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Mar / Apr 2010

Anno II

Poste Italiane spa - spedizione in abbonamento postale - D.L.353/2003 (conv.in L. 27/02/2004 n.46) art.1, comma 1, CNS VI

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Il teatro Federalismo: niente scuse Il Teatro

Giocare al meglio la carta del federalismo

La Piazza

L’etica è la vera strategia per la crescita

Il Labirinto Dove va la finanza?


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EST

indica un territorio reale come il Veneto di oggi e ideale come il Veneto che vogliamo

EST

segnala una direzione, verso oriente, verso un’area destinata allo sviluppo e a cui l’economia del Veneto da sempre guarda e che si va allargando a Nord come a Sud

EST

vuol dire essere, esserci per essere protagonista

EST

afferma il ruolo dell’edilizia quale motore dell’economia

EST

è la rivista del mondo delle costruzioni promossa da ANCE Veneto e dalle Associazioni Provinciali

Edilizia Sviluppo Territorio UN TERRITORIO DA ESPLORARE EST è un progetto culturale che si declina in un percorso guidato e che ha come riferimento un’idea, o meglio un’idealità. Un territorio ideale che ha nelle sue città la sua forza. Un percorso che vuole richiamarsi al Rinascimento e che trova in luoghi simbolici la propria sostanza. Così si entra da una Porta (Editoriale) e si arriva in un Teatro (In primo piano), dove ci si rappresenta e ci si confronta attraverso un tema (In scena), Gli attori (la politica) e il Dietro le quinte (i commenti dei tecnici). In coda l’anticipazione sul tema in scena nel prossimo numero: In cartellone e, a volte, la possibilità di approfondire temi trattati nei numeri scorsi ne La replica Si attraversano un Labirinto (L’inchiesta), il Palazzo comunale (l’indagine sui comuni del Veneto) e La torre (osservatorio). Si attraversa La Piazza (Gli articoli di approfondimento): luogo del confronto e delle idee per nuove tematiche. Ci si ferma a riflettere sul Mercato (focus economico) e ad ammirare da un Belvedere (inserto architettura) le opere che verranno, siano esse case, viadotti, scuole, ospedali. Si riparte dalla complessità del Cantiere con i suoi materiali, le macchine, la tecnologia e le innovazioni. Il percorso si chiude con nuove notizie, strumenti per approfondire le conoscenze attingendo alla Biblioteca e si conclude con l’informazione “locale” scandita dai rintocchi del Campanile (Ance news), in attesa del prossimo viaggio…


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Potenza e agilità senza confronti

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La collaborazione pluriennale con marchi leader del settore quali Liebherr e Neuson, fa sì che ACM offra un’ampia gamma di macchine movimento terra personalizzabili secondo le specifiche necessità. Ma ACM è molto di più: dalla consulenza alla vendita, dall’assistenza al noleggio, è un gruppo di persone che punta a costruire un rapporto unico con il cliente per dare sempre una mano nel migliorare l’attività dell’impresa.

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Editoriale Consapevolezza della rappresentanza e responsabilità degli interessi collettivi

di Stefano Pelliciari Presidente ANCE Veneto

Nel momento in cui questa rivista uscirà dalle rotative e sarà distribuita, si starà svolgendo la prima Assise dell’industria delle costruzioni del Veneto. Il 3 maggio per la prima volta tutte le imprese venete aderenti al sistema ANCE si trovano insieme, in una stessa sala, per confrontarsi sullo stato di competitività del nostro sistema economico, già minato da mancanze e ritardi cronici e messo ancora più in discussione dall’onda lunga della recente crisi finanziaria. Viviamo un periodo complesso, caratterizzato da molte incertezze sul futuro, ma da una consapevolezza: la ripresa non dipenderà soltanto dalla capacità delle singole imprese di organizzarsi per affrontare le nuove sfide del mercato, ma da un’azione collettiva, un patto condiviso tra soggetti pubblici e privati sulle priorità della nostra regione. L’Assise sarà un banco di prova per il nostro sistema associativo. È l’occasione per contarci e per guardarci, tutti, negli occhi; per avere la consapevolezza della forza della nostra categoria; per dare ancora più autorevolezza all’ANCE nella rappresentanza degli interessi delle imprese associate. I rappresentanti politici che parteciperanno avranno modo di toccare con mano la consistenza della categoria, qualora non siano già consci della sua importanza economica e sociale. Le elezioni regionali sono ormai alle spalle. Ora è il momento della concretezza, di cambiare registro e lasciar perdere liti e contumelie. È finito il tempo delle campagne elettorali insulse e inutili. Adesso parliamo di temi concreti. L’ANCE ha molte proposte da indicare, con l’auspicio che possano essere condivise da tutti in quanto non ideologiche, ma volte a superare la grave crisi che colpisce le nostre imprese, l’intera economia e i cittadini di questa regione. Ci sono questioni, generali, aperte da anni e che rappresentano un grave fattore di svantaggio. Viviamo un clima di sfiducia verso il mercato privato. Il pubblico, dal canto suo, non è in grado di fornire risposte, come nella circostanza, ad esempio, in cui non riesce a “cantierare” le opere già pianificate e finanziate da mesi o da anni o come quando non è in grado di pagare i debiti per le opere già eseguite. La progettazione di opere pubbliche è congelata da tempo. Di questo passo, a breve, ci ritroveremo con niente da costruire. La burocrazia, vero cancro del Paese, asfissiante e ottusa, produce straordinari danni economici diretti e indiretti. I tempi delle iniziative, sia pubbliche che private, si dilatano fino a diventare incompatibili con le esigenze dell’economia. Il Parlamento continua a produrre masse di norme che vanno a ingrossare una legislazione esagerata e, nonostante ciò, mai esaustiva. Il regolamento attuativo della Legge sui lavori pubblici doveva essere emanato entro la metà del 2007. Siamo nel 2010 e non si vede, all’orizzonte, nessuna effettiva novità. Questi sono i paradossi del nostro Paese. Il 3 maggio deve diventare una data decisiva per il percorso di crescita della nostra associazione. L’auspicio è che si possa inaugurare quel patto tra noi imprenditori e i decisori politici perché ciascuno, nell’ambito delle proprie responsabilità e competenze, si impegni a fare il bene “del Veneto”. Gli imprenditori edili, dal canto loro, devono dare dimostrazione di responsabilità, che non è soltanto quella legata alla sana e corretta gestione della propria impresa. C’è una responsabilità d’impresa, che ci impone dei dover come imprenditori, e ce n’è una legata all’associazionismo, da cui deriva la responsabilità di agire con accortezza e lungimiranza, all’interno del sistema ANCE, per fare gli interessi della categoria, lasciando da parte tutto ciò che con il bene del settore delle costruzioni non ha niente a che fare. Spero che, nonostante tutto, sia soprattutto 5 quest’ultimo il messaggio più efficace che uscirà dall’Assise.


FRANZONI prefabbricati e manufatti in cemento Via dei Mille, 14 - 25086 Rezzato (Brescia) - Tel. 030 2591621 (3 linee r.a.) - Fax 030 2791871 www.sfrfranzoni.it - info@sfrfranzoni.it 3URGRWWL 3UHIDEEULFDWL GL FDOFHVWUX]]R ´ (/(0(17, 6&$72/$5,µ E’ entrata in vigore la NORMA EN 14844:2006+A1:2008, che trova applicazione nell’ambito della produzione di “ Elementi Scatolari Prefabbricati ”. In conformità alla Direttiva 89/106/CEE del Consiglio della Comunità Europea, a decorrere da tale data gli Elementi Scatolari Prefabbricati non potranno più essere venduti se non marcati CE e calcolati secondo le nuove Norme Tecniche per le costruzioni ed Azioni Sismiche D.M. 14 Gennaio 2008, di conseguenza i manufatti che dovessero risultare non muniti del marchio di conformità CE o ne siano comunque privi, devono essere immediatamente ritirati dal commercio e non possono essere installati o incorporati in costruzioni di opere civili. Al fine di verificare la conformità dei prodotti da costruzione alle prescrizioni di cui al regolamento medesimo, i dicasteri competenti (Ministero dell’industria, del commercio e dell’artigianato, il Ministero dell’interno ed il Ministero dei lavori pubblici), ciascuno nell’ambito delle rispettive competenze, hanno “ facoltà ” di disporre “ verifiche e controlli ”, presso il produttore dopo aver acquisito tutte le informazioni necessarie all’accertamento, avere l’accesso presso i luoghi di fabbricazione, immagazzinamento o di uso dei prodotti (cantieri)

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ed il conseguente prelievo di campioni per l’esecuzione di esami e prove. Acquisisce responsabilità anche la figura del Direttore dei Lavori, che in cantiere ha compiti di controllo e vigilanza che gli derivano dalla funzione che svolge: egli, infatti, ha l’obbligo di verificate i materiali accertandosi che gli stessi siano conformi alla normativa tecnica vigente. “ Il Direttore Lavori ha la specifica responsabilità dell’accettazione dei materiali ”. In altre parole, il suddetto professionista deve verificare, attraverso periodiche visite e contatti diretti con gli organi tecnici dell’impresa che siano osservate le norme e che ci sia corrispondenza dei materiale impiegati con le caratteristiche indicate nei contratti stipulati. Si precisa altresì che sia il produttore che l’acquirente, agendo nel mancato rispetto di quanto sopra esposto, potranno ricadere in sanzioni amministrative e penali sino al sequestro dei manufatti ed al fermo cantiere. Al fine di poter fornire un prodotto che rispetti tutte le normative richieste, la ns. azienda seguita dall’Ente Certificante ICMQ, ha ottenuto a decorrere dal 27 Luglio 2009, “ IL CERTIFICATO DI CONTROLLO DELLA PRODUZIONE IN FABBRICA - NR. 1305-CPD-0922 ” di cui alleghiamo copia. A disposizione per ulteriori chiarimenti in merito, cogliamo l’occasione per porgere distinti saluti.


Mar / Apr 2010 Anno II Numero

Edilizia Sviluppo Territorio

Federalismo: niente scuse

IL TEATRO Il tema del momento sul palcoscenico di EST

In Scena

Gli Attori

Dietro le quinte

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Nuovo modello veneto? Giocare al meglio la carta del federalismo

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Non si uccidono così le piccole imprese

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Qualità e legalità. Uno Stato più presente e un sistema snello di regole certe • Intervento di Paolo Buzzetti, presidente ANCE

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Cogliere l’occasione per far ripartire la “locomotiva” Veneto • Intervista a Stefano Pelliciari, presidente ANCE Veneto

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Aprirsi al confronto con le comunità locali, restituire loro il potere sulle regole • Intervista ad Enzo Rullani, professore di economia della conoscenza alla Venice International University di San Servolo

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All’estero il “made in Italy” delle costruzioni può fare la sua parte • Intervista ad Umberto Vattani, presidente dell’ICE - Istituto per il Commercio Estero

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Con le strutture di missione le infrastrutture si possono fare • Intervista a Luciano Violante, presidente di Italiadecide

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Un laboratorio culturale per tutti: la Biblioteca di Maserada LA PIAZZA Libere opinioni

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41 “L’etica è la vera strategia per la crescita”

Monsignor Longoni a EST: alla radice della crisi gravi responsabilità delle istituzioni finanziarie

45 Un federalismo avanzato: la Macro-Regione del nord est Alla neo-mamma Mimosa Martini e al piccolo Valerio tanti auguri dalla redazione!

ANCE VENETO ASSOCIAZIONE REGIONALE COSTRUTTORI EDILI

• Intervento di Massimo Calearo Ciman, parlamentare e coordinatore di Alleanza per l’Italia in Veneto

IL BELVEDERE Il Focus dedicato all’architettura

46 Un laboratorio culturale per tutti: la Biblioteca di Maserada 52 Semplicità ed espressività: ecco come nasce il “muro di libri”

di Maserada • Intervista all'architetto Monica di Bosio, dell’Amaca Architetti Associati

IL LABIRINTO

Interrogativi, polemiche... troviamo l’uscita

EST Edilizia Sviluppo Territorio

54 Dove va la finanza?

L’importanza di un polo finanziario veneto: Fondazioni, ridefinizione di equilibri interni ed esterni al sistema bancario italiano. Le esigenze del Veneto. Rischi, timori e necessità.

56 La rivoluzione bancaria della Baviera d’Italia

Proprietà Editoriale

ANCE Veneto Piazza De Gasperi Alcide, 45/A 35131 Padova (PD) info@anceveneto.it

Editore

S.I.C.E.T.A. S.r.l. Via Bonifacio, 8 31100 Treviso

Direttore Responsabile

IL PALAZZO COMUNALE

59 Arrestare la nuova fuga dal Veneto? Sì, con il federalismo è possibile

L’inchiesta che interessa le amministrazioni comunali ma non solo

62 Ma c’è chi vede rosa, anzi Rosso

IL MERCATO

64 Veneto: una regione tutta da visitare

Le soluzioni per essere competitivi

Zelio Pirani

69 L’industria turistica tira perché imprese e Regione parlano la stessa lingua

Direttore Editoriale

Alfredo Martini

Redazione

IL CANTIERE L’innovazione e i materiali

72 La certificazione di ANCE Qualità 73 Qualificare la certificazione: dall’energia alla sostenibilità • Intervista a Lorenzo Orsenigo, direttore di ICMQ

A cura di Strategie & Comunicazione est@strategiecomunicazione.com

75 Efficienza energetica: una questione di cultura

• Intervista a Salvatore Passanisi, Energy Efficiency Business Development di Schneider Electric 78 Con la domotica nuove soluzioni e vantaggi per imprese e utilizzatori • Intervista a Daniele Dalmaggioni, di Vimar

Progetto Grafico e impaginazione Aurora Milazzo

Stampa

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LA BIBLIOTECA Recensioni, segnalazioni, news

IL CAMPANILE ANCE Informa

80 Come valorizzare il territorio: 3° edizione del Festival delle città

impresa - Teeneger veronese vale già un milione di euro - Treviso: a scuola in divisa - Quando sulle Dolomiti c’erano i dinosauri

83 ANCE Treviso, ANCE Venezia, ANCE Verona, ANCE Vicenza, ANCE Belluno, ANCE Padova


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Nuovo modello

veneto? di Alfredo Martini

Giocare al meglio la carta del federalismo 14


A

vere un sogno? Di questi tempi appare difficile. La crisi porta a rimboccarsi le maniche, a cercare di trovare ogni giorno soluzioni adeguate a sopravvivere, a trovare nuove opportunità. Da un lato si intensifica il lavoro, ci si muove e ci si guarda intorno, l’orizzonte sembra essersi ristretto, dall’altro lato non si può non alzare lo sguardo, non si può rinunciare a fare progetti. Non sogni quindi ma progetti. Non seduti a contemplare le difficoltà, né perdersi nell’impossibile, ma con i piedi per terra a guardare oltre la crisi. Questo è l’atteggiamento di molte imprese, questo è il clima che anima il sistema imprenditoriale del Veneto, senza dimenticare

chi vive situazioni difficili, talvolta drammatiche. Ma con la convinzione che proprio la rete diffusa delle piccole e medie imprese possa avere un ruolo ancora una volta decisivo nell’orientare lo sviluppo del Veneto. E tra queste imprese una rinnovata centralità la potranno avere le imprese di costruzioni. Ma perché ciò avvenga è necessario avere un progetto, proporre un modello nuovo di sviluppo. Un modello da costruire intorno a tre grandi attori, tutti essenziali: le imprese appunto, la pubblica amministrazione intesa come soggetto che gestisce la cosa pubblica, la politica come sintesi degli interessi delle diverse componenti della società civile.

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Un patto tra politica, economia e società civile L a crisi economica e finanziaria che continua a caratterizzare l’attuale congiuntura ha effetti dirompenti sul modello di sviluppo nato nel dopoguerra e nelle sue diverse varianti che per quanto riguarda il Veneto ha assunto caratteristiche peculiari, ma che oggi stenta a trovare una nuova vitalità. Sembra scontato che dalla crisi si può uscire più forti o almeno in grado di competere su nuove basi e con nuove caratteristiche, soltanto se si saprà trovare un nuovo equilibrio tra i diversi soggetti che possono esserne il motore. In questo sta la proposta di ANCE Veneto: un patto tra politica, economia e società civile. Ciò nella convinzione che “le condizioni per cui il Veneto colga le nuove sfide dell’economia internazionale ci sono tutte: la posizione geografica, il Veneto è il terminale del più grande e importante canale navigabile del mondo, il mare Adriatico; la presenza di un tessuto produttivo coeso ed efficiente, abituato a competere sui mercati internazionali; l’abbondanza di offerta e di domanda di lavoro; una evidente coesione sociale; l’Expo a Milano e, chissà, le Olimpiadi a Venezia.” E al centro del patto va posto il tessuto da sempre vincente delle piccole e medie imprese, che però debbono crescere. Perché le ridotte dimensioni aziendali sono un fattore di svantaggio nell’ambito della competitività internazionale. E quindi oggi occorre fare squadra. Perché la competitività passa attraverso un processo di aggregazione delle imprese. E allora ecco che le aziende devono essere supportate dalle istituzioni pubbliche che devono offrire servizi consoni ai nuovi

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programmi di sviluppo. Occorre poi aggiornare la programmazione degli strumenti finanziari e creditizi attualmente attivi, migliorandone l’impiego anche attraverso una costante concertazione con le rappresentanze delle categorie produttive, così che vengano poste le premesse per vincere le nuove sfide che si chiamano ricerca, innovazione, internazionalizzazione, finanza. La richiesta è esplicita e viene individuata nell’urgenza della costruzione di un modello di organizzazione dello Stato sempre più federalista, che consenta di rispondere più efficacemente alle esigenze del territorio. E in questo nuovo e più prossimo modello organizzativo della gestione della cosa pubblica va trovato uno spazio ampio di attenzione alle esigenze delle imprese. “Perché il patto tra la politica e le realtà socio-economiche possa tradursi in un’azione efficace di riforma e rilancio del “sistema Veneto”, occorre innanzitutto snellire i processi decisionali degli Enti locali, a partire dalla stessa Regione. La richiesta degli imprenditori è chiara e forte. Poiché oggi i tempi della Pubblica Amministrazione appaiono inadeguati rispetto all’esigenza di rapidità nell’adozione di quegli strumenti normativi essenziali per uscire dall’attuale situazione di stallo economico, “occorre - si legge nel documento programmatico presentato da ANCE Veneto in occasione della tornata elettorale e riproposto oggi al neo Governatore Zaia - giungere rapidamente a una modifica dello Statuto, affinché gli organi regionali possano svolgere le loro funzioni nel rispetto dei tempi che l’economia e la società richiedono.”

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Riorientare le scelte

infrastrutturali P

artire dalla riforma dello Statuto per cambiare i rapporti tra pubblico e privato in una logica dove al centro vi sia la convinzione a perseguire obiettivi di sviluppo e di crescita con la massima attenzione alla sostenibilità. Perseguire obiettivi concreti su questioni irrinunciabili. Tra queste al primo posto vi è una decisa politica di infrastrutturazione. “In un momento come quello attuale - si legge nel documento di Ance Veneto - investire nelle infrastrutture primarie e secondarie indispensabili alla mobilità delle persone e delle merci, oltre a colmare un vuoto di competitività, è l’antidoto più efficace per uscire da una situazione di stagnazione originatasi nel nostro Paese ancor prima che scoppiasse l’ultima crisi finanziaria ed economica.” Un programma che non può non avere al centro un’analisi attenta al nuovo ruolo a cui è destinato il Mare Mediterraneo nella ridefinizione degli equilibri e degli scambi tra Nord e Sud del mondo. In questo ambito assume una importanza strategica il porto di Marghera. Così che attorno a Venezia diventa essenziale rafforzare le reti di comunicazione intorno alle quali si orienteranno nuove urbanizzazioni e insediamenti produttivi. “Un processo opposto rispetto a quello seguito fino ad ora e che ha portato a una crescita spesso disordinata delle città e delle aree industriali, in

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modo non funzionale alle esigenze della mobilità e del mercato.” Tanto che molte aree industriali, come conseguenza, risultano oggi lontane dagli assi viari più importanti, oltre a non essere adeguati in termini urbanistici, dei servizi, dell’energia, dell’ambiente e della sicurezza. Un grande sforzo va compiuto per ridefinire e riorientare la politica infrastrutturale e di pianificazione non solo della mobilità, ma anche di quella urbanistica, ragionando in una logica di aree vaste. E in questo ambito va perseguito un nuovo approccio al governo del territorio. Nel quale le imprese possano affiancare l'amministrazione per formulare e creare modelli operativi volti a risolvere, attraverso l'intervento concreto, questioni sociali e problemi del lavoro. Un nuovo modello


Porto Marghera

di relazione tra pubblico e privato fondato sull’incontro virtuoso della “capacità di fare” delle imprese e delle esigenze della collettività con la gestione del potere pubblico, attraverso procedure amministrative certe. In questo ambito diventa essenziale una ridefinizione delle norme che regolano la selezione delle imprese e l’affidamento dei lavori pubblici, puntando sulla qualificazione reale delle imprese e contrastando fenomeni di selezione al contrario che non premiamo le imprese più qualificate, anche intervenendo per garantire la qualità dei progetti e la rispondenza in corso di costruzione.

Un programma che non può non avere al centro un’analisi attenta al nuovo ruolo a cui è destinato il Mare Mediterraneo nella ridefinizione degli equilibri e degli scambi tra Nord e Sud del Mondo. In questo ambito assume una importanza strategica il porto di Marghera.

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Costruzioni protagoniste

C

resce la convinzione che anche nell’immediato futuro, nello scenario a venire che si va definendo, così come in un orizzonte di medio periodo, le costruzioni siano destinate a svolgere un ruolo da protagonista. Non soltanto in quanto tradizionalmente settore anticongiunturale, ma anche come fattore indispensabile nella ridefinizione di equilibri e di ridisegno territoriale. La consapevolezza di ciò all’interno del sistema imprenditoriale e la

propensione verso processi più selettivi che guardano alla qualità come elemento centrale del mercato del dopo crisi ne fanno una risorsa e un interlocutore prezioso. La sfida è comune ma non va sottovalutato che molto dipenderà dalla capacità della nuova classe politica, chiamata a governare la Regione, di trasformare le buone intenzioni in concreta attuazione, in tempi rapidi e in una logica di concertazione.

Le cinque priorità per una riforma dei lavori pubblici • Investimenti sulla progettazione di qualità. Occorre intervenire per sostenere la continuità dell’attività progettuale, mettendo a disposizione degli Enti locali le risorse adeguate. La qualità della progettazione va raggiunta creando le condizioni per la valorizzazione del progetto, ad esempio, mediante la verifica della conformità dello stesso da parte di organismi di controlli accreditati (Advisor). • Costituzione di centrali di committenza con il compito di uniformare l’applicazione delle procedure di gara, di verificare la validità delle offerte. A tal fine questi organismi possono essere idonei a risolvere problemi organizzativi, specie per le amministrazioni di modeste dimensioni, spesso sfornite di adeguati uffici tecnici ed amministrativi. • Modifica temporanea dei criteri di aggiudicazione delle gare di appalto, alzando la soglia entro la quale è ammessa la procedura negoziata (da 500 mila a un milione di euro) e reintroducendo per un periodo limitato (2 anni) l’esclusione automatica delle offerte anomale. • Parità dei soggetti economici rispetto al mercato degli appalti, sensibilizzando le Regioni contro l'aberrante fenomeno del cosiddetto affidamento dei lavori "in house", ossia contro la possibilità che le società controllate dagli enti pubblici eseguano i lavori loro affidati in modo diretto, con inopportuna sottrazione alla libera concorrenza di importanti quote di mercato e contestuale creazione di inammissibili situazioni di privilegio. 20 • Disciplina del contenuto del contratto, mirata ad una posizione di sostanziale parità tra amministrazione e appaltatore, ricercando un assetto contrattuale scevro da forme, istituti e discipline che abbiano l'effetto di porre l'appaltatore in una situazione di soggezione, obbligandolo poi a recuperare il giusto margine di utile, con azioni contenziose che non giovano a nessuna delle parti e tanto meno all'interesse della collettività


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Non si uccidono così le piccole imprese

di A. M.

Prima o poi riuscirò a chiederlo a Tremonti. E allora mi dovrà spiegare perché a parole ci dice che è fondamentale sostenere le piccole e medie imprese e poi di fronte a delle norme vessatorie non si fa nulla e si lasciano morire le aziende, anzi le si uccidono con meccanismi fiscali da tortura cinese.” è uno sfogo, quello di Silvana Cazzaro, imprenditrice dell’Alta Padovana, che subito si trasforma in analisi lucida di una situazione non da Paese normale, ma da inferno fiscale. “Oggi ci troviamo con decine e decine di

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abitazioni invendute. è un momento di grande difficoltà. Per molte imprese il rischio di saltare è molto alto. Ci si attenderebbe un aiuto da chi governa e invece niente. Molte imprese vivono questa difficile situazione, con problemi di liquidità, con le banche che fino a ieri non tiravano fuori un euro neanche a sparargli, si trovano a dover versare centinaia di migliaia di euro sull’invenduto. Non guadagnano nulla ma devono versare l’Iva come avessero incassato milioni di euro. Un paradosso che nella situazione


Le misure straordinarie in materia fiscale che possono salvare le imprese • Misure a sostegno dell’attività delle imprese: ripristino dell'IVA per le cessioni e le locazioni di abitazioni effettuate dalle imprese di costruzioni oppure modifica dell'attuale disciplina IVA delle operazioni immobiliari. • Misure a sostegno della domanda: detrazione Irpef commisurata al 50% dell’IVA dovuta sull’acquisto di abitazioni di nuova costruzione, effettuato entro il 31 dicembre 2010, e destinate ad abitazione principale dell’acquirente; tassazione al 20% dei redditi da fabbricati, di nuova costruzione o incisivamente ristrutturati, acquistati entro il prossimo 31 dicembre 2010 e concessi in locazione quantomeno per 8 anni; detraibilità del 30%, sino ad un ammontare massimo di 5.000 euro, per i mutui stipulati entro il 31 dicembre 2010 per l’acquisto dell’abitazione principale di nuova costruzione • Incentivi fiscali per nuove costruzioni ad alto rendimento energetico.

attuale si trasforma in un’arma micidiale che può veramente essere determinante sulla sopravvivenza o meno di un’impresa.” Ma non è l’unico provvedimento di questo tipo attualmente in vigore. “In questo momento – continua l’imprenditrice – con la crisi di liquidità che esiste molti costruttori operano o meglio hanno operato utilizzando nei confronti dei propri fornitori lo strumento della permuta. Tu mi fornisci materiali e servizi e in cambio ti cedo uno o più appartamenti che stiamo costruendo. Ebbene l’attuale normativa fiscale rendendo l’Iva un costo aggiuntivo per chi acquisisce l’appartamento rende impraticabile questo “scambio”, creando all’impresa un’ulteriore difficoltà e spingendola a bloccare l’attività. Siamo di fronte a politiche che assumono una vera e propria funzione persecutoria.” Questioni di una gravità sconcertante contro le quali la categoria è da mesi scesa in campo. E da mesi ha chiesto di correggere queste storture. Come ricorda Silvana Cazzaro, “si tratta di denunce e di richieste di modifica che vanno avanti da oltre un anno. Le abbiamo portate come ANCE nazionale al Governo, senza ottenere risposta. Ora ci aspettiamo che qualcosa si muova a livello regionale. Ci auguriamo che la nuova Giunta faccia propria la nostra istanza e possa condizionare lo Stato centrale, combattendo accanto a noi una battaglia che è di civiltà.” 23


QualitĂ  e legalitĂ  Uno Stato piĂš presente e un sistema snello di regole certe Paolo Buzzetti, Presidente ANCE

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"Come possiamo pensare di qualificare e risollevare il settore senza un sistema di regole certe e uno Stato che controlli e assicuri un pieno e corretto rispetto delle leggi?"


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ggi ci troviamo di fronte ad una situazione insostenibile. Da un lato una fase congiunturale fortemente penalizzante per l’industria delle costruzioni, dall’altro un’amministrazione pubblica sempre meno efficiente e sempre più lontana dal comprendere e dal confrontarsi con il sistema delle imprese. L’effetto è una rafforzamento dell’illegalità che assume forme diverse dalla corruzione, alle infiltrazioni e al sostegno di fatto a poteri criminali sempre più diffusi. Qualità e legalità sono due facce della stessa medaglia, senza la seconda è impossibile perseguire la prima. Come possiamo pensare di qualificare e risollevare il settore senza un sistema di regole certe e uno Stato che controlli e assicuri un pieno e corretto rispetto delle leggi? La crisi economica e finanziaria ed il suo acuirsi (è ben lontana dall’essere al tramonto) hanno creato una situazione esplosiva. Cresce tra le imprese edili un’ansia che sta producendo ferite inimmaginabili nel tessuto produttivo, non solo un’alta mortalità imprenditoriale, ma fenomeni sociali drammatici come i molti suicidi avvenuti negli ultimi mesi. Cresce il malcontento e sta montando un desiderio di ribellione. Di fronte ai rischi sempre più reali di chiusura, per sopravvivere, aumentano le scelte sbagliate, aumenta la tentazione ad uscire dalla legalità, accettando ricatti e subendo l’arroganza del potere. Lo Stato deve fare la sua parte, eliminando

le condizioni che rendono facile uscire dal seminato della legalità, evitando l’esasperazione delle imprese, sostenendo le imprese sane e regolari, facendo di tutto per combattere le infiltrazioni della criminalità organizzata. Egualmente deve vigilare sulla miriade di comportamenti che minano la struttura stessa di una buona amministrazione della cosa pubblica. Uno Stato presente, dunque, e un sistema di regole certe da far rispettare. Il nostro sistema normativo è ridondante, farraginoso, complicato, spesso incomprensibile e contraddittorio, un sistema che favorisce la paralisi, che rende difficile operare e che disincentiva la responsabilità. L’effetto immediato è una palude normativa che mette a rischio la sopravvivenza delle imprese e la stessa attività amministrativa, un reticolo ‘infernale’ in cui inevitabilmente prosperano la corruzione e la criminalità. È essenziale che la politica comprenda che vanno create norme semplici e chiare, volte a favorire il sistema legale delle imprese, smontando quel groviglio di regole formali che strangola amministrazioni e imprese virtuose. Va detto con forza che un sistema di regole inapplicabili va eliminato, con l’obiettivo di perseguire criteri di premialità, di prestazionalità e selezionando le aziende sulla base di maggiori criteri qualitativi, come avviene in molti altri paesi, a differenza che da noi. Vanno rimesse al centro dell’attività di gestione amministrativa l’etica e la logica dell’interesse pubblico: progetti fatti bene e realizzabili, un quadro economico realistico e rispondente al valore del mercato, criteri di selezione qualitativi. Va ricostruito un percorso in una logica di qualità. L’emergenza economica del sostegno del mercato non può prescindere da una battaglia per una decisa revisione delle attuali regole in materia di lavori pubblici, una decisa semplificazione delle procedure, una nuova centralità della responsabilità dei diversi attori, un’efficace e capillare sistema di controlli sul territorio per eliminare ogni rischio di criminalità, il perseguimento senza tentennamenti della qualità del processo costruttivo e del prodotto finale. 25


Cogliere l’occasione per far ripartire la “locomotiva” Veneto di Emanuele Incanto Il presidente di ANCE Veneto Stefano Pelliciari non ha dubbi: la crisi sta picchiando duro, soprattutto sull’industria delle costruzioni che da quando la Grande Recessione è iniziata ha perduto tanti posti di lavoro “che equivalgono alla chiusura di due Fiat”. Ma è anche convinto che questo momento storico offra al Veneto e al Nord Est un’opportunità irripetibile di diventare protagonista, forse più importante di quella in parte mancata dopo la caduta del muro di Berlino vent’anni fa. Presidente Pelliciari, c’è chi dice che il peggio è alle spalle. Cosa si vede dall’osservatorio dell’industria delle costruzioni? A livello nazionale stiamo subendo contraccolpi che, nella migliore delle ipotesi, produrranno trasformazioni profonde ma sostenibili. Nella peggiore, se non facciamo nulla, si potrebbe arrivare a una sostanziale distruzione di un intero sistema produttivo con conseguenze persino difficili da immaginare sull’economia dell’intero Paese. Io ovviamente con tutte le mie forze, così come le nostre imprese, non voglio che questo avvenga. Ma sono altrettanto sicuro che non basta la volontà degli imprenditori, il problema riguarda lo Stato, il governo, gli Enti locali, i sindacati e le istituzioni finanziarie. I problemi li conosciamo tutti: fiscalità abnorme, costo del lavoro (per effetto fiscale e contributivo) esagerato, costi energetici troppo alti, giustizia che non funziona, burocrazia asfissiante. Noi imprenditori edili del Veneto non chiediamo incentivi ma soltanto di poter continuare a lavorare. E ci sono le condizioni per farlo. C’è una nuova opportunità in questa crisi per il Nord Est? Sono d’accordo con chi dice che il Nord Est si 26


e piccole vengano spesi effettivamente e con grande rapidità; che le riforme vengano fatte, a partire dal federalismo fiscale. A livello regionale pensiamo che un progetto indispensabile sia la Grande Venezia Metropolitana, senza il quale il capoluogo della nostra regione non sarà in grado di competere con le grandi metropoli del Mondo. Poi c’è l’enorme problema della burocrazia…

"L’opportunità è quella di valorizzare questo territorio che può continuare ad essere locomotiva non solo d’Italia ma anche di una parte dell’Europa." trova di fronte a una “seconda occasione”, dopo quella, in parte perduta, apertasi con la caduta del Muro di Berlino. Il Nord Est è al posto giusto nel momento giusto per condizioni storiche e geografiche. L’opportunità è quella di valorizzare questo territorio che può continuare ad essere locomotiva non solo d’Italia ma anche di una parte dell’Europa. Le condizioni ci sono tutte: posizione geografica; tessuto produttivo ed efficiente, abituato a competere; abbondanza di offerta e di domanda di lavoro; forte coesione sociale. Agli ingredienti manca la politica, che deve prendere alcune iniziative urgentissime. Quali? A livello nazionale, lo Stato non può chiederci di versare l’IVA che non abbiamo ancora incassato. Lo Stato deve onorare i suoi debiti contrattuali per i lavori pubblici che abbiamo fatto e di cui abbiamo sostenuto i costi. Uno Stato che continua a pretendere: quasi tutte le imprese sono costrette a pagare l’IRAP a fronte anche di redditi negativi. Chiediamo che i fondi stanziati per opere grandi

Il problema dei problemi. Quali sono le vostre proposte? In 65 anni abbiamo prodotto un tale coacervo di leggi e regolamenti che hanno trasformato il nostro sistema burocratico in un mostro ormai ingovernabile. Nessuno è più in grado di realizzare un’opera pubblica o privata, ottenere un’autorizzazione e un servizio in tempi ragionevoli, con costi giusti, con la qualità adeguata. In questa situazione o ci inventiamo tutte le procedure speciali per sfuggire alle tagliole burocratiche o cerchiamo percorsi non propriamente corretti, sicuramente rischiosi e costosi. Bisogna voltare pagina, disboscare e trasferire competenze alle regioni. Togliere alla burocrazia e restituire a chi governa la responsabilità e la capacità di decidere. C’è un sacco di lavoro da fare, utile o indispensabile per l’intera economia: dalla riqualificazione energetica degli edifici pubblici e privati alla risposta alle nuove esigenze abitative, alle infrastrutture comprese quelle per l’energia e per i rifiuti. Ma non riusciamo a veder partire nemmeno le lodevoli iniziative della Regione Veneto decise abbastanza rapidamente ma bloccate dalle solite inefficienze burocratiche. Le nostre imprese sono pronte ad affrontare un mercato nuovo dopo la crisi, sono pronte a nuove alleanze con il sistema creditizio, sono pronte a fare la loro parte: la parte del costruttore. Ma servono riforme, almeno quelle che, non solo non costano niente, ma che possono, addirittura, far risparmiare l’intera collettività, liberando in questo modo altre risorse. Le riforme sono una condizione indispensabile per affrontare il dopo crisi che già si vede all’orizzonte. 27


La locomotiva non corre più e la situazione è drammatica. La caduta del PIL tra il 2008 e il 2009 e la prospettiva 2010 rispetto alle medie a cui eravamo abituati, sta a dimostrare la gravità del fenomeno che non possiamo nascondere e disattendere. Il settore delle Costruzioni e la lunga filiera ad esso collegata, in particolare, sono stati messi in ginocchio: non ci sono più lavori pubblici, mancano gli acquirenti di quanto abbiamo faticosamente realizzato, continuiamo a combattere con una burocrazia lenta ed esagerata, i tempi di pagamento, pubblici e privati, che non vengono rispettati, le banche, anch'esse in difficoltà, che ci hanno tolto l'ossigeno e il fisco che soffoca le nostre aziende. È giunto il momento di una seria e costruttiva presa di posizione e di responsabilità della nostra categoria di imprenditori, di tutti gli attori della filiera dell'edilizia, ma, anche delle Istituzioni che ci governano.


Aprirsi al confronto con le comunitĂ  locali, restituire loro il potere sulle regole

di Martino Almisisi

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ene le centrali nucleari, bene le grandi infrastrutture. Benissimo l’alta velocità e le reti di trasporto sempre più veloci. Opere importanti, possiamo tranquillamente dire essenziali per tenere il passo dei tempi, per essere competitivi, per attirare investimenti e flussi turistici in grado di alimentare la ricchezza e l’economia del nostro Paese, della nostra Regione. Benissimo, ma a patto che non attraversino il mio territorio, che non invadano il nostro spazio. Molti conoscono, hanno assistito alla “storia” raccontata da Marco Paolini a proposito dell’aviatore che abbandonato l’aereo in avaria scende lentamente con il paracadute e finisce in un campo al cospetto del suo

proprietario che lo guarda e con aria non certo amichevole lo apostrofa con un esemplare “nel mio!!!” Metafora di un atteggiamento, di una mentalità che sembra destinata a produrre infinite resistenze, a complicare qualunque progetto importante. Una mentalità che però – come afferma con forza Enzo Rullani, professore di economia della conoscenza alla Venice International University di San Servolo - può essere sconfitta o meglio può essere cambiata. Come? “Aprendosi ai cittadini, guardando ai singoli e alle comunità non come ad un ostacolo o come un nemico, ma come un possibile alleato. Le resistenze, la nascita di comitati “contro” nascono da una mentalità legata al proprio territorio, una mentalità difensiva che può essere superata solo attraverso una grande disponibilità a condividere i progetti, a condividere i vantaggi di questi progetti. É essenziale che le committenze, ma anche il sistema delle imprese si faccia carico di comunicare, valorizzare i progetti e le opere che si debbono fare, evidenziandone gli effetti sul territorio, sapendo trasferire alle comunità locali dove queste opere andranno ad impattare le conoscenze necessarie a comprendere e a valutare il valore di questi interventi in termini di costi e benefici. L’esempio che deve essere fatto è quello del Passante di Mestre che sta facendo lievitare i valori immobiliari di quei comuni e di quelle aree che attraversa. I suoi abitanti ne traggono un vantaggio evidente. Dove è andata a finire tutta la resistenza localistica che ha bloccato l’opera per venti anni? Se un parte degli incrementi di valore di oggi fosse stata prevista e resa credibile agli abitanti dell’area attraversata, magari per sovvenzionare di più i siti maggiormente penalizzati, si sarebbero avuti comitati-pro (per velocizzare l’opera) non

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comitati-contro. Oggi poi, esistono soluzioni tecnologiche, materiali, sistemi costruttivi che consentono di limitare gli effetti negativi, di costruire in modo sostenibile riducendo al minimo i rischi e disagi. Ma quasi sempre chi è destinato a subirli non lo sa o non gli viene spiegato in modo tale che possano condividere questo sapere. Insomma lei invita il sistema imprenditoriale a non considerare come spesso avviene le comunità locali come un soggetto resistente, un ostacolo a programmi e progetti di sviluppo infrastrutturale o della trasformazione territoriale? Sono assolutamente convinto che i cittadini che compongono le comunità locali sono persone che ragionano come coloro che vogliono realizzare i programmi che danno maggiore qualità al territorio e dunque maggiore qualità al loro ambiente di vita e di lavoro. Ma per valutare bisogna sapere, e bisogna che ci sia un proposta aperta da discutere e indirizzare. Le valutazioni avvengono dunque sulla base delle conoscenze di cui persone e comunità dispongono. Ecco allora che la comunicazione e gli atteggiamenti che vengono assunti da chi propone i programmi di riqualificazione territoriale risultano determinanti. Ciò vale per le infrastrutture ma anche per qualunque processo di crescita. Pensiamo anche all’edilizia, al modo in cui si costruisce, alla qualità del costruito. Il nostro Paese – lo dicono in molti – detiene un patrimonio immobiliare di bassa qualità, edilizia, ma anche estetica. E ciò in uno dei paesi dove è massima la concentrazione di città storiche in cui è bello vivere, a paragone delle immense metropoli globali del mondo sviluppato e del terzo mondo. Abbiamo forse perso la memoria della nostra capacità di pensare e abbellire lo spazio, una volta che le decisioni sono state 32

affidate ad automatismi (i dispositivi quantitativi dei piani, i vincoli e le regole formali, gli adempimenti tecnici ecc.) che non pensano e non abbelliscono, o – quando pensano – pensano male. Tutto ciò non era scritto, non era inevitabile. è avvenuto per la mancanza di cultura della qualità, sostituita da una inerziale preferenza per la conservazione del vecchio e la dissipazione del nuovo. Ma, anche, per la scarsa conoscenza delle possibili alternative, per aver lasciato mano libera ai geometri locali, ad aver rinunciato a produrre sapere diffuso, a pensare che non fosse possibile guardare con la massima attenzione alla qualità. Oggi diventa essenziale, invece, generare e trasmettere questa conoscenza, spendersi per far capire all’utente finale i vantaggi della qualità, i vantaggi insiti nella possibilità di selezionare l’ambiente in cui andare a vivere o a lavorare. Per arrivare a questo è necessario legare conoscenze tecniche con immaginazione sociologica e convenienze economiche: che non sono entità opposte, ma complementari, nel modo di ragionare degli users del territorio, quando sono dotati di sapere diffuso. E quale dovrebbe essere in questo percorso la funzione delle regole? Le regole servono a creare spazi garantiti entro


cui può svilupparsi l’intelligenza degli users, ossia principalmente delle persone, delle imprese (commerciali, di servizi, industriali, agricole) e delle loro comunità. Gli users chiedono allo spazio prestazioni che hanno a che fare con la qualità prima che con i metri cubi o con l’altezza degli edifici. Conta l’estetica, grande assente dalle periferie urbane italiane (perché uno spazio in cui si poteva innovare ha perso la sua qualità estetica, contando molto di più la rendita urbana e le cubature edificabili?); contano i servizi, che nascono da un intreccio progettuale tra pubblico e privato, tra individui e comunità; conta la raggiungibilità degli snodi metropolitani e globali; conta la sicurezza; conta il paesaggio, la vivibilità a 360°. Ma tutto questo non può essere garantito dalle regole. Dipende invece dal modo con cui persone, imprese e comunità riescono a riempire lo spazio aperto messo loro a disposizione dalle regole. Da nuove e diverse regole, intendo. Poche regole chiare devono formare la trama su cui appoggiare un tessuto di discussione e di co-innovazione con le persone e le comunità direttamente interessate alla qualità dello spazio abitabile o comunque utilizzabile. Oggi le regole tendono ad essere autoreferenti, lasciando BOZZOLAN 10:26 che Paginale1 seguono (ci poco 190x62 spazio30-11-2006 ai costruttori

sono anche quelli che le bypassano con vari escamotage) e quasi nessuno alle comunità. Il consumatore conta solo come individuo nel momento in cui acquista uno spazio dato, senza aver influito più di tanto sul suo contesto e sulla sua organizzazione. Bisogna dunque cambiare, anche per ridare sostanza ai valori immobiliari legandoli alla qualità dello spazio abitabile. In questo, i costruttori hanno un ruolo critico di mediazione intelligente tra le regole che devono esistere per rendere efficiente il mercato (rapidità, certezza, semplificazione, sicurezza ecc.) e i processi di co-progettazione degli spazi lasciati all’intelligenza degli users e alle competenze dei produttori. Se non lo fanno loro, è difficile che la mediazione tra il bisogno di qualità di cui sono portatori gli utilizzatori, da un lato, e le regole astratte che fanno il mercato, sia realizzata in modo innovativo, progettuale. Tale da trovare non solo il consenso dei diretti interessati (necessario perché le idee di progetto abbiano forza politica) ma anche per dare alla progettazione degli spazi la necessaria profondità in termini di qualità della vita e di qualità del lavoro. Le regole, insomma, devono essere utili alla società civile, alle comunità locali. Sono strumenti volti a migliorare la vita della gente, riguardano la salute, la mobilità,

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Gli users chiedono allo spazio prestazioni che hanno a che fare con la qualità prima che con i metri cubi o con l’altezza degli edifici. Conta l’estetica, grande assente dalle periferie urbane italiane; contano i servizi, che nascono da un intreccio progettuale tra pubblico e privato, tra individui e comunità; conta la raggiungibilità degli snodi metropolitani e globali; conta la sicurezza; conta il paesaggio, la vivibilità a 360°.

il benessere connesso alla fruizione di un immobile e via dicendo. Ma se queste regole diventano dei pesi, degli ostacoli, se si opera per espropriare le comunità del controllo su di esse e se ne stravolge la loro funzione prima, allora siamo di fronte a un’aberrazione. Perché queste regole finiscono per consegnare l’edilizia e le costruzioni non a chi persegue l’interesse delle comunità, facendo il proprio, ma a chi opera con furbizia contro l’interesse collettivo. è questo il caso di molte attuali situazioni che interessano il mondo delle costruzioni. Per questo è urgente riportare le regole alla loro funzione originaria, al servizio delle comunità e dei cittadini.la necessaria profondità in termini di qualità della vita e di qualità del lavoro. Le regole, insomma, devono essere utili alla società 34

civile, alle comunità locali. Sono strumenti volti a migliorare la vita della gente, riguardano la salute, la mobilità, il benessere connesso alla fruizione di un immobile e via dicendo. Ma se queste regole diventano dei pesi, degli ostacoli, se si opera per espropriare le comunità del controllo su di esse e se ne stravolge la loro funzione prima, allora siamo di fronte a un’aberrazione. Perché queste regole finiscono per consegnare l’edilizia e le costruzioni non a chi persegue l’interesse delle comunità, facendo il proprio, ma a chi opera con furbizia contro l’interesse collettivo. è questo il caso di molte attuali situazioni che interessano il mondo delle costruzioni. Per questo è urgente riportare le regole alla loro funzione originaria, al servizio delle comunità e dei cittadini.


All’estero il “made in Italy” delle costruzioni può fare la sua parte di Guglielmo Quagliarotti

Il successo di modelli urbanistici esistenti da secoli nel nostro Paese possono e debbono diventare riferimento per valorizzare le capacità imprenditoriali e tecnologiche del nostro sistema delle costruzioni. È la tesi del Presidente dell’ICE - l’Istituto per il Commercio Estero - Umberto Vattani, che abbiamo intervistato per conoscere la sua posizione rispetto alle potenzialità dell’industria edile italiana in termini di competizione internazionale.

Presidente Vattani, dopo un 2009 che ha visto il portafogli delle imprese svuotarsi a causa della recessione internazionale, le nostre esportazioni sembrano pronte a ripartire. Come vede il futuro del nostro made in Italy? In realtà dopo le turbolenze dei mesi scorsi, nelle ultime settimane sia le esportazioni italiane che quelle della Ue hanno dato segnali di netto miglioramento. Come ha sottolineato anche il Ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, in occasione della presentazione dell’ultimo rapporto dell’Istituto Nazionale per il Commercio Estero messo a punto insieme a Prometeia, i dati di dicembre confermano che rispetto al mese di novembre le esportazioni sono aumentate del 5,9%. Il saldo resta negativo per 2,3 miliardi, ma è notevolmente inferiore al disavanzo di 21 miliardi e mezzo dell’anno precedente.

L’interscambio con i paesi europei è destinato a migliorare? Anche la bilancia commerciale con i paesi europei sta invertendo il trend negativo e registra un aumento del 3,3% rispetto al mese precedente. Sempre a dicembre gli ordinativi dall’estero sono cresciuti rispetto all’anno precedente del 15,9%. Questi risultati ci consentono come dicevo di guardare con maggiore ottimismo al futuro. Parliamo del settore che traina da sempre il nostro sistema produttivo, l’industria delle costruzioni. Si dice che quando tira il mattone, tira tutta l’economia. Purtroppo però per l’edilizia il 2009 verrà ricordato come un “annus horribilis”, anche se all’estero le imprese di costruzione italiane hanno messo a segno dei

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risultati che lasciano ben sperare per il futuro. Come giudica le prospettive delle imprese che operano oltre frontiera? è abbastanza noto che nel 2008 il fatturato delle imprese di costruzione italiane proveniente dalle operazioni sui paesi esteri, è cresciuto del 15,1%, mentre quello interno è cresciuto solo dell’1,4%. Le attività internazionali sono addirittura raddoppiate (+106,7%) in 4 anni sfondando quota 6,4 miliardi. In un quadro che vede le nostre imprese puntare sull’internazionalizzazione è interessante rilevare che la crescita di nuove città in molti paesi del mondo (cominciando dai paesi emergenti come Cina, India, Brasile e sia pure più lentamente, in Russia), aumentano le potenzialità del Made in Italy e quindi di tutta la filiera che fa capo al mondo delle costruzioni (non solo dighe o strade ma anche ceramiche o arredo), verso le nazioni che rappresentano il vero motore della crescita futura del pianeta. Quanto può pesare la nostra tradizione storicoculturale in questo contesto ? Credo che molte delle città che si vanno sviluppando nel mondo o stanno addirittura nascendo, dovrebbero prendere come riferimento nella loro crescita a volte anche tumultuosa e disordinata, la bellezza dei nostri centri storici che, senza peccare di atteggiamenti troppo parziali, rappresentano quanto di meglio è stato costruito dall’uomo nelle varie epoche storiche fino ai giorni d’oggi. Non dobbiamo dimenticare che l’Urbanistica nasce nel Bel Paese, così ben esaltato da Stoppani ma anche dai grandi viaggiatori dell’800, da Goethe a Stendhal; un patrimonio unico con i suoi monumenti, le sue vie, le sue piazze, i suoi simboli, impreziosito da linee architettoniche che abbelliscono i nostri quartieri e che ci vengono invidiati in tutto il mondo. Non è un caso, del resto, che una buona parte del patrimonio dell’Unesco si trova nel nostro Paese e che questa ricchezza a livello culturale può essere ‘esportata’ sia in termini di imprese che di uomini. 36

I segnali che arrivano dall’estero confortano questa tesi. Circa 600 società italiane hanno chiuso il 2008 con una produzione di 13 miliardi di euro, dei quali il 60% proveniente dal fatturato estero. Molti general cotractor italiani sono leader nel mondo; parliamo non solo di Saipem, ma anche di Maire Tecnimont, Technip Italy, Forster Wheeler italiana, Techint, Abb Italia, ma anche di imprese del livello di Impregilo che ha vinto con una controllata tedesca una gara di 100 milioni per progettare e valorizzare il termovalorizzatore di Berlino. è un quadro troppo a tinte rosa? I successi di cui lei parla testimoniano che nonostante la crisi economica che ha colpito tutti i paesi industrializzati e quindi anche l’Italia, il made in Italy proveniente dal settore della costruzioni è uno dei nostri punti di forza. A tutt’oggi i costruttori italiani sono tra i più apprezzati nel mondo perché possiedono una solida competenza e le tecnologie più avanzate per abbellire ma anche dotare di infrastrutture sotto tutte le latitudini e longitudini geografiche sia le città sparse nel mondo che le aree di sviluppo industriale. Sempre più nelle missioni dell’Ice trovano uno spazio crescente le aziende legate alle varie filiere dell’edilizia, della progettazione, dell’impiantistica, ma anche dell’arredo-casa e degli altri settori di punta: basti pensare – è una notizia sconosciuta a molti – che l’Italia esporta più di tutti prodotti tessili in Cina… 36


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Con le strutture di missione le infrastrutture si possono fare di Viola Moretti

Il Veneto, e più in generale il Nord Est, ha compiuto negli ultimi 20 anni un poderoso balzo in avanti produttivo, diventando un modello e il simbolo di un’Italia laboriosa che riesce a conquistare mercati anche lontani. Allo stesso tempo è rimasto indietro in termini di dotazione infrastrutturale e manca di un sistema direzionale che faccia da volano all’economia regionale. Infrastrutture vuol dire appalti. Appalti vuol dire regole. Ma anche risultati da conseguire. Come conciliare la lotta alla corruzione e a una criminalità organizzata sempre più abile e sofisticata con le esigenze di una regione che deve recuperare in tempi molto rapidi il ritardo infrastrutturale? EST ne ha parlato con Luciano Violante, magistrato e politico di lunghissimo corso, già presidente della Camera e presidente di Italiadecide, un think tank attento al tema infrastrutture.

Panoramica del Passante di Mestre

Presidente Violante, per molto tempo si è pensato che la legalità dei comportamenti della pubblica amministrazione e delle imprese fosse garantita dalla moltiplicazione dei controlli e dalla complessità delle procedure. è un’equazione ancora valida? Questa visione era frutto di un’ottica statalista e della sfiducia nei confronti della società civile, condivisa tanto dai partiti di matrice marxista quanto da quelli di matrice cattolica. Poi le procedure sono diventate una corsa ad ostacoli che spesso venivano superati non dalla qualità dell’opera ma dall’entità della tangente. Tangentopoli è esplosa quando il peso della corruzione sulle imprese divenne insopportabile. Vent’anni dopo le cose sono cambiate, ma non migliorate. Oggi la corruzione ha carattere individuale, si avvale 38

del potere politico per lucrare in proprio e il peso accresciuto delle procedure ha il duplice effetto di aumentare la discrezionalità ma anche la spinta all’aggiramento delle regole ordinarie attraverso procedure semplificate. La corruzione è rifiorita e si corre il rischio della paralisi dei meccanismi decisionali della p.a. per il timore dei funzionari di finire nei tritacarne delle dichiarazioni filtrate, delle intercettazioni, delle indiscrezioni, delle inchieste. Parliamo del Veneto: in materia di infrastrutture la regione ha bisogno di fare molto, presto e bene. Come si esce dalla palude? Italiadecide ha avanzato le sue proposte a livello nazionale in un Rapporto 2009, “Infrastrutture e Territorio”, pubblicato da Il Mulino. Quest’anno continua il lavoro di ricerca con riferimento, in


particolare, alle grandi reti infrastrutturali: ferrovie, strade, autostrade, porti, aeroporti. Proprio le opere di cui si parla per il Veneto. I criteri cui ci siamo ispirati sono semplici: a) prima di fare nuove leggi bisogna far funzionare al meglio quelle che già ci sono; b) prima di cambiare l’amministrazione bisogna utilizzarla nel migliore e più efficace dei modi possibili; c) una procedura semplice garantisce di più di una procedura complicata; d) il fine delle procedure è realizzare l’obbiettivo, non impedire che venga realizzato. Ci vuole un programma per la completa riorganizzazione della materia. Il Passante di Mestre è stato finalmente realizzato quando si è affidata a una sola figura la responsabilità dell’intero progetto insieme ai poteri necessari per realizzarlo. Si può trarre da quell’esperienza un modello applicabile ad altre opere fondamentali o addirittura a un intero programma di reinfrastrutturazione regionale? Sì, ma senza la degenerazione dei poteri straordinari che bypassano tutto. Il caso della Protezione Civile insegna. In primo luogo non bisogna accrescere la selva di norme, procedure, organi che avvolge il campo dei lavori pubblici. L’intera disciplina degli appalti dovrebbe essere affidata alle sole direttive dell’Unione Europea che hanno già consolidato e stabilizzato la normativa europea. E poi, e qui vengo

alla risposta, va sperimentato un nuovo modello di funzionamento della P.A. per la realizzazione delle opere pubbliche: la Struttura di Missione. Nella Struttura di Missione tutte le amministrazioni pubbliche coinvolte nel procedimento per realizzare una grande opera convergono, sotto un’unica direzione, verso l’obiettivo di garantire adeguata istruttoria, tempi, risultati e qualità tecnica della progettazione e realizzazione dell’opera. Le decisioni della Struttura di missione, prese a maggioranza, vincolano tutte le amministrazioni che sono state invitate a partecipare e sono orientate a garantire il risultato nei tempi previsti. In tal modo si punta a riportare all’ambito delle ordinarie procedure amministrative il grado di coordinamento ed il vincolo di risultato fin qui ottenuto solo con procedure straordinarie. Come dovrebbe essere organizzata in concreto questa nuova struttura? La figura centrale della Struttura di Missione dev’essere un “soggetto facilitatore”, responsabile per l’informazione e il corretto svolgimento delle procedure amministrative nei confronti delle imprese. Questo renderebbe più trasparente e fluido il rapporto fra PA e soggetti esterni superando meccanismi opachi, inefficienti e ipergiuridificati che operano a svantaggio delle imprese più produttive e serie, favorendo comportamenti opportunistici che dilatano i tempi di realizzazione delle opere e ne aumentano i costi. Inoltre occorre contenere il più possibile il contenzioso che interessa la realizzazione di opere pubbliche e costituisce, infine, la sede in cui “si scaricano” le disfunzioni e le tensioni che riguardano il procedimento di realizzazione delle opere pubbliche. Occorre scoraggiare i ricorsi pretestuosi, disciplinando un’analisi preliminare del ricorso da parte dell’autorità giudiziaria, potenziare le procedure partecipative (anche a questo serve la Struttura di Missione) e porre come condizione di ammissibilità dei ricorsi l’aver partecipato al procedimento di consultazione pubblica. Dovrebbero essere dichiarati inammissibili i ricorsi che si fondino sulla mancata considerazione di elementi dei quali non è stata chiesta la acquisizione durante le fasi istruttorie. 39


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LA PIAZZA

“L’etica è la vera strategia per la crescita”

Monsignor Longoni a EST: alla radice della crisi gravi responsabilità delle istituzioni finanziarie L’Enciclica Caritas in Veritate è stata accolta con grande attenzione dal mondo dell’economia e della finanza, anche perché intervenuta dopo l’esplosione della più grave crisi dagli anni ‘30 del secolo scorso. Il messaggio del Pontefice è stato interpretato da molti come l’indicazione che uno sviluppo di lungo periodo non è possibile senza l'etica. Questa è infatti ad avviso di molti economisti, a cominciare in Italia dal governatore della banca centrale Mario Draghi, un’implicazione fondamentale della “caritas in veritate”, di cui scrive il Papa nella sua enciclica. Per riprendere la via dello sviluppo occorre creare le condizioni affinché le aspettative generali tornino favorevoli. Ma quale visione del lavoro e soprattutto dell’impresa e della sua responsabilità verso la società riflette l’Enciclica? EST ne ha parlato con Monsignor Fabio Longoni, delegato patriarcale e direttore per la Pastorale Sociale del Triveneto. Papa Benedetto XVI nell’Enciclica Caritas in Veritate, da cui prende spunto il nuovo Libro Bianco del lavoro, ha promosso una nuova visione del lavoro e dell’impresa più confacente a una società a misura

d'uomo, della sua dignità, della sua vocazione. Quali sono per lei i punti salienti dell’Enciclica? L’Enciclica suggerisce una visione ampia del concetto di responsabilità sociale d’impresa.

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Fare impresa, secondo tale visione, significa farsi carico di tutte le esigenze di coloro che operano nell’azienda. La combinazione degli interessi di imprenditore e lavoratori costituiscono una funzione sociale da tutelare. Il profitto a breve termine non è conveniente per la vita dell’impresa stessa. L’etica, invece, rappresenta la strategia imprenditoriale di successo. Una certa visione “pauperistica” della Chiesa, che vedeva nella povertà una virtù, ha limitato in passato un certo sviluppo economico. L’impresa è il principale motore di sviluppo, il rispetto della sua funzione sociale è uno strumento che consente di guardare con lungimiranza al futuro. In Veneto 13 imprenditori si sono tolti la vita per la preoccupazione e la vergogna di non poter pagare lo stipendio agli operai. Un atteggiamento che denota come la responsabilità per le sorti della propria impresa sia spesso vissuta come preoccupazione individuale. Sono spesso carenti sistemi di salvaguardia e di sostegno collettivi. Come possono la politica, la società, la Chiesa porre rimedio a questa mancanza? L’attività imprenditoriale è essenziale per il benessere sociale, così come lo è ogni singolo lavoratore che fa bene il suo lavoro e trova in esso un senso profondo. Il successo, e per certi versi il punto debole, del tessuto sociale del Veneto è rappresentato da piccoli imprenditori che rischiano in prima persona e affrontano individualmente le difficoltà di fare impresa. I loro sforzi rischiano di essere vanificati se i soggetti pubblici non scommettono sulle loro attività. Le banche, la politica, la Chiesa devono sostenere la vocazione di un’impresa e la sua funzione strategica per lo sviluppo dell’impresa, della famiglia e del territorio. Il tutto in un’ottica di cooperazione. Il nostro sistema economico non può continuare con il motto del “piccolo è bello”. Prendiamo il caso delle vetrerie di Murano, in crisi per l’incapacità di dare di sé 42

quell’immagine di qualità e unicità che pure hanno. Ognuno vuol fare da solo. La forza di fare rete, invece, è fondamentale per le sfide economiche del futuro. La Cei ha promosso Il Prestito della Speranza, un fondo a sostegno delle famiglie più colpite dalla crisi, in un periodo caratterizzato da una forte stretta finanziaria da parte delle banche. Proprio le banche sono state accusate di aver latitato proprio nel momento in cui si avvertiva l’esigenza di credito… Come detto, l’impresa ha una funzione sociale e ciò implica una precisa responsabilità delle istituzioni. La crisi, oltretutto, è nata da una cattiva gestione del risparmio da parte degli istituti finanziari. L’enciclica di Benedetto XVI muove dalla necessità che certi errori non si ripetano più. Errori che, nel caso di specie, sono dipesi dagli enti pubblici più che dai privati. La Cei ha attivato 160 Prestiti della Speranza per erogare prestiti alle famiglie in difficoltà. È soltanto un segno. Quello del credito resta un problema politico. Il governo deve sostenere le imprese più dinamiche non facendo mancare finanziamenti all’innovazione e alla ricerca e alle imprese che creano sviluppo e progresso. La crisi recente ha messo in discussione un modello di sviluppo basato su un capitalismo che ha prediletto pratiche a breve termine, indebitamento e consumi irrazionali. Economisti e capi di Stato sostengono che dalla crisi nascerà un mondo migliore. Lei che ne pensa? L’economia non può essere distinta dalla realizzazione dell’uomo. L’etica è la più efficace strategia imprenditoriale ed è la chiave dello sviluppo economico. La dimostrazione sta nel fatto che in certi Paesi emergenti lo sfruttamento indiscriminato delle risorse non coincide con lo sviluppo economico. Profitto certo, ma come mezzo, non come fine.


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La piazza

Un federalismo avanzato: la Macro-Regione del nord est di Massimo Calearo Ciman, Parlamentare e coordinatore di Alleanza per l’Italia in Veneto

I

l dibattito politico negli ultimi anni è stato svuotato di temi concreti. Ce ne accorgiamo ormai quotidianamente. Le urla e il chiasso dei talk show televisivi hanno invaso lo spazio lasciato da un vuoto di idee ed educazione. Eppure ci sono temi in grado di appassionare i cittadini a prescindere dal credo politico. Argomenti decisivi per lo sviluppo della nostra regione. Uno di questi è il federalismo. Tutti ormai sono concordi nel ritenerlo indispensabile per salvaguardare, e incrementare, la competitività dei nostri territori. Il problema è con quali strumenti e finalità attuare la riforma federale dello Stato. Ogni regione ha prerogative e vocazioni di cui tener conto. Il Veneto, in particolare, una delle regioni più industrializzate e dinamiche d’Europa, si trova schiacciato da due regioni a statuto speciale, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia, che spesso si dimostrano più solleciti a tradurre le istanze del territorio grazie a maggiori disponibilità finanziarie e possibilità di spesa. La nostra regione è stata penalizzata per anni dal centralismo statale, da tutta una serie di mancate risposte che lo Stato, così com’è strutturato, non riesce a dare. Il Veneto ha bisogno della stessa autonomia di cui godono Trentino-A.A. e Friuli-V.G. per usarla in maniera ancora più proficua rispetto alle due regioni limitrofe o meglio ancora per integrarla con

quella dei nostri vicini, cui bisogna chiedere lo sforzo di cooperare per un progetto ambizioso: la Macroregione del Nord Est. Le tre regioni del Nord-Est sono accomunate da medesimi modelli sociali, economici, imprenditoriali e culturali. L’integrazione delle reti sociali ed economiche di Veneto, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia rappresenta un grande potenziale di risorse materiali e capitale umano, un valore aggiunto rispetto alla mera conquista del federalismo che da anni attendiamo. Autonomia del Veneto e Macroregione del “Nordest” consoliderebbero il ruolo di traino che i nostri territori già rivestono per l’economia nazionale, ma soprattutto per quella europea. Il federalismo non va inteso come mero godimento delle proprie ricchezze, ma come opportunità per sprigionare le potenzialità di un territorio dinamico nell’ottica delle relazioni economiche internazionali. L’attenzione per il territorio e per le proprie radici sono valori condivisibili, ma federalismo non è sinonimo di etnocentrismo né di isolazionismo. Dobbiamo certamente partire dal nostro essere veneti, ripensare alla nostra storia, che è una storia di gente aperta agli altri, aperta al mondo: viaggiatori, inventori, gente curiosa. Il passato ci insegna che il nostro modello di sviluppo è prima di tutto mentale e solo in un secondo momento materiale. Un modello che può perfettamente estrinsecarsi nell’ipotesi di una Macroregione, aperta all’Italia e aperta all’Europa, in cui il Veneto ha il diritto di contribuire con pari dignità. La cooperazione delle regioni del Nord Est è una tappa obbligata per la costruzione di un'Europa unita, libera e federale, un'Europa dei popoli e delle Regioni, imperniata su uno stadio avanzato di federalismo. Le macro-regioni appunto. 45


Un laboratorio culturale per tutti: la Biblioteca di Maserada

di Federica Paoli

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Il Comune di Maserada del Piave si è dotato di una Biblioteca con funzioni polivalenti in grado di ospitare 120 utenti e 25.000 volumi portano in piazza.

N

el giugno del 2006 il Comune di Maserada sul Piave, in provincia di Treviso, ha indetto un bando di concorso per la sistemazione di alcune aree del centro cittadino con l’idea di dare vita ad un polo culturale nella zona limitrofa alle scuole, che comprendesse una nuova biblioteca, il Museo Naturalistico del Piave e della Grande Guerra ed uno spazio polivalente che fungesse da luogo per esposizioni temporanee e da auditorium. Aggiudicatosi il primo posto, lo studio Amaca Architetti Associati di Treviso è stato incaricato di procedere nelle fasi di progettazione definitiva ed esecutiva, limitatamente alla sola biblioteca, con un finanziamento di 1.200.000 euro. Tra il settembre e l’ottobre del 2007 è stato assegnato l’appalto per i lavori, che sono stati portati a termine nel gennaio 2009. La biblioteca, collocandosi nella zona centrale del paese, è stata integrata in un sistema di spazi preesistenti con i quali è stata messa in relazione sia a livello spaziale che per la scelta dei materiali che caratterizzano l’esterno. Costituendo il naturale completamento degli edifici scolastici limitrofi e relazionandosi con l’ambito dei vicini uffici amministrativi del Municipio, la biblioteca funziona anche da segnale urbano che indica la penetrazione ciclo-pedonale verso le attrezzature sportive situate nella zona più a sud. Seguendo una volontà già esplicitata nel progetto, l’esterno dell’edificio è stato realizzato seguendo un principio

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Maserada sul Piave, Treviso - Biblioteca comunale


di relazione con gli edifici più vecchi presenti nel contesto, utilizzando prevalentemente murature in laterizio intonacato o in calcestruzzo prefabbricato. La pavimentazione esterna è stata realizzata in getto di calcestruzzo con inerti di cava, colorato con ossidi e trattato con ritardanti per poter lavare la superficie. Strutturalmente l’edificio è definito da un sistema di fondazione a travi rovesce, di pilastri/ colonne in calcestruzzo ad interasse di 5 metri, di solai piani di copertura in laterocemento. Le murature perimetrali sono in laterizio intonacato, con sezione stratificata ed interposto pannello coibente e camera d’aria. Fa eccezione la muratura continua ad est che costituisce il basamento ed è stata realizzata in calcestruzzo prefabbricato, colorato con ossidi e trattato con additivi ritardanti, scasserato e lavato con l’obiettivo di esaltarne quanto più possibile la matericità. Questa infatti richiama quella dei muri in sassi che costituiscono gli edifici più antichi e le recinzioni del paese. L’espressività del calcestruzzo così trattato si accompagna al ricorso a volumetrie semplici, caratterizzate da aggregazioni definite ma articolate. I volumi che fuoriescono dal lato ovest – che corrispondono ad alcune sale interne

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destinate ad usi differenti – bilanciano a livello formale il rigore del lato opposto, aprendo il fronte verso lo spazio pubblico, anche attraverso la collocazione dell’ingresso alla struttura. Gli spazi creati dai volumi sporgenti esterni, all’interno danno vita a delle “nicchie”, delle aree che possono essere utilizzate con funzioni differenti consentendo alla biblioteca di ospitare, nello stesso momento, attività diverse, rispondendo alle esigenze di un’utenza diversificata. La sala lettura unitaria è dunque caratterizzata dalla flessibilità degli spazi, con aree adibite a vari usi che possono essere isolate dalle sale lettura principali; in questo modo sono presenti – nell’unico livello che costituisce l’edificio – postazioni di studio singole, uno spazio per i bambini in età prescolare, le zone studio per gli studenti. La distribuzione interna degli spazi e gli accessi alle differenti aree si articolano tramite dislivelli del suolo che oscillano tra i 15 e i 50 centimetri: i livelli sono connessi da rampe che hanno una pendenza di circa il 5%. La pavimentazione usata per l’interno – calcestruzzo industriale colorato con ossido grigio scuro e spolvero finale al quarzo – di estrema semplicità, punta invece a far risaltare l’unitarietà della superficie.

Oltre ai già citati spazi per bambini e studenti – diversificati in base alle fasce d’età –, all’interno della biblioteca sono presenti un’emeroteca, una sala per proiezioni (mediateca) con una capienza di 30 posti, una sala musica insonorizzata, una caffetteria, uno spazio per la consultazione informatizzata e gli uffici della segreteria. Il tutto per un’utenza potenziale di circa 120 persone. Con i suoi 500 metri quadrati netti di superficie interna la biblioteca potrà arrivare ad ospitare fino a 25.000 volumi la cui collocazione è stata concentrata lungo la parete che chiude il lato est, dando vita ad un vero e proprio “muro di libri”. La struttura, infine, è stata concepita nel rispetto della compatibilità e sostenibilità ambientale offrendo all’utenza tutte le condizioni di comfort termoigrometrico, acustico e visivo indispensabili per questo tipo di struttura, facendo un uso razionale delle risorse climatiche, energetiche e idriche. Ne sono prove, ad esempio, l’orientamento dell’edificio lungo l’asse nordest-sudovest e la scelta di adottare un sistema di impianto di riscaldamento e raffrescamento a pannelli radianti a pavimento, con alimentazione in regime invernale ed estivo tramite pompa di calore geotermica.

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Semplicità ed espressività: ecco come nasce il “muro di libri” di Maserada Intervista ad Amaca Architetti Associati Dopo un concorso indetto nel giugno 2006 dal Comune di Maserada, il suo Studio si è aggiudicato la progettazione e realizzazione della Biblioteca Comunale. Quali sono stati secondo lei i punti di forza del progetto presentato?

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Riteniamo che i punti più significativi del progetto siano stati, da un lato la scelta di lavorare, nella definizione architettonica dell’edificio, con volumetrie semplici e con pochi materiali ma espressivi, dall’altro la volontà di dare una forte caratterizzazione dello spazio interno della biblioteca, definito da un sistema di illuminazione zenitale, oltre che dalla parete vetrata sul fronte ovest e soprattutto da un sistema continuo di scaffalatura lungo il fronte est dell’edificio, un vero e proprio “muro di libri” capace di contenere complessivamente fino a 25.000 volumi. La biblioteca si colloca in una posizione centrale e strategica: come si presentava l’area prima dell’intervento? Effettivamente la collocazione della biblioteca è strategica rispetto al sistema delle aree centrali: instaura relazioni spaziali con l’ambito degli uffici amministrativi del Municipio, posti sull’altro lato del viale principale, con l’ambito delle scuole di cui costituisce il naturale completamento. Definisce inoltre l’inizio del percorso ciclo pedonale verso le attrezzature sportive a sud. Prima dell’intervento questo importante insieme di attrezzature pubbliche collocate lungo viale Caccianiga, risultava privo di un elemento di aggregazione


capace di definirsi, anche, come segnale urbano verso la viabilità principale di attraversamento del paese. L’esterno della biblioteca è caratterizzato da una spiccata matericità, che dialoga con gli spazi antistanti e richiama alcuni aspetti dall’architettura cittadina. Quali elementi hanno influito sulla progettazione dell’esterno e sulla scelta dei materiali? Uno dei punti di partenza è proprio la volontà di relazionarsi con il carattere dei vecchi edifici del contesto, attraverso la realizzazione di una muratura continua che costituisce il basamento ad est, in calcestruzzo prefabbricato, colorato con ossidi, trattato con additivi ritardanti, scasserato e lavato al fine di farne risaltare la matericità, analoga a quella dei muri in sassi che sono ancora visibili negli antichi edifici e recinzioni del paese. Un secondo obiettivo, secondo noi molto importante, presente nel progetto di concorso ma non ancora realizzato, era quello di ridurre l’impatto degli edifici esistenti e immediatamente prossimi all’edificio di progetto, in particolare la palestra, attraverso un articolato progetto dello spazio verde sul lato dell’ingresso alla biblioteca, definito da un sistema di alberature e di movimenti del suolo. Lo spazio interno della biblioteca è stato progettato e suddiviso per rispondere alle esigenze di un’utenza potenzialmente molto

varia tenendo nella giusta considerazione il fatto che la biblioteca di un piccolo Comune deve poter funzionare anche da laboratorio culturale in senso lato. Come avete conciliato i diversi bisogni? L’edificio si sviluppa in un unico piano, con una sala lettura unitaria ma articolata e a partire dall’idea che un edificio di queste caratteristiche e dimensione, e che si definisce, appunto, come laboratorio culturale per attività di vario tipo, deve avere spazi flessibili e non eccessivamente suddivisi. Le sale che fuoriescono come volumi edificati dal lato ovest rappresentano l’eccezione formale che permette di aprire il fronte verso lo spazio pubblico, ed è infatti su questo lato che si trova l’ingresso al fabbricato. Verso l’interno queste sale si configurano come “nicchie” che interrompono la facciata vetrata e ospitano funzioni particolari che hanno bisogno di una delimitazione precisa e di un isolamento dalle sale lettura principali, quali le postazioni di studio individuale, lo spazio per bambini in età prescolare e l’ambito per lo studio di universitari e studenti delle scuole superiori. Inoltre il “suolo” su cui sorge il centro culturale è articolato tramite leggeri dislivelli di 15/50 cm in modo da differenziare gli accessi e la distribuzione interna. In questo modo lo schema apparentemente lineare è articolato da una sezione longitudinale ad altezze variabili e dove i diversi livelli risultano connessi con rampe dalle pendenze minime. 53


Dove va la

finanza? di Stefano Caratelli

L’importanza di un polo finanziario veneto: Fondazioni, ridefinizione di equilibri interni ed esterni al sistema bancario italiano. Le esigenze del Veneto. Rischi, timori e necessità. 54


L

a parola magica della finanza post crisi – ma anche della politica post elezioni regionali del 28 e 29 marzo – è ovviamente “territorio”. Quel territorio che era sparito, era stato inghiottito dall’ubriacatura della globalizzazione finanziaria dei primi anni del nuovo millennio, quando si era creduto che costruire prodotti finanziari con la leva drogata del credito potesse sostituire la produzione reale di beni e servizi e soprattutto rendere molto di più, ora è tornato al centro dell’attenzione. La parabola della scomparsa del territorio dall’orizzonte della finanza e del credito nel Nord Est può essere raccontata prendendo a prestito la storia di Antonveneta, la banca che veniva identificata con il miracolo del Veneto, e del suo visionario inventore e costruttore, Silvano Pontello. Pontello ci aveva messo un quarto di secolo a far diventare la vecchia Banca Antoniana quella che alla fine degli anni Novanta veniva definita la Mediobanca del Nord Est: fusione con Popolare Veneta, acquisizione di Credito Lombardo, Banca Agricola Etnea, Banca Cattolica di Molfetta, Banca Nazionale dell' Agricoltura e Interbanca, partecipazione all’azionariato dei nomi più altisonanti del made in Italy, a cominciare dai Benetton, fino a portare Antonveneta al settimo posto nella classifica nazionale del credito. Pontello scompare prematuramente nel maggio del 2002 mentre è impegnato alla stabilizzazione dell’azionariato della “sua” Antonveneta. Tre anni dopo la banca finisce nel frullatore della finanza globalizzata: viene comprata dall’olandese ABN, che un paio d’anni dopo viene a sua volta comprata da una cordata anglo-spagnola e rivenduta a pezzi. Il “pezzo Antonveneta” finisce agli spagnoli del Santander che lo vendono (a prezzi pre-crisi finanziaria) al Monte dei Paschi di Siena. Per un quarto di secolo Pontello aveva edificato con pazienza e tenacia sul territorio. Quattro anni di globalizzazione hanno sbattuto la sua creatura dall’Olanda alla Spagna per farla bruscamente riatterrare a Siena!

Ripartire dal territorio vuol dire andare a recuperare quel che è rimasto ancorato della cultura bancaria alle imprese locali, alle amministrazioni, ai progetti infrastrutturali. La ventata della finanza globalizzata è stata devastante ma anche per fortuna superficiale. Ha fatto volare qualche tetto, ma non ha scosso le fondamenta. Prendiamo Unicredit, che delle due grandi banche italiane è quella che ha radici più profonde nel Nord Est (mentre Intesa con San Paolo pende più a Ovest): la Fondazione Cariverona è il primo singolo azionista, con circa il 5% seguita da molte istituzioni finanziarie venete tra cui Fondazione Cassamarca di Treviso. L’onda della globalizzazione ha investito Unicredit in due fasi: la prima è stata positiva, ha consentito alla banca di diventare una delle prime in Europa favorendo acquisizioni importanti in Italia (Capitalia) e in Germania (HVB), ma la seconda, quella di ritorno, è stata pericolosamente avversa. La banca ha retto alla tempesta, anche se con danni notevoli per gli azionisti. Ora deve impostare la strategia del futuro e si trova a un bivio: può riprendere la corsa globale dei mercati impiegando il denaro in giro per il pianeta con l’unico obiettivo del massimo ritorno (come nel 2008/2009 con tutti i rischi connessi) oppure può interpretare il ruolo di “polmone finanziario” al servizio del territorio in cui si è radicata. Vale a dire mettere la dimensione globale e i mezzi finanziari imponenti che questo comporta al servizio di un progetto di crescita del territorio. Durante gli anni della globalizzazione finanziaria si è creduto che il management delle grandi banche dovesse avere carta bianca purché portasse utili in crescita a due cifre. Oggi gli azionisti, che si sono scottati, vogliono poter dire qualche parola in più. Anche perché sono i soggetti che sul territorio vivono e con il territorio si confrontano. E c’è da scommettere che anche la politica, che finora è stata molto a guardare, questa volta farà sentire la sua voce. In nome del territorio che governa. 55


La rivoluzione bancaria della Baviera d’Italia di S. C.

L’

onda delle elezioni regionali del 28 e 29 marzo ha investito il mondo del credito del Nord con la forza di uno tsunami. Se la parola magica della politica è stata il “territorio” ora quel territorio, prontamente ribattezzato dai giornali la “Baviera d’Italia” per quanto riguarda il Nord Est vuole dire la sua – attraverso i propri governanti – sul potere che conta davvero, quello finanziario. Ma con quali tempi e con quali modalità la rivincita del territorio sui vecchi poteri forti dei salotti potrebbe concretizzarsi? E quali sono gli uomini che gestiranno strategia e tattica della partita?

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Partendo dalla seconda domanda, un personaggio chiave è sicuramente Giancarlo Giorgetti, Lega Nord, presidente della Commissione Bilancio della Camera e stratega del federalismo finanziario. Ma c’è anche Luca Antonimi, consigliere del ministro Tremonti per il federalismo e membro del CdA di Cassamarca. Oltre ovviamente allo stesso Tremonti e agli amministratori locali, a partire dal sindaco di Verona Flavio Tosi che chiede apertamente il “ritorno delle fondazioni sotto il controllo del territorio” perché “i sindaci devono diventare determinanti negli orientamenti delle erogazioni”. Cioè del


Il labirinto

credito alle imprese. Fondazioni, qui siamo alla prima domanda. Le fondazioni bancarie sono gli azionisti di riferimento delle grandi banche, Intesa a Nord Ovest, Unicredit a Nord Est. Dalla prossima tornata di rinnovi ai vertici delle fondazioni, in programma per il Veneto da qui al 2013, passerà l’offensiva di ri-appropriazione del territorio sulla finanza. Si comincia a ottobre con Cariverona, primo singolo azionista di Unicredit, il cui vertice compreso il presidente Paolo Biasi andrà rinnovato. Oggi la politica (enti locali) nomina solo 14 dei 32 membri del consiglio. Poi c’è Cassamarca, secondo singolo azionista di Unicredit, il cui presidente Dino De Poli

scade con il consiglio nel 2012. L’anno dopo c’è Cariparo e poi le Popolari. In parallelo alla lunga stagione dei rinnovi dei vertici delle fondazioni, che saranno determinanti per le politiche del credito dei due colossi Unicredit e Intesa, potrebbe aprirsi anche una stagione di aggregazioni, mirata proprio a dare maggior forza alle istituzioni già molto radicate sul territorio. Fonti di stampa attribuiscono al neo governatore del Veneto Zaia, che si è distinto sinora per rapidità e decisionismo, il progetto per una fusione tra Popolare Vicenza e Veneto Banca. Benedetta ovviamente dalla politica, quella del territorio. 57


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IL PALAZZO COMUNALE

Arrestare la nuova fuga dal Veneto?

Sì, con il federalismo è possibile di Stefano Caratelli

I

l tema della “Fuga dal Veneto” potrebbe definirsi un “evergreen” se si trattasse di un genere letterario o cinematografico. Senza andare indietro all’ultimo decennio del 1800, quando più di un milione di persone lasciavano la regione, che allora comprendeva anche il Friuli, diretta soprattutto in Sud America (ma molti tornarono delusi e stremati all’inizio del secolo successivo) di fughe dal Veneto si è parlato molto nell’estateautunno del 2007, quando, sulla scia di Cortina, diverse cittadine montane facevano la fila alle porte delle province autonome di Trento e Bolzano nella speranza di guadagnare uno status economico più favorevole. Il tempo di qualche temporale di fine estate e non se ne parlò più. Oggi i casi di Glaxo e Alcoa, due multinazionali che smantellano in Veneto (ma non solo, Alcoa se ne va anche dalla Sardegna e Glaxo dalla Gran Bretagna), insieme a quelli di alcuni brand molto noti come North Face, che voleva lasciare, ma poi ci ha in parte ripensato, la Marca Trevigiana per il Canton Ticino, riaprono il tema della fuga. Accanto ai nomi stranieri ci sono quelli italiani, come la Dainese, storico produttore di attrezzature sportive hi-tech di Vicenza, che vuol trasferire l’intera produzione in Tunisia. Diciamo subito che – anche se ovviamente i singoli casi dei lavoratori che vedono minacciato il posto restano drammatici – parliamo di grandi multinazionali, ma quasi sempre di numeri relativamente piccoli, soprattutto se paragonati ai casi di crisi di aziende italiane. Ogni caso ha la sua storia: Glaxo abbandona la ricerca nel settore neuroscienze e la Gran Bretagna paga un prezzo più che doppio (1.200 dipendenti) rispetto al Veneto (500); Alcoa si

riposiziona alla ricerca di costi energetici più bassi; North Face ci dice qualcosa di più, perché vuole portare a Lugano non solo la produzione, ma anche i dipendenti. Parliamo di qualche decina di lavoratori, ma forse è il caso più significativo. E qui bisogna fare un passo indietro, all’era “pre-euro”. Mettiamoci dal punto di vista di una multinazionale:

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dal dopoguerra fino agli anni ’90, l’Italia offriva una infrastrutturazione e una manodopera qualificata paragonabili a quelle di Francia e Germania con una importante differenza: ogni cinque/sette anni si svalutava regolarmente e sensibilmente la lira. Risultato: fattori della produzione di alto livello a prezzi scontati. Con l’adozione dell’euro, che molti altri importanti benefici ha portato, l’equazione è saltata, anzi si è addirittura capovolta perchè il forte onere fiscale e previdenziale sul lavoro è espresso in moneta forte, e quindi il lavoro costa addirittura di più che in Francia e Germania (anche se i lavoratori al netto di tasse e previdenza incassano molto meno). Al venir meno di questo fattore di attrazione non se ne sono costituiti altri, anzi addirittura i disincentivi – inadeguatezza delle amministrazioni, invecchiamento delle infrastrutture non rinnovate e potenziate – sono aumentati. è rimasta l’elevata qualità del lavoro. Forse non è un caso che North Face ha cercato di portarsi a Lugano anche i lavoratori. Venuto meno il fattore “cambio” sono invece rimasti il peso della burocrazia, il costo dell’energia, la fragilità delle infrastrutture, la lentezza della giustizia civile. Tutto questo si traduce in una bassa percentuale di investimenti diretti esteri in Italia: circa il 16% rispetto al Pil contro una media europea che si avvicina al 40%. Ovviamente le regioni più dinamiche e a maggior coesione sociale, come il Veneto, sono più penalizzate.

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Le multinazionali non se ne stanno andando dal Mezzogiorno (la Fiat va via) perché non ci sono. Lasciano il Piemonte, la Lombardia, il Nord Est. Alla lira (per fortuna) non si può tornare. Le riforme di pubblica amministrazione e giustizia, se mai si faranno, richiedono tempi lunghi. Come se ne esce? Probabilmente l’unica strada è liberare margini di manovra per i territori e i governi delle regioni più dinamiche, dove si concentra l’offerta di manodopera altamente qualificata e anche la cultura industriale diffusa e radicata sul territorio. In una parola, federalismo. Finora il principale trasferimento di poteri e competenze alle regioni ha riguardato la sanità. Se guardiamo ai numeri della sanità in Veneto non c’è nessuna fuga, c’è una vera e propria corsa dall’esterno. Secondo i dati più recenti, relativi al 2007, circa 80.000 cittadini di altre regioni sono ricorsi a ricoveri in strutture ospedaliere del Veneto, circa il 9% del totale. Molti dalle regioni limitrofe, ma in misura importante anche dal Sud (l’8,6% dei ricoverati non residenti viene dalla Sicilia). A fronte del 9% che viene da fuori, in Veneto il 6% dei ricoveri di residenti veneti avviene fuori dalla regione: Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna e Lombardia. Se parlassimo di bilancia commerciale saremmo già in buon attivo. Ma se andiamo nel dettaglio si scopre che sono soprattutto le specialità chirurgiche ad avere una maggiore quota di pazienti provenienti da altre regioni, in particolar


Il Palazzo Comunale

di Mauro Gaggiotti

modo la neurochirurgia (il 29,4% dei dimessi da questi reparti viene da fuori regione), cardiochirurgia (16,1%), oculistica e urologia. Insomma, se l’indice di “fuga dal Veneto”, pari a circa il 6% dei residenti, è insensibile alla complessità della prestazione sanitaria “l’indice di attrattività” cambia in maniera marcata al crescere della complessità del ricovero, passando dal 7,4% per prestazioni di bassa complessità al 12,4% per quelle a più elevato grado di specializzazione. Se facciamo un conto economico il bilancio del Veneto è positivo per circa 80 milioni di euro l’anno (rimborsi acquisiti da altre regioni meno rimborsi erogati ad altre regioni). In questa speciale classifica il Veneto è al terzo posto in Italia, dopo Lombardia e Emilia Romagna e

davanti a Piemonte e Toscana. Forse questa digressione sanitaria può darci una chiave anche per il problema degli investimenti esteri. Quando una buona amministrazione regionale riesce a governare i processi può ottenere risultati importanti. Peso della burocrazia, costo dell’energia, fragilità delle infrastrutture e lentezza della giustizia civile sono le quattro palle al piede del Veneto, ma sono anche altrettanti settori nei quali la voce in capitolo del governo regionale è scarsa se non nulla. Massicce dosi di trasferimento di poteri e competenze in questi quattro campi potrebbero ribaltare in tempi non biblici (per la Sanità ci sono voluti meno di 10 anni) una situazione oggi ancora gestibile ma esposta a rischi gravi, soprattutto se la ripresa globale dovesse cogliere impreparati.

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Ma c’è chi vede rosa, anzi Rosso

Renzo Rosso, inventore e patron della Diesel

di Stefano Caratelli

F

uga dal Veneto? No, la crisi qui c’è già stata ed è stata superata qualche anno fa. Chi doveva delocalizzare lo ha fatto in Romania, Tunisia, Marocco, ma la gran parte ha anche mantenuto in Veneto l’intelligenza delle imprese: il quartier generale, la ricerca, i luoghi dove si creano e si realizzano le strategie vincenti sui mercati mondiali. Sono molti i medi e anche meno medi imprenditori del Nord Est a pensarla così e a credere che il Veneto che produce sia un modello vincente da esportare, fatto di competenze, qualità, coesione sociale e anche integrazione matura con le minoranze extracomunitarie. Mentre i grandi giornali si sono concentrati sui casi di suicidio tra gli imprenditori – storie personali terribili e drammatiche, ma non necessariamente termometro del clima generale di un’economia che continua a tirare, anche se ha subito gli inevitabili contraccolpi della crisi globale – c’è

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chi vede positivo e in silenzio lavora e continua a infilare successi. E c’è chi invece in silenzio non riesce a stare e appena può dichiara la sua visione assolutamente positiva dell’imprenditoria veneta. Tra questi ultimi c’è sicuramente Renzo Rosso, inventore e patron della Diesel, l’azienda fondata 30 anni fa a Molvena – un tiro di schioppo da Marostica, provincia di Vicenza – che si prepara ad inaugurare a Breganze un nuovo quartier generale da 50.000 metri quadrati tutti ecosostenibili. Secondo Rosso, che con la Diesel fattura 1,3 miliardi, il Veneto la crisi l’ha già vissuta e superata ed è in una fase di sviluppo. Rosso è tra i sostenitori delle Olimpiadi in Veneto perché è convinto che si riuscirebbe a trasferire nell’evento sportivo per antonomasia la capacità tutta veneta di fare le cose in maniera imprenditoriale e non burocratica, vale a dire meglio spendendo di meno. Rosso non nasconde che in Italia la crisi c’è, con perdite rilevanti di posti di lavoro che colpiscono soprattutto le grandi aziende, ma vede nel Veneto non solo un tessuto produttivo che sta tenendo bene, ma anche un modello da esportare per aiutare il resto del paese a uscire dalla crisi. E nella sua visione assolutamente positiva arriva a sfiorare il paradosso, come in un’intervista di due settimane fa a Panorama quando ha paragonato il Veneto alla Cina, il primo un modello per l’Italia e l’Europa, la seconda per il mondo. E proprio in Cina infatti la Diesel di Rosso registra gli incrementi di fatturato più alti con 35 negozi già aperti che aumentano al ritmo di 10 all’anno. Ovviamente, se la Diesel e il Veneto marciano, non vuol dire che debbano mettersi seduti, perché se prima bastava vendere oggi sul mercato globale cresce sempre più l’importanza dell’assistenza e dei servizi.


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Veneto:

una regione tutta da visitare

di Giulia De Rita

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L’

attuale situazione congiunturale altamente sfavorevole e le difficoltà internazionali non hanno impedito al Veneto di mantenere il primato tra le regioni turistiche italiane, anche dopo due anni caratterizzati da un arretramento del settore. Nel 2009, infatti, - secondo i dati Istat della Regione Veneto - il flusso di turisti che hanno scelto il Veneto si attesta sui 14 milioni di arrivi, con una lieve flessione dell’1,3% sull’anno passato, mentre le presenze si confermano intorno alla cifra di 60 milioni (-0,3%). Una battuta di arresto rispetto al periodo precedente (caratterizzato da un’importante crescita culminata nel 2007), dovuta

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all’affermarsi della crisi dell’economia reale, ma meno pesante di quanto registrato nel resto d'Italia (Toscana e Umbria: -1% e - 6% di presenze) e dai competitors europei, come Spagna e Francia, che stanno subendo cali notevoli. Si può dire dunque che il Veneto abbia saputo reagire, confidando nelle grandi potenzialità dell'offerta turistica della Regione, in un sistema flessibile e capace di nuove progettualità e iniziative di qualità, grazie ad uno strutturato e sinergico piano di promozione che parla di turismo, cultura, enogastronomia, identità e territorio. Un territorio che ha saputo affrontare la crisi, totalizzando


Panoramica del Lago di Garda

il 14,7% degli arrivi e il 16,3% di presenze di turisti dell’intera penisola. La Regione deve il suo primato come destinazione turistica alla qualità dell’ambiente e alle risorse naturali, ma anche alla disponibilità di informazioni e all’ospitalità della popolazione, che raccolgono il maggiore apprezzamento tra i turisti. Non meno importante la presenza, in uno stesso territorio di mete turistiche per tutti i gusti: mare, lago, montagna, città d’arte. Le spiagge venete, principale meta vacanziera della regione, nel 2009 vedono un incremento dei flussi dello 0,6%, con cospicui aumenti di stranieri, in particolare tedeschi

(+8,6%) e austriaci (+11,4%). Le località del lago di Garda hanno registrato nel 2009 il maggior incremento di presenze turistiche (+5,7%), esercitando un’attrazione particolare nei confronti di tedeschi (+17,4%), austriaci (+15,2%) e olandesi (+9,3%). Le località montane si attestano su livelli precedenti, seppur registrando un lieve aumento: +0,3% delle presenze e +0,8% degli arrivi. Se le spiagge e la montagna hanno tenuto il passo di fronte alla crisi e il lago di Garda ha guadagnato nettamente posizioni, le città d’arte e le terme (-5,1% e -1% delle presenze) hanno invece incontrano nel 2009 le maggiori difficoltà.

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Presenze di turisti per comprensorio (milioni). Anni 2007-2009 30

2007

2008

2009

25,8 26,1 26,3 25

20 16,8 16,4

15,5

15 9,6 9,5 10,0

10

5,8 5,5 5,6 5

3,2 3,1

3,0

0 Balneare

Città d'arte

Lago

Montagna

Terme

Fonte: Unioncamere del Venetodel suVeneto dati Regione - SIRT Fonte:elab. elaborazione Unioncamere su datiVeneto Regione Veneto - SIRT

Il turismo, con un valore di 12 miliardi di euro, si conferma nel complesso come il settore più importante per l’economia veneta, in particolare in un momento critico come questo. Un comparto sul quale la Regione ha deciso di scommettere, attraverso l’investimento nei settori a sostegno del turismo, come l’edilizia, e i finanziamenti pubblici per le imprese turistico-alberghiere, ma anche attraverso l’implementazione delle linee aeree da collegare alla Regione, favorendo in particolare le rotte intercontinentali. Il Veneto - come già evidenziato nello scorso numero di Est da Franco Manzato, Assessore al turismo della Regione - ha tutte le carte in regola per aumentare la propria competitività ed arrivare anche a 100 milioni di presenze l’anno. Il turismo è il fiore all’occhiello di un’economia che si sta impegnando non solo ad uscire dalla crisi, ma che ha l’obiettivo di uscirne vincente e rinforzata. 68

Percentuale presenze per segmento

43,5%

5% 9,2%

16,6%

25,7%

TERME MARE CITTà D'ARTE LAGO MONTAGNA Fonte: Elaborazioni Regione Veneto - dati Istat - Regione Veneto


Intervista al presidente di Unioncamere Veneto Federico Tessari

L’industria turistica tira perché imprese e Regione parlano la stessa lingua

di Stefano Caratelli

L

a crisi ha colpito pesantemente tutti i settori dell’economia del Veneto. Il turismo, invece, tiene. Il Veneto si conferma, dai dati sul 2009 recentemente diffusi da Unioncamere, prima in Italia per presenze turistiche e una delle poche regioni ad aver contenuto la flessione. Presidente Tessari, come interpretare questi dati e quali sono i punti di forza del brand Veneto? La capacità del Veneto di attrarre turisti deriva dalla molteplice offerta artisticoarchitettonica, culturale e paesaggistica che la nostra regione offre. Nonostante la crisi globale, che ha limitato i flussi turistici, il Veneto si conferma la prima regione d’Italia per capacità attrattiva con 14 milioni di ospiti e 60,4 milioni di presenze. Da noi si viene per il mare, la montagna, le zone termali ma, soprattutto, per visitare le nostre splendide città d’arte. Poi va dato atto alla Regione che ha saputo valorizzare il potenziale della nostra terra con un’abile ed incisiva campagna di promozione, basti pensare al portale Veneto.to “Tra la Terra e il Cielo”. Qual è l’andamento delle presenze turistiche straniere? E di quelle domestiche? La componente straniera ha influito quasi per il 60% sul totale, con un incremento dello 0,6% a fronte della riduzione del

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-1,6% delle presenze di connazionali. La crisi ha modificato le abitudini e i flussi dei vacanzieri. Sono aumentate le presenze di ospiti provenienti dalle regioni limitrofe, a fronte di un calo degli arrivi di turisti laziali e piemontesi, mentre sulle presenze straniere ha influito in negativo il rafforzamento dell’euro. A calare è stata soprattutto la componente statunitense mentre sono tornati numerosi, specie nelle località balneari, tedeschi ed austriaci. L’imprenditoria veneta è spesso ritenuta dinamica e innovativa, ma è accusata di essere troppo individualista, di non essere capace di fare squadra. Il mercato turistico, per caratteristiche intrinseche, funziona bene se si opera soprattutto in una logica di cooperazione tra pubblico e privato. Il turismo veneto fa eccezione rispetto agli altri settori economici regionali? Va sfatato il mito di un Veneto legato a logiche campanilistiche. Il turismo rappresenta una delle voci più consistenti del Pil regionale, con un valore che oscilla fra il 6 e l’8%. La sinergia tra pubblico e privato può rappresentare la molla per un concreto rilancio dell’economia, a patto che la burocrazia non diventi un ostacolo. L’imprenditoria veneta ha dimostrato più volte di saper fare squadra, soprattutto nelle difficoltà quali la stretta creditizia abbattutasi sulle nostre imprese. Il turismo è un’impresa, quindi chi ne traccia le linee programmatiche non può prescindere dal contributo del mondo produttivo. Ma su questo fronte Regione e imprenditori veneti parlano la stessa lingua. Come potrebbero cambiare i flussi turistici nei prossimi anni, anche alla 70


luce dell’appuntamento dell’Expo 2015 e, sognando un po’, dell’ipotesi delle Olimpiadi veneziane? Ogni turista è un consumatore. Saper attirare nuovi flussi significa penetrare in nuovi mercati. Penso ai Bric, Brasile, Russia, India e Cina, i potenziali nuovi ricchi dell’economia globale. Per farlo, tuttavia, bisogna sapersi innovare e investire sulla formazione per ampliare la conoscenza delle culture e le abitudini della gente con cui entreremo in contatto. Se l’Expo 2015 sarà gestito in un’ottica collaborativa, e non come una prerogativa di Milano, i benefici ricadranno su tutti. Per quanto riguarda la candidatura di Venezia alle Olimpiadi 2020, la ricaduta, sia sul piano economico sia su quello socio-culturale, sarebbe uno stimolo per l’economia veneta e nazionale. Ogni Olimpiade lascia infatti, a chi le ospita, un’eredità economica, di valori e strutture che continua a produrre effetti positivi per decenni. Lo stato delle infrastrutture regionali consente di ottimizzare la vocazione turistica del nostro territorio? Di quali

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nuove opere avrebbe bisogno il Veneto per assecondare a pieno le potenzialità del turismo? In realtà la componente infrastrutturale è un po’ la nota dolente del nostro territorio, anche se va riconosciuto che la realizzazione del Passante ha contribuito a decongestionare il traffico stradale. Tuttavia bisogna potenziare la componente portuale per la crocieristica, anche pensando a nuove soluzioni come l’autostrada del mare che da maggio collegherà Venezia con Siria ed Egitto. L’alta velocità in Veneto, oltre alla costruzione della terza corsia autostradale fra Venezia e Trieste, resta una priorità per collegare rapidamente l’Italia con i mercati dei Paesi dell’Est, bacino turistico da cui bisogna senz’altro attingere. Ma il Veneto deve ragionare in un’ottica europeista. A tal proposito, Unioncamere del Veneto ed Eurosportello Veneto sono fra i partner del progetto SoNorA, programma di cooperazione europea che punta allo sviluppo di una rete multimodale di infrastrutture (strade, porti, ferrovie etc) per connettere il territorio il mare Adriatico e il mar Baltico.

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a casa è un prodotto complesso, un insieme di professionalità e componenti diverse che devono essere ben integrati fra loro per dar vita a un prodotto di qualità. I produttori di componenti e sistemi, sia strutturali sia impiantistici, compiono notevoli sforzi per ricercare, innovare e migliorare il loro prodotto. Il cliente finale paga, implicitamente, questi sforzi, paga il know-how in essi contenuto e paga la prestazione finale complessiva migliore. Tuttavia, le inefficienze quasi croniche della filiera di produzione del “bene casa”, come ad esempio, una impropria posa in opera o una progettazione insufficiente, vanificano gli sforzi del produttore, dell’acquirente e di chi lavora applicando le corrette procedure operative. Spesso il prodotto casa, pertanto, non rispecchia il reale sviluppo tecnologico raggiunto e la qualità media è inferiore rispetto a come potrebbe essere semplicemente applicando la giusta competenza, unita all’aggiornamento, alla corretta esecuzione e alla scelta di tecniche e tecnologie appropriate per la specifica esigenza. L’evoluzione del settore sta vivendo una svolta rilevante: la normativa spinge verso edifici con maggiori caratteristiche di prestazione, e l’acquirente finale è sempre più informato e sempre più esigente. Infatti, la considerevole flessione subita dal settore delle costruzioni nel 2009 coinvolge, principalmente, “prodotti di scarsa qualità”, come è emerso dal Rapporto Congiunturale sull’Industria delle Costruzioni in Veneto 2009. I produttori e i costruttori più intraprendenti, anche veneti, oggi sono in grado di fornire prodotti e capacità all’avanguardia in Europa ma il prodotto finale troppo spesso non contiene questo stato dell’arte, a causa di punti deboli del sistema, a volte banali, a volte organizzativi, a volte culturali. Anche per l’edilizia vale l’analisi di Pareto, ossia l’80% dei ritardi e degli sprechi è dovuto al 20% delle cause.

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C

onsiderata la rilevanza dell'argomento abbiamo chiesto al top management di un istituto di certificazione come ICMQ con un ruolo di leader nel settore dele costruzioni e di una grande azienda in prima linea nell'innovazione delle soluzioni nel settore dell'efficienza energetica come Schneider di fornirci il loro punto di vista.


A colloquio con Lorenzo Orsenigo, direttore di ICMQ

L

a questione energetica costituisce una delle priorità a livello mondiale. Da diversi anni è ormai generale la consapevolezza che le fonti tradizionali che alimentano il nostro pianeta sono destinate a ridursi progressivamente e a costare sempre di più, così come sono evidenti gli effetti che una gestione senza regole e limiti sta determinando sul clima e sulla stessa vita della Terra. Impegni e obiettivi caratterizzano le decisioni e i colloqui internazionali. Nel nostro Paese, a fronte di una crescita di attenzione sia da parte della società che del sistema produttivo, si stenta a completare il quadro normativo ed è proprio sul fronte dello

Stato e del potere politico che si registrano i maggiori ritardi. Il settore immobiliare e delle costruzioni continua a registrare un peso in termini di consumi energetici crescente. Invece di diminuire aumentano. Ma la domanda dell’utenza, così come lo scenario delle regole, impongono un cambiamento deciso. “è vero - afferma Lorenzo Orsenigo, direttore di ICMQ, organismo di certificazione leader nel settore delle costruzioni - disponiamo di un quadro normativo ancora incompleto, con differenze rilevanti tra i diversi territori. Soprattutto non si sono create le condizioni per garantire una reale e omogenea qualificazione nei processi di costruzione,

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così da consentire un certo miglioramento in termini di efficienza energetica. Il recepimento della direttiva europea avvenuto nel 2005 con il Dlgs 192/05 si è concretizzato, per ora, solo nella pubblicazione di un Regolamento che ha fissato i criteri base per calcolare il livello di efficienza energetica che consentono di collocare gli immobili all’interno di una classificazione che permette all’utente finale, a sua volta, di valutare la qualità del prodotto offerto sul piano dei consumi. Si tratta pertanto di un fattore importante anche sul piano del mercato, ma non ancora esaustivo di quanto previsto dal decreto”. Quindi oggi è possibile valutare con certezza attraverso la certificazione questo aspetto qualitativo? Se oggi si dispone dei criteri di valutazione, non altrettanto possiamo dire dei criteri di selezione dei soggetti chiamati a certificare. Nel nostro Paese la certificazione viene affidata ad una pluralità di soggetti, ai quali si richiede una competenza generica o alcuni titoli di studio. Il Dlgs 192/05 prevede che venga elaborato un Regolamento nel quale siano definiti con chiarezza i criteri di qualificazione dei certificatori. Ciò non è avvenuto. Alcune Regioni lo hanno fatto, ma complessivamente possiamo dire che non si riscontra appieno una corrispondenza con il rigore e soprattutto il principio della “terzietà” rispetto ai soggetti e agli interessi coinvolti nel processo di certificazione, i progettisti e le imprese. Insomma oggi disponiamo dei criteri per classificare e certificare ma non siamo certi che le certificazioni siano rispondenti realmente a quanto viene dichiarato? Diciamo che non esistono oggi le condizioni di questa certezza. Valutare e certificare 74

il livello della prestazione energetica di un’abitazione richiede competenze, conoscenza tecnologica, esperienza, che non sempre si può pretendere da un singolo professionista che spesso è specializzato su di un singolo aspetto. Ma soprattutto appare evidente come sia essenziale anche poter contare su un soggetto che abbia caratteristiche di indipendenza e imparzialità. Il soggetto certificatore deve essere realmente terzo rispetto a chi è coinvolto nel processo di progettazione o costruzione. Questo, di fatto, nella situazione attuale non è sempre garantito. E in questa situazione, in contemporanea assenza di alcun controllo sulle valutazioni, sinceramente è difficile sostenere che si possa essere tranquilli sulla corrispondenza tra dichiarazioni, valutazioni e relative prestazioni. Possiamo pertanto dire che fino a quando non si disporrà di un sistema di controllo e di valutazione su chi certifica, sarà difficile poter realmente sapere se si stia determinando un processo di maggiore qualità nelle costruzioni, intendendo per qualità prestazioni più rispondenti alle


esigenze della domanda e all’interesse generale? Io credo che sul tema della certificazione energetica si sia persa un’occasione. Non aver completato il quadro normativo, rimandando la questione dei controlli e della qualificazione dei soggetti certificatori ha di fatto impedito una crescita dei processi di qualità, lasciando aperte troppe porte a soluzioni di comodo. Ritengo che lo stesso errore non debba essere fatto su altri aspetti che stanno ora diventando di attualità: e mi riferisco al tema della sostenibilità ambientale. In primo luogo, se si vuole vincere la sfida della sostenibilità è necessario prendere come riferimento dei modelli di valutazione e di certificazione esistenti e collaudati, riconosciuti come validi e presi come riferimento a livello nazionale ed internazionale, come ad esempio il sistema Leed o, per altri aspetti, quello messo a punto da Itaca. E la verifica dell’ottenimento reale dei requisiti deve essere demandata a soggetti di terza parte indipendente, competenti e qualificati per svolgere questo compito. Gli strumenti ci sono e sono noti. Del resto l’accreditamento o la notifica secondo le norme internazionali che sovrintendono i processi di certificazione è cosa nota e utilizzata in tutto il mondo. Non si capisce infatti come per la certificazione di un prodotto, un mattone o prefabbricato, si richieda l’intervento di un organismo accreditato, e tale requisito non debba essere necessario per certificare le prestazioni di un intero edificio, molto più complesso e articolato! è necessario che le imprese che hanno interesse a favorire una crescita qualitativa del mercato, sposino il criterio della selezione anche di chi deve certificare. Altrimenti sarà difficile poter determinare un processo di accelerazione in termini qualitativi del nostro modo di costruire.

Efficienza energetica: una questione di cultura

Un approccio concreto. Guardare ai problemi per trovare le soluzioni. Ciò vale anche per una questione strategica come l’efficienza energetica. è questo il punto di vista dell’Ing. Salvatore Passanisi: Energy Efficiency Business Development di Schneider Electric. 75


Noi guardiamo al tema energetico come al terreno su cui si misurerà la capacità del sistema delle costruzioni e delle professioni che vi operano di saper evolversi. Perché ciò avvenga è necessario che venga prestata attenzione ad aspetti che magari prima erano secondari. Soprattutto vuol dire cambiare le abitudini. La vera sfida io credo che vada individuata nella capacità di cambiare le abitudini delle persone. Una sfida che Schneider Electric ha raccolto da tempo.” In quale modo? è molto semplice: dandoci degli obiettivi. In una logica di riduzione dei consumi energetici. E così facendo promuoverci partendo da noi stessi, dai nostri comportamenti. Ci eravamo prefissati l’obiettivo di ridurre del 10% l’energia consumata nei nostri stabilimenti entro il 2008, rispetto ai dati del 2004, e abbiamo raggiunto questo traguardo nel 2007 con un anno di anticipo. Così oggi abbiamo fissato un nuovo traguardo: un’ulteriore riduzione del 10% da raggiungere entro il 2011. Vogliamo vincere con l‘esempio. L’impegno di Schneider Electric si è concretizzato inoltre in un importante investimento per la realizzazione del nuovo centro direzionale di Parigi dove, grazie a soluzioni impiantistiche innovative (tutte realizzate con nostri prodotti) e all’uso di particolari accorgimenti e materiali architettonici si è ottenuto un profilo energetico di appena 50 kWh /m2 / anno con una riduzione ad ¼ dei costi energetici. In Italia, da qualche anno, abbiamo lanciato una capillare campagna di formazione/informazione per tutti i nostri collaboratori per aumentare la loro sensibilità nei confronti delle problematiche energetiche e per evidenziare come ognuno di noi può, con semplici gesti e semplici scelte, sia a casa che al lavoro, dare il proprio contributo al risparmio energetico e di conseguenza alla soluzione dei problemi che stanno a monte (consumi, inquinamento, riscaldamento ecc). Da questa attività sono nati una serie di quaderni

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tecnici sull’efficienza energetica distribuiti poi nel corso delle riunioni a tutti i responsabili Schneider Electric. Tutto ciò è stato indispensabile per consentire ai nostri collaboratori di parlare con competenza e professionalità delle problematiche energetiche ed essere così ambasciatori credibili di efficienza energetica presso i clienti. Quali sono le vostre ricette? Noi siamo un’azienda che ha deciso di concentrare il proprio business nell’energia elettrica. Dal nostro punto di vista ci sono due tipi di attività che possono consentire ottimi risultati in termini di efficienza energetica. La prima, che possiamo definire passiva, e che consiste essenzialmente nell’utilizzare prodotti e apparecchi già disponibili che intrinsecamente consumano poco o meno di altri, ad esempio lampade a basso consumo od elettrodomestici di una certa classe rispetto ad altre, oppure nell’adottare una soluzione impiantista più efficiente rispetto ad altra. La seconda, che possiamo definire attiva, e che può essere riassunta in una gestione, in un’interazione con l’impianto che si può concretizzare per esempio nello spegnere le utenze quando non utilizzate, nel regolare la velocità dei motori o gli impianti di condizionamento/riscaldamento a livello ottimale, oppure nell’adottare sistemi di


misura, monitoraggio e analisi dell’energia che consentono di individuare le anomalie e agire di conseguenza. Combinando interventi di tipo passivo e di tipo attivo si può ottenere fino al 30% di risparmio energetico. E quali i percorsi che potranno portare nelle costruzioni a risultati sempre migliori? Noi crediamo che una crescita non potrà che passare attraverso sistemi di certificazione della costruzione nelle sue varie fasi, dal punto di vista energetico, i quali coinvolgeranno certamente gli imprenditori edili. Oggi, in un momento di difficoltà del mercato, vediamo ancor più fortemente emergere la differenza di valore fra un edificio certificato in classe ad alta efficienza energetica e non; e questa differenza non potrà che incrementare nel tempo, evolvendo verso maggiori esigenze, sia per gli edifici residenziali che non. Il cliente inoltre è sempre più consapevole, informato ed esigente; la presenza nell’edificio dei sistemi di gestione, Home e Building Automation, è sempre più un criterio di scelta. Nondimeno, assisteremo ad un’evoluzione delle attività di progettazione, che, molto più di oggi, imporrà logiche di integrazione fra le diverse competenze ed attività: quella che viene definita progettazione

integrata sarà l’elemento chiave indispensabile per la realizzazione di un edificio ad alta efficienza energetica. In questo senso anche per i progettisti si aprono sfide e cambiamenti importanti. Un’azienda leader nella gestione dell’energia elettrica Schneider Electric è specializzata nella gestione dell’energia elettrica, anche attraverso l’integrazione delle migliori competenze a livello mondiale, acquisendo società specializzate nella gestione dell’energia: dal Building Management System e Home Automation, al Fotovoltaico ed Energie Rinnovabili, dalle soluzioni per l’industria e relativi processi fino ai sistemi di alimentazione e condizionamento dei Data Center. Grazie a questa strategia oggi Schneider Electric è l’unica società presente in tutto il mondo specializzata nella gestione dell’energia elettrica. Con i suoi prodotti e soprattutto con le sue soluzioni è presente, insieme ai partner, laddove si consuma più del 70% di energia elettrica: industria, infrastrutture, data center, terziario, residenziale. In ognuno di questi mercati ci sono ampi spazi applicativi che consentono sensibili risparmi energetici. Nell’industria e nelle infrastrutture di sistemi di gestione dell’energia attraverso misure, monitoraggi, analisi della qualità stessa dell’energia sono possibili significativi interventi di miglioramento continuativo degli impianti. Nell’edilizia residenziale e terziaria soltanto gestendo e controllando l’illuminazione (cosa che viene ancora fatta in minima parte) si potrebbero ottenere importanti benefici, o ricorrendo ai data center dove si possono fare interventi nell’alimentazione dei dispositivi elettrici e nel condizionamento che garantiscono risparmi importanti.

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A colloquio con Daniele Dalmaggioni di Vimar

Con la domotica nuove soluzioni e vantaggi per imprese e utilizzatori

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uando si parla di risparmio energetico si chiama in causa anche la capacità di gestire un impianto elettrico in modo più efficiente potendo intervenire e controllare meglio i consumi. A questa funzione rispondono oggi soluzioni tecnologiche sempre più sofisticate, ma con dispositivi in grado di essere gestiti con facilità e allo stesso tempo offrire prestazioni importanti. In una parola oggi la risposta è la domotica. Nata come una tecnologia destinata ad un mercato di nicchia, la domotica oggi si è rivelata invece una tecnologia in grado di rispondere ad esigenze reali su larga scala. Il miglioramento della qualità delle costruzioni, la maggiore attenzione in materia di sicurezza, la politica sul risparmio energetico e la necessità di ridurre i costi di gestione, trovano nella domotica una risposta globale. “è vero – commenta Daniele Dalmaggioni, attuale responsabile della struttura Key Account di Vimar (ovvero la struttura che si interfaccia con le imprese di costruzioni di una delle aziende leader nel settore degli impianti domotici e delle forniture elettriche, che da anni ha una propria linea di prodotti e proposte tecnologiche in grado di offrire soluzioni per garantire applicazioni integrate) – grazie alla domotica è oggi possibile accrescere la dotazione di servizi e di funzionalità sul piano della sicurezza, del comfort, ma anche del controllo e della comunicazione e, soprattutto, sul piano del risparmio energetico. Grazie alle soluzioni offerte è, infatti, possibile abbattere i costi generati da sprechi energetici dovuti a dimenticanze e/o incuria dei fruitori, con un monitoraggio continuo dei consumi che si traduce in un effettivo risparmio monetario.”

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Possiamo spiegare meglio come funziona un impianto domotico e come assicura dei vantaggi in termini di riduzione dei consumi energetici? La soluzione proposta consiste essenzialmente nella possibilità di monitorare con continuità il prelievo di potenza al fine di intervenire automaticamente quando si superano i valori contrattuali e si rischia lo stacco dell’erogazione per sovraccarico (blackout). Inoltre sulla base dei contratti esistenti con l’ente erogatore di energia è possibile una gestione dell’impianto in funzione delle tariffe così da ottenere risparmi anche significativi. Inoltre non va sottovalutato l’effetto positivo di un’integrazione all’interno del sistema domotico con le funzioni di gestione del clima e dell’illuminazione. Ciò consente infatti ulteriori interessanti opportunità di risparmio. A ciò si devono aggiungere i vantaggi che la domotica consente di ottenere sul piano del controllo. L’intero sistema domotico infatti si comanda da un’unica interfaccia, da cui

Le funzioni di un sistema domotico Un sistema domotico integrato in un edificio è in grado di: • regolare la climatizzazione entro i limiti di legge prestabiliti, tenendo conto della temperatura e del tasso di umidità presente in quello specifico ambiente • gestire l'accensione degli elettrodomestici per non superare la soglia che farebbe scattare il contatore • accendere e spegnere le luci in base al rilevamento di presenza negli ambienti • regolare l’areazione e l’oscuramento degli ambienti in base ai fattori climatici • spegnere la climatizzazione automaticamente in caso di una finestra aperta • rilevare e segnalare eventuali allagamenti, fughe di gas e incendi e mettere in sicurezza l’ambiente • rilevare e segnalare indebite intrusioni • gestire in maniera intelligente il sistema energetico dell’abitazione • autodiagnosticare eventuali guasti/anomalie degli impianti, garantendo comunque la continuità del sistema controllo del sistema da remoto mediante un sms • gestire una o più funzioni automaticamente a fronte di cambiamenti climatici o in certi tempi • gestire contemporaneamente più funzioni in base alle esigenze dell’utilizzatore.

è inoltre possibile supervisionare e gestire in modo immediato e intuitivo tutte le funzioni installate nell’abitazione. In questo modo è possibile semplificare la gestione domestica e ottimizzare tempi e risorse. Se in questo modo la domotica offre vantaggi consistenti al fruitore finale, quali sono invece i vantaggi per l’impresa di costruzioni? Rispetto all’impiantistica tradizionale, scegliendo la tecnologia domotica il costruttore sarà non solo facilitato nell’adempimento delle normative sulla sostenibilità ambientale e sul risparmio energetico, ma anche in grado di offrire all’utilizzatore finale una tecnologia che genera un autentico abbattimento dei costi di gestione. Inoltre con il sistema By-me di Vimar che si caratterizza per la sua flessibilità, grazie ad una semplice e poco costosa predisposizione dell’immobile, è possibile realizzare l’impianto con funzioni minime per poi aggiungere, successivamente e in base alle sopravvenute esigenze, altre funzionalità.

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Come valorizzare il territorio: 3° edizione del Festival delle città impresa Si è svolto dal 21 al 25 aprile ad Asolo, Montebelluna e Vittorio Veneto, la terza edizione del Festival delle Città Impresa. Il tema principale è stato il progetto presentato da Corriere della Sera e Nordesteuropa.it “la cultura ci fa ricchi”, attraverso il quale si vuole dimostrare che non solo l’economia e lo sviluppo portano ricchezza ma anche il sapere e la creatività. Notevole il parterre di invitati che ha spaziato da attori e autori a design di fama internazionale e industriali. L’apertura del Festiva il 22 aprile a Montebelluna è coinciso con un evento speciale: il 60° anniversario della CISL con la partecipazione del segretario generale, Raffaele Bonanni. Sabato 24 invece è avvenuta la consegna del Premio Festival delle città impresa, assegnato alle realtà che si sono contraddistinte per la capacità di generare cultura attraverso scelte e percorsi innovativi. Tutte le informazioni dettagliate sono disponibili su www.festivaldellecittaimpresa.it

Teeneger veronese vale già un milione di euro è veronese, è il più giovane golfista e tra poco compirà 17 anni. Il suo nome è Matteo Manassero e gioca da quando aveva tre anni grazie alla passione che il padre gli ha trasmesso sin da piccolo. Insieme al suo diciassettesimo compleanno festeggerà sul “green” degli Open d’Italia il passaggio precoce ai professionisti e se da dilettante ha potuto collezionare solo trofei e medaglie, il salto significherà anche i primi contratti a cifre interessanti. Sono infatti già molti gli sponsor a volerlo seguire.

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Treviso: a scuola in divisa L’Istituto comprensivo di San Fior nel trevigiano ha dichiarato guerra ad abiti firmati, scollature ed ombelichi scoperti, optando per felpe azzurre e polo grigie per i maschi e felpe rosse e polo blu per le femmine. Dopo il periodo di sperimentazione avvenuto a gennaio scorso, la divisa è diventata ora regolamentare. Lo scopo del Consiglio di Istituto è quello di fermare la corsa sfrenata agli abiti firmati, vestiti succinti e soprattutto evitare discriminazioni e competizioni inutili fra i banchi di scuola. Da oggi quindi, figli di industriali e figli di operai indosseranno lo stesso abbigliamento.

Quando sulle Dolomiti c’erano i dinosauri

a cura di Simona De Carli

Precisamente sulla parete sud-ovest del monte Pelmetto, il naturalista Vittorino Cazzetta di Selva di Cadore, scoprì alcuni decenni fa che delle strane fossette su un enorme masso erano le tracce di almeno tre dinosauri che 220 milioni di anni fa camminavano nella fanghiglia della battigia (allora il mare copriva la pianura padana e arrivava fin lì). Da allora, le escursioni sul monte Pelmetto – provincia di Belluno – sono esponenzialmente aumentate. E a Vittorino Cazzetta, scomparso misteriosamente tra le sue Dolomiti e poi ritrovato morto dopo un anno di ricerche, è stato dedicato il Museo Civico della Val Fiorentina, noto anche perché vi è conservato "l'Uomo di Mondeval", un cacciatore preistorico il cui corpo è stato conservato dai ghiacci nei millenni. Nel museo c’è ovviamente la sezione dedicata alla geologia dolomitica e al masso del Pelmetto con il calco delle impronte e i modelli in scala naturale di quei piccoli dinosauri.

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Sede operativa ed amministrativa: via E. Fermi, 31/C 36078 Valdagno VI tel. 0445 402252 fax 0445 488739 mobil: 336 788309 info@piccole-dolomiti.it www.piccole-dolomiti.it

Sopralluoghi e preventivi gratuiti

La Ditta Piccole Dolomiti S.c.a.r.l. è specializzata in interventi di consolidamento di pareti rocciose, chiodature attive, passive e con barre autoperforanti, barriere paramassi, terre rinforzate, consolidamento frane, micropali, tiranti ed iniezioni anche in ambienti ridotti (interni, plinti, fondazioni, zone disagiate). Effettuiamo interventi nel campo dell’Ingegneria Naturalistica e di recupero di manufatti storici. Grazie ad una consolidata collaborazione con tecnici del settore, la Ditta Piccole Dolomiti S.c.a.r.l. propone anche interventi a pacchetto, dalla progettazione alla realizzazione.

ALCUNI ESEMPI DI INTERVENTI ESEGUITI

RETI PARAMASSI

CONSOLIDAMENTO PARETI

BARRIERE PARAMASSI

BARRE AUTOPERFORANTI

SIRIVE

SISTEMAZIONI FRANE

MICROPALI

TIRANTATURA MURI

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TERRE ARMATE

INGEGNERIA NATURALISTICA

SISTEMAZIONI SPONDALI

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Illustrata agli associati la “cittadella sanitaria di Treviso” L'incontro fa seguito a quelli avuti dal Presidente Claudio Cunial con il Presidente della Provincia di Treviso e il Commissario della Pedemontana Veneta Silvano Vernizzi

di ANCE TREVISO

Un progetto ambizioso, di grande portata, nei confronti del quale le nostre imprese debbono necessariamente porre la giusta attenzione, cercando anche quelle forme aggregative necessarie per poter essere in qualche modo coinvolte e partecipi”. Così Claudio Cunial, Presidente di ANCE Treviso, ha sintetizzato le motivazioni per le quali l'associazione dei

costruttori trevigiani ha organizzato presso la sede di via Tolpada un incontro con il Direttore Generale dell'Azienda ULSS 9 Claudio Dario, intervenuto assieme all'Ingegnere Capo dello stesso ente Stefano Vianello, ai fini di illustrare agli associati il progetto della “Cittadella Sanitaria di Treviso” che, come spiegato dallo stesso Dario, “è destinata ad essere una realizzazione

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non solo per razionalizzare in modo più adeguato e funzionale i servizi sanitari cittadini ma anche per creare un ambiente complessivamente più confortevole e più in linea con le richieste e le necessità degli stessi utenti, siano essi pazienti o in qualche modo fruitori degli stessi servizi”. Un incontro che ANCE ha voluto al fine di far conoscere quindi alle proprie imprese come si svilupperà tale progetto e quali potranno essere eventualmente le opportunità da poter cogliere, “soprattutto se – ha sottolineato Cunial – riusciremo a fare squadra, ancor più in una fase particolarmente difficile e delicata come quella che stiamo attraversando e che è destinata a penalizzare notevolmente tale settore”. Sempre in questo contesto si inseriscono, peraltro, i recenti incontri che lo stesso Cunial, assieme al Direttore dell'ANCE trevigiana Zelio Pirani, ha avuto dapprima con il Presidente della Provincia di Treviso Leonardo Muraro e successivamente con Silvano Vernizzi, il Commissario della Pedemontana Veneta, infrastruttura di prossima realizzazione. “Incontri finalizzati – ha spiegato il Presidente dei costruttori – a conoscere i principali 'centri di spesa' e le opportunità per le nostre imprese nei vari comparti del nostro settore, principalmente dell'edilizia e delle infrastrutture”. Per quanto riguarda la “Cittadella Sanitaria”, l'Ing. Vianello ha illustrato in sintesi quanto previsto sotto l'aspetto tecnico: la costruzione di un edificio ad alta tecnologia con settore operatorio centralizzato, la riconversione dei volumi esistenti in strutture più moderne e idonee all'erogazione di prestazioni sanitarie più efficienti, l'accorpamento in un’unica sede delle attività sparse nel territorio, il mantenimento dell'indice volumetrico esistente, la realizzazione di una zona a verde di circa 5 ettari lungo il fiume Sile tale da qualificare il presidio ospedaliero e il contesto cittadino in generale, l'ottimizzazione delle strutture sanitarie e la riqualificazione di un'area in abbandono (ex Vetrelco) per l'utilizzo consono all'area di pregio cui 84

appartiene. Una “Cittadella” che si svilupperà su un'area complessiva di 30 ettari, con la revisione quindi del Cà Foncello e la razionalizzazione dei modelli organizzativi e degli spazi per l'attività sanitaria e amministrativa, con un intervento complessivo di 224 milioni di euro, di cui 126 (56,25%) attraverso finanziamenti pubblici e 98 (43,75%) con finanziamento privato. In particolare le spese di costruzione sono pari a 134 milioni di Euro e quelle di ristrutturazione a 90 milioni di Euro. “L'operazione – ha spiegato il Direttore Generale – sarà fatta con il sistema del progetto di finanza che prevede però la destinazione ai privati di servizi che oggi già sono esternalizzati quali la ristorazione, la pulizia, la lavanderia, la manutenzione delle apparecchiature ad alta tecnologia e l'energia”. La durata della concessione è di 24 anni con le seguenti fasi: progettazione/gestione 2011-2012; costruzione del nuovo/gestione 2013-2015; ristrutturazione/ gestione 2016-2019 e gestione “pura” 20202034. “Tutto ciò – ha commentato poi a margine il presidente Cunial, ringraziando il Direttore Generale dell'Ulss per la sua disponibilità – al di là delle cifre, che sono senza dubbio rilevanti e che possono sembrare troppo impegnative per molte imprese, deve comunque rappresentare un'occasione importante per il nostro comparto e come Associazione ci mettiamo sin d'ora a disposizione per verificare le forme più opportune per far sì che si possa in qualche modo partecipare a tale progetto. Avremo peraltro modo di confrontarci ulteriormente e, nello stesso tempo, continueremo pure sulla strada che come direttivo abbiamo deciso di intraprendere, ovvero quella di ricercare possibilità e progetti da sottoporre ai nostri associati, nella consapevolezza che da un lato svolgiamo quello che è il nostro compito e dall'altro che oggi più che mai un'azione di questo tipo è oltremodo necessaria per le nostre imprese”.


Un consorzio di imprese trevigiane per l'Abruzzo IMPRESE ADERENTI AL CONSORZIO

“MARCABRUZZO” ARGO COSTRUZIONI Srl (Quinto di Treviso) ARMELLIN COSTRUZIONI SpA (Conegliano) BETTIOL Srl (Arcade) CAMERIN FRATELLI Srl (Godega Sant'Urbano) CEDES Srl (Pederobba) CEV SpA (Treviso) CO.SA. COSTRUZIONI SALA Srl (Istrana) COSTRUZIONI DE BIASI Snc (Col S.Martino) DAL POZZO Srl (Zero Branco) DAL ZILIO COSTRUZIONI Srl (Treviso) DOTTOR GROUP SpA (San Vendemiano) EDILSANMARCO COSTR.GEN. Srl (Caerano San Marco) IMPRESA COSTRUZIONI GAVA Srl (Vittorio Veneto) IMPRESA COSTRUZIONI GIOMO Srl (Silea) IMPRESA EDILE LOVISOTTO GIANCARLO (Mareno) IMPRESA TONON SpA (Colle Umberto) MEROTTO FRANCESCO Srl (Farra di Soligo) ONISTO COSTRUZIONI GENERALI Srl (Maser) PREVEDELLO ISIDORO Srl (Ponte di Piave) RIZZETTO e CAGNATO Srl (San Biagio) SARTOR COSTRUZIONI Sas (Zero Branco) SERNAGIOTTO ANGELINO COSTRUZIONI Srl (Povegliano) ZORZETTO MARIO Srl (Gaiarine)

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n Consorzio per intervenire sulle aree colpite dal terremoto in Abruzzo. Questa l'iniziativa promossa da ANCE Treviso, in collaborazione con la territoriale di L'Aquila, che ha trovato immediato consenso all'interno della propria realtà associativa, “e ciò – sottolinea il presidente Claudio Cunial – ci ha dato particolare soddisfazione in quanto eravamo e siamo oltremodo convinti che si tratti di un modo utile per operare e poter lavorare in una realtà non particolarmente facile, dove c'è molto da fare e dove la professionalità e la capacità delle nostre imprese saranno sicuramente utili”. Sono 23 al momento gli imprenditori che hanno inteso aderire all'invito dell'ANCE trevigiana, i quali si sono poi consorziati sentendo la necessità di mettere a disposizione le loro competenze per poter contribuire alla ricostruzione e riqualificazione delle zone terremotate in Abruzzo, dandosi regole precise per garantire ai committenti sia pubblici che privati un prodotto di elevatissima qualità ed una gestione dei cantieri secondo i migliori standard di sicurezza del lavoro. La funzione principale del Consorzio, denominato “Marcabruzzo”, come spiega il presidente dello stesso Andrea Prevedello “è quella di favorire la partecipazione agli appalti pubblici e privati da parte delle imprese aderenti, attraverso i suoi

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rilevanti requisiti di qualificazione ed una forza lavoro capace di far fronte ad ogni evenienza.” “Il Consorzio – aggiunge Prevedello – è stato costituito per acquisire attraverso le forme più idonee commesse pubbliche e private, affidandone l'esecuzione alle imprese socie, mantenendo in capo al Consorzio stesso la responsabilità del corretto adempimento contrattuale nei confronti del committente.” Il modello utilizzato permette alla struttura grande efficacia operativa e commerciale, per la penetrazione territoriale e la grande flessibilità che riesce ad esprimere attraverso le imprese associate rappresentative di tutti i segmenti di mercato necessari per il suo funzionamento. è in grado di gestire una serie di servizi con particolare riferimento a: realizzazione di opere civili, restauri, opere stradali ed impiantistiche; progettazione e realizzazione di opere complesse; approvvigionamento macchinari e/o materie prime, compresa la produzione delle stesse; allestimento campi base per l’ottimizzazione della gestione delle risorse umane.

"Sono 23 al momento gli imprenditori che hanno inteso aderire all'invito dell'ANCE trevigiana, i quali si sono poi consorziati sentendo la necessità di mettere a disposizione le loro competenze per poter contribuire alla ricostruzione e riqualificazione delle zone terremotate in Abruzzo"

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Importante è stato anche l'apporto del CPT per tutte le problematiche legate alla sicurezza che, viste anche le difficoltà oggettive logistiche e territoriali, sarà particolarmente importante, anche alla luce peraltro degli standards raggiunti in questo ambito dalle imprese e, più in generale, dall'associazione di Treviso. La sede operativa del Consorzio, che opererà in loco attraverso un proprio addetto cui spetterà principalmente il compito di monitorare le singole opportunità e collaborare quindi per gli aspetti conseguenti, è stata individuata nella località di San Demetrio, una delle località colpite dal terremoto, e in quell'area verrà allestito il “campo base” che, in una prima fase, potrà contare su una potenzialità di circa 200 persone, pur a fronte di una possibilità lavorativa decisamente ampia. Oltre al Presidente Andrea Prevedello il Consorzio si avvale del vicepresidente Loris Gava, del tesoriere Gianfranco Gallina, dei consiglieri Alberto Armellin, Enrico Bettiol, Massimo Vendramin e Pietro Dottor, nonché del segretario Felice Costa.


Dopo dodici anni, il geom. Renato Errico lascia la Presidenza del Centro Formazione Maestranze Edili ed Affini di Venezia e provincia di ANCE VENEZIA

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opo dodici anni, il geom. Renato Errico lascia la Presidenza del Centro Formazione Maestranze Edili ed Affini di Venezia e provincia. Con l'approvazione del bilancio 2009, si è chiuso infatti un ciclo caratterizzato da un costante sviluppo del numero e del livello dei corsi di formazione offerte, così da essere regolarmente in grado di rispondere alle numerose sollecitazioni provenienti sia da numerose modifiche dell’assetto legislativo sia dal tessuto sociale. In qualità di Presidente del C.F.M.E.A. il geom. Errico – da sempre sensibile ai temi della formazione – si è distinto in ogni circostanza per il proprio equilibrio e per la ricerca del dialogo, ciò che ha contribuito a far compiere alla nostra

Scuola Edile un importante salto di qualità. Negli anni passati alla Presidenza della Scuola Edile, Renato Errico ha gestito l'ente con grandissima competenza, capacità e intelligenza anche nei momenti più difficili, che certo non sono mancati. Oggi il Centro Formazione Maestranze di Venezia è unanimemente riconosciuto quale realtà unita a filo diretto con il mondo delle imprese e per questo in grado di proporre momenti di formazione concretamente utili alla preparazione di personale qualificato, capace di rivestire quel ruolo centrale che sta alla base della qualità stessa dell’impresa. Questa impegnativa eredità viene lasciata al neo Presidente, p.e. Pierluigi Pellegrini, al quale l'Associazione augura buon lavoro. 87


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Giacino e Montagna ospiti di ANCE Verona Costruttori Edili

Marani ANCE Verona: "Dobbiamo mettere un maglione blu per ottenere risorse e far fronte alla crisi che sta mettendo in ginocchio il settore?" di ANCE VERONA

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erona, 29 marzo 2010. Costruttori in maglione blu? Se dobbiamo vestire come la Fiat per ottenere qualcosa, lo faremo, così è pure ora di farsi sentire in piazza! Non ha freni Andrea Marani, Presidente di ANCE Verona Costruttori edili intervenuto alla riunione della sezione di Verona dei costruttori edili. Gli imprenditori della città si sono confrontati con gli amministratori veronesi, in particolare l'assessore all'urbanistica, peraltro vice sindaco di Verona Vito Giacino, e l'assessore all'edilizia privata Alessandro Montagna, sul tema della crisi, di ciò che si è fatto e di ciò che si può

fare a Verona-città per dare una svolta alla situazione. Con l'occasione l'assessore Giacino ha presentato in anteprima ai Costruttori la bozza del Piano di Interventi del Comune. “Con la crisi edile si sono già persi ottomila posti a Verona – ha affermato Marani, alla vicepresidenza ANCE dallo scorso anno – per ridare fiato all'economia, noi non godiamo della pretestuosa cassa integrazione, servono poche regole certe di facile controllo, meno burocrazia assurda e un processo di accreditamento per le imprese di costruzioni. Ora al registro delle imprese chiunque si può iscrivere, con

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il disegno di Legge portato in parlamento dall'Onorevole Stradella, proposto da ANCE, il cui iter sto curando personalmente. Per fare il costruttore si dovrà superare un esame e avere determinate caratteristiche”. Molti altri punti e allarmi sono stati lanciati, anche ai partecipanti. Unanime e preoccupata la voce dei tre delegati di zona su Verona, Renzo Begalli, Damiano Bellè e Attilio Lonardi, che hanno ribadito la disponibilità di ANCE a fare squadra con l'amministrazione per poter agevolare l'azione delle imprese e semplificare il lavoro degli uffici tecnici comunali: “è un vantaggio per tutti – hanno detto – semplificare l'iter di approvazione di una pratica e ridurne i tempi, non solo per le aziende, ma anche per il Comune, al quale si anticipa l'incasso del contributo di costruzione”. Fermo restando il commento positivo sull'operato dell'amministrazione Tosi, fino ad ora, i delegati della sezione scaligera di ANCE Verona hanno sottolineato l'esigenza di arrivare ad ottenere il permesso per costruire in un paio di mesi, per dare tempi certi alle imprese serie, che non sono società immobiliari nate dalla sera alla mattina, ma azienda che impiegano dipendenti anche se i progetti sono fermi sulla scrivania di qualche impiegato comunale. Altro punto dolente sottolineato dai tre, è la necessità che l'amministrazione veronese si affidi maggiormente ad imprese locali per la realizzazione di opere pubbliche: a giudicare dai Durc concessi, pare che una metà dei lavori appaltati sia destinata ad imprese provenienti da altre province. “Sono problemi che sentiamo veramente nostri – ha risposto l'assessore all'edilizia privata Alessandro Montagna – ed è più di due anni che sostengo che si debba istituire una sezione per le imprese edili nel registro delle imprese, per combattere la concorrenza sleale, 90

ma anche per garantire maggiore sicurezza e rispetto delle regole. Quanto ai disagi e ai tempi degli uffici tecnici, in Comune a Verona siamo all'agibilità in tempo reale per gli immobili fino a sei appartamenti. Certo, però, che il tempo reale dipende molto dalla regolarità dei documenti presentati. Buona parte dei tempi di concessione delle pratiche dipende dalla capacità di professionisti di presentarle correttamente”. Un j'accuse pesante ai liberi professionisti portato avanti con convinzione da Montagna, che ha anche proposto di arrivare ad individuare i compensi dei progettisti e professionisti in funzione del tempo impiegato nel portare a termine la pratica. Molto caustico Montagna anche nei confronti della legge italiana che “consente a chiunque di ricorrere sull'operato altrui. Il mio ufficio è spesso e volentieri occupato dalla Procura della Repubblica, riceviamo decine di ricorsi, spesso ingiustificati che bloccano completamente l'iter della pratica oggetto del ricorso”. Molto pragmatico anche l'intervento di Giacino che ha portato i dirigenti del settore urbanistica per l'anticipazione ai presenti della bozza del Piano degli Interventi del Comune. “Per il settore dell'edilizia si può fare certamente di più, - ha affermato Giacino, ma qualcosa è stato fatto: dall'approvazione dei Pat, l'approvazione della concessione all'Iveco, al Quadrante Europa in tempi record, l'accordo per la Caserma Passalacqua...”. Importante – secondo Giacino – è la partnership tra pubblico e privato: “il Comune di risorse non ne ha, ma può fare da mediatore e realizzare importanti accordi di programma che possano raccogliere le risorse necessarie, come è successo per la Passalacqua. Per il progetto di ristrutturazione, la presenza di un privato, ci ha permesso di portare a casa 10 milioni di euro di finanziamento regionale”.


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Con “LavoroSicuro” le imprese migliorano la gestione della sicurezza di ANCE VICENZA

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estire la sicurezza nei luoghi di lavoro con procedure in grado di ridurre notevolmente il rischio infortuni: è questa la mission di LavoroSicuro, il progetto di Confindustria Veneto, parzialmente finanziato dall’Inail regionale che, nell’edizione 2009 (da poco conclusasi) ha visto l’adesione di 60 imprese venete, di cui 30 vicentine. Giunto alla sua terza edizione – e prossimo a ripartire con un nuovo gruppo di imprese – LavoroSicuro in questi tre anni di vita ha attestato la gestione della sicurezza di circa 200 imprese venete, molte delle quali del settore delle costruzioni. Tra i settori che più investono in LavoroSicuro, quello edile: “Operare nei cantieri è di per sé più difficile rispetto ad un tradizionale sito produttivo, in quanto nei cantieri bisogna anche prevedere la presenza di tanti fattori esterni – afferma il past president della Sezione Costruttori Maurizio Trentin. “Da qui il nostro impegno a portare sul campo regole e procedure sempre più efficaci. La nostra Sezione, consapevole dell’utilità dei sistemi di gestione della sicurezza, ha stabilito, d'intesa con le organizzazioni sindacali, l'erogazione di un contributo, tramite la Cassa Edile, alle aziende della Sezione intenzionate ad applicare il sistema Sgs Lavoro Sicuro. Un settore, quello dell’edilizia, che proprio per le sue caratteristiche di cantiere, è più esposto di altri ai rischi di infortuni sul lavoro: da qui, la massiccia

Le imprese con “LavoroSicuro” Imprese edili di Confindustria Vicenza che hanno concluso il progetto lavoro sicuro regionale (con contributo INAIL) nel 2007: Socotherm, Impresa Paolin, Tomasi Costruzioni edili. Imprese edili di Confindustria Vicenza che hanno concluso nel 2008-2009 lavoro sicuro regionale (con contributo INAIL): Costruzioni edili Buzzaccaro, Ilesa, Carta Isnardo, Impresa costruzioni Tamiozzo, F.lli Munaretto.

adesione dell’industria vicentina delle costruzioni a implementare sistemi attivi e capaci, come quelli predisposti da LavoroSicuro”. “Come in passato, siamo e saremo sempre più impegnati per promuovere sistemi di gestione della sicurezza all’interno delle nostre aziende” afferma Gaetano Marangoni, al quale Maurizio Trentin ha passato di recente il testimone alla guida della Sezione di Vicenza. “L’ottica è quella di un approccio preventivo, come delinea LavoroSicuro, attraverso misure e azioni che coinvolgono tutti i lavoratori dell’azienda”. “L’efficacia di LavoroSicuro sta nella sua impostazione operativa, capace di offrire alle aziende numerosi e qualificati esempi e fac-simili. In questo senso si differenzia da altri sistemi qualità, quali ad esempio le Iso 9000. L’accertamento dell’applicazione del sistema LavoroSicuro avviene tramite semplici audit di validazione snelli e poco costosi, gestiti dallo staff tecnico di Confindustria Veneto”. Ma come è nato il progetto Lavoro Sicuro? Qualche anno fa UNI e INAIL, con il coinvolgimento dell’ISPELS e delle parti sociali più importanti, tra cui Confindustria, hanno costituito un gruppo di lavoro che ha portato alla condivisione delle linee guida UNI-INAIL per la realizzazione di un sistema di gestione della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Da questo documento, successivamente, Confindustria Veneto ha realizzato la Guida operativa denominata appunto “LavoroSicuro”, per favorire nelle piccole e medie imprese l’introduzione volontaria di questi strumenti di prevenzione. Le aziende che fin qui hanno adottato le procedure di LavoroSicuro hanno ottenuto significativi vantaggi, aumentando il loro livello di sicurezza e migliorando l’immagine aziendale, e hanno avuto accesso ai finanziamenti Inail, abbattendo i costi diretti e indiretti legati alla prevenzione sulla sicurezza. 93


Promossa dalla sezione Costruttori Edili di Confindustria Belluno Dolomiti

Appalti pubblici: nuove norme e affollamento nelle gare. Una giornata di informazione per non rischiare l’esclusione dalle gare. di ANCE BELLUNO

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elluno, 15 aprile 2010. La sezione Costruttori Edili di Confindustria Belluno Dolomiti organizza un incontro dedicato alle aziende del settore e alle stazioni appaltanti sul problema sempre vivo delle norme da rispettare quando si partecipa alle gare pubbliche. Al centro del dibattito soprattutto la recente “Determinazione 1/2010” che, oltre ad affrontare il tema dei subappalti, offre utili indicazioni sull’interpretazione della normativa che regola i requisiti per la partecipazione alle gare pubbliche riassumendone le "cause di esclusione dalle gare", alla luce delle modifiche introdotte dalla legge n. 94/2009 e dal decreto-legge n. 135/2009. A fronte di un mercato decisamente fermo e quindi all’aumento di partecipanti per ogni singola gara e alle continue modifiche alla normativa in tema, diventa sempre più importante la perfetta conoscenza di tutte le cause che possono portare all’esclusione di un’azienda da una gara. “L’aggiornamento, in una situazione del genere – commenta Ezio De Pra, Presidente della Sezione Costruttori Edili di Confindustria Belluno Dolomiti – diventa davvero vitale. Il 2010 sarà forse l’anno peggiore, in attesa di una ripresa che tarda e nessuno può permettersi leggerezze o errori che peserebbero sul business in maniera rilevante. Non dimentichiamo la forte riduzione del numero di appalti di opere pubbliche nella nostra provincia e del forte taglio agli investimenti che non lascia

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intravedere un miglioramento a breve. Inutile ricordare che la nostra “mission” di imprenditori è quella di lavorare e non di rincorrere norme penalizzanti ed una burocrazia asfissiante; potremmo così meglio valorizzare l’ingente capitale umano e sociale che abbiamo nelle nostre imprese, evitando che si manifestino situazioni di crisi con relativo impatto sociale.”

L’incontro si svolgerà il 12 maggio 2010, a partire dalle 9,30 al Park Hotel Villa Carpenda, in Via Mier 153 a Belluno Relatori della giornata saranno: EZIO DE PRA Presidente Sez. Costruttori Edili – ANCE Belluno ANTONIO BARATTIN Presidente Centro Studi Bellunese ROBERTO TRAVAGLINI Dirigente Ass. Industriali di Vicenza ENRICO E ALBERTO GAZ Avvocati Per informazioni segreteria della Sezione Costruttori, Sig.a Anna Durigon 0437.951229


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Incontro del Ministro Matteoli con l'ANCE Padova

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n vero faccia a faccia quello svoltosi presso la sede di ANCE Padova il 18 marzo scorso tra il Ministro Altero Matteoli ed i costruttori padovani. Presente anche il governatore uscente della Regione del Veneto Giancarlo Galan, l’incontro si è svolto davanti ad un attento e numeroso parterre, composto, oltre che da imprenditori, anche da parlamentari locali. Il responsabile del dicastero delle Infrastrutture ha risposto alle numerose domande poste dal Presidente di ANCE Padova ing. Tiziano Nicolini, manifestando aperture al confronto e sottolineando che "non c'è stata una decisione adottata dal Ministero senza aver preso in considerazione le vostre istanze". Molti gli argomenti sul tavolo: piano governativo delle piccole opere, riforma delle SOA e del Codice degli Appalti, incentivi alle imprese che si aggregano, prospettive di infrastrutturazione del Veneto. In particolare l'ing. Nicolini ha posto in evidenza l'esigenza di elevare da 500.000 euro a un milione di euro la soglia per l'affidamento dei lavori con procedura negoziale e da un milione di euro a 2 milioni 500.000 quella per l'individuazione delle anomalie nell'offerta. Matteoli dal canto suo ha dichiarato la disponibilità a valutare le proposte, mentre sul piano delle risorse finanziarie ha ribadito la scarsa dotazione (400 milioni di euro) a disposizione per rilanciare il piano governativo delle piccole opere. 95


Efficienza energetica e risparmio energetico secondo Schneider Electric Il reale significato dell’efficienza energetica e le modalità per una sua attuazione non sono ancora una conoscenza diffusa. Cominciamo col fare chiarezza sui due approcci che in Schneider Electric vengono definiti rispettivamente di Efficienza Energetica Passiva (Passive Energy Efficiency) e Efficienza Energetica Attiva (Active Energy Efficiency). Per molti il concetto di controllo dei consumi energetici ruota intorno ai fattori termici dell’edificio, con interventi quali l’isolamento, la posa di doppi vetri e altre misure contro la dispersione di calore. Per altri la parola chiave è invece l’illuminazione, spesso limitando il tutto all’installazione di sistemi a basso consumo. Infine, per chi ha bisogni importanti in termini di riscaldamento la soluzione consiste nella scelta di caldaie efficienti. Quelle elencate sono tutte contromisure passive perchè non intervengono sull’effettivo risparmio dell’energia consumata. Diversamente l’Efficienza Energetica Attiva (Active Energy Efficiency) si ottiene non solo installando dispositivi e strumenti a basso impatto energetico, ma anche con un controllo degli stessi, che permetta di ottimizzare il consumo energetico; il controllo e monitoraggio è fondamentale per ottenere il massimo livello di efficienza energetica, ad esempio, per quel che riguarda l’illuminazione, questo può avvenire tramite temporizzatori, crepuscolari, rilevatori di movimento, presenza e/o luminosità. È facile comprendere come interventi per automatizzare impianti che permettano di misurare, controllare e analizzare l’utilizzo dell’energia, offrano risultati concreti nel tempo ad un costo relativamente modesto, se comparati anche ai costi ed investimenti in competenze tecniche necessarie a gestire in sicurezza soluzioni nel solo perimetro termico. La maggior parte delle soluzioni di controllo possono essere ammortizzate in pochissimi anni, dati i costi sempre crescenti dell’energia.

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Un ulteriore elemento che spinge ad implementare piani di Active Energy Efficiency è il rispetto, sempre più pressante, degli obiettivi fissati dal protocollo di Kyoto: nel settore dell’edilizia ad esempio è certo che, se non si interverrà energeticamente anche sugli edifici esistenti, oltre che sui nuovi, sarà impossibile raggiungere gli obiettivi entro il 2020.

www.schneider-electric.it

L’Unione Europea ha ratificato il Protocollo di Kyoto nel 2002 e si è impegnata a ridurre le emissioni di gas effetto serra dell’8% riducendo le emissioni di CO2 del 20% entro il 2020. La domanda crescente di energia, l’inquinamento del pianeta e il riscaldamento derivante dalla produzione e dall’uso della stessa energia impongono a tutti di affrontare la sfida energetica. Grazie alla sua esperienza e competenza Schneider Electric è in grado di offrire ai propri clienti un approccio veramente integrato all’Efficienza Energetica attiva, mediante prodotti, servizi e soluzioni per i settori industria, infrastrutture, terziario, residenziale e data center, che consentono di ridurre fino al 30% i consumi di energia elettrica. Non si può fermare la crescita del fabbisogno di energia della popolazione mondiale, ma si può cambiare il modo di utilizzarla. Affrontiamo insieme la sfida energetica.

Trasporti 27 %

Residenziale 16 %

Commerciale 8%

Industria 49 %

49 % Riscaldamento locali 16 % Riscaldamento acqua 7 % Illuminazione 7 % Raffreddamento 5 % Refrigerazione 5 % Cottura Combustibile 4 % Elettronica 62 % 4 % Lavaggio/Asciugatura 3 % Altro Elettricità 38 %

23 % Riscaldamento locali 17 % Illuminazione 10 % Riscaldamento acqua 8 % Raffreddamento 6 % Elettronica 5 % Refrigerazione Combustibile 4 % Ventilazione 50 % 4 % Cottura 23 % Altro Elettricità 50 %

40 % Calore Processo 27 % Caldaie 13 % Sistemi a motore 5 % Riscaldamento edifici 4 % Illuminazione e altro 4 % CHP Combustibile 2 % Raffreddamento processo 9 % Altro 85 % Elettricità 17 %

Percentuali di consumi energetici che mostrano le aree chiave dell’utilizzo di energia divise per tipo.


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EST Edilizia Sviluppo Territorio numero 8