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ZWEI - Luglio 2010 Sei libero di fare quello che vuoi di quest’opera, purchÊ non sia a scopi commerciali.

Contatti: Manu Cafferini: - emanuelacafferini@hotmail.it - http://brandyalexander83.blogspot.com Andrea dei Sedizi: - andreadeisedizi@gmail.com

Copertina, graphic design, impaginazione: Andrea Lecca (andrealecca@graphic-designer.com)


ZWEI (“due” in tedesco) è un progetto binario: due storie, due racconti, due fumetti, due autori. Andrea dei Sedizi, inventore dilettante e intermittente di storie, ha scritto i racconti, da solo, mentre Manu Cafferini, altrettanto sola, li ha letti, metabolizzati e trasformati in qualcosa d’altro. Né la fumettista ha messo mano ai racconti né lo scrittore ha messo mano ai fumetti. Questa reciproca non ingerenza ha dato i suoi frutti soprattutto nella realizzazione dei fumetti, i quali hanno assunto caratteristiche proprie, con scenari completamente indipendenti rispetto ai racconti da cui sono ispirati, che danno alla narrazione delle


storie un indirizzo diverso, a tratti più elegante, a tratti più cupo e più maligno. Questo libro, dunque, non contiene due opere realizzate con tecniche espressive diverse, bensì quattro opere che possiedono tutte una vita propria. Il fumetto Zum Schwarzen Ferkel è stato già pubblicato sul secondo numero del magazine indipendente Burp! Deliri Grafico Intestinali e presentato al Lucca Comics and Games nel 2009.


Andrea dei Sedizi nasce a Cagliari nel 1986, mentre il presidente degli USA, Ronald Reagan, ammette la vendita di armi all’Iran da parte degli Stati Uniti. Tra deliri di onnipotenza creativa e crolli depressivi che ne soffocano l’autostima, ha svolto in passato un’attività intermittente di scrittura, con una produzione disorganica di alcuni racconti, poesie e interventi nervosi di antagonismo esistenziale su due blog, ormai cancellati dalla faccia del web. Da tempo in esilio intellettuale, alle prese con incomunicabilità, misinterpretazione, “popolo minorenne” e preti laici, aspetta di trovare un luogo, fisico o virtuale, dove scrivere e leggere non siano cose appartenenti all’intrattenimento, allo studio dozzinale accademico, alla “terapia culturale”; cose che, per l’autore, negano al pensiero l’azione e trasformano la cultura in un club impermeabile di innocui - cittadini.


Emanuela Cafferini nasce più o meno quattordici anni fa a Piacenza, all’età di sei anni decide che da grande diventerà Papa. Qualcuno, però, le fa notare che questa prospettiva di vita non è molto fattibile, quindi, opta per la carriera fumettistica. Dopo il conseguimento della maturità artistica frequenta per un anno l’accademia di belle arti di Brera a Milano, per due l’accademia di belle arti di Bologna, per poi arrivare e fermarsi alla Scuola di Comics di Reggio Emilia. Nel 2009 si è classificata al secondo posto al contest “Matite per la Pace” V edizione sezione Fumetto, con SHOCK THE MONKEY, sceneggiata da Lorenzo Palloni. Ha partecipato al primo numero del volume antologico DREAMS (DOUBLE SHOT), con LA DEA, sceneggiata da Angelo Farinon. Collabora con la rivista BURP! Deliri Grafico Intestinali.


io nonno diceva che un vero uomo deve bere vino, fumare del buon tabacco e avere buona mira col fucile. Mia nonna si arrabbiava sempre quando lo scopriva a farmi bere di nascosto e lui diceva che a 8 anni nemmeno fumavo ancora e che un goccio di vino mi avrebbe fatto bene. Un pomeriggio, mentre giocavo davanti al fuoco, mi dice di andare a caccia con lui, che mi avrebbe fatto sparare il mio primo colpo. Dopo 10 minuti di cammino ci fermammo sull’orlo di una scarpata, mi mise il fucile tra le braccia e mi disse di sparare ad una pietra poco più in basso. «Mira a quella pietra come se fosse la testa di un uomo», disse. Sparai e caddi all’indietro con un certo dolore alla spalla per il rinculo del fucile. Mio nonno se la rideva, piegato in due, e indicava la pietra. L’avevo sbeccata in alto a sinistra. Mi fece sparare di nuovo. Non caddi a terra, ma non riuscii nemmeno a prendere la pietra. Guardai mio nonno sconsolato e lui mi disse che ero piccolo e che di tempo per imparare ne avevo. Mi lasciò il fucile e se ne andò a pisciare, dieci passi più a valle. «Spara ancora se vuoi. Le cartucce sono nel tascapane», disse mentre scendeva. Con le mie dita piccole infilai una cartuccia nella fessura sotto il fucile. Lo tirai su, lo strinsi bene contro la spalla e mirai la testa di mio nonno che pisciava. Tirai il grilletto. Cadde a terra, tremò qualche istante e si fermò per sempre. Andai a rimettergli il cazzo dentro i pantaloni. Non mi andava che qualcuno lo vedesse così. Tornai a casa, col fucile in spalla. Frugando nel tascapane avevo trovato le

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sigarette e la borraccia col vino. Respirai quell’odore di officina e mandai qualche sorso nello stomaco, come uno sciroppo, con le narici tappate. Mia nonna mi vide arrivare col fucile in spalla, solo. Non mi guardò con gli occhi di chi staguardando un bambino. «Dov’è nonno?», mi chiese. Le risposi: «Nonna, sono un uomo.»

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Zum schwarzen ferkel significa “Al porcellino nero” ed è il nome di un caffè berlinese frequentato da scrittori, critici e artisti, tra cui il genio Edvard Munch. La canzone citata nel racconto è 24000 baci, cantata a Sanremo nel 1961 da Little Tony e Adriano Celentano.

n uomo allegro, sorridente e baldanzoso, dopo una stancante giornata di lavoro, passata dietro una scrivania da capo a dare ordini e a fumare sigari, ritorna finalmente a casa. Parcheggia il macchinone nero e lucidato nel garage privato e l’oro dell’orologio emette il suo simpatico verso tintinnante abbracciando affettuosamente il polso. «Un po’ di movimento fa sempre bene» gli disse tempo fa il dottore, così, invece dell’ascensore, spinto da una verve salutista, prende la rampa delle scale e inizia a salire. Fischiettante, da un gradino all’altro, lasciando ballonzolare tutto il grasso del suo suo rotondo corpo, strabordante di chili di stroppo. Schiocca le dita, seguendo uno strampalato ritmo inesistente, e con la bocca fa i rumori di una tromba jazz. Ad ogni pianerottolo si ferma e fa un’agile piroetta. La moglie lo aspetta e sicuramente avrà già preparato la cioccolata. La signora del terzo piano sta uscendo di casa e lui, con una galanteria tutta danzerina, le fa un inchino e alla francese le canticchia «Boooon-soir Ma-daaaame!», giusto per mostrare una signorile finezza che valga il peso dell’anello in oro massiccio che porta al dito. Ed incurante dello stupore della sua coinquilina, continua la sua melodia canticchiante e ascendente verso l’attico in cui vive, tra i trastulli di una tranquilla vita da ricco professionista. Di fronte alla porta di casa improvvisa uno scombussolato passo di tip tap e suona il campanello-dindon, nonostante abbia le chiavi e stia già lui stesso aprendo la porta. Ed eccola, la moglie in una sottile vestaglia di seta, bella e snella e giovane di chissà quanti millenni più di lui. Ma d’altronde, un grasso conto in banca ringiovanirebbe anche le mummie egizie! E subito un bacio schiocca tra quelle bocche che sono il contrario l’una

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dell’altra e la tozza mano di lui molla una pacca sul sedere magro di lei, con un pizzicotto che fa un male da riderci sopra e arrossa la smunta chiappa, come a voler visibilmente segnare quel territorio di poca carne e molte ossa. Lei scompare dall’ingresso e compare in cucina a tagliuzzare e sminuzzare qualcosa per il suo maritino stanco. Lui scompare dall’ingresso e compare in salotto. Accende luci soffuse blu e rosa e attacca lo stereo con il solito album di ogni tranquilla serata che si rispetti. PLAY

“Con ventiquattromila baci...”

Inizia a dimenarsi, molleggiante su quelle ginocchia che sembrano palloni da calcio e butta via la giacca e si toglie la cravatta di seta rossa, lanciandola via sul tavolo.

“...felici corrono le ore...”

Si sbottona la camicia e slaccia il cinto, ad occhi chiusi, di fronte agli altoparlanti, sognando chissà quale pubblico davanti a sé e cantando, un po’ a memoria e un po’ inventando come suo solito.

“...ma solo baci chiedo a teee...”

Questo lipidico spogliarello continua incessante e sul pezzo strumentale della canzone è già in mutande, calzini corti e maglietta bianca della salute.

“...con ventiquattromila baci così frenetico è l’amore...”

È nudo, ometto sorridente da cento e rotti chili, che fa muovere il suo enorme fondoschiena, incurante del peso e del pudore. Le sue dita tremolanti imitano le bacchette di un batterista, le sue braccia roteanti nell’aria vanno a destra e a sinistra in una deliziosa coreografia che lo fa ribollire tutto, quasi rotolando da una parte all’altra della stanza, con quelle tettone maschie, vive di vita propria, nel tripudio del grasso e della scomposta danza di un uomo che balla e felice sorride.

“...un giorno splendido perché...”

Ed ora sale sul tavolo, a quattro zampe, e continua a muoversi goffamente, sudando allegro sudore per la foga con cui ormai si è lanciato alla rincorsa di questa musica anni ‘60 che gli ricorda di quando era giovane, spiantato e magro, con la testa dondolante al suono di un jukebox.

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La moglie scompare dalla cucina e compare in salotto. Un dolce scheletro di modella semianoressica che segue il ritmo di questo andante Celentano e cammina mettendo le gambe ad angolo come nel twist. Nella mano ha qualche dadino di cioccolato e lo porge al marito con la cura che un domatore avrebbe con la propria bestiolina da circo. Lui mangia direttamente dalla sua mano sottile, sporcandosi il naso, e lei, premurosa e tenera come il burro che si scioglie in padella a fuoco lento, lo ripulisce con la lingua, lasciando su quel faccione sornione una scia brillante di saliva, simile al passaggio di una lumaca dal guscio rosa shocking disegnato da Andy Warhol.

“...con ventiquattromila baci ogni secondo è tutto mio...”

La canzone sfuma, lasciando qualche vaporoso attimo di silenzio sospeso nell’aria, diventata calda per tutto quell’andirivieni danzerino. Lei gli avvicina le labbra ad un orecchio e dice «Tesoro, la cioccolata è pronta». E la musica si ferma. STOP Marito e moglie vanno verso la cioccolata, ma nello scomparire dal salotto non compaiono in cucina. Potremmo rimanere spiazzati, vedendoli prendere un’altra stramba direzione. C’è da chiedersi quale matteria dovrà ancora fare questa strampalata coppia. Ed eccola – a svelare ogni mistero comparso davanti ai nostri occhi banali – fumante, dal colore scuro e intenso, quella cioccolata tanto desiderata riempie la vasca del bagno padronale. E dopo una carezza che sa di pasticceria e di golosità per bambini un po’ cresciuti, eccoli sguazzare nel cioccolato fondente, a leccarsi vicendevolmente, ad assaporare queste delizia culinaria e certo afrodisiaca, ad imbrattarsi, canticchiando, fischiettando, accennando con le mani qualche mossa di rock’n’roll e baciandosi con tanta passione, amandosi in quella dolcissima pozza d’amore. E lei, mogliettina perfetta, di quelle donne tanto comuni nelle pubblicità delle merendine per la colazione, guarda quel cucciolo paffuto di marito e gli dice «Ti amo, porcellino mio!». Sentendo questa frase, il nostro grassoccio signore prova un violento turbamento dell’animo, quasi abbia ricevuto un insulto pesante almeno quanto il suo grosso culo. Mette sulla bilancia del suo ego quelle quattro parole. Pesano decisamente troppo per la leggerezza che chiede dalla maschera che indossa. Le sue mani dolci, tenere di carezze e giochi e cacao, si trasformano. I muscoli s’irrigidiscono, come pronti ad una battaglia, il sangue s’inerpica per il cervello trasportando una rabbia furiosa, lo sguardo diventa spesso e spigoloso, e la linea della bocca s’inarca come l’infinito orizzonte dello sdegno. Afferra quello scheletro di moglie per il collo, comincia a stringere con la forza di un assassino. La guarda terrorizzata, mentre quello che era il volto angelico di una donna inizia a deformarsi

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sotto il demoniaco incantesimo della paura più cieca. Lei cerca di opporsi, ma per quanto possa chiedere aiuto al proprio corpo, il peso del suo uomo è sufficiente a vanificare ogni sforzo. E viene spinta sempre più in basso, sempre più immersa nella cioccolata, verso il fondo della vasca. Ormai gli occhi non vedono più nulla, chiusa nel buio che la sta sommergendo. Solo il naso può ancora sperare in una qualche salvezza, sperare di venir fuori vivo da quel naufragio al gusto di cacao. Ma anche gli ultimi suoi respiri si riempiono di quel liquido denso e scuro, di quella maledetta cioccolata. Lei è soffocata e affogata nel medesimo istante, morente della stessa morte di una nocciola dentro un dolcetto, indotta a percorrere il sentiero della fine dallo stesso uomo che ama. E lui, questo marito impazzito, questo uomo disperso tra l’essere ed il riflesso dell’essere, vede ribollire il respiro di lei sulla superficie marrone, la sente arrendersi, abbandonare ogni speranza, senza più forze, senza alcun sussulto vitale, arresa alla conclusione del proprio passaggio su questa Terra. Non si muove più, lei. Esce da quel pantano, lui. A vederla così quella vasca, potremmo anche credere che non contenga un cadavere. Ma noi, testimoni di uno strano assassinio, sappiamo che una donna è là sotto. Una nocciola dentro un dolcetto. Dal bagno seguiamo impronte e gocce pasticcere . Ci conducono di nuovo in salotto. Un uomo, un vitello grasso, un maiale nero, ricoperto di cioccolata dalla testa ai piedi, si avvicina allo stereo. Anche se è notte fonda, il volume altissimo. PLAY

“Con ventiquattromila baci...”

E balla... E balla...

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E balla...


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ZWEI  

Due racconti di Andrea dei Sedizi diventano due fumetti di Manu Cafferini

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