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circo-lo creativo d’intrattenimento culturale s.ambrogio cibrèo città aperta firenze

Partiolare della copertina del film di animazione “La fattoria degli animali” (George Orwell), litografia a colori, , regia di John Halas e Joy Batchelor, Halas & Batchelor Collection (Bridgeman Art Library/Archivi Alinari)

Il canto del merlo

Incontri Blackbird

Il merlo

Blackbird singing in the dead of night / Take these broken wings and learn to fly / All your life / You were only waiting for this moment to arise /

Merlo che canti nel cuore della notte / prendi queste ali spezzate e impara a volare / Per tutta la vita / hai solo aspettato questo momento per librarti /

Black bird singing in the dead of night / Take these sunken eyes and learn to see / all your life / you were only waiting for this moment to be free / Blackbird fly, Blackbird fly / Into the light of the dark black night. / Blackbird fly, Blackbird fly / Into the light of the dark black night. / Blackbird singing in the dead of night / Take these broken wings and learn to fly / All your life / You were only waiting for this moment to arise, / You were only waiting for this moment to arise, / You were only waiting for this moment to arise.

Merlo che canti nel cuore della notte / prendi questi occhi scavati e impara a vedere / Per tutta la vita / hai solo aspettato questo momento per essere libero / Vola merlo Vola merlo / nella luce dell'oscurità della notte / Vola merlo Vola merlo / nella luce dell'oscurità della notte / Merlo che canti nel cuore della notte / prendi queste ali spezzate e impara a volare / Per tutta la vita / hai solo aspettato questo momento per liberarti / hai solo aspettato questo momento per liberarti / hai solo aspettato questo momento per liberarti.

Dal diario di Maria Cassi: “Grazie per avermi insegnato a cantare”

Occhio di bue

Ri-cercata

Un serpente si riconosce più di una Panda di Clara Ballerini

T

ener d’occhio gli animali e averne paura è stato, in un passato ormai remoto, necessario per la nostra sopravvivenza, tanto che siamo diventati velocissimi nel riconoscerli. Si può addirittura dire che gli animali siano un motore della storia evolutiva della nostra mente. Un esempio? I serpenti, unici predatori cento milioni di anni fa, hanno avuto un ruolo pilota nella formazione del cervello dei mammiferi, esercitando

una notevole pressione prima sui piccoli mammiferi notturni, prede dei serpenti costrittori, e poi sulle scimmie, prede dei serpenti velenosi. Dopo i serpenti, la nostra mente si è educata a riconoscere i felini, mandando veloci segnali di pericolo e associando la paura ad alcuni piuttosto che ad altri. Nel nostro cervello ci sono dunque animali che stimolano paura e animali che inducono tenerezza, mai indifferenza. In questo

caso la percezione non nasce nella retina, nell’occhio, ma nell’ambiente, modulata dall’evoluzione. Infatti, se così non fosse, avremmo ormai acquisito la capacità di riconoscere con più rapidità le automobili, ben più frequenti e pericolose. Non è così, siamo ancora molto più rapidi nel riconoscere gli animali, nel mezzo di tante immagini inanimate, gelosi custodi del nostro antico ambiente e memori del nostro passato.

Gorgo leader alla fattoria della felicità di Raffaele Palumbo

E

siste un posto in Toscana, un posto pieno di animali, dove le bestie non vengono allevate per farne carne, o usate per lavorare la terra, o per far divertire i turisti. C’è Gorgo, il maiale, portato dal veterinario omeopata Marco Verdone dall’isola della Gorgona. Destinato nel primo anno di vita a morte certa, qui ha trovato la salvezza. E poi ci sono Terra e Luna, le due mucche. Portano sulle corna ancora i segni delle corde che le tenevano ancorate alla posta. Quando sono arrivate - ci raccontano Gloria e Christian, che tengono in piedi questo posto - avevano persino difficoltà a camminare e non avevano mai visto la luce del sole né sentito il vento. Sono state portate da volontari della Lav di Chieti e adesso ti inseguono per farsi grattare la schiena. Qui, alla fattoria didattica zooantropologica Ippoasi, più nota come la Fattoria della Pace di Marina di Pisa, gli animali non fanno niente, dalla mattina alla sera. Non fanno il latte, non fanno le uova, non tirano l’aratro, non galoppano a comando, non fanno bistecche. Semplicemente, vivono.


Lasciate che i bambini

Libro

Incontri

Giordano Bruno Un leone? Puoi grattarlo con i piedi Tarkus prossimamente a Hyde Park di Tomaso Montanari di Ernesto De Pascale e la Cabala dell’Asino on c’è un leone più morbido in tutta la storia dell’arte. Lo puoi vedere a a un uovo, posto ai piedi di un vulcano in eruzione, nasce Tarkus, di Martino Ferro

S

i usavano le orecchie d’asino (ne sa qualcosa Pinocchio) per cingere la testa degli alunni ignoranti. La bestia delle bestie. L’asino, il somaro, il ciuco. Simbolo di virilità, per le dimensioni del suo membro, ma anche di infinita e irrimediabile ignoranza. Strane bestie gli animali, però. Secondo Giordano Bruno, per esempio, hanno spesso una doppia faccia. Consideriamo per un attimo, ci dice, che il desiderio di sapere, fonte della conoscenza, non sia così dissimile dal desiderio amoroso: la libido sessuale. Conoscere, in questo caso, non sarebbe diverso dall’amare. Qualcuno potrà mai dire di aver amato in maniera definitiva? Di aver raggiunto l’amplesso conclusivo, oltre il quale non esiste più desiderio? E allora come potrebbe dire di aver raggiunto la verità assoluta, nel cammino della conoscenza, se dopo ogni scoperta, come dopo ogni amplesso, non si può fare a meno di tornare a desiderare? Ecco allora che l’asino, il ciuco ignorante, ma dotato di un desiderio voluminoso, d’un tratto si trova incarnato nell’immagine stessa della saggezza (ne sa qualcosa Gesù Cristo, che lo preferì al cavallo). L’idea – come altre di Bruno – non piacque ai suoi contemporanei, e soprattutto a certe autorità morali, da sempre veri asini in fatto di libertà, che lo condannarono alla fine che sappiamo. Ma il suo pensiero, come il desiderio, sopravvive, e le riflessioni di Bruno sull’Asinità si possono ancora trovare nel trattato: “Cabala del cavallo Pegaseo” (ed. Sellerio).

N

Siena, dove abita con il suo amico Girolamo. Un giorno, mentre passeggiava nel deserto pensando ai fatti suoi, Girolamo si accorse che qualcuno stava piangendo. Era il leone, che si era cacciato una spina nella zampa, e non riusciva più a camminare per il dolore. Girolamo era davvero molto impegnato a pensare ai fatti suoi, ma decise di aiutarlo: un po’ perché gli animali gli stavano simpatici, e un po’ perché se il leone avesse continuato a piangere gli avrebbe senz’altro impedito di concentrarsi. Girolamo prese fra le mani la zampa del leone, trovò la spina e gliela tolse in un momento. Da quel giorno i due diventarono inseparabili, ed impararono a giocare insieme. Soprattutto, al leone piaceva quando il piede di Girolamo gli grattava la testa dalla grande criniera. Siccome ancora le fotografie non esistevano, decisero di farsi fare una statua. E scelsero proprio il momento in cui Girolamo fa il solletico al leone con il piede. La statua la fece Gian Lorenzo Bernini, l’unico capace di trasformare un blocco di marmo in un leone morbido morbido, sdraiato a fare le fusa.

una creatura metà armadillo, metà carro armato della prima guerra mondiale, il cui unico scopo è combattere. Tarkus vaga per il mondo sfidando e sconfiggendo svariate creature, mentre, stregati dal potere, i clerici hanno dimenticato il loro ruolo. La Manticora, il peggior nemico di Tarkus, creatura mitologica con il corpo di un leone, coperto di aculei come un porcospino, la coda di uno scorpione e una testa umana, insegue senza sosta Tarkus fino ad affrontarlo nello scontro finale. La Manticora sconfigge Tarkus che, in fuga, si domanda “Che cosa hai ottenuto da tutto questo?”. Nella sua fuga, Tarkus, nato nel fuoco, cerca rifugio nelle acque del mare, in cui affonda e scompare. Dopo lo sfolgorante esordio del ’70, Emerson, Lake e Palmer tornano sulle scene con un disco incredibile ma maggiormente discontinuo rispetto al predecessore, uno dei primi album rock ad includere in scaletta una vera e propria suite organica, ovvero i venti minuti circa della monumentale e bellissima Tarkus, composizione varia, articolata, avvincente e dinamica che racchiude e concentra in sé tutti i pregi del gruppo inglese e che esalta nel migliore dei modi le capacità dei tre. Allo stadio di Bologna nel giugno 1973 il trio mise in campo la bestia meccanica cingolata e radiocomandata da tecnici ubriaconi e rubizzi che la fecero inciampare sui cavi, mettendola involontariamente in orbita nell’ilarità generale dei 35mila. Il più temerario dei tecnici, uno svizzero con baffoni alla Gengis Khan, tentò l’impossibile ma venne quasi decapitato pubblicamente. A Londra, il prossimo 25 luglio ad Hyde Park, l’animale raro verrà rimesso in libertà, in occasione della reunion di Emerson, Lake & Palmer. Vietato mancare. Il teatro del Sale chiude per le vacanze estive il giorno prima.

Erba voglio

ambasciatat

Polvere di

Oroscopo di ELLEKAPPA

chiuso per Gatti

Anche i felini am By Kate McBride The story title is "A Cat's Eye View". Our favorite feline looks out on a classic view of Florence. From here the sun sets between the arches of the Ponte Vecchio. Pink, peach, red, purple. Every night another palette of colors. Lucky cat! ■ Traduzione su ambasciatateatrale.com

Quel profumo fa impazzire il gatto di Caterina Cardia

C G. L. Bernini, San Girolamo e il leone (particolare), 1661-63, Siena, Duomo, Cappella del Voto

Condivisione Spaghetti e un po’ di stufato nella ciotola del cane di Giancarlo Ceccanti

I

D

TRADUZIONI, APPROFOND

n Abruzzo da quasi un mese battevo in lungo e largo una zona che si trova tra il Gran Sasso e la Maiella, intorno a quattro case dove per trovare da dormire avevo dovuto rivolgermi al maresciallo dei carabinieri. Arrivavo da Firenze a bordo di una 500 sfiancata da undici ore di viaggio e il Colfiorito alle spalle. Non essendoci né pensioni né alberghi nel giro di diverse decine di chilometri, il maresciallo si rivolse all’amico che sedeva accanto a lui al tavolino del bar e lo convinse ad ospitarmi nella piccola casa appena imbiancata, riservata al ritorno estivo del figlio emigrato. Così fui adottato provvisoriamente da una coppia di anziani che mi coccolarono per tutto il tempo in quanto ospite, forse ancora di più di quanto avrebbero fatto per il figlio. Tornavo a casa solo a tarda serata e allora si premunivano di non farmi mancare colazioni allegre a base di caffellatte, ciambelle e dolcetti fatti in casa e cene robuste accompagnate da un denso vino rosato che mi portavano tra le braccia di Morfeo felice e sereno come un bambino. Andando per la campagna abruzzese, agli inizi degli anni ’80, ci si poteva ancora imbattere ogni tanto in qualche contadino che portava l’aratro o l’erpice a traino di un bove. Magari prima di vederlo, da lontano sentivi farfugliare in un dialetto incomprensibile, con intonazioni che a volte sembravano di stimolo, altre di rimbrotto. Quando finalmente arrivavi a vederli da vicino e a parlarci, potevi appurare che nonostante la fatica, la polvere, le mosche e i tafani, stavi davanti a due soggetti sereni, due fidati compagni di lavoro. Sono convinto che quell’animale del suo amico contadino apprezzasse molto l’odore e il

calore della sua pelle ma, più ancora, quel suo confidarsi e parlottare continuo che gli apriva una strada diretta verso il suo animo. Una volta arrivai intorno a mezzogiorno davanti a una casa in cima a un poggio che, per colpa del solleone, mi aveva messo a dura prova. Sudato marcio cominciai a parlare col vecchio contadino che mi offrì da bere e cominciò a farmi domande per capire cosa stessi facendo da quelle parti. Lui aveva voglia di parlare perché viveva in quella casa da solo insieme al cane. Gli rispondevo volentieri, intanto tiravo un po’ il fiato. Scostò la tenda che copriva la porta e mi fece entrare in casa, in pratica direttamente in cucina dove stava bollendo l’acqua per la pasta e facendo soffriggere uno stufato che mandava un profumo invitante e irresistibile considerata l’ora e la fame che mi portavo dietro dopo aver camminato per tutta la mattinata. Mentre si parlava, ogni tanto badava le due pentole girando con lo stesso mestolo, senza tanti salamelecchi. Scolò, mi parve al punto giusto, la pasta: degli spaghettoni che aggiunse allo stufato fumante e che divise mettendone parti uguali nella sua scodella e nella ciotola del cane, facendo una cosa sicuramente non ortodossa secondo i canoni dell’alimentazione animale e che forse qualcuno potrebbe anche discutere dal punto di vista etico, pur trattandosi solo di un gesto teneramente umano, segno di condivisione assoluta fra esseri diversi, espressione di complicità e amicizia, di amore e di rispetto. Era arrivato il momento che me ne andassi perché mi parve gli dispiacesse che non potessimo condividere il pasto e tornai al mio lavoro lasciando la compagnia.

hi ama i gatti, spesso e a ragione, li considera una fonte inesauribile di benessere ed ispirazione creativa e prova piacere ad assecondare ogni loro desiderio. A volte però si esagera con le offerte, soprattutto con il cibo. Provate allora a regalare qualcos’altro al vostro gatto! Se non lo fate già, iniziate a coltivare nel vostro giardino o sul vostro balcone l’erba gattaia. Se sarete fortunati, perché per motivi genetici non tutti i gatti beneficiano di questi effetti, una sola annusata alle foglie di questa pianta scatenerà nel vostro micio una reazione di totale entusiasmo. Annusate e leccate che degenerano in scuotimenti della testa e sfregamenti del mento e del corpo per finire in euforici rotolamenti e gozzoviglie intorno alla fonte del profumo che verrà inevitabilmente divorata e ridotta a brandelli. D’altronde voi l’avrete coltivata per questo! Dovrete coltivarla, appunto, perché in natura l’ingordigia dei gatti l’ha ridotta ormai a pochi e rari esemplari. La Nepeta cataria, questo il nome scientifico dell’erba gattaia, è una menta, e il nome di specie cataria deriva dal latino catari (pertinente ad un gatto) in allusione all’attrazione che questa pianta esercita sui gatti e sui felini in generale, evidentemente nota sin da tempi antichi. Probabilmente è il profumo (simile a quello dei ferormoni del gatto) contenuto negli olii essenziali della pianta a scatenare questa strampalata reazione: un’eccitazione violenta che si risolve poi in distensione totale. L’erba gattaia può essere utile anche per difendersi dalle effusioni moleste di cui spesso sono vittime i proprietari dei gatti: un sacchetto di stoffa riempito di foglie, tirato fuori dal cassetto al momento opportuno, condurrà il vostro gatto verso paradisi artificiali e gli farà perdere immediatamente ogni ritegno e qualunque tipo di interesse nei vostri confronti al punto che potrete scegliere se tornare alle vostre occupazioni o fermarvi ad assistere ad uno spettacolo comico veramente esilarante. Felice gatto a tutti! Artefici del riscatto del divino gatto!

Dylan Bob E Bird mise le ali al suo sassofono di Marco Poggiolesi

C

’era una volta un ragazzo che passava ore e ore nel cortile della sua casa di Kansas City a suonare il sax duettando con gli usignoli e i merli. Ne ascoltava il canto, le melodie libere, apparentemente casuali ma in realtà assolutamente precise e razionali cercando di capire e riprodurre quei suoni sul suo strumento. Osservava quegli uccelli che spiccavano il volo librandosi liberi nell’aria sopra le case e sognava di poter fare lo stesso: lassù, pensava, non ci sono i pregiudizi e le discriminazioni razziali che inquinano questa terra. Charlie, che presto sarebbe stato rinominato appunto Bird, imparava e giorno dopo giorno sviluppava un linguaggio che avrebbe rivoluzionato la maniera di suonare il jazz. Anche a lui sarebbero presto spuntate le ali e avrebbe volato più in alto di qualunque aquila al mondo. No, questa non è una bella favola ma la storia vera della nascita di un mito chiamato Charlie Bird Parker.

Photo by James O’Mara

Tomaso M

Berkin Tr

Terrible Wes t Band

Palombo T

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Rhys Tivey Marco Po

Ipp o Chiar

Francesc


Lettera di un labrador

DIMENTI E TANTO ALTRO SU

teatrale.com

i stelle

o del mese

r elezioni

mano i tramonti

Percorsi

I cattivi attori? Per favore, non chiamateli cani

Svegliarsi tra gli animali

di Monica Capuani

di Massimo Niccolai

Riceviamo e volentieri pubblichiamo. Gentile signora Capuani, mi rivolgo a Lei in virtù dell’attenzione e della sensibilità dimostrate sulle pagine di questa rivista, che seguiamo con interesse data l’interdizione a entrare nei teatri inflittaci dolorosamente dall’età moderna. È un appello accorato, quello che Le rivolgo a nome degli affiliati all’associazione che mi pregio di presiedere. Chiediamo con vigore che voi uomini, una volta per tutte, cessiate di utilizzare la parola cane come appellativo per definire l’attore incapace. Quest’uso ci offende profondamente. Innanzitutto, il nostro abbaiare avviene sempre a scopi precisi: segnalare un pericolo, inviare messaggi in codice per destinazioni remote, scoraggiare un’azione malevola da parte di un nostro simile. Il vostro abbaiare sulla scena non solo non ha senso, ma è terribilmente spiacevole all’orecchio. Noi

ci muoviamo in modo elegante, secondo i dettami della Natura che seguiamo senza la preoccupazione di dover piacere. Un attore che vaga per il palcoscenico, muovendosi con scoordinazione pari soltanto alla sua vanità, non può certo somigliare a noi che con il corpo abbiamo una confidenza slegata da ogni riflessione. E, last but not least, signora Capuani, noi non sappiamo cosa sia fingere. Non ne capiamo neanche l’essenza. Per questo il teatro, dall’antichità a quando non ci hanno più consentito di entrare, ci ha sempre tanto affascinato. Non capiamo cosa sia fingere, immagini dunque se sappiamo cosa significhi fingere male. Quindi, trovate un altro appellativo – La prego – per gli attori fin qui definiti cani. Con gratitudine, Labrador Senex, presidente dell’A.D.D.C. (Associazione per la Difesa della Dignità dei Cani)

Q

uando penso agli animali non posso fare a meno di ritornare alla mia infanzia. Da piccolino i miei genitori mi lasciavano dai miei nonni in campagna. Abitavano in un castello rurale con altre famiglie e curavano i terreni della curia. Al mattino ci alzavamo presto, quando l’aria era ancora fresca, e, dopo una ricca colazione, mio nonno mangiava sempre i fagioli con la cipolla (diceva che facevano bene), andavamo nella stalla a mungere il latte dalle mucche e a rifargli la lettiera, poi attiguo c’era lo stalluccio del maiale grosso ed esigente, poi dai conigli a ripulirli e a portargli l’erba fresca appena tagliata, erano degli animali bellissimi e grossi, infine nel pollaio a prendere le uova e a liberare i polli che così potevano razzolare un po’ nell’aia, uscivamo e i piccioni cominciavano a svolazzare da un albero all’altro, alla fine si rientrava in casa e mio nonno prendeva un bel caffè e via nel campo a lavorare...

Da Varsavia

Classika

Quel gallo mi sembrava il drago di San Giorgio

La bacchettata di Wolfgang

di Tessa Capponi

di Gregorio Moppi

L

ubię domowe zwierzęta należące do innych, te dzikie wolę oglądać z daleka, a te które zjadam wolę aby pozostawały anonimowe. Moja niechęć do spożywania wszelkiego ptactwa łączy się z dziecinną traumą oraz chybioną inwestycją mego znakomitego rodzica, który kiedyś postanowił założyć hodowlę kurczaków. Eksporyment się nie powiódł, a rodzina musiała skonsumować pozostałości (jeśli tak można powiedzieć) całej operacji. Trauma natomiast miała postać przerażającego koguta naszej gospodyni, który, słusznie chyba broniąc swego kurzego haremu, rzucił się na mnie kiedy jeszcze byłam małą dziewczynką. Wydawał mi się wówczas smokiem atakującym Świętego

Jerzego bo uciekłam z krzykiem przerażona jego czerwonymi oczami i nastroszonymi piórami. Willa Calcinaia, gdzie w dzieciństwie spędzałam całe lato i znaczną część jesieni, nie była miejscem, które mogła bym polecić delikatnym panienkom o animalistycznych przekonaniach (jak niektóre z moich warszawskich studentek). W gospodarczej części willi było na porządku dziennym ukręcanie łbów kurczakom, skurowanie królików a po Bożym Narodzeniu bicie świń i to wszystko coram populo. Moje chomiki, które mnożyły się z prędkością światła bywały eliminowane przez pewną łasicę i nocą w park koło willi pulsował dziwnymi pochrząkiwaniami i głuchym stękaniem.

Motori affettivi

G iovann i

Tango x 3

Cassi

y Quintet oggiolesi

lito rello

co Forni

■ Traduzione su ambasciatateatrale.com

L’

anima nera del branco può manifestarsi perfino all’interno di un gruppo eletto di musicisti, come nel caso di quegli 80 orchestrali di Santa Cecilia che nel 1996 hanno querelato Il Messaggero e il suo critico musicale Alfredo Gasponi per aver fatto il loro mestiere: riportare fedelmente il giudizio sull’orchestra romana pronunciato allora da un direttore ospite, il grande Wolfgang Sawallisch che, intervistato, aveva espresso il disagio di dover preparare il suo concerto con una formazione rimaneggiata rispetto al solito, poiché formata anche da elementi aggiunti e allievi di conservatorio (frase poi riconfermata per iscritto dal maestro tedesco). Oggi, tuttavia, giornale e critico vengono condannati in appello a versare rispettivamente 2 milioni e 486 mila euro agli orchestrali, che però si sono guardati bene dal chieder conto in tribunale a Sawallisch delle sue parole. Se la sentenza fosse ribadita in cassazione, il timore per quanto di economicamente rovinoso rischia chi redige interviste o recensioni potrebbe indurre giornali e giornalisti a silenzi accomodanti.

Una stella a Firenze

Sintesi esaustiva

Zoe e la crisi epilettica

La muletta di Palazzo Pitti

Il lupo, il pelo e il vizio

di Andrea Marchetti

di Stella Rudolph

di Milly Mostardini

D

A

Montanari Z ree Enfant East and

Było to jednym słowem świat cudownie pierwotny, gdzie wszystko miało swoje znaczenie i swój precyzyjny rytuał. Staram się wytłumaczyć to moim studentom podczas wykładów, które prowadzę tutaj na Uniwersytecie Warszawskim, z historii kuchni włoskiej, i widzę w ich oczach niewiarę i obrzydzenie, jakbym mówiła im o realiach co najmniej poprzedzających rewolucję francuską. Czyżby byli wegetwarianami? W większości chyba nie. Zdaję sobie sprawę, że w ich wypadku ważne jest to, że zjadają zwierzęta w formie bardzo przetworzone i w sposób bezrefleksyjny.

oe è una splendida labrador che fu abbandonata quando nacque alcuni anni or sono. Fu adottata da Carlotta, una mia vicina di casa, affetta da una leggera forma di insufficienza mentale accompagnata da epilessia. La ragazza quindicenne ha sofferto di terribili attacchi epilettici fin dall’infanzia. Anch’io ho assistito più volte ai suoi momenti di crisi. Nel tempo che precedeva l’attacco Carlotta si fermava e rimaneva come imbambolata, successivamente seguivano degli spasmi muscolari che interessavano le braccia, crisi oculari e sudorazione. Oggi, con le appropriate cure mediche, riesce a vivere serenamente, anche se il farmaco va di volta in volta calcolato in base alle esigenze di crescita della ragazza. Zoe ha un legame speciale con Carlotta, sono inseparabili, vi è un qualcosa di veramente unico nel loro meraviglioso rapporto. Lo capimmo due anni or sono quando Zoe un giorno cominciò ad essere stranamente agitata: si poneva di fronte a Carlotta come se volesse fermarla con fare di protezione e al contempo guaiva per attirare l’attenzione e tentare di comunicare qualcosa. Nessuno di noi poteva immaginare che da lì a pochi istanti la ragazza avrebbe avuto una crisi epilettica. Nell’incredibile legame d’affetto che le unisce, Zoe è in grado di percepire gli stati d’animo della ragazza e sente in anticipo quando Carlotta può avere difficoltà legate alla sua patologia. Da allora, negli abbracci che le uniscono, vedo nello sguardo di Carlotta la consapevolezza di poter contare su una straordinaria amica che veglia su di lei.

ai tempi delle piramidi d’Egitto in poi i più cospicui edifici pervenutici sono associati al nome del committente su cui, in epoca moderna, tende a prevalere quello dell’architetto, lasciando comunque relegato in un perenne oblio l’esercito degli (alcuni milioni, complessivamente?) operai d’ogni sorta che in effetti realizzarono codesti progetti. A risarcire la memoria di almeno uno di quei fondamentali addetti al lavoro ci pensò l’architetto-scultore Bartolomeo Ammanati, dopo aver compiuto, nel 1558-70, su proprio disegno, il magnifico cortile di quel Palazzo Pitti in Firenze che il Granduca Cosimo I de’ Medici scelse come nuova residenza. Egli vi fece infatti collocare nel 1575, in fondo al portico di sinistra, non solo un’iscrizione elogiativa ma anche un verace ritratto di una mano d’opera (diciamo così) davvero speciale, ossia della Muletta della caretta, raffigurata elegantemente di profilo in pietra grigia munita della sua bardatura (compresa la sella) sullo sfondo in marmo bianco a bassorilievo di un lapide in cui c’è lo scenario dello smontaggio in corso di tutta la complessa attrezzatura, nel medesimo luogo preciso, tramite cui ella ha appena finito di sollevare con la sua forza trainante l’ultimo capitello da collocarvi. Eppure codesta mula aveva già combinato molto di più nell’ambito del cantiere, come evince la didascalia nel cartiglio soprastante: “LECTICAM, LAPIDES, ET MARMORA, LIGNA COLVMNAS/ VEXIT, CONDVXIT, TRAXIT, ET ISTA TVLIT”. Onore alla cara, docile ed infaticabile mula!

nimale a chi? A me, a te, alla zia, al fidanzato? Al guidatore aggressivo, a un rapinatore di vecchiette, un magnaccia, un leader politico? Derivanti: figli d’un cane, sei un maiale, una sporcacciona. Di donna, se formosa, mucca. Se di liberi costumi, vacca. Di svagata si dice oca giuliva o gallina. E ancora si usa dire: falso come un gatto, curioso come un babbuino, viscido come un topo di fogna. In palcoscenico: è un cane l’attore che non recita bene, se poi stona, si sa, abbaia. Di un casamento molto affollato: formicaio o termitaio. Per certe chiacchiere a bischero, si abbrevia in pollaio. Immagini storiche, eterne: il gatto e la volpe, la vipera in seno, il lupo tra il pelo e il vizio. Tra i detti: chi pecora si fa, lupo eccetera eccetera. Il massimo quesito antropologico e filosofico: prima l’uovo o la gallina? Rara nobiltà animalesca: di un motore potente si dice un tigre. Per un tycoon spietato che è uno squalo, un pescecane. È un toro uno che fa sesso sovrumano, o ritenuto tale. Benevoli luoghi comuni: matto come un cavallo, figlia come una coniglia, scivoloso come l’anguilla. Chiassoso come un nido di vespe, muto come un pesce. Per esempio da chi ignora che le balene cantano e i delfini fischiano (perché mammiferi?). Le zanzare, questo è noto a tutti, sono nate da una distrazione del creatore. L’imprecazione più orribile: “Io serpone”! Insomma c’è un bestiario, adattato in dispregio all’uomo, che non riconosce il senso preciso del termine animale: ogni essere animato, derivato dall’antico anima, e cioè respiro o soffio, dotato di moto e sensi. Voglio dirlo chiaro: loro sono in pratica i miei quasi cugini, nel crudele e grande regno del buon Dio.


La ricetta John Belushi da Animal House «QUANDO IL GIOCO SI FA DURO, I DURI COMINCIANO A GIOCARE»

Terrina Stregata dal porro selvatico di FabioPicchi

I Pieni d’Islam Quel misterioso fischio di un gallo arabo in chiesa a Lucca di Giovanni Curatola

S

ono molte le storie di animali nell’arte islamica. Le più celebri sono quelle dei manoscritti con miniature del Khalila wa Dimna (l’antico testo indiano del Panchatantra), dai nomi di due simpaticissime iene che raccontano e commentano storie sagge ed edificanti, un po’ come i nostri Fedro o Esopo. E un bell’animale, in vero non proprio convenzionale, è il grifone spagnolo musulmano che stava sul Duomo di Pisa. Ma la storia più curiosa è quella del gallo di Lucca. Un uccello lo è di sicuro, ma è stato catalogato anche

come piccione, pappagallo, falco. Io pen- da un’orribile bolli acqua moderno (firso sia un rapace. Si tratta di un acquama- mato, s’intende). nile in bronzo, a forma appunto di uccello (il liquido usciva dal becco), con una iscrizione araba sul petto (no, non c’è scritto “bevi che ti passa”!), databile al IX-X secolo e proveniente dall’Iran Orientale. Stava appollaiato sul culmine della chiesa di San Frediano a Lucca e, complice una rottura nella coda, quando tirava vento fischiava forte, ma forte. Oggi non c’è più, messo a riposo nel caveau di una banca, e immagino che il suo posto sia stato preso

Cinema Da Borges al tenente Colombo gli animali sono immortali di Juan Pittaluga

B

orges s’est souvent demandé si son chat gris qui traverse la cour en ce moment précis et bien le même qui le faisait il y a 500 ans? Cela me laisse perplexe, bien que je sache que le soir toutes les vaches se mimétisent avec la nuit. Et le chien du film Stalker de Tarkovsky, à chaque fois que je le vois, est-il le même? C’est bien lui, c’est sur, comme c’est

sur que je retrouve le Basset de Peter Falk à chaque fois que je vois Colombo. Pourtant ils sont plus là, parmi nous, ils sont comme les étoiles, partis et pourtant présents, c’est une illusion du temps. Pour confondre Walter Benjamin, le cinéma a inventé quelque chose d’absurde. Le chien qui aboie dans Stalker et celui qui abois dans Columbo, est le même,

exactement le même, puisque le son de l’aboiement provient en réalité du chien de la tante de l’ingénieur du son. Cela aurait fait sourire Borges, qui avait eu la belle idée d’inclure un chat dans son poème sur le Golem, en disait qu’il n’y était pas dans Sholem, mais qu’a travers le temps il avait réussi à le deviner. ■ Traduzione su ambasciatateatrale.com

n un mondo vegetariano possibile, senza più la memoria dei ragù e dei prosciutti, senza le endorfine scatenanti delle trippe e dei baccalà, sarà nel porro selvatico (che veri amici hanno raccolto per regalarmelo) che troveremo la forza commovente di note dolci per minestre, salse di pomodoro e tutto il vostro cucinato. Soffriggere il porro selvatico garbatamente nel burro. Contemporaneamente infarinate rondelle di patate precedentemente lesse e friggetele nell’olio. Prima da una parte e poi dall’altra in una piccola terrina da mono porzione, partendo con uno strato di patate fritte, sovrapponete il porro e via a seguire per non meno di quattro strati e non più di sei. L’ultimo strato fasciatelo con una besciamellina leggera, con poco parmigiano e un non-niente di noce moscata a cui avrete aggiunto un trito di carote lessate e stufate con mezzo olio e mezzo burro, aglio abbondante e un non-niente di cumino. Pepe e peperoncino possono sporcare il tutto a vostro piacimento. Endorfine ritrovate nella gratinatura di una leggera grigliatura per un cibo fondente e fondante nuove memorie. Terrina Stregata detta anche terrina Pissi-pissi Bau-Bau.

Un verre de vin rouge L’Assunta assaggiò il vino e parlò di Igor Trumeau

S

arà per il nome che porto ma fu la mia nonna italiana ad introdurmi all’Acquerello fin da tenera età, mentre lei serviva vodka al marito russo. Putti e Gallineri venivano mischiati 50 e 50 con acqua. Che gioia il suo cibo come il cibo dell’altra nonna, quella che aveva sposato il francese, paire de mon paire perdutamente innamorato di lei e della sua pappa al pomodoro servita spesso e volentieri con uno champagne senza alcuna etichetta, mandato dai lontani parenti di Rince. Nel vedere tutte quelle bollicine, bevute da lei e dal nonno, chiesi e mi fu dato un po’ di quello spumeggiante vino, mischiato all’acqua gassata. Fu così che, a 11 anni, non visto da mia madre né tanto meno da mio padre, mischiavo con soddisfazione il rosso all’acqua Panna, dalle grandi e resistenti bolle. Che gioia vedere Olinto, l’amico contadino, festeggiare il compleanno dell’Assunta, la sua bellissima mula, versando nel secchio acqua gassata e vino. In quel momento di miscelata condivisione mi guardava dritto negli occhi dicendomi: “Stai a guardare, anzi stai a sentire, perché, dopo che ha bevuto, l’Assunta smette di ragliare e parla. D’altronde, In vino veritas...”

L’orto Quando ti sfiora un pettirosso di Stefano Pissi

Di line e di lane

D

Attenti al mostro spaventoso che scende dall’astronave di Pietro Jozzelli

“E

ccola, è atterrata là”. I due soldati si guardarono, sorpresi e impauriti. Strisciando sul terreno, si avvicinarono all’oggetto misterioso, attratti da quella cosa mai vista, pronti a fare fuoco. Volevano difendere la loro terra, le loro famiglie, il loro paese e sa dio se l’avrebbero fatto, fino in fondo, fino al prezzo della vita. Un sibilo e il portellone dell’astronave cominciò ad aprirsi. “A terra, a terra” gridò il ca-

l’AMBASCIATA teatrale Direttore responsabile: Sergio Passaro Segreteria: Giuditta Picchi, Miriam Zamparella, Francesco Cury Anno II Numero 4 del 1/4/2010. Autorizzazione n°5720 del 28 Aprile 2009.

poguardia gettandosi a ridosso di una duna. Mitragliatori puntati, satellitare in azione per gli ordini del comando, tensione altissima: vita o morte erano in gioco. Finalmente la porta cedette, andandosi a schiantare con fragore sul pietrisco roccioso. Attimi di suspence, ma niente e nessuno appariva nel buco nero dell’apertura. Il filo rosso del laser di puntamento dei mitra dava sicurezza: qualunque essere strano, animale

Sede legale e redazione Via dei Macci, 111/R - 50122 Firenze Ed. Teatro del Sale info@ambasciatateatrale.com Stampa Lito Terrazzi - via Guido Rossa, 9 Cascine del Riccio, 50015 - Firenze Progetto grafico: Enrico Agostini, Fabio Picchi Cura editoriale: Tabloidcoop.it

spaziale o mostro terribile fosse apparso, l’avrebbero freddato prima ancora che toccasse le rocce. “Ecco, qualcosa si muove, guarda. Ma è terribile, è un essere immondo, spara spara...” Colpito in più parti, l’intruso, l’animale di un altro mondo, barcollò, riuscì a posarsi sul suolo, alla fine cadde senza più vita. Era davvero spaventoso: non aveva nè peli nè tentacoli e poi due soli occhi, due sole braccia e due gambe.

si ringrazia, si ringrazia, si ringrazia

SI RINGRAZIa Mukki latte [mukki.it] Si ringrazia l’Ass. Cult. Solid Sound [solidsound.it] Si ringrazia la famiglia Capponi [conticapponi.it] Si ringrazia Unicoop Firenze [coopfirenze.it] Si ringrazia Marchesi Mazzei [mazzei.it] Si ringrazia l’Istituto di fisioterapia Centro Gianfortuna [centrogianfortuna.it]

i animali nell’orto ce ne sono più di quanti non si creda. Di mattina è facile imbattersi subito nella tela del ragno, tutto il lavoro di una notte evidenziato dalla rugiada – la guazza in toscano – che, appiccicandosi al viso, ci sveglia di colpo. Percepito il sisma il ragno torna arrabbiato nel suo buco: l’aracnide, che sperava in un insetto, ha incontrato un mammifero. È ora, prima che il sole si faccia alto, che bisogna cogliere gli ortaggi: frutti e verdure sono ora al massimo della loro freschezza e turgidità. Un cespo di lattuga può rivelarsi un condominio di animali, se stiamo calmi con i pesticidi: a pian terreno, sotto le prime foglie, si annidano le lumache (quelle senza guscio) e qualche sprovveduto lombrico che credeva ancora di essere sottoterra. Saliti di qualche foglia viene il regno delle forfecchie, insetti antichissimi muniti di forbici sull’addome. Ai piani alti, lumache con il guscio – le chiocciole – e qualche piccolo coleottero. Confortati dal nostro raccolto iniziamo il lavoro. È stagione di vanga e, affettando il terreno, ci accorgiamo che anche sotto c’è un mondo: i primi sono i lombrichi che avevano iniziato già a lavorare: mangiano terra e ridonano concime, tutto gratis; poi ci sono i dormiglioni (larve di coleotteri) che invece mangiano radici, sempre gratis. Quando la temperatura inizia a salire, se siamo fortunati, dalle zolle del lavorato può uscire un orbettino (le lucignole, in Toscana, un animale bizzarro). Via via che rivoltiamo zolle, intuiamo che nel silenzio freddo dei pomeriggi invernali non siamo soli. Di solito ci accorgiamo della sua presenza quando ci riposiamo, con il fiato grosso e le mani appoggiate alla vanga. È il pettirosso che saltellando viene, ti guarda, becca veloce un insetto su di una zolla e viene, viene vicino, ti guarda ancora e viene sempre più vicino fino quasi a sfiorarti. Chissà se si fida ancora dell’uomo, forse ne ha bisogno o forse si sente a lui prossimo come quando – mi raccontava un tempo la Donatella – con un solo gesto si macchiò per sempre di sangue il petto, staccando la spina a quella corona di quel Signore. Buona Pasqua.

Disegno di Lucio Diana

Ambasciata Teatrale - Aprile 2010 - Anno 2 Numero 4  

Il mensile del Teatro del Sale