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ADOLESCENTE IN COUNSELING Le difficoltĂ di crescita di un adolescente affrontate in un percorso di counseling. Aprile 2004

Michelangelo Vitale Counselor ad indirizzo Analitico Transazionale

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A proposito di L. Il terapeuta deve ricordare che fondamentalmente tutte le nevrosi e i disturbi caratteriali, e probabilmente anche tutte le psicosi derivano dalla mancanza di lealtà da parte di qualcuno. E.Berne, “Principi di psicoterapia di gruppo” “E’ pure affrontato un nuovo problema riguardante non più forme nevrotiche ma psicotiche: quello dei deliri allucinatori, che sarebbero anche essi dovuti a un processo di difesa con soppressione di una realtà insopportabile, e una sua sostituzione con la rappresentazione delirante. Freud usa a tal proposito per la prima volta l’espressione “fuga nella psicosi”. (“Opere di Freud” vol.1 ed. Boringhieri) “Psicosi: malattia mentale che porta l’inconscio a diventare conscio e ad impossessarsi così del controllo dell’individuo. Poiché, in questi casi, l’individuo cerca di agire guidato dal Principio di piacere, invece che dal Principio di realtà, la convivenza sociale gli diventa impossibile. Psicosi è termine medico che corrisponde, grosso modo, al termine legale di pazzia. (E.Berne, “Guida per il profano alla Psichiatria e alla Psicoanalisi” ed. Astrolabio) Dati e storia del cliente o della situazione che si intende descrivere L. è un ragazzo di 17 anni, nato in America Latina, la madre è molto giovane, si è separata molto presto dal marito perché violento. Dopo un po’ di tempo conosce un italiano che la porta con sé in un paese di provincia. Si sposano e dopo nascono altri due figli maschi che hanno rispettivamente 11 e 3 anni . Il lavoro non va bene, nonostante le aspettative iniziali, la casa viene ipotecata. La madre comincia a fare diversi lavori, si lamenta continuamente delle sue condizioni, attualmente è commessa in un negozio. L. è sempre molto vivace, anche a scuola: C’era un maestro alla scuola elementare che lo chiamava “L. dai pantaloni grigi”. Viene visto qualche volta dal servizio di Neuropsichiatria infantile. Passa il tempo, il nuovo padre diventa sempre più dipendente dal cibo e comincia ad avere problemi di salute. La madre dipende a sua volta dalla bellezza. L’immagine che la coppia restituisce è infantile. L. dà segni di irrequietezza, non va più a scuola, comincia a frequentare una discoteca famosa per lo spaccio di sostanze stupefacenti, esce talvolta la sera e rientra la mattina. Ha sempre temuto il nuovo padre che lo conteneva, ma stranamente riguardo allo stare fuori di casa non ci sono restrizioni. Iniziano i litigi con la madre e forse la picchia. I due cominciano un gioco che diventerà sempre più pericoloso. L’ anno scorso il padre si ammala d’influenza, sopraggiunge un infarto. L. lo trova in bagno agonizzante, nonostante i soccorsi muore. Dopo qualche mese interviene il servizio sociale: c’è il bambino più piccolo da accudire, l’altro da mandare a scuola, mentre la madre è fuori per lavoro. L. ha cambiato scuola, frequenta un corso di formazione professionale come elettricista, ma deve stare sempre più in casa per i fratelli e fare le faccende. Continuano i litigi con la madre, viene preso in cura dal neuropsichiatria infantile, il quale riscontra delle fantasie di violenza . I giochi iniziano anche con il medico, L. salta gli appuntamenti e non si fa trovare in casa quando è il momento di accompagnarlo. Rinuncia a questo nuovo padre che però non lo ricercherà. Cessa l’ intervento. Questo accade all’inizio dell’estate del 2003. Una sera d’inverno, passando per strada trovo L., era nei guai e un ragazzo più grande lo spintonava contro il muro; mi fermo apro lo sportello dell’auto e lo faccio salire. Era molto 2


spaventato, ma si controlla, non doveva essere la prima volta che si trovava in una situazione del genere. Non gli chiedo niente l’accompagno a casa, gli dico di cercarmi in caso di bisogno. Per altre vie sò che deve dei soldi a uno spacciatore, è impaurito e non esce più di casa. Ne parlo con l’assistente sociale. Contesto dell’incarico ricevuto, definizione del problema, del bisogno o della motivazione dell’intervento. Dopo due mesi, a marzo, L. picchia la madre e il fratello di 11 anni, è una furia. La madre scappa con tutti e due i figli e va dai carabinieri, il maresciallo lo chiama in caserma e tenta di parlargli, arriva il 118 e si decide per il ricovero al reparto di psichiatria. I ricoveri saranno diversi e a volte prolungati. Lo riprende in cura lo stesso neuropsichiatra. Vengo incaricato di seguirlo, poi ci saranno altre mie colleghe. Si stabiliscono degli orari per andare a casa, una volta che sarà dimesso. La notte ci sarà lo zio paterno. La madre è terrorizzata, ha paura per sé e gli altri due figli. L. non dovrà uscire di casa e il mio intervento avrà la valenza di contenimento. L. assumeva da almeno un anno sostanze stupefacenti come l’ectasy. Era un modo per sentirsi qualcuno insieme a chi lo circondava, lui sempre diverso, aveva trovato il modo di conquistare la leggerezza e rimediare al senso di oppressione . Aveva accennato alla facilità con cui legava con gli altri quando prendeva qualcosa. La costruzione della relazione con L. e i suoi elementi di efficacia. In un'altra occasione avrei accettato con entusiasmo, stavolta ero perplesso. Mi sono chiesto come si poteva fare a stare accanto a una persona come L., e se accettava le carezze degli altri. Perché chissà quante ne aveva chieste senza che gli fossero date. Quando arriva il momento che è troppo tardi? E cosa scatta dentro per non fidarsi più di nessuno e poi qual è la parte di me che fa queste domande? Quello che era successo era una cosa molto grave e tutti eravamo turbati. Io L. lo conosco bene, l’ho visto crescere: era stato a scuola con mio figlio e conoscevo da tempo la famiglia. Poteva essere un punto di forza per entrare in contatto con lui, ma non era detto e provavo una grande pena. Ero stato adolescente e dovevo incominciare a ricordare cosa facevo, pensavo e provavo in condizioni di difficoltà. Avevo sentito “i grandi” contro, avevo ritenuto che potevano anche essere sleali. Ma poi il tempo era passato, avevo sciolto le simbiosi mettendogli accanto dolci ricordi, come una crema sopra le cicatrici. Quante se ne sarebbero riaperte? Avevo paura? Un altro punto: ero un genitore, un padre e questo avrebbe portato a farmi domande e guardarmi dentro. Un padre accorto può rimediare ai suoi errori aiutando i figli a convertire le spinte in autorizzazioni (per es.: cerca di piacere-piaci a te stesso), questo va fatto con particolare attenzione per evitare i disagi fisici che i cambiamenti comportano. L. ha poche occasioni per comunicare con i grandi, non frequentando più la scuola e non mantenendo il lavoro: alla verticalizzazione preferisce la comunicazione orizzontale con il gruppo dei suoi amici, è una caratteristica dell’età. Si può seguire il Lucignolo di turno. Riguardo alla capacità di relazione, ho notato che è proprio delle persone che hanno degli affanni e che sono afflitte dai dolori dell’animo, perdere il senso della leggerezza e della semplicità. Probabilmente questo impedisce di entrare in intimità con se stessi e con gli altri. Tutto è visto come complicato, macchinoso e grigio, praticamente non OK, si incontrano muri insormontabili, che non hanno aperture. Questo determina una riduzione dei modelli di comportamento da imitare per crescere. Il problema è che spesso, come si legge nella “Struttura della Magia”, vengono operate le migliori scelte di cui si può disporre nel proprio modello. La difficoltà non sta nel fatto che si effettua una 3


scelta sbagliata, ma che non si hanno abbastanza scelte. Paradossalmente i processi che permettono di sopravvivere, crescere, cambiare e provare gioia, sono gli stessi che permettono di mantenere un modello impoverito e la generalizzazione, la deformazione e la cancellazione, fanno perdere il della realtà che è proprio della parte adulta . 01/04/04: prima visita dal dottore dopo la dimissione. L. esce molto scosso, usciamo insieme e gli chiedo se mi fa compagnia a pranzo. Mangiamo qualcosa in fretta perché deve rientrare al lavoro. Sono i primi giorni che ci va, fa l’ idraulico, ci tiene ad arrivare puntuale. La sera, tornato a casa litiga, picchia la madre e il fratello. Li accusava di parlare male di lui al proprietario della ditta dove lavorava. Viene ricoverato di nuovo. La mamma mi avverte il giorno dopo, nonostante gli avessi dato il numero del cellulare per ogni evenienza, anche notturna. 07/04/04: vado a trovarlo all’ospedale. E’ sedato e dà un’impressione di grande rigidità. Mi fa vedere un disegno dove ha raffigurato una pianta grassa piena di spine e un altro con la bandiera del suo paese d’origine e una grande scritta “Senza vergogna e senza paura”. Sappiamo tutti e due di cosa si tratta. Non gli chiedo niente, e così farò quasi sempre, sono già in molti a farlo. 11/04/04: gli vado a fare gli auguri di Pasqua, gli porto dei giornali; non mangia le cose che gli portano da casa perché ha paura che siano avvelenate. E’ più sveglio, ha legato con gli altri pazienti. Con il pigiama sembra uno di loro: carte, televisione, sigarette e sguardi fuori dalla finestra. 14/04/04: gli ho portato una radiolina, era contento, ha detto che li farà ballare tutti, vuole venire via perché non ne può più. Mi racconta di come passa la giornata. Riesco a parlare con il primario, che mi dice: “E’ un caso difficile, se ci capisce qualcosa Lei…”. Io qualcosa poi ci ho capito ma non posso far guarire. Devo anche fare attenzione a non entrare in competizione con le altre figure genitoriali. Viene dimesso con una diagnosi di psicosi, la terapia è molto pesante (risperdal, depakin e largactil), la madre non si rassegna all’idea di saperlo malato tutti e due giocheranno con la terapia. Mangia nelle scatolette. Sta venendo fuori ben delineata, la gelosia per la madre. E non sopporta le figure maschili che gli stanno intorno, ad eccezione di me e dello zio paterno. Ho visto che i segni della malattia sono più chiari: come se le parti contaminate avessero acquistato un loro contorno e non avessero il timore di dichiararsi. Il neuropsichiatra sta preparando un ricovero alla Stella Maris a Calambrone, l’assistente sociale propone anche una comunità terapeutica. 29/04/04: è stato ricoverato alla Stella Maris, sono stato a trovarlo: sembra molto adattato e si guarda intorno come è naturale. Ho parlato con un medico, mi ha detto che non aveva mai visto un ragazzo di quell’età con tutta quella terapia farmacologia. Dopo ho accompagnato L. al colloquio con l’educatrice e nonostante apparisse sedato, ha raccontato in modo dettagliato della discoteca in cui si ascolta una musica techno speciale e si trova la droga da sballo. Ha definito il suo problema una questione di gestione dell’aggressività. E ha raccontato come aveva picchiato il fratello: con una scarpa antinfortunistica. L’ha fatto con un guizzo d’orgoglio, raddrizzando il collo e la schiena. Mi ha impressionato e ho avuto paura. Era stato chiaro e così io ho capito meglio. Parlava così perché eravamo in un tempio del dolore e della follia e lui era diventato una divinità. Quindici giorni dopo vado a trovarlo: sta meglio, è seguito da due educatori, ci rivediamo volentieri e usciamo un po’. È meno sedato, avverto la stessa rigidità ed evito certi argomenti. Qualche giorno 4


prima c’era stata la madre che l’aveva portato fuori di nascosto. Viene dimesso agli inizi di giugno: sarà più controllato, andrà il pomeriggio in un centro diurno, la sera ci andremo io e i miei colleghi, ci resteremo fino alle 20, ora in cui arriverà lo zio paterno. I bambini finite le scuole andranno a stare da una zia materna, la madre si vedrà con il figlio alla presenza di qualcuno. Questa cosa andrà avanti per un mese e mezzo, a fasi alterne. Il medico è molto preoccupato, in effetti non ci sono miglioramenti evidenti, c’è stato un altro breve ricovero. L. è stato sempre abile nel metterlo alla prova e a farlo finire in difficoltà. Nel gruppo di lavoro lo stanno svalutando e comprendo la sua solitudine. E anche se non ci sono stati più i maltrattamenti, tutti hanno paura che faccia qualcosa di grave e irreparabile. C’è troppa emotività e il gruppo è sempre più infantile. A questo punto si tratta soltanto di contenere L. in una rete che con il tempo è diventata una gabbia. Proprio il tempo non gioca a favore, e non vengono prese decisioni importanti come il distacco dalla famiglia. Si arriva al mese di agosto: il centro chiude, il medico e l’assistente sociale vanno in ferie. Vengono stabiliti una serie di appuntamenti con i medici che rimangono. L. li salterà anche con la complicità della madre. Vanno in vacanza anche loro. Il servizio viene sospeso. Attualmente L. è ricoverato in un reparto psichiatrico, dormiva con un coltello sotto il cuscino. E’ in attesa di essere trasferito in una comunità. Diagnosi comportamentale Giudizio che riguarda in quale stato dell’Io si trova la persona attraverso l’osservazione del suo comportamento. Di L. mi aveva sempre colpito la rigidità delle spalle, della parte alta della schiena e soprattutto del collo; questo contrastava con l’altezza (più di un metro e novanta) e con la tendenza a compiacere che avrebbe dovuto farlo stare con la testa quasi inclinata. In quel punto doveva esserci un nodo, un’emozione parassita da comprendere meglio. Sicuramente rabbia inespressa e coperta da tempo, che stava uscendo adesso, in casa, dove parti nascoste affioravano più sicure. Si sentiva più libero e si stava dando dei permessi: è OK essere arrabbiato e aggressivo è questo il modo di esorcizzare la paura, la disperazione di Amleto per essere rimasto solo. Ha un’aria infantile, somiglia molto alla madre anche nella voce e hanno ambedue un modo particolare di muovere le mani lunghe. Altre caratteristiche della rigidità sono la scarsa disposizione a perdonare gli errori e gli aspetti normativi nei confronti dei fratelli più piccoli. Il colloquio Non ho potuto applicare le otto tecniche di base di cui parla Berne in “Principi di terapia di gruppo” in maniera sistematica, non ho fatto ricorso nemmeno all’interrogazione e spesso ho preferito il silenzio al rischio di spaventare il suo B, che cercava di controllare sempre la situazione. Il suo gioco principale era “ti ho beccato…”. Tra i vari modi di entrare come: che fai? cosa pensi? cosa provi? Ho sempre scelto il primo e ho sempre agito nel presente. Sono stato molto attento al linguaggio non verbale in particolar modo alla postura, e non gli sono mai stato alle spalle né le ho rivolte a lui, ero il più possibile alla pari. Per poter diventare un porto sicuro e affidabile, mi sono state di aiuto le altre tecniche come il sostegno (compreso il tatto), e l’esortazione ma con prudenza, per evitare uno stile genitoriale normativo. La simbiosi Possiamo rimproverare agli adolescenti di non voler diventare adulti, se gli adulti preferiscono 5


dimenticare l’adolescenza per occuparsi dell’infanzia? Avevamo detto che lo sguardo devoto, dipendente del figlio verso la madre è un fatto originario. Nasce dal parto, dall’allattamento, forse dalla stessa prosecuzione della vita all’interno del corpo di lei. In ogni caso, non ha bisogno della mediazione di una terza persona. La madre, invece, è quasi sempre necessaria come mediatrice per spostare lo sguardo d’amore e di devozione del figlio da sé stessa al padre. E’ un fatto che spesso dimentichiamo perché osserviamo la famiglia dopo questo passaggio – fondamentale e iniziale – della triade. Oggi, a causa della critica al patriarcato, o più direttamente come rappresaglia all’assenza del padre, la madre per la prima volta usa per sé questo potere di mediatrice originaria e non guida più il figlio verso il padre. E’ allora il padre che per nostalgia dello sguardo del figlio, va direttamente verso quella origine, a cercarlo. Verso l’abbraccio originario, fisico e materno. Verso l’abbraccio a due. (“Il gesto di Ettore”, Luigi Zoja) Minerva a Telemaco: “Ma schietto parla: sei tu vera sua prole?” E il prudente Telemaco: “Sincero risponderò. Me di lui nato afferma la madre veneranda. E chi fu mai che per se stesso conoscesse il padre? Oh foss’ io figlio d’un che una tranquilla vecchiezza còlto né’ suoi tetti avesse! Ma poiché tu chiedi, al più infelice degli uomini la vita io peggio”. (“Odissea” libro primo) Si trova già scritto che la madre si deve venerare e quindi è da avere in grande reverenza, onorare e adorare. Ma il suo compito è anche quello di far conoscere il padre al figlio parlandogli bene di lui e far sì che, specialmente il maschio, ci si possa riconoscere. Ho rilevato la convivenza in ambedue dell’iperdettagliamento con l’ipergeneralizzazione che sono segnali di disturbi del pensiero. Un punto da analizzare è la simbiosi. Simbiosi che è diventata patologica perché oltre a comportare delle svalutazioni della realtà, la situazione di incontro (madre-figlio) è diventata una condizione di limitazione. In questo caso ho visto una importante carenza di parti genitoriali e adulte nella madre. Quasi come se la simbiosi fosse anomala e funzionasse tra le parti del “piccolo professore” di lei e il B del figlio. C’è una difficoltà ad uscire dalla diade madre-figlio e ad accedere a modelli di comportamento familiari in cui al padre già non era stato concesso di entrare. La stessa cosa poi accadrà nei confronti del medico e mio. In altri momenti la simbiosi è competitiva in quanto nei momenti in cui L. tenta di diventare più grande, tutti e due entrano in conflitto per prendere la conduzione della casa. La madre raccomanda di averne cura, occuparsi dei fratelli, ma la casa è già piena delle loro foto. Rigovernare e mettere a posto, come potrebbe fare una figlia, ma gli raccomanda di fare l’uomo e di trovarsi una ragazza. Occorre essere sempre fidanzati. Ma con chi se uno è di pelle più scura, ancora più scura di quella degli altri due fratelli. E’ come essere in un ristorante dove a tutti viene servito da mangiare fuorché a te. E difficilmente una ragazza regge il confronto con una madre così bella, scura come te, che gira mezza nuda per la casa. Non se ne trova una sempre sorridente, che dice che va sempre tutto bene. Mi viene da chiedermi quale idea e quanta paura si portavano dentro i due padri di L. e lui a sua volta per arrivare al punto di picchiarla ed esserne geloso. Un altro motivo di disagio si trova nelle parti profonde del B di L.: la proiezione e il passaggio di parti depresse e malate della madre e il sentimento di autodistruzione dei due padri. È OK essere arrabbiato e aggressivo. Questo favorisce la messa in atto di un copione amartico, con un finale 6


tragico. Infine un confronto irrisolto tra due culture, occorrerebbe sapere di più sul perché si scatena l’aggressività in altre parti del mondo. Comunque i fatti parlano da sè nonostante la madre nei momenti di sconforto dica di voler ritornare nel luogo di origine, in America Latina, per far ritrovare a L. le sue radici. Io ho avuto fin dall’ inizio l’impressione, condivisa da altri, che: lei non fosse nuova a queste situazioni; si vivesse dentro una commedia dove si stavano caratterizzando dei ruoli e si delineasse un triangolo drammatico in cui anche l’insieme dell’equipe assistenziale era caduta. Quindi giochi e cambiamenti di ruolo, da parte di tutti. Difficoltà Una è stata quella di “tradurre” i termini dell’AT nel linguaggio corrente. Questo in sede di discussione con i colleghi e gli altri componenti del gruppo di lavoro, e di riflessione con i medici. Svalutazione e curiosità nei confronti dell’AT; “Psicologia da quattro soldi”, la definizione, con la sorpresa poi di ascoltare assistenti sociali che adopravano non solo i miei termini ma anche le mie conclusioni. Un’altra è stata la svalutazione del cliente, da parte degli operatori coinvolti. Era ritenuto capace di decidere di compiere certi gesti e mantenere atteggiamenti, ma gli venivano negate le sue potenzialità di recupero e di guarigione. certamente la sua patologia è molto grave, ma mi rifiuto tuttora di rassegnarmi e di pensare che non ci siano stati altri modi di condurre la gestione del caso. I sintomi della malattia sono stati svalutati all’inizio e trattati con una grossa emotività in seguito. La possibilità di un distacco dal contesto familiare è stata presa in considerazione con ritardo, inattuata e ripresa soltanto adesso. Fatica A volte sentivo un senso di oppressione. In certi momenti avvertivo un ronzio agli orecchi. Ho capito che questa cosa, oltre ad una serie di coincidenze esterne, aveva toccato qualcosa di antico. Qualche parte del mio B profondo era stata smossa e talvolta mi sentivo aggressivo, anche in altri contesti . Era come quando si dice che “va il sangue alla testa”. Mi sono ricordato che quando i miei figli erano malati, da piccoli, gli tenevo la mano e mi accostavo alla loro malattia per fargliela passare prima, perché io ero più forte e lo potevo fare. Forse una cosa del genere è successa con L., ma stavolta si è trattato di una magia troppo grande per la mia portata e la mia esperienza. Mi rendo conto che non ero protetto abbastanza e che mancando dei momenti seri di supervisione (faccio parte di un gruppo istituzionale, vedi E.Berne) sono dovuto andare a cercare aiuto all’esterno. Note conclusive È mancata la Benedizione, quella che dà il padre e che riceve il figlio. E’ un archetipo. E’ un’iniziazione che facevano gli sciamani, a crescita avvenuta, per mettere pace tra la coscienza e il mondo oscuro dell’aldilà, proiezione dell’inconscio. E’ un passaggio di testimone, un autorizzazione, una protezione, una legittimazione a crescere e a continuare la vita, che da millenni segna il passaggio delle generazioni. Il padre che la impartisce, ha bisogno di farlo e porta a termine il suo compito; il figlio la riceve, la desidera e la richiede e diventa adulto. Un cerchio da chiudere ogni volta, necessariamente. Sul come farla occorre riflettere sul significato del volere 7


bene. Ti voglio bene, ma ti comunico che la vita da grande è anche terribile e ora sei in grado di sopportarla. Il figlio che non la riceve sviluppa una privazione derivata da una mancanza di lealtà (vedi E. Berne), quello che viene definito “complesso di Esaù”. E la Bibbia fa vedere che Esaù, una volta compresa veramente l’importanza della cosa a cui aveva rinunciato, cerca il fratello Giacobbe per ucciderlo. In termini di At, è un’autorizzazione che il G del padre passa al B del figlio e la parte A di questi non solo se ne appropria, ma l’adopra per ingrandirsi. Chi la riceve descrive una sensazione di crescita interiore e di stabilità: come quando un muratore finisce il muro portante di una casa e lo rinforza. Ma se questo non accade il padre è incompleto, e il figlio comincia a struggersi alla sua ricerca e ai motivi per cui è mancata, e anche lui a sua volta è incompleto perché manca una matrice da passare ai suoi discendenti. Ho avuto la conferma, da grande, che oltre alle scelte più o meno consapevoli di vivere dei copioni, alle persone accadono le cose: belle e terribili. Da grande, perché adesso le cose sono più chiare e il prezzo da pagare consiste in qualche attimo di solitudine. La liberazione ha un prezzo. Ho avuto l’ occasione per pensare alla realtà e agli stati d’ animo che dovevo mettere in atto per accettarla e non morire come fa il figlio del mago. Mi sono venuti in mente i poemi omerici, dove molto è gia stato scritto sulle passioni degli uomini. Nel periodo in cui siamo stati insieme io e L., a volte comunicavamo con i nostri due B più profondi, abbiamo fatto un viaggio, in un luogo ideale dove lui mi spingeva di continuo a cercare il padre ideale. Ero io padre? Una parola quasi onomatopeica, mi attraversa la mente con il rumore di una carezza ruvida. Carezza ruvida, maschile, la mano tenera e forte a seconda del momento, una mano che accarezza la testa, che ti spinge per andare avanti se ti blocchi davanti a un muro di gente, che ti prende, ti alza e ti tira fuori dalla disperazione quando ci sei dentro, e ti fa vedere la luce per rinascere di nuovo. Il padre ideale è quello umile che si fa chiamare Odisseo, Nessuno, che va a dormire nella stalla se è necessario, che sa piangere con te dicendoti che è tornato per metter le cose a posto e che ti vuole bene. Umile è anche Ettore che si toglie la corazza e ti alza verso il sole e ti dice che da grande sarai più forte e valoroso di lui e tu sorridi e quasi abbassi gli occhi perché un complimento così lo fa soltanto un padre. L’umiltà ripulisce la violenza del maschio e rimane la potenza e l’efficacia paterna. E quando, finalmente, torna, ci pensa lui, mette le cose a posto e tutta questa gente scapperebbe come se avesse le ali ai piedi. Metterebbe la corazza lucente che lo fa bello come un dio e farebbe strage di tutte queste persone cattive. Per cercare il padre ci vuole coraggio perché poi ti lascerà, come ha lasciato il Cristo sulla croce, con una madre bambina e due fratelli piccoli. Ulisse se ne andrà per raggiungere un posto dove addirittura non conoscono il sale; Ettore sceglierà di andare a morire per tenere fede al suo ruolo di eroe e perfino il dottore, stanco e deluso non verrà più a chiedere come stai e cosa provi a essere solo. E L. diventa terribile senza però essersi bagnato dell’umiltà che non può conoscere, non ha i mezzi per sopportare tutto questo, si rifugia nel suo mondo e fa strage di chi è sleale. Così sono gli eroi della play-station. Allora mi faccio umile accanto a lui. Lo aspetto fuori se mi chiude la porta in faccia, lo vado a cercare per le strade se non lo trovo. E se mi presenta agli altri come uno che lo puoi chiamare quando c’è bisogno, mi sorprendo a pensare che mi ricorderà, e mi vorrà bene e male al tempo stesso.

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Bibliografia Ian Stewart,Vann Joines,“ L’Analisi Transazionale “, ed. Garzanti. Eric Berne,“ Principi di terapia di gruppo”, ed. Astrolabio. Eric Berne, “ Guida per il profano alla Psichiatria e alla Psicoanalisi”, ed. Astrolabio. Richard Bandler, John Grinder, “ La struttura della Magia “, ed. Astrolabio. Luigi Zoja, “ Il gesto di Ettore “, ed. Boringhieri.

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