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Periodico mensile – Anno V, numero 42/2015 – €

Poste Italiane - Sped. in A.P. DL 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c. 1, LO/MI

3,50 – Canton Ticino chf 7,00

GIUGNO 2015

MAGAZINE

LA SALUTE NATURALE RACCONTATA DAGLI ESPERTI

n. 42 MAGAZINE

Dossier METODO BATES La salute degli occhi Ayurveda per la bocca L’Oil pulling originario

SPEGNERE L’HERPES Le erbe che lo combattono

PITAYA Un frutto da scoprire DISTURBI PREMESTRUALI

RHODIOLA ROSEA

IL PLASMA DI QUINTON

LE REGOLE DA ADOTTARE A TAVOLA PER RIDURRE I SINTOMI PIÙ FASTIDIOSI

GUIDA PRATICA ALL’USO DEL RE DEGLI ADATTOGENI CONTRO STRESS E FATICA

L’ENFANT TERRIBLE CHE SCOPRÌ I SEGRETI DELL’ACQUA DI MARE

AROMATERAPIA. Cipresso e ginepro, rapido sollievo per gambe gonfie e doloranti


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Sommario NUTRIZIONE NATURALE pag. 14 Una svolta bio

nelle nostre vite pag. 18 Pitaya, il superfrutto

del cactus delle Ande pag. 22 Sindrome premestruale:

le norme nutrizionali

IL MONDO DELLE ERBE pag. 26 Rhodiola rosea,

la regina degli adattogeni pag. 30 Herpes, ecco le erbe

che lo combattono pag. 34 Eau de Philae:

un’acqua mirabile

LE ALTRE MEDICINE

OMEOPATIA pag. 68

Un’anima a pezzi, il rimedio dell’aquila

pag. 72

L’ipotiroidismo di Shadow

pag. 60 Il plasma di Quinton,

l’acqua del mare e i suoi benefici

pag. 64 Oil Pulling,

una “nuova moda” nata migliaia anni fa


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pag. 44

DOSSIER

Guida pratica al metodo BATES Il metodo Bates, educazione visiva... in Natura Qualcosa sta ruotando... Iniziamo a praticare: gli esercizi di base Proteggiamo la vista in ufficio

RUBRICHE

Altri utili esercizi per la vista

Il periscopio pag. 8

Psicoterapia per tutti i giorni pag. 10

Sulle ali di Psiche pag. 12

Ci salverĂ un fiore pag. 36

Aromaterapia pag. 38

Scoperte in soffitta pag. 42

Prepariamolo in casa pag. 74

Le ricette del mese pag. 76

Il mercato della salute pag. 79

Libri e web trend pag. 86

Annunci olistici pag. 90

L’ultima domanda pag. 98


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Nutrizione naturale

LA SALUTE IN TASCA

Una svolta nelle nostre vite Cambiare sì, ma come? Procediamo per gradi, senza fretta, introducendo nelle nostre diete sempre più alimenti integrali e bio. Un obiettivo alla portata di tutti. Fabio Fioravanti

A

volte diciamo a noi stessi: è ora di mettersi in regola. In varie sfere della nostra vita e in particolare a tavola. Ma come possiamo ottenere questo cambiamento? E in che cosa consiste esattamente? Invece di inseguire le voci che corrono, po-

I metodi di produzione degli alimenti raffinati possono causare da un lato un impoverimento nutrizionale e, a volte, anche l’esposizione ai residui tossici del processo di lavorazione. Il problema dei cibi raffinati

Pane e pasta

Nelle farine doppio zero resta solo l’amido. Le fibre che si trovano nella parte esterna del chicco sono eliminate. Come ricorda il dottor Fiorito «spesso prendiamo degli integratori a base di fibre o la crusca per ovviare a quest’inconveniente». Ricordiamo che le fibre non solo promuovono la funzione intestinale ma stimolano il sistema immunitario.

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tremmo ascoltare i consigli del dottor Alberto Fiorito, medico e presidente della Società Europea di Nutrizione Biologica, autore di tre libri dal titolo “La salute in tasca”, molto interessanti per l’originale metodo proposto. Un vero e proprio “Progetto Salute” da applicare nel quotidiano.

Preferiamo quindi i prodotti integrali, ma in questo caso è anche opportuno rivolgerci al biologico: infatti sull’esterno del chicco si accumulano i residui chimici dell’agricoltura non bio. Un buon bio, inoltre, non prevede il trattamento con sostanze aggiunte per reggere la cottura, come

il glutine: un procedimento che, dal punto di vista nutrizionale, è meglio evitare. Infatti, il glutine ha anche un effetto proinfiammatorio. Attenzione anche alla lievitazione che non deve essere violenta: ciò infatti comporta un carico eccessivo di lieviti che possono determinare problemi di gonfiore intestinale.

Zucchero Siamo abituati a quello bianco, raffinato. Ma la raffinazione da un lato priva la materia prima di principi attivi benefici, dall’altro lascia residui della lavorazione chimica. Per dolcificare scegliamo zucchero di canna integrale bio, miele, sciroppo d’acero o succo d’agave.


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Nutrizione naturale

Ottima idea per la prima colazione. È un’opzione che si aggiunge allo yogurt di soia, al tahin o alla marmellata bio da spalmare su gallette di mais o farro, ai fiocchi d’avena magari insaporiti con gomasio (semi di sesamo e sale integrale), ai latti vegetali.

La crema Budwig si prepara così: Mettiamo in un tritatutto un cucchiaio di un cereale in chicchi conservato in un barattolo di vetro (orzo, farro, avena, riso, integrali e biologici), un cucchiaino di semi di lino, 5 mandorle o 3 noci o 5 nocciole (aggiungiamo qualche seme di zucca o girasole). Otteniamo così una farina. La versiamo in un frullatoree aggiungiamo mezza banana, un frutto di stagione, un cucchiaio di olio di semi di lino pressato a freddo, mezzo limone spremuto e un bicchiere di latte vegetale (miglio, farro, avena o soia). Aggiungiamo 5 gocce di estratto di semi di pompelmo. Frulliamo e abbiamo così ottenuto la nostra crema, nutriente ed energetica.

Cambiamento a tutto campo Il dottor Fiorito suddivide il cambiamento in quattro fasi: prendiamoci il tempo necessario. In ogni fase, progressivamente, sostituiamo alcune categorie di alimenti con altri, di gran lunga più benefici per l’organismo. Contemporaneamente, iniziamo a mettere in atto altri interventi che comprendono uno schema di attività fisica, meditazione, esercizi di respirazione, curando il nostro atteggiamento nei confronti del quotidiano. Per questo rimandiamo ai libri dell’Autore, ora concentriamoci sulle quattro fasi del cambiamento alimentare.

➜ PRIMA FASE Dopo aver trovato il nostro negozio biologico, iniziamo a sostituire il sale e lo zucchero raffinati con sale marino integrale e zucchero biologico. Scopriremo che cambiano anche i sapori. Optiamo per frutta, verdura e miele bio: potremmo anche trovare un piccolo produttore con cui stabilire un rapporto costante. Iniziamo poi a conoscere i semi oleosi (lino, girasole, zucca). Si conservano al buio in un contenitore chiuso (quelli di lino meglio in frigo e prima di consumarli vanno macinati). Li usiamo nelle nostre insalate o anche per spuntini insieme a noci e mandorle. Un’altra mossa in questa prima fase è quella di provare ad assaggiare i latti vegetali (riso, soia, avena, kamut, mandorle): scopriamo quello che più ci piace e usiamolo per la prima colazione. Attenti, il gusto può variare in base alle marche.

➜ SECONDA FASE Ci aspetta ora un passaggio più difficile: stop alla farina bianca (doppio zero). Optiamo per pane e pasta integrali o semi-integrali non solo di grano ma anche di kamut, grano saraceno e farro. Teniamo conto che se questi prodotti sono biologici sono anche più scuri e non contengono collanti o glutine addizionato. La scelta dell’integrale all’inizio può causare qualche perplessità: soprattutto perché in pochi secondi può passare da “al dente” a “scotto”. Ci si abitua a poco a poco.

➜ TERZA FASE Se siamo arrivati fin qui, abbiamo già centrato alcuni importanti obiettivi. Proseguiamo nel cambiamento ancora più motivati. Adesso tocca all’acqua. Beviamo di più, all’inizio un litro e mezzo al giorno lontano dai pasti, soprattutto mattina e sera. Che tipo


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FRANCO BERRINO: «NON BUTTATE LA PARTE MIGLIORE»

orzo

di acqua? A bassissimo residuo fisso (meno di 50 mg per litro). L’acqua del rubinetto andrebbe bene ma spesso il residuo fisso è eccessivo, contiene metalli pesanti e il cloro utilizzato per la disinfezione. Il cloro è tossico per il corpo. È venuto poi il momento di scoprire i cereali integrali o semi-integrali biologici. Per risparmiare, compriamo i chicchi a peso. Li mettiamo sempre a mollo per ammorbidirli ricordando che i tempi di cottura dell’integrale sono più lunghi. Proviamoli tutti: riso, orzo, farro, grano saraceno, kamut, avena, quinoa, amaranto. Si tratta di un’eccezionale fonte di vitamine, enzimi e fibre e non mancano le proteine: se li consumiamo insieme ai legumi è come mangiare la carne. Approfittiamone 3 o 4 volte alla settimana, usando come condimento un sugo di pomodoro o un pesto.

farro

➜ QUARTA FASE

p ep e

Introduciamo scientemente le proteine vegetali. In particolare seitan e derivati della soia. In questo modo possiamo abolire o ridurre al minimo il consumo di carne. Va detto, su questo punto, che il dottor Fiorito non ne richiede necessariamente l’abolizione totale. Un tipico pasto veloce: due fette di seitan insieme a un’insalata mista. Via libera anche ad altri prodotti come i wurstel di soia o il tofu. E come contorno i vegetali che preferiamo, legumi compresi. Eventuali problemi di gas intestinali si riducono aggiungendo l’alga kombu durante la cottura dei legumi o cambiando l’acqua a metà cottura.

r o n c in o

Un condimento immancabile Consideriamo tali consigli come la struttura di un cambiamento profondo, che prevede anche molti altri accorgimenti e trucchi alimentari: nei libri del dottor Fiorito se ne trovano tantissimi. Eccone un altro: benissimo arricchire la nostra dieta con le spezie. E tra queste spicca la curcuma, potente antiossidante e toccasana per il fegato. Teniamola in una saliera a portata di mano: nove parti di curcuma e una di peperoncino o pepe bianco. Un po’ di piccante migliora l’assorbimento della curcuma nell’intestino. Cospargiamo i nostri piatti a piacere.

u cu r c

ma

Nessun dubbio: «I cibi integrali, specialmente se accompagnati da legumi, hanno un indice glicemico basso e questo abbatte il rischio di ammalarsi di cuore, obesità, diabete, cancro e riduce anche disturbi minori come stitichezza e acne giovanile», conferma il professor Franco Berrino dell’Istituto Tumori di Milano. Non buttiamo via la parte preziosa del chicco con la raffinazione: «Il germe – ricorda Berrino – contiene acidi grassi polinsaturi, indispensabili per noi, e vitamina E che proteggono i grassi dall’ossidazione. Tutte queste componenti agiscono in sinergia per la vita della pianta e quando li mangiamo integralmente svolgono la loro azione protettiva. Perché togliere un pezzo? I cereali integrali poi contengono ferro e calcio, utili in caso di anemia e osteoporosi, e acido fitico che in modeste quantità sembra inibire la crescita dei tumori».

Alberto Fiorito La salute in tasca Editoriale Programma 3 volumi, 4,70 euro a volume Opera in tre volumi di facile consultazione e piacevole lettura. Ma che si distingue soprattutto per la qualità e la ricchezza dell’informazione, frutto dell’esperienza di Alberto Fiorito, medico ed esperto in medicine non convenzionali e nutrizione biologica. Il contenuto del nostro articolo è solo un assaggio. In realtà, i tre volumi non solo espongono i principi e le pratiche della buona alimentazione ma suggeriscono spunti di grande utilità come, per esempio, la frequentazione del nostro…”luogo di potere”.

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Il mondo delle erbe

Rhodiola rosea La regina degli adattogeni 26


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Ben conosciuta dai popoli del nord, questa pianta ha rivelato importanti attività contro lo stress cronico e altri problemi comuni. Abbiamo chiesto ai nostri esperti di fare il punto. Ivo Bianchi, Valentina Bianchi

a Rhodiola, il cui nome significa rosellina, è un’erba perenne, che cresce nelle regioni settentrionali del Canada, a livello del Circolo polare artico, oltre che nelle più inospitali e fredde regioni di Scandinavia e Siberia. È stata trovata abbondante in molte regioni montuose d’Europa, nel Caucaso, da cui sembra originare, ma anche nelle Alpi, Pirenei e Carpazi. In Finlandia, Svezia e Russia viene attivamente coltivata per le sue notorie proprietà farmacologiche. Le popolazioni delle montagne siberiane la chiamano “radice d’oro” (Zoloty Koren) o anche “radice artica”: ne preparano una bevanda che aumenta la resistenza agli sforzi e aiuta a superare gli stati depressivi “da inverno siberiano” oltre che i disturbi da altitudine.

L

Un rimedio tradizionale: la scienza conferma La Rhodiola rosea è una pianta succulenta, composta di minuscoli cespugli, alti dai 5 ai 35 centimetri. I fusti carnosi nascono da un robusto rizoma, mentre i fiori sono riuniti in infiorescenze terminali, di colore giallo, arancione o rosso. Il profumo è gradevole, appunto di rosa. Appartiene alla famiglia botanica delle Crassulaceae, gruppo di piante che ha da sempre suscitato interesse terapeutico. Sarà forse il turgore delle foglie, forse il fatto che questi vegetali prosperano in luoghi aridi e inospitali – e quindi debbono presumibilmente sintetizzare potenti molecole per l’accumulo dei nutrienti e per la loro sopravvivenza e riproduzione –, fatto sta che già Dioscoride, Plinio e Columella si ci-

mentarono nella cura di svariate patologie con le piante di questa famiglia e con la Rhodiola in particolare. Le moderne ricerche scientifiche hanno confermato l’importanza terapeutica di questa pianta estendendola in parte a tutta la famiglia.

La scoperta dell’adattogeno Un po’ tutti i popoli dell'estremo nord, come gli eschimesi dell’Alaska ad esempio, da sempre usano la Rhodiola non solo come medicinale, ma anche come cibo. Molti di questi gruppi etnici impiegavano i fiori, sia in infusione che in decotto, come trattamento per disturbi gastrointestinali, febbre, tubercolosi e come analgesico generale. Dal 1969 questa pianta fa ufficialmente parte della farmacopea russa che la classifica come adattogeno, tonico del sistema nervoso e antidepressivo. Nonostante stimoli memoria, prontezza e reattività mentale, solo raramente causa eccitazione negativa con nervosismo e insonnia, come può accadere invece talora con il ginseng coreano.

Una predilezione per le donne In generale, possiamo affermare, supportati da una vasta letteratura, che la Rhodiola è in grado di curare le conseguenze dello stress cronico. Questa specifica tipologia di stress colpisca soprattutto il sesso femminile, che ha un minor vigore corticosurrenalico: la Rhodiola è quindi specificatamente indicata nella donna di oggi che deve duramente lavorare ben oltre il sessantesimo anno di età. Non a caso la “radice artica” ha azione preventiva nei confronti del dia-

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Il mondo delle erbe

bete, patologia questa molto sensibile allo stress prolungato.

La biochimica rivela il segreto

Tutti i benefici della Rhodiola rosea In quanto specifico adattogeno cerebrale, la Rhodiola è utile per l’affaticamento intellettuale e per il miglioramento di concentrazione e memorizzazione; facilita l’apprendimento nel giovane studente ed è di supporto della memoria nell'anziano. La Rhodiola aumenta la resistenza a stress chimici, biologici e fisici, e può essere efficacemente sinergizzata dal magnesio bisglicinato. Essa è utile quando diminuisce il rendimento al lavoro, nella difficoltà di addormentamento, nella irritabilità e nella fatica conseguenti a un intenso e prolungato sforzo fisico o intellettuale. Contro le conseguenze dello stress cronico, in particolare nelle donne. Gli effetti positivi della pianta si esplicano anche a livello gonadico e il fitoterapico è provatamente utile per impotenza, amenorrea e sterilità. Questa panacea venuta dal freddo è molto utile anche nella depressione con astenia, nella sindrome da iperattività con deficit di attenzione e nella convalescenza dopo traumi cranici da incidenti. Stanno emergendo, infine, importanti attività immunostimolanti e antinfettive che la segnalano, per esempio, contro il carcinoma prostatico e la vulnerabilità alle infezioni.

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L’attività della Rhodiola come adattogeno e supporto al sistema nervoso centrale e cardiopolmonare deriva principalmente dalla capacità della pianta di influenzare i livelli e l’attività delle monoamine e delle β endorfine cerebrali, fattori di attenuazione di stress e dolore. Infatti, l’estratto di Rhodiola riduce i livelli di cortisolo (l’ormone dello stress), mentre favorisce l’aumento della serotonina a livello del sistema nervoso centrale tramite l’inibizione dell'enzima catecolO-metil-transferasi, coinvolto appunto nella degradazione della serotonina cerebrale. La pianta inoltre favorisce la permeabilità cerebrale al triptofano e al 5-idrossitriptofano, precursori della serotonina, che, lo ricordiamo, regola il tono dell’umore. La Rhodiola, sempre per il suo effetto inibitorio sulla catecol-Ometil-transferasi, determina anche un aumento dei livelli intracerebrali di dopamina, neurotrasmettitore antidepressivo e stimolatorio per eccellenza.

Una raffica di benefici Ma c’è di più. Secondo le più recenti ricerche la Rhodiola si è dimostrata essere antiossidante, antitumorale, immunostimolante, anti aging, anti aritmica, cardioprotettiva, anti allergica, neuroprotettiva e quindi utile in alcune patologie degenerative del sistema nervoso quali il morbo di Parkinson. Essa può prevenire o trattare l’immunodeficienza conseguente a stress da super lavoro, da eccessivi sforzi fisici o da terapie chemioterapiche o radianti.

Potenziare il sistema immunità La Rhodiola migliora l’immunità legata ai linfociti T, perciò aumenta la resistenza organica alle infezioni in generale. In particolare, studi recenti hanno dimostrato una sua specifica attività anti-stafilococcica. Essa può prevenire la soppressione immunitaria che lo stress cronico determina inibendo la funzione dei linfociti B. Il potente effetto di stimolo immunitario supporta quanto emerso da recenti ricerche che hanno dimostrato l’utilità di questa pianta anche nelle patologie degenerative, nello specifico nel carcinoma prostatico.

Più energia per gli sportivi (e non solo) L’estratto di Rhodiola migliora le performance fisiche e psichiche degli atleti. In particolare, la pianta ha un


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mo Come possia assumerla? ✓

Nei periodi di stress e fatica psicofisica: 1 capsula da 750 mg estratto standardizzato di radice 2 volte al giorno. Come mantenimento e stimolo immunitario: 1 capsula al mattino. In caso di performance atletica: 1 capsula 2 volte al giorno da associare con Eleuterococco.

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effetto positivo sul muscolo e a livello cellulare sul mitocondrio (la centrale energetica delle nostre cellule). Nel mitocondrio stimola la produzione di ATP cui consegue un aumento di forza fisica ed endurance, utile sia negli atleti sia in pazienti con astenia correlata a morbo di Lyme o a infezioni da Epstein Barr virus. Questo fitoterapico ha anche un effetto più grossolano di aumento del flusso sanguigno a livello di cervello e muscolo, tramite una vasodilatazione simile a quella prodotta dal Ginkgo biloba.

Consigli per l’impiego Dalle ricerche si evince come sia meglio iniziare l’utilizzo di questo adattogeno diverse settimane prima di un periodo nel quale ci si aspetti un aumentato sforzo psicofisico e di continuare per tutta la durata del periodo stressante (fino a 4 mesi). Si consiglianogeneralmente cicli ripetuti strutturati in modo da alternare periodi di somministrazione con intervalli senza assunzione. L’assunzione di Rhodiola è sconsigliata in gravidanza e allattamento.

Le altre Crassulaceae La famiglia delle Crassulaceae, cui appartiene la Rhodiola, comprende circa 3000 piante erbacee, sempreverdi e suffruticose. Il nome della famiglia deriva dal latino “crassus”: grasso. Si tratta di piante cosmopolite, diffuse in tutto il mondo, assenti solo in Australia e Polinesia. Si trovano maggiormente nell'emisfero boreale e nell’Africa meridionale, di solito in zone secche, aride e/o fredde in cui l’acqua può anche essere scarsa. Le Crassulaceae hanno tutte una certa importanza nella terapia delle patologie degenerative, presumibilmente stimolando il sistema immunitario; alcune hanno un nettissimo potere anti infiammatorio a livello della cute e soprattutto della mucosa orale, altre sono utili per le problematiche neurologiche, dallo stress all’epilessia, al morbo di Parkinson. Dagli studi è emersa un’attività anche a livello ormonale; hanno in vario modo una valenza antiriproduttiva, favorendo l’aborto, ritardando il parto, interferendo su alcuni ormoni del riconoscimento madre-neonato.

Il tipico ambiente in cui cresce la Rhodiola (i suoi fiori in primo piano)

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Dossier

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Il metodo Bates Educazione visiva... in Natura

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Qualcosa sta ruotando...

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Iniziamo a praticare: gli esercizi di base

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Proteggiamo la vista in ufficio

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Altri utili esercizi per la vista

IL METODO BATES Educazione visiva... in Natura

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a che cos’è il metodo Bates? Educazione visiva naturale, ovvero ciò che la Natura insegna agli esseri umani per poter vedere bene... e che il dottor Bates ha saputo osservare. Ma partiamo dall’inizio. William H. Bates nacque a New York nel 1860. Si laureò in medicina e si specializzò dapprima in otorinolaringoiatria e, successivamente, in oftalmologia. Lavorò per molti anni come medico oculista e si affermò nella professione. Oltre al lavoro come oftalmologo, a lui venne attribuita la scoperta delle funzioni dell’adrenalina, a testimonianza del carattere di ricercatore a tutto campo che lo contraddistingueva. Carattere che, se da una parte lo elevava al di sopra di molti colleghi del tempo, dall’altra lo espose alle loro invidie quando, dopo diversi anni di pratica, avanzò ipotesi diverse rispetto a quanto conosciuto sulla vista sino ad allora.

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Un grande sperimentatore Accadde che – dopo aver rispettato gli insegnamenti oftalmologici ricevuti – di fronte alle migliaia di persone affette da difficoltà visive che incontrava nel suo lavoro, Bates si rese conto di alcune “eccezioni” rispetto agli insegnamenti classici. Se in un primo caso si poteva parlare di una strana eccezione, di fronte al ripetersi di numerosi casi “anomali” decise di studiare meglio ogni singola eccezione, di sperimentare, fino a quando fu in grado di elaborare alcune teorie sul funzionamento del nostro sistema visivo, diverse da quelle sino ad allora conosciute. Le basi del metodo che prese il suo nome nacquero in quel momento.

La Natura, prima maestra Per sua stessa ammissione, lui non inventò proprio nulla. Seppe solo (“solo” per dire) osservare ciò che


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Metodo Bates, vedere secondo Natura

Parlare di metodo Bates è per me affascinante come descrivere un bellissimo viaggio. Assistere persone nel percorso di Educazione visiva che il metodo propone, aiutarle a comprendere “cose” che loro stesse ignoravano e che stavano alla base della loro (passata) difficoltà visiva, è un’esperienza unica e appassionante. Giorgio Ferrario 45


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Le altre medicine

Il plasma di QUINTON L’acqua del mare e i suoi benefici

Ogni cellula ricorda le sue origini: proviene dal mare, culla della vita. Il plasma sanguigno infatti mostra qualche somiglianza con le acque degli oceani. Da questa osservazione nasce la proposta di Quinton, “enfant terrible” della scienza dei primi del Novecento. Fabio Fioravanti

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a storia di René Quinton, famosissimo in Francia all’inizio del Novecento, è una delle tante storie cadute prematuramente nell’oblio, Quinton è l’inventore dell’acqua di mare isotonica, detta appunto il “plasma di Quinton”. Ma soprattutto è stato un pensatore indipendente – e secondo molti, geniale – in campo scientifico, filosofico e sociale (tra le altre cose un pioniere dell’aeronautica). Dopo la gloria, è stato dimenticato, e anche sottoposto ai tristi rituali della damnatio memoriae, per essere riscoperto negli ultimi anni in Francia e Spagna.

varco. Lui dichiarava in anticipo l’esito dell’esperimento esponendosi al rischio di brutte figure: ma quasi sempre la previsione era giusta. «Se la mia teoria è falsa – rispondeva ai critici – volete dirmi come potei prevedere cose esatte che fino a quel momento erano state insegnate in forme differenti?». Solo dopo aver lungamente sperimentato giunge alla proposta terapeutica: per lui l’acqua di mare, trattata in un certo modo, è il rimedio che può aiutare molte persone malate. E una strategia preventiva da diffondere in tutte le classi sociali.

L’esperimento, prima di tutto

Tutto nasce dal mare

Non era un medico ma aveva trovato un entusiastico ascolto presso gli scienziati dell’Accademia francese, uno dei palazzi che all’epoca dettavano l’agenda della ricerca scientifica. Aveva una solida teoria sullo sviluppo della vita sul nostro pianeta. E, soprattutto, faceva esperimenti, per l’epoca assolutamente pionieristici. In tanti lo aspettavano al

In estrema sintesi, la sua idea era questa: la cellula vivente è nata sui bassi fondali marini. È quello il suo ambiente ideale, e infatti se andiamo ad analizzare il sangue umano, e in particolare il liquido che circonda le nostre cellule, notiamo che la composizione di sali minerali è simile all’acqua marina. Si trovano elementi chimici rarissimi, “presenti in tracce”.

L

E oggi che cosa possiamo trovare? Con il passare degli anni le teorie di Quinton sono state recuperate e modernizzate. È impensabile oggi procedere come faceva lui, cioè iniettando acqua di mare in sottocute. Giustamente, bisogna adeguarsi alle regole sancite dalla farmacopea. Ma sono state sviluppate due forme di plasma di Quinton da assumere per via orale, in fiale.

1 IL PLASMA IPERTONICO. Acqua oceanica filtrata contenente tutti gli ioni minerali dell’acqua di mare. È indicata come coadiuvante per la stanchezza fisica e mentale, ritardi di crescita e osteoporosi, ma anche per gli sportivi che si sottopongono ad allenamenti intensi.

2 IL PLASMA ISOTONICO. Sostituto naturale della soluzione fisiologica, intende rinnovare il “terreno” in cui sono immerse le cellule. In particolare, secondo alcuni ricercatori quest’acqua è dotata di azione immunomodulante, in grado di mantenere attivo il sistema immunitario (Miguel Sempere, Università di Alicante).


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Le altre medicine

Quinton fu il primo a dichiarare che questi elementi rari, che all’epoca si stavano scoprendo, sono fondamentali per il corretto funzionamento del nostro organismo. Non è un caso che sia ritenuto (anche) uno dei padri fondatori dell’oligoterapia.

pende strettamente dall’ambiente esterno, il “mare” in cui navigano le cellule. Nascono persino nuove discipline come l'epigenetica. Quinton, piaccia o non piaccia, aveva avuto questa intuizione.

Apre i dispensari di acqua marina L’ambiente perfetto In altre parole: tutte le cellule del corpo gradiscono essere immerse in quel tipo di acqua marina. Secondo Quinton, è l’ambiente “perfetto” che permette loro di esprimersi al meglio, e anche difendersi con maggiore efficacia. Quello che importa, diceva, è il “terreno”, ovvero l’ambiente in cui vivono le nostre cellule: questo è il principio della salute e di ogni guarigione. Ancora non si sapeva nulla di DNA, enzimi e proteine. Ma oggi le scienze biologiche più avanzate segnalano che il funzionamento cellulare di-

Le nostre cellule come pesci nell’acquario

René Quinton

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Ma torniamo alla storia. Attivo nei principali ospedali parigini, Quinton sperimenta il plasma sui pazienti. E i risultati arrivano copiosi, secondo le cronache. Con il supporto di filantropi e di medici convinti dalle sue ricerche, apre “dispensari” di acqua marina appositamente trattata in varie località francesi, poi in Egitto per combattere le malattie che affliggevano la popolazione infantile, e in vari paesi europei, tra cui l’Italia. I soldi per mantenere queste strutture arrivano dalle donazioni e gli operatori sono tutti volontari.

Secondo René Quinton (nella foto) ogni cellula del nostro organismo vive come un pesce nell’acqua: all’interno del corpo si trova un vero e proprio acquario. I pesci, cioè le cellule, vivono allegramente nell’acqua pura dell’acquario fino a quando il liquido si altera, i pesci perdono la loro dinamicità e si avviano a morire. La forza e la vivacità dei pesci – ricordava Quinton – riappare immediatamente se rinnoviamo l’acqua in cui vivono. Un’acqua con determinate qualità, molto simile

all’acqua marina. «Ogni volta che questo ambiente interno si altera – spiega Andrè Mahè, studioso contemporaneo delle pratiche di Quinton – le cellule patiscono, le funzioni si realizzano male e gli organismi soffrono. In ultima analisi, un organismo altro non è che una provetta piena d’acqua in cui ci sono cellule che si coltivano». A questa conclusione Quinton giunse al termine di spettacolari esperimenti per mettere a punto il plasma originario, quello che lui considerava l’acqua

da cui ha avuto origine la vita. Un giorno si accorse che diluendo l’acqua di mare con acqua di fonte, e trattandola in un certo modo, era possibile permettere la schiusa delle uova del riccio di mare e la sopravvivenza dei globuli bianchi. Impresa impossibile all’epoca. Lo stesso non accadeva riproducendo l’isotonia con una normale soluzione fisiologica di cloruro di sodio. Per Quinton fu la prova definitiva: è la particolare composizione dell’acqua di mare a fare la differenza.


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La curiosità La profezia di Quinton: «L’uomo può volare» Nel 1902 René Quinton se ne uscì con un’affermazione che in molti suscitò ilarità e diede fiato ai critici delle sue teorie mediche. «Vedete? È un sognatore – dissero – quello che afferma è pura fantasia». Erano tempi in cui le massime autorità della fisica negavano del tutto la possibilità del volo umano. Come Lord Kelvin, peraltro anche lui un grande sperimentatore. Il suo verdetto fu il seguente: «Il volo con macchine più pesanti dell'aria è impossibile». Resta, però, la frase di Quinton riportata negli annali: «Assisteremo a cose meravigliose», disse. «L’essere umano non solo arriverà a far circolare in cielo macchine più pesanti dell’aria ma persino le manterrà in volo senza motore, con una semplice vela». Aveva immaginato anche l’aliante e il parapendio! Pochi anni dopo, nel 1908, i fratelli Wright riusciranno a far volare il loro primo velivolo a motore (nella foto).

Più igiene e più amore Oltre al plasma, fu tra i primi a capire che le condizioni igieniche negli ospedali e nelle case sono essenziali per curare i malati. Non solo ma – cosa impensabile a quei tempi quando i malati venivano rinchiusi in corsie ospedaliere molto simili al carcere – diceva che il bambino malato non andava privato dell’attenzione della madre: madre e bambino devono restare insieme perché quello è l'inizio di ogni guarigione. «La malattia che porto dentro di me – dichiarò – è l’amore verso gli esseri umani». Nel 1904 esce il bestseller, il libro che raggruppa tutte le sue scoperte: “L’acqua di mare, ambiente organico”: un’opera che convinse molti intellettuali dell’epoca, tra cui il grande filosofo Henri Bergson e il matematico Raymond De Broglie, pioniere della fisica moderna.

La fiamma non si estingue Dopo la sua morte, avvenuta nel 1925 in seguito alle ferite riportate sul fronte della Grande Guerra, l’accademia e l’opinione pubblica dimenticano in fretta. Chiudono i dispensari e i laboratori per la produzione del plasma. Ma, come a volte accade, quell’eredità

non viene dispersa del tutto. Qualcuno ricorda, approfondisce, ricomincia a sperimentare. Quelle intuizioni, negli anni Cinquanta, costituiranno la struttura portante della talassoterapia. La fiamma del vulcanico Quinton torna così ad ardere e ora sono allo studio nuove applicazioni dei diversi prodotti da lui derivati. L’obiettivo è molto semplice: riportare l’organismo alle condizioni ideali per il mantenimento della salute nel tempo.

L’eredità non è persa Oggi, dopo tanti anni, il plasma di Quinton è rientrato in produzione. Questo grazie alla sensibilità di alcuni medici interessati alle medicine non convenzionali e agli eredi del biologo francese che, seguendo scrupolosamente i dettami di René, hanno aperto un laboratorio in Spagna. L’acqua si raccoglie in luoghi specifici dell’oceano, nei cosiddetti “vortex” marini dove pullula la vita e le condizioni biofisiche permangono stabili. L’acqua viene sterilizzata con microfiltri e diluita con acqua di fonte. Niente calore, irradiazione o contatti con materiali che possano alterarne la composizione: il principio della vita deve sempre essere rispettato.

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Prepariamolo in casa

Giulia Landini

Merende gustose e ricche di principi nutrizionali: meglio di quelle preconfezionate.

MERENDE ENERGETICHE per tutti i gusti e avete dei bambini, o se lavorate fuori casa tutto il giorno, saprete quanto lo spuntino di metà mattina e pomeriggio sia importante. A volte mancano idee per spuntini e merende sane e sfiziose, e ci si ritrova a consumare i prodotti

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della grande distribuzione, spesso non molto sani: possono infatti contenere, non solo conservanti e coloranti, ma anche quantità di zucchero e sciroppo di glucosiofruttosio molto elevate. Preparare in casa delle sane merende energetiche che sfamino

anche la voglia di golosità non è affatto complicato; utilizzeremo, al posto dello zucchero e degli sciroppi di glucosio-fruttosio, la meravigliosa frutta secca che donerà alle merende un sapore unico e prelibato: piacerà a tutti, e anche i più piccoli apprezzeranno!


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BON BON DI FRUTTA SECCA Ingredienti per 20 bon bon ● 125 g di uvetta ● 200 g di mandorle al naturale

(le mandorle possono essere sostituite o mixate con anacardi, noci o nocciole) ● qualche cucchiaio di cocco in scaglie ● 1 cucchiaino di cacao amaro

Preparazione Ammollare l’uvetta per almeno un’ora in acqua tiepida. Versare intanto il cocco in scaglie in un piattino.

Trascorso il tempo di ammollo dell’uvetta, frullarla in un mixer da sola, quindi aggiungere le mandorle: frullare fino a che non risulterà un composto compatto che tende a staccarsi dalle pareti del frullatore. Prelevare piccole quantità di composto, lavorarle con le mani per ottenere una pallina, rotolarla nella farina di cocco e riporla su un piatto. Spolverizzare i bon bon con cacao amaro. Possono essere serviti immediatamente, oppure si conservano in frigo anche per qualche giorno, tirandole fuori un’ora prima di servirle.

BARRETTE CRUDISTE Ingredienti per 8 porzioni ● 85 g di grano saraceno ● 70 g di mandorle ● 85 g di prugne secche ● 20 g di semi di lino (dorati) ● 20 g di uvetta ● 40 g di fichi secchi

MELE RICOPERTE DI CIOCCOLATO Ingredienti ● Mele golden sbucciate ● cioccolato q.b ● uvette, mandorle tritate, noci,

albicocche secche, miele mescolati assieme (un cucchiaio circa per mela) ● cannella a piacere

Preparazione Lasciare l’uvetta e le albicocche secche a bagno per un’ora in acqua tiepida. Poi frullarle e aggiungere le mandorle e le noci, fin quando il composto non si stacca dalle pareti. Riporre questo ripieno in una bacinella e impastarlo con del miele. Con l’apposito arnese o col coltello togliere il torsolo alla mela e sciogliere a bagnomaria il cioccolato. Riempire le mele a piacere con l’impasto di frutta secca e chiuderle con il picciolo e una piccola parte del torsolo attaccato che fa da coperchietto. Reggendole con uno stecchino robusto, immergere le mele nel cioccolato fuso. Lasciare asciugare e solidificare.

Preparazione Un giorno prima mettere in ammollo il grano saraceno per un’oretta. Scolarlo e metterlo a germogliare per 24/36 ore. Spargere i semi su un cassetto dell’essiccatore e de-idratare per una/due ore. Usando un mixer, tritare le mandorle fino a ridurle in una farina grossolana e aggiungere poi semi di lino, uvetta, prugne e fichi a pezzi. Tritare finché il composto non comincia a compattarsi. Unire infine il grano saraceno e mescolare bene. Dividere l’impasto in 8 parti uguali (42 grammi per ciascuna porzione) e date la forma di barrette o quella che preferite. Conservare in frigo o, ancor meglio, in freezer.

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