Page 3

Birds 2 (Bronzino, Ritratto di Giovanni de’ Medici, particolare)

Gesti teatrali

by James O’Mara

Uccellacci e uccellini di Alberto Severi

O

vviamente, quando Silvia ci confessò che lei gli uccelli non li poteva proprio sopportare, anzi le facevano quasi paura, scoppiammo tutti in una grassa, triviale risata, che la fece arrossire. Certi termini di impiego volgarmente traslato in ambito sessuale, come appunto uccello, sono ormai pericolosi da maneggiare (ritonfa!): la connotazione metaforica ha di fatto spodestato la denotazione di base, e perfino per le convittrici del Pio Educandato di Santa Faustina Zitellona e Vergine, direi anzi soprattutto per loro, scopare nelle camere non rappresenta più, in prima battuta, un intervento di pulizia domestica – e, nella fiaba, la Principessa sul pisello non ha più propriamente a che fare con un legume di papiglionacea, ma se mai con una posizione del kamasutra. E comunque, una volta sedati gli ammiccamenti lubrìchi e i lazzi da caserma, Silvia, ancora paonazza, cercò di motivare seriamente la propria ornitofobìa. A suo giudizio, gli uccelli, nel senso letterale di pennuti alati, erano creature tutt’altro che meravigliose, come volevano i poeti, e gli animi comunque intrisi di poesia. Per carità. Finché se ne stavano a svolazzare lassù nell’alto dei cieli, tara baralla: decorativi. Specialmente le rondini, o i germani, nelle loro ammirevoli formazioni di volo cuneiformi. O ancora, i fenicotteri, nuvola rosa delle lagune di Oristano e di Orbetello. O i falchi e gli astori che stazionavano isolati, maestosi, alti sulle abetaie dell’Appennino. “Ma poi, però, li avete mai visti da vicino, gli uccelli? Dài, e basta con le risatine! Sono mostruosi. Si vede che hanno lo stesso albero genealogico dei rettili: sono tutti piccoli pterodattili piumati, serpenti che volano, boli di carne proiettata per aria, che se ti incocciano a tutta velocità ti sfigurano. Massì, dài. Con quella testina dal cervello minuscolo, con gli occhietti messi di lato, cattivi. E al posto del naso e della bocca, quell’orrido becco corneo che, in volo, non fa che ingurgitare insetti. Artigli rugosi, scheletrici al posto delle zampe, e al posto di braccia e mani, moncherini trafitti di penne...” “Si chiamano ali”, precisò Gian Maria, e tutti risero. “Ma dài, Silvia – disse il Bomba – a ragionare così, tutto può essere considerato mostruoso. Scommetto che in questo preciso momento, guarda: quei due uccelli laggiù stanno cinguettando fra di loro: ci ci ci, a me gli umani mi fanno davvero schifo, al posto delle ali hanno quei due osceni tentacoli snodati che terminano in cinque polipetti prensili disgustosi, che ribrezzo! E su tutto il corpo solo pochi peli qua e là, lunghissimi e ridicoli soltanto sulla sommità di quello sproporzionato capoccione che si ritrovano...” Ma Silvia non si convinse. Anzi dal giorno dopo, quasi in segno di sfida, nel suo giardino comparve uno spaventapasseri: un palo di legno piantato nel terreno, sormontato da una zucca spolpata e seccata, che fungeva da testa del fantoccio, con un altro palo fissato perpendicolarmente, a croce, a mimare le braccia aperte. Il tutto rimpinguato con la paglia e rivestito di stracci: una camicia a quadri, dalle cui maniche uscivano fuori ciuffi di paglia come mazzi di dita filiformi, una vecchia giubba smessa del nonno, e, sulla zucca, un cappellaccio sformato, a larghe tese. Era sinistro, e maligno, nel suo gesto sguaiato di torva teatralità: come i suoi tanti fratelli (che all’epoca ancora spuntavano, follemente variopinti, fra i campi italiani, simili a maniaci solitari, matti delle giuncaie, zombie de noantri), spaventava non solo i passeri, e i corvi, e tutti gli altri uccelli, ma anche i bambini, che osservavano da lontano col batticuore, come personaggi foschi e leggendari, quelle figure umanoidi, ma non umane, dèmoni sciagurati, crocifissi alla loro missione spaventosa di spaventapasseri e spaventabambini, perché Silvia e gli altri come lei potessero riposare dalle loro sterili fobie, mentre poco lontano frate Francesco predicava agli uccelli, incurante dei doppi sensi, e Joshua di Nazareth non temeva accuse di pedofilia chiedendo che gli spaventapasseri si facessero da parte e lasciassero che i bambini, e i passeri, venissero a lui. “Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai... E due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il padre vostro lo voglia...” Sì, però, Gesù mio – obietta Silvia: quanto scacazzano! Sipario.

3

Profile for tabloid soc cop

Ambasciata Teatrale - Marzo 2014 - Anno VI Numero 2  

Il Mensile del Teatro del Sale

Ambasciata Teatrale - Marzo 2014 - Anno VI Numero 2  

Il Mensile del Teatro del Sale

Advertisement