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Appennino Reggiano Il fascino dei nostri luoghi è dato da una combinazione di elementi destinati a stupirvi: l’ambiente e la ricchezza della natura, i segni della storia e le tradizioni del mondo contadino, che influenzano ancora il ritmo di questi posti incantati permeandoli di una magica quiete. 2


Particolare dell’antico mulino in pietra di Cortogno di Casina

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La Pietra di Bismantova - Vista da Ginepreto

Il Territorio Una terra in cui gli uomini e le donne hanno lavorato per salvaguardare uno dei punti più belli dell’Appennino settentrionale e per far sì che esso restasse incontaminato così come lo vedete ora. Proprio per tutelare questi incantevoli paesaggi naturalistici di fascia appenninica, è stato costituito il Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano. Concentrato nelle zone del crinale, il Parco è interessante e pregevole sotto vari punti di vista: per le forme del paesaggio con appicchi di arenaria e conche di erosione glaciale, per le sue rare varietà botaniche, per le splendide praterie che si adagiano tra boschi di conifere e faggi secolari, e per la fauna presente, tra cui spicca il lupo appenninico, recentemente tornato a popolare queste zone. Rimarrete rapiti dai paesaggi montani tra valli che danno origine a corsi d’acqua (Secchia ed Enza) e verdi panorami visibili dal Monte Cusna, Prado, Ventasso e Cavalbianco. Il Parco vi incanterà per la sua purezza, offrendovi il luogo ideale per una vacanza immersi nella natura incontaminata. 4


A Castelnovo ne’ Monti - vivace centro cittadino che è punto di riferimento, per i suoi negozi e locali per tutto il comprensorio montano - si erge con maestosità e nobiltà la Pietra di Bismantova: questo incredibile scoglio di arenaria contrasta con i dolci profili delle colline circostanti. Grazie alla sua altezza (1047m) è possibile ammirare il suggestivo panorama dell’Appennino Reggiano, Parmense e a volte Modenese. Già Dante citò il magnifico scorcio di paesaggio visibile dalla Pietra, nel IV Canto del Purgatorio: ‘ Vassi in Sanleo e discendesi in Noli/montasi su in Bismantova e ’n Cacume con esso i piè/ ma qui convien ch’om voli/dico con l’ale snelle e con le piume /del gran disio, di retro a quel condotto/che speranza mi dava e facea lume./Noi salavam per entro ’l sasso rotto, /e d’ogne lato ne stringea lo stremo,/e piedi e man volea il suol di sotto. /Poi che noi fummo in su l’orlo suppremo /de l’alta ripa, a la scoperta piaggia,/ “Maestro mio”, diss’ io, “che via faremo?”./ Ed elli a me: “Nessun tuo passo caggia;/pur su al monte dietro a me acquista,/fin che n’appaia alcuna scorta saggia”./Lo sommo er’ alto che vincea la vista, / la costa superba più assai /che da mezzo quadrante a centro lista.

Le pareti rocciose della Pietra di Bismantova sono ideali per il climbing

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Scendendo verso valle, la storia della secolare lotta tra Impero e Papato ha lasciato tracce evidenti nella zona dei castelli e delle pievi matildiche, che da Rossena a Canossa, da Sarzano a Felina e Carpineti, creavano una sorta di barriera difensiva, di baluardo fortificato verso la pianura e contro le invasioni nemiche. Qui, sotto il segno della ‘Grande Contessa’ Matilde di Canossa, si ergono le testimonianze di un passato di matrice europea, dove antichi borghi di sasso impreziosiscono il territorio e dolci ondulazioni e filari di cipressi si alternano a scorci più aspri, calanchi e affioramenti di roccia lavica. Ovunque, incontrerete sentieri che si snodano lungo mulattiere, carraie, strade bianche che potrete percorrere a piedi, a cavallo o in mountain-bike, restando affascinati da case a torre, borghi rurali, corti e aie lastricate, fregi scolpiti su architravi che raccontano la storia dell’Appennino Reggiano. Scoprirete questa realtà, esplorando piacevoli itinerari collinari e di crinale in uno scenario suggestivo e originale. Sarete presi per la gola dalla vera cucina emiliana, che qui raggiunge picchi di eccellenza poiché è arricchita dal pregiato Parmigiano Reggiano di montagna e dai prodotti tipici d’alta quota quali funghi, tartufi, castagne e selvaggina. Gustosi buffet dal sapore verace e assolutamente genuini annaffiati dall’apprezzatissimo Lambrusco o, perché no, da un sorso di amabile Toscano, così diffuso in questa terra di confine. Degustate ogni prelibatezza offerta dalla generosità di questi luoghi, nei quali amerete ritornare una volta conosciutane l’anima calda e vitale.

Le terre Matildiche affascinano il turista con le antiche Pievi e i Castelli (nella foto, il Castello di Rossena)

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Ventasso Laghi - Piste da Sci

La montagna è zona di produzione pregiata del Re dei formaggi il Parmigiano Reggiano

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E’ frequente incontrare splendidi esemplari di caprioli che attraversano agilmente prati e boschi dell’Appennino Reggiano

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Abili canoisti si contendono intrepidi il premio finale tra una ràpida e l’altra 10


Sport e Relax Ambiente puro, aria sana, natura e relax per trascorrere una vacanza divertente ed emozionante per tutti i gusti e le età.

Il Lago Calamone chiamato anche Lago del Ventasso, è meta turistica in tutte le stagioni

L’Appennino Reggiano, per le sue caratteristiche geografiche, offre l’opportunità di praticare diverse attività sportive alternative: dal cicloturismo su valli e crinali ad appassionanti percorsi di trekking fra suggestivi spazi montani, senza trascurare il golf e le lunghe passeggiate a cavallo attraverso boschi ed antichi borghi. Fra le altitudini appenniniche trova spazio anche lo sport d’avventura grazie ai numerosi corsi d’acqua e torrenti, ideali per spettacolari discese in canoa, come quelle delle suggestive Gare Internazionali di canoa nel fiume Enza dove abili canoisti, il primo week-end di aprile, si contendono intrepidi il premio finale tra una ràpida e l’altra.

Numerosi percorsi di varia difficoltà per gli amanti del ciclismo o della mountain-bike

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Per chi ama la tranquillità e il profumo della natura, cosa c’è di meglio nell’andare a pescare nei laghi montani; fare lunghe camminate nei verdi sentieri per udire il respiro del paesaggio reggiano; provare l’emozione di andare a cavallo o in mountain-bike attraverso percorsi naturalistici e sentieri matildici; scalare le suggestive pareti dell’ “isola di arenaria” la Pietra di Bismantova, per poi arrivare sulla sommità e innamorarsi dello scenario che vive della sua luce e dei suoi silenzi… ...Trovarsi di fronte a un manto nevoso oppure a una cascata scolpita da cristalli trasparenti, dove la luce rinfranta crea un luminoso caleidoscopio di colori, spesso suscita il desiderio di sfidare la forza di gravità; avventurarsi sulle cime dell’Appennino, sciare e pattinare su queste superfici lisce, intraprendere escursioni con ramponi e piccozza; allenarsi in campi da calcio, pallavolo, tennis e basket, con piscine per chi ama tuffarsi, palestre per scolpire il fisico, relax nei centri termali come Cervarezza e Poiano. L’attrezzatissimo Centro d’Atletica - Coni di Castelnovo ne’ Monti è sede di numerose attività sportive, gare e competizioni varie. E’ un luogo dove si ritrova il contatto con la natura unito al fascino di secoli ricchi di storia, arte e cultura dove ogni anno grandi manifestazioni sportive ad alta adrenalina si susseguono.

Fiume Secchia - Gessi Triassici

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Sentiero per le Sorgenti del Secchia

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Le Sorgenti del Secchia sono tra i punti naturalistici di maggior rilievo

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Da segnalare, il Rally dell’Appennino Reggiano, gara automobilistica che ormai riveste un ruolo importante nel panorama rallistico internazionale; il Torneo di calcio della Montagna, le corse con le Carrettelle: macchine simili a quelle dei Flinstones, con svariate forme (letti a 4 ruote, tronchi d’albero, ecc) dove i partecipanti intraprendono discese mozzafiato per uno spettacolo garantito; il Torneo di pallavolo Giò Volley che si svolge tutti gli anni nel periodo pasquale, con squadre di rilievo internazionale. Per un gioco professionale e al tempo stesso divertente, piacevole e salutare, il luogo ideale è il “Matilde di Canossa Golf Club”, inserito nello splendido paesaggio pedecollinare delle terre matildiche con l’andamento dei dolci declivi naturali. L’Appennino Reggiano offre inoltre la possibilità di partecipare all’ EcoMaratona del Ventasso, ai trofei di bocce, al gioco della Ruzzola, e a vari eventi sportivi.

La flora appenninica offre colori e profumi di straordinaria intensità

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Sorgenti del Secchia

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Portate a far respirare l’atmosfera rilassante dell’Appennino a nonni e bambini. 18


L’Appennino per Bambini e Famiglie “Staccate” dalla vita caotica di città e portate a far respirare l’atmosfera rilassante dell’Appennino Reggiano a nonni e bambini.

Ventasso Laghi - Piste da Sci

L’Appennino Reggiano è un ambiente incontaminato, dove la città è ricordo, la natura è a portata di mano, il divertimento e il relax sono assicurati per tutta la famiglia. Assaporerete un luogo incantato, dove l’uomo non ha lasciato impronte sul suo cammino, gli animali vivono in sintonia con la natura all’interno di uno splendido Parco Nazionale, i paesaggi in autunno si tingono di rossi colori, la primavera è profumata di dolci fragranze di pesco, melo, ciliegio, l’inverno è avvolto dal bianco e l’estate è incantata dall’aroma dei campi. I vostri bambini saranno contenti di passare una giornata diversa dal solito in mezzo al verde e alla natura. Si potranno intraprendere lunghe passeggiate per i sentieri a cavallo o in mountain-bike; pic-nic sulle rive dei laghi o sulle maestose distese di verdi campi. L’Appennino Reggiano offre molte possibilità di pesca nei laghi, di scalate su pareti rocciose, di piscine per nuotare, di lezioni a cavallo, per riscoprire i ritmi della natura e la vita in fattoria diventa un’occasione da non trascurare. Tra le novità imperdibili, è da segnalare Cerwood, il parco avventura acrobatico dove bambini, mamme e papà possono avventurarsi nel bosco di emozioni attraverso ponti nepalesi, passerelle, corde tirolesi e l’adrenalina del divertimento. Per itinerari specializzati dedicati ai più piccoli è possibile contattare l’ufficio di Informazione e Assistenza Turistica della Comunità Montana dell’Appennino Reggiano, tel. 0522/810430. 19


...misura la tua voglia di emozioni... 20


Parco avventura CERWOOD Nel verde di un bosco di faggi secolari all’interno del Parco Nazionale dell’ Appennino Tosco-Emiliano nasce il Parco avventura Cerwood. Un’equipe di professionisti qualificati vi accoglierà e vi darà le prime spiegazioni necessarie per le vostre evoluzioni tra un albero e l’altro… in massima sicurezza, mettendovi a disposizione attrezzature di protezione individuale certificata (imbraco, carrucola, casco…) Tre ore di svago e di emozioni da albero ad albero attraverso ponti nepalesi, passerelle, corde tirolesi, salti… Diversi percorsi ti aspettano per misurare la tua abilità e la tua voglia di divertimento. Troverai oltre 30 stazioni diverse e progressive per misurare il tuo equilibrio e la tua voglia di emozioni: •Percorso Pratica per tutti, dove esercitarsi •Percorso Bimbi studiato apposta per bambini fino a 10 anni di età con tanta voglia di divertirsi •Percorso Verde per scoprire nuove sensazioni e iniziare a prendere le prime confidenze con il brivido •Percorso Blu dove inizia l’avventura: da un albero all’altro tra liane, ponti e un crescere di emozioni •Percorso Rosso … aspettatevi di tutto, ma sempre in massima sicurezza Percorsi natura, mountain-bike, atelier creativi, laboratori attivi, mini kart, campo da pallavolo, ping-pong e tanto altro ancora… Cerwood è il primo parco acrobatico forestale in Emilia Romagna e uno dei primi in Italia.

Il Parco Avventura è adatto anche agli adulti, sportivi e non

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Il Parco Avventura - percorso blu

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La storia della secolare lotta tra Impero e Papato ha lasciato tracce evidenti nella zona dei castelli e delle pievi matildiche

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Le terre dell’area Matildica Nello scenario dell’Appennino Reggiano, dalle prime colline che si affacciano sulla pianura ricca di castelli, fino alla media montagna, intorno all’anno 1000 si svolgevano le grandi vicende della storia d’Europa. Protagonista di tanti episodi di lotte e riappacificazioni tra Impero e Papato fu la Contessa Matilde di Canossa che qui aveva collocato il centro politico e militare del suo vastissimo feudo che comprende Canossa, Viano, Vetto, Baiso, Carpineti, Casina e Toano; luoghi dove castelli, borghi e pievi ricordano, ancor oggi, il periodo di passioni politiche e religiose di quegli anni. Il Castello di Rossena

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La valle di Canossa rimanda alla gloriosa storia medievale

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BAISO Baiso sorge sul ciglio di impressionanti erosioni calanchive, circondato da bellissimi boschi, che dominano da un versante la valle del Secchia e dall’altro la valle del Tresinaro. E’ in “Vita Mathildis” di Donizzone che si trova la prima citazione di ‘Bagisium’ risalente al 954. Feudo della famiglia Baisi, divenne proprietà dei Fogliani dal 1276 al 1472. Dopo alterne vicende, e l’ammissione ai domini estensi (1553), fu affidato alla giurisdizione dei Levizzani nel 1641 fino al 1796. Baiso nel 1807 fu annesso a Carpineti fino al 1859, quando il decreto Farini ricostituì il comune con uno stemma che raffigura un castello diroccato su colline sovrastanti una chiesa. Di grande interesse sono il Castello di Baiso e la Chiesa di S. Lorenzo, che sorgono su una collinetta boscata a nord dell’abitato dominando la vallata del Tresinaro e del Secchia avendo di fronte il monte Valestra; il castello si articola su due cortili aperti con un mastio a base quadrata e una torre priva di apparato piombante con un muro d’ingresso sormontato da merlature. Il castello è caratterizzato da un puntone - una struttura fortificata costruita per proteggere un angolo che risultava troppo esposto agli attacchi dei nemici - basso, non vistoso, collegato tramite un arco all’interno del muro di cinta in modo da creare un avamposto strategico a difesa del maniero. Nel comune ci sono notevoli “case a torre” che risalgono al 500: Visignolo - dove è presente una delle case più antiche della montagna - Tresinaro, Case Braglia, Colombaia. Rivestono particolare interesse anche alcuni borghi: San Romano con la bella chiesa, Visignolo, e San Cassiano. Nel borgo di Cassinago, di fronte all’oratorio San Carlo, si staglia una costruzione rurale dalla struttura rettangolare che, sormontata da un altro piccolo campanile, definisce un ampio cortile in cui svetta una torre detta Torre colombaia.

Baiso è un comune di cerniera tra l’Appennino e la zona produttiva delle ceramiche

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I Calanchi di Baiso I calanchi, che sono il risultato della lenta azione dei processi morfogenetici succedutisi nell’arco di migliaia di anni e importanti testimoni della storia naturale di indubbio effetto scenico, entrano di diritto nei beni geologici da preservare, da valorizzare e da rendere elemento distintivo del territorio Comunale. Il loro significato assume ancora più importanza se si considera che a Baiso queste forme sono rappresentate al massimo livello rispetto a tutto il territorio provinciale. In questo misterioso contesto sorge, su di un colle, la piscina “Lido dei Calanchi” immersa nel verde con vasche, trampolini, idromassaggi e scivoli per tutte le età. All’interno della struttura si possono degustare ottimi piatti reggiani dopo una rilassante nuotata nella piscina. Il Lido dei Calanchi, al venerdì sera, si trasforma in “Ku”, elegante e rinomatissima discoteca all’aperto.

Baiso - Chiesa di S. Lorenzo

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CASINA Verdi altopiani con boschi e coltivi alternati a piccole dorsali collinari, borghi sparsi e pievi isolate caratterizzano il territorio di Casina. Nato nel 1859, il comune è il risultato dell’aggregazione di diversi ex-feudi, comuni rurali, con storie autonome e diversificate: Sarzano, Giandeto, Leguigno, Paullo, Beleo, Migliara, Pianzo. Casina sorge lungo la S.S. 63 ai piedi del castello di Sarzano che, documentato la prima volta nel 958, era uno dei perni del sistema difensivo canossano. Si possono ammirare la torre campanaria, la porta del ponte levatoio, e il Mastio con difesa a piombatoi e merlatura guelfa. L’antica chiesa di Paullo è un bell’esempio dell’essenzialità costruttiva e del rigore formale tipici dello stile canusino. Attorniato da un alto muro che protegge un vasto cortile interno, il castello di Leguigno si erge ancora sul suo bravo poggio, con le caratteristiche torri quadrate che sfidano il tempo e delimitano i contorni dell’antico maniero. Nel castello medievale è stata costruita una cappella nella quale è posta l’antica campana del maniero. A registrare un afflusso di turisti sono le oasi naturalistiche del Lago del Tasso, Lago dei Pini, la Pieve di San Bartolomeo di Paullo e la seicentesca chiesa di Giandeto che conserva stucchi e quadri di valore. Sono apprezzate anche le numerose case a torre a Monchio dei Ferri, Bergogno, Vaglio, Croveglia; l’Oratorio di Santa Lucia, ricostruito in un castagneto all’incrocio di antiche vie mulattiere, l’Oratorio di Beleo; la Pieve di Paullo, e la Chiesa di Santa Maria di Pianzo. A Bergogno, borgo medioevale nella frazione di Paullo, tra edifici con rosoni, davanzali in pietra, massi di arenaria scolpiti, portici e fontane, spicca il Palazzo Giovanardi, con un elegante portale dal volto a tutto sesto incastonato nella facciata sud e una finestrella che, nell’architrave triangolare, conserva l’incisione dell’immagine della luna e della data “M 526”. Tra le ricchezze culturali di Casina vanno segnalate le zone archeologiche di Faieto dove è stato rinvenuto un insediamento dell’età del bronzo, Pianzo in cui si trovano tombe celtiche, Cortogno dove è venuta alla luce una fornace romana, monte Venèra e Cernaieto. L’artigianato vive una sicura espansione, con nuovi e costanti insediamenti, con diverse tipologie di produzione. Tra queste, è significativa l’Ars Canusina®, un artigianato artistico ispirato ai motivi ornamentali ricavati dal romanico dell'area reggiana dalla psichiatra Maria Bertolani Del Rio nel primo Novecento. Gli artigiani di oggi concessionari hanno i loro laboratori fra la Via Emilia e il crinale appenninico.

Il Castello di Sarzano è un prestigioso contenitore culturale, ricco di eventi quali mostre, concerti, letture filosofiche che si alternano durante l’anno con successo. Il noto attore Cristopher Carandini Lee è stato nominato “Lord of Sarzano” poichè vanta la discendenza dalla famiglia degli antichi Conti di Sarzano

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L’ Ars Canusina® L’ Ars Canusina® è oggi un genius loci delle antiche Terre Matildiche, una fetta dell’antico dominio compresa fra le province di Parma, Reggio Emilia, Modena, Mantova e Ferrara, ma che ha il suo cuore nei feudi adiacenti la millenaria rocca di Canossa. Le odierne creazioni in Ars Canusina® sono realizzate da alcune selezionate botteghe artigiane. Nei loro laboratori prendono nuova forma preziosi oggetti, complementi di arredo e per l’edilizia. La produzione è regolata da criteri di qualità e contenuta in pezzi unici e serie limitate. I disegni ripercorrono i motivi tradizionali dando vita a nuove composizioni. La fattura esplora un illuminato potenziale creativo, fondato sulla varietà di tecniche artigianali custodite con gelosia nei laboratori concessionari e si distingue per un’alta manualità. Il marchio commerciale collettivo Ars Canusina®, proprietà del Comune di Casina, è concesso in licenza ad un novero selezionato di artigiani attivi della provincia di Reggio Emilia. Il proprietario ha cura di svolgere i compiti di tutela e sorveglianza sulla produzione e il commercio. Questo certificato garantisce l’acquirente che il prodotto è stato realizzato da un’impresa artigiana legalmente autorizzata.

Il territorio di Casina è ricco di case a torre magistralmente recuperate

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CANOSSA Nel 1990, in seguito a un referendum popolare, quello che si chiamava “Comune di Ciano d’Enza” è diventato Comune di Canossa, in omaggio alla più significativa emergenza storicoarchitettonica del territorio: il Castello di Canossa, l’imponente maniero in cui passò con grande fragore la Storia Europea. Posto sul ciglio rialzato del fiume Enza, Canossa ha condiviso nel Medioevo e fino alla metà del XV sec. le sorti della dinastia matildica. Nel 1052 la Contessa Matilde ereditò il castello dopo secoli bui del Medioevo, ed è proprio con Matilde che queste terre assunsero ad importanza continentale giocando un ruolo strategico nella disputa tra Impero e Papato. Correva infatti il 28 gennaio 1077 quando, grazie alla mediazione della Contessa Matilde, all’interno delle mura del suggestivo Castello di Canossa, le due grandi potenze dominatrici di quel momento storico rappresentate da Papa Gregorio VII, depositario del potere spirituale, e dall’Imperatore Enrico IV, depositario del potere temporale, giungevano ad un compromesso politico universalmente noto come “il Perdono di Canossa”. Tra il 1452 e il 1527 la gran parte del territorio matildico viene occupata dagli Estensi che ne terranno il possesso per secoli. Nel 1878 lo Stato italiano acquistò i ruderi del castello dichiarandolo monumento nazionale. Le devastazioni degli uomini e del tempo, aggiunte a fenomeni franosi che hanno ridotto a un terzo l’originale estensione della piattaforma di arenaria su cui era stato costruito il potente castello di Matilde, hanno conservato della fortezza solo le tracce delle mura meridionali e della cripta di Sant’Apollonio, un tempio ricco di arredi e reliquie, cui era annessa una abbazia retta da monaci benedettini, poi svuotato e abbandonato già nel secolo XIII. All’interno del locale Museo Nazionale “Naborre Campanini”, recentemente ristrutturato, sono raccolti numerosi reperti recuperati in occasione delle campagne di scavo effettuatevi nella seconda metà del XIX secolo. Il reperto più significativo è costituito dal grande fonte battesimale romanico, che si conserva nel salone centrale: il manufatto, ricavato da un monolite d’arenaria, è riccamente ornato da intrecci, raffigurazioni simboliche, fasce ed altri elementi tipici del repertorio scultoreo medievale.

All’interno del castello di Canossa è possibile visitare il museo dedicato alla Gran Contessa e alle vicende matildiche

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Dai castelli è possibile ammirare lo splendido panorama delle colline reggiane

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Tutto il territorio è testimonianza di segni fortemente rilevanti sul paesaggio: il Castello di Rossena, che sorge su una rupe vulcanica dal particolare colore rossiccio dal quale domina un paesaggio unico e irripetibile, e la Torre di Rossenella, che da un picco roccioso padroneggia sull’Oasi di Campotrera, riserva naturale lungo le rive sassose dell’Enza. A cornice dei celebri castelli, gli antichi borghi si affacciano su panorami di calanchi, boschi, colline: la presenza di case a torre caratterizza i borghi di Albareto, Cavandola, Monchio delle Olle, Solara, Vico e Vedriano. Tra le ricchezze storiche del territorio canossano, merita rilievo Luceria, una delle quattro colonie romane più significative della Gallia Togata. Nel borgo di Pietranera è invece possibile visitare la Corte dei Paoli, il cui aspetto più significativo è l’ambientazione interna dei suoi locali. Da vedere la Chiesa parrocchiale di S. Michele Arcangelo di Roncaglio, caratterizzata da un ardito campanile visibile a grande distanza. L’edificio religioso è di notevole rilevanza storicoartistica: all’interno si conserva una pregevole ancona del Ceccati, mentre una ricchissima sequenza di ornati sei-settecenteschi fanno di questa chiesa un importante documento dell’arte barocca appenninica. Caratteristica tipica dei borghi di Cerredolo dei Coppi e Borzano è la presenza di “volti di pietre”: si tratta di pietre raffiguranti volti umani che avevano la funzione di allontanare dal focolare influenze maligne, portatrici di sventura. Le suggestive terre matildiche diedero ospitalità anche a Francesco Petrarca: a Selvapiana trovò la pace e l’armonia per completare il poema “Africa”. Per ricordare questo nobile soggiorno, alcuni illustri cittadini di Parma tra il 1838 e il 1847 vi fecero costruire un pregevole tempietto abbellito dalle decorazioni pittoriche ad encausto di Francesco Scaramuzza (celebre illustratore di Dante, 1803 – 1886) e da una statua in marmo di Carrara di Tommaso Bandini. È di particolare suggestione il borgo ristrutturato di Votigno. Il borgo ospita un centro di attività e scambio culturale: “La Casa del Tibet”, fondata con lo scopo di far conoscere la millenaria cultura tibetana, in particolare nel campo del dialogo interreligioso e delle spiritualità.

Il paese di Votigno è teatro di numerosi eventi culturali e di scambi internazionali

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Scuola di scultura su pietra di Canossa La “Scuola per la lavorazione Artigianale ed Artistica della Pietra” di Canossa, dopo alcuni anni di attività corsuali estremamente positive, viene istituita ufficialmente nel 1990 dall’Amministrazione Comunale di Canossa, stimolata da un gruppo di appassionati d’arte locali guidati da Giuseppe Barbieri. La scuola rappresenta, oggi, una delle realtà di recupero dell’artigianato della lavorazione della pietra più interessanti e peculiari, non solo di Canossa, ma dell’intera provincia reggiana. Un “laboratorio” che ha visto negli anni una continua e crescente partecipazione di allievi di ogni età o professione, impegnati con passione e dedizione nella creazione di opere a forte contenuto artistico, una piccola “bottega”, nel cuore delle terre della grande Contessa Matilde, nella quale il “magister” trasferisce tutto il suo sapere agli “artifices”, che, con virtù, modestia e sforzo collettivo trasformano, mutano ed elevano la materia amorfa ad opera raffinata ed eccelsa. Un mix tra arte e artigianato, per scoprire la storia dell’arte, per riappropriarsi dei legami con le tradizioni tipiche della comunità locale, che deve divenire opportunità non solo di promozione turistica-culturale ma anche produttivo-occupazionale. Il corso di Scultura su Pietra viene organizzato ogni anno, dal Comune di Canossa, da ottobre a maggio; le lezioni tecniche vengono tenute da Vasco Montecchi che mette a disposizione degli allievi la propria esperienza pluriennale di scultore; il prof. Fabrizio Fontana, tiene attualmente i corsi di disegno e storia dell’arte; prezioso ed indispensabile è stato ed è tuttora l’apporto allo sviluppo della Scuola del sig. Nino Costi, infaticabile collaboratore. La scuola si inserisce a pieno titolo nelle azioni che l’Amministrazione comunale ha intrapreso sia nella valorizzazione dell’immenso patrimonio storico-culturale del territorio canossano, sia nell’impegno di tramandare alle nuove generazioni le tradizioni che hanno caratterizzato la storia della nostra terra, di cui troviamo testimonianza già a partire dal periodo romano, quando era attivo l’antico sito di Luceria (Nuceria). In tutto il territorio del Comune di Canossa, così come in diversi comuni della provincia reggiana, sia presso abitazioni private che in luoghi pubblici, sono documentabili diversi bassorilievi, in pietra, di allievi della scuola di Canossa. Opere come il monumento del Petrarca, all’inizio della strada che conduce al Tresinaro (Loc. Selvapiana) dedicato al grande poeta, come la copia scomposta in sette pezzi del bassorilievo del fonte battesimale di Canossa all’ingresso del Comune di Canossa, come le otto formelle rappresentative delle contrade matildiche e della scena del “Perdono”, esposte all’accesso pedonale di Piazza Matteotti sono una testimonianza di un “percorso formativo” destinato a lasciare un segno indelebile nel futuro culturale del nostro territorio.

La rupe di Canossa

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ProfessionalitĂ , maestria e passione contraddistinguono il lavoro degli scultori su pietra

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Castello di Rossena

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CARPINETI Inserito in una cornice paesaggistica e ambientale di grande rilievo, Carpineti è ricco di preziose testimonianze matildiche come lo splendido castello delle Carpinete. Questo fu una delle residenze preferite da Matilde, sede di convegni e incontri tra i quali quello del settembre 1092 con Vescovi e feudatari, per decidere se continuare la guerra all’Imperatore Enrico IV. Posto sul monte Antoniano, sul filo spartiacque Valestra-Fosola, il castello è in posizione panoramica tra le valli del Secchia e del Tresinaro con ampie vedute sull’Appennino Reggiano e Modenese. Del castello restano l’alta torre quadrangolare del mastio, il placium, resti di un oratorio, alcune cisterne d’acqua, e poderose mura di cinta fortificate che proteggevano i borghi e l’annessa chiesa di Sant’Andrea. L’atmosfera che regna tra queste antiche pietre conserva ancora intatta, e la trasmette al visitatore, la malìa di un’epoca in cui il nostro Appennino fu teatro di grandi avvenimenti storici. All’interno del castello sono stati ricavati tre locali: in quello a piano terra è prevista la creazione di un museo dei lapidei storici della zona, in quello al primo piano sarà realizzato un centro di documentazione elettronico sulla storia di Carpineti e in alto un bellissimo belvedere, un autentico “balcone sull’Appennino” da cui lo sguardo, nelle giornate limpide, arriva fino a Bologna e Piacenza. In un luogo quasi magico che evoca storie di culti pagani e cristiani, di guerre e commerci, sorge la canonica della Pieve di San Vitale, oggi trasformata in un bellissimo ostello. Piazza Matilde di Canossa, delimitata dal Municipio e dalla seicentesca casa dell’Amorotto, impreziosiscono Carpineti. Da ricordare sono le case a torre sparse nei tanti borghi del comune: Cigarello, Onfiano, Poiago, Riana, Saccaggio, Saccheggiana, Sorchio, Villaprara. E ancora i borghi di Cà Beretti, Cà Lanzi, Giavello, Iatica, Romagnano, Valestra e Monte Ferrara.

Castello di Carpineti: la sede tra le più amate dalla Contessa che vi soggiornò per alcuni periodi

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Chiesa del Castello di Carpineti

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Le Mongolfiere a Carpineti Carpineti non è solo un Comune ricco di storia e cultura ma è sede di un avvenimento molto particolare e unico per il suo genere. E’ infatti da circa tre anni che i cieli carpinetani, per nove giorni, sono solcati da gigantesche mongolfiere che fanno aleggiare nell’aria molte persone. Al raduno Internazionale di mongolfiere e campionato di San Valentino, partecipano numerosi equipaggi sia italiani che stranieri, per conoscere l’Appennino Reggiano in maniera insolita e suggestiva. Per tutti gli innamorati il celebre verso di De Gregori “e voleremo in cielo in carne ed ossa” può davvero trasformarsi in realtà. Un S. Valentino diverso dalla solita cenetta al lume di candela, in cui gli innamorati potranno baciare le nuvole, ammirando lo splendido scenario dal cielo blu che offre l’Appennino Reggiano. I partecipanti a questa bellissima manifestazione andranno alla scoperta delle bellezze naturalistiche e architettoniche del paesaggio visto da un’insolita prospettiva. Si potranno sorvolare le cime imbiancate, le vallate dei fiumi, sfilare a pochi metri dal Castello di Carpineti, dalla suggestiva Badia romanica di Marola, la maestosa Pietra di Bismantova. Assaporare il dolce fruscio dei boschi, il lento rumore dei torrenti, osservare gli animali da un’angolatura originale, udire il silenzio dell’aria e della natura dell’Appennino Reggiano, il tutto vivacizzato da stands gastronomici con i prodotti tipici di questo magnifico territorio.

Marola: la pace che si respira in questo borgo, unita alla bellezza del paesaggio, fà si che esso sia denominato “Il paese del silenzio”

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Pantano

Di grande interesse è la Chiesa abbaziale di stampo matildico, con l’annesso ex seminario vescovile a Marola di cui son ben visibili all’esterno i torrioni circolari con due chiostri all’interno ingentiliti da ortensie e siepi di bosco; i resti di un castello e un piccolo santuario dedicato a Santa Liberata a Mandra caratterizzata da un portale ad arco a tutto sesto e da due piccole finestre monofore; Regigno con il Palazzo Ovi, in pietra con finestre disposte regolarmente, oggi uno splendido agriturismo. Il Monte Valestra, la montagna sacra, è contraddistinto da un fitto manto di castagni, carpini e noccioli e dalla sua sommità lo sguardo può spaziare dalle Alpi alla catena appenninica ToscoEmiliana. Le importanti grotte di origine tettonica: Grotta Malvolti, Grotta delle Stalattiti, Grotta di S. Michele e Grotta del Diavolo sono una peculiarità del territorio valestrino e offrono spunti di grande interesse sia per le caratteristiche degli ambienti che per l’intreccio di miti e leggende che la circondano. Da ricordare inoltre il piccolo oratorio di origine pre-matildica dedicato a San Michele al cui interno è custodita una preziosa mensa d’altare medioevale e la cappella secentesca dedicata a Santa Maria Maddalena, edificata su un preesistente romitorio del 1300. 43


TOANO Toano è il capoluogo di una vasta dorsale che separa le profonde valli del Dolo e del Secchia. La prima citazione del comune risale al 907, diventa di proprietà matildica nella seconda metà del XI secolo. Il paese è arroccato attorno alla bella Pieve matildica dedicata a Santa Maria che sorge su una collina in posizione panoramica: si tratta di uno degli edifici religiosi più belli e meglio conservati dell’Appennino Reggiano. Conclusosi il dominio di Matilde di Canosssa nel 1218, gli uomini di Toano giurarono fedeltà al Comune di Reggio Emilia; poi il comune fu governato dai Fogliani, dagli Estensi e dai Terzi per diventare comune nel 1859. Durante la Seconda Guerra Mondiale, nel 1944, Toano viene incendiata dai Tedeschi in seguito alle numerose battaglie, mentre Montefiorino diventò una repubblica autonoma governata dai Partigiani. La maggiore frazione di Toano è Cavola con un importante Oratorio della Madonna della Neve, contenente uno splendido altare in legno intagliato dai Ceccati contraddistinto da un bel portale in pietra lavorata e da un rosone con l’immagine del sole. Una fonte di acqua minerale sgorga a Quara, sfruttata per molti secoli dai romani. Destano molto interesse la Chiesa e il Palazzo dei Conti Sassi, i nuclei di Valle e la Cà a Cerredolo. Una bella torre campanaria sorge a Corneto, mentre a Manno è ben visibile la Corte dei Ghirardini che si sviluppa attorno ad una torre cinquecentesca, nella quale sono ancora visibili sia la cornice di gronda, sia le feritoie ad angolo usate a scopo difensivo. Il giardino di questa elegante dimora rurale, è circondato da una cornice in muratura in pietra. A Massa di Toano pregevole è la chiesa di S. Michele Arcangelo, con uno splendido rilievo in sasso di antichissima fattura rappresentante la cacciata dal paradiso terrestre. Bello è l’oratorio dei Prevedelli a Monzone e il borgo di Montebiotto.

La pieve di Toano presenta interessanti motivi architettonici matildici

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Toano - Pieve (particolare del capitello)

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Toano - Pieve (interno)

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Festival dell’Appennino Reggiano a Toano Nel 1969 il Festival dell’Appennino Reggiano nacque a Toano per far rivivere la tradizione del canto popolare. Fin dalla prima edizione il Festival si svolse con grande successo, il coro Monte Cusna di Reggio Emilia ne risultò il vincitore. Da allora sono saliti all’appuntamento toanese circa cento cori, testimoni di varie tradizioni etno-musicali e portatori di emozioni che hanno saputo affascinare il pubblico. Il Festival dell’Appennino Reggiano si presenta come una significativa rassegna delle valide espressioni di canto popolare italiane e straniere.

Motivi romanici rimandano a un passato di matrice europea

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Una fiorente agricoltura consente la creazione di gustosi piatti e di prodotti tipici

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VETTO Vetto è di origine romana e trae il proprio nome dal latino “Vectus” che significa condotto, trasportato per segnalare l’importante punto di transito e collegamento tra le varie regioni. Comune matildico, fu ceduto in feudo ai Conti della Palude e poi agli Estensi sotto il cui dominio governarono i Terzi e i Valisneri. Fu il Settecento che segnò l’ascesa di alcune famiglie nobiliari il cui rapido declino gettò Vetto sotto l’influenza di Castelnovo ne’ Monti fino al 1859, quando divenne Comune. Vetto si erge da una conca ai piedi dei monti Costa e Faille, circondato da bellissimi castagneti, quercete e pinete, punteggiato dalle antiche costruzioni come il “borgo”, il “castello” e “Cà Boccio” che rendono il paese molto suggestivo. Nel capoluogo è interessante la chiesa di San Lorenzo in cui emergono la volta a botte dell’abside, tabernacolo e molti altri oggetti preziosi del 1500/1600. Vicino al paese emerge dal greto del fiume Enza, la sagoma del Pontaccio forse di origine romana o matildica. Uno dei gioielli architettonici dell’Appennino Reggiano è l’abitazione dei Della Palude nel borgo di Legoreccio. La dimora è caratterizzata da una vasta corte seicentesca, delimitata da un porticato su cui “corre” un loggiato ad archi a tutto sesto retti da colonne cilindriche. Oltre al portale d’accesso in sasso murato, merita attenzione un “pozzo a scomparsa” con congegni funzionanti dei secoli passati e una serratura in ferro battuto che appare in tutta la sua bellezza su un portone. Nelle vicinanze del palazzo, s’innalza la casa a torre dei Terzi con mensole, feritoie e portale ornato da un’incisione di una croce celtica. A Castellaro sorge la casa a torre dei Rabotti che si distingue per un bellissimo rosone nella colombaia e per un oratorio del cinquecento. Splendide anche le borgate di Santo Stefano immerso nel verde da cui svetta una piccola chiesa e Pineto, dove sono visibili finestre, pilastri, corridoi e affreschi del Cinquecento. Misterioso ma interessante è Crovara, con la chiesa e il castello immerso in una folta natura, di cui sono visibili due galleri, e il torrione che domina Scalucchia e Casa Cattoi. All’interno della chiesa si trovano una bellissima Annunciazione del Guercino e un tabernacolo del periodo Barocco. In un muretto vicino alla sagrestia è stata inserita una grossa pietra cilindrica sulla quale è scolpito il volto ironico del diavolo. Altri borghi del comprensorio vettese come Tizzolo con l’oratorio, Sole, Rodogno, Piagnolo, Groppo, Rosano, Buvolo e Cola.

L’Enza è un fiume amato per la dolcezza del paesaggio e per le innumerevoli occasioni di praticare sport che esso offre

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Le canoe della val d’Enza La Valle dell’Enza è l’ultimo luogo dell’Italia settentrionale dove sembra certo sopravvivere la lontra. Non cercatela comunque, sta bene dov’è, con la compagnia esclusiva dei suoi simili. Cercate invece le ragioni per le quali questo stupendo e delicato mustelide ha scelto questa valle come suo ultimo habitat. Scoprite le acque limpide del torrente Enza e dei suoi affluenti. Provate i percorsi canoisti scegliendo fra l’infinita gamma di possibilità offerte, dalle rapide più impegnative al tranquillo fluire della corrente. Fermatevi fra i sassi o le spiagge delle rive ad ammirare il volo degli uccelli rapaci. Non partite senza una sosta in una trattoria a gustare una cucina mai banale e sempre a buon mercato. Invitate anche amici che non amano particolarmente la canoa, famigliari e non lasciate a casa dei bambini. Per tutti coloro che abbiano o meno uno spirito avventuroso, non mancano occasioni per trascorrere intere giornate, passeggiando fra i monti, a piedi come in bicicletta o mountainbike. Se sono interessati alla storia o alla cultura ricordate che siete nella terra di Matilde di Canossa. I lidi, in riva all’Enza, offrono l’occasione di coltivare qualche ora di rigenerante ozio a diretto contatto del fiume. Non vi attira l’idea di una discesa canoistica riscaldata dal sole estivo? Basta un buon temporale perché l’Enza offra qualche giorno buono per i canoisti. Da ottobre a giugno poi l’acqua non manca mai; in autunno ed in primavera le temperature non sono mai rigide.

Le canoe scorrono veloci sul fiume Enza

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Capriolo

Gottano di Sopra

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VIANO E’ il Querciolese la zona di Viano di cui si hanno maggiori notizie storiche. Il castello di Querciola, costruito alla fine dell’ottavo secolo dal Vescovo di Reggio come rifugio dalle numerose scorrerie barbariche, è menzionato in numerosi documenti degli archivi storici reggiani. Nel tredicesimo secolo è infeudato alla potente famiglia dei Fogliani, che lo tengono sino al diciannovesimo secolo, insieme a Viano che, già parrocchia dal dodicesimo secolo, da questo momento diventa circoscrizione civile. Il castello di Viano, di origine incerta e comunque posteriore al 1000, diventa il nuovo e più importante centro amministrativo del territorio e, attraverso alterne vicende, rimane in possesso dei Fogliani sino alla fine del sedicesimo secolo. La torre di guardia del castello è di proprietà comunale. Sono stati ritrovati nel territorio comunale e più precisamente nella zona di Regnano alcuni resti che risalgono alla preistoria (c.a. 1000/1200 A.C.): le Terramare del Castetto. In questo scavo è stato reperito un cerbiatto di bronzo che è il secondo reperto bronzeo di quel periodo ritrovato nella zona di Reggio. I numerosi altri ritrovamenti sono conservati in un’ala del Museo Civico di Reggio. Il paesaggio è quello tipico della collina, con una successione continua di crinali e valli, con pendii a media pendenza. Da segnalare la presenza del Pino Silvestre, con la caratteristica corteccia rossiccia, nei versanti del m. Duro, m. Mesolo e m. Pilastro, specie autoctona residuale dell’ultimo periodo glaciale. Le stazioni di Pino Silvestre nella collina reggiana sono le più meridionali in Italia. I boschi di dimensioni maggiori sono quelli di m. Duro – m. Mesolo – m. Pilastro e del Cavazzone. Da segnalare la pineta di Cà del Vento. Nei boschi o isolate vi sono alcune querce di notevoli proporzioni: da segnalare quella situata sulla carrabile tra Cà Bertacchi e Casola Querciola. Il territorio del Comune di Viano è attraversato da un tratto del sentiero naturalistico Spallanzani che collega Scandiano con il rifugio Battisti ed entra nel territorio comunale a Rondinara e, nella parte alta della valle del rio Faggiano, è stato realizzato dall’Amministrazione Comunale il sentiero naturalistico del Querciolese. Da segnalare: le argille varicolori, marne di Montepiano, arenarie di Ranzano, marne di Antognola, arenaria di Bismantova, argille a Palombini, arenarie di Ostia. Una particolarità di Regnano sono le “sorgenti di Salse” dette anche “Valli dell’inferno” che emettono da piccoli vulcani, acqua fredda melmosa, idrocarburi e altri gas, fango e poltiglia di colore grigio azzurro. In questo luogo sono stati trovati dei resti fittili con ceramica “Figulina” e diverse monete bronzee romane. Questo fenomeno è presente anche, vicino a Casola di Querciola, Rivalta, e a Nirano.

Zona di S. Giovanni Querciola

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Le Salse di Regnano E’ una manifestazione superficiale di giacimenti di idrocarburi gassosi, gas metano e anidride carbonica, che attraversando strati di argille, marne e falde acquifere, fanno affiorare una miscela fangosa fredda. Questa origina i caratteristici coni “vulcanici” con cratere terminale e le colate fangose, elementi caratterizzanti il paesaggio della Salsa. Nella fanghiglia talvolta sono presenti, in minima quantità, degli idrocarburi liquidi, testimoniati dalle striature nere nel fango. L’intensità dell’attività eruttiva è visibile dal numero e dall’altezza dei coni fangosi e dall’ampiezza della colata; le emissioni gassose avvengono di solito a intervalli di pochi secondi una dall’altra e la loro intensità e frequenza non sono costanti nel tempo; la variazione dell’attività eruttiva non ha una periodicità precisa, ma dipende da fenomeni sismici che provocano l’aumento della tensione del gas. La fuoriuscita naturale di gas metano, dalle sacche sotterranee dove è custodito, è dovuta ai movimenti di orogenesi (formazione dei rilievi) che hanno prodotto sinclinali e anticlinali (pieghe dello strato roccioso) e conseguente formazione di faglie (fratture e scorrimenti in verticale dello strato roccioso) con la creazione di condotti di collegamento tra il sottosuolo e la crosta superficiale. Il nome Salsa deriva dal contenuto in salsedine e conseguente sapore salato della fanghiglia; la presenza di sale nella fanghiglia è testimoniata dalla mancanza di vegetazione nei terreni circostanti. Anticamente il fango era usato come medicinale per curare la dissenteria . Il paesaggio della Salsa, con le bocche coniche e la fuoriuscita di “lava” liquida, che va a sovrapporsi ad altre colate essiccate, fa pensare ad una zona vulcanica in miniatura. Il gas che esce è il più delle volte infiammabile e ciò dipende dalla variabilità dei rapporti tra metano e anidride carbonica; per provare basta sovrapporre una fiamma alle emissioni gassose per ottenere delle piccole vampate in occasione dei getti. La quantità di gas che fuoriesce è insufficiente per uno sfruttamento come fonte di energia; in passato alcuni Enti e ditte hanno compiuto delle ricerche nei territori limitrofi. Nel 1940 a Regnano la Società Petrolifera Italiana ha scavato un pozzo, per cercare sacche sotterranee di metano, profondo 270 m.; l’AGIP, nel 1959 a Baiso ha scavato un pozzo profondo 1.505 m. e, nel 1962, a Viano, un pozzo profondo 3.438 m.

Il Querciolese incanta per la dolcezza del panorama circostante

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La Pietra di Bismantova è definita“montagna sacra”, ombelico, centro, punto di riferimento di tutto l’Appennino Reggiano.

La Pietra di Bismantova vista dalla S.S. 63

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Oratorio di Bismantova

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CASTELNOVO NE’ MONTI In posizione baricentrica rispetto al territorio della montagna, sotto l’imponente blocco di arenaria della Pietra di Bismantova, sorge Castelnovo ne’ Monti. Considerata “la capitale della montagna”, centro commerciale e dei servizi pubblici e amministrativi a carattere comprensoriale, é conosciuta nel mondo per la “fonderia Capanni” che continua da secoli la tradizione campanaria dei nostri luoghi, ha realizzato importanti concerti e grandi campane, tra cui la campana della Pace di Rovereto. Nel 1111 Matilde di Canossa dona il borgo di “Castrum Novum” al monastero di Sant’ Apollonio di Canossa. Per qualche secolo, con alterne vicende, il territorio fu feudo prima dei Dallo, poi degli Estensi, che costruirono un palazzo ducale nella zona di Bagnolo alle porte dell’abitato. Costituitosi comune nel 1859, vi fu aggregata la frazione di Felina con il castello di cui rimane un torrione detto “Salame”. Nel capoluogo richiamano interesse la bella pieve con la canonica di origine romanica ed il centro storico che conserva preziose testimonianze architettoniche negli edifici che, assieme a “Casa Rabotti”, delimitano la vecchia Piazza d’Armi, ora 1° Maggio; ma anche le pinete che tingono di verde monte Castello, monte Bagnolo e monte Forco. Le frazioni presentano interessanti nuclei antichi di case a torre: Pietradura, Magonfia, Roncroffio, Villaberza, Cagnola, con una chiesa matildica, Gombio, Maillo, Montecastagneto, Gatta, Vologno, Frascaro, Burano, Ginepreto e Maro. Definita “montagna sacra”, ombelico, centro, punto di riferimento di tutto l’Appennino Reggiano, la Pietra di Bismantova, citata nel IV canto del Purgatorio (Vassi in San Leo, discendesi in Noli / montasi su Bismantova in cacume / con esso i piè, ma qui convien ch’om voli) è da sempre la maggior attrazione storica, culturale e naturalistica della montagna reggiana. D’estate richiama frotte di turisti e di escursionisti; in primavera e in autunno vi arrivano centinaia di rocciatori; per tutto l’anno vede migliaia di fedeli della Madonna di Bismantova, nella chiesetta ricavata nella roccia ai suoi piedi.

Una vista del celebre “sasso” di memoria dantesca

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Campane della fonderia Capanni...........

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Le campane di Castelnovo ne’ Monti Castelnovo ne’ Monti è noto per essere di fatto “la Capitale” della montagna reggiana, collocata al centro delle vie di comunicazione più importanti da Reggio Emilia, ma anche da Parma e Modena, verso il Passo del Cerreto, la Lunigiana e la Garfagnana. Proprio per la facilità dei traffici con i versanti toscano e ligure, alcune famiglie locali appresero una particolarissima attività artigianale che, da allora, è il vanto maggiore della cittadina: l’antica arte della fusione campanaria. Le cronache locali accennano a un certo maestro Giovanni da Pontremoli che fuse le campane della pieve locale nel 1414, mentre due secoli dopo (1614) sarebbero state rifuse da un certo messer Giovanni di Lorena. Nella cittadina sotto la Pietra di Bismantova si concentrò così l’eredità di questa antica tradizione che riguardava famiglie dell’Appennino Reggiano, dai Bimbi di Divago provenienti dalla Garfagnana, ai Betalli, ai Copellini, ai Ruffini fino ai Capanni. Questa famiglia originaria della frazione castelnovese di Capanna, situata lungo la via del Cerreto, a partire dal settecento divenne il nome di riferimento per tutti i fonditori locali. I Capanni ebbero il grande merito di sviluppare e migliorare le tecniche di produzione (modellamento e fusione) delle campane, aggiornando via via le tecnologie e acquisendo così fama nazionale e internazionale. Ecco perché, dopo alcuni secoli di attività dei maestri fonditori castelnovesi, è facile trovare i loro concerti di campane nelle principali chiese e monasteri del nord Italia e della Toscana. Tra le altre ricordiamo il “Baiòn” del Duomo di Parma, le 17 campane del concerto del monastero benedettino di S. Giovanni di Parma, fuse nel 1933 da Domenico Capanni, e la famosissima “Maria Doles”, un’immensa campana di 255 quintali che dal 1965, ricorda i caduti della Grande Guerra a Rovereto.

Il fiume Secchia e i Gessi Triassici

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Il versante del Parco Nazionale Tosco Emiliano Cuore verde dell’Appennino Reggiano, territorio naturalisticamente più pregiato, il Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano, comprende i territori dei Comuni di Ligonchio, Ramiseto, Collagna, Busana, Villa Minozzo, oltre alla Pietra di Bismantova e all’area dei Gessi Triassici che coinvolgono anche il comune di Castelnovo ne’ Monti. La fascia alto appenninica è limitata dal fiume Secchia, e dal Rio Groppo, dal torrente Dolo, dal crinale Tosco Emiliano e dal torrente Enza. Il paesaggio varia dai pendii più morbidi, fino ai picchi dirupati dal sapore alpestre, con brughiere, praterie, boschi di faggi, castagni, abeti e le tipiche costruzioni in sasso di antichi borghi. Nell’Alto Appennino Reggiano, in una terra che permette ancora il pascolo brado, non è raro vedere cavalli liberi per le campagne

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BUSANA Il nome del comune deriva dai Busii, che abitavano il territorio in epoca di conquista romana. Feudo di diversi marchesi nel 1577, dopo il 1815 ridiviene comune autonomo, con giurisdizione sul collagnese e su parte del ramisetano fino al 1859. Colpito dal terremoto nel 1920 il capoluogo -situato a 850m s.l.m, ha perduto in quell’occasione le ultime vestigia del castello, sui cui ruderi è stata costruita nel 1932 la chiesa di San Venanzio. E’ uno dei comuni del Parco Nazionale Tosco-Emiliano, cuore geografico di tutto l’Appennino Reggiano, balcone naturale sulla valle del Secchia e dell’Ozola, che scende dalle selvagge pendici del Monte Cusna. Tra le frazioni, Cervarezza è una delle più rinomate stazioni turistiche poiché dispone di un campeggio attrezzato, del Parco ‘le Fonti’ dove sgorgano le acque minerali del monte Ventasso, e di un centro termale idroterapico di ottimo livello. Nel comprensorio di Cervarezza si estende il Parco della Flora, area protetta di 55 ettari, che occupa il versante nord del monte Campastrino nel bacino del Rio Maore, dove si trovano elementi vegetazionali e faunistici di grande pregio. Da Busana, attraverso un sentiero sassoso, si può arrivare sulle pendici del Ventasso, e all’Oratorio di Santa Maria Maddalena, già meta di eremitaggio di donne e “Hospitale” per pellegrini nel periodo medioevale. Di grande interesse sono i resti del Fortino della Sparavalle. Chi transita sulla S.S. 63, prima di arrivare a Cervarezza, si fermi a osservare quei sassi, sconnessi e aperti da vistosi crolli, che possono sembrare, di volta in volta, una triste macchia sulla neve, un bonario fantasma ramato da gocce d’acqua e fili di nebbia, che affollano le praterie circostanti. Busana conserva una interessante serie di mulini, come il mulino Casanova -sulla strada di Ligonchio prima del Ponte Secchia- il mulino del Chioso, il mulino del Gorgone, del Mezzichello (tutti a Cervarezza), il mulino del Rosto a Talada. Tra le borgate interessanti, oltre a Cervarezza, Nismozza, Frassinedolo e Talada.

Fortino della Sparavalle

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I borghi del crinale si animano in estate con bancarelle, mercatini ed esposizioni: tra i centri pi첫 vivaci, quello di Cervarezza

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Il Pascolo di Valbona L’alimentazione naturale del bestiame rende questo latte tra i più pregiati per la produzione del Parmigiano Reggiano di qualità

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COLLAGNA Il comune più alto della Val Secchia si estende in un’area naturalistica di notevole valore, attorno all’asse viario del Cerreto, tra i versanti dei monti Cavalbianco, la Nuda e Alpe di Succiso. Terra di passo e collegamento tra Emilia e Toscana, Collagna appare nominata per la prima volta nel 1153. L’antichissima origine di questa zona pare attestata da reperti bronzei e da monete romane trovati al Passo dell’Ospedalaccio o delle cento croci, chiamato così perché lungo la vecchia strada che collegava i versanti emiliani e toscani si incontrava un ospizio per viandanti e pellegrini. Ruderi ormai coperti da piante, attestano la presenza dell’abitato di Nasseta sulla sponda destra del Secchia, fiorente tra il 1000 e il 1500. Dominio per molti secoli dei Valisneri, feudo nel Seicento del conte Paolo Brusantini, e citato nella “Secchia Rapita” (Tassoni) come conte di Culagna, fu costituito Comune nel 1860. La parte più antica del capoluogo è rappresentata dal borgo inferiore dove, ai lati della via maestra, si notano edifici architettonici di pregio, come pietre del XVI secolo, anelli per assicurare cavalcate, stemmi nobiliari, icone marmoree di origine apuana. La tipologia edilizia più significativa è quella “a corte” con cortili selciati interni. Fra le emergenze turistiche segnaliamo: Cerreto Alpi, con il borgo storico e il mulino; la stazione invernale ed estiva di Cerreto Laghi con il lago Pranda di origine glaciale; la Gabellina sulla S.S. 63; Acquabona -le cui case poste a gradinata sembrano chiedere protezione ai secolari castagni che fanno da argine alle pietrose cime del Ventasso- Valbona su cui svetta la torre della chiesa; Pratizzano, località turistica vocata per lo sci di fondo, e Vallisnera, adagiata in una conca verde ai piedi del Ventasso e caratterizzata da un paio di edifici del 1700 e 1800. Centro turistico di primaria importanza, il territorio di Collagna è tra i più ricchi di emergenze naturalistiche rappresentate da importanti gruppi montuosi sui 2000 mt, come la Nuda e Casarola, e vallate di straordinaria bellezza: fonti del Secchia, Riarbero, e gli Schiocchi.

Valbona

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Il latte di queste zone rimanda con la sua fragranza alle verdi praterie del crinale

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La pastorizia è ancora praticata in moltissime zone del Parco Nazionale

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Cerreto Laghi, ultimo avamposto reggiano alle porte della Toscana, è un centro turistico all’avanguardia in cui, oltre allo sci, ci si può dedicare all’hockey e al pattinaggio grazie al bellissimo Palazzetto del Ghiaccio, all’equitazione, al tiro con l’arco, alla pesca sportiva, all’orienteering, al tennis e alle escursioni. I percorsi da compiere col cavallo sono infiniti e per tutti i gusti: tra quelli considerati “facili” vi sono l’anello del Lago Pranda, la salita che porta alle fonti del Secchia, l’antica Via del Tornello ed altri più impegnativi come il Rifugio Rio Pascolo, La Nuda, Ospedalaccio, Passo di Pietra tagliato e l’anello della Valle dell’Inferno da Collagna a Pradarena lungo la Valle del Riarbero.

Monte Casarola

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Cerreto Laghi - Il Lago Pranda

I laghi Cerretani Il sistema dei laghi cerretani consente di cogliere facilmente il divenire nel tempo di un popolamento di specie vegetali legato alle zone umide. E’ infatti possibile osservare, accanto alla vegetazione tipica di uno specchio lacustre, quella della torbiera a diversi stadi di evoluzione. Questo sistema è tra le principali zone umide di torbiera del Parco e i laghi sono tutti di origine glaciale (tranne il Pranda), nati dall’erosione del ghiacciaio che si trova sul monte La Nuda (m.s.l.m 1895). Attraverso un sentiero che inizia vicino al lago Pranda, possiamo ammirare il lago Scuro, privo di immissari ed emissari e profondo per 5-6 metri, che serve da bacino di raccolta delle acque piovane ed è probabilmente alimentato da una sorgente sublacustre; durante i mesi estivi esso subisce un parziale svuotamento a causa delle scarse precipitazioni e della forte evaporazione. Poco distante è visibile una palude ricoperta da muschi e piante igrofile, che rappresenta lo stadio finale della vita di un lago. Proseguendo per il sentiero attraversiamo una faggeta d’alto fusto nella quale possiamo notare molti esemplari di abete rosso, l’origine dei quali è tuttora oggetto di studio. Attraverso il Ponte Briglia, costituito negli anni ’50, arriviamo al lago Pranda (m 1284), di origine artificiale, formato in seguito ad uno sbarramento appositamente realizzato all’estremità di un vasto acquitrino-torbiera. Proseguendo per il sentiero si arriva a Cerreto Laghi. 73


LIGONCHIO E’ il comune più alto, sulla strada per il Passo di Pradarena, importante valico che collega la provincia di Reggio con quella di Lucca. Feudo dei Dalli, scacciati dagli abitanti nel 1426, passò agli Este che lo cedettero a diversi feudatari fino alla costituzione del comune nel 1859. Dolci pendii si alternano a tratti aspri e accidentati, rendendo il paesaggio molto particolare e diversificato. Alle quote più elevate compaiono tracce di antichi ghiacciai di epoca wurmiana. La maggior parte del territorio è coperta da boschi di querce, carpini, castagni e faggi, ma si sviluppano anche forme di vegetazione d’altura come brughiere e praterie. Il terremoto del 1920 colpì duramente diverse borgate tra cui Ospitaletto, punto di passaggio per viandanti e fedeli, chiamato così per l’esistenza di un noto “hospitale” in cui trovava accoglienza e riparo chi era stanco per il cammino o temeva l’arrivo della notte e del maltempo. L’edificio era affiancato all’oratorio di San Giacomo, la cui campana, al tramonto, doveva suonare a lungo per indirizzare i pellegrini ancora in viaggio. E’ difficile resistere ai richiami naturalistici- ambientali del ligonchiese che vanno dalla valle dell’Ozola con i rifugi Bargetana e Cesare Battisti, alle cascate del Lavacchiello, alla stazione sciistica di Ospitaletto. Di grande interesse sono le testimonianze storico-architettoniche come l’oratorio di Ligonchio dedicato a San Rocco scolpito e realizzato con arenaria locale, e un architrave su cui sono incise alcune rose. A Casenove, la splendida “Corte dei Papi” è ancora uno dei più interessanti complessi storici dell’Appennino Reggiano. E’ formata da una vasta corte interna, con selciato in piastre di pietra, icone in marmo e un portale d’accesso con arco a tutto sesto. La maggiore risorsa di Ligonchio è costituita dalle centrali dell’Enel, testimonianza di architettura industriale liberty dei primi del novecento, dove l’acqua viene utilizzata per la produzione di energia elettrica.

I Prati di Sara rappresentano uno dei punti più magici per escursioni invernali ed estive

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Cascata del Lavacchiello

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Le Centrali Idroelettriche Nel Comune di Ligonchio sono in funzione tre centrali idroelettriche che producono energia sfruttando le acque dei torrenti Rossendola e Ozola. Vengono raccolte, tramite canali, gallerie e tubazioni, anche le acque dei loro affluenti. Nel territorio vi sono due bacini di raccolta delle acque, uno a Presa Alta (m 1229) e uno a Ligonchio (m 1000). Una vasca di carico si trova in località Tarlando a m 1207. Dalle vasche partono condotte forzate che portano l’acqua alle centrali mettendo in funzione le turbine. Ogni anno viene prodotta energia elettrica per circa 56600 MWh. Tutte le opere e gli impianti idroelettrici realizzati dall’Enel a partire dagli anni 1920-1930 costituiscono un importante patrimonio storico – architettonico, diventato parte integrante del paesaggio ligonchiese. Nel 1945 le due centrali furono teatro di una coraggiosa resistenza partigiana, che impedì ai tedeschi di farle saltare. Ma Ligonchio ha, da sempre, associato l’energia alla natura. Basti pensare che l’uso dell’impianto idroelettrico consente di evitare l’immissione nell’atmosfera di ben 37265 tonnellate di anidride carbonica. E splendidamente naturale è anche lo scenario che circonda la centrale. Tra le mete suggerite, per i percorsi escursionistici, c’è solo l’imbarazzo della scelta: c’è il percorso che da Ligonchio raggiunge Presa Alta e Presa Bassa; oppure si possono assaporare i Prati di Sara e la salita al Monte Cusna o ancora, al Lago del Caricatore dove, lungo il percorso, si possono ammirare numerosi piccoli laghetti d’alpeggio. Infine il Lago della Bargetana, le cui sponde sorgono sul versante Nord del Monte Prado ed offrono una ricchezza di piante e fiori tale da essere incluse nel Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano.

Sentiero CAI 625 è il percorso d’accesso ai Prati di Sara

Da segnalare le borgate di Piolo, Casalino, Montecagno, Caprile, Cinquecerri e Vaglie. Da Ligonchio partono alcuni itinerari di scoperta dell’Appennino Reggiano tra i più interessanti: dalla Foresta dell’Ozola, ai Prati di Sara, al Monte Cusna, dalle Cascate del Lavacchiello ai rifugi Rio Re, Bargetana, e Battisti, il Monte Cavalbianco, la Costa delle Veline, dove cresceva l’erba “velena” che faceva morire le pecore al pascolo. 76


Gradevoli casali in pietra rimandano alle tradizioni rurali, ancora fortemente radicate in queste zone

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Il bosco dell’Alta Val d’Ozola è caratterizzato dalla presenza di estese faggete

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RAMISETO La storia del territorio ramisetano è legata più ai singoli abitati che non al comprensorio comunale nel suo insieme. Il comune, che occupa la zona più occidentale dell’Appennino Reggiano, prende il nome fino al 1837 da una frazione, Pieve San vincenzo, fondata probabilmente dopo l’XI secolo. Tutta l’area della “Valle dei Cavalieri” è stata teatro di dispute confinarie tra PR, RE e le famiglie locali. Tra i vari casati, due soprattutto legarono il loro nome al governo di questi posti; prima i Terzi per volere di Federico II° e successivamente i Vallisneri che con l’aiuto degli Estensi, governarono, in feudo, valli e borgate  ramisetane fino al termine dell’epoca feudale e con l’avvento del governo napoleonico. Il territorio ramisetano diventa autonomo nel 1860. Per ritrovare atmosfere e documenti di questo passato basta visitare i borghi che conservano ancora molti e interessanti “frammenti”  architettonici. Così antichi portali, pilastri e capitelli, icone e decorazioni, spesso in marmo carrarese, portano date, frasi e segni scritti dalla mano del tempo. Ci sono vari borghi che meritano di essere visitati. Cecciola, sulla sponda  destra  della  Liocca, è uno dei più significativi esempi di borgo rurale dell’Alto Appennino. E’ caratterizzato da un fitto intreccio di vicoli, con molteplici sottopassi che portano a piccole aie. Molto interessante è la vecchia casa, della famiglia Torri, con finestre in arenaria scolpite finemente e con un pregevole portale ad arco del XVIII secolo. Per tutto il borgo si possono ammirare numerose maestà e varie immagini devozionali in marmo.

Cecciola è uno dei borghi più belli dell’Appennino poichè tutte le abitazioni sono in sasso locale

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Ventasso Laghi - le Piste da Sci

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L’Ente Parco al fine di poter tramandare la conoscenza degli edifici più caratteristici dell’Alto Appennino ha acquistato alcuni fabbricati rurali. Miscoso, archittettonicamente interessante, è citato in numerosi documenti fin dal Medioevo: ultimo insediamento rurale prima del valico appenninico, poteva essere un importante  “punto d’appoggio” per tutti quelli che nel Medioevo si dirigevano verso la Lunigiana provenendo dal reggiano: questa “tradizione ospitaliera” può essere confermata dalla dedicazione a San Giacomo della Chiesa Parrocchiale che presenta una facciata del 700 arricchita da un portale in arenaria finemente scolpito. Succiso  è citato forse per la prima volta in un documento del 1357 e la notevole instabilità dei versanti ha spesso sconvolto nel corso dei secoli l’originario tessuto abitativo. Immagine simbolica di tale situazione è l’antica Chiesa Parrocchiale, ridotta ad un ammasso di pareti sbrecciate su cui s’innalza l’originale campanile. E’ comunque possibile osservare elementi che riconducono all’antico passato: portali sei-settecenteschi collocati sulle facciate di vecchi edifici lesionati, frammenti di pietra ornati con il caratteristico simbolismo appenninico a croci inscritte e rose a 6 petali e numerose pregevoli immagini devozionali in marmo apuano. Montedello. Nel 1400 probabilmente vi si innalzava un fortilizio di cui rimane come testimonianza una torretta con sotto-passo che sovrasta tuttora il paese. L’oratorio è del ‘600 e ornato da un bel portale quadrangolare datato 1675. Sussistono tuttora molti elementi costruttivi risalenti all’architettura medievale. Si possono ammirare ancora portali seicenteschi fra i più belli dell’Alta Val d’Enza caratterizzati da archi a tutto sesto, decorati a bugnato, sormomtati da artistiche chiavi di volta recanti stemmi, simboli, una di queste è ornata da “una rosa a 6 petali”  risalente al 1642. Gazzolo. Nel 1214 è censito tra i beni di Salinguerra da Ferrara. Il suo patrimonio edilizio è costituito in modo particolare da alcune case a torre tra cui la più significativa è l’antica Torre “Cavalieri” che fa parte di un pregevole complesso architettonico medievale, cinto parzialmente da una cortina muraria. Sulle facciate di vari edifici si osservano bassorilievi simbolici, finestrelle, portali medievali e maestà che attestano l’interesse storico dell’abitato ricco di suggestivi sottopassi ad arco. La chiesa, dedicata a San Rocco è caratterizzata da un pregevole portale in arenaria di tipologia seicentesca. Se i secoli hanno lasciato in questo territorio solo frammenti del passato, la natura qui ha, per la sua bellezza e la sua armonia, uno scenario eccezionale tale da regalare paesaggi indimenticabili.

La flora si fa ancora più rara e sgargiante in alta quota

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Il territorio ramisetano ha nel contatto con una natura sapientemente salvaguardata, il suo punto di forza. Tranquillità e buon cibo fanno da contorno. La proposta che Ramiseto vuol fare al visitatore è differenziata: sport e relax, attività emergenti ed escursionismo, colori, sapori e profumi tipici, annaffiati da buon vino. La tradizione culinaria del nostro territorio è rinomata da tempo: nei ristoranti si può assaporare un buon piatto di polenta con salsiccia e lasciarsi viziare da una fetta di torta casereccia o da un distillato estratto da bacche e frutti locali. Il comune di Ramiseto è inserito nel parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano. Tra boschi di faggi secolari, pinete, brughiere e praterie, si possono contemplare panorami mozzafiato. E’ possibile scorgere aquile, caprioli, cervi, cinghiali, mufloni e marmotte, fauna tipica dell’Appennino d’alta quota, alla quale si è ultimamente aggiunto l’esemplare più caratteristico: il lupo appenninico. Bellissime sono le escursioni all’Alpe di Succiso, con appoggio al Rio Pascolo, al Monte Acuto, con appoggio al rifugio Città di Sarzana, al Monte Ventasso con il lago Calamone e la stazione invernale attrezzata. Escursioni che si possono fare a piedi, in mountain-bike o col cavallo del Ventasso, razza autoctona da sella, adatto all’equitazione da campagna e da concorso ippico.

Il Cavallo del Ventasso vi accompagnerà in piacevoli escursioni

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Pratizzano è uno dei luoghi piÚ significativi e di intensa bellezza; non perdete l’occasione di visitarlo

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Il Monte Cusna

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VILLA MINOZZO Villa Minozzo nasce come piccolo borgo agricolo per poi divenire il Comune più vasto della Provincia di Reggio Emilia e uno tra i più estesi di tutta Italia (non capoluogo di Provincia). Le prime notizie storiche ci giungono già prima del 1000 d.C. e la sottomissione ufficiale al Comune di Reggio Emilia arriva nel 1200. Forte fu la presenza dei Canossa e della contessa Matilde, ma anche di altri feudatari importanti tra i quali gli Estensi e i Fogliani. Numerose sono le leggende legate alle varie Frazioni e alle caratteristiche geomorfologiche del territorio. Famosa è la vicenda del bandito Amorotto connessa alla Torre, nella località di Civago, - che tutt’ora porta il suo nome - recentemente ristrutturata; non dimentichiamoci della “galleria”, che porta alla stessa Frazione, dove risuona in particolari giornate l’eco di una misteriosa “Signora” scomparsa, ma con alcuni “conti in sospeso” nel presente e del mito del Gigante che ha lasciato le sue tracce sul monte Urano che costeggia la strada principale verso la Frazione di Asta. Villa Minozzo ha subito gravi danni a causa dei più grandi eventi bellici, per cui ne risentono gran parte dei fabbricati storici e per cui nel corso di ogni anno, nelle varie Frazioni e nello stesso Capoluogo, ci si ritrova con lo scopo di ricordare gli avvenimenti e commemorare i Caduti. Fra le numerose Frazioni non trascuriamo quella di Minozzo dove sono ubicati due edifici di grande interesse come l’Antica Pieve, dedicata all’Assunzione di Maria Vergine, risalente al XVII secolo, e la Rocca. Due opere di notevole valore rivissute - durante il periodo estivo - con la tipica Rievocazione Storica della Podesteria sotto il Dominio degli Estensi costituita da una sfilata in costumi d’epoca e quadri reali di vita rurale del Borgo . L’estensione del territorio si manifesta pienamente anche nella grande differenza di altitudine che caratterizza le sue estremità: si parte dai 425 m. delle Fonti di Poiano, poi i 683 m. del Capoluogo, sino ad arrivare ai 2121 m. della cima del Cusna, il monte più alto dell’Appennino Settentrionale. Da non dimenticare il torrente Secchiello, affluente di destra del più importante fiume Secchia. Il Comune di Villa Minozzo rientra inoltre nel Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano apportando un vasto contributo sia territoriale che paesaggistico.

Villa Minozzo

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L’Epopea del Maggio Caratteristica e antica forma di teatro popolare, il canto del Maggio (o Maggio drammatico) vede le sue origini nelle ‘feste di maggio’, o ‘feste primaverili’, feste di carattere magico e propiziatorio connesse a que riti agrari e di fertilità, che affondano le proprie raduci nella notte dei tempi e riscontrabili un po’ in tutte le culture occidentali. Attraverso il testo poetico, la musica, il canto, il cerchio degli spettatori, si possono rivivere le gesta epico-cavallersche di eroi e di dame, di maghi e di empi ribaldi. Il rito primaverile si sviluppa principalmente su due nuclei narrativi portanti: il tema della lotta e quello della fecondità. Entrambi entrano a far parte dello schema drammatico dei Maggi nel quale il tema antagonistico viene espresso nei caratteri epici e guerreschi assunti dallo spettacolo e quello della fecondità diviene l’elemento amoroso, elegiaco. Le rappresentazioni dei Maggi si tengono nei pomeriggi d’estate in radure, con il pubblico disposto circolarmente intorno agli attori in scena i quali raccontano storie di cavalieri che si sfidano a duello nell’eterna lotta tra il bene e il male. Lo spettacolo è interamente coordinato da un suggeritore, detto “campione” che, copione alla mano, suggerisce il testo e i movimenti in scena ai vari attori. Il Museo del “Maggio” è ubicato nei locali dell’antica “Rocca” del Capoluogo - sede del Centro Culturale Polivalente “Arrigo Benedetti”. Il Museo del Maggio si propone non tanto o non solo come un luogo in cui si conservano le tracce recenti e lontane di una delle forme di spettacolo popolare più singolari dell’Appennino toscoemiliano ed in particolare dei versanti reggiano-modenese, ma anche come testimonianza viva di una possibile, tenace convivenza tra passato e futuro, tra tradizione ed innovazione, tra arte povera e tecnologia.

Monte Cusna, il crinale

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Sologno

Il fiume Secchiello nel periodo estivo

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Oggi Villa Minozzo, oltre che prezioso per i suoi edifici antichi, si presenta come centro turistico sia invernale sia estivo. Rilevanti sono le stazioni sciistiche di Febbio e Civago, interessanti le numerose possibilitĂ  di escursioni tipicamente montane con annessi Rifugi caratteristici. Si offre come apprezzata localitĂ  di villeggiatura per staccare dallo stress cittadino e per respirare aria diversa.

Torre dell’Amorotto

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La Rocca di Minozzo

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Degustate ogni prelibatezza offerta dalla genorosità di questi luoghi, nei quali amerete ritornare una volta conosciutane l’anima calda e vitale.

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La sfoglia emiliana è celebre per le sue caratteristiche di leggerezza e delicatezza

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I percorsi del Gusto Dalle colline agli altipiani, tra le valli dell’Enza e del Secchia, le tradizioni gastronomiche dell’Appennino Reggiano sopravvivono nel tempo. Le caratteristiche dell’allevamento, dell’alimentazione bovina e della produzione foraggera fanno di quest’area una zona tipica di produzione del Re dei formaggi, il Parmigiano Reggiano. L’autenticità di questo “prodotto della terra” viene infatti dalla marchiatura tradizionale, impressa a fuoco, e dalla struttura della pasta, il cui taglio deve essere inciso con una coltellina a foglia di ulivo che suddivide in blocchi a pezzi regolari capaci di metterne in evidenza i pregi quali la superficie granulosa e ruvida e la frattura a scaglie. Il latte pregiato della zona collinare e montana è unico proprio grazie alla natura del terreno, il genere delle colture, l’alimentazione del bestiame, il tipo di allevamento, uniti al fuoco, il caglio, l’arte e la pazienza del casaro, l’accurata lavorazione artigianale e il lento invecchiamento naturale. Il latte viene lavorato senza l’aggiunta di alcun elemento addizionale durante il processo di lavorazione, e ciò lo rende unico e inimitabile al mondo da oltre 7 secoli di tradizione, e particolarmente pregiato rispetto al Parmigiano proveniente da altre zone di produzione.

La rottura della cagliata in tanti piccoli granuli avviene con lo spino strumento composto da una sfera di lamelle d’acciaio

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La cucina reggiana lascia spazio a due punti forti della gastronomia: le paste ripiene e le materie prime per la manipolazione di base, come il Parmigiano Reggiano, l’Aceto Balsamico Tradizionale di Reggio Emilia e i salumi. I primi piatti tipici di questo itinerario, sono le paste ripiene come: Tortelli di zucca che possono creare al palato un curioso contrasto di dolce e salato se vengono serviti con lardo soffritto. Da assaggiare anche i tortelli di patate, conditi con sugo di carne o funghi, o con burro fuso e salvia, e i tortelli di bietole. Tra gli altri primi bisogna evidenziare i Cappelletti in brodo, Lasagne, Bomba di riso con carne di piccione, Polenta pasticciata e la “Pasta Rasa”, creata da un impasto di pane, uova e Parmigiano Reggiano.

Le paste ripiene come i tortelli, piatto forte della gastronomia di questi luoghi, sono serviti con una varietà di salse e sughi a base di carne, funghi, soffritti

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Se il latte è la prima colonna su cui si regge il Parmigiano Reggiano - occorrono ben 16 litri di latte per ottenere un kg. di Parmigiano Reggiano stagionato - la seconda è il fattore umano , cioè l’abilità del casaro

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I tortelli, piatto tipico della cucina reggiana, vengono proposti in montagna con un gustoso ripieno di patate

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Tra i secondi, il piatto forte emiliano è il maiale con carrelli di bolliti con zampetto, lingua, zampone, cotechino, testina da accompagnare con salse verdi, rosse e di cren. Tutto realizzato artigianalmente, seguendo un’antica tradizione di impronta celtica e longobarda. Tra una portata e l’altra, si gustano i Ciccioli, le rimanenze e gli scarti del maiale fatti bollire a lungo e spremuti ancora caldissimi per fare uscire lo strutto. Singolare ma gustosa specialità dell’Appennino Reggiano è un piatto povero dal sentore medioevale: i “Cassaghài”, fagioli in umido con polenta, già squisiti se mangiati al naturale, deliziosi se fritti in padella e serviti caldi con stracchino fondente o salumi vari. Poi il gnocco fritto (carsenta fritta), riquadri di pasta simile a quella del pane, tirati di un’altezza di 1 o 2 mm, fritti assolutamente nello strutto bollente e mangiati caldi con fette di salumi, di cui c’è l’imbarazzo della scelta, tra Prosciutti, Fiocchetti, Coppe, Culatelli, Spalle e Salami di tipo “Felino”. Un’altra peculiarità della cucina reggiana è l’erbazzone (o scarpazzone), un impasto di riso, bietole o spinaci, Parmigiano, lardo avvolti in uno strato di pasta morbida e sottile, mentre nell’alto crinale è un piatto della tradizione “la Patona”, impasto a base di patate insaporito da spezie varie. Grazie all’altitudine, qui abbondano castagne, cacciagione, funghi e tartufi, frutti di bosco. Di gran gusto è la castagna presente in vari piatti: la Polenta, i Castagnacci, i Tortellini natalizi, le Biscotte (castagne fresche cotte nell’acqua e servite nel latte), Balleri e le Caldarroste. Altre specialità invitano ad un’appetitosa incursione nell’assaporare i dolci: Bomba di Matilde di Canossa, farcita con zabaione, Spongata, Tortellini ripieni farciti Zuppa inglese reggiana, Intrigoni, Baci di Matilde, Cornetti di Enrico IV. Tipica dell’Appennino è la Torta in Cantina che viene elaborata a freddo e lasciata rassodare al fresco in cantina per almeno 3 giorni. Ottima è anche la Torta di tagliatelle. Queste delizie reggiane si sposano bene con bicchieri di Lambrusco reggiano DOC, Bianco di Scandiano, o un Canossa Doc. La zona collinare si vanta di un prodotto unico per il suo genere: non un aceto, ma un elisir, un condimento medicamentoso che affonda le radici nella più remota antichità. Un aneddoto, scritto in “Vita Mathildis” (Donizzone), racconta che l’Imperatore di Germania Enrico III ricevette in dono una botticina d’argento contenente aceto balsamico, che si produceva nella rocca Canusina, e durante tutto il Rinascimento l’Aceto Balsamico compare sulle tavole di Duchi, ed Estensi. Realizzato con mosti d’uva cotti e con un invecchiamento non inferiore ai 12 anni in batterie di botti di essenze diverse, l’aceto è utilizzato in gastronomia con primi di pasta, secondi di carne (come il coniglio al balsamico) o verdure. Molto gustose anche le ricette di frittate o torte d’erbe al balsamico. Per un effetto afrodisiaco un ottimo abbinamento è: fragole o scaglie di Parmigiano Reggiano sul quale si fanno scendere gocce di Aceto Balsamico.

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SOMMARIO Introduzione Il Territorio

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Sport e Relax

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L’Appennino per Bambini e Famiglie

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19

Parco avventura CERWOOD

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21

Le terre dell’area Matildica

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25

Baiso

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28

I Calanchi di Baiso

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29

Casina

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31

L’Ars Canusina®

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32

Canossa

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33

Scuola di scultura su pietra di Canossa

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Carpineti

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40

Le Mongolfiere a Carpineti

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42

Toano

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44

Festival dell’Appennino Reggiano a Toano

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48

Vetto

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Le canoe della Val d’Enza

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51

Viano

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I Castelli e le Pievi

Le Salse di Regnano

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La Pietra di Bismantova Castelnovo ne’ Monti

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59

Le campane di Castelnovo ne’ Monti

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Il versante del Parco Nazionale Tosco Emiliano

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63

Busana

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64

Collagna

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68

I laghi Cerretani

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Ligonchio

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74

Le Centrali Idroelettriche

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Ramiseto

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Villa Minozzo

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L’Epopea del Maggio

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Il Parco Nazionale

La Gastronomia I percorsi del Gusto

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Appennino Reggiano