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AMBIENTARSI

Trimestrale d’Informazione Ambientale Anno II Numero 1 Marzo 2011 - www.ambientarsi.net Iscrizione al tribunale di Roma N. 95/2010 del 16/03/2010 ISSN 2039-1137

Direttore Responsabile Alessandra Lombardi Direttore editoriale Amodio Di Luccio Capo redattore Sergio Ferraris Editore ADL Publishing Srl Art director Alessandra Pidò Progetto grafico ADL Group Srl Stampa Grafiche San Benedetto Srl Contatti Via R. R. Garibaldi, 119 00144 Roma T. +39 06 92918060 F. +39 0692911651 email: redazione@ambientarsi.net Redazione: Roberto Ballarotto, Claudia Bettiol, Pietro Cambi, Giuseppina Crisci, Alessandro Drago, Carla Gentili, Giuseppe Langella, Simone Malacrida, Alessandro Ribaldi, Alessandra Tomeo, Alessandra Tosato, Luca Vecchiato Le opinioni contenute negli articoli di Ambientarsi sono da ascriversi ai singoli autori e non rappresentano necessariamente la linea della Redazione. © Copyright Tutti i diritti di riproduzione o di traduzione degli articoli pubblicati sono riservati. Manoscritti, disegni e fotografie sono di proprietà dell’editore. È vietata la riproduzione anche parziale degli articoli salvo espressa autorizzazione scritta dell’editore. I contenuti pubblicitari sono riportati senza responsabilità, a puro titolo informativo. GARANZIA DI RISERVATEZZA L’editore garantisce il rispetto del principio di riservatezza nel trattamento dei dati forniti dagli abbonati. Ai sensi degli artt. 7,8,9 Dlgs 196/2003 gli interessati possono in ogni momento esercitare i loro diritti rivolgendosi a: ADL Publishing Srl all’indirizzo e-mail abbonamenti@ambientarsi.net Stampata su carta ecologica senza contenuto di cloro

Per abbonarsi L’abbonamento a 4 numeri ha un costo di Euro 20,00 Modalità di pagamento - Bonifico bancario intestato a ADL Publishing Srl IBAN: IT 58 W 05308 03202 0000 00000 391 - Assegno non trasferibile intestato a ADL Publishing Srl da inviare presso ADL Group Srl ufficio abbonamenti Ambientarsi Via Cesario Console, 3 80132 Napoli Contatti T. +39 06 92918060 - F. +39 06 9291 1594 abbonamenti@ambientarsi.net

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Sommario Autostrade per verde

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Stop per decreto

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A tutto gas

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Cogenero ergo sum

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La sfida rinnovabile

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L’efficienza energetica è “femmina”

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Un’opportunità solare

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L’insostenibile pesantezza dell’atomo

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di Andrea Rizzi Soluzioni

di Andrea Barbabella Rinnovabili di Simone Malacrida Metano di Giuseppe Langella Tecnologie diAlessandro Drago Europa diClaudia Bettiol Life style

di Alessandra Lombardi Formazione

- Atomo sul Sol Levante di Domenico Coiante - Senza è meglio di Edo Ronchi - Il costo dell’atomo di Giuseppe Onufrio

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Per un recupero bioclimatico

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Guardare a Sud

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Il nuovo lavoro è eco

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Una rete di vento

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di Giuseppina Crisci Bioedilizia

di Simone Malacrida Geopolitica

di Luca Vecchiato, Simone Padoan Green Economy di Andrea Marchisio Eolico

Rubriche FLASH NEWS di Alessandra Tomeo

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L’OPINIONE di Amodio Di Luccio

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APPUNTAMENTI a cura della redazione

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NEWS DALL’EUROPA di Carla Gentili

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NEWS AZIENDE di Alessandra Lombardi

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IL RECENSORE di Carla Gentili

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Energy Professional Network Awards Concorso di tesi rivolto a tutti i laureati delle Facoltà di Architettura e Ingegneria che abbiano sviluppato il proprio lavoro di tesi su tematiche relative alla riduzione dei consumi energetici nell’edilizia pubblica e privata e alla produzione di energia da fonti rinnovabili. La cerimonia di premiazione si terrà il giorno 10 maggio 2011 alle ore 15.00 presso la Sala delle Colonne al Senato della Repubblica, Roma. Scarica l’invito su www.adiellegroup.com

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AMBIENTARSI Trimestrale d’Informazione Ambientale

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L’editoriale di Sergio Ferraris

Prospettive cercasi La mancanza di pianificazione energetica produrrà danni all’industria italiana.

È

stato un marzo terribile per l’energia quello del 2011. A Fukushima è stato inferto un colpo, forse non mortale, ma serissimo al nucleare che ha dimostrato la propria fragilità rispetto ai contesti territoriali, in Libia si sta compiendo un altro capitolo della guerra di liberazione della sponda sud del Mediterraneo con risvolti imprevedibili sui mercati dei fossili, e in Italia si sta assistendo all’ultimo capitolo dell’attacco alle rinnovabili con il decreto Romani che ha di fatto affossato il fotovoltaico. L’Italia sotto a questo profilo risente particolarmente, oltre a essere protagonista dello stop alle rinnovabili, delle questioni relative al nucleare e ai fossili soprattutto perché è assente una qualsiasi politica energetica degna di questo nome. È un fatto, comunque la si pensi, che lo stop alle rinnovabili, al nucleare unito a una non gestione delle dinamiche di mercato legate ai fossili, denotino l’assenza assoluta di una qualsiasi politica energetica, come se per questo Paese l’energia fosse un diritto divino. Ma non è così. Nucleare o non nucleare, rinnovabili o non rinnovabili la pianificazione energetica di un paese oggi è più che mai necessaria, se si vuole mettersi al riparo dagli eventi e dalle dinamiche, spesso negative, del mondo energetico. Viviamo in periodo caratterizzato da un’estrema volatilità dei prezzi dei fossili che sono in balia di andamenti che nulla hanno a che fare con il loro contesto industriale, il mercato, e sottolineo il mercato, a livello mondiale boccia l’atomo, visto che annaspa persino la sostituzione della potenza nucleare obsoleta, le rinnovabili allo stato attuale non possono, per motivi

di scala, soddisfare immediatamente fette importanti di consumi energetici e il nostro paese si permette in questo quadro di vivere alla giornata come se il prezzo del barile stesse ancora a venti dollari. Questa realtà è sancita da una ricorrenza che nessuno cita. Quest’anno, infatti, cade il ventennale dell’ultima Conferenza nazionale dell’energia che si tenne a Roma nel 1991, quando i primi telefoni cellulari pesavano un paio di chili, i computer usavano floppy disk delle dimensioni di un IPad e il web non esisteva. Da allora la discussione sull’energia in Italia è stata affidata alle aziende energetiche, passando attraverso alla semi-privatizzazione del soggetto più importante e investendo poco sulle infrastrutture energetiche, ciò che sta facendo Terna è meritorio, ma non è sufficiente, e soprattutto senza fissare dei target nazionali precisi e credibili per i consumi energetici, lo sviluppo di nuove fonti e la riduzione dell’utilizzo delle fonti fossili, solo per citare alcuni aspetti cruciali della questione. Prova ne è la vicenda del target del fotovoltaico che sarebbe, il condizionale è d’obbligo, stato raggiunto con nove anni d’anticipo, oppure l’obbiettivo veramente modesto sulla riduzione delle emissioni al 2020 che farà dell’Italia il fanalino di coda nelle tecnologie per l’efficienza. Si tratta d’obiettivi fissati al 2020, ma decisi guardando all’oggi senza alcuna visione strategica sull’energia, decisi da una classe politica e da, per la verità, molti comparti industriali, che ha una prospettiva che non va, se va bene, oltre il periodo di una legislatura, mentre altri paesi europei già fissano target al 2030 e al 2050 decisamente più ambiziosi, consci del fatto che produrranno sviluppo industriale e tecnologie in settori cruciali, come quello dell’efficienza e della produzione energetica. Mentre a noi, se continuiamo su questa strada, rimarrà solo un ruolo: quello degli importatori. Forse.

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Chi siamo Alessandra Lombardi Direttore responsabile, biologa, giornalista dal 1995. Ha lavorato con Greenpeace, Legambiente, ministero dell’Ambiente, Cobat, Federparchi. Lavora con Ansa Eco-energia.

Domenico Coiante Fisico, ex dirigente Enea, consulente e autore di testi sulle fonti rinnovabili. Di recente ha collaborato con il Dipartimento di Fisica della Sapienza.

Sergio Ferraris Capo redattore, giornalista scientificoambientale, direttore responsabile “QualEnergia” e di “QualEnergia.it” responsabile della sezione energia di “La Nuova Ecologia”.

Giuseppe Langella Ricercatore, Professore aggregato di “Sistemi per l’Energia e l’Ambiente” presso la Facoltà di Ingegneria dell‘Università “Federico II” di Napoli.

Amodio Di Luccio Imprenditore, direttore editoriale di Ambientarsi, presidente di Unione Imprese Solari, brand manager del marchio Energy Professional Network.

Claudia Bettiol Scrittrice e pensatrice nel settore del rapporto fra uomo ed energia e delle nuove tecnologie consulente strategico per imprese e pubbliche amministrazioni.

Alessandro Drago Sociologo con Master in Diritto Ambientale. Project manager nella Programmazione Comunitaria per l’inclusione sociale, l’urbanistica, l’ambiente e la sostenibilità energetica. Carla Gentili Esperta nel settore dei programmi di finanziamento comunitari e delle attività internazionali con particolare attenzione alle tematiche dello Sviluppo Sostenibile. Simone Malacrida Ingegnere, scrittore, Vice Presidente dell’Associazione Italiana per la Ricerca. Si occupa di progettazione e stime di investimento di impianti industriali ed energetici. Andrea Barbabella Andrea Barbabella, laureato in Scienze ambientali, è attualmente responsabile del settore Energia della Fondazione per lo sviluppo sostenibile. Esperto di strategie e strumenti per la sostenibilità locali, imprese e organizzazioni non governative. Luca Vecchiato Ingegnere chimico a Padova. Ha lavorato per AgipPetroli, ENI, Ekipo. 6 06_Chi siamo.indd 1

Giuseppina Crisci Architetto, dottore di ricerca in Tecnologia dell’Architettura, docente a contratto. E’ autrice di pubblicazioni scientifiche su la Bioarchitettura e la Progettazione Ambientale. Edo Ronchi Presidente Fondazione Sviluppo Sostenibile. Ex ministro Ambiente e parlamentare attualmente è docente di sostenibilità e gestione del territorio all’Università La Sapienza di Roma. Simone Padoan Imprenditore veneto specializzato nel settore IT e nella businness innovation. E’ l’ideatore di www.cons4.it, portale specializzato nel work placement. Vive e lavora a Venezia. Giuseppe Onufrio Fisico, è stato ricercatore in campo energetico e ambientale per enti e istituti italiani e stranieri, componente del CdA dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente. Attualmente è direttore di Greenpeace. Andrea Rizzi Dottore forestale lavora con il Dip. TESAF dell’Università di Padova sui temi della pianificazione e gestione territoriale in ambiente planiziale e montano. Consulente nell’ambito di RETE NATURA 2000 collabora con Veneto Agricoltura.

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Flash news dal mondo Genova la fa smart. La mobilità Genova vuole diventare una delle prime smart city italiane ed europee con il contributo di istituzioni, amministrazioni locali e imprese. Ericsson, Abb e Comune di Genova hanno firmato un protocollo di intesa per elaborare un progetto di smart mobility. Il Comune opererà come ente guida e coordinatore del progetto e si avvarrà della collaborazione di soggetti privati esterni, appartenenti al mondo della ricerca, per il raggiungimento di obiettivi sia nell’ambito del Piano Strategico per le Energie Tecnologiche, che prevede la creazione di 30 Smart Cities da selezionare entro il 2020, sia in altri contesti. Le città campioni dell’efficienza energetica intraprenderanno un percorso per ridurre al minimo l’impatto delle emissioni, attraverso la realizzazione e l’integrazione di reti elettriche, sistemi edilizi e modelli di trasporto intelligenti. Nel progetto, Ericsson sarà partner di riferimento e opererà a sostegno e in coordinamento

Per la Cgil niente nucleare «La nostra scelta di contrastare il piano del Governo per riportare il nucleare in Italia è antecedente alla tragedia in corso in Giappone ed è conseguente ad un giudizio di merito sul piano stesso - afferma Fabrizio Solari, segretario confederale della Cgil - . Ciò che sta avvenendo introduce un ulteriore elemento di riflessione che riguarda il mondo intero. Diversi Governi europei hanno correttamente avviato una fase di approfondimento delle tematiche legate all’utilizzo dell’energia atomica nella produzione energetica, riteniamo che anche il Governo italiano dovrebbe fare altrettanto. Si tratta, quindi, di avviare un serio ripensamento». «Ora più che mai occorre riflettere sul futuro modello energetico del Paese - dice ancora Solari - certamente

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a cura di Alessandra Tomeo con il Comune per il raggiungimento degli obiettivi prefissati dall’iniziativa Genova Smart City. Il Progetto Genova Smart City si prefigge il raggiungimento e, in certi casi, il superamento degli obiettivi del Protocollo di Kyoto. Questi ultimi prevedono la diminuzione del 20% delle emissioni di CO2 , l’aumento del 120% dell’efficienza energetica e l’incremento del 20% delle fonti di energia rinnovabili all’interno del mix energetico. «La forte partecipazione a questa seconda parte del processo, che richiede un impegno concreto attraverso il pagamento delle quote associative - dichiara il sindaco di Genova, Marta Vincenzi - è, da una parte, un’altra conferma che il percorso da noi avviato ci lascia pensare di avere buone chance di conseguire i finanziamenti europei previsti e dall’altra che abbiamo aperto una strada per la creatività, l’esperienza, le competenze, la ricerca, la tecnologia che renderanno Genova, comunque, la prima Smart City italiana».

ribadendo la scelta dello sviluppo delle energie rinnovabili, del risparmio e dell’efficienza energetica e per questo confermiamo la nostra opposizione al Decreto Legislativo del Governo approvato il 3 marzo scorso che modifica unilateralmente gli incentivi economici per lo sviluppo delle rinnovabili ma, al tempo stesso, occorre misurarsi con uno scenario che assicuri l’energia necessaria allo sviluppo del Paese che, con ogni evidenza, non può essere basato sulla tecnologia nucleare oggi disponibile». «Occorre rimettere mano alla revisione del Piano Energetico Nazionale - conclude Solari - mobilitando tutte le risorse intellettuali e tecnologiche allo scopo di assicurare, nel rispetto delle compatibilità ambientale e della sostenibilità economica, il fabbisogno energetico del Paese».

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www.ambientarsi.net

Caldaie efficienti È partita la sperimentazione di una caldaia che fa a meno di combustibili fossili e, quindi, non inquina. Si tratta di un primo prototipo funzionante di questa nuova generazione di caldaie di media taglia e ad alta efficienza che è stato installato in un comprensorio scolastico di Pordenone. Lo ha annunciato il parco scientifico Area Science Park di Trieste affermando che: «si tratta di un vero salto tecnologico nel settore e di un’innovazione in corso di brevetto, da cui presto nascerà in Area Science Park, in collaborazione con Stp, uno spin-off imprenditoriale». La nuova caldaia, spiega Area Science Park: «è una pompa di calore ad alta temperatura (PdC Ht) in grado di produrre acqua calda superiore ai 75°C, capace di sostituire le attuali caldaie da riscaldamento senza la necessità di rifare completamente l’impianto. La sperimentazione in corso sta registrando risultati molto positivi, con rendimenti addirittura superiori alle attese: 115 kW di potenza effettiva, sensibilmente superiore ai 100 kW preventivati». Molti i vantaggi identificati dai ricercatori di Area Scien-

Calo fossile Per quanto riguarda i consumi energetici in Italia continua la riduzione dei consumi delle materie prime, che passano da 191 milioni di tonnellata equivalente di petrolio (Tep) a circa 180 milioni (-5,8%). Lo rileva Legambiente con il rapporto Ambiente Italia 2011, elaborato ogni anno dall’istituto di ricerche Ambiente Italia e presentato oggi a Roma. A decrescere è la produzione energetica da fonti non rinnovabili: cala la produzione di petrolio di circa 5 milioni di Tep (-5,3% del totale), di gas naturale (-5,6%) e di combustibili solidi (carbone), anche se in modo meno marcato. In controtendenza, la produzione da fonti rinnovabili che, tra il 2008 e il 2009, sale di +2,3 milioni di Tep (13,5%) confermando il trend dell’ultimo

ce Park per la nuova caldaia, vantaggi sia economici che gestionali oltre che ecologici. «Sul lato energetico, infatti, spiegano i ricercatori, è rinnovabile almeno il 70% dell’energia necessaria a generare il calore, con zero emissioni in loco, drastica riduzione dell’inquinamento nelle città e conseguente sensibile miglioramento del microclima urbano». «Il nostro ruolo di parco scientifico - sottolinea il presidente di Area Science Park, Giancarlo Michellone - è quello di scoprire chi ha idee geniali e aiutarlo a realizzarle. È questo il caso di Stp, giovane società che ha inventato la pompa di calore ad alta temperatura, che promette di rivoluzionare il mercato delle caldaie da riscaldamento nei prossimi anni. Siamo riusciti a bruciare i tempi di ingegnerizzazione, - aggiunge Michellone, realizzando il primo prototipo funzionante grazie a una ditta leader come Rhoss. I test sono un successo pieno». La pompa di calore ad alta temperatura rientra nel piano di Area per la produzione e l’uso efficiente dell’energia Enerplan, cofinanziato dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.

decennio (+49%). «Questi dati - sottolinea Legambiente - rappresentano un esempio chiarissimo di come l’Italia possa attivare un’industria nazionale dell’efficienza energetica». Uno dei motivi addotti dall’associazione ambientalista è il ruolo della misura delle detrazioni fiscali del 55% sulla ristrutturazione energetica nell’edilizia, con le quali, nel periodo 2007-2009, sono stati attivati complessivamente 590 mila interventi, con un investimento tutto privato, sottolinea Legambiente, di 7,9 miliardi di euro.

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L’o p i n i o n e

di Amodio di Luccio

L’affare è rinnovabile

P

roviamo a ragionare sulle rinnovabili, solo ed esclusivamente in termini economici, tralasciando per una volta le questioni ambientali o etiche. Che il settore sia in crescita in ogni angolo del Pianeta è fuor di dubbio visto che anche nelle nazioni che non hanno piani d’incentivazione specifici si registrano aumenti a due cifre, l’interesse da parte degli investitori internazionali è a 360 gradi e riguarda persino la ricerca applicata i cui risultati, se va bene, si vedono dopo cinque-dieci anni. In questo quadro è illuminante il caso dell’Italia che, partita in ritardo su tutte le rinnovabili, ora viene indicata dal New York Times come «un esempio da seguire». E il quadro finanziario è migliorato di mese in mese, fino al Decreto Romani che, mentre scriviamo, ha frenato violentemente le rinnovabili. Nel 2009 l’Università Bocconi ha fissato gli investimenti in fonti rinnovabili dal 2010 al 2020 alla ragguardevole cifra di 42 miliardi di euro, cifra che potrebbe essere ampiamente superata se si proseguisse su un trend come quello del 2010. Dal Rapporto Irex sulle energie rinnovabili che Althesys ha redatto in occasione della “Sustainable energy week” si evince che l’anno scorso gli investimenti in rinnovabili hanno raggiunto la cifra di 12,3 miliardi di euro in sole 203 operazioni mappate: lo 0,4% del Pil. Se si considera il fatto che nel 2010 il Pil italiano è aumentato dell’1% appare chiaro che il 40% della sua crescita è dovuta alle fonti rinnovabili. E

non basta. L’analisi costi-benefici condotta da Althesys mostra un beneficio netto per l’Italia compreso tra 24,3 e 32,3 miliardi di euro. E, ancora, se a ciò aggiungessimo il giro d’affari dell’efficienza energetica che per il 2010 è stato stimato a 11,1 miliardi di euro ecco che potremmo arrivare allo 0,7-0,8 del Pil. Tutto ciò senza mettere sul piatto della bilancia la riduzione della CO2, i benefici socio-economici, specialmente sul fronte occupazionale e quelli ambientali che gli strumenti della finanza classica fanno ancora oggi molta fatica a quantificare, almeno in Italia. Si tratta di un quadro che, se inserito in un contesto di crisi economica come quello odierno e se si riferisse al settore dall’auto, farebbe gridare al miracolo e che invece, poiché riguarda le rinnovabili e l’efficienza, si vuole a tutti i costi smontare. L’unica spiegazione plausibile a delle scelte così suicide, come quelle d’affossare rinnovabili ed efficienza si chiama concorrenza. Concorrenza tra fonti fossili e nucleari, contrapposte a rinnovabili ed efficienza, sia a causa della sovrapposizione di mercato, sia per l’assoluta incompatibilità tra di loro dovuta alla scarsissima governance politica che, anziché governare la transizione, compie “piccole” operazioni di breve periodo e cabotaggio, inseguendo il potentato energetico più influente al momento. Solo così ci si può spiegare l’innamoramento prima per il “carbone pulito”, poi per il “nucleare sicuro” del nostro Paese, con poche differenze tra destra e sinistra, a dire il vero. Innamoramento che ha sempre messo in discussione, nonostante i volumi importanti, gli investimenti sulle rinnovabili e sull’efficienza.

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Soluzioni

Autostrade per verde

di Andrea Rizzi

Le fasce forestali di mitigazione lungo gli assi autostradali possono contribuire alla protezione ambientale

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a mitigazione degli impatti delle grandi infrastrutture costituisce materia di grande interesse e comprende soluzioni che si prestano alle diverse condizioni socio-ambientali delle aree coinvolte da tali intereventi. In particolare nel territorio del Veneto, in cui le infrastrutture attraversano matrici agricole frammiste ad aree ad alta densità residenziale e produttiva. Nel contesto agricolo da anni Veneto Agricoltura, Azienda Regionale per i settori Agricolo, Forestale e Agro-Alimentare, sostiene la diffusione, presso le aziende agricole, di modelli agroforestali che rispondano alle emergenti necessità di riqualificazione ambientale e soddisfino l’esigenze di una moderna agricoltura. Offrendo un contributo alla concretizzazione del Passante Verde,

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Veneto Agricoltura ha realizzato nel 2008 fasce di vegetazione arborea e arbustiva a prevalente sviluppo lineare (bande boscate dimostrative) presso la propria Azienda “Diana” di Treviso che è attraversata dal Passante di Mestre. Esse prevedono una gestione con tecniche forestali ma rientrano nel ciclo produttivo dell’azienda agricola. Gli impianti rappresentano il frutto dell’esperienza maturata nell’ambito della forestazione di pianura. Vogliono costituire un esempio di come possano produrre numerosi benefici ambientali a fronte di un limitato ingombro e di costi contenuti. Con la realizzazione delle bande boscate dimostrative presso l’Azienda “Diana” si vuole mostrare alle aziende agricole, a enti e a pubbliche amministrazioni l’efficacia che queste aree hanno nella mitigazione del Passante di Mestre e per le altre infrastrutture previste in ambito regionale.

Obiettivi ambiziosi Sono stati progettati quattro modelli di banda boscata che hanno come obiettivo principale la mitigazione ambientale e la produzione di biomassa legnosa a scopi energetici senza tralasciare aspetti ecologici, naturalistici e paesaggistici. I modelli mirano a conservare meccanismi di reddito per l’imprenditore agricolo e mantenere caratteri che garantiscono benefici ambientali nel contesto rurale in cui si inseriscono. Per quantificare il ruolo delle bande boscate nella mitigazione degli agenti inquinanti Veneto Agricoltura si è avvalsa del dipartimento TESAF dell’Università di Padova e dell’Osservatorio Aria dell’ARPAV. Le analisi dell’Università di Pado-

va mirano a verificare sia la presenza di alcuni inquinanti di origine veicolare sia l’efficacia del loro contenimento da parte delle bande boscate realizzate. Perciò ha definito gli inquinanti che maggiormente sono associati al traffico stradale e la scelta delle specie bioindicatrici e bioaccumulatrici. L’Osservatorio Aria dell’ARPAV intende, inoltre, analizzare in modo dinamico, l’effetto di abbattimento degli inquinanti atmosferici, sia gassosi che particellari, operata dalle fasce vegetate durante le diverse fasi di accrescimento. Nella banda boscata sono stati impiegate giovani piantine coltivate e prodotti presso il Centro per la Biodiversità Vegetale e il Fuori Foresta di Veneto Agricoltura (Montecchio P.no - Vicenza). La scelta di utilizzare alberi ed arbusti di f lora con provenienza locale nasce dalla consapevolezza che un’adeguata qualità genetica delle piantine, oltre a rispettare i dettami di legge, impedisce irreversibili fenomeni di inquinamento genetico e garantisce un buon adattamento alle condizioni ambientali offrendo maggiori garanzie sulla buona riuscita dell’impianto. Oltre agli aspetti produttivi, le fasce boscate possiedono una funzionalità ecologica fungendo potenzialmente da corridoio per specie vegetali ed animali. La presenza di aree a buona naturalità, come piccole zone umide, legate ad elementi arborei lineari (come le bande boscate) che fungono da connessione, rappresentano importanti componenti del paesaggio. In quest’ottica è stata, quindi, effettuata una piccola pozza e un sistema di microdossi e microrilievi attorno allo scavo con l’obiettivo di migliorare la struttura ecologica del sistema rurale e agroforestale.

Contesto paesistico della fascia boscata polifunzionale (primavera 2010).

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Rinnovabili

STOP PER DECRETO

di Andrea Barbabella, responsabile energia della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile

Le ragioni dietro al Decreto che ferma le rinnovabili sono da cercarsi nella maturità delle nuovi fonti

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e ultime settimane sono state segnate da un’attenzione crescente del mondo dell’informazione, non solo quella di settore, per le sorti del Decreto legislativo di recepimento della Direttiva europea sulla promozione delle fonti rinnovabili (2009/28/CE). Il 7 marzo il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha, infine, firmato il documento predisposto per delega dagli uffici del ministro Romani e approvato dal Consiglio dei Ministri la settimana precedente. Il testo circolato, non ancora pubblicato in Gazzetta Ufficiale, è stato fortemente criticato dagli operatori del settore, che accusano il Governo di voler affossare uno dei settori economici più dinamici e promettenti del

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Paese. Su questa vicenda, tutt’altro che chiusa, si è scritto moltissimo e, certamente, si continuerà a farlo nelle prossime settimane. Di seguito mi limito a sottoporre all’attenzione del lettore quattro aspetti, che mi paiono centrali in questa storia e, forse, non ancora sufficientemente approfonditi. Un primo elemento che ha colpito la mia attenzione riguarda la scarsa propensione mostrata da analisti e addetti del settore a fornire una valutazione complessiva del suddetto Decreto. Le contestazioni e, di conseguenza, l’attenzione dei media si sono concentrate principalmente sul settore della produzione elettrica da fonti rinnovabili e, all’interno di questo, sul fotovoltaico in modo particolare. In un certo senso a ragione, visto che

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risultano essere proprio questi i settori maggiormente penalizzati dal Decreto. Volutamente non mi addentro nella analisi dei tanti elementi ostativi contenuti nel testo, per i quali non posso che rimandare alle proposte di modifica che le stesse associazioni di categoria hanno presentato congiuntamente, se non a quelle - ignorate - contenute nei pareri forniti da Camera e Senato. Ampliando l’analisi, anche oltre il settore elettrico, il testo propone alcune misure che, se ben attuate, avrebbero certamente effetti positivi. Tra queste ve ne sono alcune di carattere generale, come la semplificazione delle procedure, lo sviluppo delle reti (elettriche, del gas e di teleriscaldamento/teleraffrescamento) o le norme sanzionatorie per gli illeciti, a cominciare dalle false dichiarazioni. Altre proposte riguardano, invece, più nello specifico, la promozione delle fonti rinnovabili termiche e dei biocarburanti prevedendo, ad esempio, l’istituzione di nuove forme di incentivazione e la creazione di fondi di finanziamento ad hoc. Qualcuno potrebbe giudicare ragionevole questa sovraesposizione del settore elettrico nel dibattito pubblico essendo quello che, attualmente, contribuisce di più alla produzione nazionale da fonti energetiche rinnovabili. Tuttavia, in prospettiva 2020, non si può non notare come i maggiori ritardi, peraltro comuni a tutti gli altri Paesi europei, si debbano registrare proprio nei settori meno contestati e maggiormente favoriti dal Decreto. Secondo il Piano d’azione nazionale del luglio 2010, rispetto al dato 2005, il consumo nazionale di elettricità da fonti rinnovabili dovrebbe quasi raddoppiare (+75% per l’esattezza) mentre, nello stesso lasso di tempo, il consumo di calore dovrebbe aumentare di oltre 5 volte mentre quello di biocarburanti addirittura di 14 volte. Secondo questo scenario al 2020 la produzione di elettricità da fonti rinnovabili contribuirebbe per meno del 40% al target nazionale complessivo. Lungi da me, ovviamente, l’idea di giustificare in questo modo l’operato del Governo sul fronte delle rinnovabili elettriche: tuttavia evidenziare questa asimmetria tra i diversi settori di utilizzo delle rinnovabili (elettricità, calore e trasporti), oltre che necessario per ricostruire un quadro d’insieme, mi consente di introdurre il punto successivo.

dotarsi di un sistema di pianificazione riflessivo. Ciò significa che, anche tenendo fermo l’obiettivo generale, il processo di pianificazione non può che essere dinamico e flessibile, così da potersi progressivamente adattare ad una realtà che cambia continuamente anche in modo imprevedibile. Si tratta di un principio ben noto nell’ambito del dibattito sui metodi e gli strumenti di governance e che ha dato vita, tra l’altro, a processi oramai diffusi in tutti i Paesi europei a cominciare dalla Valutazione ambientale strategica. Nel dibattito in corso si è più volte avuta la sensazione che il Governo tentasse di giustificare i vincoli posti al fotovoltaico richiamando il target degli 8 mila MW previsto al 2020 dal Piano d’azione nazionale. Naturalmente, come hanno fatto osservare i più, si tratta di un valore minimo da conseguire e non di un tetto da non superare. Ma oltre a questo, non sono state portate tesi a sostegno del carattere riflessivo del Piano per il quale, alla luce della crescita imprevista del fotovoltaico in Italia negli ultimissimi anni, si imporrebbe quanto meno di rivedere la ripartizione originale dei target settoriali. Tanto più che il target italiano appare, oggi, largamente sottostimato se confrontato ai 52 mila MW tedeschi, per non parlare della previsione del Gse secondo la quale, entro il 2011, potrebbero essere installati e funzionanti oltre 7 mila MW di impianti fotovoltaici. A questo si somma il fatto che, dai pochi dati disponibili, la produzione da rinnovabili per calore e trasporti sembrerebbe già al di sotto del percorso previsto dal suddetto Piano: ciò consiglierebbe di rivedere gli equilibri aumentando le prospettive dell’elettrico e sfruttando, non limitando, il salto commerciale compiuto dal fotovoltaico.

Dinamiche flessibili Connesso a questo primo aspetto, infatti, è il secondo spunto di riflessione che propongo e che riguarda il rapporto tra le varie forme e tecnologie di produzione energetica rinnovabile: la necessità di www.ambientarsi.net 14_16 Barbabella.indd 2

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Il tema della ulteriore crescita del fotovoltaico, anche rivedendo al rialzo il target 2020, introduce al terzo aspetto di questa vicenda che andrebbe approfondito: la questione dei costi. È indubitabile, infatti, che quella fotovoltaica sia, ad oggi, tra le tecnologie più costose per la produzione di energia elettrica. D’altro canto è anche quella con le maggiori potenzialità di sviluppo, con una curva di apprendimento molto favorevole che, secondo alcuni studi, potrebbe portare addirittura alla grid parity anche prima del 2020 non richiedendo più alcun incentivo. Ci dovrebbe essere accordo sul fatto che la pianificazione energetica non può vivere sulla congiuntura ma deve, necessariamente, essere inserita all’interno di una visione di medio e lungo periodo. In questo contesto, specie alla luce dei recenti accadimenti del nord-Africa, rinunciare a tale tecnologia non sembra essere la più lungimirante delle scelte strategiche. In tutto ciò si è assistito a quello che qualcuno ha chiamato balletto delle cifre volto a dimostrare l’assoluta antieconomicità del fotovoltaico e delle rinnovabili in generale addirittura attribuendo a queste la responsabilità del maggior costo dell’energia elettrica in Italia. Oltre al fatto che il peso degli incentivi delle rinnovabili in Italia sulla bolletta familiare arriverà al 2020 a non più di qualche euro al mese, viene da chiedersi come mai Paesi che hanno ben altri livelli di produzione elettri-

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ca da rinnovabili e volumi di incentivi presentino prezzi dell’elettricità decisamente inferiori a quelli italiani. Ma il punto è probabilmente un altro: ciò che davvero manca nel dibattito è una valutazione dei costi - di tutti i costi - che il Paese si troverebbe a dover sopportare a seguito della rinuncia ad investire in questo settore.

Paura della maturità E siamo giunti così all’ultimo punto che mi limito qui ad accennare introducendolo sotto forma di domanda: come mai il nostro Paese compie questa scelta proprio ora nel momento in cui le rinnovabili diventano una realtà concreta, mainstream come dicono alcuni analisti? Basta guardare ai dati sugli investimenti mondiali in questo settore che, secondo Bloomberg, raggiungono quasi i 250 miliardi di dollari nel 2010 con l’Europa e gli Usa che installano oramai più potenza rinnovabile che fossile. L’impressione è che, alla base del tentativo di frenare la corsa delle rinnovabili e, in modo particolare, di quelle elettriche come abbiamo visto all’inizio, ci sia la paura per il raggiungimento da parte di queste tecnologie di un buon grado di maturità, che le rende competitive almeno in una strategia di mercato con orizzonte di medio periodo. Quello che, in un mercato perfetto sarebbe un vantaggio assoluto, diventa viceversa un ostacolo importante all’interno di un sistema caratterizzato da un processo di liberalizzazione incompiuto. A partire dal 2007 la produzione nazionale da termoelettrico è in calo mentre cresce quella da fonti rinnovabili. Nell’ipotesi che, per il settore elettrico, si raggiungano gli obiettivi previsti per le fonti rinnovabili secondo gli scenari attuali, il termoelettrico potrà al più recuperare la produzione persa negli ultimissimi anni. Anni in cui si sono continuate a costruire nuove centrali a gas e a carbone, continuando ad ampliare un parco termoelettrico già oggi sovradimensionato in relazione alla domanda. Nel Decreto legislativo, oggetto di tante discussioni, si sono riversate probabilmente le tensioni generate dall’ipotesi di una transizione del settore della produzione elettrica verso un nuovo assetto, maggiormente orientato alla sostenibilità. Il tema vero, che dovremmo affrontare con maggiore impegno, è quello di come un Paese, con una scarsa condivisione del proprio futuro, possa affrontare, senza esserne travolto, un cambiamento della portata di quello imposto dalla green economy. Cambiamento che, sia ben chiaro, avverrà con o senza il protagonismo dell’Italia.

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il mondo cambia, è necessario Il trimestrale d’Informazione Ambientale per testeconsapevoli www.ambientarsi.net

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Metano Il gas naturale si avvia a essere un attore determinante della scena energetica

di Simone Malacrida

A tutto gas

I

Il gas naturale è il combustibile fossile che è destinato, secondo le attuali previsioni, a diventare, nei prossimi anni, la prima fonte energetica per l’umanità, superando la quota percentuale del petrolio a livello mondiale. Negli ultimi 35 anni, la percentuale del gas naturale sull’energia primaria è salita dal 16% al 24%, mentre le attuali percentuali europee e italiane si attestano rispettivamente al 26% e al 36% e il citato sorpasso sull’oro nero potrebbe già avvenire entro il 2015. Il gas naturale risulta una fonte primaria nei settori industriali, del terziario e residenziale con quote che variano dal 31%, a livello mondiale, al 38% a livello europeo e, addirittura, al 45% a livello italiano. Anche per quanto riguar-

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da la produzione di energia elettrica globalmente la percentuale è cresciuta dal 12% del 1973 al 17% attuale con l’Europa che si attesta al 21% e l’Italia ad un esorbitante 52%. Da questi dati si evince come l’Europa e, in particolare l’Italia, stia scegliendo una strada “a tutto gas” e questo non può non avere delle conseguenze sociali, ambientali, industriali e geopolitiche di rilievo. Innanzitutto, conviene comprendere il perché si stia andando verso un’era del gas, mettendo di fatto fine all’era del petrolio (l’oro nero rimarrà predominante solo per i trasporti). Il gas naturale ha un potere calorifico maggiore rispetto al petrolio e al carbone e sono state implementate tecnologie ad alta efficienza per lo sfruttamento

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di centrali elettriche a gas, come i cicli combinati, la cogenerazione e il teleriscaldamento. Inoltre, gli impianti che utilizzano il gas naturale per produrre energia, sono quelli che necessitano di un minore investimento iniziale in proporzione alla potenza installata e sono realizzabili in tempi minori rispetto agli impianti che sfruttano altre risorse energetiche. Infine, il gas naturale è il combustibile fossile che produce meno emissioni di anidride carbonica per unità di energia prodotta, non contiene pressoché ceneri e metalli pesanti ed ha il notevole vantaggio di essere un combustibile facilmente utilizzabile con elevati rendimenti sia per taglie domestiche di ridotta potenza sia per quelle tipiche degli impianti industriali. La percentuale italiana, dovuta all’energia proveniente dal gas naturale, è così elevata per la progressiva sostituzione, negli ultimi venti anni, di vecchie centrali elettriche a carbone o a petrolio con centrali a gas e per la concomitante conversione degli impianti di riscaldamento domestico e industriale da fonti petrolifere al metano.

Poli distanti Se si analizzano i consumi e la produzione di gas naturale, è evidente come vi sia una differenza tra Stati produttori e Stati consumatori e della distanza fisica tra di essi. Proprio per questo si è sviluppata una filiera del trasporto di gas allo stesso modo di quella presente per il petrolio. E, come per il petrolio, vi sono sostanzialmente due modi per trasportare il gas dai Paesi produttori a quelli consumatori: o via terra, tramite apposite infrastrutture (i gasdotti), o via nave tramite le metaniere, il corrispettivo delle molto famose (e, a volta, famigerate) petroliere. In natura però vi è una differenza essenziale tra petrolio e metano: il primo si presenta allo stato liquido, il secondo allo stato gassoso. Come si sa, un gas può essere compresso, mentre un liquido no. Questa differenza comporta delle conseguenze enormi ed una filiera del tutto particolare quando si parla di trasporto del gas naturale. A differenza degli oleodotti, i gasdotti sono dotati di stazioni di compressione, poste lungo il tragitto di percorrenza. Difatti, è proprio la maggiore pressione a permettere un utilizzo più rilevante dell’infrastruttura, trasportando più gas naturale nello stesso arco di tempo. Per il gas, l’unità equivalente dei barili di petrolio è il metro cubo e, quindi, l’utilizzo del gasdotto è dato da quanti metri cubi all’anno si riescono a trasportare. In gergo tecnico, si usa l’acronimo, derivato dall’inglese, di BCMA che equivale a “miliardi di metri cubi all’anno”. Un gasdotto che garantisce un

buon approvvigionamento e che è economicamente redditizio, ha una capacità di circa 20 BCMA. L’obiettivo degli attuali gasdotti è quello di abbattere i costi di trasporto e di messa in opera dell’infrastruttura, compatibilmente con la sicurezza del trasferimento, principalmente aumentando la pressione di esercizio fino a 20 MPa. A sua volta, da questo aumento di pressione consegue una miglioria delle classi di tubazioni e un aumento dei costi unitari proprio di questo materiale che rappresenta una significativa fetta dell’investimento iniziale. Accanto a queste differenze rispetto agli oleodotti, vi sono degli aspetti comuni dovuti proprio al principio di collegare direttamente e via terra, il Paese consumatore a quello produttore. In primo luogo, l’elevato costo dell’investimento iniziale, il lungo tempo di progettazione, posa e messa in servizio, classificano questi progetti come ad alto impatto economico-strategico e con alta complessità.

Legami fatali L’opinione pubblica, inoltre, si sta accorgendo in questi anni che il collegamento diretto impone anche un rapporto speciale di partnership con il Paese produttore (nel caso italiano, la Russia e l’Algeria) e dei problemi di approvvigionamento e di sicurezza energetica quando vi siano delle tensioni con gli Stati posti lungo il tragitto dei gasdotti, come nel caso tra Russia ed Ucraina negli inverni del 2005 e del 2008. Proprio per questi motivi, quasi tutti gli Stati dell’Unione Europea stanno valutando anche l’altra possibilità del trasporto del gas naturale, utilizzando le navi. Come nel caso del trasporto via terra, vi sono delle differenze notevoli tra la filiera del petrolio e quella del gas naturale. Il metano può essere liquefatto, permettendo il trasporto di grandi quantità di gas in una singola nave, poiché si riduce il volume occupato dal gas liquefatto di un fattore notevole (1 a 23) rispetto allo stato naturale. La filiera del trasporto via nave del gas inizia con un impianto di liquefazione nel Paese produttore, prosegue con il caricamento del gas liquefatto sulle metaniere e finisce con gli impianti di rigassificazione posti nei Paesi consumatori. Dal punto di vista della fattibilità economica, tutta questa filiera deve confrontarsi con quella dei gasdotti precedentemente esposta, considerando anche che un rigassificatore ha una capacità media di 1216 BCMA. Un ulteriore problema del trasporto via nave è dato dal fatto che il metano liquefatto è a temperature estremamente basse (-196 °C) generando, quindi, un costo aggiuntivo dato dai materiali www.ambientarsi.net

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adatti alla criogenia, presenti in tutte le fasi della filiera, dal terminale di liquefazione alla metaniera fino alla rigassificazione finale. Il vantaggio evidente di queste nuove infrastrutture è dato dalla possibilità di svincolarsi da singoli Paesi produttori, con ovvi benefici di approvvigionamento e di potere contrattuale sul prezzo e, soprattutto, senza l’interferenza di Stati “terzi”. Non stupisce, quindi, come i terminali di rigassificazione siano visti come impianti strategici e di interesse nazionale e continentale, potendo essere usati anche come “polmone” di riserva nel caso di taglio alle forniture provenienti dai gasdotti. In Italia e in Europa, si stanno perseguendo entrambe le strade per l’approvvigionamento di gas naturale. Accanto ai gasdotti “storici” provenienti da Libia, Algeria e Russia, sono in costruzione due nuove infrastrutture, entrambe di notevoli capacità (oltre i 25 BCMA): una nel nord Europa, detta North Stream, per connettere direttamente la Russia alla Germania e da qui il resto del continente e, l’altra, detta South Stream, che collega, passando sotto il Mar Nero, la Russia alla Grecia e da qui all’Italia.

Gas a domicilio Dal lato dei rigassificatori, ogni Stato europeo si sta dotando di uno o più impianti in base al proprio fabbisogno nazionale. In Spagna, Portogallo, Polonia, Germania, Francia, Olanda, Croazia sono in costruzione, o già funzionanti, uno o più impianti di rigas-

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sificazione mentre, in Italia, accanto al già esistente rigassificatore “Adriatic LNG”, posto al largo della costa adriatica nei pressi di Rovigo, sono allo studio altri due impianti da scegliersi in varie località, tra cui Trieste, Brindisi e Porto Empedocle. Rivestono, invece, un’importanza marginale il terminale offshore che si sta costruendo presso Livorno per la scarsa capacità (meno di 4 BCMA) e l’ormai storico terminale di Panigaglia, costruito negli anni Settanta, che ci collocava, allora, all’avanguardia della tecnologia del settore. La percentuale così elevata di utilizzo del gas naturale in Italia (senza il quale, è bene ricordarlo, rimarremmo in poco tempo sia al buio sia al freddo) imporrebbe una strategia decisionista in questo settore. Invece stiamo, purtroppo, assistendo al solito “balletto” di ritardi che tanto caratterizzano le opere pubbliche e le infrastrutture strategiche nazionali. Considerando che ci vogliono quattro anni dal momento dell’avvio del progetto a quando un rigassificatore entra in funzione, stiamo perdendo del tempo prezioso, durante il quale siamo costretti a fare buon viso a cattivo gioco verso Paesi produttori che minacciano di tagliarci le forniture e stiamo perdendo un treno importantissimo come quello legato alla rete unica europea per la distribuzione del gas. Il rischio è che, tra qualche anno, compreremo gas da altri Stati europei che si sono dotati di terminali di rigassificazione e, quind, la nostra politica energetica dipenderà comunque da importazioni straniere. D’altra parte, il rimandare queste opere danneggia anche l’indotto delle aziende italiane che, in questo settore, hanno parecchie punte di eccellenza. A livello europeo, vi sono poche società di ingegneria e di costruzione (non più di una decina) sia di gasdotti sia di terminali di rigassificazione ed almeno tre (Saipem, Tecnimont, Techint) sono italiane, oltre ad avere, sul nostro territorio, parecchie sedi operative delle altre aziende europee interessate. Inoltre, moltissimi componenti di queste infrastrutture, dalle tubazioni così vitali per i gasdotti, alle opere marine necessarie per l’attracco delle metaniere, portano il marchio del “made in Italy”. Il passaggio di consegne tra petrolio e gas naturale come prima fonte energetica mondiale sta, dunque, per avvenire e, come è giusto, la società e l’industria si stanno attrezzando per fare fronte a questo nuovo scenario, privilegiando a volte la filiera del trasporto a terra e, altre volte, quella effettuata via mare. Come principali consumatori al mondo di questa risorsa energetica, l’Unione Europea non può trovarsi impreparata di fronte a questo cambiamento. Facciamo in modo che non lo sia nemmeno l’Italia.

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Tecnologie

COGENERO ERGO SUM di Giuseppe Langella

Sulla cogenerazione ad alto rendimento cambiano le regole

I

l concetto di cogenerazione è ormai noto non solo agli addetti ai lavori: essa è la produzione combinata di elettricità e calore ottenuta mediante un unico impianto, utilizzando, quindi, una singola fonte di energia. Talvolta tale concetto si estende all’ulteriore e sempre contemporanea produzione di energia frigorifera, configurando i cosiddetti sistemi di trigenerazione: in tali impianti le frigorie vengono prodotte a spese delle calorie recuperate dal motore primo, mediante l’utilizzo di macchine ad assorbimento. La produzione contemporanea di più forme di energia comporta, in genere, un minore consumo di combustibile se paragonata alla produzione separata delle stesse quantità di energia, ad opera di impianti diversi. L’attuale normativa però, per definire tali sistemi “virtuosi”, richiede qualche cosa in più della semplice produzione contemporanea, introducendo il concetto di “cogenerazione ad alto rendimento”. Tale requisito non è posseduto da tutti gli impianti di cogenerazione: per sapere se un tale impianto è ad alto rendimento, beneficiando quindi di tutti i vantaggi previsti, si è fatto riferimento, fino al 31 dicembre 2010, alla delibera 42/02 dell’Aeeg (Autorità per l’energia elettrica e

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il gas) che ha recepito il decreto legislativo 79/1999. A partire dal 1° gennaio 2011, le modalità di calcolo contenute nella delibera 42/02 sono state modificate secondo quanto previsto dalla direttiva europea 2004/8/CE, recepita dal dlgs 20/2007.

Alto rendimento ieri Il decreto 79/1999 ha introdotto la prima definizione di cogenerazione ad alto rendimento: “Cogenerazione è la produzione combinata di energia elettrica e calore alle condizioni definite dall’Autorità per l’energia elettrica e il gas, che garantiscano un significativo risparmio di energia rispetto alle produzioni separate”. Il decreto prevedeva, inoltre, alcuni importanti vantaggi per l’elettricità prodotta da impianti di cogenerazione, tra cui: • la priorità di dispacciamento dell’energia immessa in rete (subito dopo le rinnovabili); • l’esonero dall’obbligo di acquisto dei Certificati Verdi. Con la delibera 42/02, l’Aeeg ha specificato tutti i criteri che devono essere soddisfatti affinché un impianto possa dirsi cogenerativo, ai sensi del decreto 79/1999. Due erano le condizioni da rispettare:

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• la cogenerazione deve assicurare un “significativo risparmio di energia primaria rispetto alle produzioni separate delle stesse quantità di energia elettrica e termica”. Il risparmio di energia primaria era espresso dall’Ire (Indice risparmio energetico) che doveva essere diverso da zero. Il calcolo dell’Ire avveniva applicando una formula complessa, in cui si applica un parametro di riferimento variabile in funzione della taglia e del combustibile utilizzato. Il parametro di riferimento variabile rappresentava un sensibile miglioramento della normativa, rispetto alla versione ancora precedente, dove lo Ien (Indice energetico) valutava la bontà dell’impianto rispetto ad un unico valore di efficienza di riferimento non considerando che, all’aumentare della taglia, l’efficienza di un impianto aumenta di per sé; • la cogenerazione deve soddisfare un determinato valore di “limite termico”. L’impianto cioè deve avere un buon recupero del calore, che sappiamo essere il vero valore aggiunto della cogenerazione. Maggiori dettagli tecnici e procedurali sono disponibili sul sito del Gse, dove è possibile consultare la “Guida al riconoscimento della cogenerazione”.

Alto rendimento oggi Tutto ciò che è previsto dalla delibera 42/02 è stato valido fino a 31 dicembre 2010. Fino a questa data, veniva considerata come “cogenerazione ad alto rendimento” quella rispondente alla definizione del dlgs 79/1999 e ai requisiti previsti dalla delibera 42/02. Ma dal 1° gennaio 2011 le cose sono formalmente cambiate. A partire da quella data l’Italia deve applicare la direttiva 2004/8/CE, che costituisce il nuovo riferimento europeo in materia di cogenerazione e che il nostro Paese ha già in parte recepito con il dlgs 20/2007 anche se, ad oggi, manca ancora il decreto attuativo che deve definire nel dettaglio le nuove metodologie per calcolare i nuovi parametri introdotto dalla direttiva europea. Concettualmente, la direttiva europea non modifica granché rispetto a quanto oggi previsto in Italia. Il parametro dell’Ire, applicato secondo l’attuale normativa, corrisponde al Pes (Primary energy saving) introdotto con la direttiva europea. Affinché un impianto possa dirsi cogenerativo “ad alto rendimento” dovrà avere un Pes di almeno il 10%. Il risparmio di energia primaria o Pes è calcolato come segue (direttiva 2004/8/CE 11 febbraio 2004): Pes = [1- 1/(CHP H η / REF H η + CHP E η / REF E η)] x 100% Dove: CHP H η è il rendimento termico della pro-

duzione di calore utile mediante cogenerazione, riferito al combustibile di alimentazione usato per cogenerare sia calore che elettricità. (Il calore utile è il calore prodotto in un processo di cogenerazione per soddisfare una domanda economicamente giustificabile di calore o di raffreddamento, cioè una domanda non superiore al fabbisogno di calore o di raffreddamento e che sarebbe altrimenti soddisfatta a condizioni di mercato mediante processi di generazione di energia diversi dalla cogenerazione). REF H η è il valore di rendimento di riferimento per la produzione separata di calore. CHP E η è il rendimento relativo alla produzione di energia elettrica mediante cogenerazione, sempre riferito al combustibile utilizzato per produrre sia calore che elettricità. REF E η è il valore di rendimento di riferimento per la produzione separata di elettricità. Le principali novità introdotte dalla normativa europea riguardano, quindi, i parametri di riferimento su cui viene calcolato il risparmio di energia primaria. Se la delibera 42/02 definisce il parametro di riferimento, in funzione sia della potenza dell’impianto che del combustibile utilizzato, la direttiva europea al contrario non differenzia per taglia ma solo per combustibile e per anno di entrata in esercizio dell’impianto. Ciò significa che impianti, che fino a ieri erano considerati cogenerativi (godendo quindi di tutti i vantaggi previsti), potrebbero non esserlo più a partire dal 1 gennaio 2011.

Scambio sul posto e ritiro dedicato Attualmente mancano le modalità tecniche e operative per l’applicazione dei nuovi meccanismi di calcolo previsti dalla direttiva europea. Ma risultano già operative le principali novità introdotte dal dlgs. 20/2007 di recepimento, tra cui: • semplificazioni per la connessione alla rete degli impianti di cogenerazione, secondo quanto stabilito con la delibera Aeeg ARG/elt 99/08 (Testo integrato delle connessioni attive (TICA)). Ai fini della connessione, gli impianti di cogenerazione godono di tutti i vantaggi già assicurati agli impianti che producono energia da fonti rinnovabili; • possibilità di accedere al regime di Ritiro dedicato dell’energia elettrica, secondo le modalità semplificate stabilite con la delibera Aeeg 280/07. In realtà il Ritiro dedicato era già accessibile per gli impianti di cogenerazione. Il decreto 20/2007 non fa altro che esplicitare questa possibilità (vedi “Il Ritiro dedicato” nei Riferimenti); • in alternativa al Ritiro dedicato, gli impianti di cogenerazione, di potenza fino a 200 kW, possono accedere al regime di Scambio sul posto, introdotto con la delibera Aeeg 74/08. www.ambientarsi.net

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Europa

La sfida rinnovabile

di Alessandro Drago

Il prossimo decennio sarà cruciale per le rinnovabili

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o scopo che ci si era posti nel lontano 2008 a Bruxelles con l’approvazione da parte del Consiglio Europeo del pacchetto clima ed energia e che, tuttora, risulta essere il riferimento per i prossimi obiettivi in materia di sostenibilità energetica è quello del 20-20-20, cioè di riuscire, entro il 2020, ad utilizzare nel vecchio continente il 20% di energia pulita, raggiungere un’efficienza energetica pari al 20% e ridurre i gas serra in atmosfera del 20%. In realtà in Europa ci credono ancora se è vero che, con l’ultima comunicazione della Commissione Europea in materia (COM (2011) 31 del

31.01.2011 “Energia Rinnovabile: progredire verso l’obiettivo del 2020”, viene ribadita la necessità di tenere il passo monitorando gli sforzi protesi verso il raggiungimento degli obiettivi del pacchetto. Più in dettaglio la comunicazione presenta i progressi nell’Ue sull’aumento dell’impiego della quota delle energie rinnovabili sull’utilizzo energetico totale verso il target fissato al 20% nel 2020, facendo emergere un leggero ritardo che, comunque, lascia sperare che tali obiettivi siano ancora alla portata. Per ottenere ciò però la Ce sottolinea che tutti gli Stati membri debbano aumentare sostanzialmente il finanziamento alle energie rinnovabili con un investimento di capitale annuale che deve raddoppiare rapidamente fino a 70 miliardi di euro. La novità sta nel fatto che buona parte di questi fondi dovrebbero provenire dal settore privato e cioè sia dal mondo dell’impresa che dalle famiglie.

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La comunicazione si conclude con una richiesta esplicita da parte della Ce nei confronti degli Stati Membri a non “riformare” i sistemi di finanziamento nazionali alle rinnovabili al fine di mantenere un clima stabile per gli investimenti e, soprattutto, di evitare qualsiasi modifica retroattiva che possa scoraggiare le iniziative private nel settore. Se da una parte si chiede agli Stati membri di mantenere condizioni generali favorevoli agli investimenti (semplificazione amministrativa, completamento ed efficentamento della rete elettrica e continuità a sistemi chiari di incentivazione) dall’altra si propone a questi di promuovere meccanismi finanziari a partecipazione pubblico privata che siano in grado di attrarre capitali e di aumentare il consenso locale sui progetti in materia di FER. In effetti il partenariato pubblico-privato dà garanzie alle imprese circa lo snellimento amministrativo delle pratiche necessarie all’avvio di un progetto e assicura che il settore pubblico coinvolto si impegnerà a fare accettare socialmente le singole iniziative in cui si è impegnato direttamente a livello economico. L’ente locale può, infatti, partecipare all’investimento nel progetto con una quota finanziaria in cambio di energia elettrica a basso costo o attraverso dei margini di profitto.

Progetti assortiti Questi strumenti sono particolarmente utili per i progetti di piccola e media dimensione che fanno fatica a reggersi sulle proprie gambe senza finanziamenti pubblici continui e che, quindi, presentano una maggiore vulnerabilità sul mercato. I grandi progetti nel settore delle rinnovabili (campi eolici, grandi impianti di fotovoltaico a terra e di geotermia) sono, in genere, finanziati da imprese multinazionali o da aziende ex-monopoli statali che possono godere delle economie di scala e diversificare 26 25_26 Drago.indd 2

i propri investimenti tanto da potersi garantire un discreto margine. Va aggiunto, inoltre, che queste compagnie che investono in grandi progetti in questo settore sensibile a livello ambientale godano sovente della possibilità di creare partenariati con associazioni ambientaliste riconosciute a livello nazionale e internazionale che aiutano a rendere accettabili i progetti da parte della popolazione. Le stesse multinazionali hanno potenti uffici di comunicazione in grado di sponsorizzare i progetti in maniera positiva. Tutto questo invece raramente accade per le piccole e medie imprese che, finora, sono riuscite a ritagliarsi una fetta di mercato importante nel nostro Paese specie nel settore del fotovoltaico e del solare termico grazie agli incentivi pubblici del conto energia e dello sgravio del 55% dei costi sull’investimento iniziale. Andandosi a ridurre il finanziamento pubblico saranno proprio i piccoli e medi progetti realizzati da questi attori che incorreranno maggiori difficoltà sul mercato. È soprattutto a loro che la pubblica amministrazione europea (in primis le regioni e i comuni) dovranno pensare per scongiurare una moria di imprese che tradirebbe gli intenti della strategia europea per la sostenibilità energetica che vede nella creazione di impiego legato alle rinnovabili e all’efficienza energetica un volano imprescindibile per lo sviluppo sostenibile. La sfida è appena iniziata anche perché in questi giorni stiamo assistendo, ad esempio in Italia, all’assestamento dei primi colpi inferti dall’attuale governo agli schemi di finanziamento all’energia prodotta da sistemi fotovoltaici. Il settore pubblico in Europa è, quindi, chiamato a dare il meglio di sé per scongiurare il peggio, a partire dalle Regioni che dovranno pensare una governance in grado di migliorare gli investimenti in questo settore con adeguate politiche di indirizzo.

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INFORMAZIONE PUBBLICITARIA

Presso la Facoltà d’Ingegneria dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II” – Tecnici – Ingegneri – Architetti – Geometri – Periti che si vogliono specializzare nel comparto delle energie rinnovabili

Formazione

In Campania si punta sull’energia rinnovabile Attivi due percorsi di alta formazione per i futuri professionisti del settore energetico Corso “Tecnico del Fotovoltaico” e Corso “Riqualificatore Energetico”, Dipartimento di Ingegneria Elettrica dell’Università “Federico II” di Napoli. Due azioni formative di grande successo promosse da Energy Professional Network, la grande rete dei Professionisti dell’energia - marchio del Gruppo ADL - con la collaborazione didattico-scientifica di autorevoli partner Istituzionali: il Centro di Ateneo “Sof.TEL” dell’Università “Federico II” di Napoli per il corso Tecnico del Fotovoltaico e l’INBAR, sezione provinciale di Napoli, l’Istituto Nazionale di BioArchitettura, per Riqualificatore Energetico. I percorsi di alta formazione, articolati prevalentemente in lezioni monosettimanali tenute di sabato presso la Facoltà d’Ingegneria dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, sono rivolti a tecnici, Liberi Professionisti – Ingegneri, Architetti, Geometri, Periti – che si vogliono specializzare nel comparto delle energie rinnovabili. Entrambe le azioni formative si avvalgono di molte autorevoli Istituzioni, in particolare le ultime edizioni, partite lo scorso 30 aprile, godono del patrocinio di due prestigiosi Ordini Professionali della Campania: il Consiglio dell’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della provincia di Caserta e il Collegio Provinciale Geometri e Geometri Laureati di Avellino Avellino. In particolare, il Corso Tecnico del Fotovoltaico, giunto alla sua X edizione è un percorso formativo più che consolidato che mira a realizzare delle figure professionali a 360°, dei veri e propri esperti del settore fotovoltaico, mentre Riqualificatore Energetico, forte del successo della sua prima edizione, tende a formare un nuovo profilo professionale, estremamente versatile e strategico nella riconversione del parco immobiliare esistente. Uno specialista in grado di operare nelle più disparate condizioni, sia in ambito civile che industriale. Al termine di ciascun percorso è prevista l’assegnazione di un attestato di partecipazione e - previo superamento di una verifica finale - di un certificato di competenza, entrambi sottoposti alla supervisione universitaria, a cui è affidata la direzione scientifica. I certificati di competenza, inoltre, consentono di entrare a far parte di Energy Professional Network, la grande rete dei Professionisti dell’energia, senza sostenere alcun altra prova. Segretaria Organizzativa ADL Group Srl T. + 39 081 3723198 - 081 22 09 329 F. + 39 081 22 09 329 formazione@adiellegroup.com www.adiellegroup.com

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Life style Il benessere psicologico derivato dalle rinnovabili domestiche è importante

di Claudia Bettiol

L’efficienza energetica è “femmina”

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hiunque abbia lavorato nel settore delle costruzioni conosce benissimo le dinamiche dei processi decisionali. Potremo condurre un esperimento psicologico analizzando i costi preventivati e quelli a consuntivo di una riqualificazione di una casa. Eventualmente potremo anche condurre un’esperienza diretta “sul campo” intervistando i proprietari ed il progettista. Ma tutto questo risulterebbe inutile perché è universalmente noto che la forbice fra

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i costi iniziali e quelli finali è dovuta alla scelta delle maioliche e di tutte le altre finiture che non sono indispensabili per vivere ma che migliorano il benessere della famiglia che abiterà la casa. E chi è che è responsabile di queste scelte? La risposta è banale: le donne. E qualche volta i ragazzi. E lo dico da donna e da ingegnere che ha lavorato in questo settore. Non è una critica ma un’analisi della realtà. Il fine ultimo di una casa è la protezione e il be-

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nessere di chi vi abita. E il benessere non è dato solo dalla capacità di resistere a scosse di terremoto o alle intemperie. Le donne sanno perfettamente come gestire una famiglia e come creare il senso di identità ed è per questo che, una volta inserite nel processo decisionale, si occupano di scelte “collaterali”. Se in una riqualificazione vogliamo accelerare l’interesse verso aspetti energetici, quindi, dobbiamo riuscire a collegare l’energia con l’identità di una casa e di una famiglia. Con questa prospettiva cambiano tutte le questioni riguardo alla mimetizzazione o all’integrazione energetica. Nascondere la visibilità di un impianto fotovoltaico, ad esempio, significa perdere l’interesse da parte di alcuni membri della famiglia che lo reputano solo un impianto tecnico.

Orgoglio rinnovabile Ma un impianto che produce energia rinnovabile (sia acqua calda che energia elettrica) è qualcosa di più di una caldaia. E se mai verrebbe di associare la propria identità a una caldaia, le interviste condotte a persone che hanno installato un impianto rinnovabile sul proprio tetto dimostrano il contrario. Le persone sono orgogliose della propria scelta e la collegano alla “percezione del sé”. Cambiano i motivi per cui essere orgogliosi ma non l’atteggiamento psicologico finale. Per questo motivo, se si vogliono diffondere i piccoli impianti di produzione di energia rinnovabile, si deve agire sulla leva psicologica della stima. Un tale impianto, quindi, deve essere visibile ma “bello”. Deve avere un valore estetico riconoscibile. Solo a questo punto il prezzo non diventerà più un fattore discriminante. Anzi, un mercato “maturo” è composto di una vasta gamma di prodotti differenziati da vari aspetti in grado di soddisfare le personali esigenze di ognuno di noi. È tempo di cambiare prospettiva e di assecondare la psicologia delle persone se si vuole che le energie rinnovabili siano diffuse. In questo modo dobbiamo poi far capire a chi governa che gli impianti di piccola taglia non sono solo questioni energetiche ma opportunità industriali. In questo caso appare evidente come il punto focale non è più “il produttore” ma “il consumatore” rappresentato principalmente da nuclei familiari. Un consumatore che si evolve in “prosumer” e che può avere vantaggi economici dalla gestione del suo piccolo sistema energetico domestico. Ma anche un consumatore smart e high-tech perché, spostando l’attenzione dalla produzione al consumo,

l’interesse è la organizzazione dell’intero sistema digitale-energetico degli individui. L’efficienza non è la sostituzione di una tecnologia, ma la gestione dei micro sistemi individuali. L’energia può entrare come parte dello stile di vita digitale dei giovani e delle famiglie e il suo controllo può diventare una azione quotidiana “naturale”, così come è “naturale” collegarsi sui social network o nel web. Ovviamente occorrerà imparare a gestire una complessità domestica fatta di impianti di produzione energetica, apparecchiature capaci di dialogare fra loro, sistemi di recupero energetico, sistemi di accumulo (magari su ruote come quelli rappresentati da un’auto elettrica) e abitudini dei figli e degli altri componenti della famiglia. In questo scenario si comprende come l’approccio alla efficienza energetica è diverso e complementare al precedente. La prospettiva non è più quella lineare maschile ma quella femminile più attenta alle relazioni umane. La gestione di sistemi complessi, in cui convivono componenti tecnologiche e comportamenti umani, è proprio quello che le donne fanno ogni giorno all’interno delle famiglie. Per quanto riguarda i ragazzi, il loro ruolo è paradossalmente quello di educare i loro genitori. Le nuove generazioni, che in antropologia sono chiamate “nativi digitali”, sono più esperte nella gestione di sistemi digitali e nell’interazione con la tecnologia e, spesso, esercitano quella che potremo chiamare come una operazione di “mentoring inverso” nei confronti dei loro genitori. Chiunque di noi ha figli ha sperimentato questa nostra dipendenza da loro nell’avvicinarsi alle novità della tecnologia digitale. In conclusione, qualsiasi programma di cambiamento nella produzione o nella gestione dei sistemi energetici deve essere condiviso dalle donne che devono poter dare il loro contributo dalla loro prospettiva. Strategie e programmi devono essere analizzati dalle due prospettive yin e yang se si vuole che siano poi accettati dal pubblico. Quello che è interessante, comunque, è che la Cina ha capito questo passaggio concettuale e la sua politica industriale è indirizzata verso produzioni di prodotti tecnologici e impianti di piccola taglia Quelli che possono essere venduti nei centri commerciali direttamente alle famiglie e che non hanno la mediazione di esperti e tecnici. La Cina, proprio per la sua cultura filosofica e per il ruolo che Confucio attribuisce alle famiglie, è capace di armonizzare una visione lineare maschile con una circolare femminile.

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Formazione

Un’opportunità solare

Classe ottava edizione corso fotovoltaico università Federico II

di Alessandra Lombardi

Il fotovoltaico offre opportunità sia sul fronte occupazionale sia per il sistema Paese

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el 2020 il 12% della domanda di energia elettrica in Europa verrà soddisfatta dal fotovoltaico. Secondo un rapporto dell’Epia (European Photovoltaic Industry Association), presentato a Cancun, infatti, la capacità installata grazie al fotovoltaico raggiungerà tra 9 anni i 390GW permettendo un risparmio annuo di 220 milioni di tonnellate di CO2. La forza del

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settore fotovoltaico resta legata alle caratteristiche geografiche del territorio in cui viene sfruttata: la capacità fotovoltaica nella cosiddetta “fascia del sole” - quella compresa tra il trentacinquesimo parallelo a nord e a sud - nel 2020 potrà raggiungere i 250 GW, per sfondare quota 1.000 nel 2030. Al momento però in queste aree, caratterizzate da un altissimo irradiamento solare, è presente solo il 9% del fotovoltaico, fatto ancora più grave se si considera che, proprio in queste zone, vive circa il 75% della popolazione mondiale, con il 40% del consumo elettrico. I prezzi dei sistemi, inoltre, dovrebbero, secondo le previsioni presentate dall’Epia, scendere in modo sensibile (circa il 66% nel 2030 rispetto a quelli attuali) nella già menzionata fascia del sole. Viste queste premesse non è difficile pensare che il comparto delle rinnovabili dà e darà sempre

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più lavoro “pulito” soprattutto alle nuove generazioni. I dati che emergono dal rapporto Solar Energy Report, realizzato dall’Energy & Strategy Group della School of Management del Politecnico di Milano, dimostrano come in particolare il fotovoltaico sia ormai una realtà importante per il nostro Paese, non solo dal punto di vista economico ed energetico in quanto, come evidenzia il rapporto, il comparto dà lavoro ormai ai 18.500 addetti (oltre 50.000 unità con l’indotto). Oltre 800 operatori attivi sul mercato italiano censiti con un incremento della crescita del 13 per cento con il risultato che in Italia, l’anno scorso, sono stati installati 2.100 MW con una crescita del 192% rispetto al 2009. Ma il dato potrebbe schizzare a oltre 6 GW (+740%) se risulteranno entrati effettivamente in esercizio, entro il 30 giugno, gli impianti fotovoltaici beneficiati dalla legge ‘Salva Alcoa’. Con questi numeri il volume d’affari del 2010 oscilla tra i 7,6 miliardi di euro, considerando gli impianti fv entrati in esercizio entro fine dicembre e 21,5 miliardi se si sommano anche gli impianti ‘Salva Alcoa’, con una crescita rispettivamente del 162% e del 700% rispetto al 2009.

Crescita solare La quota di margine delle imprese italiane supera orma il 42%, soldi che restano nel nostro Paese in netta crescita rispetto a due anni fa quando questo dato raggiungeva a stento il 28%. Le nostre aziende trovano spazio anche all’estero, soprattutto nell’area mediterranea, in Paesi come Israele, ritenuti molto promettenti. D’altra parte secondo uno studio di Energy [R]evolution è possibile ridurre le emissioni di CO2 e garantire allo stesso tempo la crescita economica, sostituendo i combustibili fossili con efficienza energetica e rinnovabili. Secondo lo studio, entro il 2030, è possibile creare dodici milioni di posti di lavoro, di cui otto e mezzo soltanto nel settore delle fonti rinnovabili. Allo stato attuale, i posti di lavoro in energie rinnovabili sono soltanto 2,4 milioni a fronte di 8,7 del settore energetico a livello mondiale. Attuando Energy [R]evolution, invece, si creerebbero 3,2 milioni di nuovi green job nel settore dell’energia, il 33 per cento in più di quelli attuali. Il mercato globale per le tecnologie rinnovabili, entro il 2030, passerà dagli attuali 100 miliardi di dollari l’anno a più di 600 miliardi di dollari. Basta guardare alla Germania dove quasi 102 miliardi di chilowattora sono stati prodotti nel 2010 da fonti rinnovabili, per una quota del 17% sull’of-

ferta totale di energia elettrica. Le rinnovabili, ad oggi, coprono l’11% dei consumi finali totali (dati ministero del’Ambiente). Innanzitutto la Germania ha una produzione di energia elettrica di 603 TWh (nel 2010), quasi il doppio dell’Italia e, poi, l’obiettivo per le rinnovabili al 2010 è stato nettamente superato: era infatti del 12,5%. Ora il target 2020 del 40% di produzione di energia elettrica da rinnovabili sembra veramente alla portata, soprattutto se l’effetto Fukushima farà accelerare al Governo i piani di sviluppo nelle energie pulite. Molti osservatori ritengono che un aumento di 12 TWh per anno sia molto realistico. Eolico e solare fotovoltaico hanno, infatti, contribuito per oltre il 30% della fornitura, una produzione sempre più prossima al contributo del nucleare che in Germania è stato di 133 TWh. Gli investimenti annuali in fonti rinnovabili in terra tedesca hanno superato molto bene la crisi: si stima, infatti, un giro d’affari di 26 miliardi di euro, circa un 25% in più rispetto al 2009. Anche l’occupazione nel settore è cresciuta (+8%) con 370mila addetti, più del doppio di quanti erano nel 2004 (160.500). Ed è per questo motivo che molte scuole e università in Italia stanno organizzando corsi di formazione sui sistemi fotovoltaici, per poter così garantire un futuro lavorativo ai più giovani in un momento drammatico per i livelli di disoccupazione, soprattutto al Sud, con la speranza che il governo decida di rivedere in questi giorni lo sciagurato decreto sui contributi alle fonti rinnovabili. In particolare ci teniamo a segnalare un primo corso sui sistemi fotovoltaici tenuto dal gruppo ADL presso un istituto superiore campano, precisamente l’ITI Augusto Righi di Napoli, un corso nato per fornire un’opportunità e per vincere una sfida. Grazie alla ferma volontà della dirigente scolastica, ingegner Vittoria Rinaldi, si è riusciti a portare in porto alcuni buoni risultati. L’opportunità consisteva nel fornire agli studenti di ultimo anno di istituto tecnico un corredo di conoscenze immediatamente spendibili sul mondo del lavoro, partendo da quelle già acquisite a scuola ed ampliandole sino a giungere alla comprensione tecnica e professionale dei sistemi fotovoltaici. La trasformazione energetica coinvolta, da energia solare radiante ad energia elettrica, è troppo poco approfondita nelle diverse materie tecniche, eppure essa rappresenta una fonte energetica in ascesa e sarebbe il caso che le migliori menti del nostro Paese si concentrassero su quei processi per tentare di ottimizzarne le prestazioni.

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Formazione

Fotovoltaico a scuola Un corso per il fotovoltaico in un istituto tecnico per nuove opportunità d’inserimento. Luigi Verolino è il direttore del Centro di Ateneo per l’Orientamento, la Formazione e la Teledidattica S.O.F.Tel dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. Da oltre dieci anni è Professore Ordinario del Dipartimento di Ingegneria Elettrica della Facoltà di Ingegneria dello stesso Ateneo. Fino al 1991 ha svolto attività di ricerca presso il CERN di Ginevra sull’impiego di nuove strutture, i risuonatori aperti, per accelerare e focalizzare fasci di particelle. È autore di diverse pubblicazioni internazionali e di alcuni libri di testo per la scuola e l’università.

Prof. Ing. Luigi Verolino, Ordinario di Elettrotecnica Generale, Università Federico II di Napoli

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i è concluso nei giorni scorsi il primo corso sui sistemi fotovoltaici tenuto dal gruppo ADL presso un istituto superiore campano, precisamente l’ITIS Augusto Righi, sito al viale Kennedy in Napoli. La ferma volontà della dirigente scolastica, ingegner Vittoria Rinaldi, e le diverse professionalità messe in campo hanno consentito di portare in porto alcuni buoni risultati. Questo corso, tuttavia, era nato per fornire un’opportunità e per vincere una sfida. L’opportunità consisteva nel fornire agli studenti di ultimo anno di istituto tecnico un corredo di conoscenze immediatamente spendibili sul mondo del lavoro, partendo da quelle già acquisite a scuole ed ampliandole sino a giungere alla comprensione tecnica e professionale dei sistemi fotovoltaici. La trasformazione energetica coinvolta, da energia solare radiante ad energia elettrica, è troppo spesso trascurata dai curricoli scolastici, ovvero troppo poco approfondita nelle diverse materie tecniche. Eppure essa rappresenta una fonte energetica in ascesa e sarebbe il caso che le migliori energie intellettuali del nostro paese si concentrassero su quei processi per tentare di ottimizzarne le prestazioni. La sfida era presentare ad un pubblico non universitario concetti che erano stati mesi a punto per laureati. Ciò implicava evidentemente una riduzione della mole di conoscenze da passare agli studenti, ma i tagli andavano fatti senza sacrificare le conoscenze di base necessarie allo sviluppo organico della materia. Probabilmente

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Contatti: Prof. Luigi Verolino Dipartimento di Ingegneria Elettrica Via Claudio 21 [80125] Napoli verolino@unina.it

anche l’utilizzo di giovani professori universitari ha aumentato il grado di attenzione e fruibilità del corso. A giudicare dai risultati ottenuti, devo dire che entrambe le complessità sono state brillantemente superate, tanto da individuare un percorso formativo esportabile in tutti gli istituti tecnici italiani. Considero buona pratica completare la preparazione del perito tecnico, quale che sia la sua estrazione professionale, con materie extra-curricolari che allarghino i suoi orizzonti e siano di interesse strategico per il paese. L’esempio del fotovoltaico è quanto mai indicato. La sfida futura potrebbe essere quella di adattare questo tipo di corsi ai licei scientifico e classico, puntando sempre più sugli aspetti formativi di base e trascurando le parti più tecniche ed operative. Questa idea potrà senza dubbio alcuno fornire una prima pietra per la riedificazione della scuola italiana, la cui urgenza è quanto mai sentita in questi difficili momenti che il nostro paese attraversa. Chiudo con una considerazione relativa alla mia città di Napoli. Essa vive un momento non felice della sua gloriosa storia, ma, ne sono profondamente convinto, il nuovo rinascimento napoletano o passa per la ripresa e la riqualificazione della scuola, alla quale da un decennio dedico gran parte delle mie energie in qualità di responsabile del Centro di Ateneo per l’Orientamento, la Formazione e la Teledidattica [SOFTel], o non ci sarà, indipendentemente dalla classe politica che governerà le sorti della città.

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Formazione

Il Sole sui banchi di Alessandra Lombardi

La formazione professionale diventa una leva di sviluppo socioeconomico e sostenibile

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a formazione nel settore delle energie rinnovabili rappresenta un’occasione di lavoro altamente specializzato per il futuro dei giovani. A Napoli l’Istituto Tecnico Industriale Statale A. Righi offre ai propri studenti questa opportunità. Ce ne parla Vittoria Rinaldi, laureata in Ingegneria Meccanica all’Università degli Studi di Napoli Federico II che dirige l’ITIS A. Righi nel quale si è svolta questa iniziativa.

Dalla laurea in ingegneria alla responsabilità di un istituto tecnico. Ci può spiegare come è successo?

Potrei dire per caso. Appena laureata in Ingegneria Meccanica in meno dei 5 anni accademici (4 anni e una sessione) fui assunta in azienda, arrivando in pochi anni all’ottavo livello del contratto metalmeccanico, ma poi capii che per andare oltre occorreva ben altro per cui decisi di lasciare e rimettermi in gioco come libero professionista. Intanto fui spinta ad addentrarmi nel mondo della scuola e man mano mi sono lasciata entusiasmare, proponendomi per nuove sfide fino al raggiungimento della dirigenza. Ho vissuto e vivo tuttora la scuola come parte integrante del mondo del lavoro, creando continui contatti con le aziende ed Enti Istituzionali, nell’ottica del continuo aggiornamento professionale, non soltanto degli allievi, ma anche dei docenti. In qualità di Consigliere dell’Ordine degli Ingegneri di Napoli ho curato la commissione Istruzione alla quale partecipano esponenti del mondo della scuola, dell’Università e del mondo del lavoro

Perché ha deciso di investire nella formazione sulle rinnovabili per gli studenti del suo istituto?

Nell’ottica dell’aggiornamento dei percorsi forma-

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tivi in rispondenza con le esigenze del mondo del lavoro, in linea con la riforma degli Istituti Tecnici, è nata l’esigenza di integrare il curricolo con moduli specialistici inerenti le energie rinnovabili. Nell’istituto è attivo l’indirizzo di Fisica Ambientale Sanitaria Europea che, con la riforma dei tecnici, confluirà nei due indirizzi Chimica e biotecnologie ambientali - Meccanica, meccatronica ed energia, i quali prevedono nei loro piani di studio la tematica delle energie alternative e rinnovabili.

gruppo ADL, aziende del settore delle energie rinnovabili e ordini professionali. Sono stati svolti dapprima dei seminari informativi e di presentazione del corso, ai quali si è riscontrata una notevole affluenza anche di esponenti del mondo del lavoro e degli ordini professionali. Il Collegio dei Periti Industriali ha conferito il patrocinio all’iniziativa contribuendo alla pubblicizzazione dello stesso.

È la prima volta che organizza questo tipo di corsi di specializzazione?

Un livello altissimo sia come allievi interni dell’istituto frequentanti il V anno, sia come allievi esterni, tipo ex diplomati dell’istituto o di altre amministrazioni, nonché liberi professionisti operanti nel campo dell’impiantistica elettrica – elettronica.

Nell’ambito della Formazione Integrata Superiore (IFTS) ho curato la progettazione di figure professionali maggiormente richieste dal mondo del lavoro, in partenariato con il Politecnico di Napoli, le aziende di settore, ordini professionali, enti locali, agenzie di formazione, Unione Industriali. In particolare con l’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Napoli, è stato progettato e realizzato il corso di specializzazione in acustica ambientale, teso alla formazione di un tecnico abilitato secondo la delibera Regionale. Credo molto nella sinergia tra scuola, università, aziende; è stato riscontrato che anche gli allievi risultano molto motivati, nel momento in cui vengono a contatto con realtà esterne che possano dare un contributo concreto al percorso curriculare

Quali soggetti avete coinvolto per questo corso di orientamento al mercato delle rinnovabili? L’Università degli studi di Napoli Federico II, il

Che livello di partecipazione ha ottenuto?

Che tipo di riconoscimento otterranno gli alunni? Un attestato comprovante le competenze acquisite nel settore del fotovoltaico

Quali sono le possibilità di lavoro concreto in questo settore alla fine del corso?

Le aziende presso le quali saranno svolte le attività di stage inseriranno nei loro data base i curricula degli allievi, manifestando altresì interesse nel caso si presentino opportunità d’inserimento in azienda. Possibilità di lavoro riguardano anche incarichi professionali sia da parte di pubbliche amministrazioni che da parte di privati, nonché inserimento lavorativo presso prestigiose ed importanti istituzioni di settore.

Un network per l’energia Energy Professional Network nasce su iniziativa di un gruppo di professionisti legati da una comune passione per le fonti energetiche rinnovabili, convinti che la condivisione delle esperienze e l’integrazione delle competenze possano costituire la chiave di volta per affrontare un settore giovane e dinamico, poco conosciuto e, soprattutto, poco strutturato per contrastare la disinformazione dilagante a tutti i livelli. Un bacino di competenze, di esperienze e di soggetti dotati di background eterogenei possono senz’altro contribuire a migliorare il complessivo livello qualitativo dell’offerta, offrire spunti e riflessioni all’intera comunità tecnica e scientifica, incrementare le opportunità, fornire supporto alle istituzioni nella definizione dei processi legislativi. L’Energy Professional Network vuole essere un contenitore di professionisti e professionalità di riferimento per l’intera filiera delle fonti rinnovabili e del risparmio energetico, un nodo di interscambio tra istituzioni, operatori economici e fruitori. L’Energy Professional Network sarà promosso quale strumento di certificazione della professionalità energetica presso le imprese e gli enti pubblici per far sì che gli appartenenti a questa rete possano essere riconosciuti come soggetti in grado di offrire le più qualificate risposte alle necessità dei committenti. L’accesso è libero e gratuito; tuttavia, è necessario essere in possesso di titoli e/o esperienze che ne certificano le competenze e le capacità di operare all’interno della filiera.

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Crisi nucleare

L’INSOSTENIBILE PESANTEZZA DELL’ATOMO

36 Atomo sul Sol Levante 38 Senza è meglio 42 Il costo dell’atomo

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Crisi nucleare

Atomo sul Sol Levante di Domenico Coiante

La sequenza degli incidenti nucleari in Giappone pone seri interrogativi

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ollecitato a scrivere qualcosa di chiaro sugli incidenti nucleari giapponesi mi è sorta spontanea una domanda: “Che cosa è avvenuto?” Per i reattori di Fukushima la risposta è Loca: Loss of Coolant Accident, cioè incidente per perdita di fluido refrigerante. Il Rapporto Rasmussen sulla sicurezza dei reattori della II generazione assegna a questo incidente la probabilità più bassa, cioè 1 caso su 10.000 per anno e per reattore. Vale a dire, su 400 reattori in funzione per 25 anni, un incidente di questo tipo accade quasi sicuramente mentre l’Enel, in una sua stima successiva, fatta per il caso specifico del reattore Pwr di Trino Vercellese, ha calcolato una probabilità ancora più bassa, pari a 1 caso su 1 milione. La dinamica è la seguente. Una volta arrestato il funzionamento del reattore occorre smaltire il calore residuo prodotto dagli elementi di combustibile per la radioattività residua. Se per qualche motivo viene a mancare il liquido di raffreddamento del nocciolo il calore si accumula, il liquido evapora e gli elementi di combustibile (che devono sempre essere immersi in acqua) possono trovarsi all’asciutto. A questo punto, la temperatura degli elementi scoperti sale esponenzialmente fino al valore di 1.200 °C quando essi iniziano a fondere a partire dalla guaina di acciaio che racchiude il combustibile. L’acqua, presente sia in forma liquida che in forma di vapore, sottoposta a queste alte temperature, si decompone nei suoi elementi, idrogeno e ossigeno. L’idrogeno, che è un gas leggerissimo, sale immediatamente verso l’alto e si va ad accumulare sulla cupola del serbatoio di contenimento del reattore, da dove viene fatto def luire verso l’edificio di contenimento secondario, il cui tetto è l’unica parte non costruita in cemento armato. La bolla d’idrogeno che si forma sotto questo tetto viene sgonfiata

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cercando di far def luire il gas verso l’esterno. La probabilità che si formi la miscela esplosiva tra idrogeno ed ossigeno è altissima e basta una qualsiasi fonte d’innesco perché si abbia l’esplosione. A questo punto il tetto dell’edificio secondario salta in aria e tutto quello che esso contiene finisce nell’atmosfera. È evidente che l’idrogeno e l’ossigeno prodotti nella fusione degli elementi di combustibile portano con sé anche gli elementi radioattivi sia gassosi sia in polveri sottili che si liberano dalla rottura della guaina. Sia che l’idrogeno venga fatto def luire “pacificamente” nell’atmosfera sia che esso esploda violentemente, l’incidente immette dosi più o meno consistenti di radioattività pericolosa per la salute dell’ecosistema e dell’uomo. Paolo Loizzo, grande esperto mondiale di reattori nucleari, descrive così la sequenza del Loca: “La doccia interna d’emergenza spegne il reattore e lo refrigera. Il vapore che continua ad uscire dal

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tubo tranciato (prima che si chiudano le apposite valvole) viene refrigerato e condensato dai grandi ventilatori e dalle docce sulle pareti dell’edificio di contenimento. Il danno è grave, ma riguarda solo l’impianto, che potrà essere rimesso in funzione dopo un certo numero di anni di riparazioni e di decontaminazione. Nasce contemporaneamente la prima questione: e se contemporaneamente manca l’energia elettrica? Si ripete l’analisi e si dimostra che, per raffreddare il contenitore, bastano tre ventilatori e le due docce alimentati dai diesel d’emergenza. Nasce la seconda questione: e se i diesel non partono? E se si sviluppano grandi quantità d’idrogeno che poi esplodono nell’edificio del reattore? È chiaro che il gioco può continuare a lungo. A furia di guasti successivi si arriva alla fusione completa del nocciolo”.

Sequenze impreviste Ebbene sembra quasi di leggere la cronaca di quello che è accaduto nei due reattori di Fukushima. Il terremoto ha prodotto il blocco automatico improvviso di sicurezza di tutti i reattori, evento detto di transiente brusco. A determinare la sequenza maledetta è stato l’intervento successivo dell’onda di maremoto che ha fatto spegnere i diesel d’emergenza. In queste ore concitate, i nostri rappresentanti governativi non mancano di intervenire su tutti i mezzi d’informazione per rassicurare gli italiani circa la bontà della scelta fatta. L’argomento fondamentale è che i reattori in predicato sono molto più sicuri di quelli giapponesi e che il verificarsi di una tale sequenza di eventi sfavorevoli, terremoto di grado 9 e tsunami, non è possibile in Italia. Anche per i giapponesi, che pure sono abituati ai terremoti, non si riteneva possibile un terremoto di grado 9 e uno tsumami così violento. Anche il fatto che il nucleare è più economico è un falso, come dimostrano le numerose stime indipendenti effettuate recentemente (rapporto MIT 2003, 2009). Anche senza mettere in conto i costi di chiusura, che vengono caricati sui contribuenti, il costo del kWh si aggira intorno ai 0,07-0,08 € ed è, quindi, più caro di quello da carbone, gas e olio. Ricordo che il prezzo unico PUN pagato ai produttori dal GSE, che riflette pertanto il costo attuale dell’energia, è intorno ai 0,06 €/kWh. Altro argomento avanzato il fatto che “siamo accerchiati da almeno 13 reattori al di là delle alpi che potrebbero inviarci le radiazioni in caso d’incidente”. Si riconosce implicitamente il grave

rischio per i reattori presenti al di là delle alpi e si propone di combattere tale rischio aggiungendone un altro più grave perché più vicino, costruendo anche in Italia i reattori nucleari! È roba da matti o mi sfugge qualcosa? Basta considerare la diffusione delle radiazioni in funzione della distanza dalla sorgente. In assenza di venti la concentrazione dei prodotti radioattivi, emessi in aria da una sorgente, diminuisce approssimativamente con il quadrato della distanza. Quindi un conto è avere una centrale a 100 km di distanza ed un altro è averla vicino casa. Perché i giapponesi stanno facendo sgombrare la gente per un raggio di 20 km se non per gli effetti di questa legge? In presenza di venti il quadro può cambiare notevolmente perché gli effetti diffusivi possono essere aumentati o diminuiti a seconda della direzione del vento (vedi Chernobyl). Inoltre l’Italia si trova in una posizione geologica particolare rispetto agli altri Paesi europei. Come il Giappone siamo soggetti a frequenti terremoti visto che il nostro territorio si trova attraversato da almeno due o tre grandi faglie ed altre minori. Tutte sono attive perché sotto di noi si scontrano alcune zolle tettoniche che producono i nostri terremoti. Nel resto d’Europa la situazione è ben diversa. In alcuni Paesi non sanno neppure cosa sia un terremoto (Svezia, Norvegia, Inghilterra, Germania, ecc). Non voglio dire che questo dato di fatto ci debba impedire di fare il nucleare: il Giappone insegna. Però, occorre avere ben chiaro il rischio ben maggiore a cui si va incontro e ai conseguenti costi economici e sociali: il Giappone insegna ancora. “Forse il nucleare ce lo ha ordinato il dottore?” A cui segue: “Ci sono altre soluzioni?”

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Crisi nucleare

Senza è meglio di Edo Ronchi

L’Italia può fare a meno del nucleare nonostante ciò che affermano i nuclearisti

I

l nucleare è una tecnologia rischiosa che non ha risolto il problema della gestione dei rifiuti radioattivi. In Italia, dopo 24 anni dalla chiusura del nucleare, non è ancora stato realizzato il sito di stoccaggio. L’analisi storica (degli incidenti conosciuti e studiati), l’analisi di operabilità (della identificazione dei possibili eventi incidentali per errori, malfunzionamenti, attentati terroristici, ecc.), quella delle possibili conseguenze di tali eventi incidentali, continuano a far classificare i reattori nucleari, compresi quelli di terza generazione, quali impianti a rischio di incidente rilevante. I progressi fatti in materia di sicurezza dei nuovi reattori non sono sufficienti: anche per questi, infatti, restano obbligatori, proprio perché impianti a rischio, i piani di emergenza, interna e esterna. I radionuclidi, formati durante l’esercizio delle centrali, che potrebbero giungere all’ambiente esterno a seguito di rilasci di piccole quantità di prodotti di fissio-

ne, di rilasci in caso d’incidente, anche di piccola entità, di rilasci dei rifiuti radioattivi di bassa e media attività, nonché di rifiuti ad alta attività e a lunga vita costituiti da combustibile esausto e/o dal materiale derivante dal ritrattamento del combustibile irraggiato, continuano a costituire elementi di potenziali impatti negativi per la salute e per l’ambiente, sia per gli effetti deterministici (che si manifestano a dosi relativamente elevate), sia gli effetti stocastici o probabilistici (tipici delle esposizioni alle basse dosi). È dal 1987, anno di chiusura del nucleare in Italia, che si discute di un sito per lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi. Sono intervenute norme di legge, decreti, commissioni, sono state prese decisioni, poi ritirate. Nuove proposte sono ora in istruttoria, ma il sito per lo stoccaggio di tali rifiuti ancora non c’è. Il nucleare produce rifiuti pericolosi, radioattivi e fortemente tossici, che non esistono in natura, parte dei quali restano tali per molte migliaia di anni (il tempo di dimezzamento della radioattività del plutonio è di 24 mila anni) e che non sappiamo come smaltire. Possiamo solo custodirli in qualche posto, mentre continuano a produrre radioattività e calore per migliaia di anni, lasciando il problema in eredità alle future generazioni.

Territorio inadatto L’Italia è un Paese europeo, la sua rete elettrica è integrata con quella europea. Ragionamenti puramente nazionali sul mix delle fonti elettriche sono solo il frutto di vecchie visioni, non aggiornate alla nuova realtà europea. Ciascun territorio europeo deve puntare su uno sviluppo armonizzato con gli altri territori, valorizzando le proprie specificità e qualità, anche in campo energetico. Il territorio Italiano è densamente popolato, con una vasta porzione montuosa, con vaste aree a 38 35_44 Inserto.indd 4

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rischio sismico, con 6.600 comuni, circa 80%, esposti al rischio idrogeologico, di alluvioni o frane. Il territorio italiano, per condizioni climatiche e geografiche, dispone del patrimonio naturale più ricco d’Europa, con vaste porzioni tutelate perché siti di importanza comunitaria, zone di protezione speciale europea, parchi e aree naturali protette: il territorio soggetto a protezione naturalistica è oltre il 19%. L’Italia ospita il patrimonio storico, artistico, culturale e archeologico più importante del mondo: un patrimonio importante per tutta l’Europa. Per tutte queste ragioni l’Italia è il Paese europeo meno adatto ad ospitare centrali nucleari. Non è per caso che, anche prima del referendum, di nucleare in Italia se n’era fatto ben poco: mentre in Francia c’erano già 58 reattori funzionanti, in Italia il nucleare era del tutto marginale, con una sola centrale funzionante, a Caorso, due vecchie e piccole centrali avviate a chiusura, a Latina e a Trino, e una sola nuova centrale in costruzione, a Montalto di Castro. E non è nemmeno un caso che i cittadini che vivono sul territorio, che gli enti locali e le regioni, più vicine al territorio, siano così diffusamente e ampiamente contrari al nucleare .È proprio questo peculiare contesto territoriale dell’Italia che rende sostanzialmente impraticabile una scelta di ritorno al nucleare in Italia, per giunta imposta al Paese da un governo e da una ristretta e temporanea maggioranza parlamentare. Anche se questa forzatura riuscisse a far aprire un cantiere per avviare la costruzione di un reattore nucleare, si tratterebbe di una scelta precaria, destinata ad essere, prima o poi, rimessa in discussione, lasciando solo una coda di costi a

carico della collettività. Ricordo che da 23 anni, anche se le centrali nucleari non hanno prodotto più nemmeno un chilowattora, continuiamo a pagare centinaia di milioni all’anno: ancora 285 milioni per oneri nucleari nelle bollette del 2010.

Meno gas serra senza atomo L’Italia è in grado di realizzare i suoi obiettivi di riduzione delle emissioni di gas di serra senza il nucleare, con il risparmio energetico, con lo sviluppo delle rinnovabili e, in futuro, con la cattura e il sequestro della CO2 . Le emissioni di gas serra in Italia sono diminuite da 516,9 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti nel 1990 a circa 485,8 milioni di tonnellate nel 2010, con un calo di circa il 6%, sostanzialmente in linea con il nostro obiettivo fissato dal Protocollo di Kyoto (-6,5% come media del periodo 2008-2012). Attuando la direttiva europea, vincolante, per lo sviluppo delle energie rinnovabili e l’obiettivo europeo di risparmio energetico, andremmo oltre l’obiettivo di ridurre le nostre emissioni del 20% entro il 2020, senza alcun bisogno di centrali nucleari. L’Italia è ben posizionata, sia per la ricerca sia per le prime realizzazioni sperimentali, nelle tecniche di cattura e sequestro dell’anidride carbonica. È molto più interessante per l’Italia sviluppare questa tecnologia, anche in vista di suoi possibili sviluppi internazionali. Per il nucleare sono in corso diversi progetti di ricerca per tecnologie più sicure e con una minore produzione e una minore pericolosità dei rifiuti: è utile partecipare a queste ricerche, anche se sono prevedibili possibili esiti significativi solo fra qualche decennio. www.ambientarsi.net

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Non necessario L’Italia può fare a meno delle centrali nucleari per soddisfare il proprio fabbisogno di elettricità. Tenendo conto della crescita dell’elettricità prodotta con fonti rinnovabili che nel 2020 supererà il 30% del nostro consumo e della crescita più lenta della domanda di elettricità, visto il consistente programma di costruzione di nuove centrali, soprattutto a gas, andiamo già verso un eccesso di potenza elettrica installata, anche senza il nucleare. Nel 2008 con una potenza di centrali termoelettriche tradizionali pari a 76.000 MW sono stati prodotti 255 TWh, nel 2010 la produzione termoelettrica è scesa a 222 Twh; ma la potenza elettrica installata, programmata prima della crisi del 2008-2009, e prima della crescita delle rinnovabili, continua a crescere. Abbiamo,infatti, 5.232 MW di nuove centrali termoelettriche in costruzione, altri 1.198 MW già autorizzati, ulteriori 4.750 MW in fase finale di autorizzazione e altri 10.428 MW in fase iniziale di autorizzazione (Fonte: MSE, 2009). Anche tenendo conto di un po’ di dismissioni, anche senza nuove centrali nucleari, abbiamo già un eccesso di potenza installata. Occorrerà, quindi, rinunciare alla costruzione di alcune delle nuove centrali termoelettriche già progettate e in fase di autorizzazione e mettere in conto che una parte dei nuovi impianti è destinato a funzionare con un numero di ore non ottimale. L’Italia importa elettricità, ma non per una carenza di capacità produttiva: nel 2009, anno in cui la richiesta di elettricità in rete è calata del 5,7%, quando le

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nostre centrali termoelettriche, sottoutilizzate, hanno ridotto la produzione del 14,2% rispetto al 2008, le importazioni di elettricità sono invece aumentate dell’8,4% (fonte .Terna 2009) perché il costo dell’elettricità in Italia, nonostante la crisi, è rimasto elevato. L’elevato costo dell’elettricità in Italia dipende da diverse cause che non hanno nulla a che vedere col nucleare: da troppi oneri che vanno in bolletta (ben 7: il bonus elettrico, le agevolazioni per le isole minori, le agevolazioni per le ferrovie, quelle per la ricerca, gli oneri del vecchio nucleare, quelli per le fonti assimilate e quelli per le fonti rinnovabili), dall’IVA su questi oneri, dal prelievo fiscale, dal cattivo funzionamento del mercato elettrico, dai costi generati dalle carenze, dalle strozzature e dalle perdite di rete.

Bolletta non cara La scelta nucleare renderebbe l’elettricità in Italia ancora più cara? La Fondazione per lo sviluppo sostenibile ha realizzato una ricerca comparativa, pubblicata su Gazzetta Ambiente n.5 /2010, analizzando 7 studi, realizzati dopo il 2008 in Europa e negli USA, sui costi dell’elettricità prodotta con nuove centrali nucleari, con nuove centrali a gas e a carbone. Si tratta di studi realizzati da istituzioni pubbliche o da qualificati enti terzi, non direttamente interessati a costruire centrali elettriche, più precisamente: dall’Ufficio del Budget del Congresso degli USA, dalla Commissione Europea, dalla Camera dei Lords, dal DOE dell’Amministrazione USA, dall’EPRI di

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Palo Alto, dal MIT e da Moody’s. Il costo medio attualizzato dell’energia elettrica prodotta dalle nuove centrali nucleari nei 7 studi citati risulta pari a 72,8 Euro/MWh, simile al valore del range della NEA (agenzia per l’energia nucleare) dell’OCSE, calcolato con un costo del capitale pari al 10% (il minimo per investimenti rischiosi come questi, con rientri differiti di molti anni). Dalla medesima analisi comparata risulta che il costo medio di produzione dell’elettricità delle nuove centrali a gas è di 61 Euro/MWh, il 16% in meno di quello delle nuove centrali nucleari, mentre il costo medio di produzione dell’elettricità delle nuove centrali a carbone è di 57,5 Euro/MWh, il 21% in meno di quello delle nuove centrali nucleari. Sui singoli valori e sui metodi di calcolo si può discutere, ma un dato è certo: tutti questi studi, valutano l’elettricità prodotta con nuove centrali nucleari come più costosa di quella prodotta con nuove centrali a gas o a carbone. Il che tradotto in altre parole significa che puntare sulle nuove centrali nucleari significa puntare su una elettricità non più economica, ma più cara. A novembre 2010, il DOE, il Dipartimento dell’Energia del Governo degli Stati Uniti, ha pubblicato un aggiornamento della stima dei costi dell’elettricità prodotta dalle nuove centrali che entreranno in esercizio nel 2020: per il nucleare il costo, maggiore e più svantaggioso delle stime precedenti utilizzate nella nostra valutazione comparativa, sarebbe di 14,37 centesimi di dollaro al KWh, per il carbone sarebbe di 12,49, per il gas 8,05.

Futuro a gas Con l’utilizzo del gas non convenzionale le riserve mondiali di gas sono raddoppiate e il suo prezzo è in calo. Il gas sarà, in futuro, ampiamente disponibile, prodotto in numerose aree, e più conveniente del nucleare per produrre elettricità. Si tratta in sostanza di un gas naturale contenuto in formazioni geologiche meno permeabili rispetto a quelle convenzionali, che richiedono particolari tecniche di estrazione. Il gas non convenzionale comprende tre principali tipologie: lo shale gas, che deriva da rocce scistose, per lo più argille; il coal bed methane, ossia metano da strati carboniferi; il tight gas, da formazioni arenacee. Nel 2009 negli USA la produzione di gas non convenzionale ha superato quella del gas convenzionale. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha recentemente confermato una stima della disponibilità mondiale del gas non convenzionale almeno pari a quella del gas convenzionale. Una crescita cosi tumultuosa della disponibilità di gas, raddoppiata in soli tre anni, cambia significativamente gli scenari mondiali dell’energia. La distribuzione di questa risorsa ridisegna,b inoltre, la mappa geopolitica dell’energia, a favore del Nord America che, insieme alla Cina, all’India e al Nord Africa, hanno le maggiori riserve. Negli USA l’impatto sui mercati spot del gas non convenzionale è stato impressionante: i prezzi del gas sono crollati, da 13 a circa 5 dollari per MBtu. Negli ultimi due anni si è assistito ad un fenomeno inedito, anche se non ancora generalizzato: il disaccoppiamento del prezzo del gas da quello del petrolio. Importanti gruppi industriali di tutto il mondo si stanno muovendo: in Europa colossi come Exxon, Total, ma anche le italiane ENI e Sorgenia, stanno avviando numerosi progetti. E, anche se in Europa la disponibilità di questo gas non convenzionale è inferiore di quella americana, il raddoppio delle riserve mondiali di gas, la possibilità, fortemente cresciuta, di ricorrere a diverse aree di approvvigionamento, sicuro e di lungo termine, prezzi tendenzialmente in calo, produrranno un aumento del peso del gas non solo nel sistema energetico degli Stati Uniti, ma anche in quello dell’Europa. Sarebbe incomprensibile che proprio l’Italia, che ha puntato sul gas per produrre una parte rilevante dell’elettricità, puntasse proprio ora sul nucleare, riducendo l’uso del gas: una fonte, a minori emissioni di CO2 , che è diventata più abbondante, più sicura e meno costosa. www.ambientarsi.net

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Crisi nucleare

Il costo dell’atomo di Giuseppe Onufrio, direttore Greenpeace Italia

Costo e sicurezza. Il nucleare ha due talloni d’Achille

L

e ultime stime del Dipartimento per l’energia statunitense (Doe) sui costi industriali dell’elettricità da impianti nuovi in linea al 2020, in quel Paese hanno confermato la tendenza generale alla crescita dei costi, rispetto alle stime presentate negli anni precedenti e meritano qualche commento. Delle fonti considerate (nucleare, carbone, gas ed eolico), i costi attesi per il nucleare rimangono tra quelli più alti e superano quelli l’eolico (non accadeva da qualche anno), oltre che carbone e gas. Le stime, presentate dall’Energy Information Adminstration del Doe, vengono fornite in millesimi di dollaro 2008 e suddivise in costi di capitale, funzionamento e manutenzione, combustibile e costi di trasmissione (vedi tabella). Le valutazioni si riferiscono alle tecnologie già commerciali allo stato dell’arte. Come si vede, per i nuovi impianti in linea al 2020, la stima dell’amministrazione USA vede il nucleare come la fonte più costosa, come già in stime precedenti. La differenza in questa tabella, basata sull’aggiornamento dei costi di capitale presentato dal Doe a novembre 2010, riguarda il margine rispetto alle altre fonti. Infatti, per il nu-

cleare, il Doe ha assunto un costo di capitale di 5.339 $/kW un aumento di quasi il 37% rispetto alla valutazione di pochi mesi prima. Anche per eolico e carbone i costi sono stati rivisti al rialzo – ma in proporzione minore - e il risultato è che l’elettricità da nucleare risulta più costosa del 27% rispetto a quella dell’eolico e del 75% rispetto al gas naturale. Come si vede dalla tabella, per il nucleare (come

Costi attuali dell’elettricità da varie fonti al 2020 in centesimi di dollaro del 2008 per kWh Fonti

Capitale

Funzionamento e manutenzione

Combustibile

Trasmissione alla rete

Totale

Gas Ciclo

2,16

0,16

5,37

0,36

8,05

Eolico

9,87

0,89

0,00

0,56

11,32

Carbone

9,64

0,53

1,96

0,36

12,49

Nucleare

11,91

1,17

0,99

0,30

14,37

Comb

Fonte: EIA_DOE 2010, ricalcolo in base all’aggiornamento di novembre 2010

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per l’eolico) la componente principale del costo industriale dell’elettricità è dovuta al costo dell’impianto. Secondo Enel-Edf un reattore EPR dovrebbe costare 4,5 miliardi di euro (non i 3-3,5 dichiarati nel 2008). Ma le cose non stanno esattamente in questo modo. Infatti, il piano finanziario approvato dal Doe per la concessione dei fondi di garanzia alle banche per il primo EPR da costruire negli USA a Calvert Cliff nel Maryland – fondi poi rifiutati dall’azienda americana Constellation – era di 9,6 miliardi di dollari (di cui 7,5 coperti da garanzie statali). Se noi oggi avessimo le stesse condizioni degli USA e si firmasse un contratto per la costruzione del primo EPR, la previsione di spesa si aggirerebbe sui 7 miliardi di euro (equivalenti ai 9,6 miliardi di dollari alla base del progetto accettato dal Doe). È vero che, nelle stime del Doe, gli impianti di generazione III in linea al 2020 costeranno di meno (5.340 dollari/kW e non i 6.000 del progetto Constellation), cosa che riflette ottimisticamente l’idea che siano più tecnologie e più progetti a essere promossi (con un abbattimento della previsione dei costi rispetto al primo reattore).

Evoluzione nel mondo Dal 1990 il numero dei reattori chiusi ha cominciato a essere dello stesso ordine e per alcuni anni maggiore, rispetto a quello dei nuovi reattori in linea. La situazione di crisi del nucleare a livello globale è rappresentata dal fatto che nei Paesi a economia di mercato ci siano solo due cantie-

ri aperti (uno in Francia e uno in Finlandia) e che, nei prossimi anni, dovrebbero esser chiusi una novantina di reattori per raggiunti limiti d’età. Per sostituirli bisognerebbe mettere in linea, nel mondo, un reattore ogni 20 giorni, cosa evidentemente impossibile. Per questa ragione l’industria nucleare ovunque ha cerca di ottenere l’estensione delle licenze di esercizio, cercando di prolungare la vita utile a 50-60 anni di reattori progettati per funzionare 30-40 anni. L’incidente di Fukushima ha messo radicalmente in discussione questa strategia, come si vede nel caso della situazione tedesca. L’unica spinta alla costruzione di nuovi impianti può venire da quei Paesi che puntano al nucleare per motivi strategico militari: se qualche bomba si può fare in laboratorio, un arsenale richiede uomini, mezzi e tecnologie disponibili solo in Paesi che hanno sviluppato anche la tecnologia civile. Il nucleare in sostanza è un’eredità degli anni passati e il referendum del 1987 in Italia aveva cancellato un solo reattore di una certa dimensione (Caorso) - che aveva avuto diversi problemi di funzionamento già nei pochi anni di vita - e due reattori BWR in costruzione a Montalto, tutti della stessa filiera di quelli di Fukushima. Questo era il nucleare in Italia al 1987, partito dal faraonico piano energetico di Donat Cattin di 20.000 MW della metà degli anni ’70. Già all’epoca quel piano risultò assai poco credibile (si passò a 8.000 MW e poi nel 1987 erano solo 2.000 i MW in costruzione). Il piano nucleare di Berlusconi di fare 13.000 MW, pari a 4 EPR e 6 reattori AP-1000,

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appare ancora più fuori dalla realtà, considerando le enormi difficoltà dell’industria nucleare nei Paesi dove è più forte.

Costo della bolletta Com’è noto, la struttura dei costi della bolletta in Italia dipende solo per una quota parte dal costo di produzione industriale. Per gli utenti residenziali, l’incidenza del valore dell’Itec (indice che riflette il prezzo dell’elettricità alla Borsa elettrica) è per il 31%. Per quanto riguarda i consumatori industriali il quadro è ovviamente diverso. Ma cosa è accaduto per la costruzione del primo EPR in Finlandia? Come ha ricordato De Falco al seminario, il progetto finlandese nasce con un accordo con i grandi consumatori di elettricità – raggruppati nel consorzio Elfi, che ha una forma di organizzazione non profit – che si impegnavano a acquistare a prezzo di costo l’elettricità prodotta dal reattore. Dunque l’esempio finlandese è di una operazione che nasce fuori dal mercato elettrico. Il costo di costruzione dell’EPR fu inizialmente proposto a 2,5 miliardi di euro, l’accordo fu chiuso a 3,2 prevedendo 4 anni per la costruzione del reattore. Oggi i costi sono sopra i 6 miliardi di euro e l’azienda elettrica TVO, acquirente dell’EPR, ha chiamato in causa il costruttore francese Areva per 2,4 mld di euro di costi aggiuntivi. Areva da parte sua ha fatto causa a TVO per 1 miliardo di euro attribuendo una parte dei ritardi all’azienda elettrica finlandese. È assai difficile.

mento. Va sottolineato come un primo tema di una strategia energetica debba riguardare lo sviluppo dell’efficienza negli usi finali che il governo Berlusconi ha sostanzialmente fermato. Il recente rapporto di Confindustria mostra gli effetti energetici, economici, industriali e occupazionali di una politica di efficienza. L’obiettivo di aumentare del 20% l’efficienza rappresenta, per il comparto elettrico, una quota dell’ordine dei 80 TWh all’anno, quantità che è ampiamente possibile risparmiare a costi inferiori a quelli attuali di produzione, come dimostra il rapporto commissionato al Politecnico di Milano da Greenpeace. A più lungo termine una strategia che punti al 100% su fonti rinnovabili ed efficienza è possibile, come dimostrato da diverse analisi sia di fonte industriale che istituzionale, oltre che dagli scenari elaborati da Greenpeace e altre associazioni. Uno scenario di questo tipo richiede una forte integrazione delle reti elettriche a livello europeo e una loro ristrutturazione (smart grid per la generazione distribuita e super grid per il trasporto a lunga distanza) collegando le grandi produzioni eoliche del Nord Europa alle produzioni da solare dell’Europa del Sud e del Nord Africa. Questa rivoluzione energetica (2030-2050) mira a modificare sostanzialmente la struttura attuale della composizione del mercato elettrico, integrando le rinnovabili fluttuanti su larga scala e facendo a meno di nucleare e carbone. Una analisi dell’evoluzione a scala europea della rete elettrica è stata elaborata dal rapporto commissionato da Greenpeace, “Battle of the grids”.

Prospettive energetiche Gli scenari per il settore elettrico a medio periodo sono stati analizzati da Ronchi in un suo docu44 35_44 Inserto.indd 10

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Regione Toscana Diritti Valori Innovazione Sostenibilità ONLUS

mostra-convegno internazionale

terrafutura buone pratiche di vita, di governo e d’impresa verso un futuro equo e sostenibile

abitare

firenze - fortezza da basso produrre

20/22 maggio 2011 VIII edizione ingresso libero

coltivare

• appuntamenti culturali • aree espositive • laboratori • animazioni e spettacoli

agire

governare

Sezioni espositive 2011:

Abitare Naturale Azioni Globali&Welfare Bio Cibo&Cose Comunicare la Sostenibilità Eco-Idea-Mobility EquoCommercio Itinerari Educativi per la Sostenibilità NuovEnergie Reti del buon governo Salute+Benessere Terra dei Piccoli Turismo Eco&Responsabile TutelAmbiente Relazioni istituzionali e Programmazione culturale Fondazione Culturale Responsabilità Etica Onlus tel. +39 049 7399726 - email fondazione@bancaetica.org

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Bioedilizia

Per un recupero bioclimatico

di Giuseppina Crisci

Sul recupero energetico nell’esistente si gioca una delle partite fondamentali dell’efficientamento energetico del Paese

I

l patrimonio edilizio esistente, nella quasi totalità dei casi, presenta forti deficit prestazionali per quanto riguarda l’efficienza energetica. Il consumo di energia necessario per la fruizione degli edifici risulta elevato sia a causa delle dispersioni dell’involucro edilizio sia a causa dell’inefficienza dell’impianto di climatizzazione. I motivi per i quali, fino a oggi, sono stati progettati edifici

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energeticamente inefficienti sono riconducibili al facile approvvigionamento di combustibile fossile e al suo costo limitato (almeno fino a pochi anni fa) ma, negli ultimi anni, con l’acquisizione di una coscienza ecologica e con la maggiore consapevolezza dei problemi ambientali conseguenti alle emissioni di gas-serra, è stato modificato il concetto stesso di edificio. In questo processo di cambiamento hanno avuto notevole influenza anche le nuove normative europee e nazionali così l’edificio, da semplice “costruzione”, diventa l’obiettivo di una “costruzione energeticamente autosufficiente”. Attualmente, la riqualificazione energetica degli edifici esistenti costituisce una sfida e rappresenta uno degli obiettivi principali fissati dall’Agenda 21 per contribuire in modo significativo alla riduzione delle emissioni inquinanti. Gli interventi, che in genere vengono attuati per

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migliorare le prestazioni energetiche delle costruzioni, sono improntati sull’ammodernamento del sistema impiantistico o sull’ottimizzazione dell’isolamento dell’involucro esterno; ma la visione ecologista porta a considerare l’organismo edilizio come un unicum con il contesto, che interagisce con le condizioni al contorno e conduce ad un approccio progettuale che pone la bioclimatica come una delle strategie vincenti per l’efficienze energetica. Questa convinzione induce ad affrontare la conoscenza dell’esistente ponendo un’attenzione particolare alla complessa interrelazione di fattori climatici del contesto di riferimento con l’edificio e contribuisce a definire le strategie primarie per realizzare condizioni di benessere dell’abitare, nel rispetto degli ecosistemi preesistenti nell’ambiente, coniugando l’obiettivo dell’efficienza energetica con quello del risparmio nell’uso delle risorse naturali disponibili. L’elaborazione di informazioni e conoscenze crea l’idea di un progetto di recupero ‘dinamico’ in cui il raggiungimento della qualità viene affidato alla tecnologia così che l’approfondita conoscenza delle risorse naturali, specifiche del luogo e delle dinamiche interne ai loro processi, costituisce elemento essenziale per procedere ad una corretta progettazione attraverso tecnologie bioclimatiche appropriate. In passato, il rapporto fra edificio e clima ha costituito l’aspetto che principalmente ha condizionato l’architettura sia a scala urbana che a scala edilizia. I fattori come sole, vento, pressione, umidità, temperatura, hanno influenzato le attività economiche, le abitudini e la cultura delle popolazioni ed hanno contribuito alla definizione di un’arte del costruire con caratteri linguistici e tipologici specifici, con soluzioni costruttive ingegnose, spesso significative dal punto di vista estetico e simbolico. In effetti, l’architettura spontanea tradizionale si è sempre distinta per appropriatezza costruttiva ed ambientale. In ogni epoca e luogo si sono, infatti, concepite le costruzioni in relazione agli elementi naturali e finalizzate a sfruttare tutto ciò che di positivo tali elementi potessero fornire agli abitanti. Via via, con l’affermarsi di nuovi stili e tendenze, sono andate perse o trascurate le sapienze tradizionali riguardanti l’interazione tra elementi naturali primari e l’architettura e, solo negli ultimi anni, riconsiderando queste interazioni come fondamentali per la definizione del progetto, stiamo faticosamente cercando di recuperare. Per questi motivi, l’edilizia che mostra di essere maggiormente “energivora” è quella prodotta, tra gli anni ’60 e ’80, sotto l’esigenza di soddisfare velocemente e con pochi mezzi

economici la forte richiesta di abitazioni realizzata con prodotti e processi costruttivi di bassa qualità, prevalentemente composta dall’edilizia residenziale pubblica e che, oggi, costituisce la periferia delle grandi città. Edifici progettati con un atteggiamento indifferente a fattori, come i caratteri ambientali del contesto, concepiti come scatole chiuse, estranee al tessuto circostante, sigillate. Un patrimonio che oggi si trova in una condizione di urgente necessità di riqualificazione non solo energetica ma anche da un punto di vista tecnologico e funzionale. È utile perseguire strategie di intervento capaci di realizzare nuove condizioni di benessere all’interno degli edifici, coniugando l’obiettivo del risparmio energetico con quello della “qualità globale”. Ciò è possibile adottando proprio un approccio di tipo bioclimatico con il quale, agendo prevalentemente sull’involucro degli edifici in modo da regolare e controllare i flussi di aria, di luce e di energia, conduce, allo stesso tempo, ad un ripristino dei deficit tecnologici producendo una rielaborazione estetico-funzionale della facciata edilizia, restituendo dignità e qualità al costruito.

Criteri metodologici La scelta delle strategie e delle soluzioni progettuali bioclimatiche è fortemente legata alla specificità del clima in cui si opera. I climi freddi richiedono prevalentemente l’applicazione di strategie di difesa dal freddo attraverso il controllo delle dispersioni termiche e di captazione ed accumulo dell’energia solare. Per i climi caldi, invece, le strategie più appropriate sono quelle di raffrescamento passivo, basate sull’incentivazione e il potenziamento della ventilazione naturale e sulla protezione dell’involu-

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cro dalla radiazione solare, mediante schermature (controllo solare). Per la scelta di soluzioni tecniche appropriate è necessario procedere ad un’attenta analisi sia dell’edificio che del contesto. In bioclimatica, l’edificio presenta elementi che influenzano la prestazione energetica dell’intero organismo: ad esempio, la forma, le tecnologie di involucro e l’organizzazione degli ambienti confinati. I dati da rilevare al contesto sono relativi all’orientamento, ai fattori climatici, alla morfologia del suolo, al suolo, alla presenza di vegetazione e acqua e, in contesti urbanizzati, ai volumi che circondano l’edificio e ai materiali che li rivestono. Nello specifico, ai valori dimensionali e al valore dell’albedo e delle radiazioni assorbite dai singoli materiali. Dall’analisi vengono individuate risorse e processi ad esse collegate che, nella fase progettuale, a secondo degli obiettivi definiti, possono essere valorizzati, indotti o contrastati. Uno dei primi esempi di recupero bioclimatico è stato realizzato a Monaco nel 1983, dove il prof. Peter Krusche ha elaborato un progetto per il recupero del condominio di Parisestrasse n10, nel quartiere di Haidhausen. L’intervento ha interessato un fabbricato residenziale del 1898, composto da 7 appartamenti con tre camere e servizi comuni sul pianerottolo, organizzati secondo i criteri dell’architettura ottocentesca che predispone la zona giorno orientata verso la strada principale e le camere da letto e i servizi rivolte verso il cortile, con un esposizione nord-sud. La tecnologia di costruzione

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è tradizionale con murature portanti in mattoni e strutture orizzontali in legno. L’edificio è sottoposto a vincoli, per cui è necessario conservare tutti gli elementi esterni del prospetto principale nel loro stato originario. L’obiettivo principale di questo intervento è rappresentato da un risparmio energetico pari al 60% nonché la riduzione del consumo di acqua potabile e dei rifiuti. Le strategie bioclimatiche utilizzate hanno previsto: la risistemazione dell’organizzazione funzionale interna degli appartamenti, secondo un’asse sud-nord, con il cambio di destinazioni d’uso in relazione all’orientamento; l’introduzione di sistemi solari passivi per utilizzare gli apporti solari invernali, realizzati attraverso la costruzione di una vetrata che racchiude i balconi verso il cortile formando delle serre e di un giardino di inverno nel vano scala; la realizzazione di una protezione dell’involucro edilizio dalla radiazione solare nel periodo estivo, con sistemi di controllo che riducono gli apporti solari attraverso le superfici trasparenti, realizzati con filtri verdi rampicanti a foglia caduca. Le serre realizzate sui balconi, attraverso la captazione e l’accumulo di energia solare, danno un notevole apporto alla prestazione energetica dell’edificio. Esse fungono da volano termico e riescono ad accumulare calore fino a 50° centigradi, la protezione estiva realizzata con essenze rampicanti funge da brise-soleil “naturale”. La struttura è stata realizzata con vetro semplice affinché si ottenesse un elemento climatico che favorisca rapidamente gli scambi termici.

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Il sistema serra Il sistema serra rappresenta una delle soluzioni più adattabili al nostro clima, in quanto il notevole apporto che produce al rendimento energetico dell’edificio può rendere minimo il ricorso a supporti impiantistici. Esso è costituito da uno spazio chiuso da una o più pareti trasparenti, in genere vetrate, contiguo all’edificio e comunicante con gli ambienti interni. La copertura può essere vetrata o opaca, a seconda delle esigenze e delle caratteristiche del clima, le superfici vetrate possono essere dotate di ante apribili, sistemi di protezione solare e sistemi di isolamento a seconda delle esigenze. Per ottimizzare il potenziale di riscaldamento di una serra solare occorre considerare due aspetti importanti: l’orientamento e l’inclinazione dei vetri, entrambi elementi in grado di massimizzare il guadagno termico. Generalmente, un orientamento a sud, o comunque compreso entro 30° est-ovest verso sud, permette una captazione di circa il 90% dell’energia solare massima potenziale. L’orientamento ottimale dipenderà dai fattori specifici del sito, che possono determinare dove sarà posizionata una serra solare, e dalle caratteristiche del paesaggio locale, quali alberi, colline o altri edifici che possono ombreggiare la serra solare durante alcune ore del giorno. L’inclinazione dei vetri della serra solare è l’elemento più importante che inf luenza l’apporto del calore solare e, quindi, le prestazioni del sistema. La condizione ottimale si ha quando le vetrate sono perpendicolari ai raggi solari, quindi, concettualmente varia in funzione della posizione del sole durante il giorno e le stagioni. L’angolo ottimale per la captazione della luce solare nel periodo invernale dipenderà dal clima, dalla latitudine e dalla quantità di guadagno solare desiderato. L’angolo massimo per il riscaldamento invernale è di circa 10°-15° superiore alla latitudine del sito. La difficoltà di realizzare l’angolazione ottimale fa sì che si individui, come opzione migliore per una serra solare, il vetro verticale per la maggior parte del territorio italiano. Le vetrature verticali captano quasi tutto il calore che potrebbe captare un vetro inclinato, senza particolari svantaggi. Una parete verticale può sopportare una superficie maggiore di vetro in rapporto alla parte necessaria per la struttura e, inoltre, è anche più facile metterlo in ombra durante la fase estiva. Infatti, una sporgenza del tetto ben progettata è capace di portare ombra sulla parete sud della serra durante l’estate, men-

tre d’inverno consente il passaggio dei raggi solari e l’accumulo termico. I lati della serra solare, quelli esposti ad est ed ovest, dovrebbero essere realizzati con una muratura ad alta inerzia, in particolar modo quella ad ovest, per proteggersi d’estate e limitare le dispersioni termiche notturne: la luce del sole entra da ovest nelle ore pomeridiane e avere delle vetrate così orientate potrebbe comportare un guadagno solare indesiderato nella fase estiva. Se è necessario utilizzare delle vetrate sui lati della serra solare, è preferibile posizionarle ad est, dove la luce solare entra nelle prime ore della giornata ed è meno probabile che si verifichino apporti solari non voluti d’estate. Negli ultimi anni, la legislazione italiana favorisce la realizzazione di serre solari. Infatti, esse non vengono più considerate volume addizionale, ma vengono assimilate a locali tecnici, tuttavia per essere considerate tali devono soddisfare una serie di requisiti che variano da Comune a Comune. Generalmente i requisiti richiesti sono: • non deve essere riscaldata dall’impianto di climatizzazione; • deve essere disposta nei fronti da sud-est a sud-ovest; • la superficie vetrata deve essere prevalente. Alcune amministrazioni richiedono che il rapporto tra superficie vetrata e superficie totale (pareti e copertura) sia almeno il 70%, altre esigono il 100%; • il volume della serra non può superare il 10% del volume riscaldato dell’edificio (valore variabile che in alcuni casi raggiunge il 20% a seconda delle prescrizioni dei Comuni); • la serra solare deve prevedere sistemi di schermatura e superfici vetrate apribili per adattarsi alle stagioni più calde; • non deve determinare un nuovo locale per la presenza continuativa delle persone (come locali di abitazione, luoghi di lavoro, ecc.); • il guadagno energetico durante la stagione invernale, dovuto alla presenza della serra solare, deve essere almeno del 20% rispetto alla soluzione senza serra solare (valore variabile dal 5% al 25% a seconda delle prescrizioni dei Comuni). La realizzazione di una serra solare deve rispettare le norme tecniche contenute nei Regolamenti Urbanistici Comunali e deve essere accompagnata da una relazione tecnica che descrive il suo comportamento energetico e quantifica il guadagno energetico generato.

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Geopolitica

Guardare a Sud

di Simone Malacrida

La nostra percezione della realtà del Nord Africa e del Medio Oriente è troppo superficiale

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A

livello mondiale questa prima parte del 2011 si è caratterizzata per una serie di eventi che hanno colto impreparata l’opinione pubblica, in particolar modo quella occidentale. I fatti, che tuttora popolano la cronaca, provenienti dal Nord Africa e dal Medio Oriente, hanno provocato un’ondata di stupore, come se non vi fossero, in precedenza, segnali che facessero presagire un’evoluzione così rapida di quell’area rimasta per decenni cristallizzata in un equilibrio geopolitico del tutto insostenibile. La vera causa di questo stupore risiede non tanto in sviluppi inattesi di una particolare condizione preesistente, quanto piuttosto nella percezione errata che abbiamo noi europei ed occidentali di quelle aree, troppo spesso derubricate tramite l’uso di luoghi comuni molto semplicistici. La

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situazione geopolitica, sociale, industriale ed energetica di molti Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente è, per molti versi, del tutto identica. Vi sono tratti comuni evidenti come l’età media molto giovane, l’alta crescita demografica, un basso reddito medio che ha prodotto, negli ultimi decenni, una forte migrazione di persone verso l’Europa. Accanto a ciò, è del tutto innegabile che, in quei Paesi, il tasso di democrazia è molto basso, con libertà di stampa molto limitata, regimi dittatoriali, libertà della donna praticamente inesistente. In alcuni Stati il tasso di scolarizzazione è comunque buono, in altri vi sono ancora aspetti tribali o di clan, in altri ancora l’aspetto religioso islamico è molto marcato, ma il quadro generale è abbastanza comune, anche se non si possono assimilare questi Paesi in un unico panorama tout court. A livello industriale ed energetico, l’economia è governata ed indirizzata principalmente da un piccolo nucleo della classe dirigente che si comporta da oligopolista interno sposando la causa politica del sistema vigente (che sia una famiglia reale o un dittatore o un esercito al potere), mentre il Pil dipende, quasi esclusivamente, dalle risorse energetiche e minerarie, in particolare dal petrolio e dal gas naturale. Molte volte è stato posto in evidenza come la detenzione di queste ingenti risorse non genera una ricchezza distribuita ma solamente una divisione sociale marcata, con un ristretto gruppo di persone detentrici di capitali spropositati e con la maggioranza della popolazione a livelli di sussistenza primaria. Molte volte sono state segnalate come queste storture fossero del tutto in linea

con il modello energetico “concentrato” basato sulle fonti fossili e, addirittura, tramite “l’indice di democrazia” elaborato dall’Economist Intelligence Unit, è stata provata una correlazione inversa tra la produzione di combustibili fossili e la democrazia interna. Se pensiamo ai casi estremi, il maggior consumatore di petrolio procapite sono gli Stati Uniti e le maggiori riserve di petrolio sono in Arabia Saudita, questi dati sono molto chiari: sembra non essere possibile la conciliazione tra democrazia interna e produzione sostenuta di combustibili fossili. La detenzione di risorse naturali di origine fossile garantisce ai Paesi esportatori un grande vantaggio a livello economico, anche se i tassi di crescita di questi Paesi sono molto spesso inferiori a quelli concernenti gli importatori di fonti fossili. Questo apparente paradosso si spiega proprio con la differenza di regime politico adottato. Mentre i Paesi consumatori di energia hanno per lo più carattere democratico e, dunque, la classe dirigente ha il dovere di creare valore economico aggiunto e distribuirlo alla popolazione, nei Paesi produttori vi sono spesso regimi dittatoriali o oligopolisti che tendono ad accentrare le grandi disponibilità finanziarie in una percentuale molto bassa della popolazione quasi sempre affiliata al regime di potere.

Deficit di democrazia Ciò spiega sia la scarsa propensione all’innovazione di questi Paesi (al contrario, i Paesi consumatori pongono al centro della propria economia l’innovazione e il ricambio industriale) sia le continue tensioni, che possono sfociare in

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guerre civili o guerre tra Stati, per accaparrarsi una consistenza rendita per alcuni decenni. In quest’ottica, l’enorme profitto concentrato dei fondi sovrani denota un problema di mancata democrazia e distribuzione della ricchezza, oltre a generare delle tensioni geopolitiche nel momento in cui tali fondi decidono di investire grandi quantità di capitale nei Paesi importatori di energia, caratterizzati da regimi democratici e da regole di mercato, più o meno, disciplinate. L’ultimo tassello della situazione esistente, prima degli eventi di questo inizio anno, è dato dal rapporto tra gli Stati occidentali e l’area mediorientale e nordafricana. Potremmo sintetizzare, dicendo che, da almeno 30 anni, si adotta una politica di tacito assenso, proprio per la fortissima dipendenza energetica che abbiamo nei confronti di quell’area. In cambio di forniture di fonti fossili a costi relativamente contenuti e in cambio di progetti e commesse assegnate alle grandi industrie occidentali, abbiamo accettato questi regimi non democratici, stringendo accordi di partnership ed aprendo il nostro mercato alle ingenti risorse finanziarie di questi Paesi.

Se, dunque, la situazione sociale, politica, economica ed energetica è quella appena esposta, quali conseguenze si avranno dai fatti che stanno sconvolgendo quest’area? Dobbiamo subito dire che le differenze di ogni Paese determineranno lo scenario futuro. Ne abbiamo già avuto prova circa il caso tunisino e quello egiziano. Mentre nel primo Paese la situazione non è ancora del tutto sotto controllo in quanto non si riesce ad instaurare un governo con l’autorità e il riconoscimento necessario, in Egitto si è delineato un parziale assestamento dopo le dimissioni di Mubarak, con il potere in mano all’esercito in attesa di nuove elezioni, a questo punto si spera con regole più democratiche rispetto a quanto avveniva in precedenza. D’altra parte, la situazione libica è ancora in bilico tra un proseguimento del regime dittatoriale di Gheddafi e una vittoria degli insorti. In altri Paesi, come Yemen, Bahrein, Arabia Saudita, Iran ed Algeria, le tensioni interne sono ancora nella fase embrionale di dimostrazioni di piazza e rivendicazioni contro il regime. In ogni caso, queste situazioni sono del tutto mutevoli e ancora ben lungi dall’essere stabili e durature. Si potrebbe tranquillamente assistere ad un semplice “rimpiazzo” dei regimi dittatoriali con nuovi uomini forti così come alcuni Stati potrebbero scivolare verso una teocrazia islamica e altri verso una soluzione democratica più simile ai concetti occidentali. Dare, quindi, delle certezze in questo quadro pieno di incognite è ancora difficile e si rischia di rasentare la fantapolitica e la fanta-economia. Come prima conseguenza di questa nuova fase, possiamo dire che la complessità e l’incertezza saranno maggiori e questo peggiorerà la già nostra bassa comprensione di quel mondo.

Materie prime protagoniste Per il breve periodo, troppo spesso visto come l’unico parametro di merito, si è visto che il prezzo delle materie prime, tra cui il petrolio, è destinato ad aumentare, non tanto per qualche fantomatico blocco alle forniture, quanto per la reazione dei mercati alle tensioni geopolitiche. In effetti, qualunque gestione del potere prendesse il sopravvento, è difficile immaginare ad un blocco della maggiore entrata di questi Stati, se non per un periodo limitato e per ovvie ragione di ritorsione. Allo stesso modo, la situazione dei contratti stipulati ed in essere, risente delle stesse 52 50_53 Malacrida2.indd 3

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preoccupazioni nel breve periodo, mentre tende ad appianarsi in una fase conseguente. Le differenze più marcate si potrebbero vedere nel lungo periodo, cambiando completamente lo scenario cui eravamo abituati oppure continuando nella solita riproposizione dello schema degli ultimi 30 anni. Non è dato sapere ciò che accadrà se questi nuovi equilibri politici sfoceranno in una nuova fase industriale ed energetica per tutta l’area interessata. Di certo, è difficile immaginare alla rinuncia o al ridimensionamento dell’importanza del petrolio e del gas naturale, almeno nei prossimi dieci o venti anni. La grossa differenza potrebbe avvenire nel metodo di sfruttamento dei giacimenti e di gestione dei profitti e questo imporrà una rivisitazione del nostro paradigma basato su concetti ormai passati. A ben pensarci, anche una fonte rinnovabile come il solare, è inf luenzata da un possibile cambiamento sociale e politico del Nord Africa. Proprio in quei Paesi è stato pensato Desertec, il più grande progetto mai ideato per fornire energia elettrica dal solare e per rendere, in un futuro, indipendente l’Europa a livello energetico. La situazione politica, gli accordi e i regimi al potere potranno dare un colpo mortale a questo progetto (ad esempio se la nuova classe dirigente fosse ancora di più legata agli interessi petroliferi) oppure imprimere una svolta epocale se si indirizzasse l’economia

verso una maggiore distribuzione dei profitti. Quale atteggiamento avrà la classe dirigente mediorientale e nordafricana nei prossimi dieci anni rispetto alle enormi differenze sociali interne? Sapranno distribuire equamente il reddito senza creare concentrazioni di denaro enormi in mano a pochissimi? Sapranno scindere il legame tra fonti fossili e mancanza di democrazia? Come si approcceranno alle capitali questioni dei rapporti con l’Occidente e con stili di vita migliori senza incorrere negli stessi errori del consumismo sfrenato di risorse? Queste sono le vere sfide che determineranno il panorama mondiale perché, ciò che accadrà su questo fronte, si ripercuoterà anche sul nostro modo di approcciarci a quei Paesi in termini di accordi e di forniture energetiche e, più in generale, sul nostro modo di vivere ed usare le differenti forme di energia a nostra disposizione. Così come la caduta del Muro di Berlino e del blocco comunista ha stravolto la società mondiale, il ruolo dell’Europa e le nuove strategie politiche ed industriali, anche un cambiamento radicale dell’area mediorientale e nordafricana produrrà degli eventi globali. La vera domanda è se noi, occidentali ed europei, siamo pronti a capire in modo rapido la possibile rivoluzione sociale in atto e a muoverci con maggiore consapevolezza ed equilibrio rispetto a quanto abbiamo fatto in precedenza.

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Green Economy

IL NUOVO LAVORO È ECO di Luca Vecchiato *, Simone Padoan ** * ECO Management s.r.l., ** CEEGS s.c.a.r.l.

Sono molte le nuove figure professionali che interessano il settore ecologico

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arlare di mercato del lavoro nell’Italia del 2010 vuol dire parlare di corda a casa dell’impiccato. La crisi finanziaria del 2008 e, soprattutto, 15 anni di deindustrializzazione selvaggia, hanno lasciato un paesaggio di macerie. Dopo tanti anni la disoccupazione è tornata a crescere, i più giovani si vedono proporre posizioni di precariato sempre più spinto. Eppure basta alzare lo sguardo da questo cupo presente per accorgersi che le prospettive esistono. Economia significa “legge della casa” e condivide la sua radice “Eco” con ecologia e, senza dubbio, la crisi economica è prima di tutto crisi ecologica. E dalla crisi ecologica si esce avendo ben chiaro in mente la Dichiarazione di Rio su Ambiente e Sviluppo, approvata alla conferenza

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di Rio del 1992 e che definisce in 27 principi diritti e responsabilità delle nazioni nei riguardi dello sviluppo sostenibile. Alcuni di questi principi dovrebbero stare in ogni politica ambientale: “Lo sviluppo economico e sociale è il solo modo per assicurare all’uomo un ambiente di vita e di lavoro favorevole e per creare sulla Terra le conduzioni necessarie al miglioramento del tenore di vita”. Un mondo intero è da riprogettare e ricreare. L’impegno che questo richiederà sarà enorme e distribuito a tutti i livelli: si può pensare al mondo dei prossimi decenni come a un enorme cantiere di ricostruzione del rapporto tra Uomo e Natura e, naturalmente, in un cantiere non mancano le occasioni lavorative.

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L’andamento Il triennio 2008-10 è stato un periodo chiave per l’Italia. Dinamiche demografiche e sociali si sono intrecciate alla congiuntura economica con conseguenze potenzialmente esplosive sugli anni a venire. La popolazione italiana ha ripreso a crescere vigorosamente dopo decenni di stasi. Per la prima volta si è sfondato il tetto dei 60 milioni di abitanti in un contesto di crescente pressione antropica sull’ambiente. Al tempo stesso il 2010 ha visto bruciare più di un milione di posti di lavoro rispetto al 2007 mentre il “Rapporto sul Mercato del Lavoro 2008-2009” del Cnel punta il dito su un aumento dei tradizionali squilibri italiani, quelli tra Nord e Sud, quelli tra le classi sociali e quelli tra giovani e vecchie generazioni. Questo trend è stato comune a tutta l’Europa, anzi, in tutti i Paesi occidentali a conferma della globalità della congiuntura economica ma, va notato, che ha colpito più duramente i Paesi che avevano preso strade di forte sfruttamento ambientale come, ad esempio, la Spagna, che era cresciuta sulle spalle di un mega boom immobiliare e che ha visto passare il suo tasso di disoccupazione dal 10 al 20% della popolazione attiva in meno di tre anni. Vale, inoltre, la pena di puntualizzare che se, all’inizio, la crisi ha falcidiato i posti di lavoro dell’industria manifatturiera, anche il settore dei servizi è a rischio. Non si sbaglia se si sostiene che la presente congiuntura ridefinirà l’intero mondo del lavoro. Questo trend risulta molto leggibile già negli ultimi 20 anni: l’occupazione “ad alto contenuto ambientale” è cresciuta esponenzialmente passando dai 264 mila addetti del 1993 ai quasi 400 mila del 2010. Non solo ma l’esigenza delle aziende di fidelizzare chi lavora nel settore fa sì che gran parte di questi lavori siano a tempo indeterminato e per persone con livello d’istruzione medio-alto. Il settore ambiente In questo contesto l’Italia rimane Paese a forte vocazione manifatturiera (seconda economia europea per produzione industriale dopo la Germania) ed è, quindi, dal mondo produttivo che bisogna partire. Sempre il rapporto Cnel ha riportato i risultati di un’indagine su quali sono le competenze più richieste dalle aziende manifatturiere. Risultano vincenti l’affidabilità nell’esecuzione del proprio lavoro (78.3 per cento), le abilità manuali (70.3 per cento), la resistenza psicofisica

(59.6 per cento), la conoscenza del funzionamento dell’organizzazione (54.7 per cento), il lavoro di gruppo (34.6 per cento). Sono, al contrario, poco richieste dalle imprese la capacità di risolvere i problemi, il 24 per cento e con meno del 10 per cento attività di consulenza e cura; pianificazione delle attività altrui; istruire addestrare ed insegnare; eseguire calcoli. Risulta subito chiaro come “l’area della soluzione dei problemi, dell’interazione e del reciproco apprendimento è quella più penalizzata” ma proprio queste sono le capacità che deve possedere chi ha intenzione di lavorare nel settore dell’ecologia. L’ecologia è per definizione la “scienza del tutto” quella che cerca di interpretare il mondo con approccio sistemico. Chi ne vuole fare il proprio campo lavorativo deve necessariamente avere un approccio multidisciplinare e articolato. Tenendo a mente questo si capisce come la prima figura professionale che il mondo aziendale sta cercando è il responsabile ambientale. È il tecnico che, in azienda, assomma a sé competenze giuridiche sulla normativa ambientale (per esempio sui settori rifiuti, emissioni in aria, scarichi idrici, rumore, ecc.) ma anche skill tecniche di buona specializzazione e di conoscenza trasversale dei processi aziendali. È la figura che supporta la direzione nella definizione delle strategie ambientali con particolare attenzione al bilancio costi-benefici. Molto spesso si occupa direttamente delle certificazioni dell’organizzazione, ad esempio ISO14001 o Regolamento EMAS, tenendo anche i contatti con gli enti di controllo. Un grande atout di que-

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sti tecnici è la loro trasversalità rispetto ai settori produttivi che gli permette di reimpiegarsi anche in realtà manifatturiere molto diverse tra loro. Altro ruolo, spesso coperto dagli stessi responsabili ambientali, è quello del responsabile dei sistemi di gestione ambientale (Rsga), che ha responsabilità diretta della certificazione dell’azienda secondo la norma ISO 14001 o secondo il Regolamento EMAS. La figura deve possedere requisiti di eco-manager soprattutto per la capacità di dialogare con le diverse funzioni aziendali e di conciliare le diverse esigenze. L’Rsga sta, negli ultimi tempi, ampliando il suo campo d’azione a seguito dell’introduzione del nuovo schema di certificazione energetica, la norma EN16001. Grazie a questa norma forse, per la prima volta, verrà formalizzata in azienda una figura indirizzata al risparmio energetico. Poiché però il campo ambientale è sterminato, il personale dell’azienda necessita spesso di un supporto specialistico che viene fornito dai consulenti ambientali. Tali figure sono solitamente liberi professionisti oppure fanno capo a studi di consulenza. Hanno formazione tecnica specialistica che gli permette di affrontare e risolvere le problematiche su cui l’azienda non può avere competenze specifiche (come ad esempio pratiche autorizzative, cambi normativi, ecc.).

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Un limite che questa branca della consulenza sta riscontrando è la difficoltà di attestare la preparazione e l’esperienza dei tecnici. Nonostante il grande lavoro fatto dagli ordini professionali e la nascita di associazioni spontanee, la consulenza è tuttora un settore brado, terra di nessuno per una minoranza di avventurieri. Ma le esigenze crescono molto rapidamente. Il boom delle energie rinnovabili ha creato un nuovo settore di impiantistica, con progettisti e installatori specializzati. Le skill richieste a chi si occupa dell’implementazione di questi sistemi sono molto più variegate di quelle necessarie al progettista tradizionale e vanno dalla conoscenza dei meccanismi di incentivazione economica alla padronanza delle pratiche autorizzative, particolarmente complesse e impegnative. Valenza fondamentale di queste figure è la capacità di lavorare non solo per il grande impianto ma anche per la piccolissima installazione domestica (come nel caso del fotovoltaico o del riscaldamento a biomasse). Trasversale al mondo imprenditoriale e a tutti i settori della vita civile è la figura del formatore ambientale. In lui si può riconoscere un altro dei principi fondamentali stabiliti a Rio nel ’92: “l’educazione sui problemi ambientali, svolta sia fra le giovani generazioni sia fra gli adulti, dando

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la dovuta considerazione ai meno abbienti, è essenziale per ampliare la base di un’opinione informativa e per inculcare negli individui, nelle società e nelle collettività il senso di responsabilità per la protezione e il miglioramento dell’ambiente nella sua piena dimensione umana”. Il formatore, più ancora degli altri professionisti, deve avere quella necessaria flessibilità mentale che permette di anticipare i cambiamenti e valutare le opportunità. Altra figura professionale, che si sta diffondendo anche in Italia, è quella del certificatore energetico. La sua importanza è decisiva nel contesto dei consumi energetici dove le abitazioni sono dei divoratori di energia. La normativa italiana, obbligando i venditori di abitazioni a produrre una certificazione sui consumi per climatizzazione, ha creato una fortissima spinta a questo tipo di specializzazione professionale. Risulta chiaro come l’onda delle Green Economy stia attraversando l’intero mondo lavorativo: non a caso il Wwf stima in 3,4 i milioni di posti di lavoro che verranno creati dal settore nella sola Unione europea.

Un mondo che cambia Guardando, però, un po’ più lontano si può cercare di intuire quali cambiamenti si preparano per il nostro mondo e, quindi, quali nuove competenze risulteranno necessarie. Non si citeranno qui le “indispensabili” professioni scientifiche: investire nella ricerca e nello sviluppo tecnologico sarà, ovviamente, fondamentale e questo creerà un bisogno forte di figure ultra specializzate. Saranno necessari fisici dello stato solido (per far avanzare le tecnologie del fotovoltaico), agrochimici (che avranno il compito di estrarre composti pregiati dalle matrici vegetali e di ottimizzare la produzione delle biomasse), studiosi e conservatori della biodiversità, climatologi specializzati in riscaldamento globale. Per non parlare dei traguardi avveniristici, come la produzione di energia dalla fusione dell’idrogeno, che richiederanno competenze al limite della fantascienza. Si preferisce, però, tratteggiare qualche sviluppo professionale che, forse, sorprenderà chi ragiona solo in termini di “magnifiche sorti e progressive” dello sviluppo tecnologico: gli impatti ambientali, finora poco considerati nelle normali attività economiche, stanno per colpire la nostra società in maniera pesantissima e la ristrutturazione che ne conseguirà sarà anch’essa molto profonda. Un compito difficilissimo ma appassionante e vi-

tale sarà quello affidato ai riqualificatori urbani. Le città sono ormai da decenni organismi energivori e disfunzionali e lo saranno sempre più in futuro. Chi si occuperà di riqualificazione dovrà necessariamente “fare le nozze con i fichi secchi” per mancanza di risorse finanziarie e materiali, cercando di conciliare il riutilizzo degli spazi abitativi e d’altro tipo con nuove necessità (mobilità a corto raggio, climatizzazione a zero energia, ecc.). Il riqualificatore dovrà avere carisma e grandi doti di mediazione. Compito collegato a questo sarà quello dell’agronomo urbano, specialista nella creazione di orti urbani su giardini, aree dismesse, lotti abbandonati. I suoi precursori sono i guerrilla gardeners che, anche in Italia, cominciano a punteggiare le città di spazi verdi strappati all’asfalto. L’agronomo avrà competenza agronomiche specialistiche ma anche grande capacità di muoversi tra autorizzazioni e burocrazie. Sarà una figura chiave per la sua capacità di dare alle città una seppur minima indipendenza alimentare. Grande spazio avrà anche lo specialista in risparmio energetico, soprattutto in ambito domestico: mentre le aziende formeranno i propri tecnici specializzati in risparmio sarà da colmare la lacuna di conoscenze specifiche nelle famiglie. Lo specialista di risparmio potrà dare ai nuclei familiari indicazioni concrete di “buone pratiche”, investimenti impiantistici, riutilizzo dell’acqua, ecc. Altra nuova figura sarà il riciclatore, discendente dei vecchi “stracciaroli”, ne sarà la versione hightech. Le sue competenze tecniche nel conoscere le diverse possibilità di utilizzo e riciclaggio dei rifiuti ne faranno un personaggio chiave per le aziende. La speranza, scrivendo questo articolo, è di avere trasmesso oltre all’urgenza della ristrutturazione in chiave ecologica anche le opportunità lavorative che si stanno per schiudere. Occorrerà, necessariamente, rovesciare 200 anni di crescente specializzazione per ricostruire un approccio multidisciplinare e interconnesso, anche nelle professioni a basso contenuto tecnico. Il professionista “verde” di domani sarà uno a cui piace rimboccarsi le maniche ma avendo davanti chiare mappe mentali di sostenibilità e di pace col pianeta. Piace ricordare qui una frase che Jeremy Rifkin ha pronunciato nel 2008 nel corso di una conferenza a Roma: “L’Italia è leader mondiale per creatività e idee ed è il luogo migliore per dare inizio alla terza rivoluzione industriale. Anche perché l’Italia è l’Arabia Saudita delle energie rinnovabili.”

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Eolico

Una rete di vento

di Andrea Marchisio, settore Eolico Aper

L’integrazione dell’energia eolica e lo sviluppo della rete elettrica

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a fonte eolica italiana ormai non è più irrilevante nel parco di generazione nazionale per la produzione di energia elettrica. L’imponente crescita dell’installato sul territorio italiano ha fatto emergere sempre più prepotentemente gli aspetti più critici legati allo stato della rete di trasmissione nazionale. Le aree italiane più ventose sono, infatti, poco numerose e concentrate, con la conseguenza di raccogliere ingente produzione da fonte eolica in relazione allo stato della rete nelle stesse aree. La maggioranza degli impianti è sorta nelle regioni del Sud Italia, in particolare sull’Appennino meridionale e nelle isole, vale a dire nelle aree di mi-

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nor sviluppo dell’infrastruttura elettrica. In base ai dati Gse circa il 35% dell’intera potenza eolica nazionale è stata installata nelle province di Foggia, Benevento ed Avellino che, nell’anno 2009, raccoglievano quasi un centinaio di impianti per una potenza totale maggiore di 1.600 MW. La manifestazione dei problemi di rete non risiede tanto nella penetrazione dell’energia eolica nel sistema elettrico considerato nel suo complesso, quanto piuttosto negli effetti – spesso problematici – dell’interazione della potenza eolica installata con la rete di trasmissione nazionale. In condizioni di elevata ventosità e scarsa magliatura della rete elettrica, l’aumento della potenza installata non può che aggravare le difficoltà di dispacciamento in condizioni di sicurezza dell’energia prodotta da fonte eolica. Se da una parte è naturale che gli impianti che sfruttano il vento per la produzione di energia sorgano là dove le condizioni naturali favoriscono tale sfruttamen-

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to, dall’altra non sono altrettanto immediatamente comprensibili le cause dei problemi di dispacciamento verificati nelle stesse aree. A partire dall’anno 2008 hanno cominciato a manifestarsi diversi problemi di evacuazione dell’energia eolica e, nell’arco del 2009, la mancata produzione eolica ha raggiunto livelli tali da indurre il regolatore ad intervenire per evitare eccessivi danni economici agli operatori. Emerge, pertanto, la necessità di un utilizzo più efficiente degli strumenti in mano del regolatore e del gestore della rete per l’integrazione dell’eolico nel sistema elettrico ed evitare costi su produttori e consumatori dettati da un’infrastruttura inadeguata.

Strumenti necessari Servizi di rete e opere di sviluppo della rete sono, infatti, gli strumenti attraverso i quali si favorisce la capacità di dispacciamento dell’energia eolica ed il raggiungimento degli obiettivi che l’Italia si è impegnata a livello europeo per l’anno 2020. È, quindi, necessario chiarire da quali elementi siano scaturiti tali problemi che minano di fatto gli obiettivi di policy di massimizzazione dello sfruttamento delle energie rinnovabili. A partire da questa esigenza del settore Aper (Associazione produttori energia da fonti rinnovabili) ha svolto uno studio volto ad analizzare e chiarire le cause dell’attuale stato della rete e gli effetti prodotti sulla produzione di energia da fonte eolica. Tale studio, denominato “Rete e Vento”, si sviluppa in due parti distinte e complementari con lo scopo di fornire un quadro esaustivo del problema, del quale si analizzano gli aspetti più critici legati alla mancata immissione di produzione elettrica da fonte eolica. Lo studio, pertanto, si propone di tracciare la storia della crescita della fonte eolica alla luce dell’evoluzione della regolamentazione e dei Piani di Sviluppo della rete di trasmissione nazionale approdando allo stato attuale delle cose. “Rete e Vento – La via italiana all’integrazione dell’energia eolica nel sistema elettrico” offre, dunque, una visione d’insieme della tematica a partire da un’analisi dell’evoluzione regolatoria nell’ambito del dispacciamento dell’energia da fonti rinnovabili. Il regolatore, partendo da una volontà di favorire la fonte eolica (con le altre fonti rinnovabili) attraverso la priorità di dispacciamento, ha nel tempo rivolto la propria attenzione nei confronti dell’integrazione di tale fonte al sistema elettrico attraverso la richiesta di fornitura di servizi di rete imponendo, in prima battuta, ai nuovi impianti eolici requisiti di natura tecnica. Recentemente tali requisiti sono stati richiesti anche agli impianti esistenti attraverso un sistema di premi/penalità per l’adeguamento ancora dall’incerta definizione.

Programmare lo sviluppo Un confronto con altre esperienze europee simili ha permesso una valutazione critica dell’approccio regolatorio italiano. Ciò tuttavia non può essere considerato disgiuntamente dall’evoluzione dello sviluppo della rete di trasmissione per l’eolico dell’ultimo decennio. Attraverso “Rete e Vento – Lo sviluppo della rete elettrica italiana per la connessione e l’integrazione della fonte eolica” si svolge una puntuale analisi annuale della programmazione dello sviluppo della rete di trasmissione nazionale e della sua effettiva realizzazione, con particolare riferimento alle opere asservite all’eolico. Unificando le evidenze, emerse dai due lavori, è possibile osservare la storia della crescita della fonte eolica alla luce dell’evoluzione della regolamentazione e dei Piani di Sviluppo della rete di trasmissione nazionale per una maggiore comprensione dello stato attuale delle cose. Il quadro che emerge indica un decennio in cui il sistema elettrico italiano ha conosciuto profonde modifiche strutturali che hanno riguardato tutte le componenti della filiera elettrica, dalla produzione alla trasmissione fino alla distribuzione e all’utilizzazione, nonché notevoli interventi sui diversi fronti legislativo, normativo e regolatorio. Il ritmo di crescita della potenza eolica (+ 50 % solo tra il 2007 ed il 2010) e lo sviluppo effettivo della rete nel decennio in esame hanno portato a situazioni prima definite dallo stesso gestore potenzialmente critiche, con riferimento alla possibilità di limitazioni della produzione eolica per vincoli di rete e poi effettivamente verificatesi tali negli ultimi tre anni. La situazione sembra, inoltre, destinata a rimanere critica anche nei prossimi anni, in base alle previsioni di sviluppo dei parchi eolici suggerite dallo stesso gestore di rete. Al fine di raggiungere l’impegnativo obiettivo di produzione di 20 TWh da fonte eolica al 2020 presentato nel Piano d’Azione per le fonti rinnovabili del Governo italiano risulta necessario, pertanto, stimolare un utilizzo più efficiente ed efficace degli strumenti in mano del regolatore e del gestore della rete per l’integrazione dell’eolico nel sistema elettrico ed evitare costi su produttori e consumatori dettati da un’infrastruttura inadeguata. www.ambientarsi.net

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Appuntamenti European Solar Days 2011 1 – 15 maggio Quest’anno la grande iniziativa di comunicazione e informazione sull’energia solare “European Solar Days”, si svolgerà dal 1 al 15 maggio. Imprese, enti, organizzazioni, scuole, associazioni ambientaliste, ordini professionali, comitati locali da tutta Italia possono iscrivere il proprio evento ‘solare’. La campagna nel Belpaese è coordinata da Ambiente Italia e da Legambiente che, a partire da questa edizione, sarà protagonista del comitato organizzatore. Per l’edizione 2011 è prevista la preziosa collaborazione di associazioni del settore come GIFI e Assolterm. La campagna, inoltre, è sponsorizzata da ELCO.

Conference on Wind Energy and Wildlife Impacts 2 - 5 maggio 2011, Trondheim, Norvegia

www.cww2011.nina.no

Solarexpo & Greenbuilding 4 - 6 maggio 2011, Verona La dodicesima edizione della mostra - convegno internazionale su energie rinnovabili e generazione distribuita. Verona Solarexpo, la mostra - convegno internazionale sulle energie rinnovabili e sulla generazione distribuita, inizierà il 4 maggio 2011, insieme a Greenbuilding, evento dedicato all’efficienza energetica e all’architettura sostenibile. Quattro percorsi dedicati a tematiche energetiche di particolare attualità per creare una sinergia tra espositore e visitatore. A questi si aggiunge il progetto speciale SOLARCH - Building solar design & technologies e le aree esterne. Accanto all’evento espositivo un ampio programma di convegni, seminari, corsi di formazione e appuntamenti speciali, come l’Italian PV Summit, per offrire agli operatori del settore il meglio dell’aggiornamento sui temi della nuova economia: dal solare, eolico, geotermia e bioenergie, alla cogenerazione e trigenerazione, ai green jobs e molto altro ancora.

www.solarexpo.com

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Energy Professional Awards Cerimonia di Premiazione 10 maggio 2011, Roma Sala delle Colonne Camera del Senato Premiazione per le migliori tesi di laurea a livello nazionale sulla riduzione dei consumi energetici nell’edilizia pubblica e privata e alla produzione di energia dalle fonti rinnovabili. In collaborazione con i principali Atenei italiani e con il patrocinio del Consiglio Nazionale degli Ingegneri, il Ministero dello Sviluppo Economico e l’INBAR , ADL Publishing, società editoriale del marchio EPN, Energy Professional Network – la rete internazionale che raccoglie i professionisti del settore energetico - assegnerà agli autori dei tre lavori più meritevoli un premio in denaro alla presenza di personalità del mondo accademico, istituzionale ed imprenditoriale.

www.epnawards.com, www.adiellegroup.com

WTT 2011 - Wind Turbine Technology Forum 12 - 13 maggio 2011, Venezia Wind Turbine Technology Forum, il primo forum italiano per la filiera manifatturiera delle turbine eoliche. Un evento unico nel suo genere nel nostro Paese, che per la prima volta darà voce al mondo della progettazione, produzione, manutenzione, controllo e design delle turbine eoliche. Nel nostro Paese, inoltre, negli ultimi anni si è sviluppata un’importante industria nazionale di produttori di turbine mini-eoliche. In questo favorevole contesto, è nata l’esigenza di un evento rivolto esclusivamente alla business community composta da fornitori e produttori di turbine e dagli esperti del comparto.

www.windforum.pro

E- Day S4D 11 maggio 2011, Milano Il 3° E-Day S4D, Giornata delle Energie Rinnovabili per lo Sviluppo, inserito negli European Solar Days 2011, farà parte degli oltre 800 eventi che si terranno in tutta Italia, con una previsione di ben 800.000 partecipanti. www.eusd.it

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Genera 11 - 13 maggio 2011, Madrid Genera è una delle manifestazioni fieristiche più importanti in Spagna nel settore delle energie rinnovabili e ha registrato lo scorso anno la presenza di oltre 600 espositori e circa 23.000 visitatori. L’evento è organizzato dalla Fundacion para el Conocimiento Madri+D. Per l’edizione 2011 è previsto un ricco programma di workshop e conferenze, uno spazio denominato FORO GENERA, dove vengono presentati nuovi prodotti e servizi ed un’apposita area (INNOVATION GALLERY) dedicata alla presentazione di progetti di ricerca e sviluppo che illustrano i progressi dei settori della protezione ambientale e dell’efficienza energetica. Confindustria Sicilia/Bridgeconomies, partner della rete Enterprise Europe Network, promuove l’11 e il 12 maggio un evento di brokeraggio nell’ambito di Genera 2011, fiera internazionale sull’energia e l’ambiente. Attraverso la realizzazione di incontri d’affari bilaterali pre-organizzati, i partecipanti avranno l’opportunità di trovare potenziali partner commerciali e tecnologici e di realizzare accordi di partenariato con ricercatori, università e centri di ricerca di tutta Europa.

www.ifema.es

Terra Futura 20 - 22 maggio 2011, Firenze, Fortezza da Basso Mostra convegno internazionale delle buone pratiche di sostenibilità ambientale, economica e sociale promossa da Fondazione culturale Responsabilità etica Onlus per il sistema Banca Etica, Regione Toscana e Adescoop-Agenzia dell’economia sociale, insieme ai partner Acli, Arci, Caritas Italiana, Cisl, Fiera delle Utopie Concrete e Legambiente. Al centro dell’ottava edizione di Terra Futura il tema della “cura dei beni comuni” una cura che è sempre più nelle mani dei cittadini e delle organizzazioni. Tra le iniziative speciali proposte da Terra Futura: la Borsa delle Imprese Responsabili, che farà incontrare gli attori del sistema pubblico, privato, non profit per favorire nuove opportunità; la nuova edizione del Premio Architettura e Sostenibilità e terrafutura per la scuola. Terra Futura, a ingresso libero, è un evento sostenibile grazie alle sue scelte e azioni responsabili.

www.terrafutura.it

Green City Energy International Forum¸

13 maggio 2011, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, Facoltà d’Ingegneria 8 ore a partecipazione gratuita dedicate alla Certificazione Energetica degli Edifici con l’intervento di alcuni tra i più esperti professionisti del settore, autorevoli partner e docenti universitari. Con il patrocinio degli Ordini e dei Collegi Professionali della Campania, il Centro di Ateneo SOF.Tel e il Gruppo ADL, attraverso Energy Professional Network - la grande Rete dei professionisti dell’Energia - promuovono un’azione formativa incentrata sugli aspetti tecnici, normativi e operativi del certificato energetico degli edifici.

26 - 27 maggio 2011, Pisa La seconda edizione prevede la realizzazione di “Green City Energy Exhibition” una mostra interattiva animata da diversi laboratori didattici dedicati alle scuole e alle università, che si terrà sempre presso il Centro Espositivo San Michele degli Scalzi dal 26 maggio al 10 giugno 2011. Workshop tematici specialistici rivolti a enti nazionali/regionali o locali, aziende, associazioni e professionisti che operano nel settore delle Utilities e dell’Innovazione Tecnologica e Ambientale; il “Salotto della Green Energy”, mirato a presentare progetti, soluzioni e servizi rivolti ai contesti urbani, proposti dalle aziende e dai fornitori maggiormente qualificati del settore; mostra interattiva “Green City Energy Exhibition”, novità 2011 dell’edizione pisana.

www.adiellegroup.com

www.greencityenergy.it

Giornata studio “Certificazione Energetica”

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NEWS dall’ Europa

di Carla Gentili

Il bando “Intelligent Energy Europe”

C’è tempo fino al 12 maggio per inoltrare richieste di co-finanziamento per i fondi del bando comunitario Intelligent Energy Europe. L’obiettivo del programma è di sostenere azioni volte a: – incoraggiare l’efficienza energetica e l’uso razionale delle risorse energetiche – promuovere le fonti d’energia nuove e rinnovabili – incoraggiare la diversificazione energetica – promuovere l’efficienza energetica e l’uso di fonti d’energia nuove e rinnovabili nei trasporti. Il bando supporta la realizzazione di progetti relativi alle seguenti aree prioritarie: Efficienza energetica ed uso razionale delle risorse energetiche – SAVE (budget 12 milioni €) Fonti d’energia nuove e rinnovabili – ALTENER (budget 16 milioni €) Energia e trasporti – STEER (budget 12 milioni €).

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La durata massima dei progetti è di 3 anni ed il contributo concesso sarà fi no al 75% del totale dei costi ammissibili. Al fi ne di valutare l’impatto di ciascun progetto, saranno utilizzati i seguenti indicatori principali: – investimenti effettuati nel campo dell’energia sostenibile – produzione di energia rinnovabile – risparmio energetico – riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. Tutti i candidati devono essere persone giuridiche, pubbliche o private, aventi sede in uno dei 27 Stati membri dell’UE, in Norvegia, Islanda, Liechtenstein e in Croazia. Le domande devono essere presentate da un gruppo di almeno tre soggetti giuridici indipendenti, ciascuno con sede in un paese diverso. Tutti i dettagli sono reperibili sul sito ufficiale della Commissione Europea: http://ec.europa.eu/energy/intelligent/call_ for_proposals/index_en.htm

In questo numero HyFLEET – CUTE Project

HyFLEET – CUTE Project È uno fra i più vasti progetti europei in tema di bus a idrogeno e che si è concluso a dicembre 2009, il cui consorzio - composto da 31 partners - ha lavorato nel perseguire i seguenti obiettivi: 1. Sviluppare tecnologie di bus alimentati a idrogeno per ridurre il consumo di carburante e di energia nell’intero sistema di trasporto 2. Sviluppare efficienti modi per produrre idrogeno a condizione che siano rispettosi dell’ambiente

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 Il progetto “HyCHAIN”

3. Analizzare e definire i requisiti tecnologici per creare infrastrutture di rifornimento di idrogeno 4. Informare i decision makers e i cittadini europei circa i potenziali vantaggi di un sistema di trasporto basato sull’idrogeno e suggerire loro come possono contribuire a svilupparlo. Gli interessanti documenti pubblici prodotti dal progetto sono reperibili al seguente link: http://www.global-hydrogen-bus-platform.com

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Il progetto “HyCHAIN” HyCHAIN MINI-TRANS è un progetto integrato di 24 partner europei finanziato dal VI Programma Quadro dell’Unione Europea e coordinato da Air Liquide, leader mondiale nel settore dei gas per l’industria, la salute e l’ambiente. È uno dei principali progetti dimostrativi della Divisione Energia e Trasporti, ha avuto inizio nel 2006 e terminerà nel 2011. HyCHAIN MINITRANS permetterà ai cittadini di quattro regioni della Comunità Europea di testare una serie

di oltre 50 veicoli urbani, tra cui piccoli veicoli commerciali e minibus, sedie a rotelle, scooter e cargo-bike, tutti alimentati da celle a combustibile a idrogeno. Le quattro regioni partner coinvolte sono: RhôneAlpes in Francia (Comunità dell’agglomerazione Grenoble-Alpes Métropole), Castilla y León in Spagna (città di Soria), Nord Reno-Westfalia in Germania (Comunità dell’agglomerazione Emscher-Lippe) e la città di Modena in Italia. http://www.hychain.org

Bando CIVITAS 2011 – MOVE Pubblicato l’invito della Commissione Europea a presentare – entro il 12 aprile 2011 - proposte nell’ambito del tema “trasporti di superficie sostenibili” del programma “Cooperazione” del Settimo programma quadro (7PQ). Gli obiettivi del bando sono: – rendere più ecologici i trasporti di superficie; – incentivare e potenziare il trasferimento modale e decongestionare gli assi di trasporto; – garantire una mobilità urbana sostenibile per tutti i cittadini, compresi quelli svantaggiati; – migliorare la sicurezza e potenziare la competitività. I progetti dovranno sperimentare idee innovative sotto diverse condizioni socio-economiche e ambientali, fornire un trattamento equilibrato sia del trasporto urbano che del trasporto merci e proporre soluzioni che si concentrino su ben definite applicazioni integrate entro i seguenti temi: - veicoli e sistemi di trasporto personali, collettivi e commerciali che siano innovativi, puliti e energeticamente efficienti, considerando inoltre la loro integrazione con i sistemi di trasporto urbani ed extraurbani; - utilizzo di Tecnologie e Servizi di Informazione e Comunicazione a sostegno della gestione del traffico, della guida di autoveicoli, per evitare incidenti, per fornire informazione ai viaggiatori e ai passeggeri, per pedaggi stradali e sistemi di pagamento intelligenti; - pianificazione sostenibile del trasporto urbano, combinando l’uso del territorio con i sistemi innovativi di trasporto e la mobilità classica e semplice dei cittadini.

Il budget disponibile, pari a 18 milioni di euro, sarà assegnato a “Progetti di collaborazione” di durata compresa tra i 2 e i 5 anni e “Azioni di coordinamento e sostegno” di durata tra i 2 e i 4 anni. Possono partecipare istituti di ricerca, università, industrie, PMI, potenziali utilizzatori finali, che potranno richiedere finanziamenti per: - attività di ricerca e sviluppo tecnologico; - dimostrazioni per provare che le nuove tecnologie possono offrire un potenziale vantaggio economico, ma che non possono essere direttamente messe in commercio; - gestione delle attività oltre alla gestione tecnica del singolo work package; - dibattiti e conferenze, divulgazione, training di ricercatori e del personale coinvolto nel progetto. Il consorzio dovrà comprendere almeno una città definita “leading city”, che sarà capofila del progetto e che attuerà la sperimentazione delle soluzioni innovative, e una “osservatrice”, detta “learning city”, con le stesse esigenze e interessata al risultato del progetto. Ogni città partecipante dovrà appartenere ad un differente stato membro o associato all’UE. I contributi comunitari copriranno una percentuale variabile tra il 50 e il 75% dei costi per ricerca e sviluppo tecnologico; il 50% dei costi sostenuti per le attività dimostrative e il 100% di quelli relativi al Management e Coordinamento del progetto. La documentazione per la partecipazione al bando è disponibile sul sito: www.cordis.europa.eu

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Newsaziende

a cura di Alessandra Lombardi

Giornata studio: certificazione energetica Il Centro di Ateneo SOF.Tel e il Gruppo ADL, attraverso l’Energy Professional Network, con il patrocinio degli Ordini e dei Collegi Professionali della Campania, promuovono un’azione formativa incentrata sugli aspetti tecnici, normativi e operativi del certificato energetico degli edifici che si terrà il 13 maggio all’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, Facoltà d’Ingegneria. L’entrata in vigore, a partire dal 2005, dei decreti attuativi della Direttiva 2002/91/CE relativa al rendimento energetico in edilizia, ha segnato il passo verso un nuovo modo di concepire il costruire, ponendo al centro del progetto la qualità energetica dell’involucro. Una full-immersion di grande qualità con l’intervento di alcuni tra i più esperti profes-

sionisti del settore, autorevoli partner e docenti universitari. La partecipazione è gratuita, le iscrizioni sono a numero chiuso e aperte fino al 30 aprile 2011, su richiesta è possibile ricevere l’attestato di frequenza. Per aderire è necessario inviare la scheda di adesione sul sito: www.adiellegroup.com

Rittal – The System.

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POWER DISTRIBUTION

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Aper grandeolico presenta il windbook, manuale su realtà e leggende dell’eolico in Italia Realtà e leggende dell’eolico in Italia: questo il tema portante del Windbook, il manuale dedicato all’energia del vento, ideato e realizzato da Aper GrandEolico, gruppo di lavoro nato nel 2010 in seno ad Aper (Associazione produttori energie da fonti rinnovabili) per iniziativa di alcune aziende del settore aderenti all’Associazione. Il Windbook, manuale semplice e operativo, si propone di raccontare “che vento tira in Italia” a chiunque voglia saperne di più non solo agli addetti ai lavori, ma anche ai comuni cittadini. Con chiarezza ed efficacia il manuale ripercorre i cosiddetti “falsi miti” sull’eolico, offrendo risposte esaustive a chi considera questa forma d’energia poco utile, oppure dannosa per fauna e paesaggio, o ancora un business per speculatori o addirittura per la criminalità organizzata. Il Windbook smentisce ognuna di queste false credenze attraverso dati di settore, riferimenti

di carattere normativo, riportando le considerazioni di chi opera nel ramo dell’energia del vento. Non da ultimo, il volume dà voce alle opinioni degli italiani che, da un recente sondaggio condotto dall’Istituto di ricerca ISPO, sono risultati essere per l’80% favorevoli all’eolico, dato che evidenzia l’importante livello di consapevolezza del nostro Paese che, dopo soltanto Germania e Spagna, è sul podio delle Nazioni con maggiore eolico installato. La realizzazione del Windbook rientra in un progetto di comunicazione più ampio del gruppo di lavoro AperGranEolico finalizzato a diffondere informazioni corrette sull’energia del vento e a stimolare la coscienza green dei consumatori verso il raggiungimento degli obiettivi “2020” stabiliti dalla Direttiva dell’Unione Europea. È possibile scaricare il windbook dal sito www.grandeolico.it

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Il Recensore

di Carla Gentili

La casa ecologica prefabbricata Autore: Sara Di Micco Casa Editrice: Maggioli Pubblicazione: Dicembre 2010 – 40,00 euro – isbn: 978-88-387-5941-3

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a casa ecologica prefabbricata”, di recente pubblicazione, è un libro di architettura nel quale l’autrice, giovane architetto e dottore di ricerca, approfondisce il rapporto tra architettura ecosostenibile e prefabbricazione. È possibile coniugare i principi della bioarchitettura con l’industrializzazione edilizia? È questa la domanda a cui si cerca di rispondere attraverso una rassegna di prefab homes costruite su territorio nazionale e internazionale, di cui vengono evidenziati sia i punti di forza che quelli di debolezza. I progetti presi in esame sono divisi in due classificazioni: “case chiavi in mano” e “case su misura”, evidenziandone le differenze. Partendo dal presupposto che nell’attuale scenario mondiale di crisi energetica e riduzione delle risorse sia necessario un totale ripensamento del settore edilizio, dopo anni di pregiudizi che legavano le tecniche costruttive off-site (fuori opera) ai concetti di “provvisorietà” e “standardizzazione”, la prefabbricazione trova nuova attenzione soprattutto in virtù della possibilità offerta al progettista di esercitare un maggior controllo su tutto il processo edilizio e sulle prestazioni dell’edificio, cradle to cradle, garantendo la qualità finale della costruzione. Il volume fornisce un quadro ampio e approfondito dello sviluppo dell’architettura prefabbrica-

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ta dalle radici ai nostri giorni, illustra le attuali tecniche costruttive (modern method of construction) e si sofferma sul problema della contestualizzazione ambientale di una prefab home. Elemento centrale del libro sono 15 progetti presentati e dettagliati, che illustrano le possibili soluzioni costruttive in contesti e climi differenziati (urbani ed extraurbani, mediterranei e continentali) e di cui sono forniti dati sulle caratteristiche impiantistiche e sulle prestazioni energetiche. L’autrice vuole mettere in risalto questo tema ancora in lento sviluppo in Italia ma che meriterebbe una maggiore attenzione in considerazione dei numerosi vantaggi. Molteplici sono, infatti, i punti di forza attribuibili a questo procedimento costruttivo. Quali? Innanzitutto la sicurezza dei tempi di esecuzione, estremamente contenuti; l’uso di materiali naturali ed ecocompatibili; l’alta f lessibilità di un sistema per componenti; l’elevato controllo dei processi produttivi in fabbrica con la conseguente riduzione degli errori di produzione e montaggio; la smontabilità con la conseguente possibilità di riciclare o riutilizzare i materiali impiegati; la versatilità costruttiva.

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“I problemi non possono essere risolti usando gli stessi schemi mentali che li hanno generati� (Albert Einstein)

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Ò

GIOVANNI LOMBARDO, ricercatore presso l’Università di Pisa. N.EPN 110

Energy Professional Network favorisce l’integrazione tra Università e Impresa”.

AMEDEO SIMONCELLI, ingegnere, esperto di efficienza energetica. N.EPN 40

25 anni di esperienza possono contribuire a sviluppare molto più velocemente una cultura della razionalità. EPN è un’opportunità per tutti”.

www.energyprofessionalnetwork.com


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