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di lavoro ed una logistica da grande spedizione ma ciò era la conseguenza della precisa scelta di fare una spedizione per tutta la Scuola, senza sostanziali limitazioni alla partecipazione e poi, salvo la lontana esperienza al monte Ararat nel 1969, sarebbe stata la prima vera esperienza exraeuropea. Rientrammo entusiasti malgrado non fossimo riusciti pienamente a raggiungere l’obbiettivo prefissato , la vetta dello Yerupaya (6.600 m.) per la parete Ovest , che ci sfuggì per soli 300m. a causa delle fortissime escursioni termiche notte-giorno che ci consigliarono di non proseguire oltre nell’assalto decisivo e , forse , per non aver previsto un bivacco in parete ... Fu comunque raggiunta la vetta del Rasac Oeste e quella del Rasac Principal e tutto contribuì a “rompere il ghiaccio” con le montagne extraeuropee; tante altre imprese sarebbero state compiute negli anni successivi da chi di noi ha avuto la capacità e la volontà di proseguire per quella strada: Mauro Rontini, Massimo Boni, Mario Vighetti, Stefano Rinaldelli, Marco Orsenigo, Alessandro Aversa, Gabriele Majonchi, Tommaso Castorina, Nicola Pesciulli, Aldo Terreni ma soprattutto Carlo Barbolini che dopo l’esperienza in Perù, spesso in qualità di capospedizione, ha compiuto ben 9 spedizioni dimostrando dedizione e costanza del tutto fuori dal comune.

Alpinismo Fiorentino

L’attività della Scuola intanto proseguiva anche alla luce delle fasi evolutive che pervadevano sia le Commissioni preposte alla gestione della didattica che l’intero ambiente della montagna. I Corsi subirono differenziazioni e specializzazioni come pure le conoscenze tecniche ed i contenuti che ormai potevano fondarsi su sperimentazione ed approfondimenti scientifici che ci posero all’avanguardia nei confronti del resto d’Europa.

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Agli inizi degli anni ’80 era entrato a far parte dell’organico un gruppo non più giovanissimo ma che avrebbe costituito per molti anni un nucleo molto affiatato e particolarmente attivo in montagna ed all’interno della Scuola: Lorenzo Carcero , Fabrizio Ciuffi, Beppe Cortesi, Andrea Nencini , Aldo Terreni detti “i moschettieri” e più tardi Andrea Nencini. Aldo ha dimostrato poi tutta la sua passione e la costanza dedicandosi non solo all’attività nella Scuola, di cui è da molti anni vicedirettore, ma anche ponendosi alla guida del Gruppo Alpinistico Tita Piaz ed organizzando regolarmente l’attivi-

tà in montagna di maggior livello per la Sezione. Alcuni anni dopo fui nominato per la prima volta Direttore della Scuola e decisi che i tempi erano maturi per una importante ristrutturazione funzionale dell’organico : per la prima volta trovò spazio nell’attività didattica anche lo scialpinismo che , sotto la grande guida di Andrea Bafile , era sempre rimasto esterno alla Scuola che da quel momento assunse ufficialmente la nuova denominazione di “Scuola di Alpinismo e Scialpinismo Tita Piaz”. Furono quindi inseriti nell’organico i pochi istruttori disponibili di scialpinismo: Roberto Frasca, Simone Fini, Carlo Natali, Andrea ed Alfio Ciabatti e successivamente, Francesco Sberna, Marco Orsenigo e Fabrizio Martini. Anche l’ambiente alpinistico si adeguò alle innovazioni degli ultimi anni ’70 abbandonando definitivamente quel timore reverenziale nei confronti delle grandi pareti e delle difficoltà “moderne” che furono affrontate da molti di noi con determinazione e successo grazie alla nuova mentalità. Uno dei primi frutti della “nuova maniera” fu sperimentato su una delle vie mitiche al Monte Bianco , la Brown-Whillans sulla parete ovest della Blatiere; Eriberto Gallorini, Stefano Rovida ed io l’affrontammo senza immaginare che i conflitti filosofici del periodo avevano già determinato la sua completa schiodatura, in nome di un’etica particolarmente in voga. La prima fessura verticale di 25 m., larga una ventina di centimetri , liscia e sfuggente, fu superata con l’ausilio di un solo chiodo che riuscimmo a piantare come unico punto d’assicurazione alla sua base e nient’altro ... se non l’applicazione di un’arrampicata di tipo “sportivo” già ampiamente sperimentata nelle palestre cittadine ma mai in alta montagna e senza protezioni, su una delle pareti più severe delle Aiguilles des Chamonix; un grandioso tiro di corda in un diedro fessurato poco più sopra, completamente schiodato , mi dette poi l’opportunità di applicare diligentemente le protezioni mobili (friends) e di arrampicare nella più completa libertà. Grande fu la soddisfazione per aver superato tali difficoltà senza particolari problemi e ciò contribuì ad ampliare ancora di più i nostri orizzonti . Nel frattempo anche l’ambiente fiorentino stava subendo cambiamenti: in linea con la tendenza del periodo storico ebbe fine l’epoca

degli accantonamenti estivi di gruppo , soprattutto al Monte Bianco, a favore delle attività-spot delle singole cordate; nelle Dolomiti rimaneva comunque inossidabile l’abitudine del “ritrovo estivo” nell’intorno del Passo del Pordoi per un gruppo molto omogeneo costituito da Carlo Santini il “pioniere”, e poi Terreni, Carcero, Ciuffi, Evaristi, Nencini, Cortesi, Vighetti e molti altri, dove continuavano a ritrovarsi per una cospicua attività di livello che si è protratta ancora per molti anni. Ma l’attività di questo decennio sulle grandi vie dolomitiche di difficoltà fu appannaggio di un manipolo di frenetici cultori delle uscite-lampo del fine settimana: con il motto “partire sempre e poi si starà a vedere”, con qualunque tempo e condizione della montagna, si imboccava l’autostrada nella giornata di sabato per rientrare nella notte della domenica dopo “scampagnate” tipo via Carlesso e Cassin alla Torre Trieste (Civetta), via Vinatzer alla Marmolada, via Aste al Crozzon di Brenta e al Civetta e così via ... I protagonisti di questa “stagione” furono Carlo Amore, Carlo Barbolini, Leandro Benincasi, Franco Cervellati, Nicola Gambi, Stefano Nuti, Mauro Rontini, ed in misura minore Eriberto Gallorini e Marco Passaleva, Stefano Rovida e Marco Turchi. Marco Turchi che ha fatto parte della Scuola per un brevissimo periodo ma che è rimasto amico e protagonista di moltissime imprese, avrebbe acquisito dopo pochi anni il titolo di Guida Alpina. L’evoluzione dell’arrampicata nella diverse discipline e nei materiali procedeva intanto inesorabile e se le scarpette lisce avevano già raggiunto un ottimo affinamento rientrando ormai da tempo nel normale equipaggiamento da roccia, gli attrezzi da ghiaccio erano ancora nel pieno dello sviluppo. Fu proprio la rincorsa attrezzi/tecnica a determinare lo svilupparsi delle salite sulle cascate di ghiaccio e sulle alte difficoltà dei moderni percorsi alpini. In pratica fu la rincorsa alle fortissime pendenze, scoperte inizialmente sulle strutture ghiacciate delle cascate invernali di fondovalle, che consentì un repentino sviluppo delle tecniche di piolet-traction, allo stesso modo con cui si era sviluppata l’arrampicata libera sulle falesie; nel contempo ramponi e picche si modificavano di anno in anno consentendo ulteriori performance che ben presto dilagarono, come ovvio, anche in alta montagna.

50 ANNI DI ALPINISMO  

50 anni della Scuola di Alpinismo Tita Piaz

50 ANNI DI ALPINISMO  

50 anni della Scuola di Alpinismo Tita Piaz

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