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Nov / Dic 2010

Anno II

Poste Italiane spa - spedizione in abbonamento postale - D.L.353/2003 (conv.in L. 27/02/2004 n.46) art.1, comma 1, CNS VI

12

Il Veneto e l’acqua Il Teatro

Le due facce dell’alluvione. Il problema è globale, l’approccio è locale

Il Mercato

L’Italia costruisce sostenibile

Il Cantiere

Efficienza a Nord Est. Il sistema delle Scuole Edili


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EST

indica un territorio reale come il Veneto di oggi e ideale come il Veneto che vogliamo

EST

segnala una direzione, verso oriente, verso un’area destinata allo sviluppo e a cui l’economia del Veneto da sempre guarda e che si va allargando a Nord come a Sud

EST

vuol dire essere, esserci per essere protagonista

EST

afferma il ruolo dell’edilizia quale motore dell’economia

EST

è la rivista del mondo delle costruzioni promossa da ANCE Veneto e dalle Associazioni Provinciali

Edilizia Sviluppo Territorio UN TERRITORIO DA ESPLORARE EST è un progetto culturale che si declina in un percorso guidato e che ha come riferimento un’idea, o meglio un’idealità. Un territorio ideale che ha nelle sue città la sua forza. Un percorso che vuole richiamarsi al Rinascimento e che trova in luoghi simbolici la propria sostanza. Così si entra da una Porta (Editoriale) e si arriva in un Teatro (In primo piano), dove ci si rappresenta e ci si confronta attraverso un tema (In scena), Gli attori (la politica) e il Dietro le quinte (i commenti dei tecnici). In coda l’anticipazione sul tema in scena nel prossimo numero: In cartellone e, a volte, la possibilità di approfondire temi trattati nei numeri scorsi ne La replica Si attraversano un Labirinto (L’inchiesta), il Palazzo comunale (l’indagine sui comuni del Veneto) e La torre (osservatorio). Si attraversa La Piazza (Gli articoli di approfondimento): luogo del confronto e delle idee per nuove tematiche. Ci si ferma a riflettere sul Mercato (focus economico) e ad ammirare da un Belvedere (inserto architettura) le opere che verranno, siano esse case, viadotti, scuole, ospedali. Si riparte dalla complessità del Cantiere con i suoi materiali, le macchine, la tecnologia e le innovazioni. Il percorso si chiude con nuove notizie, strumenti per approfondire le conoscenze attingendo alla Biblioteca e si conclude con l’informazione “locale” scandita dai rintocchi del Campanile (ANCE news), in attesa del prossimo viaggio…


Editoriale La deriva della politica e il ruolo dell’ANCE

di Stefano Pelliciari Presidente ANCE Veneto

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Credo sia opportuno, in questo periodo, riuscire a mantenere la calma. L’anno appena iniziato, il 2011, sarà un anno drammatico per molte imprese e per molti collaboratori delle imprese, dipendenti e professionisti. Però, secondo me, sarà l’anno della svolta, sarà l’anno che, per il nostro settore, segnerà il passaggio da un epoca ad un’altra, ad un modo nuovo e diverso di fare impresa. Non sono in grado di capire e prevedere né come sarà né se sarà migliore o peggiore di prima. Forse sarebbe interessante analizzare come e perché siamo arrivati fin qui passando per il dopoguerra, l’industrializzazione, il boom economico, la violenza sul territorio, l’evasione fiscale, la fatica, il lavoro, le soddisfazioni mentre, soprattutto il nostro settore, sovversionava una classe politica che ha fatto più gli affari propri che il mestiere di governare. Di fatto, dal dopoguerra, l’Italia è stata governata dall’accordo, più o meno sottobanco, tra la maggioranza cattolica e l’opposizione Comunista che ha prodotto il grande debito pubblico che conosciamo e, ancor peggio, la convinzione di larga parte della popolazione che fosse sufficiente garantire un certo voto per aver diritto, non tanto al lavoro, quanto allo stipendio. Poi è arrivata tangentopoli che ha massacrato la classe politica ma ci ha lasciato tutti i problemi che avevamo: il debito pubblico, una burocrazia costosa, ottusa e inefficiente, una scuola che non funziona, larghe parti del Paese in mano alla criminalità organizzata, una grande carenza infrastrutturale, e, in più, una magistratura che non è disposta a riformare se stessa. Come è noto Tangentopoli non ha inciso solo sulla politica ma anche, e pesantemente, sulle imprese del nostro settore: alcune sparite altre si sono drammaticamente indebolite. Nel resto di Europa succedeva il mercato faceva crescere e rafforzava le imprese, che, tra l’altro, occupavano gli spazi lasciati liberi dalle imprese italiane nei mercati. Oggi le imprese straniere sono sempre più in Italia anche per occupare gli spazi di mercato nazionale. Poi è arrivata la crisi che, però, per noi italiani è sostenuta da due fattori: la crisi internazionale e la ormai cronica crisi strutturale del sistema Italia. Dobbiamo sperare che l’economia globalizzata riesca a superare la crisi internazionale ma dobbiamo, anche


e soprattutto, superare la crisi nostra, quella italiana, quella che la crisi internazionale ha solo evidenziata, quella che dipende dall’incapacità della nostra politica, di destra e di sinistra, di fare le riforme, di abbattere drasticamente i costi della pubblica amministrazione, di rendere più agevole lavorare in questo Paese, di premiare, a scuola e sul lavoro, chi lo merita anziché chi vota Tizio o Caio. Nel momento peggiore della crisi è il momento di occuparci, finalmente, non del passato ma del futuro. Questa è una funzione della politica, ovviamente, ma è evidente come la nostra politica, tutta la nostra politica, sia bloccata, ingessata, incapace di visione, incapace di uscire dagli schemi nei quali si è messa da sola, di cambiare, di prendersi responsabilità. La Politica ha paura. Ha paura di perdere il consenso, di perdere le remunerazioni economiche e i privilegi, ha paura di perdere il posto di lavoro. La Politica, in Italia, è diventata un ammortizzatore sociale con i lavoratori socialmente utili e nella politica vivono, pagati da noi, migliaia di persone, nella maggior parte prive di qualsiasi professionalità, che hanno tutti, concordemente, l’obbiettivo di mantenere il posto di lavoro. Ma se crediamo nella democrazia dobbiamo, usando gli strumenti della democrazia, cambiare questa politica: questo significa pensare al futuro nostro e, soprattutto dei propri figli nostri e dei politici che, se le cose continueranno così, di futuro, in Italia, ne avranno ben poco. Questo giornale, però, non è un organo della politica ma una rivista che vuole concorrere a rappresentare gli interessi di una categoria economica: i costruttori, in particolare, veneti. I costruttori, badate bene, assieme ai loro collaboratori, con i professionisti, con i fornitori, con tutti coloro che dal settore delle costruzioni traggono il motivo di lavorare, di produrre, di studiare e che rappresentano, quindi, una fetta importante nell’economia e della società civile. Da questo giornale, quindi, il mio appello ai costruttori veneti che questo giornale hanno voluto e, con sacrifici, creato. L’appello è questo: noi costruttori, almeno noi, non dobbiamo sottrarci alle nostre responsabilità. Siamo, certamente, una categoria fondamentale per lo sviluppo economico e sociale dei territori in cui viviamo: noi costruiamo le strade, le case, le scuole, noi possiamo impedire i gravi danni causati

dalle calamità naturali: senza di noi qualsiasi società regredisce inesorabilmente. Da qui deriva la nostra forza e la nostra responsabilità. E, nel momento in cui la politica, quella buona, sembra non riuscire ad uscirne, dobbiamo aiutarla utilizzando lo strumento più efficace di cui disponiamo: l’Associazione di categoria, l’ANCE. E, l’aiuto più efficace, lo possiamo dare se siamo, oltre che forti per ruolo e dimensione economica anche forti perché coesi, seri, affidabili. Dobbiamo rifuggire dalle tentazioni proprie della politica decadente dei giorni nostri: nessuno di noi, come nessun politico, deriva la propria capacità di rappresentanza dall’occupare una sedia, una posizione. Chi di noi è disponibile ad assumere ruoli di rappresentanza non deve, mai, dimenticare che di rappresentanza, appunto, si tratta. Rappresentanza di interessi di altri non dei propri. È oggettivamente ridicolo ma anche scorretto chi anela i ruoli associativi esclusivamente per ambizione personale: costui non farà mai bene il suo mestiere nell’Associazione. Da tempo io sono convinto che la nostra Associazione debba cambiare, debba darsi regole diverse per evitare, appunto, che i ruoli di rappresentanza vengano coperti da chi non è in grado di rispettare questo mandato, appunto, di rappresentanza. Forse, un po’ alla volta, anche noi siamo caduti nei difetti della politica e stiamo diventando sempre più autoreferenziali: dobbiamo urgentemente cambiare e, per cambiare, l’Associazione ha bisogno di tutti. Tutti nel loro ambito di influenza devono occuparsi dell’Associazione, rifuggire chi chiede o addirittura pretende le deleghe di rappresentanza, vigilare sulla qualità e serietà di chi le rappresenta. E pretendere il rispetto di poche regole comuni e la coesione nel raggiungimento di obbiettivi democraticamente condivisi da parte dei rappresentanti delegati. Questo appello lo faccio adesso, alla conclusione del mio mandato come Presidente di Ance Veneto, auspicando che, da questo passaggio, Ance risulti rinforzata anziché indebolita e rinforzata perché coesa nelle scelte della persona più adatta a succedermi anche al di fuori di assurdi schemi di appartenenza o di altro tipo con l’unico obbiettivo che risulti vittoriosa la nostra Associazione e non singole persone che si propongono di imporre scelte non condivise.


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Nov / Dic 2010 Anno II Numero

Edilizia Sviluppo Territorio

Il Veneto e l’acqua

Il tema del momento sul palcoscenico di EST

IL FARO

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Giunta regionale sotto la lente

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Le due facce dell’alluvione. Il problema è globale, l’approccio è locale

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Fra Terra e Acqua

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I soldi sono pochi. Ma più si aspetta più ne serviranno Servono 200 milioni l’anno per mettere in sicurezza il territorio

28

Bisogna scegliere. Completare l’idrovia Padova-Venezia sarebbe un contributo enorme • Intervista all’esperto Luigi D’Alpaos

31

Un progetto per la compatibilità ambientale

32

Vicenza, città simbolo dell’alluvione. Le soluzioni tampone e gli interventi in programma • Intervista al Presidente della Provincia Attilio Schneck

36

Protezione civile, la gestione dei momenti critici • A colloquio con Mariano Carraro, Vicario del commissario per l’emergenza alluvione Luca Zaia

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«Bonifica idraulica non più prorogabile» • Intervista a Maurizio Conte, Assessore ambiente programmazione ambientale e tutela del suolo

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Prevenzione, gli interventi in atto possono ridurre le esondazioni Mazzacurati: come il Mose favorisce il deflusso dei fiumi in laguna.

IL TEATRO In Scena

Gli Attori

Dietro le quinte

12


46

Le età di un palcoscenico senza età

IL BELVEDERE

46 Le età di un palcoscenico senza età La nuova vita di un vuoto urbano

Il Focus dedicato all’architettura

52 Costruire sostenibile tra locale e globale • Intervista a Patrizia Valle, architetto

ANCE VENETO

LA PIAZZA

56 Gli agricoltori, il primo baluardo contro le inondazioni

Libere opinioni

• Intervista al Presidente regionale Coldiretti Giorgio Piazza e a Guidalberto di Canossa, Presidente di Confagricoltura Veneto

ASSOCIAZIONE REGIONALE COSTRUTTORI EDILI

EST Edilizia Sviluppo Territorio

60 Ridurre il dissesto idrogeologico è possibile

• Intervista a Michele Bertucco, Presidente di Legambiente Veneto

Proprietà Editoriale

ANCE Veneto Piazza De Gasperi Alcide, 45/A 35131 Padova (PD) info@anceveneto.it

Editore

S.I.C.E.T.A. S.r.l. Via Bonifacio, 8 31100 Treviso

62 Una villa (veneta) da star

• Intervista ad Alessandro Proto, titolare dell’omonima rete di consulenza finanziaria e immobiliare

IL LABIRINTO Interrogativi, polemiche... troviamo l’uscita

64 72

Direttore Responsabile Zelio Pirani

Direttore Editoriale

Alfredo Martini

IL MERCATO

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Le soluzioni per essere competitivi

78

Redazione

A cura di Strategie & Comunicazione est@strategiecomunicazione.com

Progetto Grafico e impaginazione Aurora Milazzo

Stampa

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IL CANTIERE

82

L’innovazione e i materiali

LA BIBLIOTECA Recensioni, segnalazioni, news

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IL CAMPANILE ANCE Informa

60

90

Il popolo migratorio Un progetto a favore dell’integrazione L’Italia costruisce sostenibile In 705 Comuni la parola d’ordine è efficienza energetica La sostenibilità in edilizia nel Veneto Efficienza a Nord Est. Il sistema delle Scuole Edili www.3viso.it • Il vetro e la sua avventura • A Treviso apre il primo baby facebook • Cortina e Slow-Ski nuova moda dell’inverno ANCE Padova, ANCE Verona e ANCE Venezia

Ridurre il dissesto idrogeologico è possibile


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Il Faro: uno sguardo costante sulle attività del Governo Regionale di cui monitorare gli impegni presi rispetto alle principali questioni di interesse dell'industria delle costruzioni. Ogni numero illuminerà i lettori sui progressi fatti e sui punti ancora da sviluppare. Luca Zaia ha stravinto le elezioni con quasi mezzo milione di voti in più del suo predecessore Galan, ha messo insieme il nuovo governo del Veneto a tempo di record, parte con un tasso di gradimento stellare, l’80 per cento, secondo un sondaggio da lui stesso citato nel discorso programmatico di insediamento davanti al parlamento regionale. Un discorso ricco di citazioni alte, di richiami ai valori, di “orgoglio veneto” e di aperture a tutte le forze, politiche, economiche e della società civile, per fare insieme le molte cose che ci sono da fare. La visione è chiara e condivisa: la crisi greca ci ha ricordato in modo drammatico quali siano le conseguenze di una sussidiarietà irresponsabilmente generosa: comportamenti viziosi non sanzionati portano alla rovina tutti e distruggono la ricchezza creata con fatica dai comportamenti virtuosi. Per dirla come il ministro Renato Brunetta, abbiamo inventato un sistema che premia le cicale e punisce le formiche. E ora dobbiamo rapidamente cambiare registro. Stabilito una volta per tutte che su questo la pensiamo esattamente come Zaia, proviamo a entrare nel merito degli impegni presi dal nuovo governatore per fare del Veneto uno dei motori dell’Europa che marcia sulla strada della crescita e del federalismo. Con una raccomandazione che speriamo il governatore voglia accogliere con la concretezza e la cultura del fare che ha mostrato di possedere da ministro: per qualche anno, diciamo almeno un paio, metta nel cassetto i sondaggi e metta dei paletti alla ricerca del consenso di tutti, che va giustamente ricercato, ma poi bisogna decidere anche contro l’interesse di qualcuno per fare quello di tutti. Abbiamo gli stessi obiettivi. ANCE Veneto ha scritto nel “Patto per il Veneto del futuro”, un documento pubblicato subito prima delle elezioni, di un Veneto “modello globale di sviluppo e sostenibilità” e ha messo ai primi punti delle cose da fare per conseguire questo obiettivo la riforma dello Statuto regionale. Esattamente come Zaia nel suo discorso programmatico. Proviamo in questa pagina ad entrare nel dettaglio impegnandoci a una verifica puntuale e costruttiva dell’azione del nuovo governo regionale proprio nella visione di un sistema di imprese – quello delle costruzioni – che si propone come “consulente tecnico” che può affiancare l’amministrazione per aiutarla a raggiungere i suoi obiettivi di crescita e sviluppo. 12


Statuto e patto di stabilità

IL FARO

Un nuovo Statuto regionale è uno degli obiettivi di questa legislatura il cui conseguimento misurerà la capacità del Veneto di fare efficacemente “lobby” a livello nazionale e internazionale. Uno degli obiettivi condivisi che si vogliono conseguire con il nuovo Statuto è una riformulazione del patto di stabilità interno fondato sul principio di responsabilità e capace di declinare l’autonomia federale fino al livello delle amministrazioni comunali. Su un punto sono tutti d’accordo, la maggioranza che governa l’Italia e molti esponenti delle opposizioni, bisogna inventare un sistema che premi gli amministratori locali virtuosi, consentendogli di continuare a “spendere bene” come hanno mostrato di saper fare e punire quelli viziosi, che hanno speso male – cioè hanno distrutto ricchezza – togliendogli le risorse. È sul come si raggiunge questo obiettivo che si misurerà la politica regionale. Magari accogliendo la proposta di ANCE Veneto di legittimare la figura del costruttore/promotore, vale a dire imprese radicate, che conoscono il territorio e che possono interloquire e collaborare con le amministrazioni avanzando proposte di riqualificazione e sviluppo delle città e del territorio. Vediamo invece un rischio nella ricerca del consenso e dell’unanimismo a tutti i costi e nel coinvolgimento di tutti gli enti territoriali in tutte le scelte generali della Regione. Francamente, almeno in questa fase, il pericolo di un nuovo “centralismo regionale” evocato da Zaia ci sembra abbastanza remoto. Sarà un happy problem una volta costruita una regione forte, padrona delle sue scelte economiche e finanziarie. Zaia aveva chiesto nel discorso di insediamento un nuovo regolamento d’aula entro i primi cento giorni. Ma la materia è di esclusiva competenza del Consiglio regionale e la proposta di revisione non ha ancora iniziato l’esame in Commissione. Per lo statuto invece la scadenza di Zaia per averne uno nuovo è fine anno.

Efficienza energetica È questo il vero test della sensibilità ambientale del nuovo governo del Veneto, una sensibilità da declinare con il verbo fare e non con il non fare della Val di Susa. È l’opportunità di dimostrare concretamente come l’impegno ambientale può essere un potente motore di crescita. Il Veneto parte avvantaggiato. Tra le regioni italiane è uno dei casi avanzati nell’introduzione delle certificazioni energetiche degli edifici pubblici e privati. Ha i numeri per diventare una case history europea, un modello simile a quelli scandinavi e nord europei a cui guardano i governi di tutto il mondo. Serve una spinta in più a un sistema di imprese che è probabilmente in Italia già il più sensibile e orientato all’efficienza energetica. Cosa serve? Incentivi al risparmio energetico che si inseriscano nel Piano Casa, normativa regionale per la certificazione, incentivi e linee di credito dedicate alla riqualificazione energetica degli edifici pubblici, premialità. Non ci sono aggiornamenti.

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Sburocratizzazione È il grande obiettivo “interno” della riforma dello Statuto. Così come è il grande obiettivo del governo nazionale annunciato pochi giorni fa agli imprenditori riuniti a Santa Margherita Ligure dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Un disboscamento che deve iniziare dalla stessa Regione per proseguire sfoltendo tutti i rami della pubblica amministrazione locale. La burocrazia non viene eletta, ma fa comunque parte del territorio, può svolgere un ruolo positivo non solo ritirandosi, ma anche mettendo la sua esperienza e la sua conoscenza dell’ostruzionismo al servizio di un governo che voglia fare invece di frenare. Nella lotta alla burocratizzazione occorre un po’ di ”astuzia della ragione”. Non si può immaginare la burocrazia locale (e quella nazionale) solo come una specie di parassita da eliminare con il DDT. Bisogna individuare le risorse migliori, le competenze e portarle dalla propria parte premiando, anche qui, i virtuosi - stessa logica che si intende applicare agli amministratori - e punendo i viziosi. E soprattutto eliminare il sistema delle convenienze che alimenta l’ostruzionismo burocratico, iniziando magari anche dalle imprese: chi vive di contenziosi, di ricorsi, di quella che il ministro Maurizio Sacconi chiama la litigiosità temeraria deve essere individuato, emarginato e possibilmente sanzionato. Il vicepresidente Marino Zorzato sta lavorando alla cura dimagrante della burocrazia regionale.

Infrastrutture e competitività Sono due voci che non si possono separare. La competitività di un territorio è fatta di tutti quei fattori di efficienza e di risparmio sui costi che sono esterne all’impresa, infrastrutture quindi, materiali e immateriali. Alta velocità ferroviaria, sistema ferroviario metropolitano regionale, viabilità primaria ma, nel Veneto, anche se non soprattutto, secondaria. Ma anche ricerca, sistema universitario raccordato con quello delle imprese. Capacità di confrontarsi non solo con il governo centrale, ma anche a livello internazionale, sulla realizzazione dei Corridoi Europei 1 e 5. Il tutto deve essere funzionale a una crescita ordinata e efficace allo sviluppo delle città – innanzitutto la grande area metropolitana di Venezia – e delle aree industriali. è vero che in passato la crescita è stata disordinata e priva di un disegno organico, però è anche fondamentale sottolineare che di crescita stiamo parlando, non di ritorni a immaginarie bucoliche età dell’oro. Il Veneto ha come benchmark la Baviera, non la Carinzia. In questa ottica, in un’ottica di crescita economica – ordinata, rispettosa dell’ambiente e del territorio ma sempre crescita – si colloca il problema della riqualificazione di Porto Marghera. C’è un grande tema di recupero ambientale legato al disinquinamento del territorio veneziano e della laguna. Ma nella cornice di un disegno più ampio che miri alla trasformazione di Porto Marghera in una piattaforma logistica, anzi “della” piattaforma logistica che connette il Mediterraneo all’Europa Nord Orientale. Non ci sono aggiornamenti.

Expo 2015 È una data simbolica. L’Expò di Milano coincide con la conclusione della legislatura appena avviata in Veneto. Tutti sono d’accordo sul fatto che il Nord Est può giocarsi un ruolo da protagonista in questo importante evento internazionale, d’altra parte il Nord Est inizia a Bergamo e, invece, Milano tende a guardare più verso Torino. Oltretutto il tema dell’alimentazione e dell’eccellenza agro alimentare è molto più facile da declinare nel Nord Est che nel vecchio triangolo industriale, a meno che non immaginiamo l’Expò come una versione allargata della sagra del tartufo di Alba. Eppure nessuno per ora riesce a uscire dalla suggestione degli slogan e dei richiami storici e geografici e ad avanzare proposte concrete realizzabili nei 5 anni che ancora mancano. Qui ci vuole un colpo d’ala. Qui Zaia ha l’occasione per volare. Non ci sono aggiornamenti. 14


Il sistema per zona sismica che taglia la testa al toro

Conforme alle nuove

Un unico blocco per la massima semplicità di impiego Il sistema per muratura armata Taurus si basa su un unico blocco (non ci sono pezzi speciali) la cui geometria è stata appositamente studiata per assicurare il corretto sfalsamento dei giunti che, in ogni corso della muratura, vengono sempre a trovarsi in perfetta corrispondenza col centro dei blocchi.

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Le due facce

alluvione

di Stefano caratelli

dell’

Il problema è globale, l'approccio è locale

L

a gestione dell’acqua, sia come risorsa primaria per un mondo che si sta sempre più urbanizzando, sia come forza della natura che sta sperimentando una intensificazione della violenza dei fenomeni atmosferici, è sicuramente una delle grandi sfide dell’umanità nel XXI secolo. Le devastanti alluvioni che hanno colpito Liguria e Veneto nell’autunno del 2010 sono state accompagnate da fenomeni analoghi in Europa centrale e settentrionale. Solo due anni fa Galles e Inghilterra occidentale sono stati devastati da alluvioni violente e improvvise paragonabili a quella del Veneto di Ognissanti nel 2010 per concentrazione e entità dei danni. Le alluvioni hanno due facce. La prima, quella che va sulle prime pagine dei giornali e in televisione, è l’acqua distruttrice, che inonda case, strade e campi, annega persone e animali, interrompe le comunicazioni e i servizi vitali. La seconda, meno visibile ma altrettanto importante dal punto di vista economico e sociale, è quella delle risorse idriche buone e utili che vengono distrutte dalle alluvioni. I danni più importanti e duraturi vengono infatti inferti all’infrastruttura – fatta di acquedotti, canali irrigui, tubature, depuratori, impianti di riciclaggio e depurazione – che produce, sanitarizza, distribuisce e smaltisce l’acqua necessaria per tutte le attività economiche e civili. Ogni territorio ha ovviamente le sue specificità, la sua orografia e le sue vulnerabilità. 17


Ma gli effetti di precipitazioni molto violente e molto concentrate sono più o meno gli stessi in tutte le aree densamente abitate del pianeta. Si tratta quindi di un problema globale, che andrebbe affrontato sulla base di conoscenze e utilizzando procedure e tecnologie avanzate e condivise, in base a standard collaudati con successo e adottati uniformemente. Fanno eccezione quelle aree in cui l’acqua mossa dalla forza della natura può combinare i suoi effetti con l’acqua utilizzata dall’uomo per produrre energie. Bacini idrografici interessanti da importanti impianti idroelettrici, come in Italia il Piemonte e le Alpi occidentali e soprattutto il Veneto e le Alpi orientali. Se è vero infatti che gli invasi delle centrali possono costituire uno strumento utile alla difesa del suolo raccogliendo acque che si scaricherebbero a valle e regolandone il flusso, è anche vero che le esigenze di efficien-

za economica degli impianti, vale a dire la massimizzazione di produzione di elettricità durante tutto l’arco dell’anno, può creare le circostanze per cui gli invasi vanno alleggeriti proprio nel momento in cui si verificano precipitazioni anomale per intensità e concentrazione. Il risultato può essere che all’acqua “naturale” si aggiunga quella “artificiale” degli invasi proprio nel momento sbagliato. In ogni caso, in materia di gestione dell’acqua ci si trova di fronte a problematiche che possono essere affrontate solo in ordine a una gerarchia di obiettivi ben stabilita e con una struttura decisionale efficiente e unificata. Una delle più antiche e efficienti istituzioni in questo campo è sicuramente il Magistrato delle Acque creato all’inizio del XVI secolo dalla Serenissima Repubblica di Venezia. (si veda articolo a pag…)


In scena

Il compito del Magistrato era chiarissimo sin dall’inizio: tutelare la laguna come fondamento dello viluppo economico di Venezia che era fondato su attività portuali, commerciali e produttive legate all’acqua. Il Magistrato doveva gestire le acque fluviali e lagunari subordinando la tutela del territorio di terraferma alla tutela del territorio lagunare. Preservare la risorsa laguna non voleva certo dire conservarla così come era. Fino ad allora si era andati avanti con interventi di idraulica amministrativi e operativi non sistematici. Nei due secoli successivi il Magistrato realizza: l’estromissione delle foci del Piave, del Bacchiglione e del Brenta dalla laguna; l’allontanamento della foce del Po dal bacino di Chioggia; la conterminazione della laguna, cioè la fissazione dei suoi confini con cippi in pietra d’Istria; la costruzione dei murazzi lungo il litorale di Pellestrina per la difesa dalle mareggiate; l’apertura di canali per garantire le rotte commerciali. In pratica il territorio viene ridisegnato sotto la guida di una sola autorità in ordine a esigenze economiche, commerciali, politiche e militari. 19


Esigenze su cui evidentemente si era costruito un solido e duraturo consenso. Che poi tuttavia non andava più negoziato ogni volta che si doveva mettere mano a ciascuna singola opera. Oggi, ma il problema non è solo del Veneto o dell’Italia, la negoziazione permanente del consenso, il moltiplicarsi dei soggetti coinvolti, la conseguente impossibilità di lavorare a progetti di lungo termine, la problematicità di mettere in comune tecnologie e conoscenze, il surplus di produzione normativa e regolatoria e il deficit di interventi concreti, tutto questo rende estremamente problematica ogni azione efficace in materia di opere pubbliche. Nel caso del governo dell’acqua il risultato è che ad ogni emergenza va in scena la replica della totale impreparazione a eventi che si producono con regolarità e il compito di far fronte viene lasciato interamente alle popolazioni locali. In Veneto, a inizio novembre 2010, hanno mostrato ancora una volta di riuscire a muoversi con efficacia come se fossero guidate da una mano invisibile. Solo pochi mesi prima le devastanti alluvioni di Ognissanti la EUWMA, l’Unione europea delle organizzazioni dei singoli paesi preposte alla gestione delle acque, aveva ammesso in una dichiarazione solenne sottoscritta il 22 marzo 2010 a Bordeaux che “interessi divergenti in diverse aree politiche sia a livello europeo che nazionale inibiscono lo sviluppo di una strategia coerente per conseguire la combinazione più efficace di misure da adottare e obiettivi da raggiungere”. Nel sito dell’autorità di bacino delle Alpi Orientali e dell’Adige il semplice elenco degli stakeholder, vale a dire dei soggetti coinvolti che hanno voce in capitolo sulle decisioni da prendere, occupa numerose pagine. Per rimanere in tema idrogeologico: a monte centinaia di soggetti con cui bisogna di volta in volta negoziare ogni singolo intervento, a valle mani nude che, quando piove troppo, scavano nel fango. 20


In scena

Fra Terra e Acqua di Giovanni caniato

L'

estensione territoriale del Comune Veneciarum nel nord-est della penisola, embrione di quella che sarà la Serenissima Repubblica, fino allo scorcio del Trecento era limitata ad un'esigua fascia territoriale lungo le coste altoadriatiche, compresa fra i fiumi Adige a occidente e Isonzo ad oriente. Un territorio anfibio, dominato da acque e paludi, i cui confini dalla parte di terra erano dati dall'incerta "linea di demarcazione" segnata dalle acque del mare che due volte al giorno penetravano in laguna ("fin dove pol ascender el salso"), oltre la quale era l'Impero, poi i comuni e le signorie, retti da ordinamenti di matrice feudale affatto diversi da quelli adottati in laguna. Eppure, già nel primo Duecento, Venezia aveva saputo estendere il suo raggio d'azione e la sua influenza politico-commerciale non solo nell'intero Adriatico, ma anche in gran parte del Mediterraneo orientale. Sorta fra inospitali lagune, costruisce pertanto la sua millenaria fortuna sul mare, operando al contempo nel retroterra continentale non tanto alla ricerca del dominio territoriale diretto, bensì per garantire ai propri mercanti la sicurezza dei transiti lungo le direttrici fluviali che si raccordavano senza soluzioni di continuità ai canali endolagunari. Direttrici, che confluivano verso le bocche portuali marittime, lungo le quali fin dall'alto medioevo si svilupparono le prime comunità organizzate di pescatori e ortolani, di monaci e salinari, di barcaroli e mercanti, colonizzando isolotti, barene e motte emergenti poche decine di centimetri dal livello medio dell’acqua. Una ‘città diffusa’, che consolidò soltanto a partire dal XII secolo il suo centro politico-economico nell’isola maggiore, cioè in Venezia, ma che mantenne inalterate la sua vitalità e le sue funzioni almeno fino all’inizio dell’Ottocento. 21


La militarizzazione della laguna in epoca napoleonica e, soprattutto, la costruzione nel 1846 del ponte ferroviario translagunare marcarono la decadenza delle antiche vie d'acqua – private d’importanza con lo sviluppo dei trasporti su rotaia, cui fecero seguito quelli su gomma con l’inaugurazione nel 1933 del parallelo ponte automobilistico – lungo le quali si erano da sempre dipanati i commerci e ogni attività necessaria alla vita quotidiana del ‘popolo delle lagune’. Liquide strade che lambivano dozzine di isole, piccole e grandi, attrezzate con foresterie, approdi e cavàne per il ristoro e il ricovero di barcaroli, pescatori e mercanti, favorendo lo sviluppo di numerosi insediamenti religiosi nei quali la prevalente vocazione religiosa era intimamente legata al mondo civile e alle attività del settore primario: dove accanto alla vita contemplativa si consolidarono funzioni integrate di natura sanitaria, agricola, ricettiva e militare. L’esigenza di provvedere ad un costante ‘monitoraggio’ dello stato della laguna, dei litorali e dei porti – unica garanzia di sicurezza e indipendenza – suggerì in più riprese l’elezione di commissioni di ‘sapientes’, coadiuvati da tecnici e pratici (“hominibus maris, pedotis, piscatoribus”), le quali precedettero di gran lunga l’istituzione nel 1501 di una magistatura permanente: così sarà, ad esempio, nel 1399, quando vennero nominati per un anno tre ‘savii’ per verificare le condizioni dei litorali di San Nicolò, Malamocco e Pellestrina, o nel 1415 quando ne vennero nominati sei per individuare rimedii al riscontrato interramento del-

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In scena

le bocche di porto. Era prassi consueta assumere testimonianze giurate, soprattutto di pescatori; nel 1663, ad esempio, alcuni anziani muranesi e buranelli ricordano che quarant’anni prima “la laguna era più larga et più fonda” e che a nord di Burano “vi era fondi che vi andavano de’ vasselli grandi, ma adesso è talmente bonito (interrato) che non si può più andar se non con barche picole”. Protesa con i suoi interessi sul mare, Venezia non sembrava – come accennato – particolarmente incline a perseguire il diretto controllo del vicino, turbolento, entroterra; spesso chiamata quale arbitro nelle contese fra le signorie del continente, alla necessità di garantirsi sicuri canali d’esportazione associava piuttosto la complementare esigenza di garantirsi adeguati rifornimenti delle materie prime, indispensabili per la vita quotidiana e per le attività industriali: derrate alimentari, carbone, ferro e, soprattutto, legname. I fiumi Piave e Brenta, dalla Preistoria fino al primo Novecento, hanno avuto un ruolo fondamentale nell'unire la montagna – inesauribile "produttrice" di materie prime e semilavorate – alle coste alto Adriatiche: sia tramite la navigazione discendente sia grazie alle piste sviluppate lungo le sponde, sfruttate fin dall’antichità da pastori e cacciatori, poi alle strade carrabili. In area prealpina, a monte di Bassano lungo il Brenta e nell’alto Piave a monte di Belluno, si sorgeranno importanti poli produttivi e, fra Longarone e Perarolo di Cadore, almeno dal Medievo e fino all’inizio del secolo scorso, si consoliderà una delle maggiori concentrazioni europee di segherie azionate a forza idraulica. La navigazione discendente su zattere era l'ultima fase di un complessa filiera che – dal-

le miniere e dalle foreste alpine – si concludeva in laguna e fu una delle più rilevanti fonti di lavoro e di sussistenza, fino alla Prima guerra mondiale, per le popolazioni delle vallate montane e pedemontane. Esteso, nel primissimo Quattrocento, il dominio territoriale diretto sull'entroterra lombardoveneto, la Veneta Repubblica ebbe finalmente l’opportunità d’intervenire direttamente sull’intero ‘bacino scolante’ che sfociava in laguna, programmando deviazioni fluviali, nuove canalizzazioni, interventi di ‘regimazione’ idraulica funzionali alla navigazione, al controllo delle piene o alla bonifica di aree paludose, che ebbero non secondari riflessi sullo sviluppo dell’agricoltura. La grande stagione rinascimentale – favorita dalla prolungata 'pax veneziana' e testimoniata nello splendore delle ville palladiane – rientrerà infatti nel già ben delineato sviluppo della rendita agraria, verso la quale i mercanti-patrizi ormai da tempo orientavano, con sempre maggior intensità, le ricchezze accumulate grazie al commercio marittimo. La maglia di fiumi, canali e torrenti garantiva inoltre la necessaria fonte d'energia agli opifici proto-industriali, fornendo al contempo l’acqua corrente richiesta per cicli lavorativi quali la decantazione degli impasti per la produzione della carta o l’espurgo di lane e pelli: molini da grano, segherie, batti-rame, filatoi e fucine sorsero numerosi lungo le rive, concentrandosi in nuclei produttivi soprattutto in prossimità alle confluenze dei corsi d’acqua, ai porti fluviali e ai nodi d’interscambio con la viabilità terrestre e contribuendo alla costruzione del 'paesaggio preindustriale' i cui segni residui sono ancor oggi riconoscibili nel territorio del Nord Est italiano. 23


Servono 200 milioni l’anno per mettere in sicurezza il territorio

I soldi sono pochi

Ma piĂš si aspetta piĂš ne serviranno

di Stefano caratelli 24


In scena

L’

alluvione che ha colpito il Veneto nei primi giorni di novembre ha sollevato numerosi interrogativi sull’adeguatezza degli interventi effettuati per mettere in sicurezza il territorio e per mitigare i rischi idrogeologici. La quantità di pioggia che ha inondato la regione è stata certamente imponente, priva di precedenti: dal 31 ottobre al 2 novembre in Veneto si sono registrate poco meno di due milioni e mezzo di metri cubi di precipitazioni, pari a quasi 17 laghi Vajont. Il 2 novembre il presidente Luca Zaia ha fornito un confronto che rende la portata dell’evento: “Il ’66 (anno della catastrofica alluvione di Firenze ndr) ha fatto in tutta Italia 190 millimetri di pioggia, qui in Veneto in alcune zone abbiamo raggiunto i 500 in 48 ore”. Le cifre sono eloquenti, ma era possibile prevedere una simile catastrofe? Sono stati realizzati gli investimenti necessari a limitare i danni? Lo scorso ottobre Legambiente Veneto ha presentato un’indagine (‘Ecosistema rischio 2010’), condotta con la Protezione Civile, in cui si analizza la debolezza del territorio regionale nel caso di alluvioni e frane. Lo studio segnala che 161 comuni, cioè il 28% del totale, costituiscono zone critiche di cui 41 a rischio frana, 108 a rischio alluvione e 12 a rischio sia di frane che di alluvioni. Risulta inoltre che soltanto il 45% dei comuni ha svolto opere di prevenzione contro le minacce idrogeologiche. Un piccolo allarme era quindi già stato lanciato. Per quanto concerne l’analisi degli investimenti bisogna iniziare dal 1988, quando fu avviata la costruzione di un canale scolmatore di piena del bacino del Bacchiglione, uno dei fiumi che ha prodotto lo straripamento più grave durante la recente alluvione. Il piano prevedeva di completare il primo lotto in 13 mesi per un costo di 10 miliardi di lire. Nonostante tutti i placet del caso, compreso quello della Corte dei conti, i lavori non iniziarono per l’opposizione di comitati locali, degli agricoltori e persino dei sindaci. Il prefetto bloccò l’opera per motivi di ordine pubblico, il progetto si arenò e le imprese che avevano vinto l’appalto ricorsero al Tribunale ottenen-

do un risarcimento di 5 milioni di euro per i mancati guadagni. Negli anni ’80 fu progettata anche la cassa di laminazione per il Timonchio a Caldogno, costo 70 miliardi di lire, ma l’epilogo fu lo stesso del caso del Bacchiglione. Ben altro esito hanno avuto invece i lavori per il bacino di laminazione dell’ovest vicentino, a Mirabello: lì l’opera è stata conclusa ed ha permesso di contenere 6 milioni di metri cubi di acqua, quantità nettamente superiore a quella che ha inondato Caldogno. L’entità degli investimenti è stata anche l’oggetto di uno scontro verbale tra Guido Bertolaso, capo delle Protezione Civile, e Giancarlo Galan, predecessore di Zaia alla guida della Regione. Bertolaso aveva criticato l’attuale ministro dell’Agricoltura per la mancata prevenzione. Galan ha replicato snocciolando alcune cifre: “Negli ultimi cinque anni, la Regione Veneto, mentre si andava assottigliando il sostegno dello Stato, ha speso circa 400 milioni di euro per le opere di difesa del territorio: 57 milioni di euro per la difesa civile, 148 per la sicurezza idraulica ed idrogeologica, 112 per la manutenzione, 51 per pronto intervento, 26 per la tutela del territorio costiero, 20 milioni da destinare ai comuni per interventi di emergenza”. 25


In scena

Gli enormi danni impongono tuttavia di accantonare immediatamente eventuali recriminazioni e richiedono investimenti massicci. In base alle stime elaborate dall’Unione Veneta Bonifiche, bisogna prevedere un flusso di 200 milioni di euro all’anno per cinque anni. Nel complesso sono stati preventivati 575 interventi tra 2010 e 2014 per 1.526. milioni di euro dei quali ad oggi sono finanziati solo 77 progetti per 201 milioni di euro. Il piano comporta il rifacimento degli argini distrutti dall’alluvione, bacini di laminazione e invasi in cui far confluire l’acqua in caso di emergenza ed una serie di bypass idraulici. Il 24 novembre l’assessore regionale all’Ambiente, Maurizio Conte, ha ufficializzato la disponibilità di 64 milioni di euro per realizzare cinquantadue interventi, distribuiti tra le sette province, che forniscano – ha spiegato Conte – una prima e concreta risposta a quei problemi che da anni aspettano una soluzione e che vanno dal contenimento delle frane nelle zone montane al consolidamento degli argini, dall’edificazione di canali di scolo fino a opere di difesa dei litorali. Sono opere strutturali – ha aggiunto l’assessore – che consentiranno di intervenire per la salvaguardia idrogeologica del territorio, risolvendo alcune situazioni delicate ed aumentando in maniera diffusa la sicurezza”. I soldi provengono in parte dal ministero dell’Ambiente (55 milioni) e in parte dalla Regione (9 milioni). Per Vicenza, la provincia più colpita a livello di danni economici, sono invece già stati stanziati i fondi per alcuni interventi specifici: 30 milioni per realizzare il bacino lungo il Guàe 16 milioni per il bacino del Timonchio.


Intervista all’esperto: Luigi D’Alpaos

Bisogna scegliere

Completare l’idrovia Padova-Venezia sarebbe un contributo enorme

di Gennaro Barbieri 28


L’

alluvione che ha colpito il Veneto lo scorso novembre “non rappresenta un evento eccezionale, ma era ampiamente prevedibile”. Non usa mezzi termini l’ingegner Luigi D’Alpaos, docente di idrodinamica all’università di Padova. È mancato un piano di interventi per la sicurezza idraulica del territorio nonostante la Commissione De Marchi, istituita dopo la catastrofe del ’66, avesse “suggerito alcuni interventi che sarebbero serviti anche oggi”. L’università di Padova ha elaborato dei modelli in grado di prevedere le inondazioni, “ma queste ricerche non sono state tenute in considerazione dalle istituzioni”. Occorre quindi investire su alcune opere essenziali, in primis il completamento dell’idrovia Padova-Venezia che “offrirebbe un contributo enorme alla difese dalle piene nel basso territorio padovano e nell’area intorno al Bacchiglione”. I danni provocati dall’alluvione in Veneto erano prevedibili oppure si è trattato di un fenomeno eccezionale e quindi non preventivabile? Più che prevedibili, ritengo che i danni erano addirittura attesi. Ci sono infatti numerose tecniche e schemi di calcolo che, partendo dallo studio delle precipitazioni, consentono di prefigurare le condizioni di piena dei fiumi. Per esempio il dipartimento di ingegneria idraulica dell’università di Padova ha elaborato modelli matematici che simulano con buon anticipo le quote idrometriche massime dei singoli fiumi, prevedendo l’onda di piena e la sua propagazione a valle. Tuttavia queste ricerche non sono state tenute in sufficiente considerazione a causa della sistematica incomunicabilità tra atenei ed istituzioni territoriali. Le inondazioni del novembre scorso rappresentano quindi un evento che era ampiamente da mettere in conto.

È invece sbagliato attribuire alla catastrofe un carattere di eccezionalità o valutarla con le categorie della casualità. I problemi sono ed erano noti a tutti: l’insufficiente portata idraulica dei grandi fiumi, la precarietà della rete idrica minore dei canali e degli scoli, nonché l’urbanizzazione incontrollata del territorio. Il governatore Zaia ha affermato che la recente alluvione è stata peggiore di quella del ’66. Condivide questa considerazione? Assolutamente no. L’alluvione del ’66 ha coinvolto tutti i fiumi del Veneto ed ha colpito l’intera regione. In questo caso, invece, l’evento ha riguardato principalmente il vicentino ed il Bacchiglione, con alcune conseguenze nell’area di Padova. L’estensione del territorio colpito è quindi di gran lunga inferiore a quella del ’66. Soltanto la parte mediana del bacino del Bacchiglione è stata coinvolta in maniera più consistente lo scorso novembre, mentre le fasce settentrionali e meridionali del fiume, cioè a monte e a valle, hanno subito una limitata quantità di precipitazioni . Vorrei poi ricordare che nel ’66 tracimò anche il Brenta, provocando conseguenze drammatiche per la zona di Padova. Qual è il suo giudizio sulle politiche per la sicurezza idraulica che si sono susseguite in Veneto dal ’66 ad oggi?

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Subito dopo l’alluvione del ’66, con lo scopo di prevenire simili calamità, fu istituita la Commissione De Marchi che lavorò in modo egregio, analizzando i problemi e suggerendo specifici provvedimenti. Gli interventi consigliati dalla commissione per porre in sicurezza il territorio sono validi ancora oggi: la creazione di invasi temporanei e casse di espansione lungo il corso dei fiumi, ma anche il completamento dell’idrovia Padova-Venezia. Tuttavia non si è dato ascolto a queste indicazioni ed è rimasto tutto lettera morta. Opere significative ai fini della sicurezza idraulica non sono mai state realizzate e così a novembre è accaduto quanto la commissione aveva previsto con largo anticipo. In quarant’anni la politica non ha mai attuato un piano dettagliato per conferire sicurezza idraulica al territorio ed ora paghiamo pesantemente lo scotto di una tale lacuna. Questa paralisi è dovuta soprattutto al costante palleggio di responsabilità tra le istituzioni. Quali sono gli interventi da realizzare con maggiore urgenza per una reale salvaguardia idraulica del territorio veneto? Innanzitutto il completamento dell’idrovia Padova Venezia che, come ho dimostrato con calcoli ad hoc, offrirebbe un contributo enorme alla difesa dalle piene nel basso territorio padovano e nell’area intorno al Bacchiglione. L’idrovia va concepita con una destinazione multifunzionale. In questo modo, grazie ad una portata di circa 250 metri cubi di acqua al secondo, raccoglierebbe l’acqua in ecces-

I problemi sono ed erano noti a tutti: l’insufficiente portata idraulica dei grandi fiumi, la precarietà della rete idrica minore dei canali e degli scoli, nonché l’urbanizzazione incontrollata del territorio

so da Bacchiglone e Brenta e la verserebbe in laguna. Inoltre il suo utilizzo come canale scolmatore fornirebbe effetti benefici proprio alla laguna di Venezia che soffre di grossi problemi geomorfologici. Altri interventi urgenti riguardano la zona del Brenta, soprattutto in considerazione del fatto che nell’area industriale di Padova sono sorti veri e propri quartieri residenziali. Per questo bisognerebbe effettuare il riposizionamento in quota dei canali Piovego e San Gregorio, innalzando gli argini.


Un progetto per la

compatibilità ambientale di Gennaro Barbieri

G

li interventi da effettuare per definire una sistemazione idraulica dell’area di Vicenza sono stati individuati da un’analisi, iniziata nel 2003, che lo Studio Beta ha elaborato per la Regione Veneto. Il dossier ha segnalato, sin dal principio, che nella rete idrografica che attraversa il comune di Vicenza si registra “una evidente situazione di criticità idraulica a causa dell’insufficiente capacità degli alvei di contenere, all’interno delle arginature, le portate di piena prodotte da fenomeni meteorici intensi, anche se non eccezionali, che si manifestano con elevata frequenza”. Il contenimento delle acque di piena costituisce già un problema storico per l’intera zona e la situazione è stata ulteriormente aggravata dal notevole “sviluppo infrastrutturale e insediativo, sia residenziale che industriale, tuttora in corso, riguardante buona parte del territorio compreso all’interno del bacino idrografico del Retrone”. L’attuale configurazione dei corsi d’acqua è quindi la risultante di interventi passati, realizzati con lo scopo di ridurre la frequenza delle esondazioni e che “sono consistiti in rettifiche e ricalibrature dell’alveo, spostamenti di tracciato e arginature senza mai giungere alla definitiva messa in sicurezza del territorio circostante”. Secondo l’analisi prodotta dallo Studio Beta la priorità è quindi rappresentata dalla realizzazione di tre casse di espansione per la laminazione dei picchi di piena:

• cassa di espansione in linea per la laminazione del torrente Onte in località Dalla Vecchia nel comune di Sovizzo • cassa di espansione in linea per la laminazione della roggia Dioma in località Biron in un tratto in cui la roggia stessa delimita il confine amministrativo dei comuni di Monteviale e Vicenza •cassa di espansione in derivazione sul torrente Timonchio nella parte più settentrionale del territorio comunale di Caldogno La formazione di invasi temporanei impone la necessità di localizzare gli interventi “a monte della rete idrica valliva in modo da coinvolgere nei benefici ricercati la maggior parte dei tratti fluviali che attualmente presentano una insufficiente capacità di reflusso”. La creazione delle due casse sul torrente Onte e sulla Dioma prevede la realizzazione “di un solo manufatto, per lo sbarramento del corso d’acqua, riducendo al minimo l’impatto dell’opera sul territorio, a fronte di una efficienza idraulica inferiore ed una maggiore frequenza di invaso”. La cassa d’espansione sul torrente Timonchio, per via della massiccia entità dei volumi d’acqua, richiede invece “il ricorso ad opere idrauliche di maggiori dimensioni” e la costruzione “di più manufatti idraulici: sbarramento del corso d’acqua, sfioratore laterale di immissione, sfioratore laterale di troppo pieno, luce di collegamento tra le due aree in cui è suddivisa la superficie complessiva, manufatto di scarico per lo svuotamento della cassa”. 31


Vicenza, cittĂ simbolo dell'alluvione

di Gennaro Barbieri

Le soluzioni tampone e gli interventi in programma. Intervista al Presidente della Provincia Attilio Schneck 32


O

gni territorio ha le sue specificità, come mai la provincia di Vicenza è stata così colpita dalle recenti alluvioni? «In realtà il fenomeno non ha interessato una sola provincia ma una Regione, il Veneto, e in particolare alcune aree di Verona, Vicenza e Padova. Ciò che ha fatto di Vicenza il simbolo dell’alluvione è che qui è stato colpito il capoluogo. Le inondazioni hanno di certo presentato carattere di eccezionalità e si sono verificate in una situazione idraulica specifica. Quindici giorni prima del nefasto 1° novembre, avevamo già avuto fenomeni di particolare rilevanza che avevano messo in pre-allerta il territorio. La stagione di eccezionale piovosità, in concomitanza con un rialzo della temperatura che ha portato allo scioglimento completo delle abbondanti nevicate sull’arco Prealpino, ha fatto sì che gli argini non abbiano avuto il tempo di riassorbire le acque di invaso e quelle meteoriche e che quindi abbiano ceduto in alcuni punti (Timonchio, Alpone, Bacchiglione). I rischi idraulici del territorio vicentino sono ben noti e sfociano in vere e proprie calamità naturali a cicli periodici di più decenni, ogni 30-40 anni. Per questo è necessario non sottovalutarli. E per questo la Provincia di Vicenza pone particolare attenzione a tutto il sistema acquifero, in particolare alle falde. Andando indietro nel tempo, negli anni ’50 e ’60, nella zona di risorgiva della falda, quella a nord di Vicenza che ha più punti di riaffioro tra cui Novoledo, assistevamo alla presenza su vasto territorio di bocche d’acqua costante che ri-immettevano nei fossati gran parte di acqua di falda per scongiurare le infiltrazioni nelle case. All’inizio del 2000 la situazione si è capovolta e abbiamo assistito a un continuo depauperamento della falda idrica, al punto tale da dover ricorrere a progetti per ripristinare il livello di falda attraverso interventi idraulici in alcuni siti. L’aumento dei consumi per uso umano, industriale e agricolo ci aveva posto la questione del risparmio

idrico, dell’utilizzo razionale dell’acqua e del migliore intervento per la ricarica delle falde. Oggi, a distanza di decenni, assistiamo di nuovo al fenomeno di costanti micro allagamenti al piano terra e negli interrati di molte abitazioni per l’eccesso di acqua in falda. Un fenomeno che colpisce i comuni a nord di Vicenza, come Dueville, Caldogno e relative frazioni, ma che in modo minore interessa anche la città di Vicenza. La situazione idrica del vicentino è pertanto complessa e presenta scenari che si modificano negli anni per riproporsi a distanza di decenni. Così, se nell’ultimo decennio la Provincia ha dovuto prestare un’attenzione costante all’abbassamento delle falde, oggi il problema da risolvere è l’eccesso di acqua». 33


Quali sono gli interventi da mettere in atto in questi casi? «Per l’immediato è necessario rispistinare le cosiddette prese dirette in falda, per ri-immettere l’acqua nei fossati e far così cessare il fenomeno dei micro allagamenti. Nel contempo dobbiamo riprendere in mano e realizzare i già noti piani di sviluppo delle casse di espansione e quindi prevedere zone di allagamento temporaneo per abbassare la pressione di carico idrico in particolare sul Bacchiglione. A tal proposito verranno tenute presenti le cave dismesse per le laminazioni di piena delle 3 aste principali dei flussi idrici: il Brenta, l’Astico e il sistema Leogra-Timonchio e Orolo. Andando verso ovest, troviamo poi il Rettone e il sistema dell’Agno-Chiampo-Guà che a sua volta presenta rischi in caso di evento meteorico eccezionale. La Provincia di Vicenza ha già predisposto il Piano Provinciale di Sicurezza Idraulica che prevede le opere che dovranno realizzarsi con Comuni, Regione, Consorzi di Bonifi-

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ca e Genio Civile indirizzate alla mitigazione delle piene. Il 30 novembre il Piano è stato approvato dal Consiglio Provinciale all’unanimità, dopo attenta analisi in Commissione e con la convinta condivisione dei consiglieri sia di maggioranza che di opposizione. Due le esigenze individuate: da un lato intervenire laddove gli argini hanno dato segni di smottamento e di erosione, eseguendo immediatamente opere di ristrutturazione e rinforzo, dall’altro realizzare casse di espansione per scongiurare in futuro episodi alluvionali. Si chiede inoltre alla Regione la necessità di garantire, per le annualità future, costanti risorse finanziarie per la manutenzione ordinaria degli alvei e delle relative opere idrauliche e di realizzare un sistema di monitoraggio e di calcolo che anticipi l’attuale tempo di previsione dei livelli di piena della rete idrografica vicentina.


Il Piano di Sicurezza Idraulica è composto principalmente dal Piano Provinciale delle Casse di Espansione e dei Bacini di Laminazione. Conta 14 interventi suddivisi in 4 aree: • 6 interventi per l’area metropolitana di Vicenza; • 5 interventi per l’area Astico-Tesina; • 2 interventi per l’area Agno-Chiampo; • 1 intervento, il bacino del Vanoi, per l’area Brenta. Sono sei, però, le priorità individuate: • nell’area metropolitana di Vicenza la cassa di espansione del torrente Timonchio a nord di Caldogno, il bacino Dioma dell’omonimo canale a ovest di Vicenza e il bacino Torrente Onte a nord di Sovizzo; • nell’area Astico-Tesina la cassa di espansione del torrente Astico in comune di Breganze e Sandrigo e l’invaso Bojadori del torrente Astico tra Velo d’Astico e Cogollo del Cengio nell’area Agno-Chiampo il bacino di Trissino sul fiume Guà». Il 4 novembre la Giunta Provinciale, riunita in seduta straordinaria, ha stanziato 2,5 milioni di euro per le emergenze causate dall’alluvione. Come sono stati utilizzati questi fondi e a quali azioni è stata data la priorità? «La Provincia di Vicenza è stata destinataria di 3 milioni di euro da parte del Commissario Straordinario per l’Alluvione Luca Zaia. Cifra che avevamo a disposizione e che oggi possiamo utilizzare, ma che rappresenta ben poca cosa se confrontata con i tanti interventi di cui il nostro territorio ha necessità. La priorità è di certo l’assetto del territorio che ha subito dissesti nelle zone di collina e montagna, dove sono state interessate strade, contrade, abitazioni. La soluzione delle situazioni di emergenza assorbirà l’intera cifra che abbiamo a disposizione, per cui non rimarrà nulla per le opere di prevenzione previste nel Piano Idraulico che invece dovrà trovare le risorse, di ben altro importo, quale intervento straordinario da appositi capitoli di spesa previsti dal bilancio regionale e statale. Un Piano come quello validato comporta un onere di spesa non inferiore a 80 milioni di euro». 35


Protezione civile, la gestione dei momenti critici di Jennifer Zocchi

Parla l’ing. Mariano Carraro, vicario del commissario per l’emergenza alluvione Luca Zaia

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C

ome si è operato per cercare di ovviare ai danni provocati dalla recente alluvione? «Il Sistema regionale di Protezione civile in prima battuta e la Struttura commissariale successivamente, si sono mossi in occasione degli eventi emergenziali con un grande spiegamento di mezzi e di risorse per limitare i danni e favorire il ritorno alla normalità. L’emergenza era stata annunciata già il 30 ottobre, quando il Centro funzionale dell’Unità di Progetto di Protezione Civile del Veneto aveva divulgato l’avviso di condizioni meteorologiche avverse e i conseguenti stati di allarme per ampie zone del territorio regionale, dove appunto nei giorni seguenti si sono verificate le situazioni più gravi. Nei giorni 1, 2 e 3 novembre, ogni 6 ore il Centro funzionale ha trasmesso ai Comuni e agli Enti territoriali competenti i bollettini di nowcasting per aggiornare la situazione meteorologica, idrogeologica e idraulica. Per coordinare le attività e fronteggiare l’emergenza, la sala operativa della Protezione civile della Regione è stata attivata e presidiata in “h24”. La gestione delle attività è avvenuta in stretto e costante rapporto con il Dipartimento di Protezione civile nazionale, competente nel coordinamento degli interventi in emergenza per il reclutamento di mezzi e risorse extra-regionali. Dopo la fase di allertamento, il Co.R.Em. (Uf-

ficio coordinamento regionale in emergenza ndr) ha mantenuto uno stretto contatto con le sale operative delle Province coinvolte dagli eventi, per reperire volontari, mezzi ed attrezzature necessari e razionalizzarli nel territorio. Per la gestione dell’intera operazione sono stati attivati ed impiegati, a partire dal 1° novembre, circa 13.000 volontari di tutte le province del Veneto e dalle altre regioni sono intervenuti in supporto con le proprie colonne mobili. Inoltre hanno partecipato il personale dipendente della Difesa del suolo e geologia regionali, dei Servizi forestali regionali, dei Consorzi di bonifica e dei Geni civili regionali. Il Dipartimento di Protezione civile nazionale ha coordinato le operazioni con l’intervento delle Regioni Friuli Venezia Giulia, Valle d’Aosta, Marche, Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte e Provincia Autonoma di Trento; sono stati attivati i Vigili del Fuoco, l’Esercito italiano, tutte le Forze dell’ordine, la Croce rossa italiana, l’Associazione nazionale alpini, l’Associazione nazionale carabinieri, l’Associazione guide e scout cattolici italiani e la Federazione psicologi per i popoli. Il turnover in sala Co.r.em. ha garantito un’azione di supporto alle operazioni svolte sul territorio. In definitiva, ha partecipato con efficienza e tempestività l’intero Sistema regionale di Protezione civile. 37


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A fronte di numerose rotte arginali, allagamenti e dissesti idrogeologici sono stati organizzati specifici e immediati interventi di contenimento. Per la gestione dell’emergenza sono stati istituiti Centri di coordinamento presso la Prefettura di Verona, di Vicenza e di Padova; un C.o.m. (Centro operativo misto ndr) nei Comuni di S. Bonifacio, Salettoe Casalserugo; C.o.c. (Centro operativo comunale ndr) a S. Bonifacio e Monteforte d’Alpone, Vicenza, Caldogno, Schio, Recoaro Terme, Valdobbiadene, Motta di Livenza, Veggiano, Carceri, Vas, Falcade e Agordo. L’incolumità della popolazione è stata garantita con l’evacuazione delle persone dagli immobili allagati o soggetti a pericolo di frane, l’attivazione di centri di accoglienza per gli sfollati, l’esecuzione immediata di opere di ripristino dei corpi arginali lesionati in previsione di probabili ulteriori piene. Sono stati inoltre realizzati sbarramenti per fronteggiare l’esondazione, monitorati gli argini dei corsi d’acqua in piena, prosciugate le aree inondate ed è stato rimosso il fango da abitazioni, edifici ed aree pubbliche, verificando e valutando, inoltre gli eventuali danni ambientali. In provincia di Padova sono stati allestiti campi di accoglienza per circa duemila sfollati a Carceri (Saletto), a Veggiano, a Ponte San Nicolò e a Maserà di Padova. In provincia di Vicenza sono stati attivati campi accoglienza presso 2 alberghi, il dormitorio comunale, 3 case di riposo, l’ex scuola ferrovieri e l’istituto Rossi nel comune di Vicenza; un campo di accoglienza per circa 800 sfollati a Caldogno. In provincia di Treviso circa 270 pazienti e ospiti della casa di riposo sono stati trasferiti presso l’Ospedale di San Donà di Piave e l’Ospedale di Mestre e la nuova casa di riposo a Zerobran-

co. In provincia di Verona sono stati attivati 3 centri di accoglienza a Soave, a Monteforte d’Alpone e a San Bonifacio, accolte ed assistite circa 700 persone sfollate dei comuni di Monteforte D’Alpone, Soave, Malcesine e Roncà. Nell’emergenza sono stati utilizzati mezzi anfibi, imbarcazioni per attività di evacuazione delle persone e recupero materiali, veicoli per il trasporto dei materiali e dei mezzi da cantiere per l’approntamento delle difese, pullman, pulmini, jeep, camioncini e macchine operatrici per l’allestimento dei provvedimenti di difesa. 39


Dopo l’emanazione, da parte del presidente del Consiglio dei Ministri dell’ordinanza OPCM 3906 del 13 novembre, che ha nominalo Luca Zaia commissario delegato per il superamento dell’emergenza, sono state emanate varie ordinanze commissariali. I primi interventi urgenti di Protezione civile diretti a fronteggiare i danni conseguenti agli eccezionali eventi alluvionati, sono contenuti nell’ordinanza commissaria-

le n.1 del 17 novembre 2010. L’ordinanza n.2 e la successiva n.6 hanno previsto la nomina di vari soggetti attuatori. Con l’ordinanza n.3 del 23 novembre è stato istituito il Comitato tecnico-istituzionale di valutazione e di coordinamento incaricato di valutare e di garantire il necessario supporto tecnico alle attività commissariali. L’individuazione dei Comuni danneggiati è stata fatta con l’ordinanza n.4 del 24 novembre. L’ordinanza n. 5 del 27 novembre ha individuato il termine per la presentazione delle richieste di contributo per i danni. I criteri per la distribuzione dei beni mobili donati alle popolazioni colpite è stata oggetto dell’ordinanza n. 7 del 1° dicembre. Con l’ordinanza n.8 del 7 dicembre sono state individuate le misure urgenti per la gestione dei rifiuti prodotti a causa dell’alluvione. Con l’ordinanza n. 9 del 17 dicembre sono stati assegnati ai Comuni i primi acconti per circa 105 milioni complessivi. 40

Fra le altre attività poste in essere dal commissario vi sono: - l’attivazione del sito web www.venetoalluvionato.it, che riporta gli atti, le notizie, i riferimenti principali utili per il cittadino e per le Amministrazioni che operano per il superamento dell’emergenza. Qui si possono trovare anche le risposte alle domande più frequenti relative alle richieste di contributo; - l’attivazione del numero 45501 per la raccolta di donazioni da destinare agli alluvionati del Veneto, donazioni di 2 euro per ogni sms inviato e per ogni chiamata da rete fissa Telecom Italia. L’introito viene versato nel fondo gestito dal commissario per l’alluvione; - l’istituzione da parte della Regione del Veneto di un conto corrente di solidarietà per le popolazioni alluvionate, dove chiunque può contribuire effettuando un versamento con le seguenti coordinate: Intestazione: “Regione Veneto – Emergenza Alluvione novembre 2010“, codice IBAN: IT 62 D 02008 02017 000101116078 codice BIC SWIFT per le transazioni internazionali: UNCRITM1VF2; - la realizzazione di un instant book fotografico per richiamare l’attenzione nazionale sulla gravità dell’evento; - la redazione e la distribuzione di un vademecum (in 400.000 copie) con le istruzioni per i cittadini e le Amministrazioni per la presentazione delle domande di contributo». Il 18 novembre lei ha incontrato i 121 sindaci del vicentino interessati dal maltempo per illustrare le modalità di richiesta danni. Successivamente come si è articolato il coordinamento con i primi cittadini? «Tra il 18 ed il 19 novembre sono stati contattati, provincia per provincia, gli amministratori provinciali e tutti i sindaci dei comuni colpiti, per condividere le attività poste in essere dal commissario, coordinare la raccolta e l’elaborazione delle informazioni sui danni, conoscere da vicino tutte le situazioni che si sono presentate sul territorio. In ogni caso il coordinamento con i sindaci è


continuo e attivato in più modi. La nomina di soggetti attuatori responsabili per provincia ha consentito e consente un raccordo snello ed efficiente tra Struttura commissariale e Comuni, raccordo che è quotidiano. Una volta alla settimana si tiene inoltre una riunione plenaria di tutti i soggetti attuatori, alla quale partecipano anche i collaboratori dello staff commissariale dove vengono affrontati i temi di maggiore interesse e programmate le attività future. Quotidianamente pervengono alla Struttura commissariale richieste in merito alle specifiche necessità dei comuni alluvionati, quesiti interpretativi per il raccordo tra le norme ordinarie e le disposizioni emanate in emergenza. È stata per questo istituita una task force di tecnici e giuristi che risponde telefonicamente o via mail alle domande; per i casi più delicati o difficili risponde il Comitato tecnico-istituzionale di valutazione e di coordinamento. Continui sono pure i contatti tra Struttura commissariale e organi dello Stato e di Governo, la cui azione ha riflessi sul territorio. Sempre il 18 novembre, lei aveva affermato di voler terminare entro 45 giorni la consegna dei rimborsi e l’erogazione dei fondi alle realtà colpite dall’alluvione. A che punto siamo? L’impegno del commissario Luca Zaia era stato di cominciare ad erogare ai Comuni i primi contributi entro i 45 giorni dall’ordinanza OPCM 3906 del 13 novembre, pubblicata il 20 novem-

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bre, cioè entro Natale, almeno per i Comuni e le situazioni più gravi. Questo è già avvenuto tra il 17 e il 21 dicembre, con assegnazioni pressoché immediate dai sindaci ai singoli cittadini. Bisogna inoltre tenere conto che i primi 300 milioni previsti dall’ordinanza del presidente del Consiglio dei Ministri sono stati resi disponibili nel conto del commissario a metà dicembre. Ai sindaci è stata data totale libertà e autonomia circa l’utilizzo della prima quota assegnata, secondo le esigenze delle rispettive comunità. Sulla base delle segnalazioni dei Comuni, sono state definite quattro fasce di gravità, al cui interno il primo acconto è stato rispettivamente del 30, 20, 15 e 10 per cento del danno dichiarato. Per dare un’idea delle dimensioni e delle differenze tra fasce, i 25 Comuni di prima fascia, da soli, hanno avuto circa 95 dei 105 milioni erogati in acconto. Gli altri sono stati distribuiti tra 160 Comuni. Prosegue l’attività di definizione e stima puntuale dei danni, anche attraverso verifiche e perizie, per garantire a tutti uniformità ed equità di trattamento. A seguito di questa ulteriore fase, si potrà definire l’entità dei contributi da erogare. È infine in corso la messa a punto di un vasto programma di interventi “strategici”, finalizzati a evitare o mitigare le conseguenze di precipitazioni di entità analoga o superiore a quelle eccezionali dei giorni fra il 31 ottobre e il 2 novembre scorsi».

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«Bonifica idraulica non più prorogabile» Intervista a Maurizio Conte, Assessore ambiente programmazione anbientale e tutela del suolo

di Giuseppe Bucca

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a quantità di pioggia che ha inondato la regione è stata certamente imponente, priva di precedenti: dal 31 ottobre al 2 novembre in Veneto si sono registrate poco meno di due milioni e mezzo di metri cubi di precipitazioni, pari a quasi 17 laghi Vajont. Il 2 novembre il presidente Luca Zaia ha fornito un confronto che rende la portata dell’evento: “Il ’66 ha fatto in tutta Italia 190 millimetri di pioggia, qui in Veneto in alcune zone abbiamo raggiunto i 500 in 48 ore”. Le cifre sono eloquenti, era quindi impossibile prevedere una simile catastrofe? «Gli eventi di novembre, pur nella loro ec-

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cezionalità, hanno confermato che il rischio alluvioni, in Veneto, è una drammatica realtà, dovuta soprattutto alla particolarità del territorio, dove vi è una diffusa rete idrografica dove un 10% circa risulta al di sotto del livello del mare e un 70% è controllato da opere di bonifica. Detto questo, bisogna rimarcare, che di fronte ad eventi che hanno le caratteristiche di straordinarietà ed eccezionalità come quelli dei primi giorni di novembre, in Veneto, come in qualsiasi altro posto, per quante opere si realizzino e per quante risorse si investano, un rischio residuo resterà sempre. In altri termini la sicurezza assoluta nei confronti del rischio idraulico è una


chimera, che nessuno dovrebbe permettersi di promettere. Le reti di fognatura bianca, la rete di scolo e di bonifica, i rispettivi impianti di sollevamento e gli argini dei fiumi sono dimensionati per reggere fino a determinate situazioni, oltre non vi è da stupirsi se si entra in crisi. Dimensionamenti più generosi hanno costi, ma soprattutto impatti, che non sono ritenuti accettabili».

a rispettare, anche se scaduti, i vincoli previsti dai Piani di Assetto Idrogeologico adottati dalle Autorità di Bacino. Anche se sono scaduti, infatti, i termini per l’approvazione dei PAI, non sono venute meno però le motivazioni dei vincoli stessi, per cui una buona amministrazione ne dovrebbe comunque tener conto e non derogare, consentendo di costruire in aree a rischio idraulico».

E ora come ci si attende attrezzare per evitare che si ripetano? «Il rischio idrogeologico in Veneto è comunque una realtà che la Regione ha ben presente, avendo rivolto alla questione sempre molta attenzione, basti pensare che nel solo periodo 2005/2009 ha finanziato opere e interventi per oltre 400 milioni di euro, finalizzati alla sicurezza idraulica e geologica, alla manutenzione e sistemazione dei corsi d’acqua di competenza regionale, ad opere di pronto intervento e di protezione civile nel settore della difesa del suolo, alla tutela delle coste e del litorale, per contributi agli enti locali per opere di difesa del suolo, alla risorsa idrica. Certo, alla luce della recente alluvione sarà necessario rivedere, sulla base delle criticità emerse, il sistema della rete idrica nel suo complesso, per intervenire con opere strutturali come bacini idrici, casse di espansione, canali e collettori. A questo proposito è utile ricordare che in Veneto, negli ultimi decenni, si è registrato uno sviluppo urbanistico che non è stato accompagnato da un pari sviluppo delle infrastrutture di supporto in grado di prevenire i rischi idraulici. È stato, infatti, consentito di costruire in zone a rischio o si è edificato senza realizzare le complementari opere di mitigazione. In questo senso la Regione, già dal 2002, ha imposto alle amministrazioni locali, competenti nel rilasciare i permessi di costruzione, la verifica di compatibilità idraulica e sempre su questo tema recentemente ha invitato le stesse Amministrazioni

Lei ha ufficializzato la disponibilità di investimenti per realizzare cinquantadue interventi, sparsi tra le sette province. Ci può spiegare quali sono? «Il 4 gennaio la Giunta regionale su mia proposta ha stanziato 25 milioni di euro per la messa in sicurezza del territorio veneto. Circa sei milioni di euro serviranno per realizzare una cassa di espansione in linea del torrente Agno Guà per la salvaguardia idraulica di diversi comuni delle province di Vicenza e Padova. Altri due milioni di euro sono destinati al completamento dei lavori di ampliamento dell’ex cava Bergamin a Riese Pio X come bacino di accumulo per 500 mila metri cubi di acqua, un intervento che consentirà di mettere in sicurezza il territorio di tutti i comuni lungo il Muson. Diciassette milioni di euro sono invece stati stanziati a favore dei Consorzi di bonifica. Più volte negli ultimi anni il Veneto è stato interessato da calamità naturali imprevedibili. In tutti questi casi i Consorzi di bonifica sono intervenuti prontamente ma hanno anche segnalato ai nostri uffici la necessità di realizzare alcuni interventi strutturali necessari per far fronte ai casi di piogge eccezionali. Abbiamo verificato che le attuali dimensioni degli impianti idrovori, dei manufatti e della rete idraulica minore non sono compatibili con fenomeni meteorologici di dimensioni eccezionali, che quando capitano provocano sistematicamente danni alle infrastrutture di bonifica. Abbiamo quindi deciso di finanziare gli interventi più urgenti per la bonifica idraulica del territorio». 43


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Prevenzione, gli interventi in atto possono ridurre le esondazioni di Jennifer Zocchi

G

iovanni Mazzacurati è presidente del Consorzio Venezia nuova che, per conto del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti-Magistrato alle acque di Venezia, realizza gli interventi di salvaguardia fisica di Venezia e di riequilibrio ambientale della laguna. Per anni ha lavorato alla gestione idraulica del territorio e del Delta del Po in particolare. Pertanto le competenze e il perimetro geografico che le definisce riguardano specificamente la laguna di Venezia e non la terraferma dove si sono verificate le alluvioni. Strutture altamente innovative come il Mose possono essere utili in caso di episodi come questi? «Il Mose, ultimo tassello del sistema di interventi già attuati in laguna, ha il compito di mettere al sicuro laguna e centri urbani lagunari dalle acque alte che periodicamente li affliggono, ora con frequenza sempre maggiore. Il Mose dunque fronteggia l’onda di marea, come il rinforzo di litorali e moli da noi attuato difende tutto il fronte lagunare dalle mareggiate. Il funzionamento del Mose consentirà di eliminare danni e disagi delle maree più frequenti, quelle medio alte, e di prevenire anche ogni evento pericoloso e devastante per Venezia e gli altri abitati lagunari. A Mose ultimato anche gli eventi di esondazione dei fiumi scolanti in laguna godranno comunque di una riduzione di frequenza e di intensità, poiché il livello basso delle acque mantenuto dagli sbarramenti nel bacino lagunare, consentirà ai fiumi che in esso sboccano di continuare a farlo anche nei momenti di piena, mentre ora l’acqua alta, spesso concomitante con eventi meteorici di pioggia intensa, ne ostacola il deflusso».

Mazzacurati: come il Mose favorisce il deflusso dei fiumi in laguna 45


Le etĂ di un palcoscenico

senza etĂ

La nuova vita di un vuoto urbano

di Laura Brogialdi 46


Dal 1200 al 2010. Questo il viaggio affrontato dall’ architetto Patrizia Valle per restituire alla destinazione d’uso originaria il Teatro dentro le Mura, a Cittadella, in provincia di Padova. Uno spazio urbano che, attraverso le varie fasi di un restauro iniziato nei primi anni di questo decennio, viene reso fruibile a tutta la comunità. Il preesistente parcheggio smantellato, al suo posto un manto erboso di 4000 mq su cui svettano le semplici gradinate in legno, per una capienza di 500 persone. Una scelta non casuale di materiali, che riporta indietro nel tempo quest’area, che sorge internamente rispetto alle mura di Cittadella. Un evidente richiamo alle strutture medioevali e rinascimentali nella fisionomia della tribuna, che si innalza su pilastri alti tre metri, con un interasse di 3.60 m. e controventata con elementi lignei e cavi di acciaio, reversibile e facilmente smontabile. Un forte e voluto richiamo all’effimero, che si sposa con la facciata di Palazzo Mantegna, che, attraverso il vetro, l’acciaio, i laterizi semplici e di nuovo il legno, guarda da dietro le quinte il pubblico antistante, aspettandone ansioso un applauso. Il tappeto erboso è stato realizzato anch’esso con voluta semplicità, in modo tale da non contrastare, ma, anzi amplificandone la possenza, con le mura , ancora quasi integralmente conservate nel loro perimetro, per una lunghezza di 1.460 metri e un'altezza di 14-16, realizzate in mattoni e ciottoli di fiume del Brenta, dotate di quattro porte munite di torrioni, e intervallate ogni quaranta metri da torri e

torresini. Esse restano in tal senso il punto di forza dello scenario, ed il progetto non ne ha mai perso di vista il ruolo di vere protagoniste di una rivisitazione in chiave moderna di questo spazio antico. Il sistema preesistente, costituito dal verde, dall’acqua, dai fossati e dai giardini, si compenetra con il grande prato, che risponde ad esigenze moderne di miglioramento delle condizioni di vita all’interno di un ambito urbano. In tal senso, campo della Marta si adeguzscelte ecosostenibili, grazie ad una termoregolazione entro le mura di Cittadella.

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L’area urbana, grazie alla realizzazione di un sistema di canalizzazione e raccolta delle acque meteoriche, al di sotto dell'area ricoperta da verde pensile, ha ottenuto una riduzione dei valori di picco delle portate di deflusso meteorico, riducendo il rischio di allagamento. Il senso del progetto è dunque quello di restituire le mura di Cittadella ed il teatro al loro interno racchiuso, sia alla natura circostante, con cui si fonde in modo armonico, sia alla fruibilità da parte della comunità cittadina. Ronde e camminamenti tornano in vita, trasfigurandosi in spazi per passeggiate, punti panoramici. Si restituiscono ai cittadini, ora che finalmente sono state strappate al degrado e all’abbandono che le aveva avviluppate fino alla realizzazione dei lavori di restauro. Essi sono stati completati nell’ottobre del 2005 nella parte relativa al sistema fortificato di Cittadella, con il recupero dei settori posti a sud ovest e nord ovest, da Por-

Vista tridimensionale della tribuna in legno

Vista tridimensionale della tribuna in legno

ta Padova fino a Porta Bassano, e del settore nord est fino a Porta Treviso. Unitamente ad esso, sono stati riportati a nuovo splendore gli edifici pubblici relazionati alle mura, quali l’ex scuola in campo della Marta, la chiesa del Torresino e la casa del Capitano. Risale invece all’ottobre del 2009 il completamento dell’intervento che ha permesso il ripristino paesaggistico di campo della Marta, e la realizzazione del Teatro. Tale progetto è stato presentato in concorso alla XII Edizione del Premio Fondazione Oderzo, al cui interno ha ricevuto una particolare menzione, in quanto «Il progetto riesca a tenere insieme restauro, riqualificazione urbana e progetto di strutture effimere, restituendo ad uso pubblico un’area che era precedentemente un parcheggio. La qualità dell’intervento risiede nella coerenza integrata dei tre livelli, esito davvero non facilmente riscontrabile nella produzione corrente che tende a scindere restauro, progetto urbano e arredo».


Costruire sostenibile tra locale e globale

Intervista a Patrizia Valle, architetto

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uali elementi richiamano la storia del Teatro ed in che modo la scelta dei materiali utilizzati enfatizza questo legame tra le origini duecentesche del progetto e la fruibilità odierna della struttura? La cultura medievale non ha ricercato uno spazio teatrale architettonicamente definito e indipendente, ha usato lo spazio della piazza, della corte a questo scopo, nell’umanesimo con il ritorno all’antico rinasce il desiderio di dare una struttura architettonica stabile, rifacendosi alle rovine antiche.

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di Laura Brogialdi

Gli elementi tipici di questa fase di transizione sono le gradinate provvisorie, i praticabili e le architetture finte. Il Serlio, nel suo trattato suggerisce la tipologia di questo teatro, che abbiamo ripreso nell’immagine e nel senso, per riproporlo oggi. L’uso del legno come materiale prevalente accentua la provvisorietà delle strutture, imprimendo allo stesso tempo il senso della flessibilità e della sostenibilità, temi cari alla cultura contemporanea. Come descriverebbe la linea di pensiero che


è stata seguita per garantire un intervento che sapesse garantire la continuità tra il passato e le esigenze di una società moderna? L’architettura rispecchia l’esigenza del nostro tempo, di cambiamento del modo di fare cultura. I luoghi della cultura non sono più i musei, sono i luoghi dell’inclusione, della mediazione sociale. Per uscire dal medioevo della globalizzazione, bisogna ritrovare i segni di una identità comunitaria locale e globale insieme. Possiamo chiamarlo “regionalismo” che non vuol dire provincialismo, ma vuole coniugare una cultura universale del costruire con le specificità del luogo, del contesto culturale e storico dal quale si trae insegnamento. Le mura di cittadella rappresentano tutto questo. La struttura teatrale all’ aperto all’interno del campo della Marta, trasformato in tappeto erboso, è diventata luogo d’incontro e di mediazione sociale. Quale livello di degrado che si presentava ai vostri occhi nel momento in cui sono iniziati i lavori di ristrutturazione? Innanzi tutto si è trattato dell’esecuzione di lavori di restauro e valorizzazione di un sistema fortificato unico nel suo genere, che versava in uno stato di completo abbandono fino

al 1994, con il rischio di crolli generalizzati lungo tutto il perimetro delle mura medievali. Il campo della Marta si connotava come un’ampia area degradata all’interno delle mura, adibita a parcheggio e lo stato di deterioramento complessivo del monumento influenzava il paesaggio circostante, naturale e costruito. Il lavori di restauro del sistema fortificato sono stati il volano per un processo di recupero del centro storico nel suo insieme, materializzando un’idea di città, analoga, che ritrovava nel cammino di ronda restaurato, il filo di Arianna che mette in connessione i vari luoghi deputati per la cultura. In che modo la struttura si innesta nel paesaggio circostante? Le mura medievali costituiscono assieme al verde e l’acqua il paesaggio, in cui si inserisce il teatro all’aperto, che a sua volta si collega al sistema teatrale cittadino. Il paesaggio delle città murate del veneto, viene percepito a diverse scale, che vanno da quella urbana, alla scala territoriale del sistema agrimensorio, che le mette in rete. Il teatro e il verde pensile sono diventati il simbolo del rinnovamento urbano fortemente voluto dalla comunità locale e costituiscono il punto di vista privilegiato della città e delle sue mura.


Gli agricoltori, il primo baluardo contro le inondazioni Intervista al Presidente Regionale Coldiretti Giorgio Piazza e a Guidalberto Di Canossa, Presidente di Confagricoltura Veneto di Mimosa Martini e Giuseppe Bucca

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Giorgio Piazza «Il Veneto è l’Olanda d’Italia. I numeri parlano chiaro, la superficie gestita dai Consorzi di Bonifica, che assicurano la salvaguardia idraulica del territorio regionale, è di 1 milione 178 mila ettari, ovvero tutta la pianura e una parte significativa della collina veneta. Di questi, ben 538 mila ettari sono a rischio inondazione nel caso di tracimazione dei corsi d’acqua. Il 16% è al di sotto del livello del mare e il 31% sarebbe sicuramente allagato senza il pompaggio delle 317 idrovore. La fittissima rete idrografica, cosiddetta minore, è affidata alle cure degli enti consortili e questa rete ha tenuto egregiamente, limitando in modo significativo gli effetti della piena. La manutenzione di buona parte dei fiumi è invece affidata al Genio Civile, ed è un dato di fatto che proprio la rottura di alcuni argini abbia determinato i recenti fenomeni in zone che non sono sotto il livello del mare. Dobbiamo quindi prendere atto della necessità di un continuo attento presidio del territorio che non può prescindere dall’esistenza di strutture capillari, alle quali partecipano da protagonisti proprio gli agricoltori che per tutti sono i primi garanti della salvaguardia idraulica. Sono le semplici regole, la buona prassi agricola ad aver fatto la differenza nella prevenzione di disastri maggiori anche questa volta. Parlare solo di eccessiva cementificazione significa non saper vedere fino in fondo la natura del problema. Per prevenire i danni non basta solo sollevare l’acqua, mantenere gli argini rinforzandoli, occorre nei punti più critici attuare dei sistemi di laminazione delle piene che si originano quasi sempre in zona montana. Nell’Alta Pianura si possono utilizzare le cave dismesse come

serbatoi per l’accumulo delle piene (tra l’altro utili in periodo di irrigazione dei campi), oppure pensare a realizzare casse di espansione (bacini artificiali) per l’esondazione programmata. Certo il servizio pubblico che viene richiesto all’agricoltura deve essere remunerato nella giusta misura. Per mettere in sicurezza le province più sensibili come Vicenza, Padova, Treviso esistono già dei progetti pilota che possono essere tradotti in vere opere infrastrutturali che rappresenterebbero una novità anche a livello nazionale».

LA PIAZZA

L’

8 novembre è stata messa in evidenza la necessità di avviare una politica idrogeologica che abbandoni la logica degli interventi tampone e che adotti quella della programmazione a lunga scadenza. Da dove partire quindi per elaborare una strategia incentrata sulla prevenzione?

Guidalberto Di Canossa «Si deve partire naturalmente dal quadro, il più possibile completo, delle fragilità del territorio e del sistema idrico nella nostra regione, per poi stabilire quali interventi de-

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giorare se non si interviene subito con azioni pratiche?

vono essere effettuati e l’ammontare delle risorse da impegnare. Un contributo utile e concreto in questa direzione è stato offerto dai Consorzi di bonifica del Veneto, che hanno presentato di recente, alla Fiera di Verona, il “Piano di difesa idraulica e mitigazione del rischio idrogeologico nel Veneto”: un pacchetto di progetti cantierabili che prevede interventi di rifacimento degli argini, la realizzazione di bacini di laminazione, di invasi ecc. Bisogna però tenere presente che i Consorzi di bonifica non hanno competenza per i corsi d’acqua di maggiori dimensioni, che sono demaniali, per cui il loro impegno deve coordinarsi con quello degli altri Enti pubblici. In proposito, si richiede la massima prudenza nell’uso del territorio agricolo per la realizzazione di zone industriali e di opere infrastrutturali, per non rendere sempre più vulnerabile il nostro già provato sistema idrogeologico. Considerata la vastità di questi problemi e fino a che punto coinvolgano l’intera società civile, è evidente che soltanto una concertazione che dal Comune raggiunga lo Stato passando attraverso lo snodo fondamentale della Regione, può permettere di attivare una politica condivisa, capace di raccogliere il consenso e le risorse per affrontare la fragilità del nostro territorio in maniera sistematica e non più sporadica e occasionale». Quali sono i danni registrati dal settore agricolo della regione? La situazione potrebbe peg58

Giorgio Piazza «Oltre 25 milioni i danni calcolati solo per l’agricoltura veneta, più di 130 comuni segnalati dai nostri tecnici interessati dall’alluvione e dalle frane, 500 le aziende agricole con raccolti di ortaggi, tabacco, cereali compromessi, 200.000 capi avicoli, suini e bovini affogati. Metà delle fattorie coinvolte sono associate a Coldiretti. A queste è già stato accreditato il primo acconto, pari ad un totale di 5 milioni di euro. Ci sono i presupposti per ripartire anche in un contesto non dei più facili. Gli imprenditori si sono trovati a scoprire che le polizze assicurative non avevano sufficiente copertura, a rispettare le ordinanze comunali che vietano la vendita del prodotto agricolo e a dover gestire le vasche di liquame che superavano il livello di sicurezza. Non sono mancati i gesti solidali e di pronto intervento nelle fattorie e negli allevamenti. Ad esempio abbiamo attivato una “staffetta del fieno” con le regioni vicine per la fornitura agli animali ancora vivi nelle stalle». Guidalberto Di Canossa «Va premesso che i calcoli non sono ancora conclusi o almeno non sono stati ancora resi noti, quindi non si possono fornire delle cifre. È auspicabile, tuttavia, che in questa fase delicata non venga fatta nessuna strumentalizzazione delle vicende collegate all’esondazione, né nella perimetrazione delle aree né nella individuazione delle aziende danneggiate, perché il clamore che si è sollevato intorno a questi problemi comporta il rischio di dare aiuto a chi fa più rumore anziché a chi ha più bisogno. È stato evidente da subito, comunque, che i danni maggiori hanno riguardato soprattutto la perdita di animali di piccola taglia, avicoli e cunicoli, le strutture aziendali come magazzini, capannoni, cantine e stalle, con le macchine e le scorte che vi potevano essere custodite, le colture orticole tardive come il radicchio, le superfici seminate a grano, orzo e colza.


La Piazza

Coldiretti Veneto ha aperto un conto corrente presso la Banca Friuladria con l’obiettivo di creare un fondo per la ripresa economica delle fattorie venete. Chi volesse sostenere lo start up del patrimonio agroalimentare può versare il suo contributo: IBAN IT81 Q053 3602 0410 0004 6638 453

A ciò si deve aggiungere la pulitura dei terreni e dei fossi da detriti, sabbie, ecc, e i danni che possono aver subito le case degli agricoltori. Per quanto riguarda la seconda domanda, è indubbio che le condizioni del nostro territorio, reso sempre più impermeabile dal cemento e dall’asfalto, le precipitazioni sempre più intense e concentrate in un breve spazio di tempo, l’apparente impotenza delle istituzioni di fronte all’assoluta necessità di avviare una politica di prevenzione, rendono concreto il rischio che emergenze di questo tipo si ripetano ancora, a intervalli sempre meno lunghi e con conseguenze ancora più gravi. Ma si devono considerare corresponsabili di questi problemi anche tutti quei paladini di un ecologismo strabico che, in questi anni, si sono opposti alla “coltivazione” dei corsi d’acqua, cioè alla rimozione dei detriti trascinati dai fiumi, ai tagli degli alberi cresciuti naturalmente negli alvei, al controllo delle specie dannose per gli argini. A costoro raccomandiamo l’umile lettura dei trattati sulla salvaguardia idrogeologica che la Repubblica di Venezia ci ha tramandato». Presidente Di Canossa, lei ha osservato che

per affrontare i problemi del territorio in maniera sistematica un ruolo rilevante dovrà essere riservato ai Consorzi di bonifica. Quali vantaggi determinerebbe un maggior coinvolgimento di queste realtà? «Queste realtà sono già profondamente coinvolte nella tutela del nostro territorio, pur nei limiti delle loro competenze, che, come dicevo, non comprendono l’intera rete idrica regionale. È necessario, però, che siano messi a disposizione dei Consorzi gli strumenti normativi e finanziari per poter lavorare in tranquillità, cosa che non sempre avviene neppure in quelle realtà, come il Veneto, ove hanno sempre operato con efficacia e si sono guadagnati una diffusa autorevolezza. Permane, però, in alcuni settori dell’opinione pubblica e della politica, una diffidenza nei confronti dei Consorzi di bonifica spesso pregiudiziale e non suffragata da fatti concreti. Valorizzare i Consorzi, invece, dare loro le sicurezze normative ed economiche di cui hanno bisogno, è nell’interesse di tutti, perché dispongono di conoscenze, esperienze e capacità professionali che è bene siano messe a disposizione della collettività». 59


di Giuseppe Bucca

Intervista a Michele Bertucco, Presidente di Legambiente Veneto

Ridurre il dissesto idrogeologico è possibile 60


Come si può attuare una politica ambientale che impedisca avvenimenti così distruttivi? «Tra le proposte di Legambiente Veneto, già presentate agli enti pubblici negli scorsi anni, figurano: - adeguare lo sviluppo territoriale alle mappe del rischio. Intervento necessario per evitare la costruzione nelle aree a rischio di strutture residenziali o produttive e per garantire che le modalità di costruzione degli edifici tengano conto del livello e della tipologia di rischio presente sul territorio. - Ridare spazio alla natura. Restituire al territorio lo spazio necessario per i corsi d’acqua, le aree per permettere una eson-

La Piazza

S

econdo un’elaborazione di Legambiente, in Italia oltre 238 milioni di euro sono serviti per tamponare i danni delle principali emergenze idrogeologiche solo nell’ultimo anno. La stessa ricerca evidenzia che, invece, con un milione e mezzo di euro si possono realizzare sette tipologie diverse di interventi di prevenzione. Nel caso specifico dell’alluvione in Veneto, quali interventi di prevenzione sono mancati? «Per troppo tempo gli amministratori veneti hanno sottovalutato il rischio idrogeologico e hanno investito pochissimo sulla manutenzione dei corsi d’acqua e la situazione è aggravata dalla cementificazione del territorio, dall’urbanizzazione irrazionale, dal disboscamento dei versanti oltre che dall’ormai evidente mutamento climatico. Mitigare il dissesto idrogeologico significa innescare un percorso virtuoso anche per l’economia perché considerando i danni, costa meno prevenire che curare. I comuni inizino quindi a delocalizzare le abitazioni, gli insediamenti industriali, le attività agricole e zootecniche nelle aree a rischio realizzando un piano straordinario di manutenzione di fossi e fiumi e adeguando le reti fognarie».

dazione diffusa ma controllata, creare e rispettare le “fasce di pertinenza fluviale”, adottando come principale strumento di difesa il corretto uso del suolo. - Torrenti e piccoli fiumi, sorvegliati speciali. Sollecitare i diversi livelli istituzionali di governo affinché sia dedicata una particolare attenzione all’immenso reticolo di corsi d’acqua minori, visti gli ultimi avvenimenti in cui proprio in prossimità dei piccoli fiumi e torrenti si sono verificati gli eventi peggiori e sono stati compiuti gli scempi più gravi. - Favorire la diffusione di corrette pratiche di manutenzione ordinaria del territorio mediante interventi mirati e localizzati, rispettosi degli aspetti ambientali. - Convivere con il rischio. Applicare una politica attiva, integrata tra i diversi livelli istituzionali competenti, per la “convivenza con il rischio” con sistemi di allerta, previsione delle piene e piani di protezione civile aggiornati, testati e conosciuti dalla popolazione. - Gestire le piogge in città. Bastano oggi eventi piovosi non straordinari per causare allagamenti e provocare danni rilevanti. Allagamenti che purtroppo causano a volte anche delle vittime. Per questo la gestione delle acque di pioggia è uno dei grandi problemi ambientali anche in città da risolvere attraverso un adeguamento delle reti di raccolta coniugando sicurezza e recupero della risorsa idrica». Quali sono le azioni di Legambiente a supporto del territorio regionale? Elaborazione di dossier sul rischio idrogeologico. Confronto, quando possibile con le pubbliche amministrazioni. Gruppi di protezione civile pronti ad agire in caso di calamità. Campi di volontariato dedicati al tema del dissesto idrogeologico. Monitoraggio della pianificazione urbanistica regionale, provinciale e comunale. Denuncia delle situazioni più pericolose. 61


Una villa (veneta) da star

Intervista ad Alessandro Proto, titolare dell’omonima rete di consulenza finanziaria e immobiliare di L. B.

C

ome descriverebbe l’attività immobiliare della Alessandro Proto Consulting? «La nostra attività immobiliare attualmente si sviluppa solo ed esclusivamente su specifiche richieste da parte di una clientela di un certo tipo e più nello specifico da parte di persone facenti parte dello star system Americano. Attori, cantanti, ecc. Le notizie che escono sulla nostra attività sono solo una percentuale rispetto a tutte le star a cui abbiamo trovato casa sia in Italia che all’estero». Recentemente, si sono rivolte a lei numerose stelle del Cinema Americano in cerca di soluzioni immobiliari nel Nord dell’ Italia. A cosa crede sia dovuto questo ritorno di fiamma nei confronti del Belpaese? «L’Italia, a differenza di quanto si dice, è sempre stata vista da questo tipo di personaggi come un paradiso, per la cultura, il cibo, il clima, l’ospitalità della gente e altri fattori che spingono queste star a cercare un posto dove

62

rifugiarsi appena possono. Ci sono attori e cantanti famosissimi che girano i musei italiani camuffati per non farsi riconoscere ovviamente. Non dimentichiamoci che l’Italia è la patria della cultura, del cinema e della musica. Questi personaggi vengono in Italia anche per trovare una sorta di ispirazione artistica». Lei ha seguito l’acquisto di una villa da parte di Brad Pitt e di Angelina Jolie tra i vigneti veronesi della Valpollicella. Si mormora che stia seguendo le trattative per l’acquisizione, da parte di Jhonny Deep, del Palazzetto Donà Sangiantoffetti a Venezia . Quali crede possano essere le potenzialità del Veneto in tal senso? Quali le criticità? «Le potenzialità del Veneto o le criticità non le conosco. Il mio lavoro è quello di cercare delle dimore consone alle persone che ce le richiedono. Di certo è che ci sono delle zone del Veneto e non solo che non sono conosciute e che sono di una bellezza rara. Sono stato


La Piazza

più volte con le personalità che lei ha citato e con altre in giro per il Veneto e ho scoperto insieme a loro dei posti incantevoli. Purtroppo non tutte le trattative sono andate a buon fine. Penso per esempio a Leonardo Di Caprio il quale voleva una dimora alle porte di Verona ma non siamo riusciti a trovargli quanto cercava cosi ha optato per un castello nel Monferrato. Oppure alla popstar Madonna; anche Lei cercava qualcosa di particolare sulle sponde del lago di Garda e ha poi optato per il lago Maggiore. Una componente fondamentale per la scelta di acquisto di queste dimore è sicuramente la privacy e non sempre siamo fortunati come con Brad Pitt e Angelina Jolie». Come si differenzia il mercato immobiliare italiano da quello americano, che lei ugualmente tratta? «Il mercato immobiliare che trattiamo noi che è quello del lusso, non si differenzia molto in America piuttosto che in Italia o in Francia e Spagna dove siamo ugualmente presenti. Di-

ciamo che in questo momento si sono accesi i riflettori ma le richieste da parte di celebrities hollywoodiane per l’Italia le abbiamo già da diverso tempo. Il nostro obiettivo adesso è quello di creare in Italia attraverso la collaborazione di altre società immobiliari una sorta di seconda patria per queste star di Hollywood e non solo. E il Veneto è un buon punto di partenza». Quanto incide il settore immobiliare nel Vostro Business? «Il settore immobiliare rappresenta un 20% del fatturato della Alessandro Proto Consulting. Il nostro core Business è la consulenza alle aziende e più nello specifico l’equity verso le pmi. Viste però le numerose richieste di acquisto e di vendita di dimore e ville importanti in Veneto abbiamo deciso di aprire una sede proprio a Verona che si occuperà prevalentemente del settore immobiliare. Stiamo già avviando delle trattative con professionisti del posto per iniziare a breve l’attività».

«Il settore immobiliare rappresenta un 20% del fatturato della Alessandro Proto Consulting. Il nostro core Business è la consulenza alle aziende e più nello specifico l’equity verso le pmi» 63


Il popolo migratorio di Stefano caratelli

NUMERO DI DISOCCUPATI, I TRIM 2010 Stranieri

Totale

Trentino Veneto Friuli V. G.

6.104 32.709 8.127

21.437 126.095 34.703

NORDEST

46.940

182.235

Elaborazione Fondazione Leone Moressa su dati Istat (Rc)

64

TASSO DI DISOCCUPAZIONE, I TRIM 2010 Stranieri

Totale

Trentino Veneto Friuli V. G.

14,2% 12,8% 15,5%

4,4% 5,6% 6,3%

NORDEST

13,4%

5,5%


L

a globalizzazione è la rapida e (non sempre) libera circolazione di capitali, merci e lavoro da una parte all’altra del pianeta. Solo la seconda voce di questa sorta di bilancia mondiale delle risorse è in qualche modo regolamentata dagli accordi stipulati in sede di WTO (World Trade Organization). La prima, la finanza, si sta cercando faticosamente di disciplinarla in sede di G20 (le 20 economie più avanzate i cui leader si riuniranno a Seul in Corea del Sud il 12 e 13 novembre). La terza, che potremmo anche chiamare fattore umano e che non sempre, anzi raramente, viene vista come risorsa, si muove guidata da un’unica forza: la ricerca di condizioni di vita migliori. Qui di regole ce ne sono moltissime – nazionali, sovranazionali, bilaterali, multilaterali, nessuna globale – ma sembrano in grado di opporre una resistenza solo effimera

alla forza principale. Qualche dato. Nel mondo i migranti sono 214 milioni, se si riunissero darebbero vita al quinto paese più popoloso del mondo. Il loro reddito dà vita a imponenti flussi finanziari transnazionali: oltre 400 miliardi di dollari nel 2009 di rimesse al paese di origine. Mentre negli ultimi 10 anni i volumi dei flussi di persone sono rimasti sostanzialmente stabili, quello delle rimesse si è quasi quadruplicato. Vuol dire che le migrazioni sono un buon affare per i paesi d’origine e un cattivo affare per quelli di destinazione. La globalizzazione in generale e l’impennata dei flussi migratori in particolare sono l’effetto più spettacolare della caduta del muro di Berlino e del collasso dell’impero sovietico, con l’effetto domino di aver fatto cadere in tutto il pianeta gli steccati che separavano rigidamente in tutti i continenti le aree di influenza delle due superpotenze.

Nel mondo i migranti sono 214 milioni, se si riunissero darebbero vita al quinto paese più popoloso del mondo.

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cens. ott. 2001

31.12.1999

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ve totalmente diverse: la piccola dimensione al Il fenomeno è globale ma gli effetti sono locaposto della grande, l’integrazione nel territorio li. E spesso ha anche origini locali che si intrecal posto della concentrazione nelle metropoli, ciano con quelle globali. In Italia l’anno di svolta la vocazione all’export al posto dello sbocco sul è il 1972, quando il nostro paese diventa “immercato interno. Il flusso tirrenico si interromportatore netto” di esseri umani. Fino ad allora pe ma non viene sostituito da un analogo flusso li esportava. Negli anni delle ricostruzione e del adriatico. successivo boom economico non avevamo bisogno di immigrati: Campania, Sicilia e Calabria fornivano Popolazione straniera residente ed incidenza % sul totale della Popolazione straniera residente ed incidenza % sul totale della in abbondanza la manodo- popolazione residente in Veneto (1991-2008) popolazione residente in Veneto (1991-2008) pera necessaria alla crescita del triangolo industriale del 500.000 10,0% Nord Ovest. All’inizio degli 450.000 9,0% Residenti stranieri (scala a sin.) anni 70 non c’è più bisogno 400.000 8,0% Quota % su totale residenti (scala a dx) di traversare l’Atlantico per 350.000 7,0% cercare lavoro e benessere, 300.000 6,0% basta prendere il treno per 5,0% 250.000 Torino, Milano, Genova. Ma 200.000 4,0% proprio mentre il flusso di 150.000 3,0% migrazione interna sull’asse 100.000 2,0% tirrenico raggiunge il picco, 50.000 1,0% inizia il lento declino indu0 0,0% striale del Nord Ovest mentre negli anni successivi dà i primi segni di vita un nuovo modello di sviluppo completamente diverso a Nord Est Fonte: elab. Osservatorio Immigrazione Regione Veneto su dati Istat; stima Veneto Lavoro per il 2008 con caratteristiche produtti-

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Il labirinto

VARIAZIONE % DEL NUMERO DI DISOCCUPATI DAL II TRIM. 2008 AL I TRIM. 2010 Stranieri

Totale

Trentino Veneto Friuli V. G.

93,4 53,8 47,5

53,8 59,3 42,1

NORDEST

56,9

55,1

Elaborazione Fondazione Leone Moressa su dati Istat (Rcfl)

Mentre le metropoli del Nord Ovest, che hanno sempre meno bisogno di manodopera per l’industria cominciano ad attirare flussi migratori dal Nord Africa in un movimento simmetrico a quello che interessa la Francia, la crescita del Nord Est per lunghi anni si alimenta di manodopera locale, che passa dall’agricoltura alla manifattura magari mantenendo il piede nelle due staffe. La caduta del muro, il collasso sovietico e l’implosione della Yugoslavia cambiano tutto nel giro di due-tre anni. Nel bene e nel male. E siamo ad oggi. Ma prima un piccolo passo indietro. Abbiamo visto che in generale negli ultimi 10 anni le migrazioni sono state un buon affare per i paesi d’origine, che ricevono rimesse che si avviano a raggiungere il mezzo trilione di dollari l’anno, e uno cattivo per i paesi di destinazione, perché quella montagna di soldi non va ad alimentare i consumi interni e quindi la crescita, ma va a sussidiare con valuta forte il tenore di vita dei paesi poveri o emergenti. Ma se guardiamo più da vicino si vede che tra i paesi avanzati c’è chi fa un affare abbastanza buono con l’immigrazione e chi ne fa di pessimi. Secondo dati della Commissione Europea ben l’85% dei lavoratori immigrati non qualificati a livello mondiale va verso l’Unione Europea e solo il 5% va verso gli USA. Viceversa, il 55% dei lavoratori qualificati sceglie gli USA contro il 5% della UE. Non basta: il 54% degli immigrati di prima

generazione con una laurea provenienti da Medio Oriente e Nord Africa risiede in Canada o in USA mentre l’87% di quelli con istruzione elementare o inferiore è in Europa. 67


Il Veneto ha una situazione decisamente migliore di Trentino e Friuli Venezia Giulia. Dove lavorano gli immigrati? Soprattutto nell’industria e in quella metalmeccanica in particolare, ma anche nel tessile abbigliamento e nelle costruzioni. 68


Il labirinto

Cosa avviene in Veneto

Torniamo al Nord Est e al Veneto in particolare. Con l’immigrazione sta facendo un buon o un cattivo affare? Oggi in Veneto gli immigrati sono circa mezzo milione, compresi 50.000 irregolari stimati, e costituiscono il 10% della popolazione. La Regione Veneto ha da tempo istituito una serie di osservatori che forniscono dati molto accurati e puntuali e consentono di entrare in molti dettagli. Oltre la metà (55%) vengono dall’Europa, la stragrande maggioranza da quella extra UE, solo un quarto dall’Africa, un elevato 16% dall’Asia e un 4% sono americani (Aviano e dintorni). Per singoli paesi la Romania è al primo posto (quasi 20%) seguita da Marocco (oltre il 10%) e Albania (poco sotto il 10%). Ma se si considerasse la Yugoslavia ancora una nazione sarebbe al secondo posto. In percentuale sulla popolazione sono più concentrati a Treviso, Verona e Vicenza, ma crescono più rapidamente a Padova e Venezia. Nell’area pedemontana i picchi più alti vicini al 20% sull’asse Arzignano-Lonigo e AsoloMontebelluna. Quelli che lavorano sono circa la metà del totale (che comprende ovviamente donne e molti bambini) ma tra la popolazione maschile il tasso di occupazione è più alto di quello degli italiani: 84,5% contro 76%. Tuttavia (anche per puri motivi anagrafici, gli immigrati sono mediamente più giovani) la disoccupazione tra i non italiani è più alta (poco meno del 9% contro il 5,5% della media regionale) e la crisi recente ha colpito di più, sempre in termini di occupazione, tra gli immigrati. Una ricerca molto recente della Fondazione Leone Moressa, i cui dati non sono confrontabili con quelli degli osservatori regionali, dice che nell’intero Nord Est i disoccupati tra gli immigrati sono aumentati più che tra gli italiani e che un nuovo (a partire da metà 2008) disoccupato su 4 è straniero. La Fondazione stima che ad oggi, cioè fine del terzo trimestre 2010, il tasso di disoccupazione degli stranieri nel Nord Est sia oltre il 13% contro il 5,5% degli italiani. Il Veneto ha però una situazione decisamente migliore di Trentino e Friuli Venezia Giulia. 69


Il labirinto

VARIAZIONE ASSOLUTA DEL NUMERO DI DISOCCUPATI DAL II TRIM. 2008 AL I TRIM. 2010 E INCIDENZA % DEGLI STRANIERI / TOTALE Stranieri

Totale

Trentino Veneto Friuli V. G.

2.948 11.449 2.618

7.498 46.945 10.279

NORDEST

17.015

64.721

Elaborazione Fondazione Leone Moressa su dati Istat (Rcfl)

Dove lavorano gli immigrati? Soprattutto nell’industria e in quella metalmeccanica in particolare, ma anche nel tessile abbigliamento e nelle costruzioni. Questo è il passato o al massimo il presente. E il futuro? Il Veneto conta una popolazione studentesca, dalle elementari all’università, di circa 80.000 unità. Se ci concentriamo sul rapporto tra studio e sbocco lavorativo vediamo che nella regione quasi la metà degli studenti stranieri che escono dalle medie sceglie gli istituti professionali e tecnici dove costituisce circa il 15% della popolazione studentesca. La percentuale cala molto nelle università, dove gli immigrati sono il 5% delle matricole e il 2,5% dei laureati. Dalle statistiche della Regione emergono però dati inaspettati: il 60% degli studenti universitari stranieri sono albanesi. Il resto sono rumeni, croati, camerunensi, serbi e montenegrini. Tutti questi dati ci dicono molte cose. In primo luogo che le realtà locali restituiscono un quadro dei fenomeni migratori molto vario e specifico riconducibile a una molteplicità di ragioni: storiche, geografiche, di vocazione produttiva, culturale. In secondo luogo che la fotografia generale di una comunità di immigrati cambia molto se si avvicina la lente e si considera la popolazione produttiva, la sua dislocazione

Stranieri / Totale

sul territorio, la sua componente studentesca, quella universi7.498 taria. L’immagine generale che 46.945 riflette l’immigrazione del Vene10.279 to e del Nord Est sembra sostanzialmente quella di una popola64.721 zione che nella sua componente maggioritaria sta “investendo” nel territorio in cui ha deciso di insediarsi. In Veneto finora le politiche di integrazione, forse grazie anche a un maggior controllo sociale esercitato dalla popolazione italiana, hanno funzionato meglio che in altre parti d’Italia e d’Europa. Ora bisogna passare a politiche capaci non solo di integrare, ma di valorizzare la presenza straniera presente e soprattutto futura. L’approccio dell’Europa al tema immigrazione certamente non aiuta in questa direzione, anzi complica le cose. Come abbiamo visto sopra, l’Europa è finora rimasta poco attraente per l’immigrazione di migliore qualità soprattutto perché ha privilegiato un approccio burocratico e regolatorio, che non distingue tra il giovane di talento magari con una buona istruzione di base e il portatore di manodopera non qualificata spesso poco o niente affatto alfabetizzato. Ciò che importa all’Europa e al governo nazionale è che tutti i timbri siano a posto. È un sistema che è stato definito come prevalentemente “procedurale” in contrapposizione all’approccio “valoriale” adottato da altri paesi, Stati Uniti e Canada in testa: si premia chi ha pazienza e tempo di stare in fila all’ufficio, non chi è portatore di competenze e sapere professionale. Si può tentare un approccio diverso e controcorrente rispetto al resto d’Europa anche su scala macro-regionale? Magari cominciando dalla testa, cioè dalle università e dagli istituti di scuola superiore a vocazione tecnico-scientifica. 71


Un progetto a favore dell’integrazione

di Stefano caratelli 72


Il labirinto

C’

è anche il Veneto tra le quattro regioni individuate dal ministero dell’Interno – le altre tre sono Lazio, Marche e Piemonte – per migliorare l’accoglienza e l’integrazione dei cittadini stranieri nei comuni italiani. Il progetto è stato presentato lo scorso primo dicembre dal Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione del Viminale insieme a Anci  (l’associazione dei comuni) e Ancitel (la loro rete informatica) e ha l’obiettivo di promuovere un corretto approccio nella gestione dei cambiamenti normativi, procedurali e tecnologici per individuare e approfondire le migliori soluzioni organizzative già adottate dai Comuni per l'erogazione dei servizi ai cittadini stranieri. Nella prima fase il programma, che è stato istituito con i fondi europei per l'integrazione di cittadini di paesi terzi, ò destinato ai Comuni di Piemonte, Veneto, Marche e Lazio ma nei prossimi anni verrà esteso ai Comuni delle altre regioni italiane. Il viceprefetto Maria Assunta Rosa, del dipartimento libertà civili e immigrazione, ha sottolineato che il programma, denominato Formazione Immigrazione, risponde pienamente ad una delle linee di azione che il Ministero dell'Interno, in collaborazione con tutti gli stakeholders coinvolti, ha programmato nell'ambito della realizzazione del Fondo Europeo per l'Integrazione dei cittadini di paesi terzi per promuovere interventi che migliorino la capacità di gestione degli uffici della pubblica amministrazione centrali e locali. Si tratta di un nuovo esempio di collaborazione tra Viminale e Anci nell'ottica di fornire servizi sempre più efficienti nel campo dell'accoglienza degli immigrati. Il Fondo Europeo per l'integrazione dei cittadini di paesi terzi è stato istituito nel 2007, con l'obiettivo di migliorare i processi volti a favorire l'integrazione dei cittadini stranieri. Il ministero, in sinergia con il territorio, intende ottimizzare al meglio l'utilizzo di queste

risorse che l'Europa ha messo a disposizione. Tra le iniziative indicate nel percorso formativo del progetto si segnala la proposta di istituire anche uno sportello comunale per l'integrazione, che in collegamento con gli uffici delle prefetture, gli sportelli unici per l'immigrazione e i consigli territoriali per l'immigrazione, possa svolgere un ruolo importante nella diffusione di notizie e informazioni certificate e corrette. La prima parte del lavoro del programma di Formazione Immigrazione consisterà nella individuazione in ogni regione degli operatori comunali adatti a fornire le prime informative. Il progetto si muove in un’ottica trasversale, nel senso che sono tanti i campi di azione e sono numerosi gli obiettivi che persegue. I fondi europei per l'integrazione di cittadini di Paesi Terzi sono stati istituiti nel 2007, con l'obiettivo di migliorare ulteriormente le pratiche rivolte all'integrazione. Il ministero sta lavorando per cercare di trovare la direzione migliore per gestirli e ritiene che un'opportunità interessante potrebbe essere quella di sostenere l'istituzione dello sportello comunale per l'integrazione. In tantissime occasioni infatti gli immigrati anche per avere le risposte più banali non sanno a chi rivolgersi, mentre secondo il Viminale l'istituzionalizzazione di uno sportello del genere aiuterebbe a risolvere tante problematiche.

73


«I L’Italia costruisce sostenibile In 705 comuni la parola d’ordine è efficienza energetica

di Giulia De Rita 74

Regolamenti Edilizi Comunali in tema di efficienza energetica rappresentano un’importantissima chiave per raccontare il cambiamento in corso nel modo di progettare e costruire in Italia, un paese in cui, finalmente, risulta sempre più crescita il numero di Comuni che hanno messo mano ai propri strumenti di governo per introdurre nuovi criteri e obiettivi energetico-ambientali». A dirlo è Edoardo Zanchini di LEGAMBIENTE in occasione della presentazione del terzo Rapporto ONRE, Osservatorio Nazionale Regolamenti Edilizi per il risparmio energetico, promosso da CRESME e LEGAMBIENTE, che prende in esame i 705 Comuni che hanno modificato i propri Regolamenti Edilizi per introdurre obiettivi di sostenibilità (l’80% di questi lo ha fatto negli ultimi tre anni). Si tratta di strumenti importanti che rappresentano sempre più uno snodo fondamentale del processo edilizio, perché in essi convergono aspetti tecnici e procedurali, attenzioni e interessi e in essi si incrociano le competenze in materia di urbanistica, edilizia ed energia di Stato, Regioni e Comuni. Il Rapporto 2010 analizza provvedimenti nazionali e regionali, da cui si comprendono le ragioni della preoccupazione degli operatori del settore: forte è la domanda di chiarezza, di una più attenta regia del processo in corso che permetta che i riferimenti legislativi non siano di ostacolo, ma al contrario contribuiscano a dissolvere le incertezze. «È importante - sostiene Zanchini - guardare ai regolamenti edilizi comunali per capire come superare i problemi ancora aperti, così come occorre da parte degli Enti Locali e delle Regioni un’attenta comunicazione degli obiettivi che ci si propone con le innovazioni che riguardano il settore, in modo da costruire un confronto trasparente con gli operatori e avviare un continuo monitoraggio dei risultati per apporre correzioni e pubblicizzare i risultati prodotti in termini di comfort delle abitazioni». «Nei 705 Comuni individuati e analizzati dal Rapporto – ha spiegato Lorenzo Bellicini, di-


rettore del CRESME - rientrano circa 19 milioni di abitanti, pari al 31% della popolazione del Paese, un campione assolutamente rappresentativo dell’attenzione che i Governi stanno attribuendo alla questione del risparmio energetico e all’importanza comunemente condivisa che il patrimonio edilizio riveste in tale tema. Ma la rilevanza di questa attività regolamentativa è ancora più percepibile attraverso la dimensione edilizia che essa va a condizionare. Gli oltre 700 Regolamenti Edilizi o documenti analizzati influenzano le strategie del risparmio energetico (passivo o attivo) e, considerando i periodi di formazione e di adozione di tali provvedimenti, ci troviamo a quantificare

DISTRIBUZIONE REGOLAMENTI PER EPOCA DI ADOZIONE

in oltre 300.000 le abitazioni della nuova edilizia residenziale che dal 2000 ad oggi sono state realizzate con criteri obbligati o promossi dai Regolamenti Edilizi fino ad oggi raccolti». Gli ultimi 10 anni, e in particolare gli ultimi 5, sono stati quelli in cui il modo di pensare all’edilizia ha subito un forte cambiamento: soltanto 66 Regolamenti Edilizi (il 13% del totale) sono antecedenti al 2006. L’anno di svolta è da considerarsi quindi il 2007 con ben 134 provvedimenti (il 31%), mentre sia nel 2008 sia nel 2009 (quest’ultimo biennio rappresenta insieme quasi la metà della documentazione visionata) il numero di Regolamenti approvati si è mantenuto sui livelli del 2007. Nel 2010, al momento, sono stati approvati 34 nuovi Regolamenti Edilizi “Sostenibili”. In merito alle tematiche affrontate, quelle dell’isolamento, dell’orientamento e del risparmio idrico venivano citate e normate fin dai Regolamenti dei primi anni 2000, anche se la proliferazione si è verificata successivamente. Più recenti invece i provvedimenti che riguardano l’obbligo di ricorrere alle fonti rinnovabili: l’80% sono prescrizioni inserite in regolamenti adottati nel triennio 2007-2009. La mappa della legislazione introdotta nelle diverse Regioni, mostra però le notevoli differenze esistenti sul territorio riguardo al tema dell’innovazione energetica. Alcune Regioni hanno emanato provvedimenti che introducono precise indicazioni per l’uso delle energie rinnovabili, per il risparmio idrico e per l’isolamento termico degli edifici. In altre si è invece percorsa la strada di indicazioni non cogenti, come le Linee Guida sulla Bioedilizia, in altre ancora si sono approvate normative che semplicemente promuovono l’edilizia sostenibile. In molte aree del Nord, ma anche in Puglia, sono state emanate Leggi che definiscono i criteri per la certificazione energetica, obbligano l’installazione delle fonti rinnovabili per i nuovi edifici e definiscono i criteri per migliorare le prestazioni energetiche degli edifici. 75


QUADRO REGIONALE SULL'EDILIZIA SOSTENIBILE RAPPORTO ON-RE 2010 Legge che obbliga l'efficienza energetica, fonti rinnovabili e certificazione energetica Legge che obbliga l'uso di fonti rinnovabili

Linee guida non prescrittive

Semplici indicazioni per la promozione di fonti rinnovabili

Per quanto riguarda il Lazio e l’Umbria invece gli obblighi di Legge si riferiscono all’uso dell’energia fotovoltaica ed ai pannelli solari termici. Ci sono poi quattro Regioni, il Veneto, la Toscana, la Campania e le Marche, che hanno emanato Linee Guida per l’edilizia 76

sostenibile ma senza prevedere obblighi. In queste Regioni si promuove la sostenibilità in edilizia e si invitano i Comuni a prevedere incentivi in tal senso, si promuove la certificazione energetico-ambientale degli edifici, ma in forma facoltativa.


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La sostenibilitĂ

in edilizia nel Veneto di Giulia De Rita

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I

l Veneto è una delle Regioni italiane che non prevedono regolamenti cogenti in tema di sostenibilità ambientale in edilizia, pur avendo emanato Linee Guida che promuovono la bioedilizia e incentivano la certificazione energetica. Si tratta però di una Regione in cui non mancano casi di eccellenza rappresentati da Comuni che hanno provveduto ad adottare regolamenti che favoriscono e valorizzano i diversi aspetti della sostenibilità. Ne abbiamo parlato con Gabriele Nanni dell’Ufficio Urbanistica di Legambiente, curatore del Rapporto ONRE. «Le risposte che la Regione Veneto è riuscita a dare in questi anni rispetto all’esigenza di andare verso una concreta sostenibilità nel settore edilizio, rimangono al momento poco efficaci. Nonostante si tratti di una delle più ricche e grandi Regioni italiane, su questo tema il principale riferimento normativo, la Legge Regionale n.4 del 9/3/2007, non prevede alcun obbligo. Le Linee Guida infatti sono sì uno strumento utile per la promozione della bioedilizia e possono dare un serio contributo ai Comuni che stanno cambiando negli anni il proprio Regolamento Edilizio, ma rimangono comunque indicazioni generiche, senza specificità sui limiti della trasmittanza termica degli edifici, sull’uso delle energie rinnovabili e sul recupero delle acque piovane. Si promuove genericamente la sostenibilità in edilizia e si invitano i Comuni a prevedere incentivi in tal senso, si promuove la certificazione energetico-ambientale degli edifici, ma in forma facoltativa, e si invita a una corretta selezione dei materiali da costruzione ed il risparmio delle risorse naturali. In Veneto, come per le altre

Regioni che ancora non hanno preso in considerazione provvedimenti sulla certificazione energetica, non sono previsti elenchi di figure professionali abilitate; valgono quindi le indicazioni nazionali del Dlgs 115/2008. Le notizie positive in Veneto vengono dal basso: sono infatti 65 i Comuni veneti che hanno già inserito obblighi e/o promozione dei vari aspetti di sostenibilità in edilizia nei loro Regolamenti. Due in particolare sono le esperienze più significative per far capire meglio questo processo. Si tratta dei Comuni di Schio (VI) e Bassano del Grappa (VI). Il primo si è distinto per essere stato tra i primi a rivoluzionare il proprio Regolamento Edilizio. Il Regolamento, approvato nel 2008 unitamente a quello del Comune di Valdagno, mostra già i primi frutti; su 239 nuove unità immobiliari, 88 edifici tra residenziale, commerciale ed altre destinazioni d’uso, sono 150 quelle che hanno installato almeno 1 kW di potenza di pannelli fotovoltaici ed altre 89 unità hanno installato almeno 0,2 kW di potenza. Degli 88 edifici di nuova costruzione sono ben 23 quelli che hanno raggiunto un sensibile miglioramento delle prestazioni energetiche, il tutto su base volontaria; si è arrivati quindi per la parte energetica ad avere 3 edifici in classe A+ ed altri 8 edifici in classe A. A Bassano invece, dopo anni di silenzio e di arretratezza rispetto a questo tema, nel corso del 2010 l’Amministrazione è riuscita ad organizzare dei seminari specifici portando esperienze di professionisti e di altri Comuni virtuosi per poi emanare in pochi mesi la bozza del nuovo Regolamento per l’Edilizia Sostenibile.

I numeri di ONRE in Veneto:

Comuni Isolamento termico Fonti rinnovabili Efficienza energetica Orientamento e schermatura Materiali da costruzione Risparmio idrico e recupero acque meteoriche Isolamento acustico Permeabilità dei Suoli

37 40 11 14 14 20 3 9

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Altri Comuni interessanti sono quello di Sona (VR) che impone un limite di trasmittanza molto basso (per le pareti esterne di 0,31 W/m2 K e promuove tetti verdi), o ancora Arzignano, Marostica e Portogruaro (promozione anche di tetti verdi). Tra i grandi Comuni spicca Padova per gli obblighi sull’ isolamento e la promozione dei tetti verdi. Per le fonti di energia rinnovabili Arzignano, Marostica, Musile di Piave, Schio, Sona, Valdagno e Vigonovo sono i Comuni che prevedono l’obbligo per i nuovi edifici e le ristrutturazioni del 50% di ACS da solare termico e 1 kW fotovoltaico. Altre esperienze, come Arzignano, Portogruaro, Schio, Sona e Vigonovo obbligano l’allacciamento al TLR se presente entro 1.000 m, promuovono l’uso delle pompe di calore e rendono cogente il requisito di avere un impianto centralizzato e la contabilizzazione per ogni singola unità immobiliare. A Thiene e Vigonovo oltre al requisito sull’orientamento Est-Ovest degli edifici, si richiede una schermatura per il 80% delle superfici vetrate. Anche il tema della permeabilità dei suoli viene efficacemente affrontato ad Albignasego (la superficie permeabile deve essere almeno pari al 50% per le aree destinate a parcheggio e al 40% per quelle destinate a giardini e spazi privati), Limena (con soluzioni progettuali che consentano un rapporto tra area esterna permeabile ed area esterna complessiva superiore al 50%), Marostica e Schio (nel caso di nuova costruzione il 25 % del lotto dovrà essere costituito da superfici permeabili da garantire l’immissione delle acque piovane nel sottosuolo), Musile di Piave (dovrà essere prevista una quota di superficie permeabile non inferiore al 30% della superficie libera di pertinenza). Tra le grandi città Padova (l’indice di permeabilità del suolo pari ad almeno il 25% sulla superficie fondiaria; in ogni caso, sempre salvo giustificati motivi di impedimento, la superficie permeabile deve essere almeno pari al 50% per le aree destinate a parcheggio e al 40% per quelle destinate a giardini e spazi privati)”. 81


Efficienza a Nord Est

Il sistema delle Scuole Edili di Stefano caratelli

NUMERO CORSI 2001-2009 PER AREA TERRITORIALE Fonte: elaborazione Cresme su dati Formedil

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I

dati del rapporto Formedil 2010, da cui sono tratte le tavole pubblicate in questa pagina che riguardano in particolare il Nord-Est, confermano la validità di un modello bilaterale nella gestione della formazione che non ha altri esempi al di fuori del settore delle costruzioni. Ma a livello di macro regione Nord Est indicano anche in controluce come Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino ed Emilia Romagna abbiano saputo declinare una eccellenza nazionale in termini di spiccata efficienza in termini di risultati conseguiti rispetto alle risorse impegnate. Nel 2009 a livello nazionale il sistema delle 97 Scuole Edili ha gestito 10.633 corsi contro i 6.546 del 2008 con una crescita di oltre il 60% con una distribuzione territoriale che vede Nord Ovest e Nord Est assorbire in parti sostanzialmente uguali poco meno dei due terzi del totale. La crisi ha solo rallentato l’attività formativa, che continua a registrare nella componente sicurezza una componente fondamentale anche per effetto dell’avvio dell’innovazione contrattuale delle 16ore. L’attività formativa delle Scuole Edili ha risentito della crisi soprattutto nel Sud, il Nord Ovest ha tenuto e il Nord Est ha tenuto ancora meglio.

NUMERO MEDIO DI CORSI PER SCUOLA 2001-2009 PER AREA TERRITORIALE Fonte: elaborazione Cresme su dati Formedil

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NUMERO CORSI PER LA SICUREZZA 2001-2009 PER AREA TERRITORIALE Fonte: elaborazione Cresme su dati Formedil

NUMERO CORSI PER LA SICUREZZA 2001-2009 PER AREA TERRITORIALE Fonte: elaborazione Cresme su dati Formedil

LE SCUOLE EDILI NEL 2009

COMPOSIZIONE % PER AREA TERRITORIALE

Nord Ovest 23,7% Sud 27,8%

Nord Est 21,6% Centro 26,8%

Fonte: elaborazione Cresme su dati Formedil

Le imprese edili del Nord Est hanno tenuto molto alta l’attenzione per la formazione: numero dei corsi in crescita e iscrizioni in sostanziale tenuta ma con un aumento del numero di ore erogate. Il Nord Est esprime anche un alto livello di efficienza delle risorse impiegate in quanto produce più ore di formazione e un maggior numero di lavoratori formati con un numero più basso di scuole e un personale dedicato più contenuto. 85


Ampi spazi e bassi consumi, un binomio vincente A due passi dall’imponente cinta muraria medioevale, conservata in modo pressoché intatto, che circonda il centro di una piccola ma incantevole cittadina della laboriosa provincia veneta. È questa la posizione privilegiata nella quale si trova una residenza moderna, le cui linee architettoniche sobrie ed essenziali vengono esaltate dal marmo nero con cui è rivestita parte della facciata esterna. Una casa pensata e progettata avvalendosi delle ultime innovazioni tecnologiche, ma all’interno della quale è possibile imbattersi in alcuni piccoli particolari che fanno capire come i proprietari abbiano voluto dare vita ad un ambiente dove modernità e tradizione convivono nel giusto mix. Di recente ampliamento, con un progetto curato dall’arch. Gianni Toffanello, la residenza offre ora nuovi spazi, tra i quali un appartamento riservato all’accoglienza degli ospiti o, in alternativa, a spensierate serate tra amici organizzate dai giovani figli dei padroni di casa. Ad accoglierci troviamo un’abitazione raffinata, all’interno della quale dominano i colori chiari della calce rasata - di cui sono rivestite le pareti - e del parquet, interamente in rovere naturale spazzolato. La luce, penetrando abbondante dalle grandi porte-finestre che circondano la zona giorno, valorizza appieno un ambiente che pur essendo costituito da spazi davvero ampli riesce a fare della riduzione dei consumi energetici un suo punto di forza. Lo si capisce da subito, fin dai particolari: doppi vetri basso emissivi permettono di mantenere costante la temperatura all’interno della casa, nella quale le finestre sono state collocate in modo da sfruttare ampiamente l’irraggiamento solare proveniente dall’esterno. Ma questo è solo uno degli accorgimenti presi. L’abitazione, infatti, è stata dotata di un doppio impianto di riscaldamento, tradizionale e geotermico/fotovoltaico, che tramite un impianto radiante a pavimento consente una climatizzazione regolare in ogni angolo della casa. Un sistema di ricircolo automatico dell’aria consente poi di far circolare flussi a temperatura costante, garantendo così un clima uniforme e privo di umidità in tutti gli ambienti. Grandi spazi e ottimizzazione dei consumi, un accostamento che a prima vista può sembrare azzardato ma che in realtà, grazie all’utilizzo delle più innovative tecnologie impiantistiche, non lo è. In un contesto così articolato, il sistema domotico By-me di Vimar gioca un ruolo fondamentale - come ci spiega Sergio Borsatto della ditta Basso Impianti – in quanto è in grado di coordinare tutti gli impianti dell’abitazione offrendo al contempo benessere e risparmio energetico. All’interno della residenza, infatti, ogni funzione viene controllata dal sistema domotico che, tra le altre cose, riesce a regolare l’impianto di riscaldamento tradizionale in modo da farlo entrare in azione solo nel caso in cui il calore prodotto dall’energia geotermica e fotovoltaica non sia sufficiente. Bassi consumi ma anche funzionalità e facilità d’utilizzo. Basta toccare l’ampio display a colori di uno dei diversi touch screen da 4,3 pollici posizionati in vari punti della casa per richiamare facilmente le diverse zone in cui è stata suddivisa l’abitazione ed impostare centralmente per ciascuna di esse l’illuminazione e la temperatura desiderata.


Temperatura che, in ogni caso, può essere modificata localmente dai due termostati – uno per il riscaldamento tradizionale e l’altro per quello ad energia rinnovabile - posizionati in ogni singola stanza, come l’ampio soggiorno, arredato in prevalenza con mobili color caffelatte e al centro del quale un enorme e comodo divano offre ai padroni di casa la possibilità di concedersi delle tranquille serate in famiglia o dedicarsi alla lettura di un buon libro davanti al caminetto. Pensato per offrire un ulteriore vantaggio in termini di funzionalità l’applicativo Vimar per Microsoft Media Center consente poi di controllare automazioni, illuminazione e clima direttamente dal pc o addirittura tramite lo schermo del televisore, senza bisogno di alzarsi dal divano. Dalla zona giorno - che oltre al salotto comprende la cucina, la sala da pranzo e uno studio - una scala in vetro conduce alla zona notte. Leggerissima, la struttura appare quasi sospesa nel vuoto. Come leggere e raffinate sono anche le placche in cristallo color bianco ice della serie Eikon che fanno da cornice a tutti i dispositivi della casa, integrandosi perfettamente con le tonalità chiare che caratterizzano l’ambiente. Un ambiente che può essere ulteriormente personalizzato tramite differenti combinazioni di funzionamento dei dispositivi elettrici. Stiamo parlando degli scenari. Lo scenario “Entrata”, ad esempio, all’apertura del cancello carraio comanda l’apertura del garage e l’accensione automatica delle luci, disegnando così un percorso luminoso che conduce fino all’interno dell’abitazione, dove la splendida lampada Flos in acciaio con base in marmo illumina l’ingresso e accoglie l’arrivo dei padroni di casa. “Uscita”, invece, comanda lo spegnimento di tutte le luci, la chiusura delle tapparelle e l’impostazione del clima in modalità “standby”, evitando così quei fastidiosi dubbi che spesso ci assalgono quando non ci ricordiamo se prima di uscire abbiamo provveduto a farlo manualmente. Attraverso lo scenario “Sera”, infine, all’interno dell’abitazione viene creata un’atmosfera intima e rilassante mentre all’esterno l’illuminazione da vita ad un gioco di luci decisamente affascinante. Oltre che dai diversi touch screen, è possibile impostare e regolare la funzione scenari sia da la centrale domotica - vero cuore pulsante di tutto il sistema - che dai tasti domotici dislocati in vari punti dell’abitazione. La tecnologia di By-me semplifica la vita dei proprietari anche quando si trovano lontano da casa. Attraverso il software Vimar By-phone infatti, tutte le funzioni presenti nell’abitazione possono essere gestite direttamente dal telefono cellulare, il che ad esempio offre la possibilità di impostare da remoto la temperatura o regolare l’illuminazione di singole stanze o dell’intera abitazione. Il nostro viaggio sta ormai volgendo al termine, e noi ci accingiamo a lasciare questa splendida residenza. All’esterno, nel giardino, gli alberi iniziano ad assumere le classiche tonalità autunnali, ricoprendosi di foglie arancioni, gialle e rosse che contrastano con l’azzurro intenso del cielo. Il primo freddo è ormai alle porte ma con By-me si può fare ritorno a casa con la certezza di trovare un ambiente tanto intelligente quanto accogliente.


www.3viso3.it Team nato un anno fa composto da giovani architetti, urbanisti e creativi. Hanno iniziato per amore per la città trasformando gli edifici vuoti in piazze o spazi museali con ampie vetrate. Erano idee nei loro piccoli studi, ma poi è arrivata la spinta decisiva per portare il gruppo dalla carta alla progettualità. Il consigliere comunale Riccardo Barbisan, solleticato dall’idea, ha chiesto loro di dare un contributo alla città e ne è nato uno strumento per rileggere e riscrivere Treviso, messo a disposizione di tutti (Comune in testa). Una serie di suggerimenti provenienti dalle menti fresche e innovative prima su mappe, da ora on line. Ad un anno di distanza dai progetti virtuali sulla Camera di Commercio, 3viso3 ha anche ideato una nuova piazza Pio X e un nuovo palazzo Moretti, visto con gli occhi dei giovani fruitori di Treviso. Ora è partito il sito, dove si possono lasciare commenti e dare un’opinione alle loro idee, poi scenderanno in piazza con cartoline colorate da compilare con proposte e pensieri sui temi che riguardano l’interno mura, per realizzare il loro progetto di «urbanistica partecipata»: ogni suggerimento servirà a evidenziare priorità e interessi, con l’opinione di tutti.

Il vetro e la sua avventura Dopo circa 30 anni, il Museo Correr dedica i suoi spazi espositivi ad un prestigioso capitolo dedicato al vetro che riprende l'omonima mostra "L'avventura del vetro". Allestita dall'11 Dicembre 2010 al 25 Aprile 2011, per iniziativa della Fondazione Musei Civici di Venezia, a cura di Aldo Bova e Chiara Squarcina, rappresenta la più ampia rassegna sul tema dopo la grande esposizione del 1982 a Palazzo Ducale, Museo Correr e Museo del Vetro. Organizzata cronologicamente in quattro sezioni - vetri archeologici; dal XV al XVIII secolo; XIX secolo, XX secolo - e con oltre trecento opere esposte, la grande rassegna al Correr ripercorre tutte le tappe della straordinaria "avventura del vetro" a Venezia, dall'arrivo in laguna, in età classica, di vetri provenienti da aree anche lontane, fino al connubio sempre più stretto tra vetro e design che rappresenta il presente e il futuro della produzione vetraria muranese. In concomitanza con il Carnevale di Venezia 2011, dedicato all'Ottocento, verrà ad aggiungersi un'ulteriore selezione di più di un centinaio di opere provenienti dalla collezione Maschietto, per la prima volta presentata in città. Si tratta di figurine di vetro, con maschere veneziane e della Commedia dell'Arte, che, insieme a una selezione di disegni ottocenteschi sul Carnevale, dalle collezioni del Correr, troveranno spazio in uno dei sontuosi ambienti al primo piano del Museo Correr (dal 26 febbraio 2011).

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A Treviso apre il primo baby facebook Eccolo è nato è stato battezzato con il nome di Qwert, è il primo social network gestito e nel quale possono entrare solo gli studenti delle scuole medie di Treviso. Accesso, quindi, sicuro e protetto per far sì che mamma e papà non abbiano da che preoccuparsi. Si tratta di un progetto sperimentale, unico in Italia, per creare appartenenza a un territorio e combattere, allo stesso tempo, l’individualismo. È un luogo per i ragazzi e solo per loro, lontani dai rischi di internet ma non allontanati dal computer, strumento di ricerca e informazione ormai imprescindibile per le generazioni degli anni duemila. Sono infatti i ragazzi a gestire il sito, prendendosene cura e segnalando eventuali scorrettezze o criticità. Qwert, il suono della parola è di per sé rassicurante sono sì i primi cinque tasti della tastiera del pc, ma ricorda anche la «cuerta» dialettale, ovvero la coperta.

cortina e Slow-Ski nuova moda dell’inverno Il comprensorio sciistico di Faloria – Cristallo – Mietres, Cortina Cube, ha inaugurato anche questo anno l’inizio della stagione sciistica in anticipo. Tra le varie piste aperte anche la Vitelli che questo anno sarà dedicata esclusivamente allo SLOW SKI, tradotto letteralmente in “sci lento” e cioè un modo diverso di affrontare e vivere lo sci, assaporando lentamente il percorso affrontato con la possibilità di concedersi diverse soste per ammirare il paesaggio. Infatti il Faloria ha scelto di dedicare a questa pratica la sua pista più panoramica, lo storico tracciato che ospitò nel 1956 le gare di slalom gigante durante le olimpiadi invernali di Cortina. Il percorso è molto divertente e variegato, si sviluppa lontano da impianti e rifugi e a quota 2150 m verrà organizzata un’area relax con panchine da dove si potrà godere un bellissimo panorama con in primo piano il Monte Cristallo. La partenza è a quota 2356 m per una lunghezza totale di 2920 m con arrivo a Pian de ra Bigontina. La pista è divisa in Vitelli Alta, pista nera (difficile) e Vitelli Bassa, pista rossa (media difficoltà). Da Pian de ra Bigontina si può scendere verso la località di Rio Gere sia con sci ai piedi che in seggiovia.

a cura di Simona De Carli 89


Enel e Ance Veneto aprono lo sportello

QuiEnel di ANCE VENETO

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È

operativo e a pieno regime il nuovo sportello “QuiEnel” aperto presso la sede regionale dell’Ance Veneto – Associazione regionale dei costruttori edili - in Piazza De Gasperi 45/a a Padova. L’iniziativa è mirata a fornire alle 1800 imprese associate e ai cittadini che abitano nel territorio, la possibilità di svolgere presso lo sportello tutte le operazioni relative al loro contratto di elettricità. In particolare, rivolgendosi al personale qualificato della sede regionale dell’Ance Veneto, che gestisce lo sportello QuiEnel, associati e cittadini potranno: aprire, modificare o disdire il contratto; effettuare operazioni sulle utenze domestiche e su quelle per usi diversi dall’abitazione, ossia le imprese, con contratti fino a 100 Kw; comunicare la lettura del contatore, dimostrare il pagamento della bolletta, domiciliare il pagamento delle bollette su conto corrente bancario o su carta di credito, verificare la situazione dei propri consumi e pagamenti, richiedere una fornitura uso cantiere e nuovi allacciamenti

o aderire al servizio InfoWatt (interessante per avvisi via sms o mail di interruzioni programmate). Il servizio QuiEnel, presso la sede regionale dell’Ance Veneto, in Piazza De Gasperi 45/a a Padova, sarà aperto al pubblico da lunedì a venerdì dalle ore 14.00 alle ore 17.00. “Quella con l’Enel è una partnership importante – ha spiegato Stefano Pelliciari, presidente di Ance Veneto – grazie alla quale saremo in grado di offrire alle imprese un servizio di approvvigionamento energetico in cantiere più agevole e sicuro, con meno burocrazia possibile”. “Siamo lieti - ha dichiarato Claudio Bergo, team leader gestione partner della Macro Area Nord-Est di Enel Servizio Elettrico spa - di aver avviato oggi un servizio così importante all’interno della sede regionale dell’Ance Veneto. Si tratta infatti di un’altra importante tappa che conferma la volontà della Società di essere ancora più vicina alle esigenze dei clienti e di stringere rapporti di sempre maggior collaborazione e fiducia con enti, società e istituzioni presenti nel territorio”.

di ANCE VERONA

Assemblea verde per i Giovani di Ance Verona A lezione di tecnologie verdi dall'architetto Kanah e dall'architetto Allegri, socio di Ance Verona e past president dei Giovani

È

stata un'assemblea di fine anno tutta incentrata sul valore della sostenibilità quella del Gruppo Giovani di Ance Verona. Una vera e propria lezione accademica l'ha proposta Maurice Kanah, architetto di fama internazionale, consulente governativo per l'impatto ambientale delle tecnologie costruttive e noto architetto, che ha scelto le costruzioni verdi, cioè passive in anni non sospetti, quando ancora l'attenzione dei media e del grande pubblico non era tutta rivolta all'ecosostenibilità. 91


Presentato dall'architetto veronese Mauro Felice, che ne ha sottolineato l'umanità e le capacità di ascolto, “rare per una personalità di fama internazionale, soprattutto nel mondo dell'architettura”, Kanah ha fatto una rapida introduzione del concetto di architettura ecosostenibile “ben diverso da quello delle energie rinnovabili” per poi fare una carrellata rapida dei propri progetti, passando poi la palla ad Allegri che ha presentato il proprio gioiellino verde: la scuola di Calmasino (Bardolino), da lui progettata e in fase di costruzione L'incontro è stato aperto dal Presidente di Ance Verona Costruttori Edili, Andrea Marani, “fresco” di manifestazione a Roma: “una manifestazione storica – ha spiegato ai Giovani – per la coesione con cui tutte le parti sociali della filiera delle costruzioni sono scese in piazza, inclusi noi imprenditori, notoriamente poco avvezzi a questo tipo di protesta. È stato un gesto composto, a simboleggiare la gravità della situazione che si è chiuso con una serie di colloqui privati con i principali gruppi politici di Governo e di opposizione. Siamo stati ricevuti dal Ministro Matteoli, assieme al braccio destro di Berlusconi, Gianni Letta: ci hanno rassicurato, vedremo se le rassicurazioni si trasformeranno in gesti concreti”. Concreta più che mai è la tendenza ad adottare tecniche costruttive a contenuto impatto ambientale, come ha spiegato il presidente del Gruppo Giovani di Ance Verona, Alberto Cengia: “il settore è in fortissima crisi e se da un lato sta combattendo con tutti i comparti della filiera per un rilancio dell'economia dall'altro sta vivendo un profondo cambiamento culturale dettato da una maggiore sensibilità del mercato ai temi dell'ambiente, dell'energia e della sostenibilità. Ecco allora come per una impresa sviluppare una leadership in nuove tecnologie, darà la possibilità di differenziarsi".

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di ANCE VENEZIA

Convegno di ANCE Venezia Giovani: Recupero architettonico e risparmio energetico

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enerdì 10 dicembre 2010, nella suggestiva cornice di Villa Widmann Rezzonico Foscari a Mira, si è svolto l’incontro, organizzato dal Gruppo Giovani di ANCE Venezia, dal titolo “Recupero architettonico e risparmio energetico”. L’evento, che si è tenuto a conclusione dell’anno di attività svolto dal Gruppo, ha visto la partecipazione di un pubblico numeroso e tecnicamente qualificato. Nell’introdurre la manifestazione il Presidente di ANCE Venezia Giovani, geom. Diego Pizzamano, ha voluto sottolineare il contributo che da sempre i giovani sono in grado di apportare nell’affrontare i temi legati all’innovazione e all’attualità. Oggetto dell’incontro un interessante progetto di recupero di una fabbrica di calzature dimessa, realizzato nel Comune di Vigonovo ad opera dello studio di architettura e 3ndyStudio. L’illustrazione del progetto ad opera degli architetti che ne hanno curato la predisposizione (Alessandro Lazzari, Marco Mazzetto e Massimiliano Martignon) ha altresì costituito l’occasione per approfondire ulteriori temi di particolare interesse, quali le scelte delle aziende produttrici sotto il profilo della ecosostenibilità; il ruolo di architetti e progettisti nell’individuazione di soluzioni tecniche atte a migliorare la prestazione degli edifici; il vantaggio, in termini economici, sia per costruttori che per acquirenti, di operare scelte energeticamente efficienti. A relazionare su tali temi, Davide Decaroli per Keracoll, Alessandro Jug per Rexpol e Carlo Dario per CasaClima Bolzano, con la moderazione di PaoloVolpe. Al termine dell’incontro si è svolta la tradizionale cena di Natale organizzata dal Gruppo.

Convegno GreenItaly e Costruzioni: Innovazione ed ecoefficienza per la competitività del settore delle costruzioni Il giorno 30 novembre 2010, presso Confindustria Venezia si è tenuto l’incontro dal titolo GreenItaly e Costruzioni, organizzato dalla Camera di Commercio di Venezia. Tale incontro, che ha voluto essere occasione di scambio e condivisione fra i diversi protagonisti dell’economia verde e delle filiere produttive e territoriali, costituisce una delle tappe dell’iniziativa itinerante, che si svolgerà fra novembre 2010 e novembre 2011 per presentare la prima ricerca, realizzata da Unioncamere e dalla Fondazione Symbola, dedicata al GreenItaly. Agli interveneti di Chiara Mio, professore Associato di Economia Aziendale dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, Fabio Renzi, Segretario Generale della Fondazione Symbola, e dell’Arch. Mario Cucinella, ha fatto seguito una tavola rotonda cui hanno partecipato diversi esponenti del mondo economico ed imprenditoriale, fra i quali, in qualità di Vicepresidente di ANCE Venezia, l’Arch. Daniele Roncali. Dal dibattito è emerso come la Green Economy possa effettivamente essere una delle strade principali da percorrere per rilanciare, su basi rinnovate, l’economia italiana, perseguendo l’obiettivo della massima qualità e stimolando nel contempo le imprese ad aprirsi alle nuove occasioni che vengono offerte da questo rilevante settore di mercato.

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EST numero novembre/dicembre 2011  

EST numero novembre/dicembre 2011

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