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La mia fortuna: Ernesto de Pascale di Giulia Nuti a pagina 7 - (con link al video)

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I° maggio 2013 ANNO V • NUMERO

... Ho visto la luce (John Belushi)

Raccolta

Quando il gioco si fa duro

Massimo Bucchi

I filosofi cominciano a giocare

Ode all’umanide angelica tutta

di James Bradburne

I

n questi tempi inquieti siamo tutti in cerca di una luce nell’oscurità, e questa luce ci pare quanto mai difficile da trovare. Sotto questo aspetto non siamo così diversi dalle generazioni precedenti, che hanno subìto tempi ben più inquieti, incerti e violenti dei nostri. Nella Roma del sesto secolo, quando Boezio parlava delle consolazioni della filosofia, i barbari ostrogoti non solo erano alle porte ma le avevano ormai penetrate, e Teodorico governava da tempo la città eterna. Il De consolatione philosophiae fu scritto durante l’anno di prigionia che Boezio trascorse in attesa del processo – e, in fine, della sua esecuzione – per tradimento. Boezio aveva raggiunto la vertiginosa vetta del potere ed era stato portato giù dalla propria presunta slealtà. Fu proprio questa esperienza ad ispirare il testo, nel quale ci si interroga su come il male possa esistere in un mondo governato da Dio e come sia possibile, in questo medesimo mondo, conquistare la felicità. È ad Epicuro che viene attribuito il primo tentativo di venire a capo dell’esistenza del male e il suo viene appunto definito paradosso epicureo: “La divinità o vuol togliere i mali e non può o può e non vuole o non vuole né può o vuole e può. Se vuole e non può, è impotente; e la divinità non può esserlo. Se può e non vuole è invidiosa, e la divinità non può esserlo. Se non vuole e non può, è invidiosa e impotente, quindi non è la divinità. Se vuole e può (che è la sola cosa che le è conforme), donde viene l’esistenza dei mali e perché non li toglie?” Epicuro stesso non lasciò alcuna traccia scritta di questo suo argomento, sebbene lo si possa ritrovare nel De rerum natura di Lucrezio, recuperato dall’oscurità da Poggio Bracciolini nella primavera del Rinascimento. Tuttavia, quando il gioco si fa duro, i duri si rifanno alla filosofia. Come ha scritto Ingrid Rowland nella New York Review dei libri “le persone che chiamiamo ad affrontare l’inaffrontabile sono da sempre gli artisti, i poeti, i romanzieri e i filosofi, il cui lavoro parrebbe altrimenti così poco pratico, così distaccato dalle vere questioni della vita; [queste sono] le persone che producono ciò che, per mancanza di parole più appropriate, chiamiamo cultura”. L’inaffrontabile non deve per forza avere le cataclismatiche caratteristiche di un 11 Settembre o delle orde barbariche alle porte di Roma, o di una pentola a pressione che esplode alla maratona di Boston – può anche essere una malattia, la mancanza di amore, la perdita di un amico. Ci rivolgiamo alla cultura in tempi di bisogno, e ci intratteniamo piacevolmente coi modi in cui artisti, poeti e filosofi riescono a trasformare un pensiero in una consolazione.

di Maria Cassi Io lodo te umanide che con tuo sorrisolo la mattiniera fredda alzi tue membra e vai senza rancor alcun senza vergogna. Levi le tue braccia su zollide umide ma ancole su tele e stoffole piene su motori da riparar su lettidi sfatti da sistemar su stradole sporcole da ripolir per bene su chiomole belle da riacconciar. Amolo te artigianolo del gesto poeta del far mastro del viver amolo te forte viso straniero che dentro mia domo accompagni parentoli ormai stancoli e veci e mai lamentoli dai ma da i toi oci io posso sentir la vita vera la bisogna vera la speranzola viva. Oh che io possa sempre consapevol esser di mea fortuna di mea gratia e riverir mi tenga in grembo umanità verola umanità povera ma grandole che mi ricordi sempre che vitola è donolo preziosolo e caro e ringraziar devo devo umanità tuttola che vita mea migliora ogni dì con azion lor che io saprei non far e non vorrei. Che luce forte vi incoroni che gratia grande vi onori angeli dello mondo intiero e denso. Io dico Grazie Grazie e porgo il capo chino.

Ri-cercata

Pensiero illuminato di Clara Ballerini

B

rainbow, si chiama così e nasce dall’unione di due parole inglesi: brain e rainbow. Non è il nome di una persona in carne ed ossa, ma di un esperimento, e gli esperimenti a volte illuminano la vita di un ricercatore, perlomeno fino alla domanda successiva. In questo caso l’illuminazione è andata oltre alla metafora poiché un gruppo americano è riuscito, con una complessa tecnica molecolare, a rendere luminose e colorate le innumerevoli cellule che determinano l’intreccio dei nostri pensieri, della memoria, delle nostre abilità e movimenti. Cajal più di cento anni fa era riuscito per primo a colorare in modo selettivo poche cellule del cervello, neuroni, e ne aveva così messo in luce la complessa architettura portandoci improvvisamente nella neurobiologia moderna. Brainbow riesce in un colpo solo a dipingere uno per uno centinaia di neuroni realizzando un incredibile quadro astratto che ne svela la funzione, la complessa interazione e ancora una volta, come dopo gli esperimenti di Cajal, ci permette di guardare una diversa e indubbiamente più bella realtà, permettendoci di lasciare un po’ di buio alle spalle. (Le immagini sono dal lavoro di Livet J et al. uscito nel 2007 su Nature, numero 7166 vol 450 pp56)

Occhio di bue


Lasciate che i bambini Come avrei voluto fare io di Tomaso Montanari

C

ari bambini, tanti anni fa i genitori dei vostri nonni hanno dovuto fare una scelta difficile. La più difficile: difendere la libertà, anche a costo della loro vita. Chi faceva questa scelta terribile, giusta e coraggiosa si chiamava partigiano: perché decideva di non stare a guardare, ma di prendere parte. E di prendere parte per la parte giusta. Perché la vita non conta molto, se non c’è la libertà. E la libertà che questi bisnonni hanno difeso non era la loro: era quella dei loro figli e dei loro nipoti. Di tutti noi, insomma. Spesso Maria e Filippo, i miei bambini, ci chiedono di raccontare la storia del nonno Nando, il babbo della loro nonna Claudia, il nonno della loro mamma Irene. Che non l’hanno mai conosciuto: perché è morto a ventinove anni, saltando su una mina mentre faceva il partigiano. Quando lo vedi nella fotografia, nel meraviglioso cimitero di Arcola, è difficile immaginare che oggi avrebbe quasi cent’anni: è sempre giovane, più giovane di tutti noi. Quando Giacomo Manzù cercò di rappresentare i partigiani, si ricordò di una scena terribile: un giovane partigiano ucciso: «Partigiano, ti ho visto appeso immobile. Solo i capelli si muovevano leggermente sulla tua fronte. Era l’aria della sera che sottilmente strisciava nel silenzio e ti accarezzava, come avrei voluto fare io». Così Manzù scrisse dietro al suo monumento. Ecco, nonno Nando e i suoi compagni partigiani sono come dei lampioni, che illuminano ogni giorno della nostra vita. Anche la vita di chi non li ha mai conosciuti, e di chi non sa nulla di loro. E c’è un solo modo di tenere accesa quella luce: prendere parte anche noi, ogni giorno della nostra vita. Senza mai stare a guardare, senza paura di comprometterci. Mai come oggi c’è bisogno di chi prende parte: per la giustizia, per la Costituzione che ci fa tutti eguali, per chi non ha nessuno che prenda parte per lui. Per la parte giusta, insomma.

In scena

di Tommaso Chimenti

C

2

on Fabbrica Europa, ogni anno a maggio, Firenze inaugura la stagione dei festival teatrali estivi. Da qui si parte verso il classico itinerario che ci porterà a Volterra e Radicondoli, Monticchiello e Montepulciano. Fabbrica Europa (fabbricaeuropa.net) che fino allo scorso anno (adesso siamo giunti alla ventesima edizione) faceva rima con Stazione Leopolda, assommandosi in un unico concetto. Da quest’anno si cambia: poca Leopolda ma tanti altri spazi cittadini, Cantiere Florida, Teatro Studio di Scandicci, Istituto Francese, Rondò di Bacco, fino alla punta del Teatro Era a Pontedera. Dei cinque Maestri che compongono il parterre della Fabbrica ‘13, a maggio saranno mostrati i lavori di Luca Ronconi, i Sei personaggi (20, 15 euro; 1h 30’) con giovani allievi (3, 4 e 5 in uno dei rari casi di performance all’interno della Leopolda), il lettone Alvis Hermanis con Sonja (10, 11 e 12 al Cantiere Florida), il francese Olivier de Sagazan, l’uomo che incarna i sogni e gli incubi di Francis Bacon, con il suo Transfiguration (16 e 17 al Teatro Studio di Scandicci). Tutti e tre imperdibili. Ronconi utilizzerà quindici allievi della scuola Silvio d’Amico di Roma che, in nero, si muoveranno in uno spazio bianco latte, candido, cercando di scavalcare il concetto del teatro nel teatro caro a Pirandello e che, come confessa proprio il regista, ormai è stato accettato, assorbito, sorpassato dalla realtà virtuale. Di Hermanis, dal Nuovo Teatro di Riga, abbiamo assistito nelle scorse stagioni alle Signorine di Wilko dalla scenografia spiazzante. In questo Sonja (15, 12 euro; 1h 40’) una donnona bruttina (interpretata da un attore) ci presenta il suo mondo di cuoca e sarta ma anche si solitudine e nervosismi spezzati da un gioco-scherzo che la fa piombare nella dolce illusione dell’amore. Con Transfiguration (8 euro; 40 minuti) invece, Sagazan, ci porta dentro il rito della trasformazione di un volto umano fino a perderne i connotati classici grazie ad imponenti dosi di argilla. In una posa plastica, in una performance che modella, distrugge e protegge, scarnifica e riduce all’osso ma anche aggiunge e deforma, va in scena la metamorfosi, la mutazione genetica quasi patologica. Tra Pirandello di Uno, nessuno e centomila ed il Kafka delle Metamorfosi.

Per mano di... 1

by James O’Mara


Per mano di... 2

Percorsi

by James O’Mara

Il nostro lampione e il suo contrario di Massimo Niccolai

I

l tempo e l’attenzione più che una persona in particolare sono, a mio avviso, gli elementi adatti ad illuminare i nostri percorsi. Il tempo infatti è quella entità condivisa che permette di guardare indietro come in avanti e, riuscendo a fare questo esercizio ci accorgeremmo che di lampioni che illuminano il nostro tracciato ne esistono in gran quantità, direi anzi che sono talmente tanti i lampioni accesi che, forse, è l’eccessiva luce quella che abbiamo e, come sempre, scambiamo per oscurità. In effetti, sono millenni che donne e uomini di grande capacità hanno provato a metterci sulla buona strada e, costantemente, ne ignoriamo i precetti ed andiamo dove non si sa. Sinceramente se dovessi trovare una figura simbolica atta a questo scopo non riesco a pensare ad altro che al personaggio del Grillo parlante della storia di Pinocchio. E anche lui che fine ha fatto? Schiacciato a martellate. Sfogliare le pagine del tempo non sempre è utile, perché lo diventi e produca un senso critico dobbiamo permettere all’attenzione di soffermarsi ed elaborare quello che scorgiamo. In effetti - cosa dire? ciò che dobbiamo fare non è altro che accendere il nostro lampione, o più propriamente togliergli il velo di Maya, per far sì che dia luce al nostro cammino. Non sempre colui che pensiamo sia il salvatore lo è, anzi molte volte è il contrario, è proprio quello che ci porta alla catastrofe ed allora dobbiamo essere noi a porci come fari che illuminano la strada alle persone che hanno l’intenzione e la forza di guidarci. Senza lasciarci sedurre dall’apparente sicurezza dell’abitudine.

Di line e di lane Dormono sulla collina di Pietro Jozzelli

Gesti teatrali

Cinema

La candela magica

Elena Fonseca

di Alberto Severi

di Juan Pittaluga

A

E

desso accade molto più raramente, non so bene perché: probabilmente una qualche migliorìa tecnica di cui, come spesso accade, ignoro tutto tranne i confortevoli risultati (e inclusi invece gli effetti collaterali, sovente altamente nocivi). Ma un tempo, invece, era molto frequente. Sì: che durante i temporali più violenti andasse via la luce. Per noi bambini era una festa, un evento eccitante e adrenalinico. Che all’improvviso, in una frazione di secondo, risucchiava in un buco nero l’ordinarietà domestica quotidiana, tranquillizzante ma un po’ noiosa, e apriva scenari quasi fiabeschi – purché, ovviamente, l’incidente si verificasse dopo l’imbrunire. All’istantanea oscurità o semioscurità, accolta da gridolini spaventati, e spesso, preceduta da un lampo alle finestre e dallo sconquasso di un tuono esplosivo, con un’interminabile coda di brontolii e borborigmi, seguiva la ricerca a tentoni, da parte del babbo o della mamma, della candela di sego custodita, con le altre, nel cassetto della credenza (mettitutto, nel lessico famigliare); poi, sempre al buio (o con l’ausilio, provvisorio di una “pila” d’emergenza, una lampada a torcia alimentata appunto con le pile, da usare con parsimonia), lo sfregamento del fiammifero sulla piccola striscia di carta vetrata della confezione; la scintilla e l’accensione della fiammella; la propagazione del fuoco allo stoppino della candela. E qui, finalmente in luce, ma nella luce ballerina della fiamma imbizzarrita e ancheggiante come una piccola fata ebbra, ecco il gesto teatrale, e un po’ solenne, dell’inserimento della candela nel bocciòlo della bugìa: il candeliere col manico, in ceramica di Assisi. Il piccolo fuoco, per magìa antica, accendeva brividi e fantasie come una favola nera, cremisi e dorata: ombre grottesche di orchi e gnomi rigorosamente autarchici, in epoca pre-Tolkien e pre-Harry Potter, danzavano i loro sabba sui muri della ex-casa, tramutata in spelonca, antro di Merlino, bosco di Pollicino. E tutti gli oggetti d’uso quotidiano subivano, in maniera stilisticamente coordinata, una metamorfosi analoga: non erano più frigorifero, mettitutto, tavolo, sedia, stufa, ma orsi e guerrieri, streghe e cavalli alati. Così, il babbo, con la sua candela, e il suo Teatro delle Ombre, non era più solo il babbo: era il Mago che non solo ci salvava dal buio e dalle sue paure, ma accendeva una realtà diversa, nuova e più gratificante. Adesso, accade molto più raramente. Non so bene perché: una migliorìa, probabilmente, con molti effetti collaterali nocivi. Cosicché, quando accade, è buio per davvero. Non ci sono più candele, pare, nel cassetto del mettitutto. O mancano i fiammiferi. Oppure il Mago si è dileguato: stanco della nostra ignavia, del nostro cinismo fintointelligente, della nostra disperazione senile, del nostro preferire le tenebre alla luce. Sipario.

lle à 82 ans, travaille presque 10 heures par jour à Montevideo pour changer la situation des femmes et de leur droit humains les plus élémentaires. Elle a monté avec d’autres femmes Cotidiano Mujer une association qui depuis plus de 30 ans fait ce travail de fourmi, pour informer et orienter des femmes démunies face à la violence de leurs soumission. Elle fait, avec ses collègues, de la recherche et des colloques, et s’invite dans les débats politiques sur le droit des femmes, contribuant ainsi à faire avancer la loi, comme celle du droit à l’avortement. Elle tient une émission tout les jours à la radio Nunca en Domingo, et publie un mensuel. Elle fait ce travail que peu gens feraient, qui se base sur la constance de trouver des fonds, se battre contre des géants plein de cynisme, et transposer calmement son indignation en action efficace. Et là pourtant n’est pas l’essentiel. Ce qui étonne le plus chez elle n’est pas sa force, sa grande culture ou son élégance humaine, mais le charisme particulier qu’elle dégage. Elle a cette attitude qui attire tellement les jeunes et les vieux, qui n’est pas basé sur l’égocentrisme, sinon sur une complicité imminente et la joie de vivre contagieuse. Elle est pour moi le grand signe de l’intelligence, c’est-à-dire, un être humain qui inspirent les autres. Elle s’appelle Elena Fonseca.

L

ei ha 82 anni, lavora quasi 10 ore al giorno a Montevideo per cambiare la condizione delle donne e dei loro diritti più elementari. Ha fondato con altre donne Cotidiano Mujer, un’associazione che da più di trent’anni fa un lavoro minuzioso per informare e orientare le donne disarmate davanti alla violenza della loro sottomissione. Lei fa, con le sue colleghe, ricerca e colloqui, partecipa a dibattiti politici sui diritti delle donne, contribuendo così a far progredire la legge, come quella del diritto all’aborto. Ha una trasmissione radiofonica quotidiana sull’emittente Nunca en Domingo e pubblica un mensile. Fa un lavoro che poche persone farebbero, basato sulla costanza nella ricerca di fondi, lottare contro giganti pieni di cinismo e trasformare con pazienza la sua indignazione in azione efficace. E ciò nonostante l’essenziale non è questo. Quello che stupisce di più in lei non è la sua forza, la sua grande cultura o la sua eleganza umana, ma il particolare carisma che emana. Ha un’attitudine che attira a sé giovani e anziani, non fondata sull’egocentrismo, piuttosto su una complicità imminente e una contagiosa gioia di vivere. Lei è per me il più grande segno di intelligenza, cioè un essere umano che ispira gli altri. Lei si chiama Elena Fonseca.

Q

uando lavoravo in un giornale, avevo appeso ad una parete dell’ufficio le foto dei miei maggiori, come avrebbe detto Alessandro Galante Garrone. Erano Ugo La Malfa, l’antico leader del Pri, Norberto Bobbio, filosofo della politica e gran signore, Vittorio Foa, uno che a novant’anni aveva voglia di giustizia come a venti, quando era rinchiuso in un carcere fascista, ed Ennio Flaiano. L’ironia amara e intelligente di questo pescarese che condivise innumerevoli aperitivi con Fellini e Vincenzo Cardarelli e che, per primo, vide i marziani a Roma, mi manca da tanto tempo: da quando i computer hanno sostituito i dialoghi notturni e le carezze sotto la luna, che, infatti, lui fu il primo ad accorgersene, non guarda più nessuno. Oggi, dopo il disastro della sinistra italiana, questi uomini non ci sono davvero più, se non nel cuore di qualche perditempo nostalgico come me. Mi davano l’idea di una visione intelligente della vita, esaltata dall’attesa di qualcosa di migliore, ma temperata da un umanissimo pessimismo. Sono andati tutti a Spoon River; nell’odierno buio (scusate se esagero) nessuno riuscirà a risuscitarli. A meno che…

Una stella a Firenze Il cartolaio Michele di Stella Rudolph

G

ià in agguato da diversi anni, la repentina trasformazione delle strade nel centro storico di Firenze - cagionata da locazioni a prezzi inabbordabili - ha fatto sloggiare parecchie botteghe di artigiani a favore delle boutique di merci omologati (borse, scarpe, foulard, ecc.) prodotti per un turismo di massa specie dalla folta comunità cinese insediatasi a Prato. Ne deriva che, visto peraltro l’attaccamento alla comunicazione e ai videogiochi on line, si dava per defunti pure alcuni esercizi tradizionali come quello di cartolaio. Ma a sorpresa ce n’è uno che sopravvive alla grande nel suo minuscolo negozio dirimpetto alla chiesa di San Niccolò Oltrarno, sì da costituire il cuore verace di codesto quartiere-villaggio nel contesto di una città sempre meno genuina per quanto riguarda lo spaccio ed i servizi connessi. Chi vi capita all’ora di chiusura della vicina scuola elementare troverà una fila di madri coi ragazzini che aspettano di entrare (ci stanno solo due persone a turno) in questa stanzina stivata all’inverosimile di ogni specie di balocco nonché di quaderni, agendine, matite, cartoline (perfino i turisti vi si fermano incantati) – tutti bramosi di scegliersi un regalino; mentre noi adulti stiamo in coda per mandare un fax o fare una fotocopia. Chissà poi come sor Michele, il bonario e spiritoso gestore, riesca a localizzare i fornitori per racimolare un così vasto assortimento di delizie da lui vendute a modesto costo. Fatto sta che il fascino di questo buco magico stimola la fantasia dei grandi nell’attuale momento non proprio allegro: i piccoli forse ne serberanno in un lontano futuro un grato ricordo. Il che davvero non è poco.

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BAR LUME -


Per mano di... 3

by James O'Mara

Perle del Sale

☞ MAGGIO 2013

Maggio. Un mese straordinariamente femminile al Teatro del Sale. Si parte il primo con Le Quartagramma Vocal Project. Un quartetto femminile a cappella capace di accompagnare il pubblico in un viaggio nella storia degli ultimi 60 anni della musica internazionale, dal pop al jazz, fino a toccare il rock contemporaneo. Il giorno 2 è la volta di Maria Gaia Pellegrini. Fiorentina, ha all’attivo numerose esperienze, dal Maggio Musicale al Festival Pucciniano, dall’Estate Fiesolana a Opera Festival, dove ha interpretato liriche di Bach, Verdi, Débussy, Mozart, Bellini, Schubert, Schumann e Fauré. Ha vinto il secondo premio ex-aequo al concorso musicale Città di Firenze Premio Crescendo ed è stata scelta dal Maestro Gustav Kuhn come solista al concerto di Natale che si tiene ogni anno presso l’abbazia di Montegral. Predilige il Romanticismo tedesco e il repertorio operistico ottocentesco. Le Cardamomò – che saranno in scena il 3 maggio – propongono un repertorio antico e ricercato, rigorosamente acustico, ma in una dimensione quotidiana come quella delle strade e delle piazze di Roma. Gli strumenti sono della tradizione popolare – organetto, violino – e servono ad evocare, attraverso melodie antiche e raffinati incastri armonici, atmosfere dal gusto nostalgico e retrò. Molto particolare anche lo spettacolo di Iacopo Salvadori, che così descrive quanto andrà in scena: “Il programma prende forma da una mia recente idea: in un momento di grandi incertezze e trambusti durante il quale molti giovani, in particolare in Italia, si spingono al di fuori del proprio Paese per cercare nuove prospettive per il proprio futuro, ho pensato di percorrere la strada inversa e raccontare di quei tempi in cui erano gli stranieri, scrittori pittori musicisti ed in generale artisti, a viaggiare in Italia per cercare fortuna ed arricchire la propria persona. Mi piace rendere un quadro di come potesse apparire il nostro Paese ad

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un francese un ungherese ed un tedesco, e come questi grandi musicisti abbiano reso in musica il fascino subìto”. Martedì 7 con Baro Drom Orkestar, band pugliese che porta in giro la musica della propria terra. Imasto kecci, Agapimufidelaprontini, Kalinifta e molti altri brani per ballare sulle note della lingua grika, dialetto della Grecìa Salentina. I carismatici protagonisti sono la cantante e chitarrista Arianna Romanella, il violinista e chitarrista Gabriele Savarese, il fisarmonicista Modestino Musico, il contrabbassista Piero Spitilli, il batterista Gabriele Pozzolini. Giovedì 9 arrivano dalla Grecia The Ghost Notes, un gruppo manouche che si è formato di recente, l’anno scorso, nel cuore della crisi greca. Si tratta di Jim Politis, Dimos Vougioukas, Elena Malamou, Nick Vaiou, che con grande sapienza propongono un jazz gitano, da Django Reinhardt ai loro pezzi originali. Hanno deciso di far partire la loro tournee europea dal Teatro del Sale. Il 10 ancora musica con La Fascia del Cotone, conosciuti nell’empolese dal 2009. Ispirati dalla storica etichetta Blue Note e dalla tradizione cantautoriale, propongono comunque un repertorio fatto interamente di brani originali. Come usa dire – a grande richiesta – torna Riccardo Goretti, con il suo Annunziata detta Nancy, dove l’autore/attore racconta ottant’anni di storia italiana, attraverso del voci dei suoi familiari più stretti. Mentre Titino Carrara arriva il 14 maggio, con il suo imperdibile Manuale d’attore. Scritto insieme a Laura Curino, si tratta di una storia dove vita e teatro diventano una cosa sola. Lo spettacolo vede Titino Carrara partire idealmente dal piccolo teatro mobile del secondo dopoguerra della sua famiglia “ed arrivare a ridosso dell’attualità, alle tournee internazionali nei più grandi teatri del mondo indossando la maschera di Arlecchino”. È la vicenda umana della storica famiglia Carrara di Vicenza, teatranti da sempre. “Carrara – dice la direttrice artistica del Teatro del Sale Maria Cassi - parla dell’essere attori, racconta la sua esperienza, di questi tempi dove il teatro è sempre di più

una perla rara, rappresenta una cosa molto emozionante”. Il 15 marzo è la volta di Street Clerks. Nati nel 2007 dall’incontro di Cosimo Ravenni con Valerio Fanciano e Alexander Woodbury, si affermano subito come band dal grande impatto, facendo cover a partire dagli anni ’50 fino alle cose più contemporanee, completamente riarrangiate e reinterpretate. Vincitori nel 2008 del festival Pelago On the Road, nei live gli Street Clerks fanno respirare l’energia del primo rock’n’roll, con arrangiamenti vocali a quattro voci, un contrabasso dirompente e i virtuosismi blues della chitarra elettrica. Un altro graditissimo ritorno è quello di Stefano Gragnani - il 16 maggio - con Avevo un cavallino brizzolato, l’omaggio teatrale dedicato alla storica banconista del Caffè del Cibreo Franca Fanteria. Ancora Maria Cassi dice: “si tratta di un recital molto delicato. Gragnani è una mosca bianca, il portavoce di una cosa che esista ancora. E mi preme che la gente sappia che questo qualcosa esiste ancora, al di là di questa uniformità un po’ brutale”. Il 17 è l’occasione per ascoltare il Draba Trio. Tre artisti dalla diversa ed eterogenea esperienza, uniti nelle piazze come sui palchi per proporre in modo originale il mondo sonoro dei gitani. Un repertorio molto eterogeneo che pur restando nell’ambito della musica tzigana, attinge a diverse tradizioni musicali europee, dal jazz manouche alla musica dei Balcani, dalle melodie greco turche a quelle del bacino mediterraneo. Simone Solazzo chitarra, voce, bouzouki, Michele Sarti, violino e viola, Marco Lorini contrabbasso e percussioni. Chiude il mese di maggio, acclamatissimo lo scorso mese, My life with men… and other animals, con Maria Cassi dal 21 maggio al 1° giugno. Un mese denso, molto vario, pieno di presenze femminili estremamente rigorose, di attori consumati e di giovani promesse, di artisti italiani che tornano dalle capitali europee o di artisti europei che decidono di partire da qui il giro di concerti. Sempre con l’idea di scavare per trovare le perle nascoste, del passato e del futuro.


Per mano di... 4

by James O'Mara

Il popolo del blues La mia fortuna: Ernesto de Pascale

Il pubblico del futuro

di Giulia Nuti

di Gregorio Moppi

A

chi pensare, scrivendo queste righe, se non a chi per anni ha tenuto questo spazio sull’Ambasciata Teatrale prima di me. Parlo di Ernesto De Pascale, giornalista (Rai Stereonotte, Rolling Stone, Jam, La Nazione), produttore, musicista, appassionato di musica e collezionista accanito di dischi, prematuramente scomparso nel 2011. Ho conosciuto Ernesto De Pascale quando avevo 16 anni durante un corso di giornalismo organizzato da Controradio. È stato, veramente, “il lampione che rompe l’egemonia delle abitudini”. Ernesto aveva una passione senza pari per il suo lavoro, per i progetti nei quali credeva e per la musica. Non faceva differenza tra la musica dei suoi vent’anni e quella dei ventenni di oggi: nel descriverle e valorizzarle, da giornalista, metteva esattamente lo stesso entusiasmo. Aveva due caratteristiche delle quali oggi si sente particolarmente la mancanza.

Prendeva tutto estremamente sul serio, ma senza tralasciare il valore del senso dell’umorismo. E, soprattutto, credeva nell’arte dell’incontro. Era un maestro nel far sì che le persone si incontrassero, creassero legami, intraprendessero nuovi progetti. Nel far sì che ogni incontro, perfino ogni scontro, non fosse mai lasciato al caso. Che germogliasse nel tempo, ognuno a suo modo. Fosse anche solo tramite le parole scritte o la radio. Se fosse stato qui ci avrebbe fatto ridere, magari arrabbiare ma senza dubbio incentivato a sfidare le difficoltà odierne. Restano comunque la sua energia e il suo esempio. Non solo nel ricordo, ma anche nei progetti che fanno ancora parlare di lui, come il suo disco inedito Seven Songs While The City Is Sleeping, pubblicato nel febbraio 2013 e distribuito in Italia da Audioglobe.

☞ http://www.youtube.com/watch?v=9Bno-ODNpU0

Dylan Bob

Classika

G

regorio Mazzarese si è inventato un mestiere quando ancora, da noi, di quel mestiere nessuno sembrava aver necessità. Adesso lo fanno in parecchi, però pochi altrettanto bene. Lui, originario di Scandicci, suonava il basso tuba nell’orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia. Sarebbe stato comodo continuare a soffiare tutta la vita in quel suo strumento goffo anziché imbarcarsi in un’impresa mai tentata prima in Italia. Invece, una quindicina d’anni fa, Mazzarese intuisce che per la musica classica sta cominciando un’agonia lenta: interessa sempre di meno e se cerca di attrarre il pubblico del futuro ottiene soltanto di sembrare più noiosa e impenetrabile. Situazione cui va messa una pezza. Inutile, pensa Mazzarese, deportare pullman di scolaresche a concerti intrisi di boria e alterigia, e con ciò pretendere che questo linguaggio avulso dalle abitudini d’ascolto dei ragazzi possa rendersi loro simpatico. Non si educa facendo venire una barba lun-

Risuonerà nelle galassie ga così. Perciò comincia a montare spettacoli tagliati a misura di adolescenti e infanti – addirittura di quelli ancora nel grembo materno. Forse traendo ispirazione dai suoi figli, allora piccoli. Al principio viene considerato un tipo bizzarro, tollerato dai colleghi che lui coinvolge nei suoi divertenti esperimenti di spettacoli interattivi (pubblico e strumentisti devono sempre essere pronti a giocare con la musica). Poi, non appena si vede che l’esperimento funziona e i ragazzi si appassionava al teatro, ritornandoci ogni volta più volentieri, tutti cominciano a contendersi Mazzarese, moltissimi a copiarlo. Santa Cecilia, comunque, se lo è tenuto sempre stretto, tanto che oggi l’auditorium di Roma è diventato la casa di centinaia di bambini e ragazzi che corrono alla musica di propria volontà, non più per costrizione scolastica. Di questa cittadella musicale under 18 Mazzarese è il sovrano illuminato, responsabile di un budget annuo da un milione di euro.

di Marco Poggiolesi

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orse un giorno la navicella Voyager, lanciata nello spazio nel 1977 per non fare mai più ritorno sulla Terra, approderà in qualche pianeta sconosciuto ed allora qualcuno o qualcosa avrà di fronte a sé una sintesi dell’intera conoscenza umana, compresa la musica. Ed allora la voce di quel ragazzo americano nato nel 1897 si libererà e si perderà in tutta quell’ignota galassia ed il suo canto di disperazione per le faccende dei poveri piccoli umani, la sua Dark was the night, cold was the ground squarcerà il buio dell’universo infinito. Ed allora e solo allora gli occhi di Blind Willie Johnson, accecati per colpa della rabbia della matrigna, si riapriranno e attingeranno la vita eterna, la perfezione, il divino, l’inarrivabile. Tutto questo grazie alla musica ed al suo linguaggio, per l’appunto universale.

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Un verre de vin rouge

Gatti

L’idea naturale di Arianna

In risposta a P.P. Pasolini

di Ugo Federico

by Kate McBride

V

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ittoria, comune della bassa Sicilia. Il Frappato, uva rossa rigorosamente autoctona. Arianna Occhipinti, donna del vino al naturale. Nasce così una delle più belle storie sul vino degli ultimi anni. Donna esuberante, testarda e piena di passione che ormai dal 2004, anno della sua laurea in enologia riesce ad impressionare ed appassionare coloro che per nostalgia ricercano in un bicchiere di vino qualcosa di nuovo, ma allo stesso tempo legato alla tradizione. Da sempre in agricoltura biologica, con sua grandissima convinzione, porta avanti le sue idee in modo naturale. Stapparne una bottiglia significa sentire quello che è la sua terra. Al naso frutti rossi, pepe, slamastro, poi ancora frutta. In bocca esuberante, ma allo stesso tempo fine e persistente, vino sanguigno e difficile come lo definisce lei stessa. Frutto del suo lavoro passionevole in vigna, e di un’attenzione unica in cantina nel pieno rispetto della splendida uva raccolta a metà ottobre. Bevuto in riva al mare, guardando uno splendido tramonto.

Pieni d’Islam Hussein, medico rivoluzionario di Giovanni Curatola

number of Gattara, women who feed cats, can be seen rolling their grocery carts or carrying large bags from which they faithfully, daily, dispense food to strays in cities near and far. The street cats of Florence live in the Parco delle Cascine, along the river Arno and on the roads and paths leading up to Piazzale Michelangelo. The gattara know them all. The proclaimed author, Elsa Morante, is my poet Gattara. Though she did not feed the cats scattered throughout the ruinous monuments of her native city of Rome, she personally housed many during her lifetime and she often wrote about them affectionately. In her Canto for Alvaro the Cat, at the end of the book, House of Liars, the character Elisa presents the emotional ode. Here is the last stanza.

The simple joy of having you as a friend Fills my heart to the brim; my agonies and fancies Die in your kisses and your sweet laments, So deeply you console me, O cat of mine!

Her poem Minna the Siamese accurately portrays the sensibility of the species. The Madrigal in the form of a cat was her answer to a poem sent to her by the renowned filmmaker, poet and writer Pier Paolo Pasolini and written as a calligram, a poem in the shape of a cat. Poem by Elsa Morante Minna the Siamese

N

on ci sono tante storie che vale la pena raccontare, ma questa lo è. A fine anni ’80 nei dintorni di Amman, in Giordania, c’erano diversi campi profughi palestinesi con migliaia di ospiti. Uno era proprio lungo la strada per Jerash dove lavoravo agli scavi della città romana. Una volta, accompagnato da un amico, indispensabile passepartout e guida, mi sono fermato per vedere quella irreale, violenta, inaccettabile e terrificante realtà. Sono rimasto sconvolto per molto tempo, e ho capito in quel pomeriggio più cose sulla vita e la morte, il destino, la tragedia e la casualità, e del vicino oriente (e dell’olocausto dei palestinesi), che nei molti libri che ho letto e nei tanti viaggi che ho fatto e faccio laggiù. Ma questa è una divagazione. L’amico, premuroso, mi ha evitato tante brutture (ma era impossibile non vedere e non sentire chiudersi in me tutto il chiudibile), e mi ha portato in una tenda, oltremodo pulita, dove c’era una famiglia sua amica o parente, non ricordo, che mi ha offerto un ottimo té, solo troppo dolce (e questo per omaggio allo straniero ospite). Una marea di marmocchi e fra questi un ragazzino sui quattordici anni, minuto e con enormi occhi marroni e una risata contagiosa che indossava una sdrucita e polverosa maglietta col Che, ostentata con gioia. Era l’orgoglio del gruppo perché parlava quasi tutte le lingue del mondo (ma non sapeva scrivere e leggere che solo la sua) e aveva una mira pressoché infallibile con le armi. Gli pronosticavano un luminoso e brillante futuro di cecchino. Il padre, invece, che era una persona semplice e posata, voleva fare di lui un buon musulmano, perché sosteneva – già allora – che il futuro era nella fede islamica. Ho seguito, da lontano e qualche volta anche da vicino, la vicenda e la vita di Hussein **-******, il quale sospeso fra integralismo e rivoluzione ha poi scelto (o è stato scelto, chissà) la via dell’impegno sociale. Oggi il professor Hussein è un importante e affermato medico chirurgo, molto noto e rispettato, che passa tre mesi l’anno, quando può, nella striscia di Gaza a curare i suoi fratelli palestinesi, con la sua scienza certo, ma anche con la solita risata contagiosa. E se mi capita di rammentargli quella sua maglietta rivoluzionaria mi guarda ironico dicendo: “Che, non lo sai che il Che era un medico?”, quasi uno scioglilingua. Mi vien da dire: 1, 100, 1000 Hussein.

I’ve got a little animal, a cat: her name is Minna. Whatever I put in a plate, she eats, and whatever I put in a bowl, she drinks. Crouching she comes to me, watches me, then sleeps, so soundly I forget she’s there. But if, then, grateful, I call her name, in sleep an ear trembles: her name casts a shadow over her sleep. To give joy and grace, she has a little guitar; if I scratch her little head or neck, she sweetly plays. If I think of the centuries and all that divides us, I’m afraid. Afraid for me: she knows nothing of this. But if I see her playing with a string, if I gaze at her pale blue irises, happiness is mine again. On holidays, when everyone is merry, I feel sad for her, that she doesn’t discern between the days. So that she too will celebrate, for lunch I give her a little fish; the motive she can’t understand: but joyous, she eats. Heaven, for love of her, gave her nails and teeth: but she, so gentle, only uses them in play. I am taken by sadness at the thought that, even if I were to take her life, I’d have no trial, no fires of hell, no prison. She gives me so many kisses that to be kind to her I flatter myself, but I know that another mistress, or me, to her it makes no difference. She follows me, so I believe I am everything to her, but I know my death could not touch her... (1941) Translated by Nick Benson from the Italian of Elsa Morante (19121985), Alibi. Longanesi, 1958; Garzanti, 1988. ■ Traduzione su ambasciatateatrale.com l’AMBASCIATA teatrale - Direttore responsabile: Raffaele Palumbo. Segreteria: Giuditta Picchi, Francesco Cury. Illustrazione pagine centrali di Giulio Picchi. Anno V Numero 4 del 1/5/2013. Autorizzazione n°5720 del 28 Aprile 2009. Sede legale e redazione Via dei Macci, 111/R - 50122, Firenze. Ed. Teatro del Sale info@ambasciatateatrale.com. Stampa Nuova Grafica Fiorentina, via Traversari 76 - Firenze. Progetto grafico: Enrico Agostini, Fabio Picchi. Cura editoriale: Tabloidcoop.it

Si ringrazia

conti capponi [conticapponi.it] MARCHESI MAZZEI [mazzei.it] MUKKI [mukki.it] CONSORZIO PER LA TUTELA DELL’OLIO EXTRAVERGINE DI OLIVA TOSCANO IGP [oliotoscanoigp.it]

L’orto Il Girasole di Stefano Pissi

È

tanto che ci penso e da quest’anno inizierò a dedicare, in ogni orto progettato, un’aiuola di soli fiori da recidere, per abbellire una tavola, per forza buona. Il girasole, helianthus annuum, sarà presente. La pianta è annuale e si semina in pieno campo da marzo ad aprile per vederlo fiorire da giugno a luglio. La sua caratteristica di pianta eliotropica fa veramente appassionare alla natura e al suo impenetrabile splendore. Eliotropismo, cioè la capacità di orientare l’infiorescenza in base alla direzione del sole, da est a ovest, dalla mattina alla sera. Come a dimostrare di voler sempre avere in faccia la verità a dispetto di chi si rifugia al buio, per paura o vergogna o che so io. In un tratto preciso del mio percorso, anni fa, mi ritrovai di fronte ad un signore, visto solo una volta per un’ora sola e mai più incontrato, e mai fino ad ora conosciuto veramente. Si palesò e uscì dalla mia vita come un sogno, io di fronte a lui teso, lui di fronte a me soave; mi colpì allora il contrasto dei due stati d’animo a confronto e da allora fino ad adesso porto sempre con me questa esperienza (di luce di fronte al buio), come un esempio di vita. Fu bagnino per me allora in alto mare, poi una volta arrivati a riva non lo rividi mai più. Alphonse de Chateaubriant, nel suo romanzo, Le réponse du seigneur paragona la mente umana a una farfalla che assume il colore delle foglie su cui si posa, volendoci dire che: “si diventa ciò che si contempla”. Quale migliore riprova del girasole? Si!

Dedicato a Fabio, fratello di Massimo

(Disegno: Lucio Diana)

La voce e il coro I nomi della felicità di Francesca Della Monica

I

l principio della mia rinascita si chiama Brasile. Un Brasile che ha tanti nomi; si chiama Guimaraes Rosa, Gabriel Villela, Clarice Lispector, Ernani Maletta, Machado de Assis, Marcelo Cordeiro, Elis Regina, Grupo Galpao, Bispo do Rosario, Nice de Silveira. Il Brasile è l’enzima che ha dato avvio ai processi più vitali del mio pensiero, dei miei sensi, del mio eros. I Tropici sono le gocce della flebo che nutre il mio sangue e mi hanno fatto reincontrare Giotto, Caravaggio, Pirandello, Brunelleschi, Michelangelo, Rossini, Fellini, Lucio Dalla, Luigi Tenco, che prima amavo senza esserne innamorata. Il Brasile, e il Minas Gerais, mi hanno insegnato che amare la mia famiglia significa abbracciarsi, dire “ti voglio bene”, dormire nello stesso letto come quando si è bambini, sentire saudade, tornare da un lungo viaggio e piangere di tenerezza.


Ambasciata Teatrale - I° Maggio 2013 - Anno V Numero 5