Issuu on Google+

Andrea Agostino

Essere semplici nella fede


2


Prefazione In questo libro, oltre alla mia autobiografia, ho voluto proporre al lettore una mia personale riflessione riguardante il grande dono della Fede. Il fatto stesso che siano miei pensieri sottolinea naturalmente che non si tratta di un libro di omelie, oppure di belle parole scritte tanto per apparire; lo scopo, unico e solo, che mi ha spinto a dedicare un poco del mio tempo libero a questa scrittura è quello di condividere le mie considerazioni a proposito non soltanto della Fede, ma anche delle più delicate tematiche morali sulle quali l’uomo si interroga, da quelle che sono oggetto di dibattito da secoli fino alle più attuali. Il punto di vista, perciò, sarà quello di un cattolico puramente laico, per quanto vicino all’ambito ecclesiale. Spero che questa lettura possa essere gradita e che fornisca spunti interessanti per approfondire le personali riflessioni del lettore.

3


Autobiografia 19 Febbraio 1991, una notte buia e piovosa quando, nell’allora ospedale “Fratelli Crobu” di Iglesias venni al mondo. La mia nascita fu complessa e i miei primi mesi molto incerti. Fin da piccolo, sia per gratitudine quando mi fu raccontato del difficile inizio della mia vita, sia penso anche grazie all’influenza del contesto in cui crebbi, manifestai la mia fede. All’asilo il mio gioco preferito era fare la messa e coinvolgevo i miei compagnetti sistemandoli in fila come per giocare alla processione e recitavo il rosario in sardo, sotto lo sguardo estasiato della maestra, Suor Clara. La cosa bella era sapere di avere uno zio prete che ogni domenica potevo vedere. Gli anni passavano e la mia fede cresceva. Nel 2000 feci la Prima Comunione e nel 2001 l’allora parroco di Siliqua, don Gigi, accettò la mia richiesta di diventare ministrante; quest’esperienza, durante la quale fui anche un giovanissimo catechista, durò sino al 2010 dandomi la gioia immensa di poter servire Gesù più attivamente.

4


Un altro dono che fin dalla tenera età non è mai stato nascosto è la mia voce, la mia attitudine per il canto. Coltivai già da piccolo questo mio talento dapprima ricevendo lezioni di pianoforte e canto, e dopo (nel 2002) frequentando una scuola di musica. A quel punto il mio amore per quest’arte poteva considerarsi affermato e oggi al posto di quel bambino che si dilettava nel canto c’è un uomo che coltiva questa sua passione professionalmente, mentre tuttora una delle attività che prediligo per il tempo libero è visitare gli ammalati.

5


Sia fatta la Tua volontĂ 

6


La malattia, che nell’esperienza quotidiana è percepita come una frustrante limitazione della naturale forza vitale, è occasione per i credenti un significativo momento di riflessione in cui analizzare la nuova difficile situazione nell’ottica propria della fede. Essa è conforto, solleva l’uomo dall’angoscia di domande che non trovano risposta definita in questo mondo terreno: quale spiegazione per i mali (fisici e psichici) che possono presentarsi durante la vita, al declino della vecchiaia? Il progresso scientifico arriva soltanto ad illustrare le dinamiche che possono originare tali angosce; può rispondere al cervello che ha fame di sapere, ma non al cuore che chiede di capire: perché a me questo dolore? Perché alla mia mamma, o al mio figlioletto? Perché proprio ora? Perché così? Perché? Proprio in questa fase il credente ha bisogno della fede, poiché in essa può trovare, se non le risposte che cerca, il motivo per cui a questo mondo non possiamo capire i motivi. Possiamo cioè trovare un aiuto prezioso ad affrontare la difficoltà, infondo capire perché la stiamo subendo non è più così indispensabile e quelle parole che pronunciamo nel Padre Nostro avranno più valore, in quel momento più che mai sarà il cuore, non le labbra a pronunciare: sia fatta la Tua volontà. Essere ammalati non è facile, lo si legge nei visi di chi soffre prim’ancora di sentirlo con le proprie orecchie. Altrettanto difficile è vedere soffrire una persona che si ama: se anche il malato ha la forza interiore per accettare, per il suo caro può forse essere perfino più difficile rimettersi alla volontà divina, a causa della frustrazione e del forte senso di impotenza che si prova vendendo una persona alla quale siamo molto affezionati patire tanta sofferenza, quante volte si

7


vorrebbe poter fare di più. Scontato che tale senso di inadeguatezza è tanto più forte quanto più è intenso il legame, e talvolta può essere causa di ulteriori situazioni di disagio (debilitazione dovuta allo stress, crollo psicologico, affaticamento, ecc). Nelle mie esperienze ho visto situazioni di vario genere, alcuni riescono meglio ad accettare, trovano nella solidarietà ricevuta dal prossimo la forza per mantenersi saldi malgrado tutto. Per questa ragione questa attività, che non richiede chissà quale organizzazione ma semplicemente qualche minuto da dedicare ad essere buoni, è particolarmente importante per me da vari punti di vista: oltre ad essere dovere di ogni cristiano, assistere gli ammalati (anche solo con la vicinanza e l’affetto, senza dover avere necessariamente specifiche competenze) penso sia anche una responsabilità sociale, un valore etico laico, che va aldilà dell’appartenenza religiosa. Tuttavia molti ignorano l’importanza di un gesto così semplice, non nel senso che non lo conoscono ma piuttosto direi che vogliono non vederla, spesso per paura. Trovarsi d’innanzi alla sofferenza non è mai facile, è comprensibile che spaventi, anzi sarebbe più strano se lasciasse impassibili; andare a trovare gli ammalati comporta dover vedere nei loro occhi la sofferenza, sveglia una paura che ogni persona in grado di amare porta sempre dentro di se: potrebbe accadere ad una persona cara, o a me. E poi c’è sempre quell’incertezza che bisogna riuscire a vincere: cosa dire? Come rapportarsi ad una persona che soffre? Tante persone con cui è capitato di parlare di questo delicato argomento ammettono di non voler fare visita agli ammalati non per insensibilità, ma

8


perché temono di non essere all’altezza, di non sapere cosa dire, come consolare, temono di non riuscire a far sorridere i tristi e di lasciarsi coinvolgere troppo emotivamente. Le paure e i dubbi aumentano ancor di più se facciamo visita ad ammalati che non conosciamo, per esempio svolgendo attività di volontariato negli ospedali, dove ogni volta ci sono volti nuovi: non sappiamo mai a che tipo di situazione si va incontro, se troveremo una famiglia che spera o una che dispera, e come spesso capita in tal caso si chiude in se stessa. Ecco quella predominante paura di andare invano, di non riuscire a portare nemmeno un poco di speranza, paura che la nostra visita non sia gradita. Accade nei casi più drastici, e so quanto sia difficile trovare qualche cosa da dire che non venga percepita con fastidio. Genitori che vedono soffrire in un letto i loro piccoli, e chissà se apprezzeranno il tuo tentativo di farli giocare un po’ per distrarli o se ti sentirai dire che il loro figlio potrà più giocare, potrebbero pensare che il tuo buon proposito crei illusione e false speranze. Quali parole di conforto usare? Spesso si pensa a frasi come “Dio vi è vicini”, ma spesso questo tipo di conforto può rivelarsi rischioso: cosa rispondere ad una mamma che vedendo il figlio spegnersi così piccino accusa Dio, sopraffatta dalla disperazione, di volerla punire? Come si fa a dirle che non è così, che Dio non fa ripicche ma che ci ama e ci perdona, che comunque non ci punirebbe così facendo soffrire chi amiamo? Sono tutti timori umanamente comprensibili, io stesso tante volte andando a trovare gli ammalati, lungo il cammino, riflettevo sui motivi per cui ci stavo andando, e chiedevo “Signore, perché tutta questa sofferenza? Alleggerisci a coloro

9


che sono nel dolore il peso della croce, donagli la speranza e la forza di lottare”. Vincere questi timori, che è inevitabile vi siano in ogni animo, è una prova importante e qualche volta l’impulso di arrendersi si fa sentire, ne più ne meno come a Gesù nel deserto si palesavano le tentazioni, ma bisogna riuscire a perseverare innanzitutto dentro noi stessi; solo così, riuscendoci, si può essere dei buoni portatori di speranza per coloro che soffrono. Se ci sentiamo deboli, se il dispiacere che vediamo d’innanzi ai nostri occhi permea in noi demoralizzandoci, in quel momento non siamo adatti per assolvere questo delicato compito che Gesù ci ha chiesto di non trascurare, meglio soprassedere per un po’ piuttosto che essere involontariamente portatori di ulteriore scoraggiamento, perché l’ammalato più che le parole che pronunciamo con la bocca percepirà il nostro stato d’animo.

10


Poesia a Maria (Gioia) Tu sei l’aria leggera, come un’alba di primavera sei una ginestra in fiore, come una rosa nel suo splendore. Tu sei il sole che riscalda la vita, sento che brucia tra le mie dita, sei il rosso del cielo al tramonto, sei la voce lontana nel vento. Ho bisogno di Te per pregare. Tu sei fatta così ti si può solo amare quante volte ho sentito, dentro il silenzio dell’anima, come un soffio di voce: Ave Maria. Sei il germoglio che sboccia, rododendro in mezzo alla roccia, sei il sorriso che ti scioglie piano, sei chi cammina e chi tiene la mano. Sei la neve che scende nel mare, come pioggia che non fa rumore, sei come un fuoco nella notte più scura, come il sereno di quando rischiara. Ho bisogno di Te per pregare ti si può solo amare con un semplice canto di Ave Maria.

11


Educare con l’amore di Dio e Maria

12


“Educazione”. Originariamente, il termine educare significava l’azione e l’effetto di alimentare o nutrire la prole. Un’alimentazione che, evidentemente, non si deve limitare al piano materiale, ma che comprenda anche lo sviluppo etico dei figli: intelletto, moralità, senso civico. Figlio e genitore sono, rispettivamente, l’educando e l’educatore per natura, protagonisti di una sorta di “educazione primaria”. Ogni altro tipo di educazione (es. quella scolastica, sportiva, professionale, ecc.) lo è soltanto in maniera secondaria e in un certo senso settorializzata, conforma l’individuo a quello specifico ambito, mentre l’educazione di un genitore è più ampia, poiché prepara alla vita e in effetti a ricevere qualsiasi altro tipo di educazione. Per questo il diritto all’educazione fa parte della natura umana e affonda le sue radici in quelle realtà che sono simili a tutte le persone e, in fin dei conti, sono il fondamento della società stessa. Perciò i diritti ad educare e ad essere educati non dipendono dal fatto che siano elencati in una norma positiva, ne sono una concessione della società o dello Stato: sono diritti primari, nel senso più profondo che si può dare al termine. Il diritto dei genitori di educare i figli è in funzione del diritto che i figli hanno di ricevere un’educazione adeguata alla loro dignità umana e alle loro necessità: è quest’ultimo che costituisce la base del primo. Gli attentati a questo diritto dei genitori costituiscono, in sostanza, un attentato al diritto del figlio, il quale per giustizia deve essere riconosciuto e sostenuto dalla società. Il fatto che in diritto del figlio ad essere educato sia basilare, non significa che i genitori possano rinunciare ad

13


essere educatori, magari con il pretesto che altre persone o istituzioni possano farlo meglio. Il figlio è anzitutto figlio: per la sua crescita e maturazione è della massima importanza che sia accolto come tale in seno alla famiglia. La famiglia è il luogo naturale nel quale i rapporti di amore, di servizio e di donazione reciproca che configurano la parte più intima della persona si scoprono, si apprezzano e si apprendono. Ecco perché, salvo i casi di impossibilità, ogni persona dovrebbe essere educata dai propri genitori in seno alla famiglia, sia pure con la collaborazione, nei loro diversi ruoli, di altre persone quali fratelli, nonni, zii, ecc. Alla luce della fede, la generazione e l’educazione acquistano una dimensione nuova: il figlio è chiamato all’unione con Dio e appare agli occhi dei genitori un dono che è, contemporaneamente, una manifestazione dell’amore coniugale. Quando nasce un nuovo figlio, i genitori ricevono una nuova chiamata divina: il Signore si aspetta che essi lo educhino nella libertà e nell’amore e lo portino un po’ alla volta verso di lui; si aspetta che il figlio trovi, nell’amore e nella cura che riceve dai genitori, un riflesso dell’amore e della cura che Egli stesso gli dedica. È proprio per questo che, per un genitore cristiano, il diritto e il dovere di educare un figlio sono irrinunciabili per motivi che vanno aldilà di un certo senso di responsabilità, anche perché fanno parte della sua risposta alla chiamata divina ricevuta col Battesimo. Ebbene, se l’educazione è un’attività paterna e materna originaria, qualunque altro agente educativo lo è per delega dei genitori ed è a loro subordinato. <<I genitori sono i primi e principali educatori dei propri figli ed hanno anche in questo

14


campo una fondamentale competenza: sono educatori perché genitori. Essi condividono la loro missione educativa con altre persone ed istituzioni, come la Chiesa e lo Stato; ciò tuttavia deve sempre avvenire nella corretta applicazione del principio di sussidiarietà>>. Logicamente, è legittimo che i genitori cerchino aiuti per educare i propri figli: l’acquisizione di competenze culturali e tecniche, i rapporti con persone al di fuori dell’ambito familiare, ecc., sono elementi necessari per una corretta crescita della persona, che i genitori da soli non potrebbero soddisfare adeguatamente. Ne consegue che <<ogni altro partecipante al processo educativo non può che operare a nome dei genitori, con il loro consenso e, in una certa misura, persino su loro incarico>>. Tali aiuti sono cercati dai genitori, che non perdono mai di vista ciò che si aspettano da costoro e stanno attenti affinché rispondano alle loro intenzioni ed aspettative.

[Citazioni da “Lettera alle famiglie” n° 16 – Giovanni Paolo II]

15


Quando ero piccolo, e cominciavo a leggere il Vangelo, non avrei mai potuto immaginare che in una sola parabola fosse racchiusa una parte essenziale della storia dell’umanità, che ci fosse il fondamento della nostra speranza. Per poter comprendere il Vangelo non sono sufficienti i libri dei sapienti, ma occorrono anche l’esperienza, gli incontri che si fa, le persone che si conoscono, le avventure che si trovano lungo il cammino (a volte faticoso) della vita. Gesù è venuto in mezzo a noi testimone di valori autentici, di libertà, di passione per la verità, di ricerca di Dio, testimone di gratuità, di servizio, di generosità. Ma chi lo ha ascoltato? Tante parole come semi perduti tra i sassi, nella terra arida, soffocati dai rovi. I semi della sua parola sembravano disperdersi tra gente indifferente che lo rifiutava, talvolta lo calunniava; addirittura i suoi discepoli, coloro che l’avevano accolto con entusiasmo, all’ultimo momento lo abbandonarono. Ma ci fu chi rimase, come Maria che pianse ai piedi della croce: possiamo guardare ad ella come il simbolo della nostra speranza, Gesù non fu del tutto abbandonato e infatti dopo duemila anni siamo ancora qui riuniti nel suo nome. Tanta gente, rifiutata, a volte perseguitata, a volte uccisa come Gesù, ha saputo piantare semi di giustizia e di bene. Tuttavia le difficoltà che l’essere cristiani ha talvolta comportato nei secoli (specialmente nei primi d.C.), non devono far perdere la speranza, il buon cristiano predilige la felicità che gli proviene dalla gioia di essere tale (con i fatti di tutti i giorni, non soltanto con le parole) e non l’amarezza che può provenire dalla difficoltà, dal peccato, dall’inimicizia, dalla discordia...

16


In fondo è questo uno dei più noti e rimarcati insegnamenti di Gesù che, pronunciando le famose Beatitudini, ha detto: beati coloro che soffrono. Beati: felici. La beatitudine è felicità. Mi piace interpretare in chiave più semplice questa beatitudine: non tanto essere felici per la propria sofferenza (un concetto che il pensiero moderno confonde spesso con l’autolesionismo), piuttosto essere felici malgrado la propria sofferenza. E Dio ce ne renderà merito: l’ha promesso, e Lui non manca mai di parola. In questo esempio tanti altri hanno seminato sul loro cammino. Tra questi ad esempio San Francesco d’Assisi, felice della ma soprattutto nella sua povertà terrena. E noi ne siamo gli eredi, raccogliamo i frutti di tanta gente. Ma questo non vale soltanto in religione, prendendo esempio da Dio, dai Santi e dai Beati, dalle personalità gradite all’ecclesia: noi prendiamo i frutti di tanti altri, vale per tanti aspetti della vita. E talvolta perfino da persone che non sono (o non sono state) gradite proprio alla Chiesa. Si pensi a Galileo Galilei: fu scomunicato, rinchiuso in prigione e costretto a ritrattare quelle che, solo dopo, si sarebbe dovuto ammettere che sono inconfutabili verità: aveva ragione lui! Le sue intuizioni, confermate dai suoi studi, sono dei semi che tuttora portano ancora frutto e ne porteranno sempre. Talvolta quindi ha ragione chi si ribella e non coloro nei confronti dei quali avviene la ribellione. L’apostolo Paolo dice allo schiavo che fugge di tornare dal suo padrone. Ma chi è il padrone? Dio o Mammona? Anche i più sapienti sbagliano, ma ciò ad esempio non ha deposto in sfavore della santità di Paolo. Tanta gente nei secoli ha cercato di ribellarsi, ritenendo che ogni

17


persona sia inviolabile e non possa essere ridotta da nessuno in alcuna forma di schiavitù, ne fisica (come accadeva nel passato, in cui gli schiavi erano una proprietà come un oggetto) ne intellettiva. Molti sono stati ingiustamente condannati, rifiutati solo perché controcorrente rispetto al pensiero o al costume prevalente nella società, anche dalla Chiesa, ma ciò non toglie che avessero comunque ragione loro. Anche ai giorni nostri, seppure brutalità come i roghi e altre forme di torture ed esecuzioni pubbliche siano ormai pressoché estinte nella maggior parte dei contesti sociali del mondo, anche nel nostro piccolo, quante volte capita di imbatterci nella critica, talvolta ostile, di chi non la pensa come noi, di chi ci ritiene indegni per chissà quale motivo, di chi vuole inculcarci un pensiero che non condividiamo, uno stile di vita che non ci appartiene, un pessimismo che soffocherebbe la nostra speranza? Sempre, purtroppo, troppe volte. E tanto più ci è vicina la persona che ci assoggetta a queste situazioni, tanto più acuto sarà il nostro dispiacere, tanto più profonda sarà la ferita che scaturisce. Specialmente se questa persona è tra quelle che concorre con i genitori alla nostra educazione, ancor di più se questa persona fosse il genitore stesso. <<Parliamo, parliamo e sembra che nessuno ci ascolti>>, poi magari dopo anni incontriamo qualcuno che dice <<mi ricordo di lei, mi ha lasciato qualcosa dentro>>. Quel seme piantato dai genitori, dagli amici, dai nonni, dagli insegnanti, dai catechisti, ha portato qualche frutto: è la radice della nostra speranza. Qualcuno potrebbe dire che anche tra queste figure che

18


dovrebbero aiutarci a prendere la giusta direzione c’è chi semina male; l’antico proverbio diceva “chi semina vento raccoglie tempesta”, è vero! Potremmo fare elenchi lunghissimi, anche molto attuali. Ma il compito di ogni essere umano, ancor di più il compito di un credente, è quello di cercare negli esempi che lo circondano i semi giusti, saperli discernere da quelli cattivi, al fine di essere poi noi i seminatori. Dobbiamo cioè cercare di seminare soltanto i semi giusti, anche se tante volte non è semplice. Le ragioni di questa difficoltà sono tante, tra queste certamente anche il fatto che può essere addirittura doloroso a volte constatare che una persona a noi vicina sta seminando male, dobbiamo riuscire innanzitutto dentro di noi a prenderne atto, allo stesso tempo facendo di tutto per evitare che tra noi e quel nostro prossimo si creino incomprensioni o allontanamenti, e se necessario cercare di far notare l’errore al nostro prossimo aldilà dell’imbarazzo che spesso si deve ad un rapporto gerarchico piuttosto definito, come può essere quello nei confronti di un genitore o di un insegnante, senza tuttavia la presunzione di avere dalla nostra parte la verità e la ragione più giusta: anche noi possiamo sbagliare e seminare male, a volte proprio pensando che siano gli altri in errore. Ecco in cosa consiste il nostro compito, ecco perché non è facile: è un insieme di delicati ed indispensabili equilibri. Il buon cristiano che si impegna per assolvere responsabilmente questo suo compito trova in Maria il giusto esempio. Tutti siamo chiamati ad essere santi e immacolati, Cristo ha amato la Chiesa per santificarla, purificandola con il Battesimo e la parola. Un’umanità di santi ed immacolati, ecco il grande

19


progetto di Dio nel creare la Chiesa. Un’umanità che non fugge dal suo cospetto come Adamo ed Eva dopo il peccato. Che cosa rappresenta in questo progetto universale di Dio, l’Immacolata Concezione? La liturgia in Maria ha segnato l’inizio della Chiesa. <<In lei hai segnato l’inizio della Chiesa, sposa di Cristo senza macchia e senza ruga>>. Tutti siamo pieni di rughe da spianare e macchie da lavare. Se si trattasse di un’opera teatrale si potrebbe dire in gergo che a questo punto entra in scena Maria, poiché è proprio in questi frangenti, quando più si palesano le nostre manchevolezze e le nostre umane limitazioni che possiamo trovare in Maria l’aiuto per affrontare le difficoltà della vita. Specialmente quando le difficoltà più ardue le viviamo all’interno della famiglia, o per causa di essa. La famiglia è un vincolo sacro che si fonda sull’amore coeso di una coppia, la cui naturale maturazione sfocia nella testimonianza di tale amore da parte degli sposi per mezzo del matrimonio; è un valore importante per il quale rendere grazie tutti i giorni. In essa c’è Maria, la vera discepola di Cristo, colei che rimase fino all’ultimo, fino ai piedi della croce, che ci guida ogni giorno e ci prende per mano per indirizzarci nella strada giusta, ossia quella dell’amore, della fratellanza. Il si di Maria si fonda con amore materno e fraterno in ogni famiglia, specialmente in quelle più bisognose del suo dolce conforto, dove ci sono tristezza e sofferenza. Si pensi ad esempio alle famiglie dei tanti lavoratori disoccupati, ai senza tetto che ogni giorno vagano per le città alla ricerca di un posto sicuro ove passare la notte. <<Maria totus tuus ego sum>>, cioè Maria sono tutto tuo; così diceva il beato Giovanni Paolo II.

20


Paolo VI ai seminaristi di Cagliari diceva: <<non si può essere cristiani se non si è mariani>>, un’affermazione ricca di significato. Il cristiano non è tale senza la figura di Cristo. San Pio X disse: <<tu puoi non credere in Dio, ma Dio non cesserà mai di credere in te. Se non vi fate piccoli non potrete entrare nel Regno dei Cieli. Cristo durante la giornata ci da la carica per affrontare le fatiche del nuovo giorno. A volte ne andiamo fieri quando non andiamo in chiesa da parecchi mesi o anni, ma Dio è pronto ad accoglierci tra le sue braccia, ci ama così con i nostri limiti ed i nostri difetti. Anche nel mistero della confessione: quanti sono da tanto che non si confessano, ma Dio è pronto ad accoglierci nel suo amore di Padre>>.

21


Dio ci ama come siamo

22


Io credo in Dio Padre Onnipotente. È quello che diciamo nella professione di fede; però mi chiedo tutt’oggi come si fa a non credere in Cristo. Pare essere diventata una moda, dopo aver ricevuto il Sacramento della Confermazione, allontanarsi dalla Chiesa. In chiesa si dovrebbe andare per il Signore, non conta se c’è quella persona che mi sta antipatica, anche se essa fosse il sacerdote, bisogna riuscire a sentire la necessità ogni domenica di andare in chiesa, poiché mi aspetta il mio caro amico, il Signore, con cui io mi posso confidare. Tuttavia Dio desidera che lo amiamo nel modo più sincero e spontaneo che sappiamo trovare nel nostro cuore; non ci chiede tanto, ha sete di noi, vuole che lo portiamo durante la nostra giornata nel nostro cuore, perciò si può con una certa sensatezza ritenere che egli preferisca una preghiera detta da casa con spontaneità piuttosto che ci rechiamo in chiesa se ciò non suscita in noi particolare entusiasmo: è importante servire il Signore in letizia. Certo sicuramente sarà ancor più contento se vorremo di buon grado accostarci alla celebrazione. La Messa è un modo per metterci in contatto con Cristo, egli per dimostrare al mondo quanto veramente ci ama si è fatto inchiodare in croce ed è morto; quelle braccia spalancate che dicono “venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi ed io vi darò ristoro”. Dio ci vuole poveri in spirito, l’uomo guarda l’apparenza, mentre Dio guarda il cuore. Tante volte siamo sordi e non vogliamo sentire quello che ci dice Gesù, oppure nello sconforto diciamo “Signore, dove sei?” senza accorgerci che è davanti a noi, è lui che ci guida nella strada della salvezza e dell’amore. Credere in Dio è la cosa più bella che possa fare una

23


persona, Dio ci ha creati per essere il suo gregge amato, noi siamo le sue pecore e Gesù è il buon pastore che ci guida. Ognuno di noi deve riuscire a trovare nel suo cuore il modo più sincero e spontaneo per amare Dio, il che significa quindi il modo per accorgerci della sua presenza, per renderlo partecipe e presente nella nostra quotidianità. Dio ci ama come siamo, ci amerà sempre e comunque, ma questo non ci esonera dall’essere dei bravi figli. Come il bimbo, che pure sa che il suo papà gli vuole bene sempre a prescindere dalle monellerie che combina, ma ciononostante desidera farlo felice, magari gli fa un disegno o lo coinvolge nei suoi giochi, quasi a volersi meritare quell’amore che comunque riceve. Dal comportamento dei bambini possiamo sempre imparare tanto, del resto ci sarà pure un motivo se Gesù ha detto “lasciate che i bambini vengano a me”. Coinvolgere Dio nella nostra vita, come il piccolo coinvolge il suo papà nei suoi giochi: è questo che il buon cristiano cerca di fare, è un modo sano per compiacere. La vita è un grande dono che Dio ci ha dato in prima persona. La vita di ognuno di noi ha un inizio e una fine; il salmo 129 ci dice: <<io spero nel Signore, l’anima mia spera nel Signore più che le sentinelle l’aurora>>. Nel salmo 15 ci viene detto: <<Proteggimi o Dio in te mi rifugio>>. Nella vita terrena siamo distratti da ogni cosa e non ci soffermiamo mai a riflettere sul significato della vita. Dio ci spinge a convertirci e ad amare il prossimo. La parola vita è ricca di significato, essa sarà fatta da momenti di gioia, ma anche di dolore e di sofferenza. Questi non devono essere cercati, bisogna solo trovare in noi stessi e

24


nel conforto del nostro prossimo che ci ama la forza per affrontarli e superarli quando capiteranno. Penso ai tanti ammalati nelle loro case, perché in coloro che li assistono possano trovare la forza di Cristo. La vita è fatta di dubbi ed incertezze, ma il Signore ci guida nella retta via. La vita è un dono bellissimo, da quando il bambino nasce e subito vede la luce; così inizia un cammino che non sarà soltanto nascere, crescere e morire, come una rosa o una farfalla, ma molto di più. Vivere è amare, è provare emozioni e sentimenti, è compiere una tale moltitudine di atti e gesti che solo Dio può tenerne il conto, vivere è pensare, trovare in noi stessi chi siamo e i modi con cui scegliere di amare Cristo. La vita è pienissima di avvenimenti, di circostanze in cui dovremo essere capaci di discernere il giusto dal facile, o talvolta dall’aspettativa inadatta del nostro prossimo. Ciò a volte ci rende difficile proseguire nel cammino di questa vita fatta di scelte: quando siamo nell’incertezza e nel dubbio, presi dallo sconforto tendiamo ad abbandonare tutto, ma è proprio in Dio che dovremo ritrovare la forza e la volontà di apprezzare la nostra vita così com’è, con i doni che abbiamo ricevuto, meritevoli di quelli che potremo ricevere. Dobbiamo in ogni momento apprezzare il grande dono della vita che Dio ci ha fatto, dono che non si limita all’essere fisicamente esistenti e biologicamente vivi a questo mondo, ma infinitamente più grande e bello: più che “la vita” in generale, quasi come se fosse una qualsiasi, Dio ci ha donato “questa vita”, fatta in “questo” modo, con “queste” gioie. Dio non ci ha donato i dolori e le sofferenze, non sono doni, non si deve

25


dimenticare che in “questa” nostra vita possiamo anche subire gli effetti, come un’interferenza, del libero arbitrio del nostro prossimo, proprio di “quel” nostro prossimo che Dio ci ha messo accanto. Parenti o amici, mariti o mogli, colleghi o vicini di casa: ogni persona ha un ruolo più o meno incisivo in “questa” nostra vita. Dovremo essere in grado di capire in che misura e quali esempi prendere e quali no dal nostro prossimo, per poter così fare buon uso del dono che Dio ci ha fatto. Questo dono importantissimo, insomma, richiede seria responsabilità da parte nostra; per questo la nostra fede non deve essere fatta di sole adorazioni, di sole parole, ma di fatti concreti, di esperienze vissute che potremo testimoniare al nostro prossimo nell’intento di dargli il buon esempio affinché anch’egli faccia altrettanto. Solo così le nostre parole saranno utili e potranno essere efficaci, solo così non saranno vane. La nostra fede, come cristiani, si fonda sulla certezza dell’esistenza di Dio; egli è quell’essere tanto perfetto che venuto ad abitare nella nostra vita, si è voluto incarnare nel seno della Vergine Maria per farsi uomo, per farsi uno come noi. È quel mistero che contempliamo nella solennità del Natale, quando Dio ci ha mandato il suo figlio, sarà quel figlio che nel venerdì santo si darà in sacrificio per gli uomini nel legno della croce. Noi cristiani abbiamo la certezza di un Dio che si fa bambino, dal quale scaturirà il vero sacrificio per il suo popolo. Credere in Dio non è una garanzia, ma una certezza forte che ha origine nel cuore dell’uomo, certezza nel suo amore, un amore che sa capire, che non ci chiede niente in cambio, anzi

26


semplicemente ci prega di portarlo come testimoni del Risorto a tutte le genti. Nella sua prima lettera, San Giovanni ci dice che ciò che era fin dal principio, ciò che abbiamo visto ed udito, era il Verbo della vita, cioè Dio. Dice ancora l’Evangelista che Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. L’amore di Dio non è astratto, ma concreto e tangibile. Ricordo un giorno parlando con un mio amico ateo, che egli ad un certo punto mi disse: <<Io non credo in Dio>>, e parlando di ciò poi mi chiese: <<Ma scusa, da dove lo vedi che Dio esiste?>>. Era chiaro il tipico concetto dell’ateismo per cui “tutto ciò che non si vede con gli occhi, si sente con le orecchie e si tocca con le mani non esiste”. Gli risposi così: <<Lo vedo da un dono che lui mi ha dato, cioè la vita, dal fatto che mi ha messo accanto due persone importanti, cioè i miei genitori...>>. Credere in Dio non è sempre facile: si sa che la strada giusta spesso non è quella facile, talvolta rimanere irremovibili sulla propria fede può comportare sacrifici notevoli, addirittura sacrificare la propria vita. È il caso dei martiri, semplici uomini che hanno voluto dire a Dio il loro si senza esitazione, accogliendo Egli nella propria anima come ancora di salvezza. Ma quella salvezza vale solo per i martiri? No, per essere salvi in Dio non è necessario il martirio o comunque una dimostrazione estrema di fede. Dio ci chiede fedeltà più nella nostra semplice e piccola quotidianità che in grandi ed eclatanti manifestazioni esteriori, non ci chiede nulla che vada la nostra umile portata, la salvezza è per ognuno di noi. Dice un salmo: <<Il Signore è la mia salvezza>>. San Paolo, ai Colossesi, dice

27


che Dio ha dato la vita per noi, che eravamo morti per i peccati; ecco il suo scopo del farsi uomo, liberando il suo popolo dalla schiavitù. Ancora una volta San Paolo ci dice di rivestirci dell’uomo nuovo deponendo l’uomo vecchio, così dobbiamo fare anche noi abbandonando l’uomo vecchio e le cose passate per aprirci all’amore di Dio. Un canto della liturgia recita: <<chi ci separerà dall’amore di Dio?>>. Nessuno: niente infatti potrà mai separarci da lui poiché egli è tanto buono da non lasciare i suoi figli da soli e, come da lui promesso, starà con noi in eterno. L’amore di Dio è qualcosa di grande; quando mi venne chiesto, da piccolo, chi era Dio, risposi dicendo che è un qualcosa di grande. Lo stesso Aristotele lo definisce come l’entità suprema e perfetta ed un qualcosa di grande; aggiunge Sant’Agostino che l’amore di Dio è incomprensibile, tanto è grande da non potercene render conto.

28


Tra Nietzsche e fede

29


Dio è morto (in tedesco “Gott ist tot”; anche espresso come La morte di Dio) è un celebre motto di Friedrich Nietzsche contenuto nella sua opera La gaia scienza; sintetizza ermeticamente la decadenza della realtà occidentale nell’ultimo squarcio di millennio. Dio, infatti, è la metafora del mondo sovrasensibile in generale, senza riferimenti teologici diretti. Si ritrova inoltre nel famosissimo libro Also sprach Zarathustra (Così parlò Zarathustra), grazie al quale il motto ha assunto maggiore popolarità. L’idea è espressa dal filosofo come segue: <<Dio è morto. Dio resta morto. E noi l’abbiamo ucciso. Come potremmo sentirci a posto, noi assassini di tutti gli assassini? Nulla esisteva di più sacro e grande in tutto il mondo, ed ora è sanguinante sotto le nostre ginocchia: chi ci ripulirà del sangue? Che acqua useremo per lavarci? Che festività di perdono, che sacro gioco dovremmo inventarci? Non è forse la grandezza di questa morte troppo grande per noi? Non dovremmo forse diventare divinità semplicemente per esserne degni?>>. “Dio è morto. Dio resta morto” non è inteso letteralmente, piuttosto è la maniera usata da Nietzsche per dire che l’idea di Dio non è più fonte di alcun codice morale nella società a lui contemporanea. Nietzsche, notoriamente ateo, pare dunque voler rivolgere una critica all’ipocrisia di un mondo che, sebbene si proclami ferventemente rimesso alla volontà di Dio, si è reso sempre più distante da quegli insegnamenti divini spesso ostentati più che osservati, un mondo che celebra le festività pur non comportandosi degnamente. E nell’ultima frase di questo breve brano, “Non dovremmo forse diventare divinità semplicemente per esserne degni?”, pare quasi rivolgersi in

30


particolare alla cristianità, come a voler dire con un accesso polemico: non siete voi quelli che dicono che per essere degni di Dio bisogna seguire la strada della santità? Con un chiaro riferimento all’ateo luogo comune sui cattolici secondo il quale “vogliono diventare tutti santi” e al fatto che talvolta i cattolici, e ciò può a volte effettivamente capitare, tendono a venerare i Santi come delle divinità. “Non dovremmo forse diventare divinità (cioè santi) semplicemente per esserne degni (di Dio)?”. Nietzsche pare insomma esprimere, seppure con altisonanti filosofie, quel preconcetto puramente ateo che oggi si sente dire spesso in questi termini: “credete di fare i santi dando lezioni morali a tutti e intanto in quel che fate davvero c’è ben poco di divino. Il vostro comportamento dimostra che Dio non esiste”. Generalizzazioni che oggi, in un mondo sempre più fuorviato da scandali ed intrighi economici non più occultabili, attecchiscono con allarmante facilità nelle menti e nei cuori dei semplici. Nietzsche riconosce la crisi che la morte di Dio rappresenta per le considerazioni morali esistenti, poiché <<quando uno rifugge la fede cristiana, si toglie il diritto della morale cristiana da sotto i piedi. Questa moralità è senza dubbio auto-evidente... Rompendo uno dei principali concetti della cristianità, la fede in Dio, cade il tutto: nulla di necessario rimane nelle mani>>. Ne Il folle, il filosofo si rivolge non ai credenti, ma agli atei, sostenendo che il problema è ritenere valido un qualunque sistema di valori in assenza di un ordine divino. La morte di Dio è un modo per dire che l’uomo non sarà più capace di credere in qualunque ordine cosmico quando riterrà che non ne esiste uno. Essa condurrà, secondo Nietzsche, non

31


solo al rifiuto della credenza in qualsivoglia ordine superiore, ma anche al rifiuto dei valori assoluti stessi, al rifiuto di credere in un’oggettiva ed universale legge morale che lega tutti gli individui. In questa maniera, la perdita di una base sicura della morale condurrà al nichilismo. Il nichilismo è ciò su cui Nietzsche lavorò per trovare una soluzione al fine di rivalutare i fondamenti dei valori umani, con l’obiettivo di sviluppare una base che andasse più a fondo dei valori cristiani. Nietzsche credeva che la maggioranza delle persone non riconoscesse (o si rifiutasse di riconoscere) questa morte per ormai radicate paure od ansietà. Inoltre, se questa morte venisse ampiamente accettata, la gente dispererebbe ed il nichilismo diverrebbe predominante, confermando il credo relativistico per il quale la volontà umana è una legge contro se stessa; qualunque cosa sarebbe permessa. Questo è, in parte, il motivo per cui Nietzsche ritenne nichilistica proprio la cristianità, dal momento che il nichilismo è, secondo la sua tesi, la naturale conseguenza di un qualsiasi idealistico sistema filosofico, poiché tutti gli idealismi soffrono della stessa debolezza della morale cristiana, ovvero non c’è alcun fondamento sopra il quale iniziare a costruire. Per questo motivo definì se stesso come “un uomo sotterraneo” al lavoro, che scava e scava senza sosta.

32


Semplicità nell’invocare Dio

33


Avere fede al giorno d'oggi sorprende: la moderna laicizzazione di leggi, etiche e costumi, ai quali si aggiunge certamente il troppo caos di un’esistenza terrena sempre più frenetica, crea un divario sempre più profondo tra atei e credenti. Gli uni tacciano gli altri di fanatismo ed estremismo con crescente facilità ed insofferenza, gli altri tendono ad irrigidirsi sulle proprie posizioni, blindarsi a difesa dal mondo esterno, i dialoghi si fanno più poveri e gli sguardi più sospetti. Il termine stesso di laico, in questa confusione, è spesso manipolato: questo, dall’iniziale semplice definizione di colui che non fa parte del clero, oggi è diventato sinonimo di ateo o agnostico, a volte espresso impropriamente o con intento dispregiativo, come anche altre parole. Pare consumarsi un’ossessionata ricerca di termini sempre più duri e diretti per prendere le distanze gli uni dagli altri, e se da una parte c’è chi deride il credente, dall’altra rischia di esserci un cattolico fin troppo zelante nell’invocare Dio. Un botta e risposta in cui rischiano di essere tutti vinti quando invece devono essere trovate vie di dialogo e di pace che renderebbero tutti vincitori. Bisogna amare Dio con calma e riflessione, non con lo stesso nervosismo che caratterizza le nostre giornate sovraccariche di impegni e distrazioni, individuando nel proprio cuore delle forme sincere e interiori di avere fede in lui. La fede non è una cosa in cui credere, non è un qualcosa a cui rivolgersi, bensì una fiducia da adoperare nei confronti di Dio, un lasciarsi tenere per mano da Cristo nel grande itinerario della

34


nostra esistenza e riuscire a vedere la vita da un’altra prospettiva. “Quando ti invoco, rispondimi, Dio, mia giustizia: dalle angosce mi hai liberato; pietà di me, ascolta la mia preghiera. Il Signore mi ascolta quando lo invoco” (Salmo 4). Ogni giorno che passa è un ringraziamento a Dio per il dono della vita, occorre manifestare la nostra fede con la più totale semplicità, in quell’umiltà di cui Papa Giovanni Paolo I è stato (e la sua memoria lo è tuttora) un validissimo esempio; quel sorriso, quel suo modo di parlare esprimevano una semplicità autentica che ognuno può fare propria. Curiosamente, essere semplici è tra le imprese più difficili in cui il buon cristiano deve riuscire. In tale contesto, semplice è sinonimo di giusto ma non di facile. Pensiamo alla fede di Bernadette di Lourdes: nemmeno sapeva chi fosse l'Immacolata, eppure nelle apparizioni con la Madonna non mancava mai quella bella preghiera, l'Ave Maria; quello è un esempio di vera fede, lasciarsi condurre senza diffidenza. La fede, come dice Papa Benedetto XVI, è un qualcosa di vivo che possiamo trovare giorno per giorno specialmente nel volto dei sofferenti che non perdono la speranza: quella è la vera fede, perseverare nella speranza confidando in Dio. La fede è una vocazione, la stessa di una madre e di un padre che lavorano per dare un sostentamento alla propria famiglia, è quella di San Isidoro, un agricoltore che prima di iniziare il lavoro dei campi si affidava ogni mattina al suo Dio. Credere significa dare pienezza al grande disegno di Dio affidando la propria vita a colui che allo stesso tempo l'ha data per noi.

35


Oggi ci poniamo troppe domande riguardanti l'esistenza di Dio, ci interroghiamo su chi è, cosa c'è dopo la morte, dov'è nella vita e soprattutto quella domanda: dov’è Dio nel momento della sofferenza e del lutto? Davanti al dubbio, al lutto e alla sofferenza, seppure con sacrificio occorre mantenere salda la propria fede, è questa che ci rende possibile andare avanti. Se ho fede non posso dubitare dell'esistenza di Dio, perché appunto avere fede significa credere in lui e dunque logicamente nella sua esistenza; riflettendoci bene, potremo accorgerci che anche la fede, a discredito delle teorie sulle quali si radica l’ateismo, ha una sua logica e una sua razionalità pur nell’infinita varietà di forme che essa può assumere nei nostri cuori. Quante volte la nostra fede, in una circostanza triste e complicata come per esempio la sofferenza di un nostro caro, è venuta meno; a tale proposito mi piace soffermarmi su una storia intitolata “Le orme”, ambientata in una spiaggia sulla quale i protagonisti, cioè Dio e un ragazzo, passeggiano. Dio fa vedere al ragazzo la strada che ha percorso nella sua vita. Ad un certo punto però al posto di vedere due paia di orme, le proprie e quelle di Dio, il ragazzo ne nota solo uno. E alla domanda “perché solo un paio di orme?” Dio gli risponde “tranquillo, quelli sono stati i momenti più duri della tua vita dove io ti ho preso in braccio”. Questa storia, che può tramutarsi in fantasia se si volesse, è metafora del fatto che Dio è sempre con noi, soprattutto nel momento del dolore, anche se non ce ne accorgiamo e ce la prendiamo con lui se il dolore ci fa pensare

36


che lui si sia girato a guardare altrove. Anche se non gli saremo grati, lui ci resterà vicino in ogni caso e continua ad amarci incondizionatamente. All’Angelus del 10 Settembre 1978, Giovanni Paolo I affermò: <<(Dio) è papà. Più ancora: è madre>>. Sebbene poi Papa Benedetto XVI si sia dissociato da tale affermazione, asserendo che “Dio è solo Padre”, il messaggio di Albino Luciani resta valido ed immutato: Dio è madre poiché ti ama come fa una madre, in maniera tanto completa quanto semplice ed incondizionata. “Dio aspetta la pecora smarrita, e quando ritorna corre ad abbracciarla e baciarla. Il padre perdona e cancella il passato del figlio che ritorna, non giudicherà mai per quello che ha fatto mentre era smarrita” (Luca15:11-24).

37


38


Essere semplici nella fede