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(I pensieri di Pablo) Che vita difficile, una vita da cani in piena regola. Ecco perché si dice così. Bello però lamentarsi del niente disteso su questo tappeto morbido con la pancia piena, al caldo con delle coccole a portata di mano, quando qualche mio simile non ha nemmeno un osso da rosicchiare e magari ha anche un padrone che lo picchia. So che succede anche questo. Perché lo so? Perché fra noi si parla quando ci capita di incontrarci. A voi sembra una semplice abbaiata, per noi sono dialoghi veri e propri. E allora non posso dimenticare quel che mi disse un vecchio cane randagio qualche anno fa vicino alla chiesa della Beata Annunciazione. « Ti è andata bene, amico, scommetto che mangi tutti i giorni. » « Ma sono al guinzaglio e tu sei libero. » gli avevo risposto per consolarlo un po’, anche se non ero del tutto convinto di quel che dicevo visto com’era messo lui. Infatti prima che sparissi nel vicoletto con Michele, mi aveva abbaiato: « Vuoi fare cambio? ».

(Zanna di Amneris di Cesare) Era cresciuto. Ero diventata grande anche io. Eravamo giovani, grandi e forti. E il mondo era nostro. I campi. Distese sconfinate di erba verde e fiori gialli. E alberi. Querce, olmi. Ippocastani. Robi apriva le zampe come le ali degli uccelli e iniziava a gridare un “uiiiiiiiiii” fortissimo, e giù per le discese a correre a perdifiato! E io dietro. Anzi, correvo più forte, e lo superavo. Poi mi fermavo, mi voltavo a guardarlo arrivare. E lui si buttava per terra, e mi abbracciava. Ci rotolavamo sull’erba, abbracciati. Io gli spalmavo la mia lingua lunga sul suo muso pieno di macchioline marroni. E fingevo di volerlo mordere. Ma così, per finta. Mica per fargli male. Solo per dirgli che l’amavo. Perdutamente. Era il mio padrone. Il mio capo. Il mio tutto. Io e lui. E nessun altro.


(Socrate di Chiara Valentina Segré) Questo pomeriggio ho conosciuto un piccolo Alto; mi faceva le boccacce e poi infilava le manine nelle maglie della rete per accarezzarmi la punta del naso. È stato molto divertente, è incredibile quante smorfie possono fare gli Alti. Era venuto con la sua famiglia per cercare un comunicatore d’amore. Non posso nascondere che mi sarebbe piaciuto andare via con lui, e pensavo che poiché lo facevo ridere così tanto, forse avrebbe scelto me, perché in questi casi è sempre l’Alto più piccolo che decide, mentre gli Alti grandi riempiono solo i moduli preparati da Pedro. Ma poi sono andati via con Artù, l’ultimo di una cucciolata che è arrivata due settimane fa. Se arrivi in pensione che non hai ancora compiuto l’anno, di solito non rimani qui abbastanza a lungo per ricordarti delle cucce di metallo, delle correnti d’aria e della mancanza di coccole.

(Miracolo felino di Isabella Giomi) Merlino è un gatto molto curato, ha il pelo lucido ed è anche ben pasciuto, pacifico, si muove con cautela, sembra meditare su ogni movimento che sta per compiere. Era già da un po’ di tempo che lo vedevo intento a studiarmi. In salotto, quando invitavo gli amici, si metteva in circolo con noi a guardarci parlare. Mentre chiacchieravo al telefono, si piazzava sullo sgabello davanti a me per mezz’ore intere, immobile, incantato dal suono delle parole. I gatti amano sentirci parlare e anche cantare o gridare. Invece adesso mi stava seduto di fronte a fissarmi con fare interrogativo.

(Un addio difficile di Gianfranco Maccaglia) Io avrei preferito restare ancora un po’ di tempo con te e aspettarti la sera, quando torni dal lavoro, poi andare a fare un giro insieme e dividerci un gelato o un pezzo di pane. Forse non capirai o non ci crederai se ti dico che la felicità era ascoltare il rombo del tuo motorino.


Ti sentivo arrivare fin da quando svoltavi nel piazzale del centro commerciale e ogni volta che ti vedevo era già un regalo per me. Ma adesso basta, amico mio, è arrivato il momento di salutarci. E mi dispiace che a causa mia ti sentirai in colpa e verserai fiumi di lacrime; per fortuna io non posso piangere. Non ne sono capace. Stammi solo vicino finché ce la farai e non preoccuparti, per me sarà come dormire, il veterinario ha detto che non mi accorgerò di niente.

(De luporum orda di Stefania Squillante) Nulla teme un giovane lupo reso invincibile dalla sua stessa arroganza. Mentre si allontana di corsa attraverso il bosco innevato, il suono antico, profondo e rauco di un ululato lo raggiunge solcando il sibilo perenne del vento di tramontana; egli rallenta la corsa e permette al vecchio di affiancarlo: è il suo insegnante. « Dove vai? Correndo in quella direzione abbandoni il nostro territorio! » « Me ne sto andando infatti, non sopporto questa vita! Non mi piace essere membro di un gruppo in cui ogni regola è stabilita sulla base della forza fisica e della necessità di riproduzione; meglio stare in solitudine, comandarsi ed obbedirsi da soli. » « Sai bene che fuori di qui è pieno di pericoli, tu sei un giovane lupo forte, però nessun lupo può fare a meno del branco, anche se adesso tu lo credi. Non cercherò di convincerti, concedimi però di fare un patto: vieni con me, voglio mostrarti qualcosa che forse ti farà cambiare idea e, se ciò non dovesse accadere, ti lascerò andare verso il tuo destino senza ulteriori indugi. »

(Brizzy di Sara Elisa Frison) Brizzy, nel frattempo, si stava godendo le novità e certamente non aveva più paura. La piccola umana le stava accarezzando il guscio e le diceva delle paroline dolci. Prendendo il coraggio a quattro zampe i-


niziò, pian pianino, a esplorare il nuovo mondo che la circondava e scoprì che il posto le piaceva. C’era una bella stanza dai muri colorati e luminosi e una grande finestra da cui proveniva la calda luce solare. Poi tornò verso Giulia. Sentiva la necessità del tocco di quelle piccole dita che la stavano coccolando e avvicinò la testolina a quella mano che le sembrava enorme, ma sicura. Alzò il suo musetto e fissò gli occhi in quelli della bimba. Si guardarono intensamente. Era sempre più convinta di essere stata fortunata a trovare quella dolce creatura che si stava prendendo cura di lei. Non sapeva perché, ma le dava l’impressione che la capisse, che la comprendesse.

(L’ultima frontiera di Fabio Musati) Sono quasi arrivato, forse ce la faccio, ho già le unghie sull’erba, sono nell’Aldilà. Respiro affannosamente e apro gli occhi. Sono preso da un tremore convulso. Mi accorgo che è una Frontiera doppia: sono in mezzo alla Frontiera e dalle due parti sparano luci e cose. Non è la prima doppia che attraverso, ma comincio a essere vecchio e ho paura di non farcela questa volta. Sono in mezzo alla Frontiera e ho paura. Perché lo sto facendo? Che senso ha tutto questo? Ho il corpo rattrappito: la schiena curva, bloccata dalla paura. Mi concentro, penso alla Casa. Devo farcela, è l’ultima Frontiera, devo farcela.

(Un Amore di Antonia Romagnoli) Ogni mattina passavo a salutarlo prima della scuola, gli allungavo una carezza sotto al tavolo. Non si muoveva mai, non c’erano più le “feste”, solo un debole movimento della coda. Una mattina, però, mi seguì. Mi accompagnò alla porta e ci scambiammo un lungo sguardo. Tra fratelli ci si intende. Avevamo condiviso troppo, ci capivamo al volo.


Sapevamo tutti e due che quello era un addio, che non ci sarebbero state altre coccole, altre battaglie, altri giochi. Magro, debole, del lupo di una volta era rimasto solo il cuore libero, selvaggio e carico di amore per il branco. Di protezione per me che, chissà come mai, non ero mai cresciuta velocemente come lui. Ci guardammo; dei sassi, dei dispetti, del conflitto per le ginocchia di papà restava solo un ricordo che faceva tanto male. Restava solo l’amore che attraverso i nostri occhi potevamo assicurarci a vicenda. Un mutuo patto di fratellanza, di complicità. Di rispetto.

(Magò di Fabio Balboni) Era il suo mondo, ovattato, e le sbarre della gabbietta mai l'avevano impaurito perché la domenica, un giorno speciale, Valentina lo prendeva tra le sue mani e lo lasciava libero sul tavolo della cucina. Magò era felice, felice per davvero, ma non voleva zampettare altrove, come chi assapora la libertà, voleva semplicemente tutte le coccole della padroncina. Non dava neppure colpetti alla mano per ricevere affetto. Lei lo accarezzava lungo il dorso e come per gioco tirava, sempre delicatamente, la sua piccola coda. Magò adorava quel che veniva dopo, grattini dietro le orecchie o sotto il muso: era al settimo cielo. Sarebbe rimasto ore e ore a farsi vezzeggiare dalla sua padroncina. Chiudeva gli occhi dalla contentezza per riuscire a godere sino in fondo quel momento.

(Coraggiosa di Marina Lenti) La mia mamma è venuta al Centro un giorno di fine estate. Una bella signora bionda, che sapeva di fiori. Mi ha vista subito. Quando rievoca quel momento, dice sempre che l’hanno colpita i miei occhioni verdi, un po’ spaventati e in cerca di protezione, ma al tempo stesso fieri e orgogliosi. Anche a me è piaciuta immediatamente. E anche se ero ancora spaesata, dopo averla spiata un po’ dal mio cantuccio mi


sono avvicinata per guardarla ben bene. Emanava un senso di calore, come un abbraccio dorato in cui mi sarebbe piaciuto perdermi volentieri. Ne avevo così bisogno!

(Confidenze di Fabio Galli) Enea era un cagnolino di quella razza antica chiamata bolognese, una sorta di barboncino più piccolo, più tondo, più morbido e più espressivo. Tutto il suo corpo non era altro che un musetto nero affiorante da un ammasso di batuffoli d’ovatta, due occhi quasi umani, da neonato, ed un paio d’orecchie leggere come aquiloni. La ragazza lo avvolgeva tra le larghe maniche del maglione a collo alto. Lo depose sullo scendiletto sfilacciato e andò a chiudere la porta, come se avesse voluto proteggerlo da nemici immaginari. Il cane la seguì zoppicando. La ragazza lo rimproverò per essersi affaticato inutilmente, anche se capiva che Enea aveva bisogno di rimanerle vicino, quasi fosse convinto che il contatto fisico sarebbe stato in qualche modo taumaturgico.

(Venezia è un gatto di Livia Rocchi) Ogni mattina la mamma mi portava all'asilo. Scendevamo due rampe di scale strettissime e incontravamo Nevebianca, un micio candido che ci aspettava davanti alla porta di casa. "Non toccarlo", mi diceva la mamma, così ci limitavamo a scambiarci uno sguardo, il gatto e io, e anche se quella era l'unica occasione in cui potevo guardare qualcuno dall'alto, mi sentivo soggiogata. È stato allora che ho capito: i gatti ti scelgono, che ti piaccia o no.

(Zio Attilio di Fabio Balboni) Ricordavo zio Attilio, lo vedevo venirmi vicino, consolarmi e farmi ridere. Lui mi ha insegnato le prime parole. Sapeva parlarmi, sapeva entrarmi nel cuore e mai mi ha fatto sentire a disagio per la mia


zampetta deforme. Zio Attilio rinunciò alle corse, alle gare con gli altri, per restare con me. Sapeva però farmi correre con l’immaginazione e grazie a lui ho visitato luoghi fuori dalla mia portata. Mi parlò in dettaglio del suo piano: voleva diventare ambasciatore tra noi conigli e i giganti o umani e così partì. Loro ci chiamano conigli ed io ho sempre trovato quel suono dolce, morbido. Voleva allungargli la zampetta per fare amicizia e iniziare un dialogo.

(Ciuka di Stefano Santarsiere) Guardai di nuovo l’animale accovacciato. Era grosso ma non aveva un aspetto efficiente. Pareva un pastore tedesco, aveva il pelo folto e pecorino come quei vecchi cani randagi dalla razza impura che vagano per le montagne. In seguito venni a sapere che anche Ciuka era stato un randagio ‒ ottimo esempio di come in Basilicata le leggende sui lupi mannari abbiano un inquietante fondo di verità. Comunque il cane dormiva. Aveva quel testone reclinato sulla ghiaia come fosse ubriaco, una zampa stesa e la coda che giaceva come una corda spampanata. Solo un particolare provocava un accenno di turbamento: la punta ritorta di una zanna che spuntava a lato della bocca.

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