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Nella solitudine del rifugio Coldai fraternizzammo subito con i due (per noi eroi!) Comici e Benedetti. Loro si presero un paio di giorni di riposo dopo la faticata spaventosa della parete nord-ovest. Vicino al Coldai c’era un grosso masso erratico sul quale gli arrampicatori avevano tracciato decine di piccole vie, dal facile all’ultradifficile. E lì per un paio di giorni, sotto la guida di Comici e Benedetti ripetemmo, non ricordo quante volte, varie vie sul masso. I due maestri erano così esperti ed abili che ci trascinarono su per strapiombi che non avremmo mai osato affrontare da soli. Alla fine del breve riposo i due maestri partirono per la valle. Benedetti tornava in città ma Comici aveva ottenuto proprio poco prima la licenza di guida alpina ed era stato destinato a Misurina. Lasciandoci Comici ci disse: cari ragazzi, venite a trovarmi a Misurina. Potremo fare qualche salita insieme! In realtà Comici conosceva gran parte delle Dolomiti ma doveva impratichirsi anche delle crode di Misurina e dintorni. Era dunque una combinazione vantaggiosa per tutti quanti! Sotto la guida abilissima, quasi direi affettuosa, di Emilio, Bernardo ed io scoprimmo d’esser capaci, almeno da secondi e terzi di cordata, di affrontare delle salite generalmente considerate difficili, molto difficili ed anche estremamente difficili, cioè di terzo, quarto e quinto grado della scala allora conosciuta tra gli alpinisti che facevano salite su roccia. Più o meno allo stesso tempo, in tutt’altra parte delle Dolomiti, un grande alpinista del tempo, cioè il conte Alessandro del Torso, di Udine, stava studiando con la guida Tita Piaz una possibile soluzione per un grosso problema, allora ancora insoluto, delle Alpi Orientali: la parete nord-est della Torre Winkler, nel gruppo del Catinaccio. I due avevano raggiunto degli accordi di massima. C’era però un particolare inquietante: ambedue, del Torso e Piaz, avevano 54 anni...Ci voleva almeno uno “sherpa” in

cordata che aggiungesse sangue giovane e vigore alla cordata, ricca di tanta esperienza e saggezza. Non so come i due anziani alpinisti individuarono in me lo “sherpa” del caso e del momento. Io, figurarsi, mi sentii AUX ANGES per tanta confidenza nelle mie capacità di alpinista, o per lo meno di portatore. Lasciai Misurina in motocicletta, recandomi al rifugio intitolato a Tita Piaz che raggiunsi in serata. Il giorno dopo, alle quattro, eravamo già in cammino per quella parete incombente che, vista da sotto, faceva veramente paura. Per me, povero “sherpa” della cordata, il tempo passava lentissimo. Infilato com’ero in un crepaccio di roccia ai piedi della parete, con un sacco di almeno trenta chili pieno di rifornimenti vari (corde, chiodi, moschettoni, martelli, staffe nonché cibo, acqua e simili) ascoltavo le grida dei miei due maestri là sopra: “Molla la trista” - urlava Piaz - (volendo dire la corda più sottile, delle due alle quali era legato) oppure “Tira la bona”, significando la più grossa. Finalmente venne anche il mio turno. Certo erano davvero postacci: la roccia era marcia, gialla, spesso si polverizzava tra le dita, d’altra parte sopra di noi non si vedevano che strapiombi. Mi sentivo un cuoricino piccolo e fragile, anche se avevo totale fiducia nelle capacità alpinistiche dei miei due maestri. Dopo un centinaio di metri risaliti quasi nel buio e superando uno strapiombo dopo l’altro, sbucai su di un aereo terrazzino. Finalmente un raggio di sole! (là sotto, al buio, faceva anche freddo..). E finalmente riuscii a vedere come procedeva la nostra cordata. Tita era impegnato su per una muraglia di roccia del tutto compatta, striata di nero dalle tracce della pioggia. Del Torso manovrava le due corde (“la trista e la bona”) a seconda di come servivano al capocordata. A metà del pomeriggio ci trovammo sopra un terrazzino piano e liscio, che sembrava scalpellato da mano umana. “Hic manebimus optime” esclamò del Torso e ci preparammo a divorare i nostri panini con formaggi e prosciutti vari...Sotto di noi si vedeva la capanna di Tita, dedicata a Paul Preuss e si notavano dei puntini semoventi, gli alpinisti ed escursionisti del giorno. Tita, a questo punto, tirò fuori dalla sua bisaccia da cacciatore di frodo un pacco di carta oleosa, sotto la quale si individuavano dei piccoli corpi d’uccelli neri. “Sempre originale, anche nei tuoi pasti, eh...” osservò del Torso. “Ma che sono?” “Cornacchie arrosto” rispose Tita “vicino al rifugio ce ne sono tante...E poi sono ottime! Volete assaggiare?”

Alpinismo Fiorentino

Tita Piaz morì nel 1948 (la famosa caduta di bicicletta!). I miei ricordi importanti del personaggio risalgono agli anni 1931 o ‘32, cioè all’archeologia della memoria. A quel momento mi trovavo in Dolomiti, a Misurina, dove con l’amico Bernardo Seeber, fiorentino anche lui, seguivamo Emilio Comici in numerose salite che, da soli, ci sarebbero state inavvicinabili. La combinazione era curiosa, vantaggiosissima per noi... Casualmente avevamo conosciuto Emilio Comici e Giulio Benedetti al rifugio Coldai, sul Monte Civetta, di ritorno dalla loro epica scalata, per una via tutta italiana, alla parete nord-ovest, una delle muraglie più impressionanti di tutte le Alpi.

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50 ANNI DI ALPINISMO  

50 anni della Scuola di Alpinismo Tita Piaz

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50 anni della Scuola di Alpinismo Tita Piaz

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