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“Appunti di viaggio”

DIECI LIMONI

MILLE LIRE di Ambrogio Crespi


Indice

Prologo La mia famiglia L’amore si affaccia alla mia vita La mamma compie il suo calvario La vita continua Una nuova svolta La prima volta con Berlusconi I cambiamenti

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Nota dell’Autore

Le pagine di questo libro contengono la vera storia dei miei primi trent’anni, una storia che mi sono raccontato con l’intento di deporre un fardello, quasi un ingombro indefinito che era in me e di cui sentivo l’urgenza di liberarmi. Forse perché avevo vissuto questi anni intensamente, come una corsa sfrenata che richiedeva una sosta, una pausa di riflessione necessaria alla mia crescita, al mio processo di consapevolezza, alla conquista della mia identità. Avevo bisogno di visualizzare e trasferire eventi, sentimenti, angosce e ricordi per fare mia la frase “…dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior…” (Fabrizio De André).

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Prologo

Era il mese di aprile del 1995 quando un caro amico di famiglia, a me particolarmente legato, in un momento in cui ero pervaso da un grande sconforto esistenziale, mi disse che non dovevo avvilirmi perché ero un ragazzo che aveva dei grandi valori umani e morali e che, crescendo e attingendo a quelle basi fondamentali, sarei diventato un uomo e anche di successo sia nella vita che nella professione. Attraversavo una fase della vita nella quale ero confuso ed insicuro, non avevo un panorama nitido di chi fossi e dove andassi. Avendo tuttavia fiducia in questo amico, pur non capendo fino in fondo il significato delle sue parole e soprattutto non sapendo come facesse ad essere così sicuro di quello che affermava, decisi di credergli e pensai solamente ad impegnarmi al massimo nel mio lavoro e nel mio mondo affettivo.

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Ambrogio Crespi

Dopo circa cinque anni, quella stessa persona in una giornata nella quale ero impegnatissimo mi chiamò in disparte e con fare discreto mi disse che mi doveva parlare, anche solo per pochi istanti. Pur con una lieve preoccupazione lo raggiunsi. “È successo qualcosa di grave?” chiesi con un incalzare determinato da un’evidente apprensione. Subito si aprì in un sorriso e mi rispose che voleva solamente farmi sapere di essere orgoglioso di me perché ero diventato l’uomo che immaginava, ero cresciuto moltissimo professionalmente, era accaduto ciò che lui aveva previsto cinque anni prima. «Vedi con quei valori morali ed umani tu non potevi fallire, hai sofferto tanto nella vita, non ti sei mai fermato da quando avevi 13 anni, tu e la tua famiglia con grande fatica avete sempre cercato di costruire un futuro che oggi è diventato presente ed è una esaltante realtà». Quelle parole mi colpirono moltissimo. Ero cresciuto sia come uomo che come professionista ma non mi ero mai guardato allo specchio, non avevo avuto il tempo di riflettere su quello straordinario viaggio che è la vita. Il mio amico aveva ragione: e così, immedesimandomi nelle appassionanti avventure di certi romanzi dell’800, ho deciso, come un grande esploratore, di iniziare a scrivere degli “Appunti di Viaggio”, 10


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il diario di questo straordinario percorso che è la vita. Consultai il mio amico chiedendogli se non fosse da megalomani scrivere queste pagine, ma lui, con un sorriso rassicurante, mi rispose che il romanzo più bello e più importante per me era certamente questo e che quindi, sovrani, capi di stato, grandi imprenditori, premi Nobel non avrebbero potuto essere che comprimari nel racconto della mia vita di cui io solo ero l’unico vero interprete. Gli rinnovai la fiducia e, senza la minima velleità o pretesa, ho deciso di fissare sul mio diario i miei primi trentuno anni.

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LA MIA FAMIGLIA


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Sono nato in una famiglia piena di contraddizioni dove tutti erano sempre in prima linea. Da piccolo soffrivo di incubi, ho sempre dovuto vivere la vita come una sfida, sono cresciuto con due persone importanti, due persone che hanno illuminato la mia strada come una lanterna nella notte, che mi hanno sorretto quando cadevo, incitato quando ero stanco, consolato quando ero avvilito, ripreso quando sbagliavo, questi pilastri della mia crescita sono stati mia madre e mio fratello. Definire e descrivere i sentimenti verso la propria madre è sempre impresa difficilissima. Dirò soltanto che è stata ed è tuttora il mio angelo custode. Un angelo custode particolare privo di arpa e campanellini ma con la vera grinta di una Madre. Mia mamma ha sofferto tanto a causa di una salute cagionevole che l’ha tormentata per buona parte della sua esistenza, però il suo coraggio, la sua forza e il suo amore erano talmente grandi che ha saputo affrontare ogni avversità con fiera e instancabile determinazione, lasciando in eredità a me e a mio fratello quella forza che è alla base della nostra vita e del rapporto che intercorre fra di noi. Mio fratello è una pietra miliare della mia esistenza, molto più di un fratello, un amico, una 15


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guida, un esempio. Gli sono profondamente, visceralmente legato, come “un’anima in due corpi”. Mi ha sempre preso per mano e ancora oggi mi illumina con sapienza. A volte con complicità, a volte con dolcezza, altre con ironia e simpatia, ha sempre trovato il modo, nel periodo della mia crescita, di tenermi su una strada ben precisa. Mio padre all’epoca della mia infanzia era un uomo immaturo, entrava e usciva dalla galera, era spesso manesco; l’ho sempre giustificato perché intuivo che il suo comportamento era certamente la conseguenza di un passato molto infelice. Al di là di una scorza da uomo duro, credo che siano stati determinanti, nella sua formazione, le sofferenze che dovette subire per la morte precoce di mio nonno, morto in guerra, e quindi per la mancanza della guida e dell’amore di un padre. Ma se poteva apparire duro e inflessibile, sono fermamente convinto che sia stato molto meno impermeabile e corazzato di quanto egli stesso ancora oggi vuole fare credere. La sua aggressività si è sviluppata dopo che sua madre si è risposata con un individuo che tutti hanno definito come un vero bastardo, un uomo cattivo e senza scrupoli che costrinse mio padre a reagire con violenza ad una vita che gli era diventata intollerabile. 16


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Purtroppo chi semina vento raccoglie tempesta; quell’uomo violento e malvagio costrinse mio padre a difendersi per non essere disintegrato, formandosi quindi nell’odio e nel culto della forza fisica quali unici strumenti per sopravvivere, tanto che, all’età di tredici anni, scappò dal collegio nel quale era stato “buttato”, saltando su un treno e trovandosi da solo in Sicilia dove, prima di essere accolto da una famiglia presso la quale si fermò per tre mesi, si arrangiò anche dormendo, un paio di notti, su un albero. Per me è tuttavia estremamente difficile dimenticare tutte le lacrime che ha fatto versare a mia madre che gli è rimasta sempre legata e, ancor oggi, penso che tante di quelle lacrime avrebbe potuto e dovuto evitargliele. Al tempo della mia infanzia non avevamo una lira ma eravamo uniti e soprattutto c’era la cosa più importante, il grande amore ispirato da mia madre. Andavo all’asilo vicino alla casa dei miei nonni e mia mamma lavorava con mio nonno in una cooperativa, la Trascommercialcoop, nella quale era vice capo ufficio mentre mio nonno era capo ufficio. Mia nonna veniva a prendermi all’asilo e mi portava a casa sua, mio fratello andava a scuola e 17


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mio padre era ospite delle patrie galere, così mia madre lavorava fino a tardi, dal momento che il frutto del suo lavoro era l’unico sostentamento della famiglia. Ricordo che la mia colonna sonora di quel periodo era una canzonetta che cantavo spesso, specialmente quando percorrevo con mia nonna il tragitto dall’asilo a casa (da via Rucellai a via Pericle, a Milano): la canzone di Renato Pozzetto dal titolo: “La vita l’è bela”. A quei tempi però la vita non era tanto bella, noi abitavamo in viale Padova, la casa era vecchia, brutta e molto piccola. Dopo circa un paio d’anni ci siamo spostati in via Celentano, una traversa di viale Padova. Anche questa casa era vecchia e brutta ma un po’ più grande dell’altra. Mia madre era malata di cuore e, benché avessi solo sei anni, ricordo perfettamente, in ogni minimo particolare, il giorno in cui ha subito il suo primo intervento al cuore. Pur piccolo avevo intuito che era un giorno importante e, anche se ovviamente non avevo chiaro il concetto della morte, respirai profondamente le violente sensazioni e l’angoscia che la nera 18


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signora dona a piene mani a chi sta per perdere una persona molto cara. Mio padre era in prigione e l’unico punto di riferimento erano i miei grandi nonni oltre che, naturalmente, mio fratello. Se oggi penso a quanto seppe rassicurarmi e proteggermi in quel giorno di angoscia mi sembra impossibile che avesse solo quattordici anni. L’intervento chirurgico andò bene e, col tempo, mia madre migliorò. La vita riprese il suo corso normale: io andavo a scuola e mio fratello frequentava la sezione del Partito Comunista di viale Padova. Quando mio fratello andava a fare servizio d’ordine alla festa dell’Unità, io, mia madre e la sua amica Adele lo raggiungevamo. Quelle serate a me piacevano tantissimo: c’era tanta gente, confusione, luci, bancarelle… ho però sempre pensato che mia madre più che per divertirsi partecipasse a quelle serate per proteggere e stare vicino al suo “bambino grande”. Poi mio fratello ha avuto dei problemi abbastanza grossi nel partito. Non so esattamente la natura di questi problemi né con chi li abbia avuti; so che, fin da giovanissimo, è stato sempre incline ai conflitti 19


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ideologici e anche a scontri di natura intellettuale, ma il suo interlocutore, nel caso specifico, non si limitò ad argomentazioni di natura politica ma sostenne le sue ragioni arrivando a mettere a casa nostra una piccola bomba. Grazie alla sua forza, all’amore di mia madre e alla saggezza di mio nonno, anche questo periodo di grande tormento per mio fratello finì, le acque si calmarono, e lui, sempre attento alle vicende politiche, si impegnò anche moltissimo in modo diretto e personale nel sociale. In particolare lo ricordo attivo in modo totale e instancabile nell’aiutare i tossicodipendenti a uscire dal tunnel della droga. Lo faceva con dedizione totale e con il piglio di chi doveva compiere la missione di salvarne quanti più possibile. “Ognuno di loro è una persona che ha una vita, una storia e per aiutarli devi conoscerli e capirli” questo era il suo motto che lo spingeva a dedicarsi a loro anima e corpo. Durante lunghi periodi della mia infanzia, per le ripetute assenze di mio padre, la mia famiglia era composta solo da tre membri. Mi era stato detto che mio padre lavorava in Germania, in realtà era a San Vittore (il carcere di Milano). Spesso mia madre mi portava davanti alla fermata 20


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dei tram di Piazza Filangeri e mio padre bruciava la carta fuori dalla finestra della sua cella, mi salutava con grandi gesti e io ricambiavo felice i suoi saluti. Ovviamente non sapevo che quel signore fosse mio padre, mia madre infatti mi aveva detto che era un militare ed io ci avevo creduto tanto che, quando a scuola litigavo con i compagni e mi dicevano che avrebbero “chiamato” chi il padre, chi il fratello, chi lo zio, io rispondevo invece che avrei chiamato il mio amico militare. Un giorno mia madre mi annunciò che presto mio padre sarebbe tornato dall’estero; da quel momento aspettai con trepidazione quello che nella mia fantasia di bambino sarebbe stato il giorno più bello della mia vita. Il grande giorno arrivò, abitavamo in via Celentano, ero sul pianerottolo del terzo piano, lui entrò dal portone e salì a piedi le scale ed io gli andai di corsa incontro, felice di abbracciarlo stretto e di sentire il suo odore. Quando ero piccolo e lui non c’era, andavo alla ricerca dei suoi vestiti per sentire il suo odore e cercare così di colmare la sua mancanza. Con il suo ritorno pensavo che finalmente tutti i guai per la nostra famiglia sarebbero terminati ma non fu così. 21


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Purtroppo mio padre e mia madre non andavano d’accordo a causa della gelosia, e poco tempo dopo si separarono. Ero molto geloso di mia madre e, per quanto piccolo, avevo nei suoi confronti un istinto protettivo. Lei continuò ad essere attiva con tutta la sua forza e anche al di là di essa. Spesso si portava il lavoro a casa, china sulle carte sino a tarda notte, non era raro che la trovassi, distrutta dalla stanchezza, addormentata con la testa appoggiata sul tavolo. All’inizio degli anni ottanta ci siamo messi in lista di attesa per le case popolari e dopo qualche tempo ce ne assegnarono una di due locali, nel quartiere Baggio. La casa era piccola ma nuova e noi eravamo felicissimi. Nel frattempo mio padre si era rimesso nei guai ed era ospite delle prigioni svizzere. Il suo posto, in famiglia, fu nuovamente occupato dal nonno materno che ci fu di grande sostegno in ogni circostanza, l’indiscusso punto di riferimento, sempre attento e sempre presente. Fu grazie al suo aiuto che sistemammo l’appartamento rendendolo molto carino. Addirittura il nonno ci regalò una macchina: era una FIAT 131 di colore azzurro; mai nessun’altra 22


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Murales


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macchina mi ha dato le stesse emozioni perché quella per me non era solo un mezzo di trasporto, ma aveva un significato particolare, era un segno tangibile del raggiungimento di una normalità familiare che non avevamo mai avuto se non per brevi periodi. Mia nonna era dolce, una donna che seminava amore a piene mani, da noi sempre ampiamente ricambiato. Nella nuova casa all’inizio era tutto bello: ci sentivamo in paradiso, tanto verde intorno, cortili per giocare, ma poi la qualità della vita del quartiere cominciò a deteriorarsi. Nel quartiere noi eravamo tra i pochi del nord; la maggior parte degli abitanti era costituita da napoletani, calabresi, pugliesi, siciliani e sardi, persone che vivevano grandi disagi perché sradicate dal loro ambiente. C’erano frequenti risse spesso originate da motivi futili. L’unica legge che imperava era quella del più forte, si viveva in un clima allucinante. Mio fratello ha vissuto certamente in modo meno drammatico questo clima perché era già grande quando ci trasferimmo a Baggio, un quartiere della periferia milanese, ed in più aveva la propria cerchia di amicizie fuori dalla zona. Io invece sono 24


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cresciuto a Baggio, con quei codici di vita di cui ora sono fiero, e quella è stata la mia vera palestra di vita. Non mi piaceva andare a scuola e quindi spesso scappavo, litigavo con tutti, volevo essere rispettato ma erano tutti prepotenti e quindi, per difendermi, ho usato i loro stessi mezzi. Talvolta con i violenti diventavo peggiore di loro, ma sono felice di poter affermare che ho sempre cercato di tutelare i più deboli agendo secondo la mia coscienza. Oltre alla mamma, lavorava anche mio fratello, in un’impresa di pulizie; puliva i vetri nei palazzi, mentre io andavo ancora a scuola. In casa c’era una certa serenità finché mio padre non tornò dalla Svizzera. Purtroppo aveva una relazione stabile con una donna che ricordo particolarmente sgradevole, una certa Mariella, causa di molti dispiaceri per mia madre, che è sempre stata innamoratissima di lui tanto che, quando dopo la separazione i miei genitori si rividero, piano piano, inevitabilmente, si rimisero insieme, nonostante il fatto che, per un certo periodo, quella donna sfacciata, intrigante e priva di dignità, assillasse mio padre cercando 25


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in tutti i modi di tenerlo legato a sé. Mio padre è sempre stato un inguaribile donnaiolo e mia madre era molto gelosa e spesso, la notte, a bordo della nostra Fiat 128, l’accompagnavo a cercarlo. Mio padre, il giorno del suo ritorno dalla Svizzera, mi portò un regalo bellissimo, un cane, un pastore bernese che chiamammo Lola, e divenne la mia inseparabile compagna di avventura. Per otto anni siamo cresciuti insieme, era un cane dolcissimo, una vera sorella alla quale mancava solo la parola, anche se riusciva a farsi capire con lo sguardo. Mio padre faceva il demolitore di auto e mio fratello gli dava una mano mentre mia madre continuava a lavorare in ufficio. Secondo mio padre, l’attività della demolizione non era il massimo e, se si voleva cambiare radicalmente la nostra vita, bisognava modificare il genere di lavoro. Pur di migliorare la condizione e il rapporto familiare, si decise di chiudere l’attività di sfasciacarrozze per comprare una licenza commerciale per la vendita di frutta e verdura. Il prezzo di questa licenza era altissimo e mia madre, pur di raggiungere lo scopo, si dovette licenziare per prendere la liquidazione. 26


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Tra mille sforzi quella benedetta licenza venne comprata. All’epoca avevo tredici anni e i primi mesi di questa nuova attività furono abbastanza positivi; poi cambiammo licenza, andammo in viale Papiniano dove c’è il mercato rionale più grande di Milano. Ricordo che mio fratello veniva chiamato Dallas, perché portava il cappello da cow-boy e gridava sempre con un gran vocione per attirare le signore al nostro banco. Io, che ero il più piccolo, avevo un compito specifico quello di evidenziare un prodotto civetta; infatti per catalizzare l’attenzione sulla convenienza del nostro banco, applicavamo ai limoni un prezzo particolarmente conveniente, per questo io vendevo i limoni, gridando a perdifiato: “10 limoni 1000 lire”. Mio padre si occupava di andare a comprare la frutta all’ingrosso, mia madre serviva i clienti, mio fratello ed io cominciavamo a lavorare a mezzanotte perchè c’era da scaricare il camion e preparare il banco e al sabato finivamo di lavorare alle 19.00. Purtroppo, malgrado l’impegno, i sacrifici e tutti gli sforzi, invece di guadagnare, nel giro di un anno abbiamo perso circa 100 milioni che, soprattutto per chi non li ha, sono una cifra enorme. 27


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Abbiamo fatto i salti mortali e mio padre in questa circostanza si è dimostrato grande. Il problema era evitare l’onta del protesto perchè dovevamo pagare delle cambiali e, pur avendo fatto mille peripezie, eravamo riusciti a procurare solo una piccola parte della cifra che ci serviva. Una mattina indimenticabile, pochi giorni prima della scadenza di quei titoli arrivò mio padre con un sorriso smagliante e l’aria trionfante: aveva infatti trovato tutti i soldi. Pieno di ammirazione, non gli ho mai chiesto, e perciò non ho mai saputo, come avesse fatto, da dove li avesse tirati fuori quei quattrini, la cosa era per me di scarso interesse: la realtà importante era che li aveva procurati e tanto bastava. Dopo quell’episodio di grande gioia ha però avuto inizio uno dei periodi più bui che io ricordi, non avevamo lavoro e a poco a poco abbiamo dovuto vendere tutto, compresa la tanto agognata licenza e il camion. Sono stati giorni veramente duri, non avevamo neanche i soldi per fare la spesa, andavamo con mio fratello al supermercato con la calcolatrice perché i soldi erano realmente contati e il più delle volte eravamo costretti a comperare ali di tacchino perché costavano poco. Ma i ricordi più tristi per me non sono tanto 28


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costituiti da quei periodi di dieta forzata, ma dall’indimenticabile desolata tristezza che leggevo negli occhi di mia madre e dalle calde lacrime che versava per l’impotenza di fronte al frigorifero vuoto. Vivevamo con i proventi di lavori saltuari ed occasionali; con mio fratello aspettavamo ansiosamente che nevicasse per andare a spalare la neve perché pagavano bene. All’epoca ero ancora minorenne e dopo alcuni ingaggi, non ho mai saputo se per una nuova legge o perché in precedenza la legge non era mai stata applicata, mi comunicarono che per spalare neve accettavano solo i maggiorenni. Momentaneamente persi questo lavoro ma fortunatamente un giorno a mio fratello fu affidato un altro incarico. Non volendo perdere la nuova opportunità ci era venuta un’idea: andavo io a suo nome e, ogni mattina alle 6,30 durante l’appello puntualmente rispondevo io. Sono stati periodi veramente duri ma la speranza non ci ha mai abbandonati, anzi, ci ha sempre sorretto la convinzione che ci aspettava una vita migliore, che le vacche magre stavano per finire. Mio fratello, date le sue capacità, non poteva certamente essere soddisfatto di quei lavori. 29


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Avendo notevolissime doti dialettiche ed una non comune capacità di persuasione, un bel giorno decise di diventare assicuratore, lavorando con il padre di Natascia, colei che un giorno sarebbe diventata sua moglie. Di giorno in giorno otteneva risultati sempre più convincenti e brillanti, lo si vedeva arrivare a casa sempre contento con la sua valigetta ventiquattrore. Io e mia madre eravamo orgogliosi di lui, mentre mio padre, spaventato dalla novità rivoluzionaria di questo lavoro, si mostrava perplesso. Sia io sia mia madre invece eravamo felici di vederlo rientrare a casa trafelato, sempre con il tempo contato perché doveva anche andare ad allenarsi avendo iniziato a giocare a football americano, sua grande passione. Lavorava e giocava e più passava il tempo e più aveva successo in entrambi i campi. In poco tempo infatti nel suo lavoro era diventato abile facendo un numero impressionante di contratti, mentre nel football con la sua squadra (Rhinos – Milano) era diventata campione d’Italia. Anche io ho provato a giocare nella squadra giovanile e me la cavavo benino; purtroppo, però, dopo poco tempo nel corso di una visita medica richiesta dalla federazione mi venne diagnosticato un serio problema a un occhio, dovuto ad un 30


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trauma procuratomi nel corso di una rissa. Ci fu un responso senza appello: non potevo più giocare pena la perdita della vista da un occhio. Fu un colpo durissimo, mi andavo convincendo che la sorte mi fosse avversa e il mio destino fosse segnato da rinunce e dispiaceri. Reagii grazie al mio carattere ottimista che mi permise di trasformarmi da giocatore ad assiduo spettatore seguendo mio fratello nelle partite, anche quelle in trasferta. Grazie al forte senso della famiglia che ci ha sempre animato e anima, questo gioco divenne strumento per tenerci uniti: lui giocava, la sua ragazza, mia attuale adorata cognata, era addetta alle statistiche, mentre io, mia madre, mio padre e il nostro cane Lola, facevamo i supporter tifando la sua squadra in tutte le partite. Qualche anno dopo, trovai un nuovo sport al quale dedicarmi: preparai nella cantina di casa una piccola palestra. Facevo un po’ di tutto, pesi, boxe, kick boxing… tutto fai da te. Un giorno incontrai un caro amico, Angelo Valente, campione del mondo di kick boxing, che nella sua cantina aveva costruito un piccolo ring e prendemmo l’abitudine di ritrovarci lì la sera o durante i fine settimana insieme ad altri amici. Era anche un modo, per me, di scaricare l’aggressività che accumulavo nella vita quotidiana di quartiere e ringrazio Angelo che mi ha 31


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inserito in questo mondo aiutandomi a canalizzare la forza e la rabbia nella giusta direzione. Il tempo trascorse riservando alla nostra famiglia alti e bassi senza troppi squilibri finché mio fratello nel 1987 comprò una piccolissima società, Datamedia, che si occupava di ricerche sui mezzi di comunicazione. La sede era in via Sabaudia, un ufficio di 70 metri quadri condiviso con altre due società. Oltre a mio fratello e mia cognata, vi lavoravano una segretaria e una decina di intervistatori che rilevavano gli ascolti delle tv e delle radio locali, le ricerche erano le storiche Tvbank e Radiobank. Assecondando la loro natura generosa e volitiva, mio fratello e mia cognata si buttarono a capofitto nella nuova attività lavorando instancabilmente giorno e notte tanto che spesso andavo con mia madre a portar loro cibo e caffè caldo. Sempre nelle ore notturne mio fratello ed io facevamo gli immancabili lavori di manutenzione dell’ufficio. Si lavorava spesso la notte perchè mio fratello aveva tenuto anche il lavoro di assicuratore e durante il giorno si dedicava a quello. Era veramente instancabile: non finiva mai di parlare con la gente che studiava attentamente, riuscendo a cogliere sempre il meglio di tutti e a superare ogni difficoltà. Era molto giovane per le 32


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responsabilità che si era assunto, e in più aveva un viso che dimostrava molto meno della sua età, che cercava di aumentare portando la barba e indossando vestiti molto seri che gli conferivano credibilità presso i suoi interlocutori, generalmente molto più grandi di lui. In quel periodo lavoravo con mio padre che aveva un magazzino che veniva utilizzato come deposito per tutto quello che si raccoglieva durante gli sgomberi delle case e delle cantine, inoltre facevamo dei piccoli traslochi. In questa attività avevamo modo di recuperare vecchi mobili e vari complementi d’arredo che pomposamente definivamo pezzi d’antiquariato e andavamo a rivendere con buon profitto al mercato delle pulci della Barona la domenica mattina. Per la famiglia questo sarebbe stato un momento abbastanza buono se mia madre non avesse ricominciato il suo doloroso calvario con la salute. Aveva gravi problemi di cuore e soffriva moltissimo con costanti crisi di dolori al petto e senso di soffocamento. Non riusciva a respirare, le mancava l’aria, stava spesso davanti alla finestra per cercare di respirare quanta più aria fresca possibile. Io le stavo sempre vicino e tanto partecipavo alle sue pene che spesso avevo l’impressione che anche 33


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a me mancasse il fiato. Durante queste crisi la mia partecipazione era totale così che, ancora oggi, in certe circostanze di particolare tensione o stress, somatizzo e mi sento soffocare. Fortunatamente questi disturbi sono andati scomparendo grazie alle rassicurazioni dei medici, ma soprattutto alla mia crescita interiore. Purtroppo per mia madre era arrivato il giorno del secondo inevitabile intervento, una circostanza molto difficile, di rara tristezza e molto sofferta da tutti noi. Abbiamo passato lunghe, interminabili ore nella sala d’attesa dell’Ospedale Niguarda, reparto De Gasperi, avendo quale unica compagnia l’angoscia che ha trovato sollievo solo quando il medico ci ha rassicurati sull’esito positivo dell’operazione. Naturalmente fu subito portata in sala rianimazione e quindi non ci poteva essere data la possibilità di vederla. Ma la nostra gioia di saperla viva era pari solamente all’irrefrenabile voglia di abbracciarla. Eravamo io, mio fratello e mio padre, e tutti e tre non ci volevamo rassegnare all’idea di non vederla fosse solo per un attimo. Probabilmente tanta era stata la paura che lei ci lasciasse che non credevamo completamente alle parole del medico, così decidemmo di andare in giardino e fare il giro dell’edificio controllando dalle finestre quale 34


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fosse la sala rianimazione. Dopo peripezie di tutti i generi con un po’ di fortuna e molta tenacia, individuammo la finestra giusta, quella dalla quale potevamo intravedere mia madre. A questo punto si rese necessario un vero e proprio numero di acrobazia, immaginate tre uomini il più piccolo dei quali pesava più di 100 chili salire uno sulle spalle dell’altro e scambiare per tre volte posizione in modo che tutti potessero lanciare uno sguardo dentro a quella dannata finestra. L’immagine che vedemmo fu terribile: mia madre giaceva in una sala immacolata, completamente inerme, bianchissima. Il viso era segnato, incavato, quasi scolpito nel marmo e lei era assolutamente immobile. Il suo corpo era violentato da mille tubi e tubicini che la tenevano in vita. Siamo tornati a casa felici perché lei era viva ma tormentati dall’idea delle sofferenze che era costretta a subire. Dopo tre interminabili giorni lei cominciò a stare meglio e uscì dalla sala rianimazione. Questo semplice evento ci rese molto contenti perché potevamo passare del tempo con lei, toccarla e starle accanto, ma non era nulla al confronto della felicità che provammo tre settimane dopo quando venne dimessa dall’ospedale e finalmente tornò a 35


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casa. Sinceramente dopo tanta angoscia e tanto dolore, quando la rividi a casa, mi ero fermamente convinto che tutto fosse finito. Sbagliavo, purtroppo non era così. Il mio compito era quello di curare mia madre, uno di noi infatti doveva essere sempre presente per accudirla, perciò lavoravo poco e solo di notte scaricando i camion della Coeco, mentre di giorno mi capitava di lavorare con mio padre che non poteva certamente crearmi dei problemi. Mio fratello invece aveva l’ufficio da mandare avanti e non poteva essere sostituito da nessuno. Il mio non era un compito facile perché dovevo stare attentissimo a seguire le prescrizioni dei medici. Ogni giorno dovevo dare a mia mamma gli anticoagulanti, il Cumadin, un farmaco che i medici definivano il guardiano del sangue; non dovevo e non potevo sbagliare perché mi era stato detto a chiare lettere che ogni errore poteva essere fatale e avrebbe potuto determinare un’embolia. È facile capire quindi come fossi tesissimo e attentissimo anche perché c’erano altre medicine da somministrarle, in tutto 12 pastiglie al giorno. Un brutto giorno la mamma tornò a stare male, perse completamente i sensi ed io, benché dentro avessi una tempesta di paura e di pena, riuscii a ragionare e a portarla in ospedale, al San Carlo. 36


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Il responso fu terribile: si trattava di una grave embolia. Ero da solo in sala d’attesa con mille ricordi di mamma che mi facevano scoppiare la testa, ero disperato. Uscì dalla sala operatoria un medico, con un tono di voce deciso e forte, si sincerò che fossi un congiunto della signora Farano. Io mi qualificai come figlio e in modo secco e con una voce quasi irreale mi disse in modo brutalmente diretto: “Devo darti una brutta notizia, tua madre ha avuto un’embolia e non so se supererà la notte”. Una fucilata al petto mi avrebbe fatto certamente meno male; mi sono sentito crollare il mondo addosso, inebetito guardavo la finestra e piangevo, pensavo che tutto fosse perduto. Dopo un po’ arrivò mio padre, vide il mio viso completamente bagnato dalle lacrime e in una frazione di secondo capì; ci siamo abbracciati stringendoci forte, ed io con un filo di voce gli ho detto “Abbiamo perso la mamma” e siamo scoppiati a piangere tutti e due. Poco dopo ci ha raggiunti anche mio fratello che si è unito al nostro abbraccio. Dopo circa altri venti minuti dalla sala operatoria uscì una dottoressa che cercava i familiari della signora Farano. Sconvolto e pronto al peggio gridai 37


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“io sono il figlio”. Lei si avvicinò rassicurandoci che non era grave, che la portavano in reparto e che le avrebbero fatto delle flebo per sciogliere una piccola embolia. La felicità superò l’incredulità; raccontai alla dottoressa che un suo collega ci aveva riferito che era gravissima e che sarebbe stato molto difficile per lei superare la notte; lei non riusciva a capire il responso del collega e ci rassicurò che la versione giusta era la sua e che nostra madre era salva. Nel frattempo, cominciammo a cercare il medico che ci aveva dato la brutta notizia per staccargli la testa dal collo ma per sua fortuna non riuscimmo a trovarlo. Dopo neanche mezz’ora mia madre venne portata in reparto dove rimase per le cure e gli accertamenti e ci comunicarono che di lì a qualche giorno sarebbe tornata a casa: si trattava di una pesante forma di diabete e doveva iniziare l’insulina. Uscita dall’ospedale la cura prescritta doveva essere praticata quotidianamente con iniezioni; mio padre le sapeva fare e quindi si prese l’impegno di provvedere a tale incombenza. La terapia iniziò ma gli esiti non erano buoni; invece di migliorare, peggiorava visibilmente e noi precipitammo nuovamente nell’angoscia e nella disperazione. 38


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Eravamo tutti a casa quando mia madre si sentì molto male, sdraiata sul letto gridava, era sconvolta, assolutamente irriconoscibile, non voleva andare in ospedale, arrivando ad imprecare e a dire un sacco di parolacce, cosa per lei inconsueta. Chiamammo l’ambulanza e fui costretto ad impormi con forza perché mia madre non voleva assolutamente essere portata via. Con l’aiuto degli infermieri la caricammo sulla barella e per via di disposizioni organizzative avrebbe dovuto essere portata nell’ospedale più vicino, il San Carlo. Noi, dopo quello che era successo, in quella struttura non avevamo più fiducia e volevamo portarla a Niguarda: ci fu una vivace discussione, arrivammo quasi al bisticcio, con gli addetti che, dopo una lauta mancia, malgrado il regolamento lo impedisse, la portarono in quell’ospedale dove venne subito visitata e ricoverata in cardiologia in osservazione. Dopo qualche giorno un dottore ci convocò per chiederci conto delle iniezioni di insulina; voleva sapere chi le aveva ordinate e chi le praticava, visto che la mamma era caduta in coma diabetico proprio a causa della somministrazione di un farmaco di cui il suo organismo non aveva bisogno. Ora, visto il referto del San Carlo e preso atto che mio padre era stato il mero esecutore delle 39


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disposizioni di un medico, si preferì soprassedere e subito decadde l’ipotesi della denuncia. Purtroppo però nostra madre non riusciva neanche a parlare, eravamo costretti a comunicare con lei con carta e penna. I suoi occhi erano pieni di tristezza, più eloquenti di qualsiasi cosa potesse dire o scrivere. Trascorsi dieci giorni l’abbiamo potuta riportare a casa, ma più che parlare farfugliava ed era destinata per tutta la vita a curare un diabete contratto proprio a causa degli effetti di quell’insulina iniettata per errore. Dopo tutti questi drammi mia madre, purtroppo, non era più la stessa donna, piangeva per niente, si arrabbiava senza motivo, era come una bambina di cui era necessario occuparsi continuamente. Per fortuna, probabilmente nella consapevole paura di venire a mancare, ci aveva insegnato a fare tutto, cucinare, lavare i panni, stirare, pulire casa, sostenendo che nella vita era necessario essere autonomi. Aveva ragione perché in quel periodo ho potuto destreggiarmi con grande disinvoltura in ogni incombenza domestica, ed anche oggi quando ho un’emergenza non mi perdo d’animo.

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La mia casa di via Noele (Baggio)

Le mie strade


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L’AMORE SI AFFACCIA ALLA MIA VITA


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Una sera mio fratello potendo rimanere a casa, mi esortò a uscire con gli amici per interrompere le mie giornate monotone con un po’ di distrazione. Il mio gruppo si riuniva sempre nella piazzetta del quartiere: mentre ero lì con loro a chiacchierare, vidi passare in compagnia di alcune amiche una ragazza che mi parve bellissima. Colpito da quella visione, chiesi ai miei amici notizie su di lei. Uno di loro rise e mi disse che la conosceva, si chiamava Tonia, ma mi avvertì che era una ragazza impossibile, troppo seria, inespugnabile, non era pane per i miei denti e tutti mi confermarono che ogni tentativo sarebbe stato vano. Queste affermazioni furono per me una sfida: non c’erano dubbi, dovevo conquistarla. Iniziai a corteggiarla in modo serrato. Lei dava l’impressione di non essere minimamente interessata a me, ma io non desistetti, anzi elaborai strategie “avvolgenti” diventando amico di suo cugino Gerardo e riuscendo così a sapere tutto di lei, cosa faceva e cosa pensava. E venne la sera in cui Gerardo mi invitò ad andare con lui alla festa di compleanno di Tonia che compiva vent’anni. Improvvisamente, anziché essere contento di quella opportunità, venni sopraffatto dalla paura, da una profonda insicurezza: la mia 47


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baldanza abituale veniva sopraffatta da una fino ad allora sconosciuta timidezza. Soltanto la mia cotta e il desiderio di stare con lei mi diedero il coraggio di accettare l’invito. Mi presentai a casa sua puntualissimo, tirato a lucido come non mai, con un regalo che scelsi fra mille dubbi… un peluche che si chiamava “Acchiappa Baci”. Il cuore mi batteva a mille all’ora. Rivedendola mi parve ancora più bella, le andai incontro sopraffatto dall’emozione, le consegnai il regalo riuscendo a dire solamente “…un pensiero per te”. Mi guardò dritto negli occhi, in quel momento ci fu un grande trasferimento di emozioni, lei con voce dolce e calda mi ringraziò. In quell’attimo è scattata la scintilla che ha originato un vero e fortissimo incendio. Passò qualche giorno, ero ormai pazzamente innamorato, provavo emozioni mai conosciute; ma lei, anche se con quello sguardo mi aveva fatto illudere, mi riservava un certo distacco. A quei tempi alternavo ai miei doveri nei confronti della mamma a quelli nei confronti di mio padre, andandolo ad aiutare al mercato delle pulci; una domenica tornato dal mercato, ancora oggi non so dove e come trovai il coraggio di andare a 48


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casa di Tonia dicendole che mi doveva una risposta. Mi sentii dire che non le avevo posto nessuna domanda, ma io con fare risoluto, ostentando una disinvoltura che non avevo, le dissi che lei sapeva benissimo quale risposta stessi attendendo e che se non me l’avesse data sarei sparito per sempre. Tonia divenne improvvisamente seria, cercò di saperne di più sulle mie intenzioni, ma io non volevo sentire altre parole che non fossero un si o un no e lei mi diede appuntamento per il pomeriggio nella discoteca del quartiere per parlare con calma. Le ore che mi separavano da quell’incontro mi sembrarono un’eternità, il senso di sfida provocato dai miei amici era solo un lontano ricordo, ora volevo lei con tutto me stesso, era per me irrinunciabile. L’ora dell’appuntamento finalmente arrivò. Indossavo una sgargiante tuta della Nike, entrai in discoteca, locale famoso per essere frequentato dalle bande del quartiere dove tutti mi conoscevano e mi temevano e avvertii che dovevo incontrare quella ragazza e che nessuno avrebbe dovuto avvicinarsi. I venti minuti di ritardo con cui arrivò mi fecero precipitare nel panico, ma lei mi venne incontro con un sorriso che contraccambiai. Mi avvicinai per riprendere il discorso da poco interrotto, ma lei mi mise l’indice sulle labbra, mi prese per mano e senza farmi parlare mi baciò. 49


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Fu il bacio più bello della mia vita, nella mia testa era tutto un tintinnio di campane. Cupido aveva definitivamente scoccato la sua freccia trafiggendomi in pieno il cuore. In un attimo scomparvero amarezze, durezze e delusioni e assaporai per la prima volta l’amore. Fu una serata indimenticabile, tornai a casa felice e con un senso di strana leggerezza, mi sembrava di volare. Come entrai dalla porta, mia madre capì subito che era successo qualcosa di tanto importante e, dolcemente, chiamandomi “Ciccio” come sempre faceva, mi chiese cosa mi fosse accaduto. Con mia madre ho sempre avuto tanta confidenza, la vedevo realmente come la più cara e affidabile amica: come un fiume in piena le raccontai tutto, le descrissi minuziosamente ogni minuto, ogni particolare di quella serata, le feci vivere tutte le mie sensazioni, condivisi con lei la felicità di quella giornata. Dopo pochi giorni la mamma espresse il desiderio di conoscere Tonia e fui veramente felice di accontentarla. Venne a casa insieme ad alcuni amici e trascorremmo un intero pomeriggio in allegria ed ogni tanto vedevo Tonia e mia madre appartarsi e parlottare, ed io ovviamente ne ero molto contento. 50


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Riaccompagnata Tonia a casa, rientrai precipitosamente perché mi premeva conoscere il giudizio di mia madre che espresse con un grande abbraccio e tante carezze. Le era piaciuta e da quel momento tra le due è iniziato uno splendido rapporto che sarebbe durato per sempre. Una sera avevo un appuntamento con Tonia alle 21,30, la stavo aspettando in piazza con alcuni amici; era passata un’ora e non era ancora arrivata. Questo ritardo mi rese nervoso e a quel punto passò il mio amico Gianni Minino che con altri ragazzi, a bordo di una macchina sportiva, stava andando a bere qualcosa in un locale a Settimo Milanese, rassegnato dall’assenza di Tonia, accettai l’invito ma, mentre stavo salendo in macchina sentii la sua voce. Quando la vidi la abbracciai forte, mentre lei si scusava per quel ritardo dovuto a un incarico datole dalla mamma. Ero contentissimo, salutai gli amici e li ringraziai rimandando la bevuta a un prossimo incontro. Dopo circa mezz’ora il suono delle sirene di un’ambulanza squarciò il silenzio della notte senza però turbare il nostro idillio, perché quando si è giovani e felici anche l’urlo lancinante di una sirena non turba abbastanza per fare riflettere. 51


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La mattina seguente venni svegliato presto da una telefonata di Tonia che mi comunicò la morte di suo cugino avvenuta alle 23 della sera precedente in un grave incidente stradale. Lo avevano incontrato i miei amici e aveva accettato l’invito che io avevo rifiutato; era salito su quella macchina per essere puntuale all’appuntamento con il suo destino. Erano in quattro: due sono morti sul colpo, due –tra cui Gianni che ancora porta quel trauma- si sono salvati perché sbalzati fuori dall’abitacolo. Quelle sirene sentite ma non ascoltate mi stavano dando un insegnamento, mi costringevano ad una riflessione sulla vita e soprattutto sulla morte. Se fossi salito su quella macchina con la mia stazza sarei rimasto incastrato incontrando così la morte. Il mio pensiero non poteva che correre alle vicende di mia madre, al fatto che lei si trovava tutti i giorni a fare i conti con vita e morte ed a quanto fosse meravigliosa la vita, concetto questo che è stato sempre il faro del mio processo di crescita. Avevo evitato la morte per una frazione di secondo e provai un senso di profonda gratitudine verso Tonia colei che aveva impedito la fine del mio cammino, una vera forza positiva nella mia vita. 52


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Nonostante tutto questo e la gioia che si prova sempre quando un sogno si avvera, il mio rapporto con Tonia era minato dalla gelosia. Devo riconoscere che ero un vero maschio latino, possessivo fino all’inverosimile e geloso anche dei suoi pensieri; basti pensare che, quando guardavamo la televisione e lei esprimeva apprezzamenti su qualche attore, io, come si suol dire, “davo fuori di matto”. Riconosco che a quei tempi ero un po’ pazzo, rozzo e anche manesco. Ero cresciuto secondo la “legge della giungla” e, pur tentando di evolvermi, non potevo rinunciare alla mia fama di duro (che dura ancora oggi nel quartiere), legata però anche alla irrinunciabile abitudine di ergermi a paladino dei deboli e giustiziere di quelli che ritenevo vili e buffoni. Insomma, cercavo di conciliare il cervello con il cuore e le “palle”. Con le donne, al netto della gelosia, ero sempre galante e gentile, ma con tutti gli altri ci tenevo a conservare la fama di duro, faccia d’angelo a parte. Ancora oggi non mi sono dimenticato da dove vengo, gli amici con i quali ho giocato a nascondino, quelli che hanno fatto carriera nel lavoro, quelli che sono finiti dietro le sbarre e quelli che, purtroppo non ci sono più. Crescere in quel quartiere è stato un 53


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insegnamento, che mi ha aiutato a fortificare i sani principi di cui vado fiero. Sono ancora molto legato alle amicizie di quel periodo e, se posso, aiuto chi ha bisogno per cambiare perché se c’è l’ho fatta io, ce la possono fare anche gli altri. Vorrei riuscire a donare la speranza a tutti coloro che hanno avuto un destino difficile nascendo in un luogo sbagliato, a tutti i giovani che oggi si nascondono dietro le droghe, le pastiglie, la microcriminalità, e per i quali invece non esiste altro che la ricerca di un sogno che spesso si trasforma in un incubo.

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LA MAMMA COMPIE IL SUO CALVARIO


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Mia madre, malgrado fosse molto migliorata e le cose si fossero assestate su un binario sereno rispetto alle traversie passate, non stava comunque molto bene: era sensibile e permalosa. Tutti i gravi contrattempi ed i grandi patimenti le avevano lasciato un segno profondo ed aveva quindi un umore instabile che passava con estrema rapidità dall’euforia alla depressione più profonda. Mio fratello lavorava in modo instancabile nella sua società che stava cominciando ad andare benino e, grazie alle sue capacità e alla sua tenacia, avevamo eliminato i tanti problemi finanziari. Ci eravamo assicurati un certo benessere che ci consentì nel mese di agosto del 1991 di andare per la prima volta in vacanza al mare in un campeggio di Giulianova in Abruzzo. Eravamo mia madre, Tonia ed io mentre mio fratello era rimasto a Milano a lavorare. La sua assenza fu per me causa di molto dispiacere e anche di qualche rimorso perché, se era vero che io accudivo mamma, era altrettanto vero che noi eravamo al mare grazie al suo sacrificio. C’era poi il fatto che mio padre viveva con un’altra donna ed io ero certo che non avrebbe mai mantenuto la promessa di venirci a trovare inventando scuse, pratica di cui era maestro. Ma verso la metà di agosto mia madre si sentì male e fummo costretti a portarla in ospedale. Così 57


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abbiamo chiamato mio padre e lui è arrivato subito. Mamma stava così male che i dottori sconsigliarono il trasferimento a Milano. Parlammo con un medico il quale ci disse con estrema franchezza che le restava poco da vivere ed io, memore delle parole dell’altro medico, mi irritai non poco, andai in escandescenze, rifiutandomi di credere alle sue parole. Purtroppo questo medico aveva ragione. Dopo qualche giorno, appena fu tecnicamente possibile, l’abbiamo riportata a casa. Stava ancora male, e mio padre nel momento del bisogno seppe reagire da vero uomo e tornò immediatamente a vivere con noi. Per qualche mese sembrava lentamente migliorare, ma la notte del 20 ottobre del 1991, quando andai come di consueto a darle la buona notte, con uno strano velo sugli occhi mi disse “… Ciccio volevo solo dirti grazie di tutto quello che hai fatto per me” e con uno sforzo enorme sollevò il capo per darmi un bacio. Sempre con voce flebile mi chiese se le potevo dare un altro bacio, le sorrisi con tenerezza e baciandola le accarezzai dolcemente i capelli dicendole di stare tranquilla e augurandole la buona notte. Verso le 4,00 del mattino del 21 ottobre, mio padre si alzò per vedere in televisione il gran premio 58


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di Formula Uno di cui era un grande appassionato; dopo circa mezz’ora mia madre chiese aiuto. Mio padre svegliò me e mio fratello che dormivamo in sala e ci precipitammo tutti e tre da lei. Era sconvolta, aveva una parte del corpo paralizzata e a stento diceva che non voleva andare in ospedale. Piano piano l’abbiamo convinta ma volle prima andarsi a lavare, così l’abbiamo portata in bagno a braccia tutti e tre perché lei non si reggeva in piedi, non aveva neanche la forza di sollevare una mano. Mentre l’avevamo tra le braccia in procinto di uscire, lei guardava tutto intorno a sé, certamente sapeva che non sarebbe più tornata a casa. Arrivati a Niguarda, rimase mio fratello per tutto il resto della notte; solo verso le otto del mattino un medico gli disse che mia madre aveva avuto un ictus cerebrale ed era in coma profondo. Purtroppo non potevano operarla perché il suo cuore non avrebbe retto l’intervento. L’unica speranza era quella di aspirare il grumo di sangue dal cervello, ma con onestà e rassegnazione disse che c’erano pochissime possibilità di riuscita. Quando mio fratello mi telefonò per darmi le notizie iniziai a piangere senza riuscire a fermarmi. Mi precipitai di corsa in ospedale con Tonia. Diedi il cambio a mio fratello che era letteralmente distrutto. 59


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Ci avvicinammo ai lati del letto di mia madre, io sulla destra e Tonia sulla sinistra, tenendole la mano; dopo circa mezz’ora avvertii che mi stava stringendo la mano, di lì a poco socchiuse gli occhi. Grande emozione, grande concitazione, mamma stava uscendo dal coma. Corsi eccitato nel corridoio per chiamare il dottore che entrò nella stanza e con grande attenzione iniziò a controllare mia madre, dopo pochi istanti ci chiese di uscire. Ma come, perché proprio adesso? Lui insistette con fermezza. Il suo sguardo era affettuoso ma determinato, stetti zitto e rimasi come impietrito. Guardavo terrorizzato mia madre che veniva abbracciata da Tonia, mentre il mio corpo venne pervaso da un gelo assoluto, quello della morte. Guardavo la donna che mi aveva dato la vita e che stava lasciandoci per sempre, il viso di Tonia rigato dalle lacrime, il medico che con movimenti veloci e ritmici stava tentando di fare qualcosa per tenerla in vita, ci richiese di uscire e, a testa bassa, abbracciato stretto a Tonia me ne andai. Un abbraccio che non fu interrotto neppure per un attimo. Dopo pochi minuti uscì il dottore segnato e distrutto, con la faccia di chi aveva lottato ma era 60


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stato battuto. Solo pochi passi e poi poche parole dette con evidente sincerità: “…mi dispiace, è morta”. Per il giorno più brutto della mia vita il destino aveva scelto una giornata di sole, gelida ma limpida; in lontananza in modo insolitamente nitido si vedevano le montagne, uno scenario di eccezione per un dolore altrettanto eccezionale. Mi aspettava un altro duro compito, quello di avvertire mio padre e mio fratello; iniziai con quest’ultimo che non disse una parola, non una sillaba, solo un lungo lacerante silenzio. Mio padre, invece, scoppiò a piangere con singhiozzi fortissimi e mise giù il telefono e non mi raggiunse perché non se la sentiva. Mio fratello invece arrivò in un attimo accompagnato da mia cognata e da un suo grande amico. Fummo avvicinati da un medico il quale ci disse che volevano fare l’autopsia. Andai letteralmente fuori di testa perché mia madre, tempo prima, mi aveva raccomandato di non farla aprire da nessuno. Vista la mia reazione sproporzionata (ero infatti arrivato a minacciare di buttarmi giù dalla finestra), il medico ci rassicurò dicendoci che, malgrado 61


la legge lo imponesse, avrebbero rinunciato all’autopsia. Ebbi così almeno la soddisfazione di avere esaudito la volontà di mia madre mantenendo una promessa.

“L’angelo mio adesso deve andare nel cammino della sua anima. Angelo mio per sempre”


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LA VITA CONTINUA


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Il tempo passò e la vita riprese i suoi ritmi. Mio fratello si trasferì a vivere con la fidanzata in attesa del matrimonio che sarebbe avvenuto di lì a qualche mese. Vivevo insieme a mio padre ma litigavamo sempre, nonostante fossimo legati da autentico affetto. Una sera ci fu uno scontro particolarmente duro per il quale si stava per arrivare alle mani e nel corso del quale volarono ingiurie e minacce di ogni tipo. Andai via di casa onde evitare il peggio, rifugiandomi con la mia ragazza a casa di mio fratello il quale mi consigliò di andare qualche giorno in montagna e così feci. In mia assenza mio fratello parlò della questione con mio padre che decise di andare a vivere con la sua donna lasciandomi la casa a disposizione. Chiesi allora a Tonia di venire a vivere con me, lei era d’accordo ma c’era il problema dei suoi genitori. Andammo a parlare con loro e malgrado avessimo cercato di convincerli in tutti i modi, non furono d’accordo. Tonia decise di accettare ugualmente la mia proposta assumendosi la responsabilità della sua scelta e delle conseguenze che ne sarebbero derivate nel rapporto con la sua famiglia. Era stata una scelta sofferta ma coraggiosa che apprezzai moltissimo e così andammo a vivere in via Noale sempre nel quartiere Baggio. 65


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Nel frattempo mi davo da fare per cercare un lavoro tutto mio. Un giorno venne a trovarmi un vecchio amico che capitò, come si suol dire a fagiolo, ma nulla accade per caso. Il motivo della sua visita era infatti una proposta di natura lavorativa, mi chiese se fossi interessato a costruire con lui un’impresa di pulizie. Discutemmo per ore perché né io né lui avevamo una lira da investire nella società, ma la voglia di lavorare era tanta che facemmo dei piani operativi e dei progetti che, perlomeno sulla carta, ci avrebbero fatto decollare senza capitali iniziali. Dalla teoria alla pratica il passo fu brevissimo; due giorni dopo mi sono messo un vestito “buono” che non usavo da un paio d’anni e iniziai a visitare dalla mattina alla sera tutti gli amministratori di condomini. Il risultato finale fu assolutamente sconfortante, avrebbe abbattuto anche un toro; su decine di visite e colloqui non solo non avevamo avuto una sola risposta positiva ma neanche un’ipotesi di “ni”. Probabilmente tale disastroso insuccesso era determinato dal fatto che eravamo entrambi troppo giovani e mostravamo un entusiasmo che non sempre si coniuga con l’affidabilità. Nonostante tali risultati non mi persi d’animo; un giorno, guardando le Pagine Gialle, mi venne un’idea. Notai la presenza di una società che 66


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da tanti anni aveva chiuso i battenti e invece, inspiegabilmente, era ancora pubblicata e mi si accese una lampadina: mi sarei presentato a nome di quella società che almeno aveva una storia e quindi avrebbe potuto offrire delle garanzie di affidabilità che un giovane come me non poteva dare. In una tarda mattinata di inverno, reduci da decine di appuntamenti a vuoto, ci recammo dall’amministratore di un grosso condominio. Il copione, che ci aveva dato tanti insuccessi, era sempre lo stesso ma, questa volta, alla domanda cosa fate e da quanto tempo, io potei rispondere con sicurezza che avevamo un’impresa di pulizie da pochissimo tempo ma che per oltre vent’anni era appartenuta a mio padre, come risultava anche dalle Pagine Gialle che, naturalmente, prontamente esibii, aggiungendo che avevo sin da piccolo lavorato con lui e perciò conoscevo perfettamente il mestiere e avevo tutte le attrezzature per svolgere questo lavoro ai massimi livelli. E finalmente ci venne richiesto un preventivo per le pulizie di uno stabile che si trovava in via Tintoretto al numero 8. Uscimmo urlando dalla gioia; il piano aveva funzionato superando quello che era stato fino a quel giorno il muro invalicabile della diffidenza. 67


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Predisponemmo con una cura certosina il preventivo, il parto fu lungo e laborioso. Credo che nella storia delle imprese di pulizie mai preventivo venne fatto con tanta attenzione ad ogni minimo particolare. Il giorno dopo lo presentammo ed iniziò la lunga e snervante attesa. Passò una settimana nel corso della quale non riuscivo a parlare d’altro; il piano operativo, nel caso fosse arrivata una risposta positiva, era stato predisposto con la stessa determinazione di quello per lo sbarco in Normandia. Finalmente il telefono squillò: l’amministratore del condominio di via Tintoretto ci informò: “…volevo dirvi che il vostro preventivo è stato accettato”. Brindisi mimati, urla, grida, con tanto di balli sul tavolo; quella fu la reazione al primo incarico che avevo ricevuto nella mia vita. L’“operazione tuono” scattò immediatamente e come progettato, venne assunta una ragazza che faceva sei ore al giorno e a noi, da piccoli imprenditori, rimanevano pulite più o meno 700 mila lire al mese. Nel frattempo, malgrado avessimo girato altri mille condomini, non riuscivamo a concludere altri contratti e il mio socio disse che non ce la faceva più; lui era del mestiere e un professionista non poteva andare avanti con 350 mila lire al mese. 68


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Cercai di convincerlo sostenendo che le cose sarebbero migliorate e che anche per vivere con 700 mila lire ci volevano degli attributi granitici. Le mie parole, la mia grinta e il mio ottimismo non furono sufficienti. Abbandonò la società ed oggi fa il custode in un condominio. Io, cocciuto come un mulo, non mollai anche se, in effetti, ero nuovo del mestiere. Continuai imperterrito a lavorare quotidianamente con il massimo dell’impegno, ma collezionavo tanti “no”, oppure, nella migliore delle ipotesi, “forse, magari più avanti”. Il mio umore non veniva comunque scalfito minimamente da queste contrarietà, avevo passato ben altre esperienze che mi avevano forgiato e preparato a prove ben più dure. Una mattina squillò il telefono, era il mio unico cliente, l’amministratore del condominio di via Tintoretto. Mi convocò urgentemente da lui. Nel tragitto mi sentii morire perché pensavo volesse sospendere la collaborazione. Malgrado il mio stato d’animo, arrivai al suo cospetto inappuntabile, ostentando una serenità che in realtà non avevo. Senza tanti preamboli, mi chiese se me la sentivo e se avevo i mezzi per prendere in appalto la pulizia di un altro condominio di ben quattro palazzine. È superfluo dire che accettai rassicurandolo sulla


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quantità dei miei collaboratori e sulle attrezzature che, in realtà, naturalmente, non avevo. Questo nuovo lavoro mi faceva guadagnare altre 750 mila lire al mese, quindi in totale erano 1.500.000 lire. Il profilo della mia azienda si poteva sintetizzare in due appalti, due dipendenti oltre a un ragazzo che preparava i sacchi di notte. Il bilancio iniziava ad essere molto positivo, ma non ero ancora soddisfatto. Mi venne una nuova idea: presi il camion di mio padre scrivendo il nome della società ElefantPuli (Il gigante della pulizia) sulle fiancate. Misi sul giornale “Secondamano” un’inserzione avente per oggetto l’offerta di collaborazione per sgomberi e piccoli traslochi. Iniziarono ad arrivare parecchie chiamate; prevalentemente, si trattava di sgomberi mentre i traslochi erano pochini, comunque tra le pulizie e questi altri lavori stavo iniziando a guadagnare realmente bene. Un giorno mi chiamò mio fratello e mi propose di prendere in appalto le pulizie dei suoi nuovi e più grandi uffici di via Plinio; ovviamente accettai immediatamente. Abitava sopra il suo ufficio e a me aveva proposto un appartamento proprio sotto la sede della sua società. Non ero convinto di lasciare il mio quartiere 70


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ma l’idea di abitare nello stesso palazzo e riunirmi a mio fratello era troppo allettante. Ne parlai con Tonia la quale non si oppose e così accettai facendo nel giro di pochi giorni il trasloco da via Noale a via Plinio. Con i proventi derivanti dalle pulizie che facevo nell’ufficio di mio fratello pagavo l’affitto dell’appartamento. La mia società assunse un’altra collaboratrice: eravamo quindi a tre dipendenti oltre al ragazzo della notte. Cominciavo a guadagnare molto bene; calcolando anche i traslochi e gli sgomberi non mi potevo assolutamente lamentare. Un giorno mi chiamò una cliente che doveva portare dei mobili a Londra. Ostentai sicurezza e, malgrado l’inesperienza, senza esitare le lasciai intendere che per me i trasporti internazionali erano una routine quasi quotidiana. Dissi anche una colossale bugia assicurando che la mia azienda era dotata di tre camion perfettamente idonei a tale tipo di trasporto. La signora volle un preventivo immediato ed io, non potendo far vedere di non averne idea, pur con le dita incrociate, sparai una cifra estremamente consistente. La cliente, senza esitare, disse che andava bene e mi diede l’acconto. Corsi a casa e comincia a telefonare alle ditte che affittavano i camion senza scritte. 71


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Partimmo io, un ragazzo e mio padre. Fu un’esperienza molto divertente anche perché con mio padre, finita da tempo la convivenza, il rapporto era diventato buono sia per l’affetto che non era mai venuto meno, sia perché fra noi si era instaurata una sorta di allegra amicizia. Nel frattempo, tramite il mio commercialista, avevo concluso un nuovo appalto per le pulizie in una piccola clinica iperbarica e in un altro stabile. La mia società aveva quindi appalti continuativi per quattro stabili, una clinica e un ufficio, oltre, naturalmente, ai traslochi e agli sgomberi; attraverso questi ultimi procuravo un mucchio di cose che poi andavo a vendere con mio padre in qualche mercatino della domenica. La voglia di fare e di crescere andava sempre aumentando. Con il fratello di Tonia, che faceva l’imbianchino, mi accordai di proporre ai miei clienti anche lavori di tinteggiatura. L’occasione non si fece attendere, venni convocato da un mio cliente che doveva traslocare e ridipingere casa. Era un lavoro molto grosso al quale partecipai personalmente e lo svolgemmo a regola d’arte e, a parte il guadagno, avevo anche imparato un altro mestiere. Mi convinsi però che il rapporto lavorativo con il fratello di Tonia 72


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doveva interrompersi subito per incompatibilità di carattere. Per consolidare la mia nuova esperienza lavorativa imbiancai la mia casa e, generosamente come sempre, mio fratello mi commissionò l’imbiancatura dei suoi uffici. La mia azienda era arrivata al massimo splendore; aveva quattro dipendenti fissi e cinque uomini che mi aiutavano a fare i traslochi e a imbiancare. Io ero sempre presente compiendo operazioni da vero e proprio trasformista. Quando mi chiamavano le signore per i traslochi, mi presentavo sempre in giacca e cravatta, pulito e ordinato e, smessi i panni del titolare, come Fregoli, indossavo la tuta e mi davo da fare. Con le signore dei condomini tenevo un ottimo rapporto, le coccolavo e mi dimostravo sempre disponibile, il che mi consentiva di fare tantissimi lavoretti di tutti i generi che andavano dal fornire l’aiuto per mettere le tende, ad appendere un quadro, a spostare un mobile ecc. Tale disponibilità mi consentiva di essere il punto di riferimento di tutti gli inquilini dei vari palazzi per ogni lavoro di imbiancatura o trasloco.

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UNA NUOVA SVOLTA


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Un giorno mi chiamò mio fratello che mi propose di mollare tutto e andare a lavorare per la sua società chiedendomi di unire le nostre forze e le nostre capacità per costruire insieme il nostro futuro. Fu una decisione estremamente difficile e sofferta perché dopo tanti sacrifici la mia azienda andava bene e abbandonarla mi sembrava un delitto. D’altra parte, l’ipotesi di un lavoro nuovo e la possibilità di lavorare nella società di mio fratello e al suo fianco, era una speranza che risaliva ai tempi in cui, dietro un banco di frutta al mercato, gridavo “10 limoni a 1000 lire”. Il mio vero sogno era diventare un cavaliere della tavola rotonda di Re Artù! Pur con grande travaglio accettai dunque quell’irresistibile proposta. Essendo poi legato visceralmente alla mia società, non la vendetti ma preferii regalarla a un mio caro amico. Purtroppo quella società era costruita a mia immagine e somiglianza e si incarnava nella mia persona dati i rapporti diretti e continui che avevo con i miei clienti. Tali circostanze portarono il mio amico, malgrado il suo grande impegno, a chiudere nel giro di pochi mesi. Era iniziata per me una nuova grande avventura. Il mio primo incarico nella società di mio fratello 77


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fu quello di lavorare con Tonia e coordinare il field telefonico, che era un po’ il cuore pulsante dell’azienda. In seguito, la lasciai da sola e nella sua qualità di capo field, cominciò a raccogliere i suoi primi e meritati successi. Venni in seguito affiancato all’assistente di mio fratello per incarichi di varia natura che andavano dal curare la rassegna stampa al mattino, al partecipare alle diverse riunioni operative che venivano convocate. Silenziosamente lo seguivo anche nelle dirette televisive della trasmissione Funari News di Gianfranco Funari. Ascoltavo attentamente ogni passaggio e, puntualmente, davo i miei pareri alla fine di ogni incontro allorquando, rimasti soli, mio fratello me li chiedeva. Fu così che mi ritrovai per un breve periodo ad affiancare Funari dal quale ho imparato molto. Nel 1996 Datamedia compie un grande salto trasferendo gli uffici da via Plinio in locali estremamente prestigiosi in Corso Europa, nel cuore della Milano imprenditoriale. Fu in quel periodo che cominciammo a lavorare con Silvio Berlusconi per il quale, ancora oggi, seguiamo la comunicazione politica. Ogni settimana mio fratello ed io, ad Arcore, partecipavamo ai “tavoli” (per le regionali, le europee e le politiche) 78


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attorno ai quali si stabilivano le strategie per la sue campagne elettorali. L’azienda stava crescendo a vista d’occhio, i contatti e i clienti erano sempre più numerosi, e più l’azienda cresceva, più le difficoltà aumentavano. Ogni giorno sembrava di essere in trincea dove si combatteva colpo su colpo come leoni. Ci sono stati momenti di grandissima difficoltà, ma come dei gladiatori, pur ricoperti di sangue, andavamo sempre avanti.

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LA PRIMA VOLTA CON BERLUSCONI


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La conoscenza diretta con Berlusconi, come dicevo, è avvenuta nel 1996 durante la chiusura della campagna elettorale di Gianfranco Ciaurro per l’elezione a sindaco di Terni che ci aveva invitati alla manifestazione per presentare i risultati dei sondaggi pre-elettorali. Io ed un nostro amico abbiamo convinto mio fratello ad andare sul palco con Arturo Diaconale per intrattenere, per diverse ore, i sostenitori di Forza Italia che attendevano l’arrivo di Berlusconi che aveva un grande ritardo. Ricordo ancora oggi quanto fossi sbigottito nel vedere mio fratello su quel palco ma a dire la verità, non se ne capacitava nemmeno lui. Improvvisamente l’inno di Forza Italia cominciò a risuonare per tutto il teatro, l’entusiasmo frenetico della gente si fece contagioso e mi si accapponò la pelle, anche mio fratello era molto emozionato. Poi, all’improvviso, comparve Silvio Berlusconi, i riflettori furono improvvisamente puntati su di lui che si dirigeva verso Diaconale e mio fratello per tendergli la mano e chiedergli cosa ci facesse lì e sentirsi rispondere: “Quello che ci fa lei”. Dopo il suo intervento ci siamo dovuti confondere con gli uomini della sicurezza perché, a dire la verità, non era facile superare la folla. Siamo arrivati così oltre la porta dell’ufficio di Ciaurro 83


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dove un Berlusconi affaticato ci disse che aveva bisogno di parlarci e di chiamare Marinella per fissare un appuntamento ed andarlo a trovare. In quel momento ci siamo chiesti: “Ma chi è Marinella? E dove dobbiamo andarlo a trovare?”. A quel punto, di fronte al silenzio di Luigi, tra l’incredulo ed il compiaciuto ho superato me stesso chiedendogli il suo numero telefonico; Silvio mi ha guardato allibito e mi ha risposto: “Troverai sicuramente il mio numero nell’elenco telefonico!”. E’ inutile dire che non abbiamo fatto fatica a trovare il numero e di lì a pochi giorni Luigi ed io ci siamo trovati davanti all’entrata ferrata di Villa San Martino ad Arcore. Siamo arrivati in anticipo di almeno due ore sull’appuntamento, controllandoci reciprocamente lo stato delle cravatte, ripassandoci la parte, e assicurandoci che le nostre mani fossero ben asciutte e non sudaticce, il nostro alito profumato da mentine che stavamo provvedendo a masticare così come esigeva il protocollo arcoriano. Ricordo ancora adesso le grandi decisioni che abbiamo dovuto prendere in quei lunghissimi minuti come se citofonare o no, se entrare con la macchina o no, se chiamarlo Dottore o Presidente o Cavaliere e ricordo le telefonate con gli amici che ci 84


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raccomandavano di non fumare, di non sputare per terra, di non bestemmiare e di non dire parolacce. Insomma, due ragazzi semplici catapultati nel cuore della Brianza al cospetto del sovrano, ben consapevoli che quello sarebbe stato un giorno che non avremmo mai più dimenticato… Come avevamo ragione! L’incontro non è andato proprio come ci aspettavamo; anziché un sovrano ci siamo trovati davanti un commendatore, simpatico, avvolgente, affascinante, che ci ha fatto subito sentire a nostro agio, come fossimo a casa nostra, immediatamente arruolati e complici. Quel giorno, seduto a fianco di Berlusconi che divorava savoiardi nel tè al limone, abbiamo conosciuto Niccolò Querci, assistente del Premier, che per età e condizione mentale diventò un nostro caro amico, un compagno di cammino, con il quale abbiamo condiviso parte dei sette anni ad Arcore. Da quell’incontro, avvenuto poco prima delle elezioni amministrative, dell’avvento di Albertini a Milano e dell’importante e noto intervento chirurgico di Berlusconi al San Raffaele, e poco dopo la clamorosa sconfitta del ’96, ci ritrovammo all’inizio di un percorso che ci avrebbe portato, in pochi anni, ad essere il vero punto di riferimento 85


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della comunicazione elettorale di Berlusconi, e non solo. Chiudo questo capitolo ringraziando Berlusconi per l’opportunità che ha dato a due ragazzi (io di 26 anni e mio fratello di 34), giovani ma leali, pronti a superare muri invalicabili e questo lui l’ha riconosciuto subito, senza chiedere i nostri titoli di studio, ma valutando solamente le nostre capacità pure, sincere e forti e questo è incredibile per un uomo del suo livello. Di questo, per tutta la vita, gli sarò riconoscente perché, se oggi siamo quello che siamo, nel bene e nel male, lo dobbiamo anche a lui. Speriamo che continuerà questo cammino insieme, con fedeltà e verità.

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I CAMBIAMENTI


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Nel frattempo, dopo la nascita di mia nipote Anna abbandonammo anche le abitazioni di via Plinio e ci trasferimmo in due appartamenti a Milano 3. Il rapporto con Tonia non andava più bene; probabilmente la maggiore responsabilità di tale deterioramento era mia che dopo tanti anni rivendicavo la necessità di vivere una vita diversa, mentre lei si accontentava di quella quotidianità. Tale circostanza alla lunga mi fece riflettere e così nel 1998 decidemmo di lasciarci. Una mattina uscii dalla mia casa di Milano 3 e non tornai più. Lei, con molta dignità, senza tragedie, dopo qualche giorno abbandonò quell’appartamento per tornare dai suoi genitori. Dopo circa sette mesi di vita da single assolutamente fatua, casualmente incontrai Tonia e, quasi inconsapevolmente, ci rimettemmo insieme. Andammo a vivere con mio fratello, mia cognata e mia nipote, attaccatissima a Tonia, tanto che ancora oggi la chiama zia, ed in quel periodo nacque mio nipote Niccolò. Come spesso accade in tali circostanze, la mia vita sentimentale non funzionava, non si riusciva a camminare con lo stesso passo e così io e Tonia ci lasciammo definitivamente dopo qualche mese. 89


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La stima e l’affetto che provo per lei sono rimasti immutati, ma l’amore è un’altra cosa e lei per me è stata un vero amore, ma un grande passato e tanti dolci ricordi non bastavano ad alimentare il presente. Nel frattempo la nostra società continuava a crescere e a consolidarsi in maniera importante. Avevamo cambiato ancora una volta gli uffici perché, seppure bellissimi, quelli di Corso Europa non bastavano più. Il rapporto con Silvio Berlusconi e la politica italiana cresceva sempre più dando a tutti noi parecchie soddisfazioni. Andammo in vicolo San Giovanni sul Muro in un prestigiosissimo palazzo tutto nostro su quattro livelli. Nel mio settore beneficiavo dei massimi poteri decisionali e, tutto sommato, potevo dirmi molto soddisfatto. In realtà non era così. Quel ruolo era per me un po’ troppo asettico, mi mancava la tenzone; non avevo una produzione di reddito diretta. Ne parlai con mio fratello e mi disse che, se volevo “pedalare”, lo dovevo fare come venditore, non mi sembrò vero, presi la mia valigetta e iniziai a visitare i clienti. In pochissimo tempo acquisii moltissimi 90


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nuovi contratti cominciando ad avere i primi riconoscimenti professionali. Per mio fratello, l’elemento di valutazione fondamentale è sempre stato la meritocrazia e così, grazie a questi risultati, diventai Direttore Commerciale. Svolsi tale incarico per pochissimo tempo perché, nel frattempo, l’azienda aveva bisogno di me in altri ruoli. Accettai sempre di buon grado ogni evoluzione dettata dalle necessità ed esigenze che via via si manifestavano. Nel frattempo andai a vivere da solo e proprio in questo ultimo periodo ebbi una crescita professionale talmente importante che, nell’ambito delle grandi trasformazioni della società, ne diventai socio. Volendo affidare a questi “appunti di viaggio” una foto aggiornata al Natale del 2001, posso dire che oggi rivesto in azienda il ruolo di vice Direttore Generale a cui sono arrivato con grande fatica e sacrificio. Di tutto ciò, però, devo tantissimo a mio fratello, il mio Re Artù che mi ha dato la possibilità di dimostrare di essere un fedele e bravo cavaliere. HDC, la nostra società è ora diventata molto importante a livello nazionale, con un fatturato da capogiro e con circa quattrocento dipendenti; 91


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al suo interno ci sono 14 aziende che si occupano di ricerca, editoria (IlNuovo.it il primo quotidiano on-line in Italia), produzione di spot pubblicitari e cinema (Alto Verbano, della famiglia Pozzetto, della quale sono vice-presidente che ha clienti come Lancia, Tic Tac -con la Hunziker-, Motta…), advertising (Show Up, attraverso la quale curiamo clienti del calibro di Peroni, Pagine Utili, Swatch, Breil…) e con le quali, con mio fratello seguiamo tutta la comunicazione di Berlusconi (manifesti “Meno tasse per tutti”, “Un buon lavoro anche per te”… ) e abbiamo inventato il famoso “Contratto con gli italiani” Nei nostri progetti, visto che ormai l’azienda è leader assoluta in Italia, non può che esserci, passando per la quotazione in borsa, la dimensione internazionale. D’altronde mio fratello ha sempre sostenuto che se uno si pone degli obiettivi piccoli, quando li raggiunge, avrà ottenuto comunque risultati piccoli; tanto vale quindi faticare e lottare per porsi delle mete ambiziose che possono sembrare eccessive, ma che, se le raggiungi, ti assicurano risultati fantastici. La vita convulsa e pirotecnica di mio fratello ha però delle solide e tranquille certezze costituite dalla splendida famiglia che lo circonda. 92


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La moglie, sua fedele compagna di sempre, è una donna straordinaria che costituisce il pilastro insostituibile dell’azienda. Decisa, volitiva e tenace, ha sempre saputo coniugare il suo essere un manager di ferro con l’affetto e la dolcezza di una compagna prima e di una moglie poi. Un esempio vivente della convinzione che non esiste un grande uomo se non c’è al suo fianco una grandissima donna. Io con lei ho un ottimo rapporto, ho un’ammirazione sconfinata sia per le sue doti umane che per quelle professionali. È una donna dotata di vivissima intelligenza, equilibrata e di grande tenacia, ma, senza nulla toglierle, credo che i suoi capolavori siano i miei adorati nipoti, Anna e Niccolò, per i quali provo un grande amore, una tenerezza infinita, un attaccamento particolare, una rara capacità di emozione che si rinnova ogni volta che li vedo e mi vengono incontro felici, chiamandomi zio e riempiendomi di baci. Anche con mio padre il rapporto è diventato straordinario. Ma a dieci anni dalla morte di mia madre, è stato improvvisamente male e nel volgere di qualche giorno, è stato operato al cuore con l’applicazione di tre bypass. Ancora attese, paure, incertezze quando nella sala d’attesa, fuori della sala operatoria, aspettavo l’esito dell’intervento. 93


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Mi sembrava di rivivere un film già visto e invece, grazie al cielo, lui sta benissimo ed è più forte e grintoso di prima. Oggi che la vita gli sorride maggiormente e che è un uomo equilibrato che vive con noi e per noi, mi impressiona vederlo nel suo ruolo di nonno allegro e affettuoso che lui incarna perfettamente anche se, ovviamente, lo fa a modo suo. Vivo da solo in una grandissima e bella casa poco distante dall’ufficio, nonché dalla mia famiglia. La mia vita sentimentale è vivace e talvolta burrascosa, fatta di tantissime avventure con donne anche molto belle, ma con nessun legame serio. Sono corteggiato e ho grande disponibilità di scelta anche se capisco che talvolta ciò è dovuto al mio successo e al mio status, più che al mio carisma. Per ora non ho la minima fretta, sono certo che la vita mi riserverà delle sorprese e che anch’io troverò la mia “principessa”. Questa è la mia vita sino ad oggi, il mio indissolubile legame con mio fratello è sempre più solido e la nostra famiglia è sempre più grande. Da quando avevo quattro anni e lui mi teneva per mano a oggi che ne ho trentuno e lui trentanove, 94


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quella mano non ce la siamo mai lasciata, anzi, a poco a poco, abbiamo fatto una catena, e alla sua mano si è aggiunta quella di Natascia, di Anna, di Niccolò, dei miei nonni materni ed è tornata quella di nostro padre. È ormai una splendida catena che ha come comune denominatore l’amore. Sopra le teste di questa catena vigila dall’alto la mano di quell’angelo senza arpe e campanellini che ci segue e ci protegge, ma che soprattutto è sempre stato con noi… grazie mamma! Per il momento chiudo gli appunti di questo viaggio, pensando che li aggiornerò con ciò che il destino ha in serbo per me e per i miei, sperando di poter sempre e comunque cantare come da bambino la canzone “La vita l’è bela” di Renato Pozzetto, oggi vicepresidente della nostra società che ha l’ufficio accanto al mio. Gennaio 2002

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Biografia dell’autore

Ambrogio Crespi è nato a Milano nel 1970. Dal 1997 si occupa di comunicazione soprattutto nel mondo della politica e della pubblicità Assieme al fratello Luigi e la cognata Natascia Turato ha seguito, con incarichi diversi, varie campagne elettorali, in Europa e Sud America, la più importante delle quali è stata quella che ha portato nel 2001 Silvio Berlusconi a vincere le elezioni politiche (Il Contratto con gli italiani). E’ stato direttore de ilnuovo.it, il primo giornale on-line italiano. Nel 2006 si è candidato come sindaco di Milano ottenendo, in soli 25 giorni di campagna elettorale, ottimi risultati. Dal luglio del 2006 dirige il Clandestinoweb, un giornale on-line che si occupa di sondaggi di opinione, di politica e di spettacolo, raggiungendo migliaia di lettori in tutto il mondo.

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Edito da Ergon-Edizioni Il Clandestino sedi: Contrada Giucciardo 97015 - Modica Galleria Buenos Aires, 1 20124 - Milano Via Gramsci, 41 00197 - Roma


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