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circo-lo creativo d’intrattenimento culturale s.ambrogio cibrèo città aperta firenze

“Parlare di musica è come ballare di architettura”

1° settembre 2012

Frank Zappa, chitarrista, compositore, genio

ANNO IV • NUMERO

www.ambasciatateatrale.com

Sc-Atto

Editoriale

by James O’Mara

Musica senza la quale di Maria Cassi

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a musica, talvolta non riesco ad ascoltarla perché devo avere la mente disposta e il cuore aperto... Talvolta quindo devo stare in assoluto silenzio interiore... Come per ritrovare una voglia, un desiderio... La musica fa parte del mio lavoro quotidiano. È la drammaturgia con la quale costruisco racconti da raccontare in un luogo dove tutto è possibile, almeno per una sera: il teatro. Così a volte devo fare una pausa perché ascoltarla mi crea troppa emozione, commozione, turbamento. Ma quando il cuore si libera, la mente si alleggerisce, l’anima si riprende il suo naturale respiro, allora corro ad ascoltarla con una gioia feroce come un assetato che può finalmente bere e l’ascolto diventa piacere, divertimento, riso, pianto, commozione. I Leader di Schumann, le dolci poetiche note di Erroll Garner, le corde entusiasmanti di Django Reinhardt, Mozart, Mina, i Beatles, Battisti, Kurt Weil, Coltrain... Spadaro. Grazie a lei tutto diventa più lieve, possibile, più amabile. Musica senza la quale tutto sarebbe incredibilmente più vano e triste. Parigi, agosto 2012

Esperienze

Ci è voluto il teatro per capire… di Francesca Della Monica

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opo anni di studio del pianoforte, del canto, dell’armonia. Ci è voluto il teatro a farmi incontrare la musica. Ci è voluto il teatro a farmi scoprire che cantare o suonare una melodia è un’operazione drammatugica in cui il cant-attore trova la propria necessità per alcun suono contenuto in una sequenza, e riscrive, risignificandola, la narrazione del compositore. Ci è voluto il teatro e il mio compagno di avventure Ernani Maletta, anch’egli musicista/teatrante eretico, a ridare senso all’idea di polifonia come incontro delle differenti voci che sulla scena appaiono con la parola, la luce, la scenografia, il canto, i costumi. Ci è voluto il teatro a farmi capire che il ritmo si incarna con il corpo, sulla scena così come nella vita, e non può essere vivisezionato sulla tavola anatomica del solfeggio. Ci è voluto il teatro a distruggere le gerarchie della musica alta e bassa e a farmi intendere che è la poesia che rende grande un’arte. Il mio grazie, dunque al teatro, ai registi, agli attori, ai drammaturghi, ai disegnatori delle luci, ai costumisti, agli scenografi, ai tecnici: miei unici e grandi professori di Conservatorio.

Proposte

Via dalla scuola pifferi e tastierine

Emozioni

Ti prego, fammela riascoltare

di Gregorio Moppi

di Francesco Cury

N

A

on basta edificare teatri, finanziare stagioni d’opera e di concerti meditando pure stratagemmi bizantini per rianimare gli agonizzante enti lirici, se poco o nulla viene fatto per coltivare il pubblico di domani, considerato che già quello di oggi si sta molto diradando – il che non dipende solo dalla crisi economica, da prezzi magari poco abbordabili: è che la cosiddetta musica classica suona sempre più aliena alle orecchie degli italiani ma, curiosamente, non a quelle dei nostri fratelli europei. Ecco cinque piccole proposte pragmatiche, forse utili allo scopo. 1. Via dalle aule scolastiche pifferi e tastierine. Balocchi per fanciulli spesso maneggiati con faciloneria. Da sostituire con il canto, espressione più naturale e diretta. Ginnastica totalizzante per corpo e mente: aiuta anche a prender consapevolezza di sé Segue a pag. 2 e forma al gioco di squadra.

lle volte sono le parole, la melodia, un ritmo o perfino una sola nota a dare risposta alle innumerevoli domande, dubbi, incertezze che nel quotidiano la vita ci sottopone. La musica, e dunque chi la scrive e interpreta, offre risposte personali ma dalla portata universale. Quando l’artista impugna il suo strumento e intona il suo canto, quando il diamante scorre sul vinile, il nastro sulla testina, il cd si incastra sul cilindro, quando l’IPod si collega allo stereo, naturale e istintiva la domanda si pone, la musica si insinua, l’animo palpita, l’emozione entra in circolo e la risposta, alla velocità mutevole che in Segue a pag. 2 essa stessa è connaturata, appare.

Occhio di bue


Esperienze

Firenze romantica 1

Segue dalla prima

di James O'Mara

E riduciamo anche i Conservatori di Gregorio Moppi 2. 3.

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5.

Entri nelle aule scolastiche, perlomeno nei licei, la storia della musica. E’ inconcepibile che un italiano colto conosca Dante e Manzoni, Kant, Cesare e Michelangelo, ma non abbia cognizione di Beethoven, Rossini, Stravinskij. Ridurre il numero dei Conservatori. Oltre settanta scuole che hanno lottato anni per ottenere un’effimera equiparazione all’università ricevendo tutti, alla fine, la patente di Istituti di Alta Formazione (proprio così, con la tripla maiuscola). Buon per loro. Ma chi dovrebbe occuparsi della bassa formazione? Le rare scuole medie a indirizzo musicale? I rarissimi licei musicali? E’ la solita storia italiana, troppi generali. Sarebbe più utile alla collettività che, dei Conservatori, qualcuno tornasse tra i sottufficiali. Parificare come minimo la pratica della musica a quella dello sport. Per un ragazzo fra i 5 e i 18 anni che fa sport, il genitore può detrarre dalla dichiarazione dei redditi il 19% della cifra spesa in iscrizioni e abbonamenti a una società sportiva, a una palestra, fino a un massimo di 210 euro. Andrebbe consentito anche al genitore di un ragazzo che frequenta una scuola di musica. Fare tutti molto molto di più.

Emozioni

Segue dalla prima

Cantala ancora, fammela riascoltare di Francesco Cury

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ella sensibilità dell’interpretazione l’orecchio fa da traghettatore e lo spirito, trasportato dal peso della propria esistenza, da ricordi, impressioni, crea immagini che l’animo assimila stimolando le cellule celebrali che, godendo di note ed emozioni sempre nuove, scalpitano e si dimenano, ballano e cantano, creano pensieri e svolgono la loro magnifica capacità di renderci pensanti, liberi e inclini alla meraviglia. Mi capita di ascoltare la stessa canzone o lo stesso disco anche venti volte consecutive per giorni e giorni. So che la risposta è lì, mi calmo, mi rilasso, mi concentro e aspetto il momento per rapirla e farla mia, personale e universale. E da quell’istante non mi lascerà più.Ti prego cantala ancora, fammela riascoltare dai.Viva, perché viva è, la musica, grazie agli artisti e ai loro straordinari strumenti.

Pieni d’Islam Macché nenia, è melodia del tappeto di Giovanni Curatola

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un orecchio poco allenato o di scarsa sensibilità i modi tonali della musica islamica appaiono come nenie ripetute: niente di più falso. Si gioca, invece, sui microtoni, si eseguono variazioni infinitesimali sullo stesso tema, si esplora il micro-tono per raggiungere (talvolta) la sensazione delle infinite possibilità di espansione del suono. Dio è l’Infinito. Irrapresentabile. Proviamo, ora una via diversa: se si analizza il tappeto (cosiddetto Ushak a disegno piccolo), si nota subito che lo schema sottostante è sempre il medesimo e che esso viene ripetuto con semplici ma visivamente molto efficaci variazioni dei colori che lo compongono. Se si sostituisce una nota a un colore avremo una melodia con variazioni sullo stesso tema, ripetuto, anche questa volta con la possibilità di accennare e alludere all’Infinito. Il tappeto diviene una musica di lana.

Gesti teatrali Nonno Milo andò nel bosco e costruì un magico trombone di Alberto Severi

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li altri bambini del paese, quasi tutti, sapevano fare le trombette con le foglie di zucca. I gesti per costruirle erano semplici e veloci. Bastava prendere la foglia da una zucca abbastanza sviluppata, e col temperino tagliarla via, con tutto il suo gambo. Poi si eliminava l’ombrello, stando bene attenti a tagliarlo sulle sue due o tre venature nel punto più vicino al gambo, perché proprio in quel punto doveva essere praticata un’incisione longitudinale di circa due centimetri. Si forzavano leggermente le due labbra così ottenute, si metteva in bocca e si soffiava. I gesti erano rapidi, fin troppo disinvolti: ma il suono finale della trombetta vegetale più che un suono era un rumore vibrante, una pernacchia. Il cui pregio principale era quello, se emesso all’improvviso e/o ripetuto a oltranza in un consesso di adulti, di far saltare i nervi a quest’ultimi: con effetto comico, sebbene col rischio, calcolato, di una labbrata atta a colpire, insieme, strumento e strumentista. Ma anche a Saverio, che pure aveva solo otto anni, le trombette, non piacevano, e le loro pernacchie risultavano irritanti. So-

prattutto dal giorno in cui suo nonno Milo gli aveva insegnato a costruire, e a suonare, il Trombone. Lo aveva fatto sedere, nel bosco, su un tronco abbattuto di castagno e poi gli aveva detto: “sta’ a vedere, e impara”. Allora, col coltello a serramanico, aveva tagliato da un castagno giovane un grosso virgulto, e ne aveva incisa ad elica la scorza, staccandola via, con un gesto sicuro ed elegante. Poi, posata la scorza elicoidale sul tronco dove stava seduto Saverio, lo aveva invitato a scegliere assieme a lui, da un cespuglio di rovo, le spine più robuste, e, con quelle, avevano fermato la scorza, dandole la forma di una specie di tromba imbutiforme. Era stata un’operazione lunga e laboriosa, Saverio si era punto i polpastrelli con le spine, ed era stato necessario arrestare il sangue tamponandolo con un fazzoletto. Il nonno (a questo punto un po’ sudato e tremante), aggrottando le sopracciglia canute, aveva prelevato col coltello un altro pezzo di scorza, circa cinque centimetri, da un altro virgulto di castagno molto sottile, lavorandolo sempre con la solita tecnica. Quindi, col pollice e l’indice, aveva strozzato

la cannuccia ottenuta dal lato più sottile, e l’aveva introdotta, dalla parte più stretta, nel Trombone. Infine, aveva porto solennemente lo strumento a Saverio, dicendo: “Toh, suona questo”. E Saverio aveva suonato. Un suono magico. Potente. Virile e profondo. Che sembrava raccontare il castagno, l’uomo che l’aveva inciso e lavorato, i suoi gesti, il sudore e l’ingegnosità della sua costruzione. Una musica, non una pernacchia. Secondo molti critici, l’eco di questa iniziazione infantile, raccontata da Saverio Berna nella celebre autobiografia Cuor di Castagno, risuona in alcune delle più belle composizioni jazz del periodo newyorkese, da Kind of Madness, dove all’inconfondibile tromba di Berna si affianca il mitico sax di John Coltrane (1965), a Pretty Body of Mylady, impreziosito dai sensazionali duetti con Miles Davis, e giustamente premiato col Grammy Award (1970). Sipario.

per Chris Cornell, voce dei Soundgarden, Alanis Morrisette o Morrissey, a settembre, precisamente il 23, sono slittati i Radiohead, in prima battuta dati per il primo luglio. Anche per la band del frontman con l’occhio guercio da pirata Tom York è un gradito ritorno dopo l’esibizione, anche questa una decina di stagioni prima, al Piazzale Michelangelo. Confermata la location del Parco delle Cascine. Creep farà ancora una volta vibrare l’Arno e dintorni, Paranoid android scalderà le coscienze, Karma Police striglierà, No surprises riappacificherà la rabbia repressa. Più in piccolo (ma il piccolo poi cos’è?) sempre a settembre, due date dei pisani Gatti mezzi, all’interno del cartellone folcloristico e co-

lorato di Utopia del Buongusto, spettacoli nelle province toscani e paesi arroccati, con il recital Lisciami, l’8 a Casciana Terme e il 13 a Fucecchio. Con loro il clown Andrea Kaemmerle, con il suo personaggio svagato, stralunato sognatore, ingenuo e naif, tenero e toccante. Se siete in crisi d’astinenza di watt e audio, di strumenti e corde, di arie e fiati vi potete però già preparare, cominciare a riscaldare la carta di credito per gli acquisti on line, i piedi e le caviglie per la fila al box office. Appena ritorna il freddo ecco una doppietta d’eccezione da non lasciarsi sfuggire, due vecchi leoni: prima Ennio Morricone, il 3 novembre al Mandela Forum, Paolo Conte il 16 al Teatro Verdi.

PS. Ovviamente, Saverio Berna è un personaggio di fantasia, “teatrale”: dunque non reale, ma vero.

In scena Una musica può fare di Tommaso Chimenti

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e l’inverno è deputato e destinato al chiuso di un teatro, per ovvie ragioni meteorologiche ed atmosferiche, l’estate e la bella stagione, che negli ultimi anni si è prolungata fino ad autunno inoltrato, è fatta per stare all’aperto, una birra in mano, molleggiare il tronco in mezzo a tanti altri, maglietta e pantaloni corti, gli occhi rapiti in un grande concerto guardando le stelle, senza più tetti a chiudere la visuale. Sarà la musica che gira intorno. Dopo i concertoni estivi che hanno caratterizzato Firenze, dal ritorno del Boss dopo dieci anni, a quello di Madonna, dopo addirittura venticinque, ed ancora l’inaugurazione rock, finalmente, della Cavea del Nuovo Teatro dell’Opera, luogo magico, con gli Afterhours passando


Firenze romantica 2

Da Varsavia

di James O'Mara

Ogni giovedì sera a casa di Piotr e Annie di Tessa Capponi

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ażdy czwartek wieczór, od mniej więcej czterech lat, śpiewam w chórze który zalożyliśmy z przyjaciółmi. Nie jesteśmy zawodowcami, tylko grupą zapalenców, którzy spotykaja się żeby móc razem zaśpiewać a potem zjeść kolację. Spotykamy się zawsze w tym samym miejscu, u starych i dobrych przyjaciół: Piotra i Annie, ktorzy są cudownymi gospodarzami, kwintesencją gościnności. Nasz repertuar obejmuje tradycyjne polskie pieśni, spirituals, czasem też klasyczne utwory jak Ave Verum Mozarta czy renesansowe madrygały. Od czasu do czasu występujemy na imprezach dobroczynnych, ale ogólnie rzecz biorąc wolimy ryczeć i wyć we własnym gronie. Kolacje pod koniec wieczoru są bardzo ważne. Każdy chórzysta, na zmiane, przygotowuje cały posiłek i przynosi , tak czy owak, butelkę wina. To co zauważyłam to fakt, że nieskończone wariacje w brzmieniu głosu ludzkiego odpowiadają takiej samej ilosci różnic i kontrastów w stylach gotowania. Na przyklad, cieniutkie głosy, które brzmią jak brzęczące kryształy, tworzą jakby, jako kontrapunkt, dania solidne, prawie że ciężkie. Natomiast silne basy, brzmiące jak grzmot, prezentują dania delikatne, lekkie jak piórka. W jednym i drugim wypadku wspólny mianownik, to pasja do śpiewu i dobrego jedzenia, którą dzielimy z innymi. ■T  raduzione su ambasciatateatrale.com

Una stella a Firenze Arcangela, la preferita di Cosimo II di Stella Rudolph

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uando morì all’età di appena 23 anni, il 18 ottobre del 1622, Arcangela Paladini era già diventata famosa come la cantante prediletta dalla corte di Cosimo II de’ Medici. Figlia ed allieva del pittore pisano Filippo, di lei si conserva agli Uffizi il bell’autoritratto commissionato nel ’21 dalla granduchessa consorte Maria Maddalena d’Austria, la quale ne aveva scoperto e promosso il cospicuo talento nel campo di entrambi le due arti sorelle. La Paladini era pure esperta ricamatrice: sposò infatti nel 1616 il ricamatore Jan Broomans oriundo di Anversa, ed è a lui che si deve l’erezione della sua tomba oggi collocata sulla parete sinistra del portico d’ingresso alla chiesa fiorentina di Santa Felicita. Vale la pena fare una sosta davanti a questo commuovente monumento, eseguito subito dai poco noti ma provetti scultori Agostino Bugiardini e Antonio Novelli. La sua avvenente sembianza nel busto posto sopra il sarcofago è accompagnato ai lati da bassorilievi raffiguranti la pittura con tavolozza e pennelli in atteggiamento mesto e la musica che suona un’arpa, addolorate per la prematura scomparsa di colei che le aveva recato tanto lustro. Tutto ciò che sappiamo della breve, intensa vita di Arcangela è riassunto nell’eloquente e denso epitaffio sottostante che termina con una pia esortazione: Sparge Rosis Lapidem Coelesti Innoxia Canto/ Tusca Jacet Siren Italia Musa Incet. Ma che peccato non poter disporre di una registrazione di cosa e come cantava questa eccezionale fanciulla.

Dall’Armenia Incantati dal “duduk” in legno di albicocco di Sonya Orfalian

Staino ■ Traduzione su ambasciatateatrale.com

La valigia dell’attore C’era una volta un violino dalle note d’oro di Alessio Sardelli

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era una volta un violino dalle note d’oro. Penserete subito ad una favola, magari dei Fratelli Grimm. A me invece fa tornare indietro negli anni, agli anni della adolescenza, quando nella mia bella città si sentiva, a naso all’insù il profumo del ragù ben fatto provenire dalle cucine, o dei trucioli del legno dalle botteghe dei tornitori e dei falegnami. In quella atmosfera spensierata, me ne tornavo a casa gioioso e affamato, richiamato da quelle note. Eh sì, dalle note del violino suonato nientepopodimenoché dal mio babbo che si esercitava e si destreggiava in quei Capricci di Paganini, che tanto facevano soffrire i suoi giovani allievi! Ahimé, io non ho avuto quel dono. Forse Santa Cecilia protettrice dei musicisti quel giorno era andata a fare la spesa, anche perché era davvero difficile sopportare per le mie giovanissime orecchie quei miagolii che provenivano da minuscoli violini suonati da minuscole manine! Il fatto è che quando suonava

il babbo tutto si riappacificava, si distendeva ed erano molti i passanti che si soffermavano sotto le finestre di casa ad ascoltare silenziosamente. Riponeva con cura quel prezioso violino nell’elegante astuccio nero. Gli era stato donato negli anni 50, di propria mano da mister Thomas L. Fawick, famoso ingegnere, ideatore e costruttore americano, oltre che proprietario di una nota fabbrica di violini a Cleveland. Un delicato maestro era il babbo, non l’ho mai sentito dire, in vita sua, una mala parola contro nessuno. Mi ricordo ancora quando prendendomi sulle ginocchia mi raccontava di quando partiva in nave con tutta l’orchestra per andare a suonare in paesi lontani. Mi raccontava di Frank Sinatra e Ava Gardner che aveva conosciuto, un Frank brontolone e un'Ava bellissima. Suonò per loro e per molti ha suonato. Con la musica e con il suo violino se n’è andato in silenzio senza rumore. Ciao babbo. Dedicato a mio fratello Alessandro.

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“MUSICA”


Firenze romantica 3

Il maestro

by James O’Mara

Ore 21: un inchino e ricomincio tutto daccapo di Antonino Siringo

O

re 7 del mattino. Il dentifricio mulina attorno allo scarico del lavandino. Lo guardo e mi chiedo: che musica suonerò oggi? A volte con una certa perplessità mi avvicino alla tastiera e mi domando se questa mi basterà. Se sarò capace di fare, dire, ciò per cui sono stato interrogato, chiamato, richiesto. Niente di grave, dopotutto. Qualcosa di buono qua e là spunterà di sicuro. O forse no? Musica contemporanea, per la danza, per il teatro, per il cinema, classica, jazz, blues. Locali dove nessuno ti ascolta e feste di compleanno trascorse con amici dove si suona fino alle tre del mattino con indolenza ed un senso di liberazione che sminuisce qualsiasi cosa tu abbia considerata importante fino a quel momento. Ebbene, io sono lì tutte

le volte. Sono lì anche se gli altri, il pubblico, i musicisti cambiano. E cambiano i criteri. I gusti cambiano. L’attenzione, cambia. Le pretese, cambiano. Ho pensato più volte: e se mi mettessi a suonare una pavana di Sweelinck ad un jazz festival? O se suonassi Straight No Chaser per gli abbonati della stagione concertistica degli Amici della Lira? Voglio dire: io sono lì, sempre. E suono sempre per qualcuno. Non è questo quello che conta? Suono, anche se non sempre allo stesso modo. Suonerei anche se non fosse musica. Se fosse semplicemente suono. Vibrazione. Suonerei anche se fosse silenzio e non facesse baccano. Suonerei la musica della Terra ma anche quella di Saturno. La musica delle comete. Quella che viene dal passato. Quella

che va verso il futuro. La musica di Cinna e di Helicon. Quella che fanno i russi e quella degli americani. Suonerei la musica che si suona nel ventre della balena e quella che si avverte nello stomaco dei pipistrelli. Quante categorie, quanti nomi, quanti luoghi, quanti mercati, quanti venditori! Eppure io sono sempre lì. Suono, in attesa di ritornare nuovamente a quei mondi che mi hanno generato e disperso su questo pianeta perché fossi presente laddove mi fosse chiesto di suonare. Da quei mondi io provengo, come del resto altri miei fratelli. In quei mondi nessuno dubita mai della musica che si ascolta. Ore 21. Inchino. Una piccola occhiata al pubblico. Non ne riconosco nemmeno uno. Devo ricominciare tutto da capo.

Sintesi esaustiva La voce di una persona nella stanza accanto di Milly Mostardini

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er me è musica la voce di una persona che ami, nella stanza accanto. Lo è la risacca del mare, che ascolti notte e giorno, senza mai sentirti solo. Lo è il canto delle cicale, basso continuo della luce e del sole mediterranei, che stupiva anche il grande Galileo. È la pioggia sul tetto, sui vetri, sulle frasche ed ovunque quel virtuoso del vento digita variazioni e concertati da maestro, in ogni tipo di bosco. È musica ogni suono o voce naturale. Lo è cantare insieme ad altri: tutti dovrebbero poter cantare nei cori: anche, e ne sono convinta, gli stonati (e perchè non anche i muti privi di

Percorsi

L’osservatore

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voce ma non, forse, di ritmi e armonie segrete e silenti. Pensate al canto, oggi ampiamente documentato, delle balene: non è un mistero? C'è un momento magicamente musicale, per me: quando gli orchestrali, in attesa della loro guida, accordano al basso gli strumenti. E poi vài, con le danze della Quarta sinfonia di Brahms, con gli sberleffi geniali della Prima di Mahler che da addio a un mondo di certezze. Agli ultimissimi quartetti di Beethoven, calmata ogni furia eroica in un assoluto distillato di Romanticismo e lo sguardo rivolto a inconoscibili esistenze future. E vài con i valzer di Verdi, Traviata per esempio,

che noi italiani sapremmo ballare anche in mezzo alle rovine. Da un mille anni, qualcuno parla della misteriosa Armonia delle sfere celesti. Non ho l'orecchio assoluto, e quanto a questo nemmeno il cervello, confesso che non la ho mai sentita. Per me, il rumore terrestre, della stagione presente e viva e il suon di lei, come dice Leopardi, vince i gelidi silenzi siderali. Ma riconosco il silenzio perfetto: è quando due amici, tacciono insieme, dopo lungo parlare, ognuno facendo quel che ha da fare. A me pare un silenzio cantatore. Firmato da Una che purtroppo non ha imparato a fischiettare.

Riflessioni

Slow Food? Dateci anche la Slow Music

Come Ulisse e il canto delle Sirene

Canta e così smetterai di balbettare

di James Bradburne

di Massimo Niccolai

di Raffaele Palumbo

F

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lorence is an extraordinary city in anybody’s terms. If one can ignore the contemporary chaos of commercial shop fronts and walls defaced with hastily scrawled graffiti, the eye is still drawn upwards by detail, ornament and proportion of extraordinary beauty. As in any city, the streets are filled with a lively bustle: vendors hawkers their wares, a passing ambulance, guides leading their flocks along a well-set pilgrim’s way to touch the hem of the Renaissance to the competing strains of accordion, Peruvian folk rock and local bards. This street music is not often beautiful, but it is real, and is created by the city at work and at play. So what can I make of the sight of people walking through these beautiful streets, their ears covered by headphones, or plugged with earbuds? To use a metaphor, we are increasingly living in a world of Dutch tomatoes – the tomatoes look real, but are in reality flavourless, water-filled packets of tasteless pulp, created artificially in immense factory-like hothouses. So it is with music. Just over a century ago, before phonographs and radio, music was a scarce commodity. Now music is always on tap, pumped out radio stations 24/7, and downloaded directly to iPods, iPhones, iPads and a dizzying array of portable devices. Created in studios, mixed, re-mixed and de-natured it is hard to say any longer where the musician is. Music, however, has become ubiquitous. It is hard to find a lift, an office, a café or a restaurant that doesn’t have music playing in the background, with the perverse effect of turning the world into an elaborate film set, in which we are merely bit players living someone else’s life. Like waking somnambulists, vast droves of people shuffle zombielike through the city on an intravenous drip of sound that renders them incapable of actually experiencing the world around them. Just as we have ‘Slow Food’ and ‘Slow Art’, perhaps we need ‘Slow Music’, not in the sense of the music being played more slowly, but that we stop to experience it more slowly. Just as it makes real sense to eat local tomatoes – ripe, red and delicious – in season, and not Dutch tomatoes in the middle of winter, perhaps we should insist on listening to music in the foreground, not the background, played by real musicians in real time. Then, when the music stops, we can recover the almost forgotten pleasure of silence. ■T  raduzione su ambasciatateatrale.com

o re mi fa sol la si do… “Do, do… su, per favore, faccia gli esercizi, non si distragga”, mi diceva l’insegnante, ma la musica mi piaceva più ascoltarla sentirla fluire dentro di me e fuggire nota dopo nota senza fermarsi senza dare il tempo al mio pensiero di prenderla, masticarla e rielaborarla. Proprio così, direi che la musica è un flusso impetuoso che ti travolge nel momento in cui l’ascolti, la vivi. Ma è un viverla fermo immobile. Se dovessi fare un paragone l’immagine che mi sovviene è rappresentata da un faro in mezzo al mare che, fermo immobile, segnala la sua presenza e nello stesso tempo subisce tutti gli umori del mare dai temporali alla calma piatta dalle onde impetuose che si scaraventano su di lui ai momenti più tranquilli di sole oppure in mezzo ad una foresta o ad una città dove i rumori gli odori ci travolgono, ci penetrano si incuneano tra cellula e cellula sconvolgendo il nostro essere ci fanno sentire ascoltare anche la musica interiore. C’è un episodio nella storia di noi umani che risuona sempre nella mia mente (con molta invidia per chi lo ha vissuto) ed è quando il nostro buon Ulisse, ben legato al palo della nave, si è fatto penetrare dal canto delle sirene e poi...

Gatti Nora diva del piano su Youtube by Kate McBride

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rnie and Soot listen to the ever-changing natural music of the river all their days. From far away they also hear the cacophony of street musicians who grace the city of Florence. Our due gatti once knew of a cat who played the musical instrument called the sitar. Her name was Willow and her cat paws loved to pluck the strings of the famous Indian instrument for long moments, creating very pleasant and hypnotizing music for her friends. There’s also Nora, the Piano-playing cat . She’s a hit on youtube! http://www.dailymotion.com/video/x1eb8c_nora-the-piano-playing-cat-wowamaz_animals ■ Traduzione su ambasciatateatrale.com

eve proprio sembrare un triste balbettare il nostro cercare di parlare con dio, o con Dio o con quello che ho di recente sentito definire il radicalmente Altro. Comunque, chiamatelo come vi pare. Fatto sta che l’effetto dei nostri tentativi di parlarci, deve essere proprio quello. Tartagliare, balbettare. A Napoli si usa un’espressione bellissima: “incacagliare”. E allora, come si dice a quello che - appunto - incacaglia? Quando è emozionato, si blocca di continuo, si fissa per interminabili secondi sulla parte centrale di una parola, senza riuscire ad arrivare in fondo? Si dice: canta! E così, come per incanto, le parole difficili, spezzate, incomprensibili, iniziano a filare lisce come l’olio, perfette, una dietro l’altra. E così, il balbettìo indistinto e incomprensibile, diventa immediatamente comprensibile, un canto meraviglioso. Oi barbaroi: così i greci chiamavano gli stranieri, ovvero coloro che balbettano. I barbari. Ecco allora cosa dobbiamo sembrare agli occhi del radicalmente Altro quando cerchiamo di parlare con lui: dei barbari che incacagliano. Alcune migliaia di anni fa gli ebrei ebbero questa straordinaria intuizione. Per parlare con dio bisognava smettere di tartagliare e per smettere di tartagliare bisogna cantare. Altrimenti, senza musica, non arriva nulla, nulla è comprensibile. Anche privatamente, anche solo per le preghiere di tutti i giorni, cantilenate e non enunciate, anche senza l’aiuto dell’Hazan, il cantore della Sinagoga. Come ha scritto Olga Romagnoni: “Il canto aiuta ad esternare i sentimenti di piacere e di desiderio, quelli che racchiudono tutto, e sono ancora più intensi delle più intime emozioni del cuore e della mente, poiché raggiungono le profondità recondite dell’anima. Durante il canto, l’uomo si rinchiude entro i più profondi recessi della sua anima e, in quel momento, non è lo stesso individuo di sempre, ma è connesso con la sua profondità più intima. Attraverso le note del canto, una persona si innalza e si congiunge con le sfere di luce più elevate presenti nella sua anima, del suo spirito. Emerge ciò che è buono e puro nel suo spirito”.


Firenze romantica 4

by James O’Mara

Lasciate che i bambini

Il popolo del blues Il fascino dei suoi confini immateriali

Lanfranco, il più grande direttore d’orchestra della pittura

di Giulia Nuti

di Tomaso Montanari

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l fatto che i suoi confini siano immateriali, che si descriva male, che non si possa misurare, toccare, vedere, disegnare, rendono la musica una delle forme d’arte più misteriose alle quali ci troviamo davanti. Per quanto la pittura sia prevalentemente visiva, non ci è esclusa la possibilità di far scorrere una mano sulla tela o respirare l’odore dei colori e dei materiali usati. Alla musica, invece, è riservato un solo senso: l’udito. Come ogni forma d’arte, ciclicamente è sottoposta alla stessa domanda: a cosa serve? La risposta più semplice è che non serva a niente, visto che i risultati che produce non si possono quantificare. Ci si investe poco, si sostiene poco, spesso non si è interessati a costruire niente con

la musica perché la sua presenza non sembra fare la differenza. Fino al momento in cui, al di là degli aspetti culturali, è il suo valore sociale a rendersi tangibile. Il bisogno di musica che in qualche modo tutti condividono, la sua forza di aggregazione, la sua capacità di fare da collante sociale. E non è un caso che quando si tratta di raccogliere fondi per beneficenza, come nel caso del recente terremoto in Emilia, si pensi alla musica. Indipendentemente da quale musica, l’idea del concerto funziona. Riempie le piazze, smuove a partecipare e a sentirsi chiamati in causa di fronte alle difficoltà comuni e all’esigenza di solidarietà. Sembrava una forma d’arte intangibile, ma forse non lo è poi così tanto.

Classika

C

i sono opere d’arte nate per aggredire i nostri sensi: per disorientarci, ingannarci, rapirci. Entrate in una chiesa barocca, alzate gli occhi verso la cupola affrescata: sarete trasportati in un altro mondo. La prima macchina di questo tipo fu inventata da Giovanni Lanfranco, un parmigiano a Roma. L’Assunzione della Vergine che da quattro secoli è messa in scena nella calotta della cupola di Sant’Andrea della Valle è un mare di nubi realistiche, in parte schiarite dal sole, in parte cariche di pioggia ed elettricità. La salita della Madonna in paradiso è raccontata come un evento naturale, a metà tra una tromba d’aria abitata da santi e un temporale di fine estate: tutto si muove, in un turbinio di luci e colori. Quando fu scoperta, i contemporanei rimasero letteralmente a bocca aperta, col naso all’insù e senza parole. L’unica cosa che riuscirono a dire, è che tutto questo sembrava una musica. Il più bravo, che si chiamava Giovan Pietro Bellori, lo disse così: “Frangendosi, la luce dal sommo sparge i suoi raggi. In tal modo, fra quei spaziosi campi ogni figura ha rilievo, ma svaniscono li dintorni mostrando solo qualche termine di colmo, senza alcun profilo di superficie. Onde con ragione questa pittura è stata rassomigliata ad una piena musica, quando tutti li tuoni insieme formano l’armonia; perché allora non si osserva minutamente particolar voce alcuna, ma piace il misto e l’universale misura e tenore del canto. E sì come in questa sorte di musica si richiede all’orecchio una maggiore distanza, così il colore lontano si unisce e riesce soavissimo all’occhio”. Bellori aveva ragione: Giovanni Lanfranco è stato uno dei più grandi direttori d’orchestra della storia della pittura.

Al festival di Angela solo pochi italiani di Gregorio Moppi

A

ngela Hewitt è canadese, suona il piano (ne predilige uno su tutti: il Fazioli, che, se può, porta ovunque in tournée), ha casa a Londra, a Ottawa e, dal 1985, sul Trasimeno. Qui, da otto estati, tiene in piedi un festival. Lei l’ha creato. Lei architetta i programmi. Lei sceglie i musicisti ospiti e, nove volte su dieci, fa musica con loro. Lei ne cura l’immagine sul web. Lei risponde a mail e telefonate di chi domanda informazioni o vuole prenotare un posto, perciò conosce ogni spettatore per nome – e per ciò gli spettatori tornano al festival anno dopo anno. Nel mentre, lei trova anche il tempo di metter su i recital per cui viene scritturata d’inverno. “Per il 90% il mio pubblico del Trasimeno è di stranieri. Arrivano perfino in comitiva grazie a pacchetti turistici tutto compreso”, racconta. Incredibile. Ci si immagina torpedoni di gitanti scamiciati e smaniosi, affamati di note. Ma non

è così: sono signori e signore d’un certo tipo, nordamericani e inglesi, che addirittura offrono donazioni al festival perché possa proseguire nel tempo senza afflizioni finanziarie. E gli italiani? “Qualcuno arriva. Ma siccome tendono a comprare i biglietti all’ultimo minuto, spesso non ne trovano”. E magari quelli che vengono saranno pure un tantino attempati. “Di tanto in tanto vedo ragazzi. Talvolta chiedo di suonare per le scuole. Tutti ascoltano, però paiono intimoriti da qualcosa che non conoscono. Altrove è diverso. A Londra, certo. In Canada, dove si mastica musica fin dall’asilo”. E soprattutto in Asia. “Un occidentale non può immaginare quanti ragazzi affollano le sale da concerto. Capelli grigi è raro scorgerne. Dipende dal fatto che là Bach viene considerato cool. Per fortuna. Poiché così alla nostra vecchia musica classica occidentale è garantito il futuro”.

Giovanni Lanfranco, Assunzione di Maria, 1625-27. Affresco. Roma, Sant’Andrea della Valle, intradosso della cupola.

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Di line e di lane Chopin e i Prodigy intercambiabili di Pietro Jozzelli

Q

uando mio figlio Beniamino suonò la prima volta la Ballata numero 1 in sol minore di Frederic Chopin non dico che mi sembrava Orfeo che trascinava i sassi, le piante e le belve col suo canto. Ma di certo mi emozionò come poche altre cose nella vita: e lì capìi che avevo compiuto un peccato mortale a non conoscere la musica (mia scusante: sono

più stonato di una campana rotta). Poco tempo fa mia figlia Jasmine mi ha costretto ad accompagnarla a Milano al concerto dei Prodigy, un gruppo a me sconosciuto, ma dal timbro rock formidabile e totalmente coinvolgente. Ho scoperto che il ritmo è l’elemento più sensuale della musica, la melodia ha una efficacia emotiva o affettiva, la musica vera e propria

Ricetta

è pura contemplazione artistica, “la riflessione sulla natura del bello musicale” come scriveva Massimo Mila. La musica insomma è un supremo concetto ma il fatto straordinario è che avvolge tutti i sensi e dona emozioni forti come un amore. Il bello è che Chopin e i Prodigy, in situazioni diverse, sono grandissimi entrambi. Anzi, talvolta sono intercambiabili.

Da Tel Aviv

Canzone Il Jazz

È anche una questione di geografia

di Enzo Mileo

di Sefy Hendler

Una storia così Cominciata col jazz Mi dicesti: “est-ce que vous-dansez?” Ti risposi di sì

Viva la salsa la salsa.. la salsa col pomo... pomo pomodoro Che chiama a gran voce spaghetti! spaghetti! Parapapà

Del sapore di.... Salse che hai sulla pelle, prima di tornare in città l'ultimo basilico fischiettando Sotto la pioggia ti amerà.

Battenti nel frusciare dalla scatola alla mano con o senza pollo e insalatina e una tazzina di caffè l'acqua calda li docilerà .

Pummarola pomarola mia la più bella che ci sia All you need is love all you need is love, love Love is all you need Love.

T

■ Traduzione su ambasciatateatrale.com Ne convenivi con me Ma apprezzavi più il rock E ti piaceva il mio look Anche se un po’ demodè

errazza sul fantastico porto di Marsiglia. Un aperitivo ascoltando una jam session fantastica. Carta dei vini stupenda. La scelta è semplice, che sia champagne per questa volta. Jérôme Prévost, allievo di Anselme Selosse, forse uno dei più grandi champagnisti mai esistiti. Nel 1987 riprende circa 2 ettari della vigna familiare a Gueux, ai piedi della piccola montagna di Reims. Dopo 10 anni di uve vendute ai negociant decide di imbottigliare il suo primo Champagne. La Closerie Cuvée Les Beguines - Blanc de Noir Extra-Brut. Fatto maturare in legno, frutto di una meticolosa selezione di Pinot Munier (ovvero mugnaio, per la patina che ricopre l’acino che ricorda vagamente la farina) in agricoltura biodinamica. Grande freschezza ed eleganza, dal profumo di crema pasticcera e pan brioche. Armonico e di grande persistenza, accompagnava meravigliosamente Orlando di Dennis Mpale, uno dei miei pezzi preferiti di jazz sudafricano. Abbinamento perfetto, incontro fra anime vive.

Ri-cercata L’Uomo è fatto di musica di Clara Ballerini

D

a Bach a Joplin, il piacere che deriviamo dall’ascolto della musica è nascosto in una caratteristica comune a più di 1800 partiture analizzate in oltre 500 compositori, caratteristica che si risolve in una formula matematica che descrive il perfetto mix di prevedibilità e sorpresa rispettato dalle fluttuazioni del tono musicale e dal suo ritmo. Che cos’è la musica? Da un punto di vista fisico è una sequenza di vibrazioni ordinate nel tempo, che originate tramite tecniche esogene o endogene si trasmettono attraverso l’aria. Non c’è modo in questi termini di spiegare come sia possibile che la musica provochi emozioni intense, gioia, dolore, come possa migliorare le proprie prestazioni (effetto Mozart) o spingerci in stati d’animo melanconici o addirittura depressivi. La musica fa parte della cultura umana, ha attraversato la storia sincronizzandosi con il nostro ritmo fisiologico e ognuno di noi ha una propria tradizione musicale che lo accompagna e che dà un costante contributo al suo sviluppo. L’uomo crea la musica e ne è circondato, in un certo senso è fatto di musica.

Cinema 0tto e mezzo, la musica diventa film di Juan Pittaluga Le vieux train qui arrive longuement de Paris,

à pris le pouvoir sur l’ultra-réalisme.

en longeant la côte d’azure, s’arrête songeur à Cannes.

Tout à un sens. Mais d’où vient cette émotion profonde qui

Il est midi et le soleil veux vaincre le jour.

me prend à la gorge? Qu’est-ce qui s’est passé?

Je descend vers la Croisette où la joie monte de loin. C’est la première fois que je vient au Festival de Cannes. Je marche le long de la Croisette. La folie du marché fait l’amour au cinéma qui se donne et se refuse. Je ne comprend rien, comme tout le monde, à ce manque de respect

C’est que de la plage, des hauts parleurs posé sur le sable, depuis quelques instants, provient la musique fait par Nino Rota pour Otto et mezzo. Cette musique avait proustiennemnt précédé tout le reste.

que j’estime et je craint au même temps.

Comme si elle était devenu la peau du cinéma.

Soudain, en sein de cette décadence,

La musique était devenu le film, ou plus que le film, son climat, son désir.

je me rend compte que quelque chose d’autre en moi

Je reste là. Dedans.

■T  raduzione su ambasciatateatrale.com

L’orto

di Stefano Pissi

I

nostri orti, lasciati per l’estate in balia di balie manuali o meccanizzate, allo schiocco del primo sole di mezz’estate si rassegnano alla fine di una ritmata crescita e gli ortaggi, assecondati, si abbandonano alla maturazione, ineluttabile. In questa morte apparente il tempo è sospeso, è il suono del silenzio della vita che si mette in una pausa di riposo. Quando decidiamo di ritornare, per chiudere il cerchio estivo, quello che sembrava bloccato per sempre inizia a muoversi, ancora, di nuovo. La cicoria da Foglie: Cichorium intybus L. var. Foliosum, cv. Spadona da taglio è della famiglia delle Composite, come carciofi e margherite. Ortaggio comune e rusticissimo è coltivabile - in Toscana – per tutto l’anno. Si tratta come un prato rustico. Si semina a spaglio – ricordo il gesto del salare – specie in quei fazzoletti minuscoli di terra dove solo la vita di un seme così piccolo riesce ad affermarsi. Settembre è il mese giusto per seminarlo, e quindi ridare il via ad una musica, verde e crescente. Nella gioia del ritmo inebriante e incalzante che si ha nella crescita in primavera c’è un andare che trascina e squilla, il coraggio è dato dallo sviluppo evidente. Nelle estati – inverni caldi della vita – l’andamento di sopra declina in basso, tutti lo credono spacciato e si lamentano del tempo che non cambia – uomini di poca speme. Ma quella sospensione, che sembrava un ritardo imperdonabile è necessaria alla maturazione, e poi per magia non lo riconosciamo più, ecco che la musica che non era esaurita, è cambiata. Pronti, attenti...Via! Lucio Diana

Il jazz è più dolce e romantico Intrigante e nostalgico Intellettuale e anche facile Aggressivo e un po’ docile

Gurguglia pancia affamata di libertà la grattugia lesta tratratra tratratra armonica emiliana danzando senza nostalgie solo italiano parlerà.

di Ugo Federico

Il jazz è più dolce e romantico Intrigante e nostalgico Intellettuale e anche facile Aggressivo e un po’ docile

Lo voglio anch’io ma però Metto un disco di Sting... Roxanne O forse è meglio uno swing Così non mi smentirò

Scivolando sul rock rovente due spicchi ballano con l'oro fin quando passato e presente il rosso tomato plo, plo, plo... Plo, plo, plo farà

Un verre de vin rouge

Poi parlammo di te Del tuo amor per il blues Io ti feci allora: “rien ne va plus” Non va bene perché

E piano scivolammo sul letto Impaziente nel mostrarmi il tuo petto Mentre dicevi: “basta parlare Non l’hai capito che vorrei far l’amore”

di Fabio Picchi

l’AMBASCIATA teatrale - Direttore responsabile: Sergio Passaro. Segreteria: Giuditta Picchi, Francesco

Cury. Illustrazione pagine centrali di Giulio Picchi. Ricerca e commento sul testo del fascione: Marco Poggiolesi. Anno IV Numero 7 del 1/9/2012. Autorizzazione n°5720 del 28 Aprile 2009. Sede legale e redazione Via dei Macci, 111/R - 50122, Firenze. Ed. Teatro del Sale info@ambasciatateatrale.com. Stampa Nuova Grafica Fiorentina, via Traversari 76 - Firenze. Progetto grafico: Enrico Agostini, Fabio Picchi. Cura editoriale: Tabloidcoop.it

Si ringrazia

conti capponi [conticapponi.it] MUKKI [mukki.it] CONSORZIO PER LA TUTELA DELL’OLIO EXTRAVERGINE DI OLIVA TOSCANO IGP [oliotoscanoigp.it] Questo numero dell’Ambasciata Teatrale è stampato su carta naturale prodotta con il 100% di carte riciclate post consumer

Ambasciata Teatrale - Settembre 2012 - Numero 7 Anno IV  

Il mensile del Teatri del Sale

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