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SPECIALE NATALE 14 pagine di consigli

L’INTERVISTA Amedeo Goria

Leonardo Pieraccioni si racconta per noi:

“Per Natale torno al cinema”

ligabue Nel nome del padrE dei figli, del rock

Anno 07 | dic. ‘13 / gen. ‘14 | COPIA GRATUITA


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sommario 10

6 Cover Story: Ligabue

32 L’intervista: Amedeo Goria

10 Novità: Lady’s Magazine

34 Style: Boutique Pomposi

12 Cinema: Leonardo Pieraccioni

36 Moda: I 140 anni dei jeans

14 Eventi: Festival of Lights

40 Food/1: Academia Barilla

16 Tendenze: No Pants Subway Ride

46 Food/2: Guida Michelin 2014

ROCK AND SOUL

COSÌ PER SPORT

Quante donne

L’ARTE DI VESTIRE

giovane dentro

BLU PROFONDO

LE LUCI SOPRA BERLINO

12 38

Anno 07 Dicembre ‘13/Gennaio '14 Bimestrale a diffusione gratuita Autorizzazione Tribunale di Pavia n. 675 del 18/03/2007 www.andcomagazine.it

una pubblicazione Adverum Srl Via R. Brichetti, 40 27100 Pavia Tel. (+39) 0382 309826 fax (+39) 0382 308672 info@adverum.net

ITALIAN DO IT BETTER

IL GIORNO DELLA MUTANDA 18 speciale natale

40

Un, due, tre, Stella

48 Arte: Sony World Photography Award

COGLI L’ATTIMO 50 And Co. Consigli

14

18 SEGRETERIA DI REDAZIONE C. Moretti Tel. 0382 309826 redazione@andcomagazine.it Art Director Paolo Armani linea@paoloarmani.it

DIRETTORE RESPONSABILE Germano Longo direttore@andcomagazine.it

Impaginazione e grafica Adverum Srl

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editoriale dic. ‘13 gen. ‘14 DIRETTORE

IL MONDO 2.0

Non è più un solo mondo, quello in cui viviamo, sono almeno due. Per carità, vanno avanti rispettando gli stessi orari, dal mattino alla sera, ma restano due emisferi, che quasi mai si sfiorano, anzi, si annusano e si sbirciano, ma molte volte finiscono per ignorarsi. Da una parte il primo Mondo, un pianeta dove non passa giorno senza incappare in un mare di capricci, frivolezze e roba inutile che sembrano sempre di più fuori dalla realtà. È un Mondo che si nutre di scandaletti per cui calza a pennello il più sonoro dei “chissenefrega”: la prima udienza per la figlia di Balotelli e la Fico, di Kate Moss nuda su Playboy, il colore del 2014, che per inciso sarà il radiant orchid (segnatevelo, per carità), la festa esagerata di Britney Spears, il cane Dudù che gioca con Berlusconi e Putin, le vacanze infinite di Lapo Elkann, che una volta è a New York, un’altra a Miami e mentre guardi le foto lui ha già cambiato meta, festa, macchina e giacca gessata. È un Mondo, questo, che si nutre di astrusità come il Porcellum, talmente una “maialata” da meritarsi questo appellativo, ma talmente vantaggioso per qualcuno da costringerci ad accettarlo per anni, un mondo pieno di litigi, ripicche, ruberie, angherie, di assessori che arrivano alle mani, di un mare di scontrini a spese dei contribuenti in cui ci dimostrano che a questi signori abbiamo pagato tutto, perfino le mutande. Poi di Mondo, come detto all’inizio, ne esiste un altro. È quello abitato dalla gente comune, licenziata, senza lavoro, senza speranze, senza voglia di festeggiare nulla, con l’allarme della povertà che suona sempre più forte e cozza con il muro dei “tutto bene” che arrivano dai palazzi di Roma. Un Mondo che riesce a vivere fra miliardi di cose che non vanno: il patrimonio di Pompei che crolla e nessuno fa niente, le scorie malefiche sepolte per decenni nelle campagne del napoletano, le fette d’Italia dove basta una pioggerella più decisa del solito per allagare tutto e portarsi via sogni, speranze e vite umane. Ma è anche l’unico Mondo che fa ciò che può per lanciare speranze, come le vetrine di alcuni negozi di Zurigo che hanno voluto adottare manichini con evidenti disabilità, per lanciare un segnale molto forte. O alcuni supermercati americani, dove lo scontrino – quando in automatico si accorge che fra gli acquisti c’è una bibita o un concentrato di calorie – consiglia la versione dietetica. Peccato che a quel punto lo scontrino sia già battuto e in qualche modo per il Mondo numero uno non sia cambiato nulla: ha guadagnato pulendosi la coscienza. Mentre quello numero due, di Mondo, ha pagato, sentendosi pure un perfetto cretino. dic. ‘13 / gen. ‘14 |5


k c o R and COVER STORY Ligabue

Soul OVVERO ROCK E ANIMA, QUELLA CHE IL ROCKER PIÙ AMATO D’ITALIA HA MESSO NEL SUO NUOVO ALBUM. QUATTORDICI TRACCE CHE PARLANO DELLA SUA EMILIA, DI VITTORIE E SCONFITTE MA ANCHE DEL MOMENTO IN CUI CAPISCI DI AVER INCONTRATO LUNGO LA STRADA UN SENTIMENTO CHE VALE UNA VITA INTERA di germano longo | foto di jarno iotti

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L

a faccia è sempre quella: buona quando sorride, mentre quando serra le mascelle, chissà perché, a guardare Ligabue ti viene sempre in mente qualche film americano, di quelli dove c’è un tizio che parla poco, mena forte e quando ferma il suo truck immenso sul bordo di qualche tramonto si accende una sigaretta perdendosi in pensieri solo suoi. Liga è l’America, ma un’America tutta sua, fatta di jeans, stivali, piadine, lambrusco e la via Emilia invece della Route 66, forse appena un po’ meno lunga ma ugualmente piena di leggende, storie, cosce e zanzare, due robe che quando vogliono sanno pungere una più dell’altra. 5

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IL SUO NOME È LUCIANO Suo nonno Marcello è stato un eroe, e Luciano quasi: classe 1960, studia ragioneria per avere un pezzo di carta, ma per campare fa tutto quello che la fantasia del destino gli mette davanti, dall’agricoltore al calciatore. Nel 1986 la strada inizia a mostrarsi, fonda gli “Orazero” e con loro o senza partecipa a concorsi per voci emergenti. Lo scopre Pierangelo Bertoli, ma servono quattro anni per sentirsi dire va bene, incidiamo. Poi la strada svolta, e inizia la discesa: sono gli anni del Festivalbar, e quello del 1990 ha le note di “Balliamo sul mondo”, con cui Luciano vince la categoria riservata agli emergenti. Il pubblico lo nota e la critica anche, ma nessuno regala niente: “Sopravvissuti e sopravviventi”, del 1993, lo relega dal ruolo di promessa a quello di comparsa. Servono due anni di fatiche, prima di mandare alle stampe “Buon compleanno Elvis”. Ma la strada si mostra di nuovo: Pavarotti lo vuole sul palco del suo evento, album e premi si susseguono, ma Ligabue pensa già ad altro. Si chiama “Radiofreccia”, ed è un film che racconta uno spicchio d’Emilia ai tempi delle prime radio private. Il resto è un filo unico di successi, dischi d’oro, pubblico che cresce e non bastano mai le date, tanto da far nascere l’idea di “Campovolo”: 10 settembre 2005, 15 anni di musica, 180 mila persone a battere le mani e urlare che “Certe notti la macchina è calda e dove ti porta lo decide lei”. Da lì in poi, Ligabue non si ferma più: scrive quattro libri, dirige due film e riempie gli stadi fino a che si può. Lo scorso settembre torna dal vivo all’Arena di Verona, altro sold out da pochi minuti, dove lancia in anteprima “Il sale della terra”, il singolo che annuncia l’uscita di “Mondovisione”. 8| dic. ‘13 / gen. ‘14

Insomma, facciano posto le classifiche, perché Liga è tornato a riprendersi ciò che gli spetta, tre anni dopo l’ultimo album di inediti e a 23 da quando ha iniziato nella sua Correggio, 26mila abitanti, un posto da film di Fellini, con il solito corso Mazzini al centro e un mare di chiese tutt’intorno. È passata quasi una vita, per Liga, con la campanella dei 50 superata da un triennio e la voglia di mostrare senza timori che il tempo passa, ma solo chi fa finta che non sia così non accetta di cambiare: basta capelli lunghi, basta tinture da rincorrere, basta con i si dice e i si mormora. Il 7 settembre scorso Liga ha portato sull’altare Barbara Pozzo, dopo 11 anni nel peccato, come

direbbero quelli che non sanno quanto sia difficile trovare la persona, non una qualsiasi ma esattamente quella. Tutto in silenzio, senza clamori, senza vendere esclusive a nessuno ma affidando anelli e promesse soltanto a Facebook, come si fa fra amici. Ma non è di quello che si parla qui, il motivo si intitola “Mondovisione”, la nuova fatica di Liga, decimo album di inediti della sua carriera, 12 tracce più due brani musicali che di mondi ne raccontano tanti, quello di Luciano ma anche quello degli altri, in fondo universi uguali e paralleli che si nutrono degli stessi dubbi, emozioni e amarezze, che tu sia un rocker di successo o un impiegato amministrativo in attesa di uno


ha squassato la sua Emilia e di speranza, l’unica che alla fine arriva sempre in soccorso, per ricordare che un giorno il mondo finirà, questo è certo, ma non domani, statene certi. Sono testi maturi di un artista altrettanto cresciuto, consapevoli, sospesi fra spicchi di racconti, immagini, colori, sfumature e descrizioni che all’immenso popolo di Liga mancavano come l’aria: “Siamo chi siamo, siamo arrivati qui come eravamo, abbiamo parcheggiato contromano”, canta lui, come per dire che tutto si affina, tutto si smussa, ma la voglia di mettersi di traverso resta, per non rinnegare quel che è stato. Ma quello dell’attesa per la nuova fatica di Ligabue non è solo un modo di dire: è bastato presentarlo, annunciarne l’uscita, perché “Mondovisione”, nuovo album di Ligabue Luciano da Correggio, balzasse al primo posto delle classifiche di vendita. Il simbolo del suo nuovo lavoro, la cover, è un mondo accartocciato che in qualche modo ricorda il “Carosello”. Per quelli della sua generazione era l’equivalente ad un invito ad andare a letto, perché l’indomani c’era la scuola, ma restava giusto il tempo di inseguire ognuno il sogno suo: chi l’astronauta, chi il pompiere, l’agente segreto, o il rocker. Tanto la vita, bene o male abbiamo imparato tutti come funziona, e ci si vede tutti da Mario, prima o poi. 7

COM’ERA, COM’È Due immagini di Ligabue che rappresentano al meglio il cambiamento di immagine voluto dal rocker emiliano. Sotto nel tipico look che gli ha dato il successo, con i capelli lunghi fino alla spalle, in questa foto il Liga in versione 2013: giacca, capelli corti e brizzolatura. Una scelta che sottolinea il nuovo corso di Ligabue, più sicuro, consapevole e maturo, esattamente come il suo ultimo lavoro.

Si ringrazia “Parole & Dintorni” per la collaborazione

scivolo per la pensione. E dentro c’è un rock consapevole, che a volte si spinge verso i territori del pop, trattato con più riguardi di

un tempo, con qualche distorsore in meno e qualche tastiera in più. Ma c’è soprattutto la voglia di raccontare ciò che in questi tre anni gli è successo, compresa “Tu sei lei”, una canzone d’amore senza nomi, dedicata alla donna che Liga ha capito essere quella con cui tutto ciò che fa una vera storia: dividere la barba lunga del mattino come il viaggio dall’altra parte del mondo, dove nessuno ti riconosce e se cammini per strada sei solo un turista, ma chissà se italiano o americano, con una faccia come quella. Poi parla di rughe il Liga, di tempo che va, di rabbia, di sogni, di guasti e incidenti di percorso, di perdite che fanno male, di potere usato a sproposito, del terremoto che

TOUR STADI 2014 30 maggio Roma

Stadio Olimpico

31 maggio Roma

Stadio Olimpico

6 giugno Milano Stadio San Siro 7 giugno Milano Stadio San Siro 11 giugno Catania Stadio Massimino 12 giugno Catania Stadio Massimino 12 luglio Padova Stadio Euganeo 16 luglio Firenze Stadio A. Franchi 19 luglio Pescara Stadio Adriatico 23 luglio Salerno Stadio Arechi


NOVITÀ Lady’s Magazine

VOGLIAMO RACCONTARLE TUTTE: BELLE, MENO BELLE, CASALINGHE DISPERATE O MANAGER IN CARRIERA. IL NUOVO PERIODICO DELLA NOSTRA CASA EDITRICE SI APRE ALL’AFFASCINANTE UNIVERSO FEMMINILE CON FORZE, ENTUSIASMI E IDEE TOTALMENTE INNOVATIVE

QUANTE

e n n o D A

desso lo possiamo confessare: cullavamo da tempo l’idea di creare una testata dedicata alle donne. Qualcuno lo ricorderà, Lady’s Magazine, qualche anno fa, aveva fatto la sua prima, timida comparsa, più a livello di esperimento che altro. Ma quel progetto ci era rimasto nel primo cassetto del comodino dei sogni, e di mese in mese continuava a mostrarsi, a chiedere spazio, a riemergere in tutta la sua prorompente attualità. Sì, perché i “femminili” in circolazione sono tanti, piacciono e sono seguiti, ma a tutti, ancora una volta, manca una particolarità che al contrario è solo nostra: essere totalmente gratuiti. Così stavolta ci siamo: Lady’s Magazine è ai nastri di partenza. Abbiamo fatto valutazioni e sondaggi, curato grafica e argomenti, assoldato una redazione giovane e quasi tutta al femminile, perché niente è meglio di una donna, per parlare alle donne. Ed il primo numero è alle porte, questione di giorni. Ma anche se le troverete nei punti di distribuzione dove si trova And Co., sappiate che il modo per averlo

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e leggerlo sarà un altro. Abbiamo voluto fare le cose a modo nostro, evitando i costi delle tipografie per restare agili, abbordabili e ghiotti agli occhi di chiunque. Lady’s Magazine sarà diffuso online, abbonandosi (gratuitamente, vale ripeterlo) con una semplice iscrizione al sito www.ladysmagazine.it o attraverso la pagina Facebook https://www.facebook.com/pages/LadysMagazine/295222993931353 o semplicemente inviandoci una mail alla casella di posta redazione@ladysmagazine.it. Esatto, avete capito bene: Lady’s sarà un mensile elettronico, di nuova generazione, leggibile sui tablet come sugli smartphone, per essere sempre pronto e far compagnia alle donne ovunque si trovino, tram, metropolitana, treno, sala d’attesa o qualsiasi altro posto. Di cosa parleremo? Di donne, ovviamente, di quel desiderio tutto femminile di vedere le ultime proposte della moda, di sbirciare come si sono presentati i volti noti ai party più esclusivi del mondo, di leggere tutto quello che accade nel mondo, ovviamente riferito all’altra parte del cielo. Rubriche fisse, attualmente in fase di consolidamento, con consigli per mantenere la forma in casa usando attrezzi presi

in prestito dalla quotidianità, ma anche ricette di cucina pensate per le donne che non hanno tempo, per fare bella figura, spendere poco e sbalordire, tutto con pochi minuti da dedicare alla cucina. E per finire qualche consiglio utile sul lavoro, tasto dolente, con un esperto pronto a consigliare come inventarsene uno. Poi articoli, servizi, inchieste, tutti dal taglio curioso, insolito, per scandagliare in ogni risvolto dell’essere donna oggi. Non mancheranno i volti noti (volete un’anteprima? Per il primo numero abbiamo intervistato Cristina Parodi, non dite niente in giro…, ma ampio spazio sarà dato a chi legge, alle donne di tutti i

giorni: è in fase avanzata l’idea di mettere ogni mese una lettrice in copertina, che accetti di farsi fotografare e perché no, che abbia una storia da raccontare. Perché non ci basta e non ci basterà mai pensare solo all’esterno.

Altre idee sono in cantiere, altre ancora verranno strada facendo, altre ce le faremo suggerire da chi ci leggerà. Perché per noi, quando abbiamo iniziato a pensare a questo magazine, l’universo femminile è perfettamente racchiuso in una frase di Tommaso d’Aquino: “Il mondo sarebbe imperfetto senza la donna”. E noi, quel mondo vogliamo raccontarlo tutto, dall’inizio alla fine. 7

CRISTINA, LA PRIMA COVER Sarà Cristina Parodi, giornalista, per oltre vent’anni volto del TG5, la protagonista della prima copertina di “Lady’s”. Ci ha raccontato di sé, della sua vita, dei suoi programmi lavorativi. Nelle altre immagini alcuni dei servizi che compongono il primo numero. (foto di Zambelli)

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CINEMA Leonardo Pieraccioni

GIOVANE DENTRO A

IL REGISTA TOSCANO RACCONTA LA SUA NUOVA PELLICOLA, COMICA, BRILLANTE E PROFONDA AL TEMPO STESSO. UN’IDEA NATA PER CASO, TENENDO CORSI NEGLI ATENEI di Marianna Pilato

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due anni di distanza da “Finalmente la felicità”, Leonardo Pieraccioni torna sul grande schermo, sempre nella veste di attore e regista, con una commedia leggera ma che fa riflettere. “Un fantastico via vai” racconta la storia di Arnaldo, impiegato di banca quarantacinquenne con una vita tranquilla. Almeno fino a quando, a causa di un equivoco, la moglie Anita (Serena Autieri) lo butta fuori di casa. Per Arnaldo è il pretesto per staccare la spina dal quotidiano, andando a vivere per qualche tempo con un gruppo di studenti universitari. Grazie alla convivenza, capirà che non si può tornare indietro nel tempo e che anche il futuro può riservare

grandi sorprese. L’idea è dello stesso Pieraccioni, dopo numerosi incontri formativi che ha tenuto nelle università. Cosa l’ha colpita degli universitari italiani? Stimo questi ragazzi perché sono pieni di energia, di emozioni, ottimismo e sogni, che a volte purtroppo si trasformano in illusioni. Nelle aule universitarie si è creato un bel feeling, sebbene le barriere d’età non si possano abbattere: quando venivano a chiedermi l’autografo mi davano del “lei”, segno che mi consideravano un coetaneo dei loro padri. Il film riflette sulla precarietà dei giovani? No, perché la storia non narra il periodo post-universitario dei quattro coinquilini di


Arnaldo. Ognuno di loro ha dei problemi e il mio personaggio cerca di aiutarli. Marco (Giuseppe Maggio) è un aspirante medico che sviene alla vista del sangue, mentre Edoardo (David Sef) è un ragazzo di colore con un futuro suocero razzista (Giorgio Panariello). Le ragazze, poi, non sono meno incasinate: Camilla (Marianna Di Martino) è fuggita dal suo paese perché incinta, mentre Anna (Chiara Mastalli) non riesce a interessarsi agli uomini della sua età, preferendo sedicenni o ultraquarantenni. Come sono cambiati gli studenti dai tempi de “I Laureati” ad oggi? Direi poco, quello che è cambiato è il modo di comunicare: oggi si usano i social network, allora non c’erano. Come sono stati scelti gli attori? Attraverso l’agenzia Rb Casting e a livello di recitazione li ho trovati più preparati di molti colleghi avviati da tempo al mestiere. La bravura è dimostrata anche dalla reazione che hanno avuto gli spettatori presenti all’anteprima del film, che si sono emozionati assistendo alla scena in cui Camilla si riconcilia con i genitori. Proprio Marianna Di Martino è riuscita a calarsi molto bene nel personaggio: prima di cominciare le riprese ha girato per strada con una pancia finta per capire i disagi fisici di una donna in attesa. Chiara Mastalli, poi, è arrivata quasi a minacciarmi per quanto ci teneva ad avere una parte nel film. Ma Arnaldo è un nostalgico insoddisfatto? Al contrario, si sente realizzato dei traguardi raggiunti, ma vorrebbe staccare per qualche giorno dalla routine e dai soliti impegni, alla ricerca di emozioni e avventure, come quando era più giovane e le cose programmate. Non mancano alcuni suoi compagni storici come Massimo Ceccherini e Giorgio Panariello, ma anche nuove aggiunte come Maurizio Battista e Marco Marzocca. Non è detto che comici e cabarettisti non siano adatti a girare commedie con momenti riflessivi: ricordando le parole di Woody Allen, quando i comici vogliono riescono a ricoprire ruoli drammatici, mentre gli attori tragici non riusciranno mai a far ridere. Durante alcune scene corali è stato davvero difficile tenerli a bada. Ceccherini travestito da “statua di gesso” (impersona

IL CAST Arnaldo Nardi Anita Giovannelli Esposito Camilla Anna Marco Edoardo Padre di Anna Cavalier Mazzarra

un eccentrico investigatore privato, ndr), ha raccolto davvero una ventina di euro di elemosina che ha subito intascato! Nel film molti personaggi parlano con dialetti diversi, a differenza di altri dove emergeva il toscano. Ho sempre cercato di fare film che omaggiassero la nostra penisola e non solo la mia regione. In aggiunta ho notato che nelle banche spesso c’è sempre qualche impiegato fuori sede che si esprime in modo diverso e ho voluto ricreare la situazione con il romanesco di Battista e Marzocca. Com’è nata la canzone “La risata di mia figlia”, inserita sui titoli di coda? Da parecchio tempo mi diletto a scrivere canzonette, che però non ho mai utilizzato per il cinema. Questa mi è parsa più riuscita e significativa delle altre essendo ispirata a mia figlia Martina. Il testo è mio, mentre la musica di Beppe Dati. Non trovo ci sia niente di più perfetto della risata della mia bambina, anche se a lei importa poco: preferisce guardare i cartoni animati. 7

Leonardo Pieraccioni Serena Autieri Maurizio Battista Marco Marzocca Marianna Di Martino Chiara Mastalli Giuseppe Maggio David Sef Massimo Ceccherini Giorgio Panariello

LA SCHEDA DEL FILM Regia: Leonardo Pieraccioni – Soggetto e sceneggiatura: L. Pieraccioni, P. Genovese – Prodotto da: Levante e Rai Cinema – Produttore esecutivo: Alessandro Calosci per Ottofilm – Fotografia: Fabrizio Lucci - Montaggio: Consuelo Catucci – Scenografie: Francesco Frigeri – Costumi: Claudio Cordaro – Suono in presa diretta: Roberto Sestito – Musiche: Gianluca Sibaldi - Produzione: CBS Films, Gidden Media, Good Universe, Outlaw Sinema – Distribuzione: 01 Distribution – Uscita nelle sale: 12 dicembre 2013.


eventi Festival of Lights

LE LUCI D SOPRA

ieci giorni, non uno di più, per tingere la capitale tedesca senza usare vernici, ma di sola luce. Capita da sette anni a questa parte, l’hanno battezzato Festival of Lights ed è uno dei tanti eventi che costellano ogni annata della più cosmopolita e culturale fra le città europee. Come da tradizione, la kermesse delle luci inizia con una spettacolare cerimonia in Potsdamer Platz, un tempo punto d’incontro fra le due Berlino e oggi diventata una sorta di santuario

BERLINO UN INSOLITO E SUGGESTIVO EVENTO LUMINOSO SI RIPETE OGNI ANNO NELLA CAPITALE TEDESCA, UN TEMPO GELIDA E SEVERA ED OGGI METROPOLI DALLA GRANDE EFFERVESCENZA CULTURALE

14| dic. ‘13 / gen. ‘14

dell’architettura più avveniristica, grazie anche al lavoro di Renzo Piano, autore dell’area di proprietà della Daimler. È esattamente da Potsdamer Platz, partendo dal clic di un solo pulsante, che di colpo si snoda un fiume di luci che invade le strade toccando oltre 50 fra monumenti, edifici, musei, corsi, piazze e attrazioni berlinesi. Fra i punti più suggestivi, e ovviamente fotografati, la Porta di Brandeburgo, la Cattedrale, il Reichstag, Alexander Platz, ciò che resta del celebre Muro e l’altissima torre televisiva che domina la città. Tutti rivestiti di una luce puntuale dalle 19,30 di ogni sera, quando la notte inizia ad avvolgere Berlino, e le facciate esplodono di colori, disegni e fotografie proiettate.


Ed il tipico pragmatismo organizzativo tedesco diventa un’invidiabile gestione che sa coinvolgere tutta la città: durante il Festival of Lights i musei e gli edifici spesso chiusi al pubblico aprono e non solo restano così fino a tarda sera, ma costano anche molto meno. E questo senza contare le infinite possibilità di girovagare a caccia delle luci della capitale tedesca usando qualsiasi mezzo si desideri, dal Segway alla mongolfiera. I più gettonati si chiamano Light-Liner, Light-Ship, LightVelo e Light-Cruise, ovvero linee di autobus, di battelli fluviali e percorsi ciclabili che per quei dieci giorni portano avanti e indietro migliaia di turisti che non vogliono rischiare di perdersi neanche una lampadina. Organizza tutto la Zander & Partner Event-Marketing, che si avvale di alcuni maestri assoluti del light business come Andrea Boehlke, e spesso riesce a trascinare in Potsdamer Platz celebrità che sul pubblico fanno sempre da richiamo, anche se visti sotto altre luci.

E quando ci si stanca di stare con il naso all’insù, spazio alla musica (quest’anno quella jazz, in particolare), e allo stomaco: i locali fanno a gara per restare aperti e la birra scorre a fiumi. Tanto prima o poi le luci si spengono. 7

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Tendenze No Pants Subway Raide

il giorno della PRONTI ALL’ULTIMA FOLLIA? TUTTI IN GIRO SENZA PANTALONI. UN FENOMENO CREATO NEGLI STATES E ORMAI ADOTTATO IN TUTTO IL MONDO, ITALIA COMPRESA

16| dic. ‘13 / gen. ‘14

R

icordate l’intimo che maliziosamente spuntava dai jeans a vita bassa? Roba passata, da anziani. Adesso, chi veramente vuole distinguersi, i pantaloni non li indossa più. Succede ormai da anni in America, patria di tante cose belle ma anche di colossali esempi di trovate al limite dell’idiozia, come appunto i “No Pants Subway Ride”, ovvero giri in metropolitana rigorosamente in mutande. La regola vuole che si esca di casa vestiti in modo normale, con tanto di piumini e calzettoni lunghi per proteggersi dal freddo,

ma in mezzo, fra la vita e le caviglie, potendo contare sull’unico conforto di un paio di mutande. Capo che d’inverno non è che aiuti molto a proteggere l’attrezzatura. Eppure i No Pants Subway Ride hanno perfino una storia: nascono nel 1997 presso l’università di Austin, in Texas, come un giorno in cui celebrare la libertà di uscire di casa senza gonna e pantaloni. Il perché, o quantomeno dove si annidi il piacere di farlo, onestamente resta un mistero, ma forse non conviene nemmeno tanto indagare. Secondo qualcuno è un segno di protesta verso l’inquinamento, ma cosa c’entrino


MA CHE FREDDO FA Una carrellata di immagini di adepti del fenomeno giovanile più in voga fra gli adolescenti americani. Gli appuntamenti, ufficiali o meno, si ripetono più volte durante l’anno, senza alcun timore del freddo.

le mutande, è difficile dirlo. Più semplicemente, c’è di mezzo la voglia di rompere gli schemi sociali che a vent’anni, o giù di lì, si vivono da sempre come catenacci. Comunque sia, da lì in poi si è innescato un fenomeno di emulazione che dal 1997 ad oggi ha finito per spargersi in tutto il mondo: qualcuno scopre l’usanza dei giovani texani e la copia, convince gli amici e dà il via alla festa di San Slip, martire d’inverno. Sul fenomeno mette le mani “Improv Everywhere”, un collettivo di artisti newyorkesi che dall’inizio del decennio organizza e gestisce i vari appuntamenti. Tutto nasce come una sorta di “flash mob”: dopo aver stabilito un giorno e un’ora precisi, inizia il passaparola sui soliti social network e a quel punto via le braghe e tutti in metro, fra le occhiate delle signore anziane e la pelle che sfiora quasi la necrosi per il freddo. L’importante, recita un minimo di regolamento, è fingere indifferenza, non curarsi degli sguardi né raccogliere provocazioni e continuare a fare ciò che normalmente si fa in metropolitana: leggere un libro, chiacchierare con gli amici, ascoltare la musica in cuffia, giocare col cellulare. E se le prime edizioni sono state bruscamente interrotte dall’arrivo della polizia, adesso le cose vanno meglio: le mutande in mostra non sono

mai (o quasi) volgari, ma capi intimi per giunta niente affatto succinti, molto simili ai costumi da bagno che d’estate non turbano nessuno e nemmeno – hanno replicato i partecipanti agli agenti – devono farlo d’inverno: a quel punto, dove sta il reato? Il più recente No Pants Subway Ride si è ripetuto l’8 gennaio scorso, proclamato giornata mondiale dei mutanderos, con picchi di presenze a New York, dove la partecipazione ha raggiunto quota 4.000 persone, con fans della mutanda sparsi per le 468 stazioni della metropolitana. Ma lo stesso giorno, fra le 60 città di 25 paesi diversi ad aver aderito, sono comparse a sorpresa Milano e Torino, prime metropoli italiane a registrare l’arrivo del fenomeno anche nel nostro paese. Pochi i partecipanti italiani, va detto, ma c’è chi giura che la cosa migliorerà: tanto gli italiani, in mutande hanno ormai imparato a viverci. 7


Shopping/1

LA STAGIONE DEI REGALI RAGGIUNGE IL MASSIMO DELL’INTENSITÀ PROPRIO MENTRE FIOCCANO IPOTESI E PREVISIONI: SARÀ IL NATALE DEL MADE IN ITALY

Metti l’Italia sotto l’albero L

e ultime previsioni, per quanto nefaste, danno un quadro preciso del prossimo Natale: la prevalenza di coloro che spenderanno per fare un regalo, sarà orientata verso il Made in Italy. A farla da padrone i prodotti eno-gastronomici, seguendo una tendenza su cui da tempo splende il sole, ma con particolare predilezione per le tipicità territoriali e regionali.

18| dic. ‘13 / gen. ‘14


Insomma, se regalo dev’essere, che sia almeno roba nostra, magari da mettere in tavola, o comunque legato all’artigianato locale, ai prodotti a km zero, all’equo-solidale, che fa fare un po’ di pace all’idea del consumismo. Dopo gli anni dei bagordi e delle spese pazze, sembra proprio questa una nuova età del Made in Italy, concetto che proprio qui, dov’è nato, si arricchisce di un’aggiunta tipicamente italiana: la creatività e la fantasia di cui questo popolo sa nutrirsi applicata al regalo, che deve mettere d’accordo un budget ridotto calcolato nel 5% in meno rispetto allo scorso anno, ma anche la sana voglia di non impacchettare banalità. 5

DA NON PERDERE

A dicembre un “festival natalizio” all’insegna dell’intrattenimento con Enzo Iacchetti, Marco Columbro e Ludovico Einaudi, a San Silvestro e Capodanno Justine Mattera, Christian Ginepro e Pietro Pignatelli. A gennaio LEO GULLOTTA, TONI SERVILLO, VALERIO MASTANDREA, RENZO ARBORE Biglietteria tel. 0382/371214/206 - vendita on line su: www.teatrofraschini.org

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Cresce il riciclo, come crescono a dismisura gli acquisti nei mercatini dell’usato (quest’anno hanno toccato quota 4.000 in tutt’Italia), dove a saper guardare e scegliere si possono fare ottimi affari, portandosi a casa l’oggetto desiderato spendendo meno della metà rispetto al prezzo di listino. È un po’ l’idea che serpeggia nella gente, e parte da un ragionamento tutt’altro che campato in aria: quel che non serve a me, rappresenta quasi sicuramente il desiderio di un altro. Quindi tutti a caccia di ciò che prende polvere in casa, soffitta e cantina, da far valutare e sperare che piaccia a qualcuno, almeno quanto non sia mai piaciuto a noi. In crescita costante anche l’acquisto di pacchetti di soggiorno-relax-benessere,

sotto forma di intere giornate o di singoli trattamenti, che da anni ormai sono uno dei regali maggiormente apprezzati in modo trasversale, specialmente dal popolo femminile. Ma se gli italiani resistono a tutto, non riescono a trattenersi di fronte all’hi-tech: giochi, videogiochi, consolle, smartphone e tablet a Natale vanno come il vento, perché spesso uniscono un concetto di sacrosanta attualità: l’utile e il dilettevole. Li usano tutti, divertono e servono sia per lavoro che per lo studio. Tre o quattro passaggi che racchiudono motivazioni sufficienti a spingere la scelta verso il settore dell’elettronica. Ma l’importante, dovendo mettere qualcosa sotto l’albero, è non fare brutta figura, ingegnandosi per scovare l’idea giusta

senza immolare somme di denaro che oggi suonano sempre più come un’esagerazione da evitare. Quindi largo ai mercatini di natale, che nelle settimane che precedono la ricorrenza fioccano ormai ovunque, ma con una caccia che si spinge anche fuori dai centri urbani, verso le campagne, magari a caccia di quelli gestiti direttamente dai contadini, dove almeno si ha la certezza che i prodotti siano figli della terra e non di qualche additivo colorante. A questo discorso e al gioco delle percentuali vanno esclusi bambini: il Natale è la loro festa, e non esiste famiglia dove lo sforzo sarà quello di accontentarli. Finché possono, è bello farli pensare che Babbo Natale non sa cosa sia la crisi. 7


Shopping/2

CARRELLATA CON QUALCHE CONSIGLIO UTILE PER AFFRONTARE LA SOLITA CORSA AI DONI. MA TUTTO MADE IN ITALY

22| dic. ‘13 / gen. ‘14

Pacchi tricolori F

are un regalo è un’arte non da tutti, e soprattutto non una questione così amata: c’è chi ama riceverli, chi farli e chi invece evita sia una cosa che l’altra. Ma quando arriva Natale è difficile resistere alla tentazione di scegliere, trovare e poi impacchettare qualcosa almeno per una persona speciale. Poi, ammettiamolo almeno fra di noi, molto dipende proprio dal soggetto a cui il regalo è da fare: abbiamo tutti “clienti” difficili o altri a cui è impossibile fare una sorpresa, come personcine invece a cui bene o male va bene tutto. Secondo gli esperti (sì, ce ne sono anche in questo campo), bisogna partire da alcuni punti fermi: il primo è stilare una bella lista dei destinatari facendo mente locale su hobby e passioni di ognuno: cinema, sport, musica e lettura aiutano molto a trovare idee, in questi casi. Secondo punto, altrettanto importante, meglio dimenti-

care i propri gusti, concentrandosi unicamente su quelli della persona che deve ricevere il regalo. Può capitare di dover acquistare qualcosa che per noi stessi non compreremmo mai e poi mai, ma con la certezza piacerà che tanto a chi riceverà il dono. A proposito, non è importante la cifra che si spende, quanto piuttosto che il regalo sia realmente pensato: credete, si capisce al volo se si tratta di un regalo fatto sul rush finale oppure di uno scelto con cura. Quarto, scrivere gli auguri: vero che esistono gli sms e i social network, ma l’augurio scritto a mano ha sempre un suo perché. Ma come ogni anno, e come sempre senza avere la pretesa di poter risolvere la corsa al regalo a chi ci legge, abbiamo voluto provare a mettere insieme qualche idea, individuando una serie di oggetti e oggettini che quest’anno, come si diceva qualche pagina fa, abbiamo voluto rigorosamente Made in Italy. 7


CAVIALE D’ITALÌ

Studio Dentistico dr.ssa

Alessandra

©Adverum

Lombardi

Parlare di caviale, ci hanno sempre spiegato, voleva dire correre con il pensiero ad una delle specialità più celebri e costose di Russia e Iran. Ma grazie all’incontro fra un imprenditore bresciano e un biologo marino è nato Calvisius, caviale prodotto da pregiatissimo storione bianco allevato nelle acque dell’Adriatico. Tutto questo accadeva a livello sperimentale alla metà degli Novanta, mentre oggi il Calvisius è ormai sviluppato in due linee di prodotto, per un totale di cinque diverse varietà di caviale rigorosamente Made in Italy.

I-CARTONE

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L’idea è di Luca D’Antuono, designer di Q-Lab, factory ravennate di idee, e si chiama I-Cartone. In pratica è una cover per i più diffusi tablet, realizzata in cartone riciclato e riciclabile che oltre a proteggerlo si trasforma in comodo stand per l’appoggio.

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INTIMO PREZIOSO L’hanno chiamata “Lingerie bag”, ed è una romantica borsa nata per custodire completi intimi tanto in viaggio quanto negli armadi di casa. Realizzata da “Punti e Fantasia” con grande attenzione ai dettagli, la Lingerie Bag è in lino grezzo, si chiude con un fiocco e all’interno ha una piccola tasca per ospitare essenze profumate.

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Centro commerciale “Il Castello” - Castel San Giovanni (PC) Tel. 0523/079324 Orari: da martedì a Sabato h 9:30-h 12:30 | h 15:30-h 19:30 Domenica al MERCATO di P.zza XX Settembre Castel San Giovanni (PC) - Lunedì chiuso

Fa parte della Luxury Collection di “Mionetto”, azienda vinicola di Valdobbiadene, la patria del Prosecco in provincia di Treviso. Il Valdobbiadene Prosecco DOCG Frizzante “Spago” sintetizza le migliori caratteristiche del celebre vino vento: colore giallo paglierino con riflessi verdognoli e buquet dal fruttato al floreale. La bottiglie è completata dalla legatura manuale antico metodo utilizzato dai vignaioli per evitare che la fermentazione stappasse naturalmente le bottiglie..


UN COLPO AL CAFFÈ Da Viceversa, azienda comasca il cui motore è rappresentato da una squadra di giovani e vulcanici designer, arriva una linea che rivisita e aggiorna i più tipici accessori per cucina. Ceppi per coltelli, bilance, mestoli, macinapepe, tostapane, grattugie e decanter, compresa “Noir”, la caffettiera nella foto, interpretazione della classica moka del designer Paolo Metaldi forse pensando all’amore morboso degli italiani per il caffè.

LA TAVOLA DI NATALE Da sempre, Gio’ Style realizza accessori per la cucina e la tavola in e outdoor particolarmente colorati, sfiziosi e allegri. Una filosofia che si è ripetuta anche con la nuova collezione ForMe, che comprende anche una linea oggetti per la tavola natalizia che coniugano originalità, eleganza e praticità. Nella foto tre pezzi della collezione: un cesto portafrutta, un portabicchieri in plastica ed un portatovaglioli, tutto in un vivace rosso natalizio.


FINCHÉ IL PICCHIO VA Picchio Boat è un catamarano totalmente italiano realizzato con l’idea di fondere luce, suoni e profumi del mare. Ma intorno all’idea è nata una linea di accessori chiamata “Picchio Extra” e formata da un tender, una bicicletta pieghevole, un set di valige e borse da viaggio più sedie da “regista” richiudibili che occupano pochissimo spazio.

CARTA CANTA In fondo il nome della linea è beneaugurante: “Money che passione”. Prodotta dalla modenese Essent-ial, la collezione (nella foto) è un eco-design realizzato in fibra di cellulosa lavabile in lavatrice a 30°. Ogni prodotto è disponibile in vari colori: bianco, avana grigio e nero. Ne fanno parte portafogli da uomo, portadocumenti, pochette e borse/zaini.

UN TEA PER TE’ Conoscete un amante di tea, tisane e infusi? La “Te’ Box” di Snips è un pratico contenitore diviso in pratici scomparti per ordinare e avere sott’occhio le bustine in base a gusti e colori. La parte trasparente è realizzata in san, mentre il coperchio in polipropilene e gomma.


UN GIORNO TUTTO QUESTO SARÀ TUO

Rappresentano la nuova frontiera del mappamondo che prima o poi entra (o è entrato) in ogni casa. Li produce Atmosphere, azienda emiliana che con “Light&Colour” raggiunge la seconda serie di globi. La nuova gamma si arricchisce di nuovi colori (azzurro, rosa, pistacchio, bianco, cromo e giallo), racchiude lampadine a risparmio energetico e diffonde una luce intensa che trasforma il mappamondo anche in un oggetto di arredamento. La base è appesantita e dotata di gomma antiscivolo, mentre nei 30 cm di diametro trova posto una cartografia mondiale costantemente aggiornata.


Shopping/3

I MERCATINI DI NATALE SONO UN’USANZA MOLTO AMATA. ECCO UNA GUIDA AI PIÙ CELEBRI E PARTICOLARI D’ITALIA di Marianna Pilato

28| dic. ‘13 / gen. ‘14

è qui la festa N

el periodo più magico dell’anno, numerose cittadine caratteristiche del nord Italia si animano affollandosi di stand, luci e bancarelle. Li conoscono ormai tutti come Mercatini di Natale e spesso rappresentano un mix di

artigianato, tradizioni e prodotti tipici, ma in realtà quella italiana è un’usanza importata da altri paesi europei, dove spesso il concetto di mercatino assume proporzioni notevoli per numero di espositori e visitatori.


Ma un dato comune esiste: rappresentano spesso un punto d’incontro fra culture e tradizioni di uno specifico territorio e non è raro che Regioni o Comuni coinvolti promuovano pacchetti turistici organizzando veri e propri tour itineranti. In Italia i

mercatini natalizi più affollati sono quelli delle regioni più influenzate dalla cultura mitteleuropea, che per prime hanno importato l’idea da paesi confinanti. Fra i più cele-

bri e affollati d’Italia, la palma va senz’altro a quello di Trento: 20 anni di storia e una media di 530 mila visitatori a edizione. Le settanta casette di legno in Piazza

Fiera vendono prodotti artigianali d’ogni tipo, dalle decorazioni per l’albero o il presepio all’oggettistica, tessuti e giocattoli, ma senza dimenticare i dolci e le specialità trentine: strudel, polenta brustolada e vin brulé, il vino caldo e aromatizzato che qualche edizione fa fu servito in 10.000 litri in un solo giorno. 5


Non è da perdere neppure il mercatino natalizio di Pergine Valsugana, ancora in Trentino, dove la tradizione dell’Avvento è molto sentita: una leggenda locale narra che nel periodo prenatalizio gnomi e elfi scendevano a valle per offrire dolci, giocattoli, preziosi e altri regali. Il mercatino è una festa di colori, profumi e sapori, animato dai labora-

di Babbo Natale a diversi laboratori con truccabimbi e intrattenimenti. Ma i turisti in visita da questi parti non si perdano lo storico Mercatino di Natale di Livigno (Sondrio), che oltre i prodotti tipici della Valtellina promuove concerti e feste, ed il più commerciale villaggio ospitato nei Giardini di Porta Venezia a Milano: un parco tematico natalizio che ha

tori del “Villaggio delle Meraviglie” che ospitano artigianato, piatti tipici, mostre ed esposizioni. Ma la consuetudine dei non è più una prerogativa esclusiva del Trentino. Il grande interesse e gli afflussi turistici hanno convinto anche altre regioni a sposare l’idea, a cominciare da Lombardia e Valle d’Aosta. Sul territorio lombardo uno che è riuscito ad attirare l’attenzione è quello di Vallio Terme, località in provincia di Brescia, in cui gli stand vengono collocati nei vari cortili delle contrade: prodotti tipici e artigianali, laboratori, gastronomia, dolci e il Menù del Viandante, che aiuta a combattere il freddo. È particolarmente adatto ai bambini, invece, il villaggio natalizio di Lambrugo, nelle vicinanze di Como: oltre alla mostra-mercato offre diverse attività dedicate ai più piccoli, a cominciare dall’ufficio postale

come protagonista Babbo Natale e i suoi elfi, fra castelli di cristallo e una scuola circense. Ma parlando di Milano è impossibile dimenticare il mercatino più tipico del Natale: gli Oh Bej Oh Bej! Un’antichissima tradizione meneghina (risale al 1288) in cui le bancarelle degli ambulanti espongono artigianato, antiquariato e dolci. Chi invece ha in mente una vacanza sulle suggestivi nevi della Valle d’Aosta può approfittare del mercatino di Natale di Gressoney-Saint-Jean. Ad attenderlo troverà chalet in legno allestito in via Lyskamm, nel centro del paese, dove acquistare prodotti tipici d’antiquariato valdostani, birra, bretzel e musica. La stessa Aosta ospita il tradizionale March’ Vert Noel: 46 piccoli chalet di specialità e artigianato, più due stand dedicati all’esposizione e alla vendita di prodotti Dop e Doc. 7


L’INTERVISTA Amedeo Goria

IL VOLTO DI RAI SPORT RACCONTA I SUOI INIZI E I RICORDI IN UNA VITA IN GIRO PER IL MONDO PASSATA A RACCONTARE I PIÙ GRANDI EVENTI SPORTIVI DELLA STORIA di Germano Longo

32| dic. ‘13 / gen. ‘14

COSÌ PER

SPORT

L

o sport lo faceva anche lui: da ragazzo correva forte e il calcio era una passione che resiste ancora oggi, anche se per mestiere lo racconta dal 1987 agli spettatori del TG1, insieme alle più importanti manifestazioni sportive. Entra in Rai dopo dieci anni di militanza nella carta stampata, conduce anche programmi di intrattenimento come “Uno Mattina Estate” e “Ciao Italia”, ma lo sport non smette mai di accompagnare la sua car-

riera. Piemontese, anzi, canavese di origine, Goria è uno dei volti più noti della tivù, al punto che il suo matrimonio con Maria Teresa Ruta, nel 1987, diventa la notizia del momento: il giornalista e la conduttrice, in quegli anni fra le più amate del piccolo schermo. Due figli (Guenda e Gianamedeo) e il padre Aldo, 91 anni e una fibra da far invidia: era l’ex medico condotto del paese dove Amedeo è nato e dove ancora oggi torna, quando la televisione glielo concede.


Ha iniziato la carriera alla Gazzetta del Popolo, imparando da grandi firme del giornalismo: qual è la lezione più importante che le hanno lasciato? Ho cominciato alla “Sentinella del Canavese”, poi quando sono andato a Torino per l’università sono entrato in contatto con Franco Colombo, allora capo della redazione sportiva della Gazzetta. Ho scritto per Tuttosport, Corriere della Sera e altri grandi quotidiani fino al 1980, quando sono entrato in Rai. Lì ho conosciuto nomi di primissimo piano come Tito Stagno, Sandro Ciotti ed Enzo Biagi: è stato lui a

inculcarmi il “veleno del dubbio” che ad ogni buon giornalista non deve mai mancare, insieme alla curiosità. Quanto è cambiato il mestiere del giornalista? Enormemente. Questa professione partorisce sempre meno cronisti, nel senso nobile del termine, ma migliaia di impiegati al desk che si occupano soltanto di mescolare notizie precotte dagli uffici stampa. Vedo nei giovani una scarsa capacità di giudizio e una propensione impiegatizia che è la morte di questo lavoro.

mi ritrovai in tribuna il Presidente Napolitano proprio mentre stava per partire un blocco pubblicitario: lui aspettò un po’, poi ci disse che preferiva andare prima di trovare il suo posto occupato. Registrammo l’intervento, ma fu una sofferenza… E un personaggio con cui ha legato di più o di cui nutre un bel ricordo? Michel Platini. Siamo sempre stati buoni amici e ricordo con ammirazione la volta in cui a metà settimana mi annunciò che la domenica avrebbe segnato due gol: era il derby con il Toro e Michel segnò davvero due

FRA SPORT E AFFET TI In apertura, Amedeo Goria in famiglia: oltre ai due figli, Guenda e Gianamedeo, anche il padre Aldo, 91 anni. Qui sopra alcuni scatti dall’album dei ricordi di Goria: sotto il Cristo Redentore a Rio de Janeiro e a bordo campo prima dell’inizio di una partita della Nazionale di Prandelli.

C’è un episodio, un gol, un record che più di ogni altro le è rimasto impresso fra i tanti eventi seguiti in carriera? Ricordo i Mondiali del 2006 in Germania, quando la sera della finale vinta dall’Italia

reti. Non era un veggente, ma un atleta che conosceva perfettamente le sue capacità. Lei che ha il polso della situazione, se la sente di azzardare una previsione sui prossimi mondiali, quelli del 2014 in Brasile? I padroni di casa sono i super-favoriti, ma ci si aspetta molto anche da Spagna e Germania, che potrebbe rappresentare la vera sorpresa. Poi c’è l’Argentina, come sempre fortissima davanti e vulnerabile in difesa. Scommetterei poco sull’Italia, perché è costretta ad affidarsi ancora “ai vecchi” e agli umori di Balotelli. 7


STYLE Pomposi Boutique

L’ARTE DI VESTIRE 34| dic. ‘13 / gen. ‘14

Q

uando ha iniziato lui, quasi mezzo secolo fa, la moda semplicemente non esisteva. I pochi che volevano esibire eleganza avevano il sarto di fiducia, e guardavano con diffidenza all’arrivo delle confezioni industriali in grande scala che promettevano di rivoluzionare lo stile degli italiani. Piero Pomposi la moda l’ha vissuta tutta, dall’inizio, e non solo per questioni di età, o perché insieme alla moglie Olga è titolare dell’omonima boutique nel centro storico di Voghera 400 mq su tre piani, la più bella, dicono i suoi concittadini - ma per via di una sapienza raffinata, sottile e misurata, che ha solo chi ha imparato a vestire intere generazioni di clienti, creando spesso uno stile anche a chi non ce l’aveva per niente, ma grazie a Pomposi non se n’è mai accorto.


Se li ricorda gli anni dei primi prêt-à-porter? Eccome, era il periodo in cui l’Italia non aveva ancora nulla da dire nella moda: a farla da padrone erano i francesi, gli unici ad avere uno stile, poi pian piano si è imposta una generazione di talenti che ha saputo creare la scuola italiana. E il nostro negozio ha fatto sempre la propria parte: siamo stati fra i primi in questo paese a credere in gente come Giorgio Armani e Gianni Versace, che poi hanno saputo crescere creando colossi di importanza mondiale. Li ho conosciuti tutti, quei nomi, quand’erano agli inizi e chiedevano a noi buyer imbeccate su cosa andava e cosa no, oppure ci imploravano di andare a vedere le loro nuove collezioni, come succedeva con Dolce e Gabbana.

È IL TITOLARE DEL PIÙ PRESTIGIOSO NEGOZIO DI VOGHERA, MA NEL MONDO DELL’ALTA MODA CI VIVE DA 42 ANNI. PER QUESTO, PIERO POMPOSI SA RACCONTARE COME TUTTO È INIZIATO E QUANTO STIA CAMBIANDO L’IDEA DI ELEGANZA

Si dice che il suo negozio abbia sempre avuto una clientela Vip. Storicamente abbiamo avuto una clientela non solo vogherese, che arriva da tutt’Italia. Certo, una buona parte è sempre stata rappresentata dai soprattutto i milanesi che hanno la casa da queste parti e nel week end ne approfittavano per venire a vedere le nostre ultime novità.

Quanto è cambiata la moda negli anni? A cambiare non è stata la moda, ma la gente. Una volta la donna che voleva vestirsi bene sapeva di dover comprare griffato dalla testa ai piedi, oggi viviamo di contaminazioni: c’è chi compra una giacca firmata spendendo parecchio, ma dopo la abbina con una camicetta comprata in qualche negozietto a poco prezzo. Rispetto a un tempo in fatto di moda c’è più comunicazione, preparazione e cultura: ma è anche vero che costruire in questo

di lunghezza giusta, che sfiori la scarpa senza fare ondeggi, con fondo da 19 al massimo, cravatta stretta, giacca asciutta ma che non tolga il fiato. Mi capita spesso di vedere fior di professionisti vestiti in un modo che a me fa sorridere: mi sfugge da sempre come tanta apertura mentale a volte non coincida per niente con lo stile. Oggi contano molto anche gli accessori. Sicuramente, e questo è il motivo per cui la nostra boutique si sta orientando sempre di più sul concetto di “store”. Abbiamo tre piani, donna al terreno, uomo al primo e scarpe e accessori più under, all’ultimo. Ma quello del dettaglio che fa la differenza è un concetto che sposo in pieno, l’eleganza di una persona per me inizia dalla scarpa: da lì puoi capire chi hai davanti, cosa pensa, come vive. La domanda va fatta: la crisi si sente anche nel mondo dell’alta moda? Si sente moltissimo, la griffe ormai è un concetto che funziona quasi solo all’estero. Noi ad esempio siamo inseriti nel ristretto elenco dei “The Best Shop” della Camera Italiana Buyer Moda e vendiamo online

modo il proprio stile non è semplice, serve un gusto che non è da tutti. Ha accennato prima al fatto che avete sempre voluto evitare la freddezza del negoziante, consigliando i clienti. Esatto. Abbiamo guidato migliaia di persone, spesso correggendo delle cadute di stile. Le donne, come dicevo, sono da sempre le più preparate, perché sanno esattamente cosa vogliono, mentre gli uomini vanno guidati nei particolari: oggi il pantalone dev’essere

attraverso il sito www.farfletch.com, di cui fanno parte soltanto 250 fra le migliori boutique del mondo. Bisogna adeguarsi e star dietro ad un panorama che cambia velocemente, ma mi sembra sia passato un attimo dai tempi in cui avevamo clienti che correvano da noi a comprare l’abito nuovo ad ogni nuova “morosa”. Oggi non è più così, e non perché manchino le morose. 7

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MODA I 140 anni dei jeans

L’epopea del più celebre capo d’abbigliamento della storia: dalla nascita nei sobborghi americani più poveri alle passerelle mondiali

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trappati, vecchi, preziosi, da pochi soldi, usati, nuovi, sbiaditi, corti, lunghi, sfasati, bassi in vita, destrutturati, ricamati, attillati. Non c’è variante, nella storia della moda di questo piccolo pianeta, che i jeans non abbiano saputo accontentare. Nati miseri, come pantalone da fatica, i jeans si sono presentati proprio quest’anno sulla soglia delle 140 candeline in splendida forma, consacrati come a nessun altro capo d’abbigliamento sia mai successo: li studiano nelle università e li conservano nei musei, ma li vendono anche nei mercati rionali.

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Perché la forza dei jeans è di essere di tutti, popolari ed esclusivi al tempo stesso: non c’è stilista che prima o poi non si sia trovato di fronte alla necessità di dire la propria sulla tela blu più celebre che c’è, fosse solo per aggiungere un bottone, un tono di colore o un orpello. Ma quella dei jeans è una strettoia obbligata in cui chi fa moda deve passare, ben sapendo che molte delle proprie fortune transitano esattamente da lì. Ancora oggi i jeans sono simbolo di libertà, di spazi aperti, dell’America che ognuno ha dentro, quella delle highway in Harley Davidson, di controcultura che significa comunque avere una cultura, e di chi nell’armadio ha un paio di jeans anche per i giorni di festa. Un capo d’abbigliamento sdoganato perfino nei salotti buoni, dove un tempo era bandito come la peste. In America, dove il fenomeno è diventato davvero fenomeno, ci pensarono i grandi divi di Hollywood, Marlon Brando e James Dean in prima fila, iconografie di un’epoca la cui uniforme prevedeva giubbotto di pelle, maglietta bianca e bluejeans con risvolto al fondo, come il Fonzie di “Happy Days”. Un look usato per accompagnare i loro personaggi, ma talmente forte e incisivo da superare le esigenze di copione e diventare il modo di vestire anche lontano dal set. In Italia, dove certi passaggi perbenisti sono più difficili da perpetrare, il merito va tutto all’Avvocato Agnelli, che nel lontano 1972, a Monaco di Baviera, si presenta ad un ricevimento esclusivo con il blazer blu richiesto nell’invito, ma accompagnato da un paio di jeans, e per di più scoloriti, ad anticipare una camicia senza cravatta. L’avesse fatto un altro, chiunque altro, sarebbe stato accompagnato all’uscita coperto di pernacchie, ma se un esempio di stile ed eleganza sabauda come l’Avvocato amava i jeans, allora vivaddio, siano jeans per tutti. 5 dic. ‘13 / gen. ‘14 |37


pa i Mods inglesi li preferiscono a sigaretta. Nel 1966, i Beatles, nel pieno del loro successo, posano per la campagna pubblicitaria della “Lee”: è la consacrazione definitiva. Ma il denominatore comune, a qualsiasi latitudine, resta comunque la ribellione, il senso di libertà, contestazione e gioventù insiti nel concetto stesso di jeans. Negli anni Settanta iniziano le sperimentazioni: la vita si abbassa e qualcuno addirittura li taglia, riducendoli ai minimi termini e inventando gli hot pants, la declinazione più sexy di questa storia. Un decennio dopo i jeans irrompono nel circo del prêt-à-porter: Calvin Klein si affida Brooke Shield, la vita si alza ed entrano in scena le “pinces”.

E dire che tutto era iniziato nel 1873 a San Francisco, in California. Non avremmo i jeans se Levi Strauss, piccolo commerciante di origini tedesche emigrato in cerca di fortuna, e Jacob David Youphes, sarto originario del Nevada, non si fossero incontrati. La moda è un concetto ancora in là da venire, i due hanno in mente di realizzare pantaloni da lavoro utilizzando una tela in cotone, sperando di far gola a portuali, muratori e cercatori d’oro. Ed è una stoffa talmente dura, quella scelta dai due, che per bloccarla sono costretti a rivettare in rame le cuciture. Il brevetto, ancora oggi gelosamente conservato negli archivi della città californiana, è il numero 139.121. I primissimi pantaloni a cinque tasche sono in tela marrone, ma è in arrivo una partita di denim blu prodotta a Genova con lo stesso scopo. Chiamano l’azienda “Levi’s”, e battezzano il loro unico modello “XX”, qualche tempo dopo diventato “501” in uno sforzo di fantasia. Alla faccia dei minatori, i jeans diventano subito un oggetto di culto: li vogliono tutti, e i due soci sono sommersi da un mare di ordini che faticano ad accontentare. Hanno così tanto da fare, da scordarsi perfino che nel 1890 scadono i diritti del brevetto, dettaglio che trasforma i jeans in un business planetario. La vera esplosione arriva negli anni Sessanta con gli Hippy, che quando proprio devono vestirsi li vogliono a zampa d’elefante. Ma questo funziona in America, mentre in Euro-

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È il momento in cui vanno di moda “stone washed”, decolorati spesso con mezzi empirici: pietre pomici e candeggine mandano ai centri di assistenza migliaia di lavatrici. Armani li inserisce nelle sue collezioni dal 1981, con l’arrivo dei “paninari”, il cui credo accetta i jeans, ma quantomeno firmati. Gli si accoda Versace, che li immagina prezio-

si e lussuosi, adattandoli per le passerelle alle celebri curve di Naomi Campbell. Negli anni Novanta la vita si abbassa per lasciare spazio all’intimo (ridottissimo), che fa capolino dalle cuciture, Cavalli e Gucci li impreziosiscono con oro, pietre e scintillii di varia natura. E quando il millennio cambia cifra, l’imperativo della moda vuole i jeans rigidi e ancora più bassi in vita, stile rapper, tornando “skinny”, o attillatissimi, verso la metà del primo decennio, coperti di glitter e di effetti push-up, per gonfiare dove serve. Oggi, a 140 anni dall’inizio di quest’avventura, non c’è marchio o griffe di moda che non abbia in catalogo la propria linea di jeans, mentre la ricerca continua, incessante. Si dice che sia in arrivo sui mercati un modello realizzato usando percentuali di kevlar, materiale impossibile da scalfire, tagliare e rovinare. Forse per ricominciare dai minatori. 7


FOOD/1 Academia Barilla

I DIECI PIÙ COMUNI ERRORI COMMESSI DAGLI STRANIERI QUANDO SI CONVINCONO DI MANGIARE COME SI FA NEL NOSTRO PAESE

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rriva un momento in cui bisogna dire basta, anche se il cibo è diventata una cosa seria, seguita e apprezzata, anche se la cucina italiana è quella che ovunque nel mondo chiunque sceglie, quando vuole concedersi una serata di gusti, piaceri e accostamenti inarrivabili. Ma si sa come vanno certe cose, una ricetta varca l’oceano e quando tocca terra cambia, si adatta a gusti e disgusti locali. Una cosa che impara in fretta chi ha varcato i confini italiani è che all’estero sono capaci di errori madornali, che noi guardiamo con un mezzo sorriso pieno di disgusto e in fondo un po’ di tenerezza, perché qualcuno deve averli convinti che in Italia si faccia davvero così. È un po’ come la leggenda che si ripete in ogni film americano ambientato in una famiglia di origini italiane: prima di iniziare la cena tutti si stringono le mani e pregano. Dobbiamo dirlo: una roba mai vista, da queste parti, anche se ne avremmo bisogno, visto che la cena coincide in genere con l’ora dei TG e di mandare qualche preghiera al cielo sarebbe forse il caso. Per questo è scesa in campo l’Academia Barilla (scritta con una sola “c” per richiamarsi al nobile significato latino), una fondazione che si propone di difendere, tutelare, promuovere, diffondere, sviluppare e sostenere i prodotti alimentari italiani, e per iniziare ha raccolto e divulgato i dieci più madornali errori fatti dagli stranieri quando si convincono di conoscere cibo e abitudini del nostro paese. 7


1 Mai bere un cappuccino durante i pasti All’estero lo fanno, eccome se lo fanno: il cappuccino secondo alcuni ci può stare prima, durante e dopo i pasti. Incuranti di mescolare lasagne e ragù di carne alla schiuma di latte spruzzata di cacao. Per noi, dove il cappuccino e l’espresso sono un dogma assoluto, il momento giusto è la colazione, solo per accompagnare un cornetto ripieno di marmellata. E fino all’indomani mattina, il cappuccio ce lo dimentichiamo.


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Risotto e pasta non sono un contorno Una delle rarissime eccezioni italiane riguarda l’ossobuco alla milanese, secondo la tradizione servito come piatto unico, con il risotto allo zafferano vicino alla carne. Ma finisce tutto qui, perché non ci sogneremmo mai di considerare la pasta un contorno, al pari delle patatine: per noi quello, la pasta si intende, È il piatto principe, la prima portata, un concentrato di sapienze regionali che da solo può valere tutto il resto.

L’olio nell’acqua di cottura Perdonali, Signore, perché non sanno quello che fanno: non c’è italiano che non sappia la regola più basilare che ci sia: la pasta va cotta e salata nell’acqua, e soltanto dopo averla scolata a dovere si può pensare di aggiungere i condimenti. Farlo mentre questa è in ebollizione equivale ad una scomunica.

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Ketchup sulla pasta? A qualcuno è successo, di vedere stranieri condirsi gli spaghetti con salse, maionesi vari e perfino marmellate, e ancora racconta agli amici e conserva in modo indelebile il ricordo di quell’unico boccone disgustoso, sufficiente per chiedere il conto e fuggire a gambe levate. In Italia, vale ripeterlo, la salsa ketchup (anche se da lontano può ricordare il sugo) va sulle patatine fritte, al massimo nell’hamburger. Qualsiasi altro uso è considerato sacrilego.

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Spaghetti alla bolognese? Non c’è menù, all’estero, dove non compaiano. Ma la curiosità è che questa specialità non esiste: a Bologna, dove il piatto è nato e trova la massima espressione, nessuno si sognerebbe mai di disperdere del sacro ragù di carne su un piatto di comunissimi spaghetti: l’unica ricetta esistente entro i nostri patri confini è quella con le tagliatelle.

Pasta con il pollo? Mai Vi fa impazzire, vero? Bene, ne siamo felici, continuate così. Ma ormai siete grandi, ed è giusto sappiate che potete girare l’Italia da capo a fondo e non troverete nulla di simile ad un piatto di carboidrati mescolati a sostanze pannose e pezzetti di pollo. Anzi, se proprio volete saperlo, solo l’idea ci fa accapponare la pelle.

Caesar salad Non è malaccio, ve lo concediamo, e in fondo l’errore di considerarla un piatto tipicamente italiano non può essere una colpa, visto che arriva dalla fantasia di un nostro compatriota, tal Cesare Cardini, nativo del Lago Maggiore ed emigrato a Los Angeles nei primi anni Trenta. Ma quando sbarcate in Italia evitate di cercarla e chiederla, perché non esiste e soprattutto non la troverete mai.


8 Le tovaglie a quadrettoni Da noi si trova in qualche pizzeria ad uso turistico o nelle trattorie di paesini sperduti, giusto per dare un’idea di rustico. Ma in Italia l’uso della tovaglia a quadretti bianchi e rossi ce la siamo lasciata alle spalle da un bel po’ di generazioni.

Le linguine Alfredo Piatto nazionale americano, che da quelle parti (vai a capire il perché), ricorda la dolce vita, via Veneto eccetera. Furono create dal ristoratore romano Alfredo Di Lelio e diventate celebri negli States, dove le varianti non si contano più, mentre da noi sono introvabili. Trattasi di linguine (o spaghetti), con quintalate di burro, panna e parmigiano, più altri ingredienti a scelta come gamberetti o verdure.

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10 I consigli della mamma La cucina italiana è spesso figlia di tradizioni antichissime che si tramandano di madre in figlia, ma c’è un ingrediente fondamentale che non si trova in alcun ricettario o manuale: noi ci mettiamo amore. Remember this.


food/2 Guida Michelin 2014

Un, due, t N ell’auto ci credevano, i fratelli André e Edouard Michelin, anche se nel 1900 scommettere sulle quattro ruote voleva dire giocare d’azzardo. Il viaggio era un concetto ben lontano dalle abitudini della gente e molto più simile ad un’avventura piena di rischi. Ma i due Michelin, mentre gettavano le fondamenta di quello che sarebbe diventato uno degli imperi assoluti del pneumatico, nel 1900 hanno un’idea che oggi appare folgorante: creare una guida che aiutasse gli automobilisti in viaggio a trovare dove rifocillarsi e perché no, passare la notte. La primissima Guida Michelin esce quell’anno in 35.000 copie, è diffusa gratuitamente e fra le indicazioni non mancano gommisti, meccanici, distributori di benzina e le piante delle maggiori città. Passano appena quattro anni, e altrettante edizioni, perché la guida dalla sola Francia si espanda anche al Belgio (in Italia arriverà soltanto nel 1956). La celebre stella della buona tavola, croce e delizia di qualsiasi ristoratore,

Nuova edizione per la guida più celebre. La 59esima edizione italiana assegna un totale 329 stelle

nasce nel 1929, con la creazione di un questionario di soddisfazione che permette a chiunque di confermare o smentire quanto riportato dalla guida. Il resto sono 113 anni di storia, di stelle e di qualche polemica qua e là che nel tempo ha tentato di minare l’attendibilità dello strumento più celebre, diffuso e scimmiottato del mondo. Ed il bello è che tutto, tecnologie a parte, ancora oggi non si discosta molto da quanto ideato dai due fratelli Michelin: gli uffici della Michelin ricevono ogni anno una media di 45.000 di commenti fra lettere ed email, mentre la guida è una sorta di Bibbia in 12 paesi europei, a cui nel 2005 se ne sono aggiunte due, una specifica per New York e l’altra per San Francisco, seguite da quella di Tokyo nel 2008. Il giudizio è


re, Stella ancora la stella, con un massimo di tre ed un minimo di una: per essere precisi una stella significa cucina ottima, due merita la deviazione e tre merita addirittura il viaggio. Ed è proprio recentissima la pubblicazione della Guida Michelin Italia 2014, 59esima edizione, che ancora una volta ha creato grande attesa per scoprire chi c’è, chi è uscito o entrato e soprattutto quante stelle potrà vantare sui propri menù. Il nostro paese,

quest’anno, può contare su un capitale formato da 329 stelle che lo trascina al secondo posto dopo la Francia, e rispetto all’edizione passata la matematica assicura che 11 stelle sono scomparse e altre 33 si sono invece aggiunte. Su un totale di 6.500 esercizi di oltre 2.000 comuni passati al setaccio, di cui 2.722 ristoranti, la Lombardia spicca fra le regioni più stellate con 57 ristoranti di cui 49 con una stella, 6 con due e 2 con tre, seguita da Piemonte (38) e Campania (33). 7


ARTE

COGLI L’ATTIMO È

forse uno dei pochi concorsi al mondo aperto a chiunque ami la fotografia: professionisti, dilettanti, amatori, studenti. Per ognuno una categoria, premi, riconoscimenti e soprattutto un palcoscenico mondiale che spesso significa la fine dell’anonimato e la consacrazione, traghettando il proprio nome dall’hobby all’attenzione di editori e collezionisti di tutto il mondo. Forse per questo, il “Sony World Photography Awards” è diventato uno degli appuntamenti più attesi dell’anno dal popolo dei fotografi d’ogni paese, indipendentemente da razza, fede, sesso e soprattutto attrezzatura: le categorie su cui è articolato sono lì apposta per dimostrarlo. E se ancora non bastassero quelle, allora basta citare le 555.000 immagini giunte da 230 paesi diversi dal 2007, anno della prima edizione, ad oggi.

48| dic. ‘13 / gen. ‘14

DA UN DECENNIO È UNO DEI PIÙ CELEBRI CONCORSI FOTOGRAFICI DEL MONDO, APERTO A TUTTI MA CAPACE DI TRASFORMARSI IN UN TRAMPOLINO VERSO LA NOTORIETÀ Quella del 2014, edizione sulla soglia del primo decennio, si è ufficialmente aperta il 31 maggio scorso e manca ormai poco alla chiusura: entro il prossimo 6 gennaio (il 9 per i professionisti), chiunque abbia una foto che ritiene “da concorso”, può inviarla gratuitamente collegandosi al sito www. worldphoto.org. A quel punto, non resta che incrociare le dita, perché una giuria composta da esperti e professionisti della

“World Photography Academy” e presieduta dal newyorkese William Hunt, darà una prima scremata alle migliaia di immagini che continuano a giungere in modo incessante da tutto il mondo, per poter arrivare ad una short list che sarà diffusa il prossi-


mo 4 febbraio, equivalente all’ammissione alla selezione finale, che culminerà con la premiazione, storicamente ospitata a Londra e prevista per il 30 aprile del 2014. Lo scorso anno, il concorso è stato vinto dalla fotografa norvegese Andrea Gejstvang, che ha inviato una serie di ritratti scattati ad alcuni giovani scampati al tristemente noto massacro dell’isola di Utoya, nelle vicinanze di Oslo: la follia di Anders Breivik, nel luglio del 2011, costò la vita a 69 giovani di età compresa fra 14 e 20 anni. I premi? Giusto., altrimenti che concorso sarebbe: il riconoscimento principale, il più ambito e prestigioso, è rappresentato dall’Iris d’Or, accompagnato dal titolo di “Photographer of the Year” e da un assegno di 25.000 dollari, senza contare la notorietà planetaria. Al primo classificato di ogni categoria vanno invece 5.000 dollari e le più recenti attrezzature Digital Imaging di Sony. Così come la speciale categoria riservata a scolaresche e studenti, in cui le scuole di provenienza riceveranno un intero corredo di macchine fotografiche con cui sbizzarrirsi. Per tutti, l’onore di vedersi includere il proprio scatto nelle sale della Somerset House di Londra, oltre che pubblicato sulle pagine del prestigioso volume “Sony World Photography Awards Book”, pubblicato ogni anno. Le categorie previste, come accennato, toccano davvero tutto l’universo possibile per gli amanti della fotografia. Si va dai “Professional”, i professionisti, con 15 categorie

(fra cui architettura, natura morta, paesaggi, ritratti, cronaca e pubblicità), per cui è richiesto l’invio di una selezione di fotografie (un minimo di 3 ed un massimo di 10), quindi “Open”, 10 categorie per fotoamatori in cui è sufficiente l’invio anche di un solo scatto (al massimo ne sono ammessi 3), “Youth”: riservata a partecipanti sotto i vent’anni e divisa in tre categorie (cultura, ambiente e ritratti), e per finire “Student Focus”: aperta a ragazzi fra 18 e 30 anni, in cui è sufficiente una sola foto ma che sia pensata per diventare la cover di una pubblicazione cartacea. In queste pagine, in assoluta anteprima, alcune delle foto giunte ai selezionatori del concorso e sicuramente destinate alla shot list finale. Una gallery di straordinaria bellezza che non tralascia tematiche, stili e soggetti di ogni tipo: dal viaggio alla natura, dalla foto sociale a quella architettonica. 7


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