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Il tracciato prosegue in costante salita verso sinistra, su grandi placche di granito molto ruvido. La progressione è piacevole e mai impegnativa, grazie soprattutto alle nuove calzature a disposizione. Mentre saliamo, il mio occhio cade sovente sul vicino spigolo del Cengalo, che avevo risalito quasi 20 anni prima. Che differenza enorme da allora, sembra passato un secolo! A quei tempi salivamo con zaini molto più pesanti, e la stessa attrezzatura era molto più pesante, a partire dall’abbigliamento, costituito da grossi pantaloni di lana, camicia e golf di lana, ed infine grossi scarponi di cuoio, rigorosamente rigidi. Oggi abbiamo indumenti leggeri, e soprattutto scarpette lisce e morbide, favorevoli all’arrampicata di aderenza. L’Aiguille de Leschaux (’88) Dopo il Badile, per portare a termine la collezione, mi restavano ancora pochi tasselli da aggiungere, ma questi ultimi potevano risultare assai complicati da perseguire. In particolare, la ripetizione della via sulla Leschaux costituiva un bel problema, per la difficoltà di trovare un adeguato compagno d’avventura. E poi la cosiddetta “Walkerina”, come la chiamava il grande Livanos (anche lui fissato con le ripetizioni delle vie Cassin) era una via strana, relegata in una zona marginale del gruppo del Bianco, lontana dagli sguardi indiscreti degli alpinisti e quasi dimenticata: tutte buone ragioni per renderla, in realtà, ancor più desiderabile. Così, nell’inverno dell’88, inizia a prendere seriamente corpo il progetto, e pertanto comincio a raccogliere tutto il materiale relativo alla salita, foto, racconti, relazioni tecniche, dopo di che comincio a cercare la cosa più importante, ovvero un fido compagno di cordata. Purtroppo la via non è oggetto di grandi corteggiamenti, e

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Stefano Rovida sulla via Cassin all’Auiguille de Lechaux (foto L. Benincasi)

quando ne parlo con gli amici ricevo poco entusiastici commenti. Solo un amico sembra degnarmi di una qualche attenzione: è Stefano Rovida, e con lui, in una sera d’inverno, in una birreria, stringo quel classico accordo non scritto che lega indissolubilmente due alpinisti, e che difficilmente viene tradito: questa estate tenteremo di salire la Walkerina! Arriva l’estate e in tanti ci ritroviamo al campeggio della Val Veny, il tempo è splendido e non abbiamo più scuse: è arrivato il momento di mettere in pratica gli ambiziosi progetti. E così, in un bel pomeriggio d’agosto, il gruppo si mobilita per le grandi salite: Carlo Amore e Mauro Rontini partono per fare lo sperone Walker alla nord delle Grandes Joresses (sempre una Cassin) ed io e Stefano partiamo per fare la nord della Leschaux. Prima tappa d’avvicinamento: il bellissimo rifugio Dalmazzi, che raggiungiamo a sera, dopo una marcia faticosa, oberati dai soliti zaini scandalosamente stracarichi. Il posto è splendido e solitario (almeno lo era in quegli anni, ora mi si dice che è arcifrequentato a causa delle vie sportive aperte nella zona), e l’ambiente ci incute un certo timore. Soprattutto siamo preoccupati delle condizioni della parete e del suo scivolo iniziale di ghiaccio, scivolo che dovremo risalire prima del sorgere del sole, per non essere sottoposti alle consuete cadute di massi. Per tirarci su di morale tentiamo di fare della facile ironia sulle nostre traballanti condizioni psicologiche, e guardandoci in faccia ci ripetiamo più volte una sorta di tormentone molto in voga in quel periodo: “…con i volti devastati dall’alta quota…”, oppure la variante “…avevano i volti devastati dal terrore…”. La mattina successiva, prestissimo, ci alziamo, e dopo una accurata verifica delle condizioni meteo (impietosamente buone) partiamo per l’avventura. Il bacino glaciale della Gruetta è splendido e pianeggiante, in breve e con poca fatica siamo ai piedi dello scivolo basale e presto sapremo di che panni si veste. L’attacco alla parete ha inizio, e comincia con la simpatica risalita della crepaccia terminale. Sale per primo Stefano con due attrezzi e poco dopo è sopra il muretto di ghiaccio ed al termine della corda, poi tocca a me, comicamente impegnato a superare la crepaccia con un attrezzo buono in una mano e … con il “martial” nell’altra. Dopo due tiri di corda il morale diviene alto: le condizioni del ghiaccio sono buone e la salita procede veloce a tiri alterni. Come previsto arriviamo alle prime rocce con il sole appena spuntato, che illumina la muraglia sovrastante. Mentre le prime pietre rotolano sibilando verso il basso, affrontiamo le roccette basali, chiaramente fuori via, come da copione. Una pietra, smossa dalla corda, cade, si dirige pericolosamente verso di me, ma ha il buon gusto di frantumarsi qualche metro sopra, ed una scheggia, per fortuna piccola, si infrange contro i miei occhiali, spaccandone una lente, ma lasciando incolume l’occhio: primo incidentino. Compiamo una traversata orizzontale di 40 metri verso il centro della parete e, maraviglia, troviamo un chiodo di via! La salita prosegue sulla verticale, su conformazioni rocciose particolari, fino ad arrivare, senza grandi problemi, al tratto chiave della salita, costituito da un muro verticale molto liscio che fu vinto dai primi salitori in artificiale. Confronto ciò che mi si para davanti con le immagini mnemoniche delle scarse foto dello stesso passaggio, ma non riconosco niente di quanto memorizzato; probabilmente un crollo di grosse dimensioni ha cambiato lo scenario. Quando anch’io mi accingo ad imitare le gesta dei miei illustri predecessori, ho la spiacevole sorpresa di vedermi andar via un chiodo al quale mi sono appena attaccato. Il voletto è di poco

50 ANNI DI ALPINISMO  

50 anni della Scuola di Alpinismo Tita Piaz

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