasporti, il TzdE Università. Un caso a parte è il TzdE Multimedia che ha dato vita ad una serie di progetti e che si è dovuto sciogliere in due differenti TzdE: quello per la web-tv e quello per la web-radio, rispettivamente ai siti www.teleindipendentzia.net e www.radioindipendentzia.net. I TzdE quindi costituiscono il network delle elaborazioni politiche,


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economiche, sociali e culturali di iRS. Sono gruppi indipendenti che formano professionalmente i membri stessi del gruppo attraverso le discussioni. Ogni TzdE ha un piccolo forum tematico o una mailing list interna che permette il coordinamento tra persone spesso non vicine tra loro territorialmente. Ogni qualvolta l’Assemblea ha bisogno di un parere su un determinato argomento specifico può rivolgersi al TzdE opportuno e se non è ancora stato attivato lo si crea sfruttando le competenze dei simpatizzanti.

(Due fotogrammi di un altro spot del 2008 nel quale con la metafora di un palmare si esorta l’utente ad entrare nel mondo di iRS e a tenersi sempre aggiornato consultando tutti i siti del network indipendentista. Fonte: www.teleindipendentzia.net).

È unicamente per fini esplicativi che abbiamo distinto i vari organi e organismi all’interno della struttura, poichè va da sè che sono

intimamente

interconnessi

e

interdipendenti,

nonchè

difficilmente definibili separatamente. iRS è il grasso che unge tutti i meccanismi e li fa girare insieme. La struttura orizzontale, a cerchi concentrici, permette l’osmosi fra più settori e una partecipazione reale, effettiva e produttiva. E’ un meccanismo che continuamente


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rimescola le carte a tutti i livelli, che muta i rapporti e le quantità interne, dalle figure di riferimento agli ultimi arrivati a cui è concesso l’ingresso al forum interno. Una struttura mobile, assolutamente non rigida che sceglie la leadership continuamente in base al problema da trattare o all’incombenza di qualcosa. E’ quindi palese la funzione di networking definita nel primo capitolo e fondamentale proprietà della comunicazione many to many. Il movimento politico diventa un brand, una sorta di marca che certifica le iniziative degli attivisti e soprattutto permette loro di posizionarsi all’interno di esso; ancora, una piattaforma che eroga servizi, informazioni e opinioni finalizzate a costruirne di nuove. Dal basso e lasciando poi libertà di movimento ai singoli. In conclusione possiamo affermare di aver trovato l’essenza della struttura complessiva di iRS, locale e globale, territoriale ma fluida, nella sua capacità di accogliere personalità, esperienze e professionalità anche tradizionalmente lontane dal mondo della politica in generale o dell’indipendentismo nello specifico. La sua mission è attivare ogni singolo cittadino affinchè, con la propria coscienza, formi e plasmi iRS a sua immagine e somiglianza, per il proprio e altrui benessere.


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Capitolo Terzo Nuovi media e progetti politici

Le campagne elettorali del 2004 e del 2005 La brevità e la sinteticità del nostro discorso in questa sede fa sì che si debbano saltare periodi e momenti, pur importanti, della vita politica di iRS. Volutamente tralasceremo quindi le elezioni regionali sarde del 2004, quelle provinciali del 2005 per concentrarci su quelle, nuovamente regionali, del 2009. È altresì vero però che forniremo qualche dato per comprendere il continuum temporale e così cogliere appieno la progressione quantitativa e qualitativa di iRS. L’esordio alle urne, nel 2004, è stato notevole per tutti gli analisti sardi: con un solo anno di vita e correndo da solo iRS riesce a conquistare l’1,13% del totale, pari a 9.724 voti. Il candidato presidente Gavino Sale raggiungerà l’1,91% del totale, pari a 18.638 voti. Alla prima competizione elettorale iRS dimostra di poter superare partiti ben più affermati e radicati nel territorio o nelle istituzioni come per esempio i Verdi (0.82%), il Nuovo PSI (1,04%), l’alleanza Di Pietro-Occhetto (0,99%) o l’altro storico partito indipendentista Sardigna Natzione (0,58%).


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Nelle elezioni del 2005 per il rinnovo del consiglio provinciale di Sassari iRS riuscirà ad arrivare al 3,7%, pari a 6.758 voti singoli e raggiungendo lo storico obiettivo di far eleggere il suo candidato presidente Gavino Sale con il 4,3% pari a 8,384 voti totali)4. In che modo si è potuto verificare questo exploit in così poco tempo? Vediamo brevemente come, da subito, iRS si sia messo in evidenza nella società sarda attraverso un insieme importante di azioni simboliche. Una di queste ha avuto profonde ripercussioni sul dibattito pubblico, e anche grazie all’apertura di un’ inchiesta da parte della magistratura, si è portata avanti per lungo tempo fissandosi così nel ricordo dei sardi. Si tratta di un azione denominata

la

“Collina

dei

veleni”

(http://it.youtube.com/watch?v=5w81GbTh1Pk).

Gli

indipendentisti di iRS sono entrati nella proprietà dell’ex Enichem a Porto Torres, in provincia di Sassari, con ruspe e gru e, con appositi vestiti e mascherine, hanno disotterrato rifiuti tossici occultati in anni e anni di mala gestione del polo industriale. Un’altra azione importante per la costruzione dell’identità di iRS è quella

chiamata

“l’invasione

di

Villa

(http://it.youtube.com/watch?v=QWc5aGomdzk),

Certosa” residenza

estiva di Silvio Berlusconi. Scopo dell’azione era affermare la sovranità dei sardi sul proprio territorio contro il segreto di Stato che l’allora premier aveva fatto apporre sulla sua proprietà. [...] Questa azione serve a far capire ai sardi che non devono aver paura di niente. Non esiste nessun potere che non possa essere affrontato e messo in crisi con l’intelligenza e

4

Fonte: Regione Autonoma della Sardegna – www.regione.sardegna.it


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l’immaginazione [...] (Gavino Sale, “Vogliamo scuotere le coscienze libere”, intervista a cura di Giacomo Bassi, da Il Giornale di Sardegna del 20 marzo 2005)

Di questa azione parlarono ovviamente tutti i principali mezzi di informazione nel mondo ma in Sardegna, oltre ad esserci la normale curiosità rappresentata dal fatto che un movimento nuovo (nome, simbolo e modus operandi inediti per i sardi) si affacciava sulla scena politica, c’era anche una sorta di spaesamento concettuale derivato dal fatto che il leader di iRS Gavino Sale è uno dei politici più famosi in Sardegna: [...] tra le figure più caratteristiche dell'indipendentismo spicca Gavino Sale, esponente 'storico' di 'Sardigna Natzione' [...] Intorno al 2000 Gavino Sale lascia 'Sardigna Natzione' per contrasti sulla linea politica ritenuta troppo morbida e fonda 'Indipendèntzia Repùbrica de Sardigna' [...] (Gnosis, n. 2/2005) http://www.sisde.it/Gnosis/Rivista3.nsf/ServNavig/7

Ma allora perchè nonostante la rilevanza dei risultati abbiamo scelto di tralasciare queste elezioni e balzare direttamente alle ultime consultazioni popolari? Scopo della nostra tesi è dimostrare come l’utilizzo delle nuove tecnologie non sia più strumentale (cioè non abbia solo funzioni pratiche) ma sia invece ormai fondante e presente nell’architettura profonda del fare politica. O in altri termini, la rete, e la reticolarità più in generale, come modello e contenuto dell’attività politica. Da questo punto di vista è solo con le elezioni del 2009 che vediamo


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iRS correre con le proprietà analizzate nel precedente capitolo e che rappresentano appieno la nuova struttura orizzontale. È solo nella campagna

elettorale

del

2009

che

possiamo

definire

la

comunicazione di iRS multimodale. Le azioni eclatanti e simboliche di cui abbiamo parlato poco sopra sono infatti solo una parte dell’agire

politico

comunicazione

di

iRS.

moderna

Rappresentano le

cui

residui

caratteristiche

di sono

una la

banalizzazione dei concetti, la notiziabilità, la semplificazione e la generalità; ovvero esattamente quelle caratteristiche che sono tipiche dei mezzi di comunicazione tradizionali e della televisione in particolare. La comunicazione multimodale invece [...] deve mettere in atto – il più possibile e nel modo più coerente – una compresenza e combinazione di molti, per dirla con Meyrowitz (1985), ambienti di comunicazione (dalle piazze a Internet, passando per la televisione), molti stili di intervento (dalla reazione appassionata alla compostezza, al silenzio quando ci vuole), molti modi di rappresentare i cittadini (non solo

passivi,

ad

esempio,

ma

neanche

troppo

attivi

[...])(Cosenza, 2007).

Come vedremo successivamente iRS attuerà queste strategie di comunicazione multimodale nelle consultazioni per il rinnovo del consiglio regionale sardo del 2009. Consideriamo invece le consultazioni del 2004 e quelle del 2005 come passaggi intermedi nel cammino evolutivo del movimento, come forme ibride e ancora immature della struttura odierna. È anche vero che alcune particolarità, come scritto in precedenza, erano presenti già ai tempi di Su Cuncordu e avevano incuriosito l’opinione pubblica


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proprio per questo. Per certi versi infatti si era manifestato un certo stupore per il fatto che un movimento indipendentista, considerato stereotipicamente “arretrato”, potesse essere a suo agio con i nuovi media. Dal punto di vista della nostra tesi è dunque impossibile analizzare i processi di una struttura tipica dei new media nelle elezioni precedenti quelle del 2009.

La campagna elettorale del 2009 Abbiamo detto che nelle elezioni per il rinnovo del consiglio regionale sardo iRS ha quasi raddoppiato i voti arrivando al 2,6% delle preferenze complessive per un totale di 16.868 voti. Gavino Sale, nuovamente candidato per la presidenza della Regione, ha ottenuto il 3,06% pari a 29.640 voti unici5. Proviamo ora a capire come le nuove tecnologie e la comunicazione di iRS siano state in grado di catalizzare l’attenzione e il voto di circa 30.000 sardi. Crediamo sia utile partire da una citazione che allarga il quadro della situazione e ci permette di voltare il nostro sguardo anche verso gli altri attori politici in gioco. Si tratta della prima intervista rilasciata da Renato Soru a Il Sole 24 Ore all’indomani della sconfitta elettorale. Il giornalista Paolo Madron prova a capire i perchè della disfatta e chiede al patron di Tiscali: D: Dopo la sconfitta ha confidato ai suoi che internet non bastava, che bisognava costruire le case del popolo. Ha detto del o per il popolo?

5

Fonte: Regione Autonoma della Sardegna – www.regione.sardegna.it


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R: Ho detto che c'è bisogno di luoghi dove ci si potesse riunire, dibattere,

confrontarsi,

anche

socializzare.

Qualcuno

ha

ricordato che una volta c'erano le case del popolo. D: Il web non è una casa abbastanza grande? R: Se guardassimo al web avremmo stravinto, avevamo migliaia di post contro le loro (del centro-destra, ndr) poche decine. Su Facebook una marea di gente si è registrata sul mio profilo. Evidentemente però internet non basta a vincere le elezioni.

No, internet non basta. Al governatore uscente non è bastato nemmeno il media mix messo in campo tra stampa, tv e, appunto, internet. Evidentemente il rivale Ugo Cappellacci e il terzo incomodo Silvio Berlusconi, protagonista come gli altri in questa campagna elettorale, hanno saputo meglio somministrare la dieta mediale all’elettorato, equilibrando le risorse e puntando più sui tradizionali sistemi elettorali, come spot televisivi e affissioni in tutta la Sardegna, che sui nuovi mezzi di comunicazione. Ci sembra lampante questa citazione perchè, essendo Soru il fondatore del primo provider internet in Italia, è credibile e informato quando afferma che se si fosse votato online il Partito Democratico

avrebbe

stravinto

e

lui

sarebbe

nuovamente

governatore. Non si può certo pensare che sia una boutade o un’esagerazione dettata dalla ricerca di una piccola rivalsa orgogliosa.


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Soru è cosciente di questa realtà altra, sa che esiste una parte della società civile, un pezzetto di cittadinanza, che vive, lavora, si informa, partecipa su internet. Soru ha i dati di accesso al suo blog e vede continuamente i naviganti discutere e scambiarsi opinioni, conta le migliaia di post dei suoi simpatizzanti e può valutare i numeri del rivale. Eppure, nonostante questo e nonostante l’ambiente dal quale proviene, sembra rivolgersi nostalgicamente a luoghi reali, come “le case del popolo”, nei quali riunirsi, dibattere e anche socializzare. Probabilmente questo suo ragionamento deriva anche dal fatto che spesso le comunità su internet sono chiuse e autoreferenziali mentre la presenza sul territorio in tutte le sue forme permette l’incontro con gli indecisi, con i distratti e anche con gli avversari. Da queste considerazioni di Soru scaturisce un mondo virtuale che è in realtà isolato, impermeabile, incapace di comunicare con l’esterno. Il richiamo al passato delle “case del popolo” sembra ricordare un tempo idilliaco nel quale le persone discutevano fra loro ed erano capaci di influenzare la società e, conseguentemente, vincere le elezioni. A nostro avviso il fulcro della questione non è il luogo, reale o virtuale, nel quale si discute e nel quale si partecipa alla vita civile di un paese, ma è invece l’interruzione di comunicazione tra le varie sfere della società. Possiamo equiparare i luoghi reali e virtuali di discussione pubblica ma non possiamo in nessun modo equiparare anche i risultati ottenibili. Le case del popolo infatti storicamente sembrano essere più efficaci nella comunicazione ed elaborazione politica di quanto non lo siano le nuove tecnologie. Questo è ovvio per due ragioni principali: la prima è relativa al


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digital

divide

o

meglio

all’inclusione/esclusione

digitale

(Bentivegna, 2009) che spezzetta la società in individui che hanno l’alfabetizzazione corretta per utilizzare al meglio le nuove tecnologie e in individui che invece (per ceto, età) sono esclusi dal variegato mondo di internet. A questo proposito è utile ricordare che le [...]

caratteristiche

sociali

e

posizionali

degli

individui

congiuntamente alla disponibilità di risorse di diversa natura (fisiche, culturali, comunicative e relazionali) influiscono sull’acquisizione

delle

competenze

digitali,

prima,

e

sull’elaborazione dei processi di appropriazione tecnologica, poi (Bentivegna, 2009).

La seconda è relativa al vuoto valoriale creatosi per la sparizione dei partiti tradizionali. È interessante e utile ai fini della nostra tesi capire in che modo i luoghi reali e quelli virtuali, pur svolgendo gli stessi compiti, non portano ai medesimi risultati. Probabilmente le differenze vanno cercate nel sistema in generale e non nelle singole caratteristiche. Dalle case del popolo ai post sui blog non è cambiata solo la tecnologia, è cambiata soprattutto la politica. Per quarant’anni i grandi partiti di massa fondatori dell’Italia repubblicana avevano rappresentato il principale tramite di collegamento tra un centro ancora fragile e una periferia ancora troppo autoreferenziale. Creando alla base un tessuto comune di riferimento, quel collante subculturale che aveva fatto fare un salto di qualità – e di scala – ai caratteri originali italiani: familismo, particolarismo, municipalismo trasformati da istituti


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di (auto) conservazione in strumenti di partecipazione (Calise, 2006).

E ancora [...] i partiti svolgevano accanto alla funzione di articolazione della domanda politica anche quella – fondamentale – di una sua aggregazione. Con una mano – anzi, mille mani – raccoglievano e canalizzavano le spinte frammentarie della società, e con l’altra le trasformavano in una volontà collettiva (ibid.)

Ci sembra dunque che il fulcro del problema sia proprio qui. Perchè i partiti non svolgono, o non riescono più a svolgere, questo compito basilare per la loro stessa sopravvivenza? Perchè non riescono più a porsi come fari che orientano le spinte frammentarie della società e riescono a trasformarle in collettività? Una causa è sicuramente da ricercare nella perdita delle ideologie da parte dei grandi partiti che hanno fatto la storia della prima repubblica. Nella perdita cioè di quel collante rappresentato dalla vision, dall’ideale comune che una collettività decide di sposare per migliorare sè stessa e la società in cui vive. I grandi partiti di massa fornivano gli strumenti concettuali per interpretare la realtà e renderla in questo modo più comprensibile; costruivano strutture all’interno delle quali le persone potevano riconoscersi e sentirsi parte di qualcosa in cui credere. Avevano insomma un’identità forte, chiara e definita mentre ora sarebbero divenuti partiti pigliatutto che pongono l’accento sulle issues e sulla


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leadership invece che sull’ideologia (Panebianco in Pasquino, 1997). Sempre in questa prospettiva possiamo notare che i partiti pigliatutto “non investono nè tempo nè energie nel reclutamento di iscritti e nella presenza territoriale facendo affidamento, per la raccolta del voto, sulla visibilità della leadership” (Pasquino, 1997). Questo, a nostro avviso, comporta la creazione di quel vuoto valoriale di cui scrivevamo sopra e che altro non è se non il famoso “distacco” del cittadino dalla politica. Il sentimento tanto in voga ultimamente che attesta la percezione di una lontananza dei rappresentanti dai rappresentati. I cittadini si sentono poco coinvolti e interpellati solo in fase di campagna elettorale. Un esempio in questo senso lo troviamo sempre all’interno del blog di Renato Soru. Precedentemente abbiamo parlato delle migliaia di contatti giornalieri, dei post e delle e-mail ricevute dal governatore uscente. Ora aggiungiamo un fatto: nei due mesi successivi alle elezioni il numero dei post scritti è crollato, nessuno entrava più nè discuteva, nè provava ad analizzare la sconfitta. Niente di niente. La domanda sorge spontanea: cosa è successo? Possibile che sia la conseguenza di una sconfitta elettorale così bruciante che ha inibito gli utenti/elettori? No, la sconfitta elettorale non ha inibito gli utenti ma ha esaurito il ruolo stesso dello spazio virtuale creato da Soru. Il crollo degli accessi non è additabile agli utenti ma al fatto che la redazione di www.renatosoru.it ha smesso di fornire l’agenda, e quindi i temi su cui dibattere, al popolo della rete che firmava le migliaia di post.


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Finite le elezioni Soru ha riscavato il fossato tra gli elettori e la leadership senza poter usufruire del ruolo di un partito forte che fungesse da filtro e diminuisse, simbolicamente, le distanze: Imboccando, però, il doppio binario del partito personale ed elettorale, la nuova nomenklatura si è (auto) condannata ad un ruolo subalterno nel processo di direzione del paese. Indeboliti nello status e nel ruolo, ma ancora cruciali nel potere di mediazione ed interdizione, i partiti hanno continuato ad incidere sul corpo vivo della transizione. Ma senza più unità di indirizzo e lungimiranza di visione (Calise, 2006).

Continuando ad usare le parole di Calise possiamo affermare che la terza repubblica si sta caratterizzando attraverso la battaglia per il potere tra partiti e presidenti. I primi [...] incapaci di venire a patti col nuovo centro presidenziale, troppo

autonomo

istituzionalmente

e

troppo

visibile

pubblicamente [...]

e i secondi ancora poco coscienti che [...] il futuro dei presidenti dipende dalla loro capacità di trasformare la persona in istituzione (Calise, 2006).

Fino a quando questa transizione non sarà completata sarà difficile considerare il digital divide come unico problema nella comunicazione politica online. Sarebbe già il caso di interrogarsi e lavorare affinchè i presidenti possano riuscire a divenire istituzioni


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e rappresentare valori e ideali e non solo una corrente o uno specifico modo di intendere il partito al quale sono iscritti.

“Perchè i sardi vi dovrebbero votare?” È ora il momento di provare a tirare le somme di questo nostro discorso e trovare un punto di raccordo tra il tema del secondo capitolo (ovvero l’utilizzo profondo delle nuove tecnologie da parte di iRS) e il mutante sistema valoriale dello scenario politico descritto poche pagine sopra. Abbiamo capito che, per spiegare le ragioni del consenso elettorale verso il movimento indipendentista, non possiamo limitarci ad investigare l’uso sapiente delle nuove tecnologie applicate alla struttura partitica. Dobbiamo aprire l’orizzonte

concettuale

e

notare

che

a

cambiare,

oltre

all’architettura, è il progetto-guida, ovvero quello stile propositivo che si nutre sia di tensione ideale sia di immaginazione progettuale e che si ritrova molto bene in una struttura reticolare in cui i media servono per fare comunità ma anche per ideare insieme. Vediamo allora di entrare nel dettaglio della campagna elettorale e di analizzare i messaggi ideali e programmatici del candidato per il centro-sinistra Renato Soru, del candidato del centro-destra Ugo Cappellacci e del candidato di iRS Gavino Sale. Prenderemo in esame la puntata de “I dibattiti di Videolina – speciale elezioni 2009” che è l’unico dibattito nel quale sono presenti tutti insieme i candidati presidenti. Il video, suddiviso in nove

parti,

è

presente

su

youtube:


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http://www.youtube.com/watch?v=3uaeXIRn6wk&feature=relat ed. La prima domanda posta dal giornalista e conduttore Andrea Sechi è quella che prenderemo in considerazione, poichè semplice, sintetica e generale, per evidenziare le differenze valoriali e i punti di vista dei candidati e dei loro schieramenti. Andrea Sechi: “Perchè i sardi vi dovrebbero votare?” Renato Soru, PD: I sardi dovrebbero votare per il centro-sinistra per proseguire in un percorso di cambiamento che in questi cinque anni abbiamo avviato in maniera chiara. Per proseguire in un percorso che ha visto la Sardegna prendersi delle responsabilità ma rivendicare con forza i propri diritti e, direi, per proseguire il discorso di una Sardegna forte che pensa di dover sostenere la propria autonomia e autodeterminazione [...] Ugo Cappellacci, PdL: Per svoltare pagina, per restituire ai sardi una Sardegna che per troppo tempo è rimasta ingabbiata in una logica assolutamente lontana da quelli che sono i criteri della democrazia. Per poter tornare ad affermare la forza delle idee di tutti e non la forza delle idee di pochi. Gavino Sale, iRS: [...] Sessant’anni anni di autonomia dimostrano e certificano, se non il fallimento, l’insufficienza di questo rapporto politico. Quello che manca [...] non sono tanto i presidenti eccellenti [...] ma un nuovo rapporto strutturale tra Sardegna e Italia [...]

Da queste sintetiche risposte ad una domanda generica possiamo iniziare ad evidenziare come i tre candidati abbiano


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diverse istanze temporali da prendere come riferimento e da assumere come modello. Questi tempi (intesi nell’accezione grammaticale di tempi verbali, di passato, presente e futuro, che sono paradigmatici delle diverse concezioni del proprio fare e agire nella società) sono stati la costante di tutti i vari punti programmatici e si può dire siano stati come dei trait d’union che hanno fornito un senso unitario a tutta la campagna elettorale. Più che sui punti concreti del programma lo scontro politico si è giocato quindi su un modo di intendere la Sardegna nel tempo; sulla vision che scaturisce da un’interpretazione piuttosto che un’altra della realtà in divenire o fissata nel tempo o addirittura passata. Renato Soru ha utilizzato durante tutta la campagna elettorale i suoi primi cinque anni di governo come termine di paragone. Ha sempre parlato al passato con lo sguardo rivolto a tutto quello già realizzato e chiedendo il voto ai sardi affinchè potesse migliorare quanto di buono finora realizzato. Ha quindi giocato le sue carte sulla continuità con il suo vecchio programma: [...] dopo le dimissioni [...] ho telefonato al presidente (Renato Soru ndr) e gli ho chiesto un incontro preavvertendolo che intendevo parlare esclusivamente di punti programmatici [...] In quella occasione il candidato presidente del centro-sinistra mi rispose che il programma di fatto era in continuità con quello passato, che era già stato messo a punto e che restava, a chi fosse stato eletto in consiglio regionale, il compito di attuarlo, di porlo in essere [...] (Peppino Balia, candidato presidente PSI, intervento nella trasmissione “I dibattiti di Videolina,

speciale

elezioni

2009”,

Videolina,

2009


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http://www.youtube.com/watch?v=3uaeXIRn6wk&feature=re lated)

Da questo punto di vista è illuminante il verbo “proseguire” (utilizzato ben 3 volte nella stessa risposta). Ma non solo. Rivolgendosi al passato, a quanto di buono la sua maggioranza è stata in grado di fare, ma al tempo stesso richiedendo la fiducia ai sardi sul medesimo programma, Renato Soru ha in un certo senso palesato l’inadempienza dei precedenti cinque anni. Il presidente uscente ha utilizzato quindi un sistema narrativo di comunicazione che di fatto l’ha messo in scacco: chiedere di rinnovare il patto con gli elettori sugli stessi punti del lustro precedente è come ammettere di non esser stato in grado di portare a termine quanto promesso. A tutto questo si aggiunga, sempre a proposito del trovare la soluzione migliore per raccontare ai sardi quanto di bene si è fatto, l’errore dell’utilizzo dello stesso slogan della passata campagna elettorale. Lo staff del PD ripropone quel “Meglio Soru” di cinque anni prima; quando Renato Soru era solo un imprenditore di successo, quando era ancora fuori dai partiti (fu eletto infatti con una lista propria sostenuta da Margherita e dai Democratici di Sinistra), quando il PD non esisteva e prima che molti esponenti della sua stessa maggioranza lo mettessero in stato di crisi. Ricordiamo, a titolo informativo, che la giunta Soru è caduta in seguito al

mancato accordo su come inserire dentro il piano

urbanistico i principi chiave del piano paesaggistico. Si tratta cioè di uno dei punti fondamentali della campagna elettorale del 2004 e di quella appena trascorsa del 2009.


62

(Manifesto ufficiale della campagna elettorale di Renato Soru del 2004 e del 2005. Fonte: www.renatosoru.it).

Soru insomma si ripresenta agli elettori con il medesimo programma e, di fatto, con la medesima alleanza che gli ha tolto la fiducia su un punto fondamentale della campagna elettorale. I risultati d’altronde non potrebbero essere più chiari: Ugo Cappellacci è il nuovo presidente della Regione Autonoma della Sardegna con 502.084 voti (51,88%) mentre Renato Soru si attesta sul 42,94% con 415.600 voti totali6. Lo stacco è evidente e, sotto molti punti di vista sorprendente, se si pensa che nelle precedenti consultazioni popolari la lista del patron di Tiscali aveva raggiunto il 7,77% e che quindi la persona di Renato Soru, senza partiti alle spalle, aveva mosso 66.690 voti.

6

Fonte: Regione Autonoma della Sardegna – www.regione.sardegna.it


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Ugo Cappellacci ha basato tutta la sua campagna elettorale sul tempo presente, all’insegna del fatto che quanto di male realizzato dalla giunta Soru era rimediabile immediatamente votando per il centro-destra. Con lo slogan “La Sardegna torna a sorridere” Ugo Cappellacci si posiziona in totale antitesi con i cinque anni precedenti. Sfruttando la sfera passionale del sorriso come fenomeno chiaro di benessere e felicità la campagna elettorale del PdL convince i sardi. L’utilizzo del verbo tornare nello slogan porta a nostro avviso due

vantaggi

che

si

posizionano

sul

medesimo

asse

continuità/discontinuità nel tempo presente e risultano molto acuti ai fini nella narrativizzazione della campagna elettorale e dei simboli portati avanti.

(Manifesti

ufficiali

della

campagna

elettorale

di

Ugo

Cappellacci. A sinistra il manifesto con lo slogan, a destra


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l’immagine

del

presidente

sorridente.

Fonte:

www.ugocappellacci.it).

Il verbo tornare presuppone infatti una condizione legata ad un prima: se la Sardegna deve tornare a sorridere vuol dire che prima o piangeva

o

comunque

stava

male

(discontinuità

con

la

maggioranza di centro-sinistra); ora invece può sorridere grazie a Ugo Cappellacci. Ma tornare sorridenti significa anche che c’è stato un tempo in cui la Sardegna già sorrideva. E se non lo faceva con la giunta Soru allora con chi? L’autore di questo slogan è Gavino Sanna, uno dei creativi più famosi al mondo, firmatario di successi pubblicitari come gli spot degli anni ’80 della Barilla, della Fiat, di Giovanni Rana, dell’Ariston e molti altri; vincitore di sette Clio (gli Oscar della pubblicità) e di numerosi altri premi internazionali. Scriviamo questo perchè a nostro modestissimo parere la campagna elettorale di Ugo Cappellacci è stata efficace e acuta soprattutto grazie alla sua presenza. A chi pensava Gavino Sanna quando ha firmato questo slogan? Perchè ha cercato non solo la discontinuità ma anche la continuità? E ripetiamo, con chi la Sardegna evidentemente già sorrideva? Cinque anni fa Renato Soru batteva Mauro Pili, presidente uscente della Regione Autonoma della Sardegna dell’allora Forza Italia. Nonostante non sia uno dei presidenti più amati dal popolo si è cercata la continuità con la sua legislatura. Perchè? Ugo Cappellacci, anche se non nuovo alla politica, prima di questa campagna elettorale era un signor nessuno per la maggior parte dei sardi; si sa che è diventato il candidato presidente per iniziativa


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dello stesso Silvio Berlusconi e nonostante il parere negativo degli esponenti locali del PdL che ovviamente contava di poter candidare

a

presidente

qualche

nome

forte

del

luogo

e

rappresentativo della nomenklatura partitica. In quest’ottica quindi il verbo tornare inscrive lo sconosciuto e avverso Cappellacci in una sorta di continuum simbolico all’interno della storia del centrodestra e in questo modo normalizza la sua presenza e anzi la legittima. La Sardegna con Cappellacci torna quindi a sorridere come quando al governo regionale c’era Mauro Pili e in contrasto rispetto ai “tempi bui” di presidenza Soru. La Sardegna di Cappellacci guarda al presente con ottimismo sicura di poter cancellare le leggi sbagliate promosse da Soru e ritornare a un qualche tempo passato in cui si stava meglio. Il programma del PdL è speculare, in verso opposto, a quello del PD. Da un lato si vuole cancellare quanto di male fatto e dall’altro si vuole continuare a perfezionare l’esistente. Cambiano i tempi (presente e passato) e quindi il senso e la prospettiva degli attori in campo. In tutto questo ci sono anche due piccole curiosità che scriviamo solo per completezza di informazione ma che niente hanno a che fare con l’analisi appena sopra. La prima è che Gavino Sanna è anche l’ideatore dello slogan “Meglio Soru” che come abbiamo precedentemente detto risale a cinque anni fa. Caso più unico che raro quindi la scorsa campagna elettorale sarda è stata ideata dalla stessa persona: E Berlusconi? «Lo conosco da tanto. La prima volta fu a Milano, una cena di pubblicitari al Gallia. Mi fissava. Io ero infastidito. E lui: "Caro Sanna, da giovane portavo i capelli lunghi come lei. Poi li ho tagliati e la mia vita è cambiata. Facciamo un patto: se


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lei se li taglia, ci diamo del tu". Non ho mai obbedito». Però vi date del tu... «Quando ha visto la mia campagna per Soru, mi ha fatto i complimenti [...] (Gavino Sanna, “Il libro anti-Soru di Sanna. Su di lui mi sono sbagliato”, intervista a cura di Francesco Battistini, da Il Corriere della Sera, 8 ottobre 2005, pagina 13).

La seconda curiosità è che Gavino Sanna, sempre nell’intervista al Corriere della Sera, quando Francesco Battistini gli chiede se c’è un politico sconosciuto a cui farebbe la campagna elettorale risponde: Uno c' è: è nero nero, sardo sardo, e prende a schiaffi tutti. Si chiama Gavino Sale, un indipendentista. Nella sua follia, non andrà da nessuna parte. Però è affascinante. La comunicazione, dovrebbero impararla tutti da lui. (Ibid.).

Con questa “presentazione” di Gavino Sanna siamo quindi arrivati a iRS e alla campagna elettorale per Gavino Sale presidente. Analizzando i due slogan del centro-destra e centro-sinistra notiamo un’analogia ovvia che fa parte dei giochi per aggiudicarsi la presidenza della Regione: entrambi gli slogan presuppongono l’avversario. Quello del centro-sinistra nega l’oppositore con due parole (Meglio Soru) che non lasciano spazio a interpretazioni diverse; sembra quasi voler dire che qualsiasi argomento o punto del programma vogliamo comparare la risposta è sempre la stessa: quel meglio Soru che suona come una sentenza inappellabile. Anche lo slogan del centro-destra è rivolto contro qualcuno, quel


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qualcuno che ha fatto piangere la Sardegna e che crede di essere il migliore. Lo slogan di iRS e la campagna elettorale nella sua totalità invece non sembrano inscriversi in questo discorso fra opposti. Torniamo alla risposta che Sale da al conduttore di Videolina: [...] Sessant’anni anni di autonomia dimostrano e certificano, se non il fallimento, l’insufficienza di questo rapporto politico. Quello che manca [...] non sono tanto i presidenti eccellenti [...] ma un nuovo rapporto strutturale tra Sardegna e Italia [...]

Precedentemente a questa risposta Sale aveva detto: [...] io penso che qui ci siano i migliori presidenti che la società sarda poteva esprimere [...] non ne vedo qui di presidenti deboli, è inutile cercare il super-presidente [...] Cosa vuol dire questo ragionamento? Che nonostante qui abbiamo i migliori presidenti sicuramente non si potrà procedere sulle esigenze della Sardegna [...]

Il movimento indipendentista è conscio di non poter certo vincere le elezioni e dunque non può competere con i candidati presidenti dei due principali partiti in Sardegna. Proprio per questo sposta l’attenzione e allarga il campo della discussione sul fatto che i problemi che attanagliano l’isola non sono risolvibili nemmeno da un “super-presidente”. Obiettivo di iRS è rosicchiare quanti più voti possibili ai due partiti maggioritari, far comprendere che i problemi che si stanno vivendo non sono frutto di uno schieramento politico o dell’altro ma sono strutturali al legame tra Sardegna e Italia e solo risolvendo quel rapporto, definito di


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subalternità, l’isola può farsi carico delle criticità per risolverle. Sale parla dell’autonomia come di un fallimento durato sessant’anni al quale bisogna porre rimedio attraverso un nuovo statuto che sancisca la sovranità dei sardi. In questo modo la linea temporale è ampliata notevolmente e la soluzione di iRS si colloca in un futuro a lungo termine. Il programma di iRS è un progetto-guida e non certo un’azione da adempiere nei primi cento giorni di governo. E’ una concezione diversa del fare politica che prevede un cambio totale di punto di vista e del patto di fiducia con gli elettori chiamati ad abbracciare e condividere un progetto che non si esaurisce nei cinque anni di legislatura. Utilizzando il futuro come obiettivo/concetto iRS è sicuro di non poter vincere le elezioni ma al tempo stesso sa di poter guadagnare voti in tutti quei “delusi” della politica che da troppo tempo non vedono miglioramenti nè con i cinque anni “rossi” nè con i cinque anni “blu” che si alternano alla guida della Sardegna. Simbolo di questo modo di fare e pensare la politica e soprattutto sintesi del tempo nel quale si è deciso di intraprendere il proprio percorso è lo slogan: “Liberi, europei, mediterranei”.


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(Manifesti ufficiali della campagna elettorale di Gavino Sale. A sinistra il manifesto con lo slogan, a destra l’immagine del presidente. Fonte: http://www.indipendentzia.net/eletziones09/).

Lo slogan di iRS è infatti inclusivo, plurale. Si rivolge a tutti i sardi che (in futuro) vogliono sentirsi liberi, europei e mediterranei ma

che

vogliono

iniziare

ora

un

percorso

verso

l’autodeterminazione. Questo slogan è coniugato al plurale perchè simbolo di una campagna elettorale costruita da una pluralità di persone che si sono coordinate insieme attraverso internet. Una campagna elettorale che potremo definire “open-source” (Trippi in Bentivegna 2006) e che si è infatti articolata attraverso continui appuntamenti, incontri e dibattiti svoltisi sul territorio e organizzati da simpatizzanti o da semplici cittadini incuriositi dalle tematiche del movimento. La campagna “open source” può essere infatti


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descritta come il prodotto di più persone (anche migliaia) che si auto-organizzano e fanno attività (Bentivegna, 2006), esattamente come succede per i software “open-source” da cui deriva il significato7. Non è un caso infatti che iRS si sia presentato “in massa”, in occasione dell’inizio della campagna elettorale, facendo incontrare i sostenitori grazie al forum online e portandoli tutti sul bastione Saint Remy di Cagliari per conoscere tutti i candidati. In questo caso il forum di iRS ha funzionato come il sito Meetup.com per Howard Dean (Bentivegna, 2006). Il candidato democratico americano è infatti divenuto un caso nella letteratura specialistica per esser riuscito a riunire 160.000 sostenitori grazie al sito internet che permette di organizzare incontri. Con tutte le differenze del caso, si può comunque asserire che il forum di iRS ha permesso il coordinamento di centinaia di persone e ha consentito soprattutto la calenderizzazione di tutti gli appuntamenti in modo che i vari incontri, dibattiti e quant’altro non si accavallassero. La campagna elettorale di Franciscu Sedda (ideologo del movimento e capolista per la provincia di Cagliari) è stata a questo proposito emblematica perchè ha unito in modo efficace il lavoro “high-tech”

7

Da Wikipedia: open source (termine inglese che significa sorgente aperto) indica un software i cui autori ne permettono, anzi ne favoriscono, il libero studio e l'apporto di modifiche da parte di altri programmatori indipendenti. La collaborazione di più parti (in genere libera e spontanea) permette al prodotto finale di raggiungere una complessità maggiore di quanto potrebbe ottenere un singolo gruppo di lavoro. L'open source ha tratto grande beneficio da Internet, perché esso permette a programmatori geograficamente distanti di coordinarsi e lavorare allo stesso progetto.


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e “low-tech” (Sander in Bentivegna, 2006). Una volta alla settimana il candidato indipendentista era invitato a presentare il suo libro “La vera storia della bandiera dei Sardi” in un luogo diverso in incontri organizzati dai simpatizzanti del luogo. Sostenitori che, pur non avendo nessun ruolo all’interno del movimento, erano liberi di organizzare nel loro territorio la campagna elettorale contattando il candidato Sedda e controllando tramite il forum che non avesse altri incontri già organizzati. Una volta alla settimana quindi questo rito della presentazione del libro di Sedda viveva di nuovi slanci. Non c’era infatti uno schema rigido, collaudato o un pattern imposto dall’alto, bensì i sostenitori potevano organizzarsi in modo totalmente indipendente e in questo modo vario. Si andava dall’organizzatore facoltoso che poteva permettersi un grande spazio adibito per congressi, a singoli che invece prenotavano una serata in pizzeria o che occupavano il bar di un amico e predisponevano i tavoli a semicerchio che per la discussione. Come ricorda Trippi a proposito della campagna elettorale di Dean: Al quartier generale, noi onestamente non sapevamo quanti eventi erano stati organizzati. A differenza del classico stile della campagna Comando e Controllo – che non permette che accada nulla che non sia stato pianificato e attentamente monitorato a livello centrale – se noi volevamo conoscere cosa stava accadendo, dovevamo fare quello che faceva chiunque altro. Dovevamo andare dove la campagna era realmente: nel blog (Trippi in Bentivegna, 2006).


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Crediamo che gli organizzatori della campagna elettorale di iRS possano fare loro questa considerazione; con tutti i distinguo del caso ovviamente, perchè non dobbiamo scordarci che iRS è un movimento ancora troppo esiguo per poter comparare le sue strategie di comunicazione con altri partiti ben più strutturati e radicati nel territorio. Non dobbiamo infatti dimenticare che le nuove tecnologie possono avvantaggiare chi non ha nessun altro canale per esprimere pubblicamente le sue istanze ma al tempo stesso ancora non rappresentano l’intera società. Concludendo possiamo affermare che in queste elezioni regionali sarde la campagna elettorale più efficace è stata quella che meglio ha sintetizzato i bisogni della gente e che si è declinata nel tempo presente. Ugo Cappellacci, il Popolo della Libertà e il guru della comunicazione Gavino Sanna sono riusciti a capire che, vivendo in un momento di grave crisi finanziaria ed economica, le persone hanno bisogno di risposte immediate e certe per scongiurare le difficoltà del qui e ora. Il presente ancora una volta si afferma sul passato e sul futuro anche grazie alla retorica dell’emergenza che da troppi anni ormai avvelena il dibattito pubblico e non permette l’affermarsi di politiche più lungimiranti atte a prevenire i disagi invece che affrontarli all’ultimo momento e senza particolari strategie.


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Conclusioni “La rivoluzione non sarà trasmessa in TV”

I Webby Awards, gli equivalenti degli Oscar per il web, premiano di anno in anno il meglio che internet ha da offrire. Quest’anno sono stati premiati Trent Reznor, leader della band dei Nine Inch Nails, come “miglior artista” per aver distribuito il suo ultimo album in rete e gratuitamente con la licenza creative commons8; Jimmy Fallon, comico statunitense, è stato eletto la “persona dell’anno” e Twitter9 è risultato il “fenomeno rivelazione” del 2009. Perchè diamo queste informazioni apparentemente superficiali? Henry Jenkins nel suo Cultura Convergente (2007) racconta di come rimase colpito da una pubblicità degli Webby Awards:

8

Da Wikipedia: Creative Commons (CC) è un'organizzazione non-profit dedicata all'espansione della portata delle opere di creatività offerte alla condivisione e all'utilizzo pubblici. Essa intende altresì rendere possibile, com'è sempre avvenuto prima di un sostanziale abuso della legge sul copyright, il ricorso creativo a opere di ingegno altrui nel pieno rispetto delle leggi esistenti.

9

Twitter è un social-network che consente l’invio e la ricezione in modo gratuito di messaggi personali in tempo reale. http://www.twitter.com.


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[...] raffigura due piedi nudi di donna, mentre sullo sfondo si intravede un letto. Lo slogan recita: “Vota nudo”. [...] il messaggio suggerisce che i computer attuali ci permettono di compiere il più pubblico degli atti all’interno della nostra privacy casalinga in qualunque condizione di abbigliamento o nudità ci troviamo. Più ancora l’immagine e lo slogan ci invitano a ipotizzare un tempo in cui saremo a nostro agio nel ruolo di cittadini come nella nostra pelle, dove la politica sarà un aspetto familiare, quotidiano e intimo della nostra vita quanto la cultura popolare di oggi. Guardiamo la tv anche senza vestiti, mentre per andare a votare siamo ancora costretti a vestirci (Jenkins, 2007).

In altre parole Jenkins sostiene che tutti noi ci facciamo coinvolgere dalla cultura popolare, ci immedesimiamo nei personaggi dei film o delle fiction e attraverso la loro storia ricaviamo delle esperienze che metabolizziamo e facciamo nostre. La domanda quindi è questa: come possiamo lasciarci coinvolgere dalla politica così come siamo passionalmente presi da una serie televisiva, da una saga cinematografica o da un social network? E soprattutto, è possibile o i nostri sforzi saranno vani? L’ultima

campagna

elettorale

americana

sembrerebbe

testimoniare che un ritorno alla politica da parte dei cittadini è fattibile. Non a caso è stata una campagna che si è giocata molto su internet: il presidente degli Stati Uniti Barack Obama è riuscito a


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mobilitare masse di persone e ingenti finanziamenti grazie alle reti. È pur vero che la politica rimane un argomento difficile e per alcuni molto noioso. Abbiamo però una traccia da seguire, un indizio che proviene dalla cultura popolare e che sembra essere una riappropriazione dal basso dei grandi temi della politica. Se analizziamo i meccanismi attraverso i quali lo staff democratico ha allargato la partecipazione popolare alla campagna presidenziale di Obama, noteremo che sono molto simili a quelli che regolano la cultura dei fan. Un sito come Meetup.com per esempio ospita migliaia di gruppi di fan che si coordinano e mobilitano

per

ottenere

qualcosa

dai

loro

beniamini

o

dall’emittente televisiva che trasmette una serie. Nel 1993 i fan di X-Files utilizzarono proprio Meetup.com per ottenere che la loro serie preferita continuasse ad andare in onda. Così come milioni di persone grazie ai programmi di grafica o di editing video si appropriano di immagini per farle proprie, per ridicolizzarle, per divertirsi ecc.. Lo staff di Obama è stato molto acuto a sfruttare tutti questi meccanismi per coinvolgere quante più persone possibile e rendere in un certo senso l’attuale presidente come una star hollywoodiana. E’ ancora presto per tirare le somme di un discorso così complesso ma sembrerebbe proprio che la politica, utilizzando le pratiche di cui abbiamo parlato nel primo e nel secondo capitolo e integrando la comunicazione con forti ideali unificanti, possa nuovamente fare presa sui cittadini in modo che, in uno scambio reciproco, l’una migliori gli altri e viceversa.


76


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APPENDICE Manifesto Politico di iRS.

Capitolo I Noi vogliamo creare, noi stiamo creando, noi siamo, un movimento indipendentista, ovvero un movimento fatto di donne e uomini "indipendentisti". È finito, deve finire, il tempo in cui gli indipendentisti e il loro ideale venivano dispersi e confusi in movimenti autonomisti e, più o meno apertamente, unionisti. Finisce il gioco (e il giogo) in cui l'energia e la vita di tante persone pronte a battersi per questa terra, per la sua libertà, veniva inibita (nella sua potenzialità produttrice di cambiamento, inibita perché imbrigliata dalle pastoie delle beghe e delle questioni proprie dei partiti e della cultura autonomista), sviata (perché indirizzata verso conflitti interni a questi movimenti autonomisti o asservita a progetti e strategie politiche che ben poco avevano a che fare con l'Indipendenza della Sardegna), umiliata (dagli stessi risultati di quelle politiche che tanti di noi, in buona fede o per disperazione finivano per appoggiare, nella convinzione di realizzare politiche "indipendentiste" che invece portavano i sardi sempre più lontani dall'indipendenza): il tutto fino a convincere questi uomini e queste donne mossi da un qualche animo indipendentista che la causa del fallimento fosse nell'ideale da loro scelto e non piuttosto nei mezzi e nei modi utilizzati per conseguirlo, ovvero che tale ideale non si


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realizzava proprio perché non avevano mai partecipato ad un movimento autenticamente indipendentista o, detto ancor più crudamente, nel fatto che nel loro agire politico e sociale, nel loro agire collettivo, non erano mai stati, non erano mai potuti essere, realmente indipendentisti. Ora questi uomini e queste donne hanno un movimento, Indipendèntzia ? Repùbrica de Sardigna, in cui possono essere indipendentisti.

Capitolo II Noi nasciamo perché vogliamo davvero unire gli indipendentisti; vogliamo dar loro un luogo in cui poter essere ciò che sentono di essere, senza ambiguità, senza tentennamenti, senza "vergogna". Ma con l'aprirsi di tale possibilità finisce anche, per tutti noi indipendentisti, la possibilità di confonderci e confondere la nostra stessa causa, di smarrirci nelle nebbie di un gioco politico puramente "istituzionale" in cui l'indipendentismo è un eco di un discorso fatto da altri, di rifugiarci in blande recriminazioni contro la Storia e il Fato, di incedere in sterili vittimismi nel confronto di poteri considerati soverchianti e invincibili, di abbandonarci a pigre affermazioni di indipendentismo senza una sostanza, un senso e un agire che sia "conseguente", ovvero coerente con quanto si è affermato. Le parole trovano il loro senso nelle azioni che le seguono. Le parole sono inizi e promesse di azioni: è per questo che vanno spese con consapevolezza, è per questo che sono importanti e


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decisive nella definizione di ciò che si è e per il raggiungimento di ciò che si vuole. È dunque ora di chiarirsi le idee e di raccogliere il coraggio e dar inizio all'Indipendentismo. Per tutti gli altri finisce qui, quando l'indipendentismo inizia a fare il suo corso, a scandire il suo ritmo, a tracciare con coraggio, a costo di molta solitudine ma senza paura, la sua strada, finisce ? dicevamo ? la possibilità per chi si sente indipendentista di tergiversare sostenendo che non esiste un "vero" indipendentismo; finisce la possibilità di dirsi indipendentisti senza esserlo, senza doverne dare prova; finisce la possibilità, anche per chi non vanta alcun indipendentismo, di far finta di "battersi per la Sardegna e per i sardi"; finisce per tutti, in definitiva, la possibilità di dire che in Sardegna "non c'è indipendentismo".

Capitolo III L'abbiamo verificato in passato che l'azione di un singolo indipendentista all'interno di un movimento autonomista è pressoché

inutile,

al

pari

dell'azione

dell'indipendentista

rassegnato che preferisce rimanere a casa e coltivare l'orto e quasi quanto l'azione dell'indipendentista che non avendo un movimento alle spalle si dedica alla "pura cultura" o al "puro sociale", rifiutando di immergere le mani nella "sporca" politica, come se egli stesso non sapesse che tutte si tengono insieme. Ma in passato abbiamo potuto verificare anche di più e di peggio: abbiamo persino assistito alla riduzione all'inutilità di una spinta


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popolare tendenzialmente indipendentista nel momento in cui, mentre pareva destinata a successi sempre più clamorosi e decisivi, veniva guidata da dirigenze autonomiste nuovamente su lidi unionisti. Un approdo e un percorso, quello di queste classi dirigenti sardiste, che mentre si nutriva del sentire popolare indipendentista lo marchiava con il segno dell'inutilità: la speranza di liberazione dei sardi diveniva umiliazione del fallimento. Questa dinamica, quella che vede delle classi dirigenti che si proclamano indipendentiste senza esserlo e che finiscono così per spaventarsi dell'indipendentismo dei loro militanti fino al punto di barattarlo, tradirlo, mortificarlo, l'abbiamo già vista ripetersi anche fuori dal sardismo istituzionale ed è destinata a ripetersi ulteriormente se noi non ne prendiamo coscienza e iniziamo a cambiare il modo di pensare e fare l'indipendentismo, se noi non ci decidiamo a creare una classe dirigente indipendentista che agisca secondo una nuova prassi, adeguata al nostro obbiettivo e ai tempi odierni. Ciò che ci serve all'inizio del nostro cammino è una "minoranza attiva", fatta di persone "vivaci, colte, intelligenti, decise, coraggiose" che, per continuare con le parole di Simon Mossa, riescano "a poco a poco a creare una opinione pubblica favorevole": ma oltre a queste persone, ricordava il teorico dell'indipendentismo, c'è bisogno di uscire dalle "posizioni sentimentalistiche e dal «rivendicazionismo parziale»", bisogna uscire dalle secche dei compromessi, bisogna impadronirsi dei nuovi

mezzi

e

dei

linguaggi

del

nostro

tempo

e

contemporaneamente bisogna ricominciare a parlare nuovamente con i sardi, ad uno ad uno, cara a cara quando è possibile, per risvegliarne la speranza e lo spirito di libertà.


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È tempo dunque di creare il proprio discorso. Non si può pensare e sperare che a rappresentare l'indipendentismo ci pensino degli unionisti, né ci si può ancora illudere che la via da percorrere riposi in qualche cambiamento interno, sotterraneo, "politicante", di organizzazioni e strutture che, non credendo all'Indipendenza della Sardegna, alla sua fattibilità e/o alla sua giustezza, non solo non sono mai riusciti né mai riusciranno a produrla ma l'hanno, più o meno volutamente, continuamente ostacolata, inibendo sia l'agire degli indipendentisti sia la formazione di un reale indipendentismo e di un pensiero ad esso conforme. Serve un indipendentismo che sia tale: non un indipendentismo come declinazione accessoria di qualcos'altro, tipo il "sardismo indipendentista", il "nazionalismo indipendentista", il "comunismo indipendentista" e chi più ne ha più ne metta, di cui si legge in documenti ufficiali, comunicati stampa, forum su internet o di cui si sente parlare nei discorsi "nazionalitari". Serve un Soggetto, collettivo ma fatto di individualità, che sia riconoscibile

chiaramente

e

pubblicamente

in

quanto

indipendentista; che faccia sentire questa voce, che propaghi queste parole, che susciti questa immaginazione: Repubblica di Sardegna.

Capitolo IV Molti diranno che esprimere le cose "così chiaramente" sia un danno per l'indipendentismo stesso, perché in fondo "la gente non è pronta", "si spaventa".


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Ma possiamo forse aspettare che tutto un popolo divenga "pronto" all'Indipendenza senza che nessuno ne favorisca la presa di coscienza? È realistico porre la questione in tali termini? E poi, come sapere quando questo popolo è pronto se non verificandolo attraverso la sua risposta ad una proposta indipendentista? E se anche questa proposta ricevesse una risposta negativa dovremmo forse spaventarci di iniziare inascoltati? Non è perverso il ragionamento per cui si può dire e fare solo ciò che c'è già? Eppure il mondo cambia. Ma soprattutto, come sarebbe finita (e come potranno finire in futuro laddove ci sono ancora) l'apartheid, la schiavitù, il razzismo, il dominio di tanti popoli se qualcuno non avesse iniziato a parlarne quando quelle stesse questioni non si ponevano e non si potevano porre? Ci faremo allora prendere da questa logica per cui non inizieremo mai a dire ciò che veramente vogliamo, aspettando che l'indipendenza cresca sugli alberi o sottoterra? E se anche ci convincessimo che un qualche indipendentismo possa crescere e arrivare al successo in modo sotterraneo, senza mai parlare direttamente e pubblicamente ai sardi di ciò che si propone, dunque senza mai prendersi la responsabilità del suo dire e del suo fare; se anche pensassimo che è solo nella tattica dissimulatoria della "Politica di Palazzo" che sta una possibilità indipendentista, non dovremmo comunque constatare che questo modo di costruire l'indipendenza non potrebbe far altro che maturare su manovre politiche di sottobanco che poco o nulla avrebbero a che fare con la costruzione

e

l'elaborazione

di

una

coscienza

nazionale


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umanamente seria, e più in generale, con un aumento di democraticità in tutta la società sarda? C'è, nell'idea che l'indipendentismo non vada esposto (quando ciò non sia dettato dalla pura paura di affermare una idea diversa da quelle sancite come valide) o una sfiducia nel proprio ideale, e nei mezzi per conseguirlo, o una sopravvalutazione dello stesso, vale a dire, un eccesso di attesa nei suoi confronti, nei confronti del futuro, senza una adeguata controparte nella qualità e nella quantità del proprio agire in direzione di quel futuro. Una spasmodica richiesta del "nuovo" che non tiene conto della realtà, forse proprio perché da questa realtà si sente schiacciata. E così fugge da essa, dalla quotidianità del vivere, rifugiandosi in attese tanto

grandi

quanto

umorali,

contemporaneamente

(e

disastrosamente) convinte che si dia la possibilità di qualcosa di totalmente nuovo (compresa l'idea di ritornare ad un qualche "passato

perfetto")

così

come

(disastrosamente)

soggette

a

scoramenti e abbandoni indicibili. Un'aspettativa illusoria di un cambiamento tanto radicale quanto casuale, che finisce per trasformare l'attesa in disperazione e non fa cogliere nella realtà i punti in cui l'indipendentismo già cresce e matura, in cui la realtà già cambia, o quelli in cui una parola o una azione indipendentista non solo sarebbe necessaria ma addirittura ben accetta, se non richiesta; un'aspettativa, insomma, che non vede i tratti della realtà già disposti alla trasformazione. Un atteggiamento, quello di cui si parlava sopra, che in definitiva vorrebbe evitare la fatica di fare ciò che si deve fare, atteggiamento di chi non vuole mettersi alla prova e mettere alla prova i sardi, non vuole rischiare, forse perché è soddisfatto di come stanno le


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cose, o addirittura partecipa pienamente al modo in cui il potere attuale

le

struttura.

O

forse,

ritornando

ai

"pigri"

dell'indipendentismo, si dovrebbe pensare che essi non vogliono esporsi

ed

esporre

significherebbe

l'indipendentismo

dover

produrre

un

proprio

pensiero

perché e

un

ciò agire

indipendentista tali che questa parola guadagni un senso: che siano la sua prova ed il suo esempio reale davanti agli altri, per gli altri, per coloro che non sanno e forse neanche credono che l'indipendentismo esista: ma soprattutto per coloro che fino ad ora hanno potuto credere, perché in fondo gli si è concesso di farlo, che l'indipendentismo fosse ciò che è stato, quasi sempre, fino ad oggi. Qualcosa di ambiguo, poco convinto di sé e della sua causa e, in fondo, neanche molto "serio". Certo è che se noi non iniziamo, se noi non ci decidiamo a dar vita all'indipendentismo e alla coscienza indipendentista dei sardi, non potremo poi lamentarci se le cose continueranno a stare come stanno o a cambiare in una direzione e in un modo diverso da quello che noi vorremmo. Del resto, se non saremo noi a prenderci cura di questa terra chi altro speriamo che lo faccia?

Capitolo V Cosa vuol dire allora essere indipendentista? Vuol dire lottare e credere nella Repubblica di Sardegna, nella possibilità di costruire la nostra repubblica indipendente.


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Dunque lo scopo principale del nostro movimento e di chi vi partecipa è portare la Nazione Sarda ed il suo Popolo alla conquista dell'Indipendenza

Nazionale

e

conseguentemente

alla

sua

costituzione in Repubblica indipendente nel più ampio consesso dei popoli che compongono l'umanità. In tal senso la lotta indipendentista punta ad utilizzare il mezzo dell'autoproclamazione nazionale del popolo sardo, da ottenere tramite la mobilitazione e la partecipazione collettiva, in vista del vero e proprio referendum istituzionale per l'autodeterminazione nazionale. Inutile far finta di non aver capito: l'autodeterminazione nazionale e l'indipendenza non sono per noi termini paravento che nascondono il progetto di ricontrattare il rapporto "Stato-Regione", né il viatico a una qualche federazione Sardegna-Italia su nuove basi come è stato fatto credere per anni dal sardismo. Per molti versi, se non fossimo convinti e non sentissimo che il termine giusto per noi, quello con cui vogliamo chiamarci e farci chiamare,

sia

"indipendentisti",

potremmo

tranquillamente

definirci "separatisti". Sappiamo bene infatti che per chi non condivide l'idea che la Sardegna sia una nazione a sé stante con il suo diritto all'indipendenza questo è il termine che appare più appropriato. Già nel 1967 Antoni Simon Mossa, padre della Nazione e dell'indipendentismo radicale e libertario, diceva con decisione: «Ci chiamano separatisti. Con disprezzo e malcelata ironia. Ebbene, se separatisti ci chiamano, noi possiamo fare di questo termine una bandiera, e non soltanto uno spaventa-passeri per i nostri avversari politici».


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Dunque: sì, noi indipendentisti di Indipendèntzia - Repùbrica de Sardigna siamo quelli che loro (voi che non credete nella nostra causa) chiamano "i separatisti". Ad ogni modo noi ci chiamiamo indipendentisti sia perché non riteniamo di separarci da alcunché (noi semplicemente "ci liberiamo"), sia perché non usiamo l'idea di indipendenza in modo finto, per spaventare lo Stato o chi altro (noi all'indipendenza ci crediamo e ci vogliamo arrivare davvero) sia, infine, perché non vogliamo distruggere altre nazioni o smantellare altri Stati, men che meno quello che ci tiene oppressi: l'Italia per noi può tranquillamente continuare ad esistere e sarà un buon Stato vicino con cui vivere e rapportarci in pace ed amicizia così come l'Italia vive oggi con la Francia, la Germania e così via. Chi ha spirito vendicativo, chi crede che l'indipendentismo sia una vendetta o un farsi rendere il maltolto economico, è ben lontano dall'avere una coscienza indipendentista. Forse, si dirà, questo atteggiamento lo si può comprendere: chi si sente oppresso, dice lo stereotipo, reagisce così. Ma la verità è che oggi questo modo di fare è semplicemente dannoso, e sotto la superficie apparentemente agitata e ribellistica, nasconde un atteggiamento difensivo e senza prospettiva. È un atteggiamento che distrugge senza creare. Se ci serve una ribellione dei corpi e delle coscienze è perché vogliamo produrre qualcosa. È come se sentissimo una musica e volessimo metterci a ballare: il punto non è fare del male a chi ci tiene immobilizzati (a rischio di rimanere per sempre avvinghiati con lui in una lotta improduttiva) ma sfuggirgli così sapientemente da lasciarlo di stucco davanti a noi che diamo vita al nostro ballo.


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Le nostre azioni, anche quando, per vincoli che le situazioni impongono, dovessero sembrare "contro" qualcosa saranno invece sempre "per" qualcosa. Vale a dire: noi non abbiamo alcuna intenzione di agire per danneggiare qualcun altro, noi vogliamo agire per la nostra libertà. Questa scelta, difficile e contro corrente in una terra come la Sardegna in cui ci si è sempre compiaciuti di alzati i toni, a parole e a volte nei fatti, per spaventare lo Stato (ma senza volere cambiare veramente le cose in senso indipendentista), non implica però nessun

quietismo,

nessuna

forma

di

passività,

nessuna

arrendevolezza, nessuna intenzione di "porgere la guancia", né allo Stato italiano, né ai sardi che governano in suo nome o a quelli che ci dicono che "non è più ora", né a chiunque altro. Anzi, forti della nostra scelta non-violenta, consci di questo coraggio, la nostra lotta si fa ancora più tesa, decisa e, se volete, "dura". La nostra deve essere una lotta intelligente, "astuta": l'unica davvero vincente.

Capitolo VI Si domandava, e domandava agli altri, Antoni Simon Mossa cercando di definire la nostra scelta politica: «Perché siamo in questa posizione di indipendentismo?». E la risposta, da cui noi ora dobbiamo ripartire, è questa: «Primo: perché noi sardi siamo diversi dagli altri popoli, per ragioni etniche, di cultura, di civiltà, di mentalità e sempre abbiamo conservato questa differenza che non ci consente una qualunque integrazione con altri popoli, come quello italiano, o francese, o


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spagnolo. Ma questa differenza, unita alla comune origine della nostra civiltà nel grembo del Mediterraneo, ci consente di vivere in piena armonia con tutti quei popoli, l'italiano, il francese, il catalano, lo spagnolo, il maghrebino, in una "unione" spirituale che è però il contrario di una unione politica di sottomissione. Perché siamo un popolo così piccolo che la subordinazione diventa inevitabile». È un punto di partenza semplice e diretto che, con le debite specificazioni, fa parte di quella definizione di noi stessi e del nostro indipendentismo che stiamo elaborando per convincere i sardi della possibilità e della necessità della Repubblica di Sardegna. Capitolo VII Ci sono ora due questioni a cui abbiamo accennato e su cui dobbiamo tornare perché ad esse dobbiamo prestare attenzione e far fronte. La prima è che vogliamo unire gli indipendentisti. Ciò, tuttavia, può sembrare un po' strano se non ci si pone la seconda questione: vale a dire vogliamo (abbiamo voluto) definire chi sono gli "indipendentisti", che cos'è "indipendentismo" (soprattutto nel momento in cui in tanti ricominciano a riempirsene la bocca). Tale necessità di capire che cosa è effettivamente l'indipendentismo e chi sono effettivamente gli indipendentisti non nasce da una smania di unicità ma serve per evitare che la confusione eventualmente

sopportabile

oggi

diventi

un

danno

per


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l'indipendenza della Sardegna domani, vale a dire quando la lotta indipendentista si farà più delicata e la presenza nei luoghi e nei momenti

decisivi

di

pseudo-indipendentisti

potrà

rivelarsi

estremamente dannosa. Se non si separa la pula dal chicco adesso non ci si potrà poi lamentare della qualità del grano una volta macinato o peggio, se non si cura fin dal principio il maturare della spiga non ci si potrà lamentare se si dovrà buttare via tutto il raccolto quando si scoprirà che, nella bramosia di farla crescere più in fretta, è stata trattata con qualche sostanza velenosa.

Nasce l'indipendentismo organizzato Organizzazione politica iRS, movimento politico organizzato, è strutturato secondo il seguente organigramma politico-organizzativo elaborato, discusso e approvato dai Responsabili Nazionali, Regionali e Locali del Movimento; attività e incarichi sono ripartiti secondo nuove regole condivise che definiscono il lavoro, i diritti e i doveri di ciascuno. Tale documento organizzativo è valido fino alla proclamazione dei risultati delle prossime elezioni sarde. Dopo quella data il testo verrà ridiscusso e, se necessario, rinnovato.

1.0 Atòbiu Natzionale / Assemblea Nazionale È il massimo organo politico del Mov. L'Ass. Naz. ha una


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rappresentanza su base nazionale, regionale e organizzativa; i criteri di composizione sono di nomina e di elezione; discute ed elabora le nuove iniziative del Mov. e le presenta pubblicamente in sede di Ass. Generale; definisce tempi e modalità di ripartizione del lavoro interno e ne verifica mensilmente l'attuazione; redige e pubblica

testi

o

prende

collegialmente

decisioni

politico-

strategiche; propone e discute le linee politiche del bilancio preventivo e consuntivo del Mov., vale a dire la ripartizione degli investimenti e delle spese affrontate o da affrontare per l'attività politica ed economica del Mov. stesso. a. L'Ass. Naz. può avvalersi del contributo di Attivisti e altre figure del Mov. tramite convocazioni e consultazioni. b. L'Ass. Naz. si riunisce almeno una volta al mese. Al termine di ogni Ass. Naz. viene stabilita la data dell'incontro successivo. c. L'Ass. Naz., conscia dell'estrema importanza della maturazione politica collettiva, si impegna a definire e promuovere incontri di formazione interna in modo da garantire la crescita delle competenze e la condivisione delle idee e del linguaggio indipendentista. La formazione politica dei Resp. è imprescindibile e nessuno può ritenersene esente in quanto unica garanzia per poter procedere velocemente, in modo più esteso e intenso, alla formazione degli Attivisti sul territorio e dunque all'effettivo radicamento dell'idea indipendentista. d. I Resp. nazionali, regionali, territoriali, tematici o organizzativi hanno il diritto/dovere di relazionare sull'attività di loro competenza svolta nel periodo tra un'Ass. Naz. e l'altra.


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e. I documenti destinati ad essere proposti e discussi in sede di Ass. Naz. si presentano anticipatamente attraverso la mailing interna riservata almeno 7 (sette) giorni prima dell'Ass. Naz.; la diffusione di tali testi sarà integrata dalla consegna cartacea brevi manu per i componenti dell'Ass. Naz. sprovvisti di internet; possono essere testi redatti da singoli, da gruppi, da un TzdE, da Resp. Regionali. Se un TzdA vuole far arrivare un testo in Ass. Naz. si rivolge ad un Resp. Reg.. f. L'Ass. Naz è presieduta da un Presidente a turno che provvede alla stesura del verbale, a regolare gli interventi e a prendere nota ufficiale delle decisioni prese dall'Ass. stessa. g. La presenza dei componenti stabili è necessaria per la validità dell'Ass. Naz secondo le seguenti regole: almeno 5 (cinque) componenti

dell'Esecutivo

Rappresentante

Regionale

Nazionale, nominato,

almeno di

almeno

1 1

(un) (un)

Rappresentante Regionale eletto e di almeno 1 (un) Tesoriere Nazionale. h. La presenza dei componenti variabili è auspicata ma non necessaria per la validità dell'Ass. Naz. i. I componenti dell'Ass. Naz. residenti all'estero non sono considerati assenti.

COMPONENTI STABILI DELL'ASSEMBLEA NAZIONALE


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10 Componenti dell'Esecutivo Nazionale; 18 Responsabili Regionali nominati; 18 Responsabili Regionali eletti; 3 Tesorieri Nazionali; COMPONENTI VARIABILI DELL'ASSEMBLEA NAZIONALE Fondatori non inclusi nell'Esecutivo Nazionale; Consiglio dei Saggi; Responsabili di TzdE; Responsabili di Uffici interni; Tesorieri locali; Consiglio degli eletti a cariche pubbliche. 1.1 Esecutivo Nazionale Tale organo si riunisce ogni qual volta si presenti la necessità di un veloce e agile confronto o di una decisione rapida. L'Esecutivo Nazionale può elaborare nuove iniziative del Mov. da presentare e discutere in sede di Ass. Naz.; a. L'Es. Naz., nella sua prima composizione transitoria, è costituito da 5 componenti scelti tra i Fondatori in base alla loro attuale disponibilità al lavoro, alla loro partecipazione diretta all'ideazione e alla progettazione del Movimento stesso, alla loro storica assunzione di responsabilità organizzativa e politica, in base quindi


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al fatto che la loro figura sia di riferimento e garanzia e il loro operato abbia la fiducia degli Attivisti del Mov. b. I primi 5 componenti dell'Es. Naz. sono ratificati dall'Ass. Naz. contestualmente all'approvazione del presente testo organizzativo. Tali componenti sono: Pala Franciscu, Sale Gavino, Sanna Frantziscu, Sedda Franciscu, Sedda Juanneddu. c. L'Es. Naz. è ampliato progressivamente da altri 5 componenti eletti, uno alla volta, dall'Ass. Naz. entro 2 anni; tali componenti saranno eletti tra i membri all'Ass. Naz. dalla stessa Ass. Naz. Avranno incarico annuale rinnovabile. d. L'Es. Naz. può redigere testi e, in caso di urgenza, tempi stretti o ai fini della presenza nel dibattito politico nazionale, può pubblicarli senza doverli presentare e discutere con tutti gli altri organi interni. e. I membri dell'Es. Naz. rivestono il ruolo di portavoce ufficiali del Mov. 1.2 Responsabili Regionali nominati o eletti. I 18 Resp. Reg. nominati (due per ogni Regione + due per su Disterru) sono stabiliti dall'Es. Naz.; restano in carica per un anno. I 18 Resp. Reg. eletti (due per ogni Regione + due per su Disterru) sono decisi dai Tesserati al Mov. appartenenti alle rispettive Ass. Reg. attraverso discussione ed elezione; restano in carica per un


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anno; il loro ruolo è equiparato ed equivalente a quello dei Resp. Reg. nominati.

1.3 Fondatori L'insieme dei nove Fond. è ratificato con lo scopo di rendere atto formale della storia del Mov.; non è un organo politico attivo e non ha funzioni e competenze decisionali ordinarie; L'unica loro funzione è di poter, nel remoto caso in cui l'Ass. Naz. prenda decisioni che sviino o tradiscano i principi indipendentisti e nonviolenti originari, chiedere una ulteriore discussione in Ass. Naz. Possono altresì essere chiamati a intervenire da qualsiasi componente dell'Ass. Naz. a. Componenti (9): Deidda Giampiero, Maresu Rita, Masia Giovanni, Pala Franciscu, Sale Gavino, Sanna Frantziscu, Sedda Franciscu, Sedda Juanneddu, Serpi Sandro. 1.4 Mesas de Traballu / Tavoli di Lavoro I Tavoli di Lavoro sono lo strumento di cui il Mov. si dota per non dover lasciare alla sola attività territoriale o al solo incontro mensile dell'Ass. Naz. il compito di discutere, elaborare, pianificare e verificare progetti, azioni o iniziative politiche specifiche. Il Tavolo non è un organo, non è un organismo. È uno strumento operativo, un momento congiunturale di incontro, un luogo fisico convocato


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per un'esigenza pratica. Serve per un obiettivo specifico. Possono esistere Tavoli contingenti o ciclici. Si riuniscono su proposta di componenti dell'Es. Naz., di componenti dell'Ass. Naz. o dei coordinatori dei TzdE. a. Avendo come mira la qualità e l'efficacia del lavoro dovrebbero essere convocati con continuità (anche più tavoli in parallelo, ovviamente); il numero dei partecipanti dovrebbe essere limitato (10/15 componenti), le convocazioni basate su principi di competenza, responsabilità, utilità per il lavoro in progetto o da svolgersi. b. L'attivazione di un Tavolo va comunicata all'Ass. Naz.; le proposte elaborate da un Tavolo debbono essere presentate all'Ass. Naz.. c. Esempio di un Tavolo e della sua composizione: Tavolo di Lavoro "Festa Manna". Convocati: Direttore artistico, Tesorieri, TzdE Artistico-Culturale, Responsabili territoriali del luogo che ospita

la

Festa,

Ufficio

Stampa,

TzdE

Comunicazione

Multimediale...

1.5 Atòbiu Mannu / Assemblea Generale Ha una cadenza almeno trimestrale ed è possibilmente itinerante, in modo da rendere presente il Mov. sul territorio e consentire col tempo la partecipazione della popolazione in ogni zona della


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nazione. I componenti dell'Ass. Naz. sono tenuti a garantire la massima presenza e partecipazione, anche quando l'incontro si svolga lontano dai luoghi di provenienza. È un evento pubblico, aperto a tutti: gli attivisti, i simpatizzanti, i curiosi. È il più ampio momento di incontro del Mov. e al fine di garantire la miglior comunicazione interna e la miglior impressione rispetto a curiosi e/o "esterni" si dota regole specifiche e tempi di intervento concordati; ha una rappresentanza su base nazionale, regionale, municipale,

organizzativa

e

tematica.

Non

ha

criteri

di

composizione: vi possono partecipare tutti gli iscritti e i sostenitori; prevede discussioni, elaborazioni, critiche, proposte. a. Deve essere convocato almeno con 2 settimane di anticipo. b. I Resp. Naz. e Reg. sono tenuti a presenziare a tutti gli Incontri e ad ascoltare tutti gli interventi. c. La durata degli interventi è ripartita secondo tempi stabiliti del Presidente dell'incontro. 1.6 Atòbiu de Logu / Assemblea Regionale L'Ass. Reg. si riunisce in tempi e luoghi dettato dalle esigenze politiche e di gestione del lavoro sul territorio; è il momento di incontro e di verifica del processo di radicamento del Mov. attuato dai TzdA di una singola Regione; è convocata dai Resp. Reg. che la gestiscono illustrando le iniziative in progetto, ascoltando le relazioni fatte dai responsabili di attività e progetti in corso,


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ascoltando le proposte locali, le aggiunte, le perplessità, i disagi degli Attivisti. a. Le Ass. Reg. sono 9: una per ogni Regione più quella per su Disterru. b. L'Ass. Reg. discute e ratifica i Resp. Reg. eletti (due per ogni Regione); promuove e favorisce la nascita dei TzdA. 1.7 TzdA Tzentru de Atividade È l'unità organizzativa più legata al territorio; è formato dagli Attivisti e dal Resp. locale; pubblicizza le iniziative del Mov. e lo porta sul territorio; organizza incontri politici, culturali e di svago; partecipa alla vita del Mov. grazie ai Resp. locali e Reg. a. A livello organizzativo il TzdA decide il proprio Resp. locale con discussioni e delibere a cui potranno partecipare i Resp. Reg. e Naz.; a livello politico prevede discussioni, elaborazioni, critiche, proposte; è compito del Resp. locale prendere nota di tutti gli interventi e tenerne conto in fase di progettazione politica con i Resp. Naz. e Reg. b. Il TzdA si finanzia secondo metodi concordati con la Tesoreria Nazionale. c. Il Resp. del TzdA è l'Attivista responsabile dell'attività locali. Diffonde i documenti e le iniziative nazionali, organizza iniziative tematiche legate al territorio di appartenenza. È concordato


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dall'Ass. degli Attivisti del TzdA tramite discussione e delibera. In caso di problemi in fase di decisione possono intervenire i Resp. Reg. e/o Naz. È in costante contatto con i Resp. Reg. Può essere convocato dall'Ass. Naz.; può fare richiesta di partecipazione all'Ass. Naz.

1.8 Attivista È Attivista chi partecipa attivamente al TzdA ed è stato ritenuto idoneo a possedere la Tessera del Mov. e ha firmato il manifesto politico-ideologico allegato alla Tessera. Partecipa all'Ass. Gen. Può essere convocato dall'Ass. Naz. 1.9 Sostenitore È Sostenitore chi ha fatto donazioni o ha acquistato la Carta di Identità. Partecipa a all'Ass. Generale con interventi da 5 minuti. Può essere convocato dall'Ass. Naz. 1.10 TzdE Tzentru de Elaboradura È aterritoriale. È composto da un gruppo aterritoriale e tematico di attivisti che lavorano su specifici argomenti. Ha un coordinatore responsabile che partecipa di diritto all'Ass. Naz. La costituzione di ogni TzdE deve essere autorizzata espressamente dall'Ass. Naz.


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1.11 Candidature Vige il principio del controllo reciproco tra i rispettivi organi interni del Mov. a. Il TzdA sceglie i candidati comunali; l'Ass. Reg. sceglie quelli regionali (attuali province); l'Ass. Naz. sceglie i candidati nazionali (attuale Regione) e internazionali (elezioni dello Stato italiano e dell'Unione Europea). b. In casi particolari l'Ass. Naz. può bloccare una candidatura di qualsiasi livello. Le Ass. Reg. e i TzdA non possono bloccare candidature superiori ma possono chiedere chiarimenti ed esprimere dubbi e disaccordi sulle scelte in modo da provocare una ulteriore discussione collegiale in sede di Ass. Naz. 1.12 Ofìtziu de Imprenta / Ufficio Stampa L'Ass. Naz. promuoverà la creazione di un luogo fisico in cui svolgere sia l'attività di Uff. Stampa in senso stretto che le attività di coordinamento politico quotidiano, di coordinamento della redazione del foglio informativo, di amministrazione del portale e dei siti del Mov; i Resp. locali hanno la possibilità di pubblicare direttamente nel portale nazionale del Mov. i comunicati di rilevanza locale e gli appuntamenti sul territorio.


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1.13 Tavolo Creativo Lavora alla progettazione di campagne pubblicitarie, all'ideazione di nuovi prodotti, alla realizzazione di locandine, manifesti, brochures, etc. Ogni volantino o prodotto di iRS deve essere vagliato dal Tavolo. a. Il Tav. Creativo è una struttura aperta al contributo di ogni attivista e di ogni simpatizzante che voglia partecipare con proprie idee e proposte che saranno vagliate e, se necessario, armonizzate alla linea comunicativa del Mov. B. Il Tav. Creativo ha un coordinatore nazionale, nominato dall'Es. Naz., con incarico di responsabilità e garanzia della coerenza grafica e comunicativa delle produzioni del Tavolo stesso. 1.14 Associazione parallela L'Ass. Naz. promuoverà la creazione di una Associazione parallela al Mov. che gli consenta di accedere a luoghi e finanziamenti preclusi a movimenti e/o partiti politici. 1.15 Organizzazione universitaria L'Ass. Naz. promuoverà la creazione di un TzdE-Iscola e Universidadi che si occupi di aprire le porte delle scuole e delle università al Mov. e che consenta di dialogare direttamente con gli studenti.


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Organizzazione economica 2.0 Atto Costitutivo È depositato, in data 12-02-2007, l'atto costitutivo del Mov. presso l'Uff. del Registro di Sassari. In base a tale registrazione il Mov. esiste de iure e acquista soggettività economica. 2.1 Conto Corrente Il c/c di iRS è uno ed è gestito a livello nazionale dai Resp. della Tesoreria, unici detentori dell'accesso al conto. 2.2 Tesoreria Nazionale La Tes. di iRS è nominata dall'Es. Naz. con incarico annuale; ogni passaggio di denaro, sia in entrata che in uscita, è rendicontato dai Tesorieri che hanno l'obbligo di illustrare periodicamente al Mov. lo stato del conto e i bilanci in sede di Ass. Naz. e Gen.; Le spese e i bilanci

sono

decisi

e

programmati

dall'Ass.

Naz.

con

il

coordinamento tecnico dei Tes. a. Componenti: Cherchi Giulio, Carta Giampiero, Cravero Paolo. 2.3 Tesorerie Locali Ognuna delle nove Regioni ha un Tesoriere eletto dall'Ass. Reg. e


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una carta PostePay locale; il Tesoriere locale è in stretto contatto con la Tes. Naz. ed è l'unico possessore dell'accesso al c/c locale. 2.4 Stato economico I rapporti con creditori e debitori sono gestiti dalla Tes. Naz. che dev'essere in possesso di tutti i loro contatti.

2.5 Ripartizione e utilizzo delle entrate Tutte le entrate del Mov. sono ripartite nel seguente modo: 50% al nazionale, 50% al locale. Fino ad esaurimento del debito sarà trattenuto e versato ai creditori un 20% del nazionale. a. Una quota variabile delle entrate locali potrà essere utilizzata dal Mov., in accordo con i Resp. territoriali, per assicurare l'esistenza di attività di interesse globale come il foglio informativo, la comunicazione interna, il coordinamento nazionale. b. Gli eletti di iRS a cariche pubbliche politiche o amministrative dovranno versare parte del loro stipendio alla Tes. Naz.; l'ammontare della quota da destinare al Mov. è stabilita da accordi tra l'eletto e l'Ass. Naz. 2.6 Governo Provvisorio


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Il Governo Provvisorio, a livello di gestione economica, viene scorporato da iRS fino a giugno 2007 (prorogabile per motivate esigenze fino a Giugno 2008). Al termine di tali scadenze il rapporto fra iRS e il GP andrà globalmente verificato e ridiscusso. a. I Resp. del GP per tale periodo non devono rendere conto al Mov. dei bilanci del locale ma sono tenuti ad illustrare semestralmente l'andamento delle attività con una relazione tecnico-politica

in

sede

di

Ass.

Naz.

b. Fino al Giugno 2007 il GP non è tenuto a versare contributi al Mov. in quanto tutti i proventi del locale serviranno ad appianare il debito accumulato negli anni di attività, per ristrutturazioni e iniziative e per assicurare entrate ai lavoratori e ai gestori del locale. c. Il GP è tenuto ad assicurare spazi polivalenti, attività politiche e culturali e sede politica al Mov.. Il GP è altresì tenuto a pubblicizzare il simbolo di iRS all'interno del locale come in ogni pubblicazione, pubblicità o prodotto. 2.7 Merchandising La produzione di materiale di iRS è centralizzata e gestita a livello nazionale; l'Ass. Naz. eleggerà un Resp. delle spedizioni, gli accorderà un rimborso minimo per il servizio prestato.


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Tesseramento La Tessera e la Carta di Identità di iRS comportano diversi doveri e diversi diritti. 3.0 Carta de Identitade / Carta di Identità La Carta di Identità non comporta affiliazione politica e non dà diritto d'intervento all'interno del Mov. a. Può esser venduta a tutti indistintamente con prezzo base di ? 10,00 (dieci) ma può comportare contributo speciale libero (ripartito anch'esso secondo il criterio dell'Art 2.5). La vendita delle carte d'identità va accompagnata da ricevuta con nominativo e ammontare della somma versata, in modo da garantire la migliore gestione da parte della Tesoreria. 3.1 Tessera (o altra definizione) Il Tesserato versa una quota annuale minima di ? 120,00 (10 Euro al mese). a. La Tessera è riservata agli attivisti e a coloro che i Responsabili ritengono legittimati a possederla secondo criteri e procedure stabilite dall'Ass. Naz. legate al reale attivismo dei singoli e al rapporto di fiducia con i Resp. locali. b. All'atto della consegna il nuovo Tesserato dovrà sottoscrivere un


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documento politico di riconoscimento nei valori fondanti politici, ideologici e filosofici di iRS. Tale documento verrà rilasciato al nuovo Tesserato. Una copia del documento resterà al Resp. c. Ogni Ass. Reg. può stabilire, in via del tutto eccezionale, di scontare della metà il costo della tessera consegnandola a ? 60,00 (5 al mese). Beneficiari di questo sconto sono persone disoccupate e con gravi problemi economici che devono rendere conto ai Resp. Reg. del loro stato economico e occupazionale. I Resp. Reg. devono rendere conto all'Ass. Naz. e alla Tes. Naz. delle scelte prese in merito. L'Ass. Naz. consiglia vivamente e per quanto possibile di sostituire lo sconto con una dilazione più flessibile dei pagamenti. 4.0 Altre norme Il presente Documento Organizzativo può essere emendato e modificato dall'Ass. Naz.; i membri dell'Es. Naz. hanno diritto di veto. a. Il presente Documento Organizzativo e l'organigramma degli incarichi e dei referenti ufficiali saranno pubblicati nel portale nazionale del Mov., in un numero speciale di RdS-Repùbrica de Sardigna e trasmesso su Ri-Radio Indipendèntzia e iTB - Tele Indipendèntzia.


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Fare politica con User ID e Password  

Tesi di laurea in Scienze della Comunicazione presso l'Università "La Sapienza" di Roma (Italia).

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