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...     Venezia.     Un  labirinto  di  acqua  stagnante  e  frotte  di  turisti.  Questa  città  ha  sempre  esercitato  un   particolare  fascino  su  di  me,  come  quelle  donne  di  paese  su  cui  si  riversano  maldicenze   peccaminose,  tenute  lontane  dalla  carne  dal  bigottismo  invidioso,  ma  costantemente  presenti   nei  desideri  più  profondi.  Non  imbocco  ponte  degli  Scalzi,  come  invece  fanno  le  truppe  di   viaggiatori,  illusi  di  poter  decidere  il  proprio  cammino,  quando  invece  sono  subdolamente   incanalati  dalla  città  verso  San  Marco.  Proseguo  lungo  le  Fondamenta  e  mi  ritrovo  così  nel   ghetto,  il  più  antico  d'Europa.  Mi  fermo  a  guardare  il  menù  esposto  di  un  ristorante  ebraico.   Tra  le  mani  il  libro  della  signora  dei  tortellini,  con  l'indice  a  tenere  il  segno.  Un  moderno  don   Abbondio.     Le  propongo  uno  scambio,  dice  un  vecchio  alle  mie  spalle,  quale  chiedo  io.  Mi  dia  il  suo  libro  e   le  offro  il  pranzo.  Ma  non  l'ho  finito,  mi  lamento.  Lui  insiste.  Le  rubo  un  finale,  per  dargliene   un  altro.  Una  storia  per  una  storia.       "Non ha mai intrapreso un viaggio fondato sul baratto? È un’ottima cura." Le parole del mio medico mi ritornano in mente. Vorrei partire, ma come potrebbe aiutarmi, avevo chiesto. Il suo caso è molto semplice caro ragazzo, lei è privo di meraviglia. É grave? Dipende, aveva continuato, molti vivono senza meraviglia, senza lamentarsene, altri, come lei, invece ne soffrono; l'unico modo per guarire è trovare qualcosa che la meravigli e per farlo un buon viaggio fondato sul baratto può essere la strada, scusi il gioco di parole, ridacchiava. Provi a iniziare da una libreria. Con sotto il naso un ottimo piatto di mussaka, ascolto il vecchio raccontarmi la propria storia, ben consapevole che terminato il pasto, il cibo sarà finito e l'uomo sarà in silenzio. Non avrò in mano nulla da poter toccare. Esito quindi ancora un attimo prima di cedergli il libro. Di che cosa ha paura, mi domanda; di non aver più nulla da scambiare con altri, che il mio viaggio sia già finito. Non sia sciocco, mi rimprovera, ha sempre se stesso e se sarà accorto a cedere con parsimonia quello che ha da offrire, il suo viaggio sarà molto lungo. Non sono sicuro di essere stato convinto. Fisso i riccioli della barba dell'uomo. Ve ne sono alcuni neri, sparuti filamenti di oscurità rimasti impigliati in quel candore suggeritore di saggezza. Come un monito. Come a ricordare che quel vecchio non differiva molto da me, che nonostante la sua storia non mi avesse raccontato tutto, che avesse per l'appunto ceduto con parsimonia se stesso. Mentre mi dirigo verso Punta della dogana, mi domando se conoscerò mai il finale della storia della signora dei tortellini. Provo un certo disagio ad aver lasciato il libro a metà, un certo senso di colpa nei confronti di quei personaggi di carta che vivranno d'ora in poi nell'incertezza. Arrivo alla mia meta e fisso la laguna. "La realtà è un flusso profondo di cui noi, tutti, siamo increspature improvvise." Cerco di ricordare quando ho perso la meraviglia. Conosco già la risposta, ma è come se la volessi ignorare. So che dipende tutto da Lei, che per quanto possa sforzarmi di trovare cause profonde, freudiane, religiose, infantili... No! Ricaccio quei ricordi nel flusso profondo, se devo essere un'increspatura improvvisa perché curarmi degli abissi? Volto le spalle all'orizzonte e m'incammino per le Zattere, dominato dalle cupole di Santa Maria della salute che si stagliano contro il cielo velato da una sfumatura corallo. Attorno a me le persone scivolano via, sospinte dalla brezza che profuma di salsedine. Perché avessi scelto proprio Venezia come prima tappa del mio viaggio curativo era dovuto alla


convinzione che le meraviglie si possono trovare solo agli antipodi. Partendo da Torino avevo quindi puntato inevitabilmente la prua verso est. Sulla  mia  strada  si  profila  la  sagoma  di  una  bancherella  solitaria.  Vende  oggetti  antichi.   Francobolli,  monete,  chiavi  arrugginite  e  persino  quei  prezziari  dei  bordelli  di  inizio   Novecento.  Dietro  il  bancone  una  vecchia  intabarrata  fin  sotto  il  naso.  Sonnecchia  appollaiata   su  uno  sgabello.  Le  rughe  del  volto  scosse  da  un  lieve  fremito.  Pare  una  delle  tanti  merci   esposte.  Accanto  a  lei  un  uomo  grasso,  dallo  sguardo  triste  che  non  riesce  a  rallegrarsi   nemmeno  quando  mi  rivolge  un  sorriso.  Gli  occhi  per  qualche  strano  motivo  mi  cadono  su  una   cartolina  in  bianco  e  nero.  Di  Trieste.  La  prenda  pure  mi  dice  l'uomo,  che  accontento.  Sul  retro   un  indirizzo  e  due  righe  frettolose,  impresse  con  una  stilografica  che  immagino  assai  elegante.   Sorrido.  L'uomo  mi  rivolge  uno  sguardo  interrogativo  e  decido  così  di  barattare  un  ricordo.     "Il  general  Cadorna  disse  alla  regina:  se  vuoi  veder  Trieste,  guardala  in  cartolina."     Ho  udito  quella  filastrocca  dall'uomo  barbuto,  una  briciola  insignificante  della  sua  storia,  un   frammento,  un  dono  elargito  con  estrema  parsimonia.  Un  ricordo  in  mezzo  a  mille  altri  che   ora  baratto,  come  mia  ultima  speranza.  Un  luccichio  brilla  in  fondo  alle  pupille  del  mercante  di   ricordi.  Una  scintilla  sulla  retina  riaccende  la  sua  passione.  Non  so  dire  se  sia  amore  storico  o   lussuria  capitalistica.  La  vecchia  emette  un  suono  indecifrabile,  un  grugnito.       Riprendo  il  mio  cammino,  mentre  alle  spalle  la  filastrocca  viene  edita  su  un  pezzo  di  cartone.  Il   marketing  meno  abbiente  per  la  merce  più  preziosa.  Tra  le  mie  dita  stringo  la  cartolina.   La  data:  23  ottobre  1917.     L'indirizzo:  Giulia  Salvier,  chiesa  di  San  Francesco,  Treviso.     Il  messaggio:  "Se  mi  avessero  detto  che  un  giorno  avrei  provato  tale  angoscia  nel  saperti  in   pericolo,  avrei  risposto  che  a  uomini  come  me  non  è  concesso  un  così  alto  grado  di  amore.   Tornerò  a  prenderti.  G.P.".   Un’atroce  sensazione  di  panico  mi  attanaglia  le  viscere.  Non  solo  perché  quelle  parole  mi   ricordano  fin  troppo  da  vicino  ciò  che  avevo  appena  ricacciato  negli  abissi,  ma  soprattutto   perché  sulla  cartolina  non  vi  è  il  timbro  di  Treviso,  quindi  quel  messaggio  non  è  mai  giunto  a   destinazione.   Ripenso  alle  creature  d'inchiostro  della  signora  dei  tortellini.  Di  come  m'irriti  l'averle  lasciate   così  in  sospeso,  senza  un  finale.     É  così  che  decido  la  mia  prossima  tappa.        


Barattare un ricordo  

Capitolo nato per un concorso letterario

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