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Birds 3

by James O'Mara

Palazzo

Lasciate che i bambini

Da Tel Aviv

La scoperta del vento Congresso mondiale per la pace

Uccello sacro

by James Bradburne

di Tomaso Montanari

di Sefy Hendler

T

L

he other children seemed not to notice him, and rushed past, shouting, seeing who could sprint fastest or dive deepest into the waiting sea. But Talia just stood and listened, her eyes wide. It seemed that the wind merchant was singing just for her. Talia was very musical, and a note out of tune could make her hair stand on end, like the sound of chalk scraping across a blackboard. The black man’s voice was like water flowing over stones, or the wind through the trees at twilight. “Excuse me” said Talia, as if waking from a dream, “You mean you sell kites”. The African smiled and his eyes grew wider and deeper. His face wrinkled with laughter “No, no, no, not at all” he said “my kites are just a way to make the wind I am selling visible – without the kites, you couldn’t see the wind.” “It is like so many things in life. It is not enough something exists, we have to be able to see it. Only then can it be shared.” Talia looked up, and high above she could see the hundreds of separate kites streaming in the wind. She looked down and saw that even though his hand was closed around strings, none of them were actually attached to a kite, and each of the kites was floating free and unattached, as if obeying his command. “You see, you can’t see the wind, but it is always there, somewhere, resting or raging, but if you can’t see it, you can’t speak to it, and it can’t help you.” ■ Traduzione su ambasciatateatrale.com

a colomba è il più universale simbolo della pace: da quando Noé fece uscire dall’Arca una colomba per capire se le acque del Diluvio si fossero ritirate dalla terra. Al secondo tentativo, la colomba tornò a lui, con un ramoscello d’ulivo in bocca: era finita. Dio aveva fatto pace col mondo, e stese il suo arco da guerra tra la terra e il cielo: era l’arcobaleno, segno dell’alleanza con ogni “essere che vive in ogni carne che è sulla terra”. Ma, dice ancora la Bibbia, dopo l’ultimo volo, la colomba non tornò più da Noé. Dio aveva fatto pace col mondo, ma gli uomini non conobbero la pace tra loro. Da allora, la pace è un’utopia, e cioè qualcosa che non c’è, ma la cui ricerca continua dà senso a tutto quello che c’è. In un tempo più vicino a noi, negli anni in cui nascevano i vostri nonni, abbiamo capito che la pace non c’è dove non ci sono giustizia e uguaglianza. Così nell’aprile del 1949 si riunì a Parigi il primo congresso mondiale per la Pace. Pablo Picasso – in quel momento il più importante artista del mondo e membro del partito comunista francese – ne disegnò il manifesto: scelse quell’antichissimo simbolo, la colomba. Era una bellissima, naturalistica colomba bianca: come quelle che suo padre dipingeva quando lui era bambino. Picasso la rappresentò in una delle sue più belle litografie, tutta giocata sul rapporto tra la scala del bianco e quella del nero. Un po’ come la pace, insomma. Da allora, Picasso disegnò moltissime altre colombe della pace, sempre più stilizzate. In molte interviste egli si disse stupito del fatto che un uccello che in natura è aggressivo e perfino crudele sia diventato un simbolo di pace. Ma forse è proprio per

questo che è il simbolo giusto: la pace è un progetto di cambiamento, non un sogno ad occhi aperti. È la sfida di cambiare il mondo, non l’inganno di vedere il mondo diverso. Bisogna crederci, contro ogni speranza. Come quando nasce un bambino: non sappiamo cosa sarà della sua vita, ma sappiamo che la sua nascita è già l’inizio di un mondo diverso. Pochi mesi dopo aver disegnato questo manifesto, a Picasso nacque una bambina. La chiamò Paloma: in spagnolo, colomba.

■T  raduzione su ambasciatateatrale.com

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Ambasciata Teatrale - Marzo 2014 - Anno VI Numero 2  

Il Mensile del Teatro del Sale

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