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REVISTA CULTURAL

CARPE DIEM Revista dos alunos da Fundação Torino - Número VII - Junho, 2008 - Distribuição gratuita


Editoriale Homo 2.0

Desenho: M.P.J.

Viviamo

- e chi non sa o vuole accorgersene si riaccomodi pure sul sofà a vedere la novela - in un'età di crisi. Non è un male. Solo un cambiamento. "Crisi" deriva dal greco êñéóéò (krisis) e dal relativo verbo êñéíåéí (krinein), che significa "separare", "distinguere" o "decidere". Che i nostri tempi siano allo stesso tempo una transizione ed uno spartiacque non ci sono dubbi. Quello semmai su cui si potrebbe discutere è cosa ci aspetti dall'altra parte. E se ci sia, dall'altra parte, ancora posto per tutti. Questa è l'era dell'informazione, e su questo non ci piove. Ma informazione di chi, e per chi? Appare oggi quanto mai brutale il contrasto tra gli opposti paradigmi "Information wants to be free" e "Information is power". Entrambe presumibilmente vere, a tutt'oggi inconciliate e forse inconciliabili, queste due posizioni rappresentano l'isotopo instabile della società contemporanea. Oggi più che mai non può esistere vera democrazia senza un accesso illimitato e universale all'informazione; ma oggi nel mondo l'informazione è valuta corrente, proprietà, merce, capitale prezioso. E moltissimi ancora ne sono privati. No, non c'è bisogno che pensiate a censori cinesi, integralisti islamici o al Patriot Act: basta che vi chiediate se la donna delle pulizie di casa vostra ha un computer. L'esclusione digitale è il nuovo analfabetismo; il nuovo discrimine tra dominanti e sottomessi. Non è però, questa tra classi, l'unica separazione dei nuovi tempi: in un mondo in cui il flusso d'informazione scorre sempre più veloce, anche chi non sa stare al passo rimane tagliato fuori. Mai nella storia la creazione di nuove tecnologie ha rivoluzionato la vita quotidiana dell'uomo così profondamente in così breve tempo. Il salto è ben più che generazionale: le nuove tecnologie e i nuovi linguaggi che ne scaturiscono creano allo stesso tempo un legame fra i loro utenti ed un baratro che esclude chi ne resta fuori. Se avete più di trent'anni, provate a spiegare ad un quindicenne com'era il vostro mondo alla loro età, senza cellulari, web o email. O provate a leggere i loro blog, i loro scrap. La lingua in cui scrivono è ancora la stessa in cui scrivete voi? O siamo di fronte ad uno shock culturale, ad un collasso da sovraccarico di dati? Il mondo si frammenta in milioni di sottoculture, ciascuna con i suoi riti, i suoi codici, i suoi

“The future has imploded into the present” ( Gareth Branwyn) linguaggi - ed allo stesso tempo forma un tessuto connettivo com une, transnazionale e translinguistico, basato sulle nuove forme di comunicazione (web, e-mail, messaggistica istantanea, audio e video online). Due coetanei con interessi simili che vivano agli antipodi, scambiandosi messaggi in un inglese stentato, mutante ed ermetico, si capiscono più di quanto non li capirebbe un loro compaesano di un'altra generazione o, semplicemente, un 'non iniziato'. Oltre ai giovani, per natura, i primi a cogliere e cavalcare il nuovo sono gli artisti; ne troverete alcuni esempi, nel nostro piccolo, anche in questo numero. La tecnologia rimescola le tecniche, cancella etichette tradizionali per far posto a nuove definizioni, permette all'artista di sperimentare nuove forme, di ibridare linguaggi. La risposta all'ipersfaccettata complessità del mondo contemporaneo è quella di scavare sotto la superficie, di andare in cerca delle connessioni profonde tra le cose che ne svelano il senso autentico. Una mente critica opera sul riconoscimento di schemi, motivi, configurazioni; quel Pattern recognition che non a caso è anche il titolo del romanzo di William Gibson definito da molti critici come il più perfetto ritratto di questo inizio di ventunesimo secolo. Questa ricerca, che altro non è se non la ricerca di un senso, non è però compito esclusivo di artisti o di menti elette: è la sfida che il tempo in cui viviamo, dominato dall'informazione e dalla tecnologia, pone a ciascuno di noi. Progredire diviene sempre meno una scelta e sempre più una necessità, quasi un imperativo biologico, la nuova versione dell'eterna questione: evolversi o estinguersi. E nonostante, a dispetto di tanti scrittori di fantascienza e futurologi l'uomo non si sia ancora fisicamente fuso con la macchina in un organismo cibernetico, è evidente che il nostro legame con le nuove tecnologie diviene sempre più stretto, sempre più essenziale per le nostre vite. Sapere affrontare con consapevolezza le multiple sfide - semantiche, sociali, morali - che questa nuova realtà pone all'uomo contemporaneo è, a mio parere, il grande imperativo etico dei nostri tempi. Marco Sbicego Professor de Italiano


Cartas

Revista Carpe Diem,

Caros colegas,

Parabéns! Achei a revista bem interessante, embora ainda esteja no PIE e tenha tido alguma dificuldade para entender os textos em italiano (que são na verdade um incentivo para aprendermos a língua). Além disso, o tema desta edição, cultura oriental, é na minha opinião fascinante. O artigo "Japão: um país sem identidade" me surpreendeu bastante. Dá pra ver que os japoneses têm uma forma de pensar bem diferente, que influencia especialmente seus jovens, contrária à idéia ocidental de que cada um tem uma identidade própria. Gostei muito também da seção de poesia. Continuem assim!

Gostaria de parabenizá-los pelo ótimo trabalho da revista Carpe Diem. O que mais gostei foi, além dos assuntos interessantes abordados, o modo como são publicadas as repostagens: com comentários, opiniões e textos feitos por alunos e professores. A revista (imagino que por pertencer ao nosso colégio, uma escola internacional), contém assuntos que abordam culturas de vários locais do mundo, agradando à maioria das pessoas. Mais uma vez, parabéns pelo trabalho.

Laura Vitral PIE Média B

Queridos colegas, acabo de ler a revista Carpe Diem e gostei bastante do que vi! Fiquei muito contente com a publicação de temas relacionados a outros países e de opiniões de antigos alunos, que agora moram fora. É importante a participação dos ex-alunos e dos atuais. Me agradou ver, no final da revista, desenhos, poesias e textos de componentes da equipe. Achei interessante ver que vocês se preocupam não só com as informações, mas também com a diversão dos leitores. Parabéns pelo importante e difícil trabalho realizado com muita capacidade. Bárbara Duarte PIE Média B

Raquel Ladeira PIE Média B

Index Cartas 3 Pelo Mundo 4 Entrevista 5 Clinamen 8 Opinião 14 Poesias 16 Perfil 18 Biografia 20 Etimologia 21 Carpe Noctem 21 Recomenda 22 Tirinha 24 Passatempo 25 Seção Curinga 26 Plunkt Plakt Zum 27

Errata: informamos que o professor Giuseppe Ferraro não foi o revisor de italiano de todos os textos da edição passada, não sendo, portanto, responsável por eventuais erros de italiano.

Envie sua crítica, sugestão, desenhos, textos ou comentários: carpediem@fundacaotorino.com.br CARPE DIEM

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Pelo Mundo

Checkpoint

Charlie era un valico di frontiera berlinese. In funzione dal 1945 al 1990, collegava il settore di occupazione sovietico con quello americano. Era utilizzato solo da militari, diplomatici e cittadini stranieri in visita a Berlino Dopo la riunificazione, il punto di controllo venne abbattuto, tranne il museo del Muro, che fu sempre un richiamo turistico, dove si potevano vedere, attraverso quadri, oggetti e fotografie, i vari tentativi di fuga ideati dai cittadini della Germania Est. Il muro conferiva a Berlino Ovest un'atmosfera particolare: il settore Ovest era diventato un'isola in mezzo alla Germania Est. Negli anni '70-'80, il governo di Berlino aveva messo a punto una politica particolare per incentivare sia tedeschi che stranieri a vivere a Berlino. Nonostante il suo isolamento, era una città che offriva cultura e divertimento e credo che quasi tutti i popoli del mondo vi fossero rappresentati e dunque c'era la certezza di poter fare sempre degli incontri interessanti. Per chi amava la natura c'erano laghi, isolette e grandi parchi dove fare delle bellissime passeggiate. Il Muro di Berlino ebbe ovviamente un forte impatto emotivo, sociale e culturale, non solo sui cittadini di Berlino o della Germania, ma anche nel resto del mondo. Al momento della sua erezione, il 13 agosto

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1961, il muro separò, apparentemente per sempre, famiglie e amicizie, lasciando entrambe le metà della città, dopo l'incredulità iniziale, nello sconforto e nella disperazione. Una delle cose che facevo per degli amici tedeschi era quella di portare oltre frontiera cose tipo asciugamani, lenzuola e tovaglie in cotone e piccoli oggetti che potevano servire in cucina. Ogni volta che arrivavo a Berlino Est mi prendeva una grande tristezza, per ogni cosa che si doveva comprare bisognava fare la fila, che iniziava già alle 5 del mattino per poter acquistare il pane. Berlino Est era una città con un'illuminazione molto povera, tant'è che quando si arrivava in aereo la sera si vedeva in modo netto la differenza tra le “due Berlino”. Non avrei mai pensato di vedere cadere il muro di Berlino, perchè quando passavo la frontiera potevo osservare l'astio che i VOPOS (i poliziotti della DDR) avevano nei confronti dei cittadini tedeschi della Germania Federale e in cuor mio ero certa che una riappacificazione non sarebbe più stata possibile. Invece, la caduta del muro ci insegna che non bisogna mai desistere malgrado le difficoltà e, soprattutto, mai perdere la speranza. Antonella Franchino Colaboradora.


Entrevista

Sebastião Nunes Sebastião Nunes nasceu em Bocaiúva em 1938. Veio para Belo Horizonte aos 15 anos, onde cursou Publicidade e Direito. Tem onze livros de poesia experimental, um de ensaios e três de ficção. Como ele mesmo diz, sua obra é intersemiótica: nela diversos campos artísticos fundem-se, unindo e ampliando o significado de texto e imagem. Seus escritos são brincalhões e irônicos, satíricos e parodiais. Mesmo assim, pungentes, principalmente quando criticam a hipocrisia da sociedade atual. Ultimamente tem se dedicado à editora de livros infanto-juvenis que fundou, a Dubolsinho. Também ingressou no universo da literatura infantil como autor. Carpe Diem - Quando e por que você começou a escrever? Tião - Eu comecei a escrever muito cedo, com nove anos. Nasci numa cidade muito pequena onde a gente tinha realmente poucas opções: ser médico, engenheiro ou padre. Peguei o gosto pela leitura com meu pai, que lia muito, e fui desenvolvendo o gosto para escrever. Com 15 anos eu já estava tentando fazer um romance. Se eu tivesse tido outras opções, nascido em Belo Horizonte, por exemplo, eu muito provavelmente seria outra coisa, talvez piloto de avião, adoro a idéia de ficar lá em cima, pra lá e pra cá.

Teve algum momento crucial em que você decidiu largar definitivamente a publicidade para se tornar escritor profissional? Eu larguei a publicidade definitivamente cinco vezes. Naquela época, quem trabalhava como publicitário era pretendente a escritor ou a artista plástico, e estava lá só para ganhar dinheiro, a gente trabalhava o mínimo possível. Logo no primeiro ano de estágio eu entrei num concurso de crônica de uma farmácia daqui de Belo Horizonte, e ganhei. Não era bom desenhista, era vagabundo, então me passaram para a redação. Na época tinha pouca fronteira entre as áreas, então as minhas possibilidades como redator eram ser publicitário ou

jornalista. Eu pensei bem nas hipóteses, e jornalismo é uma coisa muito sacana. Você tem liberdade até certo ponto, mas tem que ir pra redação todo dia, tem prazo a cumprir, matéria a concluir. Na publicidade você vende porcaria, mas tem que trabalhar basicamente só quinta e sexta. Não tinha jeito, ia ter que vender ou idéia ou produto e vender idéia é bem pior, então continuei na publicidade. Dentro da agência eu tinha muito tempo pra pensar e pra ler, mas nunca consegui escrever lá dentro. Depois de alguns anos a matriz da segunda agência em que trabalhei desse jeito descobriu que a filial era altamente deficitária, porque a gente não fazia nada, e resolveu fechá-la. Fui mandado embora, e com o dinheiro

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Entrevista eu fiquei pela primeira vez praticamente um ano à toa: eu pintava, fazia charge, escrevia teatro, escrevia contos e fotografava. Eu queria, mas era muito cético quanto a ser escritor profissional. Eu tinha uns poemas compridos, sem personalidade, que eram uma mistura de Drummond, João Cabral de Melo Neto. Quando abriram um concurso de poemas e contos na Faculdade de Direito, mandei um de cada para lá. Ganhei os dois. Foi um escândalo. Eu conheci muita gente e foi aí que defini meu caminho, Murilo Rubião me deu muito apoio. Nesse ano eu tinha feito uma exposição de poemas ilustrados com pinturas feitas com pastel, nanquim e cola de borracha sobre cartão. Vendi todos, e me deu um estalo: por que não juntar tudo? Descobri meu caminho, que é a poesia que eu chamo de intersemiótica: é a poesia que tem palavra, imagem; tudo misturado, uma levando à outra, outra brigando com uma. Assim fui fazendo tanto a poesia quanto a prosa. O momento em que você produziu mais foi o ano que você passou à toa. O 'atoísmo' é fundamental para a criação? Sem dúvida alguma. O próprio Newton descobriu a lei da gravidade quando estava à toa, passando um tempo na fazenda. Os insights da criação dependem de tempo livre, pra ser artista você precisa de estar à toa.

paródias, sátiras, paráfrases, etc são sempre no mesmo estilo de texto e imagem.

História do Brasil (2000)

“É muito mais fácil pegar um autor clássico consagrado do que procurar um autor novo e descobrir qual é o recado dele. E é isso que acontece dentro da universidade e dentro da imprensa. Elas ficam bitoladas nos velhos cânones dos escritores consagrados, têm preguiça”

A apropriação, quase como um antropofagismo, de elementos de outros autores é importante, nem que seja para parodiar? Não. A gente só podia dizer 'eu sou escritor' quando conseguisse criar um estilo próprio, quando conseguisse fazer poemas que não precisassem de assinatura para serem reconhecidos. Mesmo as minhas

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Somos Todos Assassinos (2000)

Esta mistura de formas artísticas diferentes foi novidade na época em que você começou. Mas hoje vê-se isso muito frequentemente ainda que muitas vezes seja mal feito. É esse o caminho que a literatura e a arte em geral vão seguir daqui pra frente? Eu não sei. Na verdade, o grande movimento responsável por essa mistura foi o Dadaísmo, que apesar de ser super sério permite criar o que se quiser. E se tem um movimento de vanguarda que não morreu até hoje é justamente ele, porque é sempre renovado, extremamente aberto - como o universo, em constante expansão. O Dadaíimo é a liberdade pura, é a arte na forma mais pura possível. Logo após o Concretismo começaram a pipocar as poesias visuais, e o problema da mistura das coisas é que, depois de certo tempo, fica tudo fácil. Hoje está tudo muito fácil, criou-se um problema: ou você se torna extremamente banal ou se torna extremamente bom no que faz. Com literatura experimental fica ainda mais difícil, porque não tem editora. E eu sabia disso, por isso eu precisava de uma profissão para ganhar dinheiro. Mas eu queria ser experimental como sou até hoje. Os livros que você mandou para grandes editoras foram todos recusados. Não vale a pena, a maioria das editoras privilegia os nomes conhecidos e cria um círculo vicioso: publica um autor conhecido, porque ele vende, e não publica um autor novo, porque ele não vende. O mercado não se renova. As editoras pequenas, por sua vez, como não têm autores consagrados, procuram os


Entrevista autores menos conhecidos. É essa a sorte que nós temos na Dubolsinho, poder escolher bons autores desconhecidos.

Sua última poesia foi publicada em '89. Você parou de escrever em versos ou só de publicar? Parei de escrever. Eu estava começando a dar voltas em torno de mim mesmo, como se eu estivesse mordendo meu próprio rabo, estava me repetindo muito. Eu quero que cada livro meu seja o máximo possível diferente do outro, ainda que dentro do mesmo estilo. É difícil, tanto que este foi meu último livro adulto e já saiu com muito custo. Eu estou gostando muito de trabalhar com editora, descobrir autores.

Você começou a escrever e editar literatura infantil. Por quê? Pela liberdade? Eu não gostava de literatura infantil, porque é muito difícil encontrar um escritor infanto-juvenil que tenha consciência da qualidade literária que pode ser obtida através de escolhas diferentes; a maior parte deles é formada por gente que não conseguiu escrever pra adultos. Nós procuramos sempre autores que saibam escrever bem, e de preferência que tenham trânsito em literatura adulta, por terem maior consistência. Acho que até agora nós temos conseguido dosar bem. Falando em escritores, você tem algum preferido? Claro que tenho! Se eu fizesse um cânone pessoal, teria uns 50 autores. Desses 50, releria permanentemente uns 10. Borges é muito bom, Dostoievski eu releio quase todo ano. Mas preferidos mesmo, só tenho dois, o Alberto Camus e o James Joyce. Quem é bom, atualmente, tanto entre consagrados quanto entre os emergentes? Consagrados tem muitos, é difícil falar de um ou de outro sem ofender alguém de quem eu me esqueça. O maior poeta vivo é Augusto de Campos, o maior cronista brasileiro é o Afonso Soares. Entre os ficcionistas tem o Sérgio Sant'Anna, o Ivan Ângelo, o Jaime Gouvêa... Da geração mais nova, nós temos um que eu acho que está acima da média: o André Sant'Anna, um cara jovem, que vende pouco, mas já publicou muito. Complicado de ler também, porque ele escracha todo mundo, além de ser experimental.

O que você espera do leitor? Que se identifique com o que lê, que goste, que dê risada às vezes, que concorde com as críticas ? Sebastião Nunes - Omar Freire para ‘O Tempo’

“Parei de escrever. Eu estava começando a dar voltas em torno de mim mesmo, como se eu estivesse mordendo meu próprio rabo” Eu costumo dizer que gênio na literatura brasileira só teve um: Guimarães Rosa. Você também escracha bastante. Por quê?

Que ele, lendo, procure gostar, ou pelo menos entender - tem algumas coisas bastante complicadas, por serem experimentais. Por isso eu não sou e não quero ser um best-seller. Por grande parte das pessoas a arte experimental não é considerada arte. Você acha que isso se deve à falta de informação? Não vou dizer por ignorância, mas por comodismo. É muito mais fácil pegar um autor clássico consagrado do que procurar um autor novo e descobrir qual é o recado dele. E é isso que acontece dentro da universidade e dentro da imprensa. Elas ficam bitoladas nos velhos cânones dos escritores consagrados, têm preguiça. Amanda Bruno 2º Liceu

É tudo uma grande brincadeira. Seguindo a veia dadaísta, literatura é brincadeira. E eu acho a sátira uma forma muito rica de poesia, então a gente tem que pegar uns pra Cristo.

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Clinamen

Estava cansada. Havia acabado de me sentar, àquela mesa do aeroporto. Eram quase três horas de minha casa para lá. Os ônibus estavam todos lotados, e aquele calor infernal invadia minhas artérias e minhas narinas e meus poros... Era insuportável ficar ali, naquele sol, por muito mais tempo. Felizmente, o aeroporto tinha um bom ar condicionado, sombras irresistíveis, e águasde-coco fresquinhas. Não demoraria muito, e o vôo de chegada logo estaria aterrissando na pista que eu via da grande janela de vidro obviamente bem revestido. Depois de alguns instantes, eu sentia como se tivesse nascido para aquilo: esperar numa cadeira de aeroporto, nas minhas vestes neutras, calças largas, camisa branca, um ar intelectual extra dotado aos óculos de aro largo e aos cabelos arrumados de lado, cacheados loiramente num curto pouco armado. Eu tinha nascido para esperar por ela... E morreria para não vê-la partir. Bem provavelmente, eu estava com algo de muito errado, ou de muito certo. As pessoas que passavam me observavam como se quisessem saber se eu as procurava, ou se era eu quem elas procuravam. Até que, numa das

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filas de saída, com sabe-se lá quantas malas nas mãos, vejo alguém deliciosamente familiar caminhando, num jeito um pouco atrapalhado de precisar carregar tudo. Tive vontade de ir até lá, ajudar, ou atrapalhar, mas meus olhos não queriam sair de lá, repousando ambos em seus cabelos longos, nos seus cachos castanhos, nos seus olhos castanhos tão óbvios, tão lindos, humanos, divinos... E ela ria da própria confusão, procurando alguma coisa, alguém, um foco objetivo para manter o olhar por alguns segundos antes de sorrir. Levantei-me daquela cadeira fria de algum tipo de metal, e dei alguns passos à frente, conseguindo enfim vêla por completo... Linda, na sua altura ideal, como se fosse feita por engano com uma pitada a mais de perfeição acidental. Seus óculos singelos davam-lhe um ar ainda mais comum, até que ela os tirou, apressada, como que quisesse esconder o fato de que os usava. Parecia ter se arrumado, não era sempre que ela usava aquela combinação mais feminina, mais detalhista. Ela, que reclamava de ser desleixada, que sempre comentava seus descuidos, tão cotidianamente bem produzida que me fazia devanear... Ela finalmente olhou na minha direção, por acidente. E me viu, por acidente. Era o melhor acidente de nossas vidas. Camila Smid Colaboradora

Arte: Nicole Cook (There’s always more baggage) - www.deviantart.com/blisterlips

Soft is the way that we feel


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Bandeira dos meus antepassados Para o norte! Para o norte! Onde os meus antepassados tinham nascido Onde o mar é impetuoso e forte E os antigos deuses nuca foram vencidos. “Até a morte! Até a morte!” Gritam os guerreiros de uma nação, Onde o preto, o amarelo e o vermelho Unem a todos como irmãos. São terras que nunca foram dominadas, São terras cheias de esperança, São terras protegidas pela águia Que acolhe sobre as asas as suas crianças. Terras em que o lobo uiva e a ovelha escuta, Pois seu destino é certo, mesmo que escapem, Terras pelas quais homens livres lutam Terras pelas quais homens livres caem. “Para o gelo! Para o gelo!” Para as vastidões de ventos cortantes Onde os vikings ainda vivem Nos corações de seus habitantes. Onde canções pagãs ainda são cantadas, Nos levando a um mundo mitológico Entre trolls e florestas encantadas, Nos entregamos a um antigo deleite nórdico Onde com orgulho de norte a sul É hasteada uma única bandeira Onde o amarelo e o azul São amados por uma nação inteira. Guilherme da Silveira Ev 1º Liceu

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Clinamen AiBi.: uma associação amiga da criança

Escrevo para vocês com uma sensação de intimidade talvez imprópria, mas para mim inevitável. Egressa da Fundação Torino, escola que fez de mim parte do que hoje sou, penso se me estarão lendo o Vicente, o “bidelo” que me abraçava e perguntava se eu estava bem, inconformado com desculpas de mal sono, Giovanna, a professora de Artes que relevava minha inaptidão em favor de minha curiosidade, Giuseppe, que me colocava no devido lugar diante de minhas arrogantes pretensões filosófico-pueris, Tiziana, que provou grande talento para o Budismo ao me suportar no auge da préadolescência, Júlia, com uma ternura intrínseca, e tantos outros amigos que aí fiz e que tanto me acolheram. E por que me enfiei no meio dessa história? Porque falo aqui de acolhimento. E é de acolhimento que vou continuar falando. Trabalhando no Brasil há mais de vinte anos, a Ai.Bi., Amici dei Bambini, é uma ONG italiana que nasceu como um movimento de famílias adotivas, que buscavam, na troca de experiências pessoais, apoio ao lidar com questões próprias do acolhimento infantil, mais especificamente, no tocante à adoção internacional. Hoje, trabalhando em mais de 30 países em todo o mundo, a Amici dei Bambini faz trabalhos de cooperação internacional a favor de crianças em abrigos e distanciadas do contexto familiar. A associação tem um foco muito preciso de atuação: o abandono infantil. A solução para o abandono, identificada pela ONU como a quarta emergência humanitária mundial, é só uma: o acolhimento. O abandono representa uma emergência para a criança, porque, do ponto de vista psicológico, a vida, longe do calor da família, não cria laços afetivos

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primários, dificultando posteriores relacionamentos. A dolorosa consciência de não pertencer a ninguém pode determinar o surgimento de patologias psíquicas de várias naturezas. Do ponto de vista sociológico, a criança não acolhida em família corre um maior risco de desenvolver comportamentos antisociais e de tornar-se mais vulnerável, um adulto socialmente problemático. Do ponto de vista jurídico, falamos de um abuso “indireto” que se configura toda vez que venham a faltar os cuidados elementares de que uma criança necessita para crescer. Portanto, ganha terreno a tese de que são abusos não somente os atos, mas, também, as carências afetivas e educativas. Em Minas Gerais, a ONG trabalha há mais de vinte anos e, atualmente, faz trabalhos de reinserção familiar num abrigo bastante carente da cidade de Santa Luzia, Aconchego do Céu, e nas casas da Ação Social Obreiros Mirins, a ASOM, que administra 13 abrigos em BH, onde vivem cerca de 120 crianças. Em nossa cidade os trabalhos começaram há pouco tempo. Em vista do saída do abrigo e do acolhimento familiar, os passos tentados, através do trabalho de uma equipe técnica psicossocial e de apoio jurídico, em ordem prioritária, são os seguintes: reintegração na família de origem; integração na família extensa (parentes, vizinhos..); inserção em família substituta (adoção nacional). Paralelamente ao trabalho com os abrigos, a Ai.Bi. Amici dei Bambini é uma entidade autorizada para a adoção internacional, o que significa ter legitimidade jurídica, segundo os pressupostos do tratado internacional da Convenção de Haia, para fazer adoção internacional no Brasil e em outros países que também assinaram tal tratado. A adoção


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internacional é uma excelente “carta na manga” como solução para o abandono, isso porque, como já prevê o Estatuto da Criança e do Adolescente, funciona como instrumento subsidiário a todas as outras alternativas de acolhimento, ou seja, essa adoção somente será tentada quando todas as outras medidas de inserção em contexto familiar forem exauridas sem sucesso e efetivada junto a um órgão específico da Corregedoria dos Tribunais de Justiça, que aqui é a Comissão Estadual Judiciária de Adoção (CEJA/MG). Assim, a adoção internacional acaba por beneficiar sobretudo aquelas crianças já um pouco grandinhas ou com particularidades que as colocam em situação de difícil adoção no contexto nacional, pois a nossa cultura é extremamente restritiva quanto aos critérios dos perfis das crianças adotadas (todos querem uma nenezinha recém-nascida, branquinha, que não tenha irmãos etc). A Ai.Bi. - Amici dei Bambini, desde 2000, submete voluntariamente seu balanço econômico à revisão e certificação da sociedade Reconta Ernst & Young. Em 2002, a Associação foi premiada com o “Oscar de Balanço” na categoria “Cooperação ao Desenvolvimento”. Em 2003, esteve entre as cinco finalistas do Oscar Absoluto Sem Fins Lucrativos. Em 2005, venceu o Oscar de Balanço Sem Fins Lucrativos e o “Prêmio Especial” pela transparência e pela riqueza de informações. Ísis Ribeiro Pinto Ex-aluna e Assistente de Coordenação Ai.Bi./MG

Teaching Then said a teacher, Speak to us of Teaching. And he said: No man can reveal to you aught but which already lies half asleep in the dawning of your knowledge. The teacher who walks in the shadow of the temple, among his followers, gives not of his wisdom but rather of his faith and his lovingness. If he is indeed wise he does not bid you enter the house of his wisdom, but rather leads you to the threshold of you own mind. The astronomer may speak to you of his understanding of space but he cannot give you his understanding. The musician may sing to you of the rhythm which is in all space, but he cannot give you the ear which arrests the rhythm, nor the voice that echoes it. And he who is versed in the science of numbers can tell of the regions of weight and measure, but he cannot conduct you thither. For the vision of one man lends not its wings to another man. And even as each one of you stands alone in God’s knowledge, so must each one of you be alone in his knowledge of God and in his understanding of the earth. Trecho do livro ‘The Prophet’, de Kahlil Gibran Selecionado por Jaime Quintão Professor de Inglês

Para ser um voluntário amigo da criança, ligue: 3309.2416 9789.1336 (Ísis) 8479.3201 (Alice) Ou escreva para a gente: minas@aibi.org.br Adocaominas@aibi.org.br

Arte: Mateus Portugal (Look! Follow me)

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Clinamen Novescola Escola Alternativa

Sabemos que a escola nos moldes atuais e tradicionais não é exatamente interativa. Em alguns casos, ela se torna enfadonha e pouco útil. Estudar três, quatro vezes as mesmas matérias, fazer cálculos abstratos (e sem sentido) não é o sonho de ninguém. Não que a escola tenha que ser um sonho, mas algumas idéias podem torná-la mais atrativa e eficiente: - Para começar, os tradicionais horários de 50 minutos me parecem um excesso. Mais curtas e mais resumidas, essa é a idéia que proponho. - O método de ensino de muitos professores: ler e fazer exercícios não prende a atenção de 'quase' ninguém. “Professores-máquina” desencentivam até os mais estudiosos. Por que não mais debates em Geografia e História, filmes relativos à matéria em Português e conversação em Inglês? - Aulas ao ar livre podem ser a solução em matérias como Biologia. Não precisa ser sempre; primeiros e últimos horários são ideais pra esse tipo de coisa. - Professores e 'educadores', chega de repetir matéria. Todos se desanimam ao ver a mesma matéria pela milésima vez. Vocês devem desistir dela no fundamental, médio ou superior. Escolham! - Em troca de algumas aulas, proponho aulas práticas: mecânica, robótica, culinária, teatro e cinema são algumas propostas. - Semanas de prova são cansativas e o terror da maioria dos alunos. A solução é simples: espaçar mais os dias entre uma prova e outra. No máximo duas provas por semana. - Falta um direcionamento dos alunos segundo suas aptidões. Para cada tipo de aluno, uma carga horária diferente focando no que ele é melhor e leva mais jeito. Na hora de escolher um curso na universidade vai ser muito mais fácil. Com isso, resolveremos outro problema, o do tamanho das salas. ALERTA! Não se iluda!. É quase impossível alguma dessas idéias ser acatada. Portanto, se prepare: aulas entediantes, semanas de prova e matérias inúteis continuarão reinando. Francisoco Bignotto 1º Liceu

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Arte: Benjamin Courtel (Utopia)

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“ u nunca pude te contar. Mas, no meio desse hiato enorme entre a gente, eu te vi uma vez. Você não me viu, lógico. E melhor que assim tenha sido, porque, de certa forma, eu escolhi que não me visse. Algum ponto da República Argentina. Algum dia da primavera do ano passado. Eu não sabia o que estava fazendo a 500 quilômetros de casa, eu só fui o mais longe que eu podia ir, então, não é justo me perguntar o que eu fazia exatamente naquela rua, naquele tubo. Então, a duas esquinas dali, você, ou supostamente você, surge duma rua que cruza a avenida. Eu sabia que era você, porque era o mesmo sapato, a mesma bolsa da última vez em que ficou na minha frente. Mas sabia que era você, porque ninguém mais ia brilhar tanto no meio daquela calçada suja. E mesmo que não fosse assim. Que vestisse roupas completamente diferentes, que nunca vi em você, que pintasse seu cabelo e se mudasse inteira, eu ia saber que era você. Se cada esquina daquela cidade tem seu cheiro, se as paisagens têm sua cara e a água seu gosto, eu sentia esse cheiro tão forte, que me virava bruscamente, como se um ímã me puxasse, e lá era

você, ainda mais linda do que quando foi embora. E não foi por vergonha que não parei tudo que ia fazer, pulei aquela catraca e corri atrás de você. Meu rosto espantado, com a visão embaçada te mirando de longe com meu corpo apertado contra o vidro era uma visão muito mais patética do que se te seguisse, como num filme. Foi por medo, não só medo de que fugisse de mim literalmente, mas medo de estragar aquela cena, te distrair, enquanto risonha você reinava sobre aquela rua malcuidada. Como um fotógrafo que não interfere na cena, só me sobrou te ver de longe, enquanto timidamente cantava There She Goes baixinho, com os olhos cheios d'água e me perguntando como você estava enquanto te assistia ir embora." Luiz Freitas Colaborador thenorthpolestar@gmail.com

Foto: Alexandre Fonseca

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Opinião

Una teoria anarchica É piú valida la teoria di un astrofisico contemporaneo o quella di un antico astrologo mesopotamico? Possiamo dire che la terapia di un medico occidentale di oggi sia in assoluto migliore che quella di un guaritore indio? Un chimico moderno é sempre piú affidabile di un alchimista medievale? E l´analisi di un biologo ha un valore conoscitivo maggiore che l´intuizione di un poeta, la visione di un profeta o la trance di uno sciamano? Tra gli epistemologi, i filosofi, cioé, che, a partire dal 1600, riflettono sulla 'scienza' (in greco episteme) sono molti quelli che rispondono che sí, senz´altro il sapere ottenuto applicando il 'metodo scientifico' sia superiore a quello dedotto da presupposti conoscitivi e metodologici differenti. La fisica, la chimica e la biologia, basate sulla corretta osservazione e sulla matematizzazione della realtá, consistenti in ipotesi verificabili (o piuttosto falsificabili, corregge K.Popper) sperimentalmente, sarebbero dunque forme di sapere superiori a tutte le altre. Questa posizione é quella che, tipicamente, tra l´Otto e il Novecento, viene dfesa dai positivisti e dai neopositivisti. Costoro, peró, nel corso dell´ampio ed approfondito dibattito epistemologico che si svolge per tutto il Ventesimo secolo e fino ai nostri giorni, trovano un gran numero di oppositori che, con diversi argomenti e da diverse prospettive filosofiche, difendono le ragioni del 'sapere non scientifico'. Tra questi ultimi, le idee di Paul Feyerabend (esposte, ad esempio, nel suo Dialogo sul metodo, del 1989) hanno un rilievo particolare, rappresentando una delle sfide piú profonde alla pretesa di elevare il 'sapere scientifico' sulle altre forme di conoscenza. Il discorso di Feyerabend e naturalmente la discussione filosofica piú generale all´interno del quale esso si inserisce é molto piú vasto e complesso di quanto qui possa essere anche solo accennato. Mi sembra che, peró, in questo spazio, possa essere interessante parlare di uno dei suoi principali argomenti a favore delle forme di sapere 'pre', 'para' o 'antiscientifiche'. Un´idea fondamentale del filosofo austriaco é che qualsiasi teoria su questo o quell´aspetto della realtá fa parte della (e dunque ha senso nella) piú generale visione del mondo condivisa dagli uomini di una determinata epoca e contesto geografico. Il 'mondo' consiste di una serie di imput che possono essere recepiti, ordinati e interpretati in moltissimi modi. Nei diversi momenti e ambienti in cui si svolge la

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storia della razza umana, c´é sempre un modo prevalente, condiviso (ma, attenzione, non 'scelto') da tutti gli appartenenti a quel dato contesto. Un romano del tempo di Giulio Cesare, un abitante attuale di New York o un indio Guaraní del 1499 non é che semplicemente abbiano teorie diverse sul mondo, ma piuttosto 'vedono', 'apprendono' cose diverse della realtá. Si tratta di una situazione simile spiega Feyerabend a quello che succede per le 'immagini ambigue': nel riquadro qui a lato, alcuni di noi vedono una vecchia donna, altri una giovane signorina. É chiaro che se dovessimo fare analisi e teorie su quello che vediamo, ognuno di noi le fará in base al proprio modo di vedere l´immagine. Chi vede la vecchia penserá e dirá alcune cose; chi vede la giovane dirá cose completamente diverse. Ora é questo il punto cruciale non avrebbe nessun senso mettere in relazione le teorie degli uni e degli altri, e dire che, ad esempio, quelle basate sulla visione della giovane sono migliori di quelle di chi vede la vecchia. I due insiemi di teorie sono fra di loro 'incommensurabili': non misurabili, cioé, attraverso lo stesso metro. Né ha senso, ovviamente, confrontare e fare classifiche sui due fondamentali modi di vedere l´immagine in esame: non possiamo dire che la visione della vecchia sia un modo di vedere superiore o inferiore a quello di chi vede la giovane. L´intera realtá, secondo Feyerabend, é una sorta di immagine ambigua, in cui gli uomini, a seconda dell´ambiente, della civiltá in cui nascono, potranno vedere questa o quella tra un´infinita gamma di possibilitá. Un´altra famosa similitudine con cui Feyerabend spiega il suo pensiero é quello dell´osservazione attraverso un microscopio elettronico: la prima volta che guardiamo un´immagine ampliata un milione di volte non capiamo nulla, non riusciamo a distinguere nulla delle strane forme che ci appaiono, e ci sentiamo completamente disorientati. Ma se c´é qualcuno che ci insegni a guardare, allora, dopo un po´ di tempo, riusciremo ad individuare qualcosa, a distinguere una cellula da una molecola, a vedere le differenze tra diverse molecole, a comprenderne le dinamiche. Alla fine, di fronte alla schermata del microscopio, ci 'sentiremo a casa', riconosceremo immediatamente e avremo un nome per qualsiasi segno o sfumatura di quello che vediamo. Ma é possibile ipotizzare che se, fin dall´inizio,


Opinião

della conoscenza avessimo una guida che ci desse una chiave di lettura completamente diversa degli oggetti che osserviamo, che ci insegnasse una maniera del tutto differente (e peró, in qualche modo, coerente) di comprendere le figure di fronte a noi, alla fine, dinnanzi alla stessa immagine che il biologo moderno legge in un certo modo, noi vedremmo, capiremmo e diremmo cose completamente diverse. E infine (infine per questo articolo, perché Feyerabend propone molti altri suggestivi esempi per illustrare la propria idea) possiamo pensare a un uomo che camminando arrivi sulla cima di un monte da cui si gode di una vista straordinaria e sublime: i sentimenti da lui vissuti in quel momento (sentimenti che si presentano come un materiale grezzo e caotico, corrispondente alla prima visione di un´immagine al microscopio) saranno da lui ordinati e interpretati in un modo del tutto diverso se nella sua educazione primaria (quella ricevuta, fin da bambino, dall´ambiente in cui é cresciuto e che ha formato il suo modo fondamentale di vedere le cose) sono presenti o meno riferimenti teistici. Nel primo caso egli 'riconoscerá' molto di quello che vede o che sente come un segnale divino, troverá un certo tipo di ordine nelle cose e dentro di sé, si orienterá in un determinato modo nella tempesta emozionale che sta vivendo. Nel secondo caso la sua lettura della situazione sará del tutto diversa: alcuni dei suoi imput interni forse saranno trascurati o rimossi; altri avranno invece un peso molto maggiore; tutto sará interpretato in modo completamente differente rispetto al primo caso. Ma in tutti questi esempi: non é possibile dire che in assoluto un modo di vedere le cose sia migliore di un altro (é esattamente l´idea dell´assenza di principi da cui giudicare le diverse visioni del mondo a fruttare a Feyerabend il titolo di 'anarchico epistemologico'). E dunque, di conseguenza, tutte le teorie e le pratiche che nascono in seno all´uno o all´altro dei molteplici modi possibili di vedere e intendere la realtá, lungi dal poter essere classificate come migliori o peggiori, non possono neanche essere messe in relazione tra loro. La cura di un guaritore indio puó non aver senso per noi, che vediamo la realtá in un certo modo, ma senz´altro ne ha nel contesto in cui vivono gli indios; per i quali, viceversa, una terapia che per noi é efficace, probabilmente sarebbe inutile. “Oggi un genuino profeta ebreo sarebbe ritenuto pazzo dai newyorkesi”, afferma Feyerabend. Mentre al suo tempo e nel suo contesto era considerato un

saggio e un illuminato. Anche il nostro modo attuale di vedere le cose, impostosi in Occidente a partire dai secoli XVI o XVII, forse tra due o trecendo anni sará del tutto superato, ed una teoria che a noi ora sembra logicissima ed utilissima, allora potrebbe essere considerata una pura assurditá. Tra le molteplici conseguenze di questo modo di pensare di Feyerabend ci sono almeno due insegnamenti che potremmo registrare qui: per prima cosa, non é mai il caso di sottovalutare o disprezzare le forme di conoscenza diverse dalla nostra, né di ritenere che il nostro modo sia in assoluto piú valido di altri. É solo il modo prevalente tra noi, quello che ci convince e forse anche ci piace di piú, ma non é l´unico, né il piú valido: “l´uomo dell´etá della pietra era giá un homo sapiens pienamente sviluppato, aveva di fronte problemi tremendi e li risolse con grande ingegnositá”, dice Feyerabend. Non c´é motivo, d u n q u e, p e r r i t e n e r c i p i ú i n t e l l i ge n t i o epistemologicamente migliori che gli uomini di qualsiasi altra epoca o luogo negli ultimi 50.000 anni. In secondo luogo, potrebbe essere un esercizio interessante, per tutti coloro che non si sentono perfettamente soddisfatti o a proprio agio nel modo attuale di vedere le cose, fare lo sforzo di provare a vedere le cose in un modo diverso, cercando di capire quello che vedevano o vedono uomini di altri tempi e altri luoghi, o anche tentando di leggere le cose in un modo in cui nessuno ha ancora fatto, provare a individuare altre forme e altre logiche di comprensione della realtá. Potrebbe succedere che, improvvisamente, la vecchia signora che abbiamo imparato a riconoscere fin da quando siamo nati, su cui siamo stati da sempre abituati a ragionare e discutere sparisca, e compaia la giovane... Giuseppe Ferraro Professor de História e Filosofia

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Poesia

Meiguices de pensar 1-O barulho das patas da cachorra, à noite, no chão do atelier. 3-O ruminar do boizinho na paisagem. 4-Vento nas bandeirinhas de Volpi. 5-O cheirinho quente de Leonora dormindo. 6-Os dedos de Kico, digitando. 7-A voz ao interfone “Alexandre”. 8-Os sapatos brancos da enfermeira, no hospital. 9-A janela iluminada é da casa de um poeta. 10-O gato morto, inchado, flutuando no ribeirão. 11-Minha tristeza quando a tartaruga verde faleceu. 12-Ou quando meu avô morreu. 13-Alguém se lembra do 0rgulho da galinha? Do cheiro quente dela? Alegria no ninho, dentro do barracão. 14-Queria ser galinha, mas não sou, não.. 15-E a ninhada linda de gatinhos no meio da bananeira, em pleno carnaval? 16-Os olhinhos deles: verdes. 17-Meus olhos olhando para eles, encantados e escuros. 18-Doce nostalgia da pornografia. Até que era bacana namorar aquele sacana.

Camarões da Vida Se tira a casca pra comer; Se pega a cabeça; Se tira do corpo; Se abre as vísceras; Se fecha. Se corta, se abre; Se morta... Se come Mateus Portugal Jorge 3º Liceu

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19-As mangas douradas caem no telhado e quebram as telhas encantadas. 20-O ruído da máquina de escrever Lettera 22 De minha mãe Em noite febril de catapora Chás, pomadas e Veramom. 21-Acordar e procurar ninhadas verdes no bananal. 22-Ouvir o pai sorver o chá e a mãe a reclamar. 23-Sentar ao sol no corador comer melancia, fumar chuchu e tontear. 24-Gravuras de sabão, no chão, mostram roupas já passadas. 25-Cheiro de sol, vento, sabão português, camisas camisolas toalhas higiênicas e limpos lençóis de anil e goma. Ninguém, então, estava em coma. Selma Weissmann Colaboradora


Ímpeto Eu, que fatigada do meu próprio íntimo, sinto o desvão entre o corpo e a alma. E se cada lágrima minha te serves de deleite, não te surpreendas ao alcançar o apogeu de teu prazer, quando no antro de minha depreciação me encontrares. Já não temerei mais abster-me de minha existência e, resignadamente, aos teus braços gentis me entregarei sem um som sequer proferir. Que se faça jorrar o escarlate de meu sangue, deixando apenas reminiscências e melancolias de um coração, que um dia por ímpeto, sorriu ao alvorecer da aurora.

Arte: Mateus Portugal - Mulher-Camarão

Poesia

Jade Toledo Marra 3ª Média A

Na doce clareza Da foto desfocada, Sorri sua beleza Despreocupada Alexandre Fonseca 3º Liceu

Arte: Alexandre Fonseca - Light Painting de Ígor CARPE DIEM

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Perfil

Daniel Nunes Daniel Nunes é um músico belohorizontino. Começou a tocar por influência do tio, e aprendeu bateria assistindo aos ensaios dele. Com 15 anos montou sua primeira banda, mas só chegaram a tocar covers. Não muito depois começaria a tocar músicas mais experimentais, e logo chegaria ao instrumental que toca hoje. Sempre tocou pelo gosto, nunca pela obrigação, o que se reflete em suas músicas, compostas a partir de improvisos em uma sala carinhosamente apelidada de 'Petit Chambre' (ou pequena sala, em francês) e que vão esticando o fio de humor a cada novo momento, enchendo o ouvinte com um calor interno inexplicável, talvez porque a via de regra dos improvisos é que todos têm sempre que gostar do que está acontecendo, quem achar que aquele som já se prolongou tem total liberdade para começar novos sons ou jogar novos humores na música. Enquanto compõe, Daniel tenta sempre fazer coisas diferentes das que já tenha feito, tenta nunca se repetir, gosta de estar em constante mutação. Adepto de intervenções eletrônicas em suas músicas, aprendeu com a necessidade a criar efeitos, com equipamentos bastante amadores, e até hoje aprende coisas novas, a depender da necessidade e do humor que quer colocar na música, com a diferença que os equipamentos à disposição hoje são bem melhores do que aqueles dos que dispunha no começo. Daniel faz parte do cenário independente, e é lá que busca o que tem vontade. Para ele, tem bastante coisa acontecendo no Brasil, a tecnologia abriu espaço para muitas novas bandas, além de facilitar a divulgação do som e proporcionar aos músicos a gravação de CDs em casa com qualidade profissional. Assim pode comercializá-los a preços baixos, pelo simples prazer de fazer com que a sua música seja escutada pelo maior número de pessoas possível. Atualmente, Daniel Nunes toca bateria na banda Constantina.

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Audição recomendada: Constantina 01 Porque Sim 02 Treinando Para Ser Chuva 03 Depois da Euforia 04 Magnólia 05 O Que o Momento Não Diz 06 Santa Rosalia 07 Tudo Possui Um Lugar 08 Ele Já Atravessou Todos Os Oceanos do Mundo


Perfil

Lise surgiu, como tantos outros surgiram e surgirão, de um projeto paralelo, mas ao mesmo tempo com um ar tão natural que mal pareceu trabalho. A idéia base foram experimentos sonoros, que ele desconhecia até então, e que inspiraram o nome, que ao mesmo tempo soa feminino, sutil, simples, e tem um significado nada condizente: ruptura... Ruptura com tudo o que já tinha feito, ruptura com o que faz... E o projeto é a simples vontade de inovar, experimentar novas idéias. Mas não posso simplesmente classificar Lise como uma banda, nem Daniel como um músico nesse caso... É muito mais. Daniel é um artista, que não apenas compõe as músicas, mas as molda com base em ambientes, idéias, imagens, tudo que inspire vida, como ele mesmo diz. Mas isso também não retrata fielmente o projeto: audiovisual, Daniel conseguiu emparelhar músicas e vídeos com uma naturalidade incrível: cada música, que no caso são momentos de experimentalismo, muitas vezes intervenções sonoras em ambiências, ambiências em intervenções sonoras, acompanha um vídeo feito por ele mesmo. São vídeos simples, que retratam o cotidiano, mas de uma forma diferente, imperceptível: o cotidiano aos olhos de um artista. 'E como UMA pessoa faz para se apresentar para um público?', você deve estar se perguntando. É bem simples a resposta. Sim, o projeto é só ele. Mas por que tem de ser sempre só ele? Por que não convidar outros músicos para

tocar? O importante é que esses músicos consigam captar o ideal do projeto e fundir-se a ele: 'que seja eterno enquanto dure'. E assim Daniel consegue manter seu projeto em constante (r)evolução, sempre se adaptando às vontades e necessidades que se apresentam. Daniel Nunes 2º Liceu

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Biografia

Ruffini, chi fu costui?

Arte de Fundo: Alexandre Fonseca

di grado superiore al quarto. A tale dimostrazione lavoravano da circa 250 anni matematici tra i più celebri, tra i quali Lagrange, e ciò spiega, forse, la freddezza con cui il lavoro di Ruffini venne accolto all’epoca della sua pubblicazione. Solo l’onestà intellettuale di un altro grande della matematica, Cauchy, permise che Ruffini vedesse riconosciuta, un anno prima della morte, l’importanza della sua opera. Del resto, Ruffini si preoccupava solo in parte del riconoscimento degli altri matematici, alle prese, com’era, con questioni filosofiche (pubblicò, nel 1806, il saggio “Dell’immaterialità dell’anima”) e, soprattutto, mediche. Personaggio integro, già si era distinto durante l’invasione francese (1796-1799) per la sua fedeltà al Papato, che gli costò le dimissioni dagli incarichi che deteneva presso l’università di Modena, e per aver rifiutato un incarico più importante presso l’università di Pavia, per non allontanarsi dalla propria clientela medica. Tale integrità lo portò, durante l’epidemia di tifo del 1817, a dedicare tutte le proprie forze alla cura dei malati, finché si ammalò egli stesso. Il recupero non fu mai totale e Ruffini morì nel 1822, nella città a cui diede tanto. Alessio Gava Professor de Matemática e Física

x² + 5x + 6

Per metter fine ad anni di speculazioni e dicerie circa l’identità del celebre matematico Paolo Ruffini, e sperando di non riproporre per alcuni il trauma subito allo scoprire che Babbo Natale non esiste, diremo subito che Ruffini esistette davvero, e mai lavorò alla Fondazione Torino… Medico, matematico e filosofo, Paolo Ruffini nacque a Valentano nel 1765 e morì nel 1822 a Modena, città nella cui università studiò e divenne in seguito professore e anche rettore. Il suo nome è indissolubilmente legato, per ogni studente di liceo, alla celebre regola per la scomposizione di polinomi, ma nella storia della matematica più importante è il teorema di Ruffini-Abel, dimostrazione parziale della irresolubilità algebrica delle equazioni

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= (x+2)(x+3)


Etimologia Tintim! Belo Horizonte é famosa, entre outras coisas, pelo número de bares que possui. Dizem que a relação de bares por habitante é a maior do país, por isso o lema “Se não tem mar, vamos pro bar.”. Com ou sem muitos atrativos, os botecos, como pontos de encontro de amigos ou refúgio para a solidão, continuam sendo o destino certo todos os dias para beber, comer (sem gastar muito), fofocar ou paquerar. Satisfazendo a gregos e troianos, estão espalhados pela cidade. A atração?! Uma cervejinha bem gelada, um chope, uma caipirinha ou uma dose da “mar vada” acompanhada de petiscos de sabores inusitados. E nos botecos as conversas fiadas ou os “papos cabeça” vão tecendo infinitas histórias. Mas de onde vêm essas palavras que integram esse universo? Era disso que eu deveria falar. Ainda dá tempo!

Bar: dizem que os bares foram inventados pelos franceses e popularizados pelos norteamericanos. Portanto, bar do inglês, barra, divisão de madeira, balcão elevado em que, antigamente, se serviam bebidas e refeições rápidas. Boteco ou botequim: vem do grego apothéche, através do latim, e significa pequena venda. A forma latina apotheka se transformou em bodega e botica, daí nosso boteco e botequim. Em outros tempos, as boticas vendiam principalmente medicamentos. Depois passaram a mantimentos e, por fim, a bebidas alcoólicas, mais lucrativas certamente. Cerveja: palavra de origem gaulesa, chamada "cerevisia”, provavelmente evocadora de Ceres - Deusa das Colheitas. A palavra cerveja encontrase no latim "cervesia" ou cerevisia, designação específica de bebida de cereais fermentada. Era já conhecida pelos sumérios, 7000 anos a.C..

Chope: cerveja fresca de barril. Na sua etimologia, o nosso chope não tem nada a ver com a palavra cerveja, tratando-se de uma unidade de medida originada do alemão schoppen, equivalente a cerca de meio litro. A palavra entrou para o português através do francês (chope), e chegou ao Brasil com a corte portuguesa em 1808. Cachaça: embora de origem controvertida, segundo Câmara Cascudo, a palavra cachaça provém do espanhol cachaza, que significa vinho de borra, espuma grossa proveniente da primeira fervura do caldo da cana-de-açúcar. O termo não pegou na Península Ibérica, mas chegou até nós com os portugueses, no século XVI. Nessa época, era também popularmente conhecida como jeritiba, jurutiba, geriba, piripita, termos ainda usados em alguns locais do Brasil. Tintim!! À nossa!! Lourdinha Professora de Português

Carpe Noctem Marquês Bar & Café

Jay Rama

A casa dos anos 50 em que funciona é deliciosa, os três ambientes (mesas na calçada, salão e mesas no quintal) são muito agradáveis. As janelas servem de moldura para os quadros pintados no muro externo; fotografias antigas, livros, cartazes de cinema, materiais de demolição e uma cadeira de barbeiro completam a decoração. É um dos poucos lugares em Belo Horizonte que, surpreendentemente, consegue manter o ambiente aconchegante mesmo dando destaque, diariamente, para a música ao vivo (quase sempre instrumental e de excelente qualidade). O cardápio é variado, sábado é dia de feijoada e samba de raiz. Sob nova direção, a casa está em constante melhora.

Lugar simples e pequeno, no fundo de uma galeria, mas com localização excelente. É uma ótima opção para derrubar a lenda de que comida vegetariana tem que ser sem graça: os pratos são deliciosos e originais. É o único restaurante vegetariano e indiano da cidade. Serve almoço das 11:30h às 15h, sempre com duas opções de prato, uma delas indiana, pelo menos. Lassi (suco à base de iogurte e frutas), dahl (caldo de grãos) e, muito frequentemente, naan (pão indiano achatado) acompanham os pratos. Durante o resto do dia serve açaí, sanduíches naturais e salgados integrais. Às quintas tem strogonoff, às sextas e sábados feijoada vegana.

Rua Marquês de Maricá, 56 - Santo Antônio (31) 3293-8256 Terça a sábado, das 18h30 à 1h30

Av. Getúlio Vargas, 1220 - Savassi (31) 3261-1890 Segunda a sábado das 9:00 às 18:00 Amanda Bruno 2º Liceu

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Carpe Diem Recomenda Livros F o t o g r a f i a s

Não foram poucos os críticos do “Romanceiro da Inconfidência” que disseram haver uma união entre história e literatura nesta obra de Cecília Meireles. De fato, ela narra os acontecimentos da Inconfidência Mineira, com foco naqueles cujos protagonistas foram os poetas árcades e o alferes Tiradentes. Para isso, porém, conta mais de um século da história mineira: o enredo se inicia na descoberta do ouro e vai até os últimos anos do século XVIII. O livro foi inspirado na tradição ibéricomedieval de narrar acontecimentos através de pequenos poemas cantados, fáceis de serem memorizados (pela musicalidade fluida obtida com rimas, ritmos, aliterações e assonâncias), os romances. No total, é composto por oitenta e quatro deles, quatro cenários e duas falas (que podem ser entendidas como prólogo e êxodo). C a d a ro m a n c e c o n t a u m e p i s ó d i o independente dos demais, apesar de muitos deles estarem em intrínseca relação, e tem um personagem principal. São curtos, embora seu conjunto seja abrangente: os fatos são colhidos em essência, de uma forma que faz leve a leitura, e estão presentes até elementos da cultura popular mineira. É surpreendente a versatilidade da poeta: sua habilidade permanece intacta no trânsito entre os mais diversos esquemas métricos, capazes de

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inconfidência

acentuar a carga emotiva de seus versos, intencionalmente. Usa tanto métricas ilustres, como tercetos de decassílabos em rima dantesca (na fala inicial), quanto populares, como as redondilhas. A linguagem e muitas imagens, porém, são típicas da poesia de Cecília. Os que não estão acostumados com ela podem ter dificuldade em visualizar claramente as cenas. Basta um pouco de prática, no entanto, para que as brumas se dissolvam e o leitor se torne expectador da história que se compõe sozinha, alheia a ele, à autora, aos conjurados. Mesmo o rico lirismo da obra é fotográfico: Meireles colhe como ninguém a condição humana e a reflete no texto, para instigar a reflexão sobre ela. Não por acaso, os três ciclos que integram a obra estão em ordem ascendente de valor: o ciclo do ouro, do diamante e, por fim, o da liberdade “essa palavra que o sonho humano alimenta, não há ninguém que explique e ninguém que não entenda”, como se fosse ela o último e desesperado desejo das Minas em decadência, o último e desesperado desejo de todo e qualquer homem. Como a própria autora disse, o “Romanceiro” não julga. Se assume nitidamente o lado dos revoltosos, é porque se faz porta-voz da memória coletiva. Amanda Bruno 2º Liceu

Across the universe

O filme Across The Universe é uma mistura de boas músicas, que deixam o enredo emocionante, a altas doses de psicodelismo. Jude e Lucy, o casal do filme, se conhecem quando Jude, o rapaz, sai de Liverpool para Nova Iorque querendo conhecer seu pai. Como era de se esperar, os dois se apaixonam e vivem vários conflitos com seus amigos, tendo como cenário o fim dos incríveis anos sessenta, que representa a guerra entre os E.U.A. e o Vietnã. O clímax do filme só surge quando Jude, revoltado com a revolução da qual Lucy participa, volta à

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cidade inglesa, ficando longe de sua amada que permanece em Nova Iorque e continua com seus ideais revolucionários. E o final, não menos emocionante, se deve todo a uma famosa música dos Beatles: Hey Jude. Enfim, se você conseguir “entrar na cabeça” daqueles jovens para entender todo o psicodelismo e, ainda por cima, for fã dos Beatles, terá um prato cheio em suas mãos! Bom filme e divirta-se! Fernanda Santos Rossi Pie Superior A


Carpe Diem Recomenda

Zeitgeist,o espírito de uma era

Zeitgeist é uma palavra alemã cunhada e usada na filosofia com o sentido de espírito de uma era, a totalidade de características políticas e culturais presentes em um período de tempo. Através de uma pesquisa histórica e de um tom irônico e direto, o filme Zeitgeist, lançado pela inter net em 2007, procura construir o que seria o real espírito de nossa época, o que estaria por trás de nossas atuais crenças, crises e preocupações. Produzida por Peter Joseph (pseudônimo de James Coyman), a obra se divide em três atos comparando o mundo a um teatro. O primeiro The Greatest Story Ever Told (A maior história já contada), trata de religião em temas como: quais seriam as reais origens do Cristianismo? Como podem ser vistos os textos bíblicos? Quais as influências pagãs no Catolicismo. O segundo, All The World's A Stage (O mundo inteiro é um palco), apresentando tom menos secular e mais bairrista, fala sobre as polêmicas envolvendo a queda das torres gêmeas e as conseqüências da tragédia no mundo. O terceiro, Don't Mind The Men Behind The Curtain (Não se preocupe com os homens atrás da cortina), relaciona os ocorridos do onze de setembro com outras grandes tragédias mundiais que ocasionaram guerras e perdas, como o nazi-fascismo e a quebra da bolsa de Nova Iorque em 1929, e mostra paralelos entre esses fenômenos, os tipos de conseqüências que

tiveram sobre nossas ações e a quem favoreceram. A conclusão do filme fala de maneira consciente e esperançosa sobre qual seria a nossa responsabilidade como seres humanos, nosso poder de mudança e de consciência. O filme recebeu desde seu lançamento severas críticas como sendo conspiratório, i n f u n d a d o e comparado a O segredo. Em resposta o sítio oficial do filme, http://www.zeitgeistmo vie.com, traz uma transcrição da primeira parte do filme com muitas referências e promete disponibilizar f u t u r a m e n t e transcrições da segunda e da terceira parte. É um filme feito com atenção e propriedade que não deixa de oferecer um interessante e menos apavorado olhar sobre o mundo. O filme, que fala muito e deixa muito às entrelinhas, já tem prometida uma continuação, Zeitgeist Addendum, para outubro deste ano. Para finalizar, uma frase de Gerald M a s s e y b e m representativa do filme: “Eles devem achar difícil... Aqueles que tomam a autoridade como verdade e não a verdade como autoridade”. Alexandre Fonseca 3º Liceu

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Tirinha

Samurai Bigode

Sigam-me os bons!

Duelo entre banjos?

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Arte: Mateus Portugal 3ยบ Liceu

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Seção Curinga

Slave Man

United Abomination The Man Behind

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Brunno B. Coura - world slave 1º ITT Peace of Death

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Trabalhos com referência a Niemeyer realizados durante as aulas de educação artística da professora Shewa Geruza

Plunkt Plakt Zum! Chapeuzinho Dourado Era uma vez uma menina muito pobre que morava com seus pais em uma casa localizada numa pequena floresta da região. Sua mãe lhe contava histórias todas as noites. - Dizem que no fim do arco-íris existe um duende que guarda um pote de ouro -contou, certa vez, sua mãe. Em uma tarde o sol apareceu após uma breve chuva e Chapeuzinho, vendo o arco-íris, pensou: “Será que tem mesmo um pote de ouro no fim do arco-íris?” Chapeuzinho sabia que só tinha um jeito de descobrir. Ela pegou seu capuz vermelho, presente que sua avó lhe havia dado, e seguiu o arco-íris! No caminho ela encontrou um duende que lhe perguntou: - O que você está procurando? - Estou procurando um pote de ouro que está escondido no fim do arco-íris, é você que o guarda? - Não! Mas também não permito que ninguém passe! Chapeuzinho teve uma idéia! Ela fingiria que ia embora, mas se esconderia atrás de uma árvore, assim que o duende fosse embora ela escaparia! Foi por pouco, mas ela conseguiu. Depois de caminhar por algumas horas, ela encontrou um outro duende, só que esse era bonzinho. Ele foi logo dizendo: - Oi, meu nome é Cabum Mágico! - Prazer, Cabum Mágico! Eu sou a Chapeuzinho Vermelho!! É um prazer te conhecer!!

Gostei de você, Chapeuzinho! Vou te dar um presente!! - Que presente? - perguntou Chapeuzinho bastante curiosa. - O melhor presente do mundo! Uma moeda! - Uma moeda? O que eu vou fazer com uma moeda? - disse Chapeuzinho agora ainda mais curiosa. - Não é uma moeda qualquer! É mágica! Encaixe-a no arco-íris e o pote de ouro aparecerá Chapeuzinho foi correndo achar o pote de Ouro! E adivinhem só... Ela o achou! E funcionou do jeitinho que o duende lhe dissera! E assim que Chapeuzinho encostou a mão no ouro, o seu capuz ficou dourado! Ela correu para casa com o pote e seus pais puderam comprar tudo o que precisavam! Até se mudaram para uma casa nova! E que casa! Era enorme e com todas as coisas que Chapeuzinho sempre sonhou! E assim viveram felizes para sempre! Texto e Desenho por: Amanda, Daniel, Sarah e Renata PIE Elementar

Raphael 4ª Elementar B Técnica: Caneta hidrocor Ítalo 4ª Elementar B Técnica: Caneta hidrocor

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Coordenação Geral: Maria de Lourdes Barreto Carneiro Revisão: Professora Maria de Lourdes Barreto Carneiro - Português Projeto Gráfico: Renato Araújo Fábio Coelho Diagramação: Amanda Bruno Mateus Portugal Jorge Capa: Baseado em “The Elephant Celebes” por Max Ernst Pintura: Mateus Portugal (Guache) Textos: Alunos, Ex-alunos, Pais, Professores, Diretores, Funcionários da Fundação Torino. Amigos, Colaboradores-Simpatizantes do Projeto. Equipe Carpe Diem: Alunos Alexandre Fonseca Amanda Bruno Annie Oviedo Daniel Nunes Mateus Portugal Agradecimentos a: Sandra Cavalcante, Giuseppe Ferraro, Alessio Gava (pelo perfil) Marco Sbicego, Anna Motta, Daniela Mendes, Luciano Sepulveda (pela capa), Jaime Quintão, Sebastião Nuvens, Maíra de Grammont, Horácio e demais pessoas que, indiretamente, colaboraram para a conclusão deste projeto. Gráfica: Pampulha Editora Gráfica - (31) 3468-3969 Rua Taquaril, 660 - Saudade, Belo Horizonte - Minas Gerais Tiragem: 2000 exemplares Carpe Diem - Revista Cultural é uma publicação da Escola Internacional Fundação Torino, produzida pelos alunos. Distribuição Gratuita. Laboratório de Produção e Recepção de Textos Rua Jornalista Djalma Andrade, 1.300 Piemonte - Nova Lima - MG - BRASIL tel: (31) 3289-4200 www.fundacaotorino.com.br E-Mail: carpediem@fundacaotorino.com.br [...]“As coisas findas muito mais que lindas, essas ficarão”... Carlos Drummond de Andrade

Presidente: Raffaele Peano Cônsul da Itália: Bryan Bolasco Dirigente Scolastico: Bruna Peyrot Diretor Didático - Parte Italiana: Umberto Casarotti Diretora Didática - Parte Brasileira: Mirella Gianturco

“Carpe diem, quam minimum, credula postero” Horácio

Carpe Diem VII  

7º edição da revista cultural Carpe Diem, dos alunos da Fundação Torino.

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