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La leggenda delle sirene

MUKKI LATTE PER LE DONNE

di Elisabetta Moro a pag. 3

circo-lo creativo d’intrattenimento culturale s.ambrogio cibrèo città aperta firenze

1° MARZO 2011

ANNO III • NUMERO

Venere

La storia

Ricordo un profumo d’amore cercato invano per tutta la vita

Quelli che... io non ci vado mai

di Maddalena A.*

di Lella Costa

I

Venere, Lucas Cranach il Vecchio (1472-1553) “CRANACH ET SON TEMPS” fino al 23 maggio 2011 al Museo del Luxembourg - Parigi - www.museeduluxembourg.fr

Grazie, Ernesto

Mi mancherà la tua amicizia, la tua preziosa collaborazione, mi mancherà la tua attenta conoscenza dell’arte della musica che tanto hai amato e che tanto mi hai fatto amare. Mi mancherai amico mio e ci mancheranno le tue parole per l’Ambasciata, parole sempre piene di professione, cuore e passione. La musica sarà per me il tuo ricordo per sempre. Grazie Ernesto, Maria Cassi

L’invettiva

l ricordo più lontano della mia infanzia non è un ricordo visivo ma è il ricordo di un profumo. Mio padre e mia madre che dormivano con noi, in un un’unica stanza. La notte arrivava presto e l’abbondante pasta col sugo di pomodoro aveva già saziato la fame dei miei fratelli, tutti più giovani di me. C’erano tre grandi letti matrimoniali, in uno dormivano babbo e mamma e negli altri due io, unica femmina con i due più piccoli e il terzo con i tre più grandi, quasi miei coetanei. Sapevo quando da lì a poco avrei ascoltato quei sommessi cigolii del loro letto matrimoniale perché il babbo usciva di casa per fumare la sua cicca di sigaro e invece di rientrare subito andava alla fonte esterna all’aia della casa, dirimpetto al mare, per lavarsi e imbellettarsi alla luce di una fioca lampadina o della luna. E come per un appuntamento galante finiva col pettinarsi e ripettinarsi dopo essersi passato fra le mani un liquido verde di una bottiglia che teneva lì, vicino allo specchio, sospeso con uno spago accanto al muro sbrecciato con sopra quella strana etichetta più che da dopobarba, da motore diesel: Petroleum. Si amavano quei due, attraversando la loro miseria con quell’orgoglioso rispetto che si attribuivano generosamente l’un l’altro. Fu così che non ebbi alcun timore quando il più grande dei miei fratelli, in un pomeriggio di solitudine, rientrò abbuiando la stanza e nel chiudere la finestra e la porta mi si parò di fronte puzzando come il barbiere del paese e capii nel silenzio delle sue e delle mie parole quello che da lì a poco sarebbe successo. Non vi fu né piacere né dolore, ne scandalo né amore. Non sapevamo che non andava fatto né sapevamo come andava fatto. Nella sua eccitazione non combinò niente. Solo il suo seme fu disastroso e mi costrinse poi a cambiare vestito per come aveva ridotto quello che avevo indossato la mattina stessa. Mio fratello si addormentò in pieno pomeriggio e fu così che lo trovarono babbo e mamma. Preoccupati subito del suo stato di salute, lo obbligarono a rimanere a letto regalandogli una premurosa cena ricostituente. Non fu così per me

che fui immediatamente sgridata prima da mamma e poi da babbo per quel mio vanitoso essermi cambiata a metà pomeriggio. Non sapevo che tutto quel che era capitato quel giorno lo avrei rivisto per tutta una vita. Uomini che si addormentano come degli impuniti bambini e donne che giudicano donne per la loro vanità. Ho cercato per una vita lo stesso amore, di mio padre per mia madre, ma ho trovato soltanto denari ogni qual volta che mi sono concessa, denari che mi hanno portato lontano dalla miseria di quelle mura, vicino a uomini sudati e eccitati. Falsi ricercatori di falsi rapporti innamorati. Uomini con le anime avvizzite, che diventano turgide per quei cinque secondi di eccitazione. Uomini con case ma senza focolari, uomini con patrimoni ma senza matrimoni, uomini non amati perché incapaci amanti. Uomini per fortuna rapidi, che ragionano solo con quello che hanno fra le gambe, spesso il loro piccolo miserabile biglietto da visita che li trasforma in uomini senza profumo. *prostituta

M

a voi, banchieri, pizzicagnoli, notai, dirigenti d’azienda, elettricisti, poliziotti, ministri, calzolai, avvocati, studenti, musicisti, agenti di commercio, ballerini, vigili urbani, sindaci, editori, guardie del corpo, medici, postini, giornalisti, ambulanti, pescatori, sindacalisti, giudici togati, sicuramente non immaginate che solo a Milano, tutti i giorni che Dio manda in terra, si contino qualcosa come 150mila incontri tra clienti e prostitute. No, dico, 150mila al giorno, tutti i giorni, solo a Milano, è una cifra da capogiro. Roba che uno non si capacita. Ma i milanesi, di preciso, quando cazzo lavorano? Ma dai! Ma non ci si crede! Anche perché nessuno di voi ci va, anzi nessuno di voi, di noi conosce qualcuno che ci va, no? Allora, chi sono? Banchieri, pizzicagnoli, notai, dirigenti d’azienda, elettricisti, poliziotti, ministri, calzolai, avvocati, studenti, musicisti, agenti di commercio, ballerini, vigili urbani, sindaci, editori, guardie del corpo, medici, postini, giornalisti, ambulanti,

Occhio di bue

Segue a pag.2


Eros romantico

Libro

di James O’Mara

Luci della città

Il principe Genji e le fatiche di Casanova

La profezia di Gioachino Belli

di Martino Ferro

di Giancarlo Cauteruccio

F

M

orse non tutti sanno che - reciterebbe un celebre settimanale d’enigmistica - il primo romanzo della storia vide la luce in Giappone, e fu scritto da una donna. Genji monogatari, La storia di Genji, di Murasaki Shikibu, narra le vicende di un principe splendente e del suo percorso, lungo tutta un vita, alla ricerca della donna ideale. Una mirabile costellazione di figure femminili attraversa i 54 libri del romanzo: sono appunto gli amori di Genji, libertino onesto dell’XI secolo. Il pensiero va naturalmente ad un altro celebre libertino e ad un altro capolavoro: la Storia della mia vita di Giacomo Casanova. Due straordinarie avventure di uomini che amavano le donne, e che mentre amano le donne ci raccontano un mondo, un’epoca, una società. Le prospettive sono diametralmente opposte, sessualmente opposte si direbbe: lo sguardo elegante, raffinato, lirico di Murasaki; quello stoico, cinico, spesso perturbante di Casanova, nella sua amoralità intransigente e appassionata. Le vite dei due autori, però, hanno qualcosa in comune. Di Murasaki si sa che dovette la sua fortuna alla morte precoce della madre, che gli permise di essere educata dal padre e di ricevere una formazione letteraria che all’epoca era riservata soltanto agli uomini. Anche Casanova dovette lottare tutta la vita per essere accettato dall’elite culturale del tempo. Si discute oggi di donne che usano il proprio corpo per accedere ai ranghi del potere e della politica. Ecco l’esempio opposto di un uomo che usò il proprio corpo, e i desideri di donne potenti, come unico mezzo possibile per un’ascesa sociale e culturale. “Storia di Genji. Il principe splendente”, di Murasaki Shikibu (Einaudi) “Storia della mia vita”, di Giacomo Casanova (Meridiani Mondadori)

ettendo in ordine i libri del nostro studio, la mia compagna mi ha fatto leggere una poesia del Gioachino Belli scritta nel 1831 e fino ad ora a me sconosciuta. Quale migliore occasione per condividerla con i lettori dell’Ambasciata.

Mentre ch’er ber paese se sprofonda Tra frane, terremoti innondazioni Mentre che so’ finiti li milioni Pe turà un defici de la Madonna Mentre scole e musei cadeno a pezzi E l’atenei nun c’hanno più quadrini Pe’ la ricerca, e i cervelli ppiù fini Vanno in artre nazzioni a cercà i mezzi

Gesti teatrali L’invettiva

Segue dalla prima

Quelli che... io non ci vado di Lella Costa pescatori, sindacalisti, giudici togati, curatori di immagine, bagnini, fotografi, dj, broker, dentisti, librai, latifondisti, legionari, cuochi, insegnanti, autisti, redattori, saltimbanchi, architetti, brigadieri, personal trainer, sottosegretari, panettieri, cantanti, stagionali, chimici, faccendieri, sondaggisti, pubblicitari, maghi, domatori, voi che “io ci sono stato solo una volta ma da militare per la compagnia”, voi che “io personalmente sono contrario, però non ritengo giusto limitare la libertà degli altri”, voi che “è uno schifo, va ben, uno scandalo, una vergogna, che al paese non posso più neanche uscire con la moglie che c’è in giro tutte queste porche, che i torna al suo paese a far le porche”, voi che: “ah, no, le schiave no, le minorenni no, dobbiamo assolutamente intervenire e liberarle da questi sfruttatori che le costringono a prostituirsi contro la loro volontà”, perché è ovvio che tutte le altre lo fanno perché gli piace. Voi e il fascino dei vecchi casini, e l’umanità delle maitresse, e le navi scuola e Fellini e Montanelli, ma siete sicuri di stare bene? Davvero vi sembra normale che qui e oggi, si debba ancora comperare il corpo delle donne? Dico a voi banchieri, pizzicagnoli, notai, dirigenti d’azienda, elettricisti, poliziotti, ministri, calzolai, avvocati, studenti, musicisti, agenti di commercio, ballerini, vigili urbani, sindaci, editori, guardie del corpo, medici, postini, giornalisti, ambulanti, pescatori, sindacalisti, giudici togati, curatori di immagine, bagnini, fotografi, dj, broker, dentisti, librai, latifondisti, legionari, cuochi, insegnanti, autisti, redattori, saltimbanchi, architetti, brigadieri, personal trainer, sottosegretari, panettieri, cantanti, stagionali, chimici, faccendieri, sondaggisti, pubblicitari, maghi, domatori, capi del personale, soggettisti, assessori, ingegneri, buttafuori, spacciatori, geometri, operai, infermieri, informatici, tassisti, rivenditori d’auto, benzinai, semiologi, sociologi, stilisti, pompieri, portaborse, portinai, comici, calciatori, camionisti, dietologi, mafiosi, ragionieri, arrotini, armatori, attori, artisti, metalmeccanici, mimi, muratori, magazzinieri, gigolò, borsisti, idraulici, impiegati, minatori, psicanalisti, agenti immobiliari, principi, duchi, conti, allevatori, ex principi, affaristi, allibratori, assistenti sociali, albergatori, parrucchieri, usurai, commercialisti, voi che sinceramente vi indignate per gli stupri e le violenze, e vi stupite anche “ma come, voi donne, non fate niente?”. Noi? Noi siamo le vittime. Quelli che potrebbero fare qualcosa siete voi. Voi che avete organizzato migliaia di partite di calcio a favore di qualunque categoria di sfigati della terra ma mai, mai, vi sognereste di dichiarare semplicemente e pubblicamente il vostro disprezzo per tutti quelli che ancora qui e oggi le donne le pagano “perché almeno se pago non ho rotture di coglioni, va bene?”, “ma qui si sta parlando dell’istinto più ancestrale del maschio”, “ la prostituzione è come la guerra, c’è da sempre ci sarà per sempre”, “e dopotutto che cosa ci possiamo fare noi?”. Voi provate pure a credervi assolti, siete lo stesso coinvolti. Per quanto voi, voi, voi, voi, voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti.

2

Un roteare vorticoso di borsette di Alberto Severi

L

e donnine allegre roteavano la borsetta. Era il loro specifico gesto teatrale. E difatti in teatro, in quel teatrino vernacolare di periferia, veniva puntualmente rappresentato. La borsetta, come un’efficacissima e sintetica insegna pubblicitaria, alludeva, insieme, all’organo sessuale posto in vendita, e al denaro necessario per comprarne l’uso. Anzi: l’abuso. Il mestiere più antico del mondo. Figura archetipica di tutti i mestieri. Di tutte le vendite. E di tutti gli abusi. La farsaccia scollacciata si fregiava, sugli spartani manifesti gialli e neri affissi nelle bacheche all’ingresso del teatrino (solo scritte, niente foto), di uno di quei goliardici titoli-parodia che andavano di moda allora, nei primi anni Settanta. “Profumo di corna”, forse. O: “Ultimo tango a Compiobbi”. Personaggi macchietta. Trama sgangherata. A un certo punto, fra gli ululati plebei, i fischi alla pecoraia e le battutacce del pubblico, entravano in scena due non più giovani signorine in abiti succinti. Minigonna, calze a rete, tacchi a spillo, ampia dotazione di cellulite. Truccate in maniera grottesca, ed entrambe roteanti con la mano destra un piccola borsetta luccicante di paillettes, tenuta per la cinghia della tracolla. Il comico bianco e l’augusto, approdati da lontane rurali contrade al loro notturno safari sessuale cittadino, si davano di gomito, sbavando di lussuria. “Ma que-quelle chi so-sono?”, balbettava l’augusto, pur conservando un briciolo del suo stolido candore. E il bianco, più scafato, ammiccava: “Eh, quelle sono due donnine allegre!”. Al che l’augusto: “E allora pe-perché non si va a tro-tro... a tro-tro... a trovarle, per farci quattro risate?”. Boati del pubblico. Le brutte donnine allegre sorridevano tristi. E roteavano ancora più vorticosamente le loro borsette. Sipario.

Mentre li fessi paghino le tasse E se rubba e se imbrojia a tutto spiano E le pensioni so sempre più basse Una luce s’è accesa nella notte: Dormi tranquillo popolo italiano A noi ce salveranno le mignotte! Da “Li sovrani der monno vecchio” creata nel 1831 da Gioachino Belli - Roma 1791 - Roma 1863

In scena Se telefonando qualcuno lo chiamerà “postribolo” di Tommaso Chimenti

L

Marco Poggiolesi e Ferdinando Romano

Maria

Cassi

B l e s s e d C h i l d Op e r a

Fulvio Cauteruccio V i e r i

S t u r l i n i

East and West Band

Ippolito Chiarello

e prostitute si possono chiamare in molti modi: meretrici, puttane, passeggiatrici, belle di notte, lucciole, donnacce, donne facili. I clienti si chiamano, invece, sempre clienti. Il mestiere più antico del mondo, i disegni a Pompei, le case chiuse, la legge Merlin, la tratta delle schiave. Di prostituzione ci campano i Paesi e le guerre e la miseria sono gli alleati più floridi del commercio di carne fresca. Le bianche e bionde dall’Est, le nere dall’Africa, i trans dal Brasile. A teatro un esempio con al centro il tema della prostituzione è l’intramontabile classico L’opera da tre soldi di Bertold Brecht, dove, sullo sfondo di bulli e emarginati sociali, gangster, prelati e poliziotti corrotti, nella mancanza di rispetto, nell’abuso di potere: quando una nazione cede le armi della civiltà, sfasciandosi nei più lascivi costumi. Oppure il Woyzeck di Buchner dove l’omonimo soldato uccide la compagna che, per fame e povertà, si è concessa ad un alto ufficiale, diretto superiore del compagno umiliato. Lavoro attuale invece, datato 2005, è quello di Giuliana Musso, affabulatrice friulana, con il premiato Sexmachine che accende il focus sui nove milioni di clienti che, dati alla mano, ci sarebbero in Italia. Un Paese di uomini che girano famelici in macchina con cinquanta euro da mostrare sotto il naso di ragazze che hanno la stessa età delle loro figlie. Un’Italia che sfrutta, paga, pretende, come se fossero bambole, senza diritto di parola. Uomini che dicono che “andare a puttane non è una malattia”, e al tempo stesso disprezzano le donne. In questi giorni a Pavia è andato in scena Memorie di una prostituta di Franca Graziano, confessioni tra l’abbrutimento e la spudoratezza, constatando che ormai vendere la propria intimità non è un atto degradante, basta che il prezzo sia giusto. Sul fronte ironico, Dignità Autonome di prostituzione di Luciano Melchionna, recentemente al Quirino a Roma, opera corale tra monologhi drammatici e giochi che si rifanno al burlesque. Un vero bordello. Qualcuno, telefonando, lo chiamerà “postribolo”.


Lasciate che gli adulti

Da Varsavia

L’ultima rivoluzione di Caravaggio sfidò i padri della Chiesa

“Signorina, lei è un po’ pallida Le posso offrire una vodka?”

di Tomaso Montanari

di Tessa Capponi

L’

N

ultimo quadro che Caravaggio dipinse a Roma è forse anche il più inarrivabile. Certo è il più straziante: la Madonna è appena morta, gli apostoli, col capo tra le mani, piangono in silenzio. Nessuna speranza, nessun presentimento dell’Assunzione, non un raggio di gloria celeste stemperano questa «scena quasi da asilo notturno». Fosse rimasto dove doveva stare (su un altare di Santa Maria della Scala, a Roma), questo quadro avrebbe conficcato un’acutissima scheggia di umanità nella retorica sovrumana della Chiesa romana. Invece «la Morte della Madonna... [fu] fatta levar di detta chiesa da quei padri, perché in persona della Madonna [Caravaggio] havea ritratto una cortigiana». Non era la prima volta che Caravaggio dava alla Vergine le fattezze di una prostituta, ma ora aveva passato il segno, perché la donna pianta dagli apostoli è visibilmente «gonfia» – come scrivono i biografi –, cioè morta durante una gravidanza. Caravaggio è spinto a questo intollerabile strappo dall’urgenza della vita reale: egli ha in mente un corpo, una persona reale, una storia di ordinaria macelleria sociale nella Roma dei papi. Ma, come i poeti davvero grandi, quanto più Caravaggio aderisce alla realtà, tanto più riesce a trasfigurarla. Egli riscalda col manto della madre di Dio l’atroce solitudine di una donna sfruttata fino alla morte. Sogna dodici vecchi maschi che guardano il corpo di una ragazza non come si guarda ad un oggetto sessuale, ma come si guarda ad un segno della dignità umana. E addirittura, attraverso il simbolo degli apostoli, egli costringe la Chiesa universale ad onorare e piangere una prostituta: quella stessa Chiesa che, nella realtà, non la volle vedere nemmeno dipinta. Mentre il potere sfrutta la funzione e distrugge le persone, l’arte di Caravaggio non si cura della funzione e proietta nell’eternità la dignità delle persone. Ed è proprio per questo che la sua arte è un’arte rivoluzionaria. Caravaggio, La morte della Vergine (1606), Parigi, Museo del Louvre.

Leggende millenarie

el dicembre dell’84 a Jakub rifiutarono il passaporto senza dare spiegazioni. Venni in Italia per le vacanze di Natale da sola. Jakub mi accompagnò all’aereoporto. Avevo una gran paura di non poter più tornare e che a lui non avrebbero mai permesso di uscire. Ero completamente sfinita, distrutta dall’ansia. Una volta passata attraverso i controlli arroganti di passaporto e dogana, venne annunciato che l’aereo per Milano aveva un ritardo spaventoso. Con gli altri passeggeri iniziammo una lunga attesa senza, ovviamente, nessun tipo di comunicato o informazione. Feci amicizia con una prostituta. Era da stereotipo: pelliccia , stivali, trucco marcato. Mi disse con premura: “Signorina lei è un po’ pallida, le posso offrire qualcosa da bere?”, e tirò fuori una bottiglietta di vodka. A me la vodka non piace, ma accettai perché avevo freddo e voglia di piangere. Stavamo bevendo dal tappo della bottiglia a piccoli sorsi quando si avvicinò una cicciona con l’uniforme della guardia doganale che si rivolse con tono perentorio alla mia compagna di viaggio “E’ vietato bere in luoghi pubblici, venga con me”. Tornò dopo un po’ con gli occhi pieni di lacrime, imprecando sotto voce. “Quegli stronzi mi hanno fatto una perquisizione totale, mi capisci. L’ho visto subito che a quella grassona stavo antipatica, perché ho una pelliccia che lei non ha e mai potrà avere. Sai che ha fatto? Mi ha fatto spogliare ed ha invitato due colleghi a partecipare allo spettacolo, così tanto per divertirsi”. Fu in quel momento che capii con tutta chiarezza che il sistema totalitario è creato per umiliare l’individuo in tutto. Libertà e dignità sono solo parole senza significato. Non hai diritto nemmeno al tuo corpo - pensai - ti costringono a spogliarti di fronte a uomini che ti palpeggeranno in nome delle legge, senza nemmeno pagarti, come sarebbe giusto, per la prestazione. “Volevo andare a protestare ma lei mi fermò: “Lascia perdere - disse, asciugandosi le lacrime - ci sono abituata, non ho molta fortuna, e poi se fai casino mi sbattono dentro ed io voglio andarmene il più lontano possibile da qui”. Poi aggiunse “Dai! Sorridi, ricordati che siamo liberi finchè abbiamo la capacità di ricordarci che lo siamo”. ■ Testo tradotto dal polacco, testo originale su ambasciatateatrale.com

Sintesi esaustiva

Belle e impossibili, le favole da non raccontare sulle Sirene

Io non ti condanno

di Elisabetta Moro

di Milly Mostardini

C

hi porta nel cuore la Sirenetta della fiaba di Andersen stenterà a crederci. Eppure un comune destino apparenta le sirene e le prostitute. La giovanissima Ariel con i suoi capelli rosso rubino, resa celebre in tutto il mondo dal cartone animato di Walt Disney, ha la fama meritata della brava ragazza che desidera sposare il principe. E vivere felice e contenta. Ma le sue antenate non godevano di una immagine così rassicurante e le loro avventure non venivano certo raccontate come le fiabe. Ai bambini, infatti, le storie di queste eterne fanciulle non avevano nulla da insegnare. In compenso avevano tanto da dire ai più grandi. Così i miti greci raccontano di sirene seduttrici, ingannatrici, furbe e maliziose. Dotate di una voce senza eguali, di un canto magico cui non è possibile resistere. La loro seduzione, almeno nell’antichità, è tutta nella grana della voce e nella potenza divina del canto che, come dice Iosif Brodskij, è per sua stessa natura una forma di disobbedienza linguistica che rimette in discussione tutto l’ordine del mondo. Non è l’aspetto fisico, insomma, a far perdere la testa ai marinai, ma la bellezza della loro voce inimitabile e le loro parole che nessuno ha mai potuto rivelare. D’altra parte sarebbe difficile credere che quelle strane creature, che tutta la letteratura antica descrive come donne-uccello (le sirene con la coda di pesce vengono qualche secolo più tardi), potessero diventare l’oscuro oggetto del desiderio di generazioni di marinai, ancorché esasperati da un solipsismo erotico coatto. Eppure la loro fama di creature mitiche deputate a traviare gli eroi ben presto le ha condannate ad essere associate alle prostitute di ogni tempo e di ogni luogo. Caricandole di una colpa, se di colpa si tratta, non loro. Le sirene invece sono prima di ogni cosa un between. Enigmaticamente doppie, belle e impossibili. Figure dotate di una virtualità simbolica straordinaria, che le rende costantemente reinventabili, reinterpretabili. Così all’idea pitagorica e platonica delle sirene come creature celesti artefici e garanti dell’armonia del mondo, va accostata quella di Euripide e Clemente Alessandrino che attribuisce loro il compito di accompagnare le anime nell’aldilà. O al racconto di Licofrone che le fa diventare fondatrici di città illustri come Napoli. Fino alla definizione icasticamente

tosta di Eraclito, che le chiama graziose baldracche. Il colpo di grazia alle nonne di Ariel lo danno però i padri della Chiesa, che combattono la loro guerra santa contro il mondo pagano. Tertulliano le descrive come grifi sanguinari. Ippolito come belve crudeli e malvagie. Ed è così che lo storico antagonista di queste creature magiche, l’astuto Ulisse, diventa il modello del buon cristiano, quello che per sfuggire alle tentazioni della carne si fa legare all’albero maestro della nave. Così dovrebbero fare tutti gli uomini timorati di Dio, perché dietro ogni donna può celarsi una diabolica sirena. L’equazione sirena-prostituta giunge fino all’Europa moderna dove il mercato della trasgressione ne fa il logo accattivante della sua merce pregiata. Dando al mestiere più antico del mondo la pennellata glamour del mito. Così fino alla fine dell’800 le taverne inglesi hanno delle allegre sirenette dipinte sulle insegne. E i marinai della flotta di sua maestà britannica se le fanno tatuare sul corpo. La riduzione delle sirene a meretrici nude e crude incontra però la fiera opposizione degli spiriti illuminati. Musicisti, scrittori e poeti nel canto melodioso delle sirene hanno visto un modello estetico inarrivabile. Gérard de Nerval desiderava sprofondare amnioticamente nel loro mito ispiratore e sognare nella grotta dove nuota la sirena. William Shakespeare nel sonetto 119 si domanda «Quali lacrime di sirene devo aver bevuto/stillate da alambicchi immondi come l’inferno/per dar paure alle speranze e speranze alle paure?». E Giuseppe Tomasi di Lampedusa in quel piccolo capolavoro che è Lighea ci fa stare dalle parte di chi ha vissuto un amore totale. Come quello del professore di greco Rosario La Ciura con la sua giovanissima sirena. Una bellezza misteriosa dai capelli disordinati colore del sole, con una lunga coda ricoperta di piccolissime squame di madreperla. Nella sua voce roca, il giovane amante riconosce il mood delle «risacche impigrite dei mari estivi, il fruscio delle ultime spume sulle spiagge, il passaggio dei venti sulle onde lunari». Un incanto sonoro cui nessuno può sottrarsi. Neanche il più bacchettone dei moralisti. Come è Ulisse secondo Brecht. Un uomo senza libertà. Incapace di osare. Un ometto di provincia indegno della loro arte.

S

i fa presto a dire prostituzione, alzi il coperchio, volti la carta, ecco ci siamo. Ma c'è ancora chi fa sponda cinica, con banalità di comodo: “Il mestiere più antico del mondo, la legge eterna della domanda e dell'offerta, ogni donna sta seduta sulla sua fortuna, e non lo sa”. Così equivocando nel citare il Signor di Montaigne. Si faccia piazza pulita anche di un moralismo ipocrita ottocentesco: prostituzione per fame, ignoranza, sfruttamento subìto. Alla infelice Fanny de I miserabili, il ’900 ha opposto la Bella di giorno di Catherine Deneuve. Il povero marito, quantomeno in sedia a rotelle, come già si era trovato in L’amante di lady Chatterly. Sempre cauti, gli artisti: nel cinema di casa nostra si inventano Ada e le altre, che si illudono di realizzare un sogno, aprendo una trattoria di buona cucina casalinga. Oggi il nuovo sono le bande criminali, Est europeo ed Estremo Oriente, globalizzate nel turismo sessuale di carne fresca: bambine e ragazzini. La pornocrazia è fantasiosa nei gadget, non solo soldi, ma un’auto, la barca, abito o gioiello griffati, casa e restauro, orologi a bizzeffe, vacanza all inclusive, o un incarico politico magari transitorio, ma valido per l’onorevole pensione. Un esempio a caso: quanto fumus di prostituzione si potrebbe trovare nella lista dei 400 nomi di un famoso costruttore? Quanti venti (in greco antico anemon) soffiano nel segreto elenco? Uno tsunami, una risacca di rumor di soldi, che per andarci sotto basta un gesto, è sufficiente un breve cedimento, in genere calcolato come un gradino di promozione sociale. Invece è un gradino a scendere, dove forse la prostituzione si allarga a corruzione. Il 13 febbraio alla manifestazione inventata dalle donne, frequentata, grazie a Dio, da moltissimi uomini, qualcosa aveva capito perfino quel cagnetto, che indossava una copertina antipioggia rosa con su scritto: “dignitoso – etico – kantiano”. Due parole al signor Mutandone: lo sa che tra reato e peccato si sprofonda un abisso colossale? Al primo rispondono leggi e giudizi. Al secondo, ove non ci stia tintinnio di monete, ha già risposto, duemila anni fa, uno che disse: “Nessuno ti ha condannata. Io non ti condanno”.

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“Justlikeawoman”


Così fan tutti

Eros romantico

di James O’Mara

L’irresistibile giudizio “Lei è una drusiana” di Anna Meacci “Quella è una drusiana!” Drusiana. Termine dialettale della mia terra natia. Drusiana. E’ difficile spiegare il significato di questa parola. Non è un complimento. E’ un’ etichetta. Un giudizio. Drusiana. Non esiste un corrispettivo in italiano. Non è una prostituta. Non è una donna dai costumi disinvolti. Non è una gatta morta. E’ una drusiana! Vivendo in provincia di giudizi sulle ragazze e sulle donne del mio paese ne ho sentiti tanti. Anche su di me. Da ragazzina mi sentivo la protagonista di Peyton Place. Ah, gli scandali! Le nascite di settimini. Le paternità dubbie. Le fughe d’amore tra amanti. I tradimenti. E quando mancava materiale la fantasia veniva in aiuto. Nei salotti buoni e in quelli ancora impacchettati nel cellophane “perchè son buoni e sennò si sciupano!”. Dal barbiere, dalla parrucchiera, nei bar, nei circoli di partito e nelle parrocchie! Era tutto un giudicare. Le donne. Beh, gli uomini d’altronde si sa come son fatti! Mia madre no. Mia madre non si interessava, non partecipava, non gliene fregava niente. Odiava i pettegolezzi e i giudizi. Se ne stava chiusa un giorno dopo l’altro nel suo laboratorio. Tagliava imbastiva cuciva. Quando arrivavano le clienti, per la prova dell’abito, e iniziavano “Ma ha saputo? Allora ci sono novità?” mia madre fingeva attenzione, faceva di sì con la testa, e si augurava che l’abito non avesse difetti, cadesse a piombo, affinchè quel supplizio finisse il prima possibile. Ma... C’è un ma. Una volta ogni tre o quattro anni il racconto della cliente di turno attirava l’attenzione di mia madre. Per la cliente era un pettegolezzo come un altro. Per mia madre no. Io me ne accorgevo perchè iniziava a trovare mille difetti all’abito in prova. Ma sopratutto, perchè cambiava espressione. Le veniva una ghigna. Sapevo che da quel momento avrebbe rimuginato per giorni e giorni e che prima o poi sarebbe arrivata la sua sentenza. Lapidaria. “Quella è una drusiana!” Eccolo! Il giudizio. L’etichetta. “E meno male che ti dichiari femminista! E invece te ne stai lì a giudicare le donne come fanno tutti gli altri!” “Certo che giudico. Giudico tutte quelle donne che offendono la mia intelligenza. La tua intelligenza! Le donne possono e devono fare la differenza. E se una donna pensa di ottenere privilegi perché ha quello che ha dove ce l’ha allora è una drusiana!” “E gli uomini allora?” “Sugli uomini ho perso ogni speranza” “E il babbo?” “Che centra il babbo! Il tu babbo è il tu babbo! E gli uomini sono gli uomini! Comunque drusiana punto e basta!” Mia madre sono già trent’anni che non c’è più. In tutto questo tempo il termine drusiana non l’ho più sentito. Non ci ho più pensato. Fino a quando poco tempo fa un uomo di mia conoscenza, parlando di lavoro, se n’è uscito con: “Comunque voi donne siete delle privilegiate rispetto a noi”. “In che senso, scusa?” “Annina via, voi donne siete sedute sul vostro tesoro!” “O da quando in qua le donne si siedono di testa?” “Dai non far finta di non capire, lo vedi come va il mondo, è tutto più facile per voi” “Ma credi che le donne siano tutte delle drusiane!” Drusiana. Non esiste un corrispettivo in italiano. Non è una prostituta. Non è una donna dai costumi disinvolti. Non è una gatta morta. E’ una drusiana!

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Dalla Spagna Intrighi e sortilegi, così Celestina diventò il nome del peccato di Salomé Vuelta García

E

l Diccionario de uso del español de María Moliner define prostituta como la «mujer que hace profesión de entregar su cuerpo por dinero al apetito sexual de los hombres» y a continuación nos da una larga lista de vocablos empleados en el mundo ispano para denominar a una prostituta, algunos muy curiosos como araña, campechana, desorejada, enamorada, ninfa, maraca, pelleja, otros más ásperos como buscona, furcia, golfa, mujerzuela, pendón, perdida, puta, ramera, zorra. Asociado a esta palabra hallamos el término alcahueta, es decir, la «mujer que media malignamente para que un hombre consiga sus pretensiones deshonestas respecto de una mujer». Pero en español alcahueta se emplea muy poco, pues se prefiere utilizar en su lugar la palabra celestina, un término de origen literario

que remite al inolvidable personaje central de La Celestina o Tragicomedia de Calisto y Melibea de Fernando de Rojas, una de las obras cumbres de la literatura española publicada en 1499. En ella un facultoso joven de nombre Calisto se enamora de una hermosa mujer, Melibea, y para conseguir su amor se vale de las artes de Celestina, una vieja alcahueta, charlatana y astuta, que tiene a su cargo a dos jóvenes prostitutas, Areúsa y Elicia. Celestina, después de ponerse de acuerdo con Sempronio y Pármeno (amantes de sus dos pupilas y criados de Calisto) para esquilmar a Calisto, va a casa de Melibea y con un conjuro logra que ésta se enamore del joven caballero y acepte encontrarlo de noche. Al escuchar la buena noticia, Calisto, loco de felicidad, le entrega a Celestina una cadena de oro, ante la mirada

Da Tel Aviv

avariciosa de sus criados, que más tarde exigen a Celestina que divida con ellos el premio recibido de Calisto. La vieja alcahueta se niega y los dos hombres la matan, pero poco después morirán decapitados a causa del asesinato cometido. A pesar de todo, Calisto cumple con su deseo de visitar a Melibea y la dama se le entrega sin vacilación. Una noche en que los dos jóvenes están juntos, al escuchar fuertes ruidos, Calisto intenta escalar precipitadamente las paredes del huerto de Melibea para huir sin ser visto, pero se cae de la escalera y se mata. Al descubrirlo, Melibea enloquece de dolor y se arroja de la azotea de la casa ante los ojos de Pleberio, su padre, que cierra la obra con un largo y lastimoso monólogo. ■ Traduzione su ambasciatateatrale.com

Gatti

Sarkozy diventò ministro e calò la notte a “Le Baron” Innocenza perduta di Sefy Hendler

by Kate McBride

I

Innocence lost... Dancing barefoot in the grass, a little girl embodies childhood’s freedom and abandon within the enveloping warmth of home. Boarding the four am train that will take her far away from family, a young woman chooses the risks of independence. Four am train/away from home/seventeen years old/crying to leave/a single dark figure/her father on the platform/she glides slowly out of sight/into a red sunrise/her tears go forward. ■ Traduzione su ambasciatateatrale.com

l Moulin Rouge e il Lido sono sicuramente i più conosciuti, ma negli anni novanta non esisteva, a Parigi, un night club come Le Baron. Il nome un po’ peculiare era il primo indizio che qualcosa di misterioso e diverso si nascondeva dietro l'anonima porta di quell'ordinario boulevard della rive droite di Parigi. “Non andiamo in un bordello, andiamo a vedere uno spettacolo”, insisteva Benoit, il mio vicino di Saint Germain che cercava di convincermi ad accompagnarlo in questo posto. Come segno dell'innocenza delle sue intenzioni, la sua bellissima moglie promise di venire con noi. Così, una notte nel week end, ci dirigemmo verso Le Baron. Il club era per lo più pieno di fumo e di bellissime donne. Secondo la leggenda, se un cliente comprava abbastanza bottiglie di quello champagne fin troppo costoso, una hostess a sua scelta l'avrebbe accompagnato a casa. Ma Benoit aveva promesso che non era un bordello quello che eravamo venuti a visitare. Chiese di avere il tavolo più vicino al palco e, quando un cantante non così talentuoso finì il suo numero, mormorò: “aspetta e vedrai”. E ne valse assolutamente la pena. Un uomo anziano e una donna, probabilmente sua moglie, iniziarono il loro numero. In meno di due minuti, la donna, non troppo giovane anch'essa, era legata ad una tavola girevole mentre il marito lanciava coltelli affilati verso di lei. Coltelli che fortunatamente colpivano la tavola e non la donna. Il ritmo di questo spettacolo terrificante accelerava. I coltelli fischiavano nell’aria accompagnati dal suono di bottiglie di champagne che venivano stappate. La maggior parte degli ospiti non era affascinata quanto noi dallo spettacolo che, come Benoit aveva promesso, era una delle cose più strane che avessi mai visto. In seguito, Sarkozy divenne ministro dell’interno e le autorità divennero molto più rigide nell’applicare la legge sui night club sospettati di condurre attività illegali. Le Baron chiuse da un giorno all’altro, il proprietario fu processato, le donne sparirono chissà dove così come il lanciatore di coltelli e sua moglie. Pochi anni dopo Le Baron aprì nuovamente come un nightclub snob, costoso e fondamentalmente noioso. ■ Testo tradotto dall’ebraico, testo originale su ambasciatateatrale.com

Polaroid by Kate McBride


L’arte del peccato

Una stella a Firenze Gian Gastone, l’ultimo festino giù a Palazzo Pitti

Goya e la “miopia” del cavaliere

di Stella Rudolph

di Romana Filzmoser

L

’ultimo Granduca della Toscana appartenente alla dinastia medicea fu Gian Gastone, uomo non senza qualità ma ormai depresso, inebetito ed irrimediabilmente debosciato quando nel 1723 successe al padre oltremodo bigotto, Cosimo III, all’età di 52 anni. Per ribellarsi alla bacchettoneria di costui egli si era fatto plagiare dall’aitante lacchè favorito, Giuliano Dami, il quale seppe fomentare (al proprio vantaggio) le sue propensioni per ogni cosiddetta devianza sessuale. Questo abilissimo e scaltro ruffiano, insinuatosi a corte nel ruolo di onnipotente aiutante di camera, creò una vasta rete prossenetica comprendente un esercito di cinedi, detti ruspanti (dalla moneta con cui si pagavano le loro prestazioni). I regolari baccanali festini con cena, balli, regalini e ricompensi - svolti nell’appartamento terreno di Palazzo Pitti (oggi sede del Museo degli Argenti) comportavano ammucchiate di ruspanti maschi e femmine, reclutati da ogni ceto della società per soddisfare i senili bisogni del granduca nella privacy della sua reggia.

L’organizzazione assai efficace spettava al bel Giuliano e contava numerosi procacciatori della merce nonché diversi cassieri che la saldavano a fine serata. Naturalmente i fiorentini ne erano al corrente e se ne parlava sghignazzando “per le Pancacce dei Caffè giornalmente”, secondo una cronaca anonima coeva che precisa come in tutta l’Europa si stavano diffondendo le notizie scabrose dalla sede del regno praticamente ridotta a bordello. Il melanconico e squallido tramonto di Gian Gastone si concluse nel 1737. Oggi quella triste storia potrà forse interessare qualche ricercatore addetto all’analisi clinica o psicologica di certi aspetti attinenti allo sbandamento licenzioso di vecchi potenti in disarmo. Per fortuna la memoria fu subissata dal magnifico gesto della sua sorella Anna Maria Luisa, l’Elettrice Palatina, che col Patto di Famiglia nel 1743 legò tutto l’eccezionale patrimonio mediceo alla città di Firenze, lasciandoci a perpetuo ricordo un’ immagine luminosa dei fasti e tempi migliori di codesta schiatta.

Ri-cercata

Passato e futuro

La molecola di una marchetta

Iris e la notte che volò il Duomo

di Clara Ballerini

di Raffaele Palumbo

L

Q

a lurida marchetta. Così, con supponenza e per più di un anno, abbiamo chiamato un insieme di esperimenti eseguiti in laboratorio volti allo studio di una molecola per noi insignificante, data la nostra ostinata concentrazione su altri fondamentali quesiti. Non che non lavorassimo correttamente, ma quello studio non ci appassionava e non lo integravamo con alcuno dei nostri interessi di ricerca. Perché lo facevamo? Per soldi: la ditta farmaceutica era disposta a pagare materiale e strumentazione per quello studio e così lo abbiamo completato correttamente e senza alcun entusiasmo, perché si sa che poi gli strumenti restano, i reagenti avanzano e uno stipendio è sempre uno stipendio. Passano gli anni, uno di noi si ammala e tramite una clinica all’avanguardia entra in un protocollo sperimentale di un nuovo farmaco che diventa il suo quotidiano salva vita. Non è una sostanza in commercio e così gli viene recapitata periodicamente. Non ha un nome, ha una sigla. Un giorno per caso mi capita fra le mani una confezione del farmaco, riconosco con sorpresa la sigla e non ci sono dubbi: è la molecola della nostra lurida marchetta.

Dylan Bob Bocca di Rosa non abita più qui

uando non si capisce chi paga chi, per cosa, quando, quanto, se è vero, oppure no, allora diventa veramente un casino. Dalle carte della Procura di Milano, tra le tante, tantissime, salta fuori un’intercettazione. A parlare è Iris Berardi, che entra ad Arcore da minorenne. Si lamenta, dice: “che palle sto vecchio... guarda... tra un po’ ci manda aff-beep-lo tutte quante... quella è la volta buona che lo uccido... vado io a tirargli la statua in faccia”. Mmmm, un passaggio interessante. Ricordate? Era il 13 dicembre del 2009. L’autore del gesto - Massimo Tartaglia - era da dieci anni in cura al Policlinico di Milano per disturbi mentali. E, nonostante l’attentato al presidente del Consiglio, è stato assolto perché non imputabile, “incapace di intendere e di volere”. E chi può dimenticarla quella sera? Gli agenti di scorta che davano le spalle alla folla, i guardaspalle privati e i servizi segreti che decidono di non lasciare immediatamente la scena dell’attentato - come si fa in questi casi, sempre, in tutto il mondo - ma di rimanere, così, tanto per aspettare che si faccia ora di cena. Indimenticabile. Il fatto curioso e suggestivo - a più di un anno dal fatto - è proprio la frase di Iris: “vado io a tirargli la statua in faccia”. Però dalle intercettazioni risulta che Iris passò la notte ad Arcore prima del lancio della statua del Duomo di Milano sul viso di Silvio Berlusconi. Mah. Quando non si capisce chi paga chi, per cosa, quando, quanto, se è vero oppure no, allora diventa veramente un casino.

di Marco Poggiolesi

E

bbene sì, Marinella è uscita dal fiume nel quale era scivolata molti anni addietro. La prima cosa che ha fatto è stato cercare le sue vecchie amiche: Bocca di Rosa e Barbara e insieme sono andate in Via del Campo. Adesso l’illuso che le pregava di maritare organizza party e guida un grosso fuoristrada nero, i paesani con gli occhi rossi e il cappello in mano sono tutti a casa a seguire l’ultimo reality e il re senza corona e senza scorta regala diamanti a bambine innocenti in cambio del loro corpo. In attesa che qualcuno prenda la chitarra e canti ancora le loro storie, si sono sedute ai lati della strada. Davanti a loro solo un cartello giallo con una scritta nera: “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.

Staino

Erba voglio Belladonna, una bacca traditrice di Caterina Cardia

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tropa belladonna, pianta dal nome gentile ma dalle propriètà funeste.Il suo nome deriva dall’antico uso che ne facevano la donne assire, babilonesi e soprattutto egiziane che istillavano il succo della pianta negli occhi per ottenere uno sguardo sognante, molto apprezzato dagli uomini in tempi ormai lontani.In realtà questo effetto è dovuto alla dilatazione pupillare che induce l’atropina, un alcaloide presente in ogni parte della pianta che può essere pericolosamente tossico se utilizzato in dosi sbagliate e che viene utilizzato ancora oggi dagli oculisti per aumentare il diametro della pupilla ed esaminare più facilmente il fondo della retina. Pianta erbacea a radice rizomatosa, ha piccoli fiori caliciformi di color porporino-violaceo, bacche nere e lucide delle dimensioni di un’amarena e può raggiungere, cosa insolita per un’erbacea, i 2 metri di altezza. Cresce nella zona montana e submontana, nei boschi ombrosi delle Alpi e dell’Appennino ma si può incontrare anche in luoghi insoliti come negli agrumeti siciliani. Attualmente foglie, radici e semi vengono utilizzati in medicina per produrre estratti e tinture che hanno funzioni soprattutto antispastiche e vengono indicati per l’asma e le nevralgie. La bacca succulenta della Belladonna è traditrice perchè a differenza delle altre bacche velenose che si conoscono, ha sapore dolce e gradevole, anche quando non è ancora ben matura.Per goderne gli effetti euforizzanti bisogna utilizzarla con rispetto e molta cautela. Una sola bacca induce visioni gioiose e allegre e uno stato di gagliardezza positiva ma se l’utilizzatore sarà sprovveduto e vorrà ingerirne ancora un’altra si ritroverà presto in uno stato confusionale di onnipotenza e delirio mentale, a questo punto perderà il controllo e mangiandone una terza si ritroverà in breve terrorizzato da visioni spaventose, perderà la vista e la coscienza, cuore e respiro si rallenteranno fino ad arrestarsi, in poco tempo, per sempre. In medio stat virtus.

U

na bella ragazza, giovane, sorridente e un cavaliere che si avvicina a lei quasi a toccarla. In questa scomoda posizione le esamina il collo con una lente d’ingrandimento. Quella lente è un simbolo ambiguo, può chiarire e sfocare. Può rappresentare il giudizio distorto che si concentra sul dettaglio e non è capace di vedere il tutto. Il cavaliere attraverso la lente vede soltanto una parte della donna. In questo senso Francisco Goya, ben duecento anni fa, intitolò questa sua incisione Neanche così la distingue. Guarda ma non vede. Ma cosa non riesce distinguere il cavaliere? Nell’arte dell’epoca la lente era anche un attributo dei critici e amanti della pittura per esaminare capillarmente i dipinti. In questo senso il cavaliere di Goya guarda la donna come immagine, come oggetto. Lei sembra un oggetto, ma non lo è. Nel giudizio dei contemporanei la donna dell’incisione era ovviamente una prostituta. Dunque non sarebbe soltanto presentata come oggetto ma offrirebbe se stessa come oggetto. Espone la merce e ne é esercente allo stesso momento. Quindi il cavaliere di Goya si trova in una situazione seduttiva in cui la puttana si presenta ai suoi occhi quale oggetto del suo desiderio. Questo importante momento era evidenziato già nel Seicento dal giovane scrittore Ferrante Pallavicino nella parodia misogina La Retorica delle Puttane. Lui definiva la prostituzione come ciclo di seduzione erotica e di soddisfazione sessuale del cliente con l’unico scopo di trarne il maggior profitto. Nel sistema pallaviciniano la seduzione ruotava intorno alla fantasia degli uomini (donne belle, puttane famose) utilizzando la quale la puttana riusciva a convincere potenziali clienti di essere l’amante ideale, comprensiva e sensibile che prometteva di realizzare i sogni erotici del cliente. Oltre a crearsi un aspetto piacevole intendeva trasformare il proprio essere in uno schermo su cui proiettare la passione del pretendente. Diventava così uno specchio dei desideri. Sfruttando l’immaginario sessuale degli uomini poteva controllare il pathos dei clienti. Loro credevano davvero di trovare in lei la realizzazione dei propri sogni che vedevano riflessi nell’atteggiamento della puttana. Goya rappresentava questo gioco con l’immaginario dell’idea della puttana. Ma cosa non riesce a capire il cavaliere di Goya? Vede quello che vuole vedere? Sa distinguere fra la sua immaginazione della bella donna disponibile e la realtà della puttana alla ricerca dei suoi soldi? Rimane impigliato nella confusione fra immaginazione e realtà? Goya ci lascia l’interrogativo. Comunque sottolinea che osservando la donna come un oggetto prezioso prima dell’acquisto si confonde merce e donna. Frequentare la puttana in questo senso è più una questione di consumo e possesso che di sesso. Francisco Goya: Ni asi la distingue (Los Caprichos, n. 7), 1799

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acquifera.org

Ricetta

Pieni d’Islam

di Fabio Picchi

L’unica tua salvezza è un “muhallil” di Giovanni Curatola

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unque se uno ripudia per la terza volta la moglie essa non potrà tornare da lui se non sposa prima un altro marito; il quale se a sua volta la divorzia, non sarà peccato se i due coniugi si ricongiungano” (Corano, II, 230). Nasce così la singolare figura del muhallil, un uomo che, a pagamento, si presta a rendere lecita la moglie al suo primo marito consumando nuove nozze. Gli aneddoti e le ironie si sprecano, ma è un istituto legale, autorizzato e praticato quello che determina il gigolò in salsa islamica. Il matrimonio islamico non è un sacramento religioso ma un contratto di diritto civile stipulato dalle due parti, uomo e donna, con un corrispettivo per quest’ultima (dote) che le deve essere corrisposto interamente e che resta di sua esclusiva competenza. In ambito soprattutto sciita, ma l’uso si è allargato, si può stabilire nelle clausole contrattuali la durata delle nozze, un matrimonio temporaneo (ar. nikah al-mut’a), anche di poche ore non consigliato ma legale. Per chi ne volesse sapere di più è interessante un lavoro pubblicato in tempi non sospetti: Il diritto di famiglia degli Stati del Nord Africa e famiglie immigrate in Italia, 1999, a cura della Fondazione Giovanni Agnelli.

Di line e di lane

Cinema

Quando lo fanno i giornalisti

Las putas de Pando

di Pietro Jozzelli

di Juan Pittaluga

C’

U

è una categoria, che da un po’ di tempo sta crescendo velocemente di numero, ed è quella dei giornalisti che si prostituiscono. Non alludo allo scambio verità di comodo o mistificazioni contro denaro - c’è sempre stato - ma a quello che Julien Benda chiamava il Tradimento dei chierici, ovvero alla convergenza tra pulsioni antidemocratiche sul piano politico e l’abdicazione a una funzione critica da parte di quella speciale categoria di uomini di cultura che sono i giornalisti. Come già accadde ai tempi dell’irrazionalismo nazionalista o dell’affermazione delle ideologie totalitarie, la deriva plebiscitaria e populista della debole politica dei nostri tempi sembra esercitare una formidabile disponibilità all’asservimento in molti che si misero al lavoro come custodi dei valori e del vero, o almeno dell’attendibile. La cosa curiosa è che questo servilismo si tinge dei colori del protagonismo politico. Resi poco credibili dai loro fallimenti, dagli stili di vita o dalle menzogne, i politici chiedono l’aiuto di comprimari che si presentano con la qualifica di osservatori della realtà mentre sono sostenitori di una parte, quella degli interessi delle classi dominanti e delle loro espressioni politiche. Li vediamo così: discettare di revisionismo storico o di relativismo morale per affermare che di notte tutti i gatti sono bigi ovvero che ogni distinzione tra legale e illegale, tra ragione e irrazionalità, tra autoritarismo e autorevolezza sono cose ormai bruciate dall’arrivo sulla scena del sacro corpo del capo. Fanno pena. E paura.

n couloir sombre où une vingtaine d’hommes pauvres, ivres, attendent devant chacune des six ou sept portes. Un adolescent long et maigre est parmi eux, perdu dans la honte du désir. A chaque fois qu’une porte s’ouvre, des femme brunes usées, montre la marchandise. Une éternité, puis c’est son tour. Il rentre dans une pièce mal éclairée où il ne remarque qu’un grand lit. La femme couvre l’abas jour d’un tissu et tout deviens rouge et rond et sensuel. Mais qui est cette femme? A-t-elle un fils, un père? Pourquoi est-elle là? Pourquoi elle, précisément elle? L’adolescent n’a plus le temps de se poser des questions car elle est entrain de nettoyer son sexe devant l’évier. L’eau tiède, la main habile, le savon. C’est une mère qui prend soin de son enfant. Tout est promiscuité et première fois. Puis elle enlève son soutien gorge d’où pousse des seins felliniens. Il tremble, elle sourit. Qu’est-ce que tu veux? dit-elle sans attendre une réponse. Il lui fait l’amour. L’amour? Presque. Cela dure exactement trois secondes. Il paye, elle passe sa main sur ses cheveux et la porte s’ouvre sur un autre monde. L’adolescent rentre en bus vers les beaux quartiers. Sur le chemin il est devenu homme. Mais il sent une dette dans une monnaie qu’il ne comprend pas encore. Cela c’est passé dans la ville de Pando en Uruguay en 1976. ■T  raduzione su ambasciatateatrale.com

Si ringrazia PODERE VOLPAIO [poderevolpaio.it] Si ringrazia Unicoop Firenze [coopfirenze.it] Si ringrazia Marchesi Mazzei [mazzei.it]

13 febbraio 2011 - Manifestazione delle donne “Se non ora quando”

Un verre de vin rouge

di Ugo Federico

M

ai un nome fu così azzardato. La Lingua de Femmina della Masseria Parisi, vino passito raro, nasce nel beneventano da un appassimento di uva di Troia (sommariello nel dialetto locale). Il suo nome è stato probabilmente dato in un lontano passato dai contadini. Nell’antica Roma il vino era proibito alle donne poiché scioglieva troppo la lingua, le rendeva sconvenienti e troppo affabili, spingendole a disonorarsi e talvolta creando casi di adulterio. Il vino al tempo dei romani era concesso solo alle meretrix, coloro che guadagnano. Il Lingua de Femmina si presenta di colore rosso porpora luminoso, quasi brillante. Al naso ha profumi molto floreali e fruttati con leggeri sentori di spezie. In bocca è dolce ma non stucchevole, sorretto da una buonissima acidità che rende molto piacevole berlo. Incontrato a Benevento il 24 giugno di qualche anno fa per la notte delle streghe insieme a tante altre bellissime cose.

L’orto

di Stefano Pissi

S

e in un orto, di notte, all’intermittente luce delle lucciole, un lumaca che striscia in cerca di cibo, fresco e genuino, per vivere e che seccandosi si spegne per un veleno, prostituta fu la chimica che tentò l’uomo sulla via di facili rimedi. Se in un orto, di giorno, in periferia, sotto il cielo, dalle nuvole in corsa, una lattuga cappuccio si evidenzia procace, più verde e prosperosa, innaturale, a chi ama divorare solo con gli occhi, prostituta fu la genetica che tentò l’uomo verso innaturali sistemi che deviano il cammino dalla realtà verso l’apparenza. Dedicato alle prostitute che nelle strade e nei palazzi placano gli animi degli uomini maschi, struzzi di fronte alla vita che scorre e al trapasso, alla naturalità.

Questo numero dell’Ambasciata Teatrale è stampato su Carta naturale prodotta con il 100% di carte riciclate post consumer

l’AMBASCIATA teatrale - Direttore responsabile: Sergio Passaro. Segreteria: Giuditta Picchi, Miriam Zamparella, Francesco Cury. Illustazione pagine centrali di Giulio Picchi

Anno III Numero 3 del 1/3/2011. Autorizzazione n°5720 del 28 Aprile 2009. Sede legale e redazione Via dei Macci, 111/R - 50122, Firenze. Ed. Teatro del Sale info@ambasciatateatrale.com. Stampa Nuova Grafica Fiorentina, via Traversari 76 - Firenze. Progetto grafico: Enrico Agostini, Fabio Picchi. Cura editoriale: Tabloidcoop.it

Disegno di Lucio Diana


Ambasciata Teatrale - 1° Marzo 2011 - Anno III Numero 3