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Come bilanciare la necessità di cooperare per assicurare l’efficace conseguimento di obiettivi di sicurezza comuni con le esigenze di segretezza e di tutela degli interessi nazionali degli Stati interessati? È questa l’ardua domanda a cui i saggi qui raccolti cercano di dare una risposta, affrontando l’ampia tematica dello scambio multinazionale di informazioni con angolazioni e approcci diversi, in modo da presentare al lettore spunti e riflessioni con tratti di originalità. I continui mutamenti che interessano la società odierna, attraversata da ricorrenti crisi e da minacce transnazionali, fanno apparire come non negoziabile la condivisione globale delle informazioni di intelligence. Si tratta certamente di una sfida non esente da ostacoli, resistenze e incognite, con cui si stanno misurando, e sempre più si dovranno misurare, Stati, organizzazioni, agenzie e strutture. In un contesto in cui tecnologia e comunicazione stanno ridisegnando le geometrie del potere, l’importanza dell’argomento appare tanto più evidente nel suo essere cifra interpretativa del passaggio da un vecchio ad un nuovo mondo che esprime con urgenza richieste di trasparenza, orizzontalità e comunicazione. Il volume, che presenta gli interventi discussi nel workshop internazionale Multinational Information-sharing. New Challenge for the International Community (Roma, 7-8 giugno 2010, Facoltà di Scienze Politiche, Università degli Studi di ‘Roma Tre’), organizzato nell’ambito della collaborazione tra il Master in Peacekeeping and Security Studies e il Mediterranean Council for Intelligence Studies, intende aprire un dibattito non solo sullo specifico tema dell’information sharing, ma anche più in generale su un settore di studi, quello dell’intelligence, ancora poco coltivato in ambito accademico e in particolar modo nell’area mediterranea.

I S B N 8 8 - 96171 - 40 - 0

€ 24,00

9 788896 171400

OLTRE IL SEGRETO - INFORMATION SHARING E INTELLIGENCE TRANSNAZIONALE

M. L. Maniscalco, J. M. Nomikos, S. Ducci (a cura di)

OLTRE IL SEGRETO

INFORMATION SHARING E INTELLIGENCE TRANSNAZIONALE


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MARIA LUISA MANISCALCO Information sharing: una nuova frontiera per l’intelligence? Abstract Nelle diverse comunità, nazionali, sovranazionali e internazionali da tempo è emersa l’esigenza di una condivisione delle informazioni di intelligence, quale presa d’atto delle trasformazioni dei rispettivi contesti, della novità dei rischi, delle minacce e delle conseguenti richieste di sicurezza per soddisfare le quali si configura indispensabile agire globalmente e sinergicamente. Oggi è piuttosto diffusa la consapevolezza che la collaborazione si impone come strategia non negoziabile; tuttavia questa esigenza rappresenta una sfida, non esente da difficoltà e rischi, con cui si stanno misurando, e sempre più si dovranno misurare, Stati, organizzazioni, agenzie, strutture. Viene delineato lo ‘stato dell’arte’ e identificate possibili linee di sviluppo, ostacoli e relative criticità. Abstract Following the awareness of transformations in national, supranational and international contexts as well as new risks and threats which produce security demands requiring global and synergistic action, there is a growing recognition that intelligence information needs to be shared among these diverse communities. The fact that collaboration is practically a non-negotiable strategy is currently recognized in every sector. At the same time, however, this need represents a challenge, rife with obstacles and risks, that States, organizations, agencies and structures must currently face and will need to contend with to an even greater degree in the future. This paper outlines the ‘state of the art’ of this


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issue and identifies possible directions for development, obstacles and difficulties. Trasformazioni della sicurezza, trasformazioni dell’intelligence Le esigenze e gli obiettivi di sicurezza si pongono da tempo al centro del discorso politico, degli interessi dell’opinione pubblica e si presentano come focus privilegiato del dibattito mediatico. La sicurezza è diventata una nozione inclusiva di sfide eterogenee, ma strettamente interconnesse, un catalizzatore semantico a partire dal quale si concettualizzano molti degli altri valori ai quali si fa riferimento per legittimare decisioni e policies, sia che si tratti di affrontare i cambiamenti climatici, i repentini spostamenti di popolazioni, le migrazioni incontrollate e la microcriminalità, sia che si pensi alla città, al suo degrado, ai nuovi conflitti sociali, al lavoro e all’instabilità del sistema finanziario, per non parlare dei rischi di pandemie e delle minacce della criminalità organizzata e del terrorismo. Aspetti che in precedenza venivano considerati parte di altre sfere sono stati ‘securizzati’, ovvero considerati questioni di sicurezza. Infatti con il termine securizzazione 1 si intende il processo intersoggettivo attraverso il quale qualcosa viene considerato il referente di una minaccia fatale, rivendicando di conseguenza il ricorso a mezzi straordinari di tutela. La sicurezza che deriva da processi di securization possiede una fondamentale dimensione politica, insita nell’attività di denotazione che tali processi svolgono. I mutamenti prodotti dalle crescenti esigenze di securization hanno contribuito sensibilmente all’entrata in crisi della logica lineare, tipica della modernità, incentrata sugli opposti (pubblico/privato, interno/ esterno) che per molti decenni è stata alla base dei meccanismi politici della difesa e della sicurezza, ‘segnando’ in modo significativo i relativi apparati; in parte è anche declinato il monopolio statale in questa sfera. Se ancora durante tutto il periodo della guerra fredda la sicurezza nazionale e internazionale veniva intesa nei termini militari di minaccia

Traduco in securizzazione il termine securization nell’accezione utilizzata da Buzan, 1991. 1


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o di uso della forza armata da parte di Stati sovrani, le nuove sfide alla stabilità globale, concettualizzabili più in termini di minacce, pericoli e rischi pervasivi e volatili piuttosto che di Stati antagonisti o nemici, hanno aperto nuove prospettive e nuove problematiche, operando il passaggio verso forme che si articolano e si interconnettono dal livello individuale a quello globale (Fierke, 2007). La sicurezza, intesa in un più diretto rapporto con la dimensione sociale e individuale2 e articolata in molteplici ambiti, necessita di conoscenze, professionalità e di capacità assai diversificate. Alcune discontinuità, da intendersi come veri e propri passaggi d’epoca, appaiono particolarmente significative ai fini della tematica qui sviluppata: - La tendente crescente transnazionalità di ogni fenomeno e processo. - L’aumento delle interdipendenze, l’emergere di ‘sistemi di paesi’ e l’accrescimento delle interazioni nei ‘sistemi paese’; la tendenza a ‘regionalizzare’ le questioni della sicurezza e della gestione delle crisi e la conseguente propensione alla creazione di organismi sovranazionali (prima tra tutti l’Unione Europea). - La rilevanza della situazione interna dei paesi periferici che rappresenta uno snodo fondamentale per la sicurezza dei paesi avanzati, dei loro cittadini e del sistema internazionale nel suo insieme. - Il transito da una minaccia monodirezionale a una policentrica e alla pluralità dei rischi e minacce più difficili da prevedere, monitorare e contrastare. - Il passaggio da una situazione in cui l’attenzione era monodirezionale, le informazioni erano scarse, il nemico si ‘muoveva’ lentamente e in maniera prevedibile a un’altra in cui esiste una compressione nei tempi delle crisi, l’attenzione deve indirizzarsi su più piani (anche a causa dell’aumento esponenziale dei flussi – leciti e illeciti – di persone,

In tal senso è emblematico l’emergere e il consolidarsi in seno alle Nazioni Unite della nozione di human securirty che mette al centro i diritti fondamentali delle persone, delle comunità e dei popoli. 2


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beni, comunicazioni) e la carenza di informazioni è stata sostituita da un surplus di informazioni. - Il declino della prevalenza degli aspetti militari della sicurezza e la conseguente fine della preminenza funzionale dei servizi di intelligence esterni su quelli interni in favore di una accentuata continuità interno/ esterno. - La sostituzione di uno scenario di sfondo noto e piuttosto stabile e prevedibile3 con uno in cui notizie, informazioni e segnali devono essere contestualizzati all’interno di scenari ricchi di ambivalenze, instabili e sfumati, cioè a loro volta necessitanti di interpretazione e di attribuzione di senso, la cui capacità euristica rimane comunque parziale e temporalmente limitata. - La sfida per le democrazie avanzate che devono coniugare misure di sicurezza sempre più rapide ed efficaci e tutela delle libertà e dei diritti fondamentali. Inoltre, come la guerra si è trasformata in un’attività pubblico/privato4 gestita da molti protagonisti, anche l’intero campo delle misure di sicurezza si va articolando in complessi sistemi che da una parte prevedono il ricorso al coordinamento intergovernativo e la creazione di strutture, agenzie, gruppi, che fanno nascere tra gli Stati ulteriori connessioni e rinforzano le condizioni di interdipendenza, dall’altra si sono prodotte sia un’espansione del settore privato in sfere tradizionalmente di azione pubblica, sia un’erosione della differenziazione

Gli studiosi della ‘Scuola di Copenaghen’ (Buzan, Waever, de Wilde, 1998) hanno introdotto il concetto di Security Complex per definire la situazione d’interdipendenza della guerra fredda in cui le due alleanze – Nato e Patto di Varsavia – condividevano, nella reciproca ostilità, interessi comuni in termini di sicurezza. 4 Si pensi ai cosiddetti non State Armed Groups emersi prepotentemente negli anni novanta in pressoché ogni area conflittuale e alle compagnie private militari e di sicurezza che articolano le loro offerte su un’ampia gamma di prestazioni che vanno dalle attività sul campo di battaglia alla logistica o alla protezione di impianti e persone e che, come ha rivelato un’inchiesta del Washington Post pubblicata il 19 luglio 2010, si occupano anche di intelligence. 3


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funzionale per la quale a diverse funzioni corrispondono organi e apparati diversi. 5 La discontinuità segnata dalle trasformazioni sopra richiamate, e da molteplici altre ancora6 – che hanno nello stesso tempo integrato e frammentato il mondo, riscritto i rapporti sociali e la geografia del potere, comportato l’apparizione di nuovi, significativi, attori – ha richiesto alla politica un necessario adeguamento che si è tradotto non solo nella visione multidimensionale della sicurezza, ma anche in una ‘rifondazione’ dei sistemi specializzati nella sua tutela, incluso quello delle informazioni in generale e dell’intelligence in particolare.7 Complessità e accelerazione senza precedenti delle trasformazioni e delle riconfigurazioni degli scenari locali, nazionali e internazionali, hanno segnato una vera e propria discontinuità rispetto al passato, la cui portata sollecita i quadri concettuali ad altrettanto profonde ridefinizioni, le politiche e le pratiche a orientamenti operativi aperti, creativi e dinamici, mentre le organizzazioni e le strutture sono chiamate a un profondo rinnovamento. È emersa infatti una forte esigenza di fornire risposte adeguate alle problematiche emergenti, cioè in grado di ‘rispecchiare’ – per rapidità

Per la sicurezza interna si pensi alle nuove concezioni di sicurezza urbana e sicurezza partecipata, che vedono il concorso di molteplici attori (per esempio, Carrer, 2003 e 2009). A livello internazionale nel campo della cosiddetta security governance (Deitelhoff e Wolf, 2010) è stato considerato importante il contributo che possono offrire le imprese private di varia natura. 6 Un’analisi approfondita meriterebbero la crescente importanza della società civile organizzata, dell’opinione pubblica e il ruolo dei cosiddetti new o smart media; per alcune riflessioni in argomento sui nuovi media, cfr. Maniscalco, 2006a. 7 Informazioni vengono raccolte da molteplici apparati privati e pubblici. L’intelligence invece indica un particolare tipo di attività definibile come il prodotto di un processo di raccolta, valutazione, analisi, integrazione e interpretazione di tutte le informazioni disponibili riguardanti determinate necessità decisionali, sia di natura politico-istituzionale che economico-produttiva. Carattere primario dell’intelligence è quello di trattare argomenti e informazioni riservate, nonostante, come si vedrà, tale peculiarità sia venuta sempre meno. 5


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e duttilità delle capacità di acquisizione, elaborazione e risposta – la dinamica turbolenta dei rischi e delle minacce. Quanto più grande è l’incertezza, quanto più difficile si profila la previsione, tanto più necessario diventa un adeguato lavoro di intelligence. Per comprendere il ‘nuovo’ mondo, le sfide che pone e le opportunità che schiude, sono necessari, unitamente a nuove forme organizzative e nuove mentalità, concetti e paradigmi adeguati in materia di intelligence locale, nazionale, di area, globale all’interno dei quali ‘leggere’ informazioni e segnali. Infatti le informazioni, anche in grandi quantità, non sono ‘informative’, non ‘parlano’ cioè da sole; esigono una cornice di riferimento e un conseguente procedimento di confronto, verifica e di attribuzione di significato. La situazione è oggi complessa: la cosiddetta sfumatizzazione del mondo non richiede la meccanica sostituzione di un paradigma con un altro, ugualmente certo e chiuso, ma ha bisogno di approcci e paradigmi aperti e dialoganti, di ibridazioni di saperi e conoscenze e di immaginazione creativa. Ne consegue che l’intelligence necessita sempre più di una creazione di scenari di senso e quindi di ‘scienziati’ e sempre meno di ‘spie’. Non è più, o forse non è più soltanto l’arte di conoscere i piani e le intenzioni di un avversario, di carpire informazioni ‘segrete’, ma è un’attività di produzione di conoscenza precisa, tempestiva e condivisibile, da svilupparsi con una mentalità aperta e innovativa in grado di ‘cogliere’ le novità, siano esse rischi, minacce, opportunità. Infatti non occorre sottovalutare il ruolo proattivo che l’intelligence può avere nel mettere in luce eventuali opportunità che si prospettano innanzitutto a livello di interessi nazionali, 8 ma anche in un’ottica sovranazionale e di area allargata. Nei termini della teoria della conoscenza di Robert K. Merton potremmo parlare di schemi

Ovviamente gli interessi nazionali possono articolarsi nelle più svariate direzioni a seconda delle priorità strategiche e politiche che storicamente si delineano. 8


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mentali flessibili, di una mentalità che sia predisposta alla serendipity,9 cioè all’accoglienza creativa di dati anomali e inaspettati e non al loro respingimento.10 Condividere le informazioni Lo scambio tempestivo delle informazioni11 – a livello sia interno sia internazionale – è da tempo e da più parti indicato come la strategia più adeguata per fronteggiare la situazione turbolenta, instabile e di accresciuta vulnerabilità non solo e non soltanto locale e nazionale, ma globale; questo scambio inoltre sarebbe insito nel ‘dna’ dell’era dell’informazione (Berkowitz e Goodman, 2000) in cui la condivisione di conoscenza e informazioni viene di per sé considerata un fattore fondamentale di crescita e di sviluppo. Si sottolinea la potenza dell’informazione diffusa e condivisa a diversi livelli organizzativi e sociali (e non quindi esclusivamente tra gli apparati di intelligence dei diversi Stati) nel fronteggiare le sfide di un contesto complesso, volatile e interconnesso e ove possibile nel prevenire le ‘sorprese’. Dato per assodato che compito principale dei sistemi di intelligence pubblica è – e rimane – quello di fornire al decisore politico informa-

Il sociologo americano Robert K. Merton intende per serendipity l’emergere in un processo di ricerca di un dato inatteso, anomalo, ma in grado di riorientare la conoscenza. La serendipity dal versante soggettivo necessita di apertura ed elasticità, disponibilità a riorientare schemi cognitivi e modelli. Per una discussione critica della serendipity, cfr. Maniscalco, 1998. 10 Un’adeguata formazione è necessaria per trasferire conoscenze e sviluppare competenze, ma ugualmente utile è un clima organizzativo in grado di sostenere e stimolare le capacità di cogliere segnali, collegamenti e nessi anche inusuali. 11 L’ampio termine ‘informazioni’ ricomprende sia semplici notizie, sia il vero e proprio prodotto dell’intelligence, cioè informazioni ‘trattate’ e interpretate. Per il contesto delle operazioni multinazionali di supporto alla pace alcuni autori distinguono tra peacekeeping intelligence e information peacekeeping e, talvolta, si è usata la dizione ‘informazione militare’ invece che intelligence, cfr. Steele, 2006. 9


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zioni tempestive, precise, pertinenti e continuative, da più parti sono stati formulati la richiesta e l’auspicio che la catena informativa che lega la struttura dei sistemi nazionali di intelligence ai decision makers politici si articoli e si ramifichi in maniera decisamente più orizzontale (cioè possibilmente fino a ricomprendere l’intera collettività dei cittadini) in ognuna delle tradizionali fasi del suo ciclo di ‘costruzione’ delle conoscenze che in tal modo potrebbe diventare un processo condiviso. L’intelligence infatti è un processo a ciclo continuo12 schematizzabile in quattro principali fasi: a) fase direttiva – che inizia con un input generato in base a specifiche esigenze – e di pianificazione: individuazione di obiettivi di ricerca e stesura del piano di ricerca; b) fase della raccolta delle notizie: attivazione di diverse fonti e acquisizione di dati, notizie e informazioni; c) fase di analisi e produzione: collazione, interpretazione, valutazione, integrazione delle informazioni, elaborazione di intelligence verificata; d) fase della disseminazione dell’informazione: diffusione e utilizzazione dei risultati ottenuti. L’esigenza di un incremento nello scambio di informazioni che negli Stati Uniti ha avuto un notevole impulso molti anni or sono, a partire dal fallimento dei servizi informavi di sicurezza in occasione dell’attacco di Pearl Harbor il 7 dicembre del 1941,13 ha ricevuto un rinnovato impulso dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre seppure per lo più solo in via di principio. Questo orientamento ha rappresentato una raccomandazione centrale della September 11 Commission ed è stato recepito tra i fondamenti orientativi del Reform Act del 2004; ha rice-

Il ricorso all’idea di ciclo continuo sta a significare che le varie fasi richiedono costante revisione e aggiornamento; che ogni risultato ha senso se inserito in un processo che tenga conto delle esperienze pregresse e costituisca il fondamento di quelle successive; ogni attività è quindi ricorsiva in quanto strettamente connessa e dipendente dalle altre. 13 Roberta Wohlstetter nel suo volume del 1962, Pearl Harbor: Warning and Decision, ha analizzato quel fallimento dell’intelligence americana in chiave di teoria dell’informazione, mettendo ben in evidenza le difficoltà di assicurare un flusso adeguato e continuo di informazioni. 12


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vuto inoltre alcune realizzazioni attraverso la costruzione di database in rete, riservati comunque solamente a diversi utenti interni al campo dell’intelligence.14 Il dibattito continua anche in considerazione della creazione di un’agenzia di homeland intelligence rivolta al territorio interno (Jackson, 2009). Anche al di fuori degli Stati Uniti l’interscambio è riconosciuto come basilare negli orientamenti di diverse policies nazionali e sovranazionali; si pensi, per esempio, alle politiche di integrazione attraverso la cooperazione a tutti i livelli dell’Unione Europea. L’Unione, che si sta gradualmente affermando come attore non solo regionale, ma anche globale di sicurezza, per affrontare con successo tale sfida non può non misurarsi anche con l’esigenza di una condivisione delle informazioni a livello di intelligence. Alcuni passi sono stati mossi in tale direzione: da tempo, per sostenere il processo decisionale delle aree della Common Foreign and Security Policy e della European Security Defence Policy, è stato creato il Joint Situation Centre per l’antiterrorismo e l’intelligence con funzioni di monitoraggio e analisi delle informazioni open source e di collegamento diretto tra gli organi dell’intelligence degli Stati membri e Bruxelles attraverso un rappresentante nazionale nel Joint Situation Centre. Inoltre l’EU Military Staff ha una direzione di intelligence che ha collegamenti con gli organi dell’intelligence militare degli Stati membri. Altra organizzazione regionale sensibile all’importanza dello scambio di informazioni è la Nato che ha ufficialmente inaugurato il 16 ottobre 2006 l’Intelligence Fusion Center che si presenta come un meccanismo attraverso il quale gli Stati membri possono scambiare informazioni, sviluppando in maniera collaborativa dati di intelligence al fine di combattere il terrorismo e di promuovere a livello globale la pace e la stabilità.

Si tratta della cosiddetta rete ‘Intellipedia’, sistema di collegamento e condivisione interattivo tra sedici organismi statunitensi che sovraintendono i flussi delle informazioni di sicurezza (Cesta, 2007). 14


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Infine, lo scambio di informazioni ha ricevuto nel secondo dopoguerra un input più generalizzato anche a causa del moltiplicarsi delle missioni militari multinazionali a favore della pace e della sicurezza in cui il fine comune – il compimento del mandato – e la condivisione dei rischi e delle minacce tendono (o almeno dovrebbero tendere) a rendere ‘naturale’ una cooperazione anche a livello di scambio di informazioni. Infatti nei contesti operativi multinazionali si crea un campo definibile in termini di post-nazionalità (Maniscalco, 2006b) in cui la messa in comune tempestiva di notizie e dati è un aspetto fondamentale al fine di elaborare una conoscenza adeguata dell’ambiente operativo. La raccolta di dati sensibili, se possibile partendo dai livelli più bassi (dove avvengono l’interazione e l’interscambio con le popolazioni), consente di dare un contributo fondamentale per il successo dell’operazione. Le informazioni sull’ambiente operativo supportano i diversi decision makers sul campo, siano essi rappresentanze politiche, comandanti militari, supervisors umanitari; anticipano e prevengono i rischi per il personale impegnato e facilitano la valutazione, attraverso un monitoraggio costante e discreto, di quelli che sono gli effetti della presenza della missione sulla popolazione e di come tale presenza viene percepita e considerata. Lo scambio di informazioni dovrebbe avvenire, e talvolta avviene, anche con attori non militari (organizzazioni internazionali, istituzioni culturali e religiose, organizzazioni non governative umanitarie e di sviluppo e settore privato) dal momento che, operando sul territorio, ognuno di questi attori è in possesso di informazioni e conoscenze utili a definire il contesto e il clima sociale, a individuare risorse attivabili, chances di consolidamento, rischi di varia natura e fonti di possibili minacce. Da tempo infatti è riconosciuto l’impatto che la cooperazione civilemilitare può avere nel garantire il successo delle strategie applicate per la risoluzione dei conflitti.15 Considerato che sviluppo e sicurezza sono con-

Proprio per far fronte alla crescente esigenza di condivisione di obiettivi e strategie tra i diversi attori presenti in teatro, sia in campo nazionale che in seno alle alleanze sono state sviluppate diverse dottrine in proposito. Un recente significativo sviluppo è il cosiddetto comprehensive approach ancora in fase di definizione. Il comprehensive approach è considerato un metodo per 15


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cepiti oggi come elementi indissolubilmente connessi, la cooperazione e la collaborazione civile-militare possono risultare determinanti nell’assicurare la capacità ed efficacia nel condurre interventi di medio-lungo periodo, volti ad affrontare le cause strutturali del conflitto. Le diverse dottrine (Nato, Ue, Onu, nonché dei singoli Stati) trovano un punto comune nella necessità di interconnettere tutti gli attori significativi presenti in un’area di crisi, per poter disporre di una conoscenza comune e condivisa dell’ambiente operativo. Si rendono necessari strumenti appropriati per il cosiddetto processo di sviluppo cognitivo (knowledge development) la cui fase critica è per l’appunto rappresentata dal rendere accessibili le informazioni che conseguentemente devono essere raccolte in una forma che ne permetta l’analisi e la disseminazione immediata. Verso un modello pluralistico di intelligence: comunicazione e condivisione multilevel Nel mondo dell’intelligence molteplici fattori hanno concorso a far emergere un orientamento favorevole a strutture dialoganti con il relativo passaggio dallo scambio di informazioni alla comunicazione, cioè a una messa in comune discorsiva a più livelli; il modello tradizionale di intelligence, organizzato in maniera centralizzata con una struttura gerarchica e con procedure formalizzate ha fallito nel gestire il cosiddetto information overload (Liaropoulos, 2006). Fondamentale ruolo hanno svolto infatti il ribaltamento avvenuto nel rapporto tra informazioni protette e informazioni da fonti aperte (Osint) a favore di queste ultime e la moltiplicazione dei soggetti e dei campi di interesse derivante dall’ampliarsi della concezione della sicurezza.

incrementare sia l’efficienza sia la legittimità delle diverse missioni in risposta alle crisi, armonizzando le interazioni e l’interdipendenza dei compiti e degli attori coinvolti. Per un’analisi dell’utilizzo del comprehensive approach in ambito Nato, si veda Rotmann, 2010.


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Oggi nella società cognitiva di massa, globale e in rete, le possibilità di accesso a dati e informazioni ‘libere’ si sono moltiplicate in maniera esponenziale; le risorse della rete offrono una ricchezza di contributi che va trasformando profondamente l’idea del conoscere e il modo di lavorare in tutti i settori (si pensi alla cosiddetta wikinomics 16) influenzando anche l’individuazione di notizie e dati utili per un’analisi di intelligence. Cooperazione e condivisione di informazioni sono rese infatti di agevole realizzazione dall’espandersi di flussi di comunicazioni globali. Se già di per sé ogni analisi del contesto parte da quelle che vengono definite open sources, vale a dire informazioni, dati e risorse facilmente reperibili e disponibili a tutti (libri, riviste, siti, informazioni culturali, sociali, linguistiche, guide turistiche e risorse di altro tipo), tramite fonti aperte è anche possibile effettuare analisi più approfondite e complesse. Questo approccio non è recentissimo; nella produzione scientifica sull’intelligence esistono molti esempi in tal senso a partire dal caso storico di Berthold Jacob e del suo volume del 1935 sull’organizzazione della Wehrmacht. L’affaire Berthold Jacob è particolarmente significativo; il giornalista svizzero, specialista di problemi militari tedeschi, che aveva da poco pubblicato un libro in argomento, fu rapito dai servizi segreti hitleriani nel marzo del 1935. A lungo interrogato riuscì a dimostrare come la puntuale ricostruzione del processo di riarmo della Wehrmacht (dalla ricostituzione di uno Stato Maggiore generale all’organizzazione delle grandi unità dell’esercito nonché delle formazioni blindo-corazzate) da lui riportata nel volume fosse in realtà solo il risultato di informazioni e curiosità (matrimoni, ricorrenze, pettegolezzi) reperite da un’assidua e attenta analisi dei quotidiani tedeschi. In direzione di una condivisione più integrata di conoscenze ed esperienze si muovono, già da tempo, anche alcune proposte teoriche che, pur partendo da una concezione dell’intelligence prevalentemente come

Con il termine wikinomics si intende la trasformazione delle reti di collaborazione e di autorganizzazione in forza economica collettiva di dimensione globale. Questa nuova forma di collaborazione – peer production – sta cambiando il modo in cui beni e servizi vengono inventati, prodotti, commercializzati e distribuiti (Tapscott e Williams, 2007). 16


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informazione,17 enfatizzano le fonti aperte, la collaborazione con attori che si situano al di fuori della comunità dell’intelligence e richiedono una riduzione della gerarchia. Secondo questo filone, nell’era dell’informazione occorre promuovere una ristrutturazione dell’intelligence in un più aperto, decentralizzato network di scambio di informazioni. Per una condizione di contrasto ad avversari che conducono una guerra di rete occorre pensare a una comunità di intelligence più fluida e articolata a sua volta in forma di network secondo, per esempio, la proposta di Arquilla e Ronfeldt (2001). Si suggerisce una forte riduzione degli aspetti di segretezza in direzione di una comunità di intelligence virtuale con flussi di informazione che circolano in tutte le direzioni, in alcuni casi prefigurando, in una fuga in avanti, una sorta di decostruzione dell’intelligence come funzione specialistica di settori pubblici in direzione di una sua concezione come attività in cui può essere coinvolto l’intero corpo sociale di un paese che risulta fonte e, insieme, destinatario di prodotti di intelligence. Steele (2000) da parte sua parla di intelligence pubblica individuabile in una prassi di condivisione multilaterale da sostituire alla segretezza unilaterale; in altri termini possiamo considerare le sue ‘tribù’ di intelligence come reti dialoganti di prosumers, cioè di produttori/consumatori di conoscenza. Comunque, anche a prescindere da questo tipo di proposte, sembra piuttosto diffuso un orientamento che privilegia le relazioni e le interconnettività nei confronti delle strutture chiuse, dai confini ben delineati e ‘segnate’ dalla segretezza.18 Sherman Kent, considerato uno dei padri fondatori della comunità scientifica di intelligence Usa, nel suo fondamentale testo del 1949, Strategic Intelligence for American World Policy, definisce l’intelligence una scienza sociale empirica basata su una cospicua quantità di informazioni. 18 Un discorso più approfondito meriterebbero i meccanismi sociali della segretezza e il ruolo del segreto (Maniscalco, 1992), con la relativa legittimazione e ‘tenuta’ nelle odierne società in rete, basate sulla connessione e sulla condivisione. Come l’affaire Wikileaks di fine 2010 ha ampiamente dimostrato, il mantenimento delle barriere di segretezza è sempre più difficile, mentre lo ‘svelamento’ del segreto non avviene più attraverso cerchie concentriche dal suo nucleo fino alla periferia, ma ‘esplode’ simultaneamente nel villaggio globale. Inoltre se da sempre il segreto viene temuto come fonte di potere e come minaccia, mai come nelle società democratiche esso gode di una pessima fama. 17


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Verso un intelligence transnazionale: pregiudizi, resistenze, difficoltà La condivisione di informazioni di intelligence, con un conseguente modello pluralistico per la rispettiva funzione, va annoverata, come si diceva, tra le risposte adattive nei confronti delle problematiche dei nuovi rischi e delle nuove minacce. In linea generale e sulla base di una condivisione a più livelli – inter-agenzia, all’interno delle varie ‘tribù’ di intelligence, nella cittadinanza, tra organizzazioni, tra Stati, all’interno di alleanze, ecc. – si dovrebbe venire a costituire un campo di intelligence definibile come postnazionale, nel senso che pur permanendo la centralità dei singoli Stati, la relativa competenza si ibrida e si intreccia attraverso un sistema multilevel che vede agire altri attori, statali e non, singoli o collettivi, nazionali, locali, di area o internazionali. Il passaggio sarebbe da una struttura monocentrica e accentrata a una policentrica e diffusa in direzione di un’articolazione reticolare ibrida. Ciò aumenterebbe il livello di conoscenze in una dimensione quantitativa che, si pensa, produrrebbe un arricchimento qualitativo generato dall’incontro di diverse prospettive e culture di analisi. Sebbene da più parti auspicata – e assunta, in un certo senso, per scontata la relativa utilità – una condivisione pienamente realizzata sotto forma di flussi di informazioni che circolano in piena libertà, in uno spazio per l’appunto postnazionale, incontra al contrario ostacoli molteplici e articolati a più livelli; primo tra tutti, il fatto che l’intelligence è sempre stata considerata come espressione del potere dello Stato e come tale gelosamente ‘dominio riservato’ di esso. L’intelligence è la frontiera ultima del potere di securization pubblico che può rinforzarsi con l’apporto di altri attori, ma così come appare ancora oggi sembra non potersi diluire in flussi multilevel di comunicazioni globali. Oltre agli ‘scogli’ di tipo culturale, dottrinale, strutturale e tecnico – differenza di lingua, e quindi di strutture cognitive, di cultura, dottrine e procedure, capacità di intelligence, divario tecnologico e difficoltà di interoperabilità – altrettanto consistenti sono le remore derivanti da una mancanza di fiducia sia nel cedere che nel ricevere l’informazione. Ogni paese sviluppa una fiducia particolare nei propri sistemi informativi e non accoglie con la stessa disponibilità informazioni provenienti da altre fonti anche perché, per il fatto di essere state elaborate in un


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framework di significato culturalmente ‘segnato’ e diverso dalla sede ricevente, potrebbero indurre dinamiche di dissonanza cognitiva (Festinger, 1957). Nello stesso tempo è restio a cederle per problemi di identità e ‘gelosia’ istituzionale. Ne consegue una circolazione di informazioni quantitativamente molto ridotta e frequentemente di scarsa rilevanza qualitativa. Così l’accesso alle informazioni, nonostante gli indiscutibili vantaggi che se ne potrebbero trarre, rimane limitato, settoriale; alcune volte risulta difficoltosa l’accettazione e la comprensione del significato attribuito alle informazioni perché la fonte rimane protetta e il processo di attribuzione di quello specifico significato non risulta esplicitato in maniera sufficientemente chiara per il ricevente. Ciò perché oltre alla (relativa) mancanza di fiducia – che, invece, è il presupposto di ogni scambio di beni materiali e immateriali – si accompagna la carenza di procedure idonee e una cultura adeguata a una circolazione tempestiva e fluida di notizie e dati. Studi, ricerche e formazione19 possono ovviamente ovviare a molte vischiosità e facilitare la produzione e lo scambio di informazioni fruibili in maniera più ampia possibile. Occorrerà però evitare che le pressioni per la standardizzazione delle informazioni – che è uno dei mezzi fondamentali per la produzione di informazioni che possano agevolmente circolare – non rischino di svuotare di senso il lavoro di intelligence che significa per l’appunto contestualizzazione, attribuzione di significato, comprensione anche immaginativa e in prospettiva. La preferenza per i flussi di informazioni uniformati e burocratizzati potrebbe esercitare una pressione sugli analisti per sistematizzare le loro informazioni ambigue e sensibili con il fine di accordarle a un certo standard di qualità, inducendo la tendenza a non esplorare spiegazioni alternative. Il rischio sarebbe la produzione, in termini di teoria sociologica di ‘effetti perversi’ (Boudon, 1977), cioè di conseguenze inattese, non volute e

Anche la recente normativa di riforma del ‘Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica’ (delineata con la legge 124 del 3 agosto 2007 e con i cinque regolamenti cardine entrati in vigore il 10 settembre 2008) riconosce il valore aggiunto che altri settori (nel caso specifico Centri di ricerca e Università) possono rappresentare nel lavoro di intelligence. 19


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in controtendenza rispetto alle aspettative. In altri termini, il lavoro di intelligence non genererebbe maggiore conoscenza e sicurezza. Infatti non va sottovalutato che quest’ultimo, per essere realmente utile, non può prescindere da una modalità di agire in stretta connessione con la definizione degli interessi e delle priorità da parte dei principali fruitori, in questo modo collegandosi con la dimensione politica. Così se da una parte è innegabile il ruolo dell’intelligence negli affari internazionali, nell’agenda e nelle decisioni politiche è altrettanto innegabile che questa attività resta collegata alle priorità strategiche dettate dalla politica. Un riorientamento dell’intelligence non può che nascere da un rinnovamento della politica che appare quanto mai necessario per fronteggiare le grandi sfide globali (clima, energia, sviluppo, popolazione) e il continuo flusso di cambiamenti che non sono più l’esito di sviluppi continui e dello stesso segno, ma piuttosto il risultato di mutamenti improvvisi che generano trasformazioni qualitative ed effetti inattesi. Per la sicurezza dei cittadini nel terzo millennio, lo sviluppo di una cultura della condivisione e della cooperazione appare più importante di ogni rinnovamento delle strutture.

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Oltre il segreto. Information sharing e intelligence transnazionale

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Oltre il segreto  

INFORMATION SHARING E INTELLIGENCE TRANSNAZIONALE M. L. Maniscalco, J. M. Nomikos, S. Ducci (a cura di) Information sharing: una nuova front...

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