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1° FEBBRAIO 2013 ANNO V • NUMERO

www.ambasciatateatrale.com

Le Sacerdotesse

L’osceno è Sacro

di Dario Fo

To be, or not to be

di Massimo Bucchi

La sentenza del Creatore di Dario Fo

A

Le sacerdotesse del tempio di Venere

La voce

Mettersi a nudo di Francesca Della Monica

N

on ho mai avuto alternative: il mio unico impulso ad apprendere, il modo di studiare e conoscere è stato sempre quello erotico. Erotico il processo di sintesi del sapere, erotico il processo di trasformazione dell’erudizione in conoscenza. Il corpo è sempre stato il mio grande maestro, l’innamoramento il mio mentore. È questa mia tendenza ad innamorami che mi ha permesso di diventare l’amante della voce degli altri. E assieme all’amore è venuto il rispetto degli universi differenti che ogni voce disvela. L’amore per i mondi e le memorie di cui ciascuno di noi riempie le parole che dice, recita, canta. Non c’è cosa che più mi commuove di un attore che si mette a nudo di fronte a me, lasciandomi intravedere la fragilità, la forza, le incertezze e le sicurezze di cui è fatta la propria bellezza. È un lungo discorso d’amore. La mia biblioteca di Babele è un talamo!

sostegno del rispetto di cui gode, nella tradizione dell’isola a trepunte, l’organo femminile, ci permettiamo di scomodare uno dei più grandi interpreti della tradizione popolare siciliana. Si tratta di Giuseppe Pitrè, che nella sua raccolta di conte popolari accenna a un dibattito davvero surreale di cui sono protagonisti gli organi che compongono il corpo umano, in particolare quello femminile. Giudice di questa specie di processo è addirittura il Padreterno. I convenuti, cuore, cervello eccetera, si rivolgono al Creatore denunciando disperati la protesta di uno di loro. «Si rischia la paralisi! Se tu, Santissimo Signore, non intervieni immediatamente, qui si schiatta...» «Di che si tratta? Chi protesta?» chiede l’Altissimo. «Lo sticchio!» E tutti gli organi si fanno in là per mostrare al centro della scena «u’ pàcchio femmenóso» che ritto su uno sgabello urla: «Chiamo te, o Segnore. Tu hai fatto ‘nu capolavoro: ogni organo è essenziale alla vita delle creature, masculi e fèmmene. Io che sto sita in la fèmmena, ho deciso di non compiere più né un gesto né un respiro, tutta bloccata mi costringo a stare». «E perché? Per protestare contro chi?» chiede il Creatore. «Contro tutti l’altri organi.» «E per quale raggióne?» «Per lo fatto che me se manca de réspecto! Fanno uso di me come manco fossi ‘na pantofola, peggio, ‘na sciavàtta!

Avànte me se fanno moine e serenate, il cuore sbatte, il cervello va in stràmbola, il sangue scorre come impazzùto, non vi dico che succede allu màsculo col só spetàcchio rizzo… frémiti e po’ quando me se son goduti ce se deméntica della infiorìta mia come fussi l’ultimo dell’organi… e dire che so’ quella che dà la vita e per fa’ ‘sto miracolo tutta me struzzo e spalanco urlando de dolore, attraverso l’ammore che do, se ‘ngravida lu ventre e nàscheno le creature». Il Padreterno si alza e dice: «Issa infiorìta ha raggióne, tutte le raggióni! E, cari organi, ve voglio dire che anch’io so’ imbestialito come a chidda, ve ce ho creati tutti iguàli senza darve ‘nu numero de emportànza assoluta; ognuno è pe’ me assoluto, se a stu corpo che tenete ce manca l’uòcchi va a sbatte contro ogni albero o parete. Senza l’orecchi, sordi come pétre divenite… E desgraziàti séte, senza la bocca e co’ lu core spento mala vita tenete! E così pe’ tutti l’altri mancamenti, ma se ve’ canzèlla lu stìcchiu fiorito, filli mei, séte perduti! Che illa è la fenèstra de llu sentimento. Nullo se mòve se issa no’ respira… lu pallore allo viso e lu russore non véne, lo còre no’ sbatte… lu fiato no’ se fa fitto… lu ventre no’ freme… lu occhi no’ sbatteno, no’ chiàgneno e no’ rideno co’ la bocca assieme! Morte v’attende zacché col vostro ‘spezzamento serrate a vite lo pertùso da che sorte ogne dolzore». Tratto da L’Osceno è Sacro di Dario Fo, a cura di Franca Rame, ed. Guanda.

Occhio di bue

Editoriale

Questo è Eros di Maria Cassi

E

ros era il nome di quel curioso barista con la gamba fara come dicono nell’alta Maremma, ossia una gamba un po’ offesa e questo fu il mio primo incontro con la parola eros. Eros aveva un modo buffo di muovere la bocca, capelli con la brillantina come usava all’epoca e un’aria da tombeur de femme assolutamente di campagna. Ricordo perfettamente il movimento del braccio con il quale Eros apriva lo sportellino della cassa dove passava gran parte della sua giornata a fare conti e scontrini. Ho sempre pensato all’uso dei nomi, ci vuole coraggio, specialmente in Toscana, e forse anche un po’ di orgoglio nel chiamare un figlio Eros, soprattutto non sapendo se la natura sarà generosa nei suoi confronti. Ma forse l’amore di una madre di fronte al suo piccolo appena nato è talmente forte e sicura che Eros era l’omaggio alla speranza di un futuro migliore. La madre veniva dalla guerra e chissà forse quel nome gli sembrò affascinante e senz’altro originale. Omero parlava dell’eros come di un’attrazione tra due persone così forte da portarti talvolta a perdere la ragione. Sì, io credo che quando si ama e si ama forte tutto questo è eros, amore, desiderio, ma anche stima e rispetto, libertà e gentilezza, passione e tenerezza, forza e fragilità fantasia e curiosità. Insomma l’eros per me è vita, è tentativo di completezza e fusione di due anime innamorate e dell’amore stesso, è purezza, è sostanza poetica e sinfonica, è danza e movimento, è urlo e silenzio. E se hai la gioia e la fortuna di incontrare anche una volta sola nella vita l’eros, quello di cui parla Omero, per me si può dire che è valsa la pena di vivere. E poi l’Eros con la brillantina e la gamba fara di quando ero bambina rimane per me un dolcissimo ricordo.


Lasciate che i bambini

Gesti teatrali

Offerte a Venere

La profanazione palpabile

di Tomaso Montanari

di Alberto Severi

“A

A

lfonso, terzo duca di Ferrara, aveva bisogno di non pensare alla guerra, alle congiure e alla politica. Così, nel suo bel castello che oggi è ferito dal terremoto, il duca si fece costruire il Camerino d’alabastro, un luogo incantato rivestito di sculture di marmo e di quadri dei più grandi pittori del suo tempo. Quadri che parlavano d’amore. Purtroppo, pochi anni dopo la morte di Alfonso, quel luogo meraviglioso fu saccheggiato e distrutto da un papa guerriero e dai suoi cardinali, avidi di opere d’arte. Ma il sogno di Alfonso vive nelle opere che ha voluto e amato:

Eros 1

così importanti da influenzare secoli di storia dell’arte, e oggi sparse nei musei di tutto il mondo. L’Offerta a Venere di Tiziano è una di quelle. È primavera avanzata: quasi estate. Siamo in aperta campagna, e gli alberi sono già pieni di frutti. Su un gran prato di tenere erbette una schiera infinita di amorini (gli eroti dei Greci, i cupidi dei romani) si è data appuntamento: proprio sotto la statua della loro mamma, Venere, dea dell’amore. Questi teneri e paffuti bambini alati sono tutti armati dell’arco e delle frecce che fanno innamorare gli dei e i mortali: le armi che

fanno di Amore il dio più potente e temibile. E giocano tra loro, scatenati, al ritmo dei cembali suonati dalle Grazie, tre amiche della mamma. Una selvaggia e gioiosa scampagnata d’amore. Ci voleva la forza animalesca del pennello di Tiziano per dipingere la forza dell’amore in un quadro dove – come ha scritto Marco Boschini, nel Seicento – “l’allegrezza giubila col diletto e col contento; dove il godimento scaccia e bandisce dal cuore la tristezza”. Tiziano, Offerta a Venere, 1518-19. Madrid, Museo del Prado.

In scena

di James O'Mara

L’

2

desso non ti laverai la mano per un anno...” “Dite pure per sempre”. Davanti ai nostri sguardi ammirati e invidiosi, ai tavolini del Caffè Paszkowski, Livio aveva il sorriso estatico che doveva aver solcato l’arcigno volto nasuto di Dante Alighieri dopo l’ultima visione del Paradiso, mentre, con sguardo convergente e con la palpebra a mezz’asta (Livio, non Dante), l’occhio lucido e scintillante, rimirava dinanzi a sé la propria mano, rigirandola incredulo, inebriato e commosso. A suo modo, era stata un’esperienza mistica. Le guance erano arrossate dall’emozione, entrambe: ma, la sinistra, anche dai postumi del poderoso ceffone che la Rosanna gli aveva assestato, dopo che lui, con hybris inaudita, le aveva palpato il culo. Sedere, certo, si dice sedere: o magari, con un recente eufemismo metaforico, sulle prime spiritoso, ma ormai stucchevole: lato B. Ma don Milani diceva (don Milani! Non Tinto Brass. D’altronde i preti la sanno più lunga dei registi erotomani) che una lingua sana e corretta è quella che impiega la parola culo né una volta di più né una volta di meno di quante sia doveroso farlo. E qui è doveroso. Una palpata di sedere, non esiste. Tanto più che sedere si conferma termine infelice, improprio, collegato all’impiego più trito e bigio che di quell’altrimenti entusiasmante parte del corpo può esser fatto: star seduti, appunto. No. Il sedere di Rosanna, era, a tutti gli effetti, un culo. E di prima categoria. E quella che Livio aveva osato infliggergli non era stata la mera pacca a mano aperta, rapida e brusca, senza voluttà: violenta e materiale, per difetto di coraggio, come certi adolescenti nell’epoca dello sviluppo. No: era stata una signora palpata, esperta, da manuale (appunto!), un gesto erotico di prim’ordine, con la mano a cucchiaio, a raccogliere, a sondare, prensile, per interminabili, inestimabili frazioni di secondo, la consistenza soda della parte convessa, ma anche (oh, voluttà!) il concavo ineffabile tepore che stava sotto, al centro, a celare e proteggere quelli che Diderot seppe congruamente ribattezzare les bijoux indiscrets. Gesto sessista, si capisce. Non più in uso, grazie a dio, se non in ambienti rozzamente vintage. Molestia sessuale.

eros non è l’amore. E nemmeno Ramazzotti. Quello è un amaro post desco. Eros che è l’anagramma di rose. E neanche l’erotismo. Eros che è cupido ma anche desiderio. Forse ne abbiamo perso il senso, strada facendo. Amore ossessivo e pungente, catastrofico e caustico è quello che lega, fino alle estreme conseguenze, il Woyzeck di Büchner, capolavoro incompiuto che ancora assume nuovi significati, angolature screziate. Due nel mese di febbraio le importanti rappresentazioni circa il povero soldato tradito dalla moglie Marie: Scene da Woyzeck è l’alto saggio della scuola di Federico Tiezzi (negli anni passati al Metastasio, laboratorio poi spostatosi a Pontedera, ma le due repliche, l’1 e il 3, saranno nella tensostruttura del Castello Pasquini a Castiglioncello nella stagione invernale di Armunia, diretta da Andrea

Addirittura – giuridicamente – violenza. Eppure. Eppure. Eppure, fra la palpata magistrale e il magistrale ceffone, Rosanna gli aveva pur scoccato, a Livio, un’occhiata di fuoco, che non era solo furore, indignazione, disprezzo. No. Era un altro fuoco. E forse quell’occhiata aveva presupposto un’altra e preliminare occhiata d’invito, un “ciak si gira”, un’esca, un nulla osta alla rappresentazione. Lo so: è un discorso ambiguo e insidioso, che può prestarsi ad equivoci e fraintendimenti. Anche orrendi. Però, molti anni dopo ne abbiamo riparlato, insieme. Con Rosanna. E lei pure, l’ha ammesso. Rosanna era bella, altera, un’icona angelica quasi stilnovista (lo è tutt’ora, a cinquant’anni suonati). E quella palpatio culi era stata una profanazione. “Ma l’erotismo, in fondo, non consiste forse per l’appunto in una profanazione? E la profanazione implica la presenza di qualcosa di sacro, di bello, di alto, da profanare. Con la pornografia da passeggio che ha preso campo negli ultimi trent’anni, hanno ucciso il sacro e il bello, rendendolo merce, facendo non solo dell’uso un abuso, ma anche dell’abuso un uso. Ma così hanno tolto anche la possibilità di profanarlo, e dunque hanno ucciso l’erotismo”. L’ho guardata affascinato, ma un po’ perplesso. “È un discorso davvero pericoloso – ho osservato, – la profanazione estrema, in fondo, conduce alla violenza, alla sopraffazione, allo spregio, allo stupro”. “Ah be’ no, caro. Cioè, sì, Ma quando l’eros distrugge il suo oggetto, senza amarlo, lo annienta, diventa solo morte. La profanazione amorosa dev’essere consenziente, e reciproca: e un po’ teatrale, in fondo. Un gioco. Erotico. Parlo dell’erotismo che ama ciò che profana, e dunque non lo distrugge.” “E tu, eri consenziente, tanti anni fa, davanti a Paszkowski?” “Tu che dici?”, ha sorriso lei del suo sorriso ancora irresistibile. “Consenziente, e reciproco!” E così dicendo, ha allungato una palpata vecchio stile, a cucchiaio, “a raccogliere”, sul retro scolorito dei jeans attillati di suo marito Livio, che transitava nei paraggi, spingendo davanti a sé un aspirapolvere. In fondo anche lui, nel suo genere, ha ancora un bel culo. SIPARIO.

di Tommaso Chimenti Nanni). Scene da come già gli successe con l’Amleto prima e con Romeo e Giulietta poi. Ancora Woyzeck con il maestro Claudio Morganti (quest’anno premio Ubu speciale) che al Fabbricone di Prato, in tre puntate, il 13 Marie e il Capitano, il 14 una lettura, il 16 e 17 Scimmia, mette a fuoco, viviseziona, scioglie i nodi per creare altri dubbi, i quadri più significativi dell’opera, da lui messa sotto l’occhio del microscopio e studiata fin nelle pieghe per anni. Per il teatro di Morganti vale quello che una volta disse il regista colombiano Enrique Vargas, che la piece gira e fa tournée fin quando è imperfetta, fin quando deve migliorare e crescere ed evolversi, quando è perfetta e pulita, allora è il momento di metterla da parte. Nel filone brillante C’eravamo troppo amati (8 e 9 al Teatro Lumiere di Badia a Ripoli) con il duo romano Michele La

Ginestra e Michela Andreozzi (volto televisivo conosciuto grazie alla presenza fissa a Colorado) che prende le mosse dal C’eravamo tanto amati di Ettore Scola con la Sandrelli, Gassman e Manfredi. Ma la piece che più d’ogni altra incarna il fil rouge del mese è senz’altro Un tram che si chiama desiderio (dal 7 al 10 al Metastasio di Prato), dalla drammaturgia di Tennessee Williams e conseguente pellicola che ha appena compiuto le sessanta candeline, con Marlon Brando e Vivien Leigh, rivisitata e rimodellata dal geniale occhio del regista napoletano, ma diviso lavorativamente tra Italia e Germania, Antonio Latella (due gli Ubu ’12: miglior regia ed attrice non protagonista). Proiettori e altoparlanti ad invadere il palcoscenico e Vinicio Marchioni (il Freddo della fiction Romanzo criminale) che non fa rimpiangere il mito Brando-Kowalski.


Venere umbertina

Da Gerusalemme

di Sergio Staino

L’immagine delle donne di Sefy Hendler

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Sintesi esaustiva

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Sconquassa l’animo mio

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di Milly Mostardini

L

e posso fare una domanda, signor Eros? Scusi, Lei chi è? Come è fatto, come lo si riconosce, d’aspetto, intendo? Dove La si può incontrare? È permesso descriverLa, esibendola. O è meglio tenerla in sordina, tra persone fidate? C’è un club, una setta, una consorteria, cui accedere? Vede, signor Eros, sono una persona che ambirebbe a vederci chiaro, dato che nacqui sotto il segno dello scorpione. E mi capita che tutti gli oroscopari ripetano che è un segno eroticissimo, garantendo meraviglie di passioni travolgenti, incontri avventurosi, intrighi tortuosi ed altro. Ma quando mai: penserei piuttosto che per

Eros 3

. ,

pigrizia gli esperti si siano accordati facendo degli schemini collettivi uguali. Ed ecco lo scorpione, guardato con sospetto, è il suo destino, dalle donne in generale almeno fino a sotto gli ottant’anni, e dai maschi con curiosità e sospetto anche oltre gli ottanta. Del resto scorpione solitario pericolo primario. Se poi Le racconto come avviene l’accoppiamento tra due veri scorpioni in natura, La spavento: ma, dato il mestiere che Le viene attribuito, penso che Lei già lo sappia. Insomma ho un po’ di confusione in testa, l’avrà capito. Mi lasci ricordare che anch’io ho avuto e ho

di James O'Mara

nominato un Eros, uno solo: era un castrone, grande, pesante e tutto nero, che mi scaricava a terra, a ragione e volentieri (ahi, i duri sentieri tra Fiesole e Settignano), poiché ero inabile a montarlo, e con sella maremmana. Ero abile però a scansare da terra, lo zoccolo vendicativo del quadrupede. E poi mi veniva dietro tranquillo quando appiedata e malconcia lo riportavo alla sua stalla. Quando alla fine lo cedetti, il nuovo proprietario lo ribattezzò subito “I’ Nero”: che caduta di stile. A Lei, signor Eros hanno dato il nome gli antichi greci, gente che della infelicità se ne intendeva assai. Ma Lei pur non nominato, esisteva ben da prima: si trova più eros nel poema sumerico di Gilgamesh e nel vecchio testamento, che nei vari pruriginosi pornoscritti del nostro tempo. Lo ha poi rispolverato e messo al centro di quasi tutto il signor Freud, che ci ha costruito sopra fama, onori, filosofia e scuole di pensiero subscentifico. C’è in Lei, caro signore, molto di più e più elusivo di quanto concerne il sesso e la sensualità, o forse in questo caso non è affatto elusivo “Eros squassa l’animo mio, come fa il vento sulle querce del monte” così secondo un poeta del V secolo a.C. E quanto aveva ragione. Insomma questo Eros uno lo porta con sé o non ce l’ha o non se ne è accorto: nel secondo caso, che si dia da fare (ma per favore, senza ricorrere a fiori e cioccolatini). Nel primo caso basterebbe uno sguardo, magari la famosa occhiata fantasiosa sotto i panni, un silenzio. È fatta. Nel terzo caso siamo quasi senza speranza. Ci siamo intesi? Alla fine le rivolgo una preghiera, tanto per farmi perdonare domande così irriverenti. Signor Eros Lei che è stato creato da Afrodite “la mia Divina” come diceva Saffo, potrebbe intercedere con la potente dea, per dare un aiuto, in corpore vili, a un povero scorpione?

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. . , . ■ Traduzione su ambasciatateatrale.com

Ti amo

di Giulio Picchi

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ONDE D’EROS


Gatti Unlikely romance

Il programma di febbraio

Un amore supremo

by Kate McBride

È

di Giulia Nuti

T

he famous 19th century British illustrator and writer, Edward Lear, described the unlikely love match between a bird and a cat in his story, The Owl & The Pussycat. The nonsense limerick describes how the genderless pair set to sea in a pea green boat in search of a ring to seal their decision to marry. Having convinced a pig to sell the ring from his nose, and after being married by a turkey, the two dance hand in hand on the sandy beach in the land ‘where the bong tree grows,’ fulfilling the romantic notion of the impossible being possible.

Lear was no stranger to the love of, and for, a cat. He doted on his feline companion Foss who showed up on the doorstep of his home in San Remo, Italy, sporting a half chopped-off tail. Lear often drew the tabby in entertaining poses. When Lear decided to have a new house built in San Remo, he asked the architect to make it exactly the same as where he and Foss were currently living so that Foss would not be disturbed whatsoever by the move. Foss lived to the ripe old age of seventeen. Lear buried Foss in the garden of Villa Tennyson, the name he gave his new home in honor of his friend the poet Lord Tennyson. A gravestone marks the spot. Lear died shortly after Foss but not before writing a sequel to The Owl & The Pussy-Cat titled The Later History of the Owl and the Pussy-Cat.

Our mother was the Pussy-cat, our father was the Owl, And so we’re partly little beasts and partly little fowl, The brothers of our family have feathers and they hoot, While all the sisters dress in fur and have long tails to boot. We all believe that little mice, For food are singularly nice.

l’evento del mese di febbraio al Teatro del Sale. La lettura che Maria Cassi ha deciso di portare in scena rappresenta un caso abbastanza unico nel panorama teatrale. Si tratta de L’uomo seme, di Violette Ailhaud, splendidamente tradotto da Monica Capuani. Una di quelle storie che lasciano interdetti e stupiti, come capita sempre più di rado: stupirci oggi, nella società della comunicazione totale, dove pensiamo di aver scoperto tutto, di aver raccontato tutte le storie e suonato tutte le combinazioni di note possibili. Una storia mai sentita. Maria Cassi lo racconta come “un affresco moderno, affascinate, anche erotico per certi versi”. Si tratta di cinquanta densissimi minuti per raccontare la storia di un piccolo paese della Provenza rimasto senza uomini, popolato di sole donne in attesa dell’Uomo del seme. La parola affresco non è casuale. C’è la tragedia dell’essere rimaste senza i propri uomini perché la storia ha voluto così. C’è il patto tra tutte le donne: il primo uomo che arriverà, sarà colui che con il proprio seme ci aiuterà a ricreare la nostra comunità, di uomini, di donne, di vecchi e di bambini. E il patto prevede che nessuna debba indugiare e dunque innamorarsi e dunque spasimare per un rapporto che sia esclusivo. C’è l’innamoramento per quest’uomo, e allora c’è anche il tradimento, vero o presunto, immaginato, frutto di una straordinaria astrazione. La lettura scenica è di straordinaria bellezza, come è molto bello il testo. “Capace anche – racconta Maria Cassi – di descrizioni molto evocative: una notte d’amore, un eros fortissimo, in grado di volare sopra ogni termine già sentito, scontato”. Quello che viene portato in scena al Teatro del Sale è dunque un testo molto lirico, poetico, che ci chiede di riflettere, partendo da una storia che ci appare anni luce distante dalle nostre caotiche città, dove non manca proprio niente, neanche la violenza contro le donne e il femminicidio. Qui ritroviamo un testo a suo modo femminista, e non solo perché la centralità delle donne è un dato di fatto. C’è nel testo e sul palco l’attesa e il desiderio, che diventano – dice Maria Cassi – “un grande omaggio alle donne, sicuramente, ma ancora di più un omaggio alla complementarietà tra uomo e donna. Tutto questo accade grazie ad un testo che è di grandissima originalità e insieme estremamente semplice ed originale”. La lettura scenica dell’uomo del seme di Maria Cassi è accompagnata da Marco Poggiolesi alla chitarra.

L’Uomo Seme

di Monica Capuani

o trovato L’uomo seme in un luogo sperduto della Provenza. Un’amica americana mi ha invitato in una grande casa isolata, immersa nei campi di grano e di lavanda. “Read this book”, mi ha detto una sera. Lo aveva acquistato in un villaggio vicino, pubblicato da una piccola casa editrice locale. La voce di Violette Ailhaud mi ha commosso, come se lei stessa fosse lì in carne e ossa a raccontarmi quell’episodio della sua vita risalente alla metà dell’Ottocento, eppure così attuale. È una storia incredibilmente intima, quella che ha voluto affidare a un notaio, affinché fosse consegnata cinquant’anni dopo la sua morte alla sua parente più prossima, inderogabilmente donna, e giovane. Forse perché credeva che solo una donna giovane avrebbe potuto comprendere le ragioni del desiderio. L’eros è un congegno estremamente complicato e imprevedibile. Mille variabili e mille sfumature che si combinano per produrre esiti stupefacenti. Ma l’attesa è qualcosa che gioca sempre un ruolo misterioso e determinante nel desiderio. Spesso è l’attesa a creare la scintilla che scatena l’eros. Nella storia di Violette, l’attesa è un ingrediente fondamentale. Sulle montagne della Provenza, la guerra ha sottratto tutti gli uomini a un villaggio tagliato fuori dallo spazio e dal tempo. Ma un uomo prima o poi si avventurerà per quella strada impervia, salirà lassù e farà il suo ingresso tra quelle poche sterili case. Le donne lo sanno. Perché la vita, alla fine, prevale sempre. E l’eros è il suo motore.

Eros 4

Scende

“D

urante l’anno 1957 sperimentai, per grazia di Dio, un risveglio spirituale che doveva condurmi ad una vita più ricca, più piena, più produttiva. Per gratitudine, chiesi umilmente che mi venissero concessi i mezzi ed il privilegio di rendere felici gli altri attraverso la musica. Sento che ciò mi è stato accordato per Sua grazia”. John Coltrane presentava così, nelle note di copertina, l’album che sarebbe passato alla storia come il suo più grande capolavoro. Erano circa le 20 del 9 dicembre del 1964 quando Coltrane, McCoy Tyner, Jimmy Garrison ed Elvin Jones entravano in studio per registrare una suite in quattro parti: Acknowledgement, Resolution, Pursuance, Psalm. Avrebbero finito a mezzanotte circa – Coltrane amava registrare la notte - con in mano un’opera che si fece portatrice del senso spirituale di una generazione, specialmente tra gli appassionati di musica jazz. L’album, pubblicato nel febbraio del 1965, è A love supreme. Un amore supremo. Quattro note di basso rendono il suo inizio inconfondibile: si ripetono come un mantra, si sviluppano, crescono fino a quando John Coltrane abbandona il sassofono per avvicinarsi al microfono e trasformarle in un vero e proprio inno ripetuto: “a love supreme, a love supreme”. È un disco che si rivolge a Dio, una preghiera in musica verso una fonte di ispirazione immensa e sovrannaturale. “Questo disco è un’offerta a Lui. Un tentativo di dire grazie, Dio attraverso il nostro lavoro”. Quale Dio? Lo stesso John Coltrane, un anno prima di morire, dichiarava “Io credo in tutte le religioni”. La moglie Alice racconta che quando l’album è nato John si chiuse in una stanza per giorni. E quando uscì, “era come Mosè che scendeva dalla montagna. Dimmi tutto, gli dissi, non ti abbiamo visto per quattro o cinque giorni. E lui rispose: Questa è la prima volta che ho ricevuto tutta la musica per ciò che voglio registrare, in una suite. È la prima volta che ho tutto”. Un tutto che sarebbe diventato una pietra miliare della storia del jazz.

Di line e di lane

H

Our cat Soot rests easy with a few feathered friends who pause on the shores of the Arno. ■ Traduzione su ambasciatateatrale.com

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Il popolo del blues

Perle del Sale

Il terzo toc di Pietro Jozzelli

E

ra la donna dei tre toc. Tutti i mercoledì e i venerdì, verso le nove del mattino, saliva leggera i cinquantadue scalini del vecchio palazzo e con la mano destra, quasi chiusa a pugno, bussava due volte alla porta. Era il suo annuncio, il suo codice: toc toc. Lui l’aspettava. Si era alzato per tempo, aveva rifatto il letto, una rapida doccia calda, la vestaglia sul corpo nudo. Il secondo toc era ancora nell’aria e lui faceva scattare la serratura. Una folata di capelli biondi entrava nella stanza accompagnata da un vago profumo di rosa, un gesto della mano a sistemarli, due occhi e due labbra sorridenti che si precipitavano verso di lui mentre il casco da motociclista restava appeso all’avambraccio sinistro. Nemmeno due, tre secondi, la donna era già schiacciata sul corpo dell’amante in un bacio febbrile, esigente, indagatore e carico di promesse. Lui non reagiva, non pensava. Lasciava, come sempre, che lei dettasse tempi e modi di una intrusione che annullava ogni calcolo o ragione. Sapevano che sarebbero diventati una cosa sola, in un impeto di pura sensualità. Sognavano e temevano quel momento: da lì non sarebbero tornati indietro, qualunque cosa accadesse. In quell’istante, la donna gli slacciava la vestaglia, dal suo braccio sinistro cadeva a terra il casco. Era il terzo toc.

di Paolo Flores D’Arcais

Lady Cenerentola

Prima donna

Senza titolo


Pieni d’Islam

Ri-cercata

Una stella a Firenze

Un favoloso solitario

Il cuore non sente ragioni (on line) Il figlio di Venere

di Giovanni Curatola

di Clara Ballerini

di Stella Rudolph

S

e i vostri orari di lavoro sono lunghi, siete spesso in movimento e per mille diversi motivi non potete contare su una vita sociale tradizionale, allora le chat vi accolgono e diventano il luogo d’incontro del partner, forse quello ideale. Spesso Eros si pesca nella rete, intesa come internet, e il fenomeno non è da sottovalutare, infatti, questa forma di corteggiamento è la base di un’attività imprenditoriale che non ha visto flessioni, nemmeno in tempo di crisi. Poco romantico? Forse. Pensate che nel tentativo di rendere prevedibile il successo dell’incontro online, le agenzie cominciano ad affiancare ai profili psicologici classici quelli biologici e in aperta sfida al vecchio proverbio “il cuore non sente ragioni” tentano di districare il complesso insieme di fattori che ci fanno innamorare seguendo il loro motto: l’amore non è una coincidenza. Di fatto una cosa è certa: che sia chimica, genetica, o ogni altro particolare si voglia aggiungere per decifrare e conoscere, la comprensione dell’amore continuerà a passare anche dalla semplice lettura di un sonetto di Shakespeare.

Classika Amplesso al buio di Gregorio Moppi

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arlare di eros nel mondo islamico o meglio nel modo islamico, non è difficile. Basterebbe limitarsi a un taglia-e-incolla dalla celeberrima raccolta delle Mille e una notte per raggiungere lo scopo. Ma sarebbe un inganno troppo facile. Infatti proprio le Mille e una notte (pubblicate per primo dal francese Antoine Galland e donate a Luigi XIV, un re Sole ormai al crepuscolo), ci raccontano un mondo orientale da favola: opulento, molle, ricco e sensualissimo, diciamo pure immorale (la riedizione del tardo impero romano), nel maschio latino causa di una malcelata invidia: ancora oggi la storia delle quattro mogli rese lecite al musulmano, non provoca altro che ironici ammiccamenti. Quello degli harem pieni di donne bellissime e intriganti, dedite al vizio e all’ozio, prive di scrupoli, sorvegliate da potenti figuri resi impotenti a bella posta (gli eunuchi: da noi, lo stesso servizio non era sconosciuto, ma, più civilmente, serviva per donare tonalità canore inusitate, come quelle di Carlo Broschi, in arte Farinelli), è un filone mai tramontato, anzi. È l’immagine che il mondo occidentale darà all’Oriente attraverso l’Orientalismo (per chi non lo avesse letto si consiglia Edward Saïd), braccio intellettuale del colonialismo. Già lo shakespiriano Otello è un moro musulmano, stranamente al servizio dei veneziani contro i turchi, rappresentato nerissimo (ma forse è un abitante della Morea, così chiamavano i veneziani il peloponneso greco e più facilmente olivastro), prototipo dell’uomo possessivo e geloso fino all’omicidio (femminicidio si dice oggi). Poi ci si mette la pittura con Delacroix, Ingres o con un Jean-Léon Gérome, ma anche epigoni di altre scuole europee, pure italiana, a creare atmosfere sature di erotismo un po’ voyerista, poco realistiche, ma che importa. Girato il secolo ecco il turno del cinema, offrendo – sempre – l’immagine dell’orientale (ovviamente musulmano) come schiavo dei sensi, obnubilato dal sesso (ma sempre così geloso da imporre – con la scusa della fede – che fra parentesi non la impone affatto, la copertura della donna con hijab, niqab, chador o burqa che sia), un essere ancora preda degli istinti (che notoriamente sono considerati in ogni caso bassi). Pensiamo al Fellini di Lo Sceicco bianco (già nel titolo), che si supera in Amarcord (il capolavoro è del 1973, solo quarant’anni fa), dove fa giungere al Grand Hotel di Rimini il grottesco corteo di un emiro (quasi un nano) con trenta concubine, che poi chiameranno a sedurle il poveraccio di turno (pifferaio magico) al quale faranno un balletto parodia della danza del ventre. Oh, mica uno qualsiasi, Fellini, che come sempre è divertente e geniale. Insomma, un cliché, storicamente ribadito in mille modi, forse non lusinghiero, ma talmente radicato nell’immaginario collettivo, da essere paradossalmente quasi rivendicato ed esibito da qualche personaggio oggi per lo più dimenticato, come Adnan Khashoggi (per wikipedia uomo d’affari e mercante d’armi), per noi forse ancora ricordato per la munifica generosità (un favoloso solitario, nel senso di diamante) donato a una pin-up veronese per la compagnia di una notte. Il nostro sultano di oggi (per la statura ci aveva già beccato Fellini col suo emiro), dicono le cronache, forse per via dell’inflazione, regala molto meno: un bracciaolgettino non da re sole, ma da re arco. Ormai senza freccia.

el cuore di una notte d’estate due giovani amanti si incontrano furtivamente in un giardino. Colpa immensa è per loro l’amarsi, eppure non possono farne a meno. Un filtro magico li tiene avvinti in una passione violenta, distruttiva. I due sono Isotta e Tristano: lei recente sposa di re Marco di Cornovaglia; lui, del re, braccio destro, fido consigliere, amico devoto, perlomeno fin quando i suoi occhi non hanno incrociato quelli della donna. Da quell’istante non è restato loro che una colpevole clandestinità nel buio. Infatti solo di notte, momento di verità, il loro amore può manifestarsi, mentre il giorno illumina l’inganno del camuffamento, della finzione sentimentale. Perciò Tristano e Isotta desiderano che la luce mai giunga, e che anzi l’oscurità perenne li avvolga per sempre. Parlano, parlano i due, durante questo convegno amoroso. Paiono sapienti bizantini tant’è la sottigliezza con cui disquisiscono decine di minuti, ad esempio, sul valore della congiunzione e, legame sintattico emblema della loro unione indissolubile. E mentre le parole fluiscono abbondanti, la musica (perché siamo all’opera, e l’autore di testo e partitura è Richard Wagner che quest’anno festeggerebbe il suo duecentesimo compleanno) ci investe con una veemenza via via più impetuosa, tra rallentamenti e accelerazioni, dinamiche che si assottigliano per poi dilatarsi sempre più, un canto che da disteso si fa trascinante. Come un ciclone che acquisti, con il movimento, ampiezza e impeto sempre maggiori. Il teatro lirico per la prima volta nella sua storia raffigura l’eros: non sulla scena, che quasi Tristano e Isotta neppure si sfiorano, ma attraverso le note. Che esprimono un amplesso tra i più potenti che mai arte abbia saputo creare. Amore e sesso congiunti in rapimento di sensi bruciante, esaltato, ebbro. Amplesso, però, aspramente inconcluso a causa dell’arrivo fatale di re Marco.

Percorsi

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uando nel dubbio sul ruolo talvolta scombussolante dell’eros nella vita, conviene consultare e meditare sulla saga più avvincente della mitologia greco-romana al proposito, trasmessaci nelle Metamorfosi di Apuleio (c. 180190 d. C.) e poi illustrata da una formidabile sequenza di capolavori artistici. La personificazione di Eros/Amore quale Cupido, il bellissimo figlio adolescente di Venere, dea dell’amore, fu lo spunto per la trama narrativa in cui egli s’invaghì dell’altrettanto bellissima figlia di un re: cioè la fanciulla Psiche, il cui nome – e l’emblema di una farfalla – significava nell’antico greco anima. Insomma Amore si innamorò di colei. Ne scaturì una trafila di accidenti, dolori e smarrimenti che entrambi dovettero penare avanti la happy ending solennizzata dal Convito degli Dei per il loro matrimonio allorquando Giove elevò Psiche al rango dell’immortalità (cfr. i celebri affreschi raffaelleschi di codesti episodi nella Villa Farnesina a Roma). Se Caravaggio aveva raffigurato l’Amore Vincente nella guisa di una sfacciata ridanciana del suo potenziale erotico, coll’avvento del Neoclassicismo la declinazione del soggetto si era trasmutata nella chiave sentimentale del primo incontro tra i due perfino casto e trasognato, interpretato dallo scultore Antonio Canova e dal pittore François Gérard in un paio di opere sublimi e coeve (1796-98) prestate dal Musée du Louvre ad una recente mostra dedicata a loro dall’Eni nel Palazzo Marino a Milano. L’accosto del gruppo marmoreo a quello dipinto sullo sfondo di un paesaggio ne ha opportunamente messo in rilievo non solo la perfetta formosità dei corpi ignudi ma pure il delicato, grazioso afflato nascente. Il messaggio recondito verte sull’attesa di un’armonia tra sensi ed anima che ognuno, prima o poi, auspica di sperimentare nel proprio percorso esistenziale.

Antonio Canova, Amore e Psiche, Parigi, Musée du Louvre

L’infinito desiderio

Dylan Bob

di Massimo Niccolai

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esiderio, attrazione, avvicinamento, percezione, contatto, estasi, distacco, ritorno, possesso…Trasformazione. Qualcosa di innato a cui difficilmente riusciremo a dare una risposta, solo accettarlo così come è: il desiderio. E poi, girarsi, trovare negli occhi di qualcuno che non sai chi sia quel qualcosa che inevitabilmente non puoi non considerare; ti attrae e tu attrai è così e basta due entità che nonostante tentino di resistere non possono fare a meno di incontrarsi. E allora si avvicinano trovano i mezzi che superano ostacoli in altri momenti insormontabili, le difficoltà non esistono sono solo un mezzo per assaporare ancora di più quel momento in cui cominci a percepirti a sentirti. I sensi si dilatano e tutto avviene solo perché deve avvenire e basta, finalmente il contatto. Ti sfiori e ogni attimo è preludio a qualcosa di più alto, che deve ancora arrivare: l’estasi. Quel momento così eccelso è anche preannuncio di una fine e nello stesso tempo di un ritorno del desiderio. Possesso, ma forse trasformare ogni attimo in modo da vivere l’estasi ripartendo da capo come se fosse una cosa nuova ma sempre intensa lasciando il tutto nel suo mistero più oscuro sapendo che la potenza che permette di superare le montagne sta proprio lì, in quel mistero.

Carezze senza regole di Marco Poggiolesi

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i insegnano come stare seduti, come mangiare perfino come parlare e talvolta anche cosa è più conveniente rispondere e cosa è più opportuno pensare ma nessuno ci può insegnare come si accarezza il volto della persona amata nella penombra della notte mentre fuori è solo pioggia e vento, non sanno insegnare come si baciano quelle labbra screpolate dal mare e dall’emozione nè tanto meno come inseguire l’alba intrecciati come il fumo in una danza senza fine. E così si imparano le note ed il solfeggio, le regole dell’armonia e tutta quanta la teoria e gli esercizi di tecnica, ma questa non è musica; forse, in fondo, la musica è e deve essere sensuale e spontanea ed essenziale nella sua complessità come una carezza, un bacio, la lacrima e l’abbraccio degli amanti. Che la mia carezza, così come la mia musica, non sia mai neppure simile a quella di qualcun altro ma rimanga così, non più di se stessa, un’emozione.

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Eros 5

Eros 6

Poesia

di James O'Mara

di James O'Mara

Femmina di Fabio Picchi L’orco sbrana viscide viscere e si giova della sua saliva ingurgitando se stesso. Mai sazio delle sue ripetute eiaculazioni sbrodola grondante seme perso. Subito dopo il freddo lo tiene rattrappito nel suo odio cieco. Orina sopra la carne viva con l’anima morta. Vorrebbe uccidere tutte le madri, le sorelle, le figlie, tutte le femmine del mondo. Ma i lombi continueranno a partorire ed amare e i seni a nutrire e a rincuorare e a esaltare. Incuranti dell’odio sorridono alla vita. Sotto un dovere. Sotto un ponte, sotto un burqa, sotto una croce, sotto un marito. Sotto una famiglia, sotto un regime, sopra un giornale con indosso pizzi e reggicalze di schiave nudità aspettano il tramonto di questa nostra cazzuta ci-viltà. Ti guardo il sedere e sono felice.

Riflessioni Evoluzione mitologica di James Bradburne

L’orto RosErosEroSEros di Stefano Pissi

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lla sola parola rose parte spontanea l’immaginazione e subito il viaggio; desiderio di conoscenza, di scoperta. E per questo capisco che, solo nell’emisfero boreale, le rose sono diffuse in ogni dove, dalla Russia – Kamchatka - fino in Nord Africa - Etiopia, dal livello del mare ai 2000 metri sopra. Praticamente infinite le varietà ritrovabili fra le selvatiche e quelle ibridate dall’uomo che le ha coltivate allevandole negli orti, per propria delizia e voglia di bellezza. Si classificano in botaniche, o originarie, quelle spontanee in natura, rustiche; poi troviamo le galliche, le rose più anticamente coltivate, da greci e romani e poi le rose damascene e poi le centifolie e poi e poi. Come portamento possono essere arbustive, rampicanti, ricadenti, fino a poter tappezzare un’aiuola, impenetrabile ad ogni altro essere vivente. Senza dubbio la pianta è rustica, ma anche generosa per la sua vigoria nel ricacciare una vegetazione verde lucente, anche dopo le potature più severe. Ve la descrivo dal basso: si parte con l’apparato radicale, decisamente frugale, poi il colletto, zona di confine fra radici e fusto – l’ipogeo e l’epigeo – poi c’è il gambo, che nella sua parte distale si chiama coda ed è quella che porta al suo estremo il fiore. È il fiore che clamorosamente fa la differenza per colore, forma e profumo, in base al numero e disposizione dei petali il fior di rosa può essere: semplice, doppio, semidoppio, stradoppio, a coppa, a rosa tea. Forse sarà un po’ come l’amore, che parte dal desiderio di conoscenza delle origini e della scoperta delle parti differenti che ci costituiscono, dalla fiducia necessaria per vedere oltre alle spine dell’inverno, sperando sempre nella primavera, quando arrivati i fiori ci accorgiamo che più bella cosa di questo programma che di eros è rose l’anagramma.

Un verre de vin rouge Ménage à trois di Ugo Federico

S

erata gelida d’inverno, i vetri ormai appannati dal calore della pentola che ribolle. Champagne in ghiaccio, le luci basse e calde di candele che bruciano nella sala da pranzo, l’attesa e l’imbarazzo che provavo. Cento pensieri risuonavano incessantemente nella mia testa. Suona il campanello, le mani tremano un po’, adesso il caldo e l’ansia. Qualche istante di silenzio, poi lo scoppio della bottiglia, superbo ed unico champagne, piccola maison, raro ed affascinante extra brut a piede franco (viti originarie europee pre-fillossera). Le Francs de Pied di Nicolas Maillart millesime 2003, la sua bolla fine ed elegante ci inebriava e scioglieva le nostre tensioni. Il suo colore giallo dorato risaltava il colore dei suoi lunghi capelli biondi. Il suo profumo di crema pasticciera e frutta secca si mischiavano al profumo dolce della sua pelle. In bocca cremoso, minerale e persistente, perfettamente abbinato ai ravioli di cernia saltati in una leggerissima pomarola. Dopo, sorrisi, carezze, baci e, amore.

I

n the most popular versions of Greek mythology, Eros, the son of Aphrodite (sex) and the father of Hedone (pleasure), represents desire, even when it was turned against himself, in the case of his infatuation with Psyche. Whilst sexual desire clearly also includes the longing for intimacy, affection and the mystical self-forgetting union of orgasm, it is also fundamental to how the human species reproduces. No wonder that Eros, the desire for sex, is the strongest among our basic human needs, eclipsing the needs to eat, drink and learn. Evolution, as proposed by Charles Darwin argued that the development of increasingly complex species was the result of random genetic mutations, whereby those mutations that increased the chances of an organism reproducing were inevitably favoured, whilst those organisms not so endowed would die out. Reproductive success – according to Darwin – was the principal driver of evolution. However, it seems that many human qualities may no longer be subject to evolution at all. Adaptive pressure has given rise – over millions of years – to some of the most extraordinarily beautiful and silly-looking creatures on the planet. However reproductive success must – by definition – be defined in physical terms: the ability to survive until sexual maturity; the ability to attract genetically superior partners with whom to procreate; the ability to ensure the ensuing young survive to sexual maturity in their turn. This is all well and good when it comes to animals, but does it still apply to contemporary humans? In earlier millennia, physical strength, hunting prowess and overall stamina were clearly genetically determined, and as a consequence the ability of a stronger, faster or smarter male to choose and protect the most attractive partner seemed a sure ticket to an improved gene pool. But do the markers of contemporary success – the ability to amass millions of Euros selling naïve girls into near-slavery or the ability to translate bad manners and no education into million-dollar celebrity on Big Brother – suggest that the offspring of the union of violent criminals or foul-mouthed shop girls pass on valuable genetic traits that will ensure the species will continue to evolve? Perhaps we are seeing an evolutionary dead end for the human species, which given its impact on the planet in the past 10,000 years may not be such a bad thing after all. Let’s hope the whales don’t develop opposed thumbs – one destructive, violent and aggressive species per planet is enough. ■ Traduzione su ambasciatateatrale.com l’AMBASCIATA teatrale - Direttore responsabile: Raffaele Palumbo. Segreteria: Giuditta Picchi, Francesco Cury. Illustrazione pagine centrali di Giulio Picchi. Disegno “Rosa” in prima pagina: Lucio Diana. Anno V Numero 2 del 1/2/2013. Autorizzazione n°5720 del 28 Aprile 2009. Sede legale e redazione Via dei Macci, 111/R - 50122, Firenze. Ed. Teatro del Sale info@ambasciatateatrale.com. Stampa Nuova Grafica Fiorentina, via Traversari 76 - Firenze. Progetto grafico: Enrico Agostini, Fabio Picchi. Cura editoriale: Tabloidcoop.it

Si ringrazia

conti capponi [conticapponi.it] MUKKI [mukki.it] CONSORZIO PER LA TUTELA DELL’OLIO EXTRAVERGINE DI OLIVA TOSCANO IGP [oliotoscanoigp.it]

Progetto Il vero Catullo di Paolo Fabrizio Iacuzzi

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icominciamo da Catullo, dal suo amore, dal suo eros. Catullo è uno dei poeti più intensamente condizionati e ispirati alle vicende della propria vitale biografia. Nella sua poesia, in primo piano, c’è la tormentata relazione d’amore con Clodia, la puella Lesbia, fra passione e distacco, erotismo e disincanto. Questa vita in versi d’amore e d’odio non cessa ancora oggi di sorprenderci. Perciò riprendiamoci l’eros, come Catullo se lo riprese sullo sfondo delle vicende storiche di una Roma repubblicana che declinava ormai verso l’impero: una situazione che presenta non poche analogie con quella di oggi. Catullo, bisessuale dichiarato nei suoi versi, non faceva mistero del suo tracotante erotismo: era uno strumento di conoscenza, di sé e dell’altro, come mai nessun poeta ha più usato da allora, con la sola eccezione forse di Pier Paolo Pasolini. Riprendiamoci dunque l’eros a partire da Catullo, magari nella traduzione di Luca Canali, il vero Catullo, prima che nelle stanze degli alti palazzi del potere o nelle basse caverne delle dimore di vacanza ci insozzino pure lui. Noi lo faremo anche il 21 marzo, Giornata mondiale Unesco della Poesia, alla biblioteca delle Oblate, in un recital dei poeti vincitori del premio internazionale Ceppo, in collaborazione con il Teatro del Sale e questa stessa Ambasciata Teatrale.

Cinema Il Dio creativo di Juan Pittaluga

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ρως pour les anciens grecs est non seulement dieu de l’amour sinon de la puissance créatrice et le cinéma aime Eros dans le corps et dans l’esprit. Un film sans érotisme, c’est comme la vie frigide des puritains complexés et parfois pervers, bien décrit dans le Ruban Blanc de Haneke. Aux temps des mythologies, même la Religion était sensuel. Puis fascinée par de la règle de civilisation, qui selon Levis Strauss transvase la nature en culture, le pouvoir a manipuler les Tabous et les cycles des interdits/contestations ce sont succédés. Le cinéma, étant sa plus belle caisse de résonance dans le Hays Code ( la censure des films Américains depuis 1934 qui disparaît symboliquement en 1968. Cela force Elia Kazan et Tennessee Williams dans Baby Doll (1956 ) à faire de l’insinuation quelque chose de plus érotique que la démonstration. Cela à obligé Grace Kelly sous Hitchcock nous faire l’amour avec les yeux. Montrer sans tout montrer reste la clé d’un code. Un des meilleurs exemple est la séquencée des filles qui s’embrassent dans Mulhollande Drive de David Lynch. Si vous regarder bien il ne se passe vraiment rien de très interdit, pourtant cela reste une des séquences plus chaudes de l’histoire du cinéma. Un autre exemple et la séquence au début de Eyes Wide Shut de Kubrick ou le regard de Nicole Kidman sur le miroir dégage du pur érotisme. Eros, par son amour sexuel du cinéma lorsqu’il force a dire sans les mots, pare les yeux et la voix, sans tout montrer est le dieu créateur. ■ Traduzione su ambasciatateatrale.com


Ambasciata Teatrale - Febraio 2013 - Anno V Numero 2