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Periodico mensile – Anno IV, numero 31/2014 – €

Poste Italiane - Sped. in A.P. DL 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c. 1, LO/MI

3,50 – Canton Ticino chf 7,00

GIUGNO 2014

MAGAZINE

LA SALUTE NATURALE RACCONTATA DAGLI ESPERTI

n. 31 MAGAZINE DOSSIER

Intolleranze alimentari Spegniamo i disturbi con i metodi naturali

AROMATERAPIA Gli oli essenziali per l’attività sportiva Peace food Energie vitali nel cibo

Il metodo Pilates In che cosa consiste veramente?

LA TERAPIA DEL SOFFIO

LE PIANTE CARMINATIVE

Tradizione Zen, quando il respiro dona benessere

Guida pratica alle erbe contro i gonfiori addominali

RIMEDI OMEOPATICI

NUTRIZIONE NATURALE

CI SALVERÀ UN FIORE

CINQUE SOLUZIONI LIGHT CONTRO LA DERMATITE ATOPICA DEL BAMBINO

SPREMUTA DI LIMONE, DEPURAZIONE MATTUTINA A COSTO CONTENUTO

E SE L’AMICIZIA PROVOCA DOLORI E TURBAMENTI? IL DOTTOR BACH RISOLVE

IDEE IN CUCINA. Mangiare le rose: trucchetti culinari e necessarie precauzioni


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Sommario NUTRIZIONE NATURALE pag. 14 Cibo vivo, cibo morto pag. 18 Due limoni ogni mattina,

una semplice azione per investire in salute

IL MONDO DELLE ERBE pag. 19 Le piante carminative

contro il gonfiore addominale

pag. 26 Mangiare le rose

(e altri fiorellini di primavera)

LE ALTRE MEDICINE

OMEOPATIA pag. 78

Quel prurito che non passa‌ Un aiuto omeopatico contro la dermatite atopica

pag. 82

Anche il cane può soffrire di dermatite atopica

pag. 66 La scoperta

di Joseph Pilates

pag. 72 La terapia del Soffio: un

altro dono dello Zen


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pag.40

DOSSIER

Intolleranze alimentari Battere le intolleranze (evitando i soliti errori) Alimenti rifiutati dal corpo: la visione psicosomatica Il punto di vista della Cina: una questione di equilibrio tra Yin e Yang Cibi disturbanti e prediletti: la lezione dell’omeopatia

RUBRICHE

La via degli integratori: scacco matto in tre mosse

Il periscopio

Scoperte in soffitta pag. 38

pag. 8

Sulle ali di Psiche

Le ricette del mese pag. 84

pag. 10

Ci salverà un fiore

Il mercato della salute

pag. 30

Aromaterapia pag. 34

pag. 87

Libri pag. 88

Web trend pag. 91

Annunci olistici pag. 92

L’ultima domanda pag. 98


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Nutrizione naturale

Cibo vivo, cibo morto Torna in scena Rüdiger Dahlke e questa volta si occupa del cibo, visto come generatore di salute o malattia. L’alimentazione moderna – dice – si basa su cibi morti, devitalizzati. E le conseguenze per tutti noi sono più deleterie di quanto si creda. Fabio Fioravanti

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RÜDIGER DAHLKE Medico e psicoterapeuta, basa la sua attività sull’idea che disturbi e malattie originino da conflitti interiori. Autore di bestseller internazionali, come il seminale “Malattia e destino”, passa ora all’attacco sull’alimentazione occidentale.

S

entiamo spesso affermare che un determinato alimento è “morto” o, al contrario, “vivo”. Sembrano frasi fatte, o concetti popolari di grande presa, ma destituiti di ogni fondamento. È proprio così? Oppure, dietro alle frasi fatte, ‘'è del vero? L’occasione per riparlarne ci viene offerta dalle ultime prese di posizione di Rüdiger Dahlke, sicuramente oggi uno dei più influenti specialisti al mondo di Medicina psicosomatica, un pioniere nel suo campo (vedi anche a pagina 88). Ci sono due tipi di cibi “morti”, secondo Dahlke.

Alimenti privi di vita Per “morto” intendiamo innanzitutto il cibo che non può contribuire a mantenere in vita le persone, o in un buono stato di salute. Stiamo parlando quindi di cibi

impoveriti, “orfani” delle loro qualità naturali. È una conseguenza della “raffinazione”, che è un sinonimo di impoverimento, ma anche dell’aggiunta di sostanze che con quel cibo nulla hanno a che vedere (conservanti, additivi, coloranti, eccetera): non parliamo degli avvelenamenti da pesticidi per incrementare la produzione.

Cereali senza germe Dice Dahlke, occupandosi dei cereali: «Dopo la raffinazione, un chicco, privato della sua plantula (il germe), non può più produrre il germoglio, è senza vita». La vitalità di frutta, verdura e cereali ha un senso se trasmette la vita, se contiene le informazioni della vita. Un primo consiglio indirizza quindi verso i cereali integrali. Notiamo che la scienza nutrizionista concorda pienamente: togliendo al chicco i suoi prin-

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Nutrizione naturale mangiare i d a li g o nte vvero v atroceme ì s o c «Avete da e r u e che i di creat to? Volet s e u i brandell q i d e vivere vostra?» r Dahlke seviziate la i t n e iv Rudige ne d quella car

Natura, e non pretendendo di mangiare le fragole a dicembre. Ogni cosa a suo tempo, sebbene la regola non sia seguita da tutta la catena alimentare.

cipi tranne l’amido (cioè solo calorie), perdiamo vitamine, fibre e vari principi nutritivi.

La questione del latte e delle uova

Le caratteristiche del “cibo vivo”

Il latte? Ucciso dalla pastorizzazione (e di per sé nocivo dopo lo svezzamento). Le uova della grande distribuzione? «Una sorta di riproduzione artificiale del residuo mestruale», afferma Dahlke. Toni forti, duro l’affondo all’industria alimentare.

Vegetali privati di luce Frutta e verdura: non è la stessa cosa, per quanto dispiaccia, consumare una pesca sciroppata (cotta e inscatolata, e pompata di zuccheri) e una pesca colta dall’albero. È solo un equivoco, e su questo la scienza concorda. Poi c’è la questione dell’immaturità: dal punto di vista nutrizionale i vegetali danno il massimo quando sono colti maturi dall'albero, quando hanno preso tutta la luce del Sole a loro necessaria, al massimo della loro potenza vitale. I frutti – sostiene Dahlke – incamerano la luce solare sotto forma di fotoni e li restituiscono quando vengono mangiati: ma i fotoni sono anche un veicolo di informazioni essenziali per gli organismi. Gli effetti biologici della luce, tuttavia, non sono ancora stati pienamente compresi. In attesa di approfondimenti approfittiamo della frutta di stagione, seguendo i ritmi della

Avrete capito che per Dahlke il cibo ideale è vegetale, crudo e maturo. Con un’unica eccezione: i germogli, piccole capsule di vita a nostra disposizione. L’importante è prendere il frutto o la foglia o la radice interi, non processati e, quanto più possibile, vicini a noi: idealmente colti alla mattina e mangiati a cena. Intendiamoci, sono anche più buoni se vogliamo sentire il sapore della mela come “esce” dal melo. Di certo, non è facile e sempre alla portata, spesso impossibile, ma non serve scoraggiarsi. Qualcosa si può fare.

Altre note dolenti: la carne della grande produzione Dahlke, poi, è un medico specializzato in Psicosomatica, cioè ritiene che psiche e corpo non siano così separati come ritiene la nostra cultura dominante. Passa quindi ad analizzare il consumo di carne. Diciamo subito: per lui, più o meno, è come mangiare il principio della morte e della malattia. Qui non è facile seguirlo per tutti, e i carnivori si irrigidiscono.

Spunto di riflessione Infatti, la seconda categoria di cibi “morti”, secondo

Suggestioni dall’India: cibi impoveriti di Energia vitale La tesi di Dahlke, per quanto possa apparire stravagante, ha trovato in passato importanti sostenitori. Tra questi Paramhansa Yogananda, uno dei primi maestri indiani giunti in Occidente. «Quando gli animali vengono uccisi – affermava – rilasciano nella loro carne vibrazioni di paura, rabbia e sofferenza,

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che vanno a influenzare la mente di chi le consuma». Secondo questa visione la malattia fisica è il risultato di un deficit di Energia vitale o Prana: i cibi “morti” sono quelli che ne contengono poca e tra questi spiccano i cibi cotti in modo eccessivo (in Natura li troviamo già “cotti” dal Sole), gli alimenti trasformati industrialmente

e devitalizzati, nonché il cosiddetto cibo spazzatura. «L’alimentazione di ognuno – concludeva Yogananda – dovrebbe limitarsi ai cibi che possono essere facilmente convertiti in energia e che generano nuova energia». In gran parte, sono gli stessi oggi proposti dalla scienza nutrizionista: vegetali freschi e non processati.


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L’insostituibile magnesio è presente nei cibi vivi integrali vremmo a disposizione un’ampia gamma di vegetali ricchi di magnesio. A patto che siano prodotti seguendo standard adeguati, su suoli non impoveriti.

A questo autore, sono le carni degli animali trucidati nei mattatoi. Le abbiamo mangiate tutti, non c’è senso di colpa. C’è solo la possibilità di riflettere sulla questione, se possibile. Secondo Dahlke, il fatto di consumare questo cibo è drammatico e letale per gli animali, costretti a questo atroce destino, ma anche per la nostra salute spirituale, psichica e quindi fisica.

Incorporare il dolore degli animali È ormai scientificamente documentata la stretta relazione tra il consumo di carne e la genesi di diverse malattie, dal cancro all’aterosclerosi: ma il punto di vista di Dahlke è più sottile. «La sofferenza e la tortura inferte alle bestie da macello negli odierni impianti intensivi di “allevamento” – scrive – ritorna a noi esattamente nella sua forma originaria. Il terrore di queste creature così atrocemente tormentate fino all’ultimo istante della loro amara fine ricade su quanti, in ultima analisi, hanno causato tale pena: i mangiatori di carne» che incorporano sofferenza e tortura. In altre parole, quel dolore «continua a persistere, sul piano spirituale ma anche su quello corporeo». E ricade su di noi sotto forma di abbruttimento, di “guerra civile interiore” e, alla fine, di malattia.

Si parla tanto di magnesio e a ragione. Basti pensare che il nostro corpo ha bisogno di magnesio per produrre “serotonina”, il cosiddetto ormone della felicità, e la molecola ATP che eroga energia a tutte le funzioni vitali, comprese quelle cerebrali. La carenza di magnesio, infatti, comporta stanchezza, debolezza muscolare ma anche agitazione, nervosismo, disturbi del sonno e della memoria.

Una volta non c’era il rischio di una carenza di magnesio perché i progenitori si servivano dei vegetali che lo contengono, in particolare semi e frutta a guscio. Di conseguenza, l’organismo umano non ha imparato a immagazzinarlo, bisogna assumerlo quotidianamente. Vediamo dunque i cibi vegetali su cui puntare, tenendo conto che quantità minori ma interessanti si trovano in molti altri vegetali (dai legumi agli spinaci). Meglio integrali: guardate in fondo alla tabella l’effetto della raffinazione del riso sul contenuto di magnesio. II fabbisogno giornaliero è pari a 300 mg nelle donne e 400 negli uomini.

Mangiare il principio della morte Secca la conclusione tratta dallo specialista tedesco: «Ingerire carne significa in ultima analisi pasteggiare a un banchetto di cadaveri, nel doppio significato dell’espressione. È un mangiare i morti e la morte al contempo, adoperandosi per di più con coltello e forchetta alla propria fine».

La soluzione: scelte semplici ma efficaci La soluzione ideale è tornare all’antico quando i nostri progenitori, prima di giungere al dominio del fuoco, erano “frugiferi”, cioè basavano la loro alimentazione su frutta, semi e funghi. «Da oltre tre decenni – assicura Dahlke – ho sperimentato il sentirsi notevolmente meglio delle persone non appena esse ritornino agli antichi semplici modelli, ad esempio con il digiuno, l’alimentazione basata su cibi vivi, il camminare per mezz’ora al giorno (senza ansimare), il distendersi ai ritmi naturali o ancora il danzare, permettendo così alle proprie anime di abbandonarsi al rilassamento e alla rigenerazione».

CONTENUTO IN 100 GRAMMI:

• Crusca di grano • Semi di zucca • Farina di soia • Cioccolato fondente • Mandorle • Farina di grano saraceno • Amaranto • Germe di grano • Noci • Quinoa • Alga spirulina essiccata • Nocciole • Arachidi • Fiocchi d’avena • Farina di grano integrale • Riso integrale • Riso bianco

600 mg 550 mg 420 mg 330 mg 280 mg 250 mg 250 mg 240 mg 200 mg 197 mg 190 mg 170 mg 170 mg 140 mg 130 mg 45 mg 15 mg

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Il mondo delle erbe

Mangiare le rose (e altri fiorellini di primavera) Come no? Possiamo sicuramente approfittarne. Basta seguire alcuni trucchetti culinari e le necessarie precauzioni. Gaia Viola

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Ricettine sfiziose a base di rose RISOTTO ALLE ROSE

aggio è il mese delle rose, fiore per eccellenza, simbolo d’amore e obiettivo primario di ogni giardiniere, professionista o appassionato che sia! E noi? Se abbiamo anche solo un metro quadrato di terrazzo, via subito all’acquisto di una rosa, scegliendo col naso il profumo migliore! Ma se non abbiamo un giardino o un balcone… beh, di amici sì che ne abbiamo, e qualcuno di loro un pezzetto di verde potrebbe averlo. E poi? In un vaso di cristallo, quattro dita d’acqua: tutto lì? No, naturalmente, perché le rose si possono anche mangiare!

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Fiori lilla sul gelato A primavera inoltrata possiamo concederci il lusso di nutrirci anche di altri fiori, delizia degli occhi, profumo inebriante e gusto originale per il palato. Oltre alle rose abbiamo le foglie della salvia, di cui conosciamo le virtù terapeutiche: ebbene, anche i suoi fiori, molto profumati, possono essere mangiati. La salvia cresce benissimo in un vaso di terracotta in un posto soleggiato e con poca acqua: i suoi fiori lilla possono addobbare insalate, ma anche ravioli e gelati.

Cioccolato e menta Anche la menta fiorisce, e i suoi fiori rosa possono finire nelle nostre insalate, e anche nelle macedonie, dove portano freschezza, oppure sul gelato al cioccolato, assieme a qualche fogliolina, per ottenere un effetto After Eight fiorito!

Il buon sambuco: prima informarsi E per chi avesse a disposizione un giardino, o la zia

Ingredienti: 250 g di riso 1 cipolla 1 bicchiere di vino bianco delicato 1 cucchiaino di preparato biologico tipo dado 2 rose profumate facoltativi: 4-5 funghi champignon bianchi

• • • • • •

Procedere come con un consueto risotto, soffriggendo delicatamente la cipolla tagliata fine in poco olio extravergine d’oliva, aggiungere il riso, tostare e sfumare col vino. Portare a cottura aggiungendo poco brodo alla volta e a metà cottura i funghi. Quasi a fine cottura aggiungere i petali spezzati con le mani. Mantecare con del burro e spolverare con poco grana, oppure con una buccia di un limone grattugiata.

LIMONATA PROFUMATA Lasciare in infusione fredda, in una brocca da un litro piena d’acqua, una rosa profumata. Dopo due ore, aggiungere un limone spremuto e zucchero a piacere: dissetante e d’effetto!

MACEDONIA ROSA Acquistiamo una bella vaschetta di fragole mature, possibilmente le fragoline piccole, più saporite. Tagliamole a pezzetti, dopo averle ben lavate; aggiungiamo mezzo limone spremuto, zucchero a piacere (un cucchiaio può bastare se sono ben mature) e i petali di una rosa profumata… e color rosa. Da servire in una coppa con panna montata, o yogurt di soia, ed ancora qualche petalo sparso qua e là. Successo assicurato.

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Il mondo delle erbe

in campagna, o il contadino di fiducia fuori città, ci sono i fiori di sambuco: bianche ombrelle profumate, deliziose in frittate o fritte in pastella, avendo l’accortezza di tagliare il più possibile la parte verde, che contiene elementi tossici. Il sambuco è una di quelle piante che suggerisce la cautela e l’ascolto di sé: qualora l’odore non vi attragga e troviate il gusto stucchevole, astenetevi dal mangiarlo. Se invece vi piace, potete anche essiccare i fiori e conservarli per sbriciolarli negli impasti dei dolci durante l’inverno, ed avere così un ingrediente segreto tutto vostro. Naturalmente dovete essere ben certi di riconoscerlo, e non confonderlo con il suo omonimo Sambucus ebulus, tossico. Potete visitare un orto botanico per osservare, imparare e chiedere, oppure rivolgetevi al contadino e alla zia di cui sopra, se sono esperti.

Non mangiamo l’immangiabile Attenzione, però: i fiori che vogliamo mettere nel piatto non siano trattati con erbicidi e varie tossicità! Naturalmente non possiamo nemmeno mangiarci i fiori dei fiorai perché per essere così belli e durevo-

li hanno subito numerosi trattamenti chimici, fitormonali e conservativi. E nemmeno possiamo mangiare i fiori di piante acquistate di recente, a meno che non ce le abbia vendute un coltivatore biologico al quale abbiamo specificato che intendiamo banchettare con i fiori. Ne consegue che anche i fiori che teniamo in balcone o in giardino non devono essere trattati.

Ortica per la cura delle rose non trattate Nel caso delle rose soprattutto, ci toccherà combattere a mani nude con afidi e pidocchietti vari: controlleremo le nostre rose con maniacale attenzione, pronti a sfogliare foglie rovinate o intaccate. Ma se ritenete questa operazione non proprio un piacevole passatempo, potete agire così: in un litro d’acqua mettete a mollo un etto di ortiche anche secche acquistate dall’erborista. Dopo tre giorni filtrate il tutto (potete tenere l’intruglio senza filtrarlo anche una decina di giorni, ma poi rischiate di eliminare anche i vicini e voi stessi con il puzzo tremendo che ne uscirà) e spruzzate sulle rose o i boccioli attaccati dagli afidi. Successo assicurato.

Happy hour allo sciroppo di sambuco Ecco qui una delle possibili ricette per lo sciroppo di sambuco, ormai famoso anche per praparare aperitivi freschi e dissetanti, dalla blanda gradazione alcolica.

Ingredienti (per 3 litri di sciroppo) • 3 litri di acqua minerale • 3 kg di zucchero • 40 fiori di sambuco • 9 limoni biologici o non trattati

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Preparazione Lavare bene i fiori di sambuco e i limoni. Far bollire l’acqua e, appena tiepida, aggiungere lo zucchero, mescolare bene. Aggiungere i fiori e i limoni tagliati a quarti. Lasciare in infusione per 2 giorni

mescolando ogni tanto. A questo punto filtrare con una garza spremendo bene gli ingredienti. Far bollire lo sciroppo per 3 minuti. Travasare in bottiglie di vetro sterilizzate (si sterilizzano in forno a 100 gradi per 30 minuti). Chiudere bene, capovolgere le bottiglie e coprirle con una coperta: dopo 12 ore sono pronte per

essere conservate in luogo fresco. Una volta aperta la bottiglia, conservarla in frigorifero e consumarla entro breve. Lo sciroppo va diluito (circa 1:3) con acqua frizzante o naturale, a cui si può aggiungere una foglietta di menta. Per l’aperitivo stuzzicante invece diluire in un calice un dito di sciroppo, un dito di vino bianco e tre dita di acqua frizzante, servire con una fettina di limone e una fogliolina di menta, oppure di sedano.


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Scoperte in soffitta

Gemma Astolfo

Acqua aromatica della Regina d’Ungheria

✱ È anche detta Spirito di

Ramerino (cioè Rosmarino) e alcune versioni prevedono di lasciar macerare i rametti nel vino per poi distillarne lo spirito. Lo si considerava un tonico e stimolante per stati di affaticamento. Certo, nell’immediato contribuiva anche l’alcol...

✱ Oggi, esiste in commercio il

preparato analcolico, cui a volte al rosmarino si aggiungono altre erbe. Non si beve ma è consigliato per pelli miste e grasse come idratante e tonificante, o per togliere le

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ere

da b

I

n pieno Trecento Isabella d'Ungheria si innamorò di quest'acqua la cui ricetta, si dice, le sarebbe stata donata da uno speziale girovago. Non sappiamo come sia andata veramente, ma questo rimedio profumato è solo una delle tante versioni di “Aqua mirabilis”, all'epoca molto gettonate.

Una versione casalinga In un litro di acqua bollente: una manciatina di fiori di lavanda un piccolo pugno di menta un po’ di sommità fiorite di rosmarino

• • •

Lasciate infondere per una decina di minuti, filtrate e bevetene una tazza dopo i pasti. Aiuta la digestione, calma lo spirito e contrasta gli stati di debolezza.

impurità (o come struccante). Si narra che la Regina abbia conservato una pelle liscia ed esteticamente gradevole fino a tarda età, al punto da aver ricevuto una proposta di matrimonio da parte di un Re... fuori tempo massimo.

✱ La fama di prodotto anti-

aging è arrivata fino ai nostri giorni, più volte rilanciata nel corso dei secoli. Sono innumerevoli le indicazioni storiche dell’acqua mirabile di Rosmarino o della Regina d’Ungheria.


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Dossier

Intolleranze alimentari I sintomi, le diete e le proposte di alcune “altre” medicine

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pag. 42

Battere le intolleranze (evitando i soliti errori)

pag. 48

Alimenti rifiutati dal corpo, la visione psicosomatica

pag. 54

Il punto di vista cinese, una questione di equilibrio tra Yin e Yang

pag.60

Cibi disturbanti e prediletti, la lezione dell’omeopatia

pag.64

La via degli integratori, scacco matto in tre mosse

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persone su 10 sono affette da intolleranze: lo si dice spesso ma non è vero. Stima esagerata.


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persone su 100 soffono di questi disturbi. Stima più affidabile. Nei bambini l’incidenza arriva all’8%.

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giorni di astinenza dall’alimento responsabile sono necessari per migliorare la sintomatologia.

Se ne fa un gran parlare. Al punto che, a volte, entriamo in difficoltà. Quali sono i cibi a maggior rischio? E quali tipi di disturbi possiamo aspettarci? Non saranno le intolleranze un problema sopravvalutato? Sicuramente, spesso, è mal gestito. Facciamo test su test, eliminiamo alimenti, e non riusciamo a trovare il bandolo della matassa. Capita. Proviamo, però, a vedere che cosa hanno da dire i nostri specialisti. Iniziamo con un necessario inquadramento di allergologia. Con una precauzione: prima di inserire i cibi sulla lista nera osserviamo il nostro stile alimentare. In diversi casi quei disturbi sono dovuti al fatto che mangiamo male, preferendo alimenti non proprio salutari. Non c’è solo la dieta di eliminazione. La psicosomatica rivela che, all’origine di un’intolleranza, può esserci un trauma. Non ce ne rendiamo conto, ma ogni alimento ha il suo significato simbolico. Si può quindi intervenire con tecniche come l’ipnosi.

Pancia gonfia e dolori. Mal di testa, prostrazione fisica. Oppure eczemi e persino disturbi respiratori. È il variegato quadro delle intolleranze agli alimenti. Ma ci sono soluzioni meno convenzionali delle cure standard.

Ci rechiamo poi in Cina per apprendere un’altra lezione. Il problema si genera a causa di uno squilibrio Yin e Yang. Il vuoto di Qi può interessare diversi organi, proprio quelli più frequentemente colpiti dalle intolleranze. La cura? Erbe tradizionali e aghi. Anche per i cinesi eliminare l’alimento responsabile non è sufficiente. L’omeopatia, invece, viene in nostro soccorso con molti rimedi. Da scegliere caso per caso. Ogni cibo può scatenare reazioni avverse oppure, al contrario, suscitare preferenze. L’omeopata usa questi segnali anche per arrivare alla prescrizione del rimedio più appropriato. L’effetto curativo può riguardare altri disturbi concomitanti. Infine, un flash su un particolare approccio alimentare: scacco matto alle intolleranze in tre mosse. 41


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Le altre medicine

La tecnica è stata messa a punto da un maestro Zen. Consiste nel soffio sui punti dolenti o per ottenere benefici di vario tipo: apprenderla non è difficile. Beatrice Moricoli

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La terapia del Soffio: un altro dono dello Zen

I

l maestro Inoue Muhen (1908-2000) era un monaco Zen. La sua terapia del Soffio è il frutto di molti anni di meditazione e pratica. Girava il mondo, ospite di chi lo accoglieva, portando a tutti la sua grandissima intuizione ed esperienza, insegnandola con l’esempio di una vita vissuta nella sua Essenza. «La mia terapia – diceva – non ha logica né teoria; soffiando dove fa male, la condizione si trasforma». Solo soffiando si può capire cosa accade dentro di noi e dentro coloro che ricevono il nostro soffio.

Alla portata di tutti Tra tutte le tecniche che ho incontrato e fatto mie in questi anni, tengo in grande considerazione ciò che più mi ha consentito e sostenuto in un percorso di trasformazione profondo. Due di queste rendono liberi perché le possiamo applicare a noi stessi in qualsiasi istante e per questo le amo: la Riflessologia facciale e il Reiki. La terza, la terapia del Soffio, necessita di un terapeuta affinché possa essere eseguita, ma il terapeuta può essere chi ti sta vicino. È alla portata di tutti, non ha controindicazioni, tutti sanno e possono soffiare!

L’incessante mutare delle cose «Le cose non sono, come sembra, immutabili», spiegava il Maestro. «Ogni cosa cambia incessantemente, le stesse cellule del nostro corpo si rigenerano nel tempo. Pensiamo di essere un’entità fissa, in realtà ci trasformiamo senza sosta, siamo nel divenire: purtroppo la nostra coscienza ordinaria non ci permette di percepire tutto ciò, così l’attaccamento a un’immagine, un pensiero, un’abitudine ci provocano spesso sofferenze ed afflizioni». Il Soffio è un metodo per trasformare il dolore in qualcosa di diverso: nulla è immutabile. Un insegnamento che ho appreso da Rino Cortigiano di Trieste, che, a sua volta, l’ha appreso dallo stesso Muhen.

I punti che ricevono il Soffio Ma dove soffiamo? Con grande semplicità, se non abbiamo seguito un seminario durante il quale ci sono state date indicazioni più precise, possiamo soffiare dove appare il dolore, direttamente sopra il punto o la zona dolente. Se invece abbiamo una formazione nelle Medicine orientali e conosciamo la geografia del transito energetico nel nostro corpo, possiamo soffiare sul percorso dei Meridiani o direttamente sui punti specifici che li compongono.

Anche per chi desidera un figlio Ad oggi, per quanto riguarda la mia scelta personale,


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Le altre medicine

Innanzitutto mi concentro sulla zona dolente del mio ricevente e, con leggerissime pressioni della mano, cerco di capire se c’è un punto più dolente all’interno della zona stessa. Evito zone che possAno risultare troppo invasive, in prossimità del volto, del collo, delle zone intime. Una volta localizzato il punto, appoggio un fazzoletto di cotone o di carta sulla pelle e appoggio le mie mani sopra lo stesso per qualche istante, creando un contatto energetico prima di iniziare il trattamento. Prendo un bel respiro profondo e appoggio la mia bocca sopra il fazzoletto, avendo cura di lasciare libere le estremità della bocca. Attraverso i lati della bocca posso riprendere il nuovo respiro ad ogni soffio senza dover staccare la bocca dal punto. Quindi inizio la mia sequenza in espiro – inspiro, con calma, avendo cura di seguire un ritmo buono per me. Effettuo 21 soffi di seguito, poi mi fermo per qualche istante, con la bocca sempre in contatto con il fazzoletto: riprendo un buon respiro ed inizio di nuovo. Per iniziare sono perfetti 10 cicli di 21 soffi sul punto prescelto, ma potremmo aumentare il numero di cicli all’infinito. Al termine, appoggio nuovamente le mie mani sul punto e posso lavorare il punto stesso con piccoli movimenti rotatori (Tui Na) se mi trovo in prossimità di punti del percorso dei Meridiani. Sempre al termine ringraziamo l’Universo o ciò a cui crediamo per questa incredibile opportunità che ho vissuto con il mio ricevente.

insegno la terapia del Soffio a coloro che sono alla ricerca di maternità e incontrano difficoltà in questo senso. Intervengo dopo essermi accertata che non esistano problematiche mediche che bloccano l’evento del concepimento, quindi solo dopo che la futura mamma ha fatto tutti i controlli del caso.

Si apprende in mezz’ora Come procedo? Spiego alla coppia che è un percorso che gestiranno loro stessi in autonomia, concedendosi ogni giorno uno spazio speciale solo per loro due, di una decina di minuti o poco più, al fine di unirsi a livelli più sottili per questo progetto. La coppia viene in studio e insegno all’uomo come soffiare nella zona delle tube della sua compagna. La seduta per apprendere dura al massimo una mezz’ora. L’applicazione del Soffio deve essere giornaliera e, se possibile, preferibilmente serale.

Sintonizzarsi sulla stessa frequenza Se veramente motivati, se il compagno si prenderà carico seriamente del progetto comune, si hanno ottimi risultati. In questi anni di Soffio sono arrivati tantissimi bimbi, forse chissà, solo perché l’uomo e la donna si sintonizzano sulla stessa frequenza con l’ausilio di una tecnica così semplice. Ogni tecnica che studiamo in questo settore, se vissuta in profondità, ci dice qual è la disarmonia che è meglio riportare in equilibrio.

Nel profondo di noi stessi La terapia del Soffio non ha limiti ed è perfetta per tutto e per tutti, utilizza il nostro respiro, un dono grandioso, e il corpo che riceve questo trattamento viene attraversato dal Prana che il nostro Soffio trasporta. Solitamente, quando lavoriamo su un ricevente, sappiamo di riequilibrarlo utilizzando i grandi canali di trasmissione: la circolazione sanguigna, respiratoria, linfatica, nervosa, dei meridiani…; ecco, il Soffio segue una trasmissione interna a noi sconosciuta che ci ricollega a profondità e a spazi che non possiamo collocare a livello fisico, ma che lavorano ove il resto non giunge. E allora buon Soffio a tutti! L’autrice dell’articolo organizza periodicamente seminari per apprendere il Soffio. Sul sito del suo centro (SIRFA) la potete vedere mentre spiega ed esegue un Soffio: www.sirfa-riflessologie.it

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UNA GENTILE PRATICA DI TRASFORMAZIONE

L’autrice dell’articolo mentre pratica il Soffio. In basso, l’ideatore

Sensei Muhen.

Alcuni preziosi consigli direttamente da Sensei Muhen Vediamo come applicare la tecnica in relazione ad alcuni comuni disturbi.

centrale dello sterno). Dopo il soffio sui punti non massaggiate.

Influenza Punto al centro del capo (fontanella). Riponete un asciugamano, bagnato in acqua fredda e strizzato, sul capo e sul collo: soffiate sulla fontanella per 10 volte, 21 soffi. Il punto è indicato anche per problemi di epilessia.

Asma Punto nella fossetta centrale del collo e punto due centimetri sotto il precedente (sulla linea

Stomaco e intestino Appoggiando la mano, cercate i punti dolorosi. Soffiate e poi massaggiate delicatamente con la mano.

Polmoni I punti si trovano agli apici dei polmoni, anteriormente e posteriormente. Finito di soffiare appoggiate la mano. Potete anche utilizzare lo zenzero. Fate bollire l’acqua, spegnete e versate lo zenzero. Immergete l’asciugamano,

strizzatelo e appoggiatelo sulla zona dei polmoni: ripetete più volte e scaldate l’acqua se si raffredda.

Ovaie e utero Cercate il punto dolente palpando delicatamente. Se non c’è dolore soffiate a destra e a sinistra nella zona delle tube, e nel basso addome centrale.

Artrosi Tastate e trovate i punti dolenti: lavorateli con i pollici con pressione da Tui Na o Shiatsu. Poi soffiate sui punti che dolgono.

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