Page 1

Le Piagge, Firenze - Anno XII - Seconda serie - Numero 1 - Giugno 2007

www.altracitta.org

QUANDO FIRENZE CACCIò I LAVAVETRI

1 euro

Dopo un anno e mezzo la Comunità delle Piagge torna a confrontarsi con l’ordinanza cioniana contro i lavavetri. Un ordinanza di destra, perché colpisce i più deboli, trasformata nei mesi successivi in un vero e proprio regolamento comunale di polizia urbana, voluto dal Pd e votato a sinistra dai suoi partiti satelliti. La Comunità allora partecipò ad un movimento ampio contro la svolta autoritaria di Palazzo Vecchio, non abbastanza grande però da incidere, non abbastanza forte da mobilitare le coscienze di gran parte dei cittadini. Oggi che Cioni ha altri problemi (da paladino della legalità a indagato per corruzione) le Edizioni Piagge, insieme a Terre di Mezzo, pubblicano un libro intitolato proprio “Lavavetri”, curato da Lorenzo Guadagnucci, con all’interno un intervento di Alessandro Santoro. Il libro “Lavavetri” è in vendita in tutte le librerie al prezzo di 7 euro e ovviamente scontato alla bottega EquAzione. Info: www.edizionipiagge.it Spedizione in abbonamento postale ar t. 2 comma 20/C L. 662/96

Foto di Monocle CC

Le Piagge, Firenze - Anno XIII - Seconda serie - Numero 2 - Febbraio 2009 - www.altracitta.org

Il futuro comincia ora

Dopo il petrolio

L’imminente esaurimento delle risorse energetiche e il riscaldamento del pianeta impongono svolte radicali. Idee e proposte fattibili per preparare il mondo che verrà

D

opo il 2015, le risorse di petrolio e gas accessibili non saranno sufficienti a soddisfare la domanda. A metterlo per scritto è stato nientemeno che il direttore esecutivo della Shell in una e-mail indirizzata ai dipendenti della multinazionale petrolifera. L’allarmante previsione è condivisa anche dall’Agenzia Internazionale dell’Energia: in una recentissima intervista al quotidiano britannico The Guardian, l’economista Fatih Birol precisa che per i paesi non produttori si toccherà il fondo entro 3 o 4 anni, mentre per gli altri, se tutto va bene, c’è tempo fino al 2020. Non sono buone notizie: per un’economia come la nostra, di assoluta dipendenza dal petrolio, si è già perso troppo tempo. L’esaurimento delle risorse petrolifere, che pure era prevedibile, e perfino previsto già dagli anni Cinquanta, è una di quelle verità sgradevoli che si preferisce ignorare, o sottovalutare. Forse anche perché è diventato davvero difficile immaginare un altro modo di vivere che possa disintossicarci da questa dipendenza. Eppure c’è chi ci prova. Esistono, e sono in crescita, diverse iniziative nate dal basso: dai gruppi di acquisto al consumo critico, dal car pooling al ritorno alla campagna, fino al movimento delle “transition town”. Nelle città di transizione, nate in Inghilterra, un piccolo gruppo di persone sceglie di dar vita ad un percorso che dalla consapevolezza passa all’organizzazione e poi all’azione, fino all’ultima tappa che è la creazione di un Piano di Decrescita Energetica. La parola chiave della transizione è “resilienza”, ovvero la capacità di adattarsi, di essere pronti al (continua a pagina 3)

Editoriale

I(ognigiorni del pacchetto riferimento a persone realmente esistenti è del tutto casuale)

M

i chiamo Zhuao e sono in Italia da tre anni. Lavoro a fabbrica di borse, taglio e incollo pezzi pelle, tutti i giorni anche dieci ore. Oggi questura mi ha detto c’è pacchetto sicurezza, se vuoi carta soggiorno fai test per lingua italiana. Ma a fabbrica siamo tutti cinesi, con chi parla italiano io? Quando ero in Cina tanti ricchi italiani a controllare produzione, non parlavano cinese, nemmeno sapevano ciao o grazie, solo guardavano se noi veloci. Adesso devo andare a scuola per restare qui? Mio fratello piccolo, lui sì va a scuola, ora in classe ponte. Ma cosa è classe ponte? Prima compagni cinesi, albanesi, pratesi… ora tutti cinesi e solo tre romeni. È strano, no? - Il mi’ babbo ormai è anziano e da solo non ci può più stare… meno male s’è trovato Ahmed, un ragazzo bravo, gentile. All’inizio il babbo non si fidava, perché si sa come sono i vecchi… unn’è razzismo, è che non si capacitano! L’è scuro, non mangia il prosciutto, digiuna a giornate intere… Ma poi erano diventati amici. Ora da ultimo Ahmed è andato a rinnovare il permesso, e ha dovuto pagare 200 euro! Dugento euro, così, per 4 fogli? Sarebbe un quarto della pensione del mi’ babbo… Non mi pare tanto giusto, noi i contributi si son sempre pagati. E unn’è mica finita. Dopo tanto tempo, voleva far venire la su’ moglie. Certo, sarebbero stati stretti, la casa del mi’ babbo la unn’è una villa… ma quando s’era piccini, ci si stava in cinque! Nulla, non gli hanno dato l’i-do-nei-tà. Ma coi soldi che guadagna, una casa a Firenze se la sogna! Non si può separare il marito dalla moglie per tutto questo tempo, non mi pare mica giusto… - Oggi al cantiere è stata dura arrivare alla sera. Sveglia alle cinque e mezzo, ho tossito tutta la notte. Che freddo in motorino, la strada era ghiacciata e questo giubbotto non sta nemmeno chiuso. Speravo di stare giù, a impastare il cemento, invece è toccato a me salire sui ponteggi. Lassù era ancora più freddo, un vento che spaccava le mani, i guanti non ci sono per tutti… a un certo punto dei brividi, così forti che a momenti cado, invece Vasil mi ha tenuto, sono scivolato piano. A terra mi han dato un tè caldo, poi il capo mi ha detto vai a casa, anzi, vai dal dottore. Ma quale dottore, dico io, e se poi mi chiede il permesso? Dopo tutto il casino per arrivare qui, dopo il viaggio dentro al camion sotto le casse, dopo tutte le corse fatte per non incontrare la polizia, adesso mi faccio beccare per un po’ di febbre? Vado a casa e mi metto a letto, domattina passerà. - Sono Leyla, ho 32 anni e lavoro in un money transfer, sapete, quelle agenzie che spediscono soldi in tutto il mondo. Fra i nostri clienti ci sono tanti immigrati, anche del mio paese, io sono algerina. Questo posto me l’hanno dato per tanti motivi, perché parlo arabo, francese e anche un po’ inglese, perché ho studiato, perché ho sposato un italiano e quindi sono ‘a posto’. Qui allo sportello vedo tante persone, qualcuno non capisce nessuna lingua ma ha l’indirizzo scritto su un foglio: genitori, fratelli, figli, quelli rimasti ad aspettare quella busta così importante. Adesso mi dicono che come impiegata ho degli obblighi nuovi: devo chiedere a tutti il permesso, fare una fotocopia e archiviare. E se non ce l’hanno, va detto alla polizia. In pratica, devo fare la spia. Segnalare chi arriva qui dopo un lavoro schifoso e malpagato, rovinare chi è quasi contento mentre mi dà la busta che significa cibo, scuola, salute. Devo fare la spia a mia sorella, la spia a mio fratello. Questa è la vostra legge democratica… ma non posso, lo capite? Non posso davvero.

3 1 Ecologica e salutare: l’auto del futuro Solidarietà

Per Marcel, per Giovanna

Famiglia Reggiani e comunità valdese sostengono gli studi di un ragazzo romeno: perché la giustizia è costruzione di futuro

PALESTINA, IL SOGNO DI RITORNARE

Intervista all’imam e a una famiglia di esuli: speriamo nella giustizia internazionale

a pagina 2

ALLARME FASCISMO

Anche in Toscana gruppi anti-democratici Il video “Razzisteria” accusa: l’ideologia ‘nera’ può contare su appoggi importanti

a pagina 2

DIECIMILA CASE VUOTE Il paradosso dell’emergenza fiorentina: troppi alloggi sfitti o da ristrutturare. L’inerzia del Comune, la reazione del MLC

a pagina 3

L’ARTE ALLE PIAGGE

Scultura-panchina vicino al nuovo distributore

a pagina 4

RACCONTARE LA PERIFERIA, I PREMIATI Ecco i racconti vincitori del concorso

a pagina 4

ORTI SOCIALI A CAREGGI Una bella idea trova sempre imitatori...

a pagina 4

C

’è un ragazzino a Vaslui, nella Romania orientale, che ha cominciato a frequentare la scuola da poche settimane. Ha undici anni e dovrà recuperare in fretta il tempo perduto, ma è entusiasta di questa nuova esperienza, realizzata grazie a un aiuto arrivato da Firenze, una sorta di adozione a distanza: 100 euro al mese, vincolati alla frequenza scolastica, pagati dall’assemblea della chiesa valdese. Marcel è figlio di Gabriela, una giovane donna arrivata a Firenze alla ricerca di nuove opportunità per sé e per la famiglia. Queste opportunità Gabriela non le ha avute. Per un po’ si è guadagnata da vivere lavando i vetri delle auto ferme agli incroci, poi il divieto imposto dal Comune l’ha costretta a sopravvivere con altri espedienti. Nell’estate scorsa ha avuto il terzo figlio, una bambina nata all’ospedale di Careggi, e per evitare che le fosse sottratta dai servizi sociali c’è voluto tutto l’impegno di Stefania Micol, dell’associazione L’Aurora, ed altre persone. Una di queste, Patrizia Barabanotti, è all’origine della “svolta” vissuta da Marcel. “Gabriela - racconta Patrizia - non poteva tornare a dormire in stazione, ma non poteva nemmeno ripartire subito per la Romania, perché il viaggio è molto lungo per una neonata. è stata mia ospite per un paio di settimane. Era triste per i due figli lontani, rimasti coi nonni, e mi ha raccontato del primogenito, Marcel, che non aveva nemmeno un paio di scarpe e non era iscritto a scuola perché andava a elemosinare. Per la verità non è che ricavasse molto da quell’attività, ma in famiglia erano con l’acqua alla gola e anche quel poco era necessario”. Patrizia, che è maestra elementare e si è impegnata con l’Assemblea Autoconvocata nata per contestare le ordinanze contro i lavavetri, a quel punto ha pensato di riprendere un progetto cullato qualche mese prima e mai realizzato. Era un progetto nato in seno all’assemblea della chiesa valdese fiorentina, alla quale Patrizia appartiene, come risposta alla “caccia ai rom e ai romeni” scattata alla fine del 2007 dopo l’omicidio a Roma di Giovanna Reggiani. Anche Giovanna era valdese: la sorella minore, Paola, vive a Firenze. L’uccisione di Giovanna fu uno choc enorme, acuito dalla brutale strumentalizzazione politica della tragedia della famiglia Reggiani. In quel contesto l’assemblea valdese, d’intesa con Paola, pensò di compiere un piccolo gesto in direzione contraria, con l’intenzione di costruire anziché distruggere, quindi proporre dialogo mentre infuriava la discriminazione. “L’idea - racconta Patrizia - era di ricordare Giovanna con un’azione positiva”, respingendo il clima d’odio e di violenza diffuso in tutt’Italia dopo l’omicidio. Patrizia cominciò a inseguire il sogno di un progetto educativo con bambini rom arrivati dalla Romania. Si avventurò nel campo improvvisato all’Osmannoro. “Mi resi però conto - spiega oggi - che la mia idea non era realizzabile, per le terribili condizioni di vita di quelle famiglie e perché non c’erano bambini, tutti rimasti in Romania”. Quel progetto fu accantonato, ma non l’idea che lo ispirava. L’incontro con Gabriela ha offerto una nuova occasione. La comunità valdese si è impegnata volentieri nella raccolta del denaro, il contatto con la scuola di Vaslui è stato possibile grazie all’aiuto di alcuni pastori evangelici. L’adozione di Marcel è una piccola cosa, ma intanto il figlio dell’ex lavavetri può imparare a leggere e scrivere. “Ora - conclude Patrizia - sarebbe molto bello che si arrivasse a un contatto istituzionale tra il Comune di Firenze e il Comune di Vaslui. Potremmo trasformare questa prima esperienza in un’occasione di scambio culturale e di confronto”. Lorenzo Guadagnucci


www.altracitta.org

Le Piagge, Firenze - Anno XIII - Seconda serie - Numero 2 - Febbraio 2009

Impuniti ma responsabili

Un aiuto per chi ha perso il lavoro

La lista nata dal basso

Sono state pubblicate le motivazioni dell’ambigua sentenza sul processo Diaz. Il tribunale di Genova ha riconosciuto che quella notte dentro la scuola Diaz agenti e funzionari di polizia furono protagonisti di violenze disumane e agirono con la certezza dell’impunità. L’impunità a questo punto è sicura: le 13 condanne cadranno in prescrizione e non è scattato nessun provvedimenti disciplinare. Il Comitato Verità e Giustizia per Genova chiede per questo le immediate dimissioni dei dirigenti che parteciparono all’operazione: anche se assolti sul piano penale, sono loro i responsabili sul piano etico e professionale, dato che non si accorsero dei falsi, non fermarono le violenze, e hanno poi tenuto un comportamento di tipo mafioso, disertando tutte le udienze del processo e avvalendosi della facoltà di non rispondere alle domande dei pm.

Se hai perso il lavoro da almeno 3 mesi e non hai cassa integrazione, la Regione Toscana viene in tuo aiuto con un sussidio straordinario di 1650 euro. Chi ha aperto un mutuo per la prima casa può contare su un ulteriore aiuto. Si stima che possano essere 2 o 3mila i lavoratori privi di ammortizzatori sociali che rimarranno senza impiego da qui a dicembre. L’intervento della Regione comporterà lo stanziamento di un fondo apposito di 5 milioni di euro. Per informazioni tel. 055 4382390.

Più di 500 persone hanno affollato il cinema Spazio Uno per il lancio ufficiale della lista di cittadinanza attiva Per Unaltracittà, nata in vista dell’elezione del nuovo sindaco di Firenze. In continuità con il lavoro del gruppo consiliare Unaltracittà/Unaltromondo e della consigliera Ornella De Zordo, la lista si arricchisce di tutte quelle realtà di base che in questi anni hanno sofferto il sistema di potere del PD. L’inchiesta per corruzione sull’affaire Castello, le politiche di destra nei confronti dei più deboli (a partire dai lavavetri), l’incapacità di dotare la città di una mobilità sostenibile, gli aumenti delle tariffe dei servizi pubblici segnano il fallimento di un’intera generazione politica. L’alternativa può essere una lista costruita dal basso dai cittadini: Per Unaltracittà.

FASCISMO 1

Neofascismo, la Toscana non è immune Da qualche tempo è sempre più concreto l’allarme per l’infiltrazione di movimenti neofascisti in Toscana. Ricordiamo in proposito solo due episodi avvenuti di recente a Firenze e Pistoia. A Firenze nell’agosto scorso è stata aperta la libreria ‘non conforme’ ‘Quota 33’, a Castello. La libreria era espressione dell’associazione ‘La fenice’, che raccoglie giovani di destra e ha sede in zona Le Panche. Già nel nome dichiarava le proprie radici: Quota 33, come il campo (ora sacrario) della battaglia di El Alamein dove riposano 5.200 italiani, morti durante la guerra fascista in Etiopia. La libreria vendeva

2

‘materiale non conforme’ cioè magliette con slogan fascisti e croci celtiche: ha dovuto chiudere per le proteste delle forze democratiche (come Arci e Anpi) ma anche degli stessi abitanti di Castello. A Pistoia nel dicembre scorso un piccolo gruppo di giovani naziskin ha aggredito un ragazzo che usciva dallo Spazio Liberato ex Breda Est. Sarà un caso, ma nei mesi precedenti proprio Pistoia aveva visto spuntare prima la sede locale di Forza Nuova, partito fondato da due personaggi condannati per banda armata, che stampa manifesti contro omosessuali e immigrati, e poi il circolo Agogè di CasaPound, frequentato da uno degli aggressori. L’associazione CasaPound che ha sede centrale a Roma, si occupa dei problemi dei cittadini come la casa, i generi di prima necessità, ‘facendo breccia’ da destra con una risposta immediata e populista a quelle domande che la sinistra non riesce più a soddisfare. È una destra sociale, che rifiuta ‘il mercato’, ma difende l’italianità e ritiene che i diritti sociali siano prima degli italiani che di altri. Questa linea di pensiero sembra far presa su una minoranza di giovani, anche in una terra tradizionalmente di sinistra e antifascista come la Toscana: forse essere fascisti è diventato anticonformista e quindi ‘trasgressivo’? Dopo l’aggressione di Pistoia si sono succedute due manifestazioni, a dimostrare che la società civile non sottovaluta questi episodi: il fenomeno è sentito con particolare allarme da parte delle generazioni che hanno vissuto in prima persona la dittatura fascista. Ma i politici delle forze democratiche locali, che fanno? A nostro parere ben poco, a parte riaffermare principi generali e minimizzare gli eventi. Affidiamo le conclusioni alle parole di Ornella de Zordo, che dichiara: «La fascinazione per la cultura nazifascista è largamente diffusa soprattutto tra i giovanissimi ed è un fenomeno in continua crescita. Credo che su questo la sinistra italiana dovrebbe cominciare a interrogarsi, in maniera lucida e distaccata; perché la sinistra storica ha lasciato tra i giovani un vuoto culturale: perdendosi tra le dinamiche partitiche, che ai ragazzi non interessano, ha perso la carica ideale di cui invece hanno bisogno». Maurizio Sarcoli

Palestina, troppa tolleranza per un massacro programmato Dialogo con l’imam di Firenze, il palestinese Izzedine Elzir “Spero si terrà un vero processo contro i crimini commessi”

I

zzedine Elzir è un giovane palestinese, arrivato in Italia nel 1991 per studiare mentre in Palestina era in corso la prima Intifada; la sua famiglia ed i suoi parenti si trovano nei territori occupati. Oggi è imam (capo della comunità islamica) della moschea di Firenze e portavoce dell’Ucoi – unione delle comunità islamiche. Lo abbiamo incontrato subito dopo i bombardamenti di Gaza. Signor Elzir, il governo israeliano ha annunciato una tregua nei territori palestinesi. Cosa si attende da questo nuovo scenario? “È da 60 anni che esiste la “questione palestinese”. I massacri di questi ultimi giorni non costituiscono la prima strage e temo ve ne saranno ancora nonostante la tregua annunciata. Ci sono molti scrittori e politici israeliani che hanno sostenuto chiaramente “la politica del massacro” perpetrata dal loro governo contro i palestinesi per rendere la Palestina “una terra pura”. Dunque davanti all’annuncio di questa tregua non posso che sperare”.

Recentemente il ministro Ronchi ha affermato che l’Ucoi aderisce ad un “islam integralista” in quanto prende posizione contro lo stato di Israele. Cosa pensa di questa affermazione? “è priva di fondamento. L’islam rispetta l’ebraismo più di quanto il ministro non sappia, infatti ha sempre accolto nel corso della storia gli ebrei che venivano perseguitati. A me personalmente interessa il destino di tutta l’umanità e dunque dei palestinesi quanto degli ebrei. In merito allo stato d’Israele occorre precisare che la questione fra Israele e la Palestina è di carattere politico, e come tale su di essa ci sono diverse opinioni. Noi come Ucoi abbiamo sempre promosso il dialogo interreligioso con gli ebrei”. Anche per una parte del mondo ebraico la questione palestinese è un fatto politico... “Sì, ci sono numerosi ebrei antisionisti (contrari allo stato di Israele in Palestina, n.d.r.). che vivono a New York. Anche da un punto di vista religioso sono contro l’occupazione israeliana in quanto af-

FASCISMO 2

Razzisteria, un video scomodo “Razzisteria: destra estrema nella rossa Toscana” è la videoinchiesta realizzata da Ornella De Zordo e Saverio Tommasi, visibile all’indirizzo web http://it.youtube.com/watch? v=NNLkCPvoRn8. Nel documento i due autori raccontano una Toscana diversa da quella che ci piacerebbe pensare: mostrano adunate con inneggiamenti al fascismo e braccia tese, concerti con enormi svastiche sullo sfondo, centri sociali che vendono ritratti del Duce e cappellini “Boia chi molla”. L’inchiesta mette anche in evidenza i rapporti cordiali di vicinanza e collaborazione tra movimenti come Forza Nuova o Azione Giovani con i partiti di governo (non solo Alleanza nazionale ma anche Lega Nord e Forza Italia), che non esitano a sponsorizzare le loro iniziative quando addirittura non vi partecipano. Nella Giunta comunale di Lucca, che ha un sindaco di Forza Italia, è assessore un esponente di Forza Nuova. Nella stessa provincia, a Ponte Buggianese, la festa de La Destra, il partito di Storace e Santanchè, ospita la band nazionalista degli Hobbit, mentre a Colle Val D’Elsa Lega e Forza Nuova sfilano insieme contro la costruzione di una moschea. Per capire che tipi sono i simpatizzanti di questi gruppi, è sufficiente leggere le violente minacce e gli insulti razzisti e sessisti che sono piovuti sui due autori, rei di aver diffuso il video tramite Youtube e altri canali. Inoltre, ignoti vandali hanno danneggiato la serratura dello spazio teatrale di Saverio Tommasi. La video inchiesta “Razzisteria” è la seconda di una serie che ha visto come primo titolo “Guarire dall’omosessualità”, per cui Tommasi è stato addirittura querelato da una delle persone citate nel documento. Quel video, che raccontava “corsi di guarigione” per omosessuali, è stato rimosso da Youtube, ma può essere visto all’indirizzo http://www.saveriotommasi.it/video/inchieste/guarire-si-deve/. M.S. e C.S.

fermano che gli ebrei devono far ritorno in Terra Santa solo dopo il ritorno del Messia. Ma queste persone rimangono in ombra perché non hanno potere politico”. Un articolo uscito sul manifesto qualche giorno fa titolava “ Gaza sola davanti al mondo”. È veramente sola Gaza? “Sì, Gaza è sola davanti ai governanti del mondo, ma gli uomini e le donne libere sono con Gaza”. E gli organismi internazionali, come giudica la loro reazione di fronte al caso palestinese? “Gli organismi internazionali applicano due pesi e due misure: la Palestina è una prigione a cielo aperto dove non si interviene seriamente sui crimini commessi,

che sono a tutti gli effetti crimini contro l’umanità. Spero che un giorno chi ha commesso queste atrocità, come l’uso del fosforo bianco sulla popolazione civile, verrà processato da un tribunale internazionale. Altrimenti resterà la logica della giungla: vince il più forte”. Per quanto riguarda il nostro paese, come vede le numerose manifestazioni che sono state indette per la pace in Palestina? “Mi sembra una cosa positiva che l’Italia si mobiliti applicando il principio di partecipazione diretta e di democrazia. Non importa professarsi pro o contro qualcosa. Sono importanti i principi”. Katia Raspollini

Soluzione di piombo? Sono più di 1300, secondo le Nazioni Unite, i palestinesi uccisi a Gaza dall’inizio dell’operazione “Piombo fuso”, l’offensiva israeliana iniziata il 27 dicembre e durata 3 lunghissime e terribili settimane; almeno 5300 i feriti, molti gravi, tra cui 1890 bambini e 795 donne. Ventunomila case distrutte o gravemente danneggiate così come le infrastrutture. Sul fronte opposto gli israeliani hanno avuto 13 vittime, di cui tre civili. L’ONU, dalla cittadina svizzera di Davos dove si è svolto il Forum Economico Mondiale, ha lanciato un appello alla Comunità Internazionale: per far fronte alla situazione dei civili palestinesi a Gaza serviranno 600 milioni di dollari. I morti però non si potranno resuscitare. “Un frutto della circostanza”, li ha definiti l’attuale ministro degli Esteri Tzipi Livni. Ma l’enorme sproporzione delle vittime, agli occhi del mondo che intero è rimasto passivo e sgomento a guardare le morti dei civili inermi, non riuscirà mai a giustificare che tutto ciò sia stato dettato dalla reazione israeliana ai razzi di Hamas. Adesso l’operazione Piombo fuso è stata interrotta, ma la questione rimane aperta e irrisolta quanto prima. E così sarà finché non si arriverà a coinvolgere Hamas, vincitore delle ultime elezioni del 2006, che rappresenta almeno metà della popolazione palestinese, ai tavoli negoziali e soprattutto fin quando Israele non riconoscerà al popolo palestinese il diritto ad un proprio Stato libero ed indipendente. (F.P.)

Sognando il ritorno

“Non si può essere profughi per sempre”

L

a speranza, per Rola e Abed, palestinesi da anni a Firenze, è ancora quella: che, dopo tutti questi morti e questa sofferenza, possa ancora nascere uno Stato palestinese. “Siamo ottimisti”, dicono seduti sul divano della bella casa mentre i tre figli piccoli guardano alla televisione le gesta del gattone Garfield. Abed, palestinese di Nablus in Cisgiordania, arriva a Firenze nel 1982 per studiare all’università. Dopo la morte del padre, per sostenere la famiglia lontana, inizia a lavorare come commesso e oggi ha una pelletteria in San Lorenzo. Il suo villaggio è situato vicino ad una zona particolarmente conosciuta per la presenza di un’imponente colonia israeliana. Rola è laureata in Archeologia e Storia e proviene da una città ancora più a Nord situata proprio ai confini con lo Stato d’Israele. Si sono conosciuti in Palestina grazie allo zio di Rola che, come Abed, ha fatto l’università in Italia. “Ma, a differenza mia che non ho terminato gli studi”, scherza Abed, lui è diventato medico!”. Abed e Rola hanno tre figli: Giud che presto compirà 10 anni, Joman di otto e Jad di appena 3 anni, “l’unico che non parlerà arabo!”, ci spiega Abed. I fratelli più grandi, invece, l’arabo lo parlano perfettamente ma tra loro usano solo l’italiano. Giud è il più loquace e parla proprio fiorentino. E quando i genitori gli dicono che se ne vorrebbero tornare in Palestina dalla famiglia, lui risponde:

“Andateci voi! Io voglio stare qui!”. “Sono stati giorni difficili”, raccontano “sempre attaccati alla televisione. No, non la RAI, quella no; Al Jazeera e soprattutto Internet. Per la prima volta tutti hanno potuto vedere cosa significa che Israele è la più grande democrazia del Medio Oriente! I bambini sono stati malissimo. Hanno capito ed hanno sofferto. L’ultima volta che siamo stati in Palestina è stato nel 2005, non sapevamo cosa rispondere alle loro domande. Cosa dici a tuo figlio quando per fare 3 km di strada devi stare fermo davanti ad un semaforo che resta rosso per 6 ore e mezzo di fila? Noi abbiamo anche amici ebrei”, precisa Abed “perché il 50% dipende sempre da noi. Ma questo deve valere anche per Israele! No, li è il 100% della colpa”. “Lo sbaglio è che manca lo Stato palestinese”, dice convinto. “Noi abbiamo accettato l’esistenza di Israele, la storia di Hamas che non lo riconosce è falsa perché le elezioni del 2006 sono state fatte sotto l’accordo di Oslo. Il popolo palestinese sta pagando un prezzo molto forte. Hanno chiuso le frontiere e ora hanno dichiarato la guerra. Pensa che dove oggi esiste lo Stato d’Israele, prima vi erano almeno 500 villaggi palestinesi. Cancellati. Dopo tutto questo, noi siamo ancora ottimisti. Vogliamo soltanto uno Stato. Non importa quanto grande sia. Ma la Palestina è la terra dove io, un giorno, vorrò morire. I tre quarti dei palestinesi sono profughi. A qualsiasi palestinese tu chieda quale sia il suo desiderio più grande, ti verrà risposto che è quello di morire in Palestina, nella propria casa”. “Noi palestinesi”, prosegue, “abbiamo sempre dato molta importanza allo studio. I nostri figli devono studiare perché visto che non abbiamo la terra, devono essere loro ad aiutare le famiglie. Ma la gente è stanca. Anche gli israeliani lo sono. Ma chi soffre di più sono i palestinesi. Non voglio parlare del mondo arabo perché la maggior parte di questi paesi sono governati da dittature. Da loro non mi aspetto niente ma l’Europa e il mondo occidentale sono un riferimento importante. Io non voglio essere sempre aiutato come se fossi un profugo. Ci sentiamo soli ma non siamo deboli nell’affrontare il nostro destino. Per risolvere i problemi, dobbiamo arrivare alla base di tutto ciò e promuovere la fine di questa apartheid esattamente come è successo per il Sud Africa. Per ottenere la pace, bisogna usare gli strumenti giusti”. Floriana Pagano


Le Piagge, Firenze - Anno XIII - Seconda serie - Numero 2 - Febbraio 2009

www.altracitta.org

Il vescovo sopra la legge?

Canile, nulla di fatto

Buchi per l’ambiente

Nel pieno della polemica costruita dal governo e dalle gerarchie cattoliche sul caso Englaro, Giuseppe Betori, vescovo di Firenze, ha affermato in un’intervista al Corriere della Sera «C’è un realismo cristiano, per il quale il valore di una persona è superiore anche agli interessi di tenuta di un sistema politico e alle esigenze delle stesse forme giuridiche». La dichiarazione suona eversiva: per Betori, infatti, la legge non è più uguale per tutti, ma può essere piegata ai voleri di una parte, in questo caso della Chiesa cattolica. Il vescovo dimentica così il primo comma dell’art.7 della Costituzione, che precisa: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.»

A seguito di un’interrogazione della consigliera comunale Ornella De Zordo, si è appreso che il canile municipale di Ugnano è ancora soltanto un progetto. Il denaro stanziato per il 2008 andrà perso perchè non utilizzato, mentre il costo della struttura nel frattempo è raddoppiato. Il canile del Termine, sempre sotto minaccia di sgombero, resiste grazie al lavoro dei volontari, ma una soluzione più idonea è necessaria e obbligatoria per legge.

Se non potete fare a meno di stampare ciò che scrivete al computer, che ricevete via posta elettronica o che trovate su internet, certamente vi farà piacere scoprire che esiste un carattere di stampa (un font) che vi permette di risparmiare il 20% di inchiostro. Sul sito http://www.ecofont.eu è possibile scaricare, per poi installarli sul computer con un paio di clic, un set di caratteri bucati. Si, avete capito bene. Le lettere, i numeri e i simboli non sono “pieni”, ma hanno una moltitudine di piccoli forellini, che a occhio nudo non si vedono e garantiscono una lettura “normale” una volta stampati, permettendovi di consumare meno inchiostro. Un’idea, semplice, intelligente e rispettosa dell’ambiente.

Transizione e politica

I cittadini possono fare molto, ma è di chi amministra la responsabilità di scelte strategiche possibili da subito (segue dalla prima) cambiamento delle condizioni abituali. In pratica l’opposto di ciò che siamo diventati dopo decenni di “benessere”. Quanti tra noi sono più capaci di fare una cosa qualsiasi – coltivare l’orto, riparare un oggetto, cucirsi un abito - senza aver bisogno di uno specialista? La sfida del futuro non sarà sopravvivere in un’isola deserta, ma, più banalmente, cavarsela in caso di pompe di benzina all’asciutto. Per questo nelle transition town si punta alla ricostruzione di comunità locali autonome, in grado di produrre cibo ma anche di offrire servizi sociali di base, comunità più efficienti dal punto di vista energetico grazie alla riduzione di sprechi, dispersioni e consumi e all’uso di fonti rinnovabili, dove si va a piedi o in bicicletta, dove le persone si ‘riqualificano’, reimparando alcune abilità di base, forse inutili per il consumatore passivo di oggi, ma preziose e indispensabili in un prossimo futuro… Anche in Italia, paese che per le sue risorse agricole e climatiche potrebbe diventare luogo ideale di sviluppo della transizione, si sta sviluppando il movimento delle transition town: la prima, la più avanti nel percorso, è stata Monteveglio, sull’appennino bolognese, ma ci stanno lavorando Granarolo, ancora in provincia di Bologna, e più recentemente L’Aquila e Lucca, mentre accarezzano l’idea molte altre persone in centri piccoli e grandi, tra cui anche Firenze. Ricordiamo che la il grande pannello solare al Forum di Barcellona

transizione parte dalla scelta di un piccolo gruppo di cittadini, è indipendente da decisioni politiche e amministrative venute ‘dall’alto’. Tuttavia, i cambiamenti che verranno in tema di energia e clima, con tutte le conseguenze economiche e sociali connesse, interrogano con urgenza anche la politica. Non sono quindi soltanto i cittadini, individualmente o in gruppo, a potersi attivare per dare il via alla transizione. Tanto più possono e devono farlo le amministrazioni, anche a livello locale. La Toscana soffre già adesso i sintomi della crisi. L’Irpet stima dai 10.000 ai 25.000 posti di lavoro in meno nel 2009, ma è evidente che questi posti non possono essere ricreati nei soliti settori oggi in crisi, con interventi che artificiosamente li mantengano in vita. Serve uno sforzo creativo, serve più coraggio, per portare avanti un’altra di idea di economia, un’economia radicata nel territorio e protesa verso l’interesse pubblico. Per esempio, è possibile costruire un nuovo rapporto tra città e campagna – dove la campagna non diventi terreno edificabile! – che comprenda forme di associazionismo fra produttori e fra produttori e consumatori, con reti commerciali a “chilometro zero”, con un minore impatto sui trasporti e sul consumo di territorio. In Francia hanno già fatto qualcosa di simile, riuscendo a creare nuovi posti di lavoro ad un costo 10 volte inferiore al costo ‘normale’ .

un orto comunitario a Londra: “coltivato da e per gente del posto”

Nel settore dell’energia e della mobilità, un serio piano di investimenti nel trasporto pubblico diminuirebbe l’inquinamento e moltiplicherebbe le possibilità di impiego. Lo stesso accadrebbe se si prevedesse l’installazione a tappeto di pannelli solari, la ristrutturazione degli edifici per ridurre la dispersione termica, il recupero edilizio invece delle nuove costruzioni. Anche un piano urbanistico così impostato darebbe impulso all’economia, senza gli effetti collaterali della speculazione del cemento. A Barcellona una semplice ordinanza comunale, quella sul solare termico, ha portato in breve tempo la città a diventare il quarto produttore mondiale di pannelli solari ed ha evitato l’emissione di 3451 tonnellate di CO2. O ancora, i rifiuti. Oltre ad imporre la riduzione degli imballaggi – anch’essi in gran parte derivati dal petrolio – i comuni possono

adottare la raccolta porta a porta. Come dimostra il caso di Capannori, 45mila abitanti in provincia di Lucca, questo sistema consente di aumentare la raccolta differenziata, risparmiare ed evitare nuovi inceneritori. E naturalmente crea posti di lavoro. Sono solo alcuni esempi: scelte concrete e praticabili che un’amministrazione intelligente potrebbe adottare subito, senza nascondersi dietro l’alibi del “problema globale” e senza ostinarsi nell’illusione dello sviluppo infinito. Da noi sembra quasi ribaltato il sistema della delega: è l’amministrazione - comune, provincia, regione - che scarica sul cittadino la responsabilità del cambiamento, somministrandogli corsi di consumo critico e kit di lampadine. Ma il tempo non è dalla nostra parte: una vera svolta ecologica, a tutti i livelli, non è più rimandabile. Cecilia Stefani

La scomoda verità Oggi il 98% dell’energia utilizzata per i trasporti deriva dal petrolio, e ben poco è stato fatto per la messa a punto di tecnologie diverse. Evidentemente, il problema si è aggravato con l’ingresso sulla scena di India e Cina: altri 2,3 miliardi di persone con un’auto a testa (più frigorifero, lavatrice, ecc.) fanno schizzare verso l’alto la domanda di energia. Ma il pianeta ha risorse limitate, e chi sostiene il contrario, diceva una storiella, è un pazzo o un economista. O un politico, si potrebbe aggiungere, visto che, a dispetto dell’evidenza, si continuano a fare programmi a lungo termine che prevedono nuove strade, aeroporti più grandi, stadi più moderni,… oppure piani di sostegno per l’industria dell’automobile… Forse si tratterà di macchine a pedali? Non dimentichiamo poi che c’è un altro problemino, che mette un’ipoteca sulla nostra stessa sopravvivenza come specie: il riscaldamento globale. La temperatura del pianeta si sta alzando, e la maggioranza degli scienziati concorda nel ritenere che la causa siano le attività umane, che producono biossido di carbonio. Di questo passo, abbiamo già sforato la soglia dei +2° prevista come tetto dal Protocollo di Kyoto, e ci avviamo allegramente verso un’epoca di ghiacciai sciolti, inondazioni, uragani, desertificazione… con conseguenti catastrofi umane e grandi movimenti migratori.

Tante, vuote e intoccabili Sono fra 10 e 15.000 le case sfitte a Firenze, il Comune non ristruttura le sue, il Movimento dichiara “Le occuperemo”

A

lloggi liberi inutilizzati che si contano a migliaia, bandi inadeguati per l’assegnazione delle abitazioni popolari, approssimazione nell’affrontare la questione migranti. Un mix che fa emergere – a Firenze come in tutta la Toscana – una situazione di disagio che rischia di scoppiare da un momento all’altro. Ma forse l’emergenza casa è già esplosa. Non si dà pace il Movimento di Lotta per la Casa, che nelle ultime settimane ha intensificato le sue attività a difesa dei più deboli. A partire dall’occupazione dell’ex ospedale Meyer. Una palazzina di proprietà del Comune abitata da una trentina di famiglie e un cospicuo gruppo di eritrei e etiopi, per lo più cacciati dalla ex scuola Rosai per far posto ai lavori per l’alta velocità fiorentina: “Una pratica – dice Lorenzo Bargellini del Movimento – che la dice lunga sul modello di sviluppo portato avanti dalle varie amministrazioni. Le esigenze dei poveri vengono ignorate e si pensa solo – aggiunge – a sgomberare gli edifici occupati, anziché offrire delle soluzioni adeguate. Troviamo assurdo, ad esempio, che dobbiamo essere noi, anziché le istituzioni, ad occuparci dei ragazzi ventenni scappati dalle guerre africane e richiedenti asilo”. Una delle possibilità che avrebbe il Comune sarebbe la ristrutturazione dei tanti alloggi sfitti che esistono in città (si parla addirittura di 10-15 mila). Fra i tanti il Movimento ha già individuato in città 160 appartamenti vuoti, che, è questo l’ultimatum, saranno occupati se il Comune non ristrutturerà. Murati proprio per scongiurare le occupazioni, sorgono in aree destinate in passato all’edilizia popolare: via Rocca Tedalda (nelle cosiddette “Case Minime”), via da Tolentino a Rifredi, via Canova a San Bartolo, via Manni a Campo di Marte, via Bronzino a Legnaia ed altri anche nella zona delle Piagge. “Ad abitarci saranno famiglie italiane – precisa Bargellini – così dimostreremo che il problema riguarda i cittadini più deboli in generale, stranieri come italiani”.

Già, perché a differenza di quel che si crede soltanto il 9% delle case popolari sono abitate da stranieri. Un numero comunque destinato a crescere, se all’ultimo bando di edilizia popolare – come rileva una ricerca del Sunia (Sindacato Nazionale Unitario Inquilini ed Assegnatari) – il 50% delle richieste sono state presentate da cittadini non italiani. Il motivo di questa valanga di domande è forse da ricercare anche nel mercato immobiliare, che discrimina gli stranieri. La maggior parte di loro è costretto a vivere in abitazioni vecchie, fatiscenti, con servizi igienici approssimativi e in scarse condizioni di sicurezza, oltre a pagare canoni d’affitto più alti degli italiani: 16-19 euro al metro quadro, contro i 12-14 euro richiesti mediamente. Tutta colpa del mercato “drogato” dalla Bossi-Fini, che impone la certezza dell’abitazione come requisito per il mantenimento del permesso di soggiorno. Molti affittuari, per questo motivo, preferiscono offrire le loro case agli stranieri, che paradossalmente offrono maggiori garanzie. Non è un caso se il 95% degli sfratti per morosità è subito da famiglie italiane. Il Comune per l’assegnazione degli alloggi popolari continua nel frattempo a lanciare bandi “fuori target”, che non consentono ai più bisognosi di partecipare. Mentre la Regione Toscana ha stanziato 37 milioni per far fronte al taglio di 31,5 milioni destinati all’edilizia popolare che il Governo ha previsto per la nostra regione. Si tratta in gran parte di interventi di recupero e riqualificazione di edifici, realizzabili auspicabilmente in tempi rapidi. Nella nostra provincia ci saranno 149 interventi: 105 gli alloggi su cui si interverrà a Firenze, 9 a Scandicci, 8 a Campi Bisenzio, 9 a Signa, 3 a Calenzano, 5 a Bagno a Ripoli, 8 a Sesto Fiorentino e 2 a Lastra a Signa. Duccio Tronci

ROM

Dai campi al ghetto L’integrazione? E’ un’altra cosa. Nuovo maldestro tentativo del Comune, per tentare di inserire in città i rom. L’amministrazione – con la disponibilità del Quartiere 5 – ha infatti individuato in via Carlo Lorenzini il posto in cui spostare gli abitanti del campo di viale XI Agosto: ottanta persone andrebbero a vivere in una ventina di appartamenti da ristrutturare. Un milione e ottocentomila euro è il costo previsto per i lavori. I dubbi sorgono visitando la zona. Via Lorenzini si trova infatti in un triangolo ferroviario al quale si accede solamente tramite un sottopassaggio pedonale dal lato di via Fanfani (che presto verrà eliminato causa lavori per l’alta velocità ferroviaria) e tramite un altro sottopassaggio carrabile dalla parte di viale XI Agosto. Come un’isola a stante all’interno del quartiere. Insomma, una soluzione perfetta per creare un ghetto, non proprio l’ideale per una convivenza civile e pacifica. E sono proprio questi i problemi per cui protestano gli abitanti della zona. “Per noi – dicono – i rom non costituiscono nessun problema, conviviamo con loro da molti anni. Condividiamo anche la prospettiva, per arrivare ad una reale integrazione, di permettere a queste persone di vivere in abitazioni vere e proprie anziché in un campo nomadi”. Chiedono a Comune e Quartiere un confronto serio. Anche perché soltanto casualmente avevano appreso del progetto avanzato dall’amministrazione comunale. Duccio Tronci

MULTIPLEX

Facciamo finta che Ci hanno messo i lucchetti ai cantieri? Poco male, con una sanatoria si rimettono le cose a posto. La cronaca della vicenda del sequestro del Multiplex di Novoli, l’edificio nell’area ex Fiat costruito a tempo di record e che prevede la realizzazione di una multisala e di un centro commerciale, ha registrato negli ultimi giorni la reazione dell’immobiliarista Marinesi, proprietario dell’Immobiliare Novoli s.p.a., che intende procedere ad una richiesta di sanatoria per riprendere i lavori di costruzione. Un semplice atto amministrativo potrebbe bastare a far togliere i sigilli al cantiere e far ripartire i lavori, proprio mentre la magistratura sta valutando la natura e l’entità degli abusi commessi. Tra i quali rientrano il falso in atto pubblico, l’ipotesi che sia stata realizzata una volumetria molto maggiore rispetto a quella prevista, il fatto che il Piano di Recupero per le parti inattuate sia scaduto il 4 luglio scorso e che manca a tutt’oggi il parere di fattibilità che andava richiesto prima dell’inizio dei lavori alla Commissione di Vigilanza. È solo una minaccia, o fanno sul serio con la sanatoria? “In varie interviste rilasciate di recente”, commenta Stefano Stefani del circuito dei cinema Atelier, i primi che risentirebbero dell’apertura di una ennesima multisala a Firenze, “l’Immobiliare Novoli ha ripetuto che si tratta di una richiesta imminente, una questione di giorni.... Forse ci stanno pensando ancora un po’ perché sanno che molte forze politiche e sociali a Firenze sono contrarie”. È di pochi giorni fa la lettera aperta che Ornella De Zordo, capogruppo di Unaltracittà/Unaltromondo, e Maurizio Paoli, presidente dell’ANEC Firenze, hanno scritto a Domenici per fermare la sanatoria. Una lettera in cui chiedono al sindaco di non procedere all’esame della richiesta e fanno notare come questa sia, di per sé, un’ammissione delle irregolarità commesse. Il futuro di Novoli, e quello di molte sale storiche di Firenze, rischia quindi di essere una delle ultime “pratiche” sulla scrivania del sindaco uscente. Alessandro Zanelli

SPECULAZIONE

Abusi all’Anguillara Diluvio di abusi edilizi a Firenze. Almeno secondo la procura della repubblica, che dopo Castello, Multiplex e Quadra, indaga sull’antico palazzo dell’Anguillara. Un edificio di cinque piani – 2500 mq – sarebbe stato completamente snaturato: cambi di destinazione sproporzionati e fuori dai vincoli previsti dalle Belle Arti, per costruire appartamenti e un residence alberghiero. La polizia municipale ha per questo sequestrato l’immobile, situato proprio di fronte al tribunale in piazza San Firenze. Il palazzo appartiene ad una società romana, la De Tomassi, che aveva iniziato a lavorarci. L’edificio dell’Anguillara era stato a lungo al centro di battaglie dell’Unione inquilini e del Movimento di lotta per la casa. A Firenze si indaga anche sulla cosiddetta “densificazione urbana”: costruire in ogni fazzoletto libero, con moltiplicazione della rendita. Trenta appartamenti con garage progettati da Riccardo Bartoloni – amministratore della Quadra Progetti già coinvolto per corruzione nella vicenda del complesso Dalmazia – sono stati sequestrati dalla procura, che ha indagato sei persone per reati d’abuso d’ufficio, falso e abuso edilizio. D.T.

3


4

www.altracitta.org

Le Piagge, Firenze - Anno XIII - Seconda serie - Numero 2 - Febbraio 2009

Orti in doppia copia

Una discarica davanti alle case

Ricordate il progetto con cui l’anno scorso l’architetto Stefania Bulli vinse il Premio Reali? Si trattava di un intervento di recupero e valorizzazione di un’area verde in zona Careggi, dove venivano realizzati numerosi orti sociali. Adesso, quella bella idea diventa realtà grazie al Quartiere 5. Che però, invece di trarre frutto da quello studio approfondito e avvalersi dell’esperienza dell’architetto Bulli, ha preferito fare da sè e cercare altri professionisti. E il progetto originale, e l’autrice? Come non fossero mai esistiti.

Lungo la Goricina, il canale di scolo che si allunga parallelo alla ferrovia, c’è una vera e propria discarica, precisamente tra via del Pesciolino e la stazione ferroviaria delle Piagge. Vecchi elettrodomestici, divani, sedie, poltrone, frigoriferi, materassi, mobili, scarti edili, sacchetti pieni di chissà che cosa. Con l’amministrazione comunale che la tollera nonostante i numerosi reclami degli abitanti, costretti a vivere a pochi metri da un’area degradata abbandonata da tutti. Quanto ci vorrà affinché la zona venga ripulita? E che tipo di controlli saranno introdotti per evitare che dopo la pulizia altri rifiuti possano essere lì abbandonati? Da tempo si parla di una pista ciclabile parallela alla Goricina, da tempo, invece, l’area rimane abbandonata all’inciviltà di pochi.

La periferia prende la parola

Ecco i testi vincitori del ‘nostro’ premio letterario, nato per portare alla luce colori ed emozioni della città più nascosta

A

nche quest’anno per il concorso Raccontare la periferia, promosso da Altracittà, Comunità delle Piagge e Gabinetto Vieusseux, è arrivato il momento della premiazione, che si svolgerà al Centro Sociale il Pozzo il 13 febbraio. La terza edizione del premio ha visto vincitrice, nella sezione adulti, Silvia Calamai, ricercatrice e drammaturga, con “Andare ai mimmi”, il soliloquio, in prosa poetica, di una giovane mamma che, insieme al suo bambino, osserva la realtà senza nome dei giardini periferici nella Piana tra Prato e Firenze. Il secondo premio è andato a “Confesso” di Enrico Sartoni, il racconto di un giovane ventottenne di Campi, che esprime la difficoltà di una doppia periferia, personale e territoriale, e invita alla necessità dell’ascolto, in un percorso da condividere con gli altri. Al terzo posto, Paola Bocci, ex insegnante, con “La “mia” periferia: giorni, notti, albe, tramonti” racconta la Prato di una donna adulta e pone al centro le relazioni umane, con i sentimenti di diffidenza e scoperta che caratterizzano gli incontri

tra culture diverse. Nella categoria juniores invece, la menzione speciale della giuria è andata a Chiara Irene Martini, dell’Istituto comprensivo Ghiberti, con “Solo l’impegno nelle cose dà gusto alla vita”, che difende con ottimismo le possibilità di rendersi utili anche all’interno di realtà più decentrate, come quella di Scandicci. La speranza e lo sguardo aperto al superamento dei limiti, dei confini e delle difficoltà sono gli atteggiamenti che animano tutti questi racconti, come sottolineano gli organizzatori; nonostante le difficoltà di una realtà ai margini, non è il pessimismo e il senso di abbandono a prevalere ma la volontà di scoprire le potenzialità che anche una situazione di periferia può offrire. Tutte le opere premiate saranno presto disponibili in un volume di prossima pubblicazione. Intanto potete leggerne qui sotto alcuni brevi estratti, gentilmente concessi all’Altracittà dagli autori. Giada Tognazzi

La “mia” periferia: giorni, notti, albe, tramonti

Confesso

Paola Bocci, terzo premio

Il rumore del traffico non riesce a coprire le grida di gioia dei bambini, nel fazzoletto di giardino stretto tra la strada e le antiche mura hanno improvvisato un campo da cricket ... giocano tra le chiazze di erba ingiallita da un sole che assoda... solo qualche alberetto rinsecchito allevato dalle pisciate dei cani del quartiere. (...) ... i resti delle vecchie fabbriche... nere di smog, i vetri rotti, festoni di ragnatele lucenti, ordinate quasi simmetriche, hanno preso il posto del disordine dei fili di lana, dei cenci colorati, qualcuno sfuggiva ai carretti degli stracciaroli (chi ha cenci vecchi, donne, ohee - ) e si posava sugli alberi come un fiore strano... (...) Passi, sottopassi, rotonde, tangenziali hanno ricoperto i campi, schiacciato le lucciole tra i rovi, sbriciolato i muretti di recinzione, divelto i cancelli, diviso in due le stradette di comunicazione con file di case che da anni si parlavano (...) Noi da loro a dettare legge e fare i padroni non ci siamo mai andati. Sì, è vero, da noi arrivavano quelli della “bassa Italia”, ma il lavoro c’era per tutti. Sì, va bene, nelle vasche da bagno ci piantavano il prezzemolo e il basilico e gli davano le case popolari e ai pratesi no, ma se ne stavano al loro posto, mica volevano invaderci.... (...) ... al giardinetto scampato per un pelo al suo destino di parcheggio, ancora si raccontano da tanti storie, ciascuno nella propria lingua... dove qualcuno intreccia storie nella sera, là è la città.

Enrico Sartoni, secondo premio Un giorno, forse, mi deciderò a buttare via tutto quanto, forse perfino quella voce gracchiante che ancora urla «voi di Campi andate tutti a zappare la terra, che ci venite a fare al liceo? » o l’immagine della professoressa di storia e filosofia con il suo anello di diamante - frutto dei lucri universitari del marito - che diceva orgogliosa: «io non sono mai andata oltre l’Osmannoro». Erano appena dieci anni fa. Tarli che si nutrono di me stesso. Forse un giorno riuscirò anche a buttare via quel sorriso che ha tormentato la mia adolescenza, quel labile confine chiamato amore che un giorno mi disse «se non sali anche te sul motorino, ce ne andiamo a piedi tutti e due» e che per anni si è piantato nella mente e a cui ho finito per dare molto e dal quale ho imparato la profondità del mondo, l’audacia nel sondarlo. «Che significa che ti si è ghiacciato il vetro della macchina? Ma davvero a Campi si ghiaccia il vetro delle macchine?», erano parole che provenivano da una piazza piuttosto centrale di Firenze e che mi coglievano stupito e divertito a confermare una normalità che fin da piccolo avevo vissuto come unico e reale dato del mondo: d’inverno, in certe mattine gelide, le macchine vanno sghiacciate. Quel sorriso forse, però, non voglio perderlo, per non tornare ancora una volta tra gli scarti, per una promessa scritta su un’edizione delle novelle di Pirandello, per quella scommessa in cui nessuno credeva e che fu per anni il tacito patto della nostra rivolta.

Una panchina per le Piagge

Un’originale “scultura vivibile” accanto al nuovo distributore

S

embrerà strano ma anche le multinazionali amano l’arte, almeno così pare guardando la ‘scultura-panchina’ realizzata dall’artista Marco Biagini e posta accanto ad un distributore appena nato alle Piagge, in zona via della Nave di Brozzi. Il distributore appartiene alla rete di una nota multinazionale dalla quale tutto ci aspettavamo tranne che spendesse soldi per commissionare un’opera originale, in tutti i sensi. Proviamo a saperne di più intervistando lo scultore. Marco, ci spieghi come è nata la commissione di questa opera? “è la legge che impone alla multinazionale in questione di usare il 2% della spesa per opere d’arte, quindi è la legge e non la multinazionale che dovete ringraziare”. ma l’idea della panchina è tua o loro? “è mia: è l’idea di usare i soldi di una multinazionale per creare uno spazio per le persone. è l’idea di una scultura vivibile. Voglio sottolineare però che all’interno di un’organizzazione multinazionale ci sono poi singoli lavoratori

che magari sono personalmente concordi con il messaggio dell’opera”. Nella tua scultura sono incastonati dei piattini con la parola “pace” scritta in più lingue: ci racconti perché? “I piattini sono stati realizzati dai ragazzi stranieri delle Piagge che frequentano il laboratori linguistici del centro Gandhi. la mia idea è stata quella di creare un’opera pensata su misura per il luogo dove sorge e quindi rappresentativa delle persone che lo abitano: per questo non c’è ad esempio la lingua inglese, perché non è parlata alle Piagge”. Qual è il messaggio che vuoi dare con questa panchina? “Il titolo della panchina è ‘Costruire’ nel senso di costruzione sociale, costruzione di una comunità nella quale convivono più popoli e lingue senza discriminazione. nella panchina è ben visibile anche la ruota, simbolo del popolo rom, presente alle Piagge: è un modo per testimoniare il fascino che provo per quel popolo e quella cultura, ma anche un ‘monumento’ ad un popolo da sempre discriminato”. Maurizio Sarcoli

andare ai mimmi

Silvia Calamai, primo premio Andare ai mimmi può essere ovunque ma è soprattutto nei giardini della Piana Piana e non pianura pianura sarebbe già qualcosa di umano La Piana è lo dicono gli studiosi la Piana è la città diffusa un esperimento urbano una non città da pistoia a firenze Nel mezzo c’è di tutto Di tutto puoi trovare Per esempio piscine Cittadelle che simulano il mare per avere il mare anche nelle città Per esempio prostitute ai lati delle strade alcune bambine Per esempio centri commerciali aperti di domenica dove fare le passeggiate camminare Per esempio distributori di benzina e serbatoi da riempire Ma cosa importa a chi se qualcuna cerca un giardino Per andare ai mimmi Ora che sono ora che anch’io sono mamma. […] Tra prato e firenze vivo senza specificare tra prato e firenze Dentro un qualche toponimo in mezzo Che non si chiama prato non si chiama firenze Come nelle biografie illustri della quarta di copertina Si divide L’autore si divide fra Parigi e Roma Milano e New York Londra e Torino L’autore vive tra l’Europa e l’America E nessun autore che viva in quel mezzo tra prato e firenze Nella quarta di copertina La parola Piana non compare mai.

Mezzo pieno o mezzo vuoto? B

uone (e cattive) notizie per chi si sposta senz’auto in città. Si è svolto il 31 gennaio il viaggio inaugurale della nuova linea ferroviaria metropolitana Empoli – Firenze Porta al Prato, con fermate intermedie a Montelupo Fiorentino, Lastra a Signa, San Donnino e Le Piagge. è stata ‘celebrata’ così l’apertura della nuova stazione di Porta al Prato, presso la stazione Leopolda. La novità porta con sé un aumento delle corse che passano dalla fermata delle Piagge. Dal primo febbraio infatti la tratta Empoli- Porta al Prato è attiva in entrambe le direzioni (andata e ritorno) passando in entrambi i casi dalla fermata delle Piagge. Si tratta di 30 corse nei giorni feriali e 14 nei festivi. Queste corse si aggiungeranno a quelle già esistenti aumentando l’offerta per chi usa il treno anche per gli spostamenti in città. Nell’occasione viene riaperta la stazione di San Donnino e, in futuro, sono previste due nuove fermate metropolitane, in Piazza Puccini e alle Cascine. Per una buona notizia ne abbiamo anche una cattiva: non esiste più l’accordo tra Ataf, CAP e Copit, ovvero non si possono più utilizzare i pullman extraurbani azzurri (CAP e Copit) in alternativa agli autobus arancioni (Ataf e Linea) per salire e scendere nelle fermate urbane. L’accordo prevedeva infatti che sia con il biglietto sia con l’abbonamento Ataf si potessero utilizzare le fermate urbane di CAP e Copit: da oggi questo non sarà più possibile. Per usare i pullman azzurri, ci vorrà un biglietto apposito. Sembra che il mancato proseguimento della convenzione derivi dalla scarsa remunerazione che CAP e Copit avevano per questa concessione e dalle lamentele dei viaggiatori che partivano e arrivavano fuori città per il rallentamento delle corse dovuto alle fermate in più. M.S.

Il progetto Altracittà L’Altracittà, giornale della periferia è nato nel 1995 per raccontare le dinamiche locali e internazionali della globalizzazione economica e le esperienze di chi resiste e lotta per un sistema alternativo, più equo e rispettoso della persona e degli equilibri Nord/Sud del mondo. Viene pubblicato dalla Comunità delle Piagge, una realtà di base fondata sulla prassi del coinvolgimento e sulla logica dell’autodeterminazione sociale. Internet: http://www.altracitta.org E-mail: redazione@altracitta.org Direttore responsabile: Cecilia Stefani Progetto grafico: Antonio De Chiara Registrato al Tribunale di Firenze con il n. 4599 del 11/7/1996 Stampato da Litografia IP con il contributo di ECR FIRENZE Redazione: Via Barellai, 44 | 50137 Firenze | Tel. 055/601790

l'Altracittà - Febbraio 2009  

l'Altracittà - Febbraio 2009

Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you