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SETE DI GIUSTIZIA LE LIMITAZIONI ALL’ACCESSO ALL’ACQUA PER I PALESTINESI

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I palestinesi nei Territori occupati non hanno accesso a forniture adeguate di acqua pulita. Si tratta di un problema di vecchia data che ha ostacolato lo sviluppo sociale ed economico dei Territori palestinesi occupati e ha negato a molte comunità il loro diritto a un adeguato standard di vita, al cibo, alla salute e al lavoro. Il consumo di acqua pro capite dei palestinesi si situa al di sotto degli standard internazionali stabiliti per la tutela della salute pubblica. La carenza cronica di acqua ha ripercussioni su aspetti basilari della vita, tra cui l’igiene, le attività agricole e industriali e l’allevamento del bestiame.

Le politiche discriminatorie israeliane nei Territori palestinesi occupati sono la causa che sta alla radice dell’impressionante disparità tra i palestinesi e gli israeliani nell’accesso all’acqua. Il consumo dei palestinesi raggiunge a malapena i 70 litri pro capite al giorno, ben al di sotto del minimo giornaliero raccomandato dall’Organizzazione mondiale per la sanità (Oms) di 100 litri pro capite. Invece il consumo giornaliero pro capite degli israeliani è di quattro volte maggiore. L’ineguaglianza è ancora più evidente tra le comunità palestinesi e gli insediamenti israeliani illegali, costruiti nei Territori palestinesi occupati in violazione del diritto internazionale. Le piscine, i prati ben irrigati e le fattorie con grandi campi coltivati degli insediamenti israeliani sono in netto contrasto con i vicini villaggi palestinesi, i cui abitanti lottano per avere persino la quantità minima di acqua per uso domestico. In alcune parti della Cisgiordania, i coloni israeliani utilizzano una quantità d’acqua pro capite maggiore di 20 volte rispetto al consumo dei vicini palestinesi, i quali sopravvivono con appena 20 litri a persona al giorno – la quantità minima raccomandata dall’Oms in situazioni di emergenza. Israele controlla e limita l’accesso dei palestinesi all’acqua nei Territori palestinesi occupati a un livello tale da non rispettare i loro bisogni, né da garantire una giusta distribuzione delle risorse idriche comuni.Israele utilizza l’80 per cento o più dell’acqua della falda montana, l’unica risorsa

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idrica che rimane ai palestinesi, che si alimenta quasi esclusivamente grazie alle precipitazioni. Israele invece si è appropriato completamente della quota palestinese del fiume Giordano e ha anche altre risorse idriche non in comune.Circa 180.000200.000 palestinesi delle aree rurali della Cisgiordania non hanno accesso all’acqua corrente. Persino nelle città e nei villaggi allacciati alla rete idrica, i rubinetti spesso rimangono asciutti. Il razionamento dell’acqua è frequente, in particolare durante i mesi estivi. In molti luoghi i palestinesi ricevono l’acqua solamente un giorno alla settimana o dopo diverse settimane; in alcune aree non ne ricevono per mesi. Quando i rubinetti rimangono asciutti, i palestinesi devono acquistare a un prezzo maggiore l’acqua trasportata dalle autobotti. Molte comunità non connesse alle rete idrica devono percorrere chilometri per trovare acqua, costosa e spesso di dubbia qualità. L’impatto della carenza d’acqua e degli scadenti servizi igienici nei Territori palestinesi occupati pesa in particolar modo sulle comunità più vulnerabili: coloro che vivono in aree rurali isolate e nei sovraffollati campi profughi. Negli ultimi anni la disoccupazione e la povertà qui sono cresciute e le entrate disponibili sono crollate. A causa di ciò, le famiglie palestinesi devono spendere la maggiore parte dei loro guadagni in acqua.A Gaza il 90-95 per cento delle scorte di acqua è contaminata o non adatta all’uso domestico. Israele non permette che l’acqua venga trasferita dalla Cisgiordania a

IL CONTROLLO DELL’ACQUA NELLA CISGIORDANIA OCCUPATA • Israele decide la quantità di acqua che i palestinesi possono estrarre dalla falda comune e i luoghi dove essi possono prendere l’acqua. • Israele controlla la raccolta dell’acqua piovana o di sorgente in tutta la isgiordania. Le cisterne di acqua piovana utilizzate per l’irrigazione sono spesso distrutte dall’esercito israeliano. • I palestinesi non possono trivellare nuovi pozzi, né ripristinarne di vecchi senza il permesso delle autorità israeliane. Tali permessi sono difficili e spesso impossibili da ottenere. Persino i lavori sulle condutture che collegano i pozzi alle città e ai villaggi palestinesi richiedono il permesso di Israele. • L’esercito israeliano controlla l’accesso alle strade che le cisterne devono utilizzare per portare l’acqua nei villaggi palestinesi non allacciati alla rete idrica. Molte strade sono chiuse o vietate ai palestinesi e ciò causa ritardi e costringe gli autisti delle autobotti a fare dei lunghi percorsi alternativi che aumentano il prezzo dell’acqua in modo significativo. Tali divieti rendono eccessivamente difficile per i palestinesi l’accesso all’acqua e la capacità di manutenere e sviluppare le infrastrutture idriche e sanitarie.


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destra: Una donna palestinese a Samua, nel sud della Cisgiordania occupata, lava i suoi vestiti all’aperto, utilizzando acqua di una cisterna, in quanto la sua casa non è allacciata alla rete idrica. copertina: Residenti raccolgono acqua potabile da un impianto di purificazione a Khan Yunis, Striscia di Gaza. Circa il 90 per cento dell’acqua disponibile a Gaza è inquinata e non è potabile.

Gaza e l’unica risorsa idrica, la falda acquifera costiera, insufficiente per i bisogni della popolazione, si sta velocemente esaurendo a causa dell’estrazione continua e viene inoltre contaminata dalle infiltrazioni delle acque di scolo e dell’acqua marina. I rigidi divieti imposti da Israele all’ingresso a Gaza di materiali ed equipaggiamenti necessari allo sviluppo e alla riparazione delle infrastrutture hanno portato a un forte deterioramento della situazione. Durante più di quattro decenni di occupazione, Israele ha sfruttato oltremodo le risorse d’acqua e ha trascurato le infrastrutture idriche e sanitarie nei Territori palestinesi occupati. Ha anche utilizzato i Territori come terreno di discarica per i suoi rifiuti, inquinando così le falde acquifere. È necessario agire con urgenza per assicurare alla popolazione palestinese forniture di acqua adeguate ed eque e per prevenire ulteriori danni alle risorse e all’ambiente. Visto che Israele non assolve i suoi obblighi di potenza occupante, il peso di tale sfida è ricaduto sui donatori internazionali e, dopo la sua nascita negli anni ’90, sull’Autorità palestinese per l’acqua. Questa ha un controllo molto limitato sulle risorse idriche della Cisgiordania. Secondo gli Accordi di Oslo, ha acquisito soltanto la responsabilità di gestire una fornitura inadeguata. La quantità di acqua che i palestinesi possono estrarre dalla falda comune è controllata da Israele, come lo sono le decisioni relative alla trivellazione o alla modernizzazione dei pozzi e all’attuazione

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GLI OBBLIGHI DI ISRAELE SECONDO IL DIRITTO INTERNAZIONALE Essendo ne mantiene l’occupazione militare, Israele nei Territori palestinesi occupati deve rispettare il diritto internazionale dei diritti umani e il diritto umanitario. Nonostante Israele contesti ciò, la comunità internazionale, compresi tutti i maggiori organismi per i diritti umani dell’Onu, ha ripetutamente affermato che Israele è tenuto a rispettarli, nella sua condotta nei Territori, e l’ha ripetutamente sollecitato a onorare i suoi obblighi.Israele, in quanto potenza occupante, ha responsabilità ben definite riguardo al rispetto dei diritti umani dei palestinesi, inclusi il diritto ad un adeguato standard di vita - che comprende il diritto all’acqua e al cibo - il diritto alla salute e al lavoro. Deve, non solo astenersi dal compiere azioni che violino tali diritti, ma anche proteggere la popolazione palestinese da ogni interferenza nei loro diritti da parte di privati e

di altri progetti idrici. Le attività dell’Autorità palestinese per l’acqua sono soggette ai divieti imposti da Israele e dipendono dai fondi allocati dai donatori internazionali. Questi limiti sono acuiti da

prendere misure concrete e mirate per assicurare la piena realizzazione di tali diritti. Gli Ordini militari, grazie ai quali Israele ha assunto il controllo delle risorse idriche palestinesi nei Territori palestinesi occupati, emessi dall’esercito israeliano subito dopo l’occupazione dell’area (Ordine militare 92 e 168 di giugno e novembre 1967, Ordine militare 291 del dicembre 1968) rimangono ancora in vigore. Gli Accordi di Oslo non hanno cambiato lo status legale dei Territori, che rimangono sotto occupazione ed effettivo controllo israeliano. Difatti gli Accordi specificano: “la questione della proprietà dell’acqua e delle infrastrutture fognarie in Cisgiordania sarà affrontata durante i negoziati sullo stato permanente” (Articolo 40). I negoziati sullo stato permanente, fissati per la fine degli anni ’90, non hanno ancora avuto luogo.

un’amministrazione scadente, da una direzione frammentata e da divisioni interne. I donatori sono in genere riluttanti a far emergere e ad affrontare in maniera efficace gli ostacoli che intralciano i progetti idrici.

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Gli Accordi di Oslo hanno diviso la Cisgiordania in tre zone: A, B e C. Nelle aree A e B l’esercito israeliano ha lasciato all’Autorità palestinese (Ap) la responsabilità degli affari civili, cioè di fornire i servizi alla popolazione. Le due aree insieme includono il 95 per cento della popolazione palestinese della Cisgiordania, ma comprendono solo il 40 per cento della terra. Nell’area C l’esercito israeliano mantiene la piena giurisdizione in ogni materia. Quest’area comprende il 60 per cento della Cisgiordania, incluse tutte le riserve d’acqua e gli accessi alle risorse idriche e tutte le strade principali. Le aree A e B non sono contigue ma frammentate in enclave circondate da insediamenti israeliani, da strade per i coloni e dall’area C. Questi Accordi hanno impedito lo sviluppo di infrastrutture idriche e fognarie efficienti. La maggioranza dei palestinesi vive nelle aree A e B ma le infrastrutture che offrono loro i servizi si trovano all’interno o passano attraverso l’area C. I movimenti dei palestinesi attraverso l’area C sono vietati o negati e la costruzione o lo sviluppo di attività sono raramente permessi dall’esercito israeliano.

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GIURISDIZIONE TERRITORIALE SECONDO GLI ACCORDI DI OSLO

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AQUIFERS IN ISRAEL/OPT


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LA NEGAZIONE DELL’ACQUA COME STRUMENTO DI ESPULSIONE

che prendono di mira le comunità palestinesi della zona. Il 28 luglio 2007, i soldati israeliani di un posto di blocco hanno confiscato il trattore e la cisterna di Ahmad Abdallah Bani Odeh, un contadino del piccolo villaggio di Humsa. Egli stava guidando verso la sorgente di ‘Ain Ghibli per prendere acqua per il suo villaggio. I soldati dissero agli abitanti che per recuperare i veicoli avrebbero dovuto firmare un documento in cui si impegnavano a lasciare l’area e a non ritornarvi e a pagare una multa di 4.500 shekel (circa 1000 dollari Usa), una somma al di sopra delle possibilità di persone che vivono con meno di due dollari al giorno. Gli abitanti del villaggio sono infine riusciti a riprendere il trattore e la cisterna, dopo essersi trasferiti in altre zone e aver pagato una multa ridotta. Un ufficiale dell’esercito israeliano ha riferito ad Amnesty International che la cisterna per l’acqua e il trattore erano stati confiscati perché permettevano ai contadini di rimanere nell’area, che era stata dichiarata dall’esercito “zona militare chiusa”. Pochi giorni dopo i soldati hanno confiscato l’altro trattore di proprietà degli abitanti del villaggio. Negli ultimi anni le case dei palestinesi che abitano a Humsa, Hadidiya, Ras al-Ahmar e in altre zone della Valle del Giordano sono state ripetutamente distrutte e le cisterne per l’acqua confiscate. Ogni volta, le case – tende e semplici baracche costruite con lamine di plastica o di metallo – vengono ricostruite. Vista la determinazione degli

“A nessuna famiglia deve essere negato il diritto all’acqua sulla base del suo status giuridico relativo alla casa o alla terra.” Comitato dell’Onu sui diritti economici, sociali e culturali, Commento generale n. 15 – Il diritto all’acqua

Il 4 giugno 2009, l’esercito israeliano ha distrutto le case e i recinti per il bestiame di 18 famiglie palestinesi a Ras al-Ahmar, un piccolo villaggio nella valle del Giordano, in Cisgiordania. Più di 130 persone sono state coinvolte, molti di loro erano bambini. È da notare che i soldati hanno confiscato la cisterna dell’acqua, un trattore e il rimorchio utilizzati dagli abitanti per portare l’acqua al villaggio. Sono stati lasciati senza un riparo né forniture di acqua nel periodo più caldo dell’anno. Questo è stato l’ultimo di una serie di episodi simili

sotto: Gli irrigatori sprecano l’acqua sotto il sole di mezzogiorno negli insediamenti israeliani della valle del Giordano, mentre i vicini villaggi palestinesi lottano per avere accesso all’acqua per bere e per i bisogni primari. sotto a destra: Bambini fuori le loro case a Humsa (prima ad Hadidiya), valle del Giordano, a rischio di demolizione da parte di Israele.

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abitanti dei villaggi a rimanere nella loro terra, nonostante le condizioni di vita estremamente dure, l’esercito israeliano ha sempre più limitato loro l’accesso all’acqua per costringerli a lasciare l’area. Sebbene ci siano pozzi importanti nelle vicinanze, questi sono riservati all’uso esclusivo dei coloni israeliani degli insediamenti di Ro’i, Beka’ot e Hamdat. Per comprare piccole quantità l’acqua gli abitanti dei villaggi palestinesi devono percorrere fino a 20 chilometri. Negli ultimi anni l’esercito israeliano ha scavato fossati che impediscono i collegamenti tra i villaggi e le zone circostanti. Ha anche installato posti di blocco sulle strade principali dove il passaggio dei palestinesi è limitato in modo severo. Queste restrizioni hanno reso più difficile e più costoso per i palestinesi dell’area raggiungere le sorgenti d’acqua. Devono seguire lunghi percorsi e spesso devono attendere ai posti di blocco, dove rischiano di vedersi confiscare le autobotti. A Hadidiya, In’am Bisharat, mamma di sette bambini, ha raccontato ad Amnesty International: “Viviamo in condizioni durissime, senza acqua, elettricità né altri servizi. La mancanza di acqua è il problema maggiore. Gli uomini impiegano la maggior parte del giorno…[per andarla] a prendere e non sempre ci riescono. Ma non abbiamo scelta. Abbiamo bisogno di un po’ d’acqua per sopravvivere e per mantenere vive le pecore. Senza acqua non c’è vita. L’esercito [israeliano] ci ha tagliati fuori da tutto…Non

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abbiamo scelto di vivere così; ci piacerebbe avere belle case e giardini e campi coltivati, ma questi privilegi sono riservati ai coloni israeliani…a noi non sono garantiti neanche i servizi basilari”. Subendo dure limitazioni all’accesso all’acqua, i contadini non possono coltivare la terra e neanche far crescere piccole quantità di cibo per il loro consumo personale o come mangime per gli animali, e sono così costretti a ridurre il numero dei loro capi bestiame. Storicamente i palestinesi della Valle del Giordano si guadagnavano da vivere con l’agricoltura, l’allevamento di capre e pecore e con la vendita del latte e del formaggio che producevano. Negli ultimi anni la mancanza d’acqua ha reso loro impossibile coltivare la terra fertile o allevare più di un piccolo numero di animali, che costituiscono adesso il loro unico mezzo di sussistenza. La mancanza d’acqua ha già costretto molti a lasciare la zona e

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la sopravvivenza delle comunità e sempre più in pericolo. Invece, gli insediamenti israeliani costruiti sulle terre palestinesi occupate in violazione del diritto internazionale, hanno accesso illimitato all’acqua per irrigare ampie aree coltivate. L’agricoltura è la principale attività economica negli insediamenti della Cisgiordania e la maggior parte dei prodotti vengono esportati. I verdi campi irrigati degli insediamenti illegali accanto agli aridi villaggi palestinesi sono l’esempio più impressionante delle politiche discriminatorie di Israele verso i palestinesi. Mentre i contadini palestinesi portano avanti una lotta quotidiana per trovare abbastanza acqua per soddisfare i loro bisogni basilari, nei vicini insediamenti israeliani gli impianti di irrigazione annaffiano i campi sotto il sole di mezzogiorno, quando la maggior parte dell’acqua viene sprecata, in quanto evapora prima ancora di raggiungere il suolo.

PROIBITA LA RACCOLTA DELL’ACQUA PIOVANA Le comunità rurali che non sono servite dalla rete idrica, dipendono dall’acqua piovana sia per l’uso domestico che per l’uso agricolo. A seconda della quantità di precipitazioni annue, l’acqua raccolta

Le cisterne di raccolta dell’acqua piovana sono utilizzate nella regione da secoli. In gran parte piccole, con una capacità media di 50m3, sono costruite secondo l’antica tradizione nabatea, scavate nel terreno, di forma circolare o quadrata, rivestite di pietre o di cemento per prevenire le perdite e con un’apertura che viene mantenuta chiusa per evitare l’evaporazione e la contaminazione. L’acqua piovana è raccolta nelle cisterne durante la stagione piovosa e conservata per essere utilizzata durante la stagione secca.


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nelle cisterne sotterranee durante la stagione delle piogge, può fornire alle famiglie la fornitura d’acqua per diversi mesi. Quando questa acqua finisce, i contadini comprano rifornimenti dalle autobotti e li conservano nelle cisterne. Il 15 gennaio 2008, le forze israeliane hanno demolito nove cisterne nei pressi del villaggio di Beit Ula, a nordovest di Hebron. Appartenevano a nove famiglie ed erano state costruite nel giugno 2006, all’interno di un progetto agricolo volto a migliorare la sicurezza alimentare, finanziato dall’Unione europea attraverso due Ong locali, il Palestinian Agricultural Relief Committees e il Palestinian Hydrology Group. Con il progetto, la terra è stata livellata nei tradizionali terrazzamenti e sono stati piantati 3200 tra olivi, mandorli, limoni e fichi. Le cisterne erano una parte vitale del progetto; ognuna doveva fornire acqua

a un appezzamento di 10-12 dunum (11,2 ettari). I contadini avevano anche contribuito, pagando una parte significativa del costo totale del progetto. Uno degli agricoltori, Mahmoud al-‘Adam, ha raccontato ad Amnesty International: “Abbiamo investito un sacco di soldi e lavorato sodo su questo progetto. Questa terra è fertile e il progetto era molto buono. Avevamo pensato molto a come strutturare le terrazze e al miglior modo di costruire le cisterne per utilizzare al meglio la terra; avevamo piantato alberi che hanno bisogno di poca acqua… anche se non ci fosse stata abbastanza pioggia per riempire le cisterne quest’anno, l’acqua raccolta sarebbe bastata per gli alberelli; stavano crescendo bene… Ma [l’esercito israeliano] ha distrutto tutto; sono passati avanti e indietro diverse volte con il bulldozer e hanno sradicato tutto...

in alto a sinistra: Pastori del villaggio di Umm al-Kheir, nel sud della Cisgiordania occupata. Le comunità di pastori non sono allacciate all’acquedotto e fanno affidamento sulla raccolta e la conservazione dell’acqua piovana, utilizzando cisterne come questa, che sono spesso distrutte dall’esercito israeliano. sopra: L’acqua preziosa della Cisgiordania occupata è inquinata e non è più utilizzabile dopo che una cisterna per la raccolta dell’acqua piovana appartenente ai contadini palestinesi è stata distrutta dall’esercito israeliano con il pretesto che era stata costruita senza permesso. Ai palestinesi i permessi per i progetti idrici sono concessi raramente.

È molto doloroso per me venire qui ogni volta e vedere questa distruzione; tutto quello per cui abbiamo lavorato non c’è più. Perché qualcuno dovrebbe voler fare questo? Cosa di buono può venirne fuori?”.

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UNA RISERVA D’ACQUA VUOTA PER I PALESTINESI...

Nelle colline a sud di Hebron, i contadini palestinesi per il loro sostentamento dipendono in larga parte dall’allevamento di pecore e capre. Negli ultimi anni hanno affrontato la crescente sfida della siccità, che ha ridotto sia le riserve d’acqua che riuscivano a raccogliere durante la stagione delle piogge, sia la produzione di foraggi ed erbe da pascolo. Le ulteriori limitazioni imposte dall’esercito israeliano all’accesso all’acqua e ai pascoli da parte dei contadini, hanno peggiorato la loro situazione. Nel villaggio palestinese di Susya, la maggior parte delle cisterne sono state demolite dall’esercito israeliano nel 1999 e nel 2001, insieme a dozzine di case. Sulle cisterne rimanenti e persino su una latrina, pendono ordini di demolizione. Le cisterne d’acqua,

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LE COMUNITÀ VULNERABILI PRESE DI MIRA LE COLLINE A SUD DI HEBRON

alcune vecchie di secoli, sono state fatte esplodere o distrutte con i bulldozer e riempite di ghiaia e cemento, rendendone impossibile la riparazione. Anche i pannelli solari per riscaldare l’acqua, donati al villaggio, sono stati distrutti.

“L’acqua è vita. Senza acqua non possiamo vivere; né noi, né gli animali, né le piante. Prima avevamo un po’ d’acqua, ma dopo che l’esercito ha distrutto tutto dobbiamo prenderla molto lontano; è davvero difficile e costoso. Ci rendono la vita veramente dura per farci andare via.” Dichiarazione di Fatima al-Nawajah, una residente di Susya, ad Amnesty International

sopra: Una riserva d’acqua rimasta vuota a Jiftlik, un villaggio palestinese nella valle del Giordano occupata, i cui residenti dipendono dall’agricoltura, ma incontrano crescenti limiti all’accesso all’acqua. sopra: Un gabinetto nel villaggio palestinesi di Susya, nella Cisgiordania occupata, minacciato di demolizione dall’esercito israeliano. a destra: Coloni israeliani si godono la piscine nell’insediamento di Ma’ale Adumim, costruito illegalmente nella Cisgiordania occupata, in violazione del diritto internazionale.

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© Angela Godfrey-Goldstein

UNA PISCINA PIENA PER I COLONI ISRAELIANI

Ufficialmente, come in altri casi, sono stati demoliti perché non c’erano i permessi; quei permessi che l’esercito israeliano rifiuta sistematicamente ai palestinesi della zona. Lo scopo è di espellere la popolazione del villaggio in modo da fare spazio per l’espansione dell’insediamento israeliano di Sussia. L’espansione di Sussia nel 1990 coincise con l’aumento delle minacce alla comunità palestinese da parte dei coloni e degli sforzi dell’esercito israeliano di espellerla. Da quando l’esercito ha distrutto la maggior parte delle loro grotte – strutture storiche vecchie di migliaia di anni – i palestinesi vivono in tende e ripari, a rischio costante di dover lasciare la zona. Più della metà di loro è già stata costretta a trasferirsi, molti dopo la distruzione delle cisterne nel 1999 e nel 2001 e delle limitazioni all’accesso alla terra, imposte fin da allora. “Siedo qui e ho in mano i chiodi di metallo

utilizzati oggi dai coloni israeliani per sabotare un’autobotte che trasportava acqua [fornita dall’associazione umanitaria internazionale Oxfam] al vicino villaggio palestinese di Susya. Questa regione è stata colpita da una grave siccità. Dozzine di chiodi sono stati piazzati lungo la strada prima che arrivasse l’autobotte carica d’acqua, che era molto attesa. Tre ruote dell’autobotte sono state forate… Con un certo ritardo, l’autista è infine riuscito a consegnare l’acqua.” Joel Gulledge, Christian Peacemakers Team, 12 Settembrer 2006

SPARARE ALLE CISTERNE D’ACQUA COME “ESERCIZI DI TIRO” La maggioranza delle case palestinesi nei Territori palestinesi occupati hanno serbatoi sul tetto per fare fronte alla

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perenne carenza d’acqua, ma questi sono spesso presi di mira dai soldati israeliani. “I miei amici paracadutisti mi raccontavano che si sdraiavano sui tetti a Nablus e sparavano ai serbatoi per vedere come esplodevano…” Primo sergente dell’unità "Sting"

Quando Amnesty International gli ha chiesto perché sparava ai serbatoi d’acqua che si trovano sulle case palestinesi, un soldato in servizio nei Territori ha detto: “I serbatoi per l’acqua sono buoni per fare esercizio di tiro; sono ovunque e sono della misura giusta per mirare e calibrare le armi, per alleviare il senso di frustrazione, per dare una lezione ai bambini del vicinato che ti hanno lanciato contro delle pietre e che non hai potuto prendere o per rompere la monotonia di un turno di guardia”.

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DISTRUZIONE DELLE INFRASTRUTTURE IDRICHE Durante l’Operazione piombo fuso, l’offensiva israeliana durata 22 giorni tra dicembre 2008 e gennaio 2009, gli attacchi israeliani hanno causato circa sei milioni di dollari Usa di danni alle infrastrutture idriche e fognarie. Quattro riserve d’acqua, 11 pozzi, il sistema fognario, le stazioni di pompaggio e 20.000 metri di condutture idriche sono state danneggiate o distrutte dai carri armati israeliani e dai bulldozer. Gli impianti per il trattamento delle acque di scolo nel nord e nel centro di Gaza sono stati danneggiati e ciò ha causato la fuoriuscita di acque non trattate su più di un chilometro quadrato di terre palestinesi agricole o residenziali, distruggendo raccolti e costituendo un pericolo per la salute. Nell’aprile 2009, l’Ufficio dell’Onu per il coordinamento degli affari umanitari ha riferito che i test condotti a marzo sull’acqua hanno mostrato che il 14 per cento dei campioni prelevati nel febbraio erano contaminati e ha espresso preoccupazione per la contaminazione dell’acqua legata alle munizioni tossiche come il fosforo bianco.

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La distruzione e il danneggiamento delle infrastrutture idriche sono state una costante negli attacchi dell’esercito israeliano nei Territori palestinesi occupati degli ultimi anni In un’incursione avvenuta tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio 2003 a Rafah, la città di Gaza più a sud e la più povera, le forze israeliane hanno distrutto due pozzi pubblici che fornivano acqua potabile alla metà dei 120.000 residenti. Questi erano tra i 102 pozzi distrutti dall’esercito israeliano nella Striscia di Gaza in meno di un anno, tra il 1 luglio 2002 e il 31 marzo 2003. Il risultato è che i residenti devono fare affidamento su alternative che spesso sono forniture di acqua non pulita, non controllata o non adeguatamente clorata.

perché soffrivano di disturbi come la diarrea e malattie della pelle…Tra il 22 e il 31 maggio, sono stati portati alla clinica 1363 bambini, cioè 151 al giorno.” Gli attacchi condotti per rappresaglia e altre aggressioni deliberate condotte dall’esercito israeliano contro le strutture idriche e le altre infrastrutture nei Territori palestinesi occupati e contro gli impianti elettrici, strettamente collegati con la fornitura e con la qualità dell’acqua, violano il diritto umanitario internazionale.

in alto a sinistra: Un impianto fognario del nord di Gaza bombardato nel gennaio 2009 durante un attacco israeliano. in alto a destra sopra: Una pompa e un pozzo

In un rapporto redatto all’indomani delle incursioni, nel maggio 2004, le agenzie dell’Onu scrivevano: “Alla fine delle incursioni di maggio, la salute pubblica è degenerata come conseguenza dei danni agli impianti idrici e fognari e al sovraccarico delle strutture. Il ministro della Salute di Tal as Sultan ha riferito che tra l’1 e il 17 maggio, 848 bambini – circa 50 al giorno – erano stati portati alla clinica

nel sobborgo di Zaytoun, Gaza city, distrutti in un attacco israeliano nel gennaio 2009. in alto a destra sotto: Grandi quantità di acque di scolo sono pompate ogni giorno nel Mar Mediterraneo perché l’impianto sovraccarico di Gaza non riesce a far fronte ai bisogni sanitari. Il blocco israeliano di Gaza impedisce l’importazione di materiali ed impianti per la costruzione e manutenzione delle infrastrutture idriche e sanitarie.


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© Keren Manor/Activestills.org

IL BLOCCO IMPEDISCE LA RIPARAZIONE E LA RICOSTRUZIONE “Il deterioramento e i guasti alle strutture idriche e sanitarie a Gaza si aggiungono ad una già grave e protratta negazione della dignità umana nella Striscia di Gaza. Al cuore della crisi vi è un rapido declino degli standard di vita della popolazione, caratterizzati da erosione dei mezzi di sostentamento, distruzione e degrado delle infrastrutture di base e da una marcata flessione nella distribuzione e qualità dei servizi sanitari, idrici e fognari essenziali.” Maxwell Gaylard, Coordinatore umanitario dell’Onu per i Territori palestinesi occupati, 3 settembre 2009

A Gaza il 90-95 per cento dell’acqua della falda costiera è ormai inquinata e non potabile, a causa dell’infiltrazione delle acque di scolo e dell’acqua marina. L’ingresso di materiali del tutto indispensabili per la costruzione e la riparazione degli impianti per il trattamento dell’acqua e delle acqua di scolo, viene impedito dal blocco imposto da Israele. Il risultato è un ulteriore deterioramento degli impianti idrici e fognari, già in disperate condizioni dopo decenni di abbandono.

Le limitazioni imposte all’ingresso a Gaza di carburanti industriali e di agenti chimici ha ostacolato il funzionamento degli impianti per il trattamento delle acque di scolo, dei pozzi e degli impianti di desalinizzazione. A causa della portata limitata degli impianti di depurazione delle acque di scolo già esistenti, circa la metà delle acque fognarie (70.000 m3 al giorno) viene scaricata in mare e contamina la costa e le riserve ittiche, una risorsa importante per il sostentamento degli abitanti di Gaza. L’entità del problema è stata messa in luce il 27 marzo 2007, quando è crollato l’argine del lago di raccolta delle acque di scolo di un impianto di depurazione fognaria nel nord di Gaza, sommergendo il vicino villaggio beduino di Um al-Nasser. Cinque persone sono state uccise e centinaia sono i senzatetto. La Banca mondiale ha riferito: “Nel novembre del 2008, la maggioranza dei pozzi d’acqua era inutilizzata a causa della mancanza di pezzi di ricambio; altri erano sfruttati per la metà della loro possibilità. I tagli alla linea elettrica e la

mancanza di gasolio per i generatori influivano sulla distribuzione e sul pompaggio verso le riserve idriche delle case. Gli impianti avevano terminato il cloro, agente chimico indispensabile per assicurare la disinfezione dell’acqua. La struttura di desalinizzazione di Khan Younis ha una portata di 90m3/h ma, a causa della carenza di pezzi di ricambio e di agenti chimici, produceva un massimo di 30m3… Perciò più del 50 per cento delle case non aveva accesso alla rete idrica e alcune non avevano ricevuto acqua per più di 10 giorni”. Nonostante le promesse israeliane di permettere l’ingresso a Gaza dei materiali maggiormente necessari al settore idrico e fognario, non vi è stato alcun miglioramento.

sopra: Bambini palestinesi giocano vicino una autobotte, che fornisce acqua alle loro case, dove non vi è acqua corrente, giugno 2007. Sullo sfondo l’insediamento israeliano di Ma'aleh Adumim che è fornito di tutti i servizi, inclusa abbondante acqua.

DIRITTI UMANI = MENO POVERTÀ Amnesty International Novembre 2009


© Iyad El Baba/UNICEF-oPt

Una bambina palestinese si riposa sulla strada per andare a prendere l’acqua potabile a Gaza, dove più del 90 per cento dell’acqua disponibile è inquinata e non adatta al consumo umano.

LE RACCOMANDAZIONI Amnesty International chiede alle autorità israeliane di affrontare con urgenza il disperato bisogno di sicurezza nell’accesso all’acqua nei Territori palestinesi occupati, causato dalle loro violazioni dei diritti umani dei palestinesi. Le autorità israeliane dovrebbero immediatamente:

• Togliere le restrizioni attualmente in atto che negano ai palestinesi dei Territori l’accesso all’acqua sufficiente per soddisfare i loro bisogni personali e domestici e anche la tutela del loro diritto all’acqua, al cibo, alla salute, al lavoro e a un adeguato standard di vita.

• Porre fine alle politiche e pratiche correlate all’accesso all’acqua nei Territori che discriminano i palestinesi e conferiscono privilegi ai coloni israeliani.

• Revocare ogni ordine di demolizione pendente e proibire altre demolizioni di servizi idrici nell’area C della Cisgiordania.

• Togliere il blocco su Gaza e permettere immediatamente l’ingresso di pezzi di ricambio, materiali di costruzione e altri materiali e attrezzature necessari per la riparazione, ricostruzione e manutenzione delle infrastrutture idriche e fognarie a Gaza.

Amnesty International chiede all’Autorità palestinese per l’acqua di:

• Prendere le misure necessarie per massimizzare le risorse idriche esistenti, mettendo in atto in prima istanza quelle che possono ridurre le inaccettabili perdite di acqua e stabilendo un meccanismo che assicuri che tutta l’acqua fornita ai

consumatori, distribuita attraverso l’acquedotto controllato dall’Autorità palestinese per l’acqua o con l’uso di autobotti, sia pulita e corrisponda agli standard dell’Oms.

Amnesty International chiede ai donatori internazionali di:

• Prendere le misure necessarie per migliorare il coordinamento tra i donatori e per rafforzare i controlli sulla realizzazione, in modo da massimizzare le risorse esistenti e l’utilità dei singoli progetti; e assicurare trasparenza dalle interferenze che provocano ritardi o impediscono l’attuazione dei progetti idrici e sanitari.

Amnesty International è un’organizzazione non governativa fondata nel 1961, presente in oltre 150 paesi e territori con 2,2 milioni di soci e sostenitori (80.000 in Italia). Attraverso campagne globali e altre attività, Amnesty International si batte per un mondo in cui ogni persona goda di tutti i diritti umani sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e da altri standard internazionali sui diritti umani. Amnesty International è indipendente da governi, ideologie politiche, interessi economici o fedi religiose ed è finanziata essenzialmente dai propri soci e dalle donazioni del pubblico.

DIRITTI UMANI = MENO POVERTÀ

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Sete di giustizia  

Rapporto sull'accesso all'acqua nei Territori occupati palestinesi

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