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AttivitĂ dei Gruppi, Scuole, Sottosezioni

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alpinismofiorentino@gmail.com Quadrimestrale della Sezione di Firenze del Club Alpino Italiano Via del Mezzetta, 2M - 50135 FIRENZE tel.: 055 6120467 - fax: 055 6123126 Direttore Responsabile Roberto Masoni Redazione Alfio Ciabatti, Marco Bastogi, Sergio Cecchi, Giorgia Contemori, Carlo Marinelli, Giuliano Pierallini, Stefano Saccardi, Roberto Smarrini,Marina Todisco, Andrea Tozzi

In copertina: foto archivio F. Mascherini

Collaboratori Marco Gori, Sergio Rinaldi Spedizione in abbonamento postale 45% art.2 comma 20/B Legge 662/96 Filiale di Firenze Autorizzazione del Tribunale di Firenze n.68 del 14/3/49 Gli originali, di regola, non si restituiscono; le diapositive saranno restituite, se richieste. La Redazione accetta articoli riservandosi, a suo insindacabile giudizio, se pubblicarli e riservandosi ogni decisione sul momento e la forma della pubblicazione, compatibilmente con lo spazio disponibile. Tutti i diritti sono riservati, la riproduzione anche parziale dei testi e delle immagini senza consenso è vietata salvo autorizzazione del CAI Firenze Stampa: Stabilimento Grafico Commerciale Costo della pubblicazione: Euro 5,00 La Rivista è distribuita ai Soci della Sezione Fiorentina del CAI, alle Sezioni Tosco-Emiliano Romagnole, ai Gruppi Regionali, a Gruppi Escursionistici della Provincia, ad Amministrazioni locali ed alle Comunità Montane

A N N U A R I O

2010 CLUB ALPINO ITALIANO SEZIONE DI FIRENZE via del Mezzetta,2M 50100 FIRENZE tel.: 055 6120467 www.caifirenze.it segreteria@caifirenze.it 3


ATTIVITA’ dei Gruppi, Scuole, Sottosezioni DISAGIO PSICHICO. La montagna come terreno per un possibile incontro (Dr. Sandro Carpineta) MONTAGNA TERAPIA. Una grande esperienza del Gruppo E. Orsini (Marco Isidori) SPIGOLI DOLOMITICI Nell’ambito del Gruppo Alpinistico Tita Piaz (Marina Todisco) QUANDO SI PARLA DI SPELEOLOGIA Il Gruppo Speleologico Fiorentino (Michele Cuccurullo) 40 ANNI INSIEME Il Coro La Martinella compie 40 anni (Massimo Pasquini) SENTIERI E SEGNALETICA Notizie dal Gruppo Segnasentieri (Giancarlo Tellini) UNA GITA NON COMUNE A margine del Corso di Alpinismo (Scriptorr Causidicus) CANTARE? CERTO! MA ... (Carlo Marinelli) OLTRE IL SENTIERO. Le vie Ferrate nell’ambito dell’attività della SS di Scandicci (Viviana Rossi e Patrizio Mazzoni) AMBIENTE & CULTURA ANCHE LE ALPI APUANE AVEVANO I LORO GHIACCIAI (Marco Bastogi) IL RIFUGIO FIRENZE IN ALPE DI CISLES. Il Rifugio Serristori alla Vertana (Stefano Saccardi) SCIENZA AI CONFINI DEL MONDO (Andrea Tozzi) IL TRENO DELLA GARFAGNANA. Ovvero una ferrovia lunga ottant’anni (Alfio Ciabatti) L’AMBIENTE PER IL CLUB ALPINO ITALIANO (Marco Bastogi) IL CANTO MAGICO (Sergio Cecchi) FRA PASSATO E PRESENTE. Passeggiando sulle nostre colline (Carlo Marinelli) LA MOSTRA PER I “CENTO ANNI DEL GRUPPO SKIATORI” (Giancarlo Campolmi e Daniela Serafini) ALPINISMO ALPINISMO SOVIETICO. Un alpinismo per molti versi sconosciuto (Roberto Masoni) MARINO STENICO Un alpinista gentiluomo d’antico stampo (Paolo Melucci) BEN NEVIS Un mondo a parte (Marco Passaleva) DEL METODO, OVVERO DEI METODI Tecniche ed epoche a confronto (Roberto Masoni) AIGUILLE DIBONA. Un racconto di montagna (Lelia Farini Nigrisoli) UNA MONTAGNA DI RAGAZZI LA MIA PRIMA TRAVERSATA Dal Sestaione al Lago Santo Modenese (Irene Gramegna Marinelli) UNA GIORNATA PITTORESCA (Fabio Azzaroli) ALPINISMO IN MONTAGNA CON I BAMBINI. Suggerimenti per alcune escursioni (Andrea Tozzi) 4

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ALDO TERRENI Presidente della Sezione di Firenze

PARLIAMO DI NOI

Carissimi, Ho rimandato quanto più a lungo possibile il momento di scrivere questa nota, il “parliamo di noi” porta due brutte notizie, la prima, che conosciamo da molto tempo, ma ora che si avvicina alla scadenza assume il suo valore peggiore, è che da fine anno termina la gestione del Rifugio Firenze da parte della nostra Sezione. Questo è un gravissimo danno per noi, morale perché 84 anni di storia comune, di investimenti, di impegno personale dei moltissimi soci che negli anni hanno fatto si che una modesta capanna potesse divenire un rifugio bellissimo, con pochi rivali nelle Dolomiti. E’ una cosa che fa male al cuore, economico perché la perdita di oltre 33.000 euro che per la nostra Sezione vuol dire un drastico ridimensionamento della Segreteria, dei contributi alle attività e purtroppo anche delle pubblicazioni, questo avverrà se non troveremo forme alternative di finanziamento, vedi pubblicità, per il nostro “Alpinismo Fiorentino”, che solo così potrà rimanere come è attualmente, per questo invito i soci che possano dare una mano in questo senso a contattarci, Poiché le disgrazie non vengono mai sole, per il prossimo anno dovremo aumentare le quote sociali, seguendo l’indicazione della Sede Centrale, per l’adeguamento dei costi assicurativi, purtroppo la perdita contemporanea del Rifugio Firenze, non ci permette di assorbire anche parzialmente quest’aumento. Per digerire questi bocconi amari pensiamo a tutta la bella attività che i vari Gruppi e le Sottosezioni hanno portato avanti in quest’anno, un grande ringraziamento a quanti si sono impegnati perché le varie attività potessero essere realizzate. Ma consentitemi due segnalazioni particolari, una per il neonato Gruppo Segnasentieri che oltre alla manutenzione dei nostri sentieri “istituzionali” si è accollata un pezzo di oltre 20 km. di Via Francigena, e una grossa collaborazione con la Comunità Montana del Mugello per la sistemazione dei sentieri SOFT. L’altra per i soci della Sottosezione di Stia che grazie all’infaticabile Marcello, alla preziosa Silvia e a un gruppo di ottimi collaboratori sono riusciti, finalmente, a rimodernare e sistemare il Rifugio della Calla, bravi a tutti!!! BUON 2011 E BUONA MONTAGNA A TUTTI

Aldo 5


CLUB ALPINO ITALIANO - SEZIONE DI FIRENZE

CARICHE SOCIALI

CONSIGLIO DIRETTIVO Presidente: Aldo Terreni Vice Presidente: Carlo Marinelli Tesoriere: Enrico Sani Segretario: Arrigo Cinti Consiglieri: Carlo Barbolini, Piero Lazzerini, Marco Passaleva Revisori dei conti: Giancarlo Tellini, Marco Isidori, Guido Verniani Delegati all’Assemblea Nazionale: Aldo Terreni, Fabio Azzaroli, Annalisa Berzi, Riccardo Focardi, Eriberto Gallorini, Rosetta Tosti Past President: Ugo Bertocchini, Marco Orsenigo, Remo Romei

COMMISSIONI, GRUPPI, SCUOLE, SOTTOSEZIONI GRUPPO ESCURSIONISTICO EMILIO ORSINI: Gabriele Taddei (Presidente) Paolo Billi, Giuseppe Ercoles, Daniela Formigli, Marco Isidori, Piero Lazzerini, Pasquale Parcesepe

“ALPINISMO FIORENTINO”: Roberto Masoni (Direttore Responsabile) Marco Bastogi, Sergio Cecchi, Alfio Ciabatti, Giorgia Contemori, Carlo Marinelli, Giuliano Pierallini, Stefano Saccardi, Roberto Smarrini, Marina Todisco, Andrea Tozzi

GRUPPO NAMASTE’ – Montemignaio: Carla Mecocci (Presidente) Massimiliano Alterini, Gianna Ceccantini, Michel Coppi, Giancarlo Serrai

ALPINISMO GIOVANILE: Stefano Focardi

GRUPPO SPELEOLOGICO FIORENTINO: Michele Cuccurullo (Presidente) Filippo Capellaro, Manuel Capra, Simona Menicagli, Stefano Merilli

BIBLIOTECA IGINO COCCHI: Cristiana Casini, Renato Fantoni CORO LA MARTINELLA: Massimo Pasquini (Presidente) Mauro Bruni, Stefano Cerchiai, Umberto Cofalonieri, Giuseppe Di Pisa, Fabrizio Fossi, Roberto Porrati Ettore Varacalli (Direttore) Claudio Ciullini e Fabio Azzaroli (Vice Direttori)

GRUPPO SEGNA SENTIERI: Giancarlo Tellini

GRUPPO ALPINISTICO TITA PIAZ: Patrizia Mori (Presidente) Irene Amerini, Franco Bazzani, Gian Marco Falcini, Piero Lazzerini, Roberto Smarrini, Aldo Terreni

SCI CAI: Daniela Serafini (Presidente) Marco Cantone, Sergio Cecchi, Roberta Renieri, Alessandro Sandrelli

GRUPPO SCI ALPINISTICO ANDREA BAFILE: Marco Bagnoli, Claudia Baldini, Cristiana Casini, Lorenzo Furia, Vittorio Taviani

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SCUOLA DI ALPINISMO TITA PIAZ: Eriberto Gallorini (Direttore) Marco Orsenigo (Vice Direttore) SEGRETERIA, AMMINISTRAZIONE: Paola Bartalini, Letizia Barbierato, Gianfranco Romei SOTTOSEZIONE CAI FLOG: Stefano Tucci (Reggente) SOTTOSEZIONE CASSA RISPARMIO FIRENZE: Sandro Caldani (Reggente) Massimo Chielli, Paola Corsini, Stefano Filizzoli, Luca Matulli, Luigi Pisanelli, Franco Tozzi SOTTOSEZIONE di PESCIA: Leonardo Guidi (Reggente) Michele Cota, Fabio Fabiani, Giovanni Giusti, Francesca Lo Votrico, Giuseppe Lorenzini, Matteo Meucci, Alessandro Puccini, Marco Ricci SOTTOSEZIONE di PONTASSIEVE: Gabriele Inghirami (Reggente) Brunero Berti, Marco Brilli, Paolo Dini, Patrizia Masi, Maurizio Santoni, Carlo Sarti, Giuseppe Speranza, Rosalba Ugolini

Igino Cocchi (fondatore della Sezione di Firenze)

SOTTOSEZIONE di SCANDICCI: Alfio Ciabatti (Reggente) Luciano Rutigliano, Patrizio Mazzoni, Paolo Brandani, Marco Meini, Alessandro Cidronali, Gabriele Baggiani

COMMISSIONE REGIONALE ESCURSIONISMO: Marco Isidori, Piero Lazzerini

SOTTOSEZIONE di STIA: Marcello Lisi (Reggente) Marco Cannugi, Giancarlo Cipriani, Giuseppe Di Julio, Silvia Giabbani, Grazia Madiai Della Bordella, Marco Mencattini, Giancarlo Migliorini, Laura Ricci, Gabriele Staderini

COMMISSIONE REGIONALE SENTIERI: Giancarlo Tellini COMMISSIONE REGIONALE TOSCANA TUTELA AMBIENTE MONTANO: Marco Bastogi

CARICHE NAZIONALI E REGIONALI

SCUOLA CENTRALE ALPINISMO: Carlo Barbolini, Eriberto Gallorini

CLUB ALPINO ACCADEMICO ITALIANO: Carlo Barbolini (Vice Presidente Gruppo Orientale)

SCUOLA INTERREGIONALE ALPINISMO: Carlo Barbolini, Eriberto Gallorini, Marco Passaleva

COMITATO DIRETTIVO REGIONALE TOSCANA: Roberto Pepi, Eriberto Gallorini (Probiviro supplente)

SCUOLA INTERREGIONALE SCI ALPINISMO: Lorenzo Furia, Marco Orsenigo

COMMISSIONE CENTRALE MEDICA: Carlo Alessandro Aversa

SERVIZIO VALANGHE ITALIANO - SVI: Enrico Catellacci

COMMISSIONE ELETTORALE TOSCANA: Riccardo Focardi (Presidente), Roberta Renieri

SOCCORSO ALPINO E SPELEOLOGICO TOSCANO: Stefano Rinaldelli (Delegato Regionale) Filippo Socci (Vice Delegato Regionale) Giuseppe Diiulio (Capo Stazione Falterona) Giovanni Diluccio (Coordinatore Comm. Medica SAST)

COMMISSIONE INTERREGIONALE SCUOLE ALPINISMO, SCI ALPINISMO TER: Simone Faggi, Lorenzo Furia 7


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SOCI PREMIATI - 25 anni L’Aiguille Verte Emanuela Antonelli Prezioso Chiara Bacci Brunello Bartoletti Mauro Bartolucci Roberto Bartolucci Sergio Batisti Paolo Berretti Massimo Bettini Stefano Bianchini Eleonora Bianchini Bartoletti Maddalena Bini Valerio Bortolotti Paola Brilli Santolini Maria Teresa Caminati Sessoli

Ivano Carletti Maria Pia Cavallari Romoli Alessandro Conti Carlo Corazzesi Simone Del Regno Benedetta Della Bordella Bettina Della Bordella Filippo Dobrilla Walter Falconi Niccolò Francalanci Paolo Gambassini Gianni Ledda Roberto Lombardo Alberto Longinotti

Grazia Madiai Della Bordella Giovanni Maltinti Lucia Marlazzi Bini Roberto Matteuzzi Guido Mori Rossella Papi Bianchini Claudio Pederzani Alessandro Piazzai Roberto Porrati Piero Prezioso Giancarlo Romoli Silvia Rosselli Massimo Savelli Giuseppe Sessoli

Giovanna Simoni Dobrilla Simonetta Tarchi Vignozzi Giovanni Tarocchi Vittorio Taviani Maria Paola Tesi Fivizzoli Maura Tommasi Francalanci Mauro Ugolini Tamara Ugolini Stefano Vaiani Graziano Vangelisti Antonio Vangelisti Pier Giorgio Vigiani Marino Vignoli Enrica Vignoli Enrico Vignozzi

DAL PROSSIMO 1 DICEMBRE 2010 SARA’ POSSIBILE RINNOVARE L’ISCRIZIONE AL CAI

QUOTE SOCIALI PER L’ANNO 2011 Si ricorda che, a norma di Regolamento Generale, le quote sociali devono essere corrisposte alla Sezione

entro il 31 marzo di ogni anno Si informano i Soci che, in caso di versamento delle suddette quote in data successiva al 31 marzo, sarà Loro sospesa sia la copertura assicurativa relativa al Soccorso Alpino e Speleologico, sia l’invio delle pubblicazioni nazionali e sezionali del CAI. Si informa inoltre che in caso di ritardato pagamento delle quote sociali sia la copertura assicurativa, sia l’invio delle sopraddette pubblicazioni saranno riattivate esclusivamente a decorrere dall’effettiva data del versamento. Le quote sociali per il 2011, stabilite dall’Assemblea Ordinaria dei Soci della Sezione, sono le seguenti: Soci Soci Soci Soci

Ordinari • 53,00 + • 4,00 (assicurazione Sede Centrale) = • 57,00 Familiari • 25,00 + • 3,00 (assicurazione Sede Centrale) = • 28,00 Giovani • 20,00 + • 3,00 (assicurazione Sede Centrale) = • 23,00 Vitalizi • 20,00 + • 4,00 (assicurazione Sede Centrale) = • 24,00

Il versamento può essere effettuato in contanti o tramite assegno bancario, Bancomat, Carta di Credito, presso la sede sociale – Via del Mezzetta 2M – 50135 FIRENZE (tel.: 055 6120467 – fax: 055 6123126 – segreteria@caifirenze.it) nei giorni:

- dal lunedì al giovedì – dalle ore 16,00 alle ore 19,00 - il venerdì dalle ore 9,00 alle ore 13,00 e dalle ore 16,00 alle ore 19,00 - ed inoltre il mercoledì dalle ore 21,00 alle ore 22,30 fino a mercoledì 31 marzo compreso oppure, esclusivamente entro il 31 marzo, può essere effettuato in contanti o tramite assegno bancario presso i seguenti negozi, secondo i rispettivi orari di apertura: - CLIMB (via Maragliano, 149/151 r. - 50144 FIRENZE), CRAZY MODEL (via R. Paoli, 1 - 50018 SCANDICCI), LIBRERIA STELLA ALPINA (via Corridoni, 14r – 50134 FIRENZE), OBIETTIVO MONTAGNA (via Arnolfo, 6M – 50121 FIRENZE). Il versamento della quota sociale può inoltre essere effettuato tramite bollettino di conto corrente postale (conto corrente postale n° 28036507, intestato a Sezione Fiorentina del Club Alpino Italiano, via del Mezzetta, 2M – 50135 FIRENZE) Con l’occasione si ricorda che coloro che effettuano il versamento sul conto corrente postale sopraindicato, sono tenuti a corrispondere alla Sezione la quota maggiorata di • 4,00 (per nucleo familiare) per il rimborso della spesa postale per l’invio del bollino annuale del CAI tramite raccomandata 9


IL DOPING NELL’ALPINISMO Riflessioni e considerazioni su un articolo di Spiro Dalla Porta Xidias pubblicato sulla Rivista del CAI del Marzo-Aprile 2010, Il doping nell’alpinismo di Spiro Dalla Porta Xydias. Non mi sarei mai aspettato che il CAI potesse dare voce alla difesa del doping in un momento in cui lo stesso guarda con attenzione ai giovani come futuro ricambio generazionale. Leggendo l’articolo, a mio avviso completamente astratto, ho dovuto ravvisare come, pur di scrivere qualcosa, non si vada a riflettere su ciò che si scrive. Capisco che molti alpinisti non considerino l’alpinismo stesso uno sport ma, partendo dai presupposti dell’articolista, sono andato a cercare su un buon vocabolario (non certo su wikipedia) il significato della parola sport: “l’insieme delle gare e degli esercizi compiuti individualmente o in gruppo come manifestazione agonistica o per svago o per sviluppare la forza e l’agilità del corpo”(Zingarelli).

Gentile redazione, sono un medico chirurgo; lavoro in uno dei più grandi ospedali di Firenze. Appassionata di montagna, escursionismo e alpinismo,divido questa passione con mio marito, socio CAI di Firenze da molti anni. Ho appena letto alcuni articoli del bimestrale (‘La rivista’, marzo-aprile 2010) e sono rimasta veramente SCANDALIZZATA da quanto riportato nell’articolo scritto dal sig. Spiro Dalla Porta Xydias, intitolato “il doping nell’alpinismo”. Questi, oltre a sostenere infatti che l’alpinismo non è uno sport, si permette di sostenere e ribadire più volte che l’uso di droghe e sostanze stupefacenti in genere, assunte al fine di migliorare la prestazione fisica dell’alpinista e permettere così il raggiungimento della vetta,in special modo quando gli permetta di ‘salvare delle vite’, E’ ASSOLUTAMENTE GIUSTIFICATO! E a sostegno di questa nefandezza adduce come motivazione il fatto che l’alpinismo, appunto, non è uno sport e tanto meno uno sport competitivo! Quindi assumere droghe, non comporta danni a nessuno! E ciò,secondo lui, le rende assolutamente lecite!

Non c’è bisogno di essere premi Nobel per trarre delle conclusioni logiche da questo e, voler dimostrare il contrario, è come sostenere che i compilatori dei vocabolari sono emeriti cretini. Il fatto che non ci sia competizione è a mio avviso riduttivo poiché in passato e probabilmente in futuro ci sarà a volte competizione per una parete o per una cima (evito di citare casi noti, tanto li conosce senza ombra di dubbio). Rimango tuttavia basito quando leggo: La montagna non è un terreno di calcio, né un campo da tennis. Discorso lapalissiano: mai visto giocare a calcio o tennis in parete e, chiedo a chi ha scritto ciò, mai visto sport dove l’elemento di competizione è un’asticella da scavalcare? Anche qui la competizione si svolge su un’ottica verticale e non orizzontale. Tuttavia il periodo successivo mi lascia aperta una porta ad una illazione: se è vero che è etico qualsiasi elemento in grado di salvare vite umane allora mi sentirò libero di mettere altri chiodi su vie alpinistiche storiche quando non saprò come riscendere o salire. A nulla varranno le pagine scritte da altri secondo cui le vie sono opere d’arte; e ci vuole molta fantasia per accettare questa frase, mi creda: alla fine degli anni sessanta un artista inscatolò la propria m... e ci scrisse sopra “Merda d’artista” e la mise in commercio. Tuttavia voglio essere anche sincero con SDPX, ha ragione lui a scrivere In questi casi la colpa è tutta dell’uomo che nel monte cerca un mezzo di affermazione individuale. Verissimo, basta leggere libri alpinistici e riviste per capire a che punto di narcisismo (nel suo senso più esteso) siamo arrivati: prendiamo la Rivista del CAI e guardiamo sulle nuove ascensioni nelle Alpi orientali dell’ultimo anno (da maggio 2009 ad aprile 2010): su 51 nuove ascensioni, ben 23 (il 45%) sono di Mazzilis, lo stesso che cura la pagina! Lo scarpone cita che Mauro Corona ha smesso di bere (la prossima sarà quando qualcuno lascerà una mucca per la strada?). Il volume Tre Cime di Svab e Renzi riporta addirittura 8 prime arrampicate sulla stessa via a pag.120. Ricordo anche di aver letto in un volume sulle Dolomiti della Fassa prima ripetizione senza riposo

Vorrei obbiettare a questo proposito quanto segue: - le sue giustificazioni sono scandalose e insostenibili sotto ogni punto di vista; un alpinista che si ‘dopa’ può giungere infatti facilmente a prestazioni di tale difficoltà che al VERO alpinista, quello ‘pulito’, per intendersi, risultano proibitive o addirittura impossibili! Ciò è sleale nei confronti di tutti, alpinisti e non. -vorrei inoltre far presente al sig.Spiro Dalla Porta Xydias, che prima di scrivere e pubblicare quanto sopra dovrebbe meglio informarsi sugli effetti fisici e mentali delle sostanze stupefacenti di cui parla in particolare sui danni permanenti e irreversibili che queste comportano,talora anche per una sola assunzione! - vorrei infine far notare all’articolista ( e a chi gli ha permesso di pubblicare questi vaneggiamenti) che a seguito del suo articolo può essere denunciato in sede PENALE per il ben noto reato di ISTIGAZIONE ALL’USO DI SOSTANZE STUPEFACENTI , articolo 82 del DPR 309/1990. Spero onestamente di non dover leggere più cose simili, un articolo che mi ha offeso profondamente sia come alpinista “pulita” che, soprattutto, come medico. Cordiali saluti Alessandra Cammilli Gentile Direttore, vorrei esprimere il mio dissenso sull’articolo 10


alle soste (allora se non farò i miei bisogni prima di salire una qualsivoglia via, anche io potrò ambire ad essere citato in un libro?). Ma la ciliegina che più di ogni altra dimostra quali menti ristrette operano e quale sia lo spessore morale e culturale degli stessi è la seguente: Marmolada, parete

Sud di Giordani pag.32: H. Auer ha spostato ancora il limite, salendo la “Via attraverso il pesce”....il giorno prima si era calato in corda doppia lungo l’itinerario per una ricognizione; forse questa è l’unica nota stonata in un’eccezionale realizzazione come questa”. Già, l’invidia è una brutta cosa... e a pensar male si pecca ma s’indovina.

ROBERTO MASONI

Sandro Caldini

rispondo volentieri ... Sfogliando la Rivista dello scorso febbraio, francamente non avevo fatto caso all’articolo di DallaPorta Xidias intitolato “Il doping nell’alpinismo”. L’ho fatto solo quando ho cominciato a ricevere alcune mail che ne contestavano apertamente il contenuto e delle quali ne pubblichiamo due, quelle che mi sono parse più significative. E come giustamente hanno sottolineato gli Autori delle mail, credo che questo contributo di Dalla Porta meriti qualche considerazione e qualche approfondimento su due aspetti concreti dei quali vale la pena discutere: quello storico e quello etico. Vediamo perché.

Cioè: “Rovistando nella scatola dei medicinali mi viene tra le mani un flacone di gocce per il cuore che la premurosa dott.ssa Belart di Grindenwald mi aveva dato …” (o.c. pag. 118). Gocce per il cuore quindi. Il fatto curioso, curioso a tal punto da disorientare, è che solo qualche rigo dopo Dalla Porta afferma: “Non occorre essere luminari […] per supporre che si trattava di un qualche drogaggio”. Evito qualunque commento. Facciamo un passo indietro. Ho parlato della pubblicazione per i tipi Vivalda di quella che è poi la seconda edizione del volume, essendo la prima pubblicata da Cappelli Editore in Bologna nel 1953. Prima edizione tradotta da Die Drei Letzen Probleme der Alpen di Andreas Heckmair (Munchen 1949). Su Parete Nord di Heinrich Harrer (Mondadori Editore 1999, prima edizione – traduzione di Paola Mazzarelli, verosimilmente dall’inglese The White Spider) Harrer riporta un estratto della versione originale di Heckmair: “Torna utile a questo punto il cardiotonico che ho nella sacca del pronto soccorso. Mi ha dato la fiala l’ottima dottoressa Belart di Grindenwald, per le emergenze …” (o.c. pag. 117). Cardiotonico quindi, per l’esattezza.

Una faccenda da chiarire per evitare equivoci storici Affronto, per primo, quest’argomento essendo, forse, il terreno a me più congeniale. Dalla Porta afferma che Anderl Heckmair, primo vincitore della nord dell’Eiger, fece, in quell’occasione, ricorso a droghe. E’ un’affermazione che ritengo grave, lontana dalla realtà. Ne spiego il motivo. Chi ha avuto, nel tempo, la bontà di leggermi, sa che la nord dell’Eiger è, da sempre, uno dei miei argomenti preferiti. Non come alpinista, certo, essendo per me, una parete preclusa a causa di un motivo semplicissimo, lo dico senza vergogna: diciamo che non ho sufficiente “pelo sullo stomaco” non solo per tentarla ma anche per pensarla. Ciò non significa che non la conosca tuttavia molto bene e ne conosca ancora meglio la storia, lo dico senza alcuna presunzione. Sappiamo, per bocca dei protagonisti, che, qualche giorno prima dell’ascensione, Heckmair e Vorg trovarono ospitalità, grazie a un giro di amicizie, presso l’abitazione della Dott.ssa Belart a Grindenwald. Fu la stessa Belart, forte delle proprie conoscenze cliniche, a dare loro un flacone, contenente un liquido da somministrare in gocce, che avrebbe potuto rivelarsi utile in caso di bisogno. In effetti lo usarono: erano nel tratto definito le “fessure finali”, la stanchezza era enorme, i ripetuti bivacchi e le difficoltà dell’ascensione avevano sicuramente fiaccato il loro fisico, la cima era ormai a portata di mano e Vorg, peraltro travolto da una caduta di Heckmair, non era nelle migliori condizioni fisiche. Questa, nella sua semplicità, la storia.

Ambedue le versioni, pur sottilmente diverse, sono quindi sostanzialmente concordi. Non era droga ma cardiotonico, lo stesso farmaco che ogni buon capogita, ogni buon Istruttore, ogni buon Accompagnatore, porta sempre nello zaino. L’affermazione di Dalla Porta non trova perciò alcun plausibile riscontro storico, lo scrive Lui stesso. E comunque, ammesso e non concesso fosse sostanza proibita, pensate davvero che Heckmair ne avrebbe parlato con tanta spontaneità e disinvoltura, soprattutto in quel particolare contesto storico? Quella di Dalla Porta è, quindi, un’affermazione gratuita che mi meraviglia assai in un personaggio di cultura quale Egli è. Sappiamo peraltro (prefazione alla riedizione de Gli ultimi tre problemi delle Alpi) che Dalla Porta era amico di Heckmair al punto da dichiarare: “… il dono più eccezionale che ho ricevuto è stato quello di essere diventato amico sia di Anderll che di Riccardo (n.d.r.: Cassin): due uomini i cui nomi sono incisi per sempre nella storia del grande alpinismo e dell’ardimento umano”. Se Dalla Porta considera un dono l’amicizia di Heckmair, certamente queste ultime affermazioni non vanno in quella direzione, certo non marcano alcun punto in favore della reputazione di Heckmair. Se è, invece, personalmente in possesso di verità sconosciute, per quanto ne dubiti, Le denunci. Sarebbe un passo avanti nella conoscenza della storia dell’alpinismo. Detto questo, e francamente ne farei a meno, devo purtroppo segnalare anche un’altro abbaglio storico. Può sembrare banale ma non lo è ed, in quel particolare contesto, ha una sua validità storica. Dalla Porta afferma che Harrer non aveva piccozza ma non trova alcun riscontro storico. E’ vero invece che ad Harrer mancavano i ramponi. E’ Lui

Dalla Porta copia nel Suo articolo alcuni passaggi tratti dal libro di Heckmair, Gli ultimi tre problemi delle Alpi, che corrispondono a quanto contenuto nella riedizione del 2006 pubblicata da CDA Vivalda per la collana “I Licheni”. 11


stesso, nel suo libro perbacco, a darci spiegazione e giustificazione coerente di tale mancanza. Il fatto è che sia Harrer che Kasparek, suo compagno, ebbero, invero, un approccio sbagliato nei confronti della parete nord dell’Eiger; pensarono infatti di trovarsi di fronte ad una “muraglia di roccia” con “chiazze di ghiaccio e neve” (testuale). Un paio di ramponi pesava molto nel 1938 e considerando la solitaria presenza di alcune “chiazze” di neve, i due compagni pensarono bene di portarne un solo paio (che peraltro, stando alla versione di Harrer, sarebbero serviti a Kasparek, notoriamente abile sui tratti ghiacciati) per sfruttare l’equivalente peso in cibo e generi da bivacco. Il fatto che, a causa di ciò, fossero molto lenti (ed era inevitabile) creò la possibilità a Heckmair e Vorg di raggiungerli e quindi formare un’unica cordata. Questa, nella sua semplicità, la storia.

intellettualmente e culturalmente un ambiente alpino e alpinistico vecchio, chiuso in se stesso, severo oltre misura. Francamente di un Nuovo Mattino ve ne sarebbe ancora bisogno nel nostro ambiente. Scomodare il movimento sessantottino, poi, come fa Dalla Porta per giustificarne profili di etica scorretta, è francamente fuori luogo. Ho vissuto quei movimenti, ho perciò la presunzione di conoscerli. E’ di quel periodo la condanna dell’Autore all’uso di droga tanto da definirne tale impiego con il termine di sbandate motivate dall’imitazione di un certo costume in voga, all’epoca, nell’ambiente degli arrampicatori californiani. Ne “Il doping dell’alpinismo” Dalla Porta articola in modo diverso il proprio pensiero etico, tanto da permettermi di suggerire un rapido ritiro dalle librerie de L’etica dell’alpinismo. Sembra concentrarsi, Dalla Porta, sulla necessità di un lecito uso di droga solo in certe condizioni, quelle di pericolo ove serva a salvare una vita umana. Anche a proposito dell’ascensione dell’Eiger, di cui parlavo poc’anzi, dichiara infatti: “Ma quale etica! Non solo non ha [n.d.r.: Heckmair] danneggiato nessuno […] ma al contrario, oltre alla propria, ha salvato la vita dei tre compagni …”. Continua, più genericamente, affermando che “la montagna non è un terreno di calcio […] per cui qualsiasi elemento in grado di salvare una vita umana è etico” per concludere che “dal punto di vista etico […] l’uso estemporaneo del drogaggio può talvolta risultare addirittura necessario per la salvezza comune …”. Etica, quindi, o come diavolo la si voglia chiamare. Francamente, parlando di uso di droga, dovremmo auspicarci una maggiore prudenza di giudizio; la casistica personalizzata è un circolo vizioso dall’elevata pericolosità. Sarei tentato, come recentemente ho già fatto con il Sig. Giorgio Bocca, di scrivere …

Dell’etica o come diavolo vogliamo chiamarla Leggendo l’articolo di Dalla Porta confesso di aver avuto molti dubbi. Può darsi sia dovuto alla mia scarsa intelligenza. Ma se, ad una prima lettura, ho avvertito una certa meraviglia è subentrato, nelle letture successive, il legittimo sospetto che con il termine drogaggio Dalla Porta intenda, oltre all’esistenza ed all’uso di particolari farmaci, anche una condizione psicologica da interpretare come stimolo all’azione diretta. Non a caso cita l’impostazione ideologica di coloro che realizzarono i primi tentativi alla nord dell’Eiger. Membri, per lo più, di quella “Scuola di Monaco” storicamente nota per le motivazioni ideologiche, ovvero di senso politico visto il particolare contesto nazista, che spinsero molti giovani tedeschi ad avvicinarsi all’alpinismo e ad osare oltre il lecito. Dalla Porta è Autore, molti tuttavia non lo ricorderanno, di un libello intitolato “L’etica dell’alpinismo”, edito dal Club Alpino Italiano nel 2002, a cura della Commissione Centrale per le Pubblicazioni. Un manuale (come definirlo?) della collana “Quaderni di Montagna e Cultura”. E’, sostanzialmente, un tentativo di collocazione del pensiero alpinistico che offre al Lettore, nella narrazione delle sue tappe fondamentali, spunti di riflessione su taluni modelli di comportamento che introducono un’etica valutazione delle attività di montagna. E’ un contributo nel quale il problema droga affiora solo marginalmente, sottinteso, ma in coincidenza di un distinto periodo storico, quello del Nuovo Mattino. Di quel particolare momento, cioè, che è coinciso con l’affermarsi di un nuovo modo di concepire l’alpinismo in funzione del piacere dell’arrampicata senza vincoli di vetta, mi piace definirlo così. Movimento di pensiero che Dalla Porta, mi par di capire, liquida in maniera tranciante, in senso negativo, riproponendo invece un alpinismo come simbolo di trascendenti spiritualità, fonte di ispirazione di elevati sentimenti, temi, d’altronde, non nuovi, già affermati dallo stesso Domenico Rudatis. Torna ad affermare i valori della “lotta con l’Alpe”, dell’alpinismo “eroico”, insomma la solita anticaglia. Nessuno si offenda per questo termine, sbaglierebbe, perché io, per primo, trovo di estrema utilità, soprattutto in alpinismo, affidarsi alla tradizione ma è vero tuttavia, pur lasciando a ognuno libertà di valutazione, che in alpinismo, come nella vita d’altronde, è anche necessario crescere, migliorarsi, andare avanti, anche se condizionati da una fatale percentuale di errore. Gian Piero Motti, ispiratore del Nuovo Mattino, fu chiaro: “Se qualcuno dirà che questo non è alpinismo, di certo non ci sentiremo offesi”. Il Nuovo Mattino è stato un movimento dalla formidabile intuizione, uno straordinario movimento nato spontaneamente con l’unico obiettivo di rinnovare

Pregiatissimo Dalla Porta, sono stato educato ad una severa rigidità di pensiero, forse anche eccessiva, per cui cerchiamo di capirsi; il carciofo fa i carciofi e il pero fa le pere. Ho, come Lei, un peso non indifferente di anni da portare dentro lo zaino e, come Lei, ho avuto modo di constatare come, negli anni, sia andato trasformandosi il modo di frequentare e vivere la montagna. Oggi, abbiamo tutti un telefonino, non di rado un GPS, talvolta strumenti cartografici elettronici con tanto di curve di livello. Ora Lei ci sta dicendo che, oltre a tutto ciò, dobbiamo anche fornirci di drogaggi perché come Lei sostiene … in fin dei conti si tratta solo di un uso estemporaneo. Scusi, abbia pazienza, di cosa parliamo? Mi spiega, per favore, per quale motivo, dovrei andare in montagna, ogni volta, con il pensiero lacerante di dover salvare me stesso o qualcuno dei miei compagni? Se domani dovessi pensarla in questo modo, mi creda, smetterei di andarci e, francamente, non me ne fregherebbe un ca... un corno se è etico o non etico. La montagna per me è sempre stata allegria, un’esperienza gratificante e inebriante. Perché mai avrei dovuto metodicamente pensare al peggio, pensare che qualcuno dei miei compagni, con i quali ho condiviso e condivido la mia attività in montagna, potesse in qualche modo aver bisogno di droghe per salvarsi la pelle. Ho affrontato e, a Dio piacendo, seguiterò ad affrontare la montagna coscientemente, questo sì, ma senza “aiutini”. E non creda, ho vissuto anche qualche momentuccio di tensione, certo su obiettivi modesti quali si addicono alle mie capacità, ma mi sono sempre fidato della consapevolezza di essere in grado di eseguire quei pochi, vitali gesti, quelle poche manovre fondamentali, che mi 12


svolgiamo. Se accetta di seguire quella regola elementare che recita: “Prima viene la sicurezza, poi il divertimento, e dopo, ma solo dopo, il successo”. E se il “successo”, o come diavolo lo vuol chiamare, non arriva, mi scusi ma sa cosa Le dico: “ma chi se ne frega”. Infine, e concludo … Lei che è Autore di un “Quaderno di Montagna e Cultura”, ritiene il Suo intervento eticamente corretto? Un cordiale saluto. La mia opinione sull’argomento

hanno sempre permesso di tornare a casa sano e salvo fatta eccezione per un fastidioso mal di denti causato dal prolungato sforzo di stringerli. E poi, scusi, Dalla Porta. Anche se proprio volessi … la droga, o il drogaggio come lo chiama Lei, dove lo trovo? Che faccio, mi rivolgo a uno spacciatore? Un po’ come quando, giovanotti squattrinati, passavamo dai “Greci” (che non erano spacciatori, sia chiaro, vendevano di contrabbando, tutto qui, e dubito Lei sappia della loro realtà) a comprare le sigarette prima di imboccare l’autostrada (o quello che ci pareva un’autostrada) che ci portava in Apuane. No Dalla Porta, mi creda, non mi sembra una bell’idea. Il fico … non fa né susine, né melanzane. Chiariamo anche un’altra cosa. Quando si tratta di salvare vite umane non esiste, e non devono esistere, esitazioni. Non ne devono esistere proprio, per nessun motivo, un discorso che vale, e deve valere per qualsiasi circostanza e per qualsiasi coscienza. Perché mai dovremmo applicarlo solo riferito alla montagna, scusi. Perché mai dovremmo dividere il mondo fra coloro che vanno in montagna e coloro che non ci vanno. Il valore, incluso l’esclusivo significato, di una vita umana è, per me ma lo deve essere per chiunque, unanime e universale. E se, più nello specifico come Lei scrive, vogliamo parlare di montagna, allora incrementiamo i nostri sforzi per educare. Mettiamo la nostra esperienza al servizio di un alpinismo pulito, insegniamo quello che abbiamo appreso in tanti anni di attività. E se proprio vogliamo parlare di etica evitiamo di dire, come Lei afferma, “l’ambiente […] della montagna sfugge alla logica e all’etica ordinaria”. La montagna, mi perdoni, non sfugge proprio a nulla e nemmeno ce lo ha mai chiesto. Anzi, ha invece una sua logica ben radicata in una corretta frequentazione che non deve sfuggire nemmeno all’etica, mettiamola così. Se per etica, è ovvio e senza pormi il problema se è ordinaria o straordinaria (mica siamo a una riunione di condominio), intende il fatto di viverla in modo sano, appassionato. Se accetta di combattere per la sua difesa ambientale, di apprezzarne il senso di libertà al patto di affrontarla in modo consapevole, senza “aiutini”, qualunque sia l’attività che

Dopo tanto parlare, mi sembra corretto, a questo punto, esprimere la mia opinione sull’argomento senza sottrarmi al giudizio dei Lettori, son fatto così. Considero la droga una delle piaghe peggiori, anche se purtroppo non l’unica, del nostro tempo. Ciò che denunciano sia la Dottoressa Alessandra Camilli sia Sandro Caldini è, almeno per me, assolutamente condivisibile. Il fenomeno della droga deve tuttavia farci riflettere e, pur condannandone, per più motivi, l’uso a priori, deve incoraggiarci ad osservarne, con un briciolo di obiettività, le diffuse modalità. Un fatto è, ad esempio, arrendersi alla stupidità e farne un uso rituale, magari in certi locali alla “moda” frequentati da personaggi, talvolta al limite di una insulsa celebrità. Un fatto, purtroppo, è arrendersi a un disagio sociale, a un malessere psicologico che è indizio e sintomo anche di altri fenomeni non proprio eclatanti. Storie di vite sciagurate dove la droga è la via d’uscita peggiore, storie tuttavia con le quali la società civile ha il dovere di confrontarsi senza pregiudizi nell’obiettivo di consegnare ai propri figli, se non altro, la speranza in un futuro e in un mondo migliore. E credetemi non è facile, lo affermo con umiltà ma con ragion di causa, essendo da tanti, ma da tanti anni ormai, Presidente di un’associazione di volontariato che si occupa anche di queste problematicità. E’ tuttavia un discorso che ha inevitabilmente, poiché entra violentemente nelle nostre vite di tutti i giorni, una sua complessità che, in questa sede, non ci riguarda o ci riguarda solo in un quadro ben definito e sarò più chiaro. Prevenire questi fenomeni è compito delle istituzioni ed anche il CAI, in quanto tale (e non dimentichiamocelo ...), svolge da sempre un’azione di prevenzione per il ruolo che svolge, e su tutto il terreno nazionale, nella crescita e nello sviluppo fisico e culturale dei giovani. Ho avuto modo di condividere e osservare, seppur dall’esterno, l’attività dei nostri Accompagnatori di Alpinismo Giovanile. Sono persone fantastiche, credetemi, che sanno svolgere in modo serio e competente il loro “lavoro”. Educano i ragazzi non solo alla conoscenza dei pericoli della montagna ed al modo con cui affrontarla correttamente, cosa d’altronde naturale per il nostro Sodalizio, ma soprattutto svolgono in modo eminente il loro “mandato” intellettuale e culturale come ogni buon padre e madre di famiglia farebbero. Questo importantissimo compito è la testimonianza che prevenire si può e che si può educare alla vita e all’alpinismo in modo pulito, curando le proprie debolezze – perché tutti ne abbiamo – con l’allenamento dell’organo più importante: il cervello. Da qui l’irritazione nei confronti di Dalla Porta, da qui il mio consiglio a riflettere su una frase di Giovanbattista Piaz, detto Tita: “Vi è un’importante esigenza: l’educazione dell’alpinismo. Se ne trarranno grandi risultati anche per lo spirito, giacchè educare alla Montagna è educare alla vita”. Su un fatto sono d’accordo con Dalla Porta, l’alpinismo non è uno sport. Chi lo sostiene dice una solenne stupidaggine. L’alpinismo è, più semplicemente, un’attività personale decisamente articolata che richiede notevoli 13 componenti fisiche e psichiche, peraltro affatto scontate,


AttivitĂ dei Gruppi, Scuole, Sottosezioni

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Gruppo del Monte Bianco il Petit Dru da “La Balme” (foto R. Masoni)

Gruppo del M. Bianco galleria del Nid d’Aigle - verso il Refuge de la Tete Rousse (foto R. Masoni) 16


SANDRO CARPINETA (*)

DISAGIO PSICHICO La montagna come terreno per un possibile incontro (**)

Siamo sempre alla ricerca dell’essenza delle cose, vogliamo sempre capire il perché di tutto, il come mai accadono, cosa ci spinge in questa o quella direzione. E se questo è vero per ogni attività dell’uomo, è vero anche per l’andare per monti, indipendentemente dal livello, assiduità, modo con cui questa frequentazione avviene. Passeggiare, superare il limite, fotografare animali, difficili concatenamenti, notte sotto le stelle, gita sulla neve con le ciaspole….. ritroviamo sempre la stessa magia, o per meglio dire ognuno trova la “sua magia”, e questo indipendentemente (per parafrasare Terray) da quale “sua personale preziosa inutilità sta conquistando”.

dice di sì, ma è necessario capire il perché, esplorare e trovare una dimensione teorica che sostenga quest’affermazione. Il corpo, la mente, la relazione con l’altro, le emozioni; li conosciamo come principali fondamenti al nostro essere donne e uomini. Ma facendo un grande (è poi cosi grande?) salto in avanti possiamo anche dire che sono ampie cornici all’interno delle quali ipotizzare specifici interventi in persone con disagi psichici o vere e proprie patologie psichiatriche. Proviamo a cogliere alcuni aspetti. Un elemento centrale è rappresentato dal corpo, quel corpo spesso abbandonato o negato nella patologia psichiatrica qui viene riscoperto, riappropriato; questo accade nel movimento, attraverso la fatica, nel misurasi con gli elementi atmosferici, nel confronto con la verticalità, nel raggiungimento di una meta. Il tutto in un ambiente naturale, poco modificato dall’uomo e ricco di stimoli diversi ed essenziali; l’ambiente impone ritmi e limiti, la persona diventa parte di una realtà che scorre, che costringe ad acquisire conoscenze non meramente tecniche ma integranti, come l’orientamento, i nodi, la meteo, la flora, ecc.. L’ambiente porta, quasi obbliga con naturalezza, a riscoprire la manualità, l’uso di sé e dei propri sensi in maniera compiuta, i rapporti con chi è “lì ed in quel momento”.

Cosa è questo gioco, che parte di noi entra in gioco? Di certo la nostra dimensione fisica, la fatica, i sensi, il piacere del movimento, verticalità e vertigini, riposo e tramonto; ma anche il piacere della solitudine per ritrovare l’altro, le chiacchiere la sera al rifugio, la corda che lega in parete, la solidarietà. Tutto unito, indispensabilmente catalizzato, dalle emozioni, vero motore della nostra vita psichica. Quindi corpo e movimento, risonanza con l’ambiente e con l’altro, dimensione emotiva e psicologica. Come in qualsiasi altra attività umana (forse più che in altre!) questi tre elementi sono presenti; e questo indipendentemente se vengono agiti sul facile sentiero nel bosco vicino casa o in piena difficile parete himalayana.

E queste esperienze vengono vissute in gruppo, gruppo che diventa uno spazio dove è possibile sperimentare la solidarietà, la cooperazione, la relazione anche come aiuto; dove sono condivisibili le emozioni, e sostenibili le paure, dove assieme e senza competizione è possibile indagare il “fino a dove posso arrivare” ed essere sostenuti nell’accettare l’idea che “più di questo non posso fare, per lo meno oggi”. Ogni persona diventa un anello importante all’interno del gruppo, impara ad affidarsi agli altri ma anche ad essere lui in prima persona responsabile della sicurezza degli altri; ed a questo proposito quanto la corda e le manovre di assicurazione assumono una forte pregnanza simbolica!

Ed è altrettanto innegabile, senza scomodare complesse teorie mediche, che tutto ciò è sano, salutare (nel senso più nobile del termine latino salus che rimanda anche ai concetti di benessere, integrità, vita, salvezza, mantenimento dell’esistenza …); sano per il corpo, per la mente, per lo sviluppo dell’”uomo sociale e culturale”. E qui il passo è breve, ed obbligatorie sono alcune domande! Se la montagna può dare benessere, la stessa montagna può essere praticata per l’aiuto a persone con specifiche difficoltà? Ed in particolare la montagna ha un rapporto “privilegiato” con la dimensione psicologica dell’uomo? Può essere addirittura strumento di terapia e riabilitazione per persone che presentano un disagio psichico? L’esperienza di questi anni ci

Corpo, ambiente, gruppo. Tutto viene integrato dall’emozione, che permette un costante rimando alla dimensione del sé, alla propria percezione di “esserci”, alle parti dell’io che possono ricomporsi tra 17


loro, con l’esterno e con gli altri. Questa diventa la vera azione terapeutica, la modalità attraverso cui riscoprire abilità sopite o perse, il raggiungimento di un nuovo “senso compiuto di sé”. Questo percorso è di fatto, nelle sue linee generali, quello utilizzato nella riabilitazione psichiatrica, quindi comune a tutti i tipi di tecnica usata. Ma spostandoci sulle attuali esperienze in essere vediamo che la peculiarità del rapporto tra montagna e riabilitazione psichiatrica è anche un’altra; la proposta viene fatta lontana dai consueti circuiti riabilitativi sanitari, diventando di per sé fortemente aggregante in quanto favorisce il contatto con realtà “esterne” al circuito psichiatrico (strategia centrale per impedire lo stigma sociale a cui il paziente psichiatrico è spesso sottoposto). E questo è tanto più realizzabile quanto più sinergici diventano i rapporti tra mondo della sanità e Club

Alpino; quasi tutte le realtà già operanti in Italia in questo settore fondano il proprio operato su una collaborazione forte tra operatori sanitari ed esperti della montagna le cui competenze (a volte anche opportunamente formalizzate tra Aziende Sanitarie e C.A.I.) si miscelano e si integrano in un progetto comune. Corpo, Mente, Relazione. E forse anche Istituzioni. Tutte ciò, tutte queste numerose esperienze stanno forse indicando una strada da percorrere con interesse nel prossimo futuro? (*) Dr. Sandro Carpineta, Psichiatra, membro della Commissione Medica Centrale (**) Trasmesso direttamente dall’Autore. Già oggetto di pubblicazioni CAI

MARCO ISIDORI

MONTAGNATERAPIA Una grande esperienza del Gruppo Emilio Orsini Da un po’ di tempo si fa un gran parlare di “montagnaterapia” anche se forse non tutti hanno capito cosa è con precisione.

dal solito ma anche con gli altri al fine di valutare “sensazioni, emozioni, e pensieri” fuori da un ambiente protetto come un Centro Diurno.

La Montagna terapia è una metodica curativa nell’ambito del disagio psichico che ha come obiettivo soprattutto la riabilitazione del soggetto nell’ambito di un approccio curativo multifunzionale, anche se non mancano i fautori di una vera efficacia terapeutica specifica per certi disturbi. Queste “idee” hanno trovato ampio spazio di confronto sia nell’incontro “montagnaterapia e psichiatria” al rifugio Pernici, Riva del Garda nel settembre 2005, sia l’anno dopo “settembre 2006” al Centro di formazione “Bruno Crepaz”, Passo Pordoi nell’incontro “Una metodologia per la Montagnaterapia”.

La seconda fase è stata l’incontro fisico tra i soggetti ed i nostri accompagnatori nel Centro stesso, presenti l’operatore del centro per le presentazioni ed anche il sottoscritto che come Medico psicoterapeuta ho potuto valutare le necessità psicologiche e farmi un’idea del tipo di escursioni da proporre.

Premetto che non voglio entrare con questo modesto articolo in dispute scientifiche ma solo dire che l’esperienza del gruppo GEEO è stata riabilitativa perché così richiesto dall’ASL con la quale abbiamo collaborato. La richiesta dell’ASL riguardava un gruppo di quattro persone con disagi psichici in cura presso un centro territoriale non residenziale, che quindi tornavano a casa a fine giornata, il “centro diurno 100 stelle”.

I risultati? Ottimi ci ha riferito l’operatore anche se non tutti i soggetti sono stati sempre presenti a tutte le escursioni. E’ stato facile notare come quelli che fra i soggetti erano già abituati a fare un po’ di escursionismo sono quelli che sono stati i più assidui; ma i risultati riabilitativi ci sono stati per tutti.

La terza fase sono state le escursioni vere e proprie fatte dai nostro accompagnatori “guidati” dal Presidente Aldo Terreni in persona e con il supporto logistico dell’ASL.

Cosa possiamo concludere con questa esperienza? Concludiamo che la Montagnaterapia funziona ed il CAI deve continuare ad andare avanti su questa strada, anche se con prudenza. La salute degli altri è una cosa delicata e non ci deve essere improvvisazione! Di sicuro ci devono essere impegno e voglia di aprire la montagna anche a chi presenta certe specifiche difficoltà.

La prima fase ha riguardato la richiesta specifica del centro tramite un loro operatore “Alessandro” che ci ha spiegato la loro necessità, una serie di piccole escursioni, per permettere ai soggetti un confronto con sé stessi in un ambito un po’ diverso 18


MARINA TODISCO Torre Delago lo Spigolo Piaz (foto R. Masoni)

SPIGOLI DOLOMITICI

Quante volte da piccoli i nostri genitori ci hanno detto di stare attenti agli spigoli? Ci ripensavo proprio mentre, al secondo tiro di corda, ho letteralmente afferrato fra le mani lo spigolo Piaz della torre Delago. Lo spettacolo che si apre alla vista è verticale, una muraglia dritta e senza fine, l’esposizione è terrificante. Lasciata la confortante e assolata parete sud che si staglia di fronte al rifugio Re Alberto, si prova la sensazione di ripercorrere gli stessi passi di Tita Piaz, infatti la dolomia chiara è davvero consumata nei passaggi obbligati e riluce come bianco marmo sotto i raggi del sole che la illuminano da secoli. Proseguo fra appigli e appoggi, trasportata dalle emozioni che si avvicendano in me, un misto di paura e audacia, mentre lo sguardo corre furtivo in basso: ma dove finisce questa parete scura? Cerco di ispirarmi a Piaz.Che movimento avrebbe fatto lui adesso? E’ pur sempre una facile scalata di quarto grado. Chissà se Tita ha provato le stesse sensazioni durante le sue epiche salite, di cui molte in solitaria. Aveva paura ‘il diavolo delle Dolomiti’? Cosa avrà pensato, lui, quando la vita gli scappava via, dopo aver condotto distrattamente la sua bicicletta contro lo spigolo della fontana che da sempre si trova lì, nella via dove egli nacque a Pera di Fassa; lo schianto fu mortale nel lontano 6 agosto 1948. La paura non mi abbandona, ma è giusto che sia così. Non voglio essere fra quelli che si vantano di non provare mai questo sentimento; chi non prova paura in montagna, rischia di non valutare correttamente i pericoli e di creare problemi a sè e agli altri. Aborro, d’altro canto, quella stampa aggressiva e predicatrice, che fa della montagna l’assassina, e, degli alpinisti gli sprovveduti piccoli uomini, che l’affrontano senza cognizione. Abbiate, dunque, la giusta dose di paura, giacchè da bravi alpinisti, l’audacia e la forza non vi mancano!Questi pensieri sono soprattutto per me, mentre risalgo delicatamente il bianco spigolo in questa splendente giornata di sole con il cielo terso e blu. La vita è bella, scalare è divertentissimo ed io me ne giovo, come il Tita fece per lunghi anni. Sono qui alle Torri del Vaiolet grazie al GATP, il Gruppo Alpinistico Tita Piaz del CAI di Firenze. Anche gli entusiasti fondatori del gruppo nel 1977 si sono ispirati a lui, e gli attuali membri sono ottimi alpinisti, che hanno paura quando serve. 19


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MICHELE CUCCURULLO

QUANDO SI PARLA DI SPELEOLOGIA ...

Quando si parla di speleologia, nell’immaginario collettivo si pensa unicamente ad ambienti senza luce, per lo più freddi e molto stretti in cui si calano personaggi strani vestiti in maniera bizzarra. Ed è tutto vero, ma, per fortuna, non c’è solo questo. Infatti, l’attività speleologica è talmente ampia e variegata che spesso non s’immagina quanto si deve studiare e capire il “fuori” prima di esplorare il “dentro”.

esterne per cercarne di nuove, mettendo il naso in tutti i buchetti sperando di percepire un minimo di circolazione d’aria, che in estate soffia dagli ingressi bassi e viene aspirata da quelli alti e in inverno fa il contrario. Se questa condizione è soddisfatta si scava

Al Gruppo Speleologico Fiorentino siamo fortunati, dalla fine degli anni ottanta fino ad ora un manipolo di soci ha rivoltato gli abissi di mezza Italia (e di un po’ di mondo... ), scoprendo percorsi nuovi con una naturalezza disarmante e reinterpretando l’attività come nessuno mai si sarebbe immaginato. I nostri hanno cominciato ad interessarsi non solo all’acqua, che scorre e modella a proprio piacimento le viscere delle montagne, ma anche all’aria, che soffia instancabile su e giù per gli abissi, preoccupandosi solo di invertire il moto quando cambia la stagione da calda a fredda e viceversa (in grotta le mezze stagioni non ci sono mai state… ). subito grazie a piede di porco, mazza e scalpello, che non devono mancare mai, per capire se il nostro buco soffiante è degno di futuro interesse. In tutti i casi, se abbiamo fortuna, comincia il bello: si parte ad armare percorsi inesplorati e mai calpestati da piede umano, senza dimenticare le cautele che questa condizione impone, si scendono pozzi, si superano strettoie, magari si cammina in gallerie cercando l’acqua che ha scavato e seguendo l’aria che ci fa da guida.L’adrenalina ci farebbe proseguire per chissà quanto, ma non bisogna dimenticare il rilievo, la documentazione fotografica, le temperature da registrare ed eventuali presenze d’insetti. Tutto deve essere a beneficio di un lavoro che è solo all’inizio.

Grazie a tanto furore esplorativo in Carcaraia, il nostro palcoscenico preferito, abbiamo una cinquantina di chilometri di grotte conosciute e probabilmente moltissimi ancora da scoprire. Ma non è solo frutto di pratica sportiva di eccellenti atleti, è il risultato di un’attenta analisi dell’esterno, messa in continua relazione con i rilievi delle nuove esplorazioni in grotta. Sempre più spesso così negli ultimi anni abbiamo intensificato la ricerca sul territorio, molte volte collaborando con gli altri gruppi che lavorano in Carcaraia. Tutto parte da una carta dell’area carsica, rielaborata con tutti gli ingressi conosciuti e i rilievi delle grotte più rilevanti, dati che sono sapientemente conservati grazie al catasto regionale, curato dalla Federazione Speleologica Toscana. Una volta individuata la zona che ci interessa si prendono in esame le cavità già viste: consultando il catasto se ne guarda il rilievo e si cercano le relative pubblicazioni degli esploratori, per capirne storia ed eventuali potenzialità, si riarmano e si cercano nuove prosecuzioni, che possono essere finestre non viste, fessure da allargare o frane da scavare. Contemporaneamente si cominciano le battute

Una volta a casa si dimentica il freddo sofferto e le fatiche patite, siamo combattuti tra la voglia di tornare immediatamente in montagna e l’esigenza di capire dove siamo stati. Così si restituisce il rilievo effettuato, mettendolo subito in confronto con la mappa esterno/interno e, dando vita ad una miriade di congetture, sempre in bilico tra fantasia e razionalità, si aprono discussioni sulle potenzialità del lavoro svolto e gli scenari che potrebbe aprire, in attesa spasmodica del sabato successivo. 21


MASSIMO PASQUINI

40 ANNI INSIEME

Difficile parlare di un compleanno senza cadere nella retorica ma il nuovo CD dal titolo “40 anni insieme”, che i soci possono trovare in segreteria del CAI, è la testimonianza concreta di un percorso che si è sviluppato e consolidato in 40 anni di storia e che affonda le sue radici nella gioia di cantare, nella condivisione della passione per la montagna, nel rispetto per l’ambiente e nei valori come l’amicizia e la solidarietà.

La pattuglia di sette soci del CAI, appassionati di canto, che nel 1970 fu riunita da Claudio Malcapi, è cresciuta e si è consolidata nel tempo e rappresenta oggi una solida realtà formata da circa 45 coristi che svolgono una intensa attività nell’ambito della sezione del CAI di Firenze. Nel corso di questi 40anni si sono avvicendati tre maestri, ognuno con personalità, carattere e sensibilità diverse e forse proprio per questo complementari nel rappresentare la coralità di tipo popolare. Nell’anno in corso, per festeggiare il quarantesimo anniversario abbiamo organizzato due straordinari eventi. Il primo al Castello del Trebbio e il secondo a Ronta quest’ultimo alla presenza di molti ex coristi che con la loro nutrita presenza hanno dimostrato un forte attaccamento alla Martinella. La scelta di cantare in coro è la sintesi di molte aspettative che restano immutate nel corso del tempo. Alla base ci vuole una grande passione per il canto e il particolare per il canto popolare, C’è chi prova piacere a imparare la musica, c’è chi pensa che sia lo svago più intelligente a cui dedicare il tempo

Sottolineare questa ricorrenza è doveroso non solo per rendere omaggio alla storia di un’attività della nostra sezione ma anche per evidenziare il fatto che nella nostra regione sono pochissimi i cori che possono vantare un analogo risultato. Spesso, infatti, i cori amatoriali sono legati alla figura del maestro fondatore che in molti casi imprime al coro stesso anche una determinata caratterizzazione. Succede sovente che appena il maestro lascia la direzione, il coro si sciolga. La Martinella è il coro del Club Alpino Italiano della Sezione di Firenze e questa appartenenza è garanzia di continuità, di interazione e di compartecipazione alla vita della sezione. 22


libero, chi persegue il piacere e l’emozione di esibirsi, chi si sente realizzato nel partecipare al lavoro di gruppo, chi avverte il bisogno di mantenere vive le canzoni di montagna e toscane imparate dai genitori o dai nonni. Ognuno quindi ha le sue priorità ma, considerato l’impegno e la disciplina richiesti, c’è un comune denominatore che in sintesi si può definire con cinque parole: “condividere la gioia di cantare insieme”. Non si partecipa alla vita di un gruppo che di media richiede la presenza attiva una volta ogni tre giorni se non si percepisce anche il piacere di stare con gli altri. Cantare insieme è sentirsi parte di una squadra è sentirsi componenti di uno strumento complesso che si esprime in armonici accordi solo se ogni partecipante si impegna al massimo delle sue possibilità. Il senso di partecipazione e di amicizia diventa ancora più forte se insieme si realizzano azioni di solidarietà. Nel 2009 abbiamo effettuato diversi concerti a favore di varie associazioni, raccogliendo complessivamente oltre 5.000 euro. Non è moltissimo ma neanche poco e penso che tutti noi, come soci del CAI, dobbiamo essere orgogliosi della nostra sezione fiorentina per questo risultato tangibile, concreto. La solidarietà che è propria della gente che ama la montagna è per la Martinella un segno distintivo e un impegno costante.

sopra: la copertina delnuovo CD nella pagina a fianco: il Coro a Venezia (2010)

Mi fermo qui perché la retorica mi porterebbe lontano. Consentitemi solo di ringraziare la sezione fiorentina che ci è sempre stata molto vicino e ricordare tutti gli amici che nel corso di questi anni ci hanno lasciato. Mi piace pensare che in questo momento stiano ascoltando il nostro ultimo CD; qualcuno resterà ammaliato, altri storceranno il naso pensando: “se c’ero anch’io veniva meglio”, tutti però si rallegreranno per questo compleanno e faranno gli auguri di lunga vita alla Martinella. PER I SOCI DEL CAI FIRENZE IL CD “40 ANNI INSIEME” E’ IN VENDITA A PREZZO SCONTATO PRESSO LA SEDE DI VIA DEL MEZZETTA, 2m NEGLI ORARI DI APERTURA DELLA SEGRETERIA 23


Posa in opera di un cartello indicatore (foto G. Tellini) 24


GIANCARLO TELLINI

SENTIERI E SEGNALETICA

Il desiderio di svolgere un’attività sportiva a contatto con la natura, di ritornare a gustare il valore del tempo e dello spazio a misura d’uomo, spinge oggi un numero sempre crescente di persone ad abbandonare nel loro tempo libero le città e frequentare il mondo della montagna. Negli ultimi anni il territorio camminabile si è ampliato dall’alta montagna ai fondovalle, fino a comprendere le immense distese collinari che caratterizzano la maggior parte del territorio italiano e di quello toscano in particolare.

antica cultura. Solo quando, più tardi, gli amanti dell’ambiente naturale sono tornati per la campagna, i boschi e i monti si sono ricercate le antiche tracce. Si sono ripristinati sentieri e mulattiere. Schedandoli. Rendendoli di nuovo agibili. Segnandoli. Anche la nostra sezione, nel lontano 1978 iniziò il lungo e impegnativo lavoro della tracciatura dei sentieri della nostra provincia ed a metà degli anni 80 pubblicò una eccellente guida escursionistica, curata da Aldo Benini con la collaborazione di altri soci grandi conoscitori del nostro territorio. Questi volumi, che nel tempo diventarono tre, rappresentano ancora oggi – a parere di molti- il meglio che sia stato fatto, non solo per la descrizione dettagliata dei percorsi escursionistici ma anche, e soprattutto, per le testimonianze storico-artistiche dei luoghi attraversati e la rappresentazione accurata delle ricchezze ambientali presenti. Per molti di noi, ancora oggi, malgrado variazioni dovute alle normali trasformazioni del territorio ma anche ad aggressioni all’ambiente da parte di insediamenti spesso invasivi e a volte sgradevoli, rimangono testi molto affidabili e di continua consultazione. Negli anni 90 a seguito di una legge (L. 24.12.1985 n.776) che recitava “il CAI provvede al tracciamento, alla realizzazione e alla manutenzione dei sentieri, opere alpine e attrezzature alpinistiche”, la nostra associazione si dedicò con rinnovato impegno al compito assegnatele facendo manuali e corsi per gli operatori delle sezioni, nella consapevolezza dell’importanza che quest’attività ha, non solo per il turismo, ma anche, soprattutto, per la tutela dell’ambiente e per la sicurezza degli escursionisti, fra i quali è sempre più alto il numero di quelli inesperti, che quindi hanno ancora più bisogno del supporto dei segni e della cartellonistica per orientarsi.

E’ l’amore per la montagna in tutte le sue manifestazioni che accomuna sia chi compie una semplice escursione nel bosco, sia chi affronta le più impegnative pareti di roccia e di ghiaccio e che li rende entrambi “alpinisti” indipendentemente dal grado di difficoltà tecniche affrontate. La montagna si presenta così veramente come un terreno di svago e di azione per tutti, poiché ognuno può trovarvi motivo di gratificazione nell’esercizio dell’attività più consona alla propria predisposizione e alla propria capacità. Qualunque sia la destinazione scelta, una delle condizioni sufficienti se non necessarie è la presenza di un sentiero per raggiungerla. La storia Fin dal tempo dei tempi, uomini e animali hanno segnato il territorio con varie tracce. Faticosamente. Giorno dopo giorno. Stagione dopo stagione. Unico modo per spostarsi e comunicare. Di quanto oggi esiste di sentieri, soprattutto quelli che consentono di raggiungere località montane o di collegare sul percorso più breve vallate vicine, una buona parte è senza dubbio diretto discendente di quella fitta, a volte impercettibile, rete di tracce che per secoli è stata sinonimo di mobilità sulla terraferma, indispensabile per la vita di tantissimi anni fa. I commerci, le guerre, i pellegrinaggi religiosi, le transumanze, la caccia, il brigantaggio, il contrabbando, il lavoro nei boschi e nei pascoli sono alcune delle attività e delle motivazioni che hanno disegnato i tanti percorsi. Con l’abbandono di vaste zone di collina e di montagna, l’uomo ha abbandonato anche la loro viabilità “primitiva”. Ha perduto qualcosa della sua

Molte regioni, anche la Toscana, hanno recepito nel tempo il lavoro del CAI, facendolo diventare una parte integrante di loro specifiche leggi. Nella nostra Sezione, circa sei anni fa, si costituì un Gruppo di Lavoro, formato da volontari che nel tempo, applicando le nuove normative, ha dato continuità al lavoro dei soci “pionieri”, rendendo sistematico l’intervento nei sentieri. L’esigenza, sempre maggiore, di posizionare la segnaletica verticale (pali 25


con cartelli indicatori e tabelle) fece maturare l’acquisto di un pantografo per produrla autonomamente. Il primo grosso lavoro con il suddetto strumento fu fatto in occasione del ripristino, dopo anni di trascuratezza, della Grande Escursione Appenninica, quando, oltre a tracciare adeguatamente il percorso, furono posizionati lungo tutto il crinale toscano molti nuovi cartelli direzionali e tabelle di località prodotti dalla nostra Sezione.

- la gestione dei sentieri - la produzione della segnaletica verticale La gestione avviene tramite due soluzioni: il gruppo che esce con l’attrezzatura (pennati, forbicioni, motosega, decespugliatore, seghetti, colori per la segnaletica orizzontale, ecc), singoli soci che hanno “adottato” uno o più sentieri –percorrendoli ogni anno- e che effettuano autonomamente gli interventi necessari, se occorre chiedono l’intervento della “squadra”.

Come siamo oggi Le uscite sono programmate settimanalmente secondo una serie di valutazioni che facciamo preliminarmente; quando siamo sul sentiero ognuno dà il proprio contributo secondo le necessità e la propria sensibilità, inoltre, nell’occasione rileviamo anche le necessità di segnaletica verticale, che posizioneremo successivamente, una volta realizzata. La produzione di quest’ultima è conseguente di quanto dicevamo precedentemente, ma anche di ricognizioni specifiche su percorsi che ne sono privi o carenti, o su richieste di altre sezioni, enti o associazioni. Negli ultimi anni abbiamo realizzato una media di circa 200 cartelli all’anno, quest’anno saranno molti di più per alcuni accordi che abbiamo definito, il più importante con la Comunità Montana del Mugello per il ripristino della rete SO.F.T.

Il gruppo iniziale dei volontari è cresciuto numericamente e oggi contiamo sulla disponibilità di oltre venti persone una parte delle quali si ritrova per le “uscite” sui sentieri un paio di volte la settimana. Riusciamo sempre ad essere un numero tale che consente, spesso, anche di fare due gruppi di lavoro contemporanei. Alla base del nostro impegno ci sono delle motivazioni, per noi, importanti: - la convinzione di fare un’attività utile per la comunità, presidiando ed offrendo un supporto operativo alla gestione del territorio, promovendo forme di turismo a bassissimo impatto ambientale, - la certezza di contribuire a rendere agevoli e sicuri i percorsi per agevolare l’attività escursionistica, e la conoscenza delle tante bellezze che ci circondano, - il piacere di ritrovarsi sistematicamente per svolgere la nostra “missione” e coltivare i nostri valori verso il modello di società che vorremmo, - condividere con amici le emozioni degli incontri e le immagini che offrono i boschi ed i crinali nei giorni con bassa frequentazione di persone, - ricevere gli attestati di stima per il nostro servizio che ci vengono fatti dalle persone che incontriamo durante le nostre uscite, - provare compiacimento di fronte all’apertura di un sentiero che era impraticabile, alla realizzazione di canaline che liberano i percorsi dall’acqua o dopo il posizionamento della nostra segnaletica verticale……. che, per noi, è la più bella che c’è in circolazione.

Abbiamo un “supertecnico” che ci mette in condizione di fare, negli standard CAI, cartelli di tutti i tipi, anche con i loghi più complessi (a volte “semplificati” per consentire l’incisione su legno). Facciamo il disegno del cartello con un programma informatico per poi sottoporlo ad un altro programma che guida l’incisione del pantografo. Dopodiché si passa alla “levigazione” del cartello inciso e quindi alla verniciatura, con ben quattro passaggi di vernice, due d’impregnante e altrettanti di vernice cerosa (sono cartelli che devono resistere alle condizioni atmosferiche più avverse). I caratteri incisi che indicano le destinazioni o le località e il numero del sentiero, sono riempiti con smalto (generalmente nero) mentre la bandiera –o i loghi- con i caratteristici colori bianco e rossi. Alcuni soci curano particolarmente quest’attività, che non richiede un impegno contemporaneo di troppe persone, ma che, ovviamente è aperta a tutti. Dobbiamo dire che quello che produciamo riscontra un grande apprezzamento anche all’esterno del CAI, con nostra grande soddisfazione

Intanto il Gruppo di Lavoro è diventato un Gruppo della Sezione, con il proprio programma, con l’obiettivo –ambizioso- di autofinanziare l’attività di manutenzione dei sentieri e con due coordinatori (uno con capacità di lavoro sui sentieri ed un segretario che cura gli aspetti organizzativi e amministrativi), ma non sono i nostri “capi” sono persone a cui è chiesto di fare qualcosa in più ... a tavolino.

I nostri programmi Non ci poniamo limiti di attività, né tantomeno di numero di adesioni. Le nostre uscite sono finalizzate al “lavoro”, per noi è un divertimento e ognuno dà quello che sa e che può dare. Accogliamo tutti con piacere e disponibilità, vanno bene coloro

Cosa facciamo Attualmente sono due le attività principali del Gruppo Sentieri: 26


Una fase dell’incisione

che si uniscono a noi spesso, ma anche coloro che possono farlo saltuariamente. La nostra rete di sentieri è di oltre 1000 km, c’è da fare per tutti quelli che si propongono. Più siamo e più riusciamo a fare un servizio efficiente, ci sono sentieri che richiedono una bassa frequenza di manutenzione ma anche, altri, dove dovremmo andare molto spesso, e non sempre ci riusciamo. E’ importante e graditissimo anche ricevere un contributo operativo individuale, da soci che “adottano” autonomamente singoli sentieri; è un’attività che può essere svolta pur avendo impegni di lavoro, si tratta di dedicare una, massimo una/due uscite l’anno.

Stiamo tentando, pur con molte difficoltà, a sensibilizzare gli enti pubblici locali per far loro riconoscere l’importanza del nostro impegno a livello di comunità per evidenziare che, oltre all’utilità per l’aspetto turistico quello che facciamo è rilevante per la salvaguardia del territorio e la sicurezza degli escursionisti. Per questo vorremmo che fosse destinato qualche contributo economico alla Sezione a titolo di rimborso delle spese che sono sostenute per la manutenzione dei sentieri. Sono molte le idee che ci frullano per la testa. Qualcosa riusciremo a fare anche in termini di formazione sia di operatori alla sentieristica, per migliorare la qualità dei nostri interventi che di addetti alla cartografia per digitalizzare le carte escursionistiche con l’obiettivo di sostituire quelle attuali, ormai obsolete.

Ci proponiamo di migliorare il livello d’informazioni sui sentieri nel sito web della Sezione, a tal fine, stiamo raccogliendo dati per trasformare l’attuale “lista dei sentieri” in un archivio esplicativo che possa fornire alcune notizie utili su ogni percorso. Inoltre, sempre via web, forniremo informazioni sugli eventi connessi alla nostra attività e faremo conoscere meglio i nostri programmi anche per proporre la possibilità di aderire alle nostre uscite a soci che decidono estemporaneamente di partecipare.

Abbiamo già, fra noi, soci di grande qualità, con altri che aspettiamo riusciremo ad articolare la struttura operativa del nostro gruppo per fare in modo che la gestione e la visibilità del nostro territorio sia, nel tempo, più completa ed efficace, diventando un motivo d’orgoglio per la nostra Sezione. 27


Lungo la cresta a sud di Foce Siggioli (foto: l’Instancabile�)

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SCRIPTOR CAUSIDICUS

UNA GITA NON COMUNE

Tutto comincia dove finisce il meraviglioso corso di alpinismo A1-2010 del CAI Firenze, Scuola Tita Piaz.

macchine. Si va via con bel passo sicuro e baldanzoso. Il sentiero, con fare birichino, comincia a celarsi ai nostri passi: i segni sono pochi e incerti. Scherza. Siamo tanti (dieci), e nessun segno ci sfugge. Dalla direzione opposta, sale una coppia, uomo e donna. Salutiamo, e poiché i segni del sentiero si son sempre più vigliaccamente nascosti, chiediamo ai due come sia il resto del cammino che c’aspetta. Risponde l’uomo, non più giovane, ma energico, e la sua risposta è una domanda: “Siete pratici della zona?”. L’Amante della Nord, risponde: ”No, però sulla carta è segnato un sentiero ….”. L’uomo, gli dà sulla voce, e di rimando: “Non lo troverete mai! Io, che sono esperto, ho fatto molta fatica a trovarlo, ho pure dovuto lasciare dei segni, per domani quando scenderò. Lasciate perdere”. Lieve panico nel gruppo.

Dopo l’ultimo bicchiere, dell’ultima cena, dell’ultima sera del corso, si capì che non poteva finire lì. Ci dovevamo rivedere, e il posto non poteva che essere la montagna. Uno di noi da mesi ci tediava con l’impegno preso, con se stesso, di salire un giorno la Nord del Pizzo d’Uccello, e, dunque, lancia l’idea di andare a fare la ferrata Siggioli. Chiaramente vuol rivedere l’amata Nord. L’idea vien subito fatta propria dal Gruppo. L’estate è cominciata, ma non importa: si deve trovare un giorno. E lo si trova: un sabato di luglio. Presto fatto, l’appuntamento è fissato. E a quello incautamente anche un’altra ragazza s’aggrega. E meno male che s’è Aggregata. Con lei siamo in dieci.

Il nostro paladino delle relazioni, pragmaticamente interroga l’occasionale oracolo: “E’ un discorso, e come si fa a tornare alle macchine?”. L’uomo, a questo punto, ritiene opportuno qualificarsi, snocciolando quant’egli ha fatto nella sua lunga vita di alpinista, e, in ispecie, lì sul Pizzo. La sua poderosa esposizione, gli fa guadagnare una fiducia illimitata in tutti noi: tutti, nessuno escluso. La convinzione è che siamo di fronte ad un Grande Alpinista.

Il giorno scelto all’ora convenuta, con una puntualità che il Direttore in tutti i mesi del corso mai aveva visto, si parte. Secondo le previsioni quel giorno avrebbe dovuto essere il più caldo dell’estate, ma, si sa, le previsioni sbagliano sempre. Non sempre, come abbiamo imparato. Lasciamo le macchine. Sono le 9,00 del mattino. Teniamolo bene a mente.

Si va oltre, allora: si chiede informazioni sul Pizzo. La sua compagna sorride sempre meno, e anela a riprendere la via. Ha un sorriso di compiaciuta rassegnazione, e mal cela la fretta di proseguire. C’ha già catalogato tra i temerari. Il Grande Alpinista saprà certo mostrarci una via per casa, pensiamo. Così, gli chiediamo dove dobbiamo andare per andare dove dobbiamo andare. Ed egli, con degnazione – il che accrebbe la nostra deferenza, c’indica il Suo percorso alternativo. Il fare sicuro del Grande Alpinista, la prima stanchezza, acuita dal rallentamento postprandiale, la voglia di trovar la via di casa, e il sole, fanno sì che abbracciamo con inusitata fretta le indicazioni di questo sconosciuto, mandando in tanta malora gli studi dei nostri compagni sull’itinerario del ritorno.

Dopo un breve cammino, s’incontra la fine della marmifera, e poi giungiamo all’attacco della bella ferrata, e con disinvoltura la si sale. Qualcuno forse, per il caldo, e sporadicamente, si sarà attaccato al cavo d’acciaio (che non è un corrimano!), ma la ferrata è salita collettivamente in bello stile e tutta d’un fiato. Dopo la copiosa sudata della salita, alla sommità si sosta. Siamo all’ombra e in grandissimo anticipo, così ci si dilunga un po’. Si ride, si scherza, anche con una certa grevità, segno della familiarità. E’ calduccio, per essere dove siamo, così si beve, si beve tanto e molti finiscono l’acqua, pensando che c’è solo da scendere un bel sentiero, e che vuoi che sia, tanto poi ci si ferma al bar. Prima leggerezza.

Seconda e determinante leggerezza.

Si prende la via del ritorno. S’imbocca il sentiero che ci avrebbe portato alla marmifera e alle

La via indicata dallo sconosciuto avrebbe dovuto essere una discesa diretta, lungo una non 29


meglio definita cresta, che avrebbe dovuto correre a margine del bosco, però un po’ sulla sinistra. E’ tutto molto chiaro a tutti.

Grande Alpinista. Nessuna esitazione, esitare voleva dire risalire, giammai siamo stanchi e vogliamo solo scendere. Si continua la discesa, d’altronde il Grande Alpinista c’ha detto che c’è da calare trecento metri. A un bel momento, dopo un paio d’ore di questa scesa sconsiderata, esplode il dubbio terribile: non è che ci siamo persi? Non ci doveva essere una cresta? E i rami tagliati? E gli altri riferimenti del Grande Alpinista? Non abbiamo scorto alcuno dei suoi riferimenti.

In realtà, nessuno ha capito niente, ognun però ha la ferma certezza che tanto i compagni hanno capito. Una mente normalmente lucida, avrebbe ringraziato, e ripreso il suo bel sentiero: birichino, ma segnato; anche se male, ma segnato. Noi no. Eccoci, d’un botto alla terza e definitiva leggerezza: si lascia il sentiero e ci si butta a capofitto nel bosco. Come se ci corresse dietro qualcuno. Alè. Scimmiottando il borbonico esercito risorgimentale, si confonde la destra con la sinistra. Seppur, dicendoci vicendevolmente: andiamo verso sinistra. Sempre però tenendo a destra. Ma siamo felici, e ci cacciamo caoticamente nel bosco, come in una battuta di caccia grossa: qualcuno a destra, qualcun altro al centro e, per non far torto a nessuno, il resto a sinistra. La pendenza del bosco si fa ripida, non si trova niente di quel che il Grande Alpinista c’ha detto, ma si va avanti. Tornare indietro vuol dire salita: non se ne parla nemmeno. Rovi, felci, sfasciume nascosto da fogliame, insomma il peggior terreno su cui vorreste camminare, e per di più in fortissima pendenza. Ecco dove siamo finiti.

Un bosco scosceso e inospitale, che stiamo attraversando da ore, senza capire niente, né dove siamo e, più interessante, neppure dove stiamo andando, salvo che andiamo verso una valle, ma quale? Invece della sperata cresta s’incontra il letto di un torrente, per fortuna ben in secca. Che bello! Alla sua sinistra, risalita la proda si uscirebbe dal bosco. Giunti al culmine della proda, dal bosco saremmo effettivamente fuori, ma siamo al culmine di una vertiginosa lastrona, impossibile da scendere. Si comincia a parlare di corda doppia. Penso a cos’ho nello zaino, e al quasi nulla che hanno i miei compagni d’avventura, e tremo all’idea. Almeno io, faccio finta di non sentire. Meglio il letto del torrente. Dall’altra parte del torrente, il bosco e una salita terribile. Dunque, s’impone scendere. Dalla cresta in lontananza si vedeva una cava, dislocata su più siti, sostanzialmente alla fine del bosco, che però non si capisce dove termina. Alcuni di noi imprecano e bofonchiano, ma pensano che il problema non sia il loro. Per altri – fra cui il sottoscritto – è il panico. Da quel momento, oltre al bosco un occhio sarà sempre fisso all’orologio.

Si scende e si scende, bosco e bosco, sterpi, legni marci, rovi, sassi che rotolano, di tutto e di più. Nessun dubbio, però, la via è quella giusta, e, soprattutto, stiamo seguendo le indicazioni del Nel tratto iniziale della ferrata Tordini-Galligani (foto “l’Instancabile”)

Mi sento un disperso sulle Ande, riaccendo il telefono, mando un sms a casa: “ci siamo persi, prima o poi ne verremo fuori. Quando? non lo so. Tutto Ok”. Ignaro di cosa mi aspetta nelle ore successive, disperdo l’ultima manciata d’ottimismo, secondo sms: “mi spiace, forse farò tardi, appena arrivo usciamo”. D’altronde è sabato. Si potrà dire di tutto, ma non che fossimo privi di idee geniali quel pomeriggio. Eccone subito un’altra, che si fa largo democraticamente nel gruppo: scendiamo lungo il torrente, prima o poi s’incontrerà la cava, visto che è alla fine del bosco, e lì troveremo la marmifera. Che detta così sembra una barzelletta, o il proposito di un pazzo. Ma vi giuro, era la cosa meno folle da fare. Torrente è stato. Nessuno in quel momento ha riflettuto sul fatto, ovvio ai più, che l’acqua scivola, mentre l’uomo cammina. Ci avrebbe aiutato. Cominciamo ad essere stanchi, si parla sempre meno, e sempre a voce più bassa, abbiamo sete. Si scende cauti sul ripido letto del torrente, si scivola e si ride, ruzzola qualche sasso, ma insomma il morale tiene, a fatica, ma tiene. 30


Andando per monti, s’incontrano quelle amene cascatelle, da scendere come sentieri, però, apprendiamo che non sono niente simpatiche. Incontriamo la prima, dentro una gola, non la si può aggirare, la si deve scendere. Come? Semplice in corda doppia. Tutti abbiamo il Kit da ferrata e il casco. E che ce ne facciamo? Tristemente constatiamo che abbiamo poco o niente. Quel poco lo mettiamo insieme: uno spezzone di 30 mt. di corda da 9 mm., uno spezzone da 25 mt. di corda da 7 mm., qualche piastrina e bicchierino (4 per 10 persone), qualche moschettone e qualche cordino. Si attrezza la prima, di una lunga serie di doppie. La tecnica è innovativa: nodo marchand all’anello di servizio per tutti, discensore per chi ce l’ha, e tanta tanta calma (paura?). I più disinvolti guidano gli altri, poi gli altri i più disinvolti, siamo un vero gruppo. Di che? Lasciamo perdere. Scendo la prima doppia, e … piovono dall’alto sassi a non finire. Venti piedi tremuli, dove poggiano scalzano un sasso: è una pioggia. Altra illuminante considerazione, l’acqua accarezza leggera i sassi, l’uomo o vola sui sassi, e si fa male, o loro volano sull’uomo, e il risultato non cambia. E’ un inferno.

Vista sulla parete nord del Pizzo salendo la ferrata …”. Insisto, e la nostra amica poggia il piede. Ho vinto la scommessa, non è rotto. Avevo bluffato spudoratamente. Mi chiede di darle l’acqua che ha nello zaino, lo apro. Trovo due bottigliette vuote. Penso è andata. No, l’andato sono io: c’è una splendida borraccia, pesa d’acqua. Beve. E’ forte, il peggio è passato. Arriva un altro di noi, la consola, certo meglio di me. Ritorno alla nostra doppia, di cui siamo silenziosamente orgogliosi. Funziona. Nessuno, però, osa gioire. L’abbiamo inventata noi, così con uno spezzone da 7. Quello da 9 lo giunteremo alla seconda cascata.

Scendono altri compagni, dalla fine della doppia, con manovra alla Tarzan, cioè aggrappandosi ad un forte arbusto, si deve raggiungere il fondo di una polla asciutta, una spaccatura orizzontale del lastrone, una sorta di crepaccia terminale della cascata. Il nostro Rocker, fresco del concerto di Ozzy Osborne, raggiunge la spaccatura. Poggia i piedi. E’ tranquillo e stabile. “Sasso!”. “Eh?”. Si rannicchia, spera: colpito in pieno. Lo salva lo zaino. Son cose che non distendono i nervi. Un’altra di noi scende la doppia, dopo un lungo training mentale: s’era piantata. Siamo sull’orlo del pianto isterico. Coraggiosa come solo una donna sa esserlo, scende. L’aspettiamo al piede della doppia, sembra sollevata. Ancora un bercio: “Sasso!”. Lo vedo arrivare, è il più grosso della giornata, è spigoloso, un pezzo di lastra, vien giù da molto in alto, ruzzola e rimbalza con direzioni imprevedibili, è brutto, è cattivo. “Sasso!”, “Sasso!”, “Sasso!”.

L’orologio all’improvviso ha cominciato a correre, sono le 16,45, quando abbiamo tutti sceso la prima doppia. Alla seconda la corda s’incastra, l’Aggregata si fa calare dal Rocker a liberarla, dopo avergli spiegato come si fa. C’è anche il tempo d’imparare il paranco. Fantastico il Rocker. Tutto questo lo scopro dopo, nel mentre, invece, è tutto fermo, nessuno vien giù; e noi in basso non capiamo, ma attendiamo fiduciosi. Andiamo giù, come l’acqua nel suo letto, e con noi sassi e sassetti. Non li chiamiamo quasi più, siamo così zitti che i sassi s’annunciano da soli. Altra doppia. Lenti, siamo troppo lenti, penso. L’orologio corre.

Il destino sa essere dispettoso. Il sasso plana sul ginocchio della Sciatrice, che s’era appena ripresa. Piange, e n’ha ben donde. Sento male per lei. Mi guarda e mi chiede: ”Guarda te, perch’io non ho coraggio”. Alzo la stoffa dei pantaloni. Guardo. Cristo che botta! Mento: “non è niente. E’ andata bene, t’ha preso sulla coscia. Prova a poggiare il piede.” Lei:”Non ce la faccio. E’ rotto. Non potrò più sciare

Altro sms a colei che da una vita sopporta i miei ritardi: “Non credo che ce la faccio per cena, preparati però appena arrivo usciamo”. Giuro ci 31


credevo. Risposta della colei:”Ma dove sei? tutto a posto?”. Qui il ragazzo di sempre, torna l’uomo del quotidiano, prendo il coraggio a piene mani, e vado giù duro, ammetto:”Non lo so dove sono. Però tutto OK”. Stacco il telefono, prudentemente, potrei aver bisogno della batteria al massimo. Si scende, siamo lenti. Lentissimi. Giungiamo all’ultima doppia. Scende per primo l’Instancabile. La doppia lo lascia a mezzo dell’ultimo balzo, di quella che in stagione dev’essere una bella cascata, lui sgambetta nel vuoto, e scivola giù. Senza stile, ma chi se ne importa ormai. Intima: “fermatevi prima, lì all’albero.”

Che colori! Smonto la doppia, è finita. O meglio, la fine s’avvicina. Rifaccio le corde e le caccio nello zaino. Siamo stati bravi. Abbiamo trovato una soluzione. Con un frullato di tutto un pò: coraggio, tecnica e buon senso, abbiamo trovato la strada. Penso al Grande Alpinista, e ai nostri errori. Non c’è tempo: appena una maledizione veloce. Ancora una, e ritorno dai miei. Non c’è quasi nessuno. Siamo rimasti in quattro a dover affrontare l’ultima razione di bosco, solo sette sono, però, i piedi buoni. E’ quasi buio. Penso all’antica canzone di Rosanna Fratello, non portarmi nel bosco di sera … ah come la capisco. Scendiamo lentissimi, lentissimi, l’infortunata è ammirevole, non una parola fuori posto, non un gesto di stizza, calma, piano, con l’unico piede che gli funziona. Il suo compagno l’accarezza con lo sguardo, sa che soffre, e assiste alla sofferenza. Di più credo non riuscirebbe a fare. Si va piano, ma si va. E’ veramente buio.

Arrivano degli altri, si fermano all’albero. Si dolgono che stanno stretti: li vorrei picchiare, ma ormai gli voglio bene. Sono i ritardatari: hanno da poco capito che siamo in un bel problema. Scendo anch’io. Sto un po’ sull’albero. Albero è un parola grossa. E’ una terrazza naturale formata da arbusti, polloni e ributti selvaggi, che sporge su di uno strapiombo di un quattro metri. Stiamo effettivamente stretti. Abbandono la sosta, scendo alla belle meglio quei pochi metri verticali, di una lastra forte e bellissima. Non lo posso certo dire. Stincate, sederate, graffi, mani che diventano chiodi: ho detto che vado giù, e arrivo giù. Cuore a mille, ho rischiato, è andata. Vado ancora più giù, dico all’Instancabile che ha preceduto tutti che è molto tardi: uno di noi deve andare avanti. Va lui. Io vedo una fonte, faccio acqua, buona fredda pulita. Che bello. Risalgo a dare una mano.

L’Aggregata (Grande!) ci tranquillizza, gridandoci da fuori del bosco, che siamo in fondo. Non le credo più. Mi fanno male i piedi e mi sta bene: m’ha fatto fatica prendere gli scarponi, e ora sono dodici ore che cammino con le scarpe d’avvicinamento. Non ne posso più. Siamo alle ultime curve. Saranno cinquanta metri, Ironprofeta c’attende all’ultimo metro del bosco. E’ calmo come sempre, vederlo lì è un grande conforto. Ha una maglia rossa. Come un faro segnala l’arrivo nel porto. Gli ultimi metri nel bosco sono al buio. Fuori siamo agli ultimi raggi di un tramonto di luglio. Saranno le 9 di sera, credo, non vedo più l’ora. In realtà scoprirò che sono quasi le dieci. Adesso siamo tutti fuori dal bosco. L’Instancabile è tornato indietro a riscontrarci, e, non solo, è già andato a prendere una macchina e l’ha portata alla sbarra, e lì c’attende. Grande! Ci resta solo da raggiungerla.

Arriva una telefonata: “Chi c…. è?”. E’l’Instanbabile, la nostra avanguardia. Buone nuove, da dove ci siamo lasciati, dopo poco il torrente finisce nella marmifera. Quella giusta. Diffondo la lieta novella. Ci aiutiamo a scendere. Ci guidiamo vicendevolmente verso la fonte e la marmifera. Un’altra caduta dalla doppia. Graffi e lividi, domani, ma niente di più.

L’Amante della Nord s’accende tosto una Marlboro. Forse la vorrei anch’io, non oso chiedergliela, è provato, non reggerebbe un gesto di più. Lemmi lemmi camminiamo lungo la marmifera, l’Infortunata è in buona assistenza, e io ho bisogno di un passo più solerte. Con l’Instancabile e l’Amante della Nord accelerando andiamo verso la sbarra, e la prima macchina. Non mi sembra possibile. Mi scoppiano i piedi. Siamo stanchi, stanchissimi, sono le dieci passate, tredici ore fa chiudevamo le macchine. Non è possibile. Vedo la sbarra, là c’attendono seduti in terra, altri due, la Sciatrice e l’Ex-pugile. Vedo il bel muso della macchina. L’instancabile dice che ce la fa a portarci alle altre auto e tornare a prendere gli altri, con l’Infortunata non potranno essere lesti. C’è il tempo necessario, nessuno approfondisce. Si aprono tutti gli sportelli, non butto lo zaino nel portellone, e m’accomodo con lui sul sedile anteriore, d’imperio, mi scuso. La

E’ tardi, è sempre più tardi. La luce non è più quella del pomeriggio, lassù oltre i rami s’annuncia la sera. E siamo ancora in questo bosco infinito. Arriva un altro inciampo: un piede messo male, una caviglia parte. Cristo! Non ci voleva. E’ di una delle ragazze. Mi faccio un marchand e risalgo all’inizio della nostra ultima doppia, per cercare di aiutare di più. Intanto, gli altri hanno raggiunto la fonte. Resto alla sosta. L’infortunata, con silenzioso coraggio femminile, s’impone il dolore e si cala. Siamo scesi tutti, rimaniamo in due alla base dell’ultima doppia. L’Amante della Nord chiede di potermi lasciare solo, ha bisogno di bere. Resto solo. Sta imbrunendo. Guardo oltre le vette degli alberi, vedo un po’ della Nord, siamo all’imbrunire, qualche traccia del rosso tramonto ancora sfuma sull’azzurro adesso cupo del cielo. 32


macchina parte, sensazione strana, scopro di avere una schiena. Si devono accendere i fari. Ora è notte davvero. Per mezz’ora abbiamo rischiato di passarla nel bosco.

terrazza, su di un terrapieno, muro a retta bellissimo, con scala che porta alla pubblica via. La nostra prima auto si ferma. L’Amante della Nord li guarda con intenzione. Da dietro sembra voglia chiedergli: “Siete o non siete un bar? e se non lo siete, che ci fate lì, invitateci, no?”

La marmifera è tutta curve e buche, quei pochi chilometri non finiscono mai. Ed eccoci al parcheggio. Si apre l’altra macchina, e la si mette in moto, si accendono i fari. Mi allontano qualche metro, faccia al bosco mi cambio, mi metto le cose pulite. Mi levo le scarpe, e m’infilo gli infradito. Che gioia. Nessuno parla, tutti armeggiamo, scarico la corda non mia, preparo soldi e telefono, richiudo lo zaino. Sono pronto al rientro. Dopo poco arriva la macchina dell’Instancabile, scarica gli altri e siamo tutti. Ci ricomponiamo alla meglio, e prendiamo posto sulle macchine, sono con l’Instancabile e basta. Lasciamo il parcheggio nel bosco, siamo i secondi della colonna. Andiamo adagio e guardo che le altre due macchine ci seguano.

Non è un bar, e sono le undici passate. Mi ripeto: non è possibile. Non è possibile. Ancora curve e buio. Un altro paese, un po’ più grande. Dei giovani. Un locale. Non si capisce bene cosa sia. L’amante della Nord non ha esitazioni, non riesco a farmi la domanda, che ha già parcheggiato. E anche noi. Entriamo in gruppo. Sudici, stravolti, ma fieri. Fuori luogo. Tutti vestiti a vesta, onde siccome suole … no, noi proprio no. C’è una veranda coperta. Non si vede il bancone. Ma è un bar, o qualcosa di simile. Il bancone. Lo vediamo. E’ nostro. Guardo dietro la barista. Lo vedo, per secondo o per terzo. E’ lui, aspettava me: è un boccale da un litro. Supplico: “Per cortesia, me lo dà pieno di birra, di quella che vuole lei”. Ci sono anche le patatine: uno sguardo, e la mano è più veloce della mente. Sgranocchio, Sgranocchiamo. Arriva la birra. Pausa. Sorso di birra. Lungo. Violento. Freddo. Respiro.

Lungo strada c’è un’auto parcheggiata: è del Grande Alpinista! non ha detto che faceva ritorno domani? Solo l’incertezza che non sia la sua, ci frena da un istinto vandalico. Usciamo infine dallo sterrato. Basta sassi. Però oltre l’asfalto non c’è niente. Niente: curve su curve, solo i fari delle nostre quattro macchine, e un buio pesto. Curve, alberi e ancora curve. Finalmente, il cartello di un paese.

E’ finita. Siamo fuori davvero da quel bosco. Beviamo, ridiamo. E’ quasi mezzanotte.

Alcuni anziani giocano a carte, nella loro bella

Vorrei non finisse più questa giornata. Mi spiace solo per chi s’è fatto male.

Sul sentiero, poco prima della cava (immancabile foto dell’Instancabile) 33


Appennino Toscano - Nebbie alla Cima Tauffi (foto C. Marinelli)

CARLO MARINELLI

CANTARE? CERTO! MA ...

“Tornavamo da una gita sociale nel regno della neve.Una sosta prolungata: Un pasto leggero.Un bicchier di vino poi si canta. Dei novellini intonano una delle nostre isteriche canzoni cittadine: follie di tabarins ,passioni struggenti,tradimenti ed altre allegrie consimili.Non attacca! Dove aleggia lo spirito della montagna non c’è posto per gli isterismi.

espressione. Avete notato però che la canzonetta che vi perseguita nella città vi viene sì sulle labbra (per abitudine)ma non si espande? Avete notato come stride coll’ambiente alpino il canto che esala i grevi vapori della nostra falsa gioia cittadina? Ma se cantate una canzone alpina lenta e grave,pacata e solenne,semplice e sublime,come si sprigiona spontanea,come dilaga,come si accorda coi sentimenti e coi luoghi. E una dolcezza nostalgica e commovente vi scende in cuore,e gli occhi brillano. Talvolta si inumidiscono. In quei brevi istanti la vita è gioia.

In treno.Un gruppo(a noi estranei) di persone vestite da montagna canta canzonacce volgari,a doppio senso o addirittura sguaiate. E si esaltano ai loro schiamazzi. Purtroppo vi sono anche delle donne. Gli altri,i veri alpinisti,tacciono. I borghesi manifestano con non dubbie espressioni dei volti la loro disapprovazione. E domani diranno che in tema di educazione gli alpinisti sono facchini.

Eppure quelle canzoni sono semplici,ingenue,oserei dire puerili. Vi parlano di attaccamento agli aspri luoghi natii,di gioia ansiosa per la festa del villaggio,di amori piani e profondi,del commovente distacco per la chiamata alle armi,di sani propositi di compiere il dovere, di sincere promesse

Ognuno di quelli che sentono la montagna, ha il bisogno di esternare la sua gioia quando vi si trova e quando ne ritorna. E il canto ne è la migliore 34


di fedeltà. Talvolta la nostalgia ispira al soldatino desideri e propositi un po’ irruenti,ma la semplicità ha ancora il sopravvento e sono promesse di delicate attenzioni e sereni progetti.

“rigorosamente” in lingua straniera. Sono queste persone che, come scriveva il Grassa, fanno apparire gli alpinisti come “facchini”. Il canto popolare, quello del quale non conosciamo né la data di nascita né l’autore, è una ricchezza della nostra tradizione. Le canzoni ci raccontano con semplicità la vita, gli amori, le tragedie d’altri tempi, quadri di una vita che a volte stentiamo ad immaginare. Pensiamo alle tante ninne nanne, nenie inventate e tramandate da sconosciute mamme; ai canti di lavoro, molti dei quali cadenzati su ritmi lavorativi; ai canti delle feste e a quelli tristi, nati nelle trincee che hanno il compito di far conoscere, oltre alle eroiche gesta dei nostri soldati, le atrocità e la crudeltà della guerra.

Delicatezze,sfumature che ci fanno sorridere, e che noi moderni presuntuosamente trascuriamo. Eppure quelle sciocchezze hanno un’eco profonda nel nostro animo. Ed anche il borghese del treno le ascolta con viva compiacenza, e cerca d’impararle.Per cantarle domani quando un’onda di tenerezza traboccherà dal suo essere. Cantiamo dunque,ma cantiamo il nostro vecchio e bel repertorio: canzoni valligiane accorate e sonore;fiere canzoni militari;irruenti inni alpinistici;scapigliate canzoni studentesche di montagna; vecchie canzoni del forte Piemonte…Scrigni di poesia,potenti suscitatrici di nobili sentimenti,che ricordano agli anziani e svelano ai giovani gioie semplici,alti pensieri, esistenze serene di tempi lontani. Sensazioni che noi andiamo a chiedere al monte,e che esso gelosamente conserva per noi,e che a noi dà con prodigalità immensa.Voi non potete,non dovete ignorarle. ”

Il cantare in gruppo è una forma di socializzazione prevalentemente delle regioni alpine, dei paesi di montagna, di quei paesi, una volta sperduti tra i monti o nei fondovalle, dove, i momenti di gioia o di dolore, erano sottolineati da canti. Questa forma di stare insieme ben si addice alla nostra mentalità di appassionati di montagna, di tutori dell’ambiente montano in tutte le sue manifestazioni, comprese le tradizioni, com’è lo spirito che anima il nostro sodalizio: il Club Alpino Italiano.

Ho preso in prestito queste righe ed il relativo titolo dalla prefazione del volume Canti degli alpinisti torinesi, una raccolta di canti,data alle stampe nel 1927, per opera di Vincenzo Grassa perché ben mi sembrava esprimessero l’importanza del canto nell’ambiente montano, ambiente che, nonostante i tanti anni trascorsi dalla stampa di quella raccolta, è sempre lì ed è sempre il nostro ambiente.

Chi ha contribuito a divulgare questa forma di canto, in Firenze, è il coro La Martinella che da quarant’anni, oltre a far spettacolo e a far conoscere in Italia ed all’estero la nostra sezione, è impegnato a tramandare alle nuove generazioni questo patrimonio culturale che fa parte delle nostre tradizioni.

Lo sappiamo bene noi, dai tanti ricordi, vissuti in un periodo più semplice, più povero, senza tante illusive divagazioni e forse per questo anche più sincero, cosa significava il canto; era come un collante che univa, dava maggior colore a momenti di gioia ma contribuiva anche,con la sua melodia, a sottolineare momenti di dolore, come la perdita di persone care. Lo sapevamo bene perché, come ho detto altre volte cantavamo sempre: in pullman, nelle soste in montagna, nei rifugi; e le righe del Grassa sono a conferma di quanto dico. Purtroppo oggi non si canta più, c’è molto individualismo, voglia di prevaricare, in tutti i sensi, di mettersi in mostra, c’è voglia, come dice il Grassa di “follie di tabarins”.

Il nostro cammino non è stato né semplice né facile ma ce l’abbiamo fatta. Siamo diventati bravi e conosciuti con i canti popolari, di origine montana o della nostra regione, e questo deve essere il nostro cammino futuro senza cambiare la nostra identità, come altri cori hanno voluto sperimentare ma senza successo. Cantiamo la montagna, le sue cime, le sue valli, cantiamo anche canti di guerra non per esaltarla ma, come ho detto, per far riflettere sulle atrocità che essa porta e che il mondo sembra non voglia ricordare. Per questo dobbiamo sempre tener presente la nostra origine “montanara” e se con “ l’invecchiare” siamo assaliti da strani desideri, dobbiamo domandarci perché abbiamo aderito a La Martinella che è un coro del Club Alpino Italiano.

Non è raro, infatti, incontrare in montagna comitive di giovani che nelle soste tirano fuori dal sacco qualche diabolico strumento che comincia ad emettere suoni (musica come dicono loro) che li eccita e li fa entrare in un altro mondo. Non si rendono conto nemmeno delle bellezze che hanno intorno. Sono sdraiati l’uno vicino all’altro senza dialogo e forse senza capire le parole di quelle canzoni perché

E’ con quest’invito che formulo a La Martinella, oltre a tantissimi auguri per i suoi quaranta anni di attività, l’augurio di continuare per molto tempo ancora a “Cantare? Certo! Ma……” 35


VIVIANA ROSSI - PATRIZIO MAZZONI

OLTRE IL SENTIERO Le vie ferrate

Le “Vie Ferrate”, un modo diverso di assaporare la montagna, toccandola con le mani, con i suoi odori, suoni e silenzi, l’esposizione e gli ampi spazi. Il confine fra escursionismo ed alpinismo. La progressione con l’aiuto del cavo, d’accordo, “un po’ forzata” come dice qualcuno, ma che permette a chi non può cimentarsi in vie d’arrampicata, nel raggiungimento di una cima; impossibile altrimenti, godendone a pieno della meraviglia che si chiama appunto “montagna”.

tempo o le condizioni fisiche non sono al meglio. Osservando gli altri che ci facevano compagnia lungo le Ferrate, abbiamo visto nel corso degli anni, che a volte “l’angelo custode” è davvero molto impegnato. La sconsideratezza e la leggerezza con cui le persone portano i bambini, gli amici o loro stessi, ci ha lasciato stupiti. Per tanto tempo abbiamo pensato a come sarebbe stato bello poter trasmettere la nostra esperienza, far sì che anche un piccolo gruppo di persone possa conoscere bene la sicurezza che tali progressioni richiedono, affrontandole quindi con serenità. Poi finalmente quello che era solo nella nostra testa si è avverato.

Quando circa trenta anni fa, con mio marito Patrizio abbiamo cominciato a frequentare la montagna, come spesso accade, anche noi abbiamo commesso degli errori (non fondamentali, fortunatamente), che sono serviti a prendere coscienza dei pericoli che certe attività comportano e ad acquisire l’esperienza e la consapevolezza con cui vanno affrontate, per avere un gran rispetto per la “signora montagna”. Anche rinunciare quando il

Facciamo parte della Sottosezione di Scandicci fin dalla sua nascita, prima dal 2004 come Gruppo, poi dal 2007 come Sottosezione. Ogni anno vengono organizzate: escursioni estive ed invernali 36


interessata, gli sguardi attenti, la mano che prende appunti, le domande per approfondire o togliere dubbi, le frasi tipo: ”Questi errori io li ho fatti!” oppure “adesso so quali pericoli evitare ed avrò meno timore!”. Anche le risate, per alleggerire la serata (in allegria diventa più scorrevole l’apprendimento e ci si diverte di più!) ci hanno fatto compagnia. E i risultati sono stati maggiori delle aspettative.

(con racchette da neve), vie ferrate, sci di fondo, escursionismo di alta montagna, iniziative culturali, serate a tema (sicurezza in montagna, meteorologia ...) per ogni età ed ogni livello. Dentro questa fitta attività questa primavera abbiamo inserito la nostra idea: “Oltre il sentiero..... le Vie Ferrate. Storia, materiali, tecnica, sicurezza”. Abbiamo pensato e realizzato due incontri teorici nella nostra sede di Scandicci e un’uscita pratica in Apuane. Abbiamo presentato le serate con immagini e descrizioni, cercando un linguaggio semplice basato sulla nostra esperienza e le tecniche del CAI.

Sappiamo bene che sono solo piccoli numeri, ma abbiamo cercato con grande entusiasmo, serietà e responsabilità di fare al meglio. Non è stato semplice ed ha richiesto molto impegno per preparare tutto. Quando si accompagnano le persone in una qualsiasi attività in ambiente, e stiamo parlando delle ferrate, bisogna farlo con la passione, il cuore e la competenza, cercando soprattutto di capire lo stato d’animo di coloro che sono con noi. Il 90% è testa, dice un esperto, e bisogna saper trattare con le persone, insegnargli ad “usarla” nel modo giusto. Vedere lo sguardo impaurito iniziale dovuto alla non abitudine all’esposizione, i movimenti impacciati dell’esordio ed il successivo tranquillizzarsi con i gesti che diventano con il tempo sempre più fluidi e sicuri per ciò che hanno appreso negli incontri, dietro i nostri consigli, ci riempie il cuore di soddisfazione e gioia! Solo chi ci è già passato può capire cosa si prova in quei momenti.

Abbiamo parlato di storia delle Ferrate dalla nascita a quelle moderne sportive, differenza tra ferrata e sentiero attrezzato, come sono attrezzati i percorsi (cavo, scale, pioli, gradini, ponti...), la scala delle difficoltà nella pur libera interpretazione mancando una regolamentazione internazionale. Ancora cenni sulla normativa CE e UIAA con accenni all’energia cinetica, alla forza d’arresto e al fattore di caduta per spiegare l’utilizzo indispensabile del dissipatore. Poi l’utilizzo del set da ferrata, le prove che vengono eseguite sui set per essere omologati, l’attrezzatura utilizzata dagli imbraghi ai vari kit da ferrata agli scarponi al casco e tutto ciò che serve.

Nella successiva gita della Sottosezione su via ferrata aperta a tutti, infatti, ha visto partecipi proprio coloro che si erano avvicinati timidamente alle serate, non è descrivibile la soddisfazione che aleggiava. E quando a fine gita nel pullman si sono visti gli sguardi stanchi ma felici, beh ... tutti gli sforzi fatti vengono ampiamente ripagati. Grazie a tutti.

La seconda serata l’abbiamo dedicata al movimento, quindi come ci si assicura con i connettori (i moschettoni) nei vari casi che si possono presentare (traverso, verticale, scale). Alcuni consigli elementari sulla progressione su roccia ci sono sembrati d’obbligo, da approfondire successivamente magari in altre sedi visto che l’apprendimento richiede tempo. Inoltre tanti consigli sui pericoli e le necessità che quest’attività richiede, caduta sassi, affollamento, meteo e per concludere i nodi da conoscere.

Consegnando a fine degli incontri un questionario a ciascuno, abbiamo posto delle domande, per capire se quanto abbiamo fatto era migliorabile e dove era necessario correggere. Con nostra grande gioia tutti sono rimasti molto contenti, inoltre è stato richiesto da molti un’altra uscita, maggior approfondimento da dedicare ai nodi, alla progressione, a come scegliere una via ferrata e capirne le difficoltà. Naturalmente certi argomenti richiedono pratica sul campo che ognuno deve fare da solo o se non se la sente in compagnia di persone esperte. I nostri incontri volevano essere solo di stimolo per iniziare ad approfondire questi argomenti per frequentare sempre di più in sicurezza le nostre montagne.

Il tutto si è concluso con un’escursione sulla Ferrata ”Renato Salvatori” sul Monte Forato (Alpi Apuane), dove abbiamo ripassato dalla progressione elementare sul terreno (come ci si muove sul terreno difficile), utile non solo sulle ferrate ma ovunque si cammini in montagna, a come si indossa l’attrezzatura a come si procede lungo il cavo. Il numero dei partecipanti ci ha stupito da subito, segno di un grande interesse: oltre 30. Dai ragazzi giovani alle persone più mature, da chi non sapeva nemmeno cos’era una via Ferrata a chi aveva già un suo bagaglio di esperienza, ma assolutamente autodidatta ed era incuriosito per “saperne di più”. E’ stato necessario fare due serie di incontri per soddisfare tutti. Nonostante questo erano presenti ancora altre richieste, ma li abbiamo, con dispiacere, rimandate all’anno prossimo. La partecipazione

nella pagina a fianco: foto di gruppo in occasione della ferrata del Monte Forato 37


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AMBIENTE & CULTURA

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MARCO BASTOGI

ANCHE LE ALPI APUANE AVEVANO I LORO GHIACCIAI E’ difficile oggi poter pensare che un tempo anche questa piccola catena montuosa non troppo elevata come quota, sia stata ricoperta da ghiacciai. Si tratta di ghiacciai certamente più piccoli di quelli che si sono sviluppati nelle Alpi, ma anche questi hanno lasciato chiari segni indelebili del loro passaggio.

Ad iniziare da 1,8 milioni di anni fa (Quaternario - Pleistocene), l’azione delle glaciazioni dette gli ultimi “colpi di pennello” al paesaggio apuano come lo conosciamo oggi; l’erosione glaciale ha modellato le sommità della catena ed ancora oggi si riconoscono circhi glaciali, valloni arrotondati dai ghiacciai e depositi morenici frontali che 40


contribuiscono a disegnare un paesaggio molto simile a quello alpino. La formazione di questi ghiacciai è attribuita in particolare all’ultimo periodo glaciale: il Würm (tra 15.000 e 70.000 anni fa); solo in pochissimi casi, la presenza di depositi morenici cementati e direttamente coperti da altri depositi morenici sciolti, fa supporre una glaciazione ancora più antica.

l’area compresa tra il Monte Corchia e le Panie e infine, in tempi più recenti, è stata riconosciuta glaciale anche la zona più occidentale tra il Monte Borla ed il Monte Sagro. Il primo ad accertare l’antica esistenza di un ghiacciaio nelle Apuane, fu il Professor Antonio Stoppani, nel giugno del 1872 mentre, in compagnia dell’amico Ing. Emilio Spreafico, percorreva la valle d’Arni. La notizia fu pubblicata, lo stesso anno della scoperta nei Rendiconti del Regio Istituto Lombardo con il titolo “Nota sull’esistenza d’un antico ghiacciaio nelle Alpi Apuane”. Il fatto acquisisce ancora più importanza se si considera che questa è la prima scoperta per l’Italia peninsulare.

L’area glaciale si localizzava nella regione con quote più alte e in corrispondenza del versante nord orientale e più freddo della catena, dove l’acclività è anche minore ed è quindi stato possibile un maggior accumulo ed una più lunga conservazione dei ghiacci. Le zone più tipiche sono in particolare tra il Pizzo d’Uccello e il Monte Sumbra, poi ci sono le aree di Arni (tra Passo del Vestito e l’Altissimo),

Anche il Professor Igino Cocchi, insigne geologo e primo Presidente della Sezione C.A.I. Firenze nel 1868, aveva manifestato il sospetto che le Alpi Apuane una volta fossero state interessate dai ghiacciai. Le tracce del primo ghiacciaio riconosciuto si trovano nell’alta valle della Turrite Secca (Val d’Arni), poco a valle del paese di Campagrina e sono testimoniati da estesi depositi di ciottoli e massi angolosi, talvolta cementati tra loro ad indicare un periodo glaciale precedente a quello Würmiano. I ciottoli se esaminati attentamente, mostrano le tipiche striature determinate dall’azione abrasiva provocata dal ghiaccio in movimento. L’antico ghiacciaio raggiungeva le pendici del Monte Altissimo, del Pelato, il Passo del Vestito, il Monte Macina, il Monte Fiocca fino al Fatonero. Il ghiacciaio si divideva in due rami: quello che occupava la valle delle Gobbie (lungo circa 2 km) e quello principale che seguiva l’asse del Turrite Secca (circa 3,7 km). Giunti poco più a valle di Campagrina, i due rami si riunivano in un unico fronte lasciando il loro carico di depositi morenici. Le forme del territorio, riferibili ai ghiacciai, non sono tuttavia diffuse e marcate come per le Alpi, il motivo risiede soprattutto nel fatto che in Apuane, i ghiacciai si sono formati poco prima che le mutate condizioni climatiche ne determinassero la loro scomparsa; il periodo di esistenza è stato così talmente breve che anche le impronte che oggi ritroviamo sono molto poco accentuate. Il “circo glaciale”, ovvero la depressione semicircolare dominata da ripide pareti rocciose e parzialmente sbarrata a valle da una soglia più o meno marcata, è la forma più comune che si può osservare, le così dette “soglie di transfluenza” (Focolaccia, Foce Giovo, Foce di Mosceta), si localizzano lungo gli spartiacque principali ribassandoli e permettevano alle masse glaciali di attraversare i versanti; in casi più rari si sono formate “soglie di diffluenza” (Passo del Vestito, Foce Pianza), in questi casi il ghiaccio si biforcava formando due lingue distinte. Non mancano naturalmente valli 41


glaciali dalla tipica forma concava come nel caso di Orto di Donna, Fatonero e le “conche glaciali” tra cui Mosceta, Fociomboli e Campocatino.

fossero uniti. Ghiacciaio del Solco di Equi Scendeva dalla cresta del Pizzo d’Uccello, lungo la valle, in direzione nord ovest, un ghiacciaio fino a poco tempo fa ufficialmente sconosciuto anche se De Stefani nel 1890, senza disporre di prove certe, ne ipotizzava l’esistenza. Anche il Prof. Cocchi, ipotizzo l’origine glaciale di un masso localizzato nel Solco di Equi noto localmente con il nome “Paiolo”. La lunghezza di questo ghiacciaio non eccedeva i 2,5 km e aveva un fronte a quota 400, particolarmente basso rispetto a tutti gli altri ghiacciai apuani. Questa sua singolarità dipende dal fatto che il margine meridionale è costituito da una ripidissima e lunga parete che riparava, mantenendo in ombra, il ghiacciaio esposto a nord. Ancora oggi, una striscia di neve si mantiene fino all’arrivo dell’estate e sulle carte topografiche la zona viene indicata con il toponimo “Cantoni di neve vecchia”.

Poco diffuse sono le “rocce montonate”, ovvero le tipiche forme rocciose convesse modellate dal passaggio della massa di ghiaccio con i frammenti rocciosi in essa inglobati (Fig. 1). Tra le forme di deposito che possiamo trovare, le più diffuse sono le “morene frontali”, ce ne sono di ben riconoscibili in diverse vallate interne, particolarmente spettacolare è quella presso il canale del Libardo a Gramolazzo. Più rare sono le morene laterali o quelle dovute alle fasi di progressivo ritiro del ghiacciaio; un esempio particolarmente esemplare è l’anfiteatro morenico della conca di Campocatino. Si possono trovare massi di enormi dimensioni trasportati dal ghiacciaio (massi erratici) che talora, se di marmo, sono stati oggetto di attività estrattiva. Se ne trovano di notevoli dimensioni nella valle dell’Edron e nella valle di Gramolazzo.

Il ghiacciaio di Vagli E’ certamente il ghiacciaio che ha lasciato le tracce migliori. Copriva Campocatino dove ha prodotto la tipica forma a conca perfettamente rotondeggiante. La massa di ghiaccio localizzata ai piedi del Roccandagia, scese il ripido pendio in direzione di Vagli di Sopra proseguendo per il canale del Gruppo e lungo il fosso Tambura dove si sarebbe unita alla “lingua glaciale“ proveniente dal M. Tambura. I depositi della morena frontale raggiungono il lago di Vagli di Sotto a quota 550, fondendosi con i depositi morenici del ramo principale che discendeva dal M. Fiocca e dal M. Sumbra, percorrendo la valle dell’Arnetola. Il ghiacciaio raggiungeva i 6 km circa di lunghezza e occupava un’area di circa 8 km2. A Campocatino, l’ampia cerchia regolare di massi che delimita l’area concava presso il lato orientale di valle, costituisce certamente, per le Alpi Apuane, l’esempio migliore di morena. La perfetta conservazione dei depositi morenici, dipesa dall’assenza d’interferenza erosiva dovuta ai corsi d’acqua, mostra chiaramente l’alternanza tra lento ritiro e avanzamento del ghiacciaio.

La carta schematica di Fig. 2, ricostruisce, sulla base di tutte le testimonianze glaciali fino ad oggi individuate, la distribuzione degli antichi ghiacciai Apuani. Si tratta di una ricostruzione eseguita da Braschi S., Del Freo P. e Trevisan L. nel 1987, ancora oggi valida, che amplia considerevolmente le prime ipotesi degli studiosi di fine ‘800 che avevano individuato dodici ghiacciai. Vediamo quali erano i più importanti e quelli che hanno lasciato le tracce più significative. Il ghiacciaio di Gramolazzo Era il ghiacciaio più esteso con il suo fronte alla quota di m 600 in corrispondenza dell’omonimo paese. Occupava una superficie di circa 12 km2 per una lunghezza massima di circa 6 km. In esso confluivano i ghiacci del bacino compreso tra Pizzo d’Uccello, M. Grondilice, M. Cavallo e M. Pisanino; attraverso la “sella” di Minucciano inoltre, una breve lingua si spingeva (trasfluiva) in direzione nord. Gli accumuli morenici sono oggi in parte coperti da frane recenti e la loro estensione aumenta presso la confluenza tra i torrenti Acquabianca e Gramolazzo.

Il ghiacciaio della Foce di Mosceta La Foce di Mosceta, raccoglieva i ghiacciai che scendevano dal versante orientale del M. Corchia e da quello occidentale della Pania della Croce. A Foce di Mosceta sono ancora oggi osservabili depositi morenici. Dalla sella di Mosceta, una lingua scendeva verso nord fino a quota 700 m s.l.m. ed un’altra più ampia, verso sud, fino a quota 800 s.l.m..

Il ghiacciaio di Gorfigliano Dal bacino compreso tra il monte Pisanino, il Cavallo e la Tambura, più ad oriente del ghiacciaio di Gramolazzo, scendeva un ghiacciaio di lunghezza di poco inferiore ai 6 km che occupava una superficie di circa 8 km2. Il fronte e la sua quota era talmente vicino a quello del ghiacciaio di Gramolazzo che non si può escludere la possibilità che in certi momenti

Il ghiacciaio di Puntato Il regolarissimo circo glaciale posto a nord est 42


del M. Corchia (torbiera di Fociomboli) Fig. 3, presenta in vicinanza, depositi glaciali perfettamente conservati che occupano i versanti del canalone delle Fredde e della Val Terreno in direzione della Turrite Secca, indicando l’antico percorso glaciale. L’antico ghiacciaio scendeva dal versante nord del Corchia e da quello est del M. Freddone e raggiungeva Isola Santa . • Il ghiacciaio si divise a metà del suo cammino a causa di un rilievo a circa metà del suo percorso. Attorno a Puntato sono evidenti diversi accumuli morenici di forma concentrica ad indicare stadi successivi del ghiacciaio. Qui sono anche evidenti tracce di arrotondamento dei massi ad opera del ghiaccio che raggiunse un’estensione di 2,3 km. La particolarità di Fociomboli cioè il motivo per cui si è formato la zona umida più importante delle Apuane, sta nel fatto che il ghiacciaio ha scavato le rocce carbonatiche (dolomie), raggiungendo il sottostante basamento paleozoico impermeabile costituito da “scisti porfirici”. La conca colmata nel tempo da sedimenti lacustri e torbosi, costituisce la più grande torbiera delle Alpi Apuane nella quale si conservano emergenze floricole endemiche di estremo interesse fisiogeografico come la Pinguicola, una pianta carnivora. Il piccolo ghiacciaio dei Paduli A Pian di Lago, all’inizio del canale delle Fredde, si trovano tracce di un piccolo, ma molto preciso circo glaciale. In questo caso, la “conca”, non è bordata da accumuli morenici. Le prove del passaggio del ghiacciaio sono date dai pochi frammenti e massi erratici calcarei su un substrato di rocce diverse, scistose. Questa vedretta ebbe comunque un’estensione di non oltre un chilometro. Il ghiacciaio di Campo Cecina Era il ghiacciaio localizzato più ad occidente tra quelli Apuani, ad ovest di M. Borla. Lingue glaciali si staccavano dall’altipiano ondulato di Campo Cecina e dai monti circostanti in direzione nord e sud, congiungendosi con i ghiacci provenienti dal versante ovest del M. Sagro.

Le figure: sopra: la Figura 1 Roccia “montonata” presso la torbiera di Fociomboli (foto M. Bastogi) sotto: la Figura 3 La torbiera di Fociomboli, sullo sfondo il Montte Corchia (Foto Luca Tommasi, CAI Viareggio) 43


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STEFANO SACCARDI

IL RIFUGIO FIRENZE IN ALPE DI CISLES Il Rifugio Serristori alla Vertana

Questo vuole essere un breve viaggio attraverso l’assegnazione dei Rifugi Firenze e Serristori, avvenuta negli anni successivi alla Prima Guerra Mondiale, considerando i tempi che si vivevano per capire perché la Sezione Fiorentina del C.A.I. tanto si adoperò per vedersi assegnati due rifugi che, considerata anche l’epoca, erano a così tanti chilometri di distanza.

erano inagibili a seguito delle distruzioni subite durante la guerra. Le sezioni affidatarie hanno provveduto alla ristrutturazione, manutenzione e ampliamento dei rifugi, dotandoli, con gravosi impegni economici, dei servizi necessari. Occorre inoltre pensare all’importanza che i rifugi hanno avuto per lo sviluppo delle vallate alpine e, se vogliamo, anche ciò che rappresentano, cioè un significativo punto d’incontro e di solidarietà per gli appassionati di montagna di tutta l’Europa.

Il Regensburger Hutte, a noi meglio noto come Rifugio Firenze, è situato nell’ampia boschiva, prativa e assolata Alpe di Cisles, poco sopra Santa Cristina di Val Gardena, a 2.037 mt. di altitudine., al cospetto dei Gruppi Dolomitici delle Odle, del Puez e dello Stevia. Facilmente raggiungibile da Santa Cristina, da Ortisei, da Selva, si trova al centro del Parco Naturale Puez - Odle. Fu costruito nel 1888 dalla sezione di Ratisbona del D.O.A.V. (Deutscher und Osterreichischer Alpenverein). Il Trattato di Pace, stipulato alla fine della prima guerra mondiale, stabiliva la ripartizione del dissolto Impero Austro Ungarico e le condizioni per la creazione della Repubblica Austriaca. Fu firmato il 10 settembre 1919 nella località di Saint Germain en Laye (Francia). 381 articoli stabilivano le clausole più importanti; in particolare furono assegnati all’Italia il Trentino Alto Adige, la Val Canale, il goriziano, Trieste, l’Istria, diverse isole dalmate e la città di Zara. I venticinque rifugi, assegnati all’Italia, appartenevano al Club Alpino austro- germanico e avevano tutti il nome della città proprietaria.

La sezione di Firenze fece ogni sforzo possibile affinchè le fosse assegnato un rifugio che potesse portare il nome della città. Furono raccolti fondi in tutta la Toscana per raggiungere lo scopo e fra i primi donatori, il Comune di Firenze con 5.000 lire ma anche nobili fiorentini, una non meglio identificata Cori di montagna con 180 lire, gli alpini, la Deputazione Provinciale di Firenze con 2.000 lire e tanti altri. Leggiamo sul Bollettino Sezionale del 1° trimestre 1922: ”… il rifugio destinato a chiamarsi Firenze, quasi certamente è il Regensburger Hutte a più di 2000 m. di altitudine, in mezzo ad una meravigliosa conca di prati e contornato da un bellissimo gruppo di Dolomiti che si spingono oltre i 3000 m. nell’alta Val Gardena…”. E ancora “….cari colleghi e amici abbiamo bisogno, almeno, di 50.000 lire. Poiché la cosa assume un carattere di dignità cittadina, chi si sente fiorentino di “razza” deve contribuire secondo le proprie forze a questa patriottica iniziativa….”.

L’allora Regensburger Hutte passò di proprietà del Demanio Militare Italiano attraverso il Ministero della Difesa che a sua volta lo consegnò alla Sede Centrale del C.A.I. unitamente agli altri rifugi appartenenti a Società ed Enti ex nemici. La Sede Centrale autorizzò poi la “Commissione sistemazione esercizio rifugi terre redente”, all’uopo creata a Milano, per distribuire gli edifici fra le città italiane sedi di una sezione del C.A.I. e per gestirne l’amministrazione. Dopo la seconda guerra mondiale tutte le competenze furono trasferite al Ministero del Tesoro. Alla data odierna le sezioni affidatarie dei venticinque rifugi sono: Milano (5), Brunico (3), Merano (3), Bressanone (2), Verona (2), Vipiteno (2), Bergamo (1), Bolzano (1), Desio (1), Fortezza (1), Firenze (1), Roma (1), Padova (1), Vicenza (1). E’ bene ricordare che tutti

Il Consiglio Direttivo invitava a prepararsi a partecipare nel Ferragosto successivo all’inaugurazione trionfale del Rifugio Firenze in Val Gardena e al battesimo della sezione di Bolzano. Ma perché fu data tanta importanza all’ acquisizione del rifugio? Soprattutto per motivi politici, scientifici e artistici. Chi avrebbe gestito il rifugio compiva, nel nostro caso in Val Gardena, un’affermazione della propria forza. Il rifugio offriva, inoltre, occasione agli scienziati (geologi, geografi, botanici, glaciologi) la possibilità di poter compiere, in zone poco studiate e lontane da ogni centro di ricerca, un’infinità di osservazioni e prolungati studi nella regione. Anche i vantaggi militari furono presi in considerazione in vista di una possibile guerra all’epoca, e prevedibilmente, quasi essenzialmente di montagna. La sensibilità 45


16 al 24 agosto 1924 fu organizzata un’escursione al Rifugio Firenze: sabato 16, partenza da Firenze, ad ora da destinarsi, per Santa Cristina di Val Gardena; domenica 17, salita al Firenze dopo tre ore di cammino. Ma veniamo al Rifugio Serristori che è, invece, situato nel comune di Stelvio (BZ) in località Solda, nelle Alpi Retiche Meridionali, nel gruppo dell’Ortles Cevedale a 2.721 mt. Posto nell’alta Valle di Zai (Zaytal) presso i Piani della Crodetta ai piedi della Cima Vertana, offre una Il Rifugio Firenze nel 1924 vista d’insieme a sud sulla (foto tratta dal Bollettino del CAI Firenze) Valle di Solda e sulle pareti nord dell’Ortles, del artistica dei fiorentini ne avrebbe tratto giovamento Monte Zebrù e del Gran Zebrù. La sua costruzione per avere spettacoli fantastici che la zona, al tempo risale al 1892, quando la valle era territorio austriaco, sconosciuta, offriva. Lo sport della montagna ne e, come vedremo, dal 1924, passò alla Sezione di avrebbe tratto incoraggiamento perché lo sport di Firenze. Nel 1929 fu trasferita la proprietà alla Sezione montagna era considerato il più salubre e Firenze e di Milano che la detiene ancora adesso. la Toscana tutta ne avrebbero tratto forza, commercio Sempre nel Bollettino Sezionale del 3° e ricchezza. Il Bollettino Sezionale del 1° trimestre 1924 riporta questa notizia: “… al momento di andare trimestre 1924 rilevo la notizia intitolata “Un altro in macchina ci giunge la comunicazione ufficiale Rifugio in Alto Adige assegnato alla nostra Sezione”: dell’assegnazione alla nostra sezione del Rifugio “… al momento di andare in distribuzione il presente Cisles il più frequentato dell’Alto Adige. Il nostro scopo notiziario, c’è comunicato che, mercé l’attivo è così raggiunto, le nostre fatiche premiate. interessamento del nostro Vallepiana, è stato Intensifichiamo ora la propaganda per raccogliere le assegnato alla nostra sezione un altro magnifico somme necessarie all’arredamento e all’allestimento rifugio in Alto Adige. E’ questo il Rifugio Vertana (già del rifugio, cui sarà imposto il nome di Rifugio Dusseldorfer Hutte) situato nella zona dell’Ortles a Firenze…”. Presidente della Sezione era, a quel mt. 2707, a sole due ore da Sulden. Il Rifugio, ora in tempo, Sebastiano Sberna (1924-1944) successore piena attività, è una solida costruzione in muratura a tre piani; contiene sedici letti e sedici pagliericci e di De Falkner (1921-1923). può dare alloggio, con paglia a terra, a 100 persone. Nel Bollettino Sezionale del 2° trimestre del Sarà dedicato al nostro compianto Dedo Serristori 1924 si rileva che a tale data furono raccolte 20.000 tragicamente perito sul Bernina, di cui assumerà il lire, somma regolarmente versata al CAI Centrale. nome. La cerimonia di consacrazione avrà luogo alla Ma altre lire occorrevano per metterlo in efficienza fine di agosto, e vi assisteranno il padre Senatore come si deve, il rifugio doveva fare onore alla città. Conte Serristori, e il Presidente del Club Alpino, “.….i soci devono ricordare anche che tutto il nostro Comm. Porro….”. Appennino è assolutamente privo di rifugi; anche per Dal Bollettino Sezionale del 4° trimestre 1924: questo bisogna perciò provvedere. L’opera è ardua ma della massima importanza perché i rifugi sono le “… con stagione poco propizia, ma con molto opere più belle che avvicinino l’uomo a dio sulle alte entusiasmo, e con molta cordialità, il 24 Agosto fu montagne, e devono servire non soltanto agli alpinisti, riconsacrato il graziosissimo Rifugio Firenze. Alla ma anche per tutti quelli che sentiranno il bisogno cerimonia simpatica e commovente erano presenti il morale e fisico di andare a respirare l’aria buona e Prof. Caccia in rappresentanza del Sindaco di pura lontana dalle noie più assillanti della vita….”. Dal Firenze, il Sindaco e il Parroco di Santa Cristina di 46


Gardena, nella cui circoscrizione è situato il Rifugio, la Guida Mulknedt in rappresentanza del Corpo delle Guide di Val Gardena, il nostro Presidente con un gruppo di soci, fra cui l’infaticabile Contessa Capponi, nonché alpinisti italiani e stranieri, villeggianti e montanari gardenesi. Quindi il Prof. Caccia, dopo aver portato il saluto e l’adesione del nostro Sindaco, mostrò con alate parole come questo lembo di Firenze fosse una sentinella avanzata nelle nostre meravigliose Dolomiti, presso i nuovi confini d’Italia. Ricordò ai valligiani presenti la loro origine ladina, e disse che dovevano perciò sentirsi orgogliosi di essere anche loro, figli di Roma; e consegnò al Dott. Sberna, perché la facesse conservare nella biblioteca del Rifugio, una copia delle opere complete di Dante, inviata dal Sindaco di Firenze, facendo notare il significato e l’importanza del dono…. Infine il nostro Presidente Dott. Sberna ringraziò tutti gli intervenuti, e affidò al Sig. Giovanni Nepomuceno Demetz la custodia del Rifugio, dopo avere molto opportunamente notato che alla buona tenuta del medesimo devono contribuire specialmente gli alpinisti e le popolazioni della vallata….Terminati i discorsi, il Parroco benedice i locali del Rifugio; quindi

al suono della Marcia Reale, fu scoperta, benedetto e battezzata col tradizionale champagne, la bellissima lapide di marmo (dono del Comune di Firenze) recante il nome di “Rifugio Firenze” lo stemma del Club Alpino e il Giglio Fiorentino. Dopo molti alalà e cori alpini, autorità e alpinisti si riunirono insieme a banchetto. La sera, poi, il Rifugio fu graziosamente illuminato con i colori nazionali”.

Cartolina dal Rifugio Firenze datata 23.08.1924 dalla collezione www.helmacsammlung.de

Il Rifugio Serristori in un’immagine degli anni ‘20 dal sito www.montagnedifoto.it

“Fra l’imperversare della tormenta, senza feste e senza canti di gioia, che sarebbero stati fuori luogo, il 28 dello stesso mese fu riconosciuto il Rifugio Vertana, battenzandolo col nome del nostro carissimo socio Alfredo Serristori, rimasto vittima di un tragico destino. Il nostro Presidente commemorò con brevi e commoventi parole il Defunto, ricordandone le qualità alpinistiche; e ringraziò la Famiglia che con nobile pensiero aveva voluto che a un Rifugio alpino fosse imposto il nome di Lui. Quindi il Prof. Caccia lasciò, per incarico del Sindaco di Firenze, anche a questo rifugio una copia delle opere complete di Dante. Intervennero alla mesta cerimonia, oltre ad alcuni soci della nostra Sezione, anche il Presidente della Sede Centrale Comm. Porro, accompagnato dal

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sulle più amene praterie ai piedi delle Dolomiti superbe, l’altro sull’orlo dei ghiacciai meravigliosi) sono fra i più belli dell’Alto Adige. Che nessuno dei loro visitatori, trovandoli in condizioni non adeguate debba dolersi che siano stati assegnati alla sezione di Firenze!”.

nostro Vallepiana, il Tenente Prampolini e il Rag. Battaglini rappresentanti della commissione Rifugi, il Conte Bossi Pucci e il Conte Baciocchi Del Turco in rappresentanza della Famiglia Serristori”. Tanto il Rifugio Firenze quanto il Rifugio Serristori sono in grado di funzionare con servizio di albergo, ed hanno la scorsa estate funzionato regolarmente con un buon numero di frequentatori. Ma quante cose assolutamente necessarie vi mancano ancora! Le coperte e le stoviglie da tavola sono appena sufficienti per una media affluenza di turisti, deficientissime però quando il Rifugio è al completo; non vi sono più gli armadi farmaceutici con gli strumenti necessari per il pronto soccorso; al Rifugio Firenze è ancora disarredato il grazioso fabbricato annesso, detto Rifugio d’Inverno: vi mancano letti, pagliericci, materassi, coperti, lenzuoli ecc..

Anche i sentieri di accesso e di collegamento dovevano essere ricostruiti, come pure doveva essere rifatta la segnaletica, allora scritta solo in lingua tedesca. Numerosi i Soci coinvolti nella gestione del Rifugio come Ispettori con l’incarico del disbrigo e nella sorveglianza della gestione dei due Rifugi. Numerosi in quegli anni anche gli accantonamenti sezionali svolti al “Firenze” e le permanenze offerte agli orfani di guerra. Come detto il “Serristori” passò, nel 1929, alla Sezione di Milano. Leggiamo infatti sul Bollettino Sezionale del 4° trimestre del 1928: “ Quando lo scopo cui miriamo può essere più utilmente raggiunto facendoci sostituire nel nostro lavoro da altri che meglio possono adempiervi, malinteso zelo e deplorevole orgoglio sarebbe il nostro, se volessimo ostinarci a non cedere loro il posto! Questa convinzione, profondamente meditata, ci ha fatto acconsentire con entusiasmo alla proposta della consorella di Milano di cederle il Rifugio Serristori in Val di Solda. La Sezione di Milano, sia per i suoi maggiori mezzi finanziari, sia perché proprietaria di tutti gli altri Rifugi della Val di Solda, meglio di noi potrà certamente provvedere quanto occorre a quel Rifugio, e sorvegliarne il buon funzionamento; compiti cui noi non potevamo adempiere che in misura molto inferiore. Fu nostro vanto impegnarci a provvedere al rifugio in quell’epoca in cui le maggiori Sezioni del Club alpino non avevano ancora compreso la necessità di sottoporsi a gravi sacrifici pur di riscattare, riattare e far funzionare i Rifugi ex austriaci delle Terre Redente; e con lo stesso spirito patriottico e alpinistico con cui all’ora ne assumemmo la gestione, ora vi rinunziamo perché altri meglio può adempiervi. Siamo sicuri che il nostro compianto Dedo Serristori (cui, naturalmente, il Rifugio continuerà a esser dedicato) sarebbe il primo ad approvare il nostro operato.

Il reddito annuo modestissimo per il Rifugio Serristori, buono per il Rifugio Firenze, è sufficiente alla costosa manutenzione dei due Rifugi: ma come provvedere alle spese straordinarie d’impianto e di ripristino? La Sezione ha fatto quello che ha potuto per le necessità più urgenti e quest’anno ha dotato il Rifugio Firenze di due nuove lampade a vapore di spirito, di una cucina economica per la stagione invernale (nella quale il Rifugio è molto frequentato, essendo in posizione eccezionalmente adatta per sciare), ha acquistato le stoviglie più indispensabili. Ma le spese necessarie sono ingenti, e non posso essere sostenute senza un forte aiuto straordianario da parte dei soci. Nessuno potrà esimersi dal contribuire in modo adeguato a un’opera di così grande importanza: la nostra dignità d’italiani, l’onore di Firenze esigono che i nostri Rifugi siano in condizioni anche migliori di quello che erano durante la dominazione austriaca. I tedeschi sono tornati in gran numero a frequentarli: quale sarebbe il loro giudizio a nostro riguardo, se li trovassero trascurati e deficienti, o anche semplicemente privi di quelle comodità di cui erano, nei tempi passati forniti? Si ricordino i soci che molti dei Rifugi dell’Alto Adige avevano impianti centrali d’illuminazione, alcuni (fra cui il Rifugio Firenze), perfino il telefono; pensino che altri lavori sono resi necessari da nuove esigenze (fra gli altri, l’ingrandimento della sala da pranzo del Rifugio Firenze, nella quale spesso, i visitatori non trovano posto per sedersi a tavola), e non tardino a versare quella somma che tante volte abbiamo loro richiesto. Se prima poteva essere giustificati un rifiuto motivato dall’essere ancora incerta, l’assegnazione dei Rifugi, ora che ogni dubbio è dissipato ora che i Rifugi sono definitivamente nostri, non c’è giustificazione per chi non adempie il proprio dovere. E chi ha già dato qualche cosa, faccia ancora una seconda offerta. Ne vale la pena. I nostri due Rifugi, sia per la loro struttura, sia per la comodità per l’accesso, sia per la loro invidiabile posizione (l’uno

Dalla cessione, gli interessi dei Soci non verranno in alcun modo danneggiati, e anzi ne riceveranno vantaggio; perché la Sezione di Milano si è impegnata a dare in perpetuo a tutti i Soci della Sezione di Firenze gli stessi diritti e le stesse facilitazioni di cui godranno i Soci della Sezione di Milano non solo per il Rifugio Serristori, ma anche per i prossimi Rifugi Città di Milano e Dux. Inoltre per simpatica iniziativa dei nostri amici milanesi, sarà imposto il nome di “Firenze” al sentiero che congiungerà direttamente il Rifugio Serristori con il Rifugio Città di Milano”. Dunque dal 1929 rimase alla nostra Sezione unicamente il “Firenze” la cui con48


sopra: immagini del Rifugio Firenze nel dopoguerra (wikimedia.org) sotto: una cartolina del Rifugio Firenze datata anni ‘30

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La cosa che colpisce in tutta questa vicenda è comunque l’assoluta mancanza di notizie e comunicazioni da parte delle Autorità in essa coinvolte, e non si comprende il perché. Sono da chiarire anche aspetti economici della vicenda perché vi sono i diritti di prelazione del C.A.I. per gli investimenti economici eseguiti dal C.A.I. medesimo nei rifugi dopo il 1999 data del passaggio alla Provincia e agli indebitamenti contratti per l’esecuzione di detti lavori. Una volte definite le varie questioni, ancora in discussione inizieranno le operazioni per il nuovo consorzio di gestione, la redazione degli statuti, la composizione degli organismi, i finanziamenti ecc. Tutto questo doveva essere chiarito entro la primavera 2010 ma niente è stato comunicato in proposito.

cessione in uso da parte dello stato avveniva attraverso la stipulazione di apposita. Convenzione con la quale furono regolamentati i vari aspetti relativi alla conduzione del Rifugio. In particolare la Sezione aveva l’onere di pagare un canone annuo simbolico di affitto, di curare la manutenzione e il miglioramento dell’edificio, di assumersi alcuni oneri assicurativi di ricostruzione in caso d’incendio, la cura nella manutenzione dei sentieri di accesso al Rifugio. Il 21 dicembre 1998 è stato approvato il Decreto Legislativo n. 495/98 …”recante norme in materia di trasferimento alle Province Autonome di Trento e Bolzano dei beni demaniali e patrimoniali dello Stato della Regione.” Nell’allegato B di tale Decreto sono elencati i beni trasferiti alla provincia autonoma di Bolzano, tra cui i venticinque rifugi ex MDE (Ministero Difesa Esercito) dati in concessione alla Sede Centrale del C.A.I., e da questa affidati alle quattordici Sezioni di cui sopra. L’art. 3 (che tratta dei Rifugi alpini) del Decreto, dispone al comma 1, che le concessioni sono prorogate al 2010 e che il rinnovo delle concessioni dopo il 2010 è effettuato con procedura a evidenza pubblica; il concessionario uscente è preferito a parità di condizioni. Al comma 2, l’art. 3 dispone che sono fatte salve le esigenze addestrative e operative del Ministero della Difesa.

Sappiamo come il Rifugio Firenze abbia assunto negli anni una rilevante importanza turistica a livello locale, regionale e nazionale. La nostra Sezione affidava a sua volta la gestione diretta della struttura attraverso apposita convenzione fissandone i criteri, i modi, le competenze economiche e gestionali. Dal 1940 custode e gestore del Rifugio sono la Famiglia Peratoner. Prima con il capostipite Matteo deceduto nel 1962 e poi con i figli Resi e Victor con i nipoti. Matteo aveva gestito e custodito il Rifugio negli anni difficili della Seconda Guerra Mondiale riuscendo a preservarlo intatto. I più “anziani” lo ricorderanno come gran lavoratore, con il grembiulone blu tipico del Sud Tirolo, gran conoscitore delle condizioni meteo della Val Gardena.

Nel 2011 i venticinque Rifugi finora gestiti dal CAI passeranno alla Provincia di Bolzano.

La loro gestione dovrebbe essere affidata a un consorzio specifico del quale faranno parte la Provincia di Bolzano, il CAI e l’Alpenverein; questi, per lo meno, sono gli auspici di Luis Durnwalder (presidente della Provincia) e di Vincenzo Torti (vicepresidente del C.A.I.). In effetti, il passaggio alla Provincia è già avvenuto nel 1999, però il contratto della loro gestione affidata al C.A.I. scadrà a fine 2010. Pare addirittura che per l’Alpen Verein si tratti di un “esproprio illegittimo” perché i rifugi in menzione non erano menzionati nel Trattato di Saint Germain. Anche polemiche dunque in barba alla fratellanza e alla solidarietà che dovrebbe accomunare Il Coro la Martinella sfila per le vie di Santa Cristina in occasione del tutti quelli che vanno in Centenario del Rifugio Firenze in una foto tratta dal Bollettino del CAI Firenze montagna! 50


nel camerone dormitorio. Nel 1956 fu realizzata al piano terra un’ampia sala soggiorno-pranzo, nuovi servizi igienici, un nuovo camerone nel sottotetto, anch’esso con servizi igienici. Dal 1956 al 1989 furono eseguiti vari lavori di ristrutturazione che modificarono la ricettività con quattro camere a un letto, sei camere a due letti, una camera a tre letti, tre camere a quattro letti, sette cameroni con svariati posti letto. A piano terra vi sono due sale soggiorno- pranzo, la cucina, le dispense e i depositi. I servizi igienici sono sette w.c., nove lavabi, due docce. Nel complesso il rifugio può ospitare 99 persone, di cui 71 nel nucleo principale e 28 nel locale d’inverno che conserva sempre lo stato originario.

Era stato anche un ottimo alpinista, soprattutto nelle cime circostanti quali Odle e Fermeda; queste sue famose frasi: ”In roccia non si prova, si fa un passo quando siamo sicuri di poterlo fare” e “mai sbagliare in roccia, in roccia si sbaglia una volta sola!”. Nel Settembre 1988 furono celebrati i 100 anni di vita del Rifugio unitamente dalle Sezioni Cai Firenze e Alpenverein di Ratisbona. Numerose le manifestazioni programmate ed effettuate tutte con ottima riuscita. Sabato 24: escursioni al Rifugio Puez, la gita a Seceda, la “via ferrata” del Sass Rigais, una solenne Messa cantata dal Coro Sasslong di Santa Cristina e celebrata a pochi passi dal Rifugio in uno degli scenari più belli delle Dolomiti, a conclusione il “concerto” di due corni alpini svizzeri. Inoltre pranzo e cena conviviali ufficiali o meno, complessini tipici jodel. Domenica 25: varie manifestazioni a Santa Cristina e al Monte Pana; corteo folcloristico per le vie del paese con i tipici costumi della vallata. Anche il Coro La Martinella partecipò a questa manifestazione.

Più recentemente, nel 2003, sono stati fatti modesti interventi migliorativi la funzionalità dell’edificio. Dal 1992 al 2005 è stato eseguito l’allacciamento alla rete elettrica con il contributo finanziario dei gestori. Negli anni 1992-1993 è stata realizzata la fognatura dell’Alpe Seceda, Mastlè e Cisles permettendo così al Rifugio di normalizzare gli scarichi di acque reflue bianche nere; la spesa a totale carico della Sezione per complessive lire 51.360.000. Per quanto riguarda l’adeguamento alla normativa in materia d’incendi, il Rifugio è stato messo a norma nel 1999; in particolare con luci di sicurezza, impianto di allarme e di rilevazione incendi. Dal 1999 al 2003, con il contributo della Provincia autonoma di Bolzano, sono stati eseguiti lavori riguardanti l’illuminazione del camerone sottotetto e di un locale adiacente il locale docce.

A ranghi quasi completi, sotto la direzione di Claudio Malcapi, il Coro si esibì nel Salone dell’Azienda di Turismo, e la domenica, all’aperto, alternandosi al locale Coro Sasslong, e cantando infine il Signore delle Cime a cori riuniti. Anche una rappresentanza degli sbandieratori fiorentini, nei loro pittoreschi costumi, partecipò all’evento riportando un notevole e apprezzato successo. “Buffet” apprezzatissimi e l’esibizione della locale banda Musicale (Musikapelle) fecero ulteriore corona alle manifestazioni. Alpinisticamente parlando fu colta l’occasione da parte di Giancarlo Dolfi e Aldo Terreni per aprire una “prima” alla torre del massiccio dello Stevia, una parete di 250 mt. alla quale imposero il nome di “Scalata del Centenario”. Un vero successo svolto in un’atmosfera di cordialità e simpatia fra gente di varia provenienza, cultura e tradizioni; in affratellamento come solo la montagna sa fare!

Vi sono anche progetti non realizzati, come l’aumento del volume del locale d’inverno, di modifica alla dependance, la modifica dell’accesso al rifugio. Le ultime esigenze riguarderebbero il deposito dell’acqua insufficiente a soddisfare le esigenze odierne; un adeguamento dei servizi igienici al piano terra, che si trovano in vicinanza del bar e della sala da pranzo; un miglioramento degli spazi esterni con l’ampliamento della terrazza. Nelle belle giornate e nei periodi di maggior affluenza numerose sono le presenze dei turisti che affollano il rifugio sia internamente sia esternamente. La nuova vicina cabinovia del Col Raiser contribuisce a far affluire un sempre maggior numero di appassionati di montagna. Mi piace infine ricordare le famose partite a scopone che il mai dimenticato Presidente della Repubblica Sandro Pertini vi giocava con il Comandante del Centro Addestramento Sportivo Carabinieri di Selva Val Gardena, e come lo stesso Presidente abbia sempre gradito la bellezza del posto e la cortese ospitalità della Famiglia Perathoner.

Vero fiore all’occhiello della nostra Sezione il Rifugio è stato meta per le vacanze di tantissime persone sia italiane sia straniere. Nel 1888 il Rifugio era un semplice e piccolo ricovero incustodito che fu modificato nel 1897 e poi ampliato nel 1907. Nel tempo il Firenze ha subito variazioni con aumenti di superfici e volumi. Nel 1940 il Rifugio era costituito da due corpi di fabbrica separati, di cui il più piccolo, detto locale d’inverno, conserva l’originario aspetto del 1924. Nel 1952 era ancora nello stato di fatto del 1940. A tali epoche era presente una sala da pranzo, sei camere e un dormitorio nel sottotetto, oltre i servizi igienici. In un corpo adiacente vi erano la cucina e i locali per il personale. Il locale d’inverno era dotato di sette camere, una cucina e un servizio igienico. In totale al 1951, trenta posti letto nelle camere e venti

Voglio ringraziare per il cortese aiuto nel reperimento di dati e notizie i Soci: Annalisa Berzi, Valerio Sestini, Remo Romei, Carlo Marinelli e Marco Bastogi. 51


Pinguini al Polo Sud

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ANDREA TOZZI

SCIENZA AI CONFINI DEL MONDO Polo Sud

Philip quella mattina si era svegliato molto presto, ma non che facesse molta differenza in quel luogo: era buio già da diverse settimane e la temperatura era crollata a -60 gradi centigradi... sempre meglio dei -74 stabiliti nell’ultimo record. Prima di cominciare il suo turno voleva controllare la posta e come al solito avrebbe trovato alla meglio un unico messaggio di sua madre che pareva essere l’unica persona a preoccuparsi per lui, quasi dimenticato su quel mondo lontano e freddo. Raggiunse la sua postazione di lavoro a piedi guidato dalle luci delle trivelle. Phill azionò il pulsante che controllava l’uscita dell’acqua calda: un getto di vapore lo avvolse procurandogli una piacevole sensazione di caldo fin sotto la tuta da lavoro di chiara origine spaziale.

Latitudine: 90 sud, longitudine... quella che volete tanto non fa differenza qui. Quota: 2835 metri. Temperatura media estiva: -28 gradi centigradi, invernale -60. Fondata da diciotto uomini della US Navy nel lontano 1956 fu raggiunta via “terra” per la prima volta partendo dalla stazione Scott Base il 3 gennaio 1958 da Sir Edmund Hillary (quell’Hillary!). E da allora sempre abitata e in evoluzione continua: attualmente si sta costruendo un rivelatore di neutrini e ci vivono quarantasette persone. IceCube (http://icecube.wisc.edu/)è il nome dell’esperimento il cui scopo è determinare direzione, origine e tipo dei neutrini, particelle fermioniche molto ostiche da rivelarsi non avendo né carica elettrica, né di colore, né massa! Vengono prodotte dalle reazioni nucleari ed essendo prive (quasi) di interazioni con la materia trasportano l’informazione che sta alla base della loro generazione immutata anche dopo milioni di anni luce di strada: un sogno per gli scienziati! E come tutti i sogni sono effimere anche loro e di difficilissima individuazione.

“Scavare buchi profondi duemilacinquecento metri su un plateau di ghiaccio spesso tre chilometri a oltre tremila metri di quota con una temperatura attorno i quaranta gradi sotto zero, non è un lavoro da persone sane di mente” si ripeteva tutte le volte che schiacciava quel pulsante “senza parlare del fatto che lo stadio più vicino è a molte settimane di viaggio da qui... se riesci a raggiungerlo!”. Ma la paga era buona e anche se all’intervista aveva dichiarato il suo amore per la scienza e la volontà di contribuire alla ricerca scientifica, non gliene fregava poi molto di neutrini muonici o tauonici o elettronici che fossero. Ne avevano fatta di strada dalle camere a bolle, ma molta più strada aveva fatto la lista dei suoi creditori e allora eccolo li, all’estremo inferiore di un pianeta sperduto ai confini della galassia a posizionare migliaia di rivelatori sferici poco più grossi di una palla da basket in profondi buchi nel ghiacciaio più immenso su cui l’uomo avesse mai calcato piede. “E poi che scienza e scienza! A dir poco vogliono solo stabilire il numero di centrali atomiche sparse sul pianeta!”

Le rare interazioni con la materia esistono però e quando avvengono viene prodotto un muone la cui flebile luce blu si trasmette nel ghiaccio ultratrasparente del Polo Sud arrivando a colpire alcuni dei 4800 rivelatori di luce di cui è composto IceCube, capace di monitore oltre un chilometro cubo di ghiaccio. I segnali, elaborati da potenti computer, vengono tradotti in traiettorie con una risoluzione angolare di pochi gradi. I rivelatori delle dimensioni appunto di una palla da basket vengono posizionati nel ghiaccio secondo uno schema geometrico noto grazie a delle trivelle ad acqua calda che possono perforare il ghiaccio fino a 2.5 Km. Infatti, il quel punto del Polo Sud lo spessore della coltre di ghiaccio supera i 3 Km!

“Dai Mr. Dick!” - lo fece sobbalzare un suo compagno di squadra - “Ancora due anni e avremo il più grande rivelatore di neutrini del sistema solare! Non sei contento?”.

Spostiamoci alla base italo francese di Concordia (http://www.concordiabase.eu/). Latitudine 75 gradi Sud, longitudine 123 gradi Est, 3233 metri s.l.m., record di temperatura di -84,6 gradi centigradi (26 agosto 1982). Tipicamente si raggiunge dalla Base Italiana costiera Mario Zucchelli in Antartide, raggiunta via nave dalla Nuova Zelanda. In questa base, a differenza della Amundsen–Scott, la presenza italiana è numerosa: CNR (consiglio Nazionale delle

Potrebbe essere l’inizio di un racconto di fantascienza e invece trattasi della Amundsen–Scott South Pole Station (http://www.nsf.gov/od/opp/support/southp.jsp)! 53


Ricerche) per primo ma non solo. L’attività scientifica è multidisciplinare e si va dalla glaciologia all’astrofisica, dalla medicina alla sismologia, dalla biologia alla scienza dell’atmosfera... fra un taglio e un altro ai fondi della ricerca italiana! Dome C: Il paradiso degli astronomi! Aria tersa, vento assente, umidità nulla: cielo limpido! Un telescopio di 25 cm è operativo in via sperimentale dal 2007 (Small IRAIT) e l’IRAIT da 80 cm ne è il successore. Il telescopio ha una curiosa base di legno che ricorda i vecchi telescopi, ma non per il taglio ai fondi, solo per isolarlo termicamente dal plateau. Se volete una spiegazione del perché Dome C sia perfetto per le osservazioni astronomiche leggetevi la spiegazione dell’amico e collega Runa Briguglio su http://www.concordiabase.eu/diario/diario-winter2007/46-la-luna-latmosfera-e-lorizzonte.html uno dei partecipanti della missione 2007 che vi svelerà anche i misteri del mitico “raggio verde” che, al Polo Sud, è di casa! Ogni missione a Concordia dura sei mesi e considerate che lavorare in questi luoghi assomiglia un po’ a lavorare nello spazio: l’isolamento, il clima ostile, la convivenza forzata, la necessità di supporti vitali. Indovinate chi è il personaggio più essenziale della stazione: il meccanico! Provate a pensare cosa può accadere se si ferma la caldaia o si rompe un tubo! Hai voglia te ad avere la stazione d’emergenza, gli aiuti possono impiegarci settimane ad arrivare. E se vi chiedete dove sono tenuti i viveri, dalla verdura, 54


al prosciutto, alla birra, la risposta è “nel container la fuori”. L’importante è tenere sempre sott’occhio la scorta di cherosene! Anche le difficoltà tecniche nel far funzionare le cose sono molto simili a quelle che s’incontrano nello spazio: muovere un telescopietto da duecento chili a -60 gradi centigradi non è affatto uno scherzo e se poi lo volete puntare su un astro e fare delle acquisizioni nell’infrarosso che durino molti minuti, allora siamo al limite delle cose fattibili. Queste sono due delle stazioni scientifiche presenti al Polo Sud che di fatto è il continente in cui la percentuale di popolazione impegnata in attività di ricerca rasenta il 100% così come i fondi che là vengono spesi per la ricerca, il che è di sicuro conforto per un paese come il nostro in cui la percentuale di persone impegnate nella ricerca non raggiunge l’1% della popolazione adulta (1) e in cui i fondi spesi per la ricerca raggiungono a malapena l’1% del PIL (2). nella pagina a fianco, in alto: Concordia - cielo stellato

(1) Secondo il rapporto ISTAT “La Ricerca e Sviluppo in Italia nel periodo 2003-2005”, presentato nell’ottobre 2005, la ricerca intra-muros nel 2003 ha coinvolto 161.830 unità di personale impegnate a tempo pieno, di cui 70.333 ricercatori.

nella pagina a fianco, in basso: Amundsen-Scott South Pole Station in questa pagina: Concordia - Astro Concordia

(2) proiezione di G.Sirilli, ISPRI-CNR 55


Verso Monzone, sullo sfondo il Pizzo d’Uccello (foto Marco Baldi)

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ALFIO CIABATTI

IL TRENO DELLA GARFAGNANA ovvero una ferrovia lunga ottant’anni

Sono già due ore che tra curve e saliscendi siamo in auto, il cielo è limpido e promette una bella giornata di sole, i versanti alla nostra sinistra sono innevati e alquanto invitanti. Stiamo risalendo la Garfagnana per fare la salita della Tambura con gli sci. Le conversazioni in auto sono delle più disparate quando entrando a Piazza al Serchio improvvisamente appare alla nostra sinistra un’imponente locomotiva a vapore. La 940.002. Si è subito affascinati da questa macchina fuori del tempo. L’interesse viene attratto e ripensiamo ai tempi di quando questa potente locomotiva percorreva la valle. Socchiudo gli occhi e la mente corre ai tempi che furono e alla storia di questa ferrovia.

qualche secolo fa era ben diverso, i boschi erano molto meno estesi di oggi sia per il taglio del legno che per i pascoli più ampi. La tendenza all’aumento della superficie boschiva è peraltro ancora attuale. Anche le cave di marmo avrebbero fatto la loro apparizione nella valle solo nel ‘800 a causa della lontananza dalle vie di comunicazioni principali. La neve in inverno isolava completamente anche per settimane alcune centri abitati rendendo ancora più difficile i pochi scambi commerciali. Peraltro fino alla metà dell’800 molti comuni posti in alto erano raggiungibili solo con mulattiere. Solo nella prima parte della valle, quella bassa, alcuni insediamenti manifatturieri potendo sfruttare l’energia idraulica e del carbone, sono stati la base d’industrializzazione che insieme al turismo delle terme di Bagni di Lucca hanno creato i presupposti per il modesto sviluppo economico dell’economia valligiana del secolo scorso.

La storia La Garfagnana, come molte valli di montagna, è aspra e sinuosa ma con una particolarità. I suoi fianchi separano due gruppi montuosi molto diversi fra loro. Le Alpi Apuane sul lato ovest, con i fianchi scoscesi e le pareti rocciose intervallate dalle macchie bianche delle cave e i dei ravaneti. Montagne che non hanno nulla da invidiare a quelle più alte delle Alpi. Sul lato opposto l’Appennino, poco più alto ma meno roccioso, con radure in alto, boschi in basso e con innevamenti intensi durante l’inverno. Il fiume Serchio da cui è stata formata, la attraversa lungamente interrotto solo da qualche lago artificiale. I piccoli paesi sono abbarbicati sulle pendici a solatio e i pochi terrazzamenti coltivati sono rubati al bosco. Gli abitati maggiori, Castelnuovo, Piazza al Serchio, Bagni di Lucca, Barga e Gallicano sono nel fondovalle. Nei secoli passati l’economia locale, come del resto in molte altre zone analoghe, era soprattutto di tipo agricolo, principalmente per auto sostentamento, ma erano presenti anche artigiani del ferro, del rame e le ricamatrici. La produzione del carbone di legna era parecchio elevata perché veniva usato alle ferriere per la fusione dei metalli. Per questo se ne producevano grandi quantità creando spesso vere e proprie crisi di disponibilità di legname per altri usi. Da un documento del tempo si legge che il Duca Estense per un periodo proibì l’uso di legna per i bisogni domestici in favore di quello per le sue ferriere di Fornovolasco, creando evidenti scontenti nella popolazione. Per questo motivo il paesaggio di

In questo contesto nasce la volontà di avere una ferrovia, per togliere dall’isolamento la Valle. A metà del XIX secolo cominciava a farsi strada l’idea di una ferrovia che attraversasse la Garfagnana e collegasse Livorno a Modena o Reggio Emilia in alternativa a quella che poi diverrà la Porrettana. Il collegamento era stato pensato come asse transappenninico di trasporto nord-sud e non in funzione dello sviluppo dell’economia locale. Un primo studio di massima fu fatto intorno al 1847 da Giovanni Antonelli, Padre Scolopio, già direttore dell’Osservatorio Ximeniano di Firenze, astronomo, fisico, matematico ed ingegnere che realizzò, un progetto di collegamento da Lucca a Modena passando per Castelnuovo Garfagnana, il passo delle Radici e scendendo per la valle del Secchia fino a Modena. Non se ne fece però di niente, vista la ferma opposizione del Duca di Modena, Francesco IV, sotto cui il territorio della Garfagnana ricadeva. Successivamente nel 1860 tramite plebiscito si sancì l’annessione al neo Regno d’Italia. La valle fu quindi compresa nella provincia di Massa Carrara, nata dalla fusione della Lunigiana e della Garfagnana. I garfagnini, che non si erano dati per vinti, cominciarono a pensare nuovamente alla “loro” 57


Ponte del Diavolo (foto Paolini) ferrovia. Era l’inizio di un lungo percorso che sarebbe durato oltre ottant’anni. Ma i tempi non erano maturi. Soltanto nel 1878 fu incaricato dal comitato interprovinciale l’ingegnere Jean-Louis Protche per una ferrovia da Lucca a Modena.

definizione degli aspetti tecnici del progetto fu fatta in prima persona dall’ing. Protche con due collaboratori. La documentazione e gli strumenti di allora erano molto diversi da oggi, E’ interessante ricordare che Protche partì da Aulla per la ricognizione con pochi documenti, allora non c’erano le ricognizioni aeree o altro, con una “Carta dello Stato Maggiore Austriaco, e d’una carta interessante della Alpi Apuane messa fuori dalla Sezione fiorentina del Club Alpino” Protche, 1878, p.10. Il gruppo di progettisti percorse tutta la valle e nel settembre 1878, dopo soli due mesi, presentò il progetto. La linea avrebbe attraversato tutta la Garfagnana, oltrepassato il valico in galleria e poi si sarebbe inserita sulla linea Pontremolese ad Aulla. Quindi il sogno di una ferrovia a carattere nazionale era definitivamente scomparso. Protche aveva compreso che questa era l’unica possibilità di realizzazione di un collegamento ferroviario che potesse togliere l’isolamento della valle e contestualmente potesse soddisfare gli interessi socio-economici tali da poter finanziare l’opera. Il turismo come viene inteso oggi non esisteva, c’erano soltanto i frequentatori delle terme di bagni di Lucca. Le industrie della zona erano alcune ferriere alimentate a carbone prodotto localmente.

Bisogna tenere presente che contestualmente si stava realizzando un’altra ferrovia transappeninica, la Pontremolese che collegava La Spezia con il suo il porto e l’Arsenale Militare con Parma e Piacenza. Il tracciato, relativamente più semplice da costruire, era considerato strategico in quanto si trovava a metà degli altri due attraversamenti, la Porrettana e il valico dei Giovi (alle spalle di Genova) quindi la costruzione fu approvata e realizzata in tempi relativamente brevi. I lavori iniziarono nel 1879 e terminarono nel 1892. Protche era anche il progettista della ferrovia Porrettana, quindi era un gran conoscitore della geografia e degli interessi delle zone attraversate. Si rese conto subito che un’ulteriore ferrovia transappeninica a breve distanza dalla Pontremolese non avrebbe incontrato pareri politici favorevoli e quindi indirizzò il suo progetto in una linea che collegasse Lucca con Aulla, unendo la Garfagnana con la Lunigiana, motivandone la scelta con la valenza locale ed a livello militare una sorta di linea di interconnessione al riparo della zona costiera, tra la Pontremolese e Lucca: questa è l’idea che sta alla base della ferrovia come sarà poi realizzata. La

In questo progetto Protche intravedeva anche un suo vecchio sogno, quello di collegare direttamente la Porrettana a Lucca attraverso le valli della Lima e del Limestre, derivandosi da Pracchia. 58


Su parte di questo tracciato fu poi realizzata la linea della FAP (Ferrovia Alto Pistoiese), oggi dismessa.

proposito dalla Società Parisi di Pisa, una società apposita, la ‹‹Ferrovia Aulla Lucca›› (FAL). Il Governo concesse quindi le agognate sovvenzioni per la costruzione delle tratte Aulla - Monzone e Bagni di Lucca – Castelnuovo. Nel 1911 la ferrovia arrivava a Castelnuovo Garfagnana e contemporaneamente erano iniziati anche i lavori sul versante di Aulla con il tratto fino a Monzone. Le continue contrapposizioni politiche tra i valligiani liberali e socialisti non avevano avuto altro esito che non trovare una comune strategia per ottenere la ferrovia. D’altra parte Castelnuovo essendo capolinea della ferrovia era diventato il capoluogo della valle e ci teneva a rimanerlo in contrapposizione agli altri Comuni della parte alta della valle.

La costruzione Siamo in pieno dibattito politico sulla strategia delle comunicazioni ferroviarie in Italia. La legge n° 5002 del 29 luglio 1879 tra gli altri interventi, approvava la costruzione della linea ferroviaria dichiarandola però complementare come importanza, quindi relegava il finanziamento agli enti locali con un contributo parziale dello Stato. Come si può capire allora come ora, i problemi finanziari erano sempre alla base dei discorsi e questo limitò molto la capacità realizzativa. Solo nel 1892 la Rete Mediterranea e le autorità Lucchesi inaugurarono il primo tratto di linea da Lucca a Ponte a Moriano circa 9 Km, più per dimostrazione che altro. Dopo questo tratto ci fu una sospensione dei lavori. La popolazione della valle dopo le promesse, cominciò a risentirsi, ci furono articoli sui giornali, dichiarazioni, proteste, comizi a cui seguirono promesse vaghe.

La grande guerra sospese le attività di costruzione della linea nella totale stagnazione della già povera economia della valle. Nel 1915 le FS riscattarono la ferrovia dalla FAL. Nel dopoguerra si ripresero i lavori. Il disastroso terremoto della Garfagnana e Lunigiana del 7 settembre 1920 mise in ginocchio la già provata economia locale ma nonostante le grandi difficoltà nel 1930 Monzone fu collegata ad Equi Terme e nel 1940 il capolinea del versante sud arrivava a Piazza al Serchio. Si osserva che nel 1923 la Garfagnana passò a far parte della provincia di Lucca in seguito al ridisegnamento delle province voluto da Mussolini risolvendo i contrasti locali fra quelli pro Massa e gli altri pro Lucca. La ferrovia univa al meglio la valle con il nuovo capoluogo di provincia.

Nel 1895 si ripresero i lavori e solo nel 1900 la ferrovia raggiungeva stancamente Fornoli e Bagni di Lucca. Fu in questi anni che per far passare il treno, fu modificato il ponte della Maddalena detto anche Ponte del Diavolo a Borgo a Mozzano. Questo ponte di costruzione medievale è uno dei segni caratteristici della Garfagnana e della linea ferroviaria in particolare. Dal lato della Lunigiana non c’erano, però accenni d’inizio lavori. Quando nel 1905 con la legge 137 ci fu la nazionalizzazione delle ferrovie, una dichiarazione ufficiale dell’allora Ministro dei Lavori Pubblici affermò la scarsa utilità della linea. Come risposta nella valle ci fu una serie di proteste che sfociarono in una sommossa popolare che richiese l’intervento della forza pubblica per sedarla. Mai come per altre storie i garfagnini furono uniti per sostenere la “loro” ferrovia. Ecco il proclama congiunto delle Amministrazioni locali della valle: «Il Popolo di Val di Serchio, disperando giustizia perequativa, stanco mancate promesse, indignato recente tradimento, stigmatizzando con l’intelletto e con l’anima un governo che distruggendo le leggi ne reclama il rispetto dalla disgraziata Colonia italiana, perduto ogni ideale resurrezione economica; designa alla condanna della coscienza italiana chi soffoca la Lucca-Aulla, ferrovia della nazione e non regionale, e da voi congedandosi, uomini di Governo, attende serenamente compimento sua rovina».

L’inaugurazione Erano anche iniziati i lavori del traforo della galleria del Lupacino, l’opera maggiore della linea, una galleria lunga 7515 mt, il valico tra Garfagnana e Lunigiana. La seconda guerra mondiale fermò ulteriormente i lavori e anzi anche le tratte attive furono seriamente danneggiate dai bombardamenti degli alleati prima e dai tedeschi in fuga poi. Con la ricostruzione postbellica si riuscì a terminare l’opera. Il 21 marzo 1959, col transito del treno del Presidente della Repubblica trainato da una allora nuovissima locomotiva diesel-idraulica D.342 venne inaugurata solennemente la galleria del Lupacino, che segna l’apertura al traffico della tratta Piazza al SerchioMinucciano e il sospirato completamento della ferrovia. Le due porzioni più a nord del territorio toscano, la Garfagnana e Lunigiana, erano finalmente collegate in modo rapido e moderno. Erano passati circa 80 anni dall’inizio lavori. Probabilmente l’ultima delle ferrovie secondarie italiane.

In questo contesto si inserì il senatore Ernesto Artom eletto a Castelnuovo. Comprendendo le necessità e cavalcando la disorganizzazione delle proteste, il senatore liberale riuscì a trattare con il Governo e riuscì a passare l’impegno economico dell’opera con la gestione ai privati. Fu creata a questo

La situazione attuale La ferrovia è a binario unico ed è lunga circa 89 Km con una pendenza massima del 25‰ che per 59


Il viadotto a Poggio una ferrovia a scartamento normale è vicino al limite dell’aderenza naturale. La gestione del traffico è con il Controllo del Traffico Centralizzato (CTC) con il posto di Dirigente Centrale Operativo (DCO) di sede a Lucca da dove si telecontrolla tutto il traffico della linea compresi gli incroci nelle stazioni. Sono presenti 8 stazioni e 13 fermate. Sono ancora esistenti altri impianti in cui un tempo si svolgeva servizio viaggiatori, oggi dismessi a causa della scarsa utenza.

sotto a quelle caratteristiche bastionate rocciose di conglomerati. Dal punto di vista del materiale rotabile le locomotive a vapore tipiche della linea furono le locotender 940 dei depositi di Pisa e La Spezia. Nella tratta bassa (prima di Castelnuovo) spesso circolavano anche le 625 di Pistoia. In seguito, ed in particolare modo dopo l’apertura completa della linea nel 1959, furono utilizzate in modo diffuso le automotrici termiche (Diesel). Come curiosità si può ricordare che le locomotive a vapore di regola non percorrevano l’intera linea per non impegnare la galleria di valico, assai lunga e tutta in ascesa costante. L’abbandono definitivo della trazione a vapore avvenne nel 1975 con il passaggio completo alla trazione Diesel prima con le automotrici ALn 990 e poi le attuali ALn 668 e 663. Fu in quell’occasione che la 940.002 fu portata a Piazza al Serchio a testimoniare il passato glorioso di quel tipo di trazione.

Il tracciato è tipico delle linee progettate nel XIX secolo, con numero ridotto di gallerie e ponti. Il percorso si sviluppa sul fondovalle ed il tracciato corre attraversando il Serchio più volte alla ricerca dei paesi distribuiti sui due fianchi della valle. Nel versante della Lunigiana, il tracciato scende lungo il torrente Aulella che sfocia nel Magra ad Aulla. I fabbricati delle stazioni sono in stile classico sobrio ma efficace. Le opere d’arte maggiori sono presenti nella parte alta della valle, il viadotto di Pontecosi, il viadotto di Villetta e la galleria di valico del Lupacino lunga 7515 mt. Il tratto più panoramico ma anche quello che impegnò maggiormente i costruttori, è quello da Castelnuovo e Monzone. Un tratto particolarmente spettacolare è quello tra Camporgiano e Piazza al Serchio, dove la ferrovia corre sul lato apuano passando accanto e

Oggi la ferrovia ha una valenza prevalentemente locale, come del resto era stata pensata. Già alla fine degli anni ’70 la ferrovia era stata inserita nell’elenco dei “rami secchi”, le ferrovie da chiudere, ma le forti opposizioni delle Amministrazioni Locali, della Regione e dei Garfagnini fecero sì che la ferrovia rimanesse. Cessato da tempo il “merci ordinario” per Castelnuovo, esiste ancora 60


un concreto traffico merci concentrato nella parte bassa della valle, dove ci sono svariati insediamenti industriali non adeguatamente serviti dalla viabilità stradale rimasta inalterata per molti anni, che rende a volte necessarie anche più di due tradotte giornaliere. Consistente è l’utenza dei viaggiatori, soprattutto pendolari, anche se è poco significativa la frequentazione fra le due estremità: in sostanza il versante lucchese vive di vita autonoma rispetto alla Lunigiana.

Tempo di percorrenza: ore 3-4, Km30 Dislivello: 600 mt. ca. Da Castelnuovo Garfagnana (m. 270 slm) si risale la statale verso Poggio, dopo 2 Km, si gira a sinistra per Antisciana, (m. 407 slm, Km 2,700, faticoso). Si continua a salire ancora verso Gragnanella, poi fino a Sillicano (m. 607 slm, Km 6,700). Superato il paese, si scende ad uno slargo con campi da tennis. Da questo punto, a sinistra, parte una stradina in salita, molto ripida, che s’inoltra in un bellissimo bosco di castagni, compie alcuni saliscendi, fino a una lunga discesa che termina sulla strada asfaltata che sale a Careggine (m. 878 slm, Km 9,800). Si attraversa il paese fino in fondo, da dove sul crinale, ha inizio una strada sterrata, non si va dritti, ma si scende a sinistra per una mulattiera ripida e ciottolata (era l’antico sentiero per Vagli), che passa accanto a vecchie case dagli splendidi portali scolpiti. Si percorre la mulattiera, che va sempre più restringendosi, traversa l’intero pendio del monte offrendo uno stupendo panorama sul lago di Vagli e le aguzze creste delle Apuane. Con alcuni tornanti si scende al lago, si supera la diga e, per una bella strada bianca e poi asfaltata, si raggiunge la stazione di Poggio-Careggine-Vagli (m. 420 slm) e si può ritornare con il treno a Castelnuovo.

Nonostante tutto resta autentico l’attaccamento della popolazione alla loro ferrovia diventata parte integrante della valle con i suoi ponti, le sue stazioni e le sue gallerie. I treni colorati che scandiscono in qualche modo il tempo per gli abitanti. Il servizio viaggiatori è oggi gestito da Trenitalia sulla base di un apposito contratto stipulato con la Regione Toscana che si fa carico in larga misura degli oneri di questa importante struttura del trasporto regionale che oggi svolge ancora un importante servizio. I treni regionali che svolgono servizio sulla tratta hanno il servizio di trasporto bicicletta al seguito. Il turismo Qui si vuol sottolineare l’aspetto turistico della linea che come tante altre linee di montagna permette un approccio sostenibile, a bassa velocità godendo del panorama spesso inusuale dal frequentatore tradizionale, permettendo di assaporare in modo diverso quanto di più interessante offre la valle. La possibilità di scendere in qualche piccola stazione nascosta per fare una bella escursione tra i boschi a piedi oppure con la MTB, permette di scoprire panorami nascosti e antichi borghi, individuare le carbonaie ripensando alle fatiche di chi ci ha preceduto, e magari fermarsi a mangiare in qualche trattoria, permettendo di ritrovare angoli ancora autentici dove sembra che il tempo abbia avuto una contrazione.

Escursionismo Dalla stazione di Equi Terme a Pieve San Lorenzo passando per Ugliancaldo. Il percorso inizia dalla stazione FS di Equi Terme (m. 284 slm) sul sentiero CAI n. 176 che sale zigzagando attraverso ombrosi boschi di castagno nella vallata del torrente Lucido fino al paese di Ugliancaldo (m.743 slm), morbidamente adagiato sullo spartiacque del Monte Faieto. Qui è possibile la sosta per il pranzo e la visita al paese. Il percorso prosegue, ora in discesa, (CAI n. 181) in direzione di Argigliano e Pieve San Lorenzo (m. 394 slm) superando i Canali di Rosceto e dell’Inferno. A Pieve San Lorenzo è d’obbligo la visita alla pieve romanica dalla caratteristica torre esagonale. Dalla stazione Fs di Pieve San Lorenzo si riprende il treno in direzione di Equi Terme – Aulla e/o in direzione Lucca.

Di soprassalto mi risveglio, siamo arrivati. Il freddo è pungente e la neve abbondante, dobbiamo prepararci rapidamente, ci attende una splendida giornata. Per conoscere la valle in modo inusuale si riportano due itinerari MTB ed escursionistici da effettuare avendo come base una delle stazioni ferroviarie:

Dislivello totale in salita: 500 mt. ca. Durata effettiva del cammino: 4 ore ca. Bibliografia: - ETR Il treno in Garfagnana di Stefano Garzaro - AIRONE novembre 1991; Treno + bici in Garfagnana Giulia Castelli Gattinara - Mario Verin - CAI Sezione di Carrara. - Centro Visite Parco Alpi Apuane - Garfagnana Turismo Rurale – Comunità Montana della Garfagnana - DANI Cristiana (1999), Una Ferrovia lunga cent’anni - la costruzione della Lucca-Aulla, Maria Pacini Fazzi Editore, Lucca.

MTB Castelnuovo, Antisciana, Gragnanella, Sillicano, Careggine, Vergaia, Poggio, Castelnuovo. Itinerario storico paesaggistico. Percorso a tratti impegnativo, con salite talvolta faticose, che attraversa caratteristici paesi. Bellissima la discesa sul lago di Vagli. 61


Il Gran Zebru (foto M. Bastogi)

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MARCO BASTOGI

L’AMBIENTE PER IL CLUB ALPINO ITALIANO

Cosa c’è che accomuna tutti coloro ai quali piace frequentare la Montagna? Certamente la vita all’aria aperta, aver la possibilità di beneficiare di paesaggi ampi con prospettive che si modificano via, via, che si procede lungo un sentiero, respirare fragranze diverse da quelle alle quali solitamente siamo abituati nelle nostre città, poter ascoltare i suoni della natura, dal sibilo del vento, al canto degli uccelli, al fischio delle marmotte, fino allo scroscio di una cascata; in poche parole, è l’ambiente che ci circonda ad attrarci e a fare la differenza. Non darebbe certamente le stesse sensazioni camminare in una zona industriale o lungo un corso d’acqua nel quale magari galleggiano bottiglie, recipienti di plastica o sgradevoli e maleodoranti chiazze di saponi e di olii. Allora è facile finire riconoscendo nell’elemento “ambiente naturale” il principale stimolo che ci unisce tutti.

finalità dell’Associazione nell’art. I.I.1 del Regolamento Generale, che il C.A.I. è riconosciuto dal Ministero dell’Ambiente tra le associazioni ambientaliste di interesse nazionale. La tutela ambientale, per il C.A.I., è premessa indispensabile per la promozione di un turismo montano a carattere culturale ed esplorativo. La difesa dell’ambiente diviene quindi un impegno attivo di promozione del territorio e di chi lo abita e non passivo di tipo prettamente conservazionistico, più tipico di altre associazioni con finalità ricreative o sportive o se dichiaratamente ambientaliste, che hanno lo scopo di tutelare l’ambiente in senso esclusivamente naturalistico. La Montagna frequentata dalla grande maggioranza dei soci C.A.I., è certamente un territorio modificato dall’Uomo, un “paesaggio culturale” costruito dalle popolazioni che vi risiedono e che da esso devono trarre la loro fonte di sostentamento e sviluppo. Un luogo spesso difficile da adattare alle esigenze di vita che qui, seguono ritmi stagionali molto rigorosi e decisamente ben diversi da quelli che si possono seguire nelle pianure.

La Montagna, specie quella delle quote più elevate, è proprio per sua “conformazione fisica”, uno degli ultimi ambienti naturali non antropizzati ed è proprio per questo che deve essere salvaguardata per gli anni a venire. Il Socio del Club Alpino Italiano, aderendo al sodalizio, ha per forza di cose, deciso di dedicare almeno parte del suo tempo libero a un’attività per lo svolgimento della quale è inevitabile avere contatti con l’ambiente naturale in cui s’inserisce. E’ così per l’escursionista, per lo speleologo, come anche per l’alpinista; a volte, se troppo presi dagli aspetti puramente tecnici o agonistici, forse dimentichiamo questa “attrazione di base latente”, ma non vi è dubbio che sotto questa acquisita “scorza tecnica” si cela un amante dell’ambiente naturale montano.

Ecco quindi che l’Uomo di montagna, con le sue tradizioni secolari, ben collaudate, diventa elemento imprescindibile dell’ambiente e il suo operato appare perfettamente in equilibrio con tutto quanto lo circonda. Non costituisce interferenza con il paesaggio la crescita di un borgo montano per la costruzione di una nuova baita, di un fienile oppure per l’abbattimento di una parte del bosco che lo cinge per alimentare la locale segheria. Tutto sembra armonico e in perfetto equilibrio con ciò che circonda il piccolo centro montano, lontano da manipolazioni industriali o come purtroppo invece talvolta accade, da quelle volute da uno sviluppo turistico di massa che ha le sue origini nelle grandi città. Gli interventi graditi sono quindi quelli in equilibrio con lo sviluppo della società umana che ci abita e in questa prospettiva, gli obbiettivi di principio da perseguire sono facilmente individuabili.

Se comunque qualche Socio C.A.I., dovesse mostrare dubbi su quanto affermo, farebbe bene a riflettere sul fatto che il primo articolo del nostro Statuto, pone tra gli scopi prioritari dell’Associazione, la difesa dell’ambiente naturale montano. Tra i diritti e doveri del Socio C.A.I., l’art. II.4 dello Statuto, stabilisce che il Socio con la sua adesione al sodalizio, assume l’impegno di operare per il conseguimento delle finalità istituzionali e quindi anche per la difesa dell’ambiente naturale come recita appunto il primo articolo. E’ proprio in virtù di questo primo articolo statutario e di quanto precisato tra le

La filosofia e la politica ambientale del Club Alpino Italiano, è sintetizzata in un documento programmatico che fu approvato dall’Assemblea straordinaria di Brescia il 4 ottobre 1981 e successivamente integrato dall’Assemblea di Roma 63


il 2 aprile 1986. Si tratta di venti punti, su cui si fonda l’ambientalismo del C.A.I. che per la loro importanza nel proseguo illustrerò. I primi due punti sono fondamentali e categorici: tutela integrale dell’alta montagna, dei ghiacciai, delle creste, delle vette e degli elementi morfologici dominanti o caratteristici e distinzione di tutte le maggiori peculiarità dell’ambiente montano, qualunque sia la loro estensione. Per queste ultime si sostiene una rigorosa tutela. Ci si riferisce naturalmente ai Parchi nazionali, a quelli regionali e alle Riserve naturali al fine di potenziarne l’efficienza e promuovere la creazione di nuove. Le leggi istitutive e di gestione di queste aree protette, devono essere la base di qualsiasi progetto per il territorio. Parchi e Riserve nascono dalla necessità di salvaguardare le aree di preminente interesse naturalistico, educativo, culturale, scientifico; in sintesi un modello di quello che dovrebbe essere il corretto uso delle risorse ambientali e non certamente la creazione di aree emarginate, lontane da qualunque attività dell’uomo. In merito alle infrastrutture viarie il Bidecalogo si schiera nettamente contro il proliferare indiscriminato di qualunque tipo di viabilità carrabile o di trafori, proponendo attente valutazioni sulle conseguenze economiche, paesaggistiche e sull’assetto idrologico del territorio montano coinvolto. Si dovrebbe distinguere, precisa il documento, tra la viabilità esistente, quella di indubbia necessità economica e sociale da quella di servizio e di accesso dedicato (come ad esempio le strade per la sola attività silvopastorale). Buona parte della viabilità inutile e deleteria per integrità dell’ambiente, dovrebbe essere riconvertita in tratturi o in piste.

valutazioni economiche costi-benefici e da studi sull’impatto ambientale. Per quanto riguarda gli insediamenti in montagna, s’incoraggia il recupero e la rivitalizzazione dei vecchi borghi con la loro architettura tradizionale, evitando per la bassa e media montagna, interventi di grosso impatto o di tipo industriale, favorendo, nel caso, quelli graduali e a misura d’uomo. Gli insediamenti temporanei dovrebbero sempre conservare il carattere originario di dimora non fissa, ma comunque ben inserita nel contesto ambientale e con esso compatibile.

Il documento del C.A.I. è decisamente contrario all’indiscriminata penetrazione motorizzata in ambiente montano dei fuoristrada e dei natanti a motore nei laghi alpini. Quest’aspetto è stato recentemente riproposto dal C.A.I. anche a seguito di recenti proposte di legge di tipo “turistico” che vorrebbero vedere i sentieri di montagna in uso alle moto ed ai fuoristrada in genere. Il nostro codice di regolamentazione si oppone a nuove opere di salita artificiale “a fune”, soprattutto quelle che vorrebbero raggiungere vette, valichi, ghiacciai, rifugi o che comunque si spingono nell’alta montagna. Si sostiene una regolamentazione in senso restrittivo sull’utilizzo di elicotteri, aerei, motoslitte che dovrebbero essere impiegati solo nei casi di assoluta ed accertata utilità. Il Bidecalogo riconosce l’esigenza che qualunque intervento sul territorio debba essere sostenuto da una preventiva analisi di pianificazione territoriale, da

Le aree già antropizzate, dovrebbero essere le uniche ad ospitare le attività turistiche attrezzate che dovrebbero distinguersi dalle attività turistiche di tipo leggero. Per entrambe le categorie, dovrebbe tuttavia essere stabilita una precisa regolamentazione. In Montagna dovrebbero essere privilegiate le industrie leggere a basso impatto. Per lo sfruttamento di cave e miniere come anche per i prelievi di inerti fluviali, il Bidecalogo ritiene che debbano essere escluse le aree di valore paesaggistico o di importanza ambientale e limitare i prelievi allo stretto indispensabile, assoggettandoli sempre ad attenti controlli. Al termine delle attività i luoghi devono sempre essere ripristinati con interventi appropriati. Per quanto attiene lo sci, il nostro codice 64


a livello europeo, dovrebbe essere accettato integralmente dall’Italia, senza deroghe regionali. Il Bidecalogo entra anche in merito alla ricerca di soluzioni atte ad evitare accumuli di rifiuti presso i rifugi e la scelta di soluzioni a basso impatto per il fabbisogno energetico. L’ultimo punto sottolinea il fatto che la credibilità di qualunque iniziativa C.A.I. volta alla difesa dell’ambiente montano, dipende dalla rigorosa coerenza di tutte le attività che vengono effettuate in ambito C.A.I.; si riconosce quindi la necessità di una costante sensibilizzazione dei Soci sulla tutela dei valori ambientali. Il C.A.I., si dice, dovrebbe essere l’esempio di come avvicinarsi alla Montagna, in ogni circostanza, senza interferire negativamente con l’ambiente.

ambientale, incoraggia lo sci di fondo, lo sci alpinistico e lo sci escursionistico. Dovrebbe essere invece scoraggiata la proliferazione degli impianti sciistici, accettando solo i nuovi impianti inseriti in una adeguata pianificazione globale, naturalmente limitando all’indispensabile l’alterazione dell’ambiente preesistente. Il Bidecalogo sostiene la riscoperta e la rivalutazione della cultura tradizionale per scongiurarne la scomparsa, la valorizzazione dell’artigianato locale fondato sulle tradizioni radicate al territorio, proponendo in favore di questo, la creazione di scuole artigianali qualificanti. Il patrimonio forestale, nello spirito delle nostre norme, dovrebbe essere migliorato da rimboschimenti con essenze tipiche dei luoghi evitando l’uso incontrollato delle conifere. Si dovrebbe prevenire con le tecnologie più appropriate, l’incendio dei boschi; boschi che dovrebbero sempre essere sfruttati secondo piani di assestamento precisi e documentati.

Esposti questi venti punti che sintetizzano le basi ambientali del C.A.I., non termina il quadro dei documenti prodotti dal C.A.I. a favore della difesa dell’ambiente montano. Nel 1990 al termine del 94° congresso del Club Alpino Italiano, l’assemblea approvò la così detta “Charta di Verona”, una sorta di normativa di attuazione del Bidecalogo. In essa si ribadisce in primo luogo, che ogni azione e scelta per la Montagna deve essere riferita al Bidecalogo. Il C.A.I., con questo nuovo documento si impegna a mettere al centro della sua riqualificazione culturale il proprio ruolo ambientalista iniziando dalle originarie tradizioni scientifiche e naturalistiche e facendo proprie le più recenti teorie di filosofia della scienza e cultura ecologica. La Charta di Verona sancisce alcuni punti perentori sui quali si basa la politica ambientale del C.A.I.: parchi e aree protette, circolazione motorizzata in montagna, nuove strade e disciplina delle esistenti, eliturismo (turismo effettuato in luoghi inaccessibili utilizzando l’elicottero) e forme di turismo devastante, piani neve, controllo offerta turistica dei rifugi, difesa del suolo, del sottosuolo e dei bacini idrografici, interventi tecnologici in montagna.

A proposito della tutela del suolo, la pianificazione, nello spirito del C.A.I., dovrebbe procedere per bacini idrografici e dovrebbe essere diretta al conseguimento del migliore equilibrio possibile evitando interventi che possono provocare squilibri ecologici; tale principio, ben otto anni più tardi della nascita del nostro Bidecalogo, è stato esattamente compreso dalla Legge 183 (Norme per il riassetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo). L’attività zootecnica dovrebbe orientarsi verso la diffusione di tecniche di allevamento adeguate alle condizioni ambientali evitando sovra sfruttamenti ed escludendo aree di particolare valore naturalistico. E’ da incentivare il recupero di attività tradizionali. Anche il settore agricolo montano, nello spirito del nostro codice, dovrebbe essere sostenuto con soluzioni protese a diffondere tecniche e pratiche agricole per produzioni di qualità e non di massa. Le aree montane dovrebbero essere ripopolate con fauna selvatica per mantenere l’equilibrio ecologico.

Seguono nel 1995 le “Tavole della Montagna” di Courmayeur. Si tratta in questo caso di un codice di autoregolamentazione delle attività sportive che si possono svolgere in Montagna. E’ basato su un criterio etico-ambientale: cioè sulla concomitanza di proteggere l’ecosistema montano pur mantenendo le condizioni conformi alla natura ed al significato dell’attività sportiva, nel rispetto della cultura e delle locali tradizioni. Nel 1984, il Consiglio Centrale del C.A.I., sostituì la Commissione Protezione Natura Alpina con l’attuale Commissione Centrale per la Tutela dell’Ambiente Montano. Lo scopo principale di questa Commissione è quello di diffondere la conoscenza dei problemi legati alla conservazione dell’ambiente. Si tratta di una Commissione Tecnica chiamata a fornire il supporto tecnico di conoscenze scientifiche in ambito di tutela per il Comitato direttivo

In merito all’attività venatoria, la posizione del C.A.I. espressa nel bidecalogo è la seguente: modifica della disciplina venatoria in armonia con le direttive europee e cioè che venga limitata la durata del calendario venatorio su tutto il territorio nazionale senza deroghe regionali. Sia impedito a chi è armato di fucile da caccia di entrare nelle proprietà private contro la volontà dei proprietari stessi. Siano ridotte le aree in cui è permessa la caccia, sia istituito un corpo di agenti venatori in grado di garantire il rispetto della legge in tutto il territorio nazionale, il cacciatore dovrebbe essere ancorato al proprio territorio regionale. Si dovrebbe consentire l’uso di fucili con un massimo di due colpi e dovrebbe essere vietata ogni forma di uccellagione e la vendita di volatili da richiamo. L’elenco delle specie protette 65


centrale e il Comitato Centrale di Indirizzo e di Controllo del C.A.I., affinché possano compiere scelte politiche ben ponderate. La Commissione T.A.M. centrale, si completa, in ambito periferico, di analoghe commissioni regionali che devono presidiare il relativo territorio e promuovere in seno al Gruppo Regionale di cui sono organo consultivo, la cultura della tutela ambientale.

si moltiplicano le proposte di progetti che coinvolgono la Montagna, spesso vista come un territorio emarginato, “povero” e da riqualificare industrialmente o turisticamente. Proposte progettuali economicamente allettanti per qualche bisognoso Comune montano, spesso nascondono iniziative che minano l’integrità del territorio e dei suoi delicati equilibri ecologici. I lavori del 98° Congresso del C.A.I. tenuto nell’ottobre 2008 a Predazzo, si sono conclusi con una mozione approvata all’unanimità in cui si sottolinea una rinnovata esigenza di un maggiore impegno del C.A.I., verso la tutela dell’ambiente montano.

Il C.A.I., tuttavia, è sostanzialmente un’associazione di frequentatori della Montagna e non di soli ambientalisti. La frequentazione provoca un impatto sull’ambiente naturale e su quello tradizionale creato dall’Uomo è così necessario essere responsabili nel nostro comportamento specie quando interferisce con territori ecologicamente fragili. La questione acquista un significato culturale e morale; alpinisti, escursionisti, speleologi, sciatori, devono essere consapevoli che il loro territorio di azione, non deve essere visto come un’estensione da utilizzare nella ricerca assillante della performance tecnica, ma un luogo da esplorare e apprezzare per le sue peculiarità che stimolano una crescita interiore e la gioia del nostro spirito. Una Montagna da scoprire con la mente e gli occhi bene aperti per capirne la sua armonia fatta di ampi orizzonti, dei rumori del bosco e delle acque, da conservare nella sua perfetta semplicità. L’attività del C.A.I., a sostegno del nostro prezioso ambiente, è comunque ostinatamente attiva, basti pensare alle numerose prese di posizione di questi ultimi anni, contro un tentativo di sfruttamento selvaggio dei nostri crinali per l’impianto delle pale eoliche per la produzione di energia elettrica.

Gracchio corallino (da www.naturamediterraneo.com)

Sia ben inteso che il C.A.I. non è certamente contrario al reperimento di energia da fonte alternativa come nel caso di quella fornita dal vento, sarebbe decisamente un comportamento poco intelligente nel panorama della situazione nella quale viviamo, ma la sua opposizione si fonda sui criteri della scelta dei siti, spesso più convenienti per le ditte che li propongono che per gli effettivi vantaggi energetici ed al danno irreversibile che la realizzazione stessa di questi impianti provocherebbe sul territorio per il quale viene proposto. La scelta delle aree in questi casi è quasi sempre dettata da opportunità politiche, spesso suggerite da gli Enti pubblici e mai da una scrupolosa pianificazione basata sulle peculiarità del luogo che individui i siti in relazione al minore impatto che possono causare all’ambiente. Per il futuro credo che l’attività del C.A.I. in materia di tutela ambientale non potrà altro che crescere sempre più, perché sempre più, complice la crisi economiche che stiamo vivendo in questi anni,

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SERGIO CECCHI

IL CANTO MAGICO

Tutti sanno che il «logo» ufficiale del parco regionale delle Apuane è un volatile, ma non tutti sanno che si tratta esattamente del gracchio, la specie-simbolo della fauna locale. Fra gli animali interessanti, sono presenti l’aquila reale e il falco pellegrino, ma il gracchio è un po’ eccezionale per le regioni appenniniche. Noi che frequentiamo le Dolomiti siamo abituati a vedere i gracchi che si avvicinano per mangiare qualche briciola del nostro panino, ma in Toscana si trovano solo qui; più a sud in Appennino abruzzese/molisano/marchigiano.

In Apuane abbiamo anche gli ungulati alpini, muflone e capriolo, avvistabili raramente, infatti solo la mattina presto mi è personalmente capitato di vederli – ma molto presto. - Nel regno vegetale, si segnala una specie alpina rara che è la felcetta apuana e pure questa fa parte dello stemma del parco, rappresentata «ai piedi» del gracchio. Non chiedetemi perché l’articolo ha questo titolo, ci è venuto così alla riunione della redazione; ho intenzione di fare una breve relazione sugli uccelli e la dividerò in paragrafi, in modo che - se vi sembrerà soporifero - lo leggerete a puntate. il parco naturale Un accenno a questo parco, istituito dalla regione Toscana nel 1985, che si estende su parte delle province di Lucca e di Massa Carrara. A partire dal 1975, associazioni «ambientaliste» come la nostra e il WWF avevano proposto alla regione Toscana, che alla fine ha emesso la legge istitutiva, di proteggere e valorizzare la ricchezza di un ambiente montano singolare in Italia: a pochi chilometri dal mare, abbiamo queste montagne di aspetto quasi dolomitico, alte fino a oltre 1900 metri. Conosciute in tutto il mondo per il marmo bianco, furono abitate fin dalla preistoria; le cave presenti sono circa 300 e, se da un lato danno lavoro e hanno un elevato valore storico-culturale, d’altra parte generano una serie di problemi di alterazione estetica e di deterioramento ambientale. Negli anni 80-90 le popolazioni locali contestavano il CAI che aveva lanciato la proposta di istituzione del parco regionale, e anche il WWF, in nome di una apparente contrapposizione fra le esigenze lavorative dei cavatori e l’ambiente; uno degli slogan era: «CAVE = PANE; CAI = FAME». In seguito, è diventato chiaro che l’istituzione del parco non toglieva lavoro, ma poteva essere un’opportunità di incrementare un turismo «intelligente», formato da alpinisti, camminatori e turisti rispettosi dell’ambiente naturale e culturale, e che questo avrebbe potuto portare addirittura benefici economici. Anche lo sfruttamento dell’ambiente apuano da parte delle cave non dovrebbe essere impedito per sempre, secondo me, ma disciplinato 67


Il Biancone (foto Di Gregorio)

Il Picchio Muraiolo (foto da Bogbumper)

con una pianificazione di ampio respiro; ma su quest’argomento tante cose si potrebbero dire e c’è il rischio (anzi la certezza) di cacciarsi in un ginepraio e per questo non mi voglio soffermare più di tanto. il gracchio

volontari del Soccorso Alpino di Querceta (e quindi soci CAI) ad arrampicarsi per installare la video-camera in un anfratto di una cava di marmo. Il 16 giugno, i giovani gracchi si sono involati e il nido è rimasto vuoto; dopo questa data, la videocamera trasmette delle immagini in cui non succede niente; confidiamo di poter vedere nuovamente questo spettacolo della natura nella primavera del 2011.

Il «gracchio alpino» è un uccello molto comune, che fa parte della famiglia dei corvidi, anche se a prima vista somiglia più a un grosso merlo; in realtà è una specie di piccola cornacchia, è nero come un corvo, con zampe rosse e becco giallo; la specie «gracchio corallino» col becco rosso, è sporadica ed è quella che costituisce il simbolo del parco. Nella regione apuana il gracchio è la specie più caratteristica, ma vivono qui ovviamente anche tanti altri uccelli, passeracei, picchi, falconiformi: abbiamo per esempio il picchio muraiolo, molto bello con piumaggio variopinto, che pure fa il nido nelle crepe della roccia. Anche questo picchio è un uccello comune, non voglio riferire di specie rare. Evito di fare un’ulteriore descrizione del gracchio, perché se ne trovano su Internet a decine, tutte uguali fra loro. Non vi voglio annoiare e mi limito alle cose essenziali: vive in crepe delle pareti rocciose dove fa il nido, in inverno scende nelle vallate e nei boschi. Si nutre di bacche, di lumache, d’insetti, la sua voce è un trillo acuto, come un fischio. Una sua prerogativa, che tutti avrete notato frequentando le montagne, è che quando tira vento ha un tipo di volo spettacolare, cavalca le folate e veleggia con acrobazie originali. moderne tecnologie

altri uccelli di passaggio La regione apuana è un punto di passaggio molto importante per gli uccelli migratori, in particolare per i rapaci che passano l’estate nella penisola italiana e si spostano in autunno. La migrazione dei rapaci in Italia è ancora oggetto di studi che devono essere approfonditi e soprattutto il «biancone» è stato studiato per anni da appositi «campi di studio» della migrazione, sia primaverile che autunnale, dei rapaci nei pressi delle Alpi Apuane: studiosi, esperti e volontari si piazzano per 15-20 giorni alle pendici del monte Lieto, sopra Pietrasanta, e stanno col binocolo a guardare il cielo. Questi appassionati stanno «di vedetta» in una stagione che spesso è ancora molto fredda, a veder passare mediamente 9 rapaci l’ora. Per fare un esempio, nell’ultimo di questi campi di studio - marzo 2010 - sono stati osservati quasi 1.500 rapaci migratori, con un massimo in un giorno solo di oltre 400; la maggioranza dei quali, fra 80 e 90 percento, era costituita da bianconi (nome scientifico Circaetus gallicus); si tratta del nuovo record, dato che ogni anno si è verificato un aumento rispetto al precedente. In altre località italiane, il passaggio di rapaci (ma non di bianconi) è molto più consistente; sullo stretto di Messina ne contano oltre 40.000, alle pendici del monte Conero oltre 10.000. Si calcola che, in marzo, attraversino il Mediterraneo quattro milioni di cuculi e sedici milioni di rondini: in totale, secondo la LIPU, si tratta di oltre quaranta milioni di uccelli!

L’Ente Parco ha messo in funzione una videocamera fissa, che inquadra il nido di una coppia di gracchi e che può essere osservata «in tempo reale» sul sito web del parco. Il progetto è nato con il finanziamento della regione, ha avuto una fase sperimentale e, a partire dal 26 aprile 2010, ha permesso a chiunque lo volesse di tenere sotto controllo, con un’immagine ogni 5 minuti, le varie fasi della riproduzione di questa specie. Sono stati i 68


Già dai primi studi, effettuati in Toscana dal dr. Premuda negli anni ‘90, fu evidenziata l’importanza delle Apuane come punto di transito per i rapaci; ma fu osservata una cosa strana, cioè che gli uccelli andavano verso nord in autunno, con una rotta contraria rispetto a quella logicamente seguita da tutti gli uccelli che se ne vanno dall’Italia. Fu formulata l’ipotesi, poi confermata da successive osservazioni, che i bianconi nidificanti nell’Italia centrale risalissero la penisola volando presso le coste del Tirreno e successivamente del Golfo del Leone, probabilmente per raggiungere lo stretto di Gibilterra e attraversare il mare da lì. Per qualche oscura ragione che non conosco, gli ornitologi la chiamano migrazione «a circuito» inversa. Pure in primavera, la direzione di passaggio è al contrario, da nord-ovest a sud-est. Gli altri rapaci migratori osservati costituiscono fra il dieci e il 20 per cento del totale; la seconda specie osservata è in genere l’aquila minore (nome scientifico Hieraaetus pennatus), seguono falco pecchiaiolo, lodolaio, falco di palude, gheppio, sparviero, poiana, eccetera; ultimo, con un unico esemplare, il falco pellegrino.

l’Appennino Ligure e la Maremma, e anche in altre zone più meridionali, tipo zone collinari della costa adriatica e ionica. È una specie a basso rischio di estinzione e in Italia si stima che nidifichino fra le 380 e le 410 coppie. I bianconi che transitano sulle Apuane sono, presumibilmente, quelli delle popolazioni maremmane. l’oasi della LIPU A Campocatino, la LIPU ha allestito un’area protetta, in cui vivono il gracchio alpino e il picchio muraiolo, esattamente nella parete nord-ovest della Roccandagia, insieme a diversi rapaci: la poiana, lo sparviero, il gufo, e così via. Nelle praterie più in basso abbiamo molte altre specie di uccelli e, in primavera, tutti si danno da fare in senso riproduttivo e la vita nell’oasi è uno spettacolo di colori e un concerto di canti. Ogni tanto, può passare di qui, in cerca di possibili prede, l’aquila reale, che nidifica stabilmente in un’altra zona delle Apuane. L’oasi LIPU di Campocatino ha un centro visitatori, con materiale informativo; da qui parte un «sentiero natura» che passa dai luoghi più significativi. Il periodo più adatto per le vedere l’area protetta è il mese di aprile, però è aperta fino a ottobre e si può anche prenotare una visita guidata.

il biancone Il biancone, detto anche aquila dei serpenti, è poco conosciuto, eppure è un bel rapace, che ha mediamente un metro e ottanta di apertura alare, inoltre, come dice il nome, ha questo piumaggio chiaro inferiormente; ma è discreto, vive nelle zone boscose meno frequentate e prova a passare inosservato, anzi ci riesce proprio. Dopo aver trascorso la stagione invernale nell’Africa subtropicale, cioè nelle steppe a sud del Sahara, si sposta da noi, arrivando in marzo e sistemandosi principalmente in tre aree: le Alpi occidentali,

il canto Se in passato era ambizione dell’umanità conoscere la lingua degli uccelli, al giorno d’oggi gli scienziati cercano di capire perché nelle giornate di primavera si sentono gli uccelli cantare di prima mattina, cosa che d’inverno non si verifica. La risposta è nell’allungamento delle giornate, sembra ovvio e

Mufloni (foto Piero Rossi)

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scontato. A questo punto, qualcuno potrebbe farmi notare che alcuni uccelli, per esempio i pettirossi, cantano anche in inverno, e questo è vero. Ma il loro scopo è un altro, sono uccelli stanziali e cantano per la difesa del territorio e il canto invernale è leggermente diverso da quello del corteggiamento; e comunque sono un’eccezione alla regola. Nel 2008, un gruppo di ricercatori giapponesi e un professore scozzese, per studiare il canto delle quaglie, hanno ricostruito in laboratorio un meccanismo fatto di neuroni, geni e ormoni che viene attivato dall’arrivo della primavera. Takashi Yoshimura e i suoi collaboratori dell’Università di Nagoya e Peter Sharp dell’istituto Roslin di Edinburgo, però, non sono ornitologi ma neurologi ed endocrinologi e volevano scoprire la «centralina» delle stagioni, in grado di cogliere la variazione della durata del giorno. Le giornate che si allungano vengono registrate dal cervello delle quaglie e mettono in azione una serie di geni all’interno dei neuroni; i geni così attivati producono un ormone della crescita, che porta a un ingrossamento dei testicolo degli uccelli maschi; la volontà di riproduzione si traduce nel canto per corteggiare le femmine. Tutto questo nel mese di marzo, in modo che nei mesi da aprile a maggio ci sia la nascita e lo svezzamento dei piccoli e a giugno il cosiddetto «involo». Ecco spiegato, in modo scientifico e sicuramente … per niente romantico, perché le giornate di primavera iniziano con il canto degli uccelli. Anche il cervello dell’uomo ha un gruppo di neuroni sensibili alla durata della luce e questo meccanismo potrebbe spiegare alcuni nostri comportamenti. Un ritmo regolato con tanta precisione, però, si scontra in questi anni con i cambiamenti climatici: ogni singolo giorno di primavera, la progressione delle ore di luce è la stessa degli anni precedenti, ma la temperatura subisce delle variazioni anche notevoli. Mi spiego meglio con degli esempi: si sono avuti casi di rondini arrivate in Europa quando faceva ancora freddo, di orsi usciti dal letargo prima che il terreno fosse sgombro dalla neve, di gelate che avevano colpito peschi e mandorli in fiore. L’inverno del 2008 è stato fra i più caldi della storia, invece quello del 2009 ha fatto registrare una quantità di precipitazioni elevatissima. Persino gli appassionati ornitologi, citati prima, si sono ritrovati a osservare i rapaci sul monte Lieto con la neve, nel mese di marzo dell’ultimo anno. In conclusione, negli ultimi anni, per gli uccelli la stagione riproduttiva è stata troppo anticipata rispetto alle temperature. La prossima tappa dei ricercatori nippo scozzesi sarà scoprire se questo meccanismo funziona così anche nelle altre specie di uccelli, per esempio merli e cinciallegre, oltre che nelle quaglie. 70


CARLO MARINELLI

FRA PASSATO E PRESENTE Passeggiando sulle nostre colline

Fa molto caldo, mi siedo all’ombra dei cipressi che costeggiano il viale d’accesso all’Abbazia del Buonsollazzo. Appoggio schiena e testa al tronco di un cipresso, chiudo gli occhi e, come per incanto, la mente torna indietro nel tempo, a tantissimi anni fa, quando questi luoghi erano “vivi”, abitati da moltissime persone e non abbandonati come sono ora. Mi sembra di vedere gruppi di monaci in preghiera, contadini intenti al lavoro nei campi, carri pieni di fieno trainati dai buoi, mi par di sentire perfino le voci allegre dei ragazzi e quelle delle donne che li chiamano per dare una mano nel lavoro. Smetto di sognare, torno in me, ma il silenzio e la gran pace che mi circondano fanno sì che io richiuda gli occhi e col pensiero torni a questa mattina, quando, lasciato alle spalle l’abitato di Tagliaferro, frazione del comune di San Piero a Sieve lungo la statale 65 della Futa e superato il Carza, ormai ridotto a un rigagnolo, mi sono incamminato per il sentiero 00 che porta a Monte Senario. La giornata è bella, la strada poderale che ho percorso, prima tra verdi campi coltivati a foraggio poi attraverso un bosco dove è in corso un “taglio”, è tutta al sole. Oltrepassati i poderi Carzavecchia e Camporomano, dove la strada finisce e comincia il vero sentiero, ho iniziato la salita, a volte anche ripida, attraverso un bosco che, a causa di un recente taglio, non mi procura gran frescura. a sinistra: l’Abbazia sotto: Fattoria di Camporomano (foto C. Marinelli)

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Trappisti che vi rimasero fino al 1782 quando il Granduca Pietro Leopoldo la soppresse vendendo parte del patrimonio al Marchese Sigismondo Lotteringhi della Stufa.

Durante il cammino non ho potuto fare a meno di pensare che stavo calpestando terreni ricchi di storia, di lotte politiche e contrasti religiosi. Il Mugello (perché siamo nel Mugello), tantissimi anni fa, era sotto la giurisdizione della diocesi di Fiesole e dei potenti Feudatari locali. Questa situazione non piaceva né alla Diocesi fiorentina, che avocava a se questi territori, né alla Repubblica di Firenze, che vedeva intralciata se non impedita la sua espansione commerciale con la pianura padana. La contesa si risolse con una guerra tra le due parti citate e così, nel 1125, con la vittoria di Firenze, il Mugello passò sotto la Diocesi fiorentina, per quanto riguardava l’ordinamento della chiesa e sotto la Repubblica di Firenze per il potere politico.

Solo nel 1877, quando i Camaldolesi ne presero possesso insediandovi un seminario per la formazione dei propri monaci, il complesso tornò a essere Abbazia fino al 1990 quando, non più utilizzata, fu alienata. Per fortuna, all’atto della vendita, la sovrintendenza ai beni artistici e storici pose un vincolo che presupponeva un’autorizzazione da parte sua per ogni futuro intervento. Nonostante ciò anni fa apparvero sui giornali avvisi di vendita d’appartamenti realizzati nell’Abbazia stessa. Gran polverone, anche a livello politico, il solito rimpallo di responsabilità tra proprietà, agenzia immobiliare, ecc... Da allora tutto tace. Oggi, anche se “spogliata” di tutto ciò che era al suo interno, l’Abbazia giace lì abbandonata ma come una vecchia nobile signora, ancora piena di storia, di fascino e di mistero. Quale il suo destino? Mi auguro non sia quello di essere ad albergo o beauty-farm (altra idea ventilata) ma che sia riportata al suo antico splendore, destinandola ad attività culturali, convegni, a qualche cosa più consona alla sua storia.

I miei pensieri “storici” sono improvvisamente cessati quando, finita la salita e il bosco, si è presentato, ai miei occhi, un vasto pianoro dominato a destra dalla grandiosità dell’Abbazia del Buonsollazzo.Ho quindi attraversato questo pianoro, che una volta doveva essere un fertile campo lavorato, e poi, volgendo le spalle al monastero, mi sono goduto un panorama bellissimo. Lo sguardo dominava tutta la valle, da San Piero a Sieve a Borgo San Lorenzo, dal Castello del Trebbio a Scarperia e, alzando gli occhi, sulla catena appenninica dalla Futa al Giogo di Scarperia fino alla Colla di Casaglia.

“Che fai seduto, bighellone?” Alzo la testa e mi volto per vedere chi mi rivolge questa frase. E’ Gianni (Giovanni Bassi) che transitando sulla strada mi ha visto. “Tutte le volte che passo di qui” gli dico “sono colpito da tanta bellezza, sia dell’Abbazia sia del panorama; mi sono fermato per godere di tutto questo e della pace che qui regna” gli rispondo.

Dopo questa panoramica sul nostro Appennino mi sono concesso un riposino all’ombra dei cipressi: dove mi trovo adesso. Questi luoghi, ancor oggi pieni di grandi silenzi e spiritualità, hanno visto sorgere, nei secoli, i monasteri di Montesenario e San Donato a Polcanto, quelli non più esistenti di San Niccolò alla Pila e San Clemente a Montecaroso, ed infine la Badia del Buonsollazzo il cui nome vero è Sanctus Bartholomoeus de Bono-Solatio. Tracce storiche fanno risalire la sua edificazione a prima del mille per volere del marchese Ugo di Toscana che, dice la leggenda, perdutosi nei boschi della zona, ebbe tremende visioni e fece voto,se salvato, di edificare ben sette Badie una delle quali in quei luoghi: quella del Buonsollazzo. Col passare dei secoli vari ordini monastici si sono insediati nell’Abbazia come i Benedettini, i Cistercensi, la congregazione Gianni racconta ... (foto C. Marinelli) di San Bernardo in Italia e i 72


“Tu sai che abitavo qui vicino” mi dice “sapessi com’erano questi posti prima e dopo la guerra fino a quando i frati non sono andati via; i campi sembravano giardini. Con la partenza dei monaci è cominciato pian piano il degrado e l’abbandono dei poderi che appartenevano all’Abbazia, ben cinque: I Ciliegi, Le Sodere, La Tassaia, il Belvedere e il Buonsollazzo. Guarda, quella costruzione in alto, sulla destra, era la casa delle suore che venivano qua a trascorrere l’estate mentre in quella vicina abitava il contadino e il cosiddetto lattaio che raccoglieva il latte dai vari poderi e lo lavorava. Per questo, come vedi, poco più sotto la casa, c’è la burraia, per la lavorazione del latte e la conservazione dei prodotti. Davanti a questa, dove ora è tutto prato, c’era il vivaio e più giù l’orto del convento. Devi sapere che, quando ero piccolo e fin dopo la guerra, non avevamo la corrente elettrica: i frati se la producevano con un generatore a legna. Non si lavorava solo nei campi; qui c’era una fornace per la cottura di mattoni e tegole a uso del convento. Vedi, qui a destra, quei resti di pilastri in mattoni? Ebbene è ciò che rimane della copertura della fornace la cui bocca di fuoco sprofonda nel terreno dentro a quei rovi. Ma ora devo andare, non sono come te, ho tante cose da fare, ciao Carlo”. Ciao Gianni e grazie di tutte queste notizie. Dopo poco anch’io lascio con rammarico questo luogo al suo destino e proseguo, sempre sul sentiero N° 00 verso Monte Senario. E’ al fresco, sale dolcemente dentro un bosco di castagni lievemente mossi da:

ma da una posizione più elevata. Proseguo il cammino in dolce salita prima in mezzo ai prati poi per un bosco di querce, lecci e carpini fino a giungere alla Croce del Melago. Il sentiero prosegue a destra, prima costeggiato da una “siepe” di castagno (ributti di un recente taglio), poi, all’ombra in un bosco di castagni, carpini e abeti fino a giungere a un tabernacolo da dove inizia il viale che porta al Santuario di Monte Senario che credo non abbia bisogno di presentazione. Mi fermo comunque perché Padre Piergiorgio, dei Servi Di Maria, deve darmi alcune notizie su una costruzione che troverò proseguendo il cammino. Dopo averlo salutato aggiro sulla destra il monastero

Il vento, che degli alberi la cima al suo volere fa or piegare, suoni porta con se e più di prima piacevole diventa il camminare. Verso il Monte proseguo or l’andare gustandomi questa dolce armonia che il vento porta, e, ad ascoltare tendo l’orecchio sperando ci sia, (La tua risata di C. Marinelli 2009)

Accompagnato da questi suoni arrivo ad una vasta zona non alberata (vecchi campi) in dolce salita: sono al podere Le Sodere ormai abbandonato, regno di rovi che risparmiano solo la vecchia casa colonica ancora integra mentre gli edifici come la stalla sono quasi crollati. La struttura architettonica è quella classica e stupenda delle case coloniche toscane con la piccola aia antistante, il lavatoio, il tradizionale albero di noce e di fianco, tra i rovi, s’intravede quello doveva essere l’orticello per le necessità della famiglia. E’ situata in una posizione bellissima, la vista spazia su gran parte dell’Appennino come dalla Badia

Carlo Marinelli con Padre Piergiorgio nella foto sopra: le Sodere 73


la Ghiacciaia (foto C. Marinelli) per immettermi sul sentiero che con un tracciato bellissimo, prima sullo spartiacque tra i comuni di Firenze e Vaglia poi rivolto sulla Faentina, scende dolcemente fino ad incrociare il sentiero n° 2 che port a a Polcanto. Da qui piegando a destra, e dopo aver traversato un vasto prato, giungo in breve a una caratteristica costruzione di forma cilindrica sormontata da una cupola in mattoni: La Ghiacciaia. Mi siedo su un’improvvisata panchina e ammiro questo pezzo di storia e dell’ingegno umano, che oggi ha dell’incredibile. Tanti anni fa la cupola terminava con una lanterna che faceva raggiungere al complesso un’altezza, fuori terra, di 17metri. Dico fuori terra perché la ghiacciaia continua in profondità per circa 14metri. Questa di Monte Senario, che fu fatta costruire ai frati tra il 1842 e il 1844 e pare sia tra le più grandi d’Europa, aveva il compito di conservare il ghiaccio che si formava nella stagione invernale in vari laghetti, allora esistenti. Il ghiaccio, una volta prelevato dai suddetti laghetti, veniva stipato, a strati intervallati da paglia, nell’enorme “pancia” sotterranea della ghiacciaia e conservato così per la stagione estiva quando il ghiaccio era trasportato a Firenze, di notte, in botti avvolte di sughero, per essere venduto ai “signori” dell’epoca ed agli ospedali. L’avvento dell’industria che produceva ghiaccio portò lentamente all’abbandono delle “ghiacciaie”. Anche questa subì la stessa sorte e cessò l’attività alla fine del 1800. Il ghiaccio “industriale” continuò a essere prodotto ed ebbe un

grandissimo consumo fino a tanti anni dopo la guerra, quando, chi se lo poteva permettere, acquistava i primi frigoriferi mentre gli altri continuavano a conservare il poco cibo con l’aiuto del ghiaccio”industriale”. Chi ha vissuto il periodo postbellico si ricorderà bene che per le strade passava un carretto che vendeva ghiaccio alle famiglie. Dopo la guerra, non essendo più utilizzata, fu deciso di recuperare dalla Ghiacciaia il materiale che serviva per restaurare case coloniche.Fu così asportato tutto il rivestimento esterno sia della parte bassa sia della cupola, fu distrutta la lanterna e venne abbattuto anche un tabernacolo che si trovava sulla facciata. Di questo rimane qualche traccia come la scultura che adornava la sua parte alta. Attualmente è ridotta ad uno stato di pietoso abbandono e presenta anche qualche pericolosità tanto che è recintata e non è possibile vedere il suo enorme interno se non da lontano e da una piccola finestrella. La ghiacciaia, comunque, sembra resistere al tempo e all’abbandono; la sua imponenza è sempre un richiamo di curiosi muniti di macchina fotografica. Recentemente (1988) è stata è stata oggetto di una tesi di laurea (architetto Barbara Aterini) che ne ha ipotizzato il suo restauro conservativo: ma come sempre mancano i soldi. Mi alzo, poche centinaia di metri e sono sulla strada asfaltata che piano piano mi porterà a casa. La gita è finita: ma quanti secoli di storia ho 74 attraversato con questa passeggiata!


GIANCARLO CAMPOLMI - DANIELA SERAFINI

LA MOSTRA PER I “CENTO ANNI DEL GRUPPO SKIATORI” HA IL CATALOGO

l’emozione con cui persone che per tanti di questi 100 anni hanno sciato hanno rivisto le immagini di se stessi e dei compagni con i quali avevano vissuto l’avventura della neve. Abbiamo cercato di raccontare la storia come una successione di “atmosfere” che partendo da avventurosi e poco tecnici contatti con l’ambiente innevato, attraverso stadi intermedi, arriva ai nostri giorni in cui si scia in ambienti controllati con materiali e indumenti sofisticati. Nel catalogo abbiamo cercato di riprodurre, seppur cambiati nelle dimensioni delle foto e del testo, i pannelli della mostra. Dove abbiamo potuto abbiamo inserito testi tratti da fonti della stessa epoca delle foto per accompagnare col linguaggio il messaggio dell’immagine. Abbiamo voluto raccontare la storia del gruppo riducendo al minimo quella dei personaggi che lo hanno portato avanti o che hanno compiuto gesta importanti. Questo non per mancanza di riconoscimento dei meriti ma semplicemente perché volevamo raccontare una storia degli appassionati di sci: degli skiatori prima e degli sciatori oggi.

Dopo il successo della mostra “Cento anni del Gruppo Skiatori” tenuta al Parterre di Firenze nella primavera 2010, tenendo conto delle numerose richieste di un “qualcosa” che mantenesse la memoria della storia raccontata in quell’occasione, il Consiglio Direttivo della Sezione ha promosso la pubblicazione di un catalogo della mostra.

I nostri ringraziamenti vanno a tutti coloro che ci hanno fatto frugare tra le loro foto alla ricerca di quelle che “dicevano qualcosa” per la storia da raccontare e a tutti coloro che ci hanno raccontato le “storie” per averle vissute e coloro che ci hanno sostenuto con l’approvazione ma anche con critiche e consigli. Il catalogo è disponibile in Sezione e durante le celebrazioni del centenario.

La decisione consegue la buona accoglienza del lavoro da parte dei visitatori, ma anche il calore e

CENTO ANNI DI VITA IN MONTAGNA NARRAZIONE E PROIEZIONE DI

REMO ROMEI GIOVEDI’ 11 NOVEMBRE 2010 - ORE 17,30 SALETTA PARTERRE PIAZZA DELLA LIBERTA’ (FIRENZE) 75


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ALPINISMO

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ROBERTO MASONI

ALPINISMO SOVIETICO Un alpinismo per molti versi sconosciuto

Da tempo mi riproponevo un’approfondimento sull’alpinismo sovietico.

guardare all’alpinismo dell’est, in particolare a quello russo, come ad una realtà di prim’ordine, come ad una Scuola alla quale guardare con rispetto e considerazione.

Non solo, e non tanto, perché è oggetto di una manifesta oscurità storica ma, soprattutto, perché tale oscurità ha sempre taciuto una realtà molto diversa. Una realtà che niente ha, e niente ha avuto, da invidiare, in tema di alpinismo, alle più blasonate verità dell’Occidente. Per noi, che facciamo parte di una certa generazione, il fatto che all’est vi fossero abili alpinisti non è mai stato un mistero. Certo eravamo figli della nostra cultura, non a caso siamo cresciuti con i Bonatti, i Cassin, i Messner ma che oltre cortina vi fossero dei talenti naturali, sia in fatto di arrampicata che di alpinismo di alta quota, non ci era sconosciuto. Le notizie, poche e frammentarie, ci arrivavano soprattutto grazie a qualche sporadico articolo sulla Rivista o da qualche libro illuminato, ma la percezione che in Russia, anzi in Unione Sovietica, l’alpinismo svolgesse un ruolo di primaria importanza, che fosse una realtà ben radicata, non ci sfuggiva. Non ci sbagliavamo, ci era semmai più difficile capire dove, come e con quali modalità.

Questo mio contributo, per quanto parziale (ci vorrebbe un libro), nasce paradossalmente grazie agli archivi dell’American Alpine Journal. Non esistono infatti esaurienti fonti russe per raccontarne la storia. Nell’ambito dell’attuale Federazione Russa opera la Russian Mountaineering Federation, un’organizzazione ben articolata eppure carente, ma forse solo per noi occidentali, di un archivio storico disponibile, tutto ciò che può interessare proviene quindi dalle restanti fonti a giro per il mondo. Faccio una breve premessa, necessaria per meglio inquadrare la questione. Esistono due distinti periodi che tracciano, o meglio obbligano a tracciare, un quadro di riferimento: quello dell’ex Unione Sovietica e quello successivo nato dalla dissoluzione delle repubbliche che ne facevano parte. Del primo periodo, che è poi quello di cui parlerò, non conosciamo molto, sappiamo che in Unione Sovietica, e ciò vale a priori poiché stabilito dall’ordinamento giuridico stesso dell’ex Unione Sovietica, veniva, prima di tutto, un diritto di classe ove il cittadino, e in questo senso possiamo inquadrare anche gli alpinisti, era tanto più libero quanto meno entrava in contrasto con questo diritto di classe. Cosa vuol dire. Vuol dire che anche coloro che venivano formati all’attività alpinistica erano cittadini dell’URSS alla stregua di chiunque altro, lavoratori come chiunque altro. Il discorso cambiò radicalmente in quello che ho citato come secondo periodo, cioè dagli anni ’90 in poi, quando gli alpinisti sovietici, qualunque fosse il loro paese di origine, si trovarono nella condizione di doversi autonomamente inventare un mestiere che, li portò, in gran parte, a mettere a disposizione di imprese commerciali il loro talento e la loro esperienza. Un nome in particolare rende meglio di altri l’esempio: Anatolij Bukreev, di cui parleremo in seguito.

Con l’abbattimento delle ideologie e di qualche muro, i primi esponenti dell’est cominciarono a bazzicare le nostre falesie, inizialmente erano soprattutto polacchi. Era l’inizio degli anni ’90 e con una buona dose di discriminazione mettevamo al sicuro i nostri portafogli, nei risvolti dei nostri zaini appoggiati per terra, spaventati soprattutto dall’aspetto di questi arrampicatori. Erano vestiti male, anche se ripensandoci non eravamo molto diversi, utilizzavano materiali obsoleti, le facce erano poco rassicuranti. Al di là di queste preoccupazioni, che per la verità e per quella che è la mia esperienza diretta non crearono mai alcun episodio spiacevole ed alle quali mettemmo presto fine, ci colpì soprattutto il loro modo di arrampicare, avevano garbo, indubbie capacità e pochi fronzoli. Restammo meravigliati dalla loro capacità e ciò ci convinse, una volta di più, che all’est non si scherzava. Certamente la nostra spregiudicata ed arrogante cultura, costruita giorno dopo giorno nell’ottica di un centenario retaggio storico, subì uno scossone. Dovemmo convenire che anche all’est si arrampicava e nemmeno male … Col tempo le foschie si sono diradate ed oggi possiamo

Una certa idea dell’ambiente alpinistico russo, vale la pena ricordarlo, coincise nella prima metà del ‘900, anche con una serie di spedizioni italiane nel 79


Caucaso che, se tralasciamo, per ovvii motivi di spazio, quelle eseguite da Vittorio ed Erminio Sella nel 1887, 1889 e 1896, quelle di Vittorio Ronchetti nel 1907, 1908 e 1910 e quella di Piero Ghiglione nel 1913, prendono il via da quella di Ugo Ottolenghi di Vallepiana e Rolf Singer, Soci della nostra Sezione, ai quali si aggiungono Leopoldo Gasparotto e Albert Rand Herron. E’ in questa occasione, siamo nel 1929, che si colloca la prima ascensione e discesa con gli sci del Monte Elbrus. Passeranno molti anni prima che un gruppo di guide valdostane riceva l’invito per una presenza-scambio nella regione caucasica. E’ il 1962, il gruppo è guidato da Fabiano Savioz ai cui ordini operano sei guide, Marcello Bareux (Courmayeur), Luigi Barmasse (Valtournanche) Oliviero Frachey (Champoluc) e Franco Garda,

Oppio da noi ricordato soprattutto per la via alla nord del Pizzo d’Uccello. Oppio parte nel 1968 per il Caucaso in compagnia di Nusdeo, Pizzocolo ed altri alpinisti sotto il patrocinio del Club Alpino Accademico Italiano. Purtroppo i tentativi di raggiungere la cima l’Ushba saranno tutti vani ma la loro presenza in Caucaso, a stretto contatto con alpinisti russi, non passerà inosservata.

Sergio Giometto e Adolfo Ourla (Aosta). Scaleranno la parete nord della Scheldy (mt. 4.310) per una nuova via. “Rientrati al campo e festeggiati dai russi con schieramento di manipoli di alpinisti ed escursionisti al campo, offerta di fiori ed “urrah!” di sapore marziale, i sei Italiani godono un giorno di dolce riposo prima di prendere la via del ritorno …” . Paragrafi dal contenuto “eroico” narrati in un libro che ho il piacere di possedere e che ritengo ormai introvabile: Italiani sulle montagne del mondo scritto da Mario Fantin ed edito nel dicembre 1967 da Cappelli Editore in Bologna.

e arrampicatori sovietici. La catena montuosa alpinisticamente più nota è, come abbiamo visto, quella del Caucaso. E’ qui che si trova il Monte Elbrus di 5.642 metri di quota, la cima più alta di Russia e da qualche anno anche dell’Europa. Ma vi è una catena ancora più importante rispetto al Caucaso, questa regione è quella del Pamir. E’ una regione di smisurate proporzioni, è qui che troviamo il Peak Comunism (mt. 7.495) e il Peak Lenin ( mt. 7.134), due fra le cime di maggior richiamo, due fra le cime che godono di maggior considerazione, oggi come nell’ex URSS. A cavallo fra il Kirgyzstan e il Tajikistan si trova il Pamir Alay, una regione che ha riscosso negli ultimi anni una crescente attenzione da parte degli ambienti alpinistici mondiali, stiamo parlando di 800 km. di gruppi montuosi. A meridione troviamo i Monti Altai mentre ad oriente si sviluppano i gruppi del Verkhoyansk e della Kamchatka, la cui vulcanica

Vorrei fare, adesso, un passo indietro. Vediamo cioè quali sono i gruppi montuosi più noti, più alpinisticamente degni di rilievo dell’ex Unione Sovietica anche se non sono, d’altronde, di difficile individuazione. Più difficoltoso, forse, individuare bene e con precisione quelli divenuti negli anni ‘900 il terreno di riferimento per le generazioni di alpinisti

Nel 1965 una nuova spedizione di Giuseppe Bonis e Luigi Balzola, nel 1966 quella di Toni Gobbi e quella di un gruppetto di quattro italiani capeggiati da un certo Riccardo Cassin fra i cui partecipanti troviamo anche Paolo Consiglio. In ultimo citerò un personaggio che mi sta particolarmente a cuore: Nino 80


Catena Centrale costituisce l’ossatura di tutta la penisola omonima e che ha come vetta principale il Icinskaja di 3.621 metri di quota. A ovest la catena dei Monti Urali. Questo il terreno di giuoco.

praticare alpinismo nel Caucaso, oltre indubbiamente alle capacità della guida, occorra solo “un minimo di attrezzatura da camping da usare nei bivacchi in quota che, nel Caucaso, prendono il posto dei rifugi alpini”. Non dimenticate che siamo nel 1930.

Già nel 1930 vi è nota dell’ambiente e della regione caucasica. E’ William Osgood Field a farlo sulle pagine dell’American Alpine Journal (Travel and mountaineering in the Caucasus – AAJ 1930 – pagg. 167-173). Field parla del “tremendo”, vulcano estinto dell’Elbrus che pare avergli procurato una forte impressione, e segnala, più in generale, come “le montagne del Caucaso [abbiano] molto da offrire in quanto a bellezza ed interesse attraverso le loro profonde e oscure valli. Vicino l’una all’altra sono abitate da gruppi di persone totalmente differenti da

Qualche anno dopo, nel 1934, viene pubblicato, sempre sull’AAJ, un articolo che riepiloga l’attività in URSS (Mountaineering Expeditions in the Soviet Union during 1933 – AAJ - Various notes 1934 - pagg. 270-275) premettendo che l’interesse per l’esplorazione alpinistica aveva avuto un forte incremento ed in misura crescente di anno in anno. Era vista, ancora, come un’attività ricreativa ma con un’ottica mirata soprattutto all’utilità che la ricerca scientifica traeva da quest’ultima. Non a caso tutto

La catena montuosa del Caucaso da www.elbrus1.com

veniva svolto sotto gli auspici della Società del Turismo Proletario e l’Accademia delle Scienze. Le notizie contenute nella nota, si precisava, provenivano da interviste personali fatte a membri di varie spedizioni e perciò, data la loro importanza, sostanzialmente corrette. Nel corso del 1933 molte ascensioni di prim’ordine erano state portate a termine in gruppi montuosi diversi: Caucaso, Altai, Tien Shan, Pamir. In particolare nel Caucaso le spedizioni invernali, quindi sciistiche, erano iniziate nel 1931 per trovare poi continuazione nel 1932 e 1933. Alcune di queste avevano conseguito esiti rilevanti come ad esempio la salita dell’Elbrus con gli sci fino ad una quota di 17.450 piedi (5.318 mt.) o come nell’occasione, sempre all’Elbrus, in cui ben 110 persone, pensate, avevano raggiunto la cima della stessa montagna, 57 di loro, per lo più comandanti militari, scalarono l’Elbrus in massa. Non staremo qui

valle a valle, per lingua, costumi e storia”. Non si parla ancora di alpinismo vero e proprio ma Field ne traccia una pur primitiva stima descrivendo come, in Caucaso, si possano trovare una gran varietà di salite pur nei limiti di quelle cime già scalate un numero di volte talmente sufficiente da ritenere definitive le loro vie di salita. Cita l’Ushba fra le montagne all’apparenza più ardue e spiega come fra gli abitanti della zona non esista né cultura, né pratica dell’alpinismo, essendo al massimo degli abili cacciatori. Ciò, secondo Field, perché mai, fino ad allora, gli abitanti del posto sono stati coinvolti nella pratica dell’alpinismo essendo molte delle cime del Caucaso state scalate, per la prima volta, da guide svizzere con clienti al seguito. Forse questo il motivo per cui è indotto ad un’ultima valutazione, quella che per 81


a ragionare sul concetto che in URSS assumeva un’azione di massa, sappiamo tutti quanto fosse un concetto assimilato dall’ideologia di base, quanto corrispondesse ad una certa struttura mentale sovietica. Altre cime furono raggiunte nel 1931 e sempre nel Caucaso: il Koshtantau (mt. 5.145), lo Shkara (mt. 5.193), il Tetnuld (mt. 4.852), il Tiktingen (mt. 4.851), il Dongusorum (mt. 4.267), tutte cime raggiunte da alpinisti sovietici dei quali tuttavia ci è sconosciuto il nome. Abbiamo notizia che, sempre nel Caucaso, nel 1933, furono realizzate anche una spedizione francese ed una svizzera che raggiunse la cima sud dell’Ushba (mt. 4.697). Molte spedizioni, in questi anni, operarono anche nel gruppo Altai e nel Tien Shan. Erano soprattutto spedizioni esplorative senza un’obiettivo definito nel corso delle quali, nel 1931, fu tuttavia scalato il Khan Tengri (mt. 6.990) ed altre cime.

E’, più o meno, in questo periodo che balza alla cronaca un personaggio che diverrà uno dei padri nobili dell’alpinismo sovietico: Vitali Mikhailovich Abalakov. Nato in URSS nel 1906 è considerato, appunto, il padre dell’arrampicata sovietica. Rimangono di Abalakov molte prime salite, è stato, in ben dodici diverse occasioni, capo di spedizioni in alta quota, per ben dieci anni è stato campione di arrampicata dell’ex URSS ricevendo le più alte onorificenze del Paese. Il fatto di essere russo non gli precluse l’ingresso nella Commissione Sicurezza dell’UIAA, l’Unione Internazionale delle Associazioni Alpinistiche, nella quale fu internazionalmente apprezzato per essere, non solo un esperto alpinista ma di svolgere anche una ricerca sistematica sia sui materiali che sui sistemi di assicurazione. Uno di questi, utilizzato per la progressione su ghiaccio, ci è stato tramandato con il nome, appunto, di “Abalakov”. Il fatto di essere ingegnere meccanico di professione lo stimolò, inoltre, nella progettazione e nella realizzazione dei primi ramponi e dei primi chiodi in titanio, dei primi “nuts” di dimensioni variabili, delle prime “vere” viti da ghiaccio ma soprattutto fu il primo a capire, in largo anticipo sui tempi, l’utilità di superfici curve ad angolo costante. Detta così, per la maggior parte di noi, non significa molto, vediamo allora cosa vuol dire. Basandosi su delle spirali matematiche logaritmiche disegnate in modo che il peso producesse una forza rotatoria e, ancor più, potessero essere poste in fessure di diversa grandezza egli ideò quello che oggi conosciamo universalmente con il nome di “friend”.

Ben più complessa era, in questi anni, l’attività in Pamir. Già nel 1928 una spedizione mista, russotedesca, aveva raggiunto la cima del Merzbacher Peak, definito anche Mount Kaufmann, e considerato la cima più alta dell’Unione Sovietica. Questo il motivo per cui questa montagna venne ribattezzata Peak Lenin, nome poi tramandato fino ai giorni nostri. Una vecchia cartina presente nella prima edizione del “The Heart of Continent”, pubblicata nel 1896 e scritta da Lord Younghusband, definiva l’altezza del Peak Lenin (allora, come abbiamo visto, Mt. Kaufmann) in 23.000 feet (mt. 7.011) ed una quota vicina a 24.935 feet (mt. 7.601). A causa di motivi sconosciuti, la comunità alpinistica russa trascurò questa notizia fino al 1931 quando, con più realismo, le due quote furono identificate. Una fu riconosciuta come Peak Lenin per un’altezza di 24.600 feet (mt. 7.498) e l’altra, nemmeno a farlo apposta, fu battezzata Peak Stalin.

Da questi studi, peraltro condivisi con tutta la comunità alpinistica, nacque nel 1972, grazie al grande intuito di Greg Lowe, il primo friend a molla anche se fu Ray Jardine, unanimemente riconosciuto

Caucaso - Il Monte Ushba (da www.Elbrus1.com) 82


come il padre del friend, a brevettarne, nel 1976, la versione definitiva. Piccola divagazione su Ray Jardine a conferma del principio secondo il quale il mondo alpinistico, qualunque appartenenza abbia, è ed è sempre stato una fucina di idee, un comune terreno culturale. Con questo nuovo dispositivo Jardine stupì il mondo dell’arrampicata “liberando”, nel 1976, Crimson Cringe (7b) in Yosemite, ma soprattutto, qualche anno dopo, le incredibili Separate Reality e Phoenix. Proprio su Separate Reality introdusse un metodo che avrebbe fatto scuola, restare appeso ad un ancoraggio per meglio studiare i movimenti di arrampicata. Nel caso di Jardine l’ancoraggio era ovviamente un friend e quel metodo è oggi meglio definito “lavorato”. Ma torniamo all’alpinismo sovietico. Fra le salite di Abalakov ricorderò la nord del Pic Lenin, il Pic Trapezia, il Pic XIX, il Khan Tengri ma anche altre sulle montagne della sua terra d’avventura preferita, il Caucaso, al Dychtau (inclusa la nord), al Schurovski, al Sahakhara, allo Shkelda, al Chanchahi e all’Ullutauchana. Nomi impossibili, montagne vere.

Vitali Abalakov (my.bigwall.ru) Montagna, ma è un tentativo rimasto solo a livello di “voce” non avendone alcuna notizia certa.

Notizie riguardanti realizzazioni alpinistiche coincidenti con il periodo della II Guerra Mondiale non ne abbiamo. Ma forse, per onestà, diciamo che è meglio dire non ne ho trovate. Proprio su Abalakov c’è una nota a margine, del 1950, nella quale viene definito come un brillante alpinista di cui si conosce l’ambizione di coronare l’ascensione del Monte Everest. Purtroppo Abalakov non riuscirà a coronare il suo sogno, dovremo aspettare il 1982 per vedere una spedizione russa all’Everest, evento di cui parleremo in seguito. Una nota del 1953, pubblicata su “Die Alpen”, rivista del Club Alpino Svizzero, riprende prontamente alcune pubblicazioni russe dove si afferma come l’alpinismo stia diventando, in Unione Sovietica, uno sport molto popolare. Si parla che nel Paese vi siano circa 17.000 persone dedite all’alpinismo, molte delle quali utilizzate nelle 26 spedizioni, realizzate in terra sovietica, fin qui organizzate. Spedizioni nelle quali, in taluni casi, hanno raggiunto cime diverse anche 50, 100 alpinisti contemporaneamente. Nomi non ne sappiamo, conosciamo solo le mete, molte delle quali in Pamir o nella penisola di Kamchatka. Sappiamo, invece, come un migliaio circa di questi appassionati abbiano preso parte a spedizioni nel Tien Shan dove si annota l’ascensione del Peak of the Centenary of the Russian Geographical Society alto 21.000 feet (mt. 6.400). Vi è voce, nello stesso periodo, di un tentativo russo all’Everest, forse dovuto al fatto che nel 1954 Sir John Hunt fu invitato a Mosca per ricevere l’Onorificenza di prima classe dell’Ordine di

E’ del 1957 invece la pubblicazione di un libro, “Alpinisme Sovietque”, di A. Tcherepov, tradotto in francese, nel quale l’autore illustra la filosofia prevalente negli alpinisti sovietici. Parla soprattutto di salite realizzate al Khan Tengri che risultano “di alto profilo e ben eseguite, in condizioni difficili a causa della combinazione di altitudini himalayane con la prossimità della Siberia”. Tcherepov non esita a dichiarare che gli alpinisti sovietici non sono chiusi in loro stessi, ne giustifica semmai gli sforzi per l’amore primario nei confronti della scienza. Fra gli altri particolari svela anche un costume abbastanza in voga fra gli alpinisti sovietici, quello cioè di tumulare un ritratto di Stalin sulla cima delle montagne raggiunte. Sempre nel 1957 abbiamo notizia dell’ascensione della seconda montagna dell’Unione Sovietica in ordine di altezza,: il Peak Pobeda e dell’ascensione del Mustagh Ata (mt. 7.432) realizzata dalla spedizione condotta da E. Beletsky (è uno dei primi nomi conosciuti) che ha portato 19 alpinisti sovietici e 12 alpinisti cinesi sulla vetta. Nel 1959 viene pubblicato un libro di Mrs. Joyce Dunsheath il cui titolo è “Guest of the Soviets”. E’ in questo libro che vengono segnalati gli enormi progressi raggiunti, anche sotto il profilo organizzativo, dall’alpinismo russo nel Caucaso. Prima tappa della Sig.ra Dunsheath è Camp Dombai, nel Caucaso occidentale, dove riscontra un alto livello logistico e quindi, tappa successiva, l’ascensione del Monte 83


Elbrus. In un periodo critico, per effetto della guerra fredda, la Sig.ra Dunsheath (che comunque era inglese) non esita a denunciare come il popolo sovietico sia mosso da un sentimento di amicizia nei confronti di ospiti stranieri dimostrato con tutte le premure del caso.

propedeutica all’attività in se, gli alpinisti sono classificati in cinque categorie, i campi ben organizzati. Non può mancare nel libro un accenno agli sforzi sovietici per l’Everest. Si parla delle ricognizioni del 1958, del tentativo di organizzare una spedizione in comune con la Germania dell’est, della mancata ricognizione del 1959, della riuscita della spedizione cinese del 1960. Si registra nel 1967 la salita della parete nord del Dschigiti (mt. 5.170) in Tien Shan, una prima salita riuscita a Aleksander Riabukhin, Vladimir Samokhvalov, Valentin Makovetzki e Olga Trubnikova. Le salite si susseguono negli anni con una certa intensità, si aprono vie nuove, l’alpinismo sovietico raggiunge un alto livello di maturazione.

Oltre a Abalakov vi sono altri padri dell’alpinismo sovietico. Uno è Eugeny Beletsky e l’altro è Eugeny Tamm. Hanno curiosamente lo stesso nome proprio. Due parole su Beletsky: nasce a Sedlets, non lontano da Varsavia, nel 1908. Ha vissuto sostanzialmente a Leningrado in Ucraina, oggi Pietroburgo, fin dal 1925. Nel 1939, insieme ad altri alpinisti russi, entrò volontario nell’Armata Russa. Nel 1942 fu inviato in Caucaso, sul fronte Transcaucasico dove fu impiegato nella Scuola di Montagna che formava gruppi paramilitari particolarmente addestrati ai rigori e alla severità dell’ambiente montano. A guerra finita, ricevette numerosi riconoscimenti nazionali, fu il primo alpinista sovietico che possiamo definire di “alta quota”. Nel 1958 concluse, con Kovyrkov e Filimonov, una ricognizione tesa ad individuare vie di salita all’Everest, naturalmente dal versante nord. Una meta, quella dell’Everest, che gli fu negata per il precipitare della situazione politica fra Cina e Russia che non gli permise di partecipare a quella che avrebbe dovuto essere una spedizione congiunta e che invece, nel 1960, premiò solo la spedizione cinese. Le autorità cinesi lo premiarono tuttavia, nel 1962, con la Medaglia d’Oro riconosciuta ai vincitori del Mount Everest.

Si muove anche il fronte dell’arrampicata vera e propria. Sulle gare sovietiche abbiamo una interessante testimonianza che risale all’ottobre del 1974. Ne è Autore John Waterman, alpinista americano di grande talento e rara abilità. Per inciso dirò fra le altre salite Waterman detiene anche la prima solitaria (1973) della parete sud e la prima traversata completa delle cime del Mount Hunter in Alaska. Waterman rappresentò, insieme a John Griffith e Jineen Janetsky, l’American Alpine Club ad un incontro internazionale di arrampicata in Crimea (The American Alpine Journal, 1974, pagg. 131,134), un incontro incorniciato come Campionato Nazionale Sovietico. Waterman spiega come in Russia vi fossero, in quel periodo, cinque categorie di livello di arrampicata, lo abbiamo già visto parlando del libro di John Hunt: le prime tre basate sulle potenziali capacità individuali, la quarta comprendeva i candidati al titolo di “maestro di sport”, la quinta i maestri veri e propri.

Mi permetto un’ulteriore parentesi: la spedizione cinese che raggiunse la cima dell’Everest nel 1960 fu la prima a realizzare l’ascensione lungo la via nord. Fu la prima se …. si esclude che Mallory ed Irvine l’avessero già raggiunta nel 1924. Del fatto ne ho parlato a lungo nel corso di qualche mia serata, è ovvio che il fatto, nemmeno troppo pellegrino, che Mallory abbia raggiunto la cima dell’Everest nel 1924 rimetterebbe in discussione anche la conquista di Tenzing Norkay del 1953. Conquista accreditata peraltro, per dovere di cronaca, anche a Edmund Hillary. Invito chi vuol saperne di più sul presunto ritrovamento di Andrew Irvine a consultare la pagina http://www.velocitypress.com/CopyIrvine.shtml nella quale Tom Holzel, sulla scorta di immagini aeree scattate da Brad Washburn nel 1984, dichiara di averne trovato il corpo sulla “fascia gialla” della nord. Andiamo avanti …

Vi era, in effetti così risulterebbe, un’ulteriore categoria, utilizzata peraltro con parsimonia, che raccoglieva quella categoria di alpinisti che definirei, secondo la nostra mentalità, “emeriti”. Molti dei principianti che si dedicavano all’arrampicata erano scelti a priori dalle “associazioni sindacali”, chiamiamole così, che curavano la loro formazione attraverso la partecipazione a campi estivi sotto la supervisione di arrampicatori più esperti. Il grosso delle spese, circa il 70%, era a carico delle associazioni, colmava la quota il candidato stesso. Sicuramente Waterman rimase molto impressionato dal livello degli arrampicatori russi che era, evidentemente, molto alto. Sulle pareti, poste in

Viene pubblicato, nel 1960, “The Red Snows”, autori del libro sono Sir John Hunt e Christopher Brasher. Un libro che anticipa, in buona parte, il contributo di John Waterman, del 1974, che vedremo fra poche righe. The Red Snows descrive la situazione in Unione Sovietica come altamente 84


soluzioni, inventate da Abalakov ovviamente, che servivano per la sicurezza in parete. Ma la cosa più interessante, soprattutto per gli americani che avevano, ed hanno, una mentalità completamente diversa dalla nostra, fu il metodo “pulito” di arrampicare dei russi. In sostanza quello che oggi chiamiamo più comunemente “clean climbing”. Degli scambi fra alpinisti russi e sovietici ci da notizia Rick Silvester (From Russia, with luck – AAJ – 1979 – pagg. 62-69) raccontandoci come dal 1974 ne erano avvenuti tre URSS-USA, invitati dalla Soviet Mountaineering Federation, e due USA-URSS, invitati dall’American Alpine Club.

prossimità del campo, all’incirca sui 120 metri di altezza, gli arrampicatori potevano scegliersi qualunque tracciato per i loro allenamenti per quanto, essendo oggetto di valutazione anche la velocità, scegliessero quelli di più contenute difficoltà. Dimostravano anche una grande forza atletica e forti doti di resistenza. Gli itinerari erano marcati da grandi punti verniciati sulla roccia, gli ancoraggi facili da trovare. “Il 6 ottobre arrivò – scrive Waterman - e fummo portati ad una parete sconosciuta, luogo della competizione. Arrivammo ad un settore della parete dove vi era uno spazio adatto ad accogliere un gran numero di persone. Sedie per i giudici, molte bandiere ed anche un piccolo padiglione con un’area di primo soccorso. Alcuni settori della parete erano stati divisi da corde per delimitare i tracciati. […] La fine degli itinerari, approssimativamente di 45 metri, erano stati marcati con enormi quadrati di vernice rossa. […] Per le soste utilizzavano cavi di acciaio. L’assicuratore seduto su una sedia teneva l’arrampicatore con una sorta di “machine”. Era di grosso aiuto per l’arrampicatore sapere di disporre di un cavo piuttosto che il loro abituale assortimento di vecchie corde. […] Tutto era cronometrato. […] Per gli arrampicatori sovietici ciò era il culmine di mesi di allenamento”.

Ho parlato poco fa di Eugeny Tamm. Vediamo chi è questo personaggio di indubbio valore, a ragione considerato uno dei padri dell’alpinismo sovietico. Tamm è principalmente conosciuto per essere stato capo della prima spedizione russa, in assoluto, in Himalaya, spedizione che nel 1982 vinse la parete sud ovest dell’Everest. Tutti noi, appassionati di storia dell’alpinismo, sappiamo quanto merito ha avuto, nel 1975, la spedizione diretta da Chris Bonington che per prima superò questa immensa parete. Una parete dove le insidie e i pericoli sono pane quotidiano, soprattutto nel superamento della fascia rocciosa centrale dalla quale poi muoversi verso la cima. A raggiungere per primi la cima furono due autentici fuoriclasse che rispondono al nome di Dougal Haston e Doug Scott. A proposito della spedizione russa, “gli

Quella sera stessa John Waterman si incontrò con alcuni esperti arrampicatori con i quali ebbe modo di capire un po’ della storia dell’arrampicata sovietica. Riferì che da molti anni, in Russia, si organizzava almeno un evento annuale di arrampicata anche se molte erano le resistenze al suo sviluppo. Gli organismi sovietici preposti guardavano, infatti, con più interesse all’ascensione di montagne di rilievo piuttosto che allo sviluppo dell’arrampicata su roccia. Le spedizioni organizzate per raggiungere obiettivi di alta quota erano considerate più importanti. Vedremo, infatti, come questa tendenza porterà alla riuscita di molte prime salite himalayane. Troviamo, nel 1976, la descrizione di un fatto che aveva avuto già alcuni precedenti e che era destinato ad avere un seguito. Giunge a Seattle un team di alpinisti sovietici, invitati naturalmente dalle autorità statunitensi, che hanno in programma la salita del Mount Rainier, nello Stato di Washington, famoso per le sue innumerevoli cascate di ghiaccio. I russi, come scrive Alex Bertulis (AAJ – A Soviet First ascent in the North Cascades – 1976 pagg. 340344) erano entusiasmati da una “hard first ascent”. Il team russo era composto da Vitaly Abalakov (non poteva mancare), Vladimir Shatayev, Vyacheslav “Slava” Onishchenko, Valentin “Valia” Grakovich, Anatoly “Tolia” Nepeomnyashchy, Sergei Bershov. Una delle cose che maggiormente impressionarono i sovietici furono le tende costruite in “rip-stop”, così come gli americani furono impressionati da molte

Evgeny Tamm (www.russianclimb.com) 85


Foto di gruppo della spedizione sovietica all’Everest - 1982 (poxod.ru)

osservatori occidentali ipotizzarono con sicurezza che i sovietici avrebbero optato per la via normale lungo la cresta SE, trattandosi della loro prima importante spedizione himalayana e non volendo assolutamente fallire. […] mentre il valore politico di un successo era minimo, molte persone erano pronte a sfruttare ai fini di propaganda un fallimento. Fu dunque una sorpresa quando i russi scelsero una linea d’ascensione fino ad allora mai tentata e dall’aspetto difficile sulla parete SO” (Everest – Walt Unsworth – Cap. 21 pagg. 506-511). Eugeny Tamm non volle quindi arrendersi ad una, nemmeno scontata, ripetizione della via inglese ma intese aprire un nuovo itinerario che fosse perciò autonomo rispetto a quello tracciato, con tanta maestria, dagli inglesi nel 1975. Scelse il Pilastro Centrale, a sinistra della via inglese, al di sopra di quel budello di ghiaccio, chiamato Couloir Bonington, che permise agli inglesi di superare la fascia centrale di rocce e presentarsi di fronte al grande pianoro sommitale che era la chiave dell’Everest. Riuscì nell’impresa portando in vetta, fra il 4 e il 9 maggio 1982, 11 alpinisti, tutti russi e superando difficoltà, nel settore centrale della via, che ancora oggi vengono considerate il più alto livello su roccia mai raggiunto all’Everest quindi a quelle altitudini: “17 lunghezze su alcuni dei tratti più difficili mai visti sull’Everest” (o.c.).

prim’ordine, è necessario anche un giudizio complessivo dell’impresa, giusto per inquadrarla nella realtà dell’alpinismo sovietico. Per fare ciò approfitto di quanto scritto da J. Town su Climber e and Rambler del novembre 1983: “D’altra parte l’immagine di una macchina ben oliata in grado di portare in successione squadre di alpinisti in vetta è fuorviante. Alcuni dei tentativi finali spinsero i partecipanti al limite, se non oltre, e misero in luce lo strano contrasto tanto spesso presente nelle passate imprese dei russi: una enfasi organizzativa sulla sicurezza e la prudenza combinate con una squadra alpinistica molto generosa sul terreno, tesa all’inseguimento dell’obiettivo. […] Gli incidenti alpinistici sono spesso considerati in URSS una specie di fallimento individuale o di gruppo. Il fatto che Tamm permise la prosecuzione delle ultime ascensioni ne dimostra il coraggio e la comprensione. Sarebbe stato facile far discendere tutti dalla montagna e partire per gli onori di Mosca”. In ultimo, doverosamente, i nomi di coloro che raggiunsero la cima: Eduard Myslovsky, Vladimir Balyberdin, Mikhail Turkevitch, Sergei Bershov (4 maggio),, Valentin Ivanov, Sergei Ephimov (5 maggio), Kazbek Valiev, V. Khrisshchaty (8 maggio), Yuri Golodov, Vladimir Puchkov, Valery Khomutov (9 maggio). A margine, ed anche se purtroppo diminuiscono lo spazio a mia disposizione, due

Al di là delle questioni tecniche, comunque di 86


A sinistra: un alpinista russo sulla lunghezza più impegnativa del Pilastro Centrale (Novosti) A destra: Eduard Myslovsky sulla cima dell’Everest il 4 maggio 1982 (poxod.ru) considerazioni. La prima: sul versante nord, nei giorni in cui i russi vincevano il Pilastro Centrale della parete SO, Chris Bonington, abile capo di quella spedizione che per prima vinse la parete, era immerso in una nuova spedizione il cui obiettivo era quello di raggiungere la cima dell’Everest attraverso l’inviolata ed integrale cresta nord est. Pochi giorni dopo il successo della squadra russa, il 15 maggio 1982, due uomini che facevano parte della spedizione scomparvero senza lasciare traccia. Si trattava di Peter Boardman e Jo (Joseph) Tasker, due autentici, straordinari alpinisti. Ma questa è un’altra storia … La seconda: non vi sono, a tutt’oggi, molte vie aperte sulla parete SO. L’ultima in ordine di tempo è stata aperta dal coreano Park Young-Seok che già dal 2001 fa parte della famiglia di coloro che hanno raggiunto la cima di tutti i 14 ottomila, ottavo alpinista a riuscire nell’impresa. Nel dettaglio della nuova via coreana risulterebbe una diversità, da qui il problema posto alla comunità alpinistica mondiale, riguardo alla quota, dichiarata dall’allora URSS Sports Committee, relativa al Campo V della spedizione russa utilizzato anche dai coreani. Credo francamente che ciò non tolga niente al merito di Eugeny Tamm. Siamo quasi al termine di questo mio contributo, mancano pochi anni alla inevitabile dissoluzione dell’URSS, da quel momento non

Cartolina numerata della spedizione all’Everest 87


parleremo più di alpinismo sovietico ma di alpinismo Khazako, Uzhbeko, Russo. Nel 1986 muore Abalakov, l’America gli renderà omaggio ricordando, con trasporto, che Vitalji era membro onorario dell’American Alpin Club fin dal 1976. Nel 1988 Vladimir Shatayev, che abbiamo già incontrato parlando del team sovietico che scalò il Mount Rainier, pubblica Degrees of difficulty. Nella realtà il libro parlava poco di gradi di difficoltà e molto dell’ambiente alpinistico sovietico, peraltro in modo molto critico nei confronti delle donne che praticavano quest’attività. William Garner sottolinea, nella sua recensione del libro, come Shatayev avesse raggiunto un buon livello di disciplina ed indipendenza attraverso la pratica dell’alpinismo e come questa esperienza ne abbia molto sviluppato il carattere. Ma la cosa più interessante del libro, che sostanzialmente è un’autobiografia dell’autore, è la descrizione critica nei confronti della società sovietica altamente burocratizzata anche negli aspetti che riguardavano la pratica reale dell’alpinismo. Una critica che non taceva tutti gli ostacoli che un alpinista di professione doveva superare per svolgere serenamente ciò che amava di più. Mi corre l’obbligo chiudere con Anatolji Bukreev, soprattutto conosciuto per quanto accaduto all’Everest nel 1996. Ne parleremo fra poche righe. Il poster della spedizione al Kangchenjunga

Nasce nel gennaio 1958 a Korkino, uno dei tanti sperduti centri abitati ai piedi dei Monti Urali. Si laurea nel 1979 all’Università di Pedagogia di Chelyabinsk ed a 21 anni si trasferisce ad Alma Ata, in Kazakhyzstan, dove prende parte con profitto ai vari corsi di alpinismo previsti dall’ordinamento sovietico. Nel 1989 partecipa alla spedizione, che sarà la seconda in assoluto nella regione himalayana nella storia della dell’Unione Sovietica, che ha come obiettivo la cima del Kangchenjunga, la terza montagna più alta della Terra. Capo della spedizione è quel Eduard Myslovsky che abbiamo già incontrato parlando della spedizione del 1982 alla parete sud ovest dell’Everest. Fanno parte di questa seconda spedizione himalayana 32 alpinisti, fra cui Bukreev. La spedizione coronerà tutti i propri obiettivi permettendo a quasi tutti i partecipanti di raggiungere la cima del Kangchenjunga e realizzandone la prima traversata completa delle quattro cime da due diversi team di alpinisti. Dissolta l’Unione Sovietica, Bukreev acquistò la cittadinanza kazakha dando un forte contributo all’attività alpinistica nella regione. Ha raggiunto la cima di sette ottomila, è morto nel dicembre del 1997, trascinato dal distacco di una cornice di ghiaccio, nel tentativo di aprire una nuova via alla parete sud dell’Annapurna in compagnia di Simone Moro.

1996. Non tanto per discuterne vicende e circostanze, già sufficientemente dibattute, quanto per dare un mio umile contributo alla memoria di Bukreev, uno dei più grandi alpinisti della nostra storia. Molti di voi, molti di più di quanti hanno letto “Cronaca di un salvataggio impossibile” di Bukreev, avranno invece letto “Aria Sottile” di Jon Krakauer, giornalista-scrittore che mastica qualcosa di alpinismo e che, nel 1996, è stato pagato dalla rivista “Outside” per raccontare a una vasta platea di lettori cosa comporti scalare, possibilmente raggiungere la cima dell’Everest. In quell’occasione qualcuno raggiunse la cima, qualcuno ci lasciò la pelle. Bukreev era una guida pagata dalla Mountain Madness, impresa commerciale specializzata in salite di grandi montagne, società fondata da Scott Fisher, ottimo ed esperto alpinista, purtroppo fra coloro che ci rimisero le penne. Nel libro Aria Sottile, Krakauer non lesinò critiche ed accuse al comportamento di Bukreev, purtroppo l’inesperienza e la presunzione fanno talvolta brutti scherzi. Non intendo essere l’avvocato difensore di Bukreev né intendo dire che all’Everest, nel 1996, non furono sbagliate certe valutazioni. Ma se qualcosa andò nel verso sbagliato, gran parte di questa responsabilità è da ricercare nell’affollamento che i tanti clienti di Mountain Mad-

Torno per un attimo sulla questione Everest 88


ness ma anche della Adventure Consultants di Rob Hall (morto anch’egli nella stessa occasione) e di altre compagnie, crearono lungo un unico itinerario, quello del Colle Sud, per di più con il tempo che velocemente andava peggiorando.

to die”, era intitolato, un tempo per vivere ed uno per morire. Scrisse :”… battevo le braccia ed urlavo nel vento per il dolore che il freddo mi procurava quando improvvisamente apparve Anatolji nel fascio della mia pila frontale. Fece cadere una bombola di ossigeno davanti a Sandy e disse “Venite con me”. Dopo aver portato in salvo le due donne, Bukreev ripartì altre tre volte per raggiungere Yasuko e Beck, clienti di Rob Hall dispersi al Colle Sud. “Egli fece il massimo che potesse fare in quelle condizioni, e alla fine anche molto di più di chiunque altro… gli sforzi di Anatolji per recuperarci furono veramente quelli di un eroe, capì cosa provavamo come se si trattasse della propria persona … la stampa purtroppo ha spesso necessità di elaborare un fatto al solo scopo di generare una storia di maggior interesse”. (AAJ – 1996 pagg. 27-36 “A time to live,a time to die – Tragedy on the southeast ridge of Mount Everest). All’alba, anche se esausto, si mise in cerca di Scott Fisher, un ultimo, disumano sforzo per soccorrere ancora qualcuno. Trovò Fisher morto, a sedere. Si tolse il piumino e lo coprì, capì che era tempo di scendere. Questo è tutto.

Per come la vedo io, quella tragica esperienza è stata un’occasione mancata. Un’occasione mancata perché avrebbe, invece, potuto essere quella giusta per riflettere, non tanto su presunte colpe dell’uno o dell’altro come, nella fattispecie, ha fatto Krakauer, quanto sull’utilità, sull’operato e sull’ambizione culturale delle società commerciali. Questa, secondo me, la lente sotto la quale mettere a fuoco quanto avvenuto all’Everest. Qualcuno ci ha provato senza raggiungere alcun risultato, le spedizioni commerciali seguitano a portare clienti sull’Everest. L’Everest stesso seguita ad essere preso d’assedio, ed in modo esponenziale, da chiunque abbia soldi sufficienti per pagarsi una guida, un viaggio, bombole di ossigeno poi abbandonate dove capita. Qualcuno ogni tanto muore, qualcuno vivaddio ce la fa per il piacere di raccontare la sua folle esperienza ai nipoti. Il Sig. Krakauer non è l’unico ad avere scritto un libro che rievoca fatti e circostanze di quella tragica esperienza, ve ne sono altri e secondo me anche migliori. Charlotte Fox, cliente di una delle spedizioni commerciali all’Everest nel 1996, scrisse un contributo per l’AAJ il cui titolo poteva aprire un’interrogativo o chiudere definitivamente ogni dibattito. “A time to live, a time

Chiudo qua, cosciente del fatto che per esaudire qualunque curiosità sarebbe stato necessario uno spazio che purtroppo non abbiamo. L’alpinismo sovietico è stato una realtà ben radicata, una realtà forse esasperata da una cultura che prevaleva, in ogni settore di attività, sul puro divertimento premiando una meritocrazia affatto scontata.

Anatolji Bukreev (a destra) e Simone Moro in un immagine tratta da www.alpinia.net 89


PAOLO MELUCCI

MARINO STENICO 1916 - 1978 Un alpinista gentiluomo d’antico stampo

La definizione non appaia eccessivamente encomiastica poiché Marino Stenico fu veramente un “gentiluomo”, sulle montagne come nella vita quotidiana: irreprensibile nella tenuta, mai coinvolto in sterili polemiche, lontano dalle illusorie luci della pubblicità, generoso e altruista come pochi, distintosi in numerosi eroici salvataggi, quando il Corpo del Soccorso Alpino non era ancora stato costituito. Marino cadde a 62 anni per un banale incidente in una palestra di roccia delle Giudicarie, avendo al suo attivo oltre 1.000 ascensioni, delle quali almeno 200 erano prime ripetizioni e 32 vie nuove ai massimi livelli. Bisogna considerare, nel valutare queste aride cifre che ad alcuni potrebbero pure apparire forse modeste, che Marino andava in montagna nei pochi momenti concessi dal lavoro, soprattutto nei fine settimana e nei pochi giorni di ferie d’agosto e va sottolineata la sua straordinaria longevità alpinistica: oltrepassata la soglia dei cinquant’anni effettuava – fra molte altre – le seguenti ascensioni: - Cima Grande di Lavaredo, parete nord, via Hasse-Brandler; - Torre Trieste, via Cassin; - Marmolada, via Vinatzer-Castiglioni; - Marmolada, pilastro Micheluzzi (in Marmolada aveva già effettuato nel 1949, con Marco Franceschini, la prima ripetizione della via Soldà alla parete sud-ovest e con le due succitate completava la significativa classica trilogia); e ancora: - Cima Scotoni, via degli Scoiattoli; - Pelmo, parete nord, via Simon-Rossi; - Dente del Sassolungo, via Messner - Civetta, parete nord-ovest, via Solleder… La sua attività, incentrata principalmente in Dolomiti, ebbe però singolarmente inizio sulle Alpi Occidentali quando, richiamato alle armi, fu destinato a prestar servizio presso la Scuola Militare Alpina d’Aosta: nel 1937 s’impose all’attenzione del mondo alpinistico per la prima ascensione diretta della parete sud della punta Bich alla Noire de Peuterey, con i commilitoni Chiara, Perenni e Sandri (quest’ultimo caduto poco tempo dopo il congedo con Menti in un 90


DOLOMITI DI BRENTA - Rifugio Pedrotti alla Tosa (metà anni ‘50) da sinistra a destra: •Cesare Maestri, Marino Stenico e Giancarlo, fratello di Cesare (foto di Paolo Melucci)

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tentativo alla nord dell’Eiger) cui fece poi seguito l’ascensione invernale del Cervino per la cresta del Leone.

Campanile Basso, storia d’una montagna”, Manfrini ed., 1975, vero inno alla vetta più nota ed elegante delle Dolomiti di Brenta (e forse di tutte le Dolomiti) e “Alpinismo perché”, Ghedina ed., 1981.

L’itinerario alla Punta Bich fu ripetuto solo 38 anni dopo da una cordata britannica che ne confermò la valutazione d’impegno (1).

Una settimana prima del tragico incidente, salì da solo (lui che non aveva mai prediletto l’alpinismo solitario) la fessura Piaz alla Punta Emma, nel gruppo del Catinaccio, quasi un inconscio, estremo commiato da quelle montagne che aveva tanto amato.

Nel gruppo del Monte Bianco lo ritroviamo ancora nel 1969 (dopo trentadue anni!) a salire sia la classica, rocciosa cresta sud della Noire che la via Major, grande itinerario di “misto” sul versante Brenva del Bianco, a dimostrazione che, da alpinista con la A maiuscola qual’era, poteva affrontare anche grandi itinerari in ambiente e quote del tutto diversi da quelli abituali.

Note: (1) Cfr.: Guida dei Monti d’Italia – MONTE BIANCO – vol I – itin. 89e, pag. 278

Nelle Dolomiti ebbe la ventura d’essere attivo in un periodo particolarmente fecondo, ricco di esaltanti conquiste e si legò con i più bei nomi dell’alpinismo dell’epoca soprattutto, ma non solo, trentino : Pino Fox, Carlo Furlani, Gino Pisoni, Marco Franceschini, Vitale Bramani, Carlo Claus, Claudio Zeni, Cesare Maestri, Settimo Bonvecchio, Giulio Gabrielli, Marco Comper, Armando Aste, Milo Navasa, Marco Dal Bianco, Graziano Maffei, Bepi Loss, Aldo Gross, Sergio Martini, i coniugi Livanos, Alberto Dorigatti…(2)

(2) Un elenco delle sue principali ascensioni è contenuto in: “Marino Stenico – Una vita di Alpinismo – Scritti di Marino Stenico e ricordi dei suoi compagni d’ascensione raccolti da Annetta Stenico e Giovanni Rossi” – Nuovi Sentieri Editore, Belluno, s.d. (3) Giovanni Rossi sarebbe poi divenuto Presidente del Gruppo Orientale del CAAI e marito della forte alpinista d’origine fiorentina Luciana Innocenti. (4) Membro del CAAI dal 1943, del GHM dal 1952 e dell’HG BERGLAND dal 1960; Medaglia di Bronzo al Valor Civile e Medaglia della Fondazione Carnegie per atti d’eroismo (entrambe nel 1960), Medaglia di Benemerenza del Corpo di Soccorso Alpino della SAT (1962), Medaglia d’Oro del CAI (1966), Aquila d’Oro con brillante della SAT (1972) e Cavaliere Ufficiale al Merito della Repubblica (1974).

Marino non cercava solo la difficoltà pura, la grande impresa ma, con grande umiltà, saliva pure vie classiche ancorché non estreme per il puro piacere d’essere in montagna e la gioia d’accompagnare qualche amico: ad esempio sulla Fedele Bernard al Sass Pordoi, sulla Preuss alla Piccolissima di Lavaredo, sulla parete sud della Marmolada ecc. (del pari era disponibile ad accompagnare all’attacco amici che volevano effettuare delle solitarie : ad esempio Cesare Maestri, 1953, prima solitaria della Solleder alla Civetta). Il nostro primo incontro avvenne appunto su una di queste vie “minori”, la diretta Detassis alla Paganella, la bella parete che incombe su Trento: con Giancarlo Dolfi avevamo deciso d’andare a ripeterla e all’attacco trovammo Marino con Giovanni Rossi (3). Nonostante il livello della cordata che ci precedeva riuscimmo a non perdere contatto e giungemmo in vetta tutti insieme, sotto i loro sguardi incuriositi dalla presenza d’arrampicatori toscani, all’epoca non molto frequenti sulle Alpi… Anche se a Marino furono concessi titoli e onorificenze (4), sul suo maglione fece sempre spiccare sopratutto il distintivo del GHM (Groupe d’Haute Montagne, francese) Marino, uomo d’azione più che di penna, ci ha nondimento lasciato anche due volumi, “Il 92


Marino Stenico (foto P. Melucci) nella pagina a fianco: Punta Emma - fessura Piaz (foto R. Masoni)

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Ben Nevis - foto M. Passaleva

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MARCO PASSALEVA

BEN NEVIS ... UN MONDO A PARTE

Immaginate di trovarvi al mare in inverno e di salire su per i pendii che s’innalzano dalla costa verso le vicine montagne immergendovi con poco più di due ore di cammino in un ambiente glaciale, con clima avverso, vento neve e nebbia, pareti e goulottes di ghiaccio, insomma un vero e proprio anfiteatro d’alta quota pur trovandosi solo a 1400 mt.: questo è il Ben Nevis , la più famosa montagna della Scozia.

dal giallo al marrone all’ocra , che si definiscono in contrasto con le macchie di conifere, l’acqua ed il ghiaccio dei laghi e la neve delle montagne , spesso poco più che colline, estendendosi a perdita d’occhio lungo le poche strade che solcano vastissimi territori privi di urbanizzazione e mantenuti allo stato naturale seppur utilizzati per l’allevamento delle pecore e la piantagione delle conifere. Si avverte un senso di sconfinata libertà che spinge all’esplorazione dei luoghi ma anche alla contemplazione; attraversando queste terre, curate ma selvagge, s’incontra di tanto in tanto qualche piccolo borgo con castello medievale, circondato da mura chilometriche e verde sconfinato che riportano la mente indietro nel tempo ed ai ricordi degli studi liceali. Fort William è un paese ordinato e pulito adagiato fra il fiordo e la montagna; i piccoli battelli che solcano l’acqua collegando i borghi delle opposte sponde, contrastano con i boschi e i pendii innevati che portano verso le montagne, che si scorgono alzando gli occhi se si ha la fortuna di una giornata senza nebbia.

Anche le nostre Apuane sono praticamente sul mare e d’inverno s’imbiancano di neve e di ghiaccio secondo la direzione dei venti ma la distanza in latitudine gioca un ruolo determinante ; sul Ben Nevis il clima è quasi sempre avverso, anche d’estate , le correnti che spazzano da sud a nord subiscono accelerazioni fantastiche per effetto dei climi freddi del nord Europa e dell’apertura sul mare del Nord incrostando di neve e ghiaccio tutte le pareti, i pendii d’erba ed i sentieri ; basta però un repentino innalzamento di temperatura , molto frequente per il clima marino e la bassa quota , a cambiare anche nel corso di in una sola notte le condizioni della montagna , trasformandola da una corazza di ghiaccio in canali di neve bagnata, ghiaccio molle e colate d’acqua .

La gente è simpatica anche se riservata e sembra vivere senza particolare stress, del resto non ve ne sarebbe motivo, e consapevole dell’importanza della natura che la circonda e che costituisce l’habitat nel quale svolge ogni tipo di attività: escursionismo, canoa, bicicletta, sci, arrampicata, alpinismo. Da qui partono i sentieri che raggiungono le vette delle montagne vicine, compreso il vasto anfiteatro sotto le pareti nord del Ben Nevis dove è ubicata la mitica C.I.C. Hut: è un vecchio bivacco che nel corso del tempo è stato ampliato e attrezzato per accogliere con minimo comfort , anche d’inverno, una decina di persone , per la precisione tredici, che possono trascorrervi più giorni in piena autonomia. Il vecchio monolocale è oggi adibito a dormitorio mentre i successivi ampliamenti sono destinati a locale diurno con uso cucina, stanza d’ingresso con piccolo locale essiccatoio (fondamentale per questo clima) e, solo da un anno, due ben accetti wc; il riscaldamento è assicurato da stufe a gas che proviene da bombole sistemate all’esterno a inizio stagione mentre l’illuminazione è assicurata da una pala eolica distante una decina di metri che fischia di continuo sotto l’incessante azione del vento e che sostituisce i lumi a gas, tuttora efficienti in caso di emergenza. Manca l’acqua perché le tubazioni non resisterebbero al gelo

Chi va su questa montagna sa cosa lo aspetta e sa di doversi confrontare con questa variabilità assoluta e con un clima inclemente , ma sa anche che tutto il mondo alpinistico anglosassone ha da sempre frequentato questa montagna, entrata di diritto nella storia dell’alpinismo mondiale, con la determinazione di chi conosce che non esistono alternative , che bisogna cogliere al volo le condizioni più favorevoli o semplicemente accettare quelle che si trovano senza possibilità di attesa, attaccando pareti e goulottes senza guardare il tempo, senza preoccuparsi della nebbia o del vento, in pratica accettando la sfida del Ben Nevis. Mi sono finalmente deciso ad accettare l’invito che molte altre volte mi era stato rivolto dagli amici che sono già stati lassù più di una volta, cosicché siamo partiti il 31 Gennaio 2010 alla volta di Edimburgo e di Fort William , avamposto alla base dell’area del Ben Nevis. Il paesaggio invernale che si attraversa per circa 250 km. di strada è bellissimo; il verde proverbiale dei luoghi più piovosi d’Europa in questo periodo dell’anno fa posto ai colori sfumati, 95


dell’inverno, ragion per cui c’è solo la fatica di prelevarla dal torrentello vicino , a volte in mezzo alla bufera, rompendo il ghiaccio per far entrare il secchio. Questa è la C.I.C. Hut , rifugio privato appartenente allo Scottish Mountaineering Club in memoria di Charles Inglis Clark che fu ucciso durante un’azione della guerra 1914-1918, avamposto storico e strategico per svolgere attività sulle pareti vicine senza dover scendere e salire da Fort William ogni giorno ; fu costruito non crediate però di poter fruire del rifugio senza preavviso : la ristrettezza dello spazio e l’assenza di un gestore rendono obbligatoria la prenotazione che deve essere fatta con il dovuto anticipo scrivendo o telefonando a Robin Clothier , custode a distanza e coordinatore dei soggiorni. Ma il vero personaggio simbolo dell’alpinismo locale è Alan Kimber , alpinista di fama internazionale , non più giovane , dal piglio carismatico , guida locale e profondo conoscitore delle montagne di casa ma che ha svolto in passato una importante attività anche in Himalaya, Alaska, Perù, Africa, Isola di Baffin ed ovviamente nell’intero arco alpino: è lui che mentre ti consegna le chiavi della Cic Hut ti ragguaglia sulle condizioni delle pareti, sulle ultime previsioni meteo e ti dispensa gli ultimi consigli prima dell’avventura. E’ lui che, per la prima volta, si è offerto di accompagnarci con il suo Land Rover fino alla fine della strada forestale (chiusa da sbarra) dove inizia il sentiero; almeno un’ora risparmiata senza il sacco di 30 Kg. sulla schiena.

sotto da sinistra: C. Matteucci, C. Barbolini, M. Passaleva

Dunque, siamo giunti alla Cic Hut in otto : Andrea Iacomelli, Carlo Barbolini, Carlo Matteucci, Giorgio Gregorio, Stefano Rinaldelli , Mauro Rontini , Francesco Del Vecchio ed io. Le pareti sono lì vicine, completamente incrostate di neve e di ghiaccio tanto che da lontano risulta piuttosto difficoltoso individuare il tracciato delle vie di salita; fortunatamente le foto e gli schizzi della guida aiutano a rintracciarle quando si giunge presso gli attacchi. Sembra di essere lontani anni luce dal fiordo e da Fort William anche se sono solo qualche chilometro più in là. La vita al rifugio scorre piacevole fra le amenità dei compagni di avventura: accese discussioni e dibattiti a tema, preparazione del materiale alpinistico per l’attività del giorno successivo, e fra un affilar di ramponi e l’altro qualcuno, abile cuoco, prepara il piatto forte della cena , meraviglioso spaghetto con condimento vario. C’è un’aria rilassata e priva di tensioni malgrado l’impegno fisico e mentale che ogni giorno è d’obbligo per portare a coronamento con la dovuta tranquillità e sicurezza la nostra attività in parete; ma qui, per molti di noi, viene in aiuto l’esperienza degli “over fifthy” che non dà spazio ad improvvisazioni di alcun tipo e ci consente di vivere momenti entusiasmanti sulle famose vie del Ben Nevis. La mattina presto non c’è nemmeno da guardare il tempo prima di prepararsi: dopo la colazione ed 96


una volta indossati gli indumenti più adatti, si esce con l’imbraco già addosso e la picca in mano, sapendo che se il tempo è brutto, se nevica o se tira vento forte ... non è un problema poiché questa è quasi la norma ! Unica precauzione dovuta è la valutazione del pericolo slavine, cui naturalmente nemmeno il Ben Nevis può sottrarsi.

più belle, si collocano sui gradi 4 e 5 (difficoltà di passaggio su ghiaccio) il che significa che bisogna avere una certa confidenza con la forte pendenza (fino a 90°). Pur tutt avia ci sono anche bellissimi itinerari storici molto meno impegnativi ma non per questo meno spettacolari. Come già detto, la qualità del ghiaccio è molto variabile e dipende fortemente dalle condizioni generali della montagna, dal grado di umidità e dalle temperature; mi è stato fatto presente di aver avuto molta fortuna, anzi forse sarebbe bene chiamarlo proprio cu..., per aver trovato condizioni eccellenti, in tutto paragonabili a quelle che si possono trovare sulle Alpi, che hanno sempre consentito una progressione sicura con la possibilità di una buona chiodatura e la tenuta degli attrezzi. Non crediate di trovare chiodi o punti di sosta attrezzati : innanzi tutto perché quei pochi esistenti rimangono sotto il ghiaccio e non sono quasi mai reperibili; poi perché andando ad arrampicare nei paesi anglosassoni è bene ricordarsi che siamo nella patria dell’arrampicata “clean” dove c’è sempre stata stretta osservanza delle regole etiche nella progressione, che non consentono l’uso di mezzi artificiali e limitano all’essenziale le protezioni impiegando per il possibile quelle removibili ossia cordini, nuts e friends.

Point Five Gully cade subìto il primo giorno, mitica e storica goulotte della parete principale, insieme ad Hadrian’s Wall , poi Indicator Wall, Green Gully, Psychedelic Wall , North Est Buttress, Moonwalk Direct , tutte vie bellissime e spesso molto tecniche; ma il maggiore impegno è imposto dalle condizioni ambientali , non dal grado delle difficoltà . Infatti, malgrado la relativa lunghezza delle pareti , in media 350 – 400 m. , l’impegno globale è forte e spesso incrementato dalle proibitive condizioni atmosferiche, vento forte e neve che costringono spesso a soste forzate appesi agli attrezzi in attesa che passi la scarica di neve-polvere sopra la testa o che diminuisca il turbinio che impedisce di vedere anche solo dove piantare la becca della picca. Ci sono difficoltà tecniche per tutti i gusti ma la maggior parte delle vie, quelle più famose ed anche

C.I.C. Hut (foto M. Passaleva)

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Ben Nevis (foto M. Passaleva) Su ghiaccio e misto sappiamo bene che tutto diventa ancor più “wild” nel senso che l’assenza di tracce “fisse” come i chiodi e i punti di ancoraggio ma anche la variabilità delle condizioni della montagna mantengono ancora il grande fascino della “parete” dove è ancora possibile la ricerca dell’itinerario , la scelta delle soste e degli ancoraggi intermedi , in pratica , nell’era del “precotto” , la possibilità di completa autodeterminazione ed il piacere di vivere la salita in totale libertà.

possibili, spesso attraverso le cornici formate dal vento, è possibile ristabilirsi con i ramponi sul piatto e lieve pendio che culmina al cippo ”indicatore”, facilmente raggiungibile dal versante opposto, davanti al quale c’è anche un minuscolo bivacco fisso incrostato dal ghiaccio e spazzato dai venti dove poter trovare scomodo rifugio in caso di emergenza; qui fuori, un po’ più riparati dal vento , si rimette il materiale negli zaini e si mangia qualcosa prima di affrontare la discesa che spesso , per la fitta nebbia e la bufera, è necessario affrontare seguendo le indicazioni di un satellitare , moderno marchingegno in alternativa alla bussola , ma unico modo per rientrare a valle verso il rifugio senza rischiare di precipitare nuovamente verso le pareti. Per chi rifugge dalle moderne apparecchiature non rimane altro che seguire le precise indicazioni della guida che, oltre alle coordinate digitali, riporta l’azimut ed il numero dei passi di volta in volta necessari per rientrare a valle con l’uso della vecchia bussola.

Malgrado la fama e la notevole frequentazione il Ben Nevis e le sue pareti consentono ancora tutto questo, e qualcosa di più , in perfetta sintonia con il ritorno all’ arrampicata in stile tradizionale , attualmente di gran moda (... corsi e ricorsi storici ...) per la quale è addirittura stato coniato il termine “TRAD”, come se si trattasse di un concetto innovativo ...! Tutto ciò impone quindi al frequentatore una certa esperienza di montagna, non essendo sufficienti le capacità acquisite sulle cascate di ghiaccio, importanti sotto il profilo tecnico ma troppo carenti per la gestione di una salita in ambiente di tipo alpino, per giunta con condizioni spesso avverse. Dunque, usciti sulla vetta dopo aver percorso una delle decine e decine di vie

Di frequente la Cic Hut viene raggiunta alla luce delle frontali , data anche la brevità delle giornate invernali , per un percorso che non presenta grandi difficoltà tecniche ma può essere spesso ancora 98


insidioso per la presenza di ghiaccio, oppure neve fonda , e per la totale assenza di visibilità. Abbiamo trascorso così cinque splendide giornate nelle quali abbiamo avuto anche il privilegio di qualche ora di sole con schiarite che ci hanno potuto fare apprezzare il panorama veramente unico visibile dalla vetta verso le pianure boscate ed i fiordi, in una successione di colori assolutamente particolare.

Salite effettuate: Point Five Gully: Gregorio - Passaleva Hadrian’s wall: Barbolini – Matteucci Psychedelic Wall: Rinaldelli - Rontini Indicator Wall: Gregorio – Passaleva – Rontini Nord Est Buttress Direct: Barbolini – Del Vecchio; Matteucci – Jacomelli Carn Mor Dearg Arete: Barbolini – Del Vecchio Matteucci – Jacomelli Moonwalk Direct: Gregorio - Passaleva; Rinaldelli Rontini

Ho cercato di immaginare questo luogo e le pareti in veste estiva con la Cic Hut nel mezzo della pietraia e le creste, canali e spigoli di roccia scura ma sinceramente ho fatto un po’ fatica; dicono che sia comunque ugualmente affascinante. Alla fine di questo breve ma intenso periodo di permanenza, non resta che caricare i due zaini sulle spalle e di seguire il sentiero innevato per rientrare a Fort William, con il peso che sbilancia di continuo rendendo difficili anche i passaggi più banali e con la speranza di tornare in questo splendido posto; invito anche voi a farlo, se non altro per recuperare quel minimo di gusto esplorativo che in passato era l’essenza dell’attività in montagna e che sempre di più è allontanato dalla moderna concezione del mordi e fuggi.

S. Rinaldelli su Psychedelic Wall (foto archivio Rinaldelli)

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metodi ... (da www. poxod.ru)

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ROBERTO MASONI

DEL METODO, OVVERO DEI METODI Epoche e tecniche a confronto

Una definizione di “metodo”, qualunque sia l’argomento di cui si parla, può essere riassunta, stando a più fonti qualificate, come il “modo di procedere razionale per raggiungere determinati risultati”. Possiamo convenire che anche la tecnica di arrampicata può giovarsi di tale definizione. Aggiungerei con particolare riguardo al termine “razionale”, come vedremo in seguito.

fessura”. Ciò non esclude che nell’ambito di ciascuna progressione anche tali metodi, o meglio ricerche di metodo e per quanto antiquate, non dessero spiegazione di quale movimento eseguire e come disporre il nostro corpo per il superamento di una determinata difficoltà morfologica. Non possiamo, tuttavia, porli allo stesso livello del metodo creato da Paolo Caruso.

Fatta questa breve premessa che ci seguirà lungo questo percorso, è ovvio che parlando di metodo riferito all’arrampicata si intenda, oggi, quel metodo di grande attualità chiamato appunto “Metodo Caruso”. Dirò subito, per non creare equivoci, che sono un convinto sostenitore di questo metodo, strumento formativo di rara efficacia e, non a caso, parte integrante del Manuale di Roccia edito dalla Commissione Centrale Scuole di Alpinismo (Tecnica Individuale – capitolo 5). Questo mio contributo non è, non vuole essere, un esame critico fra vecchi e nuovi metodi mosso dalla ricerca di quella validità che potrebbe esaltarne il periodo storico; vuole, più modestamente, offrire un tema di discussione, che mi auguro venga raccolto, ponendo a confronto epoche e contesti diversi.

Del “Metodo Caruso” cominciammo a parlarne nel 1998, parlo al plurale intendendo noi, della Scuola di Alpinismo Tita Piaz. Concordammo un incontro di due giorni nei pressi di Sperlonga nel quale Paolo Caruso stesso, ci illustrò il metodo approfondendone così, da parte nostra, la conoscenza. Ripartimmo da Sperlonga, fra noi anche Marco Passaleva allora Direttore della nostra Scuola, non solo con il ricordo dello splendido calcare della zona e della straordinaria paranza di un ristorante di Gaeta, ma anche con tutti i dubbi legati a un metodo, assolutamente nuovo per noi, che avrebbe dovuto consentirci, ed al momento solo in via teorica, un miglioramento razionale (appunto) delle nostre prestazioni e quindi favorire la nostra attività futura, sia personale che didattica.

E’ inoltre necessaria anche una breve precisazione. La storia dell’alpinismo, trattando ovviamente di metodi, mostra un grosso limite, quello cioè di non contemplare - da qui il merito di Paolo Caruso - alcun modello di movimento che convenzionalmente definirei “codificato”. E’ naturalmente un fatto legato ai tempi, legato alla mancanza di conoscenze specifiche tese, appunto, ad una razionalizzazione del movimento stesso. In altri termini, l’arrampicata, e quindi il superamento su roccia delle difficoltà, si è a lungo affidata non solo a quelle caratteristiche di natura personale che possiamo circoscrivere al talento e alle capacità individuali, peraltro del tutto esclusive, ma in massima parte anche all’intuito. Una dote, quella dell’intuito, mi sia concesso definirla in tal modo, ormai definitivamente accantonata dal Metodo Caruso. L’illustrazione storica di un metodo, o comunque di una tecnica, faceva, oltretutto, sostanzialmente perno sulla configurazione del terreno d’azione; questo il motivo per cui troveremo, come vedremo, la tecnica di progressione “in camino” piuttosto che quella “in

Rientrati a Firenze, ci ponemmo il problema di come diffondere, nonostante gli atteggiamenti talvolta scettici, talvolta snob di molti amici alpinisti, ciò che avevamo assimilato, o comunque ciò che ci eravamo impegnati ad assimilare. Costruimmo così, con una buona dose di entusiasmo, un “muro artificiale di arrampicata”, questo il termine un pò futurista con cui lo chiamammo, e lo realizzammo in via dei Biffi, allora sede della nostra Biblioteca. Quattro metri per tre, una miseria, ma raffigurava un tentativo di palestra al chiuso, uno tra i primi (se non sbaglio il secondo), e, fatto ancor più sorprendente, lo realizzava quel club considerato, da sempre, il più vecchio, il più antiquato in fatto di idee; il CAI, appunto, che dimostrò invece in quest’occasione una spiccata modernità soprattutto in considerazione di quanto emerso negli anni seguenti. Spendemmo qualche lira, non fu facile convincere Marco a spenderle, ma giocando anche sulla complicità di Marco Orsenigo, allora Presidente della Sezione di Firenze, il gioco riuscì. Grazie a questa parete in miniatura, e comunque efficace, ebbi il piacere di svolgere tre,

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quattro lezioni teorico-pratiche sul Metodo Caruso, credo di essere stato il primo a farle. Fummo premiati da un insperato successo, davanti ad un folto numero di appassionati, anche di qualificate realtà territoriali diverse, risuonarono, per la prima volta fra le volte della Biblioteca, termini come “bilanciamento”, “sfalsata”, “sostituzione”, parlai di movimento “omologo” e “omolaterale”, termini fino ad allora sconosciuti. A posteriori devo dire che quell’esperienza fu positiva, qualcosa del metodo, in fondo, ci era rimasto. Erano sintomi, segnali, che una nuova stagione, come d’altronde già successo in passato, era alle porte. Stavamo anagraficamente invecchiando, e con noi le nostre idee, ma eravamo ancora capaci di reagire alle novità. Ma andiamo per gradi. La tecnica di Emilio Comici I primi segnali della presenza di un “metodo” risalgono intorno alla fine degli anni ’30, ne è Autore Emilio Comici. Su una vecchia pellicola, verosimilmente realizzata poco prima la Sua morte, Comici mostra molti degli elementi necessari ad una corretta progressione su roccia elencandone utilità ed efficacia. Togliendone alcuni, che sono figli del periodo storico, buona parte di tali elementi appaiono sorprendentemente attuali, principi fondamentali che ancora oggi ricorrono nelle nostre discussioni. Ai fini della validità didattica, il filmato non prende in esame singoli modelli di movimento, e non avrebbe potuto farlo non essendo ancora maturi i tempi, ma si limita, come molti altri faranno in seguito, e come ho già accennato, a distinguere tipi di progressione in relazione al terreno di azione. In tale contesto Comici detta almeno due regole che ritiene fondamentali: “sulla roccia sono proibite le ginocchia” e “si deve arrampicare con il corpo ben arcuato e sulle punte dei piedi”. Il fatto di utilizzare le ginocchia non deve prestarsi a nessuna ironia, se pensate che, ancora in quegli anni, si continuava ad utilizzare talvolta la “piramide umana” o il “passo del gatto”. Non era quindi così inusuale usarle e lo vedremo anche in seguito. Sull’arcuazione del corpo vedremo fra poche righe. Ma l’aspetto più straordinario è l’arrampicata di Comici. Possiamo dire, a ben guardare, che Comici esegua, nella pratica, molti fra i tipi di progressione oggi illustrati nel metodo messo a punto da Caruso. Non solo. Individua ciò che sostanzialmente è, ovvero ciò che, quanto meno, dovrebbe essere, la filosofia preminente di un “metodo” di arrampicata e cioè “il principiante che ha una cattiva impostazione sulla roccia, spreca inutilmente un sacco di energia”. Un’affermazione che riassume sostanzialmente il concetto di economia, del quale vedremo nel dettaglio più avanti. Per meglio approfondire il discorso mi sono affidato ad un libro scritto da Severino Casara, che

molto ha arrampicato con Comici, dal titolo Arrampicare su roccia (Longanesi 1972), libro pressoché introvabile e più che un libro, un canto, un omaggio a Emilio Comici. Nel libro, corredato da molte foto postume, troviamo alcune realtà che, per quanto già conosciute, vale la pena ripetere e cioè: - che la posizione in “spaccata” (una delle progressioni fondamentali del Caruso) era già nota. Cosa ovvia essendo un movimento intuitivo, per lo più di riposo, talvolta di studio, - che il concetto di “aderenza” era già molto sviluppato in Comici che, peraltro, utilizzava scarpette ante-litteram che non escludo fossero il modello PE dalle iniziali dell’ideatore, Pierre Allain, che le mise in commercio intorno agli anni 30, - che era già molto sviluppata l’arrampicata in “opposizione” oggi meglio definita “sostituzione”. Ad esempio per quanto riguarda l’arrampicata in camino, - che la cura del movimento dipendeva in massima parte da quella, non meglio definita, “arcuazione” del corpo, di cui parlavo poc’anzi, che potremmo definire un primo studio, inconsapevole forse, sulla posizione del bacino, quel movimento dentro-fuori, cioè, elaborato definitivamente dal Metodo Caruso. Scrive Casara: “Guai a salire col corpo diritto e aderente alla roccia; riuscirebbe più difficile e pericoloso. Bisogna tenerlo sempre arcuato e il più in fuori possibile”. Ne troviamo conferma nel Metodo Caruso: “Durante la progressione il baricentro si sposta lateralmente da una gamba all’altra, ma anche verso l’esterno (movimento dentro-fuori): il bacino, infatti, viene […] spostato in fuori per favorire l’aderenza e per permettere di vedere gli appoggi”. Vi sono anche altre verosimiglianze. Ad esempio una prima teoria di “bilanciamento”, primitiva certo e limitata ad un unico braccio, eppure già efficace: “Se dalla spalla che regge il muscolo del braccio e della mano addentata alla roccia tracciamo una perpendicolare, questa va a passare sul piede che sostiene l’intero peso del corpo. In tal modo i due arti opposti lo reggono validamente”. Volendo essere crudelmente ingrati nei confronti di Caruso potremmo prendere questa definizione come interpretazione della teoria del “triangolo”, forse la più innovativa e personale fra le progressioni da lui descritte: “una mano è sull’appiglio in alto, il piede opposto è in appoggio e l’altro in bilanciamento. L’altra mano è libera oppure utilizza un appiglio in basso senza interferire con l’equilibrio generale raggiunto in tale posizione”. Possiamo inoltre individuare, nella tecnica di Comici, un primo tentativo di teoria della “sostituzione”, azzarderei di “sostituzione mista”, per quanto riguarda la progressione in camino: “Prima si leva un piede per puntarlo più in alto. Poi con la

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a sinistra: Metodo Caruso posizione “triangolo” a destra: Emilio Comici in basso da sinistra: Emilio Comici in camino e dal Metodo Caruso una fase di “sostituzione mista” in camino (tutte le foto di E. Comici sono tratte da “Arrampicare su roccia” di Severino Casara)

pressione delle braccia si riesce facilmente a sollevare l’altro piede. Indi nuova pressione delle braccia che permette il nuovo spostamento dei piedi.” Sostituendo il termine “pressione” con senso di “spinta” non sembra così azzardato il paragone con il Metodo Caruso: “In pratica, la sostituzione mista consente di alzare entrambi i piedi e quindi di salire più in alto senza bisogno di spostare le mani. […] L’unica differenza (n.d.r.: per la progressione in camino) che esiste con le tecniche della sostituzione […] riguarda il fatto che, per ovvie ragioni, non potendo prendere con una mano un appiglio al centro, dovremo far lavorare entrambe le mani in spinta sulle due pareti”. Un ultimo confronto riguarda la progressione in Dulfer, tecnica d’altronde già conosciuta essendo, Dulfer, morto nel 1915. Ritengo tuttavia lodevole il

tentativo di Casara di registrarne il movimento: “Col corpo sempre più arcuato, che permette di fissare i piedi e le mani di fianco su appigli. Il peso del corpo è sostenuto così dalle due forze contrarie, di trazione nelle mani e di spinta nei piedi. Questi […] raggiungono l’altezza del ventre.” Lodevole ho detto, evidente il maggiore dettaglio del Metodo Caruso anche se, nella sostanza, ambedue descrivono lo stesso movimento: “Generalmente non sono presenti appoggi e quindi i piedi lavorano in aderenza. […]. Per eseguire correttamente la sequenza di movimenti bisogna cercare di mantenere uguale l’ampiezza dei due “archi” omolaterali, determinati l’uno dal braccio e dalla gamba destri e l’altro dal braccio e dalla gamba sinistri. Ad esempio, se prendiamo il bordo della fessura con la mano destra più in alto della sinistra, è necessario poggiare il piede destro in aderenza più

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in alto del sinistro. Questa è la posizione più stabile e meno faticosa che dovremo cercare di mantenere durante la progressione spostando per primi gli arti in posizione arretrata rispetto alla nostra direzione”. Lo studio di Piero Villaggio Rimandando alle conclusioni ogni giudizio sull’arrampicata di Comici e su quello che abbiamo convenzionalmente definito “Metodo Comici”, vorrei ora mettere a fuoco un ulteriore contributo di estrema validità. A maggior ragione se ci soffermiamo sul fatto che per trovare un nuovo accenno ad un metodo di arrampicata dobbiamo attendere svariati anni. A scriverlo è Piero Villaggio, nel 1969, sulle pagine della Rivista con un articolo dal titolo “Introduzione alla biomeccanica dell’alpinismo” (1969 – n°10 – p agg. 468-476). Per chi non conosce Piero Villaggio dirò che è il fratello gemello di Paolo, noto attore cinematografico. Membro del Club Alpino Accademico Italiano, Piero Villaggio è laureato in Ingegneria, è membro dell’Accademia dei Lincei, è professore emerito di Scienze delle Costruzioni all’Università di Pisa. Prima di tutto però, cos’è la biomeccanica: è l’applicazione dei principi della meccanica agli organismi viventi. Studia cioè il comportamento delle strutture fisiologiche nel momento in cui sono sottoposte a sollecitazioni. Cosa vuol dire: vuol dire che tutto ciò che interessa il modo di rendere competitiva la nostra “macchina”, la nostra struttura, necessita di una valutazione biomeccanica in ambedue le situazioni che vanno a crearsi, quella statica e, soprattutto, quella dinamica. Spero di essere stato chiaro, andiamo avanti.

la successiva teoria, esse e gli ordinari metodi della statica danno modo di dedurre alcune risposte sulla maniera più razionale di progressione. L’aggettivo razionale richiede la preventiva precisazione del senso in cui i singoli movimenti elementari […] possono essere ritenuti più convenienti rispetto ad altri”. Razionale, appunto. Con l’introduzione del termine “conveniente” Villaggio prefigura un ulteriore elemento indispensabile a questa discussione. In altri termini la convenienza di una progressione si riassume brevemente in un singolo concetto di estrema importanza che possiamo definire, come abbiamo già visto in Comici, con il termine di economia, intesa sotto ogni forma, di ogni azione tesa al superamento di un passaggio. Aggiunge inoltre Villaggio: “Il principio di economia è anche coerente con il criterio di sicurezza; procedere con il minimo sforzo significa disporre in permanenza di una riserva di energia che può essere prontamente impiegata nelle occasioni di emergenza”. Il Metodo Caruso ha sviluppato in modo esponenziale questo concetto di base trovando il giusto connubio fra l’equilibrio del movimento e la sicurezza derivante dai termini energetici che esso comporta. Abbiamo qui registrata, quindi, una prima conferma di un qualche valore storico e cioè sia Comici che Villaggio parlano entrambi di “risparmio energetico” a distanza di circa trent’anni l’uno dall’altro. Ma andiamo per confronti: 1 - da Piero Villaggio

Balza subito all’occhio, nell’articolo citato, un elemento fondamentale che avremo poi modo di approfondire nella spiegazione delle varie tecniche di progressione su roccia. “Una biomeccanica dell’alpinismo è un tentativo prematuro – scrive Villaggio – e ciò per due sostanziali ragioni: primo, l’alpinismo meno di altre attività sportive si presta ad una schematizzazione puramente meccanica […] secondo, alla base di una teoria meccanica dell’alpinismo è necessario assumere come postulati una certa quantità di dati sulle capacità di sforzo e di durata dei principali gruppi muscolari interessati all’arrampicamento”. Il fatto che Villaggio considerasse l’argomento prematuro non deve meravigliare, Caruso d’altronde è riuscito in ciò che Villaggio considerava probabilmente un capitolo di difficile realizzazione e cioè quella “schematizzazione puramente meccanica” che il Metodo Caruso ha invece definitivamente introdotto. “Tuttavia – prosegue Villaggio – se queste nozioni, pur nella loro labilità, vengono assunte come ipotesi di lavoro, per 104

Illustrazione e tipicità del movimento (da P. Villaggio - Biomeccanica dell’alpinismo)


“Ogni passo o unità di movimento è scomposto in tre fasi, una iniziale in cui il carico è ripartito sulle braccia ed una gamba, mentre l’altra gamba, momentaneamente scarica, è poggiata nella direzione di progressione; una di partenza in cui, ferme restando le braccia, si verifica la trasmissione statica del carico sulla gamba scarica; una di arrivo che è la configurazione finale del sistema a spostamento avvenuto”

fasi di contrazione: quella isotonica e quella isometrica, argomento del quale non possiamo, evidentemente, trattare più esaustivamente per mancanza di spazio ma che possiamo, brevemente, sintetizzare riepilogando che “il fatto caratteristico dell’alpinismo è la richiesta simultanea di contrazioni isotoniche ed isometriche: isotoniche sono tutte le azioni collegate al movimento; isometriche quelle di sostegno statico, senza spostamento”. Per chi vorrà, questa può divenire una stimolante materia di studio.

2 - dal Metodo Caruso “Si inizia dalla posizione base con il peso distribuito su due appoggi: il bacino è sulla verticale dei piedi e le spalle sono leggermente arretrate. Se le mani sono troppo in basso, per prima cosa le solleviamo su appigli più alti. Si spostano poi i piedi con almeno tre passi, di cui il primo al centro e gli ultimi due sugli appoggi ?nali. (N.d.R: “…nella direzione di progressione” - Posizione iniziale di Villaggio). Nei passi al centro, che sono intermedi, i piedi vengono poggiati preferibilmente in aderenza, perpendicolarmente alla parete. (N.d.R: “…trasmissione statica del carico sulla gamba” Posizione di partenza di Villaggio) Si termina l’esercizio in una nuova posizione base su due appoggi. (N.d.R: “…configurazione finale del sistema” - Posizione di arrivo di Villaggio) Durante la progressione il baricentro si sposta lateralmente da una gamba all’altra, ma anche verso l’esterno: il bacino, infatti, viene dapprima spostato in fuori per favorire l’aderenza e per permettere di vedere gli appoggi, successivamente viene riavvicinato alla parete per caricare.” Esaminando con un po’ di attenzione questo esempio possiamo dire che Villaggio avesse già elaborato quella oggi meglio definita “Progressione fondamentale”, in particolare con due appoggi. Inoltre, come abbiamo, d’altronde, già sottolineato parlando di Comici, fa anch’egli riferimento alla posizione del bacino: “E’ interessante notare che […] il baricentro del sistema può essere […] portato sulla verticale del punto d’appoggio, in modo tale che il carico è esclusivamente sopportato dalla gamba spingente e il triangolo di equilibrio degenera in un segmento. Questa posizione di scarico totale delle braccia viene conseguita con un lieve spostamento del bacino all’esterno e una inclinazione del busto in avanti”, quel movimento dentro-fuori a cui abbiamo già accennato e che consente anche un notevole risparmio energetico delle braccia. A conferma della necessità di risparmio Villaggio prende in considerazione anche lo studio della Fisiologia Muscolare inteso come studio della funzione del muscolo che deve sopportare una serie alternata di movimenti elastici e contrattili “di cui i primi sono gli effettivi generatori dello sforzo, mentre i secondi hanno semplice funzione di trasmissione”. Si studiano, in questo contesto, le due

Parallelamente agli articoli di Piero Villaggio (del quale ricordo, di estrema utilità anche se non pertinenti con l’argomento, anche i contributi sulla Rivista del 1968 n° 6 “ Problemi di resistenza nella “catena di sicurezza”, del 1971 n°2 “ Biomeccanica dell’alpinismo su ghiaccio” e 1979 n°5-6 “ La resistenza effettiva della corda sotto strappo”) mi sono valso, per questi appunti, di due ulteriori manuali, posso definirli solo così, che possono risultarci di una qualche utilità. Si tratta de La tecnica dell’alpinismo di Andrea Mellano (De Agostini 1978) e A scuola di roccia di Cesare Maestri (Garzanti Editore 1981). Il periodo storico nel quale queste pubblicazioni hanno visto la luce si presta, prima di qualunque considerazione, ad una breve precisazione che ha una sua validità storica. Si tratta cioè di sottolineare il fatto che, giovandosi delle consuetudini, in quel particolare periodo storico si usavano ancora gli scarponi. Le scarpette da arrampicata nascono, certo, nei primi anni ‘70 (era il modello EB, studiate e realizzate dall’inglese Ellis Brigham) ma ebbero inizialmente larga diffusione solo negli Stati Uniti per poi giungere, solo qualche anno dopo, nella vecchia Europa che ancora utilizzava, per lo più, scarponi rigidissimi. Scrive Maestri: “da qualche anno (N.d.R.: non dimenticate che siamo nel 1981) alcuni alpinisti tendono ad usare nuovamente scarpe con suola liscia e flessibile, il tipo di calzatura adottato prima dell’avvento dello scarpone a suola rigida”. Potete capire, quindi, che il concetto di aderenza, o forse sarebbe più esatto dire di “tecnica di aderenza”, o non esisteva perché si continuava a fare uso della rigidità della suola per sfruttare anche minimi appoggi o, nella migliore delle ipotesi per chi utilizzava già scarpette, la tecnica era ancora in evoluzione. Ciò non toglie che certi modelli di movimento non fossero già adeguatamente assimilati. La praticità di Cesare Maestri Il manuale scritto da Maestri non ci offre, in verità, grandi suggerimenti finalizzati allo studio del movimento. E’ più semplicemente una sintesi delle tradizioni alpinistiche del periodo, un manuale “pratico”, nato dalla grande esperienza dell’Autore che elenca molteplici tipi di progressione, tutti nell’ottica già indicata, cioè in base alla configurazione

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della parete: “la posizione base d’arrampicata”, “l’arrampicata in parete”, “l’arrampicata in camino”, “l’arrampicata in diedro”, “l’arrampicata su spigolo”, “l’arrampicata in fessura”, “l’arrampicata in attraversata” oltre, naturalmente, all’arrampicata artificiale. Pur non essendovi grandi verosimiglianze con il Metodo Caruso, vi è tuttavia un elemento che, evidentemente, serviva anche per una migliore progressione con gli scarponi e cioè la posizione bassa del tallone: “gli appoggi vanno sfruttati con la sola punta degli scarponi. Mantenendo i talloni leggermente bassi, si ottiene una maggiore aderenza”.

schiena e le mani contro quella più liscia. Il corpo assumerà così una posizione a squadra e potrà sfruttare l’azione di spinte contrarie”. Cosa dice il Metodo Caruso: “Poggeremo allora il bacino e la schiena su una parete utilizzando la spinta degli arti per rimanere in equilibrio e sollevare il corpo. […] Se poggiamo i piedi sulla parete di fronte a noi, spingeremo con le mani contro quella alle nostre spalle”. Concludo, a proposito del manuale A scuola di roccia, facendo riferimento ad un elemento che come abbiamo visto è ormai usuale in tutti i metodi cioè la

nelle prime due foto a sinistra: dal Metodo Caruso - due fasi della “sostituzione in camino” nella foto a destra: Giancarlo Dolfi in “spaccata sagittale” in una foto anni ‘50 Possiamo, certo, discutere della validità di tale affermazione, nel senso che trattandosi di suole rigide pare difficile aumentarne l’aderenza con un leggero abbassamento dei talloni e, tuttavia, il riferimento all’utilità di questo particolare movimento delle caviglie è attuale e quanto mai efficace ai fini della posizione del bacino. Caruso afferma, infatti, che “se coinvolgiamo la linea di flessione e abbassiamo il tallone favoriremo l’uscita in fuori del bacino rispetto alla parete, migliorando così l’aderenza”. Ciò che, invece, evidenzia maggiore verosimiglianza con il Metodo Caruso è la progressione in camino. Non tanto la “sostituzione mista” che già abbiamo visto in qualche modo sviluppata nelle tecniche di Comici quanto la “sostituzione” di per sé, indicata soprattutto per i camini stretti. Questo particolare tipo di progressione era, invero, già noto con il nome di “spaccata sagittale”. Sagittale è un termine anatomico che indica l’azione tesa a dividere il corpo, o parte di esso, in parti simmetriche. Cosa dice Maestri: “si appoggiano i piedi contro la parete che presenta più asperità e la

posizione arcuata del corpo, e sempre staccata dalla roccia, (in altre parole la posizione del bacino) che anche Maestri consiglia per ogni tipo di progressione. La modernità di Andrea Mellano Andrea Mellano, torinese, è anch’Egli membro del Club Alpino Accademico Italiano. Nel Suo impressionante curriculum trovano spazio un vasto numero di vie nuove ed altrettante ripetizioni fra le quali spiccano gli “ultimi tre problemi delle Alpi”, le tre Nord per eccellenza, realizzate in tempi non sospetti; nel caso della nord dell’Eiger, era il 1962, si tratta della prima salita italiana. Mellano non deve, tuttavia, essere stimato solo in funzione di queste realizzazioni “classiche”. E’ nel Suo DNA, infatti, una modernità che ha anticipato di molti anni l’evoluzione dell’arrampicata ed il movimento sociale dell’arrampicata sportiva più in generale. E’ stato infatti fra gli ideatori delle gare di arrampicata e fondatore della FASI - Federazione Arrampicata Sportiva Italiana - di cui ne è stato Presidente per lunghi anni.

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Come ho già accennato, ho preso a confronto


il suo libro dal titolo “La tecnica dell’alpinismo” edito da De Agostini nel 1978. Insieme a concetti già espressi come, ad esempio, anche se vi sembrerà morboso, l’utilizzo delle ginocchia per le quali chiarisce “quello che non si dovrebbe mai fare è usare nell’arrampicata diretta esterna, le ginocchia in appoggio…. Il ginocchio non possiede alcuna capacità di aderenza”, Mellano rivela sorprendenti analogie con la tecnica messa a punto da Paolo Caruso. Intanto divide le tecniche di arrampicata specifiche in “due tipi principali: arrampicata esterna e arrampicata interna”. Cosa vuol dire ……… Nell’ambito di questi concetti ribadisce posizioni fondamentali del Caruso: - “Usando gli scarponi tradizionali, il corpo dovrà essere mantenuto di poco staccato, in equilibrio sulle punte dei piedi, le braccia leggermente flesse e le mani a livello del capo. Calzando le pedule il corpo dovrà assumere una posizione più arcuata, poiché i piedi appoggeranno piegati in aderenza sugli appoggi”, - “Individuato l’appoggio che non deve essere troppo in alto si appoggia su di esso la punta di un piede mentre le mani si afferrano … agli appigli posti non oltre 30 cm. Sopra il capo”, - “… facendo forza sulla gamba posta sull’appoggio con una leggera trazione delle mani si trasferisce tutto il peso del corpo su questa; alzando contemporaneamente l’altra gamba, la si porta in stazione sull’appoggio libero più in alto del primo. Il movimento … mentre gli altri tre arti sono fermi sui rispettivi appigli e appoggi”. L’esauriente descrizione di questi concetti mi permette di non esaminarne il contenuto nello specifico. Mellano fa, altresì, riferimento ad un elemento più volte ripreso da coloro che espongono il metodo Caruso; un riferimento che ha una sua importanza, direi, nella esemplificazione didattica di qualunque metodo: la scala. Spiega Mellano: “Applicando il principio della scala … la posizione da assumere di volta in volta … è quella in cui il peso del corpo è ripartito equamente sugli arti inferiori mentre ai superiori spetta il compito esclusivo di mantenere la posizione eretta”. Va da se che l’utilizzo della scala a scopo didattico riprende concetti, ai quali fino ad ora non ho accennato, ma che paiono scontati nell’ambito di qualunque metodo e cioè quell’assunto, mai abbandonato, di ripartire il perso del corpo su quattro appoggi facendo cura di muoverne solo uno alla volta durante la progressione. Concludo con quella che può essere considerata una raccomandazione di Mellano: “La padronanza dei movimenti e la necessaria disinvoltura, che poi vuol dire sicurezza, si acquisiscono percorrendo tutte le tappe che portano

alla conoscenza della tecnica alpinistica”. Concetto che suona scontato, eppure non privo di una sua specifica importanza. Il “Manuale pratico di alpinismo” Termino velocemente citando passaggi di una ulteriore pubblicazione che, ad un primo giudizio, può risultare inappropriata salvo poi verificarne la validità ad un esame più attento. Insieme alle pubblicazioni che ho fin qui preso in considerazione, ho avuto il piacere di trovare, in una libreria antiquaria, un vecchio manuale del Touring Club Italiano. Fa parte di tutta una serie di manuali, compresi nella collana “Manuali pratici”, editi nel 1981, che servivano a dare un’infarinatura, così sembra all’apparenza, su ogni tipo di attività sportiva. Nel caso specifico del “Manuale pratico di alpinismo” vi sono buoni elementi per convincersi della sua bontà; non a caso testi e supervisione tecnica furono delegati a Gino Buscaini e Alessandro Giorgetta. Nel capitolo “la tecnica di roccia” (pag. 97 e segg.) si fa subito riferimento alla componente dell’istinto, ma questa volta (come Caruso oggi) in senso critico: “dove la roccia si mostra liscia, compatta e molto ripida, le persone che riescono ancora a sfruttare d’istinto le poche discontinuità sono piuttosto poche”, occorre perciò una tecnica che serva “ad elaborare uno stile personale che deriva dall’adattamento delle regole tecniche alle proprie possibilità e alla propria conformazione”. Buscaini e Giorgetta tornano inoltre su un elemento di cui ho già parlato, e sul quale torno volentieri. Paragonano infatti l’arrampicata alla “risalita di una scala a pioli” pur nella diversità di molti aspetti e tornano anche sul fatto che “è meglio cercare di non usare le ginocchia sugli appoggi”. Ma vi sono molti altri aspetti che avvicinano la tecnica spiegata in questo manuale con le attuali progressioni fondamentali del metodo Caruso, ad esempio: “si avrà cura di mantenere sempre il corpo in equilibrio pur facendolo oscillare per scaricare completamente il peso su una gamba quando si vuole spostare l’altra”. Ancora: “ … è meno faticoso e più sicuro effettuare alcuni brevi passettini sfruttando diversi appoggi” ed è “bene che le braccia non vengano tenute per molto tempo su appigli troppo alti (ideali sono quelli all’altezza della testa”. Dividono poi la tecnica in funzione della progressione: tecnica di aderenza, traversata, tecnica di opposizione e, cosa finora nemmeno accennata ma di assoluta opportunità, la tecnica di discesa. Fra queste tecniche vi è un aspetto che ritengo importante, l’apertura cioè a quella meglio definita posizione “omolaterale” che è fondamentale nel metodo Caruso e che Buscaini e Giorgetta fanno propria nella descrizione della tecnica di opposizione: “In parete l’opposizione potrà essere frontale quando

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i piedi non trovano un buon appoggio […] si avrà invece opposizione laterale quando si presenterà una preminente linea di appigli verticali. Si disporrà allora il corpo di fianco rispetto alla parete in modo da consentire a mani e piedi di esercitare forze contrapposte e quindi trazioni perpendicolari agli appigli e pressioni perpendicolari agli appoggi. Bisognerà bilanciare la tendenza del corpo a ruotare verso l’esterno tenendo quanto più possibile i piedi scostati e il fianco aderente alla roccia”. Concludo con una curiosità, anche se molto vi sarebbe ancora da esaminare. Buscaini e Giorgetta ribattezzano, per quanto riguarda la progressione in camino, quello che abbiamo detto chiamarsi “spaccata sagittale” in “spaccata trasversale”. Conclusioni Molto di quanto ho scritto, e molto vi sarebbe ancora da scrivere, può presentarsi come un tentativo di indebolimento della validità del metodo Caruso. Non v’è niente di più sbagliato. Continuo a ritenere che tale metodo sia quanto di meglio sia stato fatto in termini di efficacia e di utilità per coloro che iniziano il loro percorso in funzione della tecnica di arrampicata. Prima di Caruso l’insegnamento didattico dell’arrampicata si esauriva in un semplice, ricorrente incitamento rivolto agli allievi dei corsi roccia in quei frangenti ove, misurandosi con le difficoltà dei passaggi, si trovavano in particolari difficoltà; quell’incitamento, proveniente dall’alto, diceva loro “devi tirare su i piedi”. Era, tuttavia, un incitamento che aveva, ed ha, un limite: tirare su i piedi andava, e va, bene, tutti sappiamo l’importanza dei piedi in arrampicata, ma nessuno diceva loro dove avrebbero dovuto metterli. Oggi, grazie al metodo Caruso, lo sappiamo ed è perciò un metodo assolutamente indispensabile a tutti coloro che insegnano: Guide Alpine, Istruttori del CAI e della FASI. Permane, almeno nel sottoscritto, qualche dubbio sui metodi didattici utilizzati da altre organizzazioni, e non me ne vogliano, che insegnano l’arrampicata. Su una cosa, tuttavia, non sono d’accordo con Caruso: l’intuito serve, eccome se serve. Il grande merito di Paolo Caruso è quello di essere riuscito a codificare l’arte dell’arrampicata, un arte affatto automatica. Ma molto di quello che è riuscito a realizzare era già noto e non era noto a caso. Ed era noto, non tanto grazie alle spiegazioni di Mellano, Villaggio o Buscaini per quanto autorevoli siano, ma grazie a quella dote naturale chiamata talento. Un buon metodo, come nella fattispecie quello di Caruso, è indubbiamente un forte elemento di completamento per tutti coloro che possiedono un innato talento, eppure non è loro indispensabile. Per tutti gli altri che non fanno parte di questa categoria, me compreso, diviene fondamentale per migliorare le108


LELIA FARINI NIGRISOLI

AIGUILLE DIBONA Un racconto di montagna

L’ho vista per la prima volta l’anno scorso in un libro sulle ascensioni nel Delfinato, regalatomi da una Guida alpina, e ne sono rimasta subito affascinata; l’estate però era ormai alla fine, per cui decisi di non pensare a una sua salita, almeno per il momento. Deve il suo nome ad Angelo Dibona, Guida di Cortina, che dalle Sue Dolomiti all’inizio del secolo scorso venne ad aprire diverse vie in questa zona di bellissimi graniti. Nel 1913 salì per primo dalla parete

nord, ora considerata la via normale, il Pain de Sucre, la cui cima era ancora inviolata e che fu poi chiamata Dibona per onorare quel grande scalatore. Alain Kofler e Corrado Chatillard, che conosco da tanti anni, si mostrano entusiasti e partiamo la domenica 23 agosto alle 5 del mattino. Alle 10,30 iniziamo il sentiero per il Rifugio Soreiller (mt. 2.730) che trovo lungo e faticoso anche per il gran caldo. Superato uno stretto vallone, all’improvviso ci appare l’Aiguille Dibona, come un miracolo! Da qui non si vedono altre montagne: solo lei, così esile e appuntita, altissima, sospesa nell’azzurro del cielo, pare scesa da un altro mondo. Non ho mai visto nulla di simile e credo sia unica! Molte persone, anche non alpinisti, affrontano la fatica di superare i 1.150 metri di dislivello per arrivare al rifugio ed ammirarla da vicino. Mi viene subito il desiderio di salire su quella minuscola punta che sembra inaccessibile, penso che sarebbe un trono davvero speciale per la Madonna di San Donato e Regina della Val d’Aosta. Lunedì siamo in cammino già alle 6,30 con le lampade accese. Un buon sentiero un po’ ripido e con molti tornanti ci porta all’attacco della guglia sul suo versante nord, indossiamo imbracature, caschi, scarpette e ci leghiamo. Tre tiri di corda di III grado, con una breve variante di IV, che Alain ha voluto fare per rendere più interessante l’ascensione e dopo quattro ore siamo sulla stretta ed aerea cima. L’emozione è grande, ringraziamo Dio, assaporiamo per un po’ quel senso di leggerezza, di libertà, di distacco dal mondo, come essere per un attimo in Paradiso. Alle 22,30 dello stesso giorno siamo di nuovo a Cervinia, ma i nostri cuori sono rimasti là nel regno del granito più bello che esiste e ci ripromettiamo di tornare presto. Domenica 6 settembre, ore 14. Scendo in auto da Cervinia a Valtournanche a prendere le guide Alain Kofler e Marco Barmasse, saluto le loro faniglie e partiamo, di nuovo dopo due settimane, per la Francia. Dormiamo a La Berard (Briançon), un paesetto vicino all’inizio del sentiero per il Rifugio

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Soreiller. Sono un po’ preoccupata per la lunghezza e la difficoltà dell’arrampicata: 35° metri verticali, 13 tiri di corda di grado V e VI, ho però due guide fortissime e dal grande cuore. E’ arrivato il giorno della grande prova: la via Madier alla parete sud dell’Aiuguille Dibona. Lasciamo il rifugio alle 8 e dopo pochi minuti di sentiero siamo all’attacco. La roccia è ancora in ombra e ho freddo alle dita, ma resisto, dato che il primo tiro è facile, il secondo ci porta dentro una galleria buia dove trovo gli appigli a tentoni. Alain ci fa sicurezza dall’alto e spesso, quando è alle soste, non lo vediamo nemmeno. Ma Marco mi è sempre vicino con i suoi consigli e persino reggendomi un piede quando teme che scivoli. Finito il tunnel si esce alla luce del sole, ma inizia il V grado e anche il V+ per quattro tiri che ci fanno superare un grande diedro. Il settimo tiro è un camino di 40 metri che porta alla cengia Boell, una traversata più o meno orizzontale da sinistra a destra. Marco continua ad aiutarmi in diversi modi, talvolta mi fa mettere un piede sopra un suo ginocchio, oppure sopra un suo braccio per farmi arrivare agli appigli troppo alti per me, quanto gli sono grata! Dalla cengia Boell Alain, incurante delle mie proteste, va deciso verso i due tiri di VI e VI+ che supera con grande abilità e con i nostri complimenti. Si tratta di un’ampia fessura con i bordi lisci dove non so dove attaccarmi trovandomi davvero nei guai. Marco non può aiutarmi molto qui, perché è impegnato a salire lui stesso, però a un certo punto mi trovo, non so come, seduta sul suo casco e ricevo una spinta provvidenziale verso l’alto. Riesco così ad acchiappare un friend che Alain ha piazzato nel fondo della fessura per sua protezione, più su ve n’è un altro, e finalmente esco fuori dalle difficoltà maggiori. Gli ultimi quattro tiri sono piacevoli, con intorno quel vuoto che mi piace perché mi da la sensazione di volare. Questa roccia è ottima e compatta, toccare la roccia arrampicando è un po’ come toccare Dio che si concede a noi anche in questo modo. Alle 15,30 Alain ci urla “Vettaaaa …!”. E di nuovo l’Aiuguille Dibona, per un momento è nostra!

Angelo Dibona

L’Aiguille Dibona

Un precursore, simbolo delle Guide Ampezzane Dibona nasce a Cadìn, frazione di Cortina, il 7 aprile 1879. Nipote del grande Angelo Dimai, suo nonno materno, abbandonò presto gli studi per dedicarsi alla montagna; all’età di 26 anni, nel 1905, presenta domanda per diventare Guida Alpina, qualifica che ottenne, dopo un apprendistato di due anni come portatore, nel luglio del 1907. Più o meno nello stesso periodo, si laurea anche Istruttore di Sci divenendo uno dei primi maestri di Cortina. Nel suo curriculum anche il ruolo di Istruttore e Guida militare in Val Gardena. L’importanza storica di Angelo Dibona è grandissima. Le sue vie coprono praticamente tutto l’arco alpino; l’ultima, in ordine di tempo, l’aprì nel luglio del 1944 (Punta Michele nel Gruppo del Cristallo) quando aveva ormai l’età di 65 anni. Dibona è stato un grande precursore dell’alpinismo, sicuramente il più grande del suo tempo, le sue vie sono spesso autentici capolavori non solo di estetica ma anche di logica. Itinerari di largo respiro che, nella maggior parte dei casi, risolvevano problemi mai affrontati prima anche se non dobbiamo giudicare Dibona solo con il metro delle difficoltà superate, e per quanto qualcuno parli delle sue vie in termini di VI grado che in caso di conferma sarebbe straordinario, ma anche, e soprattutto, per il modo d’intendere l’alpinismo; un filosofia molto in anticipo sui tempi, quella di un alpinismo pulito che evitava di ricorrere ai mezzi artificiali. Si dice che in vita sua non abbia messo più di una quindicina di chiodi, era quindi un arrampicatore di straordinaria modernità. Sembra che Mauro Corona nel ripetere la via Dibona al Campanile Dibona (Gruppo del Cristallo) abbia scomodato molti Santi del Paradiso salendone la “via Normale” in occasione della stesura della guida Visentini, una via aperta da Dibona in solitaria nel 1908. Fra le sue vie più famose non possiamo non citare quella alla parete nord del Sassolungo, alla parete ovest del Sass Pordoi e naturalmente lo spigolo NE della Cima Grande di Lavaredo. Così come non possiamo non citare la “parete rossa”, cioè la ovest della Roda di Vael, quella di Dibona fu la prima via aperta (1908) su quella difficile parete. Ricordo anche la parete nord della Cima Una (1910), la parete SO del Croz dell’Altissimo (1910) nella quale DIbona stesso confessò di aver utilizzato due staffe, le uniche che abbia mai utilizzato, e ancora il Pic Central della Meje (parete dove, non dimentichiamolo, trovarono la morte Solleder e Zsgmondy), il Dent du Requin ed altre, fino in Inghilterra. Un curriculum di assoluta straordinarietà per l’epoca.

Fra queste vie non possiamo dimenticare quella al Pain de Sucre, nome poi sostituito in Aiguille Dibona, di cui parla l’articolo di Lelia Nigrisoli. Una via di raro intuito e di notevole impegno per le difficoltà del momento. Angelo Dibona morì il 21 aprile 1956 a 77 anni. Il giorno dopo, a Cortina, si tennero i funerali. Leggo dalla rivista “Le Alpi Venete” che “nelle Alpi del Delfinato, in terra di Francia, l’ardita Aiguille Dibona tramanda ai posteri il suo nome. Il nome di un uomo buono, calmo, gentile, buon cristiano, Ringrazio anche le Guide Alain e Marco che padre di otto figli di cui tre guide alpine. Angelo Dibona: mi hanno aiutato con tanta pazienza, competenza e un uomo apparentemente rude che invece amava i fiori, intelligenza. si interessava di musica, suonava la chitarra e il clarinetto, 110 giocava tranquillo a bocce, a carte, agli scacchi... e

Dedico questa scalata, la mia più difficile e forse l’ultima perché ho quasi 77 anni, a Don Mario Boretti con immensa gratitudine. Nel 1973 mi guarì da una misteriosa malattia che mi stava paralizzando le gambe. Grazie Don Mario.


Angelo Dibona in un’immagine tratta da www.123people.com

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foto F. Azzaroli 112


UNA MONTAGNA DI RAGAZZI

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IRENE GRAMEGNA MARINELLI

LA MIA PRIMA TRAVERSATA dal Sestaione al Lago Santo Modenese

Sto facendo colazione alla sorgente sopra il lago Nero; davanti a me un’immensa vallata circondata da alte montagne. Sulla sinistra il Gomito, il Libro Aperto e il Corno alle Scale, a destra la Foce di Campolino e dietro a me l’Alpe Tre Potenze. Intorno il silenzio che domina quest’immensa prateria di mirtilli che iniziano a diventare rossicci. All’improvviso il paesaggio cambia: sono sull’Alpe Tre Potenze. Davanti le Alpi Apuane, sembra quasi di toccare con le mani quelle bianche striature di marmo. Il silenzio qui è interrotto dal rumore del vento che mi rinfresca dalla sudata fatta durante la ripida salita tutta piena di ciottoli. Ripreso il cammino arrivo al Passo di Annibale, dove non posso fare a meno di pensare alla leggenda che racconta sia stato attraversato dal condottiero con il suo esercito e con gli elefanti. Visto il paesaggio, se è vera la leggenda,

deve essere stata un’impresa straordinaria. Alle due del pomeriggio sono a Foce di Giovo comodamente seduta su un sasso vicino a una sorgente dove mi riposo, faccio uno spuntino e bevo una freschissima acqua. Ripartiamo, mi ero dimenticata di dire che insieme a me c’è nonno Carlo, e subito siamo impegnati in una ripidissima discesa su sassi instabili che rotolano sotto i nostri piedi. Poi un interminabile cammino in mezzo al bosco, l’ultima rinfrescata e bevuta a una sorgente che sgorga quasi raso terra e finalmente il Lago Santo: nostra sudata meta. Qui la mia poesia dei grandi silenzi, del rumore del vento sulla cresta o dei mille piccoli rumori del bosco, cessa improvvisamente: sembra di essere al mercato delle Cascine.

nella pagina a fianco: Irene (foto C. Marinelli) sopra: Irene con nonno Carlo (a sinistra: foto archivio C. Marinelli) e Foce a Giovo (a destra: foto R. Masoni) 115


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FABIO AZZAROLI

UNA GIORNATA PITTORESCA

Grazie alla disponibilità generosa e paziente di Piero e di Alessandro, il Corso di Alpinismo Giovanile ha avuto l’occasione di sperimentare e mettere in pratica non solo l’utilizzo del sentiero, ma tutto il poderoso e silenzioso lavoro che consente a tutti gli escursionisti di percorrerlo in sicurezza, con la tranquillità della destinazione, con la serenità del “sapere dove siamo e dove andiamo”. Già il lunedì sera, in sede, alcuni ragazzi hanno potuto apprendere da Piero i rudimenti della sentieristica, della segnalazione degli itinerari, dell’orientamento. Poi domenica 21marzo si sono messi in pratica quegli insegnamenti, si sono toccati con mano gli aspetti salienti del seguire un itinerario, la competenza di coloro che si occupano della manutenzione e della segnatura dei sentieri. Grande pazienza e disponibilità, dicevo, di Piero e di Alessandro, ai quali va il ringraziamento più sincero ed incondizionato della Commissione Alpinismo Giovanile, che si aggiunge ai tanti sorrisi felici dei ragazzi, che si sono divertiti

a dipingere a turno i segni che andavano ripresi dopo essere stati quasi cancellati dall’inverno. Una giornata meteorologicamente un po’ grigia, purtroppo, e qualche goccia d’acqua fortunatamente a fine escursione, quando ormai eravamo già tornati a Bivigliano dopo essere saliti a Monte Senario ed aver “ripassato” quasi tutti i segnavia, avendo visto Piero dare prova di grande maestria con la motosega per togliere dal sentiero degli alberi stroncati dalla stagione fredda. Ma comunque tanto interesse a vedere e respirare il bosco, a conoscere il mutare del suo aspetto a seguito dei tagli di utilizzazione selvicolturale, a trovare un giaciglio notturno di un capriolo oppure una traccia del passaggio di un lupo, ad ascoltare il rumore del picchio che si procura il companatico, a “leggere” sugli specchi di taglio l’età degli alberi e l’andamento climatico, talora favorevole talaltra avverso, delle varie stagioni passate. Grande entusiasmo dei bambini, grande soddisfazione degli adulti per aver potuto proporre loro un altro tassello della loro crescita nell’amore per l’ambiente che ci circonda grazie ai tanti e variati spunti educativi che la montagna offre. Grazie ancora a Piero ed Alessandro; la loro offerta di nuove esperienze insieme non cadrà sicuramente nel vuoto: l’anno prossimo c h i e d e r e m o sicuramente di nuovo il loro prezioso aiuto. Nell’altra pagina: un giovane Van Cogh qui, a fianco: prima di partire ci rinfreschiamo la memoria su alcuni aspetti teorici (foto F. Azzaroli)

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foto A. Tozzi

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ANDREA TOZZI

IN MONTAGNA CON I BAMBINI Suggerimenti per alcune escursioni in Val Badia e dintorni

Lo scopo di questo articoletto vorrebbe essere quello di illustrare alcune escursione fatte in Alto Adige fra il 2007 e il 2009 con mia moglie e mio figlio in versione autotrasportato, nel senso che avendo quattro o cinque anni, camminava. Il fratello, più piccolo, in alcune delle gite era invece comodamente alloggiato nello zainetto sulle mie spalle. Non essendomi mai cimentato nella scrittura di questo genere di cose userò come falsa riga le diffusissime guide della... Lonely Planet! In generale, fra le tante, ho selezionato quelle escursioni che rispettano le seguente regole: 1) non sono necessarie levatacce, nel senso che ci si può alzare verso le otto, mai prima delle sette; 2) l’attacco dell’escursione si raggiunge senza impiegare più di un’ora di auto; 3) l’escursione si svolge sempre lungo sentieri segnati; 4) alla fine dell’escursione c’è un rifugio; 5) la discesa, anche solo in parte, può avvenire usando mezzi quali seggiovie e funivie.

mio amico, “è la Costa Azzurra della montagna”. Non essendo mai stato in Costa Azzurra, optai per l’Alta Badia e come vedrete l’offerta turistica del luogo è imbattibile: sfido a trovare un bambino che non riesca a passare delle belle vacanze fra attività nuove, stimolanti e paesaggi stupendi. *) Periodo. Trattandosi di andare in giro con bambini consiglio il periodo che va da San Giovanni a Ferragosto. Prima e dopo, posso garantire per esperienza diretta, si rischia seriamente di incontrare la neve e non solo in quota. Altra variabile da non sottovalutare è la confusione e parafrasando un noto film “il problema della Val Baida in agosto è il traffico”. Come molte mete turistiche di massa si rischia di lasciare lo smog fiorentino per quello della La Villa, altrettanto insalubre. E’ pur sempre una valle montana: le strade non son molte e le auto, specialmente nel capoluogo, rischiano di creare veri ingorghi agostini. Meglio evitare!

A questo proposito segnalo il fatto che parte degli impianti dell’Alta Badia e dei dintorni sono aperti anche d’estate a prezzi non modici. Se vostro figlio si appassiona a seggiovie e funivie, come il mio più grande, non esitate a fare il “mountain pass” (vedi www.mountainpass.it) ovvero l’abbonamento estivo che è valido 3 giorni a scelta su 4 oppure 5 giorni su 7 al costo di 35 e 44 euro rispettivamente per gli adulti, gratis per i bimbi da zero a sei anni (e vorrei vedere!!).

*) Riferimenti. Sito internet ufficiale è www.altabadia.org in cui trovate informazioni sulla ricettività, sulle attività turistiche, escursioni e quant’altro. Agenzia Pro Loco: molte sono le pubblicazioni realizzate dal Consorzio Turistico Alta Badia. Le trovate spesso nell’alloggio che avrete prenotato o presso la Pro Loco, appunto. Ottima la guidina “notizie utile e calendario manifestazioni” in cui si fa un escursus completo di tutto quello che si può fare e trovare in Val Badia.

*) Luogo Alta Badia. La scelta del luogo è legata al fatto che le esigenze dei bambini sono davvero molteplici e la variabile meteo è sempre in agguato: il primo anno optai per la bellissima Valsavarenche, amena e desolata. Fortunatamente il tempo ci volle bene e ci regalò delle belle giornate che ci permisero di raggiungere, con il piccolo in spalla, anche i bei rifugi Chabod e Vittorio Emanuele II (vedi http:// www.comune.valsavarenche.ao.it). Ma in caso di maltempo le alternative divertenti per i bimbi sono piuttosto scarse, ma magari adesso le cose son migliorate. Per non rischiare, gli anni successivi abbiamo optato per l’Alta Badia che, come dice un

*) dove dormire. C’è di tutto! Considerate pure che la più economica delle sistemazioni che riuscirete a trovare avrà degli standard di accoglienza ben superiori a quelli normalmente offerti in Italia. Si va dagli alberghi con Spa (come si usa dire oggigiorno per indicare le “stazioni termalli”) ambite da tutte le moglie, ad ameni masi finemente ristrutturati con materiali del luogo e situati nel bel mezzo di prati, esattamente modello Heidi, magari accanto a qualche stalla. Considerate che ci sono un certo numero di agriturismi in cui poter soggiornare e potrete godere anche dei prodotti dell’azienda: il latte crudo è sempre un’esperienza da fare.

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Sconsiglio il fondovalle per evitare la confusione anche se vi sorprenderete a scoprire che basta allontanarsi di meno di un chilometro dalla strada principale per trovare sistemazioni silenziose e bellissime. Personalmente consiglio La Valle e Longiaru, nella parte alta della Val Badia rispettivamente verso est ed ovest, direzione Brunico: molto defilate ma del tutto valide come base per escursioni che vadano dall’Alpe di Fanes al Gruppo del Sella alle Cinque Torri fino al Passo Fedaia. Tutte mete raggiungibili senza troppe levatacce in tempo utile per un pranzo al coperto in quelche rifugio. Più centrale e sicuramente maggiormente strategico è San Cassiano, mentre se amate fare shopping di un certo livello e assistere al frequente passaggio di Porche, Corvara fa per voi.

Per la sera: se non siete in albergo o in qualche residence a mezza pensione e non avete voglia di cucinare potete provare il Ristoranze Pizzeria Trafoj (Pederoa 30, tel 0471 843024) e la sua prelibata pizza ai finferli. Se siete più per la cucina ladina consiglio il Survisc - Hof in località Cians a La Val: gestione assolutamente familiare, molto meglio se prima prenotate allo 0471 843149. Andateci preferibilmente quando è tempo brutto: la simpatica padrona avrà avuto modo di dedicare più tempo alla cucina visto che di giorno buono la potete trovare a raccogliere erba o comunque indaffarata con le molte attività tipiche della vita di montagna. *) Orientamento Consiglio la carta “Tabacco” foglio 07 perché, a differenza di altre, con un unico acquisto riuscite ad avere tutta la zona che va dalla Marmolada a sud fino a Marebbe a nord, che è la zona in cui si svolgono le escursioni che andrò a descrivere. Una bussola sempre dietro, magari con il traguardo e l’oppurtuno know how di come usarla per fare il punto (vedi per esempio http://www.vieferrate.it/bussola.htm). *) Meteo Buona regolare consultare giornalmente il bollettino meteo. Non è necessario cercare un PC collegato ad Internet, ma basta più prosaicamente telefonare allo 0471 270555 o al 0471 271177: vi risponderà il “Sistema informativo del servizio meteorologico della provincia di Bolzano” in tedesco e in italiano. Se dice che non pioverà e voi tornate a casa bagnati probabilmente siete passati vicino ad un irrigatore automatico! A parte gli scherzi, forniscono ottime previsioni, continuamente aggiornate, con indicazioni del vento, temperature in quota ed evoluzione. Ascoltare sempre la mattina prima di partire e il giorno prima quando si deve pianificare l’escursione.

La Famiglia Tozzi con i bambini

*) Dove mangiare Durante l’escursione è ovviamente consigliato portarsi i viveri dietro anche se le escursioni dovrebbero concludersi con la sosta in un rifugio attrezzato... ma non si sa mai! Specialmente con i bambini i programmi vanno a carte quarantotto molto spesso e molto rapidamente. Comunque mediamente nei rifugi si mangia decisamente bene e nè voi nè i bimbi avrete problemi a trovare qualche cosa di vostro gradimento. Per i più piccoli suggerisco di portarsi dietro un termos da alimenti con la pasta o la minestra preferita. Quello da poco prestatomi dal mio amico muratore Florin ha sempre fatto al caso, mantenendo la minestrina ben calda per molte ore.

*) Perchè salire La difficoltà del sentiero, il meteo, la sete, le scarpe che fan male, sono niente rapportati alla difficoltà di far salire un bambino! Non è vero che ai bambini non piace camminare: soltanto che non ne comprendono lo scopo. E qui allora si possono inventare le cose più strane. Personalmente uso uno o tutti i seguenti espedienti, giusto per citarne alcuni e dare qualche spunto, ma ogni genitore avrà oramai messo a punto i propri: - Al rifugio è ammesso acquistare la spilla o timbrare il proprio libro delle escursioni solo se ci si è arrivati a piedi percorrendo un sentiero che ci ha fatto durare una quantità ragionevole di fatica o anche qualche cosa di più. - Al rifugio si può mangiare qualunque cosa (tipicamente si finisce a polenta e wurstel) e in via eccezionale chiedere ed ottenere la Coca Cola.

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- La discesa può essere fatta in seggiovia o funivia. Ai bambini spesso piace e ai grandi evita di consumarsi i ginocchi. E poi ho scoperto il fatto ovvio che in discesa le seggiovie sono molto più panoramiche che in salita. - Selezionare rifugi in cui ci sono giochi per bambini. In Val Badia sono svariati i rifugi che ne hanno ed alcuni sono davvero molto ben attrezzati. - Durante la salita è conveniente raccontare storie: le più svariate! Mia moglie ed io ci siam trovati a raccontare storie inventate, favole, romanzi, film, cartoni, l’Eneide per intero, Harry Potter. Funzionano sempre! Credo sia il consiglio più scontato ma anche il migliore.

Altro problema è la disidratazione: in quota il vapor acqueo che normalmente espiriamo trova spesso un’aria molta piu’ secca del normale e la perdita di liquidi è superiore rispetto a quanto avviene al livello del mare anche a parità di temperatura ed anche se non siamo sotto sforzo, ma per il semplice fatto di respirare. Bere molto spesso sia noi che loro. Se siete particolarmente impensieriti dalla questione potete fare un test consigliatomi dal pediatra: dal punto di vista dell’idratazione il corpo umano è come un palloncino pieno d’acqua. Se prendete fra il pollice e l’indice un pò di ciccia sul braccio o, meglio, sulla pancia come se voleste dare un pizzicotto al vostro piccolo, appena lasciate la pelle questa si deve distendere (1) rapidamente in una frazione di secondo e (2) senza formare grinze. Se questo accade siete in presenza di disidratamento. “Pratica la flebo orale: piccoli sorsi di acqua (anche con il cucchiaino se non collabora) ogni minuto”. L’effetto sparirà in meno di mezzora. Attenzione ai rifugi. Quando voi arrivate al rifugio sarete probabilmente stanchi e gradireste una bibita e un pò di riposo, ma non i bambini! Per loro comincia il divertimento: sia che sia stato comodamente seduto sullo zainetto magari dormicchiando o che sia salito per mano con voi, le piccole pesti non sono mai stanche quando si arriva ad un rifugio. Ma i rifugi spesso non sono, per loro natura, così sicuri per dei bambini come si vorrebbe: non abbassare la guardia, anzi aumentarla! Alcune delle escursioni che illustro finisco in rifugi assolutamente bambino compatibili, altre no. Se avete bisogno di soccorso o anche di un consiglio sanitario, come in tutta Italia, fate il 118. Altrimenti esiste un ambulatorio medico per turisti presso La Villa (Dr. Erhard Spies, Str. Boscdaplan 101, c/o Despar - tel 0471 849300, cell 347 4798885 - •40 ambulatorio, •60 domiciliare).

Maiali al Rifugio Gardenacia (foto A. Tozzi)

*) Pericoli e contrattempi Siamo sempre in montagna e non in Costa Azzurra! I bambini hanno esigente particolari di alimentazioni, vestiario e divertimento talvolta incompatibili con il luogo “montagna”. Per fare alcuni esempi: se il bambino è nello zaino considerate che è di fatto sottoposto alle intemperie e anche se voi state sudando per lo sforzo, lui non suda! Controllare dunque spesso la temperatura di mani e piedi e correggere l’abbigliamento usando sempre la tecnica a strati. Un metodo adottato da un tizio tedesco incontrato in quota qualche annetto fa era quello di posizionare la sonda di un termometro elettronico (20 euro) nella scarpa del piccolo!

*) Attrezzatura La solita di quando si va in montagna. Giacca a vento e pile per tutti sempre con se: nel periodo in questione vi assicuro che è comunissimo uscire la mattina con un sole splendente ed un cielo blu cobalto e ritrovarsi di pomeriggio sotto un fortunale. Inoltre, come insegnano alla scuola Tita Piaz, frontale e telo termico sempre in fondo allo zaino. Cellulare sempre con noi. A questo proposito considerate che al freddo le batterie spesso smettono di funzionare e allora meglio tenerlo spento, per evitare inutili consumi e amene musichette, e sempre vicino al corpo per tenerlo al caldo. Ciò vale anche per il GPS per chi lo usa: il modulino Bluetooth lasciato nello zaino è alla temperatura esterna!

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Se avete un bimbo ci sono ottimi zaini


assolutamente ergonomici, protettivi e ottimamanete costruiti. Raccomandazione importante è quella allacciate sempre bene il piccolo per evitare l’effetto “ogni viola un bambino che vola”: provate a chinarvi a raccogliere qualche cosa con un bambino sulle spalle non legato... inoltre verificate che lo zaino sia dotato della copertura antipioggia che lo avvolga completamente, gambe comprese: d’estate, ripeto, i temporali sono comuni e spesso non si tratta di una pioggerella fine bensì di acquazzoni veri e propri. Se vi trovate in sentieri esposti tali da farvi temere che vostro figlio possa cadere, allora non avete scelto un buon itinerario: consiglio la ritirata. Sconsiglio caldamente l’improvvisazioni che ho visto fare circa bambini legati con corde lasche e non dinamiche, modello cane al guinzaglio: una caduta da legati anche di soli due tre metri può avere conseguenze drammatiche se non si sono adottate le opportune precauzioni e i materiali corretti. Se volete cimentarvi in percorsi che necessitano di attrezzatura fate, e fate fare, qualche buon corso: la sezione del CAI di Firenze sarà lieta di illustrarvi i suoi, tenuti dalla scuola Tita Piaz. *) Shopping. Non amo particolarmente lo shopping ma

quando si è in montagna vale la pena pensare se non sia il caso di acquistare qualche attrezzutura, ma non pensiate che “siccome loro se ne intendono sicuramente tutto quello che trovo è buono e magari a buon mercato”. Può essere ma non sempre! Per lo sport consiglio Tony a La Villa: in verità trattasi di una vera multiattività, compreso un discreto supermercato al piano interrato dove fare la spesa. Tiene le migliori marche di abbigliamento fra cui cito Haglofs e Montura. In generale fate un salto alla zona artigianale di Pederoa (proprio presso il bivio per La Val) in cui segnalo l’ottimo negozio di scarpe di Complojer che oltre a consigli e ottime marche, produce lui stesso delle scarpe invernali di bella fattura a prezzi assolutamente abbordabili e di eccellente qualità, con tanto di suola in Vibram e possibilità di customizzazione e consegna a domicilio. Per noi è tappa fissa per l’acquisto dell’immancabile scarpetta da montagna per il piccolo... ll simpatico proprietario capita spesso di vederlo a giro per La Val la domenica mattina. Sempre a Pederoa il Calzaturificio Miribung li accanto: potete trovare ottimi calzini tecnici a prezzi sorprendenti, specialmente se date un’occhiata nel retrobottega alle seconde e terze scelte, spesso lì

I prati di Armentara (foto A. Tozzi)

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per un piccolo errore nel disegno. Nella strada interna un bellissimo negozio di articoli in legno in cui si riescono a trovare anche dei giocattoliprivi di batteria (incredibile!), intelligenti e sempre divertenti. Sempre a Pederoa si vendono mobili, filati e tessuti. Se volete comprare degli ottimi canederli (al formaggio, allo speck, alle verdure o al fegato) o della carne di capriolo piuttosto che di manzo, non mancate la macelleria di La Villa: sulla sinistra appena lasciato il centro indirezione sud subito dopo il grande parcheggio dell’impianto di risalita Piz La Ila. Non mancano i mercatini. Per esempio segnalo quello di San cassiano che da luglio ad ogosto propone settimanalmente i prodotti tipici e dell’artigianato con tanto di laboratori didattici per bambini e passeggiate a cavallo (per il programma vedere www.altabaia.org). *) Attività ludiche Uno dei piatti forti dell’Alta Badia. Se non è troppo esagerato dire che c’è di tutto, poco ci manca. Personalmente ne ho fatto uso solo quando il meteo è stato tale da non permettere escursioni, ma anche in questo caso si può osare: vedi l’escursione al Rifugio Lagazuoi che può essere compiuta indipendentemente dalle condizioni del tempo. In ogni caso se avete dei bambini da tre anni in su non potete perdervi il bellissimo museo etnografico di Teodone nei pressi di Brunico (Museo Provinciale Etnografico, Via Duca Diet 24 - Teodone - Brunico, Tel. +39 0474 552087, www.volkskundemuseum.it) in cui sono ricostruiti, nella bellissima tenuta di Mair am Hof, masi piccoli e grandi, mulini ad acqua, segherie, fienili, ci sono animali e piante, artigiani al lavoro, esposizioni di vario genere, attrezzi dei più svariati. Se capitate in agosto ci sono dei giorni in cui un nutrito gruppo di animatori svolge realmente i mestieri della civiltà contadina: si fa il pane, il mulino macina il grano, l’antica segheria venezia taglia i tronchi (impressionante a vedersi!), si fa il formaggio, il burro, il ciabattino realizza vere scarpe chiodate d’un tempo (con i chiodi solo se eri stati bravi!), la vecchietta fila la lana con il mitico arcolaio, donne che lavorano al tombolo e molto altro. Imperdibile! Buono anche il ristorante interno che con modica cifra permette di pranzare e passare lì tutta la giornata. Notevole il museo interno! Un bel castello che vale senz’altro la pena di visitare è il Castel Taufers: da Brunico in direzione nord verso Campo Tures. Le visite sono guidate ed “animate” dal personale del castello. Altro bel castello è il “Museum Ladin Ciastel de Tor” (Via Tor 65 - San Martino in Badia - Tel: 0474-524020, www.museumladin.it) Le diverse valli ladine a partire dal tardo XVIII secolo si sono specializzate in una produzione artistica caratterestica della valle stessa: se la Val

Gardena produceva sculture a soggetto religioso e giochi in legno, la Val di Fassa era famosa per i suoi pittori intineranti che nel periodo invernale arrivavano fino alla Baviera (ma si hanno tracce anche in Ungheria!) per decorare facciate di case, Stube e mobili con motivi caratteristici policromi, Ampezzo era famosa per la filigrana d’argento, la Val Badia era nota per la produzione di cassepanche decorate con carattestici motivi. Non mancano esempi di questa produzione in questo bel museo. Per i bambini da quattro a nove anni esiste anche un programma giornaliero (da giugno a settembre) di attività ludiche tematiche. Per esempio nell’estate 2009 avevamo: lunedi parola, martedi animali, mercoledi caccia al tesoro, giovedi gare sportive, venerdi natura. Genitori rigorosamente esclusi e orario di intrattenimento dalle 10:00 alle 16:15. Luogo di ritrovo Corvara. Per i ragazzi più grandi, da nove a quattordici, stessa cosa ma con attività un pò più specifiche: musei, tiro con l’arco, pattinaggio su ghiaccio, arrampicata. Per info sempre www.altabadia.org nella sezione “SummerForKids”. Se siete dotati di corda, imbracatura per il piccolo oltre che per voi e di tutto il necessario per arrampicare potete provare con le due palestre: una a Corvara vicino al palazzetto del ghiaccio e l’altra più appartata presso il campo sportivo di La Val (chiedere all’Ufficio Sport del comune di La Val per l’accesso). Al passo Falsarego c’è anche una parete attrezzata (sulla destra superato il Fortino di 500 metri), ma suggerisco di guardare ad uno di quei sassoni dai due ai cinque metri sulla vostra sinistra, proprio di fronte al parcheggio del Fortino... più che sufficenti come prova, garantito! E se poi vigliaccamente non ve la sentitite di andare su a piazzare la corda... potete sempre aggirare i sassi e cercare un passaggio da “padri di famiglia”! Non mancano piscine e centri termali (molti alberghi ne hanno e sono accessibili anche a chi non risiede nella struttura) o giardini attrezzati con giochi: segnalo quello a Corvara lungo il torrente proprio accanto alla partenza della funivia per il Boè e quello a San Cassiano appena lasciato il paese in direzione sud sulla sinistra, con gonfioni e molto altro. *) Alcune note e raccomandazioni 1) prudenza sempre e fretta mai: siamo in montagna e con dei bambini! 2) Non camminare sui prati! I prati sono di una bellezza sconcertante, di quelli che ogni bambino ha da sempre sognato: verdi, pieni di fiori, morbidi, simili al mare e sconfinati. Ma se siete vicino a abitazioni, masi o quant’altro non fatevi vedere a camminarci sopra! Non perchè possono essere di proprietà di qualcuno, ma perchè alle mucche piace

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l’erba bella e se voi ci camminate sopra la sciupate... L’economia della valle, specialmente di quelli che abitano un pochetto lontano dal fondovalle, è incentrata sulle mucche e sul buon latte che producono. A fine giugno potrete vedere ragazzi ed anziani che tagliano l’erba a mano con la falce o aiutati da tagliaerba motorizzati capaci di arrampicarsi lungo declivi pendenti anche quaranta gradi, ma neppure un metro quadrato è lasciato con l’erba alta. Tutto viene raccolto e stipato negli infiniti fienili che potrete trovare sparsi ovunque: le stalle sono ovunque, piccole o grande che siano e tutte producono il latte per la Mila o altre centrali del latte. Il brutto è quando, parlando con i rarissimi produttori che non vendono il loro latte alla centrale, scoprite che il prezzo di acquisto è irrisorio. “Io son vecchia - mi dice Irma, la mia fornitrice di burro - ma nella mia famiglia da mio nonno in poi, non s’è mai dato il latte delle nostre mucche alla centrale! Piuttosto ci do da mangiare ai maiali! I miei nipoti faran quel che vogliono, ma io me lo tengo!” Sono le sei del pomeriggio e con una precisione e tempismo irreale ecco che ti vedo tornare le sue mucche dal pascolo. “Queste son solo alcune - prosegue Irma le altre sono al pascolo e restano nella stalla lassù”. “E il latte? Come fate a mungerle?” chiedo io, “Si va noi da loro... mio nipote, la mattina presto...”. 3) Le località dove sono ubicati i vostri residence, gli appartamenti o gli agriturismi sono spesso indicate con dei toponimi (Biei, Ciablun, Ru...) nomi che spesso si ripetono per tutta la valle. Le prime volte facevo sempre una grande confusione, ma poi ho capito che sono i sobborghi dei paesi e godono di indicazione stradale vera e propria (cartelli marroni). Era il fattore di scala a crearmi confusione: trattasi di gruppi di non più di cinque case, a volte di una soltanto. Sono talvolta toponimi che si riferiscono alla famiglia che abita lì magari da molte generazioni. Dato l’ambiente ostile spesso si tratta di piccole unità abitative capaci di autonomia durante i lunghi mesi invernali. Ed ecco, di seguito, la descrizione delle escursioni. ALLA CHIESETTA BIANCA. Partenza: San Leonardo (1360 m) Arrivo: Ospizio La Crusc (2045 m) Almeno per noi la prima escursione della vacanza non può essere altra se non quella all’Ospizio La Crusc. Il piccoletto, ben addrestato dalla nonna materna, ha passato verso i tre anni una fase mistica che lo portava a stati di esaltazione non comuni alla vista di un campanile! Quindi non avrete difficoltà a capire, una volta vista questa bellissima chiesetta bianca, perchè ha sempre preteso di tornarci per

prima... anche a fase mistica conclusa. Moltissimi sono i sentieri che conducono all’Ospizio La Crusc: da La Val, da Badia, da La Villa, da San Cassiano e quasi sembra che tutti i sentieri portino sempre laggiù e forse la cosa è pure voluta. Personalmente suggerisco il sentiero diretto (che manco a dirlo porta il segnavia numero 7) che parte da località San Leonardo nei pressi di Badia e vi conduce in un paio di ore ai Rifugi Utia Lee e Utia Nagler. Superati questi due rifugi, dopo doverosa sosta agli abbondanti giochi per bambini che entrambi sfoggiano, seguendo l’ampia carreggiabile si arriva ad uno splendido pianoro in cui appare prima la chiesa e subito dietro il rifugio. La chiesa, molto piccola ma decisamente suggestiva, merita senz’altro una visita. La parete degli Ex Voto, sulla destra entrando, la dicono lunga su come non sia banale vivere in montagna... leggeteli! Il panorama è come si suol dire da cartolina: la Marmolada a sud, le vette innevate dell’Austria a nord, il Gruppo del Sella, La Gardenaccia e la splendida Cima 10 proprio sopra di voi non possono certo lasciarvi indifferenti. La parete che si erge proprio accanto al rifugio, detta il “Sas dla Crusc” , segna il naturale confine con il Parco Naturale di Fanes. Su quella parete ci son vie dal VI al IX grado aperte tra il 1960 fino al 2004. Si può tornare indietro usufruendo di una seggiovia aperta che vi riporterà al Rifugio Utia Lee in cui potrete trovare scivoli, “gonfioni”, un recinto con le capre, alcune sculture-gioco in legno che vi inchioderanno lì per un certo tempo. Se riuscite a convire il piccoletto a muoversi, sappiate che a un quarto d’ora da lì, con sentiero pianeggiante, si raggiunge un bel laghetto circondato dal bosco: il Lech da Lè. Proseguendo nel bosco, sempre seguendo il sentiero, per altri venti minuti si raggiunge una malga, Costalta, che offre merende, mucche, stalle visitabili, dell’ottimo yogurt e un prodotto artigianale che dovete assolutamnte provare che

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secondo lo Zingarelli si chiama “burro”, ma allora vi chiderete cos’è quella cosa che ai supermercati vi spacciano con lo stesso nome... Da qui con segnavia numero 13 potete tornare a San Leonardo. Una validissima alternativa per salire all’ospizio è partire da località Spescia a La Val (seguire l’indicazione per Lunz che troverete giusto un tornante prima di entrare in La Val e superate il campo sportivo), purchè vostro figlio sia sullo zainetto e non appiedato. Seguendo il sentiero 15 o se preferite la carreggiabile, arriverete in non più di due ore all’ospizio attraversando i bellissimi prati dell’Armentara che a giugno sono letteralmente coperti di fiori di tutti i colori. Un pò lungo è il sentiero di ritorno se non volete tornare per lo stesso di salita: dovrete scendere verso San Leonardo e tornare a La Val tendovi sulla destra il Col Arcogn e Galuc. Il Sentiero che talvolta segue la strada che vi riporterà a Lunz, non è segnato e si snoda tra boschi, masi e fattorie. Due ore buone di camminata. Al RIFUGIO LAGAZUOI Partenza: Passo Falsarego (2105 m) Arrivo: Rifugio Lagazuoi (2752 m)

al passo Falsarego e, rinunciando alla funivia, incamminatevi lungo il sentiero 402 salendo su facile sentiero verso la Cengia Martini. Il sentiero diventa più ripido e accidentato rimanendo comunqe facilmente praticbile e sicuro. In poco più di un’ora arriverete all’ingresso della galleria Lagazuoi, in prossimità della quale un brutto passaggio è assicurato da una fune di acciaio: bimbo nel mezzo e genitori a precedere e seguire. Niente panico, è facile! All’ingresso del tunnel vale la pena indossare caschetto e frontale perchè il resto della salità avverrà all’interno della montagna: i bimbi a questo punto tipicamente vanno in visibilio! Fino a qualche anno fa la galleria era praticamente abbandonata e mi dicono non facilemnte percorribile, ma recentemente è stata restaurata rendendone l’esplorazione facile. Comodi gradini vanno dall’inizio alla fine, è sempre presente una robusta fune che fa da corrimano e gli accessi di areazione verso l’esterno sono liberi da detriti e protetti. Il tunnel in verità non è unico ma trattasi di una serie, ma non vi preoccupate: non c’e’ verso perdersi e sbucano tutti nello stesso punto. La parte finale del tunnel è elicoidale, modello scala della torre di un castello e un pochino bassa, ma niente di preoccupante.

Escursione avventurosa. Lasciate la macchina

Se vi domandate a cosa tutto ciò servisse è

Il Rifugio Lagazuoi (foto digilander.libero.it ) nell’altra pagina: il Rifugio Santa Croce (foto A. Tozzi)

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presto detto: a fare la guerra! Quello che percorrete è, in parte, un classico tunnel di mina: veniva scavato per raggiungere da sotto le postazioni del nemico, in qusto caso gli austrio ungarici, piazzarvi una carica di esplosivo e far saltare per aria ogni cosa. E dall’alto gli austriaci scavavano verso il basso la galleria di contromina per impossessarsi della Cengia Martini scoperta dall’omonimo alpino che la deteneva al sicuro da ogni attacco. E se vi domandate come facevano a fare queste gallerie, la risposta è con i picconi, dei cui colpi si possono vedere i segni ovunque. Era importante infatti procedere silenziosamente per prendere alla sprovvista il nemico e fare piu’ danni possibili, anche se a questo proposito va detto che spesso il nemico era già informato dalle sempre presenti spie. Una galleria del genere necessitava di pochi mesi di lavoro. Il cunicolo esce a quota 2700 m e tenendo la sinistra si sale facilmente al rifugio. Presso l’uscita sono visibili i ricoveri dove gli austriaci trascorsero gli inverni fra i più freddi del secolo, spesso privi di rifornimenti e sotto il costante tiro degli italiani. Il punto debole della guerra di trincea erano infatti, allora come adesso, i rifornimenti e lasciando i soldati privi di ogni cosa a quasi tremila metri di quota per settimane e mesi. Quando noi siamo usciti eravamo immersi in una fitta nebbia, tirava un vento teso e freddo, la pioggia era quasi ghiacciata: era il tredici agosto, ma il piccolo di quattro anni e mezzo, era felicissimo! Dal rifugio consiglio la discesa in funivia.

strada carrggiabile che portava alla postazione militare delle Torri del Falzarego. Un’altra alternativa di discesa, molto bella, è percorrere il sentiero 20a, sempre dalla Forcella Lagazuoi, verso nord fino alla ripida Forcella de Salares (tratto ripido ma il sentiero è stato splendidamente ripristinato) e tornare al Passo Falsarego dal Passo Valparola. Entrambi i sentieri sono lunghi ma facili, il paesaggio maestoso e di tipo alpino.

Se siete da soli o con piccoli zainotrasportati, potete scendere verso la Forcella Lagazuoi e procedere lungo il sentiero 401 e 402 verso la Forcella Travenanzes e scendere attraverso la Forcella Col dei Bòs passando sotto la Tofana di Rozes e tornare verso Passo Falsarego percorrendo parzialmente la

La partanza da Corvara paese è sconsigliata se avete dei bambini: difficilmente riuscirete a superare la stazione di arrivo della funivia del Boè. Conviene prendere la funivia stessa (aperta sempre da metà giugno a fine settembre) e partire a piedi dal rifugio Boè: l’escursione sarà altrettanto bella e di

AL RIFUGIO KOSTNER. Partenza: Funivia Corvara (2100 m)

Arrivo: Rifugio Kostner (2500 mm)

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soddisfazione e il fatto di aver preso la funivia vi porterà direttamente in un ambiente alpino suggestivo e grandioso che farà fin da subito perciperire ai vostri bimbi la diversità del luogo rispetto ai prati della sottostante valle. Volendo potete partire, ma senza bambini appiedati, anche da passo Campolongo seguendo la carreggiabile di servizio del rifugio Boè. Così facendo risparmierete più di trecento metri di dislivello rispetto alla partenza da Corvara. La salita avviene lungo il sentiero 638 del Piz Boè che in un paio di ore vi portere alla meta. Inizialmente segue la pista da sci e relativo impianto di risalita: il laghetto alpino “Lech de Boà” pare disegnato tanto è perfetto. Provate a urlare: l’eco del luogo è sorprendente! Da qui il sentiero sale inerpicandosi lungo le grosse pietre che ricoprono il lato destro (scendendo) della pista da sci. Ambiente non pericoloso ma infido data la motitudine di sassi e sassettini, vento spesso teso e freddo, guanti e berretto per tutti! Occhio al sentiero: se siete da soli non avrete problemi a raggiungere il rifugio anche se lo perdete, ma con dei bimbi uscire dal sentiero vuol dire esporsi a continui inciampi e stanchezza aggiuntiva. Considerate che da ogni segnale biancorosso si può sempre vedere il successivo: prestateci attenzione. La parte finale del sentiero si snoda per “Le Valun” sotto lo sguardo severo delle pareti verticali del gruppo del Sella: impressionanti! Il sentiero a questo punto può essere innevato ma vale la pena continuare per arrivare al bel rifugio CAI Kostner, la cui ottima gestione compie dieci anni dalla ristrutturazione. La zona circostante il rifugio, che di vero rifugio alpino trattasi, non è affatto sicura:

impossibile lasciar scorrazzare da soli dei bambini, data la presenza di salti di roccia pericolosi e di ghiaia sdrucciolevole. Ma a cinquanta metri dal rifugio, presso un bivacco incassato in una depressione, ci sono dei giochi per bambini e la zona è localmente più sicura. Il paesaggio è di tipo aereo ovviamente! Al rifugio si mangia molto bene, ma se proprio devo consigliare qualche cosa vada per la polenta con funghi. Il ritorno potrà avvenire per il sentiero di salita oppure potrete rapidamente raggiungere la stazione alta della seggiovia che vi riporterà al Rifugio Boè e relativa funivia passando alti sul laghetto De Boà. Se siete senza bambini appiedati potete proseguire per il sentiero 638 e portarvi sotto il monte “Le ponte”. Il sentiero, esposto, intagliato nel monte, presenta frequenti tetti di roccia e prosegue attraversando un gigantesco ghiaione per poi salire verso il Piz Boè. Al ritorno potete percorrere i sentieri 637 prima e 636 dopo per chiudere un anello aggirando il rifugio Kostner. Scendendo per il sentiero 637 troverete una fune di acciaio per aiutarvi nella progressione: c’è anche un ripido passaggio di un buon II grado che non conviene proprio affrontare se in presenza di bambini. Lungo il 636 è invece frequente vedere le stelle alpine (Leontopodium alpinum o edelweiss). Se proprio siete affascinati da questo bel fiore e lo volete per forza appiccicare dietro qualche vetro per appenderlo a qualche parete... quando arrivate in paese comprate una bustina di semi. Sono fiori molto facili da coltivare in vaso a casa propria e crescono in quantità tali da soddisfare amici

a fianco: il Rifugio Kostner sotto: Panoramica dal Rifugio Kostner (foto A. Tozzi)

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a parenti. AL RIFUGIO GARDENACIA Partenza: La Villa (1470 m)

è posto il rifugio CAI della Gardenacia. Un bel rifugio in pietra con ampi spazi, sicuri, dove far scorrazzare i piccoli. Non è raro incontrare animali, fra cui segnalo mucche e maiali al limite dell’invadenza: tenete d’occhio zaini, panini e cesti del pic nic! Mi è capitato di veder gente correre dietro ai maiali che si erano impossesati delle cibarie, tovaglia compresa. Da qui l’escursione può proseguire in discesa lungo il sentiero 11 che corre lungo una stretta gola verticale che vi riporterà a La Villa. I sentieri verso la Gardenacia mi dicono essere un pò lunghi e poco praticabili con bambini. AL RIFUGIO NUVOLAU Partenza: Rifugio Scoiattoli (2225 m) Arrivo: Rifugio Nuvolau (2575 m)

Arrivo: Rifugio Gardenacia (2050 m) Da La Villa seguite le indicazioni per la seggovia che porta al Rifugio Sponata (1703 m), in prossimità della piscina comunale. Il sentiero da seguire è il numero 15: facile e ben segnato si snoda in parte sotto la seggovia passando da pascoli immacolati. Una sosta al Rifugio Sponata è d’obbligo tanto più che ci sono giochi per bambini e una conigliera. Il luogo è sicuro e permette di potersi rilassare. Si riprende il cammino salendo verso la Gardenacia e seguendo il segnavia 5: da qui il percorso si fa più ripido, ma il sentiero è stato splendidamente risistemato proteggendolo con staccionate e gradini in legno. Si sale per un’angusta valletta: arrivati ad un cancelletto si prosegue senza possibilità di errore fino ad arrivare ad una malga dove

Superato il Passo Falsarego dopo qualche curva si arriva alla partenza della bella funivia Delle Cinque Torri (13 euro a/r), non compresa nell’eventuale abbonamento degli impianti della Val Badia. Si arriva al Rifugio Scoiattoli e da qui si intraprende la salita verso il sovrastante rifugio Nuvolau seguendo il sentiero 439. Il dislivello non è grande ma l’ambiente è montano, severo, il percorso sassoso e il sentiero localmente stretto: salita da non sottovalutare. Il rifugio è piccolo e arrampicato su uno sperone di roccia neppure troppo grande al quale si accede da sud lungo la Ferrata de Ragusera. L’esterno del rifugio è ben protetto... anche perchè altrimenti si rischierebbe di volare di sotto! Zona perennemente spazzata dal vento, ma il panorama vale la pena. Più tranquilla l’escursione che dal Rif. Scoiattoli porta in pochi minuti al Museo All’Aperto

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delle Cinque Torri: da qui gli italiani cannoneggiavano gli austriaci dislocati sulla linea del Lagazuoi. E’ stato ricostruito tutto molto bene: le trincee sono state ripulite e rese agibili ed è pure presente un pezzo di artiglieria con tanto di munizioni e manichini che riproducono ufficiali e soldati intenti alla loro triste opera. Visita gratuita e audioguide a noleggio. Con questa ho finito. In verità ce ne sono molte altre altre e i lpieghevole “Passeggiate facili per tutta la famiglia” che troverete ovunque descrive anche cose più semplice, ma altettanto godibili e piacevoli. Io ho selezionato quelle che sul campo si sono dimostrate essere escursioni del tutto fattibili con dei bambini piccoli e che hanno riscosso per un verso o per un altro, successo e sono entrate fra i bei ricordi da raccontarsi una volta tornati a casa. E i bei ricordi sono sempre di stimolo per scoprire cose nuove e esplorare il Mondo, attività sana sempre ma ancora di più in dei bambini. 4) AL RIFUGIO PIAN DE’ FIACCONI Partenza: Lago di Fedaia (2053 m) Arrivo: Pian de’ Fiacconi (2626 m) Si esce dal Val Badia, ma in paio di ore dovreste arrivare al Lago di Fedaia: suggerisco di passare da Passo Campolongo e Arabba. Lasciate l’automobile nell’ampio parcheggio in prossimità della partenza della gabbiovia. Proprio in prossimità di questa parte il sentiero numero 606: all’inizio pare inerpicarsi un pò a casaccio, ma seguite i segni e non vi venga in mente di procedere lungo il sentierino di servizio che corre proprio sotto lo gabbiovia: l’ho fatto sotto la pioggia al corso di Alpinismo del CAI... inutilmente faticoso e affatto tranquillo. Impossibile

con dei bambini. Il sentiero 606 arriva a costeggiare la parete sulla vostra destra (Col Di Bousc) e sale allargandosi. Il sentiero punta verso un piccolo ricovero in pietra posto proprio alla fine della parete rocciosa e dal quale si diramo il sentiero 619. Voi proseguite verso la sinistra lungo il sentiero 606: la gabbiovia vi guiderà lungo la morena fino al rifugio. Spesso la zona è innevata ma la salita a questo punto non è più affatto ripida. Il paesaggio si apre verso il ghiacciao della Mormolada, bello ed “imponente”: si consideri che ho parlato con persone che ricordano di aver visto quel ghiacciao arrivare fin quasi al Lago di Fedaia! E se aguzzate la vista sulla parete rocciosa a destra della lingua centrale del ghiacciaio, quella che da questo punto di vista stà proprio sotto la cima, vedrete l’ingresso di una grotta: è stata usata (mi dicono scavata) dai militari come rifugio durante la Grande Guerra... Resta comunque un gran bel ghiacciaio e ce lo avete proprio a portata di mano: se proseguite un pò verso la sovrastante Capanna di Ghiaccio arrivate a pestare la lingua terminale del ghiacciaio che anno dopo anno, tristemente ma inesorabilmente, arretra. Al rifugio Pian de’ Fiacconi sono affezionato e non posso che parlarne bene: gestori simpatici, si mangia bene, buono alloggio, vista mozzafiato e base per la bellissima escursione verso la cima della Marmolada che attraversando il ghiacciao e arrampicandosi su verso il crinale è stata anche la mia prima salita alpinistica in una memorabile cordata con Cesarina e il compianto Roberto. Discesa in gabbiovia alla vecchia maniera: si parte di corsa e si

nella pagina a fianco: il Rifugio Gardenacia sotto: Panoramica della Marmolada dal Rifugio Pian dei Fiacconi (foto A. Tozzi)

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Gruppo del M. Bianco galleria del Nid d’Aigle - verso il Refuge de la Tete Rousse (foto R. Masoni) 16

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