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dottore, il pallone è stanco

ra, Boakye, Yeboah. Li tiene a vivere con sé, fa il bucato alle magliette, fa loro vedere le partite del Mondiale alla Tv nella baracca, tetto di eternit e disco satellitare. Ha mai ricevuto una telefonata internazionale, una lettera, un segno da uno dei ragazzi che ha spedito in Europa? No. Se ne rammarica? Neppure. Il suo tormentone è: «Va bene, va tutto bene. Amen». Per questo la raccolta fotografica s’intitola così: Amen. Su un giornale cattolico sudafricano è apparso un articolo dal titolo: «Il Papa vale più di un capitano di calcio». La Conferenza episcopale ha raccolto in un opuscolo una serie di lettere a Dio. Gli scrive un bambino: «Fa’ che la mia squadra vinca. O almeno che non arrivi ultima». Il francobollo non era italiano. Amen. Il peccato non fa proseliti. I bordelli aperti puntando sui tifosi in trasferta battono la fiacca. Alla Tv compaiono maîtresse con il viso oscurato che commentano sconsolate: «Evidentemente tra calcio e sesso non c’è partita». Amen. A tutto spiano invece il commercio della whoonga, una nuova droga appena immessa sul mercato. Tra i suoi ingredienti c’è anche il veleno per topi. Nelle township ne fumano per quanta ne trovano. Vita da ratti, morte da ratti. Amen. Leggo Il buon dottore, ottimo romanzo di Damon Galgut. Sottolineo: «Il passato e il futuro sono territori pericolosi». Nel passato è sepolta la faccia in lacrime di Quagliarella (l’avevo detto di tenerlo d’occhio). Nel futuro si annunciano partite che non ci aspettavamo, svanita anche la possibilità delle Falklands reloaded, che cosa ci resta? Il Ghana dei ragazzi di Sani Pollux, ovviamente, e la finale che, a questo punto, mi assicura un amico che vive in Africa e si è fumato non la whoonga, ma il divinatorio cervello d’avvoltoio tritato, sarà Argentina contro Olanda. La rivincita del ’78, senza generali in tribuna, ma con in panchina la mano di Dio. Amen.(3- continua)

Un viaggio nel calcio di strada in Africa come metafora della débacle sudafricana (non solo per l’Italia) di Gabriele Romagnoli - foto Jessica Hilltout

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(continua dal numero precedente) ear Vanity Fair, come si sarà notato, ho sbagliato pronostico. Ho scritto e riscritto che l’Italia sarebbe uscita malamente agli ottavi con l’Olanda. Ha fatto di peggio. E peggio ancora ha fatto il coro intorno. «Il Paese ama la Nazionale», perché la prima partita aveva fatto il pieno in Tv (sugli altri canali che c’era?). «Il Paese ignora la Nazionale» (perché nessuno perde tempo per andare a spernacchiarla all’aeroporto). «La Nazionale è lo specchio del Paese», hanno titolato autorevoli giornali: vero, ma sicuri che tra i direttori non ci siano dei Lippi bis, tra quelli che scrivono dei Cannavaro in pensione a Dubai? Eddai, non son venuto fin quaggiù per ascoltare l’eco del pollaio italiano. Splende il sole, tira vento, sono tutti pazzi per il Ghana, la squadra di un intero Continente che punta per la prima volta al G4, le semifinali. Dicono che il calcio africano sono loro, le stelle nere. Ho qualche dubbio: ve ne racconto un’altra faccia, quella sporca, quella pura. Entro in una galleria d’arte nel centro di Città del Capo, ispirato da un volume di foto che ho trovato nella sala d’attesa dal barbiere. S’intitola Amen. Jessica Hilltout, una fotografa belga, ha trascorso mesi in giro per l’Africa su una vecchia Volkswagen, percorso migliaia di chilometri riprendendo i ragazzi che giocano a pallone sulla terra del Ghana, della Costa d’Avorio, del Camerun. Qui Boateng, Drogba, Eto’o sono soltanto nomi scritti a pennarello e già sbiaditi su scarpe sfondate, magliette bucate. I palloni:

stracci, calzini e vecchie gomme. Oppure sono creati gonfiando un preservativo (lo immagini il buon dottore missionario venuto a distribuire gli strumenti per la prevenzione dell’Aids?) e poi legandoci intorno stoffa e corda. C’è un pallone mozambicano, fatto con sporte di plastica avvolte da foglie, che sembra un pacco postale, più un parallelepipedo che una sfera. Ci sono, in Ghana, i «palloni stanchi», li chiamano così: hanno tagli, cuciture, sono del colore uniforme della sabbia. Dovrebbero portarli dal «Dottor» Akolly, a Lomè, in Togo. È il medico dei palloni. Può ripararli fino a trenta volte. La vita media di una palla di profilattico e corda è 3 giorni. Jessica ha regalato un pallone di finto cuoio cinese che aveva portato con sé da Città del Capo: si è bucato alla prima partita. Ha giurato che tornerà con uno di cuoio vero in cambio di ogni palla «stanca» o «anticoncezionale» che ha ricevuto per metterla nella sua mostra. Racconta con entusiasmo le persone che ha incontrato. La sua preferita è Sani Pollux, «il maestro». Vive in Ghana, allena gli Anokye Stars. I genitori lo abbandonarono da piccolo, a 14 anni era già un adulto e educava bambini fino a farli diventare uomini. Sani ha creato una scuola di calcio per allievi dai 12 ai 18 anni. Se sente parlare di un ragazzino in gamba sale su un autobus per andare a vederlo, non importa se poi deve aspettarne un altro e un altro ancora. Una volta ha fatto più di duecento chilometri per un piccolo fenomeno. Si chiamava Sulley Muntari, adesso gioca nell’Inter e con la Nazionale del miracolo. Sani le ha fornito in passato anche Abo-

La formula di Bugno «il sindacalista»: più ciclisti, meno doping Il «sindacalista» Gianni Bugno è pronto all’ennesimo debutto della sua carriera. Dopo quella sportiva, che lo ha visto vincere un Giro nel 1990 e due Mondiali, e dopo una seconda vita da pilota di elicottero, il 3 luglio esordirà di nuovo al Tour de France. Ma non in sella a una bicicletta. «Da neo presiden

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te della Cpa, l’Associazione internazionale dei corridori», spiega il 46enne nato a Brugg, in Svizzera, «dovrò difendere gli interessi dei ciclisti, una categoria di cui mi sento ancora parte integrante». Sono ancora difendibili, con tutti questi scandali doping? «Ora sono gli atleti più controllati: sottoposti a tantissimi controlli incrociati sangue

e urina, prima e dopo la gara, a sorpresa al mattino in albergo e nelle settimane di allenamento. Hanno l’obbligo di reperibilità e di comunicare gli spostamenti. È come avere un braccialetto elettronico». Però ci cascano ancora. Come Pellizotti, fermato prima del Giro per un valore anomalo. E poi ci sono le sostanze che «coprono» il doping...

olycom, fotogramma, infophoto

Il 3 luglio inizia il Tour de France. Qui il neopresidente dell’associazione corridori spiega perché sarà una gara pulita

peccati capitali di franco debenedetti

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La Waterloo degli sponsor

al poi la pena usare campioni famosi come testimonial? C’è da chiederselo, dopo le magre rimediate in Sudafrica. E pazienza se l’immagine della sconfitta è la maschera di un Cannavaro che cerca di consolare il compagno Quagliarella in lacrime. Ma quando è quella dei giocatori francesi che rifiutano di allenarsi per la partita che perderanno, c’è poco da salvare. I casi di Luciano Pavarotti, che deposita i suoi guadagni in un paradiso fiscale invece che nel Monte Paschi di cui è testimonial, o di Tiger Woods, preso a simbolo di lungimiranti strategie ma che incespica in fugaci avventure, avevano mostrato i rischi di prendere come testimonial un individuo. Scegliendo la Nazionale di calcio, Crédit Agricole si credeva al sicuro: i ragazzini in casacca blu che stringono la mano ai loro idoli, modelli di lealtà, altruismo, spirito di squadra, avrebbero dovuto, per proprietà transitiva, riverberarsi sull’immagine solidale e paterna delle casse di risparmio francesi. Usati come commento alle parole con cui un giocatore invita il mister ad attività eterodosse e descrive le virtù della di lui madre, quegli spot sono una catastrofe. Per i testimonial sportivi c’è un rischio specifico: nasce dalla contraddizione tra il piacere e la passione del tifoso, e i grandi interessi economici necessari per fornirli. Ma a essere ambigua è l’idea stessa di usare la raccomandazione di personaggi famosi per vendere. Non è più convincente fare pubblicità basata sulle qualità del prodotto o del servizio?

«Qualcosa va perfezionato, però col passaporto biologico, in cui sono indicati tutti i risultati dei test ai quali i ciclisti sono stati sottoposti e il loro profilo ematologico, la storia medica di ciascun atleta è alla luce del sole. Adesso la sua obbligatorietà sarà progressivamente estesa dalle squadre di prima fascia a tutti i corridori professionisti, perciò sgarrare diventerà difficilissimo». Il suo primo obiettivo da sindacalista? «Far tornare i corridori i protagonisti principali. Non è giusto che nelle più importanti corse a tappe partecipino solo le

www.francodebenedetti.it

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Alcune immagini tratte dal libro fotografico Amen, della belga Jessica Hilltout: un viaggio durato nove mesi in 6 Paesi dell’Africa Occidentale, tra calcio e vita quotidiana.

squadre di prima fascia, e vengano esclusi quei ciclisti che, pur bravissimi, hanno scelto altri team». Non avrà nostalgia della pista? «Ho ricordi bellissimi del Tour, della gente assiepata lungo le strade, i traguardi dell’Alpe d’Huez... Ma va bene così, ora mi piace la mia vita da pilota di elicottero, ho sempre a che fare con la velocità. E poi tiLuca Bergamin ferò Ivan Basso».  A pag. 112, la nuova frontiera della lotta al doping: i «drogati» ragazzini.

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Vanity Fari, Italy  

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