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Numero 36 - Marzo 2020

Giornale periodico a distribuzione gratuita Gruppo Alpini di San Giorgio di Nogaro - Sezione di Palmanova

Nus bâstin li’ mâns

Pronti a ripartire

…il virus ci manda un messaggio chiaro: il sentire che dalle tue azioni dipendono le sorti non solo tue, ma di tutti quelli che ti circondano… ( Raffaele Morelli )


marzo 2020 LA COPERTINA NUS BÂSTIN LI’ MÂNS

Giornale del Gruppo Alpini di San Giorgio di Nogaro Stampato in proprio e distribuito gratuitamente ai soci. AUTORIZZAZIONE DEL TRIBUNALE DI UDINE NUMERO 2/18 del 30-01-2018 DIRETTORE RESPONSABILE Massimo Blasizza massimoblasizza@gmail.com REDAZIONE Massimo Blasizza, Davide De Piante, Giovanni Sguassero, Giulia Tami

In questo numero 3

Il Direttore

4.

Storie di lager: presentato il 2° quaderno storico del gruppo (Marco Zanon)

5.

Una storia dimenticata raccontata nel 2° quaderno storico del Gruppo (Giorgio Negrello)

6.

Come parlare a un bambino dopo una calamità (Nucleo Psicologi Ana Torino)

8.

17 marzo 1861 – 17 marzo 2020 Giorno dell’Unità Nazionale, della Costituzione, dell’Inno e della Bandiera (Redazione)

GRAFICA Fabio Baccello

10.

Intervista al Capogruppo dell’8° Alpini di Venzone Gianluca Melillo

(Massimo Blasizza e Giulia Tami)

GRUPPO ALPINI DI SAN GIORGIO DI NOGARO Sezione di Palmanova (Udine) Via Carnia, 9 33058 San Giorgio di Nogaro (Ud)

12.

3.150 ore di lavori varii, più di 60 attività organizzate nel 2019 (Massimo Blasizza)

13.

Due antiche miniature (Marco Zanon)

14.

Alla ricerca di… Pietro Fanin (Maria Fanin)

15.

In breve (Redazione)

16

Il Sacrario dei Caduti d’Oltremare di Bari (Luisella Bonetto)

INTERNET www.anasangiorgiodinogaro.it

18.

Il cianton da puisie (Maria Fanin)

18.

Il cianton da rizete (Franco Moni)

E-MAIL sangiorgiodinogaro.palmanova@ana.it

19.

I nostri sponsor

C.F. 90001570309 Partita IVA 02900060308

Capogruppo: De Piante Davide Vice Capogruppo: Loi Valentino Consiglieri: Bidoggia Giancarlo, Bramuzzo Piergiorgio, Marchi Lino, Mastroianni Francesco, Milan Paolo, Moni Franco, Piccini Giorgio, Pittis Giovanni, Taverna Lucio, Tavian Luciano, Toniutti Fabrizio STAMPA Rosso Società Cooperativa Gemona del Friuli (UD) Numero copie stampate 350

IN ULTIMA PAGINA Guido Lucchini e la cartolina alla moglie Maria, scritta dall’Ospedale dell’Università Castrense. San Giorgio di Nogaro, 4 settembre 1915.


n. 36 – Marzo 2020

Carissimi lettori, è da poco iniziato il 2020… l’anno che sin qui ci ha visti convivere con il coronavirus nelle nostre zone, nel resto d’Italia ed anche in più di 200 Paesi del Mondo. Pensate che a causa del covid-19 sono morte circa 27.900 persone nel nostro pianeta, oltre 10.000 in Italia, 87 nella nostra regione (dati al 28 marzo) ed anche l’Ana è stata colpita. Il 29 febbraio scorso è mancato Antonio Ardenghi, alpino di 82 anni del Gruppo Ana di Nembro della Sezione di Bergamo. Il 10 marzo a Vò se n’è andato Renato Turetta di 67 anni del Gruppo Ana di Teolo della Sezione di Padova, uno dei primi colpiti in assoluto dal coronavirus. Il 22 marzo è morto anche Luigi Picchi della Sezione Ana di Parma, servizio di leva svolto alla fine degli anni sessanta nel Battaglione “Tolmezzo” di Venzone. Noi alpini di San Giorgio abbiamo rinviato il tanto atteso incontro con il Comandante dei Rangers, gli Alpini Paracadutisti dei corpi speciali dell’Esercito Italiano, perché il 28 febbraio cadeva proprio nel periodo in cui, come disposto nell’ordinanza del Ministro della Salute e del Presidente della Regione Autonoma F.V.G., in tutte le zone della penisola dove si è manifestato maggiormente il propagarsi del covid-19, si sono dovute limitare le attività che avrebbero visto riunirsi tante persone… ma abbiamo continuato la nostra instancabile opera di aiuto con due donazioni di denaro a nome del Gruppo Ana di San Giorgio: una inviata alla Sezione di Udine per l’acquisto di attrezzature e di prodotti medicali a favore del reparto di terapia intensiva dell’ospedale “Santa Maria della Misericordia” e la seconda per l’acquisto di dispositivi di sicurezza a favore dell’Ospedale di Palmanova. I primi di marzo abbiamo avuto la notizia dell’avvenuto contagio del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito: dalle pagine del nostro periodico giungano i migliori auguri per una pronta e completa guarigione al Generale di Corpo d’Armata Salvatore Farina da parte di tutti gli Alpini del Gruppo di San Giorgio di Nogaro. La 72ª edizione del 2020 dei CaSTA, i Campionati Sciistici delle Truppe Alpine che avrebbero dovuto svolgersi dal 9 al 13 marzo a Sestriere in val di Susa, è stata annullata dal nostro Ministro della Difesa a causa del diffondersi del coronavirus in tutte le regioni d’Italia. Venerdì 20 marzo la corsa che ci stava portando ad organizzare la 93^Adunata Nazionale, quella di Rimini–San Marino per il mese di maggio 2020, è stata fermata: il Consiglio Direttivo Nazionale riunito in videoconferenza ha deciso all’unanimità di spostare la manifestazione alla seconda metà di ottobre… il mese in cui sono nati gli alpini, “fatte salve valutazioni successive che saranno legate all’evolversi dell’emergenza”. Quindi tutti “pronti per altri 100 anni” in autunno a Rimini, se entro giugno/luglio verrà debellato il covid-19. Il 25 marzo sono state posticipate al 2021 anche le Olimpiadi di Tokio, il massimo evento sportivo internazionale. Forse saprete già che sono nati due nuovi Gruppi Ana all’interno di due reggimenti alpini dell’Esercito: al 9° a L’Aquila il 24 giugno e all’8° di Venzone il 4 dicembre 2019. Non essendoci più la leva obbligatoria, l’idea di creare dei Gruppi Ana nell’ambito dei reparti alpini, formati da personale in servizio permanente e dalle loro famiglie, non è una cattiva idea: che ne pensate? La redazione del “Fruzons di Plume” ha contattato Gianluca Melillo, Capogruppo Ana dell’8° Alpini di Venzone: all’interno l’intervista. In questo momento delicato, tutta l’Italia si sta adoperando: le istituzioni nazionali, le amministrazioni locali, forze dell’ordine, forze armate ed anche gli Alpini dell’Ana, si trovano ad affrontare la crisi più difficile dal secondo dopoguerra. Gli Alpini sono sempre a fianco delle istituzioni nei momenti di bisogno, a seguito di calamità naturali o come in questo caso, per un’emergenza sanitaria assolutamente senza precedenti. Sugli Alpini si può contare in ogni tempo. Gli Alpini ci sono sempre. Per gli Alpini non esiste l’impossibile. Agli Alpini non serve neanche chiedere di intervenire: sanno da soli cosa c’è da fare, e dove c’è più bisogno sono presenti in tanti, mossi dalle loro proverbiali disponibilità, preparazione, addestramento, organizzazione e forza d’animo, e sono sempre d’aiuto per tutti. W gli Alpini! W l’Italia! Buona lettura Con amicizia

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Storie di lager: presentato il secondo quaderno storico del gruppo di Marco Zanon Il quaderno che abbiamo presentato si compone di tre parti: la prima che tratta in generale della storia degli IMI, la seconda che riproduce l’elenco e i documenti raccolti circa i militari sangiorgini deportati nei campi di concentramento, la terza che riporta le testimonianze dirette ed indirette di alcuni dei soldati imprigionati. Come noto I.M.I è un acronimo che sta per Internati Militari Italiani (Italienische Militär - Internierten) ovvero il nome ufficiale dato dalle autorità tedesche ai soldati italiani catturati, rastrellati e deportati nei territori della Germania nei giorni immediatamente successivi all‘Armistizio con le truppe alleate. Dopo il disarmo, soldati e ufficiali vennero posti davanti alla scelta di continuare a combattere nelle file dell’esercito tedesco o, in caso contrario, essere inviati in campi di detenzione in Germania. Solo una percentuale molto bassa (circa il 10%) accettò l’arruolamento: gli altri vennero considerati “prigionieri di guerra” (le stime variano da 600.000 a 800.000 uomini). In seguito cambiarono status divenendo “internati militari”, ed infine, dall’estate del 1944 alla fine della guerra, “lavoratori civili”, in modo da essere sottoposti a lavori pesanti senza godere delle tutele della C.R.I. loro spettanti. La classificazione dei soldati italiani da "prigionieri" ad "internati" implicava la sottomissione dei deportati ad un regime giuridico non convenzionale secondo gli accordi di Ginevra del 1929, e gli "internati" in realtà venivano a trovarsi in una situazione di completa sottomissione al Terzo Reich. Le autorità tedesche, vedevano nella cattura di centinaia di migliaia di italiani una preziosa risorsa di manodopera sfruttabile a propria discrezione. Per questo motivo ostacolarono ogni tentativo da parte della Repubblica Sociale di riportare in Italia grossi contingenti di internati.

Gli internati furono così impiegati nei campi e nelle fattorie, nelle industrie belliche, nei servizi antincendio delle città bombardate, nell’industria pesante e in quella mineraria, nell’edilizia e nel settore alimentare. Le condizioni di lavoro degli IMI erano estremamente disagevoli. L’orario settimanale, nell’industria pesante ad esempio, era in media oltre le 57 ore alle quali, molto spesso, si aggiungevano anche turni lavorativi domenicali. A fronte di un intenso impegno lavorativo non corrispondeva un’alimentazione adeguata. Dai racconti dei reduci si apprende che era prassi comune cercare bucce di patate e rape nelle immondizie, o cacciare piccoli animali come topi, rane e lumache per integrare le magre razioni. La vita quotidiana era scandita da numerosi controlli e ispezioni e frequenti erano le punizioni anche di carattere corporale con percosse che in alcuni casi provocavano lesioni mortali. Gli alloggi consistevano in baracche prive di servizi igienici che ospitavano brande di due o tre piani. Ad ogni internato veniva assegnato un pagliericcio e due coperte corte. La malattia era spesso una conseguenza delle dure condizioni di vita. Il quaderno presenta una raccolta dei documenti relativi alla maggior parte dei 126 militari sangiorgini catturati dopo l’8 settembre 1943 e che subirono la deportazione nei campi di prigionia del Terzo Reich. Di alcuni di essi sono altresì state pubblicate alcune testimonianze dirette che dimostrano come stenti, vessazioni e abusi caratterizzassero la vita di ogni giorno durante la prigionia. Per questo il quaderno vuole far conoscere alle future generazioni la storia e l’esempio di questi uomini che hanno sacrificato la loro gioventù per difendere la nostra nazione, sopportando la deportazione e la prigionia per mantenere fede al giuramento di fedeltà alla Patria, resistendo alla fame, al freddo e ai soprusi dei nazisti senza mai perdere la propria dignità di uomini.

Il quaderno lo potete trovare da: Punto Ufficio Dino Fabris Bar Alla Posta Foto Piccini Roberto Agriturismo al Cjasal

S. Giorgio di Nogaro S. Giorgio di Nogaro S. Giorgio di Nogaro S. Giorgio di Nogaro Castions di Strada

Se conoscete sangiorgini che sono stati internati nei campi di concentramento e che non sono presenti nel quaderno oppure avete documenti e/o testimonianze, vi chiediamo di segnalarcelo.

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Una storia dimenticata raccontata nel 2° quaderno storico del Gruppo Si tratta della vicenda dei militari sangiorgini imprigionati nei campi di concentramento nazisti nel corso del secondo conflitto mondiale di Giorgio Negrello Il 25 gennaio, nell’ambito delle attività previste per la Giornata della Memoria, abbiamo presentato il secondo quaderno del Gruppo. Il quaderno è dedicato agli Internati Militari Italiani (I.M.I.) nei campi di concentramento tedeschi dopo l’8 settembre 1943. E’ il risultato dell’opera di quel comitato, mi piace chiamarlo così, composto dal Capogruppo Davide De Piante, da Marco Zanon, da Giovanni Sguassero e da me che si dedica a definire i contenuti dei quaderni in fieri. Ha preso spunto dalla donazione, al fondo dell’Associazione, del labaro e dell’elenco degli iscritti all’ANEI (Ass.ne Nazionale Ex Internati) della Sezione di San Giorgio da parte della famiglia di Guglielmo (Italo) Taverna, ultimo Presidente. Il mio contributo è stata la ricerca di documenti relativi a quei soldati presso gli archivi accessibili; inoltre ho cercato di definire il quadro in cui si consumarono gli avvenimenti di quei giorni, dalla fuga del Re, del governo e dei vertici militari all’occupazione tedesca. Ho ricordato anche l’avventura di mio padre, che riuscì a tornare a casa. Nel tempo concessomi per la presentazione ho voluto parlare di un posto, che, pur non avendo legami con il nostro paese, ha un nome che io ritengo estremamente significativo: Cefalonia. A volte si parla di coincidenze, la mia compagnia, al corso allievi ufficiali, era intitolata a “Cefalonia”; quando andavo a scuola ad Udine (ore 6.40 littorina, quella marron nocciola con la riga rossa, poi, da Palmanova, vaporiera proveniente da Cervignano, con i vagoni cento porte, il vapore sotto i sedili di legno ed i finestrini scorrevoli a ghigliottina) avevo una compagna che si chiamava Apollonio, era la figlia di un colonnello d’artiglieria. Il capitano Renzo Apollonio, assieme al collega Amos Pampaloni, fu protagonista dei fatti di Cefalonia. Per strade diverse i due sopravvissero alla tragedia che là si consumò. Le isole greche nell’Egeo sono moltissime, c’è Itaca, l’isola di Ulisse, vicina e più grande: Cefalonia. All’epoca vi era dislocata la Divisione “Acqui”: artiglieria, fanterie e distaccamenti di marinai. Lì la colse l’otto settembre; gli ordini furono gli stessi che per il territorio metropolitano: confusi, contradditori, con la differenza della distanza dalla madrepatria e della difficoltà di comunicazione. Nei momenti di confusione, seguenti all’annuncio dell’armistizio, si era diffusa tra i militari la voce (radio naja) di un possibile recupero da parte della Marina e quindi di un rimpatrio; era la speranza che nutriva la veridicità dell’asserito, nulla si sapeva di quanto stava realmente succedendo, anche nei vicini Balcani. L’undici settembre arrivò al Comando Divisione un ultimatum tedesco. Durante i successivi rapporti ai comandanti delle unità venne sfiorata più volte l’insubordinazione. Alcuni ufficiali si resero responsabili di “sobillazione sediziosa” nei confronti dei loro sottoposti. In alcuni reparti ci furono “mormorazioni”. Opporsi ai tedeschi sembrava a molti la soluzione per dare tempo alla Marina d’intervenire: la via per tornare a casa. Tragicamente, mentre questi ci credevano, in Patria nessuno pensava al loro destino, non c’erano piani, né navi né altro. Non lo sapevano, proposero al comandante in capo una specie di referendum, non un atto di democrazia nel senso moderno, ma una consultazione. Alcuni reparti non furono neppure interpellati, altri (quelli convinti) approvarono per acclamazione. Il gen Gandin cedette. Il presidio germanico si arrese, era scarso di uomini e mezzi. Il 15 settembre i tedeschi avviarono l’invasione con forze preponderanti, appoggiate dall’aviazione, padrona assoluta dei cieli. I combattimenti durarono sino al 23. Le perdite furono stimate in 1.200 da entrambe le parti. Gli italiani esaurirono munizioni e viveri, non avevano rifornimenti, il mare restò desolatamente vuoto di navi amiche. Il 23 la divisione si arrese, vennero rastrellati. Tra il 24 ed il 25 furono fucilati 193 ufficiali, tra cui lo stesso Gandin e circa 5.000 militari (stime dello storico G. Rochat). I superstiti furono imbarcati per essere trasferiti in Germania, due navi finirono sulle mine, una venne bombardata dalla RAF (Royal Air Force) e ci furono altri 2.000 morti. I sopravvissuti furono circa 4.000. Per loro si aprirono i cancelli dei campi di concentramento. La corona dichiarò guerra alla Germania solo il 13 ottobre.

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Come parlare a un bambino dopo una calamità Una guida per genitori e insegnanti A cura del Nucleo Psicologi ANA Sezione di Torino

I traumi possono essere di vario tipo e possono incidere più o meno intensamente sui bambini a seconda della loro natura, coinvolgendoli direttamente, nel caso in cui sono personalmente coinvolti, oppure indirettamente, quando, ad esempio, i bambini assistono, vedono in televisione o sentono parlare di un evento tragico. I bambini rispondono al trauma in molti modi diversi. Alcuni manifestano reazioni subito dopo l'evento; altri sembrano stare bene per settimane o addirittura mesi, e poi cominciano ad avere comportamenti preoccupanti. Riconoscere i segnali che sono comuni in diverse fasce d'età, può aiutare genitori ed insegnanti a riconoscere i problemi e comportarsi conseguentemente in maniera appropriata. Asilo nido - Scuola materna I bambini da 1 a 5 anni trovano particolarmente difficile metabolizzare un cambiamento o una perdita. Questi piccoli non hanno ancora sviluppato le loro personali capacità di affrontare la situazione, quindi devono appoggiarsi ai genitori, alla famiglia e agli insegnati per essere aiutati nei momenti difficili. I bambini molto piccoli potrebbero regredire ad un livello comportamentale precedente dopo un evento traumatico. Alcuni potrebbero ricominciare a succhiare il pollice o a bagnare il letto, o ad essere spaventati da animali, buio, "mostri". Potrebbero aggrapparsi ad un genitore o insegnante, o legarsi particolarmente ad un luogo dove si sentono al sicuro. Cambiamenti nell'appetito o nel sonno sono anche molto frequenti, come anche inspiegabili dolori. Altri sintomi da tenere sotto controllo sono problemi del sonno, dolori fisici, disobbedienza, iperattività, difficoltà nel parlare, aggressività o ricerca della solitudine. Potrebbero raccontare una versione esagerata dell'evento traumatico, oppure parlarne in continuazione. Prima infanzia I bambini tra i 5 e gli 11 anni potrebbero avere reazioni simili a quelli più piccoli. Potrebbero anche escludersi da giochi di gruppo con gli amici, competere per una maggiore attenzione da parte dei genitori, aver paura di andare a scuola, permettere che le prestazioni

scolastiche calino, diventare aggressivi o trovare difficile concentrarsi. Questi bambini potrebbero diventare più infantili, ad esempio chiedere di essere imboccati o vestiti. Adolescenza I bambini tra 12 e 14 anni solitamente si lamentano del loro fisico quando sono sotto stress, e potrebbero abbandonare attività di gruppo, sport, compiti, e altre responsabilità che precedentemente riuscivano a gestire. Anche se potrebbero competere con forza per l'attenzione dei genitori e degli insegnanti, potrebbero anche opporre resistenza, sfidare l'autorità, diventare distruttivi in classe o a casa o anche sperimentare comportamenti molto rischiosi, come l'uso di alcool o droghe. Questi giovani sono ad uno stadio di sviluppo in cui le opinioni degli altri sono molto importanti. Hanno bisogno di sentirsi considerati "normali" dagli amici e sono meno preoccupati di relazionarsi bene con gli adulti o partecipare ad attività in famiglia che una volta apprezzavano. Negli anni centrali dell'adolescenza, i ragazzi possono sentirsi inutili o colpevoli perché non possono assumersi le responsabilità piene degli adulti, quando la comunità reagisce al disastro. Nella tarda adolescenza, i ragazzi possono anche negare l'esistenza delle loro reazioni emozionali all'evento traumatico.

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n. 36 – Marzo 2020 COME AIUTARLI? La rassicurazione è la chiave per aiutare i bambini dopo un evento traumatico. - I bambini più piccoli possono aver bisogno di frequenti contatti fisici, oltre che un supporto più di tipo verbale - Rispondete alle domande sul disastro in maniera onesta, ma non perdetevi in dettagli che potrebbero spaventarli - Non permettete che l’argomento domini tutte le conversazioni in famiglia o le lezioni in classe - Incoraggiate i bambini di tutte le età ad esprimere le loro emozioni attraverso la conversazione, il disegno, la pittura, collages, racconti, drammatizzazioni - Cercate di mantenere una routine normale a casa e a scuola - Incoraggiate e proponete ai bambini di partecipare ad attività di ricreazione - Riducete temporaneamente le aspettative sul rendimento scolastico o sulla responsabilità in casa - Riconoscete le vostre reazioni all’evento calamitoso e prendete iniziative per favorire il vostro recupero fisico ed emozionale COME PARLARE - Date ai bambini la possibilità di fare domande e parlare di cosa vedono in televisione, supervisionandone sempre la visione - Non abbiate paura di ammettere che non conoscete tutte le risposte - È sempre importante spiegare cosa sia un terremoto, come funziona, perché avviene e sottolineare che ci sono tante persone sempre pronte ad intervenire in caso servisse - Utilizzate un linguaggio che il bambino capisce, adatto alla sua età - Usate la catastrofe come un’opportunità per creare un “piano di emergenza familiare”: sentire che c’è qualcosa che si può fare conforta adulti e bambini - Discutete di paure e preoccupazioni - Incoraggiate i bambini a esprimere i loro sentimenti, rendendo accettabili e naturali anche emozioni negative, forti e problematiche QUANDO PARLARE NON È ABBASTANZA... Per i bambini più vicini alla scena della calamità, potrebbero essere richieste azioni più concrete • La famiglia come nucleo potrebbe richiedere una consulenza: i disastri spesso risvegliano la paura del bambino della perdita dei genitori, in un momento in cui questi potrebbero essere occupati nella gestione delle difficoltà pratiche ed emozionali • La famiglia potrebbe scegliere di permettere temporaneamente il comportamento regressivo: passare tempo extra con i genitori prima di andare a dormire, lasciare la porta della stanza leggermente socchiusa • I genitori potrebbero avere il timore di lasciare un bambino da solo dopo una calamità: questo potrebbe significare che in realtà usano i problemi dei bambini per ottenere un aiuto loro stessi • Gli insegnanti possono aiutare i bambini con l’arte o attività di gioco oltre ad incoraggiare discussioni di gruppo in classe

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17 marzo 1861 – 17 marzo 2020 Giorno dell’Unità Nazionale, della Costituzione, dell’Inno e della Bandiera di Giovanni Sguassero Alcune curiosità e considerazioni sul nostro Inno Nazionale. Premessa Qualche tempo fa ho avuto l’opportunità di conoscere meglio la storia del nostro Inno grazie ad un CD donatomi da un amico. Confidavo sul fatto di avere sufficienti informazioni sulla Storia, sui fatti e sui personaggi che lo hanno composto ma ho dovuto ricredermi. Vorrei condividere con i lettori le piccole sorprese che ho riscontrato nella visione del CD, le curiosità e le considerazioni che si possono trarre. Approfondimento Tutti gli Stati che conosciamo hanno il loro Inno Nazionale che, il più delle volte, ha un solo titolo, l’Inno italiano ha ben 3 diversi titoli, infatti lo conosciamo anche come: Fratelli d’Italia oppure Inno di Mameli o, e qui per me è stata la sorpresa, come Canto degli italiani, che poi sarebbe il titolo originale. È un dato di fatto che tutti noi diamo come assodato che l’autore sia Goffredo Mameli, ciò è vero solo in parte in quanto egli ha composto la musica però su testo di Michele Novaro, quest’ultimo non viene mai citato. Entrambi i personaggi sopra citati erano ferventi patrioti del nostro Risorgimento che alle parole facevano seguire i fatti, come obiettivo, volevano un Italia unita e non suddivisa in innumerevoli staterelli, tanto è vero che Mameli morì nel 1848 nei motti che seguirono per la difesa di Roma definita anche come “La seconda Repubblica Romana”. La maggioranza di noi conosce bene la prima parte del nostro Inno che poi sarebbe quella che viene cantata e suonata nelle Celebrazioni Ufficiali, le 3 parti successive sono un po’ la storia del nostro Paese, si citano gli eroi ed i fatti salienti che l’hanno caratterizzata: Balilla, Francesco Ferrucci (… vile… tu uccidi un uomo morto), Vespri Siciliani, battaglia di Legnano. Roma, per definizione, viene considerata la Città che ci deve rappresentare e Scipione il condottiero che vorremmo avere, idealmente anche oggi, per farci sempre vincere. Il richiamo all’ Unità del Paese è perentorio, evocativo: Uniti per Dio chi vincer ci può? Spesso ci viene contestato il fatto che la musica è una marcetta militare e che il testo è aggressivo. L’Inno deve essere contestualizzato nel periodo storico in cui fu composto. In quel periodo tutti gli Inni ed anche canzoni popolari dovevano essere orecchiabili in quanto dovevano essere cantati da persone che andavano all’attacco con la baionetta in canna (Addio mia bella addio che l’armata se ne va…). Una curiosità: anche Giuseppe Verdi aveva partecipato, con una sua composizione, a musicare l’Inno ma Mazzini lo giudicò troppo blando, non sufficientemente gagliardo, a provarlo esiste la corrispondenza ma non si trova traccia dello spartito. In definitiva l’Inno di Mameli è storicamente contestualizzato e rappresenta la mentalità prevalente del nostro periodo risorgimentale ed era

indirizzato, nello specifico, contro l’Austria che dominava gran parte del nord della penisola (…Già l’aquila d’Austria le penne ha perdute…). Per me è stata una sorpresa scoprire che solamente il 15 novembre del 2017 Il Canto degli italiani ovvero l’Inno di Mameli ovvero Fratelli d’Italia è diventato ufficialmente l’Inno della Repubblica Italiana. In precedenza, anche perché ogni anno dopo la costituzione della Repubblica cadeva il Governo in carica, l’Inno non era stato inserito a pieno titolo nella Costituzione del nostro Paese. Fino alla formazione della Repubblica Italiana, l’Inno Nazionale italiano era la Marcia Reale di Casa Savoia. Tanto per parlare anche dell’Inno di qualche altro Paese: - Germania: è una copia dell’Inno dell’Impero asburgico e, per definizione, pone il popolo tedesco sopra tutti (uber alles) e sopra il mondo (uber alles in der welt), manco a dirlo. - Inghilterra: musicalmente è una copia dell’Inno prussiano, che lo cambiarono, ma venne adottato dagli inglesi dopo la Grande Guerra. La Svizzera ha un Inno molto simile, quello del Lichtenstein poi è eguale. Gli inglesi chiedono a Dio di salvare la loro Regina, ben farebbero a chieder perdono al Padre Eterno di quanto ogni loro Re o Regina ha sfruttato i paesi del mondo colonizzandoli. - Francia: ovvero La Marsigliese. Vengono musicate frasi che descrivono bandiere insanguinate, bimbi e donne sgozzate, solchi insozzati di sangue. Come dire” Vietato ai minori di 18 anni” o attivare il “Parental Control” quando tale Inno viene rappresentato in pubblico. - U.S.A.: l’Inno “The Star Spangled Banner”, che conosciamo come “La Bandiera a Stelle e Strisce” in origine apparteneva alla Loggia Massonica Londinese Anacreontic Society, con un titolo diverso ovviamente. Simboli massonici ed esoterici sono riportati a iosa sui biglietti da 1 dollaro (triangolo con occhio, etc.). Per quanto capisco penso che la Massoneria non sia un’istituzione democratica, se lo fosse non ci sarebbe bisogno di tanto simbolismo, segretezza, selezione dei componenti. Considerazione finale Ogni Paese ritiene che il proprio Inno sia il migliore non vedo perché noi italiani dobbiamo autodenigrarci. Teniamoci il nostro Inno e cantiamolo, mano sul cuore, con consapevolezza ed ardore ogniqualvolta partecipiamo ad eventi in cui viene rappresentato. Soprattutto dobbiamo essere orgogliosi della nostra unità altrimenti saremo calpesti e derisi perché non siam popolo perché siam divisi. Concetto espresso e musicato più di 170 anni fa, al contrario oggi qualcuno auspica non ben precisate secessioni.

Ecco le bandiere dei nostri soci ed alcune dei nostri compaesani… UNITI sotto un UNICO grande TRICOLORE UNITI contro questo VIRUS, UNITI e RISPETTO delle regole #unitimadistanti per sconfiggere il coronavirus

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Il Gruppo Ana dell’Ottavo Alpini Il 28 novembre 2019 è nato a Venzone il primo Gruppo Ana della “Julia” di Massimo Blasizza e Giulia Tami

Gianluca Melillo a destra nella foto, neo Capogruppo Ana di Venzone ha concesso a noi del Fruzons di Plume un’intervista, che vi pubblichiamo qui di seguito per cominciare a conoscere meglio gli amici alpini del Gruppo Ana all’8° Reggimento Alpini di Venzone. Gianluca Melillo, originario della Provincia di Caserta è il primo Capogruppo nella storia del Gruppo Ana dell’8° Reggimento Alpini. Come sei arrivato alla tua candidatura e poi all’elezione? Per diversi anni ho militato nel Gruppo Ana di Venzone come segretario ed anche in qualità di vice Capogruppo. E’ stata forte la mia volontà di fare conoscere meglio la figura del militare (graduato) professionista ed anche di creare un Gruppo Alpini all’interno dell’8°, il Reggimento nel quale presto servizio da parecchi anni, un po' come avvenuto a L’Aquila con il 9° Alpini della “Taurinense”. Ho contattato il collega in Abruzzo, mi sono fatto dare qualche consiglio e mi sono messo al lavoro per poter realizzare quella che oggi è una fantastica realtà destinata a crescere sempre di più. Tutto ciò è stato possibile grazie anche alla disponibilità del nostro Comandante di Reggimento, il Colonnello Franco Del Favero che è stato da subito il nostro primo tifoso. Quanti soci iscritti conta oggi il Gruppo? Ad oggi il gruppo Ana 8° Reggimento Alpini conta 120 soci: tra gli iscritti segnalo un buon numero di Alpini di sesso femminile, tra le quali, un ufficiale del Reggimento, che fa parte del consiglio direttivo del Gruppo. Parecchi dei nuovi iscritti sono stati impiegati a Roma nell’Operazione “Strade Sicure” fino a metà dicembre: non abbiamo ancora avuto modo di incontrarci per parlare un po' assieme, lo faremo il prima possibile. Cresceremo!! Di che zone dell’Italia sono originari gli iscritti al Gruppo? Il 90% dei soci sono originari delle regioni del centro-sud: Campania, Puglia, Sicilia, Calabria, Sardegna, ed anche Lazio e Umbria. Gli Alpini delle regioni del Nord, già iscritti in altri gruppi dell’Associazione, sono giustamente rimasti nei loro Gruppi d’origine. Noi non vogliamo portare via Soci a nessun Gruppo, ma riuscire a coinvolgere e far avvicinare all'Ana personale che forse senza la nascita del nostro Gruppo non lo avrebbe mai fatto. Quali sono le principali attività in programma per il 2020? Abbiamo messo in calendario già un po' di iniziative, ma non voglio sbilanciarmi troppo visto il periodo in cui ci troviamo, nel quale siamo stati costretti ad annullare molte attività in programma. In questo momento stiamo sostenendo l'associazione no profit "un mondo a colori per Davide" con una colomba solidale. Lascio un’anticipazione ai lettori del Fruzons di Plume: il 1° novembre il nostro monumento ai Caduti all'interno della caserma “Feruglio”, sede dell’8° Reggimento Alpini, sarà tappa della 64^ edizione della Fiaccola Alpina della Fraternità, unica tappa all’interno di un’infrastruttura militare. Quali sono i tuoi rapporti di Capogruppo con i più giovani iscritti? Il rapporto con i più giovani è buono, ma può e deve migliorare, dobbiamo far capire loro che non ci sono gradi all'interno di questo Gruppo: siamo tutti allo stesso livello. C’è un pò di timidezza da parte loro… stiamo già lavorando cercando di coinvolgerli il più possibile.

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In che modo siete collegati con le autorità e le realtà associative di Venzone? Le autorità locali sono sempre disponibili nei nostri confronti. Con il Gruppo Ana di Venzone siamo in ottimi rapporti e sono sicuro che organizzeremo tante iniziative insieme, ma anche con le altre associazioni locali. Di sicuro non ci chiuderemo in caserma, come ci è stato raccomandato in alcune circostanze: stupiremo tutti e saremo sempre presenti!! Quanto sentite questo significato storico, e cioè l’aver creato il primo Gruppo Alpini della Brigata “Julia” quello dell’8°, secondo in Italia solamente al Gruppo del 9° Alpini della “Taurinense”, nato a giugno 2019? Non siamo solo orgogliosi di tutto ciò, ma molto, molto di più. Le prime soddisfazioni sono arrivate già il 28 novembre quando c’è stata l'assemblea costitutiva del Gruppo. Erano presenti molti soci ed anche tantissimi rappresentanti degli altri Gruppi della Sezione di Gemona. La nostra consacrazione è avvenuta il 9 febbraio quando alla presenza del Presidente Nazionale ci è stato consegnato il gagliardetto del Gruppo donato a noi dal Gruppo di Venzone in segno di stima e come buon auspicio. Infine lascio il nostro indirizzo email 8rgt.gemona@ana.it e saluto tutti i lettori del Fruzons di Plume, iscritti, e non, al Gruppo Ana di San Giorgio di Nogaro. Vi invito a passare da noi alla “Feruglio” per un saluto e due chiacchiere assieme. W gli alpini!!

Il Capogruppo Ana dell’8° Reggimento Alpini Gianluca Melillo

La consegna del gagliardetto del Gruppo alla “Feruglio” con i Comandanti e le autorità Ana

L’assemblea di costituzione del Gruppo a Venzone

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n. 36 – Marzo 2020

Domenica 26 gennaio gli alpini rieleggono Capogruppo Davide De Piante

3.150 ore di lavori varii, più di 60 attività organizzate nel 2019 di Massimo Blasizza

Domenica 26 gennaio come da tradizione per le attività dell’Ana, è iniziata con la santa messa in duomo, in ricordo di tutti gli Alpini “andati avanti”, ed è proseguita con la cerimonia dell’alza Bandiera nell’area antistante la sede del Gruppo Alpini di via Carnia a San Giorgio di Nogaro. Dopo l’inno di Mameli, cantato da tutti i presenti, si è svolta l’assemblea dei soci con la relazione morale del Capogruppo uscente, Davide De Piante che ha esposto le attività svolte con l’ausilio di video clip molto apprezzati e si è detto soddisfatto dell’andamento dell’anno appena conclusosi, considerato il totale delle iscrizioni, arrivato a ben 224 soci, dato in crescita, e tenuto anche conto delle attività future di prossima realizzazione. Un Gruppo alpini, quello sangiorgino, sempre in attività che ha prodotto un totale di 3.152 ore di lavoro a favore dei bisognosi realizzando ben 60 attività che sono state offerte alla collettività nell’arco dell’anno 2019: mediamente più di una iniziativa a settimana ha reso fondamentale e di insostituibile valore l’operato delle penne nere sangiorgine all’interno del mondo associativo della bassa friulana. Oltre alle ore lavorate, il Gruppo ha dato in beneficienza più di 12.000€. Le attività hanno spaziato dalle partecipazioni alle giornate organizzate assieme ai nuclei della Protezione Civile, agli incontri con gli studenti per la consegna del Tricolore, alle raccolte di denaro per le popolazioni alluvionate, per arrivare allo scorso 14 dicembre, quando gli Alpini hanno donato alcuni presidi sanitari a favore dei bimbi del reparto di pediatria dell’Ospedale di Latisana: sono stati devoluti dei macchinari per un totale di 3.500 euro grazie ai quali i bambini, pazienti della pediatria, in futuro non saranno più sottoposti ad esposizione radiologica per l’effettuazione di determinati esami e controlli clinici.

Altre attività sono state la raccolta e la consegna di beni ferrosi, la partecipazione e l’organizzazione delle giornate ecologiche “puliamo il mondo” sempre a favore degli studenti, la partecipazione degli alpini del Gruppo sangiorgino alla 24X1 ora “Telethon 2019” con una squadra di podisti. Nella relazione morale, il Capogruppo ha evidenziato che grande importanza viene affidata all'aspetto della comunicazione, “per informare e per fare cultura”: Ecco il Gruppo ANA di San Giorgio particolarmente attivo e presente sui social con migliaia di contatti sul sito internet, sulle pagine facebook e il canale youtube oltre alla bacheca della sede, sempre aggiornata. È stato sottolineato il successo ottenuto (sia in Italia che all'estero) anche dal “Fruzons di Plume”, trimestrale di riferimento del Gruppo Ana e sempre più biglietto da visita di tutti gli alpini di San Giorgio di Nogaro. Andrea Sgobbi, consigliere della Sezione ANA di Palmanova, in rappresentanza del Presidente Stefano Padovan, ed a nome di tutti gli alpini dei 31 gruppi che insistono nell’area della città stellata, ha augurato agli alpini di San Giorgio di proseguire nell’opera insostituibile prestata sin qui negli ultimi anni. Il Vice Sindaco, Enzo Bertoldi, nel portare il saluto del Sindaco del Comune di San Giorgio di Nogaro Roberto Mattiussi e dell’intera amministrazione comunale, ha evidenziato l’importanza dell’operato, quotidiano, instancabile ed insostituibile a 360° degli alpini di San Giorgio ringraziandoli per tutto il prezioso lavoro svolto nei confronti della collettività e garantendo anche per il futuro il supporto dell’Amministrazione Comunale di San Giorgio di Nogaro. Al termine dell’assemblea è stata data lettura delle votazioni, dati con i quali è stato rieletto Capogruppo Davide De Piante ed anche della riconferma dei consiglieri dell’esecutivo uscente.

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n. 36 – Marzo 2020

Due antiche miniature Dalla Biblioteca Guarneriana la storia di due bellissime tavole a colori del XV sec. di Marco Zanon In occasione del gemellaggio con il gruppo di Treppo CarnicoLigosullo del 23 novembre 2019 (1) di cui si è fatto cenno nel precedente numero di “Fruzons di Plume”, al momento dello scambio dei doni per suggellare il rapporto di amicizia e di futura collaborazione tra il paese della Carnia e la nostra comunità, il capogruppo Davide De Piante ha donato al sindaco di Treppo Carnico-Ligosullo, Luigi Cortolezzis, la copia di due pregevoli miniature che vale la pena di presentare per la loro bellezza e importanza storica. Le miniature di cui trattasi sono contenute in un manoscritto del XV secolo conosciuto con il titolo di “Messale per la Chiesa di Parma-Codice Parmense” (2); in particolare si tratta di un Messale scritto per una chiesa di Parma e acquistato nel 1459 da ser Michele da Malisana per la confraternita di Marano (appartenente alla diocesi di Aquileia), come attestato in una nota presente all’interno del libro liturgico attualmente conservato presso la Biblioteca Guarneriana di San Daniele del Friuli. Il codice è molto prezioso, con numerose iniziali miniate dipinte con colori molto vivaci ma è celebrato soprattutto per la presenza delle due bellissime miniature di cui l’Associazione Culturale “Ad Undecimum” ha ottenuto la possibilità di fare copia. La prima, vede nella parte superiore del foglio una bellissima scena dell'Annunciazione, con la Madonna genuflessa in una stanza dalla struttura architettonica rinascimentale, cui appare l'Angelo annunciante con un (1)

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giglio in mano, mentre in cielo compare la simbolica colomba. Nello stesso foglio è presente anche l'iniziale figurata del testo "Ad te levavi..." con re David, vestito di abiti regali, nell'atto di pregare, mentre nel margine inferiore della pagina, un ricco fregio floreale è interrotto al centro da uno spazio bianco destinato allo stemma, che non venne mai colorato. L'altra miniatura è dipinta a piena pagina, e raffigura la scena della Crocifissione, con la commovente figura del Cristo in croce, cinto ai fianchi da un velo, e le figure dolenti della Vergine e di San Giovanni, ritratte con volti fortemente eloquenti. Poche sono le informazioni circa la storia del messale così come sono ignoti i motivi che spinsero nel 1459 ser Michele da Malisana (forse un facoltoso mercante dell’epoca che nel corso della sua attività rimase folgorato dalla bellezza del codice) ad acquistare il libro che poi regalò ad una delle confraternite presenti nella cittadina di Marano. Certo è che il codice nel 1730 entrò nella ricca collezione di monsignor Giusto Fontanini, prelato friulano (nacque a San Daniele del Friuli il 1666), storiografo e bibliofilo, personalità di spicco della Roma del Settecento (fu ascoltato consigliere di diversi papi come Clemente XI e Benedetto XIII), punto di riferimento per gli eruditi di tutta Europa nonché infaticabile raccoglitore di libri e manoscritti antichi che alla sua morte destinò alla comunità di San Daniele del Friuli (3), sua città d’origine.

Un resoconto completo della giornata è stato presentato da Giovanni Sguassero a pagina 11 del n. 35 di Fruzons di Plume pubblicato nel dicembre 2019. Una presentazione completa del manoscritto è pubblicata in Angelo Floramo, Guarneriana segreta, Bottega Errante Edizioni, Udine, 2015 pp. 131-139. Con il testamento redatto nel 1734, Giusto Fontanini donava alla città natale tutta la sua ricca collezione di manoscritti e stampe comprensiva anche di una raccolta di bibliografie e di cataloghi di biblioteche, che ben poche grandi istituzioni allora possedevano. Il lascito venne però vincolato all’apertura di una pubblica «Libraria» e fu l’occasione perché, secondo le volontà del Fontanini, in uno stesso luogo fossero finalmente messi a disposizione di tutti anche i preziosi codici che nel 1466 Guarnerio d’Artegna aveva donato alla città di San Daniele e che da allora erano rimasti chiusi nelle casse. La Biblioteca Guarneriana venne aperta nel 1743, dopo l’impegno del comune di San Daniele del Friuli per allestire nei nuovi locali del Palazzo comunale una sede degna ad accogliere il patrimonio librario. Va altresì evidenziato che una parte dei documenti antichi raccolti dal Fontanini venne sequestrata dalla Repubblica di Venezia mentre erano in transito da Roma verso la comunità di San Daniele; ad oggi settecentoquaranta titoli del lascito sono conservati tra l’Archivio di stato e la Biblioteca Marciana di Venezia e insieme ai sessantasei manoscritti posseduti dalla Guarneriana (cioè quelli non sequestrati) rappresentano il nucleo principale del patrimonio documentario raccolto dal prelato friulano.

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n. 36 – Marzo 2020

Alla ricerca di…

Fanin Pietro

di Maria Fanin Nella città di Bucarest, capitale della Romania, un ragazzino che si chiama Gregorio Petru Niculae frequenta la classe I^ media della Scuola Italiana Internazionale “Aldo Moro”. Celebrando Il Giorno della Memoria, dopo la commovente testimonianza di un nonno ebreo, la professoressa di storia chiede ai suoi allievi di raccogliere informazioni sull’esperienza di un loro famigliare durante la seconda guerra mondiale. Con l’aiuto dei ricordi della nonna Maria che si trova in Italia, nasce una piccola storia che Gregorio Petru legge in classe davanti ai suoi compagni, accolto alla fine dai complimenti. Così il testo finisce sul giornalino della scuola sotto il titolo “Il Bisnonno Pietro e le Guerre”. Il papà della nonna Maria si chiamava Pietro Fanin. Suo padre si chiamava Marco Luigi, sua madre Valentina Cinti. Pietro era il nonno della mia mamma, Valentina De Piante. Era nato il 2 agosto 1914 a San Giorgio di Nogaro, un piccolo paese del Friuli, in Italia. Un anno dopo l'Italia entrò nella Prima Guerra Mondiale, che era già iniziata nel 1914, contro l'Austria-Ungheria. Quando lui aveva solo tre anni, nel 1917, dopo la battaglia di Caporetto, l'esercito austriaco occupò il Friuli e molti abitanti abbandonarono le loro case e fuggirono davanti agli invasori. Anche la mamma di Pietro scappò, con le sue bambine Giorgina, Rosina, Maria, i suoi bambini Pietro (Pirìn) e Antonio (Tunìn) che aveva poco più di un anno, e Rosa (agne Rose), la madre di suo marito. Un poco a piedi e molto con le tradotte militari, arrivarono in Toscana, nella provincia di Arezzo, dove restarono fino alla fine della guerra (1918). Là il fratellino Tunìn di due anni morì di polmonite. Anche se a vent'anni aveva già prestato il servizio militare, a ventisei anni il bisnonno Pietro, che faceva il falegname, fu richiamato alle armi nel 1940, perché l'Italia era entrata nella Seconda Guerra Mondiale al fianco della Germania (1940-45). Era marinaio, col grado di sergente, a La Spezia, che era un porto militare importante della Riviera ligure.

Ma l'8 settembre 1943, l'Italia firmò l'armistizio con gli Alleati (Stati Uniti e Inghilterra) che combattevano contro la Germania. Così i militari italiani si trovarono senza preavviso contro i Tedeschi che prima erano loro alleati. Allora i Tedeschi accerchiarono le caserme e presidiarono le stazioni ferroviarie e facevano prigionieri tutti gli uomini in divisa che trovavano. Anche il bisnonno Pietro fu catturato a Bologna, mentre da La Spezia cercava di tornare in treno al suo paese con altri commilitoni. Tutti i prigionieri vennero radunati in una piazza circondata dal filo spinato e sorvegliata da sentinelle armate, in attesa di essere caricati sui treni e deportati nei campi di concentramento in Germania. Pietro, che aveva 29 anni, non aveva nessuna intenzione di andare a finire in Germania. Voleva tornare a ogni costo alla sua famiglia, da sua moglie Malvina, dalla sua bambina, Maria, che aveva appena otto mesi, e da sua madre Valentina. Ma le guardie sparavano appena qualcuno si muoveva e il pericolo era grande. Verso sera però, Pietro si accorse che si stava alzando una nebbiolina fitta e disse al suo compagno Falcomer, (che era di Carlino, un paesetto vicino al suo), Svelto, scappiamo adesso, ma quello aveva paura e allora Pietro, approfittando delle prime ombre, riuscì a scivolare sotto i reticolati, solo allora seguito dal compagno terrorizzato... Si allontanarono carponi e appena poterono alzarsi se la diedero a gambe per la campagna. Per giorni e giorni camminarono solo di notte per sentieri lontani dalle strade principali per non essere catturati di nuovo. Pieni di fame trovarono una casa contadina in mezzo ai campi, e una donna di buon cuore dette loro gli abiti del figlio che era in guerra anche lui, e disse Io li dò a voi e spero che qualcuno faccia lo stesso con mio figlio. Continuarono a camminare spostandosi verso nord est, sempre attraverso le vie secondarie di sera, di notte e nel primo mattino, mangiando quel po' di pane o di polenta offerto dalla povera gente, dormendo nei fienili… finchè un giorno si sentì gridare in fondo alla strada di via Ronchi: Al è rivât Pieri Faniiiiin! (E' arrivato Pietro Fanin!). Allora Malvina uscì di corsa dalla cucina perdendo le ciabatte, prese in braccio la piccola Maria che era seduta su una coperta stesa per terra nel cortile, e vvvia scalza per la strada, seguita dalla suocera Valentina e da tutte le persone che uscivano dalle case per andare incontro a Pietro, di cui non si era saputo più nulla per tanto tempo... Gregorio Petru Niculae - I^ media con la collaborazione della nonna Maria

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In breve…

Trofeo Sezionale di Slalom Ecco i magnifici sette del nostro Gruppo che hanno partecipato alla gara di sci della Sezione a Tarvisio. Il risultato ci ha pienamente appagati. Aggregati: 1° Ranieri 3° Alessandro Alpini Master: 1° Davide Donne: Stefania

Giorno del Ricordo La foiba di Basovizza (in origine era un pozzo minerario scavato per intercettare una vena di carbone) è un luogo dove meditare e riflettere sulle sorti di migliaia e migliaia di persone. Il 10 di febbraio, Lucio e Luciano sono stati presenti alla manifestazione in ricordo dei martiri delle foibe che ha visto una grande partecipazione di gente e di scolaresche provenienti da ogni parte d’Italia. Un bel segnale e una speranza per il futuro.

Ritorno alla Montagna Il Pian delle Streghe trae il nome dalla leggenda, cantata anche dal Carducci, che narra degli incontri segreti tenuti in questo pianoro tra le streghe locali e quelle nordiche. Sui passi delle loro danze incantate si diceva sbocciassero, in cerchi concentrici, fiori d’aglio orsino. E’ qui, sopra Cercivento, che la Sezione ha organizzato l’uscita invernale. Giornata stupenda in uno scenario soleggiato e innevato.

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n. 36 – Marzo 2020

Sacrario dei Caduti d’Oltremare A Bari per ricordare di Luisella Bonetto

Il Sacrario sorge alla periferia sud del capoluogo pugliese nel quartiere Japigia e fu commissionato dal Ministero della Difesa – Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti in Guerra -. È stato inaugurato il 10 dicembre 1967. Vi sono custoditi i resti mortali di oltre 75.000 Caduti, di cui 45.000 ignoti, riportati in patria a seguito della dismissione dei cimiteri di guerra a suo tempo costruiti nei territori d’oltremare dove operarono le unità italiane durante il 1° e 2° conflitto mondiale (Balcani, Africa Settentrionale, Africa Orientale). Recentemente vi sono stati sistemati anche i resti mortali di quanti, militari e civili, sono deceduti in campi di concentramento o di lavoro istituiti, dopo l’8 settembre 1943, nell’ex Repubblica Democratica Tedesca.Il complesso monumentale è il secondo in Italia dopo quello di Redipuglia. È costruito in pietra di Trani, si articola su due piani ed è situato in un ampio parco. Al piano rialzato si accede tramite l’ampia scalinata centrale, sulla destra dell’ingresso è situata la sala “Albo d’Onore“ sul cui albo noi abbiamo apposto i nostri nomi. In questa piccola sala vi sono collocati quattro armadi in bronzo che contengono i volumi con i nomi dei Caduti che riposano nel Sacrario, compresi i nomi dei Caduti e dispersi in Russia, volendo si possono consultare. Di fronte alla scalinata c’è il chiostro dove, ai due lati, riposano i Caduti noti, sui loculi una lastra di bronzo che riporta grado, nome ed eventuali ricompense al Valor Militare.

Dal fondo del chiostro, due scale convergono nella sottostante cripta le cui pareti racchiudono le tombe dei 45.000 militari ignoti con l’epigrafe: “Insieme col sangue anche il nome dedicammo alla Patria”. Accanto alla sala liturgica e alla sala visione documentari c’è il Museo storico con i cimeli della 1^ e 2^ Guerra Mondiale provenienti dai territori dove operarono le truppe italiane. Custodisce uniformi, documenti, fotografie, armi, ecc.. La mia commozione è stata grande davanti al settore che riguardava la Libia, 1940–41, nel vedere le foto originali dei luoghi calpestati da mio padre, le armi, forse tipo quella che aveva in dotazione lui che aveva dovuto abbandonare nel deserto dopo che i serventi se n’erano andati perché stavano arrivando gli inglesi. Lo vedevo abbandonare tutte le sue cose nella sabbia rovente e camminare fino ad Alessandria d’Egitto, fatto oggetto di lancio di pomodori e non solo e mi dispiace da morire non aver parlato abbastanza con lui di questo argomento. Un’altra bella emozione mi ha colto nel vedere il settore greco-albanese, 1940–45: le foto dei luoghi che abbiamo visto personalmente, il Ponte sulla Vojussa, e il Monte Golico, dove abbiamo camminato fino in cima, per rendere omaggio ai caduti, lì dove tutto è rimasto com’era e ancora riemergono corpi che se possibile, traslati qui a Bari. Come non emozionarsi! Per conferire maggiore solennità al Sacrario, l’ampia zona circostante è sistemata a parco delle rimembranze con alcuni monumenti commemorativi, cimeli militari, c’è anche un modesto cippo dedicato agli Alpini. Nel 1970 Gheddafi cacciò la collettività italiana da Tripoli perciò le varie Associazioni d’ Arma in collaborazione con i Ministeri degli Esteri e della Difesa, per evitare che sparissero nel nulla, traslarono tutte le salme dei militari e dei civili, queste ultime nei paesi d’origine mentre i militari caduti in Libia vennero collocate, finalmente in pace, proprio a Bari. Anche questo progetto che ricalca in parte il Sacrario di Tripoli, venne tracciato dal Tenente Colonnello del Genio Guastatori Alpino, Paolo Caccia Dominioni di Sillavengo, personaggio che merita un approfondimento.

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n. 36 – Marzo 2020 Paolo Caccia Dominioni di Sillavengo Nato a Nerviano (Milano) il 14 maggio 1896, ufficiale pluridecorato, architetto, ingegnere, scrittore ed artista. Di famiglia aristocratica (il padre, Carlo, era diplomatico), aveva partecipato come ufficiale, al 1° conflitto mondiale, distinguendosi sull'Isonzo e sul Carso meritando una Medaglia di Bronzo. La campagna d'Africa lo vede impegnato come capitano e si conclude, per lui, con una Croce di Guerra. Durante la 2^ guerra mondiale, si guadagna una Medaglia d'Argento a El Alamein. Dopo la liberazione, torna alla sua professione nello studio di ingegneria del quale è titolare al Cairo e riceve dal governo italiano l'incarico di occuparsi del cimitero di guerra italiano di El Alamein. L'ex ufficiale sistema il cimitero, accoglie 4.814 caduti e lo trasforma nel Sacrario di “Quota 33”, e intanto scrive le sue memorie. Così, nel 1962, il suo Alamein 1933-1962 vince il "Premio Bancarella". Per tutto il resto della vita, vivrà 96 anni, Caccia Dominioni si preoccupa che non si disperdano le memorie della guerra. Tra le sue opere letterarie oltre al citato Alamein, ricordiamo, Alpino alla Macchia del 1977. In tutte le traversie trascorse, non ha mai lasciato il suo cappello alpino! E’ deceduto a Roma il 12 agosto 1992. La nostra visita al Sacrario di Bari è finita, grandi emozioni al cospetto di tutti questi caduti che io stringo in un abbraccio ideale, mi sembra di conoscerli uno ad uno da tanti luoghi simili che abbiamo visitato, da tante “prime linee” che abbiamo percorso, da tanti luoghi della memoria che abbiamo “vissuto“. La campana, al tramonto, farà risuonare i suoi nove solenni rintocchi che ricordano tutti i caduti, così come la frase scolpita nel suo bronzo: “Viviamo anche da vinti“.

Nel 2002, in occasione del 60° anniversario della battaglia di El Alamein, il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, ha concesso alla memoria del tenente colonnello Paolo Caccia Dominioni di Sillavengo, la Medaglia d'Oro al Valore dell'Esercito, con questa motivazione: "Già Comandante del 31° Battaglione Guastatori del Genio nelle battaglie di El Alamein, assuntasi volontariamente, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, l’alta ed ardua missione di ricerca delle salme dei Caduti di ogni Nazione, disperse tra le sabbie del deserto egiziano, la svolse per oltre 12 anni, incurante dei disagi, dei sacrifici e dei rischi che essa continuamente comportava. Con coraggio, sprezzo del pericolo, cosciente ed elevata preparazione tecnicomilitare, condusse personalmente le ricerche tra i campi minati ancora attivi, venendo coinvolto per ben due volte nell’esplosione delle mine, sulle quali un suo gregario fu seriamente ferito e ben sei suoi collaboratori beduini rimasero uccisi. Per opera sua oltre 1.500 Salme Italiane disperse nel deserto, unitamente a più di 300 di altra nazionalità, sono state ritrovate. Altre 1.000, rimaste senza nome, sono state identificate e restituite, con le prime, al ricordo, alla pietà ed all’affetto dei loro cari. 4.814 Caduti riposano oggi nel Sacrario Militare Italiano di El Alamein, da lui progettato e costruito, a tramandarne le gesta ed il ricordo alle generazioni che seguiranno. Ingegnere, Architetto, Scrittore ed Artista, più volte decorato al Valore Militare, ha lasciato mirabile traccia di sé in ogni sua opera, dalle quali è derivato grande onore all’Esercito Italiano, sommo prestigio al nome della Patria e profondo conforto al dolore della Comunità Nazionale duramente provata dai lutti della guerra “. (El Alamein, Sahara Occidentale Egiziano, 1942- 1962).

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n. 36 – Marzo 2020

IL CIANTON DA RIZETE

IL CIANTON DA PUISIE

(di Franco Moni)

(di Maria Fanin)

…e erin vecjus

…erano vecchi

une separazion dai sintiments glazade tai mȗrs siarȃts da rianimazion, senze cjareze di vôs amadis senze prisinzis cognossudis, tun unfiar di agnui senze alis vistȗts di plastiche.

separazione dai sentimenti rabbrividita tra chiuse pareti di rianimazione senza carezze di voci amate, senza presenze conosciute, in un inferno di angeli senza ali vestiti di plastica.

…e erin vecjus ma e erin chei che e vevin provȃt le fan e li pauris da seconde vuere, chei che e vevin fat sù l’Italie parsore da maseriis da distruzion…

…erano vecchi ma erano quelli che avevano provato la fame e le angosce della seconda guerra, quelli che avevano edificato l’Italia sulle macerie della distruzione…

E chel che al restave di tantis faturis sapuartadis di tantis miseriis vivudis di tantis lotis scombatudis, al lave vie in procession sui camions dal esercit talian cjariȃts di cassis…

E quanto restava di tante fatiche sopportate, di tante miserie vissute, di tante lotte combattute, se ne andava in lenta processione sui camions dell’esercito italiano carichi di bare…

Cussì il 19 di marz 2020 une gnot di tantis, si puartavin i muarts a brusȃ tai inciniridôrs lontans, che tai lôr paîs nol ere puest par lȗr …e erin vecjus

Così, il 19 marzo del 2020 una notte di tante, si portavano i morti a bruciare negli inceneritori lontani, perché nei paesi non c’era posto per loro …erano vecchi

19/03/2020 (coronavirus a Bergamo)

Polpettone di patate e fagiolini Ingredienti per 4 persone: 3/4 patate 200 g di fagiolini 3 uova ½ bicchiere di latte 50 g di parmigiano gatuggiato pangrattato Olio extra vergine di oliva 300 g di pomodorini a ciliegia Sale e pepe

Preparazione: Immergete le patate in acqua fredda, portate a bollore e lessatele per 30 minuti. Sbucciatele e passatele allo schiacciapatate. Lessate anche i fagiolini per qualche minuto, scolateli e tagliateli a pezzettini. Raccogliete patate e fagiolini in una ciotola, bagnate con latte, unite le uova, il parmigiano, sale e pepe ed amalgamate (se serve aggiungete pangrattato). Ungete una teglia con olio e cospargetela di pangrattato. Riempite la teglia con il composto preparato, spolverizzate in superficie con altro pangrattato e infornate a 200 °C per 15 minuti. Levate e lasciate raffreddare. Infine servite con una salsa di pomodoro preparata saltando per qualche minuto il pomodorini, tagliati a metà, in una padella con un filo d’olio. Buon appetito!

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n. 36 – Marzo 2020

TESSERAMENTO 2020 Per informazioni puoi rivolgerti ai componenti del Consiglio Direttivo

I nostri sponsor Che ringraziamo fin d’ora per la fiducia nonostante la situazione contingente

VORRESTI PUBBLICIZZARE LA TUA ATTIVITA’? CONTATTACI E TI FORNIREMO TUTTE LE INFORMAZIONI

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LE NOSTRE STORIE... PER LA STORIA

Guido Lucchini e la cartolina alla moglie Maria, scritta dall’ospedale dell’Università Castrense di San Giorgio di Nogaro (4 settembre 1915).

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Fruzons di Plume (36) marzo 2020  

Fruzons di Plume (36) marzo 2020  

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