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associazione nazionale alpini - sezione di como

Como - Anno XXIX - n° 4 - Ottobre/Dicembre 2003

Sped. in abbon. post. - Art. 2 comma 20/c legge 662/96 - Filiale di Como

La S. Messa sezionale è stata celebrata quest’anno a Moltrasio, in un paesaggio molto pittoresco

Un lago così bello... da dipingere Il gruppo di Moltrasio festeggiava nell’occasione l’80o anniversario di fondazione

di Chicco Gaffuri Non appena la corriera si fermò a Moltrasio, si avviò alla porta col suo bagaglio e scese. Lasciò che il rumoroso torpedone ripartisse e attraversò la strada, perché voleva salire fino a Tosnacco e doveva andarci a piedi. Si mise in spalla la sua ingombrante sacca di tela, che lasciava intuire un contenuto piuttosto spigoloso e infilò sotto braccio un grande pacco piatto, rettangolare e incartato. Prima di avviarsi si voltò a dare un’occhiata al lago e alle montagne, che erano la sua grande passione. Li amava tanto, che tutte le domeniche partiva da casa e raggiungeva una diversa località del lago di Como per ritrarlo nei suoi mille angoli suggestivi. Il lago gli piaceva in tutte le stagioni e, in quella domenica di metà ottobre del 1923, aveva deciso che da Tosnacco avrebbe avuto una stupenda panoramica sul bacino di Como e sulle montagne che lo sovrastano. Poi c’erano i colori autunnali, che per un appassionato di pittura erano, per così dire, un invito a nozze. Sì, gli piaceva dipingere; era un passatempo, quasi una valvola di sicurezza che gli permetteva di sfogare tutte le seccature di una settimana lavorativa in città. Quindi si avviò, su verso Tosnacco,

Una giornata memorabile di Gianmario Porro, capogruppo

Padre Felice Zanotti durante la celebrazione della S. Messa sezionale. con la sua giacca di fustagno e i pantaloni un po’ sdruciti, che contribuivano a farlo sentire libero. Non si accorse neppure di aver percorso tutta la strada, tanto era intento ad ammirare i colori delle foglie, che regalavano una gamma di sfumature dal giallo, al rossiccio, fino al marrone. Il cielo era piuttosto coperto e sul lago c’era una specie di leggera foschia, ma lo spettacolo era ugualmente incantevole. Arrivato in prossimità della chiesa, si spostò verso uno slargo che sembrava un po’ un grande terrazzo fatto apposta per dare la possibilità di ammirare il panorama.

Il crocifisso di Icaro Trovo giusto che anche noi alpini si intervenga nella polemica scoppiata a ottobre sul pesante insulto cui è stato sottoposto il simbolo del Cristo in croce che per noi cristiani rappresenta l’essenza della nostra religione. Non era mai avvenuto nei duemila anni di storia del Cristianesimo. E vi partecipiamo consci che la quasi totalità di noi, convinti o tiepidi, abbia esecrato sia la richiesta di un certo Adel Smith di espellere dalle scuole il Crocifisso, sia la decisione del giudice Montanaro che gli ha dato ragione. Perché azzardo una simile previsione che è poi un augurio? Ma perché il sentimento religioso che tuttora anima i nostri associati è ben radicato nel loro animo, dimostrato ampiamente dalla intensa partecipazione alla messa nelle nostre manifestazioni, dal concorso – gratuito – a lavori per istituti religiosi, dall’adesione a opere di bene dei missionari. E anche dal fervore con il quale tutto il popolo alpino recita la “sua” preghiera, quella che a un certo punto cita la «nostra millenaria civiltà cristiana», una frase che tremebondi pretonzoli di

sacrestia tolsero per non offendere il sentimento di altre etnie che non possono certo vantare un passato come il nostro, di latini e di italiani: per fortuna che noi dell’ANA, cocciuti e saldi nel nostro sentimento, non cediamo alle lusinghe del buonismo degli stenterelli e continuiamo imperterriti a ricordare le nostre origini di cui non ci vergognamo affatto. Cristo in croce è il simbolo della sofferenza umana e del sacrificio spinto fino alla morte per l’altrui salvezza; nel suo nome decine di migliaia di soldati e di alpini sono morti, confortati da un crocifisso loro offerto nel momento estremo da caritatevoli cappellani: infangarne il significato è ben più che un sacrilegio, è una mostruosità. Il signor Smith doveva tenerne conto; non si scherza con il sentimento religioso di un popolo: ci provarono alcuni imperatori romani, Hebert nel 1793 in Francia, Lenin in Russia: hanno tutti fallito. Sorprende che anche un giudice non abbia tenuto conto di questo: a volte l’applicazione integrale della norma non sempre è frutto di logica interpretazione della stessa.

Bello, anzi, bellissimo! Il lago leggermente increspato da un filo d’aria già piuttosto freddina; le montagne proprio lì davanti e, oltre il braccio di lago, l’abitato di Torno. Un battello a vapore agitava l’acqua con le pale delle sue grandi ruote in movimento. Dire che il pittore era contento sarebbe stato poco. Fischiettando un motivetto, estrasse i suoi arnesi dalla sacca: un grande cavalletto ripiegato e una valigia piena di colori e pennelli. Scartò la tela che aveva portato sotto braccio e la fissò all’altezza giusta. Quattro o cinque bambini arrivarono di corsa con un gran rumore di zoccoli e si fermarono a qualche metro di distanza, per capire chi fosse quello strano personaggio, che, nel frattempo, aveva indossato un camiciotto, un tempo bianco, ma ora pieno di aloni di tutti i colori. Arrivò anche il prete, che lo salutò con un gran sorriso e gli chiese se fosse un pittore di professione; gli disse di no, era solo un dilettante che amava il lago di Como. Era tempo di mettersi al lavoro e di scegliere la migliore inquadratura per il suo paesaggio… Proprio in quello stesso punto, ottant’anni dopo, a metà ottobre del 2003, stava appoggiata alla ringhiera di quella grande terrazza affacciata sullo spettacolo del lago una massa di alpini. Il paesaggio era il solito, sempre molto affascinante, e gli alpini erano tanti… continuavano ad aumentare. Arrivare a Tosnacco è semplice, mentre trovare un parcheggio per la macchina comincia a diventare un’impresa; d’altra parte è il problema di tutte le località di lago, intrappolate tra l’acqua e la montagna. Ma gli alpini del gruppo di Moltrasio si son dati da fare e, assieme ai vigili, si sono ingegnati, trovando un posto per tutti. Appena arrivato sul posto, ho incontrato Gianmario Porro, il capogruppo, che mi ha illustrato la “scaletta” della celebrazione. Con molta Continua a pagina 8

Il gruppo alpini di Moltrasio, che pone al di sopra di tutti i valori l’importanza del ricordo e della ricorrenza per i suoi vèci, ha avvertito l’obbligo morale di festeggiare il suo 80° di fondazione con la celebrazione della S. Messa sezionale. Era il miglior modo per dire grazie a questi soci che hanno scritto la storia del gruppo. Ma forte si è fatto sentire anche il dovere di accomunare in questa solennità tutti gli alpini defunti della Sezione che pure essi hanno fatto grande il passato dei loro gruppi. Lo scorso anno ero a Casasco per il raduno dei gruppi della Val d’Intelvi e parlando con Padre Felice, cappellano della sezione di Como, gli dissi: «L’anno venturo la messa sezionale verrà celebrata a Moltrasio». Prontamente mi rispose: «A me le messe degli alpini piacciono officiate al campo». Questa idea mi mise subito in difficoltà. Conoscendo palmo per palmo Moltrasio mi chiesi: «Dove posso trovare uno spazio che offra la possibilità di poter preparare all’aperto la commemorazione?». Ma non potevo deludere Padre Felice; ero convinto che sarebbe stato l’alpino più importante della giornata, sarebbe stato l’alpino che con la S. Messa ci avrebbe avvicinato a Dio, al Dio che aveva accolto nella sua casa i nostri amici che erano andati avanti e per i quali ci saremmo trovati attorno a un altare per onorarli, al Dio al quale avremmo rivolto la preghiera perché il mondo tanto travagliato, tanto pieno di odio e di ingiustizia, trovi pace e amore. Ma c’erano altri pensieri che mi

spingevano a impegnarmi per trovare uno spazio. Mi sono ricordato del nostro cappellano Don Carlo Gnocchi quando parlava delle sue messe al campo «nude e solenni, sotto la volta chiara dei cieli mattutini». Mi sono ricordato delle messe che ho ascoltato durante le mie presenze al pellegrinaggio in Adamello, nello scenario silenzioso delle grandi cime. Non c’erano muri e volte che rallentassero l’ascesa a Dio delle mie preghiere; si elevavano senza trovare ostacoli. Forte anche di questi ricordi non potevo disattendere Padre Felice e nemmeno disilludermi. E allora ho spronato i miei consiglieri alla ricerca di uno spazio che ci permettesse la celebrazione all’aperto. Con molto tempo d’anticipo sulla data stabilita ci siamo pertanto messi al lavoro di individuazione; non avevamo nessuna intenzione di dar partita vinta a una natura che aveva elargito al nostro paese tante bellezze, ma che era stata avara, forse anche per colpa dell’uomo, di spazi pianeggianti. Alla fine l’alpino, che ha ereditato la testardaggine del mulo per tanti anni suo fedele compagno e per di più mulo come moltrasino, ha vinto e domenica 19 ottobre un gruppo numeroso di alpini e di amici si è trovato a Tosnacco per partecipare alla S. Messa al campo celebrata dal cappellano della sezione di Como Padre Felice Zanotti e concelebrata dal nostro parroco Don Meo. Le condizioni climatiche tanto temute hanno favorito la cerimonia che ha registrato la presenza del Vicecomandante del Distretto di Como, dei Vicepresidenti e Consiglieri sezionali con il vessillo, del SinContinua a pagina 8

Auguri di buon Natale Buon Natale a tutti voi e alle vostre famiglie. Buon Natale a ogni alpino e a coloro che degli alpini condividono i valori. Buon Natale e buon futuro ai giovani che presto potranno praticare i nostri valori. Questo è il mio fervido augurio con il quale spero che ciascuno di voi possa vivere il prossimo Natale con la migliore emozione affettiva e nel segno dell’alpinità che da sempre ci contraddistingue. Il Natale è il momento particolare delle riflessioni, di quelle che ci ricordano il passato e che ci proiettano verso i propositi di comporta-

mento, coinvolgendoci in modo particolare e completo. E con sincerità vera rivolgo a voi tutti il più caldo, affettuoso augurio di un ottimo Natale e di un gioioso inizio di anno, colmo oltre che di felicità, dei valori ai quali siamo legati, per vivere insieme un nuovo anno intenso, nel segno dell’alpinità. Il presidente Achille Gregori


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Il Baradèll continua nella sua politica di ospitare articoli di attualità che esulano dallo stretto interesse alpino, nella convinzione che quanto accade nel mondo non può essere ignorato dalla stampa alpina

De utopia Ho la massima stima del chirurgo Gino Strada e di Emergency, l’organizzazione umanitaria da lui creata per l’assistenza dei colpiti da mine del Terzo mondo. Tale stima è condivisa dalla Sede nazionale, tanto che qualche anno fa essa autorizzò la rivista L’Alpino a fornire a un rappresentante del medico gli indirizzi di sezioni e gruppi allo scopo di propagandare fra i nostri associati l’iniziativa. Non ci furono pentimenti, anzi, L’Alpino pubblicò, a supportò, un articolo con fotografie di giovani e giovanissimi mutilati in modo orribile. Massima stima, ripeto, per il dottor Strada il quale non si limita a lenire il dolore e a ricostruire arti e volti squarciati, ma procede anche alla costruzione di strutture mediche atte ad accogliere quegli infelici: azioni da premio Nobel. Ma qui mi fermo e dico «Ne sutor ultra crepidam», l’equivalente latino del detto: «A ognuno il suo mestiere». Perché? Perché leggo da un giornale che va per la maggiore che il Nostro, trasformatosi in politico, intende proporre una legge che faccia divieto all’Italia, e solo a essa, di intraprendere qualsiasi intervento armato per qualsiasi motivo in qualsiasi parte del globo. In altri termini, porre fuori legge le Forze Armate sottoponendo i militari al diritto penale comune invece che a quello militare; che è quanto dire che qualsiasi procuratore potrebbe procedere penalmente contro i nostri soldati (intesi nella loro globalità, cioè dal generale al militare semplice) per «ogni fatto commesso nel corso di operazioni militari anche all’estero». Strada invoca naturalmente l’articolo 11 della Costituzione, a tutti noto specie in questi momenti di grande tensione internazionale, che così recita: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Nelle citazioni tutti ci fermiamo qui, ma l’articolo continua: «(L’Italia) consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scono». Questa seconda parte consente al Parlamento di affiancarsi anche militarmente agli stati alleati quan-

BARADÈLL Trimestrale della Associazione Nazionale Alpini Sezione di COMO Spedizione in abbon. post. Como Direttore responsabile Botta Marzio Comitato di redazione Capriotti Arcangelo Di Dato Cesare Gaffuri Enrico Gregori Achille Direzione, redazione e amministrazione Piazza Roma, 34 - 22100 Como Autorizzazione del Tribunale di Como n. 21 del 7/10/1976 Grafica Grafismi di Tavecchio Tiziano Castelmarte CO Stampa Litografia New Press Via Carso, 18/20 - Como

do è in gioco la sicurezza e la libertà di paesi terzi: i casi più attuali sono l’Afghanistan e l’Iraq, che il dottor Strada vorrebbe boicottare attraverso la raccolta delle firme necessarie alla presentazione della conseguente legge. Siamo in piena utopia, quella stessa che informò, e deluse, Platone, Bacone, Campanella e, giù giù, fino ai socialisti sognatori di Engel cui si contrappose il socialismo scientifico di Marx ben più solido e realista, che provocò nel secolo testè trascorso il trambusto di cui noi tutti siamo stati attori o spettatori. Utopia, perché è chiaro che disarmare una sola Nazione nel contesto internazionale non solo non conduce ad alcun beneficio, nella fattispecie alla cessazione delle guerre, ma espone quello Stato agli appetiti delle nazioni rivali: il detto hobbesiano «Homo homini lupus» (l’uomo è lupo verso gli altri uomini) è sempre in agguato e non è salmodiando che lo si ammansisce; di san Francesco ve ne è stato uno solo. Vorrei ricordare al dottor Strada ciò che ha detto all’inizio della guerra contro Saddam il fondatore di “Medici senza frontiere”, sul cui amore per la pace non vi sono dubbi: «Sono contro la guerra ma appoggio quest’azione militare se alla fine ci saremo liberati di Saddam Hussein». La fine delle ostilità ha portato a risultati deludenti e totalmente diversi da quelli previsti e sperati dagli Stati Uniti, ma la frase deve essere comunque tenuta presente quando è in gioco la sopravvivenza di un popolo. Ed è alla luce di questo concetto che lo stesso papa Giovanni Paolo II ha voluto immettere nel nuovo catechismo il concetto della guerra legittima, del justum bellum, cioè la guerra difensiva che il cristiano può combattere senza sentirsi in peccato mortale. Dottor Strada: non si faccia distrarre nella sua meritoria opera umanitaria da falene politiche; noi alpini la apprezziamo molto di più con il bisturi del soccorritore che con il drappo del contestatore. Cesare Di Dato

Ricordando Nassiriya Quanti pensieri, quante emozioni, sono nate in ciascuno di noi fin dalle prime notizie dell’attentato patito dai nostri carabinieri e militari in Iraq, sentimenti che ci hanno portato a sensazioni molto particolari. Quest’elevata emozione mi ha indotto ad alcune riflessioni che vi chiedo di poter esternare. La prima è quasi scontata e viene dalla domanda che ci siamo fatti in molti, (pure in altre occasioni) chiedendoci il perché si parla dei nostri soldati impegnati all’estero solo per eventi particolari o drammatici. La quasi totalità della gente non sa neppure che i nostri militari impiegati in operazioni umanitarie e di pace in varie parti del mondo, sono ben oltre diecimila unità e che questi quotidianamente assolvono il loro compito in maniera eccellente, pur se nessuno ne fa menzione. La notizia che gli americani hanno chiesto ai nostri alpini di spiegar loro come hanno fatto a legare con gli afghani, senza avere incidenti, e che gli americani stessi hanno chiesto di ricevere insegnamento di tanta capacità, è passata quasi inosservata in un trafiletto di poche righe posto in dodicesima pagina del quotidiano nazionale di maggior tiratura. Al contrario ai tempi della missione in Mozambico (con militari di leva!) una millantata notizia di pretesi abusi sessuali (poi risultata falsa), suscitò scalpore per più giorni. A questa domanda non riesco mai a darmi risposta, se non che per i nostri informatori tutto ciò che ha valore non riesce, per loro, a costituire notizia e perciò non è da diffondere. L’altra riflessione riguarda la gente e il suo comportamento: immediatamente dopo le prime notizie, la gente, spontaneamente ha dato dimostrazione d’attaccamento ai valori della Patria e delle forze che maggiormente la rappresentano, come i carabinieri, anticipando le dichiarazioni e gli appelli di parlamentari e giornalisti. L’ulteriore riflessione è di carattere opposto poiché, deriva dalla difficoltà che noi italiani abbiamo di esporre alle finestre il Tricolore, apparso timidamente e in maniera sporadica nei giorni immediatamente successivi

Il dovere pericolosamente compiuto... Mercoledì 12 novembre 2003. Oggi, tornando dal lavoro, ho ascoltato ininterrottamente la radio, con gli occhi gonfi di lacrime. Undici carabinieri, quattro fanti e due civili uccisi a Nassiriya. Non sono un esperto di politica, per cui mi astengo dal far commenti gratuiti sul come e sul perché. Oggi, ne ho sentiti fin troppi. Non sono un militare, per cui mi astengo anche dal dare giudizi che non saprei dare. Non sono un militare, ma sono stato

Como: S. Messa in duomo Con il tempismo che lo contraddistingue il nostro vescovo ha voluto ricordare con una funzione religiosa venerdì 14 novembre, in duomo a Como, i militari italiani uccisi in Iraq. Al suo invito sono accorsi numerosi i comaschi, dimostrando che nei momenti che contano sanno essere partecipi alla vita del Paese. Malgrado la tristezza che aleggiava nell’aria era bello vedere l’altare circondato dagli stendardi di tutte le associazioni d’arma e una comunità raccolta partecipe intorno al proprio vescovo a pregare per quei ragazzi caduti nell’adempimento del proprio dovere lontano dall’Italia. Monsignor Maggiolini nell’omelia ha saputo toccare le corde giuste senza mai sfiorare nemmeno lontanamente quelle della retorica, come sarebbe bello che il resto del Paese si uniformasse a questa sobrietà! Onore a questi soldati che hanno sacrificato la loro vita per la Patria e che inconsapevolmente hanno risvegliato in ogni italiano l’affetto e il rispetto per l’Arma dei carabinieri che inconsciamente ognuno porta

alla tragica vicenda (nella mia cittadella, il giorno successivo, oltre al mio, ne ho contati solo tre). Mi auguro che nel giorno di lutto nazionale possa essere smentito e le bandiere tricolori siano ovunque. Avrei avuto piacere nel vedere bandiere tricolori nella stessa quantità di quelle con la scritta pace d’alcuni mesi fa. La più amara si riferisce ad alcuni siti internet, che hanno lanciato proclami di gioia per quanto accaduto, con farneticanti frasi irridenti i poveri Caduti, con tono cinico e colmo di odio. Questi, a mio avviso, equivalgono i peggiori terroristi e dovrebbero essere perquisiti, per il loro incitamento al sostegno del terrore (non certo “resistenza” come da loro sostenuto). Al contrario, laggiù a Nassiriya, gli iracheni, il giorno dopo hanno spontaneamente dimostrato il loro affetto agli italiani, con una manifestazione di ringraziamento per quanto i carabinieri, i militari e i volontari civili italiani hanno fatto fin’ora per loro. Personalmente sono orgoglioso di appartenere a un popolo che ha sempre saputo convivere con gli altri e che, quando diventa “soldato” sa comportarsi in maniera umana anche nei momenti peggiori. I carabinieri caduti oggi per assolvere un compito di pace non sono altro che i discendenti di quegli uomini dei quali c’è ancora un buon ricordo nel Dodecanneso, in Eritrea, in Somalia, in Grecia e in Russia, dove pur essendo costretti a fare la guerra restarono sempre prima di tutto uomini, comportandosi con umanità, come mi ricordò dieci anni or sono una donna a Rossosch che cercava un comasco, il quale nella ritirata lasciò a lei e alla sua mamma una coperta e delle gallette che hanno permesso loro di sopravvivere fino all’arrivo dei russi. Grazie a voi carabinieri, bersaglieri, paracadutisti, alpini, marinai e fanti d’ogni reparto che con amore e orgoglio, giorno dopo giorno, onorate la nostra Patria, la nostra bandiera, silenziosamente, secondo l’insegnamento dell’italica cultura. Achille Gregori

nell’animo ma che troppo spesso tende a dimenticare. Io sono e resterò sempre e fieramente alpino ma sono orgoglioso di essere nato in un Paese che ha il privilegio di avere l’arma dei carabinieri al proprio servizio. Grazie monsignor Maggiolini! Grazie comaschi che avete onorato così degnamente questi nostri soldati. Aldo Maero Altre cerimonie in suffragio si sono svolte nella nostra sezione, a Canzo, a Erba e in altre località.

anch’io un soldato e mi ricordo ancora bene cosa sia il senso del dovere. Il senso del dovere è quel curioso modo di essere che ti porta a svolgere i tuoi compiti, anche se sono scomodi, anche se sono pericolosi. Oggi ho sentito considerazioni che offendono i nostri soldati caduti e offendono tutti noi, che crediamo nel dovere, nello spirito di servizio. Però, per fortuna, ho sentito riportare anche le parole della mamma di Orazio, uno dei carabinieri morti nell’attentato. Ha detto che suo figlio era innamorato dell’Arma, aveva un grande orgoglio per la sua uniforme e avrebbe dato tutto, pur di fare il suo dovere. E ha dato proprio tutto. Non so chi sia, ma abbraccerei quella mamma, che, nel suo immenso dolore, non ha avuto nemmeno una parola di rabbia, ma solo di orgoglio per quel figlio soldato che ha creduto nel proprio servizio. Sono questi i soldati d’Italia! Quei cittadini che, quando vestono la divisa, hanno un solo obiettivo: servire le Istituzioni, servire la Patria, anche in terra straniera, perché è proprio la Patria che ce li ha mandati. E i soldati sono sempre stati così, anche e soprattutto quando il loro servizio era solo di leva. Se lo ricordino quei signori che li stanno eliminando.

Il nostro telegramma di cordoglio Al Colonnello Renato Chicoli, comandante carabinieri Como A nome di tutti gli alpini comaschi esprimo a lei quale massimo rappresentante locale dei carabinieri il cordoglio per la morte degli uomini appartenenti all’Arma impiegati in Iraq nella missione di pace in rappresentanza del nostro Paese e della nostra bandiera. Gli alpini sono vicini ai carabinieri e ai famigliari delle vittime. Achille Gregori, presidente sezione di Como dell’ANA

Vorrei stringermi al petto la mamma di Orazio e di tutti gli altri Caduti di oggi, per far sentir loro il calore e l’affetto di chi la pensa come la pensavano i loro figli. E siamo in tanti. Non è un’espressione mia, ma oggi vale la pena ricordarla: «Nel sangue di quei ragazzi c’è più azzurro che in tutti i cieli d’Italia». Penna nera

I soldati d’Italia Ho gridato e sentito gridare tante volte «Onori ai Caduti». Altrettante volte ho sentito la tromba suonare l’“attenti” e il “silenzio”. Ho sempre provato qualche emozione. Oggi però è stato diverso: gli onori e la tromba mi hanno ferito profondamente, quando all’aeroporto di Ciampino hanno accompagnato le tante bare avvolte nel Tricolore. Non avevo mai assistito a un evento del genere e credevo di non dovervi mai assistere. Ho pensato ai tanti soldati italiani in missione all’estero. Sono circa diecimila e non ne parla quasi mai nessuno. È possibile che ce ne ricordiamo solo quando tornano avvolti nel Tricolore? Eppure sono nostri fratelli, nostri figli, in giro per il pianeta a rendere un servizio e a rischiare la vita a nostro nome. Sono nostri fratelli che, sotto il Tricolore, portano un lembo d’Italia in giro per il mondo. Non è giusto ricambiare il loro impegno con indifferenza e ingratitudine… li dovremmo ricordare, sostenere e, soprattutto, amare. Vi voglio un gran bene, soldati d’Italia; vi voglio un gran bene per il bene che fate! Chicco Gaffuri


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Ritorna Parliamo un po’, la rubrica curata dal Presidente, con un argomento di grande importanza

Riflessioni sul futuro dell’Associazione Da qualche tempo non facciamo la nostra consueta chiacchierata, alcune vicende e diversi lavori, fra cui la nuova sede, hanno assorbito la quasi totalità del mio tempo. È venuto, perciò, il tempo di tornare a parlarci e, questa volta lo voglio fare con un argomento importantissimo, vitale per la nostra esistenza. In una specifica riunione, abbiamo disquisito insieme ai capigruppo di argomenti che potranno condizionare l’esistenza della nostra Associazione, nel futuro più prossimo e più remoto. Dalla stessa, trattando l’eventuale valutazione inerente a persone di diversa provenienza della tradizionale naia alpina, sono emersi molteplici e diversificati pensieri, che come sempre in questi casi, hanno spaziato dall’apertura alla chiusura assoluta, dalla disponibilità, al sospetto. Personalmente ritengo che questo sia il momento di valutare, esprimerci, discuterne, con serenità, e con la certezza di poter affrontare l’ipotesi nella migliore condizione di potenzialità e di quantità di idee possibile, avendo tutti, la volontà di affrontare il problema. A questo proposito, ritengo essenziale riportare quanto comunicato da Edo Biondo (consigliere nazionale e tesoriere, presente alla nostra ultima assemblea) nell’incontro con i presidenti sezionali del 19 ottobre scorso, dal quale si può evincere come potrebbe essere affrontato il problema della sopravvivenza dei nostri valori negli anni futuri, proprio perché sia per tutti base di riflessione. Achille Gregori

L’

Associazione, quanto prima, dovrà operare una scelta assolutamente fondamentale per la sua esistenza. Dovrà decidere se lasciare le cose come stanno, e quindi lasciarsi morire, in un futuro non poi così lontano, oppure opporsi a una fine che sembra ineluttabile e rinascere a nuova vita. Ma innanzittutto è importante comprendere i motivi per i quali è doveroso prendere una decisione, che, personalmente, ritengo debba essere una decisione di vita. A ben vedere, esattamente tre anni fa, il 17 ottobre 2000, a Roma, davanti al Senato, non abbiamo neanche perso una battaglia. La sospensione della leva è cominciata, infatti, tantissimi anni fa quando i poteri politici e militari hanno iniziato a permettere che il “sacro” dovere di difendere la Patria si svilisse fino a ridursi a un anno di tempo perso. Abbiamo civilmente cercato di evidenziare a tutti i responsabili politici e militari gli errori e le incongruenze del disegno di legge che stavano approvando, abbiamo cercato di scuotere coscienze intorpidite e distratte. Anche se il risultato della nostra azione era abbastanza scontato, abbiamo compiuto lo stesso, e fino in fondo, quello che ritenevamo essere nostro dovere: ci siamo comportati da cittadini e non da sudditi e di questo possiamo essere orgogliosi, ringraziando Beppe che ci ha guidati, incoraggiati e spronati. Ora dobbiamo però riconoscere che la sospensione della leva, se le cose non muteranno, avrà come corollario inevitabile, anche se certamente non immediato, la fine dell’Associazione Nazionale Alpini. Noi non possiamo permettere che ciò accada, fosse anche fra cinquant’anni, e questo non per ragioni tecniche, o sentimentali, o emotive: se la nostra fosse, infatti, un’associazione d’arma come tutte le altre sarebbe naturale, logico e scontato che seguisse il destino della struttura militare cui fa riferimento.

Noi non possiamo permetterlo perché l’Associazione Nazionale Alpini è sì un’associazione d’arma, ma è anche una delle pochissime associazioni rimaste i cui soci fondano concretamente la loro vita e la loro opera su dei valori e su delle qualità che nella nostra vita quotidiana non sono più tenuti in alcuna considerazione,

anzi sono normalmente disprezzati. La nostra associazione è il punto di riferimento, di incontro e di sostegno reciproco di uomini che hanno una concezione spirituale della vita considerata ormai fuori moda, anche se per noi è l’unica degna di essere vissuta: questa circostanza è così importante da giustificare una difesa a oltranza dell’Associazione. Per la stragrande maggioranza dei giovani la leva non è stata un’esperienza positiva; a noi, per fortuna, è andata diversamente. Io, in quindici mesi, non sono riuscito ad avere neppure un istante libero, ho verificato con stupore quanto fossero lontani i limiti della mia resistenza fisica e psicologica, ho sperimentato i pregi e i difetti della vita in comunità e le responsabilità che questa comporta, ho mangiato e dormito assieme a ragazzi di ceti sociali che mai avrei avuto modo di frequentare, ho imparato la differenza fra autorità e autorevolezza, ho sofferto e mi sono divertito, ma non sono diventato un guerriero. Credete che se noi fossimo dei veri soldati, dei professionisti della guerra, la gente comune ci urlerebbe dietro, quando sfiliamo, «bravi alpini»? Gridano «bravi» perché gli alpini, la gente, al posto di ammazzarla la aiutano a vivere, e questo, nei limiti del possibile e del lecito, anche in guerra! Noi, in effetti, siamo un’associazione d’arma molto particolare: siamo un’associazione di uomini fondamentalmente liberi, onesti, laboriosi e responsabili che “casualmente” si sono trovati assieme per un anno della loro vita, e hanno passato questo anno a scorrazzare per le montagne, mettendo ogni giorno alla prova se stessi, riparati da un buffo copricapo. Ma non è la leva che ci ha fatto diventare così. Al contrario! Siamo stati noi che abbiamo fatto speciale e leggendaria la nostra leva portando in essa tutte quelle qualità che già possedevamo, almeno in embrione, prima di fare il militare, così come rendiamo speciale la nostra associazione portando, anche in questa, tutte le nostre qualità.

Noi siamo, o almeno dovremmo essere, al disopra degli stereotipi e della retorica e sappiamo quindi che frasi del tipo «il militare rende uomini» esprimono solo delle verità parziali e relative, sappiamo

perfettamente che la virtù non è razionalmente insegnabile e che quindi nemmeno la leva può razionalmente insegnare le virtù civiche che le vengono attribuite. Ma se la leva non le può razionalmente insegnare, certamente le può suggerire, proporre, simboleggiare, a tutti coloro che, ovviamente, dispongono di un terreno fertile pronto a riceverle, terreno fertile che purtroppo oggi diventa sempre più raro visto che i nostri giovani, fin dall’infanzia, vengono abituati nella famiglia, nella scuola e nella società al permissivismo, all’inesistenza di doveri e all’inutilità del senso di responsabilità. A diciotto anni è troppo tardi per acquistare certi valori fondamentali. Queste considerazioni spiegano perché la nostra leva ha continuato a funzionare in maniera abbastanza accettabile, contrariamente alla maggior parte delle altre. La civiltà alpina, con le sue dure necessità, e con la sua scuola di vita appresa fin dalla più tenera età, ha messo a disposizione più terreni fertili che qualsiasi altra, innescando un circolo virtuoso: gli individui hanno portato i loro valori alla leva e la leva li ha integrati e li ha restituiti amplificati. Cosa possiamo fare allora ? Potremmo attendere il concretizzarsi di soluzioni volte a integrare e sostenere il “nuovo modello di difesa”, tipo Guardia Nazionale, già abbozzate in qualche disegno di legge. Sono certo però che l’attesa si rivelerebbe troppo lunga, e le soluzioni non sarebbero all’altezza delle nostre aspirazioni. Potremmo invece, come suggerito da molti, ritirarci in uno splendido isolamento e quindi disertare le cerimonie militari e denunciare le convenzioni relative alla protezione civile. È una forma di protesta sicuramente orgogliosa, ma, ritengo, controproducente. Le manifestazioni militari sono già ormai praticamente scomparse e, per quanto riguarda la protezione civile, verremmo immediatamente rimpiazzati, sicuramente in peggio. Credo inoltre sia impossibile e improponibile esercitare azioni di protezione civile completamente al di fuori di una struttura pubblica di coordinamento. Del nostro orgoglio farebbero le spese proprio quelli cui dovremmo prestare soccorso e aiuto. Oppure potremmo, come suggerito da altri, iniziare a fare la “guerra” al potere politico e militare, a intensificare la nostra opera di disturbo con azioni eclatanti. È un progetto sicuramente ardimentoso, ma, riten-

go, sconsiderato. Fino a ora siamo stati abbastanza fastidiosi, ma siamo stati sopportati in quanto potenziale riferimento di circa un milione di voti; se il fastidio dovesse però superare certe soglie è probabile che la sopportazione cesserebbe, e il potere è enormemente più forte di quanto noi si possa immaginare. Credo noi si debba prendere atto che 330.000 soci ci hanno affidato la responsabilità di far vivere e prosperare la nostra associazione, il che significa adottare un equo bilanciamento fra razionalità ed emotività. Questo significa che, senza “rompere” con i politici o i militari, diventando sì più “sostenuti”, ma senza esagerare, dovremo cominciare al più presto ad arruolare e scegliere “per nostro conto” i nostri alpini.

L’idea è meno folle di quanto possa sembrare a prima vista. Se ci riescono i Giovani Esploratori con dei bambini non vedo perché non lo si possa fare noi che, fra l’altro, siamo enormemente più avvantaggiati di loro sul piano logistico e del personale. Le modalità e i particolari del nostro arruolamento sono un problema che affronteremo in seguito, e solo se decideremo in questo senso; in questo momento dobbiamo solo riconoscere che la nostra associazione è un bene troppo prezioso per essere disperso. So perfettamente che l’idea sarà accolta malissimo, e prevedo anche quale sarà la prima obiezione: «Così facendo snaturiamo la nostra associazione! Non si può dare il cappello alpino, anche se con un fregio ovviamente diverso, a chi non ha fatto il militare!» Questa è una serissima obiezione alla quale si può però rispondere che: 1. l’addestramento che daremo ai nostri alpini non sarà sicuramente inferiore a quello che abbiamo ricevuto noi; 2. l’aver fatto due soli mesi di naia alpina per poter essere iscritti all’ANA, come prevede il nostro Statuto, non significa certo aver fatto un servizio militare degno di tale nome; 3. può sembrare spiacevole, ma sopravvive solo chi si adatta, e l’ANA ha sempre dimostrato di saperlo fare se, da associazione per aiutare i reduci di guerra quale era nel 1919, è diventata la cosa completamente diversa che noi oggi conosciamo; 4. da ultimo, anche se forse è l’aspetto più importante, bisogna prendere atto che il vero meccanismo di aggregazione dell’Associazione Nazionale Alpini non è costituito dall’aver fatto qualche mese di servizio militare, ma da una particolare comunanza spirituale fondata su pochi, semplici, ma fondamentali valori.

Nel tempo sono state create innumerevoli associazioni e discipline che, mascherate sotto le più svariate forme esteriori, intendono, in effetti, perseguire finalità eminentemente spirituali.

L’Associazione Nazionale Alpini, senza che nessuno lo abbia progettato, e quasi senza che nessuno se ne sia accorto, è divenuta una di queste. Ecco perché non deve morire ed ecco quindi perché i requisiti di ingresso possono essere un poco più elastici. Cerchiamo ovviamente di sfruttare al meglio gli ultimi momenti di leva che ancora ci restano, ma cominciamo subito a proporre all’Assemblea dei Delegati di aggiungere, alla fine del 1° comma dell’articolo 4, le seguenti parole: «Possono altresì far parte dell’Associazione coloro che hanno superato, con esito positivo, il corso allievi alpini organizzato dall’Associazione». Chi ha orecchie per intendere capirà che noi siamo assolutamente determinati a sopravvivere, che, come sempre è stato, noi siamo comunque capaci di arrangiarci. E questo creerà sicuramente paura, perché il potere è sempre estremamente preoccupato e sospettoso nei confronti di tutto ciò che non può direttamente organizzare e controllare, delle voci fuori del coro. Noi dovremo allora spiegare ai politici e ai militari, rassicurandoli circa la bontà delle nostre intenzioni, che se loro ritengono necessario un modello di difesa composto solo da professionisti, noi riteniamo altrettanto indispensabile che i giovani imparino almeno i primi rudimenti per difendere, se sarà necessario, sperando che mai lo sia, da un nemico o dalla natura avversa, se stessi, la propria famiglia, la propria casa, la propria terra o il proprio pianeta. Loro non sono più in grado di dare questi primi rudimenti e noi, nostro malgrado perché di lavoro da fare ne abbiamo già abbastanza, cercheremo di diventarne degni sostituti. Dovremo rassicurarli spiegando loro che vogliamo continuare a rimanere gli “alpini di sempre”, bravi e tranquilli ragazzi felici di poter mangiare, bere e cantare insieme e di aiutare tutti coloro che hanno bisogno. Spiegheremo loro che continuiamo, e vogliamo continuare a rimanere, un’associazione d’arma, alimentata da tutti coloro che, volontari o professionisti, appartengono o apparterranno alle Truppe Alpine. Ci limiteremo solo ad affiancare loro tutti quei giovani, o meno giovani, che, condividendo lo spirito e l’addestramento degli alpini, sarebbero impediti dal diventarlo a causa di una “strana” legge che continuiamo a non condividere. Spiegheremo loro, anche se questo solo pochissimi riusciranno a capirlo, che l’Associazione Nazionale Alpini costituisce un insostituibile complesso di valori etici, morali e spirituali che noi intendiamo difendere e mantenere, e per fare questo abbiamo bisogno di tutti coloro che in questi valori si riconoscono. Oggi, che siamo all’apice della nostra forza, dobbiamo avere il coraggio di cambiare! E allora la decisione costituirà il segno inequivocabile della nostra volontà di progredire ulteriormente nel cammino iniziato quasi un secolo fa; e ricostituiremo l’Orobica, la Cadore, la Tridentina e tutti i loro reggimenti, battaglioni e gruppi. Se aspettassimo troppo, a declino già iniziato, il cambiamento costituirebbe solo una triste necessità di sopravvivenza. Edo Biondo


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Fatti... col cappello alpino Una voce fuori dal coro sfoga il suo disappunto

Il 21 marzo 2004 a Motta di Campodolcino le competizioni di slalom e fondo

4 Novembre a Como Tornano le gare di sci sezionali Scusate amici, ve lo devo dire: «A me quest’anno la cerimonia del 4 Novembre a Como non è piaciuta!». Non parlo ovviamente delle bandiere al vento, del nostro inno nazionale o delle note del “Piave” che, essendo io un “rammollito”, mi commuovono sempre, ma della cerimonia in generale che, per cause di forza maggiore, si è svolta in piazza del Popolo davanti a Palazzo Terragni (ex Casa del fascio) e come tutti sanno attuale comando della Guardia di Finanza. A tale proposito mi viene da pensare che con tanto tempo a disposizione, in un paese dove si rimanda quasi tutto, si poteva posticipare l’inizio dei lavori di restauro del monumento ai Caduti. A qualcuno sarà venuto in mente che solo pochi giorni dopo ci sarebbe stata la celebrazione del 4 Novembre. Sì l’avete capito, una delle cose che personalmente non mi sono piaciute è stata l’ubicazione. Anche se è pur vero che proprio lì di fronte, da Porta Castello (che ora non c’è più), il 27 maggio del 1915 partirono i settanta volontari comaschi per imbarcarsi sul battello Bisbino e andare al fronte. Fatto di cui ben pochi presenti certamente si ricordavano. Rivista in televisione la cosa poi è sembrata ancora più modesta. Poche le persone presenti: le autorità, per “contratto”, i militari e le associazioni d’arma perché questa data la sentono sulla pelle e una sparuta rappresentanza di ragazzi delle scuole (cosa non si farebbe per qualche ora di vacanza!). Non mi è sembrata una cerimonia “sentita”. Forse a darmi questa sensazione negativa ha fortemente contribuito il traffico che imperterrito ha continuato a scorrere tranquillo a trenta centimetri dalla piazza. Chissà se qualche automobilista

avrà voltato lo sguardo verso quelle bandiere e quei “vecchi soldati” sull’attenti? Di certo nessuno si è fermato forse per non dare all’evento l’importanza di un incidente autostradale (rischiando causarne un altro) ma a cui non si può resistere. Probabilmente queste cose non le avrei scritte e si sarebbero sedimentate nella mia mente se, “ciattando” in internet nel sito della SMALP (sito non ufficiale della Scuola Militare Alpina gestito da ufficiali alpini in congedo), non avessi visto una foto della stessa cerimonia svoltasi ad Aosta nella bella piazza Chanoux. Qui il traffico non c’era, si è avuto il buon gusto di deviarlo, cosa che a Como non è stato fatto forse perché il 4 Novembre è certamente meno importante di un rally o del giro di Lombardia; purtroppo anche ad Aosta c’erano pochissime persone che si perdevano nella grande piazza. È questa la cosa che ha fatto scattare la scintilla, vedere che il Paese è troppo indaffarato per fermarsi a pensare che il 4 novembre, anche se feriale, è una data importante. Nello stesso periodo però quello stesso Paese ha pensato bene di celebrare “halloween”, festa importata che c’entra con le nostre tradizioni come i “cavoli a merenda”, ma che ha riempito strade e negozi di maschere e zucche (le zucche si vendevano a 3 Euro al chilo) e alla quale le televisioni hanno dedicato uno spazio decisamente maggiore a quello concesso al 4 Novembre. Ve ne siete accorti? Va bene così, un paese ha le tradizioni che si merita e noi siamo così bravi che le importiamo anche, dimenticandoci magari di quelle di casa nostra. Ecco perché il 4 Novembre di quest’anno non mi è piaciuto. Aldo Maero una zucca con un cappello alpino

Dopo anni di sospensione, dovuta per lo più alla mancanza di neve nel nostro territorio, torniamo alle gare di sci, attività prettamente alpina. Fin dagli albori delle Truppe Alpine, la pratica dello “ski”, così come si chiamava allora, fu una delle attività principali per il movimento sulla neve. Dagli ski di frassino piegato in testa, attraverso l’apposita protuberanza e con lacci e ferri a ganascia come attacchi, siamo passati alle attrezzature attuali in fibra e altri materiali idonei all’alto scivolamento e ai movimenti in rapida successione che hanno portato gli sciatori a elevate velocità e a una tecnica molto avanzata. La passione però è sempre quella legata allo scivolamento verso valle attraverso lo slalom o la discesa, oppure allo spostamento con le varie impostazioni della specialità del fondo. E gli alpini, in buona misura continuano a essere appassionati di questa disciplina. Grazie all’interessamento di alcuni soci, trascinati dall’alpino Caspani, quest’inverno proveremo ancora a ritrovarci per sfidarci con gli sci. L’incontro è fissato per il 21 marzo in località Motta di Campodolcino, dove ci sarà il campo di gara e le successive premiazioni.

La redazione del Baradèll augura a tutti un Natale di serenità e pace

L’immane tragedia della diga del Vajont che distrusse il paese di Longarone

Son passati ben quarant’anni Sono passati ben quarant’anni. Il giorno in cui successe avevo dodici anni e frequentavo la scuola media. Ricordo benissimo la mattina in cui entrò l’insegnante di lettere, una signora anziana, piccola e magra, che dava una certa impressione di fragilità. Quella mattina era ancora più fragile, perché piangeva. A un alunno giovane fa un grande effetto vedere un’insegnate piangere. Ci raccontò che la sera precedente, per la frana di un monte, era stato spazzato via un intero paese: Longarone. Con le lacrime agli occhi, ci disse della grande diga, dell’ondata d’acqua che era piombata a valle, portandosi via tutto e tutti. Si parlava di migliaia di morti, di donne, di bambini e di uomini scomparsi nel vero senso della parola, portati chissà dove. Eravamo bambini e non avevamo ancora l’abitudine ai racconti di tragedie, quindi rimanemmo impressionati e infinitamente commossi, tanto più

che a raccontare era la nostra insegnante in lacrime. Anche dai nostri occhi cominciarono a scendere goccioloni e la mattina trascorse così. Adesso che ci faccio mente locale, nel banco davanti al mio c’era Emanuela Setti Carraro, una ragazza per la quale avrei pianto diversi anni dopo, quando fu uccisa con il marito, il generale Dalla Chiesa. Della tragedia del Vajont si parlò a lungo anche a casa e i notiziari radio e tv non fecero altro che trattare quell’argomento. Ero piccolo e per me si trattava di una tragedia causata dalla natura, dalla montagna che aveva deciso di muoversi verso valle. Null’altro. Dopo tanti anni, scendendo con mia moglie dal Passo di Giau nella Valle di Zoldo, passai per Longarone e mi ferì l’immagine della grande spianata di ghiaione, dove un tempo c’era un paese. Solo ghiaia. In tempi più recenti ho scoperto che Arnaldo, mio grande amico e alpi-

no del mio gruppo, era militare proprio all’epoca del disastro. Arnaldo è uno dei tanti alpini che erano accorsi sul posto a soccorrere, a scavare. Ho provato a chiedergli qualche notizia, ma ho capito subito che evitava l’argomento. Chissà cosa deve aver visto, per non volerne nemmeno parlare. Sono passati quarant’anni e se n’è riparlato diffusamente in tv e sui giornali. Ho ripensato alle lacrime della professoressa Mignucci, al ghiaione, ad Arnaldo e mi si sono inumiditi di nuovo gli occhi. Questa volta però sono state lacrime di rabbia. Adesso che sono chiari tutti i risvolti della vicenda, salta fuori la rabbia di sapere che in nome dell’interesse personale si è pronti a sacrificare anche la vita, ma quella degli altri. Non è più rabbia contro la montagna che si muove; è rabbia contro gli uomini, contro certi uomini. Chicco Gaffuri

Con le gare di slalom gigante e di fondo, la Sezione vuol tornare a un tipo di appuntamento che in passato costituiva un incontro tradizionale e molto ambito. Potranno iscriversi e gareggiare alpini, amici degli alpini iscritti e familiari, così come indicato ai gruppi nello specifico regolamento. Le gare potranno essere anche una selezione per le successive prove a livello nazionale, nelle quali la Sezione vuol tornare ai buoni livelli di qualche anno fa. L’appuntamento sulla neve potrà diventare un veicolo per il “reclutamento” di nuovi soci da inserire nei gruppi, in modo particolare dei più giovani che potrebbero non aver

avuto l’opportunità di conoscere la nostra associazione. Contiamo molto sulla collaborazione dei gruppi e dei consiglieri di zona, oltre alla voglia di soci e famigliari di partecipare alle gare e trascorrere una bella giornata in montagna in compagnia di altri alpini, tutti accomunati dalla stessa passione per la neve e per la montagna. Una buona riuscita della manifestazione, spingerà la Sezione a un maggior impegno nell’ambito dello sci, dando a molti l’opportunità di cimentarsi nelle gare nazionali! Alpini, diamo tutti insieme la dimostrazione d’essere dei veri appassionati della montagna. A.G.

Il compleanno di un alpino molto più che simpatico

I novanta di Giulio Si chiama Giulio Nava ed è un alpino del gruppo di Albavilla. In zona lo conoscono tutti; lo conoscono come Giuli bagatt, visto che ha fatto il calzolaio per tutta la vita. È uno di quei personaggi che non riescono a passare inosservati, perché è simpatico, anzi, è la simpatia in persona. Lo conosco da quando ero un bambino. Muovevo i primi passi e conoscevo già Giuli, perché era un grande amico di mio papà. Quando passavo davanti a casa sua, fingeva di volermi spaventare e accennava qualche passo di corsa, agitando una mano e dicendomi «varda!». Poi scoppiava a ridere. Se devo essere sincero, quel «varda!» me l’ha detto fino a pochissimo tempo fa e, se non era lui a vedere me, allora lo stuzzicavo io. Insomma, cos’ha di speciale questo Giuli, oltre alla simpatia? Ha di speciale che ha raggiunto l’età di novant’anni. Un bel traguardo! Adesso è difficile incontrarlo per strada, perché si muove poco. Però, se lo si va a trovare, si incontra lo stesso Giuli di venti, trenta o quarant’anni fa. Un tempo passava tutti i pomeriggi della domenica al Crotto, la sede degli alpini di Albavilla; c’era sempre qualcuno che andava a prenderlo e poi lo riportava a casa. Adesso si muove poco, è vero, ma

la sua testa è sempre fresca e il suo sorriso è accattivante come sempre. Ha una battuta di spirito per tutti. Anche mia figlia stravede per lui e, quando Giulio ha compiuto gli anni, mi ha tolto il fiato perché andassi subito a fargli gli auguri. Ogni volta che vado a casa sua si finisce per parlare di alpini e della sua ritirata di Russia. Vista la sua attività, anche durante il servizio militare, lavorava il cuoio e faceva il sellaio di compagnia. Racconta e mi fa vedere i numerosi attestati, tutti incorniciati per bene, appesi alle pareti della sala. Giulio Nava, reduce di Russia. La signora Carmela, sua moglie, è orgogliosa del marito alpino e ancor più orgogliosa di essere anche mamma di un alpino. Insomma, in casa di Giuli si respira l’aria che piace a noi: un’aria pulita, aria alpina. Non so bene perché, ma, pur trattandosi di un alpino, gli ho sempre dato del lei. Questa volta però voglio sbottonarmi, vista l’occasione. Caro Giulio, sono felice di essere tuo amico, ti voglio bene e ti stimo tantissimo, per la tua semplicità, per la tua bontà e per la simpatia che non ti abbandona mai. Ti auguro le cose più belle e ti mando un forte abbraccio. Buon compleanno. Chicco Gaffuri

Castelmarte: rinnovata la sede Domenica 9 novembre scorso si è svolta a Castelmarte l’inaugurazione ufficiale dell’ala est del Palazzo municipale, completamente restaurata e riqualificata, dove sono ubicate le sedi delle associazioni locali: gruppo alpini e Pro Loco. La cerimonia, preceduta dalla S. Messa in parrocchia celebrata dal parroco don Franco Corti, ha avuto inizio con il taglio del nastro al cancello d’ingresso, l’accesso al cortile interno dove si è svolta la parte ufficiale: inno di Mameli, discorsi delle autorità, benedizione e visita dei locali, rinfresco. Erano presenti il consigliere regionale Giovanni Orsenigo, l’assessore provinciale Antonio Riva, alcuni sindaci di Comuni vicini, gli ex sindaci di Castelmarte, il vicepresidente sezionale Chicco Gaffuri, il consigliere Gianantonio Morassi, i gagliardetti dei gruppi di zona e quello degli alpini di Canzo. Gli alpini di Castelmarte si augurano che da questa nuova sede possa continuare, con rinnovato slancio, a prendere vità l’alpinità.


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Fatti... col cappello alpino Domenica 9 novembre, con una cerimonia, ricordati i Caduti e i soci defunti

Le venticinque primavere di Casnate con Bernate

La S. Messa del gruppo Como Tutti da Biondi I soci del gruppo Como hanno programmato la loro giornata sociale domenica 9 novembre. Una rappresentanza di soci, col capogruppo Alessandro Clerici, è intervenuta alla cerimonia della parrocchia di Sant’Agata presso il monumento ai Caduti del rione di san Martino, con apposizione di una corona di fiori e la commemorazione svolta dal parroco don Leonardo Butti e con intervento dell’avvocato Felice, presidente della Circoscrizione e rappresentante del Sindaco. I soci si sono poi ritrovati numerosi… ma leggiamo l’articolo che ci ha inviato Aldo Maero.

nel “regno” del nostro cappellano padre Felice che era visibilmente contento di “giocare in casa” come lui stesso ha apertamente riconosciuto durante la predica. La piccola chiesa di san Giuseppe segnava il tutto esaurito anche se purtroppo tutti noi eravamo consapevoli dei “vuoti” che in questi anni si sono creati tra le nostre file. Vuoti dolorosi di cari amici che sono andati avanti, ma che, non ci stancheremo mai di ripeterlo, sono sempre con noi. Nessun vero alpino infatti pronuncerà mai la parola deceduto, i nostri compagni sono semplicemente andati avanti! Il nostro ritrovarci tutti gli anni infatti unisce al significato religioso della S. Messa proprio il legame indissolubile cementato negli anni tra noi alpini, legame difficilmente comprensibile da chi non ha servito

Per un paio di settimane Antonio Biondi ha martellato di telefonate tutti gli amici. «Ti ricordi il venticinquesimo di Casnate?… Ti ricordi di venire a Casnate per la nostra festa?» Telefonate non proprio quotidiane, ma quasi. D’altra parte, chi conosce Biondi sa bene che tipo sia; è uno di quelli che non mollano l’osso e poi, onestamente, è sempre presente a tutte le manifestazioni, tutte. Proprio per questo motivo, tutti si sono sentiti in dovere di ricambiargli la cortesia e sono arrivati in massa a Casnate con Bernate, per festeggiare il venticinquesimo anniversario di fondazione del gruppo e per la benedizione del nuovo gagliardetto. La presenza di gagliardetti è stata quasi da raduno sezionale: ce n’erano un’ottantina, proprio un bel numero. Appuntamento ai giardini pubblici, quindi alzabandiera; poi è iniziata una sfilata molto lunga, che ci ha portati al monumento all’Alpino.

Non portano il cappello, ma lo spirito è lo stesso!

con un cappello sul quale domina una penna nera. Come negli anni scorsi erano presenti sia Mario Ostinelli, il nostro presidentissimo, sia Achille Gregori e non poteva mancare il supernonno Vittorio Cattaneo col suo mitico cappello e l’ammirevole appetito. Certo, appetito, perché logicamente dopo la funzione religiosa siamo finiti tutti davanti a un bel piatto di polenta accompagnato logicamente da un rosso sincero. Chiarisco per i non alpini che leggeranno queste righe che non esiste contraddizione tra una funzione religiosa istituita per ritrovarci onorando la memoria dei nostri Caduti e la laicità di un pranzo ben “annaffiato”, perché è così, in goliardia che chi non era presente vuole vedere i propri amici terreni. Anche per quest’anno è andata, mi unisco all’invito fatto dal nostro impagabile padre Felice di rivederci tutti insieme anche nel 2004. Aldo Maero

Le mogli degli alpini

Grazie al gruppo di Lenno il vessillo sezionale era presente alla ricorrenza

Ebbene sì, siamo arrivati al quarto anniversario della S. Messa del gruppo Como, il nostro gruppo. Questa volta però, diversamente dagli altri anni, ci siamo ritrovati tutti

A volte sento mogli di alpini che si lamentano perché il loro marito frequenta troppo assiduamente la propria sezione ANA, trascurando così gli impegni famigliari. Mi permetto di fare alcune considerazioni e penso a quello che è capitato a me alla fine degli anni Sessanta, gli anni degli scioperi e della contestazione universitaria, anni non facilissimi e nei quali era difficile che un giovane sentisse parlare di Patria e di dovere. Ebbene in quegli anni il servizio militare si faceva sul serio, le scappatoie per evitarlo non erano molte. A me capitò di partire perché l’università, chiusa per sciopero, non consegnava la certificazione necessaria per il rinvio. Partii quindi di pessimo umore e del tutto impreparato con destinazione Aosta: 49° Corso AUC arma, fanteria alpina. Superato lo choc iniziale che vi garantisco notevole, scoprii che altri condividevano con me questa “tragedia” che quasi faceva rimpiangere lo studio, gli esami, l’università e pian piano quindi subentrò una certa apatica rassegnazione. Lentamente iniziammo a studiare altre cose, a fraternizzare tra noi e marciando e studiando gomito a gomito a diventare dei veri compagni. Dopo cinque mesi di vita in comune si va al battaglione! Si ricomincia tutto di nuovo, conosci altri ragazzi che però questa volta sei tu che devi guidare e a cui e di cui devi rispondere. Scopri così, tra le fatiche, la gioia e l’orgoglio di appartenere a un “Corpo” che negli anni si è coperto di gloria e che la gente ammira, perché quando passi con il tuo plotone tra le vie del paese le persone ti sorridono, allora ti senti utile, sai che facendo bene il tuo lavoro puoi essere degno di quello che altri alpini hanno fatto con sacrifici non certo paragonabili ai tuoi in tempi meno fortunati. In meno di un anno il tuo modo di vedere le cose è completamente

cambiato. Ora sono i civili che ti sembrano lontani, gli studenti in sciopero sono una categoria alla quale non ti senti più di appartenere. I tuoi nuovi compagni non avranno fatto l’università ma sono superiori in tutto e per tutto a quei ragazzi che vedi vociare nelle piazze, la loro scuola di vita è stata la naia, quella naia che non avevano iniziato volentieri ma nel corso della quale sono diventati uomini, hanno imparato la solidarietà, il sacrificio, il dovere, l’amor di Patria, l’orgoglio di essere alpini. Non cambierei questi miei compagni per tutto l’oro del mondo! Poi un giorno tutto finisce, si salutano i compagni, si torna a casa. L’esperienza maturata in quella naia che non volevi, tra gli alpini che non conoscevi, ti è però rimasta dentro, è una seconda famiglia a cui hai imparato a voler bene e a cui sei fiero di appartenere; è quindi logico che dopo qualche tempo si senta la necessità di presentarsi in un gruppo ANA per ricominciare a darsi da fare, per stare insieme. Le persone che frequenti hanno vissuto espenenze simili alle tue e sono parte di quell’unica grande famiglia. La mia compagna queste cose le ha capite: sa che a queste persone voglio bene, che mi fa bene stare con loro, che gli anni passano ma, con in testa un cappello alpino, scarpino e canto ancora come un ragazzo; anche a lei piacciono questi alpini ed è felice di frequentarli. Tutti gli alpini che conosco hanno mogli così, mogli che hanno capito che i loro mariti sono “diversi”, hanno un secondo amore che non ha senso ostacolare perché troppo radicato, quindi si sono adeguate di buon grado e sono alpine facenti funzione a tutti gli effetti, brave e disponibili nel dare una mano. Non portano il cappello ma lo spirito è lo stesso. Che alpini saremmo se avessimo mogli diverse? Aldo Maero

Ancora un alzabandiera, onori ai Caduti e interventi commemorativi, da parte di Biondi, che è consigliere sezionale e capogruppo, da parte del Sindaco e infine è toccato al nostro presidente Gregori. Molto bravo il Sindaco, anzi, la signora Sindaco, che ha dimostrato grande conoscenza e stima per il gruppo e in generale per gli alpini. Poi siamo andati tutti in un grande parco, dove, in cima a una scalinata, è stata celebrata la messa. Una celebrazione con la minaccia della pioggia, che però, fortunatamente, non è arrivata e ha lasciato che la cerimonia finisse all’asciutto, così come era iniziata. Tutto bene dunque e, incontrando Biondi qualche giorno più avanti, l’ho trovato pienamente soddisfatto, soprattutto per la grande partecipazione. Non poteva essere che così, perché Biondi è sempre stato un attento seminatore e il suo raccolto è stato ottimo. E.G.

Rossosch: la scuola “Sorriso” ha compiuto i primi dieci anni Arnaldo Bordoli, alpino del gruppo di Lenno, insieme alla signora Giovanna Galli, vedova di Tano Geninazza (uno dei volontari per i lavori d’allestimento della scuola di Rossosch), ha partecipato alle cerimonie per la ricorrenza dei primi dieci anni della scuola “Sorriso”, rappresentando così i tredici volontari che hanno partecipato ai lavori d’allestimento dell’asilo e i molti che, sotto la guida di Cesare Di Dato, hanno preso parte all’autocolonna Icaro che portò in Russia 130 fra camper e automezzi con oltre 300 persone, per la cerimonia di inaugurazione della scuola. Grazie a loro, il nostro vessillo s’è schierato all’esterno della scuola, nei pressi del famoso sottopasso di Nikolajewka, a “Cima Pisello”, sulla riva del Don. L’alpino Bordoli, ha così reso omaggio, in nome della sezione, ai Caduti di Russia e ricordato tutti coloro che hanno lavorato in loro onore per la scuola di Rossosch, che è, e rimane, “il più bel monumento alla vita”, costruito in ricordo dei Caduti in guerra. La signora Giovanna ha, invece, visto cosa ha saputo fare suo marito, grazie al grande impegno che metteva in tutto ciò che riguardava gli alpini e che, insieme agli altri alpini ha contribuito a realizzare e perciò “regalare” alle giovani generazioni. Anche in quest’occasione (come dieci anni prima), gli alpini sono andati in Russia con il sentimento di compiere un pellegrinaggio e perciò ci fa piacere riportare la frase di chiusura che scrive l’alpino Arnaldo, nella sua breve nota: «Per noi è stata una bell’esperienza, che ci ha fatto conoscere un paese diverso, vedere i luoghi conosciuti solo per nome, cosa che non può essere detta per i nostri vèci, che in quelle terre sono dovuti andare da soldati, per fare il loro dovere e servire la Patria fino in fondo, alcuni fino alla morte!». A.G. Nelle foto: sopra, la vedova Geninazza con l’alpino Arnaldo Bordoli accanto al presidente Beppe Parazzini; sotto, sempre Bordoli con il vessillo sezionale e il gagliardetto di Lenno davanti al sottopasso di Nikolajewka.

Potete scriverci anche per posta elettronica:

anacomo@tiscalinet.it


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Associazione Nazionale Alpini

Storia della sezione di Como Notizie relative ai gruppi di Cantù, Menaggio, Fino Mornasco, Dongo, Ramponio Verna, Bellano, Lenno, Nesso, Caslino d’Erba, Rovenna, Claino con Osteno, Vendrogno, Blessagno, Gaggino Faloppio, Lurago d’Erba, Palanzo, Mariano Comense, Lemna, Cagno, Albese con Cassano, Cirimido, Locate Varesino, Gravedona, Appiano Gentile, Arosio, Bellagio, Torno, Albiolo, Canzo e Montano Lucino Altra puntata della storia degli Alpini comaschi con date, avvenimenti, gruppi e nomi 87a puntata

Correva l’anno 1981... 2° SEMESTRE Sabato 4 luglio il gruppo di Cantù fece una serata per premiare i vincitori della gara di fondo, svoltasi il 1° marzo a Splügen (Svizzera), con il trofeo “Penne nere”, dedicato all’alpino Mario Marelli, medaglia d’argento al Valor Militare, socio fondatore e per anni capogruppo. Furono presenti il sindaco Michele Di Leo, il presidente della sezione CAI Alberto Pillinini, il segretario Brambilla e i consiglieri Maspero, Molteni e Perdonati, accolti dal capogruppo Lietti e dall’organizzatore Brugnoli. Nei giorni 4 e 5 luglio si svolse la gara di tiro a segno “Trofeo capitano Dorligo Albisetti” a Tradate con buoni piazzamenti della squadra di Mozzate (5° posto) e della squadra di Binago (6° posto). Domenica 5 luglio il gruppo di Menaggio effettuò la sagra annuale presso la chiesetta delle Crocette, con la messa del parroco di Croce e la presenza del capogruppo onorario generale Ettore Formento. L’11 e 12 luglio la sezione di Bergamo celebrò il 60° anniversario di fondazione in città con il giuramento delle reclute del battaglione Edolo il sabato e con il raduno del 5° Alpini e Artiglieria da montagna la domenica. Il nostro presidente Mario Ostinelli e il consigliere Franco Pesenti, dopo aver presenziato al giuramento, si recarono nel pomeriggio di sabato 11 luglio alla Casa di Endine, costruita dagli alpini bergamaschi e gestita dall’istituto “La Nostra Famiglia” di Ponte Lambro per l’assistenza di miodistrofici e handicappati, a consegnare una parte della somma (Lire 4.000.000) raccolta con la sottoscrizione in memoria del presidente Cornelio. Domenica 12 luglio ebbe luogo sull’Ortigara l’annuale pellegrinaggio dell’ANA per commemorare i Caduti della Grande Guerra. Sempre domenica 12 luglio il coro “Sandro Marelli” di Fino Mornasco si recò a Pellio Intelvi, accompagnò con i canti la messa nella chiesa parrocchiale e fece visita all’ospizio della Madonna, rallegrando i ricoverati con brani corali. Nel pomeriggio eseguì altri canti presso l’asilo di Lanzo Intelvi. Il 17, 18 e 19 luglio si svolse a Dongo l’annuale manifestazione folcloristica e sportiva con la sagra, la musica, i balli e la gara in montagna. La domenica mattina ci fu il raduno con l’arrivo da Como di un battello carico di alpini, presenti il

Sindaco, altre autorità, rappresentanze di associazioni, il presidente Ostinelli i vessilli di Como, Milano, Piacenza, 35 gagliardetti e la fanfara Alto Lario. Dopo l’omaggio al monumento ai Caduti e il corteo, presso il monumento all’Alpino la messa fu concelebrata da monsignor Gianfranco Ravara, don Pietro Lanfranconi e dall’alpino don Antonio Baroni. Seguirono i saluti del Sindaco e del presidente Ostinelli, la consegna di tre medaglie alla memoria del colonnello Dante Belotti dell’Edolo, del dottor Roberto Mapelli, tesoriere dell’ANA e dell’alpino Luciano Mattari, consigliere di Dongo. Il discorso dell’avvocato Peppino Prisco fu introdotto dal capogruppo Aggio Alfieri. Domenica 26 luglio il gruppo di Ramponio Verna festeggiò il 25° anniversario di fondazione con l’intervento del sindaco Beniamino Boncherio, di altre autorità e associazioni, dei vicepresidenti Aggio Alfieri e Zola Genazzini, di 18 gagliardetti e della fanfara locale. Dopo gli onori ai due monumenti ai Caduti e la messa al campo di don Battista Cetti, furono consegnati riconoscimenti ai soci anziani Ambrogio Rainoldi, Emanuele Chiappa, Enrico Melisi, Battista Binaglio, Ferruccio Giumini, Remo Leoni, Carlo Lissidini, Aldo Luraschi e Bruno Luraschi. Seguirono i saluti del capogruppo Augusto Luraschi e il discorso del vicepresidente Genazzini. Domenica 26 luglio il gruppo di Albiolo collaborò all’organizzazione della festa religiosa di sant’Anna. Martedì 28 luglio si svolse a Bellano il funerale del capogruppo onorario Nino Angoletta, cavaliere di Vittorio Veneto, segretario e poi capogruppo di Bellano per circa 50

anni, consigliere sezionale dal 1951 al 1976. Ottantacinquenne, aveva da poco lasciato l’incarico di capogruppo, dopo una vita dedicata all’impegno civile e agli alpini, tra cui fu un antesignano dell’impegno sociale, promotore di molte opere a favore della collettività, dei bambini e di singole persone. Alle esequie intervennero le autorità locali, numerosi alpini, tra cui il presidente Ostinelli, il vice Aggio Alfieri, rappresentanti delle sezioni di Colico e Lecco e molti compaesani. Da lunedì 27 luglio a domenica 2 agosto nove alpini della Sezione effettuarono un raid alpinistico da Rovenna al monte Berlinghera, lungo la dorsale prealpina occidentale del Lario, in cinque tappe più un giorno di riposo. I nove componenti la squadra furono: Roberto Compagnoni (Capiago Intimiano) guida alpina, Ferruccio Sala (Brunate) istruttore di sci alpinismo, Angelo Cristina (Como), Alfredo Bulgheroni (Binago), Gaetano Maroni (Binago), Fabio Pina (Canzo), Vittorio Pizzagalli (Dongo), Luigi Vergottini (Dongo) e Luigi Zanotta (Laino Intelvi). Le tappe furono: lunedì 27 luglio da Rovenna all’Alpe di Colonno; martedì 28 luglio dall’Alpe di Colonno al rifugio Menaggio sul monte Grona; mercoledì 29 luglio dal rifugio Menaggio al rifugio Giovo al passo omonimo; giovedì 30 luglio giornata di riposo; venerdì 31 luglio dal rifugio Giovo alla capanna Como in alta Val d’Arengo; sabato 1 agosto dalla capanna Como all’Alpe di San Bartolomeo; domenica 2 agosto salita al monte Berlinghera e cerimonia conclusiva. Sabato 1 agosto si unirono ai nove gli alpini Noghera, Pontefici e Mucchiani del gruppo di Gera Lario (sezione di Colico).

La nuova Sede sezionale sarà inaugurata domenica 25 gennaio 2004 Finalmente siamo arrivati alla conclusione. Finalmente la nostra nuova casa è arrivata a compimento e diventerà presto il luogo di ritrovo di tutti noi. Dopo un anno di grossi lavori, dopo una profonda ristrutturazione gli spaziosi locali sono pronti a ospitarci. Per chi ha seguito i lavori dall’inizio è una buona soddisfazione, per coloro che non hanno mai visto il posto sarà certo una sorpresa. Sua Eccellenza monsignor Maggiolini ci ha dato la sua disponibilità per il 25 gennaio 2004 e per noi sarà un grande piacere vedere la nostra casa benedetta addirittura dal vescovo di Como. Al momento non è definito il programma che sarà in seguito diramato, ma possiamo confermare il giorno e la presenza di alte personalità cittadine. Sarà una festa per tutti e perciò fin d’ora chiedo a ciascuno d’essere presente alla festa d’inaugurazione della nostra nuova casa che ci ospiterà per i prossimi decenni. Un ringraziamento immediato ai gruppi e agli alpini che hanno contribuito con il versamento dei cinque Euro e con il lavoro svolto presso la sede. In seguito, saranno forniti i resoconti particolareggiati dei lavori legati alla sede, quando sarà stilato il vero e proprio bilancio finale. Per ora accontentiamoci del piacere di sapere quando l’uso della nostra nuova casa comune, sarà festosamente ufficializzato. Facciamolo tutti insieme, segnandoci in rosso sulla nostra agenda il giorno 25 gennaio 2004! Il presidente sezionale Achille Gregori

Il raid fu ideato dal socio Compagnoni e venne preparato in modo preciso e minuzioso per i pernottamenti e il vitto con il coinvolgimento di molti soci di vari gruppi e di sezioni del CAI, coordinati e diretti dai consiglieri Franco Stampa per la parte organizzativa e dal vicepresidente Aggio Alfieri e dal consigliere Gianluigi Romano per la parte logistica. Presso l’Alpe di San Bartolomeo si svolse la cerimonia conclusiva con la presenza dell’assessore della Comunità montana Alto Lario occidentale Alessandro Pizzagalli, del prevosto di Gera Lario don Luigi Bianchi, del presidente della sezione di Como Mario Ostinelli e del segretario della sezione di Colico Bernardi. Domenica 2 agosto gli alpini del gruppo di Lenno salirono al rifugio “Venini” sul monte Galbiga per la festa della Madonna della neve e nel 20° anniversario della fondazione. Altro motivo del raduno fu di far conoscere agli altri alpini e amici l’opera di ricostruzione del rifugio. La messa al campo fu concelebrata dall’arciprete di Lenno don Ezio Donegani e da don Emilio Sani, presenti autorità, 15 gagliardetti, una massa di alpini ed escursionisti. Il capogruppo Stefano Cadenazzi tracciò la storia del rifugio, il vicepresidente Zola Genazzini rievocò la figura della medaglia d’oro al Valor Militare Corrado Venini e il sindaco Angelo Rava lodò l’opera in corso di realizzazione. Il rifugio era ormai da anni ridotto a un rudere, ma gli alpini di Lenno, stimolati dal precedente capogruppo Orlando Galli e preparato un adeguato progetto, iniziarono nel 1980 la ricostruzione dei muri perimetrali, lavorando nei fine settimana. La riedificazione fu completata con il tetto durante l’estate da una impresa edile, grazie anche ai contributi della Regione Lombardia, del comune di Lenno, di altri enti, ditte e privati. Sempre domenica 2 agosto il gruppo di Nesso festeggiò la ricorrenza annuale della Madonna della neve presso la cappella ai Piani di Nesso, trascorrendo una bella giornata con compaesani e gitanti. L’8 e 9 agosto i soci del gruppo di CasIino d’Erba fecero la loro sagra presso il parco degli Alpini con il raduno nella mattinata di domenica e l’intervento delle autorità, associazioni e una quindicina di gagliardetti. Dopo il corteo, presso la baita si susseguirono la messa al campo e gli interventi del capitano Fusi della sezione di Milano, del nostro consigliere sezionale Ermete Sampietro e del sindaco Trabattoni. Sempre l’8 e 9 agosto ebbe successo la sagra del gruppo di Rovenna in località Scarone e il cui ricavato (Lire 500.000) fu devoluto a favore dell’Istituto “La Nostra Famiglia”. Domenica 9 agosto il gruppo di Claino con Osteno tenne un raduno con la presenza di autorità, rappresentanti di associazioni, tre gagliardetti, villeggianti e popolazione. Furono deposte corone ai due monumenti ai Caduti e venne celebra-

ta la messa. Nella sede del gruppo furono distribuite ai reduci della seconda guerra mondiale targhe con la dedica «Per mantenere i vincoli di solidarietà maturati con i vostri sacrifici». Il capogruppo Marino De Bernardi pronunciò un discorso e il consigliere Ugo Lanfranconi ringraziò il gruppo per essersi ricordato dei reduci della seconda guerra mondiale. Domenica 9 agosto gli alpini del gruppo di Vendrogno effettuarono l’annuale festa all’Alpe Tedoldo, presso la chiesetta. Nel periodo dal 10 al 27 agosto cinque volontari della sezione di Como lavorarono nel cantiere dell’ANA di Pescopagano (Potenza) per ristrutturare l’asilo e la scuola elementare, danneggiati dal terremoto. Questi volontari furono Giacomo Guarisco (Como), Angelo Belotti (Como), Giuseppe Mazzoni (Bellano), Ernesto Amedeo (Caslino al Piano) e Ugo Bordoni (Seveso). Sabato 22 agosto fu costituito il gruppo di Blessagno, presenti 18 soci fondatori, in prevalenza giovani alpini, con l’assistenza del consigliere di zona Ugo Lanfranconi. Dalla votazione scaturì il Consiglio direttivo: capogruppo Lorenzo Toretti, vice Gabriele Pinchetti, segretario-cassiere Lionello Finessi, consiglieri Edoardo Canevali e Gianluigi Manzoni, alfiere Pietro Pinchetti. Il 28, 29 e 30 agosto si svolse la sagra del gruppo di Gaggino Faloppio con il raduno domenicale, partecipi le autorità, il segretario Brambilla, i consiglieri Maspero e Valsecchi e 9 gagliardetti. Sul sagrato della chiesa la messa fu concelebrata dal cappellano padre Cerri e dal parroco don Domenico con successiva deposizione di una corona al monumento ai Caduti e relativi discorsi. Il 30 e 31 agosto i consiglieri Gianluigi Romano e Gildo Perdonati fecero visita al soggiorno alpino di Costalovara (Bolzano), dove trascorrevano un periodo di vacanze sette bambini, figli di soci di Longone al Segrino. Domenica 6 settembre il gruppo di Lurago d’Erba celebrò il 50° anniversario di fondazione e assieme il decennale della “baita”, la benedizione del nuovo gagliardetto e lo scoprimento di un cippo in ricordo dei Caduti, con l’intervento di autorità locali, rappresentanze di associazioni, del presidente Ostinelli, dei vice Aggio, Genazzini e Morassi, dei vessilli di Como e Lecco, di 48 gagliardetti del quadro di fiori di Griante e della fanfara alpina di Busto Arsizio. Alla sfilata e agli onori ai Caduti, fecero seguito la messa del cappellano padre Fiammi, la benedizione del nuovo gagliardetto, madrina la contessa Sormani Andreani Verri e lo scoprimento del cippo con la scritta «Per non dimenticare». Il consigliere Pesenti presentò gli oratori: il capogruppo Viganò salutò gli intervenuti, il sindaco di Lurago espresse l’apprezzamento della popolazione per gli alpini, il presidente Ostinelli


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Storia della sezione di Como si complimentò col gruppo per la sua intensa attività e il generale Aldo Rasero elencò in modo vivace i principi morali e patriottici che animano gli alpini. Domenica 6 settembre il gruppo di Palanzo organizzò un raduno presso la cappella situata in vetta al monte Palanzone, ottenendo l’intervento di autorità locali, del vessillo sezionale, di tre gagliardetti, del corpo musicale, di compaesani ed escursionisti. Dopo la benedizione impartita alla cappella, il parroco don Gaetano Gatti celebrò la messa, il sindaco Salvatore Botta manifestò l’apprezzamento dell’Amministrazione comunale, il consigliere di zona Enrico Cernuschi portò i saluti della Sezione e il rappresentante della Comunità Montana si disse lieto per la collaborazione con gli alpini di Palanzo che, visto il deteriorarsi nel tempo della cappella e della zona attorno, avevano effettuato un sostanziale intervento di restauro. La cappella in pietra dedicata al “Divin Redentore” fu edificata sulla vetta (metri 1.436) nel 1900 dal Circolo Educativo Alessandro Volta di Como per celebrare l’inizio del XX secolo, è alta metri 8,60 e ha all’interno un piccolo altare. Per rimediare al deterioramento gli alpini di Palanzo, lavorando nei giorni festivi e nei giorni di ferie di luglio e agosto, consolidarono le fondamenta, rifacendo il basamento in pietra, sigillarono le numerose crepe, ricostruirono il muretto perimetrale con l’aggiunta di una ringhiera e di un cancello in ferro, usando materiali, quali cemento e sabbia, concessi dall’Amministrazione comunale e portati in vetta da un elicottero, messo a disposizione dalla Comunità Montana, mentre le pietre furono ricavate sul posto. Domenica 13 settembre gli alpini di Mariano Comense e di Cabiate celebrarono il 50° anniversario di fondazione con l’intervento dei sindaci di Mariano, Cabiate e Arosio, di autorità militari, di rappresentanze di altre associazioni, del presidente Ostinelli con 70 insegne e gagliardetti, due bandieroni e uno striscione, le fanfare alpine di Olgiate Comasco e dell’Alto Lario, i corpi musicali Santa Cecilia e di Mariano. Agli onori ai Caduti fecero seguito la messa, concelebrata dal cappellano monsignor Tarcisio Pigionatti e dal prevosto don Giuseppe Tagliabue e la parte oratoria. Il socio Mario Corbetta espresse i saluti del gruppo, il sindaco manifestò il compiacimento della popolazione, il presidente Ostinelli riferì la vicinanza della Sezione e il generale Aldo Rasero elencò i valori alpini, così poco apprezzati dalla società e dall’ambiente politico. A ricordo della ricorrenza il gruppo distribuì piccole sculture in legno e venne svolta in contemporanea una mostra di quadri del pittore alpino e marianese Ugo Sambruni. Domenica 20 settembre il gruppo di Lemna festeggiò il 60° anniversario di fondazione e l’inaugurazione della sede, preparata dai soci sistemando alcuni locali in una casa in centro al paese. La manifestazione iniziò con l’inaugurazione della sede da parte del colonnello Camillo Pedraglio, cavaliere di Vittorio Veneto e socio fondatore della Sezione, e con la benedizione impartita dal parroco don Ecclesio Tavasci, alla presenza del Sindaco e delle altre autorità, del presidente Mario Ostinelli, del vice Genazzini, dell’Associazione Combattenti e Reduci, di 25 gagliardetti e del cor-

po musicale di Palanzo. Fecero seguito gli onori ai Caduti, la messa celebrata da don Ecclesio con l’accompagnamento della corale parrocchiale e gli interventi del sindaco Salvatore Botta, per i saluti agli intervenuti e del presidente Mario Ostinelli, per tratteggiare la storia del gruppo di Lemna, uno dei primi dell’Associazione nel 1921 con capogruppo per molti anni il socio Silvio Zambra, fino all’attuale socio Luigi Bonanomi. Domenica 20 settembre soci e familiari del gruppo di Cantù fecero una gita a Macugnaga, ai piedi del monte Rosa, per commemorare il socio Giorgio Branzi, accademico del CAI, perito l’anno precedente sulla punta Dufour. Ancora domenica 20 settembre il gruppo di Cagno organizzò una gara di pesca sul torrente Lanza, con la collaborazione della Pescasportivi Lanza, per gli alpini della zona (gruppi di Albiolo, Binago, Cagno, Camnago e Gaggino Faloppio, Olgiate Comasco, Ronago e Uggiate Trevano), con la presenza del vicepresidente Gianantonio Morassi. Alpini e amici del gruppo di Albese con Cassano completarono, nel mese di settembre, la sistemazione del terreno attorno alla chiesa romanica di San Pietro. Il lavoro iniziò a febbraio e fu svolto nei giorni liberi di sabato e domenica; fu rifatto il selciato del sagrato con ciottoli di fiume, fu sistemato il muretto a lato della strada, il marciapiede e il prato all’inglese. Domenica 27 settembre il gruppo di Cirimido festeggiò il 25° anniversario di fondazione e inaugurò il monumento all’Alpino con la partecipazione di autorità, rappresentanze di associazioni, 23 gagliardetti e la fanfara di Asso. Dopo gli onori al monumento ai Caduti, presso il monumento all’Alpino si svolse la cerimonia. Il socio più anziano Benedetto Galli, padrino del gruppo, salutò gli intervenuti, il capogruppo Angelo Uboldi rievocò le vicende del gruppo, il sindaco alpino Gerolamo Clerici manifestò il consenso dell’Amministrazione comunale e il segretario Luigi Brambilla portò i saluti della Sezione. Seguirono lo scoprimento del monumento, madrina la signora Giuseppina Spada, vedova di un Caduto in Russia, e la messa, concelebrata dal cappellano monsignor Pigionatti e dal parroco don Luciano Colombo. Il gruppo di Cirimido, in previsione di questo 25°, aveva avuto l’anno precedente un incremento di soci, in particolare giovani, con un rinnovo delle cariche sociali: capogruppo Angelo Uboldi, vice Luigi Albertani, tesoriere Adriano Volonté, consiglieri Santo Pagani, Flavio Pagani e Virgilio Clerici. Prese allora corpo l’idea di costruire un monumento all’Alpino su un’area concessa dal Comune. Su progetto del consigliere sezionale architetto Eugenio Citterico, venne costruito da alcuni soci ed è formato da due parti: un masso simbolo della montagna e un grande rettangolo di cemento armato con la sagoma della penna e il testo della «Preghiera dell’Alpino». Domenica 27 settembre gli alpini di Blessagno effettuarono l’inaugurazione del gruppo che si era già costituito nel 1931, ma che era scomparso da tempo. Al raduno furono presenti le autorità locali, rappresentanti di altre associazioni, i vicepresidenti Aggio e Genazzini, 12 gagliardetti, la banda di Castiglione e la popolazione. Dopo la benedizione di una cappella restau-

rata dagli alpini, venne celebrata la messa con benedizione del gagliardetto, madrina la signora Miranda Battanta Bunzi. Seguirono la deposizione di una corona d’alloro ai Caduti e la parte oratoria, coordinata dall’alpino Gioffrè. Il sindaco, signora Lanfranconi, elogiò gli alpini, il capogruppo Toretti ricordò i predecessori e il vicepresidente Genazzini ebbe parole di plauso per il gruppo, il 109° della Sezione, e per la buona presenza dei compaesani. Il gagliardetto del vecchio gruppo era stato conservato dal socio Pietro Pinchetti. Domenica 4 ottobre a Como ebbe luogo il 1° raduno delle associazioni d’arma con lo scopo di ricordare tutti i Caduti e di dare testimonianza di amor patrio. La nostra associazione intervenne alla sfilata col presidente Ostinelli, il vessillo, 20 gagliardetti, le fanfare di Asso e di Olgiate Comasco e il bandierone di Albate. Alcuni soci di questo gruppo prepararono con una cucina da campo il rancio per un certo numero di partecipanti. Domenica 11 ottobre gli alpini di Locate Varesino inaugurarono il nuovo gruppo e contemporaneamente la sede. Presso il monumento ai Caduti si svolse la prima parte del raduno con la presenza del sindaco signora Piera Rudi, di altre autorità, di associazioni, del presidente Ostinelli, di 22 gagliardetti, del corpo musicale locale e della popolazione. Il presidente Ostinelli salutò il nuovo gruppo e presentò l’oratore, avvocato Crosa, una personalità dell’ANA, che mise in risalto l’importanza della nascita di un nuovo gruppo di alpini. Nella chiesa parrocchiale la messa fu concelebrata dal cappellano padre Oreste Cerri e dal parroco don Battista Lemagrandi. Seguì l’inaugurazione della sede da parte del sindaco signora Rudi. Il gruppo di Locate Varesino si era costituito all’inizio dell’anno a opera di alcuni soci promotori, con l’aiuto del gruppo di Mozzate e con l’adesione di altri alpini, con inizialmente 37 soci fondatori e primo capogruppo il socio Aldo Stevenazzi. A maggio, avuto a disposizione il primo piano dell’asilo infantile, inutilizzato da tempo, i soci, lavorando nel tempo libero, ristrutturarono le parti mura-

rie e allestirono l’arredamento, realizzando la sede sociale. Il 17 e 18 ottobre il gruppo di Gravedona fece una castagnata, devolvendo il ricavato (Lire 239.000) al Laboratorio Artigianale Ergoterapeutico di Dongo. Domenica 18 ottobre ebbe luogo presso il poligono di Appiano Gentile, inaugurato da un mese e con la collaborazione dei suoi dirigenti, la gara sociale di tiro a segno, a cura della Commissione sportiva sezionale e del gruppo alpini locale. Gareggiarono 67 soci di 14 gruppi, suddivisi in 19 squadre, con in palio il trofeo “Carlo e Guglielmo Mauri”, vinto dalla squadra del gruppo di Binago. Classifica individuale: categoria maestri 1° Natale Canavesi (Mozzate), 2° Gaetano Maroni (Binago), 3° Leonardo Corticelli (Como); categoria soci 1° Gianfranco Vezzoli (Binago), 2° Alfredo Bulgheroni (Binago), 3° Carlo Campi (Mozzate). Classifica a squadre: 1° gruppo di Binago (Gianfranco Vezzoli, Alfredo Bulgheroni, Luigi Bernasconi), 2° gruppo di Mozzate (Carlo Campi, Pierfilippo Zaminato, Paolo Colombo), 3° gruppo di Camnago Faloppio (Romano Pedrazzoli, Giacomo Angelinetta, Pierluigi Martinelli). Domenica 25 ottobre nel Palazzetto dello Sport di Arosio si svolse, a cura del gruppo alpini, la “Rassegna canora” con partecipazione di 8 cori. Con il numeroso pubblico furono presenti il Sindaco, il presidente Ostinelli e il consigliere di zona Pesenti. Domenica 8 novembre il gruppo di Menaggio fece celebrare nella chiesetta della Crocetta la messa in suffragio dei Caduti e defunti. Sempre domenica 8 novembre il gruppo e il GSA di Bellagio fecero una gara di bocce con il trofeo “Natale Gandola”. Gareggiarono 40 concorrenti con ai primi tre posti: 1° Locatelli (Lezzeno), 2° Marelli (Barni), 3° Genazzini (Lezzeno). Il 14 novembre a Como, presso l’Unione Industriali, ci fu la proiezione di diapositive sull’Alta via del Lario del CAI di Dongo e sul raid alpinistico sezionale da Rovenna alla Berlinghera. Domenica 15 novembre il gruppo di Bellano effettuò la festa dell’Alpino, presenti le autorità, rappre-

Volontari a Ferma Annuale Per agevolare l’arruolamento di leva annuale riportiamo le date di scadenza per la presentazione delle domande nei vari periodi dell’anno e quelle di arruolamento, nonché i reparti alpini interessati. Ricordiamo, che la domanda può essere anche inviata direttamente al comando di reggimento nel quale si intende svolgere il servizio. C’è una novità: le domande possono essere inviate anche a: • Centro addestramento alpino di Aosta, Nucleo ricezione domande, caserma Cesare Battisti, via E. Lexert 16, 11100 Aosta, tel. 0165.40037; • 2° Reggimento artiglieria alpina “Vicenza”, caserma “Pizzolato”, via delle Ghiaie 24, 38100 Trento, tel. 0461.931469. Le date di presentazione delle domande sono: • Centro addestramento alpino - Aosta: domande dal 13 agosto al 7 settembre, arruolamento il 17 ottobre; • 2° Reggimento artiglieria alpina - Trento: domande fino al 13 luglio, arruolamento il 21 agosto e dal 10 settembre al 12 ottobre, arruolamento il 14 novembre; • 7° Reggimento alpini - Feltre: domande dal 15 ottobre al 9 novembre, arruolamento il 12 dicembre; • 8° Reggimento alpini - Cividale del Friuli: domande dal 13 agosto al 7 settembre, arruolamento il 17 ottobre; • 2° Reggimento Genio Guastatori - Trento: domande dal 13 agosto al 17 settembre, arruolamento il 17 ottobre; • 24° Reggimento logistico - Merano: domande dal 10 settembre al 12 ottobre, arruolamento il 14 novembre; • 5° Reggimento alpini - Vipiteno: domande dal 13 agosto al 7 settembre, arruolamento il 17 ottobre.

sentanze, il presidente Ostinelli, il vice Aggio, il vicepresidente della sezione di Colico Livio Lanfranconi, la fanfara dell’Alto Lario. Dopo gli onori ai Caduti, presso il salone dei giochi dell’asilo infantile, costruito dagli alpini nel 1973, fu scoperta la targa in memoria del capogruppo Nino Angoletta, da poco scomparso e ideatore dell’opera. Il 20 novembre nella sede sezionale l’avvocato Fabio Masciadri, accademico del CAI, proiettò diapositive alpinistiche. Domenica 22 novembre il gruppo di Cantù organizzò la celebrazione della messa sezionale nel santuario della Beata Vergine dei Miracoli, officiata da don Gianni Fontana, con intervento del presidente Ostinelli, del vessillo, del Consiglio direttivo, dell’Associazione Combattenti e Reduci e di 5 gagliardetti. Il gruppo di Torno nel corso del 1981 effettuò, con la collaborazione dei soci del Coro Amici della Montagna, le seguenti opere: lo sgombero della frana nella Valle di Corno che ostruiva la mulattiera per Montepiatto; il restauro di due cappelle sulle mulattiere per Montepiatto e Piazzaga: la prima dedicata a San Giuseppe, inaugurata il 19 marzo, e la seconda dedicata alla Beata Vergine del Rosario, con rifacimento della parte muraria e dei dipinti per opera del socio pittore Gianni Gandola, inaugurata il 3 ottobre. Il gruppo di Albiolo con gli introiti della sagra del paese e della sede effettuò nell’anno varie donazioni: Lire 400.000 alla Croce Rossa di Uggiate Trevano, Lire 300.000 alla Fondazione don Gnocchi, Lire 300.000 all’oratorio, Lire 150.000 pro terremotati, Lire 200.000 a un bambino ammalato e Lire 300.000 a favore dell’asilo. Il gruppo di Canzo realizzò nel corso dell’anno la nuova sede, con opere murarie, pavimenti e altro, sotto la guida del capogruppo Giuseppe Brenna. Lavorarono a lungo nel tempo libero soprattutto i componenti del direttivo Giovanni Pina, Fabio Pina, Cesare Meroni, Angelo Tomasi e Achille Gregori, aiutati saltuariamente da altri soci. Nel secondo semestre dell’anno la sezione di Como concluse le due raccolte di fondi tra i soci, iniziate nel 1980. La prima “Pro terremotati del Sud” fu attuata su direttive dell’Associazione e raccolse la somma di Lire 8.900.000, versata alla sede nazionale di Milano. La seconda sottoscrizione “In memoria del presidente Camillo Cornelio”, di carattere sezionale, realizzò l’importo di Lire 15.602.000, così utilizzato: dono di un apparecchio per la glicemia all’Istituto Ca’ d’Industria (Lire 741.000); offerta di Lire 4.000.000 alla Casa di Endine dell’istituto “La Nostra Famiglia”; contributo di Lire 5.000.000 al gruppo di Lenno per la ricostruzione del rifugio sul Galbiga; contributo di Lire 5.000.000 al gruppo di Bellano per dotare di un apparecchio per dialisi l’ospedale di Bellano; residuo di Lire 861.000 ancora da destinare. Il gruppo di Montano Lucino realizzò per le feste natalizie nella propria sede un grande presepe di tipo tradizionale, con molte luci e parti in movimento, frutto di un lavoro ingegnoso di vari soci. Fu visitato da molte persone, raccogliendo un generale apprezzamento. Il gruppo di Cantù raccolse in occasione della messa di Natale la somma di Lire 300.000, devoluta alla Fondazione di don Gnocchi. Arcangelo Capriotti


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Sono andati avanti Sigfrido Somaini

Noi ti ricordiamo così… Ciao Frido, ti vogliamo bene. Gruppo alpini Cagno

Caro Frido, oggi i tuoi alpini non solo si sentono orfani per la tua scomparsa, ma sono colmi di tristezza perché non hanno più come riferimento una persona piena di valori, umani e alpini; una persona che ha dato tanto per il gruppo, per la famiglia e per la società, senza mai pretendere niente in cambio. Sarà difficile dimenticarti per tutto quello che hai fatto e per quello che hai lasciato, non soltanto a noi ma a tutto il paese. La tua allegria e la tua saggezza hanno fatto scuola.

Aurelio Lanfranconi Il capogruppo, Aurelio Lanfranconi, di Valsolda, ha raggiunto il paradiso di Cantore. La sorella Itala ha voluto ringraziare tutti gli alpini per gli onori che sono stati tributati al caro fratello. Siamo onorati di ospitare in questa rubrica queste poche righe che ci rinnovano il ricordo di Aurelio.

ANAGRAFE ALPINA Gentile Direttore Sono Itala Lanfranconi, sorella dell’alpino Aurelio Lanfranconi, capogruppo degli alpini di Valsolda, morto di recente. Con la presente lettera desideravo porre i ringraziamenti sul vostro giornale a tutti gli alpini, le sezioni presenti con i gagliardetti, la musica degli alpini, per gli onori e il grande affetto dimostrato al mio caro fratello. Come dite voi alpini, Aurelio è andato avanti. Grazie, grazie di cuore a tutti voi carissimi alpini. La sorella Itala Lanfranconi

si era impegnato a difendere quota 2100 del monte Topit; ricorda anche il feroce bombardamento delle artiglierie greche che li colpirono, venti i morti, più di settanta i feriti, i pochi superstiti, una ventina, si salvarono perché impegnati a portare a valle i feriti. Tra i suoi ricordi è ancora nitido quello del tenente medico Soini, che incurante delle granate che cadevano, curava incessante i feriti in mezzo alla neve, col solo aiuto di un infermiere, e con nel cuore l’angoscia della morte del cugino tenente Ferruccio Battisti, tra i primi caduti.

Si rivede ancora al telefono, seppur lievemente ferito a una mano a chiedere rinforzi che non sarebbero arrivati. Ricorda anche che molti colpi provenivano dalle postazioni italiane in un inutile tentativo di difendere la quota, «dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io». Giovanni vorrebbe contattare qualche superstite: se qualcuno è ancora vivo è invitato a farsi vivo: scriva a Giovanni Gilardoni, Agrone frazione di Pieve di Bono (Trento). Antonio Armani gruppo di Pieve di Bono

Un lago così bello... da dipingere Continua da pagina 1 modestia ha tenuto a precisare che, pur festeggiando l’ottantesimo di fondazione del gruppo, voleva che si desse spicco principalmente alla S. Messa sezionale. E così è stato. Oltre ai tanti alpini e ai numerosissimi gagliardetti c’era una bella rappresentanza in uniforme, che ha dato ancor maggiore ufficialità all’incontro. C’erano infatti il Vicecomandante del Distretto Militare di Como e quattro sottufficiali della Guardia di Finanza. Si è svolto tutto tra la piccola piazza della chiesa, dove ci sono il pennone della Bandiera e un cippo che ricorda i Caduti, e il grande cortile che una falegnameria ha messo a disposizione per la celebrazione della messa al campo. Ottima l’organizzazione, con una serie di incaricati, ognuno dei quali ha svolto il proprio compito secondo un programma preciso. Ottimo quindi anche il risultato. La cerimonia si è svolta secondo i nostri canoni abituali, con onori alla Bandiera del Comune e al Vessillo sezionale, alzabandiera e onori ai Caduti. Quindi ci sono stati gli interventi commemorativi. Ha iniziato il capogruppo Porro, coetaneo del gruppo, visto che anche lui è un ottantenne; belle parole, semplici, intense e pronunciate con grande tranquillità. A volte l’emozione tradisce, ma Gianmario Porro l’ha dominata bene. Poi è stata la volta del Sindaco, che evidentemente è un grande amico ed estimatore degli alpini. Ha ricordato tra l’altro di essere stato uno dei sindaci che hanno cercato di sostenere il servizio di leva e ha espresso un grande dispiacere per la piega che han poi preso le cose. Poi è toccato a me rappresentare la Sezione, visto che il presidente Achille Gregori era alla riunione di tutti i presidenti di sezione e non

poteva mancare. Quindi la S. Messa, concelebrata dal nostro padre Felice e dal parroco locale. Come al solito, padre Felice ha fatto una predica “lampo”, ma uno di quei lampi che lasciano la traccia del loro passaggio. La cerimonia è stata accompagnata da un bravo trombettiere e da un altrettanto bravo coro di montagna. Al termine, ancora qualche saluto e ringraziamento e il nostro Gianmario si è quasi scusato per non aver preparato il solito ricordino per i presenti; ha spiegato che preferisce destinare una somma a un’opera di carità. Bravo, è quello che dovremmo fare tutti! Finita la cerimonia ufficiale, ci siamo trasferiti nella vicina piazzetta per un rinfresco, poi siamo ripartiti, dopo aver dato ancora uno sguardo al paesaggio del lago… Uno sguardo al paesaggio e una pennellata, uno sguardo e ancora qualche altra pennellata. Ogni tanto il pittore faceva qualche passo indietro e guardava alternativamente lo scenario naturale, poi i primi tratti abbozzati sulla sua tela. Sì, era soddisfatto perché le proporzioni erano perfette. Adesso poi era uscita anche un’occhiatina di sole, che dava al lago riflessi stupendi ed evidenziava le luci e le ombre delle montagne. Il battello bianco a ruota era passato oltre, ma lui l’aveva già abbozzato sul quadro. Sì, era proprio soddisfatto, anche se il lavoro era iniziato da poco. Sapeva già dove avrebbe appeso quel quadro a casa sua, tra i tanti altri, dipinti nel corso degli anni. I primi erano prevalentemente scorci di montagne innevate, dipinti durante la Grande Guerra. I fedeli usciti dalla messa gli si fecero intorno per ammirare l’artista mentre operava sulla tela. Tra loro

Orsenigo

Lorenzo di Molteni Fabio

55° ANNIVERSARIO DI MATRIMONIO Garzeno Angelinetta Aldo e Rita 50° ANNIVERSARIO DI MATRIMONIO Garzeno Bordessa Davide e Angela 45° ANNIVERSARIO DI MATRIMONIO Garzeno Maffia Luciano ed Eleonora 40° ANNIVERSARIO DI MATRIMONIO Garzeno Gelpi Stefano e Liliana DEFUNTI Valsolda

Lanfranconi Aurelio, capogruppo

LUTTI NELLE FAMIGLIE

Alpino chiama alpino La notizia della morte del tenente medico trentino Antonio Soini che esercitò per quarant’anni nell’ospedale di Sant’Angelo Lodigiano, letta sul Dos Trent, ha fatto riaffiorare alcuni ricordi all’alpino Giovanni Gilardoni che era con lui sul fronte greco-albanese durante la battaglia del monte Guri Topit. Giovanni, classe 1912, è nato a Bellagio e dal 1965 risiede ad Agrone di Pieve di Bono in Trentino. Ricorda molto bene quel 4 aprile 1941 quando con la sua compagnia, la 44 del Morbegno, quasi tutta composta da comaschi e valtelline-

NASCITE

c’era un gruppetto di uomini col cappello alpino in testa. Il pittore volle sapere il perché e gli spiegarono che, proprio quel giorno, essi avevano costituito il gruppo alpini di Moltrasio. «Bravi – disse il pittore – sono un alpino anch’io, ho combattuto sull’Adamello e avevo un amico di qui, proprio del lago…». Chicco Gaffuri

Garzeno la moglie Miledi di Belloni Peppino Garzeno la moglie Gaetana di Mazzucchi Bernardo Grandola ed Uniti il padre Antonio di Travella Giuseppe la madre Caterina di Guaita Luigi Lenno il padre Enrico di Bordoli Maurizio

Segnalazioni librarie Paolo Pozzato e Ruggero Dal Molin INEDITO DALL’ORTIGARA Ricordo di Gianni Pieropan Itinera Progetti Il monte Ortigara fu nella Grande Guerra uno dei fronti dove fu più aspra la battaglia con scarsi risultati ed enormi perdite da entrambe le parti. Qui vengono raccontate le vicende di alcuni reparti austriaci, avversari degli alpini, con un ricco repertorio di immagini. Mauro Minola ATTACCO AD OCCIDENTE Guerra sulle Alpi 1940-1945 L’Arciere Questo studio, con l’ausilio di documenti, testimonianze e fotografie, ricostruisce la preparazione e i

fatti del giugno 1940 con l’attacco italiano alla Francia e le vicende dell’inverno 1944/’45, quando furono le truppe francesi a muovere contro le forze italo-tedesche attestate sui passi e sulle creste delle Alpi occidentali. Erzeg e Galimberti I DISTINTIVI DELLE TRUPPE ALPINE DAL 1945 AL 1999 Catalogo dei distintivi e brevi cenni di storia dei reparti alpini Gribaudo Ecco un libro che stimola la nostra curiosità e ci riporta alla memoria i distintivi del reparto o reparti in cui abbiamo passato un periodo di vita impegnativo e di cui conserviamo un positivo ricordo. Interessanti anche i cenni storici e l’evolversi nel tempo dei vari simboli.

Una giornata memorabile a Moltrasio Continua da pagina 1 daco di Moltrasio con la bandiera del Comune, di una rappresentanza della Guardia di Finanza, dell’Associazione Nazionale Finanzieri d’Italia, del Presidente provinciale dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci con il labaro, dell’Associazione Nazionale Marinai d’Italia di Moltrasio, in rappresentanza il Vicesindaco di Como dottor Mascetti e graditissima la partecipazione delle Crocerossine. Graditissima perché, oltre a ingentilire la cerimonia, hanno reso onore alla prima madrina del gruppo che fu crocerossina durante le due guerre mondiali. Presenti 64 gagliardetti di cui due della sezione Valtellinese. La S. Messa, preceduta dalla cerimonia dell’alzabandiera, dell’onore ai Caduti, alla bandiera del Comune e al vessillo sezionale, è stata partecipata con religiosa compostezza e solennizzata dal coro “Voci Alpine del Lario” di costituzione moltrasina. Gli interventi del Capogruppo, del Sindaco e del vicepresidente sezionale Chicco Gaffuri, che sostituiva il Presidente, impegnato in sede nazionale. Tre interventi che in tre modi diversi hanno voluto rendere onore al

ruolo degli alpini anche nell’attuale società con la loro solidarietà, con il loro amore per il prossimo quando c’è bisogno di essere in suo aiuto, non dimenticando mai gli uomini che hanno fatto grande la storia che è stata una storia di sacrifici di rinunce, di abnegazione. La celebrazione è iniziata con la lettura di una preghiera-poesia, scritta su un foglietto macchiato di sangue, trovata da un cappellano militare nella tasca di un alpino della Divisione Julia al termine di una cruenta battaglia durante la campagna di Russia. Il suo significato è di grande intensità religiosa. L’Alpino che incontra Dio e da questo incontro nasce la forza di affrontare con serenità la battaglia sapendo di andare incontro quasi certamente alla morte. Cosa ci può insegnare? Che solo con Dio potremo affrontare nella vita di tutti i giorni anche le prove più difficoltose. Con la cerimonia dell’ammainabandiera e degli onori a bandiera e vessillo sezionale terminava la parte che racchiudeva tutto il significato della manifestazione. Gli alpini finivano poi la giornata in allegria senza però dimenticare coloro che, dal paradiso di Cantore,

erano al nostro fianco e ci ricordavano, come era stato detto all’inizio della S. Messa, che ci hanno lasciato un fiore che nasce e vive sulle montagne, che resiste a tutte le intemperie: il fiore del nostro amore per il prossimo, della nostra amicizia, della nostra fraternità, della nostra solidarietà. Per concludere vorrei comunicare a tutti gli alpini una mia riflessione. La S. Messa sezionale va pensata come un momento fondamentale. Non dobbiamo dimenticare quel passo della preghiera dell’Alpino: «la nostra millenaria civiltà cristiana». È l’occasione per collegarci con tutti i nostri vèci che sono andati avanti e per i quali dobbiamo serbare il massimo ricordo perché ci hanno preparato la strada maestra lungo la quale noi alpini dobbiamo camminare nel modo migliore, nel loro ricordo, nel loro rispetto. In questa riflessione mi metto in discussione anch’io pensando che una maggiore apertura nei confronti degli altri, anche se il mio carattere è schivo e silenzioso, mi porterebbe a a ottenere dei risultati ancora più gratificanti e soddisfacenti. Arrivederci all’anno prossimo Il capogruppo Gianmario Porro


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