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VOCI

DIAMO VOCE AI DIRITTI UMANI

i fatti e le idee

FEBBRAIO 2018

NUMERO 1 - ANNO 4

DIRITTI UMANI PROGRESSO SOCIALE

CIVILTÀ

«Quando ho acceso la prima candela di Amnesty avevo in mente un vecchio proverbio cinese: “Meglio accendere una candela che maledire l’oscurità” Questo è oggi il motto per noi di Amnesty» (Peter Benenson)


VOCI VOCI - Rivista del

Centro di Documentazione per la Promozione e l’Educazione alla Tutela dei Diritti Umani “Peter Benenson”

COMITATO DI REDAZIONE Liliana Maniscalco Responsabile Circoscrizione Sicilia Amnesty International Giuseppe Provenza Responsabile della Redazione Carmen Cera Direttrice del Centro di Documentazione per la Promozione e l’Educazione alla Tutela dei Diritti Umani “Peter Benenson” Silvia Intravaia Responsabile grafica

COLLABORANO Giorgio Beretta, Daniela Brignone, Paola Caridi, Francesco Castracane, Vincenzo Ceruso, Mouhamed Cissé, Carmen Cera, Marta D’Alia, Chiara Di Maria, Aristide Donadio, Vincenzo Fazio, Maurizio Gemelli, Liliana Maniscalco, Monica Mazzoleni (Coord. Am. Latina), Andrea Pira, Giuseppe Provenza (Coord. Europa), Bruno Schivo (Coord. Nord America), Daniela Tomasino, Fulvio Vassallo Paleologo.

www.amnestysicilia.org ai.sicilia@amnesty.it Piazzale Aurora n. 7 90124 Palermo

IN QUESTO NUMERO Le sfide dei diritti umani oggi

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Il futuro della tutela dei diritti umani: riflessioni sparse

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Diritti umani, diseguaglianze economiche e il nostro futuro

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di Chiara Di Maria

di Maurizio Gemelli di Vincenzo Fazio

La trasformazione del paradigma della responsabilita’ sociale d’impresa dal vecchio al nuovo millennio. Quali prospettive per il futuro

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Europa. Combattere il regresso sociale

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Agendo con crudeltà. Una riflessione a partire dal nuovo reato di tortura

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L’educazione alla pace: prospettive metodologiche

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Ancora putin. Ancora “caccia alle streghe”?

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di Marta D’Alia

di Giuseppe Provenza

di Vincenzo Ceruso

di Aristide Donadio

di Giuliano Prandini

TUTTI I GIORNI www.amnestysicilia.it /amnesty-sicilia /Amnestysicilia Amnesty In Sicilia /amnestysicilia /amnestysicilia /amnestysicilia Questa rivista non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornata senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001. Le informazioni contenute in questa rivista, pur fornite in buona fede e ritenute accurate, potrebbero contenere inesattezze o essere viziate da errori tipografici. Gli autori di “Voci“ si riservano pertanto il diritto di modificare, aggiornare o cancellare i contenuti della presente senza preavviso. Alcuni testi o immagini inserite in questo blog sono tratte da internet e, pertanto, considerate di pubblico dominio; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d’autore, vogliate comunicarlo via email. Saranno immediatamente rimossi. Gli autori del blog non sono responsabili dei siti collegati tramite link né del loro contenuto che può essere soggetto a variazioni nel tempo. Le opinioni espresse negli articoli presenti in questo numero non necessariamente rispecchiano le posizioni di Amnesty International. Cover Ph.: Amnesty International / Flash mob di attivisti durante la giornata internazionale a sostegno delle vittime della tortura, Londra, 26 Giugno 2015. FEBBRAIO 2018 N.1 / A.4 - Voci


Editoriale

LE SFIDE DEI DIRITTI UMANI OGGI di Chiara Di Maria

Ph.: Jonathan Bachman / Reuters 2016 - #BlackLivesMatter #BatonRouge

Il secolo che ci siamo lasciati alle spalle è stato definito da N. Bobbio come “l’età dei diritti”, poiché ha visto attuati i tre processi dell’evoluzione dei diritti umani: la positivizzazione, la generalizzazione e la loro internazionalizzazione. La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 si pone quale punto di partenza rispetto al processo di protezione globale dei diritti umani e, rispetto ai diritti in essa proclamati, essa rappresenta un punto di arresto tutt’altro che concluso. I diritti elencati nella Dichiarazione, infatti, non sono i soli e possibili diritti dell’uomo; essi rappresentano piuttosto la coscienza storica che l’umanità ha dei propri valori fondamentali nella seconda metà del XX secolo. Da ciò deriva che la comunità internazionale ha il dovere di perfezionare continuamente il contenuto della Dichiarazione, rendendolo attuale e assicurando valide garanzie alle nuove sfide dei diritti umani già riconosciuti e positivizzando i nuovi diritti dell’uomo.

positivo della crescente importanza data nei dibattiti internazionali sia in ambito governativo che politico e culturale, al problema del riconoscimento dei diritti dell’uomo. Il XXI secolo vede come protagonisti i diritti umani di quarta generazione che derivano tutti dai pericoli alla vita, alla libertà e alla sicurezza come conseguenza del rapido accrescimento del progresso tecnologico. Tra questi si annoverano, a titolo esemplificativo, il diritto a non vivere in un ambiente inquinato, il diritto alla privacy, il diritto all’integrità del patrimonio genetico dell’uomo.

Si tratta, invero, di un processo di maturazione della Dichiarazione che ha generato e continua a generare altri documenti interpretativi e integrativi del documento iniziale.

Accanto ad essi tornano in auge, poiché di nuovo fortemente sotto attacco, quei diritti umani che si assumevano essere parte integrante della cultura dell’umanità e globalmente riconosciuti, si tratta del diritto all’integrità psico-fisica contro ogni forma di tortura; il diritto alla manifestazione del proprio pensiero nelle sue declinazioni della libertà di parola, libertà d’informazione e libertà di protesta quali motori propulsori della crescita della società civile; il diritto di asilo e la libertà di movimento, nonché il diritto alla cittadinanza.

Orbene alle soglie del XXI secolo, erano tre le sfide per l’umanità: l’aumento della popolazione, l’aumento sempre più rapido e incontrollato della degradazione dell’ambiente, l’aumento della potenza distruttiva degli armamenti. Accanto a queste importanti problematiche si registrava, comunque, il dato

Oggi, infatti, vi è un tendenziale ritorno a forme di nazionalismo con l’utilizzo di politiche e linguaggi discriminatori, si assiste ad un graduale abbandono dell’applicazione del principio della solidarietà internazionale quale risultato di una mancata volontà della comunità internazionale ad affrontare i problemi

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Editoriale

in maniera efficace, con una preferenza da parte dei singoli Stati per le politiche di esternalizzazione. Gli esponenti politici che brandiscono la retorica deleteria e disumanizzante del “noi contro loro” stanno creando un mondo sempre più diviso e pericoloso: è questo l’allarme lanciato da Amnesty International durante la presentazione del Rapporto 2016-2017 1. Il Rapporto contiene una  dettagliata analisi della situazione dei diritti umani in 159 paesi  e segnala che gli effetti della retorica del “noi contro loro”, che sta dominando l’agenda in Europa, negli Usa e altrove nel mondo, stanno favorendo un passo indietro nei confronti dei diritti umani e rendendo pericolosamente debole la risposta globale alle atrocità di massa. “Il 2016 è stato l’anno in cui il cinico uso della narrativa del ‘noi contro loro’, basata su demonizzazione, odio e paura, ha raggiunto livelli che non si vedevano dagli anni Trenta dello scorso secolo. Un numero elevato di politici sta rispondendo ai legittimi timori nel campo economico e della sicurezza con una pericolosa e divisiva manipolazione delle politiche identitarie allo scopo di ottenere consenso”, ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International. “La fabbrica che produce divisione e paura ha assunto una forza pericolosa nelle questioni mondiali. Da Trump a Orbán, da Erdoğan a Duterte, sempre più politici che si definiscono anti-sistema stanno brandendo un’agenda deleteria che perseguita, usa come capri espiatori e disumanizza interi gruppi di persone”, ha proseguito Shetty. “Le odierne politiche di demonizzazione spacciano vergognosamente la pericolosa idea che alcune persone siano meno umane di altre, privando in questo modo interi gruppi di persone della loro umanità. Così si rischia di dare via libera ai lati più oscuri della natura umana”, ha messo in guardia Shetty. I profondi cambiamenti politici del 2016 hanno messo in evidenza quanto la retorica dell’odio possa far emergere il lato oscuro della natura umana. La tendenza mondiale verso politiche sempre più aggressive e divisive è stata ben illustrata dalla velenosa retorica utilizzata da Donald Trump nella sua campagna elettorale. Tuttavia, anche in altre parti del mondo i leader politici hanno puntato sulla paura, sulle accuse e sulla divisione per conquistare il potere. Questa retorica sta avendo un impatto sempre più forte sulle politiche e sulle azioni di governo. Nel 2016 i governi hanno chiuso gli occhi di fronte a crimini di guerra, favorito accordi che pregiudicano il  diritto a chiedere asilo, approvato leggi che violano la libertà  1 - https://www.amnesty.it/rapporti-annuali/rapporto-annuale-2016-2017/

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Salil Shetty, Seg. Gen. di Amnesty International / Ph.: Amnesty International

di espressione, incitato a uccidere persone per il solo fatto di essere accusate di usare droga, giustificato la tortura e la sorveglianza di massa  ed esteso già massicci poteri di polizia. Per queste ragioni Amnesty International Italia ha lanciato, lo scorso 9 febbraio, la campagna nazionale “Conta fino a 10: il Barometro dell’odio in campagna elettorale” 2 con un’attivazione prioritaria che vede tutti gli attivisti protagonisti nel monitoraggio del linguaggio utilizzato dai candidati nel corso della campagna elettorale sino al 2 marzo. La scelta di tale campagna si basa sul fatto che oggi la fabbrica della paura che produce odio è attiva in modo evidente anche in Italia. Il discorso politico, a maggior ragione in un periodo di campagna elettorale, si nutre della narrativa dell’“invasione” dell’“emergenza” da affrontare in tutti i modi. Il linguaggio d’odio, con il suo corredo di “fake news”, è moneta corrente sui mezzi di comunicazione e la retorica deleteria e disumanizzante del “noi contro loro” rischia di creare una società sempre più divisa, favorendo passi indietro nei confronti dei diritti umani. “Conta fino a 10”, dunque, è una campagna di sensibilizzazione sull’uso del linguaggio: sugli effetti dell’uso del discorso violento, aggressivo e discriminatorio, e sulla consapevolezza che la diminuzione dello stesso conduce a una società più inclusiva e accogliente.

Chiara Di Maria Vice Responsabile Circoscrizione Sicilia di Amnesty International Italia

 2  -  https://www.amnesty.it/barometro-dellodio-partito-monitoraggio-sui-social/

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Diritti Internazionali

IL FUTURO DELLA TUTELA DEI DIRITTI UMANI: RIFLESSIONI SPARSE di Maurizio Gemelli

Ph.: Amnesty International - W4R Togo

Ai giorni nostri, i diritti umani rappresentano certo una seria, anche se non sempre condivisa, pretesa dell’individuo a un impegno collettivo in vista della realizzazione di condizioni di vita più dignitose. Uno dei loro percorsi ineludibili rimane comunque quello della giustizia, relativamente alla quale il diritto internazionale è costretto, pressoché quotidianamente, a fare i conti con gli Stati che rimangono pur sempre i protagonisti dell’ordinamento internazionale. E un siffatto, certo pregiudizievole stato di cose, presuppone come punto di partenza e di arrivo, oggi ancor più di ieri, anche per effetto delle sempre più ricorrenti derive populistiche, la sovranità degli Stati. Ciò è storicamente tanto vero che i diritti umani nascono proprio per porre un argine al suo dilagare e per scongiurare il pericolo che concezioni assolutistiche della stessa potessero trasformare le istituzioni statali in altrettanti nemici per i cittadini. Si comprende dunque bene come una tappa pressoché obbligata del percorso di piena realizzazione della loro tutela dovrà necessariamente essere quella di insistere per la loro concreta attuazione (tanto sul piano normativo quanto su quello giurisdizionale) a livello nazionale, in maniera tale da garantire diretta ed effettiva (nel senso di non meramente virtuale, avuto particolare riguardo alle consuete dichiarazioni programmatiche di facciata, non seguite poi da comportamenti conseguenti) esecuzione alle norme internazionali sui diritti umani. 5

Ciò che appare, infatti, particolarmente carente nel sistema attualmente vigente è la possibilità di fare ricorso a meccanismi più efficaci per costringere gli Stati non soltanto a rispettare i diritti umani, ma anche a rimediare alle eventuali violazioni già perpetrate. Basta volgere il nostro sguardo ai dibattiti in ambito ONU, per riscontrare affermazioni del tipo che le raccomandazioni sul rispetto dei diritti umani costituiscono pur sempre forme di ingerenza “indebita” negli affari interni, oppure che l’organizzazione delle Nazioni Unite non può occuparsi né di questi né di quelli, perché altrimenti violerebbe il dominio riservato (la c.d. domestic jurisdiction). è di tutta evidenza, pertanto, che nel campo dei diritti umani la maggiore o minore ampiezza dell’area riservata ai governi nazionali finisce per darci la misura della maggiore, o minore, possibilità per gli organi internazionali di intervenire e, ogni qual volta necessario, eventualmente vigilare efficacemente sul rispetto di quei diritti fondamentali. Gli scenari, come sopra sia pure sommariamente delineati, non devono comunque farci dimenticare che le questioni di rispetto, o di violazione di diritti umani, tanto più se consacrati in norme internazionali, non possono in alcun modo essere considerate affari interni di esclusiva pertinenza di uno Stato. Esse, piuttosto - oserei dire - per definizione riguardano tutta l’umanità!

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Diritti Internazionali

Ed allora, se questo è lo stato dell’arte, ecco ritornare di grande attualità la domanda di fondo di queste riflessioni, vale a dire quale prospettiva per l’immediato sviluppo dei diritti umani? Il futuro della loro tutela internazionale passa anche attraverso la più piena attuazione del concetto della c.d. responsibility to protect, espressione, com’è noto, coniata in ambito ONU nell’ormai lontano 2005, ma ancora di straordinaria attualità, laddove nel documento finale del summit dell’Assemblea Generale si poteva leggere che “ciascuno Stato abbia la responsabilità di proteggere la propria popolazione dal genocidio, dai crimini di guerra, di pulizia etnica e dai crimini contro l’umanità. Questa responsabilità implica la necessità di prevenire tali crimini, incluso l’incitamento a commetterli, attraverso mezzi necessari e adeguati”. Orbene, non credo possano residuare dubbi sul rilievo che tale responsabilità costituisce il culmine dell’attuazione dell’idea di una sovranità illuminata e responsabile, e che va tradotto con il concetto che la sovranità non venga intesa come dominio arbitrario sui propri sudditi, ma piuttosto come onere (appunto responsabilità) di ciascun paese di assicurare l’ordinato svolgimento di una vita dignitosa dei propri cittadini e di tutti i soggetti, quale che sia la loro nazionalità d’origine, che si trovano legittimamente a operare sul territorio. Peraltro, detta forma di responsabilità dovrebbe, almeno nelle intenzioni, consentire alla comunità internazionale – ovviamente sempre che ve ne siano le condizioni – di intervenire persino con la forza nei confronti dei sovrani recalcitranti, ossia quelli che non svolgono diligentemente il loro compito di proteggere i propri cittadini, per delegittimarli o costringerli in qualche modo al rispetto di quei diritti. Senza, però, pretermettere di riconsiderare, una volta di più, per un verso il carattere lesivo del diritto internazionale che assumono le cc. dd. guerre umanitarie, e, per altro verso, l’assoluta inefficacia della guerra come strumento di salvaguardia dei diritti. Per quanto concerne l’efficacia dell’intervento umanitario, esso può a ragione essere interpretato come un evento che, piuttosto che tutelare le popolazioni vittime delle violazioni dei diritti, contribuisce alla creazione di ulteriori vittime, sol che si consideri, come puntualmente ci ricorda Zolo, che la guerra è “l’esecuzione di una pena capitale collettiva sulla base di una presunzione di responsabilità penale di tutte le persone che abbiano operato entro le organizzazioni militari dello Stato che si intende sanzionare” 1, con lo  1  -  La scultorea definizione è da attribuire a D. ZOLO, Chi dice umanità. Guerra, diritto e ordine globale, Einaudi, Torino 2000, p.113

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sgradevole effetto collaterale dell’uccisione pressoché indiscriminata di civili. Sempre con riguardo alla guerra, va, inoltre, osservato che l’ordine internazionale rimane fondato, anche per quanto prima si diceva, sul principio di non ingerenza negli affari interni di uno Stato, e dunque un intervento armato legittimo a difesa dei diritti umani si renderebbe possibile solo nella misura in cui esso ricadesse nelle fattispecie di intervento già previste dalla Carta delle Nazioni Unite (artt. 2 e 51) e minacciasse la pace e l’ordine internazionali. Orbene, per compiere passi avanti sul versante che più ci sta a cuore della effettività della tutela, verosimilmente si sarebbe dovuto in tutti questi anni intervenire (e non sempre lo si è fatto), oltre che rafforzando l’intervento giurisdizionale a livello regionale, nel quadro dei sistemi convenzionali di tutela dei diritti umani, come in concreto è avvenuto con il ruolo della Corte EDU, estendendo la possibilità di ricorso davanti ai giudici nazionali, ai quali assicurare una giurisdizione universale (senza limiti di immunità) per fare valere, dinnanzi alla Corte penale internazionale, le responsabilità degli Stati resisi autori di gravi violazioni di quei diritti, ovvero ancora assicurando la massima divulgazione, lungo tutte le latitudini possibili, dei rapporti e delle conclusioni degli organismi internazionali di controllo e dei reports delle ONG, in maniera tale da garantirne la massima trasparenza e l’effettiva conoscenza in ogni angolo del pianeta. Ciò posto in chiave di possibili suggerimenti costruttivi, vale la pena di domandarsi in quale misura quegli obiettivi si rivelino compatibili con gli scenari internazionali attuali, che proviamo a fotografare, ovviamente senza alcuna pretesa di definitività. Viviamo in questo senso un’epoca di smarrimento, nella quale non sembra esserci alcuna chiarezza né sugli attori coinvolti, né sui compiti a ciascuno affidati, né sui confini di ciascuna sovranità nazionale. Sul fronte internazionale, la minaccia terroristica globale ha di fatto spostato l’attenzione dai contrasti nei rapporti interstatali alla guerra verso gruppi di attori non statali ed entità trasversali difficilmente qualificabili secondo i paradigmi classici. Quando gli Usa qualche anno fa hanno deciso di fare guerra ad Al Qaida (ma l’argomento potrebbe tranquillamente essere riproposto negli stessi identici termini per l’ISIS), hanno finito per accreditare il convincimento che uno Stato potesse mettersi sullo stesso piano delle bande criminali. Tuttavia, hanno dovuto ben presto prendere atto del rilievo che il

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Diritti Internazionali

nemico non era affatto chiaramente individuabile, al contrario di ciò che accade nelle relazioni fra Stati. E allora si è cominciato a vedere in ogni persona di cultura diversa (magari musulmana) un potenziale nemico e si è creata una spirale perversa in cui frange di estremisti sono riuscite a infiltrarsi, evocando la necessità dello scontro fra civiltà, di un contrasto niente affatto componibile fra noi e loro. Tutto ciò senza trascurare di ricordare che gli occidentali hanno nel frangente smarrito il senso dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani (basti riflettere sui tentativi di giustificare la tortura e le politiche di sparizioni forzate di persone semplicemente sospettate di terrorismo, salvo poi rilasciarle appena ci si è resi conto di non avere neppure uno straccio di prova nei loro confronti). Si è creata, per l’effetto, una sorta di prigione in una terra di nessuno, dove rinchiudere uomini senza diritti e senza volto, ai quali in ultima analisi è stata negata la dignità (la vicenda di Guantanamo, peraltro non l’unica, con tutte le vicissitudini che in prosieguo di tempo hanno provocato la definitiva chiusura della relativa struttura penitenziaria, rimane certo paradigmatica). Trascurando di considerare, conseguentemente, che barbarie chiama barbarie, violenza genera distruzione, distruzione crea distruzione, per fortuna, alla fine, rendendosi conto che era stata imboccata una strada senza ritorno. Se così è, appare quindi di tutta evidenza che per coronare il sogno dei diritti umani dovranno realizzarsi alcune precondizioni irrinunciabili, quali, per esempio, quella che il diritto internazionale penale dovrà riuscire a vanificare il ricorrente tentativo degli individui di invocare l’immunità, evocando la ragion di stato per giustificare i propri crimini; attraverso la quotidiana riaffermazione dello stato di diritto e dei diritti di partecipazione popolare si dovrà riuscire a evitare che gli Stati possano mettersi al servizio degli interessi dei potentati economici, a tutto discapito dei ceti meno abbienti, ormai in progressivo aumento sul piano quantitativo e qualitativo; si dovrà riuscire a fare diventare gli Stati realmente responsabili della propria sovranità, magari nell’accezione su richiamata della c.d. responsibility to protect; grazie alla definitiva consacrazione in tutte le fonti sovranazionali del principio di universalità della giurisdizione sui diritti umani, quantomeno in materia di risarcimento, si dovrà riuscire a costringere gli Stati a rispondere delle violazioni compiute, magari nella piena consapevolezza che la semplice corresponsione di somme di danaro a titolo di risarcimento non sempre riesce a compensare le perdite, persino di vite umane, subite.

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Ciò posto, forse ha ancora un senso continuare a ricordare che i diritti umani sono storici, relativi nel tempo e nello spazio. Essi sono il prodotto della cultura politica, filosofica, religiosa dell’Occidente, sebbene alla loro definizione abbiano concorso significativamente anche paesi non occidentali e poi abbiano potuto trovare cittadinanza anche in contesti diversi e distanti dall’Occidente. è nota, al riguardo, la tesi di Amartya Sen, secondo il quale la democrazia e i diritti umani non sono affatto il risultato esclusivo della cultura occidentale, ma possono essere rivenuti anche in culture non occidentali come quelle asiatiche. Occorre, dunque, come ci ha ricordato puntualmente Bobbio, abbandonare la ricerca di un fondamento ultimo ed extragiuridico dei diritti umani, facendo piuttosto leva sul consenso lievitato attorno ad essi. Se, quindi, l’unico modo di pensare i diritti umani è quello di considerarli diritti relativi, dunque storici, sarà necessario rintracciare un fondamento non dogmatico che sia altrettanto storico, e, conseguentemente, non dato una volta per tutte. Detto fondamento va ravvisato appunto nel consenso generale caratterizzante la Dichiarazione Universale del 1948, che ha finito per universalizzare non solo i diritti umani, ma altresì i valori che li sottendono. Essa, infatti, ha espresso l’adesione degli stati firmatari ai principi della universalità e indivisibilità e interdipendenza dei diritti umani, ovvero all’idea che essi sono validi erga omnes e che i diritti civili, politici ed economici, sociali e culturali devono essere considerati come un unico “pacchetto”. Ciò premesso, a ogni buon conto, il nodo centrale che investe i diritti umani non è più quello di fondarli quanto quello di proteggerli. E, con specifico riguardo a quest’ultimo aspetto, mette conto di essere considerata anche la posizione di coloro che ritengono che non vi sia alcuna certezza che, riducendo il catalogo dei diritti, aumentino parallelamente le chances di universalizzazione, argomentandosi, al contrario, che l’inflazione degli stessi (sotto il duplice profilo dei troppi diritti o dei troppi soggetti dei diritti) renderebbe ancor più difficile tutelarli tutti. Rimane, ad ogni buon conto, il dato che la dottrina dei diritti umani ha aperto un varco nella plurisecolare tradizione che negava ogni soggettività giuridica internazionale a soggetti che non fossero gli Stati. Essa ha posto gli individui nella posizione di interlocutori e protagonisti attivi e passivi delle norme sui diritti. Certo, gli Stati rimangono, anche in considerazione di ragioni di mero realismo, fondamentali attori del discorso sui diritti umani. FEBBRAIO 2018 N.1 / A.4 - Voci


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Ma, una volta sostenuto che i diritti umani si rivolgono anche agli individui, ai partiti, alle associazioni, e non solo agli Stati, si pone il problema di capire che uso quegli individui abbiano intenzione di fare di questo strumento di resistenza contro l’oppressione. In altri termini, ci si chiede: se i diritti umani sono degli strumenti contro l’oppressione, i soggetti cui essi potrebbero essere utili sono sempre in grado di servirsene? Per fornire una risposta poco poco convincente alla domanda anzidetta, forse potrebbe essere utile fare ricorso ai concetti di violenza simbolica e di subalternità. Chiarendo subito che con l’espressione “violenza simbolica” si intende fare riferimento al rapporto fra soggetti dominati (o subalterni) e dominanti, e più precisamente avere riguardo alla introiezione da parte dei primi dei codici semantici del dominio elaborati dai secondi. Di conseguenza, il subalterno è colui che ha introiettato gli strumenti interpretativi della realtà che il dominante ha costruito per lui e, proprio in conseguenza di ciò, egli è vittima della violenza simbolica. La conseguenza di una siffatta adesione a quegli schemi precostituiti, nel discorso sui diritti umani, consisterebbe nella convinzione, da parte delle vittime delle violazioni, che esse siano “giuste e meritate”, che chi le subisce si percepisca come realmente subalterno. Paradigmatica, al riguardo, si rivela l’accettazione, da parte delle donne che a tutt’oggi ancora le subiscono, delle mutilazioni genitali femminili. In questo caso, infatti, la vittima introietta le strutture cognitive del dominante (il genere maschile) e percepisce il proprio corpo entro una griglia interpretativa tipicamente maschilista che giustifica l’infibulazione o l’escissione. Icasticamente, l’avvocato iraniano Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace, ha sostenuto, in una intervista di qualche anno addietro, rilasciata al Corriere della Sera, che il maschilismo viene riprodotto dalle donne che, come per l’emofilia, sono portatrici di una malattia che però colpisce gli uomini 2. Dunque, i subalterni vittime della violenza simbolica non si sentiranno meritevoli di accedere ai diritti umani, e anzi penseranno di meritare la loro

condizione di subalternità, la desidereranno, poiché questo è l’habitus che la violenza simbolica ha cucito loro addosso. Ma come risponde questo apparato teorico alla domanda se ci sia un modo per il subalterno di sottrarsi alla violenza simbolica? Potrebbero esserci due strade, ossia l’intervento dall’esterno (le Ong che promuovono i diritti umani; i governi e le istituzioni in genere) e la presa di coscienza da parte di subalterni di essere vittime di un meccanismo che perverte le loro strutture cognitive. L’intervento dell’esterno è esposto, però, al duplice rischio di essere visto come paternalistico o addirittura colonialista. Allo stesso tempo, potrebbe tradursi in un atto di violenza, poiché dovrebbe mirare a combattere ciò che il subalterno stesso desidera e vuole (si pensi alla bambina che desidera essere infibulata poiché il suo habitus prescrive tale pratica). Sull’altro versante (quello della presa di coscienza dei subalterni) verosimilmente si tratta di affermare che, se i diritti sono pensati come uno strumento contro l’oppressione, è necessario che a parlare siano coloro che subiscono le varie forme di essa, e non i loro autonominati rappresentanti. E allora, che fare per consentire a questi ultimi di parlare? Se i subalterni non decidono di adottare operativamente i diritti umani come strumenti di lotta all’oppressione, perché rimangono ottenebrati dalla violenza simbolica, o ancora, essi riescono a parlare, ma dicono cose sgradevoli agli occhi dell’occidente etnocentrico-critico (fuor di metafora, se non aderiscono al sistema dei diritti umani, continuando a sostenere una prospettiva che conculca i diritti soprattutto delle donne), allora non rimarrà altro da fare che accettare questo stato di cose. Non si può, infatti, certo autorizzare il ricorso alla forza al fine di esportare la democrazia e i diritti umani.

Maurizio Gemelli Docente a contratto di Diritti umani presso il DEMS dell’Università di Palermo

 2  -  Cfr. P. CONTI, Shirin la dolce spiega il maschilismo malattia trasmessa da noi madri, in Corriere della Sera, 26 gennaio 2004

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Economia

DIRITTI UMANI, DISEGUAGLIANZE ECONOMICHE E IL NOSTRO FUTURO di Vincenzo Fazio

Membri del MILPAH e altri difensori dei diritti umani. La Paz, Honduras 2016 / Ph.: Anaïs Taracena - Amnesty International

La connessione tra diseguaglianze economiche e concreta possibilità dell’esercizio dei diritti umani fondamentali (salute e libertà), non è da tutti riconosciuta. Intanto, non può negarsi che le diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza e del reddito sono in parte la conseguenza della diversa capacità di cui sono dotati gli esseri umani, della diversa fortuna, delle differenti opportunità contingenti e, non ultimo dalla diversità di talenti che ognuno di noi possiede grazie ai doni di madre natura. Peraltro, in qualche misura, tali disuguaglianze sono funzionali allo sviluppo stesso della società, favorendo il processo di accumulazione che agevola la realizzazione di investimenti per lo sviluppo futuro. Tuttavia, vi è un limite oltre il quale le diseguaglianze economiche divengono il contrario di tutto questo, causando squilibri che possono divenire un reale ostacolo anche allo sviluppo economico perché impediscono alla capacità produttiva realizzata di trovare un livello di domanda che consenta di remunerare gli investimenti realizzati. Gli studi economici in materia non mancano; ma riguardano l’influenza che la distribuzione del reddito tra capitale e lavoro può avere sulla crescita del reddito stesso, oppure fino a che punto la distribuzione del reddito tra consumi e risparmi investiti possono 9

inoltrarsi senza oltrepassare i limiti della convenienza economica generale, ecc. Con riferimento invece al rapporto tra distribuzione del reddito a livello personale e sviluppo economico, le analisi, seppure adombrate in alcune ricerche, non sono ancora spinte fino a mostrare oltre quale limite la concentrazione del reddito nelle mani di pochi finisce per ostacolare lo stesso sviluppo economico dell’intero sistema. Trovare la misura o un indicatore di tale limite non è certamente agevole. Le ricerche scientifiche in merito, non v’è dubbio, richiedono il riferimento combinato a diversi fattori da rapportare, peraltro, alla diversità delle strutture economico- sociali interessate, alla stessa evoluzione degli stili di vita in ordine alle tipologie dei consumi, ecc. Il cammino da compiere da parte degli studiosi è quindi, al riguardo, interessante e in massima parte ancora da esplorare. In ogni caso, nella dinamica attuale, a livello globale, l’acuirsi della concentrazione della ricchezza e del reddito nelle mani di pochi non si accompagna né ad un arretramento dell’economia mondiale, né alla riduzione degli scambi internazionali, anche se il futuro non appare del tutto chiaro in merito. FEBBRAIO 2018 N.1 / A.4 - Voci


Economia

Ph.: Lene Christensen - Amnesty International / Scarpa migranti su binari in Messico.

Dal punto di vista economico il problema, quindi, sembrerebbe tuttavia non esistere, almeno allo stato attuale. Dal punto di vista sociale, però, le cose, già oggi, stanno diversamente. Le diseguaglianze costituiscono, anche nella economie più avanzate come quella statunitense ed europea, un reale ostacolo alla concreta possibilità di esercitare i diritti umani fondamentali, costringendo una parte della società – la più povera – a divenire schiava del bisogno e l’altra parte – la più ricca – oltre a divenire oggetto di invidia, si trova anch’essa ad essere condizionata nell’esercizio dei propri diritti a causa dall’odio e dalla violenza diffusa che mette a rischio la stessa sicurezza e la stabilità politica. L’esigenza di non pregiudicare in modo irreversibile gli equilibri sociali e politici di quasi tutti i paesi, impone quindi di ritornare a riflettere sulle cause economiche all’origine del problema delle diseguaglianze. In Italia, ma non soltanto, il dibattito si accentra su questioni politico-istituzionali, come le conseguenze dell’Unione europea, dell’euro, del jobs- act, della corruzione politica, quando non si chiama in causa l’immigrazione o altro. Ma in misura più o meno rilevante questi fenomeni esistono da tempo. Il problema vero è, a mio avviso, la crescente diseguaglianza! Certamente due fattori emergono nella realtà contemporanea come cause delle diseguaglianze crescenti che si presentano in quasi tutti i paesi: La ormai inarrestabile globalizzazione planetaria e la tecnologia digitale supportata dalle applicazioni sempre più diffuse di intelligenza artificiale. Voci - FEBBRAIO 2018 N.1 / A.4

Entrambi i fenomeni non sono del tutto nuovi, né sarebbe corretto dar loro una connotazione negativa in assoluto. Anzi, dal punto di vista logico e storico le cose stanno diversamente: l’internazionalizzazione dell’economia e il progresso tecnico sono sicuramente fattori di benessere per l’umanità, specialmente nel lungo periodo. Dove si annida allora la gravità del problema attuale? Nella mancata consapevolezza e conseguentemente nell’assenza di politiche capaci di affrontare degli enormi scompensi che i due fenomeni in precedenza richiamati causano, specialmente nel breve e medio periodo, tra la disoccupazione creata e nuova occupazione che si accompagna al loro manifestarsi, specialmente se si tiene conto della rapidità con cui tali scompensi si susseguono e della rapida diffusione delle conseguenze che ne derivano sui diversi strati sociali, grazie alle nuove tecnologie di comunicazione. La gravità del problema si acuisce se si pensa che la soluzione richiede iniziative e progetti a carattere sovranazionale e una cultura improntata a valori di solidarietà fondata su criteri di razionalità di lungo periodo. Soprannazionalità, solidarietà e razionalità di lungo periodo sono, purtroppo, “merci” rare, ma costituiscono i veri fattori economici di cui abbiamo bisogno e che purtroppo oggi sono scarsamente disponibili. In futuro, bisogna aumentarne la “produzione”! Vincenzo Fazio Docente di Economia della Cultura presso l’Università di Palermo Consulente giudiziario del Tribunale di Palermo

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Responsabilità d'impresa

LA RESPONSABILITA’ SOCIALE D’IMPRESA QUALI PROSPETTIVE PER IL FUTURO di Marta D’Alia

Memorial Statue, Bhopal, India - dettaglio / Ph.: Amnesty International

LA TRASFORMAZIONE DEL PARADIGMA DELLA RESPONSABILITA’ SOCIALE D’IMPRESA DAL VECCHIO AL NUOVO MILLENNIO. QUALI PROSPETTIVE PER IL FUTURO. È di questi giorni la notizia che il governo francese ha annunciato una proposta di legge per limitare il potere della Grande Distribuzione sulle promozioni commerciali riguardanti i prodotti agricoli a tutela degli stessi agricoltori, vietando che il prezzo di vendita al dettaglio sia inferiore a quello di acquisto. Tutto ciò in reazione al potere della Grande Distribuzione di stabilire i prezzi di acquisto al produttore dei prodotti agricoli, sempre piú al ribasso, fenomeno che impoverisce gli agricoltori, i quali a loro volta sono spesso “costretti”, seppur lungi dal voler trovare in questo una giustificazione, a ricorrere alla manodopera in nero per contenere i costi di produzione. In Italia, continua a tener banco la questione ILVA, per la quale si è trovata una tregua tra la Regione Puglia e il Ministero dello sviluppo economico forse esclusivamente in vista della campagna elettorale per le prossime elezioni nazionali. La contrapposizione tra il diritto alla salute e il diritto al lavoro è purtroppo uno scontro comune di questo inizio millennio. Infatti, se da un lato esiste una coscienza scientifica e diffusa sull’importanza di lottare contro l’inquinamento ambientale, allo stesso tempo permane una forte resistenza ad effettuare una reale conversione ecologica dell’economia 11

tradizionale, soprattutto per le attività del secondo settore, in un’ottica di sostenibilità futura. A questo proposito, ha fatto scalpore a novembre scorso la notizia di un contadino peruviano di un paese delle Ande, Huaraz, che è riuscito a portare alla sbarra la multinazionale tedesca RWE come responsabile del riscaldamento globale che ha causato lo scioglimento del ghiacciaio che sovrasta il villaggio che adesso rischia di essere sommerso dalle acque. La causa, in cui si deve dimostrare il nesso di causalità tra le emissioni inquinanti di RWE e lo scioglimento del ghiacciaio che minaccia di inghiottire Huaraz, punta ad ottenere da parte di RWE un finanziamento di 17mila euro quale contributo alla realizzazione di un sistema di pompaggio in grado di tenere sotto controllo il livello del bacino idrico. 1 Tra la fine dello scorso secolo e l’inizio dell’attuale, la riflessione sulla social corporate responsibility ha riguardato principalmente una valutazione del modello produttivo delle grandi multinazionali europee e americane in paesi in via di sviluppo spesso del sud est asiatico, che permetteva loro di produrre riducendo enormemente i costi di produzione e aumentando esponenzialmente gli utili aziendali, ma che condannava i lavoratori di quelle aree del mondo a condizioni di quasi schiavitù sia in termini di paga e orari di lavoro sia in termini di condizioni di pericolo in cui questi erano costretti a svolgere le loro attività.  1 - https://germanwatch.org/en/huaraz FEBBRAIO 2018 N.1 / A.4 - Voci


Responsabilità d'impresa

Action week, Berlino - Germania 2012 / Ph.: Ralf Rebmann - Amnesty International

Su questo tema, numerosi sono stati gli scandali che hanno coinvolto aziende planetarie come Zara, United Colors of Benetton e tante altre in casi di crolli di palazzine adibite a fabbriche tessili in Bangladesh e altrove. La tematica della Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI) è entrata formalmente nell’agenda dell’Unione Europea a partire dal Consiglio Europeo di Lisbona del marzo 2000, dove è stata considerata come uno degli strumenti strategici per realizzare una società più competitiva e socialmente coesa e per modernizzare e rafforzare il modello sociale europeo. A seguito della crisi economica internazionale che ha preso l’avvio nel 2008 e che ha investito la vecchia Europa e da cui ancora oggi i paesi europei stentano a riprendersi, ci si è invece concentrati soprattutto sulla necessità di creare in Europa un’occupazione di qualità, assicurare l’innovazione tecnologica e l’efficienza nella gestione delle risorse al fine di generare una crescita stabile, inclusiva e sostenibile, basata sulla lotta alla povertà, sul rispetto dei diritti umani, del lavoro e dell’ambiente. La RSI è diventata quindi il nuovo paradigma economico opposto a quello del neoliberismo prevalente nella fine degli anni ‘90 – inizio 2000. Intorno alla responsabilità sociale d’impresa, la Commissione Europea, l’OCSE, l’ONU e i governi europei hanno elaborato delle strategie per lo sviluppo economico che puntano “sull’importanza del ruolo dell’impresa nella società e sulla gestione responsabile delle attività economiche quale veicolo di creazione di valore, a mutuo vantaggio delle imprese, dei cittadini e delle comunità”. 2  2  -  Piano d’azione nazionale sulla Responsabilità Sociale d’Impresa 2012-2014, a cura del Ministero dello Sviluppo Economico e del Ministero del Lavoro e delle

Voci - FEBBRAIO 2018 N.1 / A.4

È stato riconosciuto che corrette pratiche di RSI basate sui migliori standard e strumenti internazionali, producono, nel medio-lungo periodo, un vantaggio di competitività per le imprese, i lavoratori e la comunità in generale, tant’è che sono state elaborate politiche pubbliche miranti a sostenere quelle aziende che intraprendono azioni della RSI. Da orientamento della cooperazione economica internazionale del XX secolo, la responsabilità sociale di impresa è diventata un paradigma economico per la crescita, comportando in questo modo anche una traslazione di responsabilità dalle aziende ai consumatori, adesso molto più attenti alla qualità dei prodotti, alla loro origine, all’impatto ambientale e sociale della produzione, e alla tutela dei diritti dei lavoratori. L’aver assegnato un ruolo chiave per la crescita economica ad un fattore come la RSI che ha un forte carattere “umano” in contrapposizione alla sterilità dei principi economici del liberismo finanziario, ha permesso di elevare la consapevolezza di tutta la società in materia di RSI favorendo la creazione di una cultura condivisa e partecipativa che risponda alle esigenze dei diversi attori coinvolti, in particolare le imprese e i cittadini. Questo lascia ben sperare per il futuro dei diritti umani e ambientali nel prossimo futuro. Marta D’Alia Esperta di Diritto Internazionale Umanitario. Assistente giuridico nella promozione degli investimenti di imprese italiane nell’Africa dell’Ovest

Politiche Sociali, disponibile online su http://www.sviluppoeconomico.gov.it/images/ stories/documenti/Piano_RSI_2012_2014_IT.pdf

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Diritti umani in Europa

EUROPA. COMBATTERE IL REGRESSO SOCIALE di Giuseppe Provenza

Ph.: Free-Photos / pixabay.com

“Quelli che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo” da “La vita della ragione” di George Santayana. Sembra che all’Europa di oggi stia succedendo esattamente questo. Si sta dimenticando la tremenda lezione degli anni venti e trenta che, come ben sappiamo, avevano visto il degrado progressivo dei diritti umani in larga parte d’Europa. L’avvento in vari paesi di regimi totalitari aveva portato al disconoscimento di ciò che costituisce la base dei diritti umani, ossia il rispetto dell’essere umano in quanto tale. Si assisteva così, in larghe parti del continente, non solo alla cancellazione del diritto d’opinione e, conseguentemente, dei diritti politici, ma anche alla persecuzione delle minoranze (in primo luogo ebrei e rom), all’affermarsi di idee di “razza superiore” e quindi del razzismo, alla negazione della libertà religiosa, alla discriminazione nei confronti di persone LGBTI, alla disparità di trattamento nei confronti delle donne.

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Ed oggi? Purtroppo, oggi, l’Europa si è avviata a ricalcare le orme di quegli anni, sostanzialmente dimenticando il concetto di “rispetto”. Unica differenza, che non è da poco, è costituita dall’esistenza di molteplici organizzazioni non governative per la difesa dei diritti umani, nonché di una organizzazione sovranazionale, il Consiglio d’Europa, fondato nel 1949 con il Trattato di Londra, avente lo scopo di promuovere la democrazia ed il rispetto dei diritti umani. A dare valore concreto all’esistenza del Consiglio d’Europa nel 1950 fu stipulata a Roma la Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo con cui fu anche istituita la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, istituzione a cui può rivolgersi chiunque ritenga di aver subito la violazione dei propri diritti da parte di uno degli stati aderenti alla convenzione. Tutto ciò, peraltro, si affianca all’istituzione dell’ONU nel 1945, a cui oggi aderiscono tutti gli stati universalmente riconosciuti, tranne la Città del Vaticano, il cui statuto prevede due funzioni principali: assicurare la pace e garantire il rispetto dei diritti FEBBRAIO 2018 N.1 / A.4 - Voci


Diritti umani in Europa

umani, sulla base di quel documento fondamentale a questo scopo proclamato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1948 che è la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. L’esistenza di tutto ciò, organizzazioni non governative ed organizzazioni sovranazionali in difesa dei diritti umani, sembrerebbe dover garantire, contrariamente che in passato, il massimo rispetto dei diritti umani. La realtà vede, invece, il deterioramento dei diritti umani, come è dimostrato dall’attività incessante delle organizzazioni non governative, dalle sollecitazioni ai singoli paesi provenienti dal Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU, nonché, per i paesi europei, dalle circa 10.000 sentenze emesse dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel corso della sua attività. Vediamo in dettaglio singole situazioni che, messe insieme, forniscono un dato allarmante del rispetto dei diritti umani e, più in generale, dell’attuale degrado sociale nel continente Europeo.

Libertà di espressione. Questo diritto fondamentale, riguardante tutti i cittadini, nel continente europeo subisce oggi delle gravi limitazioni in 12 dei 15 stati dell’ex Unione Sovietica (tranne che in Estonia, Lettonia e Lituania), nonché in Bosnia Erzegovina, Croazia, Polonia, Serbia, Turchia ed Ungheria. Un paese in cui particolarmente pesanti sono le limitazioni ai diritti civili è la Russia, dove ogni voce di opposizione all’attuale regime viene repressa fin dal nascere, onde impedire che si rafforzi ed acquisisca consensi. Un caso noto e clamoroso è quello di Aleksej Navalny, da anni aperto oppositore dell’attuale regime, che intendeva candidarsi alle elezioni presidenziali del marzo 2018. Egli è stato arrestato e condannato per ben tre volte nel corso del 2017, sempre per manifestazioni non autorizzate, ed era già stato condannato nel 2013 per appropriazione indebita, condanna che la Corte Europea dei Diritti Umani ha giudicato “politicamente motivata”. Per effetto delle condanne subite, Navalny, a dicembre 2017, è stato considerato “ineleggibile” dalla Commissione Elettorale Centrale di Russia. Anche Amnesty International aveva sostenuto la causa di Navalny, pubblicando nello stesso anno della condanna per appropriazione indebita, il 2013, una nota dal titolo “Russia: Political activist Aleksei Navalny must be released after ‘parody’ trial”. Il caso Navalny non è tuttavia isolato. Parecchi sono stati i casi di oppositori, a cui è stato impedito di Voci - FEBBRAIO 2018 N.1 / A.4

realizzare pubbliche manifestazioni di opposizione, che hanno fatto ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani. È del gennaio 2018 la sentenza nel caso Lashmankin ed altri contro la Russia, con cui la Corte ha condannato la Russia per aver violato la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo ritenendo che “con l’imposizione di serie restrizioni su iniziative pubbliche programmate (ad esempio con il rifiuto di concordare luogo e tempi), le autorità hanno violato il diritto dei querelanti alla libertà di riunirsi per manifestare pacificamente”. Come è ben noto, inoltre, particolarmente pericoloso è in Russia il mestiere del giornalista. A partire dall’anno 2000 si conterebbero in Russia più di cento omicidi di giornalisti, fra cui il caso più eclatante è quello di Anna Politkovskaja, uccisa nel 2006. Su questi casi, ripetuti sono stati gli interventi di Amnesty International, oltre che di Reporters Sans Frontiers. Tuttavia, molteplici sono i paesi europei dove la compressione della libertà di espressione è una realtà dei nostri giorni, condizione che costituisce la ragione di esistenza di locali organizzazioni per la difesa dei diritti umani che si affiancano ad ong di espansione mondiale, come Amnesty International e Human Rights Watch e ad organizzazioni sovranazionali come il Consiglio d’Europa ed il Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU. Sarebbe, purtroppo, molto lungo riportare qui tutti i casi verificatisi negli ultimi anni di limitazioni dei diritti civili, e degli interventi a sostegno degli stessi. Ci limitiamo ai più clamorosi. In Polonia, a fine 2016, è stata approvata la legge che limita la libertà di riunione nei luoghi pubblici. Ancora più clamoroso, sempre in Polonia, è il progetto di riforma costituzionale che limiterebbe l’autonomia del sistema giudiziario, ponendolo sotto il controllo del governo, e minando, quindi, i principi basilari dello “stato di diritto”. In considerazione della gravità del progetto, il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che potrebbe portare alla sospensione del diritto di voto della Polonia in seno al Consiglio Europeo per “Violazione dei valori europei”. Un altro caso particolarmente pesante e probabilmente emblematico è quello della Turchia, dove, dopo il tentativo di colpo di stato del 15 luglio 2016 e la successiva proclamazione dello stato di emergenza, il regime non si è limitato a bloccare la formazione di una corretta opinione pubblica mediante l’arresto di più di cento giornalisti non allineati, ma si è spinto fino all’attacco delle ong per la difesa dei diritti umani arrestando i vertici della locale sezione di Amnesty International, una funzionaria di Avaaz e parecchi

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Diritti umani in Europa

Bambini ROM a scuola. Repubblica Ceca, 2016 / Ph.: Jiri Pasz - Amnesty International

attivisti di altre organizzazioni turche per la difesa dei diritti umani. Contro questi episodi, e per richiedere la liberazione degli attivisti arrestati, sono intervenuti sia la Commissione Europea, sia i governi di svariati stati. L’aggressione diretta operata dal regime turco nei confronti delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani è la dimostrazione più lampante dello scontro in atto fra le forze antidemocratiche e coloro che lottano in difesa dei diritti di tutti.

International è intervenuta più volte nel corso del 2017 mediante petizioni rivolte alle autorità russe perché lo stato intervenga per por termine a questi inammissibili fatti.

Al soffocamento del dissenso politico operato da tanti stati, vanno aggiunte svariate forme di discriminazione o compiute dagli stessi stati o nei confronti delle quali gli stati stessi non operano la dovuta vigilanza.

Peraltro anche sul piano giuridico lo stato russo ha fatto proprio un atteggiamento omofobo sia con l’approvazione di leggi che rendono reato la promozione fra minorenni di relazioni omosessuali, sia la condanna di attivisti che avevano dimostrato contro tali leggi. In relazione a tali episodi, la Corte Europea dei Diritti Umani ha recentemente sentenziato che tale stato di cose costituisce una violazione del diritto d’espressione ed una discriminazione.

Omofobia

Discriminazione di ROM e SINTI

L’esistenza di una opinione omofobica piuttosto diffusa è un problema che ancora interessa vaste parti d’Europa, anche se in misura e con effetti differenti. Ancora una volta a distinguersi al riguardo è la Russia dove si sono verificati negli ultimi tempi svariati casi di uccisioni, aggressioni e persecuzioni nei confronti di Gay. Nel caso specifico delle ripetute e gravissime aggressioni e soprattutto uccisioni avvenute in Cecenia, stato della Federazione Russa, Amnesty

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La discriminazione di ROM e SINTI è antica. Nella Germania nazista la discriminazione era divenuta sterminio sia all’interno del paese, sia nei territori occupati durante la guerra mondiale. Si valuta che i ROM e SINTI uccisi dal regime nazista siano stati oltre 200.000. Gli oltre dieci milioni di persone di queste etnie che vivono in Europa sono distribuiti su tutto il territorio con elevate presenze in Spagna, Repubblica Ceca e Slovacchia.

FEBBRAIO 2018 N.1 / A.4 - Voci


Diritti umani in Europa

Molti vivono in campi nomadi, totalmente emarginati e privi di regolare lavoro, assistenza sanitaria, e scolarizzazione. A segnare un primato negativo in termini di discriminazione nei confronti di ROM e SINTI si è distinta la Repubblica Ceca dove molti bambini rom venivano inviati a scuole e classi progettate per alunni con “lieve disabilità mentale” (cosiddette scuole pratiche), mentre altri erano etnicamente segregati in scuole e classi tradizionali per soli Rom. Contro questo stato di cose si schierò nel 2015 Amnesty International con la campagna “Abolire la discriminazione nelle scuole dei Rom” nella Repubblica Ceca, affiancando l’azione da parte della Commissione europea che aveva aperto una procedura d’infrazione. Per effetto di tali interventi fu approvata ed entrò in vigore nel settembre 2016 una modifica alla Legge sull’istruzione che prevede misure di sostegno per gli alunni con bisogni educativi speciali, un anno obbligatorio di istruzione pre-scolare per tutti gli alunni e l’integrazione degli alunni con bisogni speciali nei programmi tradizionali.

Migranti e rifugiati L’immigrazione è divenuta, in questi anni, uno degli argomenti più utilizzati dalla propaganda elettorale di movimenti interpreti di egoismi e paure irrazionali di parte dell’elettorato, movimenti che si ergono a difensori nei riguardi di un nemico in realtà inesistente, sfruttando anche il terrorismo che nulla ha a che vedere con le correnti migratorie. Un fenomeno sociale mondiale, che ha radici proprio nelle responsabilità del mondo “occidentale”, è divenuto così strumento per la conquista del potere o per il suo mantenimento ed è stato utilizzato per generare, in molti paesi, chiusure delle frontiere che, oltre ad essere un disconoscimento dei diritti umani di milioni di persone, probabilmente non sono neanche in linea con gli interessi nazionali, considerato che tanti paesi, la Germania in primo luogo, ma anche Francia, Regno Unito, Spagna e Italia, hanno beneficiato e continuano a beneficiare della presenza di milioni di immigrati. Esempi eclatanti di decisioni negative prese sulla spinta di tali visioni, miopi o politicamente interessate, sono stati l’accordo con la Turchia, lautamente pagato, per il respingimento di migranti dalla Grecia, ignorando il destino delle persone coinvolte, o, recentemente, l’accordo fra Italia e Libia volto, secondo le dichiarazioni del Ministro Minniti “a rafforzare le capacità operative della locale Guardia Voci - FEBBRAIO 2018 N.1 / A.4

costiera, attraverso la formazione, l’equipaggiamento e il supporto logistico”. Tuttavia in merito all’accordo Italia-Libia è intervenuto il Consiglio d’Europa con la seguente richiesta: “Le sarei grato se potesse chiarire che tipo di sostegno operativo il suo governo prevede di fornire alle autorità libiche nelle loro acque territoriali e quali salvaguardie l’Italia ha messo in atto per garantire che le persone salvate o intercettate non rischino torture e trattamenti e pene inumane”. Non risulta che il governo italiano abbia risposto. In linea con le preoccupazioni del Consiglio d’Europa si è manifestata Amnesty International che a dicembre 2017 ha pubblicato il rapporto “Libia: un oscuro intreccio di collusione”, commentato da John Dalhuisen, allora direttore di Amnesty International per l’Europa, con queste parole: “Centinaia di migliaia di rifugiati e migranti intrappolati in Libia sono in balia delle autorità locali, delle milizie, dei gruppi armati e dei trafficanti spesso in combutta per ottenere vantaggi economici. Decine di migliaia di persone sono imprigionate a tempo indeterminato in centri di detenzione sovraffollati e sottoposte a violenze ed abusi sistematici. I governi europei non solo sono pienamente a conoscenza di questi abusi, ma sostengono attivamente le autorità libiche nell’impedire le partenze e trattenere le persone in Libia. Dunque, sono complici di tali crimini”. °°°°° Sembra da tutto ciò di poter concludere che l’esperienza di oltre venti anni negativi in termini sociali che furono la premessa della tremenda tragedia della seconda guerra mondiale, abbia portato, dopo la conclusione di quest’ultima, ad intraprendere la strada del rispetto dell’uomo in quanto tale, per poi passare, allontanandosi il ricordo di quegli anni, ad un progressivo ritorno agli egoismi che generano le violazioni anche dei più elementari diritti umani. È questa una tendenza estremamente negativa e pericolosa dell’attuale società umana, che tuttavia ha la fortuna di avere in sé dei potenti anticorpi costituiti da quelle organizzazioni, sia non governative che sovranazionali, che ogni giorno e in ogni luogo, instancabilmente, si oppongono alla tendenza fratricida di una parte, piccola ma potente, dell’umanità.

Giuseppe Provenza Responsabile del Coordinamento Europa di Amnesty International Italia Membro del Gruppo Amnesty Italia 233

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Diritti civili

AGENDO CON CRUDELTÀ. UNA RIFLESSIONE A PARTIRE DAL NUOVO REATO DI TORTURA di Vincenzo Ceruso

Ph.: Amnesty International

“Nulla è cambiato. Il corpo trema, come tremava
prima e dopo la fondazione di Roma, nel ventesimo secolo prima e dopo Cristo, le torture c’erano e ci sono, solo la Terra è più piccola e qualunque cosa accada, è come dietro la porta” 1. La legge sulla tortura è stata recentemente introdotta nel nostro ordinamento, a distanza di trent’anni dall’entrata in vigore, il 27 giugno 1987, della Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. L’articolo 613 bis inizia con queste parole: “Chiunque con violenze o minacce gravi, ovvero agendo con crudeltà …” 2. La tortura viene sanzionata come un reato comune. Chiunque può commetterlo. Ma è davvero così? La storia ci dice altro. Ci dice che, ben lontana dall’essere un tabù, per lungo tempo essa è si è manifestata quale “pratica violenta del potere” 3 e si configura, anche oggi, come una estrema affermazione punitiva

della sovranità statale. In quanto tale, non può essere commessa da chiunque, ma solo da un pubblico ufficiale. La storia di Bolzaneto è lì a ricordarlo. Bolzaneto è un quartiere di Genova sorto attorno al castello di Montebello, nel XIV secolo, lungo le sponde del torrente Polcevera, che conta oggi circa 15.000 abitanti. Qui, in una ex caserma dell’esercito, tra il 20 e il 21 luglio del 2001, furono portati centinaia di uomini e donne. La caserma Nino Bixio del VI Reparto Mobile della Polizia di Stato, che era stata adibita a sito penitenziario provvisorio, fu il luogo in cui questi cittadini europei, in prevalenza italiani ma non solo, furono trattenuti illegalmente (non fu loro consentito di avvisare i familiari, un avvocato o, nel caso di cittadini stranieri, il consolato o l’ambasciata), foto segnalati e successivamente presi in carico dalla Polizia Penitenziaria. Durante queste procedure essi subirono maltrattamenti, umiliazioni e torture, cioè “una sostanziale compromissione dei diritti umani fondamentali” 4, prima di essere trasferiti, il 23 dello stesso mese, in un altro luogo di detenzione.

 1  -  W. Szymborska, La gioia di scrivere. Tutte le poesie, Adelphi, Milano, 2017, p.54.  2  -  Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, Introduzione del delitto di tortura nell’ordinamento italiano, 18 luglio 2017.  3  -  D. Di Cesare, La tortura, Bollati Borlinghieri, Milano, 2016, p. 22.

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 4  -  Corte di Appello di Genova, Sentenza nel procedimento penale contro Perugini Alessandro e altri, 5 marzo 2010, p. XXXIV. Si veda anche R. Settembre, Gridavano e piangevano. La tortura in Italia: ciò che ci insegna Bolzaneto, Einaudi, Torino, 2014. FEBBRAIO 2018 N.1 / A.4 - Voci


Diritti civili

Ph.: Amnesty International (simulazione)

Ascoltiamo una sola delle tante testimonianze: Terminata la fotosegnalazione, Remorgida racconta di essere stato accompagnato in una cella diversa, trovandovi “persone sedute a terra”, ma “poco dopo un agente con la divisa scura ci ha obbligato ad alzarci tutti e ad assumere nuovamente la posizione di testa contro il muro, mani dietro la schiena e gambe divaricate” e ciò “per circa due ore” 5. Coloro che si muovevano dalla posizione subivano pesanti violenze. In realtà i soprusi si manifestavano ugualmente, anche se si riusciva nello sforzo di non muoversi per un lungo tempo. Un altro testimone ha raccontato “di essere stato costretto a stare nella cella a gambe larghe e fronte al muro, così a lungo da svenire prima della visita medica e che tale imposizione veniva ottenuta infliggendo calci alle gambe e colpi sulla schiena, a lui e agli altri nella cella” 6. I funzionarie gli agenti ascoltati durante il processo non hanno negato di avere ordinato ai prigionieri di mantenere quella postura a lungo, ma hanno giustificato questa procedura con “la necessità della posizione vessatoria in cella per impedire che i reclusi svellessero le grate dei finestroni delle celle” 7. L’intera caserma, riferiscono concordemente i testimoni, somigliava ad un girone dell’Inferno dantesco: i prigionieri “erano coperti di sangue, soprattutto il viso, ancora sgocciolante, il sangue che

continuava a colare, a scorrere” 8. A rendere ancor più insopportabile la permanenza nelle celle era il rumore. L’intero ambiente era caratterizzato da un “elevato livello sonoro, dove le urla delle vittime si sommavano alle urla degli aguzzini” 9. Anche questa diffusione del rumore aveva un suo significato nell’economia della tortura, poiché non solo le sevizie non conoscevano soluzione di continuità, ma la stessa percezione delle sevizie da parte delle vittime era costante e senza interruzione. La privazione del riposo, dell’acqua, del cibo e dei servizi igienici elementari, moltiplicavano l’afflizione e l’umiliazione fisica e psichica. Il fatto che trattamenti inumani e degradanti, fino alla tortura, si verifichino in luoghi che sono sottoposti ad un controllo totale da parte di chi esercita un pubblico ufficio, lascia sorgere molti dubbi sulla forma di vigilanza che, in una democrazia, sarebbe doveroso esercitare su tali spazi. Forse il problema, o uno dei problemi, è che non vi dovrebbero essere spazi sottoposti ad un controllo totale. E forse nessuno dovrebbe poter disporre del controllo totale sulla vita di un altro individuo.

Vincenzo Ceruso Docente di Filosofia del Diritto alla Link Campus University di Catania

 5  -  Corte di Appello di Genova, Sentenza nel procedimento penale contro Perugini Alessandro e altri, 5 marzo 2010, p. 21.  6  -  Idem, p. 57.

 8  -  Idem, p. 24

 7  -  Idem, p. 6.

 9  -  Idem, p. 64.

Voci - FEBBRAIO 2018 N.1 / A.4

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Educazione ai diritti umani

L’EDUCAZIONE ALLA PACE: PROSPETTIVE METODOLOGICHE di Aristide Donadio

Stop Bullying Training, Portogallo / Ph.: Amnesty International Portugal

Premessa: l’educazione al cambiamento Educare alla pace è certamente una locuzione formidabile, intrisa di significati e di potenzialità, ma anche di rischi deleteri di confusione, sia sul piano strettamente semantico che su quello certamente più minato e meno esplorato della metodologia. Col tempo ci si è resi conto, grazie soprattutto all’apporto di educatori contemporaneamente impegnati sia sul fronte educativo che su quello pacifista come Maria Montessori e Paulo Freire, che, se in una prima fase storica l’enfasi e il primato risiedevano senza ombra di dubbio sulla seconda parte della locuzione, in tempi storicamente più recenti ci si è resi conto di come l’idea stessa di educazione, nella sua accezione più profonda, ampia e olistica, potesse già sussumere in sé l’idea della costruzione della pace, dell’inserimento progressivo ma inesorabile dell’asse esistitivo-esistenziale all’interno di una dimensione nonviolenta. Educazione alla pace ed educazione ai diritti umani sono spesso stati vissuti e posti come strumenti pedagogici diversi, se non persino alternativi, ma il progressivo affinamento del concetto stesso di diritto, svincolato dagli orizzonti giuspositivistici,

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unito all’evoluzione dei Trattati internazionali e degli studi di settore, hanno progressivamente avvicinato i due campi, rendendoli persino sovrapponibili, per certi versi. Un esempio fra tutti è rappresentato dal Preambolo della Dichiarazione universale dei diritti umani. Del resto la contaminazione di studi interessati alla tematica della pace e a quella sui diritti umani è talmente vasta da non lasciar posto a riserve specialistiche di studi di settore, come si poteva già ricavare dal magnifico carteggio Freud-Einstein: uno psicologo ed un fisico, entrambi pacifisti, a confronto su come scongiurare altre guerre all’umanità. Per sviluppare un’efficace azione educativa, il punto chiave da cui partire è quello dell’integrità psico-fisica: quel diritto al pieno sviluppo della personalità ed alla sua piena espressione sancito ormai in molti Trattati, primo fra tutti la già citata Dichiarazione Universale, da cui discende il principio di indivisibilità ed interdipendenza dei diritti umani, spalancando porte e finestre alla dimensione unitaria della conoscenza, del rapporto io-altro e del sociale in generale, politicizzando (nell’accezione più ampia e nobile del termine) l’azione educativa. E’ proprio nel solco di questa “politicizzazione” che bisogna ridare nuovo slancio e priorità al movimento educativo, nelle sue diverse forme e manifestazioni (istituzionali e non) nel senso voluto dal preambolo FEBBRAIO 2018 N.1 / A.4 - Voci


Educazione ai diritti umani

della Dichiarazione. E’ necessario intervenire ancora di più e più incisivamente non più “solo” a valle delle distorsioni e contraddizioni sociali e culturali, con interventi socio-economici e di controllo e repressione delle espressioni distruttive del disagio individuale e collettivo, ma anche a monte, prevenendole attraverso la promozione della consapevolezza del senso e della portata dei diritti e della nonviolenza con le loro implicazioni, ma soprattutto preparando il terreno per lo sviluppo di tale consapevolezza, proprio consentendo il pieno sviluppo della personalità umana. Inutile nascondersi il peso della sfida che siamo tenuti a sostenere: si tratta di assumersi nuove responsabilità, di affinare nuova consapevolezza e nuove competenze anzitutto negli educatori, di sviluppare relazioni, reti, sinergie, calando l’azione educativa nello specifico tessuto sociale in cui ci si trovi ad operare. Non è più sufficiente, quindi, essere meri trasmettittori di conoscenze o informazioni, dovendo anche possedere gli strumenti conoscitivi, analitici e metodologici utili allo sviluppo di un’efficace azione educativa.

Contestualizzazione dell’azione educativa Ma quali sono i “nemici” da combattere, quali le problematiche con cui misurarci, gli ostacoli che si frapporrebbero all’opera educativa di prevenzione e promozione, alla sua azione di coscientizzazione e responsabilizzazione? E’ necessario un lavoro di contestualizzazione ed una valutazione della dimensione socio-politica in cui ci si deve muovere, per ben calibrare l’azione e aumentarne l’efficacia. Le contraddizioni insite nella realtà socio-economica occidentale ed internazionale in genere (sperequazioni, oligarchie, democrazie formali e non sostanziali) si traducono in torsioni, sofferenze negli ambiti microsociali e individuali, sviluppando le premesse per ogni tipo di violazioni di diritti e ogni tipo di violenze. Sono frequenti gli impatti deleteri di degradi e precarietà culturali, sociali ed economiche che invalidano in tutto o in parte anche il miglior piano formativo, rendendolo marginale rispetto ad altre priorità di tipo anzitutto esistitivo. L’idealtipo occidentale, e quindi gli aggregati sociali su cui dobbiamo operare, appare caratterizzato in misura sempre maggiore da un “Io lieve” (contrassegnato da disimpegno, disorientamento, sfiducia verso scienza e progresso, chiusura in sé), che è conseguenza (ma anche concausa) della progressiva strutturazione di ciò che viene definito “egocentrismo cognitivo”, Voci - FEBBRAIO 2018 N.1 / A.4

vale a dire l’incapacità di decentrarsi dal proprio Sé, dal proprio vissuto, dai propri schemi e paradigmi culturali, dai propri punti di vista, che impedisce di cogliere vissuti altrui e l’“alterità” in generale. Va da sé che un – Io lieve – porta con sé altre caratteristiche perniciose, come narcisismo (individuale e di gruppo), edonismo e attaccamento all’attimo presente, col conseguente disancoramento dal proprio passato, dalla Storia, donde assenza di progettualità e futuro. Altro limite significativo d’una cultura sempre più individualistica e immolata al profitto è ciò che Fromm definisce – necrofilia – : l’attaccamento morboso a tutto ciò che è materiale, fine a se stesso, come il feticismo della merce, l’idolatria del denaro, l’alienazione nel consumismo, il tutto nel quadro di quella normalità patologica di cui ci parla lo stesso Fromm. Tre nemici: Egocentrismo cognitivo, Io lieve, Necrofilia. Per contrapporsi efficacemente ai limiti sopra menzionati della cultura dominante bisogna individuarne bene l’origine, la fonte. Tralasciando fattori e questioni macro-sociali e politico-economiche, concentriamoci sugli aspetti che riguardano maggiormente lo sforzo educativo: la dimensione micro-sociale e l’impianto educativo; è proprio qui che emergono le maggiori carenze, nelle programmazioni pedagogiche ed andragogiche sviluppate dalle agenzie di socializzazione ed educative (istituzionalizzate o meno), quindi nell’idea di soggettività e di cittadinanza che sottendono e che di fatto determinano. Credo che si possano cogliere almeno tre tendenze negative fondamentali di ciò che risulta essere un’errata impostazione formativa sviluppata verso cittadini e futuri cittadini da parte delle istituzioni sociali. Al primo posto collocherei ciò che appare ancora oggi purtroppo assai evidente: nei luoghi formativi quasi nulla viene fatto per consentire agli individui di rapportarsi col proprio vissuto emotivo-affettivo. Il mancato confronto col proprio mondo interiore, col proprio inconscio, non può che favorire vissuti schizoidi, tendenze paranoiche e la rimozione delle parti negative di sé proiettate poi sull’altro (possibilmente diverso, percepito “debole”, “inferiore”), con conseguenti forme di alienazione e passivizzazione/deresponsabilizzazione. Si proietta sul diverso perché se proiettassimo i nostri vissuti negativi su chi ci somiglia troppo, inevitabilmente ciò si ritorcerebbe contro di noi, in termini di sensi di colpa e conseguenti disturbi psico-somatici: è il diverso il contenitore negativo per eccellenza, in grado di tenere lontano da noi le nostre stesse miserie, in 20


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quanto è colui che meno può richiamarci la nostra co-specificità, l’appartenenza alla stessa specie; il diverso rappresenta il capro espiatorio che, come negli antichi riti ebrei, poteva, col suo sacrificio, propiziare il perdono dei propri peccati. Il diverso, dall’universo lgbt alle persone di colore, dagli immigrati ai ROM, dal ragazzino introverso con gli occhiali vittima ideale del bullismo al “folle” perché fuori dagli schemi convenzionali, rappresenta il non-me, e quindi può diventare il mio vaso di Pandora. Il secondo aspetto riguarda l’inadeguata e insufficiente educazione, da parte dei sistemi formativi istituzionali, al “conflitto sociocognitivo”, vale a dire la mancanza di capacità e/o volontà di consentire una piena comunicazione, il confronto con punti di vista diversi dal proprio. Non vengono incoraggiati “pensiero divergente” e intelligenza emotiva, non viene promossa la capacità critica, creativa e quindi anche potenzialmente trasgressiva. Infine sottolineerei la mancata trasmissione della dimensione olistica della conoscenza e del rapporto io-altro, del – fatto – sociale e della società nel suo complesso. Non è facile, a questo punto, proporre un elenco che sia esaustivo degli effetti nocivi sul piano individuale e relazionale di tali deficienze, ma vorrei proporne almeno tre raggruppamenti. Una doppia cesura: intraindividuale (conscio/ inconscio) e interindividuale (Io/Altro); intolleranza: una rigidità caratteriale, contrassegnata dal rifiuto, più o meno consapevole, verso quanto risulti diverso dal proprio vissuto e dalle proprie conoscenze; l’assenza o l’insufficienza di empatia e condotte pro-sociali e la conseguente deresponsabilizzazione progressiva verso l’Altro.

ERRATA IMPOSTAZIONE PEDAGOGICA a). assenza di confronto col proprio vìssuto emotivo b). assenza di educazione al conflitto socio-cognitivo c). mancata trasmissione della dimensione olistica della realtà e del sapere

EGOCENTRISMO COGNITIVO EFFETTI a). doppia cesura: intraindividuale (conscio/ inconscio) ed interindividuale (io/altro) b). intolleranza (rigidità caratteriale – rifiuto di ciò che è diverso dal proprio vissuto) c). assenza di empatia e di atteggiamenti e condotte pro-sociali (difficoltà comunicative intra/ interindividuali)

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Il ruolo dell’educazione Lo sforzo educativo, le sue funzioni, la sua stessa ragion d’essere, dovrebbero potersi dispiegare in questo scenario. A questo scopo propongo degli spunti utili, in chiave estremamente sintetica, a problematizzare e caratterizzare l’operato educativo. Elias, sociologo, ci parla del concetto di “politicizzazione della psiche”, per informarci che, diversamente da quanto potrebbe sembrare ad un approccio superficiale, l’individuo non è affatto isolato, smentendo quindi il mito dell’individuo-monade e della ineluttabilità della competizione individualistica tipico dell’etica protestante che contrassegna le società capitalistiche, ma intimamente ed estremamente interrelato con l’Altro-da-sé, per la condivisione anche inconscia di simboli, linguaggi, miti, riti, donde l’affermazione, solo apparentemente paradossale, di Elias “l’individuo è gruppo”. Da Lévinas apprendiamo come la nostra soggettività si costruisca attraverso “lo spossessamento del proprio sé, iniziando a temere per l’altro”, a sentirci responsabili per lui. Partiamo dunque dalla funzione che l’educazione (avendo come destinatari privilegiati scuole, università e carceri) dovrebbe avere: anzitutto formativa con approccio e valenza principalmente informali, ma anche formale/“informativa” (attraverso iniziative pubbliche: tavole rotonde, media, campagne). Partendo dalle premesse fatte dovrebbe ora risultare più semplice focalizzare due principi cui ispirarsi. Considerando l’unitarietà della dimensione individuale e sociale, va anzitutto promossa la piena espressione e integrazione della personalità, in raccordo col proprio inconscio e vissuto emotivo-affettivo e intessuta di relazionalità, essendo la cooperazione il nostro destino naturale. Il secondo principio deve poter riguardare la costruzione della soggettività come progressiva responsabilizzazione verso l’altro, rinunciando all’invischiamento in una dimensione narcisistica del proprio essere. In tal modo si prevengono quelle che Fromm considera le due fonti principali della condotta distruttiva: la propria deresponsabilizzazione e la deumanizzazione dell’altro. E’ necessario insistere sulla indispensabilità della qualità della relazione nella costruzione della propria identità individuale e di gruppo, nella propria costruzione di significatività; insistere sul ruolo della responsabilità individuale e collettiva verso l’altro e le altre collettività,: l’alterità non deve risultare buonismo di parentesi disimpegnate, ma fondamento FEBBRAIO 2018 N.1 / A.4 - Voci


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della stessa programmazione didattico-pedagogica, della stessa strutturazione della comunità educante e del suo impegno formativo, in tutte le forme implicite ed esplicite di educazione, in tutti i messaggi formali e informali che pervengono alle varie tipologie di individui.

Qualche considerazione, allora, sulle finalità. L’educazione deve quindi poter condurre al superamento dell’egocentrismo cognitivo e dell’Io lieve (sviluppando confronto e capacità espressiva e comunicativa) e all’assimilazione della dimensione unitaria della realtà, attraverso l’informazione e la formazione orientata all’educazione emotivo-affettiva, allo sviluppo delle capacità introspettive, di ascolto, empatiche e all’induzione di atteggiamenti e condotte pro-sociali. L’obiettivo è non solo quello di ridurre fortemente i rischi che possano svilupparsi potenziali violatori di diritti e condotte distruttive, ma anche quello di promuovere l’attivismo e l’interesse verso i diritti e la loro tutela, atteggiamenti e attitudini nonviolente. E’ necessario tener presente che un individuo che non ha potuto incontrare sé stesso, avere adeguate occasioni di formazione è di fatto un individuo scisso da sé, separato dal proprio inconscio, realtà di sofferenza di chi non ha potuto godere del diritto al pieno sviluppo e alla piena espressione della propria personalità, quindi solo consequenzialmente, questa persona può risultare, anche, un potenziale violatore di diritti o un oppressore, per effetto della proiezione delle proprie negatività/paure/frustrazioni/insicurezze/ inadeguatezze sull’altro. Un individuo incompiuto e incompleto, “monco”, é di conseguenza incapace di gestire in modo adeguato e responsabile i propri ruoli e i rapporti con gli altri (familiari compresi), non può essere in grado di gestire in modo costruttivo il conflitto. Si rivela allora indispensabile ricollegare le persone al proprio inconscio, alla proprie emozioni, educando alle emozioni, sviluppando intelligenza emotiva, anche attraverso l’uso di metodologie (come la musicoterapia, drammatizzazioni, psicodrammi, sociodrammi, il Teatro dell’Oppresso di Boal, il living theatre) con la collaborazione di esperti e l’apertura fattiva al territorio, giacché non può risultare sufficiente informare/formare attraverso lezioni mirate, tavole rotonde, dibattiti e iniziative coinvolgenti: è necessario il passaggio alla fase più propositiva, di maggiore impegno e coinvolgimento. Non va ignorata la dimensione e la responsabilità socio-politica dell’educazione: partendo dalla consapevolezza della soggettività che s’intende promuovere, è consequenziale la proposta, implicita o esplicita, di una cittadinanza attiva, partecipativa, cooperativa Voci - FEBBRAIO 2018 N.1 / A.4

e solidale, rispettosa dell’ambiente e dei bisogni fondamentali altrui; una cittadinanza ecologica, volta alla realizzazione e al rispetto reciproci nella dimensione relazionale Io/Altro. Per indurre al superamento dell’egocentrismo e delle scissioni suddette, le sedi formative devono essere in grado di predisporre metodologie e tecniche che forniscano utili spunti e provocazioni, vere e proprie palestre socio-affettive che offrano possibilità concrete di cogliere vissuti propri e altrui, delle esperienzeponte, alfabetizzando sul piano affettivo, inducendo capacità di cogliere e individuare fenomeni psicologici e socio-culturali, decostruendoli ed intervenendo in modo critico su di essi. Grande rilievo va dato alla qualità della comunicazione, a partire dalle strutture: aule circolari, banchi disposti a cerchio, priorità alla comunicazione faccia a faccia e alla possibilità di gestire i feedback; anche il gioco e le attività ludo-didattiche devono avere centralità strategica. Formazione ed educazione, promuovendo l’impianto metodologico informale, devono poter incidere, direttamente o indirettamente, in tutte le sedi istituzionali, formali ed informali, per ridare priorità ai diritti umani ed allo sviluppo della pace, nelle accezioni ampie suddette, all’interno dei programmi educativi, culturali, sociali, politici ed economici; per contribuire a ripensare in modo equo l’ordine mondiale e la distribuzione delle risorse e delle opportunità di sviluppo, scongiurando le diverse forme di violenza individuate da Galtung: diretta, strutturale e culturale. Il ruolo dell’educazione che prende corpo è quindi estremamente ambizioso, riassumendo in sé diversi aspetti e compiti, ed è per questo che emerge con urgenza la necessità di ripensarne la collocazione e la strutturazione istituzionale, anzitutto in campo metodologico.

Priorità a). educazione al conflitto socio-cognitivo; b). educazione affettiva e comunicazione efficace; c). sviluppo del pensiero creativo/divergente e critico/analitico; d). educazione all’analisi critica dei fenomeni psicologici e socio-culturali;

Metodologie a). educazione informale; b). metodologie partecipative (drammatizzazioni, socio-drammi); c). approcci ludici e ludo-didattici; d). didattica cooperativa. 22


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Un linguaggio universale Uno sciamano compie dei riti, esegue movimenti antichi, studiati, lascia fluire attraverso sé simboli archetipici, richieste ancestrali, linguaggi misteriosi. Una bambina disegna il suo corpo con dei colori millenari e danza movimenti sapienti e spontanei che nessuno le ha mai insegnato. Un guaritore sussurra cifre e codici estraendo demoni dal corpo del malato. Un sogno rivela metafore illuminanti unendo l’orrido al fantastico. Un artista getta i colori e le linee del suo inconscio su una tela che poi mostrerà orgoglioso ad ignari acquirenti. Una pazza urla le voci dell’indicibile e della paura ai passanti che cercano con l’ordine apparente di un’apparente razionalità di nascondersi a sé stessi… Esiste un mantra caleidoscopico dell’universo che attende di essere scoperto e liberato, un’energia immensa e formidabile. Sinestesie insospettabili appena sotto la nostra pelle chiedono che il fuoco dell’intercultura e dell’educazione possa forgiarle e adoperarle come lingua universale. Una lingua universale, ecco cosa manca, ancora: un linguaggio ed un’educazione che consentano ad un discorso interrotto di riprendere, che diano alle singole persone la possibilità di toccarsi, di incontrarsi con sé stesse, di guardarsi dentro; alle culture di potersi ritrovare dinanzi ad uno specchio per cogliersi e liberarsi dalle miserie, colmando quei salti logici che hanno bloccato la costruzione del senso e della significatività. Ecco la grande missione, la difficile sfida che ha davanti a sé l’educazione informale: ricollegare le persone con se stesse e con l’Altro da sé, recuperando quel serbatoio rimosso di emozioni e significatività, amando il gioco e la creatività come opportunità espressive, come leve che facciano saltare un ordine fittizio giustapposto all’armonia dell’autentico, frantumando la pietra del sepolcro.

privilegiato e disincantato che possa decostruire per trovare nuove sintesi allo scopo di restituire le persone e le culture alla propria interezza, alla sanità. L’educazione informale si muove con l’accortezza dell’archeologo che deve ricostruire il senso dietro la distruzione, con l’umiltà di chi è pronto a farsi trasformare dalle proprie stesse scoperte, dalla profondità degli incontri che costruisce, dall’intensità delle esperienze che rimescolano le carte, scompaginando l’ordine precostituito. Un percorso difficile, da farsi con l’ausilio di esperti e col rispetto dei tempi e delle sofferenze altrui, ma, sicuramente, un percorso insostituibile.

Aristide Donadio Psicosociologo e docente di Scienze umane presso i licei

Bibliografia di riferimento 1). O. F. Bollnow, “Le tonalità emotive”, Milano, Vita e Pensiero, 2009; 2). E. Fromm, “Anatomia della distruttività umana”, Milano, Oscar Mondadori, 1995; 3). U. Morelli, “Conflitto”, Roma, Meltemi, 2006; 4). F. Dogana, “L’Io lieve”, in “Psicologia Contemporanea” n. 173, Firenze, Giunti, 2002; 5). S. Bonino, “L’egocentrismo e la guerra”, in “Psicol. Cont.” n.169, Firenze, Giunti, 2002; 6). F. Dalal, “Prendere il gruppo sul serio”, R. Cortina, Milano, 2002; 7). S. Malka, “Leggere Levinàs”, Brescia, Queriniana, 1986; 8). J. Derrida, “Sull’ospitalità”, Milano, Baldini & Castoldi, 2000; 9). A. Donadio (a cura di), “Educazione informale”, Roma, Amnesty International, disponibile on line sul sito www.amnesty.it e su internet alla voce educazione informale; 10). sul carteggio Freud-Einstein: cfr. A. Donadio, “La lunga storia del rapporto fra la psicologia e i diritti umani”, Rivista on line “Voci” del Centro Studi “P. Benenson”, anno 1 n. 3, Palermo, Amnesty International, luglio 2015; 11). A. Donadio, “Danzare tra le fauci del drago. Il potere del teatro per la trasformazione nonviolenta dei conflitti”, Quaderni Satyagraha n. 24, Pisa, Centro Gandhi, 2013.

Noi occidentali, malati di razionalismo e tecnologia, abbiamo dimenticato il potere della magia creatrice, temiamo l’incontro col nostro inconscio o abbiamo la presunzione di potervi dialogare col linguaggio della nostra razionalità, mentre culture alternative-primitive parlano il linguaggio archetipico dimenticando poi di tradurlo e di riportarlo alla dimensione consapevole della quotidianità. L’educazione informale è il laboratorio perenne all’aperto in grado di coniugare i doni delle diverse culture ponendole al riparo dai propri vizi, giacché ognuna può essere guaritrice dell’altra: un osservatorio 23

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Diritti umani in Europa

ANCORA PUTIN. ANCORA “CACCIA ALLE STREGHE”? di Giuliano Prandini

Vladimir Putin, presidente della Federazione Russa / Ph.: Kremlin.ru

Quando alla conferenza di fine d’anno, di fronte a oltre 1600 giornalisti, Dmitry Peskov, il portavoce di Vladimir Putin, ha dato la parola a Tatyana Felgengauer, vice caporedattore della stazione radio Ekho Moskvy, una delle poche emittenti indipendenti in Russia, il presidente l’ha salutata con “Dio ti benedica. Spero tu stia bene”. Poche settimane prima la giornalista era stata accoltellata alla gola in redazione in un caso che lascia ancora dubbi. Sullo stato di diritto nella Federazione Russa la giornalista ha accusato: “è all’opera una vera macchina repressiva con procedimenti penali iniziati semplicemente per aver ripostato messaggi nei social media, persone vengono gettate in carcere con accuse senza fondamento, come confermato dalla Corte Europea dei Diritti Umani nei procedimenti contro Oleg Navalny; Alexei Malobrodsky è in prigione, mentre Kirill Serebrennikov è attualmente sotto processo”. E poi l’assassinio di Boris Nemtsov, e il tentativo di uccidere il giornalista Oleg Kashin, con i mandanti che rimangono ignoti. La risposta di Putin è scontata “Riguardo al fatto che qualcuno è in prigione e lei ritiene che sia senza Voci - FEBBRAIO 2018 N.1 / A.4

motivo, questa è la sua opinione, mentre le autorità investigative lo considerano giustificato. Queste dispute possono essere risolte solo in tribunale”. Per la Tv indipendente Dozhd è intervenuta Kseniya Sobchak, figlia dell’ex sindaco di San Pietroburgo che lanciò Putin in politica. Ha deciso di concorrere alla presidenza. Putin ironizza: “Sei contro tutti i presenti o tutti in generale?” La giovane giornalista denuncia che ai candidati dell’opposizione non è permesso di partecipare alle elezioni. Alexei Navalny è stato colpito da false accuse penali e “lo stesso vale per le mie attività dal momento del mio annuncio. è molto difficile affittare una sala in Russia, la gente rifiuta di cooperare… è difficile distribuire materiali informativi. Tutto ha semplicemente a che fare con la paura. La gente sa che essere un membro dell’opposizione in Russia significa venir ucciso o finire in prigione...”. Putin non nomina Navalny, gli oppositori “Quelli che hai nominato sono la versione Russa di Saakashvili. Vuoi che tali Saakashvili destabilizzino il tuo paese? Vuoi passare da una Maidan a un’altra? ...L’abbiamo già vissuto. Vuoi che tutto ciò ritorni?” 24


Diritti umani in Europa

Sochi Olympics Action - Mosca, Russia 2014 / Ph.: Denis Bochkarev & Genia Rakina

Secondo il centro demoscopico indipendente Levada, Putin sarà certamente rieletto per la quarta volta, non ha rivali. In seguito alle manifestazioni di protesta della fine del 2011 e dell’anno successivo, a partire dalla sua rielezione nel 2012, furono approvate leggi, in violazione della stessa Costituzione Russa, che restringono fortemente la libertà di espressione e di riunione: le leggi sugli “agenti stranieri”, sulla censura di internet, sulla “blasfemia”, le leggi omofobiche, quelle sui limiti alle proteste pubbliche...Si è parlato di “caccia alle streghe”. Non è un quadro rassicurante, ma tanto più è necessario l’impegno dei difensori e degli attivisti dei diritti umani in Russia e fuori.

la tortura e altri maltrattamenti nelle colonie penali, fu falsamente accusato e imprigionato. Amnesty intervenne in sua difesa. In un incontro fra difensori dei diritti umani di poche settimane fa a Mosca ha ricordato che le “lettere mi hanno aiutato a rimanere in vita mentre ero in prigione… mi hanno aiutato a rimanere forte nel GULAG Russo”. La candela continua ad ardere.

Giuliano Prandini Membro del Coordinamento Europa di Amnesty International Italia

Valentina Cherevatenko, prominente difensora dei diritti umani di Novocherkassk, Regione di Rostov, fondatrice e presidente della Ong sui diritti umani “Donne dell’Unione del Don” era stata accusata in base alla legge sugli “agenti stranieri”. Valentina ha recentemente comunicato ad Amnesty che la campagna internazionale in sua difesa è stata decisiva nella risoluzione del suo caso e ha inviato un sentito “Grazie” a tutti coloro che l’hanno sostenuta. Aleksei Sokolov, difensore dei diritti umani di Yekaterinburg negli Urali, impegnato nella lotta contra

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«Io ho un sogno, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue condizioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.» (Martin Luter King – Washington – 28 agosto 1963) www.amnestysicilia.org

VOCI

DIAMO VOCE AI DIRITTI UMANI

i fatti e le idee

Voci - numero 1 - anno 4 - Amnesty International in Sicilia  
Voci - numero 1 - anno 4 - Amnesty International in Sicilia  
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