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SUPPLEMENTO AL N° 2/2006 di

alpinismo fiorentino alpinismo.fiorentino@caifirenze.it Quadrimestrale della Sezione di Firenze del Club Alpino Italiano Via del Mezzetta, 2M - 50135 FIRENZE tel.: 055 6120467 - fax: 055 6123126 e-mail: info@caifirenze.it Direttore Responsabile Roberto Masoni Redazione Carlo Barbolini Leandro Benincasi Alfio Ciabatti Eriberto Gallorini Marco Passaleva Spedizione in abbonamento postale 45% art.2 comma 20/B Legge 662/96 - Filiale di Firenze Autorizzazione del Tribunale di Firenze n.68 del 14/3/49

Originali ed illustrazioni di regola non si restituiscono; le diapositive saranno restituite, se richieste. La Redazione accetta articoli riservandosi ogni decisione sul momento e la forma della pubblicazione, compatibilmente con lo spazio disponibile. Il materiale deve pervenire in Redazione due mesi prima della data di uscita. Tutti i diritti sono riservati, la riproduzione anche parziale dei testi e delle immagini senza consenso è vietata. Stampa: Stabilimento Grafico Commerciale Costo della pubblicazione: Euro 10,00 La Rivista è distribuita ai Soci della Sezione Fiorentina del CAI, alle Sezioni del Convegno ToscoEmiliano Romagnolo, ai Comitati di Coordinamento dei Comvegni del CAI, alla Direzione del TCI, ai Gruppi Escursionistici della Provincia, alle Amministrazioni locali, alle Comunità Montane ed alle APT toscane

Tutti gli istruttori hanno contribuito a fare la nostra storia secondo le proprie capacità e le proprie aspirazioni, con impegno e dedizione; alcuni ne hanno segnato l’inizio, altri ne hanno caratterizzato interi periodi, altri ancora si sono dedicati più in breve seppur in modo ugualmente intenso… Per questo ci scusiamo con coloro che per puro errore o per avarizia degli archivi fossero stati “dimenticati”; ce ne scusiamo con tutto il cuore ma non per questo si devono sentire esclusi dall’appartenenza alla nostra Scuola. GLI ISTRUTTORI DELLA SCUOLA DI ALPINISMO TITA PIAZ (In corsivo coloro che non fanno attualmente parte dell’organico) Agosti Gianfranco Amore Carlo Angeli Luca Astorri Andrea Aversa Alessandro Bafile Andrea Bagnoli Roberto Baldi Delfo Ballestrero Carlo Barbolini Carlo Bencini Alberto Benincasi Leandro Bertini Giovanni Bertocchini Ugo Bertoni Stefano Bigagli Adele Boni Massimo Borsini Massimo Breschi Giovanni

Burini Roberto Campi Gilberto Campioni Valerio Campolmi Giancarlo Canciani Guido Carcero Lorenzo Casini Piero Castaldi Cristiano Castorina Tommaso Cencetti Marco Cervellati Franco Checcucci Emilio Cheli Ostilio Chiarini Ilario Chiuderi Claudio Ciabatti Andrea Ciabatti Giuseppe (Alfio) Ciappi Gianluca Cicalò Peppino Cicerale Fabio Cioncolini Piero Cirri Lorenzo Ciuffi Fabrizio Corsini Paola Cortesi Giuseppe Dei Emilio Delcroix Beppe Denti Stefano Di Cocco Giuliano Diegoli Brenno Dolfi Giancarlo Equizi Pasquale Evaristi Alberto Faggi Simone Falai Franco Falchini Paolo Fabbri Mario (Marino) Fanti Paolo Fanton Bruno Fiaschi Leopoldo Fini Simone Fossi Alessandro Frasca Roberto Furia Lorenzo Gaeta Roberto Gallo Raffaele Gallorini Eriberto Gambi Nicola Gaspari Paolo Gaspari Alberto Ghiandi Umberto Giammattei Patrizio Giolito Antonio Giovetti Vittorio Ichino Andrea

Lattanzi Pierfranco Lensi Luciano Loretti Enrico Majonchi Gabriele Malcapi Claudio Manfriani Lorenzo Marinelli Carlo Marotta Giacomo Martini Fabrizio Marziali Luciano Masoni Roberto Matteini Lorella Meini Marco Melucci Paolo Milanesi Giuseppe Morandini Martino Moriondo Antonio Morolli Michele Natali Carlo Nencini Andrea Nuti Stefano Orsenigo Marco Palagi Roberto Pandolfini Guido Papi Laura Passaleva Marco Persico Walter Pesciulli Nicola Pieri Antonio Poggi Marco Polidori Roberto Ponticelli Paolo Razzolini Rodolfo Ridi Guido Rinaldelli Stefano Rontini Mauro Rovida Stefano Rulli Marco Santini Carlo Sberna Francesco Scarpellini Omar Sestini Valerio Sieni Lorenzo Squarci Massimo Terreni Aldo Tomasi Alberto Tonarelli Alessandro Tonni Francesco Torlai E. Turchi Marco Ughes Ugo Verin Mario Verin Valdo Vighetti Mario Zaccaria Piero


Gruppo del Monte Bianco - Sperone della Brenva (foto E. Gallorini)


Alpinismo Fiorentino

La Garfagnana dalla cima della Pania Secca (foto P. Melucci)

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Quando Marco Passaleva, il nostro Direttore, manifestò molto tempo fa l’idea di realizzare un volume rievocativo dei 50 anni di attività della Tita Piaz, ci rendemmo subito conto che si sarebbe trattato di un compito molto impegnativo ma anche particolarmente stimolante; ripercorrerne la storia e le vicende che molti di noi hanno vissuto anche in modo diretto sarebbe stato allo stesso tempo un impegnativo lavoro di ricerca ed un piacevole viaggio negli scaffali dei ricordi . L’appartenenza di alcuni di noi alla redazione di Alpinismo Fiorentino, che di fatto rappresenta il “veicolo” attraverso il quale la pubblicazione è giunta sul tavolo di tutti i soci, ha contribuito a far sì che l’iniziativa sia stata particolarmente sentita per tramandare un documento del tutto particolare a memoria di una importante parte di storia della nostra Sezione. Cosa dire di questo volume: tutti i contributi scritti appartengono a Istruttori appartenenti alla Scuola o che ne hanno fatto parte in passato e che hanno creduto di dover lasciare un piccolo segno a chi in futuro proseguirà in questa lunga avventura ; a tutti loro il nostro ringraziamento ed il merito di aver contribuito a raggiungere un traguardo così fortemente voluto . Si è cercato, seppur in modo estremamente sintetico, di raccontare anche ai non addetti ai lavori ciò che la Scuola Tita Piaz ha rappresentato all’interno del Club Alpino Italiano e della Sezione Fiorentina; in particolare come è nata e come si è evoluta nel tempo , l’attività didattica ed alpinistica svolta in tanti anni, i personaggi che ne hanno costituito l’anima e che si sono succeduti alla sua guida e nel lavoro quotidiano. Si è cercato di far questo attraverso il racconto di alcuni dei protagonisti delle diverse stagioni della nostra Scuola, dai quali appare uno spaccato delle esperienze vissute, delle sensazioni provate, dei rapporti all’interno e verso l’esterno, dello spirito del gruppo e dell’attività dei singoli. Mancano purtroppo i contributi di molti istruttori, del presente o del passato, che hanno comunque dato grande spinta, spesso determinante, al suo sviluppo: se qualcuno di loro o altri fossero stati “dimenticati” nei racconti della nostra storia, non ce ne vogliano perché non è stato assolutamente intenzionale. Non potevamo dare inizio a questo lungo “racconto” senza un cenno alla mitica figura di Tita Piaz il “Diavolo delle Dolomiti”, alpinista al quale la Scuola si è ispirata fin dalla sua nascita (1951). Un’originale biografia sull’onda delle parole dello stesso Tita , destinata alle generazioni più giovani, e a tutti coloro che consapevolmente vogliono avvicinarsi al mondo alpinistico ed alla sua storia. Il racconto del grande Fosco Maraini, uno dei primi alpinisti fiorentini e famoso fotografo e cultore delle civiltà orientali, costituisce poi un pezzo unico che il Maestro ha scritto per noi poco prima della sua scomparsa. Segue la storia cronologica della Scuola e le testimonianze di coloro che si sono succeduti alla Direzione della Scuola, nei diversi periodi storici, rendendo partecipe il lettore del clima in cui si è vissuta l’evoluzione della didattica e dell’alpinismo nella Scuola Tita Piaz. Il volume continua con le esperienze raccolte in tanti anni di alpinismo extra europeo e con una serie di contributi di indubbio valore storico. Chiude la cronologia dell’attività alpinistica degli istruttori della Scuola con le ascensioni più significative realizzate su tutte le montagne d’Europa. Rimane la sensazione di aver prodotto solo una ristretta sintesi di un periodo troppo denso di personaggi ed avvenimenti per essere racchiuso in una manciata di pagine; pur tuttavia a stampa avvenuta, siamo convinti che pur con le lacune e le inevitabili dimenticanze, imprecisioni o errori , la nostra piccola fatica possa essere ricompensata dalla soddisfazione che molti potranno provare nel rileggere e conservare questo volume come memoria di un’esperienza formidabile durata oltre cinquant’anni … mezzo secolo di alpinismo, appunto.

Il Comitato di redazione del Volume Carlo Barbolini Leandro Benincasi Alfio Ciabatti Eriberto Gallorini Roberto Masoni Marco Passaleva

Alpinismo Fiorentino

Lunga vita alla Scuola di Alpinismo Tita Piaz

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1970 - Mario Verin sul Pilier Gervasutti al Mont Blanc de Tacul (Gr. del M. Bianco) (foto L. Benincasi)

La Scuola di Alpinismo Tita Piaz ha compiuto cinquant’anni. La sua storia e l’importanza che ha rivestito all’interno della Sezione Fiorentina e del CAI nel corso degli anni meritava di essere fissata in un documento che potesse tramandare attraverso immagini e racconti una sintesi del lavoro, dell’attività didattica ed alpinistica, dell’impegno e della passione che in tanti anni l’ha caratterizzata. E’ nata così l’idea di questa pubblicazione e devo ammettere tutta la mia soddisfazione per essermi trovato a vivere questo particolare traguardo nel ruolo di Direttore, ringraziando tutti coloro che hanno lavorato per la sua realizzazione.

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Come spesso succede tuttavia, la molteplicità degli impegni ed una certa ritrosia per il lavoro d’archivio hanno rallentato il programma ed i tempi di stampa, tanto

che ormai stiamo navigando a grande velocità verso il 54° compleanno ma ciò ha poca importanza, mezzo secolo non è uno scherzo e non poteva trascorrere nell’indifferenza. Mezzo secolo trascorso ad insegnare la Montagna in tutte le sue forme e l’alpinismo, senza nessun altro obiettivo se non quello di trasmettere i modi corretti per la sua pratica . Personalità diverse, spesso dotate di spiccato individualismo, hanno dato vita ad un gruppo che negli anni ha mantenuto la coesione e la grande passione per l’insegnamento e per le diverse attività, malgrado il naturale ricambio dei suoi membri avvenuto nel corso del tempo. Si sono formate spesso amicizie inscindibili e cordate affiatate, ottenendo risultati di altissimo livello. I mezzi di coesione di questa Scuola sono stati certamente, e lo sono tuttora, la passione per la montagna e


lo spirito di gruppo che hanno spinto tutti i suoi istruttori a volerli trasmettere attraverso la lunga esperienza acquisita sul campo e con la dedizione tipica di chi svolge una attività che affonda le radici nel volontariato. Molto è cambiato da quando sono stati mossi i primi passi nel lontano ’51: le scuole d’alpinismo si contavano sulle dita di una mano e tutto si svolgeva sulla scia della spontaneità. Non esistevano manuali, pochi regolamenti, grande voglia di trasmettere il proprio sapere e le esperienze vissute in montagna da parte dei pochi istruttori che insegnavano non solo l’arte dell’arrampicata ma il modo di affrontare le difficoltà e le tecniche migliori del momento. Poi, pian piano si è sentita la necessità di procedere ad approfondimenti tecnici e didattici attraverso le nuove Commissioni Nazionali che, con studi ed approfondimenti sui materiali, sulle tecniche di assicurazione, su quelle didattiche e sulla organizzazione dei Corsi hanno determinato quella inevitabile evoluzione che ci ha portato ai giorni nostri. La Scuola Tita Piaz si è sempre distinta per la sensibilità verso quelle innovazioni e per la voglia e la capacità di divulgarle a qualunque livello facendone tesoro e consentendo ai singoli una pratica dell’alpinismo di grandissima qualità. Non posso non citare in proposito i miei predecessori, Marino Fabbri, Paolo Melucci, Giancarlo Dolfi, Mario Verin, Leandro Benincasi e Carlo Barbolini per aver tracciato e poi seguito la strada che stiamo tutt’ora percorrendo e che ha condotto la Scuola e la Sezione Fiorentina ad una posizione di prim’ordine nel cosmo del CAI. E’ stato ugualmente fondamentale il contributo che negli anni è stato dato da tutti gli Istruttori, ben oltre il centinaio, che si sono avvicendati nell’organico della Scuola: molti di essi ancora oggi ne costituiscono il vero motore . Un particolare ringraziamento ad Aldo Terreni che in qualità di vicedirettore, da molti anni provvede con encomiabile costanza a colmare le molteplici lacune del sottoscritto. Ma la storia della nostra Scuola non è legata solamente all’attività didattica: sarebbe stato riduttivo e probabilmente in contrasto con lo spirito evocato dallo Statuto del CAI che nell’art. 1 recita: “Il Club Alpino Italiano ... ha per iscopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale”. E’ stata infatti l’attività di grande qualità che gli istruttori hanno svolto sulle montagne d’Europa e del Mondo ad aver portato la Scuola e la Sezione di Firenze ad essere riconosciuta fra quelle di maggior spicco nel panorama nazionale. D’altra parte senza la diretta esperienza sulle montagne e sulle pareti di ogni tipo non sarebbe stato possibile costruire un’apparato didattico capace di trasmettere la passione e la conoscenza tecnica necessarie alla nostra attività, e la qualità didattica ne avrebbe fortemente sofferto, come del resto accade tutte le volte che si tenta di insegnare cose che conosciamo solo per averle lette sui libri! Per questo, in piena sintonia con chi mi ha preceduto alla direzione della Scuola, pur con la dovuta attenzione verso l’evoluzione tecnico-teorica, ho sempre creduto che solo attraverso l’attività alpinistica dei singoli istruttori fosse possibile il trasferimento delle specifiche conoscenze, anche a coloro che vivono la montagna sotto altre forme, ponendo di fatto la Scuola

come fondamentale punto di riferimento e guida all’interno della Sezione. L’evoluzione della pratica dell’attività in montagna ha determinato nel tempo molti cambiamenti che hanno avuto riflessi determinanti anche sull’impostazione della didattica e dei Corsi; fino alla fine degli anni ’70 veniva organizzato praticamente solo il corso di roccia, per l’evidente attinenza con le caratteristiche delle montagne vicine a casa; poi, anche per l’evolversi dell’ordinamento didattico delle scuole del CAI da parte della Commissione Nazionale, abbiamo iniziato ad affiancare corsi di ghiaccio, di alpinismo di base, di scialpinismo, di alta montagna e di arrampicata libera. Ed è stato proprio il boom di quest’ultima disciplina a stimolare l’attenzione verso un fenomeno in continua espansione, soprattutto per la grande presenza di giovani e giovanissimi, tanto che la Scuola si è resa recentemente protagonista di una delle più importanti iniziative degli ultimi anni: la progettazione e la realizzazione della nuova parete di arrampicata indoor all’interno del Mandela Forum (ex Palasport) di Firenze, con il finanziamento della nostra Amministrazione comunale. L’idea di realizzare una grande struttura che consentisse non soltanto di ottenere uno spazio dove tutti potessero svolgere la propria attività a qualunque livello, ma che consentisse anche di promuovere l’arrampicata nella nostra città e nelle nostre scuole ha avuto finalmente coronamento e dal 22 Gennaio 2005, giorno dell’inaugurazione, ha ricevuto un successo sempre crescente. Questo importante traguardo, unitamente all’affidamento della gestione della struttura da parte della Giunta comunale, ha permesso per la prima volta alla nostra Sezione ed alla Scuola Tita Piaz di ottenere nella nostra Città il dovuto riconoscimento come punto di riferimento per la montagna e per la pratica dell’arrampicata, consentendo finalmente di uscire con una nuova visibilità fuori dalle stanze del nostro sodalizio. Sappiamo bene tuttavia che il CAI sempre meno potrà rappresentare il centro del mondo della Montagna, così come ha fatto per decenni, poiché i meccanismi della “globalizzazione” hanno visto la nascita ed il proliferare di moltissime realtà diverse che hanno determinato anche notevoli benefici per l’evoluzione e la modernizzazione delle varie discipline. E’ indubbio però che solo le nostre Scuole, ed in primis la Tita Piaz, sulla scorta del cospicuo ed invidiabile patrimonio culturale e d’esperienza accumulato, potranno continuare a rappresentare l’unico punto di riferimento nel campo della Didattica, per un corretto ed aggiornato approccio alle diverse attività, stimolo ed esempio sempre più importante verso la pratica della montagna. Auguro ai miei successori ed a tutti gli istruttori futuri di poter vivere stagioni altrettanto proficue di quelle vissute nei 50 anni trascorsi, nella consapevolezza che la Scuola Tita Piaz saprà mantenere alto il proprio valore nel collettivo e nella capacità dei singoli.

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Alpinismo Fiorentino

(*) L’Autore di brani e citazioni in corsivo è, salvo diversa indicazione, Tita Piaz.

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Sono passati tanti anni da quella sera al Rifugio Vajolet quando un tipo un po’ rozzo ma genuino, vestito con una robusta canottiera di lana caprina, mi parlò a lungo di Piaz e degli aromi più disparati delle grappe venete. Insieme alla bottiglia che aveva davanti, anche il giorno ben presto finì, pian piano scese la notte e andammo a letto. Non fu facile addormentarsi, scosso com’ero dall’istantaneo russare del nerboruto compagno che parve dare diligente seguito alle affermazioni di Piaz che sosteneva come “la grappa, possibilmente in quantità considerevole” fosse “il viatico sovrano per escursioni d’alta montagna. Giù, dunque, grappa, fino a che le ginocchia dichiaravano lo sciopero”. Furono giorni di scoperte e di paura, quella sensazione riservata ai deboli – almeno così si dice – che an-

che i più forti, come Piaz, hanno provata. Nel 1894, a soli quattordici anni, tentando di raggiungere la Forcella Davoi, fra il Catinaccio e le Coronelle, non tardò molto ad accorgersi quanto la montagna fosse severa: “Ad intervalli sempre più brevi bisognava, per salire, ricorrere all’aiuto delle mani [...] Guardai attorno ed il mio cuore cominciò a battere con violenza [...] l’eccitata fantasia, presa alla sprovvista e sferzata dalla paura più genuina, lavorava a tutta posa ... diventai piccino, sentii il rimorso di non aver ubbidito alla Mamma e ... battei in ritirata ... sconfitto”. Era un figlio irrequieto, amava stupire procurando non poche preoccupazioni. Diceva sua madre: “... io non so da chi abbia preso [...] io che non ho il coraggio di passare sulla più comoda passerella dell’Avisio! Ho messo al

mondo un bel tipo! Una volta o l’altra si ammazzerà ...”. Per nulla intimorito dalle difficoltà, a sedici anni tentò la sua prima ascensione del Catinaccio, la cima più alta e maestosa. Fu di nuovo un fallimento, la paura tornò a fargli tremare le gambe: “ ... una ventina di metri più in alto dell’attacco, in una specie di nicchia [...] purificato del mio orgoglio [...] ginocchioni, a mani giunte, impetrai dalla Beata Vergine di aiutarmi a ritornare di nuovo in discesa quell’abisso spaventoso [...] che si era spalancato sotto di me”. Testardo, risoluto, riprovò l’estate successiva, “corda non ne avevamo, scarpette da roccia nemmeno, arrampicavamo in calzini”. Questa volta “tutto andò bene ed in brevissimo tempo arrivammo in vetta ... [...] Fu questo uno dei più begli istanti della mia vita d’alpinista ...”.


Ma la leggenda di Tita inizierà tuttavia dalla Torre Winkler, cima che, sul finire del secolo scorso, non erano in molti in grado di raggiungere. Guide capaci di scalare la Winkler non ve n’erano molte in Val di Fassa, forse tre o quattro soltanto, eccezion fatta per il formidabile Luigi Rizzi di Campitello, l’unico veramente bravo. La leggenda di Tita, se così vogliamo chiamarla, inizierà proprio dalla Torre Winkler. Siamo nel 1898, cominciano a circolare alcune voci che Tita Piaz effettuerà un tentativo alla Torre Winkler; una piccola folla si raduna al Vajolet. In breve, accompagnato nella salita da una compaesana per niente affascinata dall’idea, lo vedono agitare le braccia sulla cima; la mamma di Tita, anch’ella fra i curiosi, per poco non sviene. Si comincia a parlare di lui anche fuori i confini della Val di Fassa, Piaz fa la sua scelta: “... convertire in denaro le mie abilità arrampicatorie significava per me non soltanto una possibilità di vita, ma la realizzazione del mio gran sogno: dedicarmi alla montagna: e non c’era altra via”. Pur non essendo guida patentata comincia a cercare clienti, scoprendo con piacere che le sue abilità servono anche per fare nuove amicizie femminili: “a me bastava si lasciassero trascinare [...] data la mia assai dubbia avvenenza fisica, era questo l’unico modo di farmi notare”. Ma il tanto sospirato lavoro purtroppo non arriva, trova saltuario impiego come portatore, cosa d’altronde a lui non gradita, e non l’aiuta certo la sua fama di temerario, di bestia rara. Si sente umiliato, guide patentate molto meno capaci di lui trovano impiego

con una certa facilità, qualcuna di loro stenta a stare in piedi a causa del vizio del bere. Ma finalmente, un cliente che chiede di essere accompagnato sulla cima del Catinaccio. L’emozione è talmente intensa per Piaz da sconfiggere l’apprensione e, forse, anche il disagio, per una “cordaccia” sulla cui tenuta ha molti dubbi. L’ascensione gli vale un compenso di 10 fiorini, i primi. Deve, tuttavia, fare presto i conti con un doloroso episodio: è espulso dall’Istituto Magistrale di Bolzano dove non ha mai dato prova di essere un allievo diligente e studioso. “Riconobbi di essere stato leggero, disordinato, indisciplinato e ripetutamente dimentico del mio dovere, di avere avuto [...] delle ribellioni che mal s’addicono a un futuro educatore ...” L’esclusione dall’Istituto rischia di ridurre in miseria la sua famiglia. Non manca l’autocritica, Piaz stesso riconosce di non essere “... mai entrato in classe con tutti i requisiti necessari [...] tutta la mia vita è caratterizzata dalle mie classiche dimenticanze. Quante volte sono arrivato ai piedi della roccia senza corda o senza scarpette!”. Alla cattiva diligenza, si aggiungono anche storie di baldorie, consumate con i compagni e pagate con i soldi dello Schulverein. Prosegue tuttavia la sua attività alpinistica, anche se sempre con materiali scadenti e corde abbandonate all’attacco delle vie o sui sedili delle corriere. Nel 1894, Hermann Delago aveva aperto una via su quella Torre che da lui prenderà nome, e

che era considerata una salita per pochi, soprattutto per quel Gran Camino che sbarrava la strada alla vetta. Quel non plus ultra che solo poche guide erano capaci di affrontare, i soliti nomi: Dimai, Bettega, Zagonel, Rizzi, Innerkofler. Anche Piaz entrerà, presto, a far parte di questo ristretto circolo; salirà la Torre Delago con Antonio Schrott, un ex compagno di scuola di Bolzano che purtroppo morirà presto, nel 1901 precipitando dal Grassleitenturm. La fama di Tita va lentamente allargandosi; per la prima volta, fra i frequentatori della Val di Fassa e del Vajolet, va facendosi strada la convinzione che “Tita fa delle cose che nemmeno il Diavolo è capace di fare”. Ripensando ai suoi anni giovanili non può far altro che costatare come i suoi “impeti di temerarietà si” identificassero “il più delle volte, con [...] un ferreo “voglio”, il quale a sua volta aveva per molla una smodata ambizione”. Il 17 luglio 1896, una nuova conquista che non mancò, tuttavia, di generare polemiche. Come già fatto, in circostanza analoga, da Antonio Dimai alla Torre del Diavolo, Tita raggiunge la cima di quella guglia che intitolerà a De Amicis grazie ad un complesso gioco di corde, durato circa quattro ore. Traversa dalla Torre di Misurina, distante una ventina di metri, grazie alla costruzione di un ponte di corda. L’impresa, come egli dice “scatenò un coro di lodi e ancor più di critiche acerbe ...”. Piaz si difende riconoscendo “il più ampio diritto di critica a tutti” ma “...d’altra parte non avevo mai detto di aver fatto un’arrampicata”.

Tita Piaz in una foto di Autore ignoto (archivio P. Melucci) a destra: La casa paterna di Giovanbattista Piaz (da “Mezzo secolo di alpinismo” Ed. Cappelli 1949)

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nella pagina a fianco:

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Arriva il 1900, Tita parte soldato dove rimarrà in stato di ferma per circa due anni fin quando è congedato a causa della morte del padre. Sposa Marietta e continua la sua attività di guida clandestina. Stando spesso seduto fuori il Rifugio Vajolet accarezza il desiderio di dare un suo nome ad una cima, prima fra tutte proprio quella di fronte al Rifugio. Nemmeno una delle ipotesi sembra essere di suo piacimento. Finisce per dare nome a quella cima Punta Emma, in omaggio ad Emma Dallagiacoma, lavapiatti del rifugio, con la quale molti, erroneamente, pensano ne abbia scalato la parete nord est. Ma c’è, invero, anche un’altra parete est ad attirarlo con la sua maestosità, quella del Catinaccio che ancora nessuno ha scalato, eccezion fatta per Antonio Dimai che già vi aveva aperto una via, nell’agosto 1896, in compagnia di Luigi Rizzi, una via straordinaria per l’epoca. Nel 1899 ritenta, dopo un primo tentativo fallito. Raggiunta la grande depressione centrale gli occorre un po’ di tempo per rendersi conto di ciò che ha fatto: “Avevo compiuto la traversata diagonale dell’intiera parete del Catinaccio”. Scrive Alessandro Gogna: “quando tentò di salire in solitaria la grande via di Dimai: sotto al temutissimo camino, passaggio chiave della via, sentì venir meno l’ardire e si spostò a destra nella parete; si spostò così a lungo che finì con l’effettuare la prima traversata della parete stessa”. Incontra due guide che salgono dalla via normale, ultimato il racconto di questa sua affascinante esperienza, gli rispondono d’istinto: “Tu sei un demonio!”. Ma Tita non è ancora soddisfatto, è in giornata di grazia, raggiunge, scendendo al Passo Santner, la Croda di Re Laurino e ne scala la prima torre, senza fermarsi ne scala anche la seconda, la terza, la quarta, la quinta ... Non è ancora pago, sale sulla cima di quella guglia, ancora inviolata, poco lontana dalla Torre Delago che prenderà nome Spiz Piaz e quindi la stessa Delago ... una

folla lo attende al Vajolet dove sul libro del rifugio scriverà “SETTE PUNTE IN OTTO ORE”. Non dimenticherà, nell’euforia generale, di precisare l’eventuale costo per una ripetizione delle vie percorse. Ma quella parete ben visibile dal Vajolet e solcata da una fessura invitante lo attrae in modo particolare: naturalmente la nord est della Punta Emma. Venuto a conoscenza che alcuni alpinisti ci hanno messo gli occhi sopra, non perde tempo e decide per un tentativo. Giunge a “circa metà parete, ove la fessura, chiudendosi quasi perfettamente in una specie di strapiombo forma, appunto, la chiave della scalata”. Ridiscende deciso a cercare un compagno disposto a dividere con lui il rischio e la gloria dell’ascensione ma, non trova nessuno e ritenta da solo. Una folla numerosa si raduna, come in altre occasioni, davanti al Rifugio; in breve Piaz sale fino al punto massimo raggiunto nel precedente tentativo. “... la spaccatura nella quale non potevo introdurre che la mano sinistra, era lunga parecchi metri e sembrava strapiombante ... [...] In quell’istante [...] giocai il “va banque” con la vita”. In quel passaggio mette tutta la “... forza, l’elasticità, la giovinezza, l’amor proprio, l’ambizione dell’arrampicatore ...” e da quel giorno, superato l’ostacolo, viene “preso sul serio anche dai veri alpinisti”. Lo stesso Antonio Dimai, considerato, e non solo da Piaz, un alpinista straordinario, il più completo in circolazione, gli riconosce grande merito. Gli confessa anche di aver sentito dire che ha “fatto delle cose straordinarie e che m’avete perfino sorpassato ...”. Per Tita è molto più di quanto una persona possa sperare nella vita. Un fatto è certo, la salita della Punta Emma fu, ed ancora oggi è, un evento che segnava una tappa fondamentale dell’evoluzione alpinistica. Lo stesso Paul Preuss, che più avanti ritroveremo, non esitò a dichiararla “Un’impresa che non ha paragoni in relazione al tempo”. Antonio Berti nella sua Guida delle Dolomiti Orientali ricorda anche come “la salita alla Punta Emma portò l’alpinismo ad un livello superiore a quello raggiunto nel 1887 da Winkler”, tuttavia va ricordato che lo stesso Piaz respinse sdegnosamente il confronto. Nel 1902, per la prima volta, si reca in Brenta dove, in compagnia dell’amico Franz Wenter di Tires sale il Campanile Basso, sesta ascensione. Nuovi guai sono all’orizzonte, non possedendo la patente di guida alpina viene ripetutamente multato per professione di frodo. D’altronde Tita non aveva grande considerazione per il mestiere di guida che era, secondo lui, un servizio che, per necessità di cose, è “ ... troppo servile, troppo strisciante, quindi assolutamente inadatto alla mia concezione etica e sociale”. Prosegue intanto la sua attività: nel settembre 1905, agli Spalti di Toro, compie la prima ascensione dei Campanili Olga, Domegge e, soprattutto, del Campanile Prà di Toro, per la parete nord ovest, lungo un itinerario che molti definirono impressionante per la spaventosa esposizione. Una via nuova alla Cima Toro, alla Punta Pia, al Castellato e la traversata del Campanile di Val Montanaia dove effettua la più lunga calata di corda fino ad allora conosciuta nelle Alpi

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Torri del Vajolet e, a sinistra, la Punta Emma (foto R. Masoni)

La grande indole di Tita nell’arrampicare diviene oggetto di credenze nate spontaneamente nell’immaginario collettivo. “Nella Valle di Fassa, e anche un po’ più distante, s’era formata ed era diffusa la leggenda che Piaz avesse stretto un patto col Diavolo”. Il modo di arrampicare, la sua inesorabile progressione su pareti povere di appigli, il fatto di tenersi appeso a minuscole sporgenze della roccia, non sono gli unici elementi che contribuiscono a diffondere questa credenza ma anche


il suo aspetto, il suo carattere, il modo di comportarsi. La maggioranza delle persone “la prima volta che mi vedono sentono per me qualche cosa che non si chiama precisamente simpatia ...”. Comincia a circolare quello pseudonimo al quale rimarrà legato tutta la vita: Diavolo delle Dolomiti. Un’appellativo che è causa, talvolta, di originali comportamenti da parte degli abitanti della Val di Fassa. Non gli era raro infatti “... incontrare qualche vecchierella che, quando mi vedeva passare, istintivamente si faceva il segno della croce ...”. Tutto il comportamento di Piaz non faceva altro che alimentare certe voci, non ultimo “l’essere proprietario di un gran cane che avevo battezzato Satana, un cagnaccio...” oppure “il fatto di essere troppo irridentista”, probabilmente l’unico ad abitare la valle. Tutti elementi, insomma, non “adatti a sfatare la fantastica leggenda”. A dir la verità, tuttavia, non è che ciò rispondesse esattamente alla realtà: lo stesso Piaz si vantava di non essere “ ... mai riuscito a far paura né ai miei creditori, né a mia moglie”. Nell’agosto 1908 compie un’impresa fino ad allora ritenuta impossibile, una discesa lunga oltre cento metri, in corda doppia da una parete strapiombante. E’ una discesa paurosa, che si conclude con successo, nel contesto di una “prima” che avrà poco seguito e sarà raramente ripetuta: la traversata delle sei Torri del Vajolet. Nell’agosto 1911, Paul Preuss, alpinista formidabile ed autore di alcune fra le più straordinarie ascensioni in Dolomiti, pubblica un articolo, rimasto celebre, dove condanna l’uso dei mezzi artificiali per la progressione in parete. La filosofia dominante, senza dilungarmi troppo, è che “la montagna va vinta cavallerescamente”, senza l’aiuto di chiodi o di altre diavolerie. Sostiene inoltre, Preuss, che gli alpinisti devono essere capaci non solo di compiere l’ascensione ma anche di discendere, una volta raggiunta la cima, ed anche in questo caso senza l’aiuto di alcun mezzo. Spinto anche dalle pressioni dell’ambiente, Tita risponde a Preuss dando vita ad una storica polemica. “Io voglio ammettere senz’altro che il valore di una scalata senza mezzi artificiali sia infinitamente superiore a quello di una scalata artificiale, ma non concedo che questo aumento di valore avvenga a spese della sicurezza personale, poiché penso che la vita non ha equivalenti [...] ...condurre a termine una scalata con la massima riduzione del pericolo“ è “un principio più saggio e soprattutto più umano”. Sostanzialmente la discussione verte su due argomenti: l’uso dei chiodi come strumento di protezione e le limitazioni alla libertà dell’alpinista. Sul primo argomento la posizione di Tita, lui che di chiodi ne aveva sempre messi pochi, è chiara; “se un chiodo avesse salvato un’unica vita, ciò sarebbe sufficiente a giustificarne l’uso”. E’ una visione molto meno eroica, diciamo così, del problema. Non risparmia critiche a Preuss quando non fa “distinzione alcuna fra uso ed abuso [...] non tenga affatto conto della psicologia, delle concezioni personali del singolo alpinista [...] che calpesti quasi cinicamente tutto ciò che non corre parallelo alla sua teoria [...] merita la più aspra critica. [...] Come si può essere così ciechi, così abbagliati dalle proprie idee [...] da non riconoscere l’enorme pericolo al quale si andrebbe incontro con l’abolizione assoluta dei mezzi artificiali?”. Si associa tuttavia “perfettamente al giudizio di Preuss” nel riconoscere i “chiodi come mezzo di sicurezza preventiva e non come surrogati di appigli e magari di scalini”. Un’ironica osservazione la riserva sul chiodo inteso come mezzo di discesa quando si pretende di dimostrare che “... la discesa senza corda non è più difficile e pericolosa della salita.

Tita Piaz con Edmondo De Amicis in una foto tratta dal volume “Ritratto di alpinista” edito dal Centro Documentazione Alpina di Torino In teoria è giusto, in pratica no. Fino a prova contraria in salita è la testa che [...] cerca la strada e le possibilità per le mani ed anche per i piedi. [...] In discesa invece sono questi ultimi che vanno avanti, se tutto va bene, ed è risaputo che ai piedi Dominedio credette superfluo regalare un secondo paio d’occhi”. Conclude dicendosi incapace di capire perché “si voglia aggiogare il rocciatore a norme fisse, imporgli dogmi restrittivi, restringerli la libertà personale e ridurre l’alpinismo ad un’attività codificata. Si va in montagna per essere liberi [...] per non inciampare ogni due passi in imposizioni e proibizioni meticolose”. Un’affermazione di assoluta attualità. La risposta di Preuss non si fa attendere: “Il tentativo di Piaz di voler documentare il diritto dell’uso dei mezzi artificiali con lo sviluppo storico dell’alpinismo significa semplicemente il voler chiudere gli occhi di fronte a fatti storici. [...] Non mi stupisce che Piaz attacchi anche la mia asserzione che si possa discendere liberamente come si è fatto in salita. Che Piaz purtroppo, ad onta della sua straordinaria arte arrampicatoria, abbia, come tutti gli arrampicatori delle Dolomiti, l’abitudine di discendere per la corda anche i passaggi mediocremente difficili, è oltremodo deplorevole”. Piaz non ritenne di alimentare oltre la polemica, non intervenne con nuovi argomenti a favore della sua tesi “e poiché l’assente ha sempre torto, si finì col dar ragione a Preuss in via di massima, accettando però il mio principio dell’uso moderato dei chiodi come sicurezza”. Uso moderato quindi, diceva Piaz. Il passaggio è importante per capire bene la sua filosofia che era sì distan-

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te da quella di Preuss, soprattutto in funzione della sicurezza, ma non al punto da legittimare l’uso incondizionato del chiodo. Memorabili sono, sull’argomento, le sue polemiche con Hans Steger che, come scrive Gian Piero Motti nella sua Storia dell’Alpinismo, “pare, avesse il “martello un po’ facile”, ossia ripetendo itinerari aperti dai primi salitori senza alcun chiodo, si aiutava invece con diversi e svariati aggeggi di quel genere, suscitando naturalmente le ire di coloro che erano passati in arrampicata libera”. Il dibattito generato da Preuss non si esaurì, altri noti alpinisti furono coinvolti nella discussione che raggiunse toni assurdi, si discuteva sul numero di chiodi da usare per determinate ascensioni, sulla forma che dovevano avere, sul tipo di moschettoni da utilizzare. Tanto per fare un esempio, Nieberl, alpinista molto conosciuto, sosteneva che all’alpinista, come ricorda A. Tanesini in Tita Piaz, il Diavolo delle Dolomiti, andava concesso solo l’uso di tre chiodi che “potevano essere sufficienti per permettere ad un tempo sicurezza e successo”.

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Comunque sia, nella primavera del 1913, poco dopo aver salito il Campanile “de Roe de Ciampié”, poco sopra a Pera, un obiettivo al quale teneva in modo particolare, un fatto nuovo scalda l’ambiente: Tita Piaz invita Paul Preuss per una scalata allo Schusselkarsudwand precisando che si sarebbero messi d’accordo “adottando, forse una volta tanto, il sistema delle concessioni reciproche giustificate dall’importanza del problema”. Preuss accetta l’invito, attaccano la parete ma, purtroppo, l’ascensione non si concluderà. Piaz pianta un chiodo per proteggere un marcato strapiombo, è l’origine di feroci discussioni e minacce di abbandono; nel tardo pomeriggio, quasi al buio, si resero conto, forse, di aver perso fin troppo tempo a discutere. Poco dopo, nell’ottobre dello stesso anno, Paul Preuss muore, ha soltanto 27 anni; l’ultima immagine a restare viva nella memoria di Piaz sarà “lì sul magnifico altipiano, di fronte alla parete immacolata, divinamente illuminata [...]” dove strinsi “per l’ultima volta la mano a Paul Preuss, il fantastico alpinista, il più alto e puro Cavaliere della Montagna”. I valori erano stati ristabiliti; ad accomunare questi due straordinari personaggi, al di là delle personali convinzioni, era stato, ancora una volta, l’amore per la montagna. Nel 1912, gli viene tolta la gestione del Rifugio Vajolet. La proprie-

tà del rifugio, che a quei tempi, era della Sezione di Lipsia, decide di non poter sopportare oltre che Piaz “colà eserciti” il mestiere di guida alpina “come fosse patentata”, per la Sezione “è una cosa che sorpassa ogni limite”. Dietro a questo provvedimento non era difficile tuttavia individuare anche motivi politici. Tita non si dà per vinto e costruisce, a poca distanza dal rifugio “un minuscolo bazar in legno, con rivendita di cartoline, ove attualmente sorge il rifugio Preuss”. Purtroppo è un ripiego e si accorge ben presto che il “bazar non era sufficiente” e che quindi doveva, in qualche modo, “pensare alla costruzione di un piccolo rifugio”. Costretto dagli eventi, decide di iniziare le pratiche per ottenere la patente di guida alpina. La Sezione del CAI di Bolzano, ove le presenta, respinge la domanda ritenendolo non idoneo. Piaz si rivolge allora alla Luogotenenza di Innsbruck dove finalmente ottiene la sospirata patente. Una patente che, d’altronde, non ha mai amato; dirà anni dopo: “Ricordo vivamente la forte ripugnanza che sentivo quando, per disciplina di mestiere, dovevo qualche rara volta esibire il mio libretto, perché mi sembrava un’umiliante ipocrisia”. Per Tita si aprono, tuttavia, nuovi orizzonti, forse un futuro di maggiore responsabilità in un ruolo diverso da quello fino allora svolto, sicuramente, come egli afferma, si chiude “il periodo più bello della mia vita d’alpinista”. Scrive Gian Piero Motti (op. cit.): “L’importanza di Piaz dal punto di vista alpinistico è fondamentale in questo periodo di inizio Novecento: accanto alla notevole attività svolta con i clienti, Piaz fu una delle poche guide a condurre per proprio conto un’attività alpinistica assai sostenuta, dimostrando che la passione e la sete d’avventura erano certamente superiori agli interessi di lavoro”. Venti di guerra stanno addensandosi all’orizzonte. La posizione di Tita è chiara, non ha mai fatto segreto delle sue simpatie politiche: “Ero un ardente discepolo di Cesare Battisti e del suo vangelo [...] Per me la redenzione del Trentino avrebbe dovuto significare la prima tappa sulla via della redenzione sociale sfociante negli Stati Uniti di Europa”. Un disegno politico di un’attualità sconcertante. Piaz si riconosce sostanzialmente nell’ideale socialista ed accetta, rabbioso, l’idea della guerra pur condannandola “come superato metodo di rivendicazioni politiche e sociali”. Non sopporta lo sgomento che “un pugno di irresponsabili, di paranoici

e di delinquenti” fosse stato “capace di scagliare i lavoratori dei vari stati d’Europa gli uni contro gli altri in una guerra fratricida”. Mosso da queste sue personali convinzioni non ha difficoltà a scegliersi una linea di condotta; fin dall’inizio si specializza, come egli dice, “nel sabotaggio e favoreggiamento di disertori”, viene spedito in una cancelleria di Trento dove ha “la possibilità di lavorare in mille modi alla demolizione dell’aborrita Austria”. Saranno cinque anni di resistenza, se così vogliamo chiamarla. Il 26 aprile 1915 arrestano sua moglie ma l’obiettivo è un altro: è lui, Tita Piaz. In breve anche l’Italia entra in guerra, Tita diserta, finisce in ospedale, viene di nuovo destinato ad un lavoro di “scribacchino” ed infine conosce l’esperienza della prigione, a Lambach. Non si fa illusioni, tutto fa pensare che il suo viaggio terreno sia ormai concluso: “... per me non poteva esistere che un’unica, tremenda realtà: la forca”. Ma la fortuna gli sorride, viene trasferito al carcere di Linz e quindi destinato al fronte. Si finge malato, convinto di non voler sparare nemmeno un colpo di rivoltella. Lo spediscono a Vienna e, dopo alterne vicende e dopo la disfatta di Caporetto, mandato all’est. Nel 1917, alla riapertura del parlamento austriaco, scrive un memoriale che invia ad un deputato socialista; è un memoriale “rigorosamente oggettivo” della sua situazione. Finalmente, grazie anche al caos regnante, riesce ad eludere la sorveglianza e, nascostamente, dalla Jugoslavia, ove si trova, raggiunge Ancona e da qui Verona, Trento. Era riuscito ad evitare miracolosamente le forche di Francesco Giuseppe anche se, essendo austriaco, fu di nuovo incarcerato dagli italiani. Finalmente, nel 1919, torna in Val di Fassa. Sono stati cinque anni duri, fisicamente e moralmente. Cinque anni ove non ha, praticamente, avuto notizie da casa, poche anche quelle sulla moglie, non sa quale sorte sia toccata ai figli. Tornando nell’amata valle, non può reprimere un grido soffocato: “Quante e quante volte, durante quegli interminabili cinque anni di lontananza, avevo sospirato e invocato le mie crode profanate, e quante volte s’era spenta in me ogni speranza di rivederle”. Con un amico sale subito sulla cima della torre più amata, la Winkler. Giunto in vetta libera al vento il tricolore, lo pianta nella roccia e lancia un urlo, quasi un canto di speranza: “ ... l’inno santo [...] della libertà e di una nuova migliore umanità”. Tita ha 29 anni, nel Kaisergebirge c’è una parete, la ovest


giorno anche Preuss avrebbe compreso certe mie personificazioni della montagna”. L’ascensione riesce, quando raggiunge la vetta è ormai buio. A posteriori, non può fare a meno di ammettere che “forse mai, come quel giorno, ebbi bisogno di tutto il mio sangue freddo, di tutto il mio equilibrio spirituale”.

Tita Piaz con la sua bicicletta ed il fedele Satana del Totenkirchel, fra le più temute dall’ambiente alpinistico dell’epoca; quella ritenuta, non a caso, uno degli ultimi problemi delle Alpi. Diventerà la sua salita più celebrata; il passaggio chiave sarà chiamato “Parete Piaz”. Col termine della stagione turistica, Piaz si incarica di portare avanti, nei freddi mesi invernali, il coordinamento del teatro fassano. Discende da una famiglia che conservava una certa tradizione in materia, molti suoi parenti, anche suo padre, erano stati teatranti. Diventa quindi direttore filodrammatico, dando notevole contributo alla tradizione teatrale, d’altronde molto seguita, e portando alcuni cambiamenti che gli procurano non pochi fastidi. Nonostante ciò “con tutti i miei sforzi ero riuscito a mettere insieme una buona compagnia ...”. Viene eletto Sindaco di Pera, acquista l’Albergo Col di Lana al Passo Pordoi. Poi “un giorno dell’agosto 1928 venne a cercarmi l’amico Alberto Bonacossa e mi confidò che aveva scoperto un magnifico problema nel gruppo del Latemar”; lo spigolo della parete nord della Punta Latemar. Ne parla anche con il grande Dibona che conferma la sua impressione, lo spigolo è di una “friabilità impressionante”. Parte comunque per la nuova scalata che egli definirà, in seguito, come la più pericolosa delle sue tante ascensioni: “mettevi il piede su di una sporgenza e questa si staccava, afferravi un appiglio e ti rimaneva in mano, cercavi di battere un chiodo e dopo pochi colpi esso se ne partiva sibilando verso l’abisso con tutto il franamento della roccia ...”. Tita va avanti, prosegue lentamente verso l’alto esaurendo “l’intera enciclopedia delle imprecazioni e delle bestemmie”, convinto che “...quel

Siamo nel 1933, Sandro del Torso, spesso compagno di cordata di Emilio Comici, lo invita per risolvere uno degli ultimi problemi rimasti sulle Torri del Vajolet. Tita accetta e si danno appuntamento per il giorno dopo: “Sandro non si fece aspettare e la sera successiva comparve con Maraini, che io non conoscevo ma che mi fece ottima impressione”. La notte dorme male e la mattina dell’ascensione si alza “in pessime condizioni di spirito e di corpo, privo d’ogni entusiasmo” come, in vita sua, non gli “era mai capitato”. Tita è svogliato, dopo aver attaccato la parete sente più di una volta, dentro di se “una gran voglia di battere in ritirata”. Ancora non sa che quella diventerà una delle sue salite più celebrate: un chiodo tira l’altro, faticosamente guadagna centimetro su centimetro di quella parete strapiombante circondato dalle apparizioni di Preuss che lo rimprovera dei tanti chiodi messi. Finalmente, raggiunto un buon posto di sosta al termine delle difficoltà, recupera i compagni che lo raggiungono: “Quando i miei due valorosi compagni mi ebbero raggiunto, nel loro abbraccio sentii fremere tutta la gioia e l’orgoglio di aver portato a termine una cosa grande. [...] Così finii a 54 anni la mia più difficile ‘prima’. Avevo vinto, sospeso nel vuoto per sette ore”. Anche Fosco Maraini ricorderà, proprio su queste pagine, l’episodio con grande commozione, con grande ammirazione per Piaz. Si era chiuso un periodo, nessuno meglio di Antonio Berti ha saputo condensare il significato e l’immagine di Tita Piaz: “Con la sua ansia fremente, con la sua energia formidabile, con la sua potenza tecnica meravigliosa, apparve allora il dominatore della montagna dolomitica”. La seconda guerra mondiale è alle porte, da alcuni anni Tita aveva ripreso la gestione del Rifugio Vajolet dove non mancavano segnalazioni di episodi di intolleranza nei confronti di frequentatori di lingua tedesca. Ancora nel 1928, la guida Die Dolomiten scritta da Gallhuber riportava che “Al Rifugio Vajolet , gestito da Tita Piaz, gli alpinisti tedeschi non sono visti di buon occhio ed è quindi

Alpinismo Fiorentino

Nel 1932 Tita Piaz conosce Emilio Comici, è il 3 agosto. La circostanza non è delle migliori, si tratta di andare in soccorso di due alpinisti bloccati sulla ovest del Catinaccio, da qualche ora stanno lanciando grida di soccorso. Tita ha ormai finito di costruire il suo rifugio a pochi passi da quello del Vajolet dove non aveva più messo piede. La situazione è grave, rinuncia al suo orgoglio ed entra nel rifugio dove chiede se qualcuno sia disposto ad andare con lui; in tre si dicono disposti ad aggregarsi in questa delicata operazione di soccorso, uno dei tre è Emilio Comici. Non avranno occasione di conoscersi meglio; come spesso accade “terminata la sublime opera di altruismo i salvatori se ne vanno per il loro cammino, forti solo del crisma di quanto c’è di buono e di eccellente nell’anima dell’uomo” (da Salvataggi Alpini di Tita Piaz Lo Scarpone 1943). Al grande Emilio, dopo la sua morte, Tita riserverà parole di autentica ammirazione: “Lo incontrai ancora poche volte, non lo conobbi più da vicino, ma non era nemmeno necessario. [...] Emilio rimase alpinista nobile [...] innamorato della montagna nel senso più puro della parola, disinteressato sino alla prodigalità, anche quando dovette maneggiare la corda per professione per poter vivere nelle nostre, nelle sue montagne”.

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consigliabile ad ogni buon tedesco di prendere alloggio al Rifugio Gardeccia distante appena tre quarti d’ora”. Nel 1944 viene arrestato, la situazione non è rosea, la SS non scherza e Tita rischia di nuovo di essere giustiziato, soprattutto se fra i suoi “scritti avessero trovato il materiale che soprattutto poteva minacciarmi”. Incarcerato con lui, c’è anche Francesco Jori, suo allievo, anch’egli preoccupato per un futuro che non si presenta dei migliori. Per Tita, c’era il pericolo che la SS venisse “subito a prelevarmi” qualora fosse stato trovato anche un solo documento compromettente. Fortunatamente l’interrogatorio andò bene e Tita ebbe “la certezza che la SS non aveva nelle mani i miei più compromettenti scritti e che non mi si faceva altro addebito che il mio passato antecedente all’8 settembre 1943, il quale, secondo proclama, non costituiva reato”. Furono trasferiti nelle carceri di Bolzano, messi “in un buco sotterraneo che avrebbe potuto servire in agosto per la conversazione delle patate”. Terminato il periodo bellico, Tita potè “ben dire di esser stato fortunato, uscendo miracolosamente incolume dalle grinfie della SS con tutto il carico del mio passato sulle spalle”. A guerra finita, nel settembre 1947, Piaz celebra le sue nozze d’oro con il Catinaccio. E’ un’ascensione commovente, struggente per Tita che all’attacco ha “dovuto lasciare in custodia [...] la minuscola nipote di tre anni, perché nella parete ancor priva di sole fa un freddo indiavolato. L’avrei portata così volentieri, la mia minuscola Mariangela, anche perché le si incidesse nella memoria il ricordo del nonno nel giorno di una sua grande festività alpina”. Nel 1948 Giovanni Battista Piaz, detto Pavarin, muore cadendo di bicicletta. Forse avrà smarrito un po’ dello spirito che lo sorreggeva in gioventù ma l’amore per le sue montagne e la voglia

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Tita Piaz al Rifugio Vajolet

di viverle non lo ha ancora abbandonato, anche nel suo ultimo giorno di vita stava progettando una salita alla Winkler. Scende giù al paese perché ha “da guardare i muratori”. Dino Buzzati pubblicherà, il 29 agosto 1948, un toccante articolo sull’Europeo. Con Piaz non se ne andava solo uno dei più straordinari, formidabili alpinisti del nostro secolo. Considerarlo solo un alpinista, per quanto grande, è riduttivo. Scrive Sandro Prada, in Alpinismo Romantico: “I suoi occhi grigio azzurri esprimevano sotto le ciglia folte e corruscate, bontà e comprensione. E le profonde rughe che solcavano la sua piatta fronte parlavano di lotte, di delusioni, di dolori. La “magnifica belva che artigliava le rocce” e che ruggiva contro gli uomini, era invece tutto uno strano impasto di amore per la montagna e per l’uomo. L’eccezionale dura corazza del suo fisico e della sua rude apparenza chiudeva in sé un tesoro nascosto: un senso profondo di umanità scaturiva dal suo cuore e ne informava ogni sua azione.” Tita era un uomo intelligente, superava di gran lunga la media culturale dell’epoca, scriveva con raffinata semplicità. I suoi libri non sono solo una cronaca delle sue, e di altre, ascensioni ma anche punti fondamentali della letteratura di montagna; toccano argomenti e tracciano profili storici di assoluta puntualità. Aveva una visione molto attuale dell’alpinismo, si spinse in analisi, forse anche ironiche certo, ma che dimostrano come avesse colto, con largo anticipo, tendenze che si manifesteranno solo molti anni dopo la sua morte. Ad esempio sulle chiodature e sulle scale di difficoltà: in alcune note in preparazione del suo secondo libro scrisse: “Le inchiodature rappresentano uno sport a sé e dovrebbero quindi avere una scala propria [...] quella ad oltranza è separata dall’alpinismo classico da un abisso profondo”. In quest’ottica non mancava di individuare modelli per il futuro, cioè “l’alpinista, il rocciatore, l’acrobata”. Come si vede aveva, sotto certi aspetti, centrato, con grande intuito, il problema. Tita era “prima di tutto, un montanaro intelligente, istruito, aperto a tutti i problemi del suo tempo, sacrilegamente ribelle, patriota, geniale, pazzamente innamorato delle sue montagne [...] a volte generoso fino all’eroismo” (Piero Rossi - I cento anni del Club Alpino Italiano). Contrariamente allo pseudonimo che lo accompagnò per quasi tutta la vita, più che un diavolo fu, per molti, un angelo, tale è il numero delle persone che, disinteressatamente, salvò; tale è il numero dei soccorsi da lui effettuati, si parla più di cento salvataggi. Politicamente fu ribelle ma per tutta la vita, coerente con i suoi ideali. Seguitò a dichiararsi socialista anche sotto il regime fascista dando prova di avere un coraggio non comune. D’altronde conobbe la galera sotto tutti i regimi, sotto tutti i governi; lui che era amante della libertà, dell’indipendenza, insofferente ad ogni forma di governo. Al Vajolet torno spesso, quasi ogni anno. Non porto più la pezzola annodata agli angoli, i tempi sono cambiati ... e con loro sono cambiato anch’io. Molti dei miei atteggiamenti sono rimasti un peccato di gioventù; solo a me stesso devo ancora dimostrare qualcosa, cosa che peraltro fa parte di un percorso non ancora finito, che è ancora incompleto. Gironzolo ancora volentieri intorno al


Rifugio cercando d’immaginarmi il luogo ai tempi di Tita quando una folla numerosa lo accoglieva al ritorno di una delle sue tante conquiste. Quasi riesco a vederlo, indaffarato a sistemare qualcosa o intento a preparare il materiale per una nuova ascensione; il fido Satana con la corda legata sul groppone, com’era solito fare. Mi capita spesso di stare alcuni minuti con lo sguardo fisso su quella fessura che guarda il rifugio cercando nella memoria ricordi ormai dimenticati. Forse sto invecchiando ... e forse, con la vecchiaia, affiora un po’ di sentimentalismo, come in tutti coloro che hanno qualche anno nello zaino. Ma se, alla fine, tutto avrà un senso; se davvero sarò capace di scalare, con gioia, la parete più strapiombante della mia vita ... allora, diavolo di un Pavarin ... finalmente potrò sfiorarti e dirti che anch’io, come te, ho sentito “mille voci sconosciute” che “intonano l’inno [...] all’immensità del creato, alla vita” e che anch’io ho sentito rispondere “dalla vetta [...] dalle valli e dalle selve oscure [...] un altro coro [...] comprensibile solo a quella esigua schiera [...] che sente la suprema poesia della [...] montagna, e la gioia purissima del trionfo, uno dei regali più preziosi che fioriscono nel magico giardino del Creatore”. Ma sì ... mi sembra quasi di vederti, sorridente, le mani in tasca. Mi sembra quasi di sentire la Tua voce, il tono abituale, quello che non ammette repliche: “Ora smettila di scrivere sciocchezze ... pigmeo! “. Seguiteremo a portare il tuo nome sulle montagne del mondo. Auguro lunga vita alla Tua Scuola di Alpinismo. Roberto Masoni

PUNTA EMMA CAMPANILE TRIER CAMPANILE PAOLA CAMPANILE FASSA GUGLIA DE AMICIS CAMPANILE TORO TORRE EST (Vajolet) TOTENKIRCHEL CIMA TOSA TORRE DELAGO CATINACCIO CENTRALE SCHENON (Latemar) CATINACCIO CENTRALE SASS PORDOI SASS PORDOI TORRE WINKLER SASS BECCE’ SASS BECCE’ SASS DE FORCA OCCID. SASS PORDOI SASS DE FORCA DI MEZZO SASS DE FORCA ORIENT. SASS PORDOI TORRE WINKLER

estate 1900 sett. 1905 sett. 1905 sett. 1905 17.07.1906 21.09.1906 18.08.1907 1908 28.07.1911 09.08.1911 1912 1926 29.08.1926 12.09.1930 1932 20.09.1932 1933 1933 22.07.1933 25.07.1933 04.09.1933 08.09.1933 27.09.1933 31.08.1935

Parete NE (“Fessura Piaz”) Travers. da Camp.Trier Travers. da Camp.Misurina Parete NE Parete SE (“Camino Piaz”) Parete O Parete NE Spigolo SO Parete O Spigolo NO Diretta N Parete SO Pilastro S (“Via Maria”) Parete NE Parete S (“Via diretta”) Spigolo S (“Via della fessura”) Parete S Parete SO (“Via del finestrone”) Parete SO Diedro S (“Diedro giallo”) Spigolo pilastro S Spigolo E (“Spigolo Piaz”)

in solitaria G.B.Trier G.B.Trier G.B.Trier G.B.Trier G.B.Trier E.Kronstein M.Michelson F.Jori - I.Glaser H.Delago A. e M.Bonacossa - V.Dezulian V.Dezulian L.Schebler - B.Seligmann V.Dezulian S.del Torso - F.Maraini S.del Torso S.del Torso - M.Bonacossa - H.Tutino S.del Torso S.del Torso S.del Torso S.del Torso S.del Torso - F.Piaz - R.Springorum S.del Torso - F.Maraini

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foto Archivio F. Maraini

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Alla vigilia d’un lungo soggiorno sulle Alpi mi ero permesso di chiedere a Maraini un contributo per il volume del cinquantenario della “Piaz”: quale miglior testimone potevamo trovare se non chi, come Fosco, si era legato in corda sia con Tita che con Emilio? Con la consueta, squisita gentilezza ho ricevuto, a suo tempo, il seguente manoscritto, accompagnato da una toccante lettera in cui l’A., tra l’altro, mi dice:

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“..Ti ho scritto un testo buttato giù così alla buona sul filo dei ricordi. Spero che riuscirai a capirci qualcosa nella mia orrenda calligrafia! ... Riguardo al pasto di cornacchie arrosto, è rimasto un punto fermo nei miei ricordi. Mi sembra che serva bene a qualificare il carattere di Tita, sempre originale, sempre in polemica con la società, le istituzioni, le regole, gli usi e costumi dei borghesi regolati e a modino, coi quali non amava venir accomunato in alcun caso... Purtroppo mi trovo ormai a metà del 91mo anno di età e con molti guai addosso. Tra l’altro ho dovuto smettere di scrivere a macchina. Ora sono quassù in Apuane...in alto sopra l’Alpe di S. Antonio...si respira un fresco invidiabile!...” Paolo Melucci


Nella solitudine del rifugio Coldai fraternizzammo subito con i due (per noi eroi!) Comici e Benedetti. Loro si presero un paio di giorni di riposo dopo la faticata spaventosa della parete nord-ovest. Vicino al Coldai c’era un grosso masso erratico sul quale gli arrampicatori avevano tracciato decine di piccole vie, dal facile all’ultradifficile. E lì per un paio di giorni, sotto la guida di Comici e Benedetti ripetemmo, non ricordo quante volte, varie vie sul masso. I due maestri erano così esperti ed abili che ci trascinarono su per strapiombi che non avremmo mai osato affrontare da soli. Alla fine del breve riposo i due maestri partirono per la valle. Benedetti tornava in città ma Comici aveva ottenuto proprio poco prima la licenza di guida alpina ed era stato destinato a Misurina. Lasciandoci Comici ci disse: cari ragazzi, venite a trovarmi a Misurina. Potremo fare qualche salita insieme! In realtà Comici conosceva gran parte delle Dolomiti ma doveva impratichirsi anche delle crode di Misurina e dintorni. Era dunque una combinazione vantaggiosa per tutti quanti! Sotto la guida abilissima, quasi direi affettuosa, di Emilio, Bernardo ed io scoprimmo d’esser capaci, almeno da secondi e terzi di cordata, di affrontare delle salite generalmente considerate difficili, molto difficili ed anche estremamente difficili, cioè di terzo, quarto e quinto grado della scala allora conosciuta tra gli alpinisti che facevano salite su roccia. Più o meno allo stesso tempo, in tutt’altra parte delle Dolomiti, un grande alpinista del tempo, cioè il conte Alessandro del Torso, di Udine, stava studiando con la guida Tita Piaz una possibile soluzione per un grosso problema, allora ancora insoluto, delle Alpi Orientali: la parete nord-est della Torre Winkler, nel gruppo del Catinaccio. I due avevano raggiunto degli accordi di massima. C’era però un particolare inquietante: ambedue, del Torso e Piaz, avevano 54 anni...Ci voleva almeno uno “sherpa” in

cordata che aggiungesse sangue giovane e vigore alla cordata, ricca di tanta esperienza e saggezza. Non so come i due anziani alpinisti individuarono in me lo “sherpa” del caso e del momento. Io, figurarsi, mi sentii AUX ANGES per tanta confidenza nelle mie capacità di alpinista, o per lo meno di portatore. Lasciai Misurina in motocicletta, recandomi al rifugio intitolato a Tita Piaz che raggiunsi in serata. Il giorno dopo, alle quattro, eravamo già in cammino per quella parete incombente che, vista da sotto, faceva veramente paura. Per me, povero “sherpa” della cordata, il tempo passava lentissimo. Infilato com’ero in un crepaccio di roccia ai piedi della parete, con un sacco di almeno trenta chili pieno di rifornimenti vari (corde, chiodi, moschettoni, martelli, staffe nonché cibo, acqua e simili) ascoltavo le grida dei miei due maestri là sopra: “Molla la trista” - urlava Piaz - (volendo dire la corda più sottile, delle due alle quali era legato) oppure “Tira la bona”, significando la più grossa. Finalmente venne anche il mio turno. Certo erano davvero postacci: la roccia era marcia, gialla, spesso si polverizzava tra le dita, d’altra parte sopra di noi non si vedevano che strapiombi. Mi sentivo un cuoricino piccolo e fragile, anche se avevo totale fiducia nelle capacità alpinistiche dei miei due maestri. Dopo un centinaio di metri risaliti quasi nel buio e superando uno strapiombo dopo l’altro, sbucai su di un aereo terrazzino. Finalmente un raggio di sole! (là sotto, al buio, faceva anche freddo..). E finalmente riuscii a vedere come procedeva la nostra cordata. Tita era impegnato su per una muraglia di roccia del tutto compatta, striata di nero dalle tracce della pioggia. Del Torso manovrava le due corde (“la trista e la bona”) a seconda di come servivano al capocordata. A metà del pomeriggio ci trovammo sopra un terrazzino piano e liscio, che sembrava scalpellato da mano umana. “Hic manebimus optime” esclamò del Torso e ci preparammo a divorare i nostri panini con formaggi e prosciutti vari...Sotto di noi si vedeva la capanna di Tita, dedicata a Paul Preuss e si notavano dei puntini semoventi, gli alpinisti ed escursionisti del giorno. Tita, a questo punto, tirò fuori dalla sua bisaccia da cacciatore di frodo un pacco di carta oleosa, sotto la quale si individuavano dei piccoli corpi d’uccelli neri. “Sempre originale, anche nei tuoi pasti, eh...” osservò del Torso. “Ma che sono?” “Cornacchie arrosto” rispose Tita “vicino al rifugio ce ne sono tante...E poi sono ottime! Volete assaggiare?”

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Tita Piaz morì nel 1948 (la famosa caduta di bicicletta!). I miei ricordi importanti del personaggio risalgono agli anni 1931 o ‘32, cioè all’archeologia della memoria. A quel momento mi trovavo in Dolomiti, a Misurina, dove con l’amico Bernardo Seeber, fiorentino anche lui, seguivamo Emilio Comici in numerose salite che, da soli, ci sarebbero state inavvicinabili. La combinazione era curiosa, vantaggiosissima per noi... Casualmente avevamo conosciuto Emilio Comici e Giulio Benedetti al rifugio Coldai, sul Monte Civetta, di ritorno dalla loro epica scalata, per una via tutta italiana, alla parete nord-ovest, una delle muraglie più impressionanti di tutte le Alpi.

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1971 Paolo Ponticelli sulla parete nord del Cengalo (foto L. Benincasi)

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Roberto Masoni La storia di una Scuola di Alpinismo non può essere scritta riducendola ad un elenco di salite, ripetizioni, vie nuove e solitarie. Non perché non siano importanti, è da queste che dipende il prestigio della Scuola, quanto perché c’è un’altra storia che merita di essere scritta. La storia di uomini, con i loro limiti e le loro virtù, che scelgono spontaneamente di impegnarsi nella costruzione di un modello ideale di alpinista; di dedicarsi all’insegnamento della tecnica senza tralasciare di introdurre, contemporaneamente, all’amore ed alla tutela dell’ambiente montano. Un ideale nobile che va ad assolvere un ruolo importantissimo se lo leggiamo sotto l’aspetto umano, culturale e sociale. E’ con questa premessa che mi accingo a scrivere la storia della Scuola di Alpinismo Tita Piaz, la storia di un’esperienza formidabile. Da cinquant’anni a questa parte.

Per dovere di cronaca, anche a Firenze c’era già stato un primo tentativo di organizzare un corso di arrampicamento. A proporlo al Consiglio Direttivo della Sezione, nel 1937, era stato Fosco Maraini che si sarebbe avvalso per questa iniziativa del contributo di Gino Soldà,

Mario (Marino) Fabbri (foto P. Melucci) allora nel pieno della sua attività e qualificato Istruttore di Alpinismo. L’iniziativa non ottenne il successo sperato; penalizzato dalla mancanza di adesioni il corso venne annullato. Ebbe, tuttavia, regolare svolgimento non più tardi di un anno dopo, a Palermo, città che evoca scenari marini e che invece dimostrò, in tale occasione, un entusiasmo non indifferente per le attività alpinistiche. Fu Mario Fabbri, chiamato da tutti Marino, a fondare la Scuola Alpinistica che dal grande arrampicatore fassano, scomparso nel 1948, prese nome. Scopi della Scuola furono quelli mutuati dal desiderio dello stesso Piaz e cioè quello di avvicinare ed educare i giovani alla montagna dando loro non soltanto il necessario bagaglio tecnico per affrontarla ma anche insegnando loro ad amarla ed a farne una scuola di vita oltre che di alpinismo. Diceva, in particolare, Piaz “ ... si rende urgente la Scuola di Alpinismo che possa offrire ai giovani un periodo intenso di vita alpina con insegnamenti saggi ed efficaci, per dar modo ad essi di conoscere le proprie possibilità ed i propri limiti. [...] L’alpinismo è un’arte difficile e facile allo stesso

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E’ una storia che nasce con una data precisa, il 1 novembre 1951, e con un nome preciso: Scuola Alpinistica Piaz. Anche in altre parti d’Italia, e come a Firenze non necessariamente nell’ambito del Club Alpino Italiano, vi erano stati tentativi di organizzare “corsi di arrampicamento”, ma di scuole vere e proprie non ne esistevano poi molte nel 1951. Sicuramente, e da svariati anni, ve n’era una a Trieste dove Emilio Comici, allora ventottenne, aveva fondato, nel 1929, la prima scuola di alpinismo d’Italia, quella della Val Rosandra poi intitolata alla sua memoria. Nel 1933 era nata la Scuola di Alpinismo di Fiume ed a Milano, già dal 1936, era attiva, nell’ambito del CAI, la Scuola di Alpinismo Agostino Parravicini. A Torino, più o meno negli stessi anni, un nutrito gruppo di studenti universitari, poi confluiti nei GUF (Gruppi Universitari Fascisti) aveva intrapreso un progetto di “Scuola di Arrampicamento” dal quale, dopo la morte di Gabriele Boccalatte, nasce nel 1938 la Scuola di Alpinismo a lui intitolata. Direttore della Scuola fu designato Giusto Gervasutti dal quale, dopo la morte, erediterà definitivamente il nome. Nel 1941, inoltre, per un curioso gioco di coincidenze, era stato proprio Tita Piaz a celebrare, nella sala della Tromba a Trento, la nascita della “Scuola di cultura alpinistica Giorgio Graffer”. Vale la pena ricordare che a Verona, a distanza di pochi mesi dalla costituzione della Piaz, inizia nel maggio 1952 anche l’avventura della Scuola di Alpinismo “Gino Priarolo”, alpinista fortissimo che, ancora in età avanzata, era solito rispondere a chi gli chiedeva quanti anni avesse “ho l’età che dimostro in montagna ...”.

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tempo; è fatto di piccole e di grandi cose che si riescono a scoprire e comprendere non d’un tratto bensì per gradi, [...] nel corso di lunghi anni e di molteplici esperienze”. Frasi che, ancora oggi, ricoprono un ovvio valore e che, perfettamente in linea con il personaggio, cercano di affermare nell’alpinismo una lezione di comportamento. Le stesse frasi, udite pochi giorni prima della sua morte, che spinsero Marino a realizzare il desiderio di Piaz, quello di fondare una Scuola di Alpinismo che si riconoscesse in questa sua filosofia di vita. La Scuola non nacque in seno alla Sezione Fiorentina del CAI, l’attività dei suoi primi cinque anni di vita si svolse in modo autonomo. Il 1 novembre 1956, a cinque anni esatti dalla sua costituzione e superato ogni sorta di ostacolo, si formarono le condizioni ideali per accogliere la Scuola nella Sezione Fiorentina. Cinque anni in cui l’attività della Scuola, sotto la guida di Marino Fabbri, era notevolmente cresciuta; tanto che in questo periodo si erano condotti a termine ben 12 corsi di roccia. Ma andiamo per gradi ... Ai margini della Scuola si era creato, in questi primi anni 50, un folto numero di giovani soci della Sezione Fiorentina che avvertivano la necessità di una formazione tecnica che consentisse loro una pratica alpinistica più impegnativa ed, al tempo stesso, più razionale. Decidono in breve di partecipare ai corsi della Scuola di roccia Giorgio Graffer, curati dalla Sottosezione Universitaria della SAT (Società Alpinisti Tridentini). Cito fra costoro Paolo Melucci, Paolo Gori, Giancarlo Dolfi, Sandro Cencetti. Giuseppe Toderi e Luciana Innocenti. Ed è proprio per iniziativa di Paolo Gori che, parallelamente, nasce, nel 1952, in una cava di Monte Ceceri ancora in parte interessata dall’attività estrattiva, la prima “palestra alpina”, un nome mutuato da altre palestre dell’arco alpino. Fu intitolata ad Emilio Comici, un nome che richiamava la memoria di colui che, forse più di altri, era considerato, in quel periodo, un idolo per le nuove generazioni di alpinisti. Poter disporre di una palestra, ove affinare la propria tecnica ed allenarsi nei periodi di vita cittadina, era un’esigenza molto avvertita ed, in tal senso, la Palestra Comici svolse un ruolo di notevole importanza. Dette impulso all’attività e favorì quel ricambio generazionale che l’affiatato gruppo di giovani frequentatori assicurava.

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Enrico Cecioni, Accademico del CAI ed allora Presidente della Sezione Fiorentina, fu fra i primi ad avvertire e ad afferrare la necessità di una visione che fosse più aperta rispetto alle superate concezioni del Club. Fu quindi proprio nella palestra di Monte Ceceri che, nel marzo 1952, la Sezione Fiorentina organizzò un “Corso di esercitazioni di tecnica alpinistica” diretto dallo stesso Cecioni con l’aiuto di P. Melucci e P. Gori in qualità di istruttori.

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in questa pagina: in alto: dedica autografa a Mario Fabbri, scritta dalla Sig.ra Pia, figlia di Tita,datata Bolzano, 2 dicembre’53 (archivio P. Melucci) sopra: La palestra E. Comici a Maiano negli anni ‘50 (foto S. Cencetti)

Spinto dal notevole successo di partecipazione riscosso, Cecioni non mancò di sottolineare come “attraverso queste manifestazioni sociali che portano all’allenamento, alla preparazione tecnica, all’affiatamento dei soci ed alla conoscenza dei grandi massicci alpini, è possibile avviare coloro che dimostrino di possedere mezzi fisici, capacità intellettuale e vero amore per la montagna, all’esercizio del grande alpinismo”. Sulla validità tecnica del corso aveva, d’altronde, contribuito, ed in modo significativo, l’esperienza maturata da Gori e Melucci sia nel 1951 che nella stessa estate del 1952: Piz Popena per la via Casara, direttissima Comici alla Torre Devarda nei Cadini di Misurina, Innerkofler con variante Szigmondy alla Cima Piccola di


Quello della Sezione Fiorentina non fu, tuttavia, l’unico corso organizzato nel 1952. Sul fronte opposto, anche la Scuola Alpinistica Piaz, che abbiamo detto allora autonoma, organizzò il suo primo “Corso di alpinismo in roccia” che fu tenuto nel mese di agosto in Val Montanaia ed al quale partecipò un discreto numero di allievi. Fra gli anni 1952 e 1956, l’attività della Scuola acquistò sempre maggiore risonanza; terreno d’azione per l’effettuazione dei corsi non fu soltanto la palestra di M. Ceceri ma anche le Dolomiti ed in particolare Val Montanaia, Sella, Catinaccio. Nel frattempo alla primitiva palestra Comici, in prossimità di un laghetto ove non di rado si cercava sollievo alla calura estiva o ci si appartava in cerca di tenerezze, se n’aggiunsero altre, sempre nel comprensorio di M. Ceceri, fino a giungere, sul finire degli anni 60, a quella di Maiano ancora oggi utilizzata dagli arrampicatori fiorentini. Di pari passo con l’attività didattica, vanno avanti in questi cinque anni anche altre iniziative tese ad accrescere il ruolo della Scuola. I contatti con la famiglia Piaz, in particolare con Pia Piaz Bruneri, Direttrice Onoraria della Scuola, sono un prezioso riferimento per queste attività. Nella riunione del 20 novembre 1955 Marino Fabbri sottolinea “l’intensa e coraggiosa vita della Scuola”, nata con due iscritti ed alla data della riunione composta da ben cinquantuno soci, e “ricorda la necessità di una scuola che insegni gratuitamente ad andare in montagna,

migliorando le qualità tecniche degli allievi ed insegnando loro ad amare l’Alpe, a farne una palestra di vita, di carattere e di virtù, secondo l’esempio dei grandi alpinisti, ed in particolare di Tita Piaz”. Nella stessa riunione è ricordata con soddisfazione la partecipazione della Scuola alla “solenne cerimonia commemorativa di Tita Piaz” tenutasi il 7 agosto 1955 al Vajolet e viene definito il percorso per l’istituzione di un “Premio Piaz di alpinismo eroico”, al quale ai Soci della Scuola non era permesso partecipare, diviso in due sezioni: per la solidarietà alpina, stabilito con cadenza annuale, e per “arrampicamento accademico”, di cadenza quinquennale. Presidente del Comitato giudicante viene nominata Olga Piaz Bernard. Come si vede, il vincolo che lega la Scuola alla famiglia Piaz ed alla Val di Fassa è molto intenso e ad avvalorare, ancor più, tale vincolo entrano a far parte della Scuola, in qualità di Istruttori, Giuseppe De Francesch ed Aldo Gross, due dei migliori alpinisti italiani del momento. Bepi, in particolare, sarà sovente protagonista delle cronache alpinistiche dell’epoca; distaccato alla Scuola Alpina di Polizia di Moena, diverrà anche Istruttore e Guida Alpina e sarà l’ideatore di una raffinata tecnica di progressione artificiale. Fra le altre iniziative del periodo, quella che ad anni di distanza, diventerà una delle realtà più vitali della nostra Sezione: l’istituzione di un coro alpino. Un’iniziativa che non avrà seguito ma che troverà, anni dopo, con la costituzione del Coro La Martinella, il sincero entusiasmo di alcuni Istruttori della Scuola fra cui Giancarlo Dolfi, Carlo Marinelli e Claudio Malcapi, che ne è stato a lungo Direttore nonchè fondatore. Organo di stampa ufficiale della Scuola era, in quegl’anni, “Lo Scarpone” ove

sopra: 7 agosto 1955 - Inaugurazione presso il Rifugio Vajolet della lapide in memoria di Tita Piaz (foto Paolo Melucci)

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Lavaredo, due vie al Croz del Rifugio, Spigolo sud ovvero Graffer alla Brenta Alta, Piaz alla Punta Emma ed alla Winkler, parete sud della Marmolada, spigolo sud della Torre Delago. Come si vede, un’attività di tutto rispetto.

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usufruiva di una rubrica fissa. Essendo all’epoca una pubblicazione separata dalla tradizionale Rivista, s’invitavano fra l’altro gli iscritti “ad abbonarsi per essere sempre al corrente circa l’attività della Scuola”. Fra i corsi proposti in questo periodo non solo quelli di roccia ma anche di ghiaccio, organizzati sul ghiacciaio della Marmolada con soggiorno presso il Rifugio Castiglioni gestito del celebre Jori,allievo di Piaz. Oltre a questi anche corsi di arrampicata “mista” svolti abitualmente al Passo Santner. Per facilitare i soggiorni degli allievi, la Scuola non trascurava di assicurare particolari condizioni economiche, in particolare ai Rifugi Vajolet, Preuss, Alberto I°, Marmolada, Penia, Bergamo, Nigritella e Capanna P. Principe.

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Nella riunione del 25 marzo 1956 viene, per la prima volta, discusso di un eventuale ingresso della Scuola nella Sezione di Firenze del Club Alpino. Marino Fabbri informa il corpo Istruttori “sui primi contatti avuti [...] in vista di una futura collaborazione”. Ad evitare eventuali intromissioni degli organi dirigenti della Sezione, si stabilisce, tuttavia, che “i Premi Piaz siano legati indissolubilmente alla Scuola, in quanto ne rappresenta una delle più belle iniziative”.

Un particolare emerge distintamente dalle pagine dei verbali, un particolare che testimonia il grande entusiasmo dei fondatori della Scuola; alludo all’aspetto economico. Torno, quindi, su una frase di Marino Fabbri che ho volutamente trascurato fino ad ora, certo tuttavia che non è sfuggita al lettore più attento: “la necessità di una scuola che insegni gratuitamente ad andare in montagna”. Se ciò può apparire come un aspetto secondario dell’attività della Scuola, dirò invece che, a mio giudizio, esso ricopre notevole importanza; impensabile, se paragonato agli attuali costumi. Ad avvalorare, ancor più, questo spirito leggiamo in un verbale del maggio 1956, che Rodolfo Razzolini, allora Segretario della Scuola, illustra “un consuntivo amministrativo” ove a fronte delle spese sostenute e da sostenere, si rende necessario “superare la situazione con contributi volontari”. Nessun Istruttore negò un aiuto economico alla Scuola. Siamo ormai nel giugno 1956, la Scuola sta per confluire nel Club Alpino Italiano dopo aver concluso il corso di roccia che aveva premiato gli allievi più meritevoli con “una bella ascensione con l’Istruttore De Francesch”.

Nel settembre 1956 la Commissione Nazionale Scuole di Alpinismo organizza il IX Corso per Istruttori Nazionali diretto dal Presidente della Commissione che era allora Riccardo Cassin. Il corso si svolge nelle Dolomiti di Brenta e vi partecipano Giancarlo Dolfi, inviato dalla Sezione Fiorentina, e Paolo Melucci che vi partecipa a titolo personale. Al termine di un corso tutt’altro che facile, Melucci conseguirà il titolo di Istruttore Nazionale e Dolfi quello di Aiuto Istruttore Nazionale per le Alpi Orientali. Si ricordi che al tempo i titoli di Istruttore Nazionale erano divisi in Orientale ed Occidentale, senza limitazioni. Appena rientrati dal corso, ad esito acquisito, Melucci e Dolfi presentano al Consiglio Direttivo della Sezione un progetto di costituzione di Scuola di Alpinismo. Ma come ho già detto i contatti con Marino Fabbri, tesi a verificare la validità della Scuola Alpinistica Piaz che già si avvaleva, d’altronde, del contributo di Melucci e Dolfi, erano già stati avviati. Un’esame, il cui risultato non poteva essere diverso da quello che indicava nella Piaz un organismo di assoluta serietà e validità, guidato dalla non comune capacità di Marino Fabbri. A trarne profitto fu so-


Vale la pena rileggere le parole di Marino Fabbri pronunciate in quell’occasione: “La Scuola Tita Piaz si è sempre sforzata di realizzare, con ferma volontà d’azione , quei disegni arditi che si era prefissi già al suo nascere. [...] Un’attività intensa, senza dubbio. Dopo questi sicuri successi, si è sentita ormai degna del riconoscimento ufficiale da parte del massimo sodalizio alpino nazionale, ed ha chiesto l’unione con la sezione fiorentina del CAI. [...] Si è così potuto coronare con successo un vecchio sogno. E’ con orgoglio e commozione che miro a questo risultato. Firenze possiede ora una scuola di alpinismo che vanta un passato radioso, una salda preparazione, un’esperienza e soprattutto un entusiasmo ed una volontà d’azione tali che ci autorizzano a credere in sue ulteriori e sane conquiste. E’ quello che mi auguro di tutto cuore, mentre ripenso, non senza

un velo di malinconia, alle parole di Paul Preuss che Tita Piaz volle ripetermi due giorni prima di morire: “Vi è un’importante esigenza: l’educazione dell’Alpinismo! Se ne trarranno grandi risultati anche per lo spirito, giacchè educare alla Montagna è educare alla vita ...”. Anche il Presidente Cecioni mostrava grande soddisfazione per l’operazione conclusa: “Va messa in rilievo l’importanza ed il significato di questo evento. Questa associazione formatasi liberamente fra numerosi e valenti alpinisti [...] costituisce non solo un’accolta di arditi scalatori per i quali la più raffinata tecnica non presenta incognite, ma, di più, rappresenta un affiatatissimo complesso di innamorati della montagna. [...] Salutiamo perciò con gioia l’organico inserimento della Scuola Alpinistica Tita Piaz nella Sezione Fiorentina del CAI, che dall’azione della Scuola si attende una rapida diffusione fra i giovani delle conoscenze tecniche e culturali alpinistiche ed una maggiore preparazione spirituale alla comprensione del Monte”. (Bollettino CAI Firenze n° 5/6 - 1956). Come vedete, non ho ancora parlato di alcuna ascensione. Credo tuttavia sia giunto il momento di farlo, non fosse altro per tracciare un primo bilancio alpinistico. A mettersi maggiormente in luce in questi primi anni 50 furono soprattutto Paolo Melucci e Giancarlo Dolfi, un sodalizio fortunato contraddistinto da significative ascensioni. Non dobbiamo tuttavia dimenticare anche il contributo dato da

Sandro Cencetti, Giuseppe Toderi ed altri. L’attività alpinistica dei soci della Sezione Fiorentina aveva registrato un notevole impegno: all’attività in Alpi Apuane di Leandro Ambregi dobbiamo aggiungere quella di Giuseppe Toderi che, talvolta, in compagnia di Luciana Innocenti compie la ripetizione di molte vie nelle Dolomiti di Brenta e nella zona del Vajolet oltre alla prima ripetizione di una via di prestigio come la direttissima alla parete est del Catinaccio d’Antermoia. Anche Sandro Cencetti e Giancarlo Dolfi rivolgono la loro attenzione al Gruppo del Catinaccio ed a quello del Brenta intensificando nel contempo la loro attività in Apuane. Fra le ascensioni più significative, solo per citarne qualcuna, ricorderò le ascensioni al Campanile Basso del diedro Scotoni, Preuss e Graffer allo spigolo SO dello Spallone (G. Dolfi e Milo Navasa di Verona e P. Melucci e C. Maestri, allora Direttore Tecnico della Scuola Nazionale di Roccia “G. Graffer” di Trento), la Fehrmann, la Meade e la via delle Guide al Crozzon di Brenta. Sempre nello stesso gruppo, la solitaria di Melucci al Canalone Sud (via Graffer) alla Cima Tosa. Saltano agli occhi anche le ripetizioni di Melucci e Maestri di tre vie di Comici in Lavaredo: la direttissima alla Punta Frida, lo spigolo sud (spigolo giallo) alla Piccola e la Comici-Dimai alla nord della Grande (“E’ l’ultima filata quella che sto salendo; recupero quel poco materiale che è in parete; mi sforzo

nella pagina a fianco: alcune pagine del verbale del 20 novembre 1955

sopra: lettera dell’ammissione di G. Dolfi al corso per Istruttori Nazionali e locandina del Corso diretto da R. Cassin

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prattutto la Sezione che con l’ingresso della Piaz riusciva ad assicurarsi una “macchina” collaudata ed efficiente e che, per giunta, portava in dote un significativo numero di nuovi soci. Ma anche la Piaz trovava giovamento da questo matrimonio; era un riconoscimento all’attività svolta, cinque anni dove i traguardi raggiunti erano indice di un prestigio che, ora grazie al CAI, garantiva anche continuità. Il 1 novembre 1956, con una cerimonia ufficiale, la Piaz entra ufficialmente a far parte della Sezione Fiorentina del Club Alpino Italiano.

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di salire lentamente, per meglio godere questi ultimi metri. In cima mi attende un abbraccio, Adesso siamo affacciati sul versante meridionale; il sole che è venuto ad incontrarci un paio d’ore fa, sulla grande traversata, non riesce a cacciare l’impressione gelida che è data dagli abiti completamente fradici, sotto il soffio di una brezza piuttosto vivace. Ci guardiamo intorno ammutoliti; scendiamo per detriti e rocce marce; penso: così finiscono i sogni! [...] Il desiderio è diventato realtà e, ormai, ricordo” - P. Melucci, Bollettino n° 5/6 - 1956) Anche altri Istruttori contribuiscono con le loro realizzazioni a tracciare un positivo bilancio alpinistico della Scuola, sto parlando di M. Rulli, G. Toderi, P. Barucchieri, U. Lorenzi, P. Zaccaria, G. Ridi, lo stesso M. Fabbri ed altri. Solo un accenno delle loro ascensioni: Kiene al Castelletto e spigolo Armani alla Torre Prati nel Brenta; tutte le principali vie alle Torri del Vajolet ed a quelle del Sella, molte nel Gruppo delle Pale, la diretta Detassis alla Paganella, la Gervasutti-Bonacossa al Gran Sasso. Non possono, inoltre, non balzare all’occhio alcune ascensioni di M. Fabbri, soprattutto quelle realizzate nel 1956. Particolare rilievo assumono le sue solitarie fra cui alcune di sicuro prestigio: prima ascensione solitaria della GilbertiSoravito allo spigolo NO del Monte Agner; prima solitaria alla via Schroffenegger (parete SO) ed alla direttissima Vogler alla Est dell’anticima sud del Catinaccio; solitaria della Piaz alla Torre Delago. Anche le attenzioni rivolte alle Alpi di casa, quelle Alpi Apuane di cui gli Istruttori della Piaz proseguono l’esplorazione, producono risultati di notevole valore tecnico. Il 21 maggio 1953 Paolo Melucci sale, in compagnia di Giuseppe Toderi e Ruggero Lenzi, quel Torrione al Pizzo

Ma torniamo all’attività della Scuola che, con l’ingresso nella Sezione Fiorentina, assume ancor più rilevanza e promuove subito, per il marzo 1957, il X° e XI° Corso di Alpinismo rivolto, quest’ultimo, esclusivamente alla formazione di nuovi Istruttori per la Scuola. Vengono ammessi al corso: Leandro Ambregi, Paolo Barucchieri, Ugo Bertocchini, Umberto Lorenzi, Rodolfo Razzolini e Guido Ridi. La Commissione esaminatrice sarà presieduta da Marino Stenico, Istruttore Nazionale nonchè membro del Club Alpino Accademico. Istruttori del corso: Giancarlo Dolfi, Marino Fabbri, Bruno Morandi, Pietro Zaccaria ed, infine, Andrea Bafile, nativo di Aquila e da qualche tempo residente a Firenze per motivi professionali. Per l’estate 1957 la Scuola organizza inoltre un Corso di Ghiaccio ed arrampicata mista nella zona del Monte Rosa ed un Corso di roccia nel Vajolet. Come si vede non manca certo l’entusiasmo. Sempre nel 1957, il Presidente Cecioni comunica il “vivo compiacimento nel dare ai soci la lieta notizia che l’atteso volume della “Guida dei Monti d’Italia” che illustra le nostre montagne (n.d.r.: Alpi Apuane) vedrà la luce fra pochi mesi. Possiamo annotare la collaborazione della Sezione Fiorentina a quest’opera di alto interesse alpinistico” (Bollettino CAI Firenze n°5/6 - 1957). Incaricati della compilazione Giancarlo Dolfi, Leandro Ambregi ed altri. Purtroppo l’obiettivo non fu raggiunto e la guida fu successivamente realizzata, come sappiamo, da Angelo Nerli e Attilio Sabbadini del CAI Pisa. Nell’agosto del 1958 si svolge, al Catinaccio, il XVII Corso di roccia e nel settembre dello stesso anno, a Macugnaga, Giancarlo Dolfi ottiene il titolo di Istruttore Nazionale per le Alpi Occidentali. Fabbri, che aveva mantenuto il ruolo di Direttore, viene affiancato da altri validi Istruttori: fanno parte dell’organico della Scuola, oltre ai vice-direttori G. Dolfi e A. Bafile anche G. Ridi, P. Barucchieri, B. Fanton, P. Casini, V. Sestini, M. Rulli, R. Razzolini, U. Bertocchini, A. Moriondo, E. Torlai, A. Gaspari e G. Pandolfini.

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delle Saette che battezzeranno Punta Lenzi, in ricordo del compagno morto poche settimane dopo mentre scalava la Torre Winkler per la via di Tita Piaz. Il 1 settembre 1955 Dolfi e Cencetti aprono una via allo Spigolo NE della Punta Carina ed il 25 dello stesso mese Paolo Melucci e lo stesso Giancarlo Dolfi aprono, con grande intuito, una via alla nord del Monte Procinto, la prima al centro della parete. L’8 gennaio dell’anno successivo realizzano una prima invernale al Canale di San Viano e, sempre nel 1956, il 1 ottobre, Giancarlo Dolfi, dopo averne compiuto la seconda ripetizione con Cencetti, compie la prima ascensione solitaria della via Classica (Oppio-Colnaghi) alla parete nord del Pizzo d’Uccello (“Il ghiaione è ormai già lontano sotto di me, soltanto un tratto friabilissimo mi separa dalla vetta; aumento la mia attenzione, perchè molti appigli mi restano in mano facendomi trattenere il respiro. Mi faccio più leggero possibile; passo velocemente gli ultimi passaggi più impegnativi ed in pochi minuti sono in vetta. Soltanto adesso, uscito dal versante nord, vedo il sole. Sono solo e non so a chi esprimere la mia gioia; mi sembra che tutta la natura che mi circonda debba parteciparvi” - G. Dolfi - Bollettino 5/6 - 1956). Il 24 ottobre, sempre Melucci e Dolfi, vincono il diedro ovest del Campanile Francesca in compagnia di Cesare Maestri al quale sono legati da profonda amicizia.

Guido Ridi durante un corso nel Brenta (foto P.Melucci)

Prende corpo, nel 1958, l’idea di costituire un nucleo di volontari per il soccorso alpino raccogliendo, nell’ambito della Scuola, gli elementi alpinisticamente più


a destra: Giancarlo Dolfi in arrampicata artificiale ed al ritorno dalla solitaria alla via OppioColnaghi al Pizzo d’Uccello (archivio G. Dolfi) sopra: locandina del corso Istruttori Naz. del 1958 dato, attraverso l’attività della Scuola, a favore della didattica alpinistica. Interessante e degna di nota, nel 1959, un’attività che, anni più tardi, nel 1977, si concretizzerà, in modo abbastanza simile per spirito e comunione d’intenti, nella costituzione del Gruppo Alpinistico Tita Piaz, si decide noltre il coinvolgimento degli Istruttori nell’organizzazione di Gite-Scuola. Trasparente lo scopo: “La caratteristica di esse è essenzialmente alpinistica, e le finalità che intendiamo perseguire sono diverse ed importanti. Si è dell’avviso che giovi assai che agli appassionati alpinisti della nostra città - anche se non abbiano mai affrontato ascensioni apprezzabili, al vaglio della scala delle difficoltà - sia offerta l’occasione per cimentarsi in salite di medio impegno, sotto la sicura guida dei miglio-

Vale anche la pena ricordare come il 1958 fosse la ricorrenza del 10° anniversario della morte di Tita Piaz. In tale occasione, due eventi, in particolare, simboleggiarono lo spirito e la presenza della Scuola. Fu innanzitutto stabilito un riconoscimento agli sforzi di tutti gli Istruttori che ricevettero dalle mani di Edoardo Antonio Buscaglione, vice presidente della Commissione Scuole del CAI, un chiodo da roccia d’oro offerto come dono simbolico in memoria di Tita Piaz che “fu tra i primi a usare i chiodi e i ferri, facendo il progresso della rocciatura moderna, difficilissima (Bollettino 3/4 - 1958)”. L’altro evento, svoltosi proprio il giorno della morte di Tita, fu un’iniziativa “alpinisticamente di grande significato (Boll.cit.): salire contemporaneamente le cime intorno al Rifugio Vajolet “per trovarsi in vetta, tutti ad una stessa ora. Il saluto che i nostri alpinisti si scambieranno da una vetta all’altra, sarà l’omaggio più bello che possiamo fare alla memoria di Tita, che su quelle cime scrisse pagine luminose di valentia e di solidarietà alpina (Boll.cit.)”. Nel 1959, esattamente il 7 giugno, la Commissione Nazionale Scuole di Alpinismo concede a Marino Fabbri, con prassi del tutto inusuale, il titolo di Istruttore Nazionale “ad honorem” in riconoscenza del contributo da lui

Corso Roccia 1959 al Vajolet - nella foto si riconoscono G. de Francesch,G. Ridi e V. Sestini

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capaci. Si tratta di formare una squadra, a disposizione della Sezione Fiorentina, addestrata per accogliere qualunque richiesta di intervento, ovunque si renda necessario. A fine anno il progetto diventerà una realtà operativa. Sempre nel 1958 viene formalizzato l’impegno della Scuola nella formazione dei “Direttori di gita” della Sezione; è un obiettivo che vedrà impegnati gli Istruttori, all’epoca soprattutto in Alpi Apuane, con base al Rifugio Donegani, che aggiunge “un ulteriore titolo di merito nei confronti dei dirigenti della Scuola, che, in tal modo, potranno d’ora in avanti assicurare la buona riuscita delle gite sociali [...] rivolte a guidare i nostri Soci in uscite prevalentemente orientate a soddisfare quei criteri di vero e attivo alpinismo, che ci stanno particolarmente a cuore” (M. Fabbri, Boll. 1/2 - 1958). E’ un obiettivo che durerà nel tempo: l’ultimo corso per accompagnatori è stato svolto nel 2000 sotto la direzione di Marco Orsenigo con l’aiuto di Roberto Masoni.

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tino qual’era alcuni anni or sono, a confronto con la realtà odierna. Oggi, a Firenze, esiste una Scuola di Alpinismo estremamente efficiente; oggi chi vuol dedicarsi alla pratica della montagna [...] non deve più affidarsi [...] alla benevola comprensione di qualche sparuto praticante o, peggio, all’improvvisazione, ma ha a suo completo servizio un gruppo di amici più esperti, pronti a guidarlo nei primi passi” (Annuario CAI Firenze 1960).

ottobre 1960 - Palestra di M.Ceceri da destra: G.Dolfi, A.Moriondo, L.Lensi, P.Cioncolini, G.Ridi (foto P. Melucci) ri alpinisti della Piaz. Questi ultimi non si limiteranno alla funzione di capicordata, bensì, nel corso delle arrampicate, si soffermeranno a spiegare i vari passaggi tecnici, offrendo alla cordata, più o meno inesperta, qualche prezioso insegnamento, utilissimo, se non addirittura necessario, per l’effettuazione di ascensioni più impegnative, che i neofiti di oggi potrebbero affrontare in futuro (Boll. 1/ 2 - 1959)” Fu un’iniziativa costituita da cinque gite in Apuane che non dette, tuttavia, l’esito auspicato, tanto da convincere la Scuola a tornare a svolgere i corsi usuali, che erano stati momentaneamente sospesi, che si confermavano più efficaci rispetto a questa esperienza.

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L’anno successivo, nel 1960, costretto alle dimissioni dai pressanti impegni che la professione di insegnante di musica al Conservatorio Cherubini gli comportava, gli fu conferito il titolo di Direttore Onorario della Scuola. L’eredità di Marino Fabbri è raccolta da Paolo Melucci, già Vice

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a destra: lettera di congratulazioni di E.Cecioni, Presidente del CAI Firenze, ed il distintivo coniato per l’occasione

Direttore, che non manca di salutare con soddisfazione l’incarico appena ricevuto: “E’ motivo d’orgoglio essere oggi, dopo un decennio di ininterrotta attività alpinistica, a capo di un’organizzazione come questa, forte di tanti valentissimi collaboratori sul piano didattico e alpinistico; orgoglio che risulta completato dal ricordo della parte avuta nelle trattative per l’ingresso della Scuola, già autonoma, in seno alla Sezione di Firenze, nonchè della situazione dell’alpinismo fioren-

Melucci promuove subito la nomina della Piaz a Scuola Nazionale di Alpinismo. Con la motivazione “ ... vista l’attività trascorsa della Scuola Tita Piaz, che deve essere qualificata encomiabile per la serietà di intenti con la quale i corsi sono sempre stati svolti e per i proficui risultati ottenuti ...” la nomina giunge alla fine di giugno 1961. Da quel giorno la Scuola si chiamerà Scuola Nazionale di Alpinismo Tita Piaz. Un riconoscimento che andava a rafforzare il profondo senso di appartenenza degli Istruttori della Piaz alla Sezione Fiorentina che si manifestava anche con le responsabilità assunte, fin da allora, in seno al Consiglio Direttivo nel quale sedevano quattro Istruttori della Scuola (A. Bafile, G. Dolfi, P. Melucci, P. Cioncolini) fra cui il vice Presidente della Sezione (A. Bafile). A scuotere la vita della Scuola concorre, purtroppo, un triste evento: Marino Fabbri muore a soli 52 anni,


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in senso orario: - lettera del 30 giugno 1961 della Comm. Naz. Scuole di Alpinismo nella quale si comunica l’avvenuta nomina della Piaz a Scuola Nazionale - Corso di Roccia al Rifugio Brentei - Gr. del Brenta (foto P. Melucci) - Corso di roccia al Gran Paradiso - ritratto di Guido Ridi (foto P. Melucci) - Corso di Roccia al Rifugio Mulaz - Gr. delle Pale di S. Martino (foto G. Dolfi)

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stroncato da un male incurabile. Iscritto nell’Albo d’Onore della Sezione, se ne va con lui un simbolo della Scuola, un uomo, un alpinista che ha saputo coniugare l’amore per la montagna con l’ideale più nobile dell’insegnamento, mettendo le proprie conoscenze a disposizione del prossimo, avvicinando ed introducendo all’alpinismo tutti coloro che lo desiderassero.

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Se è vero, come ho già avuto modo di dire, che il bilancio di una Scuola si misura con la validità delle proprie attività didattiche, è anche vero che a dare prestigio ad una Scuola sono, in modo rilevante, le ascensioni realizzate dagli Istruttori che formano l’organico della Scuola. Molto intensa l’attività degli Istruttori della Piaz nella seconda metà degli anni 50. In particolare quella di Paolo Melucci che si lega con i migliori alpinisti del momento. Sale con Cesare Maestri la FoxStenico alla parete SE della Cima d’Ambiez, la Via delle Guide alla NE del Crozzon, le Graffer (spigolo SO e spigolo NE) ed ancora la Fox (spigolo SE) al Campanile Basso, lo Spigolo Giallo cioè la Comici alla Cima Piccola di Lavaredo ed ancora la Comici-Dimai alla parete nord della Cima Grande. Con Milo Navasa apre una via nuova alla parete SO della Torre Prati in Brenta, scala la Neri al canalone nord della Cima Tosa, quindi la Carlesso-Menti alla Torre di Valgrande nel Civetta, la Cassin alla parete SE della Piccolissima in Lavaredo. Ma è con Giancarlo Biasin, autentico fuoriclasse dell’alpinismo, che Paolo instaura un profondo legame di amicizia. Con lui effettua la prima ripetizione e prima invernale della via “Olimpia” (De Francesch) nel Gruppo del Catinaccio, la Oggioni-Aiazzi alla Brenta Alta, ovvero per il Gran Diedro NE, la Comici al Campanile Comici al Sassolungo (il cosiddetto salame). Aprono anche una via di rara intensità alla parete sud della Torre Venezia, il Gran Diedro, che contempla alte difficoltà sia di progressione artificiale che libera. Nel Gruppo del Monte Bianco, la diretta Boccalatte alla parete est dell’Aiguille des Glaciers, la Kuffner alla cresta SE del Mont Maudit e lo Sperone della Brenva.

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Gli altri Istruttori della Scuola non stanno certo a guardare: Torri del Vajolet per diverse vie; Preuss, Fehrmann, Fox, Graffer al Campanile Basso; parete sud della Marmolada; fessura Piaz alla Punta Emma; cresta ovest al Campanile Alto. Il 21 agosto 1961 Giancarlo Dolfi si rende protagonista di un’ascensione che colloca anch’egli fra i migliori arrampicatori del momento: la prima ripetizione, e pri-

ma solitaria della via Scalet alla Ovest della Cima Bureloni nel Gruppo delle Pale di San Martino. Fra le altre, con Guido Ridi, aprirà una nuova via, definita “via dei fiorentini” alla Torre Est del Catinaccio, una via di notevoli difficoltà che segna un nuovo accesso alla parete est. Anche Dolfi si lega con Giancarlo Biasin, nell’agosto del 1960, per la ripetizione della via delle Guide al Crozzon di Brenta e pochi giorni dopo, con Marco Rulli, ripete la Steger al Catinaccio. Sono solo alcune delle tante ascensioni compiute in Dolomiti e già queste, se paragonate alle tecniche ed ai materiali oggi utilizzati, danno chiara indicazione del livello raggiunto dagli Istruttori della Piaz. Torniamo un attimo in Apuane. Il 13 marzo 1957 Dolfi compie, in solitaria, una traversata alpinistica insolita per i tempi; sale la Roccandagia, da qui raggiunge la cima della Tambura e prosegue per la Focoletta, Alto di Sella e Sella: 2.800 metri di dislivello totale, in un solo giorno. Nel 1960, il 25 aprile, sempre in compagnia di Guido Ridi, apre una via “direttissima” al Piccolo Procinto con difficoltà fino ai massimi livelli di progressione artificiale. Ancora nel 1960, il 25 settembre, al I° Torrione del Corchia ancora una via di estreme difficoltà con P. Lumini. Ma è nel 1961 che Giancarlo Dolfi e Marco Rulli compiono, secondo me, un capolavoro, un’opera d’arte. Aprono infatti una via alla parete est del Monte Procinto, la prima disegnata su questa parete, considerata a lungo quella con maggiori difficoltà ed alla quale danno nome “Luisa”. Lo stesso Mario Verin, di cui in seguito parlerò, scrisse sul Bollettino dell’aprile 1968, a proposito di questa via, come essa riportasse “come difficoltà, a tutte quelle salite che sono i più grandi itinerari alpinistici delle Alpi. Grazie alla grande perizia tecnica usata nel salirla, ed alla intelligente chiodatura, con queste via si apre sulle Alpi Apuane una nuova fase dell’alpinismo: quella delle estreme difficoltà sia in arrampicata libera che artificiale”. A tutto il 1965 questa via non aveva che cinque ripetizioni e tutte effettuate da alpinisti di notevole levatura fra cui Roberto Sorgato e Piero Zaccaria. Nel 1963, Andrea Bafile, Giancarlo Dolfi, con Milena Masini e P. Magrini, aprono la via classica del Pilastro Centrale o Pilastro NO del Monte Corchia. Uno degli obiettivi che la Scuola, ora diretta da Melucci, si pone in questi primi anni 60, è l’at-

tenzione rivolta verso quegli elementi che maggiormente si distinguono nelle varie discipline. Scopo di tale atteggiamento è portare avanti il rinnovamento organico del corpo Istruttori. In tale ottica i risultati non tardano ad arrivare: Guido Ridi e Marco Rulli conseguono il titolo d’Istruttori Nazionali. Nel luglio 1960, con il contributo della Sezione, la Scuola pubblica il volume scritto da Paolo Melucci “Breve storia dell’Apinismo Dolomitico”, primo di una Collana “Studi Alpini” che però non ebbe seguito. Nel 1963 la direzione della Scuola è assunta da Giancarlo Dolfi per tornare, poco dopo, nel 1964, nelle mani di Paolo Melucci. Si profila, frattanto, all’orizzonte un manipolo di giovani e validi alpinisti; nella primavera del 1964 s’iscrive al corso di roccia Mario Verin che, in poco tempo, brucerà le tappe di una formidabile carriera alpinistica. Concludo questo primo periodo della vita della Scuola con le parole di P. Melucci “ ... abbiamo la coscienza di aver lavorato onestamente; indubbiamente si sarebbe potuto fare di meglio e di più, come sempre accade in tutte le opere umane. Nell’esperienza di quanto finora conseguito, nel-

la consapevolezza di quanto non compiutamente concluso, nella fiducia della validità di questo tipo di attività, ancorchè soggetta ad assumere diverse forme in armonia con lo sviluppo incessante dei tempi, riteniamo risiedano le migliori premesse per il futuro” Proprio il 1964 segnerà un’ulteriore tappa fondamentale nell’evoluzione tecnica della Scuola. Leggiamo sul Bollettino dell’aprile di quell’anno: “La prima preoccupazione del direttivo della Scuola è stata quella


Mario Verin allievo del Corso della “Piaz”, nella primavera del 1964, in arrampicata alle cave di Monte Ceceri sotto: 9 aprile 1967 - Mario Verin in arrampicata nella palestra di M. Ceceri dirige il suo primo corso da Direttore della Scuola (foto P. Melucci)

Mario Verin aveva brillantemente superato il corso organizzato dalla Scuola. Fu notato soprattutto per la sua timidezza, attento alle lezioni teoriche dimostra, fin dalle prime uscite, notevoli attitudini ed un entusiasmo non comune. Finito il corso s’inserisce subito nell’ambiente degli Istruttori; già nel 1965 supera le vie più impegnative disegnate sulle pareti delle Alpi Apuane ed in Dolomiti. Allo straordinario senso dell’equilibrio aggiunge una tecnica impeccabile, la sua arrampicata si distingue per l’elegante disinvoltura. Nel 1966, meno di due anni dopo il corso di roccia frequentato, è Istruttore Nazionale di Alpinismo: “Mario Verin si è ottimamente piazzato al Corso per Istruttori Nazionali per le Alpi Occidentali, ove, su un gruppo di 23 elementi selezionati dalla Commissione Nazionale Scuola di Alpinismo tra i migliori alpinisti - diversi dei quali Accademici - e Guide Alpine, è riuscito a classificarsi dopo gli esami finali al sesto posto. L’ottima riuscita in campo nazionale dell’amico Verin, oltre a riconfermare quelle capacità che tutti gli riconoscono ha costituito per la Scuola motivo di particolare soddisfazione, tenuto conto che solo due anni or sono Mario Verin era nostro allievo” (Bollettino 1/2 - 1967) Nel marzo del 1967 dirige il suo primo corso di roccia in qualità di Direttore della Scuola, un ruolo che ricoprirà fino al 1 aprile 1974. Insieme a Mario Verin entrano a far parte della Scuola il fratello Valdo, Giovanni Bertini, e

Giancarlo Campolmi, seguiti a ruota da Leandro Benincasi che, solo nell’aprile 1966 aveva partecipato al XXXVII corso di roccia della Piaz, e per il quale si andava profilando un futuro da Direttore. Negli anni successivi il corpo istruttori si arricchirà di nuovi ingressi, fra cui quelli di Umberto Ghiandi, Guido Canciani e Gilberto Campi. Mario Verin e Giovanni Bertini si legano spesso insieme nell’estate del 1967; i risultati di questo sodalizio non tardano ad arrivare: nuova via alla parete est del Pro-

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di ovviare al progressivo invecchiamento del corpo insegnante, determinato non tanto e non solo dall’inevitabile trascorrere del tempo quanto dal continuo accrescersi degli impegni [...] Si è quindi deciso di chiamare a collaborare all’attività della Scuola un gruppo di giovani e giovanissimi elementi, già allievi dei nostri corsi di alpinismo, dei quali si conoscevano le capacità potenziali”. Fra costoro leggiamo i nomi di Mario Verin, Antonio Pieri, Giuliano Di Cocco, Paolo Gaspari, Luciano Marziali, Giuseppe Milanesi, Roberto Polidori e Ugo Ughes.

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cinto e molte ripetizioni in Dolomiti fra le quali spiccano la Soldà alla Cima Canali (Torre Gialla), la Comici-Dimai alla nord della Grande di Lavaredo, Preuss e Cassin alla Piccolissima, Costantini-Apollonio al Pilastro della Tofana di Rozes, Comici-Casara al Sassolungo (Campanile Comici). Il bilancio annuale dell’attività individuale degli Istruttori non manca di essere sottolineato, dallo stesso Verin, con la soddisfazione che le ripetizioni effettuate impone: “... itinerari di notevole difficoltà che rispecchiano appieno la nuova maturità che si sta sviluppando fra i giovani di questa Scuola ed in particolare fra questi è doveroso citare Giovanni Bertini” (Bollettino 3/4 - 1967).

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Dopo alcuni anni di routine, una nuova stagione è quindi alle porte ed i segnali di un forte rinnovamento non si avvertono solo nella Scuola Tita Piaz ma anche nell’ambiente alpinistico, più in generale, ove nuovi interessi vanno lentamente modificando la mentalità degli alpinisti. Subito si nota, nella Scuola, la mano di Mario Verin; attento, scrupoloso fino alla pignoleria, non tralascia alcuna componente per migliorare l’attività didattica della Scuola ed il rendimento degli Istruttori che ne fanno parte. Facendo tesoro degli insegnamenti ricevuti da Melucci, che ne ha curata la formazione, riesce a coniugare la realtà che sta gradualmente disegnando un alpinismo di più ampie vedute lasciando inalterata la tradizionale impostazione della Scuola puntualmente condotta da Melucci. Non sono tralasciate anche iniziative di promozione: serate, conferenze, proiezioni, incontri con soggetti pubblici e privati. S’intrattengono, come d’altronde già avvenuto in passato, nuovi rapporti di collaborazione con altre Sezioni del CAI che si rivolgono alla Piaz per l’organizzazione tecnica dei propri corsi: Carrara (settembre 1967), la Sezione E. Bertini di Prato, di cui la Piaz dirigerà il primo corso di roccia (aprile 1968), ed infine, qualche anno dopo La Spezia (1970). Si comincia anche a parlare di una spedizione extra europea alla quale “tutti gli istruttori sono in grado di partecipare” (verbale 8 febbraio 1968) anche se la “condizione necessaria [...] è quella di partecipare” (verbale 11 marzo 1969) alle uscite collettive della Scuola. Tempi duri per gli Istruttori ... Nella riunione del 18 aprile 1969 si propone, per costoro, un corso pratico al quale sono, praticamente, obbligati a partecipare. Su proposta di Melucci

“coloro che non dimostrano l’intenzione di partecipare attivamente all’attività didattica [...] e quindi ai corsi [...] verranno automaticamente esclusi dal corpo degli Istruttori della S.N.A.T. Piaz”. Per quanto riguarda la spedizione le proposte sono tre: l’Elbrus, la massima elevazione del Caucaso; il Demavend, massima elevazione dell’Iran ed il Buyuk Agri-Dag o Grande Ararat, massima elevazione dell’Anatolia. Con lettera del 4 maggio 1969 si indica alla Presidenza della Sezione Fiorentina che la scelta è caduta sullArarat poiché “mentre si inserisce perfettamente nel programma di promozione alpinistica in seno alla Sezione Fiorentina, da anni sviluppato dalla Scuola, appare di particolare interesse in relazione ai futuri programmi della Sezione.[...] Attraverso lo sforzo finanziario della Scuola e la generosa collaborazione finanziaria degli Istruttori si è potuto coprire il costo della partecipazione di tre Istruttori all’iniziativa. Per consentire l’intervento di un quarto Istruttore e completare il reperimento dei fondi necessari alla parte organizzativa [...] si chiede con la presente alla Sezione un contributo straordinario nella misura di £ 250.000". Il contributo arrivò, la spedizione ebbe successo; a raggiungere la cima dell’Ararat, sotto la direzione di Melucci, furono Gilberto Campi, Giancarlo Campolmi e Valdo Verin. Il 7 giugno 1969 il quotidiano La Nazione di Firenze pubblicava la seguente notizia: “Il capo della spedizione alpinistica della scuola nazionale di alpinismo “Tita Piaz” del club alpino italiano di Firenze, Paolo Melucci, ha annunciato ieri con un telegramma che il 4 giugno scorso è stata scalata la cima del monte Ararat in Turchia alto 5200 metri. La spedizione alla quale partecipavano quattro alpinisti fiorentini, ritornerà a Firenze verso la metà di giugno”. Un altro capitolo della Scuola, il primo di carattere extra europeo, si era concluso con la speranza che non rimanesse “vano, non solo perchè può aprire vasti orizzonti all’alpinismo fiorentino, ma anche quale giusta ricompensa verso persone che hanno dato gran parte della loro vita alla montagna nelle sue più varie forme” (Bollettino 2/3 - 1969) Torna alla ribalta, nel 1968, un nome più volte citato: Giuseppe (Bepi) de Francesch. In compagnia di Cesare Franceschetti delle Fiamme d’Oro di Moena e ad Antonio Sanesi del CAI Firenze aprono un nuovo itinerario, fino al V grado, sull’inviolata parete SO

della Torre di Siela, la bella struttura che domina la Val di Lasties tra il Piz Ciavazes ed il Sass Pordoi. La nuova via fu dedicata alla città di Firenze ed al Sindaco Bausi che, apprezzando il gesto, invitò in Palazzo Vecchio gli scalatori ed il Consiglio Direttivo della Sezione per porgere loro il ringraziamento suo personale e quello della cittadinanza. Gli ospiti vennero ricevuti nella sala di Clemente VII; per Bepi fu un ulteriore motivo di attaccamento a Firenze ed alla Scuola Tita Piaz. Fatti e situazioni analoghe, di cui tuttavia non parlerò più diffusamente, si verificheranno anche in futuro, a distanza di anni, dove molte “conquiste” saranno battezzate con i nomi più bizzarri. C’è un motivo semplice che mi spinge a non parlarne: quello di concepire l’alpinismo solo in un certo modo. Un termine, quello di alpinismo, il cui significato è, per alcuni, troppo vago. Facciamo un piccolo passo indietro. Si è già detto come nel 1967 fosse nata la Palestra di roccia di Maiano, quella ancora oggi utilizzata dagli arrampicatori fiorentini per i loro allenamenti. Molta attenzione veniva posta in questa palestra soprattutto per le potenzialità didattiche che poteva assolvere. A trovare questo nuovo “muro” di arrampicata furono d’altronde Istruttori della Scuola che per primi ne tracciarono le vie; una tradizione che si è, d’altronde, protratta nel tempo. Quasi tutte le vie di Maiano sono state aperte da Istruttori della Scuola, per primi Benincasi, Ghiandi e Ponticelli, seguiti da Verin, Bertini, Barbolini, Denti ed altri, passando attraverso le esperienze dell’arrampicata sportiva, con i tracciati aperti da Cirri, Shlatter, Virgilio, Piccini, fino a giungere agli anni 90, alle ultime linee d’arrampicata aperte da R. Masoni. Il quotidiano La Nazione titolava il 28 marzo 1969 “ALPINISTI IN CORDATA A DUE PASSI DA FIRENZE”; seguiva un articolo di Giorgio Batini in cui si faceva appunto richiamo all’utilizzo delle cave di Monte Ceceri per l’organizzazione dei corsi della Piaz: “Sono in pochi a sapere che Firenze è ai piedi delle Alpi. Lo sanno infatti i circa 1700 soci della sezione fiorentina del CAI, una sezione gloriosa e, da un anno, centenaria, e quei fiorentini che il sabato e la domenica se ne vanno a fare una passeggiata dalle parti di Fiesole e - ad un tratto - si trovano di fronte le Alpi”. Rileggendo oggi questo breve paragrafo, a più di trent’anni di distanza, certo può far sorridere il tono ma credo che l’alpinismo, l’arrampicata fossero passatempi giudicati molto più bizzarri di quanto


I componenti della spedizione all’Ararat da sinistra: P.Melucci, V. Verin, A. Campolmi, G. Campi (foto P. Melucci) sotto: Alpi Apuane - M.Procinto (parete nord) Giovanni Bertini durante l’apertura della via “XXV Aprile” tualmente in contatto con l’Amministratore della Società che ha attualmente i diritti di sfruttamento della cava”. Anche in questo caso l’iniziativa non ebbe seguito. Devo menzionare qualche altra ascensione. Nonostante una polemica con la Commissione Nazionale Scuole di Alpinismo, della quale parlerò fra breve, l’attività degli Istruttori, nel triennio 68-70, era proseguita intensamente, principalmente per merito di Mario Verin, ma successivamente anche di Giovanni Bertini e di Leandro Benincasi, attività che si concretizzerà nella realizzazione di varie ascensioni di indiscusso valore quali: lo Sperone nord del Piz Palù e cresta SO al Piz Roseg nel Gruppo del Bernina; cresta NO alla Punta Baracco nel Gruppo del Monviso; cresta sud all’Aiguille Noire de Peuterey e via Ottoz all’Aiguille Croux nel Gruppo del M. Bianco; ancora: Graffer e Fehrmann al Campanile Basso di Brenta e “Italia 61” di De Francesch al Piz Ciavazes. Annotiamo anche un tentativo, ad opera di Mario Verin e Leandro Benincasi, purtroppo non riuscito per il maltempo, alla parete sud del Tour des Jorasses, un progetto poi ripreso, nell’agosto del 1970, dal forte Guido Machetto in compagnia di Gianni Calcagno e Leo Cerruti, che proseguiranno l’esperienza dei fiorentini tracciando una via di straordinaria bellezza. Questo solo per quanto riguarda il 1968. Ancor più prestigiosa la stagione successiva, quella del 1969. Mario, suo fratello Valdo, Giovanni e Leandro, saliranno, uniti in diverse combinazioni di cordata: Leprince-Ringuet (terza ripetizione) al Crozzon di Brenta; Cassin alla parete nord della Cima Ovest di Lavaredo; HasseBrandler alla parete nord della Cima Grande; Preuss alla parete est della Piccolissima; Steger alla parete est del Catinaccio; Buhl alla Roda di Vael; terzo spigolo della Tofana di Roces; parete nord della Tour Ronde. La fruttuosa stagione si concluderà con la prestigiosa salita, effettuata da Mario e da Leandro, della via Cassin allo Sperone Walker delle Grandes Jorasses nel Gruppo del M. Bianco. Ascensioni ancor più rilevanti se consideriamo le modalità in cui vennero realizzate. Basti pensare, ad esempio, che l’ascensione dello Sperone Walker fu una delle prime ri-

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possano essere considerati oggi. Non mancava tuttavia un riconoscimento alle Scuole: “... in parole spicciole le scuole nazionali di alpinismo devono insegnare ai giovani ad andare in montagna senza farsi del male, e a seguitare ad andarci in condizioni di sicurezza ...”. Nel 1970, esattamente nella riunione del 10 aprile, è dato incarico a M. Verin e P. Melucci di “discutere l’eventuale affitto della palestra di Maiano con l’Avv. Emilio Orsini mettendosi even-

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1969 Mario Verin sulla cima delle Grandes Jorasses al termine della salita della via Cassin (foto L. Benincasi)

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petizioni effettuata in giornata. A salire lo Sperone, nel 1969, nonostante Cassin, Tizzoni ed Esposito avessero aperto questo itinerario nel 1938, non erano poi stati in tanti. A fine ‘68, quindi nei trent’anni successivi all’apertura, e quindi in un arco temporale molto lungo, si contavano solo pochissime ripetizioni in giornata. Mario e Leandro conclusero l’ascensione della Walker in solo 14 ore, per poi bivaccare in discesa, probabilmente il tempo più veloce fra tutti coloro che fino allora avevano salito la Walker. Solo la cordata di Giorgio Bertone ed, ancora una volta, Guido Machetto, nell’agosto 1962, aveva impiegato un tempo simile.

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Infine il 1970 soprattutto ad opera di Mario Verin e Valdo Verin, Leandro Benincasi e Paolo Ponticelli: Pilastro Gervasutti al M. Blanc de Tacul nel Gruppo del M. Bianco; Mellano-Perego al Becco di Valsoera; parete est del Liskamm; M. Disgrazia; le vie Andrich-Faè e Tissi alla Torre Venezia nel Gruppo del Civetta; la Micheluzzi al Piz Ciavazes; Spigolo del Velo alla Cima della Madonna nel Gruppo delle Pale; spigolo giallo alla Piccola di Lavaredo. Va avanti di pari passo, anche un’intensa attività in Alpi Apuane. Molte, e nel segno di una ricerca costante, le nuove vie aperte, a cavallo degli anni 6070, dagli Istruttori della Piaz. Alcune di queste segnano un ulteriore passo in avanti nell’evoluzione della tecnica e della mentalità degli alpinisti. Il 3 ottobre 1967, a sei anni di distanza dall’pertura della via Luisa (DolfiRulli), Mario Verin e Giovanni Bertini aprono GAMM, proprio al centro della parete est del Monte Procinto e poche settimane dopo, il 26 novembre, sempre alla est, sono Mario Verin, Leandro Benincasi e Paolo Ponticelli ad aprire una nuova via, “Gabriela”. Due vie realizzate con la collaborazione di Agostino Bresciani e Mario Piotti del CAI di Pisa.

Verin e Bertini si ripetono il 19 maggio 1968 aprendo XXV Aprile alla parete nord, una via di rara bellezza che alza il livello tecnico fino allora raggiunto sulle pareti del Procinto. Più o meno nello stesso periodo L. Benincasi, insieme a Valdo Verin e Giovanni Bertini, aprono, sempre sulla nord, una via che intitoleranno ad Emilio Orsini, Presidente della Sezione Fiorentina. Con l’autunno Verin e Benincasi, ed ancora con la collaborazione di Bresciani, apriranno “Stefania”, alla est. Sul finire degli anni 60, il 28 settembre 1969 i soliti Verin, Bertini e Benincasi tracciano un nuovo itinerario sulla nord del Pizzo d’Uccello, la “direttissima”. Il 27 settembre 1970 Benincasi e Canciani aprono una nuova via nei pressi del Pilastrino di Foiomboli; il 10 ottobre 1971 E. Dei, C. Barbolini e P. Lattanzi ancora una nuova via alla parete est della Guglia Sud di Vinca e poco meno di un anno dopo Benincasi con Giovanni Breschi ancora una via al III° Torrione del Passo Croce. Di fronte al Procinto, sulla parete SO del Monte Nona, dove già sono state aperte altre vie, mettono gli occhi gli Istruttori della Tita Piaz. Fra il 3 ed il 4 luglio 1971 disegnano una linea pressochè verticale su questa parete, a realizzarla sono M. Verin, G. Bertini, E. Dei e M. Lopez. Nel Gruppo della Pania di Corfino, il 2 giugno 1972, G. Bertini, P. Passerini, V. Verin e L. Zan aprono la via del “gran diedro” al Sasso Rosso ed il 13 giugno 1973, G. Bertini e M. Passaleva, ne aprono una alla Pania di Corfino. Umberto Ghiandi e Carlo Barbolini aprono, il 27 agosto 1972, una nuova via alla parete est della Punta di Capradossa. Anche l’attività invernale prosegue. Nel gennaio 1968, Paolo Melucci con Mario Verin e Valerio Sestini salgono la cresta a destra del Canale di S. Viano alla Roccandagia e sempre Melucci in compagnia di Milanesi, col quale aveva salito nel 1966 il Canale Centrale della Pania, sale lo sperone del versante orientale dell’anticima del Monte Tambura. Infine con i fratelli Verin percorre, in dicembre, il versante ENE del Pizzo Maggiore agli Zucchi di Cardeto. Due cordate composte da L. Benincasi e G. Campi e da U. Ghiandi e G. Canciani effettuano la prima invernale al Pilastro SO della Pania Secca e si ripetono il 9 marzo 1969 all’Alto di Sella aprendo una nuova via sul versante ENE, a realizzarla sono M. e V. Verin, G. Bertini, G. Lottini, U. Ghiandi e G. Campi. Fra il 6 ed il 7 febbraio 1971, Benincasi, Campioni, Canciani e P. Ponticelli aprono una nuova via al versante nord del Pizzo delle Saette mentre U. Ghiandi e C. Barbolini ne aprono una al versante ovest del Monte Pisanino, il 19 marzo 1973. Sono stato lungo ma credo fosse doveroso ricordare l’intensa attività degli Istruttori della Piaz in Apuane. Pur limitandomi alla descrizione dell’apertura di nuovi itinerari è chiaro che l’attività non si fermava a questi. Si realizza, infatti, in questo periodo anche la ripetizione di tutti gli itinerari classici presenti in Apuane, spesso in invernale od in solitaria. Fra le ascensioni di maggior rilievo, la prima invernale della diretta alla nord del Pizzo d’Uccello realizzata da M. Verin con G. Crescimbeni e G. Verbi e, sempre di Verin, anche la prima solitaria della stessa via. Una solitaria che andava ad aggiungersi alla tradizione degli alpinisti fiorentini e degli Istruttori della Piaz che su questa parete avevano già realizzato la prima solitaria della Via dei genovesi, con Fosco Maraini, e della via classica, la OppioColnaghi, con Giancarlo Dolfi. Qualche anno dopo Mario Verin, anche Carlo Barbolini effettuerà le due solitarie, alla classica ed alla diretta, in tempi di assoluto rilievo. Ho accennato ad un equivoco sorto con la Commissione Nazionale Scuole di Alpinismo di cui credo sia


Mario Verin risponde con la lettera che vedete pubblicata a fianco e finalmente, a conclusione dell’epistolario, una lettera di Orsini a Grazian, datata 26 febbraio 1970, riporta il sereno nella Scuola: “ Oggi ho la soddisfazione di poterti assicurare che la Scuola funziona pienamente anche nel campo di cui tu mi avevi, con tatto e signorilità, segnalato le carenze. E la soddisfazione è tanto maggiore in quanto il merito non è mio ma della Scuola stessa; essa difatti si è ristrutturata nel suo seno in modo da poter essere in linea non solo per la parte essenziale ed istituzionale ma anche per le tanto deprecate ma necessarissime scartoffie e le “pubblic relations”. Firmato Avv. E. Orsini. L’8 gennaio 1970, meno di quattro anni dopo aver partecipato al corso di roccia della Piaz, Leandro

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interessante parlare nel contesto di questa storia. Appena subentrato a Paolo Melucci, Mario Verin si occupa principalmente dell’aspetto tecnico al quale è molto attento, rigoroso. Ciò lo porta a trascurare altri compiti, in ogni caso demandati alla Scuola. Non viene, infatti, inoltrato alla Commissione, come richiesto annualmente, alcun resoconto dell’attività svolta negli anni 67-69. La Commissione interpreta il silenzio come una cessazione delle attività della Tita Piaz. L’Avv. Emilio Orsini, Presidente della Sezione, scrive a Mario Verin in data 16 luglio 1969: “In occasione della riunione del Consiglio Centrale [...] sono stato avvicinato dall’amico Grazian, Presidente della Commissione Nazionale Scuole di Alpinismo, il quale mi ha espresso il suo dispiacere che la Tita Piaz avesse da tempo cessato ogni sua attività. Sono rimasto a bocca aperta per la meraviglia e, non appena riacquistata la parola, mi sono affrettato ad assicurarlo che la Scuola Tita Piaz non aveva mai cessato di funzionare, e bene [...] La Scuola da molto tempo non dà assolutamente alcun segno di vita [...] ora a me sembra che tu dovresti [...] fare in modo di rimetterti in regola per il passato e mantenerti in regola per il futuro: chiudi, caro Verin, e per sempre, le nostre bocche alla meraviglia!” Indubbiamente erano altri tempi ... ci può sembrare insolito eppure i rapporti ufficiali erano questi, fra Presidente della Sezione e Direttore ci si scriveva in forma ufficiale così come il Segretario della Scuola era tenuto ad inoltrare gli atti delle riunioni e quant’altro sempre a mezzo lettera.

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Benincasi è eletto Vice Direttore della Scuola e nel corso della stessa riunione Mario Verin “comunica che ha fatto un giro di ispezione alle pendici del monte per individuare il punto migliore” per un bivacco fisso ai piedi della parete nord del Pizzo d’Uccello; “dal momento che è stato deciso di fare un bivacco sembra opportuno farlo tale da non sfigurare il buon nome della Scuola”. Dell’iniziativa non se ne fece poi niente. Nella riunione successiva, quella del 28 gennaio 1970, venivano precisati i termini di quel codice di comportamento al quale gli Istruttori della Scuola dovevano richiamarsi nello svolgimento della loro attività, anche personale: “L’Istruttore della scuola, in quanto tale, non può svolgere attività e divulgare notizie e fatti in nome e per conto della scuola, né tantomeno svolgere attività concorrenziali alle attività della stessa senza la preventiva autorizzazione del Direttore. Non può comunque mai fare o dire cose contro il buon nome e gli interessi della Scuola”. E’ una norma ancora valida, mai abrogata, che tutti noi siamo ancora oggi tenuti ad osservare. L’organico della Scuola era a questa data: Mario Verin, Andrea Bafile, Giancarlo Dolfi, Paolo Melucci, Marco Rulli (Istruttori Nazionali) Leandro Benincasi, Giovanni Bertini, Gilberto Campi, Giancarlo Campolmi,

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Guido Canciani, Piero Cioncolini, Giuliano di Cocco, Umberto Ghiandi, Luciano Lensi, Luciano Marziali, Pino Milanesi, Paolo Ponticelli, Valdo Verin (Istruttori ed Istruttori Sezionali). A meno di due anni dalla felice conclusione della spedizione all’Ararat, prende consistenza l’idea di una nuova spedizione extra europea. Nel 1971, durante una sua permanenza in Nepal per conto dell’O.N.U, Paolo Melucci ottiene una prelazione, dalla locale organizzazione alpinistica, per un tentativo al Lamjung Himal, un “quasi” settemila inviolato nel Gruppo dell’Annapurna. Con scarso “fair play” il permesso venne poi concesso ad una spedizione inglese che lo conquistò l’anno successivo. Melucci non si rassegna. Nel 1972, ultimato il programma dell’annuale corso di alpinismo (XLVIII) che aveva registrato un elevato numero di adesioni (41), espone un progetto per una spedizione da effettuarsi nell’America Settentrionale. Verso la fine di giugno dello stesso anno la richiesta viene formalizzata al Consiglio Direttivo della Sezione al quale viene trasmessa “una relazione relativa ad un progetto di massima per una spedizione alpinistica al Monte Mc Kinley (Alaska)” Nella relazione si dichiarava di voler

onorare quei voti “più volte espressi dall’Assemblea dei Soci, portando finalmente il nome di Firenze e della Sezione fiorentina del CAI su di una montagna di grande importanza ...” L’ascensione del Mc. Kinley era inoltre vista come occasione di formazione per gli Istruttori, come “un’impresa di prim’ordine e un’esperienza fondamentale per i componenti di un’equipe destinata a tentare imprese più impegnative, quali il tentativo di salita a vette himalayane inviolate”. Un progetto ambizioso che non trovò adeguata sensibilità nel governo della Sezione. Inutile die che avevamo uomini e capacità per un obiettivo di prestigio ma, purtroppo, l’occasione non fu colta, Firenze poteva aspettare. La miopia degli organi dirigenti della Sezione, probabilmente attratti dal fascino di ben altre attività, rimandarono, con la loro decisione, di molti anni la soddisfazione di vedere spiegato il giglio di Firenze su una cima extra europea. Ma di questo parleremo più avanti. Nella cronaca alpinistica, che ho poc’anzi illustrato, hanno fatto velocemente il loro ingresso due nomi destinati a raccogliere la prestigiosa eredità della Tita Piaz: Carlo Barbolini e Marco Passaleva che, dopo aver partecipato ai corsi della Piaz, rispettiva-


mente nel 1970 e nel 1972, entrano nel 1973 nella Scuola. Giovani e destinati ad un futuro di Direttore. Ma non tutto è roseo, in questi anni; i rapporti della Scuola con la Sezione non sono poi così idilliaci come si può pensare. Presidente della Sezione, come abbiamo già avuto modo di ricordare, è Emilio Orsini, poco incline all’attività alpinistica in favore di una più marcata attività escursionistica: ammirevole, per carità, ma purtroppo penalizzante nei confronti delle altre attività della Sezione. La filosofia che governa la Sezione è tipica di una struttura famigliare gestita in modo patriarcale, se non autoritario. Sulla crisi generata da tali comportamenti interviene in modo circostanziato Leandro Benincasi, sul Bollettino del gennaio 1973, disegnando un quadro generale preoccupante destinato a rendere la Sezione “antiquata, provinciale e senza alcuno sbocco per i giovani che ne fanno parte. Dopo un iniziale periodo aureo culminato nello splendore di una Scuola Nazionale di Alpinismo” ha fatto seguito un periodo oscuro in cui si è verificato un “completo disinteresse circa l’attività alpinistica, peraltro di prim’ordine”. Le risposte furono vaghe, si accusò la Scuola di non aver voluto partecpare ad una spedizione all’Everest [1], i collegamenti con Orsini rimasero tali, cioè pressochè nulli. L’attività della Scuola in compenso andò avanti, non si fermò; gli Istruttori continuarono a proporre attività, corsi, iniziative, obiettivi alla portata di tutti, per tutti. Come sempre d’altronde ... anche se talvolta non ci è riconosciuto. Nel 1972 due nuovi Istruttori vengono nominati Nazionali: Leandro Benincasi, appunto, e Valdo Verin che al Corso di Courmayeur tengono sorprendentemente testa ai più noti e celebrati compagni dell’Italia del nord nonostante fossero stati presto denominati “terroni”. Al termine, Valdo Verin e Leandro Benincasi si piazzano rispettivamente al primo ed al secondo posto di tutto il

nell’altra pagina: G. Bertini durante l’apertura della via “E. Orsini” (Alpi Apuane - M. Procinto parete N) foto L. Benincas 1969 Cima Grande di Lavaredo - L. Benincasi sulla via Hasse-Brandler (foto M. Verin) in questa pagina: Palestra di via Faentina Corso di Roccia anni ‘70

[1] Preciso, per dovere di cronaca che nessun invito a partecipare pervenne alla Piaz. Non poteva che essere così visto che la spedizione di cui parliamo è la spedizione Monzino alla quale parteciparono esclusivamente elementi selezionati nei corpi delle Forze Armate. E. Orsini, allora Presidente del CAI Firenze nonchè consigliere centrale, fu incaricato di accompagnare il ritorno dei partecipanti che avvenne, appunto, con aerei militari.

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sotto: Valdo Verin e Giovanni Bertini (foto C. Barbolini)

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corso. Il 1 aprile 1974 Mario Verin rassegna le dimissioni da Direttore della Scuola, il 2 aprile gli Istruttori della Scuola si riuniscono ed eleggono all’unanimità, come nuovo Direttore, Leandro Benincasi; vice Direttore, Valdo Verin. Segretario della Scuola è Carlo Colombo. Le intenzioni di Leandro non tardano a manifestarsi, nella riunione del 18 luglio 1974 si legge al punto 9 del verbale una “proposta per un radicale mutamento di indirizzo dell’attività della Scuola”. Poco dopo, nella riunione dell’8 ottobre si stabilisce un corso per Istruttori sezionali al quale vengono ammessi: Emilio Checcucci, Carlo Marinelli, Carlo Ballestrero, Stefano Denti, Leopoldo Fiaschi, Carlo Santini, Milena Masini, Antonio Giolito, Luciano Lenzi. Malgrado le condizioni meteorologiche dell’estate, l’attività alpinistica della Piaz, a fine 1974, sarà più che soddisfacente; soprattutto per merito di alcune ripetizioni di grande prestigio: Aste-Susatti alla Punta Civetta, Lacedelli alla Cima Scotoni, Spigolo degli Scoiattoli alla Cima Ovest di Lavaredo, Vinatzer al Sass de Leusa, Castiglioni al Sass di Mezdì, Pisoni-Steni alla Cima da Lago, Spigolo del Velo alla Cima della Madonna. Anche in Alpi Centrali annotiamo, in particolare, due ascensioni di grande respiro: la Kuffner al Piz Palù nel Gruppo del Bernina e lo spigolo Nord della Sciora di Fuori nel Gruppo del Badile.

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Nel 1975 Mario Verin festeggia l’ingresso nel Club Alpino Accademico Italiano, un evento che la Piaz saluta con entusiasmo. E’ il giusto riconoscimento per l’imponente elenco di ascensioni realizzate, per il contributo che Mario ha dato all’alpinismo. Ma il maggiore contributo, scrive Andrea Bafile sul Bollettino del febbraio 1975, non è stato quello di “aver tanto arrampicato, ma quello di aver fatto arrampicare tanti amici. [...] La sua nomina ad Accademico del CAI riempie tutti di gioia. Quelli che hanno arrampicato con lui, che lo hanno visto arrampicare con il suo stile inconfondibile, che hanno assistito alle sue serate di proiezioni, [...] gli si stringono intorno per un affettuoso applauso”. Sono anni di intensa attività, in ogni senso. Proprio per merito di Andrea Bafile, insostituibile in questo ruolo, ci si indirizza su due filoni che godranno di giusto riconoscimento e felice futuro: lo studio sistematico dei materiali e delle tecniche e l’ingresso dell’attività sci alpinistica in seno alla Scuola. Monte Ceceri assolve pienamente al primo compito; disponendo di specifiche capacità professionali, Bafile si incarica di studiare e realizzare una moltitudine di studi tesi alla conoscenza e ad un miglior uso dei materiali, vecchi e nuovi, che la progressione alpinistica richiede. E’ di questo periodo la realizzazione di uno

strumento che cambierà radicalmente, ed in meglio, il modo di assicurazione, di discesa e di recupero: la piastrina, oggi ufficialmente adottata dalle Scuole Centrali di Alpinismo e Sci Alpinismo. Un bel passo avanti e, tuttavia, non il solo; le dimostrazioni pratiche effettuate a Monte Ceceri, ed alle quali erano invitati non solo “addetti ai lavori” ma anche personalità e vertici della Sezione, si susseguono con una certa cadenza. Non si tralascia di spiegare sugli inviti i termini della dimostrazione; su uno, ad esempio, si legge: “ Verranno eseguite prove di materiali e dimostrazioni delle moderne tecniche di assicurazione, riproducendo in grandezza naturale la caduta di un peso di 80 Kg. da sei metri di altezza. L’impianto è installato a Monte Ceceri, in prossimità del piazzale ove trovasi il cippo che ricorda l’esperimento del volo di Leonardo da Vinci [...] ove dalle 14,30 istruttori della Scuola Piaz saranno a disposizione per informazioni ....”. Un alpinismo di ricerca quindi, se così vogliamo anch’esso definirlo, un fiore all’occhiello per la Scuola di Alpinismo Tita Piaz, unico esempio probabilmente nel panorama delle Scuole italiane. L’altro filone, come ho detto, è quello che svilupperà in seno alla Scuola l’attività sci alpinistica e che genererà anch’esso un valido rinnovamento della Scuola. Alcuni anni prima, a fronte di altrettante riforme, il termine “nazionale” era stato abolito in modo generalizzato per lasciare spazio alla denominazione Scuola di Alpinismo, ancora oggi in uso. Intorno alla metà degli anni 70, lo sci alpinismo era di totale competenza dello SCI CAI che lo inseriva, vista la grande tradizione sciistica, nell’ambito delle proprie iniziative. Il passaggio divenne naturale con il formarsi di specifiche figure nell’ambito delle Scuole Centrali. Istruttori di questa disciplina, oltre naturalmente ad Andrea Bafile, erano anche Arturo Ponticelli e Claudio Malcapi. Nel corso della stagione 1976-77 vengono tenuti due corsi di sci alpinismo: il primo di introduzione alla disciplina ed il secondo, ad invito, teso a formare nuovi Istruttori. Spiegando le differenze fra i vari terreni d’azione, si affermava che “ ... lo sciatore appenninista deve possedere discreta tecnica sciistica, buona conoscenza della montagna, relativamente modeste capacità di arrampicatore. I pendii da affrontare con i ramponi non superano di norma i 40 gradi”. Al termine del corso, il giudizio non fu positivo, “il corpo insegnante” non ritenne “sufficienti gli elementi di giudizio acquisiti e pertanto il tito-


lo di istruttore sezionale non è stato conferito”. Esito negativo quindi, ma si erano gettate le basi per un futuro che non tardò molto a divenire realtà. La Piaz si avvale, oggi, di un numeroso e competente organico di Istruttori di sci alpinismo fra cui un Nazionale, M. Orsenigo. Nel 1977, per opera di Peppino Cicalò, Istruttore della Scuola ricco di entusiasmo e dotato di grandi doti di aggregazione, nasce il Gruppo Alpinistico Tita Piaz; una costola della Scuola ove confluiscono gli allievi che partecipano ai corsi. Scopo dichiarato del Gruppo quello di continuare nell’opera di formazione iniziata dalla Scuola attraverso una serie di attività che tendono a completare il bagaglio tecnico e culturale dell’allievo. Farne, insomma, un alpinista autonomo ed esperto, un obiettivo ancora oggi svolto con entusiasmo.

sopra: Giovanni Bertini durante l’apertura della “via dei Fiorentini” alla Torre di Monzone - Alpi Apuane (foto L. Benincasi) sotto: 1980 - Tofana di Roces Franco Falai e Leandro Benincasi all’uscita della via Pompanin-Alverà al Terzo Spigolo (foto L.Benincasi) fano Nuti e Aldo Terreni (Istruttori ed Istruttori Sezionali). Segretaria è Angela Baccaro. Carlo e Marco non tardano molto ad affermarsi, aiutati, forse, anche dal rapporto di profonda amicizia che fra loro era andato instaurandosi. Proprio Marco ricordava, non molto tempo fa, come ambedue avessero una grande voglia di emergere, come avessero “trovato gente disponibile che ci ha guidato e che con molta passione ci ha introdotto nel mondo dell’alpinismo [...] E’ anche vero che noi avevamo [...] passione, [...] voglia di apprendere [...]. Quando arrivò il momento di staccarci, lo facemmo, diventando autonomi ed accrescendo, di volta in volta, le nostre conoscenze”. Arrampicano un pò dappertutto ma è con il Gruppo del Monte Bianco che instaurano un feeling particolare; un feeling che, oggi, con la realizzazione di un numero considerevole di ascensioni, colloca loro fra i maggiori conoscitori del Gruppo. Un contributo di Passaleva, pubblicato sul Bollettino del gennaio 1980, suona quasi come una dichiarazione d’amore nei confronti di questo gruppo. Non proprio attinente con la storia della Piaz credo, tuttavia, valga la pena riproporlo:”Qualsiasi alpinista che sia stato nel gruppo del M. Bianco avrà certa-

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Prosegue l’attività degli Istruttori. Da un lato proseguono le realizzazioni in Alpi Apuane, dall’altro nuove linee solcano la Palestra di Maiano che svolge un ruolo ancor più fondamentale nella preparazione e nell’allenamento degli alpinisti che la frequentano. Sempre nel 1977, per l’esattezza nel dicembre, dobbiamo registrare l’apertura di una nuova via proprio in Apuane. Dopo alcune fruttuose ricognizioni, C. Barbolini, M. Passaleva, P. Passerini, L. Cirri e G. Bertini apriranno un bellissimo itinerario alla Torre di Monzone, più precisamente a quella che dall’apertura di questa via prenderà nome: la Pala dei Fiorentini. Una via aperta in stile classico, nella migliore tradizione, che presenta un traverso di circa 50 metri da molti ritenuto il più avvincente e spettacolare di tutte le Alpi Apuane. Nel 1980 Marco Passaleva e Carlo Barbolini superano con successo il Corso per Istruttore Nazionale di Alpinismo al quale partecipa, come membro della Commissione giudicante, Bepi de Francesch che a lungo aveva contribuito alla riuscita dei corsi della Piaz e di cui abbiamo già parlato. Nel 1983, Carlo assume la responsabilità della direzione della Scuola, l’organico è composto da Leandro Benincasi, Marco Passaleva, Mario e Valdo Verin (Istruttori Nazionali) e Lorenzo Carciero, Lorenzo Cirri, Mauro Rontini, Carlo Amore, Andrea Astorri, Giovanni Bertini, Giovanni Breschi, Franco Cervellati, Giuseppe Cortesi, Fabrizio Ciuffi, Stefano Denti, Franco Falai, Roberto Frasca, Raffaele Gallo, Eriberto Gallorini, Nicola Gambi, Vittorio Giovetti, Pierfranco Lattanzi, Marco Meini, Ste-

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mente goduto di quell’ambiente meraviglioso e fuori dal comune. Là tutto è diverso, a partire dalla roccia; se nelle Dolomiti si hanno sempre di fronte pareti gialle strapiombanti e spesso di roccia rotta e insicura, in mezzo ai ghiacciai del M. Bianco sorgono vere e proprie cattedrali di granito rosso, monoliti elegantissimi che solo a guardarli invitano ad essere saliti. Lontano dalle vallate e dai centri abitati ci troviamo in un’oasi di solitudine. [...] A volte vorremmo addirittura fermare il tempo per continuare a godere di certe esperienze irripetibili vissute di fronte ad una natura in veste del tutto particolare; spesso però [...] si presentano imponenti le difficoltà di un ambiente che non ci è familiare; il freddo, il ghiaccio che ricopre tutto, perfino l’ombra ci toglie di dosso parte di quelle sensazioni piacevoli e sveltisce la nostra progressione quasi volessimo riemergere al sole come dal profondo di un fondale marino”

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La direzione di Carlo produce, nel 1984, un primo, concreto obiettivo che, in un certo qual senso, corona il sogno della Piaz: una nuova spedizione extra europea a tanti anni di distanza da quella all’Ararat e dalla delusione del Mc Kinley. L’obiettivo della spedizione viene scelto nelle Ande Peruviane, nella catena dello Huayhuash. Sul Bollettino del marzo 1984 non si manca di dare risalto all’iniziativa: “E’ importante che la Scuola svolga anche un’azione formativa rivolta al proprio interno, che si realizza essenzialmente con la crescita alpinistica individuale [...] E’ sufficiente dare un’occhiata all’elenco delle principali salite effettuate negli ultimi tempi dai componenti della Scuola di Alpinismo Tita Piaz per verificare come dalle esperienze individuali si costituisca un patrimonio comune di rimarchevole livello. [...] Accanto a questi motivi di non minore rilievo è la risonanza che l’impresa potrà avere nell’ambito cittadino ...”. Membri della spedizione furono designati Carlo Barbolini (capo spedizione), Lorenzo Carciero, Franco Cervellati, Lorenzo Cirri, Giancarlo Dolfi, Franco Falai, Eriberto Gallorini, Leonardo Parigi, Marco Passaleva e Mauro Rontini. Invidiabile il curriculum dei partecipanti; quello di Barbolini conta il Pilone Centrale del Freney, la prima ripetizione italiana invernale

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1980 - Primo Pilastro della Tofana di Roces in vetta: M.Passaleva, L.Benincasi e C.Barbolini

alla nord de Les Droites della via Cornuau-Devaille; la prima ripetizione della Casarotto-Grassi all’Aiguille del Triolet, Gervasutti al Pic Gugliermina, una via nuova per la parete N al Mont Greuvetta, il Pilier Gervasutti e la Boccalatte al Mont Banc de Tacul, lo Sperone della Brenva in solitaria ed una via nuova alla nord del Monte Disgrazia, senza citare la sua attività in Dolomiti. Si aggiunge a queste un rilevante numero di ascensioni rea-lizzate dagli altri partecipanti alla spedizione. Cito in ordine sparso non lasciandomi intimidire dalla mancanza di spazio: Gran Diedro alla Cima da Lago, Spigolo Abram al Ciavazes, via degli Svizzeri e Bonatti al Gran Capucin, Cassin e Carlesso alla Torre Trieste, scoiattoli alla Cima Scotoni, Pilastro dei Francesi e via delle Guide al Crozzon, Detassis alla Brenta Alta, Gogna alla parete sud della Marmolada, Carlesso alla Torre di Valgrande, Cassin alla nord della Cima Ovest di Lavaredo e Comici-Dimai alla nord della Cima Grande, Costantini-Apollonio e Costantini-Ghedina al secondo pilastro della Tofana di Roces e PompaninAlverà al primo pilastro, ovest del M. Bianco, Jori alla Punta Fiames, Kuffner al Mont Maudit, Pilier a Tre Punte al Mont Blanc de Tacul, parete NE de Les Courtes, Livanos-Gabriel alla Su Alto, Schober-Liebl al Pan di Zucchero, Tissi alla Torre Venezia, Steger al Catinaccio, cresta sud dell’Aiguille Noire di Peuterey, spigolo nord dell’Agner. A sintesi della spedizione, un breve bilancio di Carlo Barbolini: “E’ stato senza dubbio un fatto di maturazione della Scuola stessa, sia per quanto riguarda l’attività personale degli Istruttori che ne fanno parte, sia per l’importante impegno didattico e divulgativo che la Scuola propone e sostiene da ormai trentatre anni di lavoro”. Significativo ai fini del successo ed in linea con la tradizione della Piaz il fatto che “la convivenza di dieci persone per 45 giorni, peraltro tutte già affiatate, lavorando insieme all’interno della Scuola, non sia stata fonte di particolari problemi, ma anzi abbia rinsaldato vecchie amicizie ed abbia permesso di conoscersi meglio” (Bollettino marzo 1984). Parole che evidenziano l’esito positivo della spedizione il cui bilancio, d’altronde, è da considerare di assoluto rilievo. Barbolini, Dolfi, Falai e Rontini salgono il Rasac Principal per la cresta est ed oltre a questa prima ascensione viene realizzata la prima ripetizione italiana della Jaeger al Rasac Oeste (5.700 mt. - Cervellati-Cirri), una via nuova al Cerro Minopata per la cresta sud (4.965 mt. - Rontini in solitaria), cresta ovest del Nevado Mexico (5.063 mt - Dolfi in solitaria). Barbolini, Passaleva, Gallorini e Rontini raggiungono inoltre sulla “grande parete” Ovest dello Yerupaja, come la definì Passaleva sul Bollettino del marzo 1984, quota 6.300 mt. ma devono desistere per le pericolose condizioni ambientali. Proprio questa, se vogliamo, è l’unica delusione; non aver raggiunto la cima dello Yerupaja. Ma è una delusione passeggera che gli alpinisti non manifestano. Scrive Passaleva: “ Il sogno di tutti e di sempre è sfumato così, a 300 metri dalla vetta e dalla vittoria:gli assidui allenamenti ed i notevoli sacrifici non avevano contribuito a nessun risultato? Non ho mai pensato tutto questo; ritengo, al contrario, che una simile scelta contribui-


sotto: M. Passaleva e C. Barbolini durante il tentativo alla cima dello Yerupaya G. Dolfi, C. Barbolini, F. Falai, M. Rontini sulla cima del Rasac Principal

Nei primi mesi del 1985, Marco Passaleva subentra a Carlo Barbolini nel ruolo di Direttore. Si chiude così il numero di coloro che si sono avvicendati alla direzione della Scuola: sette Direttori per 50 anni di attività. Tutti, peraltro, in attività ad eccezione, purtroppo, di Marino Fabbri. Dopo una breve parentesi di appena un anno, la Scuola è nuovamente coinvolta in una spedizione extraeuropea, che si propone di tracciare una nuova via sulla parete nord del Cerro Fitz Roy in Patagonia, anche se in collaborazione con altre due Sezioni del Club Alpino: la XXX Ottobre di Trieste e quella di Mariano Comense. Per la Sezione Fiorentina partono per la spedizione “El Chalten 85”, Carlo Barbolini, Mauro Rontini e Massimo Boni. La spedizione parte male, problemi di ogni tipo sembrano porre fine anticipatamente alle speranze di successo. La costanza premia tuttavia i cinque componenti e, seppure al centro di una tremenda bufera con vento fortissimo in stile Patagonia, raggiungono la cresta che solo una manciata di facili metri separa dalla vetta. E’ il 17 gennaio 1986, la nuova via è ormai percorsa: 46 tiri di alta difficoltà laddove cinque spedizioni precedenti avevano fallito. Nella seconda metà degli anni ‘80, Eriberto Gallorini, Mario Vighetti e Stefano Rovida vanno ad aggiungersi agli Istruttori Nazionali già presenti nella Scuola. Con loro cresce il prestigio della Scuola che trova, nel contempo, giovamento da questo nuovo rinnovamento del corpo Istruttori. Matura, inoltre, in questo periodo, nell’ambito del CAI, la volontà di seguire con più puntualità l’evoluzione

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a sinistra: il manifesto della spedizione

sca ad offuscare ancora una volta l’immagine di quell’alpinismo fatto di retorica, di vittimismo o di facili trionfalismi [...] soltanto chi ha potuto vivere in prima persona questi momenti, può comprendere in modo inequivocabile il significato di ciò che ha fatto, e chissà se questa difficile rinuncia non possa trasformarsi in un reale successo ... [...] Nel primo contatto radio col campo base dissi testualmente “Non abbiamo potuto raggiungere la vetta ma è stata ugualmente una grande impresa”. Si conclude quindi con un successo la “Spedizione Alpinistica Città di Firenze”, un’esperienza a lungo sognata e sperata dagli Istruttori della Piaz, consci della responsabilità che, visto il ruolo svolto dal Governo della città, questo successo significava per tutta la cittadinanza fiorentina.

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che, nel suo complesso, ha subito l’arrampicata. Un’evoluzione dettata dai tempi ove, ad un alpinismo di stampo più classico, tradizionale, vanno affiancandosi nuove tecniche di movimento ed anche una nuova mentalità. C’è anche un’altro elemento che va ad incrementare la già prestigiosa tradizione alpinistica della Scuola: l’ingresso di Carlo Barbolini nel Club Alpino Accademico Italiano. A distanza di 14 anni da Mario Verin anche Carlo entra, quindi, a far parte, nel 1989, di questo esclusivo Club. E’ sicuramente un premio alla sua attività, fuori e dentro la Scuola; un riconoscimento ai suoi indubbi meriti alpinistici. Stiamo correndo a grandi passi verso gli anni ‘90, ne mancano poco più di dieci per arrivare ai nostri giorni. L’attività degli Istruttori della Scuola prosegue con metodica puntualità, ovviamente quella personale ma soprattutto quella didattica. E’ proprio quest’ultima, in particolare, a registrare l’impegno non indifferente di alcuni Istruttori e Aiuto Istruttori, già da diversi anni nella Scuola: Aldo Terreni, Giuseppe Cortesi, Fabrizio Ciuffi, Alberto Evaristi. Ed è proprio in questi anni che Aldo assumerà il ruolo di Vice Direttore della Scuola.

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Nel 1992 C. Barbolini e M. Vighetti partecipano alla spedizione che, in terra patagonica, porterà loro a realizzare l’ascensione di tutte le pareti nord delle Torri del Paine. Nel 1995 si svolge al Rifugio Graffer, in Brenta, un raduno alpinistico che celebra l’attività della Graffer ed al quale sono invitati anche quelli Istruttori della Piaz che a lungo avevano contribuito alla riuscita dei Corsi della Scuola trentina; “una lunga storia”, come scrive Roberto Frasca sul Bollettino del novembre 1995, “costellata di figure carismatiche che s’incrocia spesso con la storia della nostra Scuola”. Prevale ovviamente il ricordo di “tanti percorsi pa-

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Parete sud della Marmolada - Roberto Masoni su Don Quixote (foto A.Terreni)

ralleli fra le montagne fatti di passione e buona volontà, con lo scopo comune di mandare sulle pareti persone preparate e consapevoli”. Nell’estate del 1996 Carlo Barbolini parte per una nuova spedizione nella Patagonia cilena. Marco Passaleva compagno di tante ascensioni, deve a malincuore rinunciare poche settimane prima della partenza. A fine agosto Carlo parte con Joan Jover Garcia, di Barcellona; obiettivo della spedizione è il canale che divide in due la parete est del Cerro Escudo, nel Gruppo delle Torri del Paine. La mancanza di ghiaccio e la pessima qualità della roccia negli ultimi 150 metri che separano Carlo e Garcia dalla spalla che conduce in vetta, li convince al rientro, peraltro tutt’altro che facile. Alle 3 del mattino, dopo 25 ore ininterrotte fra salita e discesa riescono a raggiungere il campo base. Disinvolto, come al solito, il commento di Carlo: “Chissà, forse ritenteremo fra un po’, le montagne non si muovono, sono là che ci aspettano” (Bollettino dicembre 1996). Prosegue l’attività nel Gruppo del Bianco. Al ritorno da un tentativo al Supercouloir del Mont Blanc de Tacul effettuato con Carlo ed Eriberto, Marco si lascia andare ad un commento sull’alpinismo: “Abbiamo scoperto una nuova dimensione di questa montagna, troppo spesso ridotta a grande parco giochi, con tanto di giostre, burattinai e funamboli. La possibilità di muoversi ancora fuori dai grandi affollamenti, tipici di altre stagioni, di poter godere a pieno di una salita potendo vivere ancora fino in fondo l’ambiente che la circonda senza doversi forzatamente confrontare ricercando exploit di effetto o avventure più alla moda: lasciamo tutto questo ai professionisti-fuoriclasse, loro devono rispondere alle regole del mercato sulle quali sono ormai stati spesi fiumi di parole. [...] Per noi, pur attenti osservatori, è sufficiente ritagliarci lo spazio necessario per vivere l’alta montagna ancora con entusiasmo, divertimento, serenità e consapevolezza. Fortunatamente esiste ancora questa possibilità [...] basta saper scegliere”. E’ un chiaro indirizzo per la Scuola, per la sua attività e lo spirito che da sempre la distingue. La cronaca degli anni ‘90, anche se solo apparentemente, non registra molto di più . Non manca infatti di importanza il ruolo della Scuola e l’attività dei suoi Istruttori. Innanzitutto sul piano alpinistico, dove per Marco Passaleva e Carlo Barbolini si registrano, soprattutto nel Gruppo del M. Bianco, alcuni annni di grandi soddisfazioni culminanti con la Doufur-Frehel al Grand Pilier d’Angle. Ma anche per gli altri Istruttori sono anni di intensa attività, basta osservare il grande numero di ripetizioni realizzate sia in Alpi Orientali che Occidentali. Di pari passo si intensifica anche un’intensa attività extraeuropea di cui parla, più diffusamente nelle pagine di questo volume, Carlo Barbolini. Si evolve inoltre in questi anni la cultura dell’arrampicata sportiva non disgiunta dall’apprendimento di nuovi metodi di insegnamento e di movimento; un processo che svilupperà una quantità notevole di ripetizioni in chiave sportiva, nei santuari della specialità, sia in Italia che all’estero. Ad accrescere il prestigio della Piaz contribuirà Marco Orsenigo, nel 1997, superando gli esami di Istruttore Nazionale di Sci


Alpinismo. Non va sottovalutato anche l’impegno istituzionale degli Istruttori. Un impegno di cui, in verità, non ho molto parlato che merita tuttavia menzione, che va ad inserirsi nella tradizione della Scuola. E’ infatti degli ultimi anni l’assunzione, da parte di alcuni Istruttori, di ruoli nevralgici nella vita del Club Alpino Italiano e della nostra Sezione in particolare; Marco Orsenigo viene eletto, per due successivi mandati, Presidente della Sezione mentre Aldo Terreni e Roberto Frasca ricopriranno in due diversi mandati il ruolo di Vice Presidente. Per Roberto giungerà anche la nomina a Consigliere Centrale sia del CAI che del Corpo Nazionale Soccorso Alpino. Sempre per il CNSA, Stefano Rinaldelli sarà eletto vice Delegato Regionale e quindi, proprio in questi mesi, capostazione della Falterona. Non solo, Carlo Barbolini sarà eletto Direttore della Scuola Centrale di Alpinismo, un ruolo di indubbio prestigio. Prende corpo, inoltre, proprio in occasione della celebrazione del cinquantesimo anno di attività della Scuola, l’idea di organizzare una nuova spedizione extraeuropea che da tanti anni, come abbiamo visto dal 1984, manca nel curriculum della Scuola. Dopo molte ipotesi e non pochi problemi economici ed organizzativi viene scelta la catena montuosa del Kokshall-Too situata nel range settentrionale del Pamir, in un’area di confine fra Kyrgyzstan e Cina. Chiamati a partecipare alla spedizione, sotto il coordinamento di C. Barbolini, saranno Alessandro Aversa, Gabriele Majonchi, Roberto Masoni, Marco Orsenigo, Marco Passaleva, Nicola Pesciulli, Stefano Rinaldelli e Aldo Terreni. Pochi giorni prima della partenza, purtroppo, M. Passaleva dovrà rinunciare per motivi di carattere personale. La spedizione avrà successo, gli obiettivi programmati raggiunti.

Cosa dire a conclusione della storia della Piaz ... Non sta a me fare alcun bilancio; saranno altri a farlo, nel rispetto dei ruoli, sicuramente in modo più autorevole. Solo la libertà di un breve commento a conclusione di una ricerca storica che mi ha impegnato a lungo, che ho svolto con entusiasmo, certo che mi avrebbe arricchito. L’impegno maggiore nello scrivere queste pagine, è stato soprattutto quello di evitare una trappola sovente in agguato: quella di ridurle in una scarna cronaca alpinistica: salite, prime, discese, metri di dislivello superati. Tutti elementi che fanno parte dell’alpinismo, non c’è dubbio, ma dei quali non ho ritenuto indispensabile parlare. E’ invece l’altro aspetto, quello che mi affascinava di più: riuscire a parlare della natura di alcuni uomini, talvolta autentici fuoriclasse, che in montagna hanno trovato il loro terreno di avventura e di libertà e con essa ... il sogno di mettere a disposizione del prossimo le esperienze acquisite. E’ grazie a loro che la nostra Scuola è una forza viva da oltre 50 anni. Mezzo secolo di alpinismo, appunto.

Roberto Masoni

sopra: Marco Cencetti in arrampicata nel briançonnaise sotto: Campo base Kokshall-Too 2003

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Ho tralasciato volutamente la storia sci alpinistica della Scuola, una storia alla quale, fino ad ora, ho dedicato solo qualche accenno poiché se ne occupa Alfio Ciabatti in altra parte del volume. E’ una storia che nasce nel luglio 1957 con la fondazione del Club Sci-Alpinistico Italiano, tenuto a battesimo dalla F.I.S.I., ma che è figlio del CAI; un club che “ha i cinque cerchi stampati sul bavaglino ma le aspirazioni sono dell’aquila vicino alla stella, più cresce più si distacca dall’agonismo - gli si confà molto di più la solidarietà della cordata anche se con gli sci ai piedi” (Arturo Ponticelli, Bollettino 1/2 - 1968). Come ho già detto, per molti anni, quest’attività era stata di competenza dello SCI CAI nel quale, tuttavia, operavano fin dalla sua costituzione Istruttori della Piaz, in modo particolare Andrea Bafile e Giancarlo Dolfi che già aveva praticato a livello agonistico lo sci di fondo.

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Alpinismo Fiorentino


di Paolo Melucci

All’inizio di tale periodo esistevano già da tempo in Italia delle “palestre d’arrampicata”: fra tutte citerò la Grignetta, frequentata sia dai “Ragni” di Lecco che dai “Pell e Oss” di Monza, i Bindesi e la Vigolana per i trentini e la Val Rosandra per i triestini. Rari e forse non altrettanto significativi gli esempi nel Centro e Sud Italia. Va anzitutto sottolineato come l’utilizzo di tali palestre non fosse fine a se stesso bensì inteso come mezzo d’allenamento e d’affinamento della tecnica in vista d’affrontare le montagne “vere”. Ma era anche l’occasione d’incontro e d’aggregazione fra i giovani d’allora, alla ricerca di forme d’attività volte ad un incremento delle capacità alpinistiche e ad uno scambio d’esperienze, per non parlare del tentativo di superamento della staticità (per non dire dell’obsolescenza) dell’establishment alpinistico dell’epoca. In tale contesto si sviluppò nell’ambiente alpinistico fiorentino un crescente interesse per l’arrampicata su roccia, sino ad allora negletta se non addirittura avversata in seno alla Sezione (al punto che ai giovani che volevano cimentarsi in questa attività veniva persino negato il noleggio del materiale alpinistico, teoricamente a disposizione di tutti Soci).

successivamente percorsa interamente fino alla sommità per uno sviluppo totale d’una cinquantina di metri, superando in alto fasce delicate di galestro. Presso la palestra esisteva un laghetto, alimentato da una falda sotterranea - poi sciaguratamente colmato con materiale di scarico - in cui era piacevole immergersi dopo alcune ore d’arrampicata. La giornata si concludeva talvolta presso la Trattoria delle Cave (allora non ancora locale alla moda) ove il vecchio Bonechi elargiva panini con la finocchiona e rasi di rosso... E’ un periodo che ricordo con particolare nostalgia, non solo e soltanto perchè - ahimé - è passato oltre mezzo secolo, ma sopratutto per lo spirito che animava i frequentatori di quei magnifici posti, per i sogni alpinistici che prendevano corpo sull’arenaria grigia nonché - perchè no? - per i primi giovanili innamoramenti. Nel 1952 il compianto Presidente Enrico Cecioni, Accademico del CAI, ben percependo la crescente ri-

E’ appena il caso di ricordare a tal proposito come in quei tempi l’acquisto d’una corda costituisse un lusso proibitivo per le nostre magrissime finanze.

Anzitutto l’indimenticabile amico Paolo “Paolone” Gori ebbe la felice intuizione di realizzare, con l’aiuto di alcuni giovani entusiasti provenienti dal movimento scoutistico (S. Cencetti, G. Dolfi e V. Fantini), la “Palestra Alpina Emilio Comici” nella cava grande di Maiano (la cava “Ceccallori”) all’epoca ancora soggetta in parte ad attività estrattiva, attrezzandola con ancoraggi fìssi ai punti di sosta (vedi box). Detta palestra utilizzava inizialmente la metà inferiore della cava fin dove affiorava la pietra serena, solo

Ritratto di Paolo Gori (foto P. Melucci) nell’altra pagina: Milo Navasa alla Torre di Valgrande (Gr. del Civetta) sulla via Carlesso-Menti (foto P. Melucci)

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In quegli anni la Montagna costituiva per molti di noi un vero e proprio ideale globalizzante e anche pareti di modesto sviluppo quali quelle del Procinto apparivano, alla luce delle nostre modeste capacità tecniche, come mete ambiziose: non parliamo poi delle Dolomiti o delle Occidentali! Il suaccennato interesse per l’arrampicata condusse a tre diverse, separate iniziative, ravvicinate fra loro nel tempo.

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chiesta di formazione alpinistica, si fece promotore di un “Corso di esercitazioni di roccia” sotto la Sua direzione e con la partecipazione di Paolo Gori e dello scrivente quali istruttori, corso che fornì ai partecipanti nozioni di base d’alpinismo e d’arrampicata. Il predetto Corso ottenne un lusinghiero risultato, con la partecipazione d’una ventina di Soci e, per le esercitazioni pratiche, utilizzò appunto la Palestra Comici (1).

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Tuttavia le aspirazioni dei più ambiziosi fra i giovani aspiranti alpinisti non potevano esaurirsi nella frequentazione della palestra o delle vicine Apuane e furono quindi spinti ad “emigrare” nelle Dolomiti per frequentare i Corsi della Scuola Nazionale di Roccia “Giorgio Graffer”, della Sottosezione Universitaria della S.A.T., cui parteciparono P. Gori, P. Melucci, G. Dolfì, S. Cencetti, G. Toderi, Luciana Innocenti e altri. Mi è gradito ricordare, fra i tanti Istruttori della “Graffer”, Ruggero “Roger” Lenzi e gli Accademici Marino Stenico, Giulio Giovannini, Guido Leonardi, Renzo Graffer nonché la Guida Carlo Sebastiani. Nacque così una relazione privilegiata fra l’ambiente degli arrampicatori trentini e quello dei fiorentini, relazione che condusse successivamente alcuni di quest’ultimi a svolgere funzioni di Istruttori e persino di Direttore della “Graffer”.

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I risultati della frequentazione della “Graffer” e dell’incremento del livello alpinistico che ne derivò sono ben rappresentati dalle ascensioni di buon livello che furono realizzate dal ’52 al ’56: nel gruppo del Catinaccio le Torri del Vajolet, per diverse vie, e la Piaz alla Punta Emma; la Sud della Marmolada (via classica); nel gruppo di Brenta il Campanile Basso per le vie comune, Preuss, Fehrmann, Fox, Graffer allo spigolo Nord Est e allo “Spallone”, il Campanile Alto per cresta Ovest, la Cima d’Ambiez per la Fox-Stenico, il Crozzon per la via delle Guide, la Cima Tosa per il ghiacciato Canalone Nord; in Lavaredo, la Cassin e la Preuss alla Piccolissima, la Comici allo “Spigolo Giallo” della Piccola e la Comici-Dimai alla Nord della Grande oltre a tante altre classiche di media difficoltà. E ancora molte altre vie nuove e ripetizioni, estive ed invernali, in Apuane. Un indubbio salto di qualità, per quantità e difficoltà delle ascensioni realizzate e per numero di alpinisti attivi, quale la Sezione mai aveva precedentemente conosciuto, a riprova dell’impegno dei giovani alpini-

sti fiorentini e dei concreti risultati che una moderna impostazione della tecnica e dell’allenamento potevano consentire e che, ancora pochissimi anni prima, erano impensabili se riferiti a un gruppo abbastanza ampio e non a singoli, episodici casi. A riprova di quanto il seme gettato fosse buono, la pianta crebbe robusta e nei decenni successivi l’alpinismo fiorentino esplose ai massimi livelli con realizzazioni di primo piano sia in Dolomiti che nelle Occidentali tanté che alcuni dei protagonisti di questo esaltante periodo furono poi accolti in seno al Club Alpino Accademico Italiano. Ma tale periodo sarà trattato da alcuni dei protagonisti più oltre. E’ per me particolare motivo d’orgoglio aver avuto degli allievi divenuti poi Direttori della Scuola e Accademici e torno col pensiero a quando muovevano i primi passi su roccia e già lasciavano intravedere le loro notevoli potenzialità. Nel settembre ’56 la Commissione Nazionale Scuole di Alpinismo della Sede Centrale organizza nel gruppo di Brenta il IX Corso per Istruttori Nazionali, sotto la Direzione di Riccardo Cassin: ad esso parteciparono Giancario Dolfi, inviato dalla Sezione e lo scrivente, a titolo personale. Al termine di tale Corso, che vide la qualificata partecipazione di Allievi già Accademici, Guide e forti alpinisti di tutta Italia, i suddetti partecipanti fiorentini ottennero rispettivamente il titolo di Aiuto-Istruttore e di Istruttore Nazionale Alpi Orientali. La Sezione poteva quindi ora annoverare fra i suoi Soci due elementi qualificati ad insegnare in una Scuola d’Alpinismo del C.A.I. in forma ufficiale (essi andavano ad aggiungersi all’Ing. Andrea Bafìle, abruzzese trapiantato a Firenze, anch’egli Istruttore Nazionale, che avrebbe dato per molti anni un contributo significativo allo sviluppo di una “filosofia” dell’arrampicata, dello sci e dell’alpinismo in generale in ambito fiorentino, con l’apporto pragmatico delle sue conoscenze tecniche e con la carica della sua simpatia umana). Nel frattempo - e siamo alla terza delle iniziative precedentemente citate - Mario “Marino” Fabbri, musicologo e musicista, aveva fondato nel 1951, autonomamente e al difuori della Sezione, la Scuola Alpinistica “Tita Piaz”, che organizzò il suo primo corso in Val Montanaia nell’agosto ’52, con una quindicina d’allievi. La “Piaz” incominciò ad essere conosciuta sia in ambito cittadino che

al di fuori di esso, al punto che i Dirigenti sezionali non trovarono di meglio che organizzare una sorta di “indagine conoscitiva”, quasi a sottintendere che tutto quanto riguardava la montagna dovesse essere monopolio esclusivo del Sodalizio. Se da un lato tale “indagine” poté solo far emergere la serietà dell’iniziativa e la capacità del suo Direttore e dei collaboratori tutti, dall’altro pose le basi per un progressivo avvicinamento della “Piaz” alla Sezione, avvicinamento che si sarebbe concretizzato, il 1 novembre ’56 in occasione del primo quinquennio dalla sua fondazione, con l’ingresso ufficiale della “Piaz” in seno alla Sezione. Dal 1952 al 1956 - nel periodo cioé d’attività al di fuori del C.A.I. - la “Piaz” acquisì sempre nuovo sviluppo e, grazie anche ad iniziative collaterali assunte sopratutto in Val di Fassa, ottenne notevole risonanza. Dei dieci corsi organizzati in questo periodo alcuni furono effettuati sulle Alpi (Val Montanaia, Sella, Catinaccio) mentre altri, di carattere propedeutico, furono svolti nelle palestre di Monte Ceceri: a fianco della prima iniziativa di una “Palestra Alpina” ne sorsero poi infatti altre e, col tempo, quasi tutte le cave furono percorse da itinerari di varia difficoltà (2). Il 1958 registra il XVII corso della Scuola, in Catinaccio, ed il conseguimento, da parte di G. Dolfì, del titolo di Istruttore Nazionale per le Alpi Occidentali. In chiusura d’anno la Scuola annovera un numeroso, qualificato gruppo di Istruttori Nazionali, Sezionali, Aiuto-lstruttori e capi-cordata. Il 7 giugno 1959 la Commissione Nazionale Scuole di Alpinismo concedeva, caso rarissimo e forse unico, a Marino Fabbri il titolo di Istruttore Nazionale “honoris causa” in riconoscimento di quanto da lui realizzato. Si avvicinava il momento in cui la Scuola avrebbe ottenuto il titolo di “Nazionale”, a sancirne la validità dell’impostazione didatticoalpinistica e i conseguenti profìcui risultati ottenuti. Tale riconoscimento sarebbe giunto nel luglio 1961, ma siamo già nel decennio successivo di cui altri parleranno. Per concludere, immodestamente parafrasando un mio Grande omonimo, potrei anch’io dire: “Ho combattuto nel buon arengo, ho finito la corsa, non ho perso la fede”.

Paolo Melucci


(2) Il Bollettino-Notiziario n° 2 del marzo 1987 (“Scheda tecnica” a pag. 11 ss.) rassegna, solo per la Cava Grande, una quarantina di itinerari.

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Note: 1) Melucci P. - Verin M.: “La Scuola Nazionale di Alpinismo “Tita Piaz” forza viva nella Sezione”, C.A.I. Sezione Fiorentina 1868-1968, pag. 249 ss.;

Paolo Melucci mentre attrezza in artificiale una via a M. Ceceri (foto Milanesi)

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Negli anni 1948-49 facevo parte di un clan di scouts che, fra le altre attività, frequentava allegramente la montagna con escursioni e campeggi. Per approfondire un pò le nostre conoscenze tecniche e culturali sull’argomento, invitammo Paolo Gori, detto affettuosamente Paolone, un giovanottone arguto e intelligente, grande appassionato di montagna, e più ancora di pittura e arte, allora tra i più attivi e preparati soci del CAI Firenze, a tenerci una serie di chiacchierate e proiezioni.

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A queste chiacchierate seguirono inevitabili le prime emozionanti esercitazioni pratiche: arrampicate sulle rocce non interessate dalle attività estrattive, che erano ancora in corso con procedure artigianali, della cava “Ceccallori” di Maiano, cava che Paolone aveva iniziato a frequentare da qualche tempo insieme al fratello o qualche compagno occasionale.

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Nell’estate del 1950 il clan si attendò per una quindicina di giorni in Val di Flères ed al campo prese parte anche Paolone. In quel periodo, accompagnati dall’indimenticabile Paolino Marchetti che vi svolgeva il servizio di leva, ci recammo due o tre volte ad arrampicare a Vipiteno su una palestra degli alpini, un roccione non molto alto con vie di salita segnate, chiodi cementati e scritte varie. Da qui ci venne l’idea di sistemare qualcosa di simile a Maiano e alcuni di noi, in particolare Giancarlo Dolfi, Vinicio Fantini ed io, ci mettemmo con giovanile entusiasmo a ripulire ed attrezzare la parte centrale della cava, staccando le parti instabili, scalpellando qualche appiglio e murando anelli di ferro per le doppie.

Mi diverte ricordare che, come accennato, la cava era ancora in limitata attività per cui ogni tanto risuonava la tromba prescritta, seguita dal grido “c’è la mina..” e dalla nostra precipitosa calata sulle corde, in fuga verso un riparo. La parte più consistente del lavoro fu terminata nei primi mesi del ’51, anno a cui risale anche la nostra iscrizione al CAI. Ci sembrò il massimo completare il tutto dipingendo con il minio, su un placcone di pietra serena, la scritta “PALESTRA ALPINA E.COMICI”, il nome del nostro idolo insuperabile. Sandro Cencetti


a sinistra nella foto piccola: Sandro Cencetti e Giancarlo Dolfi a Maiano, durante una pausa (foto G.Dolfi) nella foto grande: “Paolone” Gori (fotoP.Melucci)

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sopra: una riproduzione del “Giornale del Mattino” del settembre 1953(archivio S.Cencetti - elaboraz. grafica R. Masoni)

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Leandro Benincasi sulla ia Julia alla Tofana di Roces (archivio L. Benincasi)

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Queste novità, latenti sul finire del periodo precedente, esplodono a partire da metà anni sessanta, per raggiungere la massima espressione proprio attorno a quella particolare data, il 1970, rappresentativa di un’intera epoca. Siamo attorno al 1965: la Scuola è già nata, si è consolidata, e al suo interno si sono distinte figure di grande rilievo che hanno assunto importanti incarichi anche a livello nazionale. Il “parco istruttori”, formato da alpinisti di comprovata esperienza, sta cominciando però inevitabilmente a risentire dell’ineluttabile trascorrere del tempo. Ed ecco arrivare, improvviso, un nuovo vento… Quasi dal nulla, compare sulla scena dell’alpinismo fiorentino un giovane che, dopo aver diligentemente frequentato nel 1964 il corso di roccia della Scuola, rivela fin da subito eccezionali doti alpinistiche. In breve si pone allo stesso livello dei suoi istruttori, e nel volgere di pochi mesi, dimostrerà capacità e volontà ancora maggiori dei suoi maestri. Questo giovane poco più che ventenne risponde al nome di Mario Verin. Gli è al fianco suo fratello Valdo, minore di età. Inutile dire che non passerà un solo anno dalla loro iscrizione al corso di roccia che si troveranno, da semplici allievi quali erano, ad interpretare il ruolo di istruttori. L’anno successivo giungono Giovanni Bertini e Giancarlo Campolmi. Anche per loro analoga sorte. Un anno più tardi si presenterà il sottoscritto, ed infine, in rapida successione negli anni seguenti, ecco giungere Paolo Ponticelli e Umberto Ghiandi (ancor oggi in grande attività), Guido Canciani e Gilberto Campi, Valerio Campioni e Walter Persico, poi Franco Falai, Giovanni Breschi, Paolo Fanti, Emilio Dei, Stefano Denti (il mitico Gesù), Massimo Boni e tanti altri. Infine, e siamo già verso la fine del periodo in esame, ecco presentarsi due … promettenti ragazzini di appena 18 anni: Carlo Barbolini e Marco Passaleva. Ma qui mi devo fermare, per non sconfinare nel periodo successivo. Lo spirito del tempo L’ingresso nella Scuola di tanti giovani istruttori, per giunta in un lasso di anni brevissimo, costituisce già

di per sé un fatto straordinario e di grande rilevanza. Si tratta, a ben vedere, di un avvenimento che non ha analogie in nessun altro periodo della vita della Scuola. Questo fatto si rivelerà potente motore propulsore di un rinnovamento radicale in alcune peculiari caratteristiche della Scuola, senza peraltro snaturare l’impostazione filosofica di fondo, grazie soprattutto alla presenza di Mario che, essendosi ritrovato a cavallo dei due periodi storici ed avendo assimilato l’alta lezione accademica impostata da Melucci e da Dolfi, costituirà il fondamentale elemento di continuità tra il vecchio ed il nuovo. Sotto questo aspetto è bene sottolineare come sia stata conservata, ed anzi sviluppata, l’impostazione didattica delineata dalle precedenti Direzioni della Scuola, e con essa la cura meticolosa per gli aspetti tecnici connessi all’arrampicata, ai materiali e soprattutto alle tecniche di assicurazione. Ma accanto a questi elementi di continuità, ve ne sono altri che costituiscono delle vere e proprie mutazioni genetiche: in primo luogo la nascita di un forte interesse verso le Alpi occidentali, in secondo luogo una maggiore unione e collaborazione tra gli istruttori della scuola. Per quanto riguarda il primo aspetto, si osserva un progressivo spostamento di interesse dalle Dolomiti (tipico del periodo precedente) al gruppo del Monte Bianco, quest’ultimo visto come campo d’azione del “vero alpinismo”. Ovviamente i grandi itinerari dolomitici non saranno dimenticati, ma saranno considerati come percorsi di allenamento, in vista degli obiettivi più prestigiosi localizzati nelle Alpi occidentali. Questa scelta si concretizzerà in lunghi periodi di assedio nei campeggi sotto il M. Bianco, in attesa del momento propizio per la salita, avendo una ragionevole speranza di poter contare su qualche giorno di bello stabile. Allora si preferiva rinunciare ad una più redditizia campagna dolomitica, per puntare tutto su una salita (anche una sola!) di grande prestigio nel gruppo del Bianco. E poco importava se qualche volta, per eccesso di prudenza per il tempo incerto, ci si giocava qualche ascensione: guardando le diapositive delle nostre scalate, qualcuno potrà meravigliarsi di vedervi sempre giornate meravigliose. Attenzione, non si trattò di fortuna, bensì di una nostra precisa scelta: quella di muoversi solo con la ragionevole certezza del bel tempo! Un’altra caratteristica peculiare di quegli anni era rappresentata

dalla forte unione del gruppo degli istruttori, il che impedì il formarsi di gruppi separati, in competizione tra loro. Era facile allora muoversi numerosi verso le Apuane ed in particolare al Rifugio “Forte dei Marmi” al Procinto, con l’intento di effettuare qualche salita, ma ancor più per passare una domenica tutti insieme, qualunque fosse il tempo meteorologico che capitava: ne venivano fuori talvolta delle buone giornate di arrampicata, più spesso delle piovose giornate trascorse nel rifugio, a passare il tempo in interminabili giochi e sfide di abilità fisica. Mi piace ricordare, a quanti vissero quei momenti, le allegre competizioni a braccio di ferro, a “sverginino”, a “mamma tr…”, al salto della sedia, al percorso in arrampicata sotto il tavolo, ecc… Poi accadeva che improvvisamente ci si precipitasse tutti fuori al primo illusorio raggio di sole, che si attaccasse qualche via sul Procinto, per poi essere colti da un allegro temporale, e quindi tornarsene a casa fradici ma contenti! Intendiamoci: il gruppo in effetti era animato da una fortissima competitività interna, tutta orientata a stabilire chi fosse l’arrampicatore più forte o più veloce, e che si estrinsecava spesso in estenuanti gare volte alla soluzione di un particolare “passaggino” a terra, inventato ora da uno ora da un altro. Ma questo fatto, ripeto, non portò mai a divisioni interne o a formazione di gruppi antagonisti. Le palestre di roccia Prima di parlare dell’attività alpinistica vera e propria in montagna, mi piace soffermarmi un po’ su di un aspetto solo apparentemente secondario: quello dell’utilizzo delle palestre di roccia. L’importanza dell’allenamento nelle palestre di roccia è ben chiaro fin dalla nascita della Scuola, e del resto lo stesso Paolo Melucci ne parla diffusamente nel suo articolo. Ma con l’ingresso di Mario nella Scuola, e con il successivo apporto degli altri giovani istruttori, questa attività diviene fondamentale per la crescita delle capacità individuali e per la preparazione atletica in vista degli obiettivi alpini. Per questo motivo mi piace ricordare quelli che furono i “luoghi sacri” dell’allenamento, partendo da quella che fu, allora, la palestra più importante: la palestra, oggi purtroppo scomparsa, di Maiano denominata “ASNU”, a causa del deprecabile utilizzo che ne fece il Comune di Fiesole come discarica dei rifiuti urbani, uti-

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Il periodo di tempo che si pone a cavallo dei “mitici anni ‘70” costituisce, anche all’interno del piccolo mondo della Scuola, un momento del tutto particolare, pieno di novità e di fermenti, tipico della fase storica che caratterizza quegli anni.

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lizzo che col tempo ne decretò la fine. Il luogo era di notevole interesse perché consentiva di effettuare sia percorsi in stile alpinistico (salita in cordata e discesa in corda doppia), sia passaggi difficilissimi a pochi metri da terra, senza l’impiego della corda. Gli itinerari erano stati attrezzati principalmente da Mario, che era autore anche dei famosi “passaggini” a terra, alcuni dei quali di tale difficoltà da risultare percorribili solo da lui e da pochissimi altri fortunati. Ma se questa palestra era fondamentale per l’affinamento dell’arrampicata pura, ve ne era un’altra utilizzata per la salita in artificiale, con le staffe. Questa palestra era situata lungo la via Faentina, poco oltre la località Manzolo, in prossimità del cavalcavia ferroviario, ed aveva un paio di percorsi, in realtà abbastanza facili, perché poco strapiombanti e con chiodi troppo vicini. Un notevole progresso si ebbe con l’utilizzo di una nuova palestra, poco distante dalla precedente, che sfruttava un forte strapiombo. Il primo itinerario fu aperto dal sottoscritto, da Paolo Ponticelli e da Umberto Ghiandi all’indomani dell’alluvione di Firenze del ’66 e che fu denominata, ovviamente, “4 novembre”.

sopra: la palestra di roccia “ASNU” a Maiano sotto: U.Ghiandi durante l’apertura della via IV novembre - palestra di roccia della Faentina (foto L. Benincasi)

Con il definitivo abbandono della cava dell’Asnu (a causa del crescente utilizzo come discarica, e conseguente copertura dei tracciati), fummo costretti a cercare un nuovo sito. Questo fatto non fu del tutto negativo, perché ci costrinse a rivolgere l’attenzione alla grande palestra di Maiano (la stessa che ancora oggi viene utilizzata), da anni abbandonata, e quindi all’apertura di nuovi e più difficili tracciati. Dalle esperienze nate dalla frequentazione di queste due palestre, Maiano per l’arrampicata libera e Faentina per l’artificiale, nasceranno i presupposti per le imprese alpinistiche più belle di quella generazione.

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Le salite alpine

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È Mario il primo giovane istruttore della “seconda generazione” che si lancia con coraggio sui grandi itinerari alpini. I suoi primi compagni di cordata sono scelti fuori dalle mura cittadine (grazie ai contatti allacciati con gli alpinisti della Versilia, si unirà a Giustino Crescimbeni di Livorno). Con Giustino si recherà nel gruppo delle Dolomiti del Brenta ed effettuerà la ripetizione della famosa via delle Guide al Crozzon di Brenta, nonché della via Oggioni - Aiazzi alla Brenta Alta (la cui prima ripetizione era stata appannaggio della cordata Biasin – Melucci!). Ma a partire dal ’67 potrà contare su di un maturato (alpinisticamente parlando) Giovanni Bertini per andare a ripetere alcune grandi classiche dolomitiche, in Lavaredo e in Tofana di Roces, dove sale rispettivamente la Comici – Dimai sulla nord della Grande, e la Costantini – Apollonio sul Pilastro. Negli anni successivi l’interesse alpinistico si sposta da oriente a occidente: soggiogati e affascinati dagli epici racconti di Walter Bonatti (l’alpinista di riferimento per la maggior parte di noi giovani istruttori) le aspirazioni più forti si orienteranno verso i grandi itinerari del Monte Bianco piuttosto che verso i Monti Pallidi. In questo senso il 1968 è un anno di svolta ma anche di sperimentazione. Con Mario ci rechiamo al Monte Bianco decisi a fare qualche grande salita, ma soprattutto inseguendo il grande sogno: salire la parete nord delle Grandes Jorasses, per la via Cassin. Come via di allenamento e di ambientazione scegliamo di salire la cresta sud della Noire. La salita si rivelerà più severa di quanto ci si potesse immaginare, ne usciamo abbastanza provati, poi il


maltempo si incaricherà di affievolire ogni nostro ulteriore slancio. Da annoverare comunque un interessante tentativo di aprire una via nuova sulla Toure de Jorasses (dietro indicazione di Paolo Melucci) tentativo purtroppo arrestato da una forte nevicata in parete, quando avevamo già salito un terzo del percorso. L’anno successivo, il ’69, è l’anno buono. Di nuovo io e Mario siamo insieme. Iniziamo l’allenamento in Dolomiti, ed in rapida successione saliamo la via Cassin alla cima ovest di Lavaredo e la Hasse-Brandel alla cima Grande, quest’ultima nel tempo record di 12 ore circa. Poi un rapido spostamento fino a Chamonix, e la risalita del ghiacciaio sotto la parete Nord delle Grandes Jorasses. Questo primo tentativo però fallisce a causa delle condizioni instabili del tempo che ci costringeranno ad un mesto ritorno a Firenze. Per niente demoralizzati, attendiamo una settimana e ripartiamo nuovamente verso il grande obbiettivo. Questa volta tutto va liscio e riusciamo a salire la grande parete in giornata, in poco più di 14 ore. Questi successi sulle pareti delle Alpi occidentali tracciano il solco delle attività future ed indicano in quale direzione si stiano muovendo gli ideali alpinistici degli istruttori di punta della Scuola, e difatti negli anni seguenti vedremo confermata questa scelta di settore. Il ’70 è l’anno rivelazione di Valdo, il fratello minore di Mario, che fino a quel momento era rimasto un po’ defilato. Arrampicatore dotato di grande classe stilistica, riesce a supplire a qualche chilo di troppo, con una grande capacità tecnica e stilistica, specialmente sulle placche più lisce. È anche il debutto in grande stile del giovane Paolo Ponticelli. Di nuovo al M. Bianco, si formerà un nuovo gruppo formato dai fratelli Verin, dal sottoscritto e da Paolo. Tutti insieme riusciremo nella ripetizione in giornata del Pilier Gervasutti al Mont Blanc de Tacul, mentre i soli Valdo e Paolo compiranno anche la ripetizione della via Mellano - Perego al Becco di Valsoera (gruppo del Gran Paradiso).

sopra: 1969 - Grandes Jorasses - Sperone Walker Mario Verin sul diedro di 90 mt. sotto: Alpi Apuane - Monte Procinto - parete E prima ripetizione della via G.A.M.M. (foto L. Benincasi)

Gli anni seguenti proseguono nel solco oramai tracciato, sempre concentrati a realizzare salite al M. Bianco, ma con qualche divagazione sulle Alpi Centrali. Viene salito il Piz Palù (guppo del Bernina) per la parete nord sia per lo sperone di sinistra da Mario e Antonio Pieri, sia per quello centrale dal sottoscritto e da Paolo Ponticelli; le pareti nord del Cengalo, del Badile e della Sciora di Fuori (rispettivamente per la via Gaiser-Lehmann dal sottoscritto e da Paolo Ponticelli, per la via Cassin da Umberto Ghiandi ed altro, infine per la via Weippert-Simon dal sottoscritto e da Paolo Fanti). Per tornare al M. Bianco, gli anni successivi al ’71 saranno anni durissimi, di tempo particolarmente inclemente, che concederà poche chance e molte ritirate, ma fra un diluvio ed un altro riuscirò con Paolo Ponticelli a strappare una bellissima via Bonatti al Gran Capucin (gruppo del M.Bianco). Nel frattempo non si è certo arrestata l’attenzione per le salite dolomitiche, a dimostrazione di una continuità con la tradizione passata: spiccano fra tutte, le salite della via “Italia 61” al Piz Ciavazes (Mario e Giovanni Bertini), via H. Buhl alla Roda di Vael (Giovanni Bertini e ValdoVerin). Infine, nel ‘72, si ricompone una vecchia cordata, composta dal sottoscritto, da Mario e da Giovanni Bertini, che si cimenterà con successo con la salita della Torre Trieste per la via Carlesso, percorsa in giornata e con bivacco in discesa alla seconda cengia (il più bel bivacco della mia vita, al calduccio tra i mughi, a parte la tremen-

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foto Leandro Benincasi

1969 - Cima Grande di Lavaredo Mario Verin sulla via Hasse-Brandler

da arsura causa esaurimento scorte acqua). Negli anni seguenti saranno effettuate altre salite di prestigio. Fra queste si ricordano la via Aste – Susatti alla parete nord del Civetta (Mario e Bernard), lo spigolo degli Scoiattoli alla parete ovest di Lavaredo (Mario e Giovanni) ed infine la prestigiosa via Lacedelli alla Cima Scotoni.

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Le Apuane

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Difficile sintetizzare in poche righe un’attività così complessa e variegata come quella svolta dagli istruttori della Scuola nel territorio apuano. Mi limiterò qui a sottolineare che gran parte di questa attività si concentra sui due monti “simbolo” delle nostre piccole “Alpi”: il Procinto ed il Pizzo d’Uccello, sia attraverso la sistematica ripetizione degli itinerari già aperti da altri alpinisti, sia attraverso l’apertura di nuovi percorsi. Poche considerazioni sul Procinto: il bel “panettone” diviene presto il terreno ideale su cui concretizzare i grandi progressi tecnici che gli istruttori della Scuola hanno nel frattempo ac-

1974 - Leandro Benincasi dullo Spigolo NO della Sciora di Fuori (Gr. d. Badile)

quistato nelle palestre fiorentine. Si passa così rapidamente dalla ripetizione delle vie più difficili (prima fra tutte la Dolfi-Rulli sulla parete est) all’apertura, sempre principalmente sulla parete est, di nuove vie estremamente difficili, caratterizzate da un uso misto di arrampicata libera e di arrampicata artificiale. Nel volgere di pochi anni il Procinto perderà un certo alone di sinistro ambiente montano che aveva avuto nei primi anni (oltretutto non era ancora stato attivato il Rifugio) per trasformarsi rapidamente in una sorta di palestra di arrampicata di alta qualità, finalizzata alla preparazione delle salite alpine. Al riguardo è doveroso ricordare l’apertura della via G.A.M.M. sulla parete est, una pietra miliare delle salite sulla parete est, e della rapida successione delle vie “Gabriela” e “Stefania”, sempre sulla est e della via “25 Aprile” sulla nord: in tutte queste salite c’è lo zampino di Mario, vero protagonista di quell’epoca, coadiuvato dai soliti noti: il fratello Valdo, Giovanni Bertini, Paolo Ponticelli ed il sottoscritto. Analogo discorso vale per il Pizzo d’Uccello. Dopo le prime ripetizio-

ni degli itinerari classici della parete nord, cui seguiranno le prime ripetizioni in solitaria ed in invernale degli stessi percorsi, si assisterà alla realizzazione di nuove vie o di importanti varianti alle vie classiche. Non si possono poi dimenticare le altre zone di arrampicata, quali il Monte Nona e la Torre di Monzone, dove vengono aperti interessanti itinerari di grande difficoltà, soprattutto per opera di Giovanni Bertini, che va annoverato tra i più prolifici tracciatori di vie nuove sulle Alpi Apuane. I materiali Quando questa nuova generazione di istruttori inizia ad arrampicare (siamo a metà anni sessanta), le tecniche ed i materiali impiegati non sono molto diversi da quelli utilizzati dalla generazione precedente. Tanto per farsi un’idea, non esistono ancora le imbracature, e ci si lega ancora con la corda intorno alla vita. L’assicurazione si fa con la tecnica cosiddetta “a spalla”. Le discese a corda doppia sono ancora delle


foto Leandro Benincasi

manovre penose, che possono concludersi nella migliore delle ipotesi con qualche pantalone sdrucito, ma ancor peggio con qualche bruciatura sulla coscia o sul collo, a scelta. La svolta comincia verso il ’68. Allora compaiano i primi “cinturoni” o “imbrachi”, peraltro molto costosi e perciò alla portata solo di pochi fortunati. Anche le manovre d’assicurazione si stanno evolvendo, e presto saranno adottati sistemi più sicuri, con l’utilizzo del mezzo barcaiolo. Ma la cosa più rilevante, caratteristica dell’epoca, è data dall’uso di calzature con suola molto rigida. Se l’arrampicata si svolge in Dolomiti, lo scarponcello è di solito leggero, ma sempre molto rigido. La tecnica ovviamente impone l’utilizzo della punta della scarpa, sfruttando ogni più piccola asperità della roccia. Più complicato l’uso dello scarpone rigido sulle pareti delle Occidentali, principalmente di granito, sulle quali prevalente è l’impiego della scarpa in aderenza. In quel contesto sono particolarmente apprezzati gli scarponi francesi della marca Galibier, i mitici “Super

1970 - Mont Blanc de Tacul Mario Verin al Pilier Gervasutti

Guide” che, pur dotati di notevole rigidità, presentano la pianta leggermente bombata, che consente una maggior superficie aderente. Un’altra caratteristica dell’epoca è data dall’uso costante del casco, oramai diffuso fra tutti gli alpinisti del momento, cosa non data per scontata all’inizio degli anni sessanta. Per quanto riguarda l’abbigliamento, pantaloni, camicie e golf sono in lana, materiale questo abbastanza pesante e di qualche impaccio nelle giornate non troppo fredde. Le giacche a vento, se non sono in sottile materiale sintetico, sono in stoffa, comunque prive di proprietà impermeabili. L’allenamento Poche parole su questo argomento. Nessuno allora si sognava di fare allenamenti improntati su un qualche principio, non dico scientifico, ma perlomeno razionale. Oltretutto credo che nessuno di noi possedesse in casa una sbarra, dove fare qualche trazione. Tutto era improntato al più puro spirito dilettantistico e in termini generali il

grosso dell’allenamento veniva fatto in palestra di roccia o in montagna. Per quanto riguarda l’allenamento in palestra, i sistemi impiegati per migliorarci erano i più vari, tutti assai artigianali e credo abbastanza comici ad occhi esperti. Per migliorare la velocità di arrampicata, si percorrevano certi itinerari di media difficoltà, cronometrandone il tempo di salita, e cercando a gara di migliorarli. Per ampliare le capacità tecniche si usava anche l’espediente di percorrere le vie sia in salita che in discesa. Un ulteriore allenamento lo si effettuava arrampicando anche con uno zaino adeguatamente appesantito. Degna di nota una particolare forma di allenamento, effettuata direttamente in montagna, in particolare al Procinto, che consisteva nell’arrampicata nei giorni di pioggia, allo scopo di sperimentare le capacità in condizioni disagiate, onde essere preparati ad affrontare una eventuale situazione di emergenza, sulla montagna vera e propria.

Leandro Benincasi

Alpinismo Fiorentino

1969 - G. Bertini durante la’prima ripetizione della via “Licia” (Alpi Apuane - M.Nona)

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Che cosa abbia a che fare Firenze con una storia di angeli e di diavoli è un po’ difficile da realizzare, ma un po’ di pazienza e ...... Firenze, bigotta e massona, borghese e bottegaia, per lungo tempo in bilico fra guelfi e ghibellini, al momento di scegliere il suo nume tutelare non ha avuto dubbi. Né l’uno, né l’altro. Semplicemente uno del popolo, ed ho la sensazione che questa scelta non sia stata poi del tutto casuale. Il rappresentante ideale di una delle più ricche corporazioni della città: quella dei barrocciai, un soldo alla cassa sociale per ogni bestemmia tirata! Quindi “un gran bestemmiatore”! Forse l’unico in grado di rappresentare degnamente lo spirito fiorentino. Nella fantasia mi era piaciuto immaginarlo, eccessivo, insofferente, dissacratore e riscoprirlo tale nella realtà della storia. Eccessivo a tal punto da affibbiare al fedele compagno dell’uomo, il nome di Satana! Un nome adatto a rivaleggiare con quello che il padrone si era conquistato con le sue prodezze, alpinistiche e non. Ma di che si parla? Ovviamente del Diavolo Tita Piaz. Un dissacratore che ha “opposto il gran rifiuto” al luogo comune che in alto si è più vicini a Dio. Ben se ne rese conto quel povero prete che sulla cima del Catinaccio in mezzo ad un temporale, tra fulmini divini e bestemmie terrene, suggerì a Piaz di pregare così che Dio li aiutasse a scendere. La risposta tardò l’intervallo tra fulmine e tuono: - se davvero volete scendere sarà meglio che preghiate Piaz, perché qui e in questo momento è certamente più utile del vostro Dio!E il “diavolaccio” dello stare in alto se ne intendeva, là dove le antiche credenze popolari lo avevano sempre collocato: sulle guglie più vertiginose, sulle pareti più inaccessibili; col tempo bello o in mezzo a temporali e bufere. Da solo. In compagnia delle sue donne, una per tutte la povera Emma, cameriera del Vajolet, che penzolava terrorizzata sugli abissi con le gonne svolazzanti. In regale cordata con Leopoldo (Re del Belgio), che forse per pagare i suoi servigi di guida gli aveva promesso l’anima. No! Più semplicemente stregato dalla sua “diabolica” personalità! E da diavolo, sovvertendo le verità bibliche, eccolo trasformarsi, mentre volteggia sulle sue pareti, in un angelo “terrificante” (eh si! il buon Piaz era famoso anche per la sua “avvenenza”) d’ineguagliabile bravura. Ed ancora quale migliore dimostrazione del patto di Tita con gli inferi? La scuola che si vanta del suo nome, compie oggi 50 anni, e Lui ben 123, più vivo che mai nei nostri pensieri. Provare per credere sperimentando sulla propria anima la vivacità delle diavolerie di cui Piaz era capace: una per tutte, la conquista della guglia De Amicis, antesignana della bonattiana conquista del Dru.

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E i vecchi assatanati della scuola? Trincerati oramai dietro un’immagine di “seriosi alpinisti arrivati”, si saranno forse scordati le dissacranti prodezze maianesche e non. Le gare di velocità sull’Aulin, i traversi faccia a valle, le salite fatte in scarpe di quibram (variante del vibram in cuoio), le corse su placche verticali per segnare il punto più alto memori del fazzoletto di Comici sulla Cima Grande. E chi più ne ha più ne metta, tralasciando per decen-


za, alpinistica e non, le ca.......”diavolerie” che ognuno ha nell’armadio. Diavolerie che tuttavia possono ever aiutato ad arrivare a risultati di primo livello e non solo italiano. L’esistenza di Piaz è stata ricca d’emozioni e passioni forti, anche eccessive, ma mai segnata dalla mediocrità. Una traccia che qualche volta in preda a nostalgiche fughe di gioventù mi piace riscoprire nei percorsi, seppur diversi, degli adepti alla “satanica” cricca che del gran Diavolo porta il nome. Scherzi (?) a parte Tita Piaz è stato non solo un gran diavolo, non solo un grande alpinista ma sopratutto un grande Uomo, abissale negli slanci di generosità come nelle incazzature più nere, un Uomo con ideali profondi per i quali ha pagato un prezzo esorbitante. Ci ha insegnato, che si può arrampicare ai massimi livelli pur “impegnandosi” nei propri ideali, ha saputo rinnovarsi e migliorarsi fino in fondo, alpinisticamente e umanamente, lasciandoci così un’eredità consistente ma scomoda. Utilizziamo questo “lascito” per coloro che cercano non solo un semplice risultato tecnico o sportivo o una via di nome, ma qualcosa di più.... diabolico: Le Montagne e l’Individuo. E i giovani? Benvenuti! Qui all’inferno non c’è tempo per annoiarsi !!!

foto U. Ghiandi

Ps.: se avete occasione leggetevi Mezzo secolo di alpinismo: autore Tita Piaz

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Alpinismo Fiorentino

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sopra: Sulla Mer de Glace verso la capanna Lechaux da sinistra: M.Verin, U.Ghiandi, C.Barbolini, M.Piotti, G..Crescimbeni (foto M.Passaleva) sotto: M.Passaleva sul tiro-chiave della via “Baxter-Jones� aperta da P.Gabarrou al M.Maudit (foto C.Barbolini)


Proprio tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, sotto la direzione di Mario Verin, la Scuola assunse un ottimo assetto organizzativo che, unito al grande impegno ed entusiasmo di tutti gli istruttori, determinò, anno dopo anno, la “scoperta” di allievi entusiasti e capaci che, nel corso di poco tempo entrarono nell’organico della Scuola: Umberto Ghiandi, Carlo Barbolini ed il sottoscritto, Massimo Boni, Enrico Loretti ed Eriberto Gallorini ; sono sicuramente coloro che più di altri dettero continuità all’attività della Scuola e nuovo impulso all’Alpinismo fiorentino. In quel periodo si viveva in pieno il passaggio dall’alpinismo eroico del dopoguerra a quello etico-sportivo i cui influssi benefici avevano fatto breccia d’oltre atlantico e dall’Inghilterra già da qualche anno, ponendo le basi per quanto fu successivamente archiviato sotto la definizione di “Nuovo mattino”; si dette grande importanza all’allenamento in palestra di roccia, che a Firenze era storicamente identificata con le cave di Maiano, che divenne presto il salotto d’incontro nel periodo estivo ed il luogo di misura e confronto delle capacità dei singoli: lì, sulla parete del salotto non era possibile barare, ognuno esprimeva le proprie capacità ed era nello stesso tempo in grado di giudicare quelle degli altri. L’allenamento sistematico in palestra dava enormi vantaggi nell’arrampicata in montagna: le vie di Maiano, di lunghezza contenuta entro i 15-20 m., presentavano difficoltà molto sostenute sia “in libera” che “in artificiale” e pertanto la preparazione atletica era la prima conseguenza fondamentale di tale pratica. Si crearono presto vari gruppi piuttosto omogenei, non parlerei solo di cordate, che passavano le domeniche in montagna e le vacanze estive in

qualche posto sulle Alpi. Gli istruttori della Scuola costituivano il punto di riferimento per le attività di punta ma anche il motore trainante di tutta l’attività fiorentina almeno fino alla fine degli anni ottanta. Nel 1971 la grande passione per la montagna mi condusse, quasi di nascosto e senza alcuna conoscenza nell’ambiente, alla parete di Maiano dove alcuni giovani “funamboli” - almeno così mi parvero nel corso dei primi incontri, riuscivano addirittura a guidarmi dal basso nella scelta degli appigli e degli appoggi! Incredibile! Uno di loro si chiamava Umberto Ghiandi, un altro (malgrado la mia stessa età frequentava già da qualche mese la palestra) rispondeva al nome di Carlo Barbolini e forse, allora, nessuno di noi pensò che nei successivi decenni avremmo percorso insieme le più belle pareti dell’arco alpino! Nel 1972 frequentai il corso di roccia primaverile organizzato dalla Scuola e nel 1973 fui chiamato a far parte della ormai blasonata scuola Tita Piaz insieme a Carlo: allora si faceva con una certa ufficialità e l’ingresso nella grande sala di Via del Proconsolo mi parve - avevo 18 anni - l’accesso all’Olimpo. La Scuola Tita Piaz infatti, diretta dall’attivissimo Mario Verin, si avvaleva ormai di una rosa di istruttori molto preparati e di una organizzazione didattica senz’altro al passo con i tempi ed anzi, per certi versi, sperimentale e d’avanguardia rispetto alle altre realtà del Nord. Andrea Bafile, maturo e carismatico Istruttore Nazionale di Alpinismo e Scialpinismo, si faceva promotore e portavoce delle sperimentazioni di sistemi innovativi che in quegli inizi degli anni settanta contribuirono alla svolta tecnica per certi versi “epocale” sui sistemi di assicurazione e sulle attrezzature specialistiche: l’uso sistematico dell’imbracatura, l’utilizzo di discensori meccanici per la corda doppia, l’introduzione dell’assicurazione dinamica con mezzo barcaiolo (1974) e successivamente del sistema dinamico per l’assorbimento dello strappo in caso di caduta (inizialmente denominato ABA, Arrampica Bene Assicurato), oggi universalmente utilizzato nei kit per ferrata. Questi tre fondamentali cambiamenti, introdotti ed adottati subito e sistematicamente nei programmi didattici della Scuola, contribuirono ad innalzare il grado di sicurezza nell’andare in montagna e nello stesso

tempo a collocare la Scuola Tita Piaz ed i suoi istruttori in posizione emergente rispetto alle conoscenze tecniche “tradizionali” che moltissime scuole facevano ancora fatica ad abbandonare. La preparazione tecnica unita alle capacità arrampicatorie di molti degli istruttori di quel periodo fecero sì che la Scuola Tita Piaz fosse riconosciuta, negli ambiti del Club Alpino, come una fra le più evolute e di maggior prestigio. Le Scuole Nazionali di Alpinismo, così si chiamavano allora, non erano in gran numero sia per le difficoltà organizzative che ponevano alle Sezioni di appartenenza sia, soprattutto, per l’obbligo di essere dirette da un Istruttore Nazionale. Firenze ne contava addirittura sei: Giancarlo Dolfi, che alla fine degli anni sessanta aveva però abbandonato l’attività didattica per riprenderla dopo circa un ventennio, Leandro Benincasi, Andrea Bafile, Mario e Valdo Verin. Infine Paolo Melucci che non era più attivo per motivi di lavoro. L’attività su roccia era concentrata principalmente sulle Alpi Apuane che, a portata di mano, offrivano come oggi un ambiente di grande fascino e bellezza che permetteva un’arrampicata molto simile a quella delle Alpi Orientali. La preparazione tecnico-atletica curata sulle montagne di casa consentì una rapida evoluzione che portò a molte ripetizioni di vie di grande prestigio e difficoltà sulle Dolomiti: Aste alla Civetta ; Detassis alla Brenta Alta ; Schobel-Liebel al Pan di Zucchero ; Carlesso alla Torre di Valgrande-Civetta ; Via degli Scoiattoli alla Cima Scotoni sono solo alcune fra le più prestigiose. Malgrado la rapida evoluzione in atto, l’alpinismo veniva praticato ancora con stile classico: oltre il Sesto grado in libera si doveva ricorrere alla tecnica artificiale! E bisogna dire che questo fu il vero limite di quegli anni poiché la ripetizione di una via anche la più difficile - non lasciava margine per mettersi alla prova. Dove si trovavano i chiodi in successione, allora si usavano le staffe per progressione quasi fosse implicito che nient’altro si sarebbe potuto fare. Questo grande “blocco psicologico” gravò non poco su tutti noi fino alla fine degli anni settanta allorché riuscimmo a “cogliere” il vento del rinnovamento e della rivalutazione dell’arrampicata libera che,dai Paesi anglosassoni , spirò fin sulle Alpi e non soltanto nelle palestre cittadine!

Alpinismo Fiorentino

Gli anni settanta dettero vita a quel cambio generazionale che avrebbe determinato l’assetto della Scuola e dell’alpinismo fiorentino dei decenni avvenire; ormai il solco era stato tracciato: Mario Verin, Leandro Benincasi, Giovanni Bertini, Valdo Verin e compagni, avevano dimostrato che era possibile raggiungere e talvolta superare il livello dei più bravi alpinisti che in quegli anni erano attivi nell’arco alpino, italiani e stranieri, ed avevano anche determinato un notevole incremento nel livello della Scuola che otteneva ormai riconoscimento e grande prestigio nell’ambito del sodalizio.

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In quegli anni il Passo del Pordoi, ed in particolare l’albergo Col di Lana e la Mariangela, costituirono il punto di riferimento per gli alpinisti fiorentini; un vero e proprio cordone ombelicale di raccordo con le origini della nostra Scuola, alimentato con grandissimo affetto ed amicizia dalla nipote del Maestro Tita. Durante la stagione estiva era divenuto il luogo di ritrovo e di soggiorno di tutti noi ma non solo! Vi facevano riferimento molti fra i più forti alpinisti del momento, con i quali si condividevano esperienze, racconti ed arrampicate. Dorigatti, Heinz e Vitty Steinkotter, Claude Barbier, Tony Valeruz, Aldo Leviti furono fra quelli che ebbero maggiori contatti con “i fiorentini” e per noi giovani leoni furono, ognuno a suo modo, di esempio e di grande riferimento. Questo contatto diretto ed in qualche modo “privilegiato” con l’alpinismo dolomitico, fondamentalmente catalizzato dalla presenza della Mariangela, fu determinante per la emancipazione culturale-alpinistica della scuola fiorentina

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e contribuì senz’altro ad una più rapida maturazione. L’arrampicata sulle pareti delle Dolomiti, ed in genere su tutte le Alpi orientali, costituiva lo sbocco naturale alle lunghe sedute di allenamento a Maiano o sulle vie del Procinto o del Pizzo d’Uccello dove ormai si andava con un unico scopo: migliorare la forza, la resistenza, la dinamica del movimento per poter affrontare senza alcun timore reverenziale le più lunghe ed impegnative vie alpine. E poiché il limite delle difficoltà era pressoché ben definito e circoscritto a quel fatidico sesto grado, una volta abbandonato quel timore che è proprio di chi si affaccia ad un mondo che non è suo, e forti di una meticolosa preparazione “in palestra” non fu difficile misurarsi con i grandi “problemi” del momento correndo in competizione con i più accreditati alpinisti indigeni. Così era diventato quasi obbligatorio polverizzare i tempi normali di percorrenza delle vie come pure

Marco Passaleva affronta gli ultimi tiri della parete ovest dell’Aiguille Noire de Peuterey - via Ratti-Vitali (foto S.Rovida)

surclassare la guida che con aria sufficiente aveva attaccato insieme a te la parete; insomma, c’era un clima di grande competizione! Il fatto che gli standard di capacità anche ad alto livello fossero diventati piuttosto omogenei ed alla portata di molti, malgrado l’esistenza di alcuni fuoriclasse (vedi Messner), contribuiva non poco alla ricerca sistematica del misurarsi, in modo diretto o indiretto, fra cordate e/o singoli alpinisti e nello stesso tempo determinava la difficoltà di praticare un alpinismo di livello senza dover ricorrere in modo a volte forzato ed eccessivo al confronto con gli altri. Bisogna riconoscere in proposito che lo sfondamento delle scale di difficoltà hanno di fatto “liberato” il campo da tali necessità semplicemente perché la vera “competizione” è divenuta appannaggio solo di chi è stato in grado di rimanere ai vertici delle difficoltà nelle varie discipline; che senso avrebbe oggi vantarsi di aver salito la Nord dell’Eiger in giornata quando è già stata percorsa in pochissime ore ed in concatenamento con altre mitiche pareti Nord nello stesso giorno! Oppure superare un 8a a vista ! Forse bisognerebbe farlo a 8000 m. ... Le Dolomiti, dicevo, sono state teatro di bellissime imprese da parte degli istruttori della Scuola che costituivano un gruppo ben affiatato ed omogeneo e, per quelli che come me si affacciarono all’ambiente nei primi anni ’70, un terreno ideale per apprendere velocemente la tecnica e conoscere la montagna. Nel Giugno del 1973 partecipai ad un’uscita collettiva nel gruppo del Civetta; era la prima volta che vedevo le Dolomiti poiché ero solito trascorrere le vacanze estive con la famiglia in Valle d’Aosta e ne rimasi veramente colpito. In quella breve vacanza di quattro giorni ebbi la fortuna di percorrere due bellissime pareti che solo successivamente ho potuto definitivamente apprezzare anche per l’importanza che ebbero per l ‘avvio della mia carriera di alpinista: la Schober-Liebel al Pan di Zucchero, come secondo di cordata con G. Crescimbeni e M. Verin e la Carlesso-Menti alla Torre di Valgrande, a comando alternato con C. Barbolini ed U. Ghiandi con i quali sommavamo la ragguardevole età complessiva di 59 anni! Ricordo in modo netto gli strapiombi gialli sopra di noi ed il famoso tetto da superare con staffe e poi il “misto” con tratti di forte difficoltà in libera alternati ad artificiale! L’anno successivo partimmo da Firenze con l’obbiettivo di ri-


petere la via degli Scoiattoli alla Cima Scotoni che si diceva fosse al momento una delle vie più difficili delle Dolomiti (sempre per colpa del fatidico limite del sesto grado ...): uscimmo in giornata senza particolari problemi anche se, per il sottoscritto, contribuì non poco la presenza di L. Benincasi, G. Bertini, M. Verin, esperti e rassicuranti compagni di cordata; fu senz’altro un notevole exploit che, soprattutto nell’ambiente toscano, rafforzò la considerazione e la stima anche verso la nostra Scuola. Ma che ne era delle Alpi Occidentali? Sicuramente più lontane, soprattutto sotto l’aspetto psicologico! La quota, il ghiaccio, il clima erano fattori più incontrollabili, difficilmente governabili “a distanza” e perciò maggiormente temuti; ciò nonostante, come detto, anche se in modo più episodico e non sistematico, alcuni avevano già ripetuto vie di grande prestigio: Sentinella Rossa al M. Bianco, Walker alle Grandes Jorasses , Pilier Gervasutti al M. Blanc du Tacul, via Bonatti al Grand Capucin, ma fu solo a partire dal 1975 che iniziò una vera e propria dedizione all’alpinismo occidentale. Fu in quello stesso anno infatti che decisi di trascorrere un breve periodo in Val Veny e, quasi per caso, ebbi modo di conoscere l’arrampicata su granito ripetendo una delle vie più belle e significative: il Pilier Gervasutti al Mont Blanc du Tacul roccia monolitica di colore rosso vivo - arrampicata in aderenza e fessura, alta quota, neve ... tutti aspetti inediti per me ma, in parte, anche per Antonio Bernard, mio compagno di cordata e dolomitista per eccellenza! Tornai a Firenze entusiasta di aver scoperto un mondo nuovo ed inesauribile e tentai subito di convertire all’alpinismo occidentale i miei compagni programmando le vacanze dell’anno successivo. Ebbe così inizio una nuova “stagione” per la Scuola e per l’alpinismo fiorentino i cui protagonisti iniziarono a considerare in modo equidistante le pareti dolomitiche e quelle del Monte Bianco dedicando anche a quest’ultimo molte energie e gran parte delle proprie vacanze .. Il nuovissimo campeggio La Sorgente in Val Veny gestito con vigore ed autorità dall’amico Renzo Pellin costituì fin da subito un ideale punto di ritrovo spontaneo dove le lunghe attese del tempo buono erano riempite da piacevoli attività ludiche collettive; il gruppo era

Boulder sui massi erranti della Val Veny sempre piuttosto numeroso e variegato, i confronti dialettici costanti, i programmi sulle possibili salite incessanti e le cordate si formavano di volta in volta in modo più o meno spontaneo secondo affinità, capacità ed obbiettivi. C’era insomma spazio per tutti, anche per coloro che, consci della loro riottosità per l’alta quota, vollero provare anche solo una volta a cimentarsi con il mitico ambiente del Bianco. Tutti noi avevamo una sorta di timore reverenziale per questa grande montagna, unica e diversa da tutte la altre ma soprattutto di dimensioni “anomale” se confrontata con quelle di casa nostra! Forse un limite alle notevoli potenzialità che in quegli anni avevano i più preparati sotto l’aspetto tecnico ed atletico ma anche un vantaggio nei confronti della sicurezza ... Riuscimmo, fin da subito, a realizzare importanti vie di roccia e di ghiaccio senza particolari problemi, con la giusta tensione ed il dovuto divertimento, facendo in breve una notevole esperienza in questo particolare tipo di attività, sotto la guida o anche solo la “benedizione” dei più esperti che, almeno per alcuni anni, passavano ancora qualche tempo in Val Veny: M.Verin, L.Benincasi, G.Bertini, M.Piotti (l’amico di

tutti,successivamente scomparso sulle rocce di casa, a Vecchiano ). Il clima che si respirava a Courmayeur e dintorni nella stagione estiva era piuttosto diverso da quello di oggi; c’erano, è vero, le immancabili passerelle della “gente-bene” e dei VIP ma la Valle si riempiva anche di moltissimi giovani ed alpinisti di ogni età e provenienza con i quali, oltre che in birreria, ci ritrovavamo sistematicamente all’attacco delle vie o nei rifugi, dove ci scambiavamo esperienze, opinioni, racconti delle varie imprese, e tutto ciò contribuiva a mantenere quel contatto con “l’ambiente” e con i reali protagonisti di quell’ambiente, estremamente proficuo e senz’altro benefico per noi che vivevamo a 500 Km. da quelle montagne. Il mitico negozio di Toni Gobbi, gestito direttamente dalla moglie Romilda e dal figlio Gioacchino, era un ulteriore polo di attrazione ed un vero e proprio catalizzatore per tutti gli alpinisti del momento tanto che nessuno avrebbe mai osato passare da Courmayeur o partire per una salita senza almeno un saluto ed uno scambio di opinioni sulle previsioni del tempo provenienti da Chamonix e diligentemente tradotte ed aggiornate ogni mattina sulla lavagna della “maison”; vivevamo in un’atmosfera

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“positiva” e di grande entusiasmo ( a parte i lunghi periodi di maltempo) dovuta al contesto ma anche e soprattutto allo spirito di gruppo che in quegli anni si era creato all’interno della Scuola.

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Proprio l’attività in gruppo contribuiva in modo determinante ad affrontare la montagna con spirito ludico ed a sdrammatizzare i momenti di attesa o la tensione precedente la salita ... Pur tuttavia si era ben compreso che, soprattutto per ottenere risultati in ambiente di alta montagna, le cordate dovevano formarsi ed agire in modo indipendente, senza il bisogno di appiattirsi forzatamente in attività di tipo collettivo che è poi l’esatto contrario del concetto di alpinismo ! Tale principio, che fu sempre applicato anche se non scritto, contribuì non poco al successo su molte pareti e, parallelamente, a consolidare molte amicizie o, più raramente ... ad interromperne qualcuna ... Il prato riservato alle nostre tende disordinate assumeva sempre i connotati del porto di mare: mentre qualcuno rientrava da una salita, altri partivano, altri ancora decidevano per un breve riposo e nel contempo ci scambiavamo consigli, opinioni, notizie sulle condizioni ... Ognuno era sempre informato sui programmi degli altri, pronto ad intervenire in caso di necessità ma anche felice in caso di successo poiché in qualche modo quel successo era considerato il frutto

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della preparazione comune e perciò apparteneva a tutti. I più assidui frequentatori della Val Veny oltre al sottoscritto erano: Carlo Barbolini, Giovanni Bertini, Mario Verin, Leandro Benincasi, Massimo Boni, Lorenzo Cirri detto “Ciro”, Umberto Ghiandi, Maria Adele Bigagli e successivamente Eriberto Gallorini, Enrico Loretti, il giovanissimo Nicola Gambi, Marco Meini, il dolomitista Carlo Santini, Pierfranco Lattanzi, Mauro Rontini, Carlo Amore, Marco Turchi, Mario Vighetti , Franco Cervellati e molti altri. Dal 1976 al 1980 furono percorse molte vie di grande impegno fra cui: Boccalatte al Pic Gugliermina ; Aig. Noire de Peuterey - cresta Sud; Mellano-Perego al Pilier a Tre Punte; Sperone della Brenva; Pilone Centrale del Freney; Aig. du Plan-parete Nord; Les Courtes-via degli Svizzeri Nell’estate del 1981, sul libro delle salite a disposizione nel negozio di Gobbi, leggemmo che era stata appena aperta una via nuova sulla Nord dell’Aig. Triolet dalla cordata G.C.GrassiR.Casarotto; l’idea di andare a ripetere una via “moderna” su una goulotte di ghiacco ci parve subito allettante anche se, pur avendo una notevole preparazione , nessuno di noi aveva mai fatto una simile salita in alta montagna e per giunta nel gruppo del Bianco! Partimmo dal rifugio dell’Argentiere in due cordate, C. Barbolini ed

io, M. Boni e G. Pasqui; incontrammo subito forti difficoltà sul pendio iniziale, circa 200 m. di misto ricoperto dalle recenti nevicate che, di notte, ci mise subito a dura prova e ci fece perdere molto tempo. Giunti poi nella goulotte,fortunatamente in buone condizioni, imparammo presto a muoverci in piolet- traction su notevole pendenza (circa 70°) utilizzando al meglio i moderni attrezzi: personalmente ero dotato di piccozza Simond “Mustang” di 70 cm. e del rivoluzionario martello Chacall con quella strana becca a forma di banana e concavità verso l’alto che per foggia ed aggressività somigliava davvero al temibile predatore! Era per tutti noi un nuovo mondo - un modo di progredire non ancora familiare - ma l’ ambiente entusiasmante e di forte stimolo e così giungemmo in vetta anche se ostacolati non poco dall’accumulo di neve sul pendio terminale dal quale uscimmo grazie alle lunghe leve di Massimo e Carlo che riuscivano ad aprire un’ampia trincea più consona alle mie dimensioni ... Scoprimmo successivamente che prima di G.C.Grassi e R.Casarotto la via era già stata “aperta” da una cordata francese e che pertanto la nostra era stata la seconda ripetizione: ne andammo comunque fieri. Ci eravamo ormai convinti di essere preparati sia tecnicamente che sotto l’aspetto psicologico ad affrontare le vie più impegnative, abbandonando quel latente timore reverenziale

... il prato riservato alle nostre tende disordinate assumeva sempre i connotati del porto di mare ... da sinistra si riconoscono: S.Funck, R.Bernacchioni, M.Passaleva, C.Barbolini


che pervadeva spesso gli alpinisti al di sotto della linea del Po. Continuammo a fare attività di rilievo sia nelle Dolomiti che nelle Alpi Occidentali; personalmente mi dedicai con entusiasmo ed in modo assiduo sia alla montagna che all’attività didattica in seno alla Scuola finchè nel 1980, insieme a Carlo Barbolini, partecipai al corso per Istruttori Nazionali d’Alpinismo e conseguentemente fui diplomato: avere avuto, fra gli altri, istruttori quali Cassin, Bepi De Francesch, G.Luigi Vaccari, Cirillo Floreanini e come compagni di ventura i vari Claudio Sant’Unione, Fausto De Stefani, Ben Laritti ed altri già famosi alpinisti, contribuì ulteriormente ad aprirci la mente e ad osservare il mondo sotto altra luce.

G..Bertini sul traverso della Via degli Scoiattoli alla Cima Scotoni (foto M.Passaleva)

Ebbe così continuazione una stagione assai fertile - gli anni ’80 - in cui la grande fucina della Scuola continuava a produrre uomini ed attività di altissimo livello tecnico, anche attraverso i propri corsi, fondandosi ancora sullo spirito di gruppo, sulla voglia di condivisione della montagna e fondamentalmente sull’amicizia: l’albergo Col di Lana al Passo Pordoi ed i prati della Val Veny, rimarranno a lungo testimoni di quanto sopra. Furono ripetute grandi vie su tutto l’arco alpino e la spedizione sulle Ande peruviane del 1984 coronò la voglia di uscire dal proprio guscio aprendo la strada a notevolissime realizzazioni extraeuropee .

particolarmente attivo ed unico nel suo genere, del quale fu anche il primo Presidente. Dopo molti anni di lavoro nella nostra Scuola decise di tornare nella città di origine Nuoro dove, ancora con incredibile tenacia e capacità, è riuscito a fondare una sottosezione e, successivamente una Sezione del CAI. A dimostrazione del saldo legame con Peppino la nostra Scuola da diversi anni dà il suo supporto didattico alla Sezione di Nuoro per l’organizzazione di Corsi di roccia e per contribuire allo sviluppo dell’arrampicata e dell’alpinismo in quella bellissima regione sarda.

Una particolare menzione deve essere fatta per l’amico Peppino Cicalò che qualche anno dopo aver partecipato ad un Corso di roccia (nel 1973) era entrato a far parte della Scuola in veste di Istruttore con grande entusiasmo ed incredibile impegno: di origine sarda, era giunto a Firenze per motivi di studio e dopo aver raggiunto un buon livello alpinistico si dedicò anima e corpo agli aspetti organizzativi dell’attività della Scuola e della nostra Sezione determinando nel 1978 la fondazione e la nascita del Gruppo Alpinistico Tita Piaz, tutt’oggi

Ma torniamo agli anni ’80. Nel Giugno 1981 fu annunciato un evento al quale inizialmente non fu dato troppo risalto ma che fu prontamente colto da alcuni istruttori della Scuola per l’interesse e l’importanza che in effetti gli furono successivamente riconosciuti: il raduno internazionale di Konstein (Germania). Era prevista la partecipazione dei più forti arrampicatori del momento provenienti da Paesi europei e dagli Stati Uniti, già noti per aver infranto le vecchie regole del gioco e soprattutto per aver raggiunto livelli di difficoltà

“impensabili”, con nuovi sistemi di allenamento e l’introduzione di nuove tecniche di arrampicata. Partirono da Firenze: A. Baccaro, C. Barbolini, R. Gallo, E. Gallorini, M. Meini, M. Verin ed il sottoscritto. Verificammo subito di essere fra i pochi italiani ad aver risposto all’appello e nel contempo potemmo constatare come, fuori dal nostro abituale contesto alpinistico,si fosse velocemente sviluppato, prima negli Stati Uniti e subito dopo in Inghilterra e nel resto d’Europa, un nuovo modo di concepire l’arrampicata con la nascita di veri e propri talenti che, rifacendosi a concetti già ampiamente sviluppati negli anni ’50 e ’60 dagli arrampicatori della Yosemite Valley, avevano continuato a perfezionarli. Era stata definitivamente bandita l’arrampicata artificiale e l’uso dei chiodi per la progressione sostenendo che con il dovuto allenamento e lo sviluppo di nuove tecniche di arrampicata si sarebbe potuto superare in libera ciò che in precedenza era stato definito insuperabile, demolendo di fatto il tabù dell’impossibile. Era stata così riaperta la scala delle difficoltà e delle valutazioni dei singoli passaggi in arrampicata libera, dichiarandola definitivamente “estendibile”

Alpinismo Fiorentino

Il fatto poi che due “umili” Fiorentini del sud fossero riusciti ancora una volta a superare in modo netto e brillante anche gli ostacoli più scivolosi che all’epoca i “vecchi barbogi” del sapere, non certo i “veri Grandi dell’alpinismo”, erano soliti erigere nell’ambito dei corsi INA, consentì di rafforzare definitivamente il peso ed il riconoscimento tecnico della nostra Scuola non solo in Toscana ma anche a livello nazionale.

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in funzione dei futuri sviluppi delle capacità fisico-tecniche degli arrampicatori, bandendo una volta per tutte il concetto del sesto grado come massima difficoltà in libera! Si conferiva grandissima importanza al gesto dell’arrampicata, al movimento inteso come ricerca della dinamica in ogni singolo passaggio e minimo dispendio di energia. Di tutto ciò in verità avevamo già ampiamente letto sulle riviste specializzate e tale “atteggiamento” culturalfilosofico era ormai patrimonio consolidato e tramandato dagli arrampicatori anglosassoni; pur tuttavia devo dire che trovarsi a diretto contatto ed a confronto con i più forti arrampicatori “moderni” fu per noi pressoché sconvolgente. Tutti avemmo l’impressione di essere stati catapultati improvvisamente in un altro mondo, dove per un motivo improvviso erano state cambiate regole, abitudini, linguaggio, modo di vestire modo di ragionare, metodi d’allenamento ecc. ecc.

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Riconoscemmo improvvisamente l’incolmabile distanza fra quel mondo ed il nostro “alpinismo di provincia”, legato ancora a stereotipi del tutto tradizionali e poco innovativi. Quei quattro giorni di permanenza nel campus allestito in modo spartano ma efficiente dagli organizzatori, servì a “liberare” i concetti latenti che già risiedevano al nostro interno ma che ancora era stato difficile mettere a fuoco con chiarezza; negli ultimi anni infatti avevamo avuto la percezione dei limiti che ci venivano imposti dal contesto e dalle ormai vecchie regole, per esempio nei modi di allenamento o dalla progressione artificiale, ma non eravamo riusciti a superarli in modo compiuto e razionale. H. Mariacher (Austria), John Bakar (Stati Uniti), Ron Fawcett (Inghilterra), G. Claude Droyer (Francia) e diversi altri, ci raccontarono dei loro nuovi sistemi di allenamento, studiati

M.Passaleva sul 2° tiro di corda del Pilier Gervasutti (M.Blanc du Tacul) alla fine dell’inverno, verso l’attacco del Supercouloir (foto E.Gallorini)

“a tavolino” ed adattati alle singole caratteristiche fisiche, calibrati per ogni difficoltà, tipo di roccia ecc. ma soprattutto ci fecero vedere dal vivo quali risultati erano stati ottenuti e quale fosse al momento la frontiera delle difficoltà in libera! Ricordo che in quel periodo ero molto allenato e pertanto tentai più volte, illudendomi, di salire là dove loro erano passati quasi di corsa e senza il minimo sforzo: fu un vero shock ! La distanza tecnica e fisica era pressoché abissale e non rimase che stare a guardare, tentando di apprendere le nuove tecniche ed i nuovi metodi quanto più possibile. Tornammo a Firenze piuttosto sconsolati anche se ben felici di aver partecipato ad uno dei primissimi raduni di arrampicata sportiva della storia, e con il fermo proposito di adottare da subito le nuove regole: per prima cosa nella palestra di Maiano “vietammo” l’utilizzo dei chiodi per la progressione ed iniziammo sistematicamente a “liberare” alcune vie dove da sempre si utilizzavano le staffe. Una delle prime a cadere, ma solo dopo molti tentativi, fu lo Spigolino, seguito dalla Che Guevara e da tante altre; così, senza toccare più i chiodi, anche Maiano conobbe il suo momento di gloria offrendo un terreno di gioco non ancora rivelato e stimolando al contempo la ricerca di nuove vie e la revisione della chiodatura. I più bellicosi di noi iniziarono cicli di allenamento costanti e molto pesanti, sia d’estate che d’inverno tanto che per alcuni anni venne appositamente affittata una palestra scolastica a Fiesole dove due o tre volte la settimana quasi tutti gli istruttori della Scuola si ritrovavano, non solo fra sbarre e bilanceri, ma anche per mitiche sfide di calcetto! Anche la consueta attività sulle Apuane subì un certo cambiamento:per esempio iniziammo ad andare al Procinto per attaccare di buon mattino la prima via della parete Est e per scendere a sera dall’ultima senza soluzione di continuità, arrampicando di continuo sia in salita che in discesa, dall’una all’altra, così da realizzare in totale diverse centinaia di metri su alta difficoltà senza mai fermarci. Così facendo e con l’introduzione di questo nuovo atteggiamento “sportivo” il livello medio delle capacità tecnico-fisiche si innalzò moltissimo e credo di non esagerare affermando che gli anni ottanta sono rimasti insuperati per il numero di alpinisti di vera qualità e per la quantità di attività svolta dagli istruttori del-


la Scuola ma anche da coloro che non ne facevano parte. Infatti si affacciarono all’ambiente nuovi personaggi che contribuirono anche in modo determinante a questo impulso, fra i quali i più attivi sono stati senza dubbio Marco Turchi, Stefano Rovida, Eriberto Gallorini, Franco Cervellati; una parola a parte deve essere spesa per il contributo dato da tre amici di Borgo S. Lorenzo: Carlo Amore, Stefano Nuti e Mauro Rontini. Avevano iniziato ad andare in montagna in modo autodidatta e solo dopo qualche tempo entrammo in contatto facendo attività in comune finchè tutti e tre furono chiamati a far parte dell’organico della Scuola con un contributo assolutamente di prim’ordine. Di quegli anni ricordo un episodio che fu per me molto significativo: durante una vacanza in Dolomiti, ci recammo in diverse cordate nel gruppo delle Tofane; alcuni salirono la via Pompanin-Alverà, un’altra cordata la Costantini-Apollonio. Avendo già salito quest’ultima qualche anno addietro scelsi di fare la via Paolo VI sul pilastro centrale che attraversa direttamente le due fasce di strapiombi della parete passando a destra della Costantini-Apollonio; avevo come compagno di cordata Nicola Gambi, giovane promettente del vivaio fiorentino, fortissimo fisicamente ma ancora alle prime esperienze di montagna. Così attaccammo di buon ora e percorremmo a buon ritmo i primi due terzi di parete quando, all’uscita dall’ultima zona strapiombante, per un errore nella scelta dell’itinerario, mi trovai a dover forzare un tratto strapiombante, molto duro, su roccia gialla instabile e priva di chiodi; rendendomi conto della difficoltà ma dovendo per forza uscire verso l’alto, piantai un ottimo chiodo e proseguii nella salita. Purtroppo accadde quanto avevo temuto: all’uscita dallo strapiombo l’appiglio apparentemente saldo cui ero appeso cedette ed io caddi nel vuoto per circa 12 metri. Il chiodo aveva retto e Nicola, opportunamente autoassicurato ai chiodi di sosta e con l’assicurazione sull’imbracatura, frenò egregiamente la caduta anche se con una forte “zuccata” sul tetto soprastante, protetto per fortuna dal casco. La configurazione strapiombante della parete fece sì che non la toccassi nemmeno e come unica conseguenza riportai una forte contusione, con infrazione di due costole, dovuta all’inadeguatezza dei vecchi imbrachi che, di fatto, trasferivano gran

Eriberto Gallorini sulle bellissime placche di granito rosso del Grand Capucin - via degli Svizzeri (foto M.Passaleva) parte dello sforzo di trattenuta al torace piuttosto che ai cosciali. Non potendo proseguire per il dolore al torace e non avendo nemmeno cuore di imporre al perplesso Nicolino di andare da primo di codata decisi di azzardare una manovra assolutamente incognita: scendere in corda doppia tutta la parete fino alla base. Così si concluse una delle giornate peggiori della mia carriera alpinistica. Nel 1984, sotto la spinta dell’innovazione e della consapevolezza delle proprie forze, si crearono le condizioni per organizzare una spedizione extraeuropea gestita e realizzata interamente dalla Scuola Tita Piaz; dopo ampio dibattito ed attente valutazioni furono scelte come meta le Ande peruviane che ponevano relati-

vi problemi logistici e di avvicinamento e nel contempo offrivano molte possibilità alpinistiche. Fu stabilito il numero massimo di partecipanti in 10 di cui 9 istruttori della Scuola ed un medico, per cui, anche in base alle disponibilità, furono scelti: C. Barbolini, L. Carciero, F. Cervellati, L. Cirri, G. Dolfi, F. Falai, E. Gallorini, M. Passaleva, M. Rontini ed il medico L. Parigi. Fu ottenuto per l’occasione il patrocinio del Comune di Firenze ed un contributo della Cassa di Risparmio di Firenze che consentì di affrontare con tranquillità le spese di viaggio ed organizzative. Per la verità fin dall’inizio della fase organizzativa ci rendemmo conto che il notevole numero dei partecipanti determinava una grande mole

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di lavoro ed una logistica da grande spedizione ma ciò era la conseguenza della precisa scelta di fare una spedizione per tutta la Scuola, senza sostanziali limitazioni alla partecipazione e poi, salvo la lontana esperienza al monte Ararat nel 1969, sarebbe stata la prima vera esperienza exraeuropea. Rientrammo entusiasti malgrado non fossimo riusciti pienamente a raggiungere l’obbiettivo prefissato , la vetta dello Yerupaya (6.600 m.) per la parete Ovest , che ci sfuggì per soli 300m. a causa delle fortissime escursioni termiche notte-giorno che ci consigliarono di non proseguire oltre nell’assalto decisivo e , forse , per non aver previsto un bivacco in parete ... Fu comunque raggiunta la vetta del Rasac Oeste e quella del Rasac Principal e tutto contribuì a “rompere il ghiaccio” con le montagne extraeuropee; tante altre imprese sarebbero state compiute negli anni successivi da chi di noi ha avuto la capacità e la volontà di proseguire per quella strada: Mauro Rontini, Massimo Boni, Mario Vighetti, Stefano Rinaldelli, Marco Orsenigo, Alessandro Aversa, Gabriele Majonchi, Tommaso Castorina, Nicola Pesciulli, Aldo Terreni ma soprattutto Carlo Barbolini che dopo l’esperienza in Perù, spesso in qualità di capospedizione, ha compiuto ben 9 spedizioni dimostrando dedizione e costanza del tutto fuori dal comune.

Alpinismo Fiorentino

L’attività della Scuola intanto proseguiva anche alla luce delle fasi evolutive che pervadevano sia le Commissioni preposte alla gestione della didattica che l’intero ambiente della montagna. I Corsi subirono differenziazioni e specializzazioni come pure le conoscenze tecniche ed i contenuti che ormai potevano fondarsi su sperimentazione ed approfondimenti scientifici che ci posero all’avanguardia nei confronti del resto d’Europa.

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Agli inizi degli anni ’80 era entrato a far parte dell’organico un gruppo non più giovanissimo ma che avrebbe costituito per molti anni un nucleo molto affiatato e particolarmente attivo in montagna ed all’interno della Scuola: Lorenzo Carcero , Fabrizio Ciuffi, Beppe Cortesi, Andrea Nencini , Aldo Terreni detti “i moschettieri” e più tardi Andrea Nencini. Aldo ha dimostrato poi tutta la sua passione e la costanza dedicandosi non solo all’attività nella Scuola, di cui è da molti anni vicedirettore, ma anche ponendosi alla guida del Gruppo Alpinistico Tita Piaz ed organizzando regolarmente l’attivi-

tà in montagna di maggior livello per la Sezione. Alcuni anni dopo fui nominato per la prima volta Direttore della Scuola e decisi che i tempi erano maturi per una importante ristrutturazione funzionale dell’organico : per la prima volta trovò spazio nell’attività didattica anche lo scialpinismo che , sotto la grande guida di Andrea Bafile , era sempre rimasto esterno alla Scuola che da quel momento assunse ufficialmente la nuova denominazione di “Scuola di Alpinismo e Scialpinismo Tita Piaz”. Furono quindi inseriti nell’organico i pochi istruttori disponibili di scialpinismo: Roberto Frasca, Simone Fini, Carlo Natali, Andrea ed Alfio Ciabatti e successivamente, Francesco Sberna, Marco Orsenigo e Fabrizio Martini. Anche l’ambiente alpinistico si adeguò alle innovazioni degli ultimi anni ’70 abbandonando definitivamente quel timore reverenziale nei confronti delle grandi pareti e delle difficoltà “moderne” che furono affrontate da molti di noi con determinazione e successo grazie alla nuova mentalità. Uno dei primi frutti della “nuova maniera” fu sperimentato su una delle vie mitiche al Monte Bianco , la Brown-Whillans sulla parete ovest della Blatiere; Eriberto Gallorini, Stefano Rovida ed io l’affrontammo senza immaginare che i conflitti filosofici del periodo avevano già determinato la sua completa schiodatura, in nome di un’etica particolarmente in voga. La prima fessura verticale di 25 m., larga una ventina di centimetri , liscia e sfuggente, fu superata con l’ausilio di un solo chiodo che riuscimmo a piantare come unico punto d’assicurazione alla sua base e nient’altro ... se non l’applicazione di un’arrampicata di tipo “sportivo” già ampiamente sperimentata nelle palestre cittadine ma mai in alta montagna e senza protezioni, su una delle pareti più severe delle Aiguilles des Chamonix; un grandioso tiro di corda in un diedro fessurato poco più sopra, completamente schiodato , mi dette poi l’opportunità di applicare diligentemente le protezioni mobili (friends) e di arrampicare nella più completa libertà. Grande fu la soddisfazione per aver superato tali difficoltà senza particolari problemi e ciò contribuì ad ampliare ancora di più i nostri orizzonti . Nel frattempo anche l’ambiente fiorentino stava subendo cambiamenti: in linea con la tendenza del periodo storico ebbe fine l’epoca

degli accantonamenti estivi di gruppo , soprattutto al Monte Bianco, a favore delle attività-spot delle singole cordate; nelle Dolomiti rimaneva comunque inossidabile l’abitudine del “ritrovo estivo” nell’intorno del Passo del Pordoi per un gruppo molto omogeneo costituito da Carlo Santini il “pioniere”, e poi Terreni, Carcero, Ciuffi, Evaristi, Nencini, Cortesi, Vighetti e molti altri, dove continuavano a ritrovarsi per una cospicua attività di livello che si è protratta ancora per molti anni. Ma l’attività di questo decennio sulle grandi vie dolomitiche di difficoltà fu appannaggio di un manipolo di frenetici cultori delle uscite-lampo del fine settimana: con il motto “partire sempre e poi si starà a vedere”, con qualunque tempo e condizione della montagna, si imboccava l’autostrada nella giornata di sabato per rientrare nella notte della domenica dopo “scampagnate” tipo via Carlesso e Cassin alla Torre Trieste (Civetta), via Vinatzer alla Marmolada, via Aste al Crozzon di Brenta e al Civetta e così via ... I protagonisti di questa “stagione” furono Carlo Amore, Carlo Barbolini, Leandro Benincasi, Franco Cervellati, Nicola Gambi, Stefano Nuti, Mauro Rontini, ed in misura minore Eriberto Gallorini e Marco Passaleva, Stefano Rovida e Marco Turchi. Marco Turchi che ha fatto parte della Scuola per un brevissimo periodo ma che è rimasto amico e protagonista di moltissime imprese, avrebbe acquisito dopo pochi anni il titolo di Guida Alpina. L’evoluzione dell’arrampicata nella diverse discipline e nei materiali procedeva intanto inesorabile e se le scarpette lisce avevano già raggiunto un ottimo affinamento rientrando ormai da tempo nel normale equipaggiamento da roccia, gli attrezzi da ghiaccio erano ancora nel pieno dello sviluppo. Fu proprio la rincorsa attrezzi/tecnica a determinare lo svilupparsi delle salite sulle cascate di ghiaccio e sulle alte difficoltà dei moderni percorsi alpini. In pratica fu la rincorsa alle fortissime pendenze, scoperte inizialmente sulle strutture ghiacciate delle cascate invernali di fondovalle, che consentì un repentino sviluppo delle tecniche di piolet-traction, allo stesso modo con cui si era sviluppata l’arrampicata libera sulle falesie; nel contempo ramponi e picche si modificavano di anno in anno consentendo ulteriori performance che ben presto dilagarono, come ovvio, anche in alta montagna.


Si aprì così un periodo ancora oggi non chiuso, con l’apertura di itinerari apparentemente fantascientifici, couloirs, goulottes ed anche percorsi “effimeri” cioè rarissimamente in condizioni ideali di ghiaccio e perciò difficilissimi, anche sotto il profilo della precarietà delle protezioni, che determinarono anche la rivoluzione delle valutazioni delle difficoltà. Dopo la salita del couloir del Triolet nel 1981 la prima vera grande performance dell’alpinismo fiorentino su vie di montagna fu senza dubbio la salita invernale alla parete Nord della Droites (Monte Bianco) per la goulotte Ginat per mano di due istruttori della Scuola: Carlo Barbolini e Massimo Boni; considerata ancora oggi una delle pareti più difficili delle Alpi, i tratti verticali della goulotte furono superati con materiali che si potrebbero definire “primordiali” se comparati con quelli attuali , e ciò indubbiamente costituisce a posteriori un ulteriore motivo di riconoscimento dell’importanza e del valore di quella salita.

sul granito monolitico della Mont Blanc du Tacul - M.Passaleva sui via Bonatti al Dru tiri mediani della goulotte Modica (foto M.Passaleva)

Anche se per cultura , per tradizione, per interesse o per la maggior “comodità” delle salite su roccia, pochi di noi si dedicarono all’attività su ghiaccio, ebbe inizio comunque lo sviluppo di questa disciplina con particolare dedizione verso l’affinamento delle tecniche e l’uso dei nuovi materiali, sia sulle cascate di fondovalle ma soprattutto sulle strutture di alta montagna.

Bisogna fare a questo punto una considerazione; il cambiamento delle caratteristiche del clima stava già provocando la modificazione della morfologia delle pareti e dei ghiacciai

Aiguille du Chardonet – Parete Nord – Sul pendio terminale dopo l’uscita dalla goulotte Auriel-Futrien in pieno inverno (foto C. Barbolini)

Alpinismo Fiorentino

Per tutti gli anni ’90 , ed ancora oggi, il circo del Monte Bianco continuò ad essere la meta per le più belle salite su roccia, dove continuò una intensa attività sia su vie classiche come la Bonatti al Dru che su quelle di stampo moderno come la Willamine Dada sulla Aig. du Blatiere, ma soprattutto sulle grandi vie di ghiaccio e misto, anche perché gli itinerari di nuova concezione si stavano ormai moltiplicando a vista d’occhio come dimostra la pubblicazione del 1996 del “breviario” Neige,Glace et Mixte a cura di uno dei protagonisti di questa nouvelle vogue , Francois Damilano, guida sintetica ma efficace che raccoglie oltre 500 itinerari e che per noi tutti ha rappresentato il punto di riferimento e di ulteriore stimolo per la conoscenza di questo “nuovo mondo”.

C.Barbolini sulla vetta del M.Bianco dopo aver salito la Nord del Pilier d’Angle e la cresta di Peuterey (foto M.Passaleva)

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determinando spesso condizioni di “gran secco” nei mesi estivi rendendo pericolosa se non impossibile la realizzazione di un gran numero di salite; per questo sempre di più ebbe incremento l’attività nei mesi invernali o primaverili, non quindi con il vecchio spirito di cimentarsi con le condizioni più rigide ed ostili della montagna , bensì per pura necessità. D’altra parte ormai i materiali in genere, compresi gli indumenti, consentivano almeno la permanenza in parete senza quelle “sofferenze” che ricorrono troppo spesso nei racconti dell’alpinismo classico. Per noi fiorentini comunque questo tipo di attività era, e rimane ancora oggi, molto impegnativa soprattutto per l’aspetto logistico: la distanza e la sostanziale incertezza sulle effettive condizioni dell’alta montagna e delle vie avrebbero presupposto lunghi tempi di appostamenti , verifiche, ricognizioni mentre invece per varissimi motivi si era costretti sempre di più ad una attività di tipo mordi e fuggi nei fine settimana con una grande incertezza verso ciò che effettivamente avremmo trovato sul campo! Per questo l’alpinismo occidentale di questo periodo, soprattutto sulle vie di ghiaccio e misto, è stato appannaggio di pochissimi grandi appassionati, Eriberto Gallorini, Aldo Terreni, Mario Vighetti, Gabriele Majonchi, Robertino Burini, Stefano Rinaldelli ed in modo partico-

lare Carlo Barbolini ed il sottoscritto. La nuova maniera di attribuzione delle difficoltà con doppio grado, il primo in numeri romani per la valutazione d’insieme, il secondo in numeri arabi per quella della massima difficoltà su ghiaccio, ci fece subito capire che il grado 5 significava già un bel limite, con la presenza di molti tratti di forte pendenza di cui almeno uno con pendenza a 85°/90°: che dire del 6 e del 7? Comunque , nella seconda metà degli anni ’90, furono ripetute molte vie alpinisticamente e tecnicamente molto significative, applicando le tecniche di piolet-traction ormai consolidate, con utilizzo dei materiali moderni: due picche con manico ricurvo e becca “a banana” e ramponi di nuova generazione; fra le più significative la goulotte Modica (Mont Blanc du Tacul, parete Nord versante Nant Blanc all’Aig. Verte, Petit Viking alla Breche du Domino (Argentiere), Gabarrou-Albinoni (Mont Blanc du Tacul ) e molte altre. Nel settembre 2000 decidemmo di affrontare una grande parete di alta quota per una via di stampo classico ma con difficoltà moderne: la nord del Pilier d’Angle per la Via Doufur Frehel con variante BoivinVallencant, una goulotte a 4000 m. con uscita sulla vetta del Bianco attraverso la cresta di Peuterey. Indubbiamente una via di gran classe molto impe-

gnativa che contribuì a dimostrare ormai la piena maturità dell’alpinismo fiorentino e della Scuola Tita Piaz. Gli anni seguenti fanno ormai parte della storia recente: molti istruttori, soprattutto i più giovani, si sono dedicati in prevalenza all’attività su roccia e su falesia per la continuità che può avere ormai nel corso dell’anno e per l’immediatezza del risultato; chi di loro ha avuto la volontà di applicare le capacità e la tecnica acquisita anche in montagna ha ottenuto risultati eccellenti; gli “irriducibili” hanno proseguito nella ripetizione dei grandi itinerari alpini di alta montagna o nell’organizzazione di spedizioni extraeuropee che, solo negli ultimi tre anni li ha visti protagonisti di bellissime nuove salite sulle montagne del Kirgyzstan ed in Patagonia. Così la Scuola, pur essendo nata in pieno periodo “classico”, ha dimostrato di non disconoscere l’evolversi delle discipline ed il trend degli ultimi anni dando spazio alle diverse attività ,alpinismo su roccia e ghiaccio, arrampicata sportiva, scialpinismo ecc., con un obbiettivo primario: proiettare verso il futuro l’idea dell’attività in montagna come una grande risorsa etica, culturale e sportiva, che potrà essere fruita dagli appassionati con l’applicazione delle conoscenze e delle minime regole occorrenti per vivere tutte le possibili esperienze con la dovuta consapevolezza.

Marco Passaleva

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nella pagina a fianco: l’aiguille du Midi (foto C.Barbolini) in questa pagina: sopra: Grand Pilier d’Angle - Marco Passaleva vicino all’uscita della goulotte BoivinVallençant (foto C.Barbolini) a destra: Il giovane Tommaso Castorina ripreso all’uscita del tratto chiave della via Baxter Jones (P.Gabarrou) al Mont Maudit (foto C.Barbolini)

a destra in senso orario: Carlo Barbolini sulla goulotte Bettemburg (Aiguille Verte - parete nord) (foto M.Passaleva) Grand Capucin - C.Malerba sulla via Bonatti-Ghigo (foto M.Passaleva)

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1969 - M.Verin osserva con il binocolo la parete nord delle Grandes Jorasses dal Refuge Lechaux (foto Leandro Benincasi)

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Premessa

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C’è stato un tempo della mia vita alpinistica, e mi riferisco in particolare agli anni ’70, in cui era di moda collezionare le “vie” aperte da certi alpinisti famosi. Questa moda, spesso mai dichiarata apertamente dagli interessati, risultava poi evidente quando gli stessi cominciavano a fare progetti di future arrampicate, ed allora potevi scorgere, al di là delle apparenze, la particolare propensione che alcuni avevano per determinate salite piuttosto che per altre. Dal che era facile dedurre che alla base di queste preferenze c’era quasi sempre l’intenzione di seguire una “collezione”. C’era chi collezionava le vie aperte da Vinatzer, chi quelle di Aste, chi quelle di Comici, e così via.

Anch’io allora, ovviamente, subii il fascino di quella moda, e mi ritrovai, direi quasi per caso, ad iniziare una collezione piuttosto complicata, quella relativa alle vie di Riccardo Cassin. Ho detto: per caso, difatti all’inizio questa collezione non fu assolutamente scelta, ma imposta da una serie favorevole di circostanze, quelle che mi portarono ad effettuare ben due salite di Cassin in una stessa estate, dopo di che mi sembrò che il gioco fosse fatto. Ovviamente non fu così, ed il tentativo di continuare la collezione non risultò così banale come allora avevo immaginato. Quello che segue è il racconto di come andarono le cose. Ed è anche l’occasione per attraversare un bel pezzo della vita alpinistica non solo personale, ma an-

che di tanti altri istruttori che hanno fatto la storia della Scuola Tita Piaz. Il grande sogno Quando iniziai a muovere i primi passi in arrampicata, se così si possono definire i maldestri tentativi di superamento di facili roccette nelle palestre della Faentina o di Monte Ceceri, già sognavo di poter fare la “Grande Salita”, ovvero la via Cassin alla Nord delle Grandes Jorasses. È buffo oggi pensare a quanto fosse velleitario quel sogno, di quanto fosse enorme la differenza tra le mie modeste capacità di allora e quelle necessarie per affrontare una salita del genere. Ciò nonostante, mi allenavo e mi muovevo con in testa quel-


Nel ‘66 mi iscrivo al corso di roccia della Scuola. Direttore Paolo Melucci. Tra gli istruttori Mario Verin. L’anno successivo entro a far parte del corpo istruttori della Scuola, con il modesto ma ambitissimo titolo di “aiuto istruttore”, e così vengo a scoprire che il mio sogno è anche quello di altri. Intendiamoci: siamo ancora a livello di sogni, nel senso che tra il dire ed il fare sappiamo che c’è di mezzo il mare. Nelle nostre menti non ci spaventano tanto le difficoltà tecniche della via, che sappiamo rientrare nelle nostre possibilità, ci preoccupano invece la lunghezza del percorso, la severità dell’ambiente, il problema del peso del materiale da portarsi sulle spalle per un’impresa simile, per non parlare poi del peso psicologico, originato dalla lettura dei resoconti di Cassin, Bonatti, Oggioni ed altri, racconti spesso drammatici, pieni di tempeste, ghiaccio, freddo, et altri ingredienti a dir poco scoraggianti. Ma se il ‘67 è un po’ un anno di preparazione e di transizione, il ’68 è l’anno nel quale si pensa di poter già concretizzare il progetto. Gli aspiranti alla salita non sono molti, ma sufficientemente agguerriti e motivati., e gli allenamenti di rito (palestra di Maiano, salite al Procinto ed al Pizzo d’Uccello) sono dedicati alla mitica impresa. Finalmente arriva l’agosto ed i vari accadimenti ed impegni della vita hanno assottigliato il già ristretto gruppo dei pretendenti alla salita. Restiamo soltanto io e Mario, invero strana coppia di alpinisti, bassi e mingherlini e dall’aspetto fisico assolutamente inadeguato a fronte della maestosità dell’impresa. Incuranti di tutto ciò partiamo per il Monte Bianco pieni di ardore e di speranze. Ci arriviamo in piena notte dopo un tragico viaggio in “500”, saliamo al campeggio in Val Ferret e ci infiliamo nei sacchi a pelo. La mattina dopo possiamo osservare, e per me è la prima volta, il mondo che ci sovrasta: un bel Monte Bianco scintillante di sole ci invita a non perdere troppo tempo in convenevoli. Ma il timore reverenziale per la grande salita è ancora forte, ed allora decidiamo di non affrontare immediatamente “lo grande periglio”, preferendo un primo approccio di ambientazione: come salita di allenamento e di preparazione scegliamo la cresta sud dell’Aiguille Noire de Peuterey. Alla faccia della salita di allenamento! Di quella avventura ricor-

do particolarmente i primi momenti: l’uscita dal rifugio nell’oscurità più completa, la corsa affannosa per arrivare all’attacco della via e l’immediata competizione con i numerosi pretendenti alla salita, il caos bestiale sui primi tiri di corda, con le cordate impegnate sugli stessi passaggi, negli stessi punti di sosta, sempre nel buio assoluto, rotto dalle lame di luce delle frontali. Poi finalmente il sorgere del sole, le cordate che si distendono sulla cresta e la progressione che si fa tranquilla, ma con un progressivo incremento di fatica. E poi il ricordo della lunghezza infinita della salita, e di quella ancora più sfibrante della discesa, dove siamo costretti al bivacco. L’avventura finisce sotto la pioggia, il tempo si è guastato definitivamente e gli ulteriori progetti, per quell’anno, sono rimandati a tempi migliori. Le prime due “Cassin” Il 1969 è finalmente l’anno giusto, l’estate è particolarmente calda e le condizioni del Monte Bianco sono preannunciate come ottime. L’entusiasmo è al massimo, dopo un inverno trascorso a fantasticare. La squadra è sempre la stessa dell’anno precedente, io e Mario, ma questa volta non partiremo subito per il M. Bianco, perché prima vogliamo fare qualche salita di allenamento. La scelta cade sulle Dolomiti, per l’esattezza andremo alle Tre Cime di Lavaredo. Alla loro vista resto folgorato. Anzi doppiamente folgorato: dalla bellezza dell’ambiente, ma anche dalla spaventosa sensazione di inaccessibilità che suscita la loro visione. Gli entusiasmi di un intera annata si ridimensionano rapidamente, sostituiti da meditazioni più prudenti, più riflessive, insomma più assennate… Rifletto fra di me: ma come può essermi venuto in mente di infilarmi in questa situazione! Poi, arrivata la sera, torna la calma e la quiete di una chiacchierata sotto la luna. Dal nostro campo base, costituito da una minuscola tendina piantata sotto lo Spigolo Giallo (a quei tempi si poteva), io e Mario guardiamo il cielo stellato e in particolare la Luna. E non accaso la Luna, perché in quegli stessi giorni l’uomo stava posando i propri piedi sul satellite terrestre. Discutiamo animatamente sugli astronauti: saranno uomini eccezionali, temprati e privi di sensazioni, oppure uomini come noi, con pensieri e ragionevoli preoccupazioni? Mentre stiamo dibattendo su queste ed altre tematiche, scopriamo con sorpresa che tra i nostri vicini di tenda c’è pure il grande Claude Barbier. Lo sorprendiamo men-

tre passeggia vicino a noi fischiettando “Ehi Jude” dei Beatles: mitico nella sua serena tranquillità. Il giorno dopo siamo alle prese con la Via Cassin alla Cima Ovest, un osso duro, soprattutto dal punto di vista psicologico. Saliamo veloci il primo tratto verticale che sale sulla destra della parete, ma quando si tratta di cominciare il tiro che traversa a sinistra, restiamo indecisi sul da farsi, anche perché da qui non si vede lo sviluppo della via e poi perché sappiamo che la traversata è senza ritorno. Mario, che sente chiaramente il maggior peso della responsabilità della cordata, esita, inizia a salire e poi torna indietro, e non per le difficoltà, ma solamente per il timore di quello che lo può attendere, sulla base di ciò che gli hanno raccontato, o riferito. Alla fine, dopo un tempo che mi è sembrato lunghissimo, parte deciso e veloce, gira un sporgenza e sparisce dalla mia vista, potendo coglierne la progressione soltanto dallo scorrere veloce e sicuro della corda. Poi tocca a me, ed è come una liberazione, perché il tratto è duro, ma niente di più rispetto a ciò che abbiamo già affrontato in precedenti salite. Quando arrivo da Mario lo trovo particolarmente incavolato, perché indotto a temere chissà quali difficoltà, e lo sento mandare a quel paese coloro che gli avevano descritto questa traversata come qualcosa di terrificante. Ora siamo nel bel mezzo della grande traversata che con quattro lunghezze di corda porta verso il centro della parete, con un vuoto incredibile sotto di noi. La parete è rientrante e da qui non sarebbe possibile alcuna ritirata in corda doppia, a meno di non avere una corda lunga duecento metri. Ma la salita procede speditamente ed in un tempo non disprezzabile siamo in vetta. Rincuorati dalla relativa facilità della salita appena fatta, ci dedichiamo psicologicamente alla successiva: la via Brandell-Hasse sulla Grande. La via è segnalata come più impegnativa della precedente, ma lo spirito con la quale la affrontiamo è completamente mutato: dopo la prova iniziatica sulla Cassin, ora tutto è psicologicamente più facile. Giungiamo in vetta dopo circa 12 ore di salita, un tempo decisamente inferiore (di due ore) rispetto a quello impiegato dai mitici “Scoiattoli di Cortina”. Bene! Ora siamo pronti per la “salita vera”! Iniziano i preparativi per la partenza, smontaggio tenda, baci ed abbracci e via, verso la vera, “grande meta”. Solito viaggio nella calura della Val Padana, poi finalmente al fresco

Alpinismo Fiorentino

l’obiettivo. Buffo, ma spesso le faccende funzionano così, e questa è la potenza dei sogni.

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della Val Ferret. Il giorno dopo ci spostiamo a Chamonix e da lì prendiamo il trenino a cremagliera che sale a Montenvert. Ci incamminiamo verso la Mére de Glace lasciandoci dietro frotte di turisti. Sotto il peso di enormi zaini, ci costa una fatica enorme alzare il capo, ed è una fortuna perché altrimenti lo sguardo cadrebbe inevitabilmente verso una poderosa muraglia merlata, indistinto groviglio di spigoli, rientranze, luci, ombre, placche e nevai: la nostra meta. Quando arriviamo al bivacco Leschaux, lo troviamo gremito di alpinisti delle più svariate nazionalità, ci sono francesi (anche una cordata di marsigliesi), tedeschi, inglesi, persino un consistente gruppo di giapponesi. Inutile farsi illusioni, sono tutti lì per lo stesso obiettivo: lo sperone Walker. E veniamo a sapere che numerose cordate, per avvantaggiarsi, stanno già bivaccando in parete, sullo zoccolo basale. La prospettiva è demoralizzante, domani mattina ci attenderà la so-

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lita corsa ad eliminazione. Ma la notte sovverte tutte le previsioni, perché un terribile temporale si abbatte sulle nostre teste (per fortuna protette dalle lamiere del rifugio) con fulmini, tuoni, scrosci d’acqua, rimbombi paurosi, e la speranza di salire la parete svanisce. Rintanati sotto le nostre coperte, tremiamo al pensiero di chi è fuori in parete, nella tempesta, e ci prepariamo psicologicamente a scendere in valle sotto la pioggia. La mattina dopo, con grande sorpresa, il tempo è magnifico, splende un sole meraviglioso e tutto sembra tranquillo e sereno. Sebbene l’ora sia tarda (sono le sette di mattina), ci dispiace andar via e rinunciare alla salita, per cui io e Mario decidiamo di provare ugualmente a salire, consci che ciò avrebbe comportato sicuramente un bivacco a metà parete. Perciò lasciamo il rifugio e ci mettiamo a risalire il ghiacciaio. Ma mentre ci avviciniamo alla parete succedono cose

M. Verin prima del traverso della via Cassin alla Cima Ovest di Lavaredo (1969) (foto L.Benincasi)

sempre più strane ed inquietanti. Dapprima un enorme boato ci costringe a sollevare lo sguardo verso la parete, ove assistiamo allo spettacolare crollo di una enorme pilastro, alto quanto un Campanile di Giotto, giù per il canale della Wimper. Ci ripariamo istintivamente dietro ad un crepaccio, poi, verificato il ritorno della calma, riprendiamo a salire. Poco più tardi scorgiamo alcuni alpinisti che, provenienti dalla base dello sperone, si dirigono barcollando verso di noi. Quando ci raggiungono, li ascoltiamo pronunciare, stravolti, frasi concitate che non comprendiamo (bella forza, sono inglesi, e né io né Mario sappiamo una parola di inglese) ma ci vuole poco a percepirne il senso di allarme e di disperazione che li agita. Poi ci salutano e proseguono verso il basso. E noi invece verso l’alto. Ma il nostro ardore iniziale va man mano affievolendosi, ed i passi sono sempre più incerti e pensosi. Come siamo vicini allo sperone, ora! Le rocce di base sono a poche centinaia di metri da dove sostiamo, e da qui si possono vedere le prime magagne della parete: quelle che da lontano sembravano placche pulite e soleggiate, si rivelano grondanti d’acqua. Ma dove stiamo andando!? Nel frattempo veniamo raggiunti dai giapponesi che erano partiti dopo di noi (nel loro tipico assetto da minispedizione), ma sembrano del tutto indifferenti all’atmosfera che grava intorno. Ci salutano sorridenti e felici e continuano incuranti verso l’alto. Ma dove vanno?! In noi aumenta invece lo sconcerto e l’esitazione, andare su o no? Alla fine la tensione si rompe e tutto si chiarisce: altri alpinisti scendono dalla base dello sperone, e fra questi due guide di Courmayeur, ci raccontano della tragica notte passata in parete, del temporale, delle scariche di sassi, e della morte di un famoso alpinista tedesco, il grande Jorge Lehne, colpito da un masso mentre stava bivaccando. Nel frattempo il tempo, che sembrava così bello, si sta progressivamente deteriorando, si formano grandi nuvoloni, che non promettono una serena evoluzione. OK! OK! Abbiamo capito! Girare i tacchi e correre a casa. E giù per tutta la Mére de Glace, giù con il trenino (ingoiando il ricordo della sera prima, quando si risaliva la cremagliera ed era facile fantasticare sulla vittoria sicura) fino a Chamonix e poi a Courmayeur. Ritorniamo a Firenze, ma con l’impegno di ritornare su al più presto, ed infatti non passa una settimana che di nuovo io e Mario ripartiamo. Solito giro, Courmayeur, Chamonix, Montenvert, rifugio Leschaux. Questa


volta l’atmosfera è totalmente diversa, il ghiacciaio è deserto ed il rifugio è vuoto. Più tardi ci raggiunge una cordata di svizzeri, che ci comunicano le previsioni ricevute dall’aeroporto di Ginevra: tre giorni continuativi di tempo buono! La notte passa senza grossi problemi (ovvero totalmente insonne a rigirarsi tra mille pensieri), poi finalmente il suono della sveglia, poco dopo mezzanotte, pone fine alla snervante attesa. Alle una di notte siamo già sul ghiacciaio e lo risaliamo lentamente sotto un cielo stellatissimo. Alle quattro e mezzo siamo quasi sotto lo sperone, è troppo presto per iniziare la salita, e ne approfittiamo per farci un tè caldo. Alle cinque iniziamo la salita, ed il primo tratto è fatto tutto di corsa, per non farsi raggiungere dagli svizzeri. Salito il primo risalto, iniziamo il grande traverso ascensionale verso sinistra, costituito da un pendio di terreno misto roccia-ghiaccio dove procediamo speditamente. A questo punto non seguiamo il percorso originale di Cassin, ma optiamo per la variante Allain. Il sole ci coglie all’altezza delle fessure che prendono il nome dall’alpinista francese, ed il calore che ne deriva rende l’ambiente più amichevole e meno opprimente. Troviamo le fessure ben attrezzate e non particolarmente difficili. Segue un facile tratto di rocce poco verticali, inframmezzato da grandi terrazze, e poco dopo arriviamo ad un punto caratteristico della via, un comodo terrazzo alla base del famoso diedro di 80 metri. Qui ci permettiamo una breve sosta per mangiare e bere. Il tempo si mantiene bellissimo, ed il morale è alto, perché abbiamo impiegato appena quattro ore per salire fin qui e ci sentiamo in piena forma. Il superamento del diedro avviene nel migliore dei modi e senza rallentamenti. Segue nuovamente un lungo tratto facile che porta ad un altro tratto caratteristico della salita, il famoso traverso con pendolo. Si tratta di scendere in corda doppia una ventina di metri e lasciarsi dondolare, per poter sbarcare su di un terrazzino spostato molto più a destra. La salita ora procede con difficoltà più sostenute, ed infatti stiamo entrando nel cuore della parete, ove sono concentrate le maggiori difficoltà tecniche: siamo nella cosiddetta zona delle placche nere (o grigie, secondo il gusto di alcuni). Usciti indenni da questa zona, proseguiamo per un lungo sperone di medie difficoltà, e per risparmiare tempo lo risaliamo di conserva per un centinaio di metri: il primo sale passando la corda negli eventuali an-

Mario Verin sul nevaio triangolare della Cassin allo Sperone Walker delle Grandes Jorasses (1969) - foto L. Benincasi coraggi ed il secondo segue a corda tesa senza mai fermarsi. Ma la nostra corsa spericolata si arresta di fronte ad un ostacolo imprevisto, ci imbattiamo in una serie di passaggi ghiacciati ed imbrattati di neve e perdiamo circa un’ora per venire a capo di soli 20 metri. Ora siamo sotto il nevaio triangolare, e la stanchezza si fa un poco sentire. La festa è finita, miei cari alpinisti della domenica! Ed ora fa un poco più freddo e conviene mettersi la giacca a vento. Più in alto ci sovrasta il mitico colatoio rosso, che risaliamo con crescenti difficoltà a causa dello spesso strato di ghiaccio che corazza gran parte delle rocce. Ovviamente qui l’arrampicata diviene “specialistica”, i piedi calzano i ramponi e fa impressione sentire lo stridore del ferro che gratta sul granito. Quando saltiamo fuori dalle ultime grandi difficoltà è tardo pomeriggio, il sole si sta abbassando sull’orizzonte, ma oramai sentiamo di avercela

fatta. Gli ultimi cento metri, peraltro facilissimi, sono un calvario, a causa dell’estrema spossatezza, il che mi fa promettere di non fare mai più salite così lunghe (promessa peraltro costantemente disattesa). Poi la crestina si fa sottile ed erta e muore sotto la cornice della cresta sommitale: a Mario l’onore di bucarla. E così alle sette di sera, con il sole che tramonta, ci ritroviamo sulla vetta, quasi increduli di ciò che abbiamo appena fatto. Gli anni passano, ma le Cassin si allontanano Dopo un così promettente inizio (due grandi Cassin in un colpo solo) ci illudiamo di poter cogliere facilmente altri allori, e quindi ci diamo da fare per scegliere un nuovo obiettivo: logico pensare alla parete nord del Badile, per realizzare un prestigioso trittico di salite: le tre più difficili vie Cassin, rispettivamente sulle Alpi occi-

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dentali, centrali ed orientali. Anche Mario ovviamente è d’accordo, ma nonostante ciò le scelte alpinistiche del ’70 sono orientate verso altri obiettivi, e così quell’estate passa con pochi risultati e soprattutto nessuna Cassin. L’anno successivo l’obiettivo del Badile torna in primo piano, ma questa volta il mio compagno d’avventura non è più Mario, ma Paolo Ponticelli. Insieme andiamo in vacanza nelle Alpi centrali e dopo un breve allenamento nel Gruppo del Bernina ci spostiamo nel meraviglioso paesino di Bondo, al cospetto della nostra parete. Ma la maledizione delle Cassin sembra accanirsi su di noi, e inutilmente andiamo per tentarla. Le condizioni sono ideali, ma questa volta ci si mette di mezzo un banale contrattempo: quando nel pomeriggio arriviamo al rifugio Sass Furà, assistiamo ad una operazione di soccorso effettuata con elicottero, per

un incidente accaduto proprio sulla parete che vogliamo salire. Per tale motivo, timorosi di trovare tracce dell’incidente sul percorso, il giorno dopo preferiamo rinunciare al Badile, e dirottarci sullo spigolo nord del Cengalo. Riusciamo nell’impresa, la salita risulterà bellissima (forse anche più bella della nord del Badile), ma non è l’agognata Cassin. Una settimana dopo siamo nuovamente all’attacco della via, ma questa volta il tempo subisce un improvviso peggioramento che ci costringe alla resa definitiva. Gli anni successivi non sono più fortunati dei precedenti. Il ’73 poi mi trova impegnato nel superamento di una salita particolarmente impegnativa, quella sull’accidentato percorso del servizio militare, e quando torno in abiti civili non ho più la brillantezza di un tempo. Ancora qualche anno passato sotto tono e poi inizia una

Una generazione è tramontata, un’altra si sta affermando. Arrivano Carlo Barbolini e Marco Passaleva, e poi i “borghigiani” con Mauro Rontini, Carletto Amore e Stefano Nuti. La Grande Collezione forse può ripartire! Lo spigolo sud della Torre Trieste (‘82) È l’anno ’82, ed all’orizzonte si profila la possibilità di aggiungere un nuovo pezzo alla collezione! L’iniziativa non parte da me, ma dai nuovi protagonisti dell’alpinismo fiorentino. Non è l’agognato obiettivo (sempre la nord del Badile), ma raccolgo volentieri l’invito. Partendo per le Dolomiti in un fine settimana estivo, non posso fare a meno di pensare alle profonde differenze con il passato: partiamo in carovana, tutti per fare la stessa via, come se fosse una allegra gita al Procinto. Nel furgone di Carlo Barbolini siamo in tre, con Nicolino Gambi nel bagagliaio che studia “Scienza delle Costruzioni” per l’ormai prossimo esame di abilitazione, mentre nell’altra macchina ci affiancano i borghigiani: Carlo e Stefano condotti da Mauro, il cosiddetto “sergente di ferro”. Lasciate le auto alla Baita del Tita, iniziamo la marcia di avvicinamento verso il rifugio Vazzoler, ed in breve passiamo sotto l’impressionante mole della Torre Trieste, dove a lungo sostiamo per meglio studiare il percorso della via che intendiamo percorrere. Mentre i miei compagni sono impegnati in una fervida discussione, personalmente non posso fare a meno di andare indietro nel tempo, rivivendo le emozioni che tanti anni prima, esattamente dieci, avevo vissuto quando ero venuto con Mario e Giovanni Bertini per salire la via Carlesso. Ora tutto è diverso, non c’è più quell’aria di isolamento e di oppressione che allora incombeva su di noi, e tutto è più allegro e leggero.

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delle mie ricorrenti crisi esistenziali che mi allontanano completamente dalla montagna. E chi ci pensa più alla Grande Collezione! Dovrò attendere l‘80 per riprendere l’attività alpinistica, ed è come ricominciare tutto da capo. Sono cambiati i compagni, i materiali, il modo e lo spirito di affrontare la montagna.

1986 - via Cassin al Badile (foto L. Benincasi)

La mattina seguente ci alziamo molto presto per non avere concorrenti, ma non li avremmo avuti comunque, perché siamo splendidamente soli in parete. L’inizio della scalata è in comune con la via Carlesso. Poi l’itinerario si dirige sensibilmente verso


destra, puntando verso lo spigolo. Le difficoltà sono quelle classiche, e la chiodatura è sufficiente. Siamo divisi in due cordate, una cordata “di punta”, formata da due che procedono a comando alternato, seguita da un’altra a tre, i cui componenti si alterneranno a fare da capocordata. In tempi abbastanza brevi giungiamo all’altezza della seconda cengia, da dove inizia la parte più estetica della salita, su roccia grigia compattissima, quasi sul filo dello spigolo est. Giungiamo in vetta relativamente presto, ma ci affrettiamo a scendere perché sappiamo (io più degli altri per averla già effettuata) della lunghezza e della pericolosità della discesa, costituita da numerose ed espostissime calate in doppia. Tutto ovviamente procede bene, sotto la guida degli espertissimi Carlo Barbolini e Mauro Rontini, quest’ultimo soprannominato “Piovra, il re della manovra”. Il finale è tragicomico, perché quando mancano ancora duecento metri alla base, inizia a piovere con un certa intensità, e le ultime doppie si svolgono in uno stretto canalone, dove tutte le acque si raccolgono in romantiche ed estetiche cascatelle, sotto le quali si snoda il percorso di discesa. Solo Carlo Barbolini sembra indifferente della situazione, esibendosi in una spavalda calata sotto il flusso principale della cascata, a dimostrazione delle doti impermeabili della sua nuova giacca “speciale”, nell’allora poco conosciuto (e soprattutto costoso) Goretex. Quando giungiamo alla base, cessa di piovere, ed un sole beffardo, ma augurale, ci accompagnerà fino al rifugio.

lita non impegnativa: la Cassin alla Piccolissima. La scalata si svolgerà senza problemi, sia nel tratto iniziale più impegnativo, che in quello mediano, costituito da una esposta traversata, che in breve ci porta al tratto verticale terminale, dove le difficoltà cessano. Il giorno seguente corro il rischio di andare a ripetere la mia prima Cassin della vita, sullo Ovest di Lavaredo, ma il tempo si guasta ed io torno a Firenze. Un altro tassello che si è aggiunto alla collezione. Si, ma… a quando il vero obiettivo? Finalmente la parete nord del Badile (‘86) Quella parete continuava a sfuggirmi. L’avevo programmata già dal ’70 ma non ero riuscito ad afferrarla, mi era sfuggita per un pelo nell’anno successivo, poi si era definitivamente allontanata. Il motivo dei tanti insuccessi? Semplice: per poterne effettuare tale salita occorreva dedicarvi un periodo consistente del proprio tempo libero, perché fra viaggio, avvicinamento, assedio, attesa probabilmente infruttuosa causa tempo sfavorevole, ecc., poteva essere richiesta anche una settimana, ma quella stessa settimana poteva essere più proficuamente spesa in Dolomiti o nel più prestigioso gruppo del M. Bianco. Per questo motivo tutti erano interessati alla salita, ma nessuno trovava il periodo giusto per andarci. Dovrò aspettare, da quei primi tentativi, ancora molti anni, tanti quanti occorreranno perché maturino le giuste condizioni per poterla tentare in un solo fine settimana. Nel luglio dell’86, finalmente, ha termine la lunga attesa. Partiamo da Firenze di sabato mattina, ed in serata saliamo al Rifugio del Sass Furà. Siamo un gruppo molto affiatato: Franco Falai ed i borghigiani nella loro formazione completa, con Carletto Amore, Mauro Rontini e Stefano Nuti. La mattina seguente ci alziamo molto presto, perché i pretendenti alla salita sono numerosi. Segue il solito avvicinamento nell’oscurità, l’attacco della parete ancora al buio, ed i conseguenti errori nell’orientamento. Quando spunta il sole (ed il sole investe subito tutta la parete) ci accorgiamo di non essere esattamente sulla via giusta. Comunque tiriamo dritti e dopo qualche tiro di corda ci ritroviamo sulla via originaria. Peccato, perché a causa di questa variante involontaria ci siamo persi il primo diedro caratteristico della via, che ricordo di aver ammirato su tante foto d’epoca.

La Sud della Piccolissima di Lavaredo (‘84)

Dopo una settimana al Brentei, ci viene la voglia di cambiare aria. Segue ampia discussione (ognuno la spara più grossa), ma alla fine ci troviamo d’accordo per andare alle Tre Cime di Lavaredo. Il viaggio di trasferimento è più lungo del previsto, e quindi decidiamo di prenderci un giorno di quasi riposo, orientandoci su di una sa-

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È l’anno della cosiddetta “seconda campagna del Brenta”. Sono con Carletto Amore, ed insieme formiamo una bella cordata divora-pareti. La nostra base è il Rifugio Brentei, luogo ideale per lanciarsi in proficue battute di caccia. Dopo qualche giorno ci raggiungono anche i fortissimi Roberto Palagi e Carlo Malerba, che ci stupiscono mostrandoci delle nuove scarpette da arrampicata, appena comprate, descritte come prodigiose: altro non sono che le allora innovative “Mariacher”. In quattro formiamo due agguerrite cordate, ed abbiamo modo di effettuare importanti ripetizioni, tra le quali numerose salite di Armando Aste: per inciso, le salite di Aste costituiscono la speciale collezione di Carletto.

1986 - Carlo Amore sulla via Cassin al Badile (foto L. Benincasi)

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Il tracciato prosegue in costante salita verso sinistra, su grandi placche di granito molto ruvido. La progressione è piacevole e mai impegnativa, grazie soprattutto alle nuove calzature a disposizione. Mentre saliamo, il mio occhio cade sovente sul vicino spigolo del Cengalo, che avevo risalito quasi 20 anni prima. Che differenza enorme da allora, sembra passato un secolo! A quei tempi salivamo con zaini molto più pesanti, e la stessa attrezzatura era molto più pesante, a partire dall’abbigliamento, costituito da grossi pantaloni di lana, camicia e golf di lana, ed infine grossi scarponi di cuoio, rigorosamente rigidi. Oggi abbiamo indumenti leggeri, e soprattutto scarpette lisce e morbide, favorevoli all’arrampicata di aderenza. L’Aiguille de Leschaux (’88) Dopo il Badile, per portare a termine la collezione, mi restavano ancora pochi tasselli da aggiungere, ma questi ultimi potevano risultare assai complicati da perseguire. In particolare, la ripetizione della via sulla Leschaux costituiva un bel problema, per la difficoltà di trovare un adeguato compagno d’avventura. E poi la cosiddetta “Walkerina”, come la chiamava il grande Livanos (anche lui fissato con le ripetizioni delle vie Cassin) era una via strana, relegata in una zona marginale del gruppo del Bianco, lontana dagli sguardi indiscreti degli alpinisti e quasi dimenticata: tutte buone ragioni per renderla, in realtà, ancor più desiderabile. Così, nell’inverno dell’88, inizia a prendere seriamente corpo il progetto, e pertanto comincio a raccogliere tutto il materiale relativo alla salita, foto, racconti, relazioni tecniche, dopo di che comincio a cercare la cosa più importante, ovvero un fido compagno di cordata. Purtroppo la via non è oggetto di grandi corteggiamenti, e

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Stefano Rovida sulla via Cassin all’Auiguille de Lechaux (foto L. Benincasi)

quando ne parlo con gli amici ricevo poco entusiastici commenti. Solo un amico sembra degnarmi di una qualche attenzione: è Stefano Rovida, e con lui, in una sera d’inverno, in una birreria, stringo quel classico accordo non scritto che lega indissolubilmente due alpinisti, e che difficilmente viene tradito: questa estate tenteremo di salire la Walkerina! Arriva l’estate e in tanti ci ritroviamo al campeggio della Val Veny, il tempo è splendido e non abbiamo più scuse: è arrivato il momento di mettere in pratica gli ambiziosi progetti. E così, in un bel pomeriggio d’agosto, il gruppo si mobilita per le grandi salite: Carlo Amore e Mauro Rontini partono per fare lo sperone Walker alla nord delle Grandes Joresses (sempre una Cassin) ed io e Stefano partiamo per fare la nord della Leschaux. Prima tappa d’avvicinamento: il bellissimo rifugio Dalmazzi, che raggiungiamo a sera, dopo una marcia faticosa, oberati dai soliti zaini scandalosamente stracarichi. Il posto è splendido e solitario (almeno lo era in quegli anni, ora mi si dice che è arcifrequentato a causa delle vie sportive aperte nella zona), e l’ambiente ci incute un certo timore. Soprattutto siamo preoccupati delle condizioni della parete e del suo scivolo iniziale di ghiaccio, scivolo che dovremo risalire prima del sorgere del sole, per non essere sottoposti alle consuete cadute di massi. Per tirarci su di morale tentiamo di fare della facile ironia sulle nostre traballanti condizioni psicologiche, e guardandoci in faccia ci ripetiamo più volte una sorta di tormentone molto in voga in quel periodo: “…con i volti devastati dall’alta quota…”, oppure la variante “…avevano i volti devastati dal terrore…”. La mattina successiva, prestissimo, ci alziamo, e dopo una accurata verifica delle condizioni meteo (impietosamente buone) partiamo per l’avventura. Il bacino glaciale della Gruetta è splendido e pianeggiante, in breve e con poca fatica siamo ai piedi dello scivolo basale e presto sapremo di che panni si veste. L’attacco alla parete ha inizio, e comincia con la simpatica risalita della crepaccia terminale. Sale per primo Stefano con due attrezzi e poco dopo è sopra il muretto di ghiaccio ed al termine della corda, poi tocca a me, comicamente impegnato a superare la crepaccia con un attrezzo buono in una mano e … con il “martial” nell’altra. Dopo due tiri di corda il morale diviene alto: le condizioni del ghiaccio sono buone e la salita procede veloce a tiri alterni. Come previsto arriviamo alle prime rocce con il sole appena spuntato, che illumina la muraglia sovrastante. Mentre le prime pietre rotolano sibilando verso il basso, affrontiamo le roccette basali, chiaramente fuori via, come da copione. Una pietra, smossa dalla corda, cade, si dirige pericolosamente verso di me, ma ha il buon gusto di frantumarsi qualche metro sopra, ed una scheggia, per fortuna piccola, si infrange contro i miei occhiali, spaccandone una lente, ma lasciando incolume l’occhio: primo incidentino. Compiamo una traversata orizzontale di 40 metri verso il centro della parete e, maraviglia, troviamo un chiodo di via! La salita prosegue sulla verticale, su conformazioni rocciose particolari, fino ad arrivare, senza grandi problemi, al tratto chiave della salita, costituito da un muro verticale molto liscio che fu vinto dai primi salitori in artificiale. Confronto ciò che mi si para davanti con le immagini mnemoniche delle scarse foto dello stesso passaggio, ma non riconosco niente di quanto memorizzato; probabilmente un crollo di grosse dimensioni ha cambiato lo scenario. Quando anch’io mi accingo ad imitare le gesta dei miei illustri predecessori, ho la spiacevole sorpresa di vedermi andar via un chiodo al quale mi sono appena attaccato. Il voletto è di poco


conto, ma è sufficiente per procurarmi un poco convenzionale piegamento di un ginocchio, con relativo dolore lancinante. Benissimo, eccoci al secondo incidentino. Riprendo subito ad arrampicare, perché in questi casi non bisogna farsi scoraggiare, e per fortuna il dolore non compromette totalmente le mie capacità. Si riprende a salire sempre al centro della parete, all’interno della grande rientranza che caratterizza l’intera ascensione, alternando tratti sostenuti con altri più accettabili, fino a giungere, finalmente, sulla cima. Ora ci attende una lunga ma non difficile discesa su neve e ghiaccio, per questo ci apprestiamo a calzare i ramponi, ma ecco l’ultimo inconveniente: appoggio un rampone sulla neve, ma quest’ultima è così sfatta e fradicia, che non regge il peso del rampone che prende a scivolare rapidamente. È un attimo, non faccio in tempo a prenderlo, e non mi resta che guardarlo sconsolato mentre scivola giù per un ripido pendio, verso un abisso insondabile. Eccoci così al terzo incidente (il famoso non c’è due senza tre). Si può immaginare con quale spirito mi accinga a riprendere la discesa, con un ginocchio dolorante, un solo rampone e con una certa stanchezza addosso, ma qui in cima non conviene restare a lungo, e quindi iniziamo a scendere. Ovvio che per me sarà un calvario, ma un pazientissimo Stefano mi protegge per il tratto più insidioso della discesa. Dopo di che è tutta e solo sofferenza. La sfida continuerà? (2006) La storiella finisce qui, ma la “collezione” non è terminata, come ben sanno gli esperti del settore. Manca ancora qualche piccolo tassello, qualche via Cassin (non molte per la verità) spersa nelle Dolomiti … forse dalle parti del Sorapis … o nelle Grigne ... Ma a questo punto della vita mi si apre un grande dilemma di natura filosofico - scaramantica: sarà il caso di portarla a termine questa collezione? Oppure mi conviene lasciarla così, una collezione non finita, una ricerca sempre aperta, sempre invitante. Per questa volta, rinunciare alla facile vittoria, per mantenere vivo l’incanto della sfida? Della serie: ma ha fatto veramente una cosa intelligente San Giorgio ad uccidere il Drago? Considerazioni finali

Stefano Rovida sulla via Cassin all’Auiguille de Lechaux (foto L. Benincasi) declassamento. Parliamo ora del Pizzo Badile: è sicuramente la salita che più di ogni altra ha subito il maggior ridimensionamento rispetto al passato, in virtù dei moderni materiali, in primissimo luogo delle calzature. Ho infatti avuto la fortuna di percorrere questo itinerario con le moderne scarpette lisce e quindi non so cosa significhi salirlo utilizzando i vecchi scarponi rigidi con suola in vibram, ma a giudicare dai tempi di salita, si nota un vero e proprio cambiamento epocale, cambiamento che ebbe inizio, si noti, con quella famosa salita record di Hermann Bull che strabiliò il mondo alpinistico del tempo: ho il sospetto che il buon Hermann abbia utilizzato, a differenza dei suoi contemporanei, delle pedule a suola morbida.

A conclusione di quanto raccontato, creDue parole sulla parete nord de l’Aiguille de Leschaux: do possa essere utile fare un rapido confronto tra gli itinerari descritti. Cominciamo dalla Walker: è sicuramen- il grande Livanos la chiama “la Walkerina”, ma il soprannome induce all’errore, facendo pensare a caratteristiche comuni te la regina fra tutte le vie Cassin. fra le due vie, diversificate solo per la dimensione. Niente di Questo superbo itinerario primeggia sicu- tutto ciò, perché l’Aiguille de Leschaux non presenta, come la ramente per estetica ed ambientazione, risalendo uno sorella maggiore, caratteristiche di misto, bensì la si può pensadei più poderosi pilastri delle Alpi, attraverso un percor- re come la sovrapposizione di due salite distinte: una prima so logico e diretto (ricordiamoci che Cassin affrontò di- parte tutta di ghiaccio ed una seconda parte tutta di roccia. rettamente il grande salto basale sul filo dello spigolo, La salita comunque si caratterizza per lo straordinario ambienche quasi tutti oggi evitano con un aggiramento a sini- te in cui si svolge, selvaggio e solitario, dove difficilmente ci si stra per le fessure Allain). È anche l’itinerario che più di può trovare a gareggiare con cordate concorrenti. ogni altro ha mantenuto quasi intatto il proprio elevato Le due salite dolomitiche si caratterizzano entrambe per grado di difficoltà e di forte impegno atletico-emotivo, a causa del dislivello, oltreché del suo orientamento e della le elevate difficoltà tecniche, maggiormente concentrate quelle quota, che ne fanno un prodigioso cocktail di roccia e sulla ovest di Lavaredo, più distribuite e continue quelle sulla Torghiaccio. Basti confrontare i tempi attuali di percorrenza re Trieste. Ma come tutte le salite dolomitiche, si tratta di itinerari con quelli di venti o trenta anni fa, per rendersi conto che oramai si possono andare a fare in un fine settimana. che i vantaggi recati dai nuovi materiali hanno prodotto Leandro Benincasi sicuramente un progresso, ma certamente non un

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Aldo Terreni sulla cima del Cerro Dos Picos Spedizione Cochrane 2005 (Gr. Cerro San Lorenzo) (foto archivio spedizione)

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Nel 1969 la Scuola organizza la prima spedizione ufficiale al Monte Ararat. I componenti della spedizione erano: Paolo Melucci, Valdo Verin, Giancarlo Campolmi e Gilberto Campi, tutti istruttori della Scuola. Saliranno in vetta Campi, Campolmi e Verin V. il 4 giugno. Il Monte Ararat è un vulcano estinto situato sull’altopiano dell’Anatolia ai piedi della città di Dogubeyazit, nell’estrema parte orientale della Turchia al confine con l’Iran e l’Armenia. La sua vetta tocca i 5.165 m. ed è nella sua parte sommitale ricoperta da ghiacciai e nevi perenni. La Bibbia nel “Vecchio Testamento” cita il Monte Ararat come il luogo dove si sarebbe deposta l’Arca di Noè dopo il Diluvio Universale. Questa montagna è chiamata dai turchi Agri Dagi. Inizia nel 1983 l’organizzazione della 2° spedizione organizzata direttamente dalla Scuola. Non viene individuata una meta ben precisa, ma si sceglie di raggiungere la catena dello Huayhuash nelle Ande Peruviane. Saranno 10 i componenti della Spedizione: Carlo Barbolini (capo spedizione), Lorenzo Carciero, Franco Cervellati, Lorenzo Cirri (Ciro), Giancarlo Dolfi, Franco Falai, Eriberto Gallorini, Marco Passaleva e Mauro Rontini, tutti Istruttori della Scuola e Leonardo Parigi, medico della Spedizione. Partenza a metà luglio del 1984 e in circa 25 giorni di permanenza in zona verranno saliti il Rasac Oeste (5700 mt) da Cervellati e Cirri che ripetono la via francese, Il Nevado Mexico (mt) da Giancarlo Dolfi, Il Rasac Principal (6070 mt) per la cresta Est da Barbolini, Dolfi, Falai e Rontini. Viene inoltre effettuato un importante tentativo da Barbolini, Gallorini e Passaleva alla Parete Ovest del Nevado Yerupaya (6670 mt) che si interrompe a ca. 300 dalla vetta per pericoli oggettivi dovuti al caldo, sarà comunque la quota più alta raggiunta dalla Spedizione: ca. 6300 mt. A settembre dello stesso anno Carlo Barbolini partecipando come istruttore al Corso Istruttori Nazionali del Cai fa amicizia con due allievi: Angelo Pozzi di Mariano Comense e Mauro Petronio di Trieste ed insieme mettono su un progetto molto impegnativo: l’apertura di una nuova via sulla parete Nord del Cerro Fitz Roy, nella Patagonia Argentina. Coinvolgono altri tre amici: Massimo Boni e Mauro Rontini della Scuola Piaz e Marco Ster-

ni di soli 20 anni di Trieste. Partecipano con il loro determinante contributo le Sezioni di appartenenza: quella di Firenze, di Mariano Comense e la XXX Ottobre Trieste. Partono a novembre del 1985 ma subito le cose non si mettono bene: buona parte del bagaglio viene mandato per errore a New Dehli in India invece che a Buenos Aires , quasi dalla parte opposta del globo, ed è un bel problema. Occorrerà un mese per riuscire a far arrivare il bagaglio perso al Campo Base. Nonostante ciò, l’inclemenza del tempo patagonico e le alte difficoltà che incontrano, con 8 giorni di duro lavoro in parete divisi in due periodi diversi riescono nel loro intento e il 17 gennaio del 1986 tutti e sei raggiungono sotto una bufera di neve e vento la cresta finale della via francese a destra della parete Nord, la via è completata anche se la cima non viene raggiunta per evitare un bivacco sotto la bufera. Molto del merito va certamente al giovane Marco Sterni che, forse anche per un pizzico di incoscienza dovuta all’età, supera le maggiori difficoltà in roccia con una semplicità degna di un fuoriclasse. La via del Teuelche (così verrà chiamata) supera, con 46 lunghezze di corda e difficoltà fino al VII° UIAA, i 1990 mt della Parete Nord mai precedentemente salita. Sempre Carlo Barbolini nel 1986 viene invitato dalla Scuola Monteforato della Versilia a partecipare alla Spedizione al Cerro Mercedario (6770 mt) nella Provincia di San Juan, Argentina del Nord. Sono 8 i componenti: Alessandro Angelini (Capo Spedizione e Medico), Giuseppe Angelotti, Carlo Barbolini, Fabrizio Convalle, Giancarlo Polacci, Gianluca Benedetti, Bruno Nicolini e Emilio Riccomini . In un mese di tempo totale e a pochi giorni dalla fine del tempo a disposizione Angelini, Barbolini e Benedetti arrivano in vetta il 31 gennaio del 1987in una bella giornata con freddo polare con un ultima salita dai 6100 mt dell’ultimo campo ed in sette ore completano l’ascesa. A cavallo tra il 1988 e il 1989 Massimo Boni con Angelo Pozzi (vedi Fitz Roy) e Alberto Rampini e Daniele Pioli di Parma si recano in Africa al Monte Kenya e salgono il Diamond Couloir. Il Monte Kenya che dà nome all’omonimo Parco Nazionale è, dopo il Kilimanjaro, la seconda vetta più alta dell’Africa. Complesso montuoso di origine vulcanica, si eleva dalle pianure del Kenya centrale a nord di Nairobi. Le sue vette gemelle Nelion e Batian, rispettivamente di 5.188 e 5.199 metri di quota. Guardando da sud, spicca evidentissimo al centro del versante il Diamond Couloir, che divide le due cime. E’ “la” salita su ghiaccio per eccellenza, una delle più belle vie di ghiac-

cio del mondo (ormai raramente in condizioni); Una perfetta e bianca verticale dalla base alla Gate of the Mists. Le difficoltà maggiori risiedono nel primo tiro e nella cascata Head Wall che esce sul Diamond Glacier. 1989 Spedizione alle Torri del Paine nella Patagonia Cilena. Carlo Barbolini, Alessandro Angelini e Giancarlo Polacci di Forte dei Marmi, Angelo Pozzi effettuano un tentativo che arriva a metà parete per una via nuova al diedro Nord ovest della Torre Centrale, devono però rinunciare per il perdurare del maltempo: mezza giornata di tempo accettabile in 40 giorni di permanenza in zona. Un’altra tappa importante è la Spedizione alle Torri del Paine nel 1992. Carlo Barbolini e Mario Vighetti della Scuola Tita Piaz insieme a Bruno De Donà di Agordo, Angelo Pozzi di Mariano Comense e Alberto Rampini di Parma riescono a fare una attività notevole in poco meno di due mesi: via nuova alla Torre Centrale, ripetizione della via Monzino alla Torre Nord. , ripetizione della Via Aste alla Torre Sud: sarà la prima spedizione che è riuscita a salire le tre torri del Paine nella stessa stagione. Gennaio 1993: Spedizione nel Sahara Algerino; Carlo Amore e Stefano Rinaldelli della Scuola Piaz, sono con loro Mario Verin, Tino Albani, Carlo Santini ed altri. Nel Gruppo del Tesnou Carlo e Stefano salgono la Cima dell’Elephant (1419 mt) sulla parete Nord per la via di Francesi (410 mt diff. D max IV+), nel gruppo del Garet salgono anche la via normale del Djenoun (1780 mt). Nel settembre del 1996, nell’inverno australe con il contributo della Sezione di Firenze Carlo Barbolini e Joan Jover (Catalogna) effettuano un tentativo al couloir sud del Cerro Escudo nella zona delle Torri del Paine che si interrompe a ca. 200 mt dalla vetta per mancanza di neve dopo aver salito 600 mt di couloir di neve e ghiaccio e 60 mt. di roccia con difficoltà di libera e artificiale Nel 1998 Carlo Barbolini sia come Istruttore della Scuola Centrale del Cai che come membro del CAAI, viene chiamato a far parte di un gruppo di Istruttori e Accademici per tenere un corso di alpinismo e ambientalismo per Laison Officer (ufficiali di collegamento) nell’Imachal Pradesh nel Nord dell’India organizzato da Mountain Wilderness International e con la collaborazione del Cai e del CAAI e con il determinante contributo dell’Indian Mountaineering Foundation. Del Gruppo fanno parte Carlo Alberto Pinelli (coordinatore), Carlo Barbolini, Silvano Lorandi di Bergamo, Marco Schenone di Genova e tre alpinisti in-

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Prima del 1969 la Scuola non aveva mai organizzato spedizioni alpinistiche extraeuropee, c’erano state soltanto alcune partecipazioni a spedizioni da parte di alcuni singoli: uno per tutti l’Accademico Fosco Maraini che aveva partecipato alla vittoriosa spedizione al Gasherbrum IV nel 1958.

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glesi. Nonostante alcuni problemi dovuti alla presenza in zona di terroristi Kashmiri il corso si svolge regolarmente ed una volta terminato il Governo Provinciale concede un permesso graruito per recarsi in una zona inesplorata dove Barbolini, Lorandi e Schenone effettuano una salita ad una vetta inviolata di ca. 5500 mt. Sempre nel 1998 Marco Orsenigo partecipa con successo ad una spedizione all’Aconcagua (6962 mt) salgono per la via normale, sono insieme a lui Gianfranco Mucini di Bologna, Silvano Faroldi di Parma ad altri due alpinisti di Montecchio Maggiore. Arrivano i vetta il 24 dicembre per una durata in totale di 21 giorni. L’Aconcagua è la cima più alta del continente americano ed anche se le difficoltà tecniche della via normale non sono rilevanti, la quota considerevole rappresenta sicuramente un problema non facile.

Nell’agosto del 2000 Alessandro Aversa della Scuola Piaz si reca in Islanda e insieme a Luciana Coppero (Milano), Gianni Corocher (Torino) e Roberto Cerisara (Milano) sale la via normale dell’Herdubreid (1681) dal versante nord, 1400 mt di dislivello. Nel dicembre dello stesso anno sempre Alessandro Aversa sale la via normale da Nord Ovest l’Aconcagua (6962 mt) con alcuni compagni: Gianni Villa di Lecco, Ermanno Rambelli di Torino e Sergio Carniti di Milano. 15 giorni dal “Puente del Inca” in vetta necessari per l’avvicinamento, l’acclimatazione e alcuni giorni di maltempo. Nel 2001 Carlo Amore e Stefano Rinaldelli della Scuola Piaz, Bianchi di Firenze insieme a Angelini, Polacci di Forte dei Marmi nella zona delle Torri del Paine (Chile) effettuano un tentativo alla Guglia Nord del

Cerro Mascara giungendo alla breccia tra la Guglia e la Hoja. A causa del maltempo saranno costretti a rinunciare alla prosecuzione della salita. Questa volta nel giugno del 2001 si tratta di un corso di formazione per guide e portatori nell’Hindukush Pakistano ai confini con l’Afganistan. Anche qui non sono mancati i problemi con le popolazioni locali, mancavano solo due mesi al fatidico 11 settembre. Con Carlo Alberto Pinelli sono Carlo Barbolini, Francesco Cappellari di Padova, Giorgio Gregorio e Claudio Rossi di Trieste ed alcuni bravi collaboratori pakistani. Alla fine del corso riescono a salire due vette vergini, una con i 18 allievi e con tutti gli istruttori (5400 mt.) e l’altra, molto più impegnativa dal punto di vista tecnico, di 5300 mt. per una parete di 700 mt. Sono in quattro: Barbolini, Cappellari, Gregorio e Rossi. 2002: Carlo Amore insieme a Angelini, Polacci e Vietina di Forte dei Marmi riprendono il tentativo dell’anno precedente e terminano la via su una guglia fino ad allora mai salita alla quale danno il nome di “Aguja Desconocida”. Nell’Agosto del 2002 Alessandro Aversa vola in Perù, sale in 5 giorni tra salita e discesa l’Alpamayo (5947 mt) per la via Ferrari. Sono con lui Gianni Villa (Lecco), Cristiano Moschini (Venezia) e Américo Serrano (guida UIAGM peruviana). Nella stessa occasione Alessandro sale anche il Tocllaraju (6036 mt) con Villa, Moschini, Adriano Montesel (Vittorio Veneto) e Marisa Camillo (Conegliano) e sempre con gli stessi compagni, la via normale dell’ Ischinca in giornata dal rifugio omonimo.

sopra: Campo Scuola della spedizione in Imachal Pradesh - India 1998 (foto C.Barbolini) - sotto: il Ghiacciaio Komarova (foto Kokshall-Too 2003)

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Siamo ormai vicini ai nostri giorni e nell’estate del 2003 la Scuola organizza direttamente la sua 3° spedizione. Individua una zona molto interessante dove alcuni amici di Modena erano stati l’anno precedente. Si tratta del Kokshall-Too, una catena montuosa nel sud del Kirghizistan situata tra il Pamir Alai (ad Ovest) e il TienShan (ad Est) ai confini con la Cina. Partono in otto: Carlo Barbolini (coordinatore), Alessandro Aversa, Gabriele Majonchi, Roberto Masoni, Marco Orsenigo, Nicola Pesciulli, Stefano Rinaldelli e Aldo Terreni, tutti istruttori della Scuola Piaz. Dopo due giorni di viaggio in camion la spedizione raggiunge il luogo del Campo Base a quota mt. 3960 ai piedi del Ghiacciaio Komarova e dopo alcuni giorni di acclimatazione viene stabilito un campo avanzato sul ramo destro del ghiacciaio a 4300 mt di quota. Il 30 luglio Carlo, Nicola e Gabriele aprono un’itinerario caratterizzato da una splendida goulotte sul Pic Zuckermann (5040 mt) mentre Aldo, Marco e Ales-


sandro salgono la parete nord Est del Pic Carnowsky (4980 mt). Sempre dallo stesso campo avanzato, dopo due giorni il 1° di agosto Carlo, Nicola e Gabriele effettuano la salita del Pic Unmarked Soldier (5400 mt) per la parete Nord Est, mentre Aldo , Marco, Alessandro e Stefano salgono la lunga cresta del Peak Jerry Garcia. Aldo e Stefano arrivano in vetta, gli altri due si fermano poco sotto per un per una indisposizione di Alessandro. Dopo alcuni di giorni di maltempo e dopo lo spostamento del Campo avanzato sul ramo centrale del ghiacciaio in sette divisi in tre cordate: Carlo, Nicola e Gabriele – Aldo e Marco – Stefano e Alessandro salgono infine una cima inviolata che denomineranno Pic Seven di 4965 mt per una lunga cresta di neve e ghiaccio. Nel 2004 Carlo Amore partecipa insieme a Stefano Nuti di Borgo S. Lorenzo, Angelini, Polacci, Vietina e Viti di Forte dei Marmi ad un tentativo alla Perete Est del Cuerno Norte (Torri del Paine, Chile). Salgono in due riprese complessivamente 350 mt con diff. VI+ A2. L’8 febbraio Carlo Amore con Oreste Vietina sale la parete ESE del Cuerno Est con un disl. di 300 mt con diff. D e diff. max V. Nel novembre del 2005 con il contributo della Scuola Piaz e della Sezione del Cai di Firenze Carlo Barbolini, Tommaso Castorina, Nicola Pesciulli, Aldo Terreni, tutti Istruttori della Scuola e Carlo Matteucci di Pistoia partono per la Patagonia Argentina. La meta è il Gruppo del Cerro S. Lorenzo. Causa molta neve e tempo inclemente rinunciano alla cima del S. Lorenzo. Ma in due occasioni distinte salgono un Couloir del Cerro Hermoso (1300 mt di dislivello con diff. di ghiaccio e misto) e dopo una settimana con tempo incerto e vento forte riescono a aprire un nuovo itinerario sul Cerro Dos Picos con notevoli diff. di ghiaccio e misto (1200 mt di dislivello). Un capitolo a parte dell’attività degli Istruttori sulle montagne del mondo riguarda l’alpinismo europeo al di fuori della cerchia alpina e delle falesie. Stefano Rinaldelli, appassionato dell’arrampicata su ghiaccio, nell’inverno del 1998 realizza un vecchio sogno: le pareti gelate del Ben Nevis in Scozia, insieme a Marco Orsenigo sale “Point Five Gully”, “the most famous Gully in the World” (così recita la guida della zona). Salgono anche Curtain. Nel 1990 Stefano, Carlo Amore e Polacci di Forte dei Marmi Salgono “Zero Gully” e Curtain. Nel 2000 Ste-

sopra: cima del Rasac Principal - G.Dolfi e C.Barbolini (foto spedizione Huayhuash 1984) - sotto: Scozia - Ben Nevis - Point Five Gully (foto C. Barbolini)

fano con Polacci e Rontini sale “Caimgorms” e “Aladdin’s Mirror”. Nel 2003 Stefano, Carlo Barbolini, Mauro Rontini, e Carlo Matteucci di Pistoia hanno l’occasione di poter soggiornare al rifugetto autogestito che si trova a mezzora dalle pareti del Ben Nevis e in pochi giorni riescono a salire: “Point Five Gully”, “Smith’s Route”, “Tower Scoop”, “Green Gully”, “Glover’s Chemney”, “Comb Gully”, “Gully 4 Sempre in Europa ma fuori della cerchia alpina nel marzo del 2004 Barbolini, Rinaldelli e Matteucci si recano sui Pirenei. I due Carli salgono il Couloir del Gaube nel gruppo del Vignemale, una salita di ghiaccio con una parte finale impegnativa e dopo due giorni tutti e tre salgono la via normale del Petit Vignemale. Scozia, Ben Nevis. All’inizio del 2005 di nuovo con l’appoggio del rifugio lo stesso gruppo del 2003 non trova però con-

dizioni buone di ghiaccio, effettuano comunque alcune via di roccia sotto la pioggia battente adeguandosi allo stile scozzese di arrampicare con qualsiasi tempo. Salgono così: il “Gully Two” sul poco ghiaccio rimasto, “Tower Ridge”, “Ledge Route”e “Observatory Ridge”. I nomi in corsivo indicano non appartenenza alla Scuola Piaz. Dopo alcuni anni di “vuoto generazionale” finalmente alcuni giovani istruttori della Scuola si stanno affacciando alla ribalta dell’alpinismo. Le speranze di continuazione delle esperienze europee ed extraeuropee sono riposte in loro e a loro passa idealmente il testimone.

Carlo Barbolini 79


andavano come voleva, ci affidava il marchingegno di turno da portare in montagna per il battesimo finale. Quelle prove però erano supportate da una ben preciso approfondimento teorico che, non a caso, contribuì allo sviluppo di idee ed invenzioni che sono state poi rilevate in grande scala come la piastrina Gi-Gi, il dissipatore da ferrata ecc. che molti anni dopo sarebbero stati riconosciuti universalmente e prodotti a livello industriale. A pieno titolo ci sentivamo tecnicamente avanti e quando qualcuno osservava tali attrezzi con certo scetticismo e con commenti divertiti, il divario ci appariva ancor più tangibile, come se non bastasse l’esser passati dalle toppe di pelle sul sedere ad una discesa in doppia guidata con due sole dit!

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Da quando nel lontano 1952 fu organizzato il primo corso di roccia, la Scuola Tita Piaz non si è più fermata; nel corso degli anni si è sviluppato un sistema didattico molto complesso che ad oggi impegna in modo importante molti istruttori che dedicano ancora per pura passione il loro tempo e le loro capacità all’insegnamento delle tecniche e della maniera dell’andare in montagna sotto le varie forme.

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Le conoscenze tecniche sono profondamente cambiate da allora; fino agli anni ’60 si andava ad arrampicare su qualsiasi parete con una corda, un paio di nodi, qualche moschettone, chiodi e martello, ma soprattutto fidandosi delle proprie capacità e dei propri mezzi. Ma da quando si è sentita l’esigenza di elevare la sicurezza della salita in parete si sono moltiplicati gli studi sui materiali, le sperimentazioni e quant’altro ha determinato lo sviluppo delle tecniche moderne. Le Scuole del CAI hanno acquisito sempre più importanza essendo l’unico organismo didattico ad avere i requisiti per l’insegnamento delle discipline della montagna; si è creato un sistema molto articolato, forse fin troppo, che ha attualmente due

livelli di gerarchia istituzionali con titolo riconosciuto e conferito attraverso un corso-esame: l’istruttore nazionale e quello regionale. A questi si affiancano gli istruttori sezionali che con la loro grande dedizione costituiscono spesso il vero motore delle Scuole. La Scuola Tita Piaz è stata certamente fra quelle che hanno ritenuto l’aggiornamento tecnico e didattico essenziale per l’evoluzione della pratica dell’alpinismo nella ricerca della massima sicurezza.

Il lavoro della nostra Scuola si è sempre fondato sulla passione e volontà di tutti gli istruttori che si sono avvicendati nel corso di questi 50 anni; sono stati organizzati oltre 100 corsi, attualmente la media è di 3-4 all’anno, suddivisi nelle diverse discipline, e circa 1500 allievi hanno conosciuto attraverso di essi montagne, pareti, luoghi familiari o regioni sconosciute; per molti di loro è stata un’esperienza passeggera, per altri qualcosa da dimenticare, per altri ancora l’attività della vita.

Ricordo bene quando alla metà degli anni ’70 intere generazioni di alpinisti (e moltissime Scuole!) scendevano ancora in doppia con il metodo Piaz o Comici e facevano assicurazione “a spalla” mentre già a Firenze si utilizzava il mezzo barcaiolo per entrambe le manovre, sostituito dalla “piastrina” nella corda doppia qualche anno dopo. Andrea Bafile era senz’altro il personaggio più rappresentativo della ricerca sui sistemi di sicurezza; era una vera e propria fucina d’idee e di sperimentazione che attuava prima nel proprio garage, poi a Maiano dove poteva reclutare un gran numero di “cavie”, i ragazzi come me disponibili per i tests che a volte si prolungavano interi pomeriggi; e se le cose

I Corsi! Ci siamo ostinati ad insegnare qualcosa che è difficile insegnare; o perlomeno qualcosa che è difficile imparare. Per questo spesso abbiamo scelto di far vivere la montagna piuttosto che raccontarla soltanto. Sono nati così i Corsi di arrampicata nelle Calanques marsigliesi, nelle Dolomiti, al Gran Sasso, a Gaeta come nelle Alpi Centrali, i Corsi di alta montagna con settimane di fatica nel Delfinato francese o al Monte Bianco, quelli di Scialpinismo sui quattromila dell’arco alpino; abbiamo spesso raccolto il messaggio di Peppino Cicalò imbarcandoci sui traghetti serali per giungere nelle splendide falesie sarde a trasmettere anche agli amici di Nuoro l’esperienza dell’ arrampicare e con-


tribuendo all’organizzazione di corsi di roccia per la Sezione di quella città. Tutto questo è sempre successo senza costrizione né fatica, anche per il piacere di vivere fra amici queste esperienze; per molti di noi rimarranno indimenticabili le battute, le risate, gli scherzi nei momenti di relax, in rifugio piuttosto che sui sentieri di attacco o di ritorno poiché è sempre stata prerogativa dei “Fiorentini” la sdrammatizzazione, andiamo o non andiamo in montagna per divertirci? Chi non ricorda i “mal di pancia” provocati dalle infinite capacità comiche e canzonatorie di Carlo Santini, primo ed assoluto interprete di questa smitizzazione dell’alpinismo eroico? Oppure episodi indimenticabili come quando durante un Corso di roccia settimanale al rifugio Vajolet, dopo una giornata di salite un paio di cordate rientrarono a sera, molto tardi, alla luce delle frontali e con gli allievi un tantino provati; uno dei due istruttori, invece di defilarsi verso la cuccetta, tentò di giustificare il proprio ritardo attardandosi con il divertito rifugista, Guida Alpina: quest’ultimo, dopo averlo scrutato ben bene e fissando la scritta “ISTRUTTORE” che l’incauto aveva lasciato cucita sul petto, lo interruppe improvvisamente e con inconfondibile accento ladino lo apostrofò: “aaaah , histrruttore yah !! “. Così anche i più sprovveduti impararono da quel giorno a strappare la scritta dalle divise ufficiali .

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Ma non sempre è possibile ricondurre tutto al divertimento; spesso occorre invece impegno e volontà da parte di tutti per consentire il regolare svolgimento dei Corsi ed un costante aggiornamento tecnico; molti istruttori della Scuola continuano a partecipare con profitto ai corsi-esame per l’acquisizione del diversi titoli interregionali o nazionali, per soddisfazione personale ma anche per trasferire l’aggiornamento sull’evoluzione delle tecniche all’interno della Scuola ed agli allievi. Ormai anche l’organizzazione dei corsi si basa sui sistemi di informazione e di gestione più moderni: la padronanza delle tecniche informatiche da parte degli istruttori ha dato un notevole sviluppo alla parte didattica importando tecniche di comunicazione di elevato livello anche dal mondo accademico-universitario. Ciò consente di utilizzare supporti per video proiezioni, lo scambio delle informazioni in tempo reale, l’acquisizione di dati sulle condizioni meteo, le tabelle di valutazione degli istruttori e degli allievi, tutte cose ormai fondamentali per il miglioramento del livello didattico. L’importanza del progresso non ci deve però far dimenticare che, come nel 1951, alla base del buon funzionamento della Scuola c’è la pratica della montagna e di quanto fa parte del suo mondo , nessuna esclusa , e che il futuro dovrà essere fondato sulla capacità dei più giovani a proseguire in questa attività con passione e divertimento.

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Alfio Ciabatti - discesa del Ghiacciaio del Pisgana (foto A. Ciabatti)

Lo scialpinismo nella Scuola si sovrappone per buona parte alla storia di questa attività a Firenze, per questo motivo è interessante conoscere anche la parte meno nota di questa storia. Le origini Gli ski, così si chiamavano, questi nuovi attrezzi per la neve, si iniziarono a vedere nelle nostre zone nei primi anni del ‘900. Le zone maggiormente praticate erano Vallombrosa e Abetone. Per le migliori condizioni d’innevamento quest’ultima diventò ben presto il riferimento per gli sport invernali. Già! il viaggio. A quei tempi, per raggiungere la zona d’inverno, era un’avventura: raggiunta Pracchia con il treno, si arrivava a destinazione con una serie infinita di trasbordi.

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Una delle vette che si allora meglio si prestava ad essere raggiunta dal passo dell’Abetone era il Monte Gomito. La cima fu salita, per la prima volta con gli sci, il 26 febbraio 1911 da Ugo Ottolenghi di Vallepiana e Giuseppe Parravicino. Si riporta il resoconto scritto su un Bollettino del CAI Fiorentino del 1911: - “la salita fu effettuata nonostante una giornata sfavo-

revole e con neve dura al tal punto che fu inevitabile togliersi gli ski vicino alla cima....”. Il giorno successivo fu salita l’Alpe delle Tre Potenze con partenza da Fontana Vaccaia traversando la vallata del Lago Nero: “...oltrepassati gli ultimi faggi la vallata si presentava chiusa dai contrafforti dell’Alpe delle Tre Potenze; con in faccia la foce di Campolino che quale ampia finestra ci invitava all’ascesa promettendoci la vista magica della Garfagnana ai nostri piedi, delle Alpi Apuane e del Tirreno in faccia... dopo 5 ore di marcia alla base dell’ultima ripida parete, piantammo gli ski, e a piedi tentammo la scalata, ma data la tramontana fortissima ed il nostro abbigliamento adatto per lo ski ma non per le ascensioni fummo costretti ad abbandonare l’impresa alcuni metri sotto la meta... questa gita almeno dal punto di vista skystico è quanto mai raccomandabile per i piacevoli pendii e per la località splendida nella sua selvaggia solitudine“. Nei giorni immediatamente successivi fu salito anche il Libro Aperto. La progressione era talvolta faticosa, gli sci inizialmente non avevano lamine per cui la tenuta sulle nevi dure era molto limitata. Le lamine peraltro furono introdotte solo intorno al 1919 e pertanto solo se la

discesa veniva fatta con nevi buone veniva appagato lo sforzo fatto. La Grande Guerra sospese le attività ma immediatamente dopo un gruppo di appassionati fondarono il “GRUPPO SKJATORI della Sezione di Firenze del Club Alpino Italiano” come gruppo all’interno della Sezione e avente un proprio regolamento. Era il 29 marzo 1919. Lo sci era ancora un puro mezzo di spostamento sulla neve, ma il successo di questo nuovo sport faceva già allora presagire un grande numero di praticanti. Lo SKI CAI iniziò ad organizzare gare e sciopoli (le attuali settimane bianche) prima a Vallombrosa e poi all’Abetone e in Val Gardena presso il rifugio Firenze. La pratica agonistica, sposata a tempo pieno dal CAI fiorentino, aveva fatto perdere di vista lo spirito ludico ed essenzialmente non competitivo dell’attività sciistica. Lo SCICAI Firenze, società poi affiliata alla FISI, gareggiava ufficialmente in quegli anni nei trofei e coppe regionali anche con risultati di buon livello partecipando allo sviluppo dello sci alpino all’Abetone anche con l’apertura di nuove piste per sci. E gli atleti che partecipavano alle gare, spesso non conoscevano lo spirito fondante del CAI. Lo


Dal punto di vista ambientale le nostre montagne, a differenza di quelle alpine, forse erano povere di stimoli dal punto di vista esplorativo e questo probabilmente limitò la ricerca di nuovi itinerari tanto che soltanto nel secondo dopoguerra si comincia a sentir parlare di sciatori alpinisti nelle nostre zone. E’ solo nell’inverno 1952-53 che viene salito con gli sci, probabilmente per la prima volta con spirito alpinistico, il M. Libro Aperto. È iniziata anche sulle nostre montagne la “riscoperta delle Alpi” corretta in “riscoperta degli Appennini”, parafrasando Marcel Kurz che definiva lo scialpinismo la seconda scoperta delle Alpi. I salitori sono Andrea Bafile, Arturo Ponticelli ed altri compagni. L’attività era ancora comunque episodica e i pochi scialpinisti svolgono l’attività in piccoli gruppi senza contatti ed organizzazione stabile a livello Sociale. In Toscana i tempi non erano ancora maturi per la diffusione di questa specialità che rimase perciò conosciuta e praticata solo da pochi “eletti”. I materiali e la tecnica Fino a metà degli anni ’70 gli sci, e l’abbigliamento furono pressochè uguali e praticamente gli stessi di quelli da pista, fatto limitante per il miglioramento delle prestazioni. Gli sci, completamente in legno, erano lunghi circa 2 - 2,10 mt. Gli attacchi a cavo del tipo Kandahar permettevano un’alzata limitata. La salita veniva effettuata con gli sci ai piedi o più spesso spalleggiati. L’aderenza era dovuta a modalità diverse, le solette si potevano sciolinare, tipo quello che ancora oggi si fa sugli sci da fondo, oppure ad esse venivano applicate le pelli di foca. Esistevano due tipi di tessilfoca diverse nel fissaggio: “Vinersa” con laccetti laterali oppure con il sistema “Trima”. Quest’ultimo consisteva nel fissaggio delle pelli sul canale centrale della soletta, la tenuta era migliore su nevi dure anziché su nevi fonde dove lo zoccolo era praticamente assicurato. L’uso dei coltelli, chiamati anche lame, che si applicavano in modo stabile ai lati dello sci sotto l’attacco, migliorò notevolmente la progressione e la sicurezza su nevi dure e ghiacciate. Ma è alla fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 80 che si assiste al rinnovo complessivo dei materiali. La rivoluzione post ‘68 ed il nuovo mattino raggiungono anche lo scialpinismo. Si iniziano a vedere i primi sci dedicati allo scialpinismo, sono un po’ più corti. Anche gli attacchi permettono ora

un’alzata maggiore, ma il fattore peso non e’ ancora sufficientemente considerato . Le pelli autoadesive soppiantano definitivamente quelle a laccetti e i coltelli sono fissati alla parte mobile dell’attacco. Le pelli autoadesive hanno migliorato la tecnica di salita permettendo l’aderenza completa dello sci nel traverso. Anche l’inversione alla bolzanina è stato possibile dall’evoluzione dell’attacco. La tecnica di discesa fuoripista ha seguito più o meno fededelmentela tecnica su pista, eccetto rari casi, adeguandosi oggi alla curva condotta resa possibile dagli sci con elevata sciancratura, tipo carving. Fondamentale è stato l’avvento dello scarpone in materiale plastico. Questo, di forme più vicine a quello da discesa, ha contribuito forse maggiormente a migliorare le prestazioni ed i risultati. Fin’ora gli scarponi da scialpinismo erano di cuoio conciato uguali a quelli da alpinismo solo un po’ più alti e quelli migliori avevano due ganci di serraggio. Lo scarpone di plastica di derivazione discesistica ha rivoluzionato, facilitando a tanti, la tecnica di discesa, vero limite dello SA. Fra gli strumenti, è da sottolineare l’utilizzo dell’ARVA di cui la Scuola ne ha fatto un vero riferimento fin dall’inizio. La sensibilità verso la sicurezza, denominatore comune di tutti gli istruttori, ha fatto sì che fossero utilizzati tutti gli strumenti per ridurre il fattore rischio, oltre naturalmente agli aspetti legati alla prevenzione. Già nei corsi degli ’80 vengono utilizzati in modo sperimentale i primi ARVA monofrequenza a 2,275KHz. Oggi tutti gli allievi dei corsi sono dotati di ARVA a 457 KHz forniti dalla Scuola e vengono svolte ripetutamente le esercitazioni sull’uso. Nei corsi viene ripetuto spesso che nella pratica dello SA è necessario saper usare bene l’ARVA quanto gli sci, perché da questo deriva l’unica possibilità di sopravivenza in caso di incidente da valanghe. I primi corsi Mentre già negli anni ’60 all’interno di alcune Sezioni CAI più vicine all’arco alpino nascono le prime Scuole di Scialpinismo ed i necessari corsi di formazione per Istruttori, nella nostra Sezione si hanno ancora episodi sporadici di attività. A Firenze negli anni ‘60 si hanno tracce di corsi di SA anche all’interno di alcuni programmi della Tita Piaz ma sono solo episodi saltuari senza seguito. Soltanto con l’inizio degli anni ’70, si ha la prima vera diffusione della disciplina all’interno della Sezione. E il boom dello sci di massa segue fedelmente i successi della “valanga azzurra”. Le immagini dello sci, della neve e della

montagna entrano nelle case. Si cominciano a fare le code agli impianti di risalita non ancora adeguati alle nuove esigenze, le tecniche di discesa si affinano. Contemporaneamente con il risveglio post ’68 si inizia a sentire il bisogno di uscire dai confini delle piste per confrontarsi con la Montagna in modo diverso, più anticonformista. Fino alla fine degli anni ’70, l’attività in Sezione era rappresentata dalla Commissione per lo Scialpinismo ed era considerata parte integrante dello SCICAI. Sergio Serafini era contemporaneamente membro della Commissione Centrale Sci Alpinismo del CAI e presidente del Gruppo SCICAI Firenze. Ricordo volentieri Sergio che ci ha lasciato qualche mese fa e che è stato animatore di questa disciplina per lungo tempo. La Commissione per lo Scialpinismo, istituita nella FISI ma nata come CAI, aveva non a caso il simbolo simile a quello odierno del CAI solo che aveva in più i cerchi olimpici. I soci dello SCICAI che praticavano l’attività, anche se solo scialpinistica, erano iscritti anche alla FISI. Nel 1974 lo SCICAI organizza un primo corso di scialpinismo che si conclude con un nulla di fatto. Al corso erano stati invitati scialpinisti di vecchia formazione e sciatori dell’ultima generazione. Mentre i primi, che già svolgevano attività SA, non volevano adeguarsi alle nuove tecniche, i secondi non volevano adeguarsi alle necessità di questa nuova disciplina ed anche il ridotto corpo istruttori limitò il possibile sviluppo. È’ interessante ricordare che nel 1975 un gruppo di sciatori alpinisti lucchesi si organizzano per fare un corso di SA di base chiedendo la collaborazione degli Istruttori di Firenze, gli unici in Toscana. Il corso ha successo, tanto che lo SCICAI di Lucca richiede un corso intersezionale anche per l’anno successivo. A Lucca venne fondato di lì a poco il Gruppo Scialpinistico “La Focolaccia”. Anche a Firenze nell’ambito della Sezione, nel 1975, si formò il Gruppo Sciatori Alpinisti che organizza gite e corsi. All’interno della Sezione nell’inverno - primavera 1976-77 furono organizzati un corso di introduzione allo SA ed uno, ad invito, per la formazione di Istruttori sezionali. Al termine di quest’ultimo nessun partecipante ebbe il titolo di istruttore, come da verbale della Commissione, in quanto non furono ritenuti “sufficienti gli elementi di giudizio acquisiti e pertanto il titolo di istruttore sezionale non viene assegnato” Nel 1978 fu tenuto il primo corso interregionale per Istruttori di Scialpinismo. La direzione del corso fu affidata all’INSA Andrea Bafile,

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scialpinismo in Toscana non era ancora conosciuto.

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sopra: Corso SA1 2005 - Salita nel Gruppo di Fanes (foto A. Ciabatti)

nell’altra pagina in basso: 1983 - Abetone - Corso ISA - Istruttori ed allievi all’ostello della neve si riconoscono A. Bafile, A. Ciabatti, R. Frasca

coadiuvato dagli ISA Arturo Ponticelli e Claudio Malcapi. Il corso fu ideato da Brunetto Conti allora segretario del Convegno TER. Si trattava del primo corso interregionale a livello nazionale che fece da traccia organizzativa per tutti gli altri corsi negli vari Convegni.

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Gli istruttori

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Iniziai l’attività nel 1979 con un corso di sci fuoripista e successivo corso di scialpinismo insieme ad Andrea Ciabatti. Il direttore del corso era Andrea Bafile sotto l’egida dello SCICAI Firenze. Bafile un abruzzese trapiantato nella nostra città per motivi di lavoro, è stato un eccellente alpinista con numerose salite d’alto livello in modo particolare sul Gran Sasso, INA nel ’51, INSA nel 1968, è stato forse la persona a cui la Sezione di Firenze ha dovuto di più per quanto riguarda la divulgazione dello scialpinismo. Il grande bagaglio tecnico-culturale unito ad una smisurata passione per la montagna, lo ha portato a ricercare nuovi strumenti e metodi per migliorare la tecnica alpinistica e sciistica. Chi non ricorda la discesa su nevi fonde e pesanti con la tecnica di assorbimento affinata da numerose ricerche e verifiche prati-

che che noi chiamiamo ancora oggi curva “Bafile”. Anche ora, nonostante non sia ufficialmente riconosciuta nel Sodalizio, viene insegnata con soddisfazione perché l’ergonomia non è solo una bella parola, è un bel modo di sciare. Detta tecnica fu illustrata dal suo inventore su un manualetto edito nonostante tutto dalla sede centrale nel ’77; di recente l’argomento è stato trattato sull’Annuario di Alpinismo Fiorentino del 1999. Rimanendo nel campo dello sci, la collaborazione di Bafile con una casa costruttrice di sci negli anni ’80, aveva portato sul mercato uno sci rivoluzionario per il tempo: lunghezza fissa 180 cm, taratura diversa in funzione del peso dello sciatore ed elevata sciancratura antesignana dei moderni carving. Ma Bafile non è stato soltanto un tecnico fine, la sua opera instancabile si è estrinsecata per vari anni anche nell’organizzazione dei corsi di scialpinismo, di corsi per formazione per ISA e di conferenziere riuscendo a comunicare a tanti la passione e l’entusiasmo. Dopo il corso di scialpinismo del 1979, ho continuato apprendendo le

tecniche scialpinistiche seguendo nella pratica i vari gruppi attivi della Sezione. L’abbigliamento dei partecipanti alle gite indicava la provenienza, c’eravamo noi che provenivamo dall’alpinismo vestiti con i pantaloni alla zuava, i calzettoni variopinti, i maglioni di lana, le papaline e le giacche a vento in piuma , poi c’erano quelli con i pantaloni elasticizzati da sci, le maglie coloratissime e le giacche a vento aderenti che erano di estrazione “pistaiola”. Questa differenza esteriore racchiudeva una sostanziale differenza di impostazione dell’attività. Per alcuni lo scialpinismo era soltanto un modo per uscire dalle piste, per noi era vivere la montagna innevata nella sua interezza, dove la gita è composta dalla salita e dalla discesa con le loro diverse difficoltà, ma comunque due parti inscindibili di una sola splendida avventura. Alla fine degli anni ‘70 l’attività si stacca dallo SCICAI, la Commissione per lo Scialpinismo riferisce direttamente alla Sezione e Arturo Ponticelli, ISA, ne è il referente. Arturo di carattere diverso rispetto ad Andrea, era più schivo ma non per questo meno bravo e disponibile, insieme a Bafile e Malcapi ha rivoluzionato, se così si può dire, il modo di


Conobbi contemporaneamente anche Claudio Malcapi, ISA, forse il più poliedrico, alpinista, scialpinista, velista, musicista, conosciuto ai più per essere stato il fondatore del “Coro La Martinella” conseguente ad una grande competenza e passione per la musica. E’ stato colui che si è dedicato in modo particolare allo SA di ricerca. Sono andato molte volte con Claudio e non ricordo di aver mai salito due volte una cima per il solito itinerario. La sua effervescenza nell’organizzazione e nello studio dell’itinerario con-

tagiava tutti. L’esasperata ricerca dell’itinerario nuovo comportava spesso rientri a tarda notte e, a volte, con solenni infrascate (non facili discese nel bosco fitto). Molti itinerari dell’Appennino TE sono state percorsi per la prima volta da Claudio Malcapi e da chi casualmente capitava nel suo gruppo. È autore della prima raccolta di itinerari scialpinistici pubblicati dal Bollettino della sezione di Firenze. Iniziai così, forse un po’ per caso, a fare l’aiuto istruttore sotto la direzione di Andrea Bafile insieme a Roberto Frasca, Carlo Natali, Andrea Ciabatti e Simone Fini. I corsi iniziarono ad essere diffusi e conosciuti anche all’esterno del CAI. L’organizzazione didattica era però agli arbori, le gite a volte trasudavano di improvvisazione, ma sempre unita ad una grande voglia di comunicare la conoscenza e la passione per questa disciplina. L’innevamento abbondante di quegli anni e la voglia di scoprire la montagna oltre le piste nel suo affascinante bianco splendore ci portava tutti i sabati ad andare in gita. Negli anni che vanno dal 1980 al 1985, salimmo più volte tutte le principali cime dell’Appennino TE ed Alpi Apuane sia per itinerari classici che per itinerari nuovi. Contestualmente iniziammo anche la conoscenza scialpinistica delle Alpi, la prima salita fu la Becca di Giasson in Valgrisanche poi la Punta Gnifetti al M.Rosa. Nel corso di scialpinismo del 1983 partecipò

Pasqualino Equizi il quale stava preparando la parte sciistica degli esami di Guida Alpina. Ci fece molto piacere e ci inorgoglì sapere che avevamo dato un contributo alla formazione di una Guida Alpina, uno dei primi professionisti del settore in Toscana. Dopo il corso ISA del 1978, che peraltro non dette un contributo significativo alla Sezione, è solo con il corso ISA dal 1983 in poi che c’è stata la maggior crescita dell’attività formativa-divulgativa modificando i rapporti e la considerazione all’interno della Sezione e della Scuola Tita Piaz. Carlo Barbolini, INA, oggi vice presidente del CAAI Orientale, ex Direttore della Scuola Centrale di Alpinismo ed allora reduce di importanti successi alpinistici, partecipò al corso ISA del 1983 insieme a Roberto Frasca, conseguendo il titolo. Quest’ultimo è uno di coloro che è riuscito a rappresentare al meglio lo SA all’esterno della Sezione: da membro della Commissione Nazionale Scuole di Scialpinismo (allora le commissione erano separate) al Corpo Nazionale Soccorso Alpino prima come Capo della Stazione Appennino Toscano, poi Presidente del SAST (Soccorso Alpino e Speleologico Toscano) ed infine Consigliere Centrale del CAI e del CNSAS. Nel 1986 conseguì il titolo di ISA Carlo Natali ancora oggi indubbia figura di riferimento tecnico e didattico portando all’interno della Scuola le metodologie didattiche universitarie. Sempre negli anni ’80 vi fu un importante contributo da parte degli ISA provenienti dalla Montagna Pistoiese (oltre a Simone Fini anche Alessandro Tonarelli e Carlo Bizzarri) i quali - tecnici di Soccorso Alpino - importarono le affinate manovre di autosoccorso nell’ambito dei corsi. Successivamente conseguirono il titolo Francesco Sberna, il sottoscritto, Fabrizio Martini, Marco Orsenigo e Lorenzo Furia. Lo scialpinismo entra nella Tita Piaz Nei primi anni ’80 l’alta frequenza ai corsi, anche 20 allievi per sessione, stava ad indicare quanto era alta la fame di conoscenza di questa nuova disciplina. L’organizzazione era parallela a quella della Scuola Tita Piaz, vari nuovi ISA erano anche alpinisti che frequentavano l’ambiente Scuola. Le motivazioni per la discussione se formare una Scuola di Scialpinismo autonoma oppure confluire nella Tita

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andare in montagna con gli sci. Fino ad allora l’attività era svolta soltanto da gruppi chiusi che non permettevano alcun tipo di approccio. Arturo iniziò ad organizzare le gite con cadenza settimanale aperte a tutti riunendo coloro che erano in qualche modo attrezzati indicando soltanto il punto di ritrovo per la partenza (Piazza Puccini), ed il possibile itinerario. Arturo era il riferimento per le gite del sabato come Andrea Bafile era per quelle della domenica. Ricordo sempre con piacere la partenza la mattina presto da piazza Puccini. Eravamo spesso con persone tra cui non ci si conosceva per niente. La sera, al ritorno, l’atmosfera era cambiata: la fatica e la soddisfazione avevano creato legami intensi, tutt’oggi duraturi. Ricordo con affetto Arturo che ci ha lasciato pochi giorni prima del Natale 2002 al quale avevo chiesto i suoi ricordi e con molta disponibilità e gentilezza, come sempre, si era prestato a darmi le informazioni richieste.

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Piaz erano fondate. D’altra parte nella Scuola Tita Piaz c’erano molte resistenze a quest’accorpamento. Dopo varie discussioni sull’opportunità o meno, pensamenti e ripensamenti, nell’assemblea degli Istruttori della Scuola nell’autunno del 1985 fu deciso che lo scialpinismo sarebbe entrato a far parte a pieno titolo dell’attività didattica della Scuola. La denominazione si trasformò in Scuola di Alpinismo e Scialpinismo “Tita Piaz”.

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L’attività assunse finalmente pari dignità all’interno della struttura di punta della Sezione. Avevamo saputo precedere le tendenze attuali in fatto di organizzazione anticipando le linee guida della Sede Centrale: l’accorpamento delle scuole di alpinismo con quelle di scialpinismo, prefigurando la figura dell’istruttore come persona in grado di insegnare come muoversi in montagna in tutti gli ambienti, tutto l’anno. E noi eravamo anche degli alpinisti anche se solo classici. Molti di noi infatti già arrampicavano e collaboravano anche nei corsi di roccia ed alpinismo. Nei periodi estivi ed autunnali rivolgevamo le nostre energie alla salite alpinistiche. In Alpi sia in Dolomiti che in Occidentali salimmo tutto quanto era nelle nostre possibilità, oltre chiaramente alle vie classiche sulle Apuane, terreno d’azione privilegiato per ovvi motivi. In quegli anni era molto in voga la ricerca del superamento dei limiti con gli sci. Di conseguenza le pendenze sciabili si accentuavano sempre di più. De Bernardi, Vallencant, Boivin erano i nostri riferimenti. Anche noi iniziammo la ricerca del più difficile, così discendemmo con gli sci il canale SO del Libro Aperto, già sceso da Bafile qualche anno prima e i canali SE del Libro Aperto, i canali del triangolo del M Giovo, la “Pagina Bella” del M.Lagoni. Si cercavano i canali da scendere, anche se non bene indivi-

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duati sulle carte, discese effimere con condizioni di neve a volte al limite. Discese intorno ai 40° che allora ci parvero ai limiti delle nostre possibilità. Oggi sono delle classiche. Da segnalare che nel 1986 Andrea Ciabatti con Carlo e Lorenzo Santini scesero il canale Holzer sul versante N del Sass Pordoi con pendenza intorno ai 50°. I corsi di quegli anni cominciarono ad avere una connotazione più specialistica, si divisero in corsi di introduzione e corsi di perfezionamento poi regolamentati dalla CNSSA. Inizia così quella che definirei l’era più matura per lo scialpinismo all’interno della Scuola. Le gite erano e sono sempre scelte collegialmente, tenendo come riferimento la ricerca di zone poco frequentate, talvolta con pernottamento nei bivacchi anche se questo comporta un impegno maggiore. La cima, con l’itinerario percorso talvolta per la prima volta anche dagli istruttori, riesce così a dare una soddisfazione vera che è trasmessa all’allievo in modo reale partecipando così insieme la gioia e l’avventura. Le salite sono la realizzazione della nostra voglia di misurarsi con noi stessi per soddisfare la sete di conoscenza, ma sono gli itinerari di traversata che più di ogni altro riescono ad appagare la voglia di avventura e di scoperta. Come quello fatto con Marco Orsenigo nel 1994 nella zona dell’Oltzalpen con la salita del Fluchkogel, traversando successivamente il Gepatschferner e l’Hintereiferner, un percorso affatto classico con ricerca dei passaggi fra bacini glaciali diversi. Un’iniziativa che ricordo ancora con piacevole soddisfazione, fu il raduno scialpinistico interregionale del marzo 1995 sull’Appennino Tosco Emiliano come continuazione ideale di quelli ideati da Andrea Bafile negli anni ’80, senza

spirito agonistico ma solo con la voglia di stare insieme. Il raduno, organizzato dal sottoscritto insieme ad altri Istruttori della Scuola ed amici e amiche scialpinisti e con il patrocinio della Sezione di Firenze, prevedeva una traversata di due giorni che, percorrendo il crinale Doganaccia - Libro Aperto, Verginette, attraversasse l’Abetone, con risalita della valle del Sestaione l’Alpe delle Tre Potenze, Foce a Giovo e la cima del Rondinaio, e conclusione al Lago Santo al rifugio Vittoria. Alcuni partecipanti pernottarono in truna alle Verginette, altri all’Ostello all’Abetone. L’iniziativa fu premiata con la partecipazione di una trentina di scialpinisti della Toscana e dell’Emilia Romagna con due splendide giornate di sole e con neve ottima. Nel 1997 nel corso dell’ultima uscita del corso SA1 che terminava con la salita alla Punta d’Arbola in val Formazza, conoscemmo Andrea Ichino, ISA, che partecipava all’analoga uscita conclusiva del corso SA1 della Scuola di scialpinismo Righini del CAI di Milano. Andrea, essendosi trasferito per motivi di lavoro a Firenze, è entrato poi nella nostra Scuola nel 1999. Il suo contributo si è rivelato importante in modo particolare per quanto riguarda gli aspetti organizzativi dei corsi, riuscendo a travasare la propria esperienza didattica fatta in una Scuola di SA blasonata, la Righini di Milano, oltre che quella propria di docente universitario. Negli ultimi anni stiamo riscoprendo l’Appennino centro meridionale forse non sufficientemente considerato. Abbiamo fatto varie gite di grande soddisfazione anche con i corsi sia sui Sibillini che in Gran Sasso che sulla Maiella. L’altra evoluzione Nei corsi abbiamo sempre cercato sottolineare il modo di rapportarsi con l’ambiente dove il rispetto per gli altri e per se stessi é posto sul gradino più alto. La sicurezza a cui viene fatto continuamente riferimento, esige valutazioni, scelte a volte complesse, fatte spesso con un notevole contributo di umiltà e capacità di rinunciare. D’altra parte l’obiettivo è insegnare la differenza fra coraggio e incoscienza e, come diciamo spesso, la gita più bella è quella che finisce quando tutti insieme dopo la gita siamo con le gambe sotto ad un tavolo imbandito a commentare in modo più o meno fragoroso quanto fatto. La conoscenza della tecnica che abbiamo sempre cercato di comunicare agli allievi può essere ben sintetizzata con questo pezzo di P. Traynard tratto dal libro “Scialpinismo”: “...la tecnica non è


Altri collaboratori Il consolidamento positivo del modello organizzativo della Scuola e problemi di affluenza ai corsi per le altre Scuole portano all’accettazione e sperimentazione di nuove forme di collaborazione. Nel 1996 aderendo ad un’idea dell’amico Marileno Dianda, ISA di Lucca e fondatore del Gruppo Scialpinistico “La Focolaccia” che presta in quegli anni la sua attività a Pisa, fu organizzato un corso intersezionale con dimensione quasi regionale. Aderivano, oltre alla Scuola Tita Piaz di Firenze che restava il riferimento organizzativo, la Scuola “Alpi Apuane” di Pisa e la Scuola “Alpes” di Pistoia. Il corso ebbe successo e fu ripetuto anche l’anno successivo, ma una serie di problemi tecnico - logistici, dovuto all’ampiezza del bacino d’utenza degli allievi, fece sì che non si ripe-

nell’altra pagina: Marco Orsenigo in discesa sopra: SA1 2004 - Cima Venezia (foto A. Ciabatti) tessero i successi dell’anno prima, tanto che fu deciso dalla Scuola Piaz di non organizzare più corsi intersezionali con Scuole fisicamente troppo distanti. Una doverosa menzione si deve al decano degli istruttori di alpinismo della Piaz, Giancarlo Dolfi alpinista di punta negli anni ’50 - ’60, oggi INA Emerito, ma ancora oggi attivo alpinista e scialpinista che per vari anni ha prestato la sua preziosa collaborazione nei corsi ed in modo particolare nello SCICAI Firenze. Un folto gruppo di entusiasti e bravi aiuto istruttori tra i quali molti ex allievi dei corsi, sono presenti nella Scuola, parte fondamentale del corpo docente pronti a subentrare nella conduzione dei corsi. L’attività oggi La presenza continuativa degli ISA ed INSA della Tita Piaz negli organismi tecnici centrali e periferici del Sodalizio, CISSATER (Commissione Interregionale Scuole di Scialpinismo ed Alpinismo Tosco Emiliana ora integrata con quella delle Scuole d’Alpinismo), Scuola Interregionale di Scialpinismo, Commissione Nazionale Scuole di Alpinismo e Scialpinismo e Commissione Medica Centrale, propone Firenze ancora oggi, con ogni probabilità, come il riferimento maggiormente rappresentativo a livello didattico nell’ambito CAI in Toscana. Sottolineo che il successo dell’attività SA è dovuto essenzialmente alla forte coesione, affiatamento ed entusiasmo degli istruttori che da oltre 15 anni conducono l’attività unito alla passione di comunicare l’amore per la montagna. Per trasmettere le conoscenze in modo coerente e corretto è ne-

cessario adeguare continuamente la didattica e la tecnica. Gli aggiornamenti teorici e pratici a cui partecipano periodicamente gli istruttori sono testimonianza della scrupolosità e serietà con cui la Scuola Tita Piaz ed il CAI in generale si propongono alla società consci della responsabilità che dà l’appartenenza ad un’organizzazione di riferimento e della fiducia che ripongono in noi i partecipanti ai nostri corsi. Attualmente i corsi spaziano da quello di base a quello avanzato e a quello di sci fuoripista. Quest’ultimo rivolto in modo particolare al comportamento nei percorsi fuori delle piste battute oggi particolarmente attuale alla luce della recente normativa. Negli ultimi anni si è costituito un nucleo di scialpinisti di cui una parte istruttori della Scuola che si è preso l’incarico di organizzare gite con gli sci aperte a tutti e i risultati in termine di partecipazione e di soddisfazione premia coloro che hanno avuto l’idea. Dal punto di vista dei soli numeri, considerato l’anno 1983 come inizio dell’attività didattica documentata, da allora ad oggi sono stati tenuti 23 corsi di introduzione allo scialpinismo (SA1), 10 corsi di perfezionamento (SA2) e 6 corsi di sci fuori pista. Gli allievi transitati sono stati oltre 400. L’attività scialpinistica nella Scuola Tita Piaz, nata in modo forse rudimentale e pioneristico, si è saputa trasformare ed oggi è al livello qualitativo delle Scuole più importanti, con la volontà di continuare ad insegnare la frequentazione della montagna innevata con la consapevolezza e la sicurezza necessaria.

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che liberazione. Possedere pienamente una tecnica, dominare una situazione, sentirsi a proprio agio nelle difficoltà significa liberare lo spirito dai vincoli materiali per essere maggiormente partecipi dell’essenza del gesto compiuto...”. Nello scialpinismo in modo particolare in alta montagna, c’è tutto il tempo di assaporare e analizzare ciò che ci circonda e la vista dei grandi orizzonti che scorrono lentamente danno il senso della vera dimensione della Montagna. Le esperienze vissute nelle lunghe salite o traversate in alta quota, talvolta le difficoltà del maltempo, i pernottamenti nei rifugi e nei bivacchi, mettono sempre a nudo i caratteri delle persone, creando rapporti veri ed unici esaltando in modo particolare la fiducia e l’amicizia con i compagni Ed è proprio in questo ambiente severo ma sincero che all’interno del gruppo degli istruttori si cerca di guardare più avanti. Marco Orsenigo nel 1997 consegue il titolo di Istruttore Nazionale di Scialpinismo. È il primo INSA toscano dopo Bafile. Contemporaneamente nel solito anno, a seguito delle elezioni per il rinnovo del Consiglio Direttivo della Sezione, Orsenigo viene nominato Presidente della Sezione di Firenze per il triennio 1997-2000. Nel Consiglio Direttivo della Sezione vengono eletti anche Aldo Terreni IA, Alfio Ciabatti ISA, Roberto Frasca ISA e Marco Passaleva INA. Questi ultimi due, peraltro già eletti Consiglieri nel triennio 1993-1996, non si ripresenteranno per motivi di ineleggibilità, come previsto dal regolamento. La Scuola e lo Scialpinismo emergono prepotentemente nel massimo organo di rappresentanza della Sezione. Aldo Terreni e Alfio Ciabatti saranno rieletti anche nel successivo Consiglio Direttivo (2000-2003), insieme a Franco Falai IA, e Marco Orsenigo riconfermato Presidente.

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“Pizzo d’Uccello parete Nord, c’è stato un incidente sul diedro finale della Oppio… una scarica di sassi: c’è un ferito e purtroppo un morto! Per il recupero ci vuole gente capace, con grande esperienza della parete…. bisogna chiamare anche quelli di Firenze!”. Una frase come questa si poteva sentire fino ai primi anni ‘80, quando nella zona apuana la pratica alpinistica di un certo livello era poco diffusa e di conseguenza le locali Stazioni del Soccorso Alpino potevano disporre di pochi uomini in grado di operare sulle vie più impegnative. Per ovviare a questa carenza, in operazioni di grande impegno o molto estese, si ricorreva normalmente alla così detta

Stazione Distaccata di Firenze, inquadrata nella XVII Delegazione “Apuana”. Una denominazione piuttosto singolare, citata nella prima edizione (1958) della guida CAI-TCI delle Alpi Apuane, che ben caratterizzava la collocazione operativa di questa unità un po’ anomala, ma altamente qualificata. La nascita di una struttura di Soccorso Alpino a Firenze va collocata nel 1957, nell’ambito della Scuola di Alpinismo Tita Piaz, come ricorda Marino Fabbri nella sua relazione di quell’anno “E’ in corso di costituzione un nucleo di volontari per il soccorso alpino, con una scelta prevalentemente rivolta a raccogliere gli

elementi alpinisticamente più capaci della nostra Scuola. Tale squadra, che riceverà uno specifico Corso di addestramento, sarà sempre a disposizione della nostra Sezione, che potrà così accogliere richieste d’intervento, dovunque ciò si rendesse necessario”. Appare subito evidente il legame stretto tra la nascente Stazione di Soccorso Alpino, la Scuola e la Sezione che costituirà una caratteristica costante per molti anni. Negli anni ’60 l’organizzazione del giovane CSA (Corpo di Soccorso Alpino del CAI fondato nel 1954) aveva ancora una precisa connotazione di mutuo soccorso tra alpinisti, con lo


Grazie all’assidua frequentazione delle Alpi, diversi Istruttori si trovarono a collaborare in operazioni di soccorso con le organizzazioni del luogo, e una volta tornati in sede furono in grado di trasferire nelle metodiche del soccorso le normali tecniche alpinistiche, facendo tesoro dell’esperienza acquisita. In questo quadro appariva pienamente giustificata una Stazione del CSA a Firenze, formata da uomini altamente qualificati: ne esistevano di analoghe a Torino, Verona, Bolzano, ma la particolarità di Firenze stava nel suo essere tutta interna alla Scuola Tita Piaz e di essere guidata dallo stesso direttore della Scuola Marino Fabbri, che di fatto assunse per primo l’incarico di Capo Stazione CSA. Successivamente tale incarico passò a Paolo Melucci che lo tenne fino al 1976, sostituito temporaneamente da Mario Verin, quando importanti incarichi professionali lo chiamarono all’estero. Eravamo giunti agli anni ‘70 e la struttura operativa di Firenze cominciava a consolidarsi, di pari passo con lo sviluppo del CSA, che andava estendendo la sua presenza su tutto il territorio nazionale tanto da assumere la denominazione di CNSA (Corpo Nazionale di Soccorso Alpino). In quegli anni si gettavano le basi per il passaggio da un’organizzazione di mutuo soccorso tra alpinisti ad una struttura di servizio per tutti i frequentatori della montagna. La Direzione Nazionale provvide quindi ad adeguare anche le dotazioni tecniche della Stazione di Firenze, con l’assegnazione di alcuni materiali specifici, che per quei tempi erano decisamente all’avanguardia. Oltre alle normali attrezzature alpinistiche, la Stazione poteva contare su un verricello “Pomagansky” con cento metri di cavo d’acciaio, un sacco “Gramminger”, una barella spalleggiabile “Cassin” e due radio ricetrasmittenti. Cominciavano anche a consolidarsi i rapporti con le Pubbliche Amministrazioni e, grazie ad uno specifico accordo di collaborazione, tutto il materiale venne depositato presso l’autorimessa dei VVF di Via delle Panche, per essere facilmente

disponibile in caso di necessità. Al tempo stesso l’integrazione tra la Stazione CNSA e la Scuola si manteneva pressoché totale, al punto che nelle varie relazioni di fine anno il Direttore esponeva uno specifico punto dedicato al Soccorso Alpino. In una di queste relazioni, quella del 1974, si riferiva che “in occasione di un incidente verificatosi sulla parete Nord del Pizzo d’Uccello alcuni nostri Istruttori hanno prestato la loro opera di soccorso con il Corpo di Soccorso Alpino per il recupero di un ferito e dei suoi compagni bloccati a 400 metri d’altezza sull’impervia parete. Si è trattato di una grossa impresa organizzativa e alpinistica al contempo, come mai si era assistito sulle Alpi Apuane”. Nel frattempo lo sviluppo della pratica alpinistica di buon livello e la crescita organizzativa cominciava a coinvolgere tutte le Stazioni di Soccorso dell’area apuana, colmando gradatamente il divario tecnico esistente negli anni ’60 e riducendo sempre di più la necessità di ricorrere alla Stazione di Firenze, i cui tempi d’intervento non risultavano più adeguati ai nuovi standard operativi. Cominciò così un rapido e inevitabile declino, con una progressiva emarginazione, che

portò alla completa inattività della Stazione CNSA di Firenze a partire dal 1977. In quegli stessi anni però la frequentazione della montagna a scopo turistico andava estendendosi fortemente dalle Apuane anche all’Alto Appennino, specialmente per l’alpinismo invernale e lo sci-alpinismo, per cui nel 1980 la XVII Delegazione del CNSA, su sollecitazione di alcuni Istruttori della Tita Piaz, ritenne utile riattivare la Stazione di Firenze, se pur con una nuova collocazione operativa grazie alla posizione baricentrica rispetto a quella parte dell’alto crinale appenninico che va dal Falterona all’Abetone. L’organico venne in buona parte rinnovato con l’introduzione degli Istruttori più giovani e di alcuni elementi del neonato Gruppo Alpinistico Tita Piaz, nonché di un primo nucleo di valligiani dell’Appennino Pistoiese. Nel 1980 la Direzione Nazionale, su segnalazione del Presidente Emilio Orsini, decise di affidare a me l’incarico di Capo Stazione, coadiuvato da Eriberto Gallorini come Vice. Fu certamente un grande onore per entrambi, ma anche un impegno non indifferente, perché si trattava di reinventare tutta l’organizzazione, basandola su una squadra di così detti “cittadini” in grado di dirigere gli interventi

sopra e nella pagina a fianco: esercitazione e soccorso di un infortunato da parte del Soccorso Alpino (foto Paolo Melucci)

Alpinismo Fiorentino

scopo di portare a valle gli infortunati o recuperare le salme, nel miglior modo possibile. I mezzi erano molto improvvisati e si limitavano quasi esclusivamente alle normali attrezzature alpinistiche, con l’aggiunta di qualche barella di uso generico. I tempi risultavano inevitabilmente lunghi e si arrivava a parlare di vere e proprie “spedizioni di soccorso” che potevano durare anche più giorni.

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sostenendone la parte più tecnica, e due squadre locali, una nel Pistoiese ed una nel Casentino, in grado di garantire la rapidità del primo intervento. Al tempo stesso bisognava creare una certa coesione in un gruppo inizialmente molto eterogeneo e gli Istruttori della Scuola furono il perno di tutta questa difficile fase di riorganizzazione.

Alpinismo Fiorentino

Per mantenere un elevato livello tecnico alcuni di noi presero parte con grande entusiasmo e ottimo profitto ai corsi che Franco Garda teneva al Rifugio Monzino, una vera e propria Università del Soccorso Alpino. Ci vollero poi numerose esercitazioni per trasferire a tutti i Volontari la conoscenza e la pratica delle nuove tecniche che si andavano affinando di anno in anno, con materiali sempre più specifici e sofisticati. Fu però inevitabile un progressivo allentamento di quel legame organico con la Scuola che esisteva in passato, anche se si manteneva ancora stretto il rapporto con la Sezione.

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Un’ulteriore svolta nell’organizzazione nazionale del Soccorso Alpino si registrò nel 1985 con la promulgazione della Legge 776 che assegnava al CNSA del CAI il compito del soccorso in montagna, non più solo in favore dei Soci, ma in favore di tutti i cittadini, iniziando, anche sul piano legislativo, il passaggio ad una funzione di Pubblico Servizio, che, sarà sancita in forma esplicita e definitiva dalla Legge 74 nel 2001. Questo comportò inevita-

bilmente l’organizzazione di una risposta certa ed immediata, con l’utilizzo sempre maggiore di personale residente nelle aree operative e la crescita contemporanea del settore sanitario. La medicalizzazione delle squadre, l’introduzione sistematica dell’uso dell’elicottero, la risposta tempestiva, anche in condizioni meteo avverse, aveva ridotto radicalmente i tempi d’intervento, eliminando definitivamente la vecchia mentalità della “spedizione di soccorso” che si protraeva per ore e ore: tale criterio si andava estendendo a tutte le operazioni, anche laddove non era possibile l’uso dell’elicottero. La rapidità diventò la regola di ogni intervento di soccorso e nel nostro caso comportò, nella prima metà degli anni ’90, una nuova rivoluzione organizzativa, con la crescita delle due squadre “valligiane” e la quasi totale scomparsa della squadra “cittadina”, fino a giungere nel 1995 alla soppressione della Stazione di Firenze con la suddivisione in due nuove Stazioni “Appennino Toscano” per il Pistoiese e “Monte Falterona” per Casentino e Mugello. Nel frattempo il CNSA modificava ulteriormente il suo assetto operativo ed organizzativo con la creazione dei Servizi Regionali che integravano le Delegazioni alpine e le Delegazioni speleologiche, modificando la denominazione in CNSAS (Corpo Na-

zionale di Soccorso Alpino e Speleologico). In ottemperanza a tali nuovi orientamenti nel 1995 nasceva in Toscana il SAST (Soccorso Alpino e Speleologico Toscano) ed io mi trovai a dover lasciare l’incarico di Capo Stazione per assumere la carica di Presidente del SAST, ruolo che ho mantenuto fino al 2001 quando sono diventato Consigliere Nazionale. Alla guida della Stazione “Appennino Toscano” passò quindi l’Istruttore di Sci-Alpinismo Alessandro Tonarelli. Oggi il legame organico tra CNSAS e Scuola non esiste più e non esiste più una squadra formata da Istruttori, ma rimangono contributi individuali importanti, in ruoli direttivi o tecnicamente molto qualificati. Infatti oltre all’incarico che ricopro io nella Direzione Nazionale abbiamo Stefano Rinaldelli che, dopo esser stato Vice Delegato della XVII è oggi Capo Stazione del “Monte Falterona” oltre che Tecnico di Elisoccorso come anche Carlo Barbolini. A quasi cinquant’anni dalla nascita della Squadra di Soccorso Alpino della Tita Piaz, oltre ai contributi individuali, che si mantengono di altissimo livello, rimane pur sempre forte e indissolubile il legame ideale tra Scuola e Soccorso Alpino, per il comune impegno rivolto a prevenire gli incidenti in montagna, attraverso l’informazione, la vigilanza, ma soprattutto la formazione, come garanzia di sicurezza individuale.

Roberto Frasca


nella pagina a lato: esercitazione del Soccorso Alpino in questa pagina: recupero di un infortunato

Alpinismo Fiorentino

(foto R. Frasca)

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Alpinismo Fiorentino

di Enrico Loretti


Per anni gli Istruttori della Scuola di Alpinismo Tita Piaz hanno rappresentato un’entità a se nella sezione. Giovani e convinti di essere migliori degli altri, uno spirito libero che si è certamente riverberato nell’ ostentato disprezzo di darsi una qualsiasi divisa di riconoscimento, com’era ed è costume di molte scuole di alpinismo italiane.

lampo king/size. Per anni un noto stilista inespresso, apprezzato per le personali delicate nuances - dalla stringa al moschettone - si è cimentato nella sfida: nonostante vari tentativi, ed improvvidi acquisti esplorativi, anche di marca, la divisa sociale è rimasta un tentativo sulla tavolozza dei colori pastello.

In principio, il mito era grigio ferro, una sottile striscia rossa e bianca sul braccio: i colori di Firenze. Il maglione degli Istruttori degli anni 70, spesso portato con studiata incuria, i gomiti ed i polsini sfilacciati, sopra jeans e Galibier azzurri o neri. Molte foto sul libro di Silvia Metzeltin sulle Alpi orientali mostrano Istruttori della scuola con il mitico maglione, inarrivabile segno iniziatico per gli aspiranti.

A metà degli anni ottanta, la spedizione in Perù portò finalmente tecnologia, eleganza e nuove divise: senza i patemi e le interminabili discussioni che sempre hanno caratterizzato queste dolorose scelte, tutti gli Istruttori comprarono le prime giacche di pile di una ditta norvegese, sponsor tecnico della spedizione. Nacque la divisa, per così dire, di condivisione, eravamo finalmente vestiti uguale, se non nel colore nel modello.

Nei primi anni ottanta fu la volta del “giubbino”, azzurro, aderentino e con cerniera, che in una certa misura concretizzava una congrua imitazione delle giacche di pile delle foto di alpinisti californiani. Interpretava l’avvicinarsi all’abbigliamento funzionale, non più maglione ed ancora non tuta ginnica.

Alla fine degli anni ottanta, nuovi confronti e discussioni: nacque il nuovo maglione, addirittura griffato, che pur tendendo al modello storico, non riuscì ad eguagliarne la purezza di linea e di stile.

Fu presto abbinato alla tuta grigia, con logo e scritta “istruttore”, che veniva prontamente - non da tutti peraltro- strappata via. E’ormai leggenda il sarcastico “ ... buona sera istruttore ...” che accolse uno di noi nel buio di un rientro al rifugio un po’ ritardato.

Certamente fredda l’accoglienza alla nuova giacca di pile grigia e costellata di marchi attualmente proposta, insuperabile compagna dei pomeriggi in casa e nell’orto, che pochi Istruttori osano vestire in montagna: l’idiosincrasia per i distintivi, e forse la paura di farsi riconoscere, sembrano essere elementi insormontabili per un uso sereno della giacca. Si propone quindi la nuova sfida alpinistica del millennio. Non più azzardo di linee a goccia d’acqua, sfide ai ghiacci e all’altitudine, ma più semplicemente: ci sarà qualcuno in grado di rivestire trenta ragazzi ormai cresciutelli?

a sinistra: (1985 - Rifugio Brentei) grande mostra di giubbini della Scuola (da sinistra: Leandro Benincasi, Marco Turchi ed il giovane Stefano Rovida) sopra: Enrico Loretti (a destra) con Giovanni Bertini, nel 1980, allo Spigolo Jori della Punta Flammes (foto L. Benincasi)

Alpinismo Fiorentino

La nascita del Gruppo Alpinistico Tita Piaz portò un altro maglione sociale, la voglia di farlo uguale al modello storico era forte, ma nessuno osò: il maglione nacque blu, con striscia bianca e rossa. Ci furono anche degli interessanti esperimenti sartorial-tecnologici di un celebre artigiano di Empoli, con giacche arancioni istoriate di cerniere

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Alpinismo Fiorentino

L’evolversi dell’arrampicata e della sua pratica “sportiva” ha determinato nel corso degli anni l’esigenza di strutture artificiali che consentano sia l’allenamento indoor finalizzato al miglioramento delle proprie condizioni fisico-atletiche , sia un’attività legata principalmente all’affinamento della tecnica su alta difficoltà ed alla competizione . Moltissimi sono infatti coloro , soprattutto i giovani , che passano ore ed ore sul “muro” artificiale , per affinare la tecnica e per superare difficoltà sempre maggiori ; alcuni di loro sfruttano questo allenamento indoor per poi cimentarsi nelle falesie di roccia o in montagna ; altri si dedicano invece soltanto a questo tipo di attività , altri ancora alle gare.

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Fin dagli anni ’50 l’esigenza dell’allenamento in città era stata soddisfatta con l’attrezzatura di itinerari sulle vecchie cave (Maiano , Monte Ceceri , Faentina) ma la moderna pratica dell’arrampicata esige pareti artificiali con difficoltà modulabili. A Firenze una struttura vera e propria non c’è mai stata : in inverno gli irriducibili si ritrovavano su alcune micro-pareti realizzate all’interno di palestre o di altri contesti, molto ridotte nello spazio e nell’estensione. E’ nata così all’interno della Scuola Tita Piaz l’idea di realizzare una grande struttura che consentisse non soltanto di ottenere uno spazio dove tutti potessero svolgere la propria attività a qualunque livello , ma che consentisse anche di promuovere l’arrampicata nella nostra città e nelle nostre scuole. Per motivi legati alla mia professione ebbi modo di individuare uno spazio all’interno del Palasport (ancora si chiamava così) che aveva le caratteristiche ideali allo scopo e così con la prima bozza di progetto avanzai la proposta presso l’assessorato allo Sport , essendo la struttura di proprietà comunale. Trovai subito grande entusiasmo

nella società di gestione del Palasport e soprattutto consenso e grande impegno da parte dell’Assessore , dei funzionari e dei tecnici dell’Ufficio Sport , che acconsentirono al totale finanziamento dell’opera (circa 60.000,00 euro) ed all’attuale ubicazione della struttura. In accordo con il Consiglio Direttivo ed il Presidente della nostra Sezione , al momento Marco Orsenigo , mi resi subito disponibile per la consulenza ed il supporto all’ufficio tecnico dello Sport , relativamente alla progettazione , all’Appalto dei lavori ed alla successiva realizzazione dell’opera. Fu concordato che il progetto doveva rispondere ai criteri dettati dalla necessità di dotare la città di Firenze , capoluogo toscano e riferimento assoluto per importanza ed attrazione dell’utenza , di una struttura tale da offrire fin dall’inizio la più ampia gamma di risposta alla domanda , nei limiti delle risorse disponibili , e tale da consentire anche la maggiore possibilità di sviluppo futuro. Così è nata la parete di arrampicata all’interno del Mandela Forum (attuale denominazione del vecchio Palasport) , costruita con sistemi e materiali moderni , che soddisfa in pieno le prerogative poste inizialmente. C’ è uno spazio per attività a terra , protetta da idonei materassi , chiamato in gergo “Boulder” di altezza 4,0 m. e lunghezza 15,0 m. dove non ci sono limiti di attrezzatura (possibilità di inserire un appiglio/appoggio ogni 20 cm.) nè conseguentemente limitazioni di alcun tipo nella difficoltà di passaggio con possibilità di fruizione dai principianti ai migliori arrampicatori . C’è poi una parete larga 5,0 m. ed alta 11,0 m. pressochè verticale dove sono tracciate vie di salita “protette” nel senso che è necessario arrampicare assicurati dalla corda per evitare cadute ; attrezzata per ogni tipo di difficoltà . Anche in questo settore è quindi possibile l’attività dei principianti , dei


ragazzi , degli amatori e degli atleti. E’ stata realizzata infine una sezione che caratterizza fortemente l’intera struttura e la differenzia da quelle attualmente disponibili nella nostra Regione , costituita da una doppia fascia di larghezza complessiva pari a 5,0 m. e sviluppo circa 20,0 m. che segue dall’intradosso l’andamento delle gradinate del Mandela Forum e che pertanto è fortemente strapiombante ed è rivolta quindi agli arrampicatori di alto livello ed ai giovani che praticano l’agonismo. Questa sezione ha inoltre le caratteristiche richieste per l’omologazione F.A.S.I. (Federazione Arrampicata Sportiva Italiana – CONI) per gare ufficiali di arrampicata sportiva. Con Delibera della Giunta Comunale la gestione della Struttura è stata affidata alla Sezione Fiorentina del CAI . Questo fatto di grande rilevanza , non soltanto ha perfezionato in modo definitivo il consolidato rapporto fra il CAI fiorentino e l’Amministrazione della nostra città ma ha sottolineato anche il riconoscimento ufficiale dell’affidabilità e dell’indiscusso ruolo primario ricoperto dalla Scuola Tita Piaz nel campo dell’arrampicata e dell’alpinismo. Così , dopo che il CD della Sezione ha conferito delega alla Scuola Tita Piaz per la gestione della parete , è stato istituito un primo Comitato di gestione composto da Carlo Barbolini , Roberto Masoni , Marco Orsenigo , Marco Passaleva , Enrico Sani , Aldo Terreni .

anni ’50 nella Yoshemite Valley , alla ricerca dell’arrampicata “pulita” e senza mezzi artificiali , con superamento di difficoltà sempre maggiori. Inoltre la possibilità di offrire anche ai giovanissimi delle scuole cittadine il giocoarrampicata , tanto importante per lo sviluppo e l’equilibrio psico-motorio dei ragazzi , ci potrà finalmente avvicinare ai Paesi che già adottano come metodo didattico proprio questa disciplina. La Scuola Tita Piaz ha voluto ancora una volta porre le basi per un nuovo ulteriore sviluppo dell’arrampicata fiorentina che indubbiamente avrà ancora molte stagioni di successi così come è stato nei primi 50 anni della sua storia.

Alpinismo Fiorentino

La parete è stata inaugurata ufficialmente il 22 Gennaio 2005 ; da quel giorno è stato dato inizio all’attività aperta a tutti i cittadini , Soci del CAI e non Soci con l’unico scopo di fornire un servizio permanente a tutti coloro che sono interessati alla pratica dell’arrampicata. Il successo è stato ben oltre le aspettative : giovani e meno giovani , esperti e principianti fruiscono in gran numero della struttura che nei mesi invernali costituisce davvero un nucleo attrattore intorno al quale ruotano moltissimi appassionati , con benefico scambio di esperienze e reciproco stimolo. Ma l’importanza di questa attività risiede soprattutto nella possibilità di trasporre in montagna , sulle più difficili pareti , gli elevati livelli tecnici raggiungibili con l’allenamento sui blocchetti di resina ; solo così potrà continuare l’evoluzione dell’alpinismo ed il superamento delle grandi difficoltà su roccia , dando continuazione a quel processo iniziato nei lontani

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1959 Civetta Brenta Catinaccio Alpi Apuane Alpi Apuane

Torre di Valgrande - via Carlesso - Menti Cima Tosa - Canalone Neri Torre Est - Via Dei Fiorentini (via nuova) 1° torrione del Corchia - parete Ovest (via nuova) 3° Torrione del Corchia - Spigolo Ovest

E E E E E

R G R R R

Alpi Apuane

M. Corchia -Parete O - canale diretto anticima Ovest

IG

Alpi Apuane Alpi Apuane Brenta Civetta Civetta Catinaccio

Piccolo Procinto - Parete Nord (via nuova) 1° Torrione del Corchia - Parete O (via nuova) Crozzon di Brenta - Parete NE - via delle Guide Torre Venezia - Parete Sud - Gran Diedro (via nuova) Pan di Zucchero - Via Schoeber-Liebl Parete Est - Via Steger

E E E E E E

Melucci,Navasa Melucci,Biasin Dolfi,Ridi Melucci,Terenzi,Lenzi Melucci,Terenzi,Lenzi

1960

Questo elenco contiene la maggior parte delle vie più significative realizzate dagli Istruttori della Scuola di Alpinismo Tita Piaz negli oltre 50 anni di vita della Scuola. Per quanto riguarda le Alpi Apuane, essendo così numeroso il numero delle ripetizioni, abbiamo riportato solo le vie nuove e quelle di maggior interesse. E = estivo I = invernale R = roccia G = ghiaccio M = misto (R/G) in corsivo = non appartenenza alla Scuola di Alpinismo T.Piaz 1952 Marmolada 1953 Brenta Brenta

Brenta Alpi Apuane Catinaccio

ER ER ER

Dolfi (1°Rip.-1°Solitaria) Dolfi,Fanton (4°Ripetiz.) Dolfi,Rulli

Brenta Alta - Via Oggioni-Aiazzi Aig. Del Glaciers - diretta Boccalatte M. Maudit - Cresta Kuffner

ER ER E M

Melucci,Biasin Melucci,Biasin Biasin,Melucci

Cima Tosa - Diretta Detassis – Castiglioni Piccola Roccandagia - Parete Nord (via nuova) Campanile Alto - Parete Sud - via Graffer Videsot Civetta - Cresta Nord Cima della Busazza - Via Videsott Rudatis Col della Brenva - Sperone della Brenva Tour Ronde - Parete Nord Punta Dufour - Canalone Marinelli

E E E E E E E E

Melucci,Biasin Melucci,M.Bianchi Biasin,Melucci Biasin,Melucci Biasin,Melucci Biasin,Melucci Biasin,Melucci Biasin,Melucci

1962 Brenta M. Bianco M. Bianco

ER

Melucci,Sebastiani

1963

ER ER

Maestri,Melucci Melucci,Maestri

Cima Tosa - Canalone S - via Graffer Pizzo delle Saette - Spig.Nord Var.Lenzi Traversata 3 torri del Vajolet

E G ER ER

Melucci (solitaria) Dolfi,Melucci (1°ripetiz.) Dolfi,Cencetti,Fantini

Brenta Alpi Apuane Brenta Civetta Civetta M. Bianco M. Bianco M. Rosa

M. Procinto - P. Nord (via nuova) Campanil Basso - Spigolo Graffer Punta Carina - Spigolo NE (via nuova) C.Piccolo -Punta dei due - via Gervasutti-Bonacossa Penna di Campo Catino - Spigolo SE Roccandagia - Spigolo SE Pizzo d’Uccello - Parete Nord - via Oppio Colnaghi Pizzo delle Saette - Punta Lenzi

ER ER ER ER ER ER ER IM

Dolfi,Melucci Maestri,Dolfi,Melucci Dolfi,S.Cencetti Dolfi,Melucci (4°ripetiz.) Dolfi (1° solitaria) Dolfi,S.Cencetti (1°Ripet.) Dolfi,S.Cencetti (2°Ripet.) Dolfi,S.Cencetti (1°Inv.)

Cima Grande - parete Nord - via Comici - Dimai Roccandagia - Canale di S. Viano Pizzo d’Uccello - Parete Nord - via Oppio Colnaghi Campanile Francesca - Via Nuova Campanile Francesca - Spigolo NNO (via nuova) Corno Grande - Speroncino Crozzon di Brenta - Spigolo Nord Campanil Basso - Via Fehrmann Campanile alto - Cresta Ovest Campanil Basso - Variante Scotoni - via Preuss Campanil Basso - Spallone Graffer

ER IG ER ER ER IR ER ER ER ER ER

Melucci,Maestri Dolfi,Melucci (1°Inv.) Dolfi (1°Solitaria) Dolfi,Maestri,Melucci Dolfi,Gaspari Dolfi,Bafile (1°Inv.) Dolfi,Zaccaria Dolfi,Zaccaria Dolfi (Solitaria) Dolfi,Navasa Dolfi,Miotto,Navasa

1956 Lavaredo Alpi Apuane Alpi Apuane Alpi Apuane Alpi Apuane Gran Sasso Brenta Brenta Brenta Brenta Brenta

Cima dei Bureloni parete SO - Via Qiunto - Scalet Catinaccio Roda di Vael - Via Maestri Alpi Apuane M.Procinto - parete est - Via Luisa (via nuova)

Cima D’Ambiez - via Fox - Stenico Cima Tosa - via Detassis Graffer

1955 Procinto Brenta Alpi Apuane Gran Sasso Alpi Apuane Alpi Apuane Alpi Apuane Alpi Apuane

Melucci,P.U Lorenzi (1°Inv.) Dolfi,Ridi Dolfi,Lumini Dolfi,Biasin Biasin,Melucci Melucci,Biasin Dolfi,Rulli

1961

Marmolada - Parete sud - via Classica

1954

R R R R R R

R R R R R G G G

1964 Alpi Apuane Brenta Brenta Torrione Comici

Monte Tambura - Versante E - Contrafforte (via nuova) E G Crozzon di Brenta - Spigolo Nord ER Campanil Basso - Parete est - via Preuss ER Parete O - via Detassis-Graffer ER

Melucci,A.Cencetti e C. Melucci,Pierallini Melucci (Solitaria) Biasin,Melucci

1965 Catinaccio Brenta Torre Prati M. Bianco M. Bianco Alpi Apuane

Punta Emma - Fessura Piaz E R Bertini,Pellegrinon,Fiaschi,Lensi Campanil Basso - Spallone Graffer uscita Meade E R Melucci,Maestri Parete SO (via nuova) E R Navasa,Melucci Aig. De Trelatete - Traversata S-N E M Melucci,M.Verin,Milanesi Col della Brenva - Sperone della Brenva E G Melucci,Ridi,Zaccaria Monte Tambura - Anticima della Cresta NE (via nuova) I G Melucci,Milanesi

1966 Brenta Brenta Brenta Brenta Brenta Alpi Apuane

Torre di Brenta - Via Detassis Brenta Alta -Diedro Oggioni–Aiazzi Crozzon di Brenta - via delle Guide Campanil Basso - via Fehrmann + Preuss Campanil Basso - Diedro SO - via Fehrmann Pania della Croce- Versante SSE

ER ER ER ER ER IG

Bertini,Crescimbeni M. Verin,Crescimbeni M. Verin,Crescimbeni M. Verin (Solitaria) Melucci,M.Verin,Milanesi Melucci,Milanesi (1° inv.)

Pale di S. Martino Lavaredo Salssolungo Lavaredo Lavaredo Brenta Tofane Alpi Apuane Alpi Apuane

Cima Canali - via Soldà Cima Grande - Parete Nord - via Comici - Dimai Campanile Comici - via Comici - Casara Cima Piccolissima - Via Cassin Cima Piccolissima - Via Preuss Campanil Basso - Via Fehrmann Tofana di roces - 2° pilastro - Via Costantini - Apollonio M. Procinto - Parete Est - Via Gamma (via nuova) E R M. Procinto Parete Est - Via Gabriela(via nuova)

Alpi Apuane Bernina Bernina

M. Procinto - Parete Nord - via dei Ladri -1° ripetiz. Piz Roseg - Cresta Ovest Cima di Caspoggio - Canale Ovest

E R Bertini,M.Verin E R Bertini,M.Verin E R Bertini,M.Verin E R Bertini,M.Verin E R Bertini,M.Verin E R Melucci, Ridi E R Bertini,M.Verin M. Verin,Piotti,Bertini,Bresciani E R Benincasi,M.Verin, Ponticelli,Bresciani E R Campi,Canciani,Benincasi E G Benincasi,Campolmi E G Benincasi,Campolmi

1967

1968 Alpi Apuane Pania della Croce-parete O-via “Città di Carrara” IG Benincasi,Ghiandi, Canciani,Campi Alpi Apuane M. Procinto - Spigolo Sud - Ovest (1°ripetizione) E R Benincasi,Ghiandi Alpi Apuane M. Procinto - parete Nord - Via E. Orsini (via nuova) E R V.Verin,Benincasi,Bertini Alpi Apuane Pizzo Maggiore - Versante ENE (via nuova) I G Melucci,M.e V.Verin Alpi Apuane M. Procinto - parete Est - via Stefania (via nuova) E R M.Verin,Benincasi,Bresciani,Piotti Alpi Apuane M. Procinto - Parete Nord - Via XXV Aprile (via nuova) E R Bertini,M.Verin Alpi Apuane Pizzo d’Uccello - via della Fessura (via nuova) E R Bertini,Dolfi,M.Verin,Benincasi Sella Piz Ciavazes - via Italia ’61 E R M.Verin,Bertini Piccole Dolomiti Vicentine - Sisilla - Via Soldà E R Melucci,Navasa M. Bianco Aig.lle Croux - via Ottoz E R M. Verin,Benincasi M. Bianco Aig.lle Noire de Peuterey - Cresta Sud (Brendel-Schaller)E R M. Verin,Benincasi

1969

1957 Lavaredo Alpi Apuane Brenta Brenta

Cima Piccola - Spigolo Giallo Traversata Roccandagia,Tambura, Alto di SellaI Cima d’Ambiez - Via Fox - Stenico Cima Margherita -Via Diretta Detassis

E E E E

R M R R

Melucci,Maestri Dolfi (1°inv.-1°solitaria) Dolfi,Marolda Dolfi,Marolda

Campanil Basso -Spiglolo NE- via Graffer Crozzon di Brenta - via delle Guide Cima Piccolissima -via Preuss Punta Frida - via Comici Cima Piccola -Spigolo Giallo Sass Pordoi -Via Piaz CimaTosa - Canalone Neri

E E E E E E E

R R R R R R G

Melucci,Maestri Melucci,Maestri Melucci,R.Massi Melucci,Maestri Dolfi,Frismon Dolfi,Guasco,Gabrielli Melucci,Navasa

1958 Brenta Brenta Lavaredo Lavaredo Lavaredo Sella Brenta

Alpi Apuane Alpi Apuane

M. Nona - via Licia (1° ripetizione) ER Pizzo D’Uccello-parete N-Via dei Fiorentini(direttissima)E R

Alpi Apuane Lavaredo Lavaredo Lavaredo Brenta Catinaccio Catinaccio Catinaccio Lavaredo M. Bianco

M. Procinto - parete Est - via Stefania E Cima Piccolissima - via Preuss E Cima Ovest - parete Nord - via Cassin E Cima Grande - parete Nord - via Brandel - Hasse E Crozzon di Brenta - Pilastro dei Francesi (3°ripetizione) E Parete est - Via Steger E Parete Est - Via Steger E Roda di Vael - via Buhl E Cima Ovest - parete Nord - via Cassin E Grades Jorasses - P. Walker - via Cassin E

R R R R R R R R R R

M. Altissimo - Parete sud - 1° Pilastro (via nuova) E M. Altissimo - Parete sud - Pilastro Centrale (via nuova)E Torre Venezia - Via Tissi E Mont Blanc du Tacul - Pil.Gervasutti - via Fornelli-Mauro E

R R R R

V.Verin,Benincasi,Bertini M.Verin,Benincasi, Bertini (via nuova) Benincasi (1°Solitaria) Benincasi,M.Verin Benincasi,M.Verin Benincasi,M.Verin Bertini,M.Verin V.Verin V.Verin,Bertini V.Verin,Bertini V.Verin,Bertini Benincasi,M.Verin

1970 Alpi Apuane Alpi Apuane Civetta M. Bianco

Benincasi,Canciani Benincasi,Canciani Bertini,Ponticelli M.Verin.,V.Verin, Ponticelli,Benincasi

1971 Alpi Apuane Alpi Apuane Alpi Apuane Alpi Apuane Alpi Apuane Catinaccio Catinaccio

Pizzo Saette-Parete N-via “Vasco di Cocco” (via nuova)

I G Benincasi,Ponticelli, Canciani,Campioni Costiera Capradossa - Parete Nord (via nuova) E R Benincasi,Ponticelli,M.Verin M.Nona-Via dei fiorentini (20anni Scuola Piaz)(via nuova)E R Bertini,Dei,Lopez,M.Verin M. Nona - Via Licia (1°discesa in arrampicata) E R Bertini,M.Verin M. Contrario - via G. Messner (1° ripetizione) E R Barbolini,Ponticelli Catinaccio - via Olimpia E R Bertini,Fiaschi,V.Verin,Zan Torre Winkler - via Steger E R Barbolini,Dei


Catinaccio Bernina Badile Badile M. Bianco M. Bianco

Punta Emma - Fessura Piaz Piz Palù - Parete Nord - via Bumiller Pizzo Cengalo - Parete Nord - via Gheiser - Leheman Pizzo Badile - Parte NE - via Cassin Gran Capucin - Via Bonatti - Ghigo Mont Maudit - Cresta Kufner

M. Bianco Gran Sasso Gran Sasso

Brenva - Sentinella Rossa Fiamme di Pietra - via Bafile Fiamme di Pietra - via dei Triestini

E E E E E E

R Barbolini,Dei R Benincasi,Ponticelli R Benincasi,Ponticelli R Ghiandi,Leone R Benincasi,Ponticelli M Bertini Bafile,Zan Bertone,Masini E G Bertini,Alessandri E R Bertini,V.Verin E R Bertini,V.Verin

1972 Alpi Apuane Alpi Apuane

3° Torrionedel Corchia - Parete Ovest (via nuova) ER Sasso Rosso -Gran Diedro-via dei Fiorentini (via nuova) E R

Alpi Apuane Civetta Lavaredo Pomagagnon Corna di Medale M. Bianco Gran Sasso Gran Sasso

Punta Capradossa - Parete Est (via nuova) Torre Trieste - via Carlesso - Sandri Cima Piccolissima - Fessura Preuss Punta Fiames - Parete Sud via Cassin - Dell’Oro Grand Capucin - via Bonatti - Ghigo Corno Piccolo - Parete Est - via del Camino Antic.N Corno Grande- Parete O - via Alletto/Cravino

Benincasi,Breschi Bertini,V.Verin, Passerini,Zan E R Barbolini,Ghiandi E R M.Verin,Benincasi,Bertini E R Barbolini,Malcapi,Lattanzi E R Barbolini,Malcapi E R Barbolini,Dei E R Bertini,Alessandri,M.Verin E R Barbolini,Lattanzi,Malcapi E R Barbolini,Malcapi

M. Pisanino - Parete Ovest (via nuova) Crozzon di Brenta -via Aste Brenta Alta - via Detassis Pania di Corfino - Parete est - Via Roberta (via nuova)

E E E E

Fanis

Cima Scotoni - Via Lacedelli-Ghedina-Lorenzi

ER

Lavaredo Badile Sass Putia

Cima Piccola - Spigolo Giallo - var. Kasparek Sciora di Fuori - via “Fuorikante” Parete Nord - Via Classica

ER ER ER

3° Spigolo - via Alverà - Pompanin Sass Pordoi - via Fedele

ER ER

1973 Alpi Apuane Brenta Brenta Appennino

R Barbolini,Ghiandi R Bertini,M.Verin,Alessandri R Bertini,M.Verin,Alessandri R Bertini, Passaleva

1974 M.Verin,Benincasi, Bertini,Passaleva Barbolini,Passaleva Benincasi,Fanti Bertini, Passaleva

1975 Tofane Sella - Pordoi Sella - Pordoi

Sass de Forca - via Mase-Dari-Ghirardini

Sella - Pordoi Lavaredo

Piz de Ciavazes - spigolo Abram Cima Ovest - Spigolo Demuth e C

Marmolada

Punta Rocca - Parete Sud - Via Gogna

Falai,Benincasi Barbolini,Passaleva, Santini E R Barbolini,Passaleva, Santini,Barbier E R Barbolini,Passaleva,Leviti E R Barbolini,Passaleva, Leviti,Valeruz E R Bertini,M.Verin

1976 Pale di S. Martino Dente della Pala - Spigolo ONO - via Franceschini Pale di S. Martino Pala del Rifugio - Spigolo NO - via Castiglioni-Detassis

ER ER

Astorri,Bojola,Palagi Astorri,Bojola,Palagi

1977 Monzone

Torre di Monzone - via de Fiorentini (Via Nuova)

Tofane Civetta Corna di Medale

Tofana di Roces - via Costantini, Apollonio Torre Venezia - via Castiglioni - Kahn via Cassin

E R Barbolini,Bertini, Passaleva, Passerini E R Passaleva,Boni E R Astorri,Cirri,Goldschmidt E R Astorri,Gaeta

1978 Alpi Apuane Alpi Apuane Alpi Apuane Alpi Apuane Alpi Apuane Sella Catinaccio Sella Civetta Sassolungo Badile M. Bianco M. Bianco

M. Pisanino - Parete Nord (via nuova - slegati IG M. Pisanino - Parete Nord (via nuova - slegati in discesa)I G Torre di Monzone - via dei Fiorentini + variante finale ER (1° ripetizione - apertura variante finale) M. Bardaiano - Parete Nord ER Pizzo D’Aquila - Parete Nord ER Piz de Ciavazes - via Shubert - Werner ER

Barbolini,Boni Barbolini, Boni Barbolini,Cirri

1982 Brenta

Brenta Alta - Via Detassis

ER

Brenta

Crozzon di Brenta - Pilastro dei Francesi

ER

Barbolini,Benincasi, Cervellati,Amore,Rontini Barbolini,Benincasi, Cervellati,Amore,Rontini Brenta Cima Tosa - Pilastro via Graffer- Detassis E R Barbolini,Benincasi, Cervellati,Amore,Rontini Brenta Cime di Campiglio - via delle 3 generazioni E R Barbolini,Benincasi, Cervellati Amore,Rontini Lavaredo Cima Piccola - Spigiolo Giallo E R Terreni,Carciero,Cortesi Lavaredo Cima Piccolissima - Via Cassin E R Terreni,Ciuffi,Carciero Lavaredo Cima Piccolissima - Via Preuss E R Terreni,Ciuffi,Carciero Marmolada Marmolada - Parete sud - via Vinatzer E R Benincasi,Amore,Gambi Civetta Torre Trieste - Via Cassin E R Benincasi,Barbolini, Gambi,Amore,Rontini Civetta Pan di Zucchero - Parete E - via Peterka Hall E R Gallorini,Zagar Civetta Torre di Babele - Cresta sud - Via Soldà E R Gallorini,Bozic Civetta Torre Venezia - Via Ratti Panzeri E R Gallorini,M.Verin Sella Piz de Ciavazes- Spigolo Abram E R Cervellati,P.Zaccaria Pale di S. Martino Cima della Madonna - Spigolo del Velo E R Cervellati,P.Zaccaria, F.Zaccaria Fanis Cima Scotoni - via degli Scoiattoli E R Barbolini,Cervellati,Gambi,Rontini Sella 2° Torre del Sella - via Messner E R Barbolini,Gasser Pizzi Gemelli Frei/Weiss + Hentschel/Mathies E R Ghiandi,Bigagli Ago di Sciora Spigolo WNW - via Risch var Kasper E R Ghiandi,Bigagli M. Bianco Tour Ronde - parete Nord E G 5 persone totale(slegati) M. Bianco Tour de Jorasses - Diedro Machetto E R Cervellati,Rontini,Gambi,Amore Corsica Bonifato C. - Meta di Filu - Spigolo NE (via nuova) E R Barbolini,Boni,Cosi Corsica Capo D’OrtoTre Signore Pil Occidentale - Versante Nord E R Barbolini,Boni,Cosi Corsica Niolo Paglia Orba -via del Nido D’Aquila E R Barbolini,Boni Appennino Pania Corfino-Punta II°colle Parete NO-via Elisa (via nuova)E R Bertini,Gambi,Rontini

Torrioni del Corchia - via Del Vento (via nuova) Torre Venezia - via Tissi

ER ER

Pizzo d’Uccello Procinto

Pizzo Baldozzana - Parete Nord (via nuova) Procinto - La Dolce Euchessina (via nuova)

ER ER

Brenta Brenta Brenta Brenta Lavaredo Sella Brenta Brenta Brenta Brenta Brenta Brenta

Campanil Basso - Spallone - via Aste - Miorandi Brenta Alta - Parete Est - via Oggioni Crozzon di Brenta - Parete Nord - via Aste Cima D’Ambiez - Parete Est - via della Concordia Cima Piccolissima - Parete sud - via Cassin Piz Ciavezes - via Micheluzzi Cima Margherita - via Detassis Crozzon di Brenta - via delle Guide Brenta Alta - via Detassis Cima di Campiglio - via delle Tre Generazioni Pilastro Bruno ai Brentei - via delle Guide Campanil Basso - via Fehrmann

1983 Corchia Civetta

Cencetti,Matteini Rovida,Meini, Giammattei Sella Piz Ciavazes - via Shubert - Werner ER Barbolini,Benincasi, Cervellati,Rontini,Amore Tofane Tofana di Roces- PilastroSpig.S- via Costantini-Ghedina E R Benincasi,Amore,Rontini Tofane Tofana di Roces-Parete Sud - via Brigata Jiulia E R Barbolini,Benincasi, Cervellati Pale di S. Martino Sass Maor - Parete Est - via Solleder E R Benincasi,Amore,Nuti Civetta Torre Trieste - Via Tissi E R Benincasi,Nuti Catinaccio Catinaccio - Via Steger E R Gallorini,Loretti,Lattanzi Catinaccio Punta Emma - Via Fedele Bernard E R Gallorini,Loretti,Lattanzi Catinaccio Punta Emma - Via Steger E R Gallorini,Meini Marmolada Marmolada - parete Sud - Via Gogna (centenario FISI) E R Barbolini,Benincasi, Cervellati,Rontini,Amore Pale di S. Martino Pala del Rifugio - via Frisch, Corradini E R A.Ciabatti,Gambi Tofane Tofana di Roces - PilastroSpig. S -via Costantini-Ghedina E R Cervellati,Falai,Benincasi Falzarego Torre Falzarego-Variante super.via Comici (nuova var.) E R Cencetti,Matteini Civetta Torre Trieste - via Carlesso - Sandri E R Barbolini,Rontini,Boni Schiara Schiara - via Hiebeler E R Barbolini,Cervellati, Gambi,Rontini,Passaleva,Giovetti Disgrazia M. Disgrazia - Parete N - Seracco Centrale (via nuova) E G Grassi,Barbolini Disgrazia M. Disgrazia - Parete Nord - via Classica E G Passaleva,Sant’Unione M. Bianco Triangle du Tacul - via Contamine-Mazeaud E G Benincasi Rontini,Boni, Amore,Passaleva,Malerba,Cervellati M. Bianco Grand Capucin - via Bonatti Ghigo E R Passaleva,Malerba,Rontini M. Bianco M. Maudit - Cresta Kufner E M Passaleva,Gallorini,Loretti M. Bianco Mont Blanc du Tacul-Pilier Gervasutti (Fornelli-Mauro) E R Cervellati,Malerba M. Bianco Grand Capucin - via degli Svizzeri E R Cervellati,Malerba M. Bianco Les Droites - parete Nord - via Ginat (1° inv.italiana) I G Barbolini,Boni M. Bianco Petit Mont Greuvetta - Parete Nord (via nuova) E G Gabarrou,Grassi, Freuchet,Barbolini,Boni

Terreni,Denti Terreni,Denti Barbolini,Passaleva, Santini,M.Verin,Baccaro Catinaccio - Parete Est - via Steger E R Barbolini,Passaleva Piz de Ciavazes - via Micheluzzi-Castiglioni E R Barbolini,Santini, Passaleva,Caldani Torre Venezia - Via Tissi E R Barbolini,Passaleva Salame Comici - via Comici - Casara E R Barbolini, Passaleva Pizzo Cengalo - Parete Nord - via Gheiser - Leheman E R Ghiandi, M.Verin Mont Blanc du Tacul-Pil.Gervasutti-via Fornelli-Mauro E R Barbolini,Bertini,Piotti,Funk Mont Blanc du Tacul - Pilier a tre Punte (Leonessa) E R Barbolini,M.Verin,Passaleva

1979 Sella Sella M. Bianco M. Bianco M. Bianco M. Bianco M. Bianco

Piz de Ciavazes - Via Del Torso E R Astorri,Gambi Piz de Ciavazes - Spigolo Abram E R Astorri,Gambi Aiguille Noire Peuterey-Cresta sud (Brendel-Schaller)E R Barbolini,Ghiandi,Passaleva Mont Blanc du Tacul-Piler Gervasutti (Fornelli, Mauro) E R Ghiandi,Crescimbeni Pic Gugliermina - Via Gervasutti - Boccalatte E R Barbolini, Passaleva,M.Verin Pic Adolphe Rey - via Busi - Salluard E R Barbolini,Meini,Gambi, Passaleva,Santini Mont Blanc du Tacul - Piler Boccalatte E R Barbolini,Passaleva, Piotti,M.Verin

1980 Tofane Tofane Fanis Pomagagnon Civetta Civetta Lavaredo Lavaredo Tofane Tofane Sella Sella Badile

Tofana di Roces 2° Spigolo - Via Costantini - Ghedina E R Falai,Cervellati,Barbolini Pilastro Sud - Via Pompanin Alverà E R Gallorini,Gambi,Mealli Torre dl Lago - Via Consiglio E R Gallorini,Loretti Punta Fiames-Spigolo Jori - Broske E R Barbolini,Passaleva,Falai Baccaro,Gambi,Benincasi,Loretti,Leone,Bertini Torre Venezia - via Tissi E R Benincasi,Gambi,Baccaro Torre Venezia - Via Andrich Faè E R Gallorini,Gambi Cima Ovest - Spigolo Demuth e c. E R Gallorini,Loretti,Gambi Cima Piccola - Spigolo Giallo E R Gallorini,Loretti,Gambi Tofana di Roces 1° Spigolo- via Pompanin - Alverà E R Barbolini,Benincasi, Passaleva Tofana di Poces 2 °Pilastro - via Costantini - Apollonio E R Barbolini,Benincasi 3° Torre del Sella - via Vinatzer - Peristi E R Benincasi,Santini Piz Ciavazes - Via Micheluzzi-Castiglioni E R Gallorini,Gambi Pioda di Sciora - via Parasacchi - Bramani E R Benincasi,Boni,Ghiandi,Bigagli

1981 Sella Sella Sella Civetta Badile M. Bianco M. Bianco M. Bianco M. Bianco M. Bianco M. Bianco M. Bianco M. Bianco M. Bianco M. Bianco

Piz de Ciavazes - via del Torso Piz de Ciavazes - via del Torso Piz de Ciavazes - Via Shubert Werner Cima Su Alto - Via Livanos Gabriel Sciora di Fuori - Via “Fuorikante” Col della Brenva - Sperone della Brenva Aiguille du Rochefort-Cresta di Rochefot Col della Brenva - Sperone della Brenva Les Courtes - Parete NE

E E E E E E E E E

R Barbolini,M.Verin(slegati) R Astorri,Biagini,Evaristi R Gallorini,Gambi R Gallorini,Gambi R Ghiandi,Bigagli,Benincasi G Pasqui,Falai (Slegati) G Cervellati,Lattanzi,Breschi G Cervellati,Lattanzi,Bertini G Gallorini,Lattanzi, Gambi,Loretti Pilier a tre Punte - Via Cavalieri Mellano ER Gallorini,Gambi Petit Capucin - Via Gervasutti E R Gallorini,Loretti, Lattanzi PetitTriolet - Couloir Diagonal E G Barbolini,Passaleva, Boni, Pasqui (2° Ripetiz.) Pilone Centrale del Freney - via Bonington-Whillans & C.E R Barbolini,M.Verin Trident du Tacul - via Lepiney E R Barbolini,Cervellati Col della Brenva - Sperone della Brenva E G Barbolini (Solitaria)

1984 Barbolini,Benincasi Cencetti,Matteini, Schlatter,Virgilio E R Benincasi,Amore,Malerba,Palagi E R Amore,Benincasi E R Benincasi,Amore,Malerba,Palagi E R Amore,Benincasi E R Benincasi,Amore,Malerba,Palagi E R Benincasi,Amore,Rontini E R Cencetti,Matteini,Tomasi E R Cencetti,Matteini,Tomasi E R Cencetti,Matteini,Tomasi E R Cencetti,Matteini,Tomasi E R Cencetti,Matteini,Tomasi E R Cencetti,Matteini,Tomasi


Brenta Lavaredo Lavaredo Sassolungo Prealpi Lombarde Gran Paradiso

Campanil Basso - via Graffer Cima Piccola - Spigolo Giallo Cima Piccolissima -Parete sud - via Cassin Sassolungo - Parete Nord - via Pichler Corna di Medale - via Boga Parete Nord - Via Classica

E R Cencetti,Matteini,Tomasi E R Cencetti,Matteini E R Cencetti,Matteini E R Barbolini (Solitaria) E R Rovida,Arcari,Vighetti E G Passaleva,Gallorini,Rontini,Amore

1985 Civetta

Torre Trieste - via Tissi

ER

Sasso di Toanella Bosconero Bosconero Fanis Sass de lel Nues Brenta Brenta

via Dadamos – Sommavilla Sasso di Bosconero - Antispigolo Rocchetta Alta di Bosconero-Parete Nord- via Navasa Cima Scotoni - via degli Scoiattoli via Messner - diretta Crozzon di Brenta - via delle Guide Croz dell’Altissimo-Parete O- Diedro Armani – Fedrizzi

E E E E E E E

Rovida,Barbolini,Nuti, Rontini,Amore,Turchi Rovida,Ghiandi,Astorri Rovida,Ghiandi,Astorri Rovida,Ghiandi,Astorri Rovida,Ghiandi,Astorri Rovida,Ghiandi,Astorri Rovida,M.Turchi Benincasi,Turchi,Rontini Barbolini,Cervellati Brenta Croz dell’Altissimo-Parete O- Diedro Armani – Fedrizzi E R Falai,Ghiandi,Pinori Brenta Campanil Basso - Spallone - via Graffer E R Benincasi,D’Andrea Bosconero Rocchetta Alta di Bosconero-Parete Nord -via Navasa E R Barbolini,Benincasi, Falai,Amore,Nuti,Rontini Catinaccio Catinaccio - Parete Est - via Stegher E R Benincasi,Turchi,Amore,Rontini Pale di S. Martino Pala del Rifugio - Via Frisch – Corradini E R Cervellati,Prosperi Brenta Campanil Basso - via Fehrmann E R Cervellati,M.Turchi Fanis Cima Scotoni - via degli Scoiattoli E R Cencetti,Matteini,Tomasi Bosconero Rocchetta Alta di Bosconero-Parete Nord - via Navasa E R Cencetti,Matteini,Tomasi Bosconero Rocchetta Alta di Bosconero-Spigolo Strobel E R Cencetti,Matteini,Tomasi Sass de la Crusc Grande Muro - via Messner E R Cencetti,Matteini,Tomasi Tofane Tofana di Roces - Costantini, Apollonio E R Terreni,Vighetti, Giammattei,C.Santini Tofane Pilastro Sud - Costantini Ghedina E R Gallorini,Lattanzi Sassolungo Sassolungo-Spigolo Nord E R Gallorini,Loretti,Lattanzi Civetta Torre di Valgrande - via Carlesso – Menti E R Cencetti,Matteini Civetta Torre Venezia - via Tissi E R Cencetti,Matteini Civetta Torre Venezia - via Andrich E R Cencetti,Matteini Civetta Castelletto della Busazza - Via Messner E R Falai, Amore ecc. Civetta Torre Venezia - Via Tissi E R Falai, Amore,Nuti Civetta Torre Venezia - via Andrich E R Barbolini,Petronio Marmolada Marmolada - parete Sud - Via Vinatzer – Peristi E R Barbolini,Rontini Sella – Pordoi Sass Pordoi - via Fedele + parte alta via Dibona E R Barbolini,Castelli val di Mello Risveglio di Kundalini E R Barbolini,Rontini Prealpi Lombarde Corno di Medale - via Bianchi E R Barbolini, Boni,Pozzi M. Bianco Ag.lle Noire de Peuterey-Cresta Sud E R Rovida, Turchi, Cervellati,Rontini,Amore M. Bianco Trident du Tacul - Via Lepiney E R Passaleva,Gallorini M. Bianco Grand Capucin - Via degli Svizzeri E R Gallorini,Passaleva M. Bianco Aig. Croux - via Ottoz E R Passaleva,Gallorini M. Bianco Pointe Lachenal - Via Contamine E R Passaleva,Gallorini M. Bianco Ag.lle de Blaitiere - via Brown – Willans E R Rovida,Passaleva, Gallorini M. Bianco M. Bianco - Via dell’Aig. Grises E G Gallorini,Passaleva,Bonomelli M. Bianco Ag.lle Noire de Peuterey - Via Ratti – Vitali E R Barbolini,Benincasi Gran Sasso Monolito - Via Rosy E R Falai,Giammattei,Gambi Gran Sasso Corno Piccolo - Via a destra della Crepa E R Gallorini,Passaleva,Lattanzi Gran Sasso Punta dei due - Via Gervasutti E R Gallorini,Passaleva Alpi Apuane Torrione Francesca - Via nuova E R Barbolini,Polacci, Passaleva,Angelini R R R R R R R

1986 Civetta Civetta Civetta Marmolada Marmolada Lagazuoi Lagazuoi Sella

Torre Venezia - via Andrigh - Faè Punta Civetta - via Aste - Susatti Torre Venezia - Via Tissi Marmolada - via Gogna uscita Vinatzer Marmolada - Via Gogna Cima Scotoni - Via degli Scoiattoli Cima Scotoni - Via dei Fachiri Piz de Ciavaces - Via Micheluzzi-Castiglioni

Sella Catinaccio Catinaccio Catinaccio Catinaccio Catinaccio

Piz de Ciavaces - Via Vinatzer Parete Ovest - Via Vinatzer Torre Winkler-Spigolo ENE - via Piaz Torre Winkler-Parete sud - via Steger Punta Emma - Via Fedele-Bernard Catinaccio-Parete Est - via Vogler

E R Rovida,M.Turchi E R Rovida,M.Turchi E R Gallorini,Virgilio E R Rovida,Gallorini E R Terreni,C.Santini,L.Santini E R Terreni,C.Santini, E R Terreni, L.Santini, Giammattei E R Terreni,N.Ciuffi,F.Ciuffi Carciero,Evaristi,Cortesi E R Terreni,Biagini,C.Santini,Evaristi E R Terreni,Evaristi,Carciero,Ciuffi E R Gallorini,Galesi E R Gallorini,Bressan E R Barbolini,Allievo corso INA E R Barbolini, Allievo Corso INA

Masino Bregaglia Masino Bregaglia Masino Bregaglia M. Bianco M. Bianco M. Bianco M. Bianco M. Bianco Medale Ortles Cevedale Ortles Cevedale Svizzera

Pizzo Frachiccio - Via Sognadoro Pio Pfeiler - Via Bio Pfeiler Pizzo Spazza Caldera - Via Leni e variante Herni Ag.lle Noire de Peuterey - via Ratti – Vitali Ag.lle Noire de Peuterey - Cresta sud Col della Brenva - Sperone della Brenva Ag.lle du Peigne - via Contamine – Vaucher Ag.lle del’M - via Menegaux Corna di Medale - Via Taveggia Punta Cadini - Parete NNO Dosegù - Parete nord Grimsel - Fire Hands Line

E E E E E E E E E E E E

R Barbolini,Vitale R Baccaro,Barbolini R Barbolini,Baccaro,Vitale R Rovida,Passaleva,M.Turchi R Gallorini,Loretti,Gambi G Vighetti,Rovida(Slegati) R Passaleva,Rovida,Gallorini R Passaleva,Rovida,Gallorini R Gallorini,Vighetti G Gallorini,Galesi G Barbolini,Fantini R Barbolini,Baccaro

1987 Odle Pale di S. Lucano

Sass de Putia - via Messner M. Agner - Spigolo Nord - Gilberti Soravito

Pale di S. Martino Sella Sella Sella Sass de la Crusc Sass de la Crusc Tofane Catinaccio Lavaredo Sella Badile

Pala del Rifugio - via Frisch–Corradini Piz Ciavazes - via Abram Piz Ciavazes - Diedro Bull Piz Ciavazes - Diedro Vinatzer Grande Muro - via Messner Pilastro di Mezzo - via Messner Tofana di Roces 1° Pilastrovia Ferrari – Sioli Mugoni - Via Vinatzer Cima Piccola - Spigolo Giallo Piz Ciavazes - Via Roberta ‘85 Pizzo Badile - Parete NE - via Cassin

Disgrazia Alpi Svizzere Alpi Svizzere Grigne Val di Mello Monte Rosa M. Bianco M. Bianco M. Bianco M. Bianco Gran Sasso

M. Disgrazia - Parete Nord Salbitchen - via Clock and Stock Salbitchen - via Albatros Corna di Medale - via Breakdance Luna Nascente Punta Gnifetti - Via Normale Tour Rouge - Envers des Aiguilles - via Dracula Pic Adolphe Rey - Via Busi – Salluard Trident - Via Lepiney Aig. Croux - Via Ottoz Fiamme di Pietra - Camino Bafile

E R Barbolini,Rovida,Gallorini E R Terreni,F.Ciuffi, Carciero,Vighetti E R Gallorini,Rovida E R Benincasi,Amore,Rontini E R Benincasi,Rontini E R Benincasi,Amore,Rontini E R Benincasi,Rontini E R Benincasi,Turchi E R Benincasi,Turchi,Amore Rontini E R Benincasi,Amore,Rontini E R Benincasi,Amore,Rontini E R Cencetti,Matteini E R Barbolini,Rovida, Gallorini,Passaleva I G Rovida,Rontini, Barsuglia,Amore E R Cencetti,Matteini E R Cencetti,Matteini E R Matteini,Virgilio E R Barbolini,Rapisarda I G Barsuglia,Rovida E R Cencetti,Matteini E R Rinaldelli,Amore E R Rinaldelli,Amore E R Rinaldelli,Amore,Rovida E R Rinaldelli,Amore

1988 Brenta

Croz dell’Altissimo - Parete Ovest

Civetta Civetta Pizzo Cambrenna

Torre Venezia - via Andrich – Faè Torre Trieste - via Carlesso – Sandri - Via Miotti uscita diretta

M. M. M. M.

Pic Adolph Rey - via Busi – Salluard Les Courtes - Via degli Svizzeri Gran Capucin - via Bonatti – Ghigo Petit Jorasses - via Contamine – Bron

Bianco Bianco Bianco Bianco

via Detessis

M. Bianco M. Bianco Conturines Conturines Sassolungo

Ag.lle del Leschaux - via Cassin Mont Blanc du Tacul - Pilier Gervasutti Sass de les Nu - Via Heidi Sass de les Nu - Via Kastlunger Salame Comici - Via Comici- Casara

Marmolada Catinaccio

Marmolada di Penia - Parete Nord Catinaccio- parete Est - Via Steger

Sella Masino Bregaglia Masino Bregaglia Ortles Cevedale Val di Mello Val di Mello

Torre Fiechtl - Parete NO - via Tanesini Pizzo Frachiccio - Via Kasper Pizzo Spazzacaldera - Via Mosaico Palon del la Mare - Parete NO Albero delle Lucciole Stella Marina - Vortice di Fiabe + Patabang

ER

Benincasi,Amore,Nuti, Rinaldelli,Ciampolini Astorri,Virgilio Astorri,Virgilio Rontini,Rovida,Barsuglia, Amore,Rinaldelli E R Giammattei,Rovida E G Rovida,Barsuglia E R Rovida,Barsuglia ER Rontini,Benincasi,Rovida, Gambi,Amore E R Benincasi,Rovida E R Amore,Rovida E R Passaleva,Gallorini,Vighetti E R Passaleva,Gallorini E R Terreni,N.Ciuffi,Carciero, Nencini,F.Ciuffi,Evaristi E G Gallorini (Solitaria) E R Terreni,N.Ciuffi,Carciero, Nencini,F.Ciuffi,Evaristi E R Gallorini,Passaleva E R Barbolini,Gallorini E R Barbolini,Gallorini E G Barbolini,Gallorini,Simonetto E R Barbolini,Gallorini E R Barbolini,Gallorini ER ER IG

1989 Sella Pale di Pale di Masino Masino

S. Martino S. Martino Bregaglia Bregaglia

1° torre del Sella - Via Schrott Cima d’Oltro - Via Castiglioni Detassis Pala del rifugio - Via Castiglioni- Detassis Bio Pfeiler - Via Snoopy Cima di Cavalcorto - Spigolo ESE

E E E E E

R R R R R

Gallorini,Galletti,Vecci Gallorini,Loretti Gallorini,Loretti Barbolini,Gallorini,Polacci Barbolini,Gallorini, Polacci

1990 Civetta Civetta Torre di Babele Fanis Sassolungo Sella Sella Conturines Sella Sella Sanetch Pass Sanetch Pass M. Bianco M. Bianco M. Bianco Delfinato Delfinato

Torre Venezia - Via Ratti Panzeri – uscita via Kennedy E R Rovida, XX Torre Venezia - Via Andrich Faè E R Barbolini,Petronio via Soldà E R Comper, Rovida,Angelini Cima Scotoni - Via dei Fachiri E R Benincasi,Cirri Punta Grohmann - Via Harrer E R Terreni,Evaristi Sass D’La Luesa - via Vinatzer E R Benincasi,Cirri Sass Pordoi - via Fedele E R Benincasi,Cirri Sass de Les Nuvia - Direttissima Messner E R Benincasi,Cirri Piz de Ciavazes - via Schubert – Werner var. Mariacher E R Astorri,Virgilio Piz de Ciavazes - via Roberta 87 E R Astorri,Virgilio Parete dei Montons - via Le Chemin des Extremes E R Cencetti,Matteini Parete dei Montons - via Axis E R Cencetti,Matteini Les Courtes - Via degli Svizzeri I G Barbolini,Hazon Gran Capucin - Via degli Svizzeri E R Rinaldelli,Amore Petit Capucin - Via Gervasutti E R Rinaldelli,Amore Barre des Ecrins - Pilastro sud - via Franco E R Barbolini,Gallorini,Passaleva La Meje + PareteS via-Allain-Leininger + Trav.cresta E E M Barbolini,Gallorini,Passaleva

1991

Catinaccio Conturines Conturines Conturines Bosconero

Catinaccio-Parete NO - via Vinatzer-Peristi Sass de la Crusc - Diedro Mayerl Sass de la Crusc-Grande Muro - via Messner Sass de la Crusc - Diedro Frisch Rocchetta Alta di Bosconero-Spigolo degli Scoiattoli

E E E E E

R Gallorini,Perotti R Rovida,Benincasi,M.Turchi R M.Turchi,Rovida,Gallorini R M.Turchi,Rovida R Benincasi,Rontini,Gambi Amore,M.Turchi,Ghiandi Sasso di Toanella Parete Nord - via Sommavilla E R Benincasi,Vighetti Tofane Tofana di Roces- PilastroVia Costantini – Apollonio E R Benincasi,Vighetti Sassolungo Salame Comici-Parete Nord - via Comici E R Rontini,Amore,Benincasi,Nuti Civetta Torre di Valgrande - Via Carlesso – Menti E R Rontini,AmoreBenincasi,Nuti Sella Piz Ciavazes - Via Vinatzer – Bonatta E R Rontini,Amore,Benincasi,Nuti Sella 2° Torre Parete Nord - via Messner E R Rontini,Amore,Benincasi,Nuti Catinaccio Catinaccio-Parete nord - via Vinatzer E R Rontini, Amore,Benincasi,Nuti,Turchi Sella Piz Ciavazes - via Micheluzzi-Castiglioni E R Cervellati,Prosperi Prealpi Lombarde Corna di Medale - via Gogna – Cerruti E R Rovida, Rontini,Falai Badile Pizzo Badile-Parete Nord-Est - via Cassin E RBenincasi,Falai,Rontini,Nuti Val di Mello Val di Mello - Luna Nascente E R Barbolini,Vitale

Conturines Lavaredo Civetta Tofane M. Bianco M. Bianco M. Bianco

Sass D’La Crusc - via Livanos Cima grande - Parete nord - Via Comici – Dimai Castello della Busazza - Via Messner Tofana di Rozes - Spigolo via Costantini – Ghedina Pointe Lachenal - via Mine de Rien La Chandelle - Via Tabou Aig. Noire de Peuterey - Cresta Sud

E E E E E E E

R R R R R R R

M. Bianco

Mont Blanc du Tacul-Pilier Gervasutti-via Fornelli Mauro E R

M. Bianco M. Bianco M. Bianco Masino Bregaglia Masino Bregaglia M. Bianco

Mont Blanc du Tacul - Pilier Martinetti ER Plateau d’Argentiere - Cresta sud via Ravanel Feissner E R Pic Adolphe Rey - Via Busi Salluard ER Bio Pfeiler - Via Bio Pfeiler ER Pizzo Spazza Caldera - Via Leni ER M. Maudit - Via Cretier ER

M. Bianco M. Bianco

Petit mont Greuvetta - Grassi Meneghin Petit Dru - Spigolo Bonatti

ER E R

Benincasi,Amore Benincasi,Amore Benincasi,Amore,Nuti Astorri,Virgilio Cencetti,Matteini Cencetti,Matteini Terreni,F.Ciuffi,Cortesi, Bianchi,Carciero,Vighetti Terreni,Bianchi,Carciero, Vighetti Gallorini,Vighetti,Bianchi Gallorini, Rovida,Grazzini Terreni,Vighetti Gallorini,Allievo Corso Gallorini,Allievo Corso Barbolini,Passaleva, Vighetti,Bianchi,Terreni Barbolini,Passaleva Barbolini,Passaleva,Polacci

1992 Argentera M. Bianco M. Bianco M. Bianco M. Bianco M. Bianco Sella

Corno Stella - via Barone Rampante Grand Capucin - Via Bonatti-Ghigo Aig. De Rochefort - Traversata delle Creste Aig. De Rochefort - Traversata delle Creste Tete Blanche - Parete Nord M. Bianco - Via Mayor Piz de Ciavazes - Diedro Buhl

E R Cencetti,Matteini E R Terreni,Vighetti E G Gallorini E G Barbolini E G Gallorini,Allievi corso E M Barbolini,Passaleva,Terreni,Vighetti E R Barbolini,Angelini


Moiazza Brenta Val Varaita Corsica Corsica

Pala delle Masenade - Via Soldà Cima d’Ambiez - Via Vienna Rocca del Nigro - Couloir Est Paglia Orba - Via de Nide d’Aigle (via nuova) Porto Vecchio - Pilastro Est tre Signore

E R Barbolini,Zanantoni,Kiniger,Bressan E R Barbolini,Simonetto I G Barbolini,Polacci,Angelini E R Barbolini,Boni,Cosi E R Barbolini,Boni,Cosi

1993 Alpi Svizzere Alpi Svizzere Lagazuoi Odle Civetta Pale di S. Lucano

Grauewand - via Conquest Kl. Buhlenhorn - via Criterium Parete nord - Via del Drago (Barbier) Sass de Putia S pigolo Nord - via Classica Torre Venezia - Parete SO - Via Andrich – Faè M. Agner- spigolo Nord - Via Gilberti Soravito

E E E E E E

R R R R R R

Pan di Zucchero - Parete Est - Via Schober – Liebl Aig. Du Midi - Sperone Frendo Pilier Rouge de Blatiere - Via Nabot Leon Triangle du Tacul - Goulotte Cherè 1° Punta de Nantillon - Via Benvenue au Giorgie V° Aig. Verte - Nant Blanc - via Charlet Platonov Aig. Du Chardonnet - Eperon Migot

Cencetti,Matteini Cencetti,Matteini Terreni,Evaristi Terreni,Evaristi Rinaldelli,A.Turchi Passaleva,Barbolini, Polacci,Angelini E R Passaleva,Galigani, Barbolini,Castaldi E R Rinaldelli,Amore E M Barbolini,Passaleva E R Barbolini,Passaleva,Gallorini E G Barbolini,Passaleva E RBarbolini,Passaleva,Hollevoet E G Barbolini,Passaleva E M Gallorini,Sberna,Martini

Moiazza

Pala delle Masenade - Via Bonetti

Civetta M. Bianco M. Bianco M. Bianco M. Bianco M. Bianco M. Bianco

Valle del Sarca Valle del Sarca Sella Civetta Pale di S. Martino Pale di S. Martino M. Bianco

Placche di Pietramurata - via Holocaust Monte Colodri - via Ricci – Capricci Mesules del Sella - via Traumpfeiler Castello della Busazza - Via Messner Holzer Pala del rifugio - Via Frisch Corradini Sass d’Ortiga - Spigolo Ovest - via Castiglioni Aiguille de Blatiere - via Willamine – Dada

E E E E E E E

R R R R R R R

M. Bianco M. Bianco M. Bianco M. Bianco Valdigne M. Bianco Gran Paradiso

M. Maudit - Cresta Kufner Aig. Du Chamonix - Grand Charmoz - via Cordier Petit Jorasses - Via Contamine M. Dolent - Arete Gallet Pilastro Lomasti - via Vertigine Aiguille Refuge de l’Argentiere-via Casieux-Giudiceux Becco di Valsoera - Via Mellano Perego

E E E E E E E

M R R G R R R

1994 Cencetti,Matteini Cencetti,Matteini Cencetti,Matteini Passaleva,Gallorini Barbolini,Passaleva Barbolini,Passaleva Cencetti,Passaleva, Gallorini,Sberna Barbolini,Peronato Barbolini,Farneti, Finello Barbolini,Passaleva,Gallorini Barbolini,2 Francesi Cencetti,Matteini Cencetti,Matteini Barbolini,Passaleva

1995 Val D’Adige M. Bianco M. Bianco Sella Conturines

M. Cimovia - Girl E R Cencetti,Matteini Aig. Rouge du Chamonix - Ag. De Praz Torrentvia Piola E R Cencetti,Matteini Aig. Du Plan - Arete Rayn E R Barbolini,Passaleva Piz Ciavaces - Via Shubert Werner E R Terreni,Mannini,Gambi Sass de la Crusc - Grande Muro - via Messner E R Terreni,Peruzzi,Mannini,Gambi

1996 Pale di S. Martino Cima della Madonna - Spigolo del Velo Ecrins Tete de la MayeLy - Maye Laya Ecrins Aig. Dibona - Parete Sud -Via Visite Obligatoire M. Bianco Aig de Blatiere - Fessura Brown M. Bianco Petit Jorasses - Parete Sud - via Gargantua M. Bianco Mont Blanc Du Tacul - Goulotte Modica M. Rosa BreithornBreithorn Occidentale - Via Supersaxo Procinto M. Forato - Via Fixieland (Via nuova)

E R Rinaldelli,Crocetti E R Rinaldelli,Amore E R Rinaldelli,Amore E R Terreni,Peruzzi,Mannini,Gambi E R Terreni,Peruzzi,Mannini,Gambi I G Barbolini,Passaleva E G Barbolini,Boni,Passaleva E R Cencetti,Matteini

1997 Piccolo Dain Civetta M. Bianco M. Bianco Moiazza Moiazza Torre Venezia Fanis Conturines Brenta Brenta

Via Loss Pilati Torre Venezia - Via Tissi Pic Adolphe Rey - Via Gervasutti Triangle du Tacul - Via Contamine Mazeau Scalet delle Masenade - via Decima-Todesco Torre Jolanda - via Super Soro Parete Sud - Via Tissi Cima da Lago - Diedro Consiglio Sass D’La Crusc - Gran Muro - Via Messner Campanil Basso - Diedro Fehrmann Campanil Basso - Via Preuss

E R Terreni,Mannini,Gambi E R Faggi,Terreni,Burrini,Majonchi E R Terreni,Mannini,Gambi E G Barbolini,Passaleva,Polacci E R Masoni,Chioccini E R Masoni,Chioccini,Pietrini E R Faggi,Terreni E R Benincasi,Colombo E R Benincasi,Turchi E R Benincasi,Rinaldelli E R Benincasi,Rinaldelli

Civetta - Parete Nord - via Andrch – Faè Cima Lagazuoi - Via del Drago (Barbier)

ER ER

1998 Civetta Lagazuoi

Torre Innerkofler Via del Calice Sella III° Torre del Sella - Via Runggaldier Senoner Sella II° Torre del Sella - Via Messner Cima Orientale di Valbona - Via Dulfer Sass del La Luesa Via Vinatzer Catinaccio Campanile Gardeccia - Via Hendrina Catinaccio Pala di Socorda - Via Soraruf con variante diretta Catinaccio Catinaccio- parete est - Via Olimpia Moiazza Torre Jolanda - via Super Soro Bosconero Sasso di Bosconero - via dell’ Antispigolo Campanile di Val Montanaia - via Von Glanvell – Von Saar M. Bianco Contrafforti del Triolet - via Genepy (Via nuova) M. Bianco Breche du Domino - Via Petit Viking Ortles Cevedale - Cima Vertana - Seracco parete Nord Presanella Presanella - parete Nord - Via Steinkotter

Benincasi,Turchi,Amore Passaleva,Burini,Majonchi, Morolli E R Terreni,Mannini,Gambi E R Terreni,Mannini,Gambi E R Terreni,Mannini,Gambi E R Terreni,Evaristi,Falai E R Mannini,Gambi,Terreni,Evaristi E R Barbolini,Angelini E R Barbolini,Angelini E R Barbolini,Angelini E R Benincasi, Amore E R Benincasi, Amore E R Benincasi,Amore,A.Turchi, M.Turchi E R Cencetti,Matteini I G Barbolini,Passaleva,Polacci I G Barbolini,Polacci E G Barbolini,Angelini

1999 Isola D’Elba Sardegna Sardegna Tofane Moiazza Tofane

M. San Bartolomeo - via Mediterranea (Via nuova) Punta Cusidore - via dell’ Amicizia (Remy) Punta Cusidore - Spigolo XV Legione Tofana di Roces - Costantini Ghedina Pala delle Masenade - spigolo Soraru Tofana di Roces - Pomapanin Alverà

E R Cencetti,Matteini E R Astorri,Virgilio E R Astorri,Virgilio E R Passaleva,Majonchi,Burini,Morolli E R Masoni,Chioccini E R Passaleva,Majonchi,Burini, Morolli

Civetta Pale di S.Martino

Torre trieste - Via Tissi Campanile Chiara - via Bernard

ER ER

Pan di Zucchero - via Schober – Liebl Torre di Valgrande - Via Bellenzier – De Toni Crozzon di Brenta - Via delle Guide Cima Ovest - via Cassin – Ratti

E E E E

Torre D’Ambiez - Diedro Armani Tofana di Roces - Spigolo via Costantini – Ghedina

ER ER

Marmolada

Marmolada - Parete Sud - Via Don Quixote

ER

M. Bianco M. Bianco M. Bianco Gran Paradiso

Trident du Tacul - Via Lepiney ER Aig. De Bionnassay - Traversata Col Miage Gl. Del Dome E G Aig. VerteCouturier + Bettembourg E G Grivola-Parete NE - via Binel Cretier E G

Civetta Bosconero M. Brento M. Brento

Torre Venezia - Parete ovest - Via Livanos Rocchetta Alta di Bosconero-Parete Nord via MCK Via del Boomerang Via del Boomerang

Passaleva,Polacci Gallorini,Masoni

2000 Civetta Civetta Brenta Lavaredo

R R R R

Benincasi,M.Turchi Benincasi,M.Turchi,Palagi Barbolini,Passaleva Barbolini,Filipponi, Ghiandi,Roberts Catinaccio Catinaccio - Parete Est - Via Fantasia E R Terreni,Evaristi Catinaccio Roda di Vael - Parete Est - via Rizzi E R Terreni,Evaristi Catinaccio Roda di Vael - Parete Est - via Rizzi E R Masoni,Falai,Orsenigo Catinaccio Roda di Vael - Parete Est - via Rizzi E R Gallorini,Casini Conturines Sass D’La Crusc - Gran Muro - via Messner E R Barbolini,Filipponi, Ghiandi,Roberts Conturines Sass D’La Crusc - Diedro Mayerl E R Barbolini,Ghiandi,Roberts Pale di S.Martino Cima Immink - Via Solleder E R Terreni,Evaristi Odle Sass de Putia - Via Classica E R Barbolini,Pratese Odle Odla da Cisles - Via Dulfer E R Terreni,Evaristi,Borsini Croda del Re Laurino - Via Eisenstecken E R Terreni,Evaristi Sassolungo Sassolungo - via Geodeke E R Barbolini,Filipponi, Ghiandi,Roberts Zebrù Gran Zebrù - via Minigerode E G Barbolini,Angelini M. Bianco Mont Blanc du Tacul - Goulotte Gabarrou – Albinoni E G Barbolini,Passaleva M. Bianco Gr.Pilier d’Angle - via Dufour-Fréhel var Boivin Valleçant E G Barbolini Passaleva uscita cresta di Peuterey, cima M.Bianco M. Bianco Ag. Du Chatelet - via Senza Nome (Via nuova) E R Cencetti,Matteini Sardegna Punta Cusidore - Via dell’Amicizia (fratelli Remy) E R Barbolini,Digiosaffatte

2001 Brenta Tofane

E E E E

R R R R

Faggi,Corsini Falai,Terreni, Masoni,Orsenigo,Falchini Castaldi,Terreni, Masoni,Orsenigo Faggi,Giandonati Faggi,Corsini Barbolini,Passaleva Barbolini,Passaleva, Orsenigo,Majonchi,Gallorini Benincasi,Turchi Benincasi,Turchi Borsini,Terreni Masoni,Chioccini

2002 Lavaredo Cima Grande - Via Mazzorana Lavaredo Cima Grande - Spigolo Dibona Cadini di M isurina Campanile Dulfer - Via Dulfer

ER ER ER

M. Rosa Lyskamm - Cresta est Pale di S. Martino Cima dei Lastei - Via Kees Visner Simon variante Penzo Moiazza Pala delle Masenade-Parete Est - via Soldà M. Bianco Ag. Du Freney - via “le Ali della Libertà” (Via nuova) M. Bianco Aig. Du Moine - Via Contamine Labrunie

E E E E E

G R R R R

M. Bianco

Aig. Du Chardonnet - Via Auriel Freuten

IG

Gran Paradiso Gran Paradiso

Parete Nord - Via Classica Montadayne-Parete Nord

E G E G

Faggi,Corsini Falai,Gallorini,Casini Carciero,Falai,Terreni, Evaristi Faggi,Corsini Barbolini,Passaleva Benincasi,Turchi Cencetti,Matteini Passaleva,Gallorini, Pesciulli, Falchini Barbolini,Burini, Passaleva,Majonchi Barbolini,Cappellari Barbolini,Cappellari

2003 Pale di S. Martino Cima della Madonna - Spiglo del Velo E R Faggi,Corsini Badile Piz Badile - Spigolo Nord E R Faggi,Corsini Tofane Tofana di Roces 1° SpigoloVia Pompanin - Alverà E R Faggi,Corsini Pomagagnon Punta Fiames - Sipgolo Jori E R Faggi,Corsini Sella Sass Pordoi - Via Fedele E R Falai,Terreni Marmolada Marmolada -Parete sud - via Moderne Zeiten E R Benincasi,M.Turchi,Tafi Civetta Civetta-Parete Nord - via Solleder - Lettenbauer E R Benincasi,M.Turchi Lavaredo Cima Piccolissima-Parete Sud - via Cassin E R Benincasi,M.Turchi Bosconero Rocchetta Alta di Bosconero-Parete Nord via delle Guide E R Benincasi,M.Turchi Marmolada Marmolada-Parete sud - via Schwalbenschwanz E R Benincasi,M.Turchi,Palagi M. Bianco M. Maudit - Via Roger Baxter Jones E G Barbolini,Passaleva,Castorina M. Bianco Contrafforti del Triolet - via C’est Facile (via nuova) E R Cencetti,Matteini Castello Provenzale Spigolo Sud - Via Castiglioni E R Falai,Cortesi

2004 Moiazza Sella Civetta M. Bianco M. Bianco M. Bianco Sardegna Pale di S.

2005 Moiazza Tofane Tofane Vallaccia Lavaredo Moiazza Cervino Appennino M. Bianco M. Bianco M. Bianco

Pala delle Masenade-Parete sud via Tempi Moderni Mur de Pissadù-Parete nord - via Ottovolante

E R Benincasi,M.Turchi,Malerba E R Benincasi,M.Turchi, Malerba,Palagi Torre Venezia - Spigolo Sud-Ovest - via Andrich-Faè E R Benincasi,M.Turchi, Palagi M. Maudit - Via Roger Baxter Jones E G Barbolini,Passaleva, Castorina Aig. Argentiere-Parete Nord - via Lagarde Segogne I G Passaleva,Gallorini Aig. Du Chardonnet - Via Bettembourg E G Barbolini,Cappellari Punta Cusidore-Spig.NO - Via Leg.Reale Truppe Leggere E R Falai,Terreni Martino Cima Wilma - Via Castiglioni Detassis E R Agosti,Terreni,Bertoni, Cicerale Croda Spitza - via “per Claudio” Tofana di Roces - Pilastro - Via Da Pozzo Tofana di Roces - Pilastrovia Costantini – Apollonio Punta Salvanes - via Bernard – Vigo Cima Piccola - via Del Vecchio – Zadeo Pala delle Masenade - Via Soldà Cervino - Cresta del Leone + Cresta Hornli Marchigiano - Monte Nerone - via Nuova Aig. Du Midi - Via Eugster Diagonal Les Ciseaux - Via Trussier Aig. Du Chardonnet - Eperon Migot

E E E E E E E E E E E

R R R R R R M R G R M

Benincasi,M.Turchi Benincasi,M.Turchi Scarpellini,Chiarini Scarpellini,Chiarini Scarpellini,Chiarini Terreni,Ciappi,Casini Scarpellini,Mazzi Scarpellini,Papi Barbolini,Passaleva Passaleva,Terreni Passaleva,Terreni


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