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SEDE NAZIONALE via Mariano Stabile 250 Palermo tel. 0918888496 fax. 0918888538 www.unaltrastoria.org

REFERENTI LOCALI DI UN’ALTRA STORIA MAGAZINE Agrigento: TIZIANA LANZA / tizzilanza@alice.it Caltanissetta: FRANCESCA GRASTA / francesca.grasta@gmail.com Palermo: ANGELA SOLARO / angela.solaro@gmail.com Siracusa: RITA PANCARI / ritapancari@virgilio.it Catania: GIUSEPPE PILLERA / giuseppepillera@libero.it Messina: VERONICA AIRATO / francasidoti@tiscali.it Trapani: PIERO DI GIORGI / pierodigiorgi@gmail.com Enna: SALVATORE PASSARELLO / salvopassarello@gmail.com


Editoriale

La voce di chi crede che un’altra Sicilia è possibile uando nell'autunno del 2005 decisi di mettere la mia candidatura a disposizione dello schieramento del centro sinistra (allora Unione) per la corsa alla Presidenza della Regione Siciliana, era un momento particolarmente difficile e complesso (uno dei tanti, troppi). La mia era una scommessa, di più, una provocazione. Una politica arrogante riproponeva un personaggio come Totó Cuffaro e l'opposizione temporeggiava, non trovando la forza e la volontà di contrapporsi adeguatamente. Il mio primo slogan elettorale per la sua formulazione, ritenuta da molti scarsamente comunicativa. "Conosco una Sicilia che vuole cambiare: davvero". Era quasi una riflessione, una constatazione. Per oltre dieci anni avevo girato in lungo e in largo per la Sicilia. Avevo percorso le stradi spesso disastrate che collegano tra di loro i 392 comuni. Mi ero fermata nelle scuole e nelle piazze,.avevo incontrato uomini, donne, bambini, giovani (sempre meno numerosi). Avevo conosciuto amministratori e associazioni. Conoscevo sempre meglio problemi e potenzialità di ogni territorio. La rassegnazione e la grande voglia di riscatto. Io tutto questo lo conoscevo davvero ed era a tutto questo che volevo dar voce, facendo questa scelta. Il programma partecipato (frutto del lavoro partecipato dei cantieri a cui hanno lavorato i cittadini insieme, suddivisi per gruppi tematici, che hanno scritto il programma, mettendoci dentro qualcosa di loro, facendo proposte e sollevando perplessità) non era il mio programma, voleva e doveva essere il programma dei siciliani per la Sicilia. A questo sono serviti i Cantieri. Sappiamo tutti come finì allora quella esperienza. ma ci è servita per crescere, per imparare a guardarci dentro, e a guardarmi attorno. Per capire che è da noi che bisogna ripartire, e per prendere coscienza che non si deve ripartire da zero. Quel patrimonio c'è ancora. Quella volontà c'è ancora. E' vero siamo un po' più stanchi e molto delusi, ma ci siamo ancora. Quando uccisero mio fratello, scelsi di restare a Palermo, di restare in via D'Amelio e mi dissi: "Non sono io che devo andare via; sono loro che devono andarsene". Siamo noi che scegliendo di restare, mi dico oggi, dobbiamo aiutare questa terra "bellissima e disgraziata" a darsi un volto nuovo a trovare in se le motivazioni vere: il cambiamento per il bene comune. E cosi, (sono passati 19 anni), vogliamo provare a realizzare uno strumento che ci permetta di migliorare la comunicazione, l'informazione ma anche la riflessione e l'approfondimento di tematiche di nostro interesse, legate al progetto di bene comune che sta alla base del nostro percorso. Vogliamo offrivi e offrirci una rivista dove potranno trovare spazio riflessioni, approfondimenti e in cui i protagonisti dovranno essere i territori, con le loro suggestioni, a partire dalle iniziative dei "cantieri territoriali di Un'Altra Storia" e, di quanti credono, che un'altra Sicilia, un'altra Italia è possibile. La rivista, vuole essere strumento per coloro che, cittadini e realtà organizzate, operano nei territori e ogni giorno vivono e raccontano un'altra Sicilia. Sarà la voce di quanti ogni giorno, spesso in solitudine, operano per il bene comune. Vogliamo sostituire alla politica urlata dei salotti televisivi un luogo di riflessione e approfondimento. A tutti coloro che hanno contribuito e contribuiranno a organizzare questo sogno, il mio, il nostro, dico grazie. Nulla è impossibile quando lo si vuole davvero e come diceva Martin Luther King: " Se sogni da solo il tuo sogno resta un semplice sogno; se sogniamo insieme il nostro sogno diventa realtà".

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L’Antisociale Le mani sulla città Genius Loci

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Sommario in questo numero

EDITORIALE

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La voce di chi crede che un’altra Sicilia è possibile, di Rita Borsellino

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IL PUNTO

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La via del Sud per il federalismo, di B. Amoroso

Contro il professionismo della politica spazio al popolo della gratuità, di Alfio Foti

DOSSIER L’INTERVENTO

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Mezzogiorno questione nazionale di Giorgio Napolitano

In Sicilia serve un’altra economia di Alberto Tulumello

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Fondi post 2013, l’Ue vuole più garanzie

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Il modello dei Gas, di Roberto Li Calzi

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L’Osservatorio popolare, di Franco Pignataro

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La mafia sbarca a Bruxelles

POLITICA

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Ceto politico e classi dirigenti, un patto perverso tra Nord e Sud, di Claudio Riolo

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Un piano contro il Sud, di Franco Garufi

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I costi del federalismo, di Carmen Vella

Supplemento al settimanale ASud’Europa del Centro di Studi e iniziative culturali “Pio La Torre” - Onlus / Registrazione presso il tribunale di Palermo 2615/021 Il magazine è scaricabile presso il sito www.unaltrastoria.org / La riproduzione dei testi è possibile solo se viene citata la fonte Direttore responsabile Angelo Meli Coordinamento editoriale Giovanni Ferro Redazione Dario Prestigiacomo, Carmen Vella

Contributi di Bruno Amoroso, Alfio Foti, Franco Garufi, Giorgio Napolitano, Francesco Pignataro, Claudio Riolo, Alberto Tulumello,Roberto Li Calzi Grafica e copertina Ciccio Falco

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Stampa Tipografia Antonino Bonura Redazione via Mariano Stabile, 250 - 90141 Palermo tel. 0918888496 - fax 0918888538

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Il punto

Contro il professionismo della politica spazio al popolo della gratuità di ALFIO FOTI Coordinatore di Un’altra Storia Conosco una Sicilia che vuole cambiare davvero. Una Sicilia che chiede di essere partecipe e protagonista nella costruzione del proprio futuro”. Questa frase è stata uno degli elementi caratterizzanti l’ingresso di Rita Borsellino nella politica “ufficiale”, quella delle elezioni e delle istituzioni. L’intento era e rimane molto chiaro: dare corpo, peso, rappresentanza a quella parte di società siciliana che non si rassegna, che vuole ancora determinare un proprio percorso di vita, che da valore al termine dignità e che a partire da essa tende a dare senso e significato all’esistenza quotidiana. Questa società da decenni subisce il mortificante peso di un sistema politico - clientelare – mafioso che ne ha impedito la piena espressione ed ha fortemente condizionato la possibilità che l’enorme potenziale da essa posseduto potesse trasformarsi in energia positiva, volano di sviluppo, di crescita qualitativa di territori e comunità. Sappiamo che la nostra regione vive una crisi fortissima, che è etica, culturale, politica, sociale, economica. Una crisi che investe una società parcellizzata, sempre più priva di riferimenti di identità

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collettiva, sempre meno capace di riconoscersi e di agire seguendo logiche di cooperazione. La domanda sociale frammentata ha prodotto interventi-risposte a carattere erogatorio ed assistenziale, con l’obiettivo di non dare autonomia ai diversi soggetti individuali e collettivi, creare dipendenza dal sistema di potere perché esso potesse riprodursi e rafforzarsi, perdurando nel tempo fino a determinare la drammatica situazione attuale con i dati di disgregazione sociale, disservizi, disoccupazione, povertà, evasione scolastica, emigrazione ormai noti a tutti. La “fiducia nel futuro” è sempre più debole e tende quasi ad annullarsi di fronte ad una assenza praticamente totale di progettualità, di una idea di Sicilia e delle sue reali possibilità di sviluppo autentico non eterodiretto, non assistito, non fittizio, ma autonomo, autocentrato, sostenibile sul piano ambientale e sociale, coerente con le tradizioni e rispettoso delle vocazioni dei diversi territori. Di fronte a tale situazione le forze politiche tradizionali appaiono come asserragliate in gabbie nelle quali si scatenano lotte di potere, con relativi complotti, tradimenti, passaggi strumentali da una parte all’altra ed in cui agiscono dinamiche che non incontrano il quotidiano di cittadini e cittadine, delle persone in carne

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ed ossa con le loro differenze ed i bisogni che esplicitamente esprimono o implicitamente portano dentro con forme di pesantezza, rassegnazione, disagio, a volte perfino di disperante solitudine. Questa politica appare sempre più lontana dalla vita, sempre più strumento, luogo di formazione di professionisti esperti in tecniche di gestione di potere personale o di gruppo e la democrazia, nella sua forma rappresentativa, si presenta sempre più debole, condizionata dai poteri forti, svuotata, priva di densità, incapace di rappresentare anche parzialmente i bisogni dei cittadini elettori. Lo spettacolo offerto quotidianamente da assemblee elettive quali l’ARS e molti Consigli Comunali e Provinciali è deprimente. Le attività che in esse si svolgono non di rado si tingono del colore della mediocrità fino a toccare la dimensione dell’indifferenza, del cinismo, perfino della violenza rispetto alle condizioni reali in cui versano migliaia, milioni di cittadine/cittadini. Non si tratta di generalizzare o fare di tutta l’erba un fascio. Esistono differenze che vanno rispettate; esistono rappresentanti del popolo che cercano di fare pienamente il loro dovere che vanno sostenuti e non lasciati soli, ma il quadro generale, ahimé, è quello descritto ed è ciò che percepiscono i cittadini, almeno quelli non condizionati dal


Il punto

voto di scambio, non ricattabili ed è per tale ragione che sempre più si diffonde il senso di paura e smarrimento. In questo contesto, sicuramente pesante, drammatico, difficile da affrontare, nel quadro di un paese sempre più in preda ad un degrado che ha dell’incredibile e dentro una crisi che ha segnato il fallimento clamoroso della globalizzazione economica liberista, deve assumere forte consapevolezza e svolgere un ruolo di protagonismo quella società cui si rivolgeva Rita, quel Popolo della dignità e della gratuità che rappresenta il vero nuovo soggetto politico fuori da ogni schema organizzativo tradizionale, che possa finalmente dare alla politica il senso, il signifi-

cato, il valore di impegno per Costruire il Bene Comune, senza se e senza ma! Un popolo che esprima al massimo il potenziale che possiede, che sia in grado trasformarlo in energia sociale, in grado di accedere ad una dimensione progettuale e gestire itinerari di cambiamento che diano centralità al presupposto partecipativo nella democrazia, alla comunità locale e alla sua intrinseca capacità di riappropriarsi dei luoghi per produrre ricchezza duratura attraverso la responsabile valorizzazione delle risorse. Una comunità sempre più densa di beni relazionali, quindi di processi di coesione e di inclusione. Un Sogno? No, una necessità,

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una urgente ed inderogabile necessità. Questo popolo esiste, bisogna solo trovare il modo per farlo esprimere con continuità, di individuare forme e strumenti perché pesi ed eserciti una vera e propria funzione di governo attraverso un rapporto di proficua complementarietà tra la dimensione istituzionale/rappresentativa e quella partecipativa. Un popolo che recuperi pienamente i valori della tradizione democratica e progressista, che sia capace di incarnarli, che proponga costruttivamente positivi elementi di conflitto anche alle forme tradizionali di politica determinando cambiamenti profondi e sostanziali, dando piena valorizzazione a tutti quei momenti e a quelle esperienze che negli ultimi periodi hanno costituito e costituiscono significativi segmenti di speranza nel percorso di liberazione individuale e collettiva di questa nostra terra. Un’altra Storia è nata e vive per questo progetto, essa vuole essere strumento di movimentazione sociale interamente al servizio di esso. Questo giornale al suo primo numero va nella medesima direzione, con umiltà intende svolgere il ruolo di “agente di relazione e comunicazione”, luogo di approfondimento e confronto, una delle voci di quel popolo motivato ed impegnato a costruire la società di giustizia.

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L’intervento

Il presidente Giorgio Napolitano: “Mezzogiorno questione nazionale” di GIORGIO NAPOLITANO Presidente della Repubblica italiana uelle del Mezzogiorno sono terre di storiche virtù, di grande laboriosità contadine e operaie, di fervore intellettuale e di dinamismo dei ceti medi, nonché di comune profondo attaccamento all'unità nazionale ed alla causa italiana. Non dimentichiamolo mai! Non lo dimentichi nessuno! L'Italia è impegnata in uno sforzo assolutamente indispensabile ed ineludibile di riordinamento, di risanamento della finanza pubblica e di contenimento del debito e della spesa pubblica corrente; ma questo non può far perdere di vista l'imperativo della crescita, che poi è un imperativo vitale per il nostro Mezzogiorno ed è l'imperativo cui siamo tutti tenuti, perché riguarda il futuro dei nostri giovani. È inutile girarci attorno: questa è la questione numero uno oggi esistente nel nostro Paese. Noi possiamo anche registrare con relativa soddisfazione che il tasso della disoccupazione complessiva nazionale è minore rispetto a quello di altri grandi paesi europei, ma sappiamo che questo tasso nazionale comprende in sé un livello enormemente più elevato per le giovani generazioni, per i giovani dai 15 ai 29 anni, troppi dei quali oggi si trovano (condizione che è stata analizzata anche statisticamente) senza lavoro pur avendo concluso il ciclo della formazione educativa e non essendo nemmeno impegnati in attività di addestramento professionale. Noi abbiamo un dovere storico ed un dovere morale di dare risposte a quei giovani che hanno il diritto di aspirare a crescere, a formarsi e ad affermarsi sulla loro terra, qui nel nostro Mezzogiorno. Vi sono poi altre questioni che riguardano ancora una volta aspetti di carat-

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tere istituzionale ed amministrativo. Se posso evocare un ricordo che risale a più di dieci anni fa: quando, da Ministro dell'Interno, tenni per la prima volta un'assemblea di sindaci del Nord-Est, mi trovai di fronte ad una polemica che veniva da sindaci di sicuro molto legati ad una visione autonomista e federalista, una polemica aspra circa il rischio di un centralismo regionale. Bisogna muoversi con grande equilibrio: peraltro, anche questo è un tema che introduce quello ben più generale relativo a come intendere il federalismo. Qui non si tratta di tornare indietro o di mettere bastoni fra le ruote rispetto ad un processo che è già in corso e che noi ormai dobbiamo considerare semplicemente come processo di attuazione della Costituzione, del nuovo Titolo V della Carta Costituzionale; ma non bisogna giocare con le parole quando si parla di federalismo solidale, cooperativo ed equilibrato; bisogna che, davvero, questi aggettivi ovvero questi caratteri del federalismo siano concretamente rispecchiati nei provvedimenti che, di volta in volta, il Parlamento dovrà esaminare e che dovranno in definitiva essere adottati e firmati dal Presidente della Repubblica. È molto importante che le prospettive dello sviluppo dell'Italia meridionale si leghino strettamente ad una visione europea del ruolo del Mediterraneo e delle potenzialità dell'area euromediterranea; questa non è stata una questione sempre così pacifica, ed io credo che abbia ben fatto il Governo italiano, con il consenso del Parlamento, ad insistere perché anche il recente nuovo impulso - sollecitato dal Presidente francese - alla dimensione mediterranea dell'Unione Europea non fosse affidato alla formula ambigua dell'Unione del Mediterraneo, ma a quella dell'Unione per il Mediterraneo; infatti non solo sono affare di tutta l'Ita-

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lia e non semplicemente del Mezzogiorno, ma sono anche affare di tutta l'Europa e non solo delle sue regioni del Sud questa proiezione, questo impegno e questa visione dello sviluppo che abbracci l'intero Mediterraneo. Sul federalismo serve un confronto produttivo e di esso è condizione il bloccare penose dispute contabili e recriminazioni sul dare e l'avere tra Nord e Sud. I dati da cui partire ci sono, provenienti da diverse fonti: ricordo quelli presentati, a conclusione di approfondite ricerche, dal convegno della Banca d'Italia della fine dello scorso anno e richiamati anche nella sua più recente Assemblea generale. Così come ricordo le elaborazioni del Rapporto Svimez. Ma soprattutto cito - per l'ufficialità della fonte - il Rapporto annuale 2009 sugli interventi nelle aree sottosviluppate predisposto dal Dipartimento competente e presentato dal Ministro Fitto il 15 luglio scorso. Ed in materia di dare ed avere in senso più ampio è disponibile da qualche mese anche l'importante ricerca condotta da esperti della Banca d'Italia e dell'Unicredit, e a cura, in particolare, del professor Paolo Savona, sulle bilance dei pagamenti regionali verso l'esterno (estero e resto d'Italia) che danno un quadro di flussi tra regioni del Nord e del Sud ben più ampio di quelli dei soli trasferimenti pubblici e assai più favorevole al Centro-Nord. Sì, ci sono i dati - e sono dati oggettivi - da cui partire per una discussione non viziata in partenza da contrapposizioni polemiche, non condizionata da accuse perentorie e invettive come quelle che di recente si sono ascoltate. Ma quello che è mancato, e ancora manca, è un esame attento, nelle sedi istituzionali - a cominciare dal Parlamento - e nelle sedi politiche, delle ela-


L’intervento

borazioni provenienti, come ho ricordato, da fonti tecniche ed anche governative. Il rapporto governativo di sette mesi fa ci ha in effetti detto cose precise, sulla più forte riduzione - nel 2009 - dell'occupazione nel Mezzogiorno, sulla più bassa - sempre nel Mezzogiorno spesa pro capite della Pubblica Amministrazione (il presidente Caldoro faceva l'esempio della spesa per la sanità), sull'utilizzazione dei Fondi strutturali e sull'impiego effettivo dei fondi FAS, sulla riduzione operata nella dotazione complessiva originaria del FAS, e così via. Lo stesso rapporto presentato dal Ministro Fitto in luglio ci dice cose inquietanti sulla qualità dei servizi nel Mezzogiorno, le cui insufficienze - gravi in più casi - rinviano peraltro ad un problema che non è solo di disponibilità di risorse finanziarie pubbliche. E allora diciamo semplicemente che una questione di risorse finanziarie pubbliche per il Mezzogiorno - di risorse che siano non solo programmate

ma rese realmente disponibili - esiste certamente, ma che esiste non meno seriamente una questione di capacità di selezione, di progettazione, di attuazione, la quale chiama in causa diverse responsabilità, compresa in particolare quella delle Regioni. Dissi, quasi un anno fa parlando a Napoli, a proposito dell'efficienza e della qualità dell'impiego delle risorse disponibili: "Qui non poche sono le note dolenti che chiamano in causa molteplici responsabilità, in gran parte, non possiamo nasconderlo, interne al Mezzogiorno. Note dolenti, in particolare e soprattutto, a proposito dell'impiego di assai cospicui Fondi europei. Ritardi nell'utilizzazione, scelte dispersive, insufficienze progettuali e ripiegamenti fuorvianti - dissi allora - su cosiddetti "progetti sponda" hanno condotto al rischio di perdere una grande occasione. È dunque indispensabile che cambino i comportamenti di tutti i soggetti pubblici e privati, che condizionano negativamente il miglior uso, secondo l'interesse generale, delle ri-

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sorse disponibili per il Mezzogiorno". Non posso che sottoscrivere anche oggi queste mie parole di un anno fa. Ho affermato altre volte che i veri meridionalisti non sono mai stati indulgenti, e non possono esserlo ora, verso quello che non va nel Mezzogiorno e dunque verso le insufficienze che le classi dirigenti, le rappresentanze istituzionali, le amministrazioni pubbliche e, in definitiva, le forze politiche hanno mostrato nel Mezzogiorno dinanzi alle prove dell'autogoverno regionale e che vengono oggi al pettine nel processo di attuazione del federalismo fiscale. Ciò premesso, resta quel che ha detto tempo fa il Ministro dell'economia, ed è importante che lo abbia detto: "Lo Stato deve tornare a fare di più è molto di più per il Mezzogiorno, rimanendo il Mezzogiorno - egli ha giustamente rilevato - una questione nazionale e non una sommatoria di interessi regionali". Ed è indubbio che ci debba essere per il Mezzogiorno più coordinamento, più "regìa" al livello nazionale. Non ci si può comunque abbandonare a rappresentazioni fuorvianti, spesso caricaturali, tutte in nero del Sud e tutte in bianco, anzi in bianco-oro, del Centro-Nord. Comune deve essere, in tutta Italia, la consapevolezza che (come ebbe a dire il Governatore della Banca d'Italia) "gli spazi di crescita sono molto più ampi al Sud che al Nord. Azioni volte a sfruttarli possono dare un contributo decisivo al rilancio di tutta l'economia italiana". Di tale consapevolezza stanno dando prova le forze sociali a livello nazionale: nel caso della Confindustria con iniziative e progetti di particolare significato, che non ho mancato di apprezzare. Questo è lo spirito con cui trarre le lezioni dal passato e guardare ad un migliore futuro per il Paese, nel 150º anniversario dell'Unità d'Italia che non può essere solo occasione di celebrazioni formali o rituali. (Tratto dal discorso del 14/10/2010 a Salerno) febbraio • 2011 • N.1


Politica

Ceto politico e classi dirigenti

un patto perverso tra Nord e Sud di CLAUDIO RIOLO er comprendere le caratteristiche del ceto politico meridionale, che può essere considerato come quella parte della classe dirigente che ha funzioni strettamente politiche, cioè una sorta di “sottosezione specializzata” delle classi dirigenti locali, è necessario includere nell’analisi l’insieme delle élites economiche, burocratiche e culturali di cui esso è espressione. E il punto di partenza dell’analisi non può che essere il vecchio “patto perverso” tra classi dirigenti del Nord e del Sud su cui si è retta per quarant’anni la cosiddetta “prima Repubblica”. Com’è noto, le politiche meridionalistiche avviate negli anni cinquanta, sia quelle per l’agricoltura e le infrastrutture che quelle per l’industrializzazione, invece di promuovere uno sviluppo più equilibrato del Paese e una diffusione territoriale dell’industria, venivano piegate agli interessi, non identici ma convergenti, delle classi dirigenti del Nord e di un ceto politico nazionale che, in buona parte, si reggeva sulle risorse consensuali del Mezzogiorno. In particolare, sul piano politicosociale, la spesa pubblica alimentava la graduale formazione, in sostituzione del vecchio blocco agrario in crisi, di una nuova classe dirigente parassitaria e clientelare. Si formava, cioè, un vasto blocco sociale, egemonizzato da ceti medio-alti (blocco edilizio, imprenditoria speculativa, nuovo personale politico-amministra-

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tivo, neoprofessionisti e grossi commercianti) cementati in un inestricabile intreccio economico-politico dalle occasioni e dai redditi improduttivi creati dai flussi di spesa pubblica; un blocco parassitario in grado di garantire, ad un tempo, un ampio mercato di consumi moderni e la stabilità politica e sociale. Questo “patto perverso” tra classi dirigenti del Nord e del Sud ha trovato nell’Isola – ecco la specificità della “questione siciliana” - un forte amplificatore nell’uso distorto dei poteri speciali della Regione autonoma, alla cui ombra sono cresciuti un potente e ramificato ceto politico-amministrativo e un vasto strato di imprenditori edili, speculatori e faccendieri che operavano spesso in una zona grigia, ai margini della legalità, dove tragicamente era destinato a pascersi anche il potere mafioso. Un ceto locale politicamente trasformista e subalterno agli equilibri del sistema di potere nazionale, rispetto al quale godeva sì di una relativa autonomia, ma solo nella misura in cui esercitava un potere di ricatto nel quadro di un rapporto di scambio centro-periferia tra risorse pubbliche e consenso elettorale. Il patto ha retto tra alti e bassi – puntualmente scanditi al Sud da periodiche rivolte popolari e ondate di voto di protesta nei momenti più acuti di crisi economica – per circa quarant’anni, e si è temporaneamente rotto quando, sull’onda del dissesto statale, della rivolta leghista e di “tangentopoli”, quel

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sistema di potere è crollato. Ma ciò non ha ovviamente comportato un ricambio automatico delle classi dirigenti locali, che, rimaste orfane dei vecchi referenti politici, si sono ben presto adeguate al nuovo sistema bipolare, mimetizzandosi trasformisticamente nelle nuove aggregazioni politiche con l’obbiettivo di conservare i vecchi privilegi. Il polo di centro-destra – innovativo mix tra populismo mediatico berlusconiano e macchina politica democristiana - ha naturalmente attratto il grosso delle tradizionali reti clientelari e parassitarie, che hanno continuato ad alimentarsi grazie al controllo di vecchi e nuovi filoni di spesa pubblica (spesa ordinaria, opere pubbliche, fondi europei), esercitando all’occorrenza la minaccia di un ribaltamento di alleanze. Ma anche il centro-sinistra, che negli ultimi due decenni si è alternato al governo centrale e ai governi delle regioni meridionali, non è sembrato immune dal pericolo di essere preso d’assalto da coloro che sono adusi da sempre a saltare sul carro dei vincitori. E su queste esperienze di governo, sia quelle concluse disastrosamente come in Campania e Calabria, che quelle ancora in corso e apparentemente più virtuose come in Puglia, ancora manca una seria riflessione critica che ne analizzi, in forma comparata, le differenze, le similarità e i risultati. E in questo quadro la Sicilia – tradizionale roccaforte del centro-destra, ma dove anche le forze di centro-sinistra, dagli


Politica

anni ’90 ad oggi, sono state saltuariamente al governo della Regione, in un primo tempo insieme al vecchio pentapartito, successivamente con Cuffaro ed oggi, sia pure sotto la formula ambigua del “governo dei tecnici”, con Lombardo – rappresenta un osservatorio privilegiato. Sembra, infatti, che il ceto politico locale, di fronte alla crisi e allo sfaldamento del blocco di centro-destra, stia reagendo, ancora una volta, in modo trasformistico, in nome della riscoperta, sempre più inconsistente e strumentale, di una diffusa vocazione “autonomistica” e “meridionalistica”. E così assistiamo ad una nuova frammentazione dell’offerta politica locale e alla nascita di formazioni politiche più o meno “sudiste”, come Forza del Sud di Micciché e il Pid di Romano e Mannino, che affiancano il già consolidato MPA di Lombardo. Al di là delle diverse strategie di alleanze in cui si collocano è difficile scorgere delle differenze significative tra queste formazioni che, pur in concorrenza tra loro, sembrano espressione dello stesso blocco di interessi parassitari e delle stesse modalità di acquisizione clientelare del consenso. Le varie leghe del Sud sembrano predisporsi a contrattare, nel quadro dei nuovi equilibri che potrebbero scaturire dalla crisi del regime berlusconiano, un ennesimo scambio centro-periferia tra risorse e consenso, sia pure in un quadro caratterizzato, tra crisi economica e prospettiva federalista, da una crescente scarsità di risorse pubbliche disponibili. Ma, com’è noto agli studiosi del fe-

nomeno, la manipolazione della scarsità è per la macchina clientelare una leva altrettanto potente della distribuzione della ricchezza. D’altra parte il fondato allarme per un federalismo squilibrato e di segno “nordista” viene già abilmente utilizzato come incentivo ad una mobilitazione “meridionalistica”, in funzione di contrappeso rispetto alla crescente influenza della Lega Nord. Oggi, dunque, le forze progressiste si trovano, nel Mezzogiorno, di fronte a un bivio: possono competere con il “cuffarismo” e il “lombardismo” sul loro stesso terreno, puntando ad una mera alternanza di ceto politico nel quadro dell’ennesima operazione trasformistica di una parte dell’attuale sistema di potere (e l’ambigua esperienza in corso in Sicilia dovrebbe già offrire molti elementi di riflessione); oppure possono cercare di costruire una reale alternativa che si misuri con l’annoso ed irrisolto problema di un diverso modello di sviluppo locale, che non riproduca disoccupazione e precariato, assistenza clientelare, degrado ambientale e controllo mafioso (e qualche suggerimento potrebbe emergere dall’interessante, ancorché non priva di contraddizioni, esperienza pugliese). Questa seconda strada è certamente più difficile, poiché la formazione di nuove élites politico-burocratiche, economiche e culturali non può che essere il risultato di lunghi e complessi processi di trasformazione della società, dell’economia e delle istituzioni. Ma non esistono scorciatoie.

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Politica

Un piano contro il Sud Dal governo tagli per 30 miliardi di FRANCO GARUFI ’approvazione nel Cipe dello scorso 11 gennaio della delibera sulla selezione ed attuazione degli investimenti finanziati dal Fas e dai fondi strutturali (n.79 del 30 luglio 2009), rappresenta uno dei primi adempimenti del cosiddetto “Piano per il Sud”. Il Consiglio dei ministri, alla fine dello scorso novembre, aveva già approvato i due decreti legislativi sulla perequazione infrastrutturale e sulle risorse destinate alle politiche di sviluppo. Il primo stabilisce che in sede di attuazione dell’articolo 16 della l.42/09 (Legge delega sul federalismo fiscale) è istituito il Fondo per lo sviluppo e la coesione che sostituisce il Fas ed è iscritto nello stato di previsione del Ministero dell‘Economia e delle Finanze. Il “contratto istituzionale di sviluppo” definirà la destinazione delle risorse ed individuerà responsabilità, tempi e modalità d’attuazione degli interventi”. Viene, per fortuna, confermata l’assegnazione dell’85% delle risorse al Sud e del 15% alle Regioni del Centro-Nord. L’altro decreto prevede la ricognizione degli interventi infrastrutturali propedeutica alla perequazione infrastrutturale tra le diverse aree del Paese e riguarderà le strutture sanitarie, assistenziali, scolastiche, nonché la rete stradale, autostradale e ferroviaria, il trasporto pubblico locale e il collegamento con le isole, la rete fognaria, le reti idrica, elettrica e di trasporto e distribuzione del gas, le strutture

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portuali ed aeroportuali. In conseguenza di tali scelte (e di quelle che seguiranno), la programmazione unitaria prevista dal Quadro strategico nazionale 2007-2013, fondata sul partenariato delle istituzioni locali e delle forze economiche e sociali, viene sostituita dalla centralizzazione a livello ministeriale della maggior parte delle decisioni. Dalle priorità del Piano, che confermano otto dei dieci titoli in cui è articolato il Qsn; scompaiono la “competitività ed attrattività dei sistemi urbani” (VIII) e l‘“apertura internazionale ed attrazione investimenti” (IX); per contro è introdotto il tema “certezza dei diritti e delle regole” che si propone la semplificazione del processo civile e la realizzazione di una serie di azioni finalizzate ad aggredire i

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nodi che impediscono il conseguimento di livelli più elevati di efficienza della giustizia civile nel Mezzogiorno. Il capitolo sicurezza e legalità non si discosta dalle finalità del “Pon sicurezza e legalità” per il periodo di programmazione 2007-2013, mentre gli obiettivi di miglioramento della pubblica amministrazione e di semplificazione amministrativa per le imprese e le famiglie risentono dell’impostazione punitiva nei confronti del lavoro pubblico propria del ministro Brunetta. La Banca del Mezzogiorno rappresenta il caposaldo politico dell’intera operazione. Il ministro Tremonti porta all’incasso la sua idea condotta per ricostruire uno strumento creditizio governato direttamente dal Tesoro


Politica

attraverso cui canalizzare e controllare eventuali flussi d’investimenti pubblici e privati da destinare al Mezzogiorno. Tale è il senso dell’acquisizione di Mediocredito centrale da parte delle Poste, importante anche nella prospettiva dei possibili intrecci con la Cassa Depositi e Prestiti e della presenza delle banche di credito cooperativo. La banca, di secondo livello, si propone come principale soggetto di gestione degli strumenti di agevolazione nei territori meridionali, anche attraverso la gestione di un fondo rotativo Jeremie (fondo europeo finalizzato alle piccole e medie imprese). La riforma degli incentivi sarà realizzata tramite decreto legislativo e si propone una radicale semplificazione centrata su: - incentivi automatici (con preferenza per strumenti di fruizione come il bonus fiscale in forma di voucher); - bandi per il finanziamento di programmi organici e complessi; - procedure negoziali per il finanziamento dei grandi progetti d’investimento oltre i 20 milioni di euro. Il governo ha enfatizzato l’entità delle risorse destinate al Piano, quantificandole in 100 miliardi di euro. In realtà, è del tutto assente il riferimento al criterio dell’addizionalità rispetto alla spesa ordinaria destinata al Sud la quale è progressivamente diminuita nell’ultimo decennio. Continua, inoltre, l’emorragia delle risorse nazionali per lo sviluppo. Con l’ultimo taglio

di 5 miliardi operato nella Legge di stabilità, sommano ormai a 30 i miliardi di euro sottratti al Fas, mentre è passato quasi sotto silenzio il taglio di ulteriori 5 miliardi di Fas operato con la delibera Cipe che ha accompagnato il lancio del Piano. I cofinanziamenti nazionali e regionali ai fondi strutturali sono, in molti casi, bloccati dai vincoli del Patto di stabilità interno. Il Piano non prevede un solo euro di finanziamenti aggiuntivi, com’è riscontrabile dalle rilevazioni di diversi studiosi. Cersosimo, Orlando e Zumbo quantificano, in un recente scritto, le risorse effettivamente programmabili a partire dall’1 gennaio 2011 in circa 58 miliardi di euro. 5,3 miliardi di euro sono residui della programmazione 2000-2006, di cui 3,5 miliardi di risorse Fas 2000-2006 e 1,5 miliardi di risorse liberate dei Programmi operativi 2000-2006 non programmate; 53,0 miliardi di euro sono invece riferiti alla programmazione 2007-2013, di cui 18,6 per i Programmi attuativi finanziati con i fondi Fas e 34,4 per i Programmi operativi cofinanziati con i fondi strutturali. Viesti e Prota, da parte loro, determinano in 36 i miliardi provenienti dai fondi strutturali non ancora impegnati di cui 0,7 miliardi residuati dal Fas nazionale, 19,3 provenienti dai Fas delle quattro principali Regioni del Sud, 1,3 residui non impegnati dalle Regioni, 5,3 per risorse liberate dai precedenti periodi di programmazione. Infine il governo ha stabilito che i Programmi attuativi Fas delle Re-

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gioni del Mezzogiorno devono essere sottoposti a revisione, sulla base delle linee guida del Piano, entro 30 giorni dalla data di approvazione del Piano da parte del Cipe. In sostanza, lo scopo finale dell’esecutivo è di concentrare nelle sue mani la gestione delle risorse, obbligando le Regioni ad una riprogrammazione che finirebbe per ridurre ulteriormente la disponibilità di risorse dei Programmi attuativi regionali, nel frattempo l’accelerazione sui decreti di attuazione del federalismo, nonostante le comprensibili resistenze della Conferenza delle Regioni, determinerebbe una redistribuzione delle risorse tale da provocare ulteriori gravi tensioni alle Autonomie locali meridionali già fortemente indebolite dai tagli della manovra di luglio. Risulta evidente la finalità elettorale dell’operazione, tesa a riacquisire consenso in un’area del Paese in cui il centrodestra percepisce fenomeni di smottamento di tradizionali roccaforti. Dietro il gran battage propagandistico, si cela l’intenzione del Governo di ridurre le risorse disponibili nelle Regioni meridionali e di limitare la loro autonomia imponendo un controllo centrale che indirizzerebbe le poche risorse disponibili su alcune grandi opere di immediato impatto pubblicitario, come il ponte di Messina, trascurando la messa in sicurezza del territorio, abbandonando a se stessi i giovani disoccupati, spingendo gli enti locali fin sull’orlo del disastro finanziario. In una parola, un Piano contro il Sud. febbraio • 2011 • N.1


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I costi del federalismo Chi paga è il Mezzogiorno di CARMEN VELLA iù risorse al Nord e meno al Sud. È un meccanismo perverso a somma zero che toglie ai poveri per dare ai ricchi. Come dire, oltre il danno la beffa. Almeno stando all’analisi del senatore Marco Stradiotto del Partito Democratico (membro della Commissione bicamerale per l’attuazione del Federalismo) che ha realizzato uno studio-inchiesta insieme al giornalista Marco Alfieri, “il federalismo tanto propugnato dalla Lega è pura e semplice propaganda, e l'impressione che si ha è che Lega e governo non abbiano la minima idea di come istituire questo meccanismo”. In sostanza il federalismo fiscale municipale provocherebbe una vera e propria stangata ai bilanci di molti comuni e in particolare a quelli del Mezzogiorno. Lo studio curato dal senatore democratico Marco Stradiotto, sulla base dei dati forniti dalla Copaff (Commissione paritetica sul federalismo fiscale presso il ministero del Tesoro) ha prodotto una proiezione degli effetti sui singoli comuni capoluogo di provincia. Secondo quetso studio, con il nuovo modello di federalismo molti comuni vedranno decurtata una buona parte delle risorse che ricevono dallo Stato per garantire i propri servizi ai cittadini. Il decreto, infatti, modifica il meccanismo di redistribuzione. I capitoli di spesa da cui oggi gli enti locali ricevono i trasferimenti saranno sostituiti da un fondo ali-

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mentato con il gettito derivante da una serie di tasse e imposte (di registro, di bollo, ipotecaria e catastale, tributi catastali speciali, Irpef relativa ai redditi fondiari e dalla cedolare secca sugli affitti). Tali risorse verranno ripartite agli enti locali sulla base della percentuale degli importi fiscali versati da ogni territorio. Queste però non basteranno a far fronte a tutte le esigenze di comuni e province. Pertanto la legge istituisce due nuove imposte, una obbligatoria e l’altra facoltativa. La prima si chiama IMU (imposta municipale unica) raggrupperà le attuali tasse comunali come l’ici, l’addizionale irpef, ecc. La seconda, denominata IMS (imposta municipale secondaria) sostituirà, se l’amministrazione deciderà di avvalersene, le imposte già esistenti come la tosap, la cosap, la tassa pubblicità, il canone per gli impianti pubblicitari, ecc. L’entrata in vigore è prevista per il 2014. Facendo due conti, per esempio, la città di Palermo perderebbe 185 milioni di euro di trasferimento statale, mentre città come Milano e Venezia vedrebbero aumentare i propri trasferimenti rispettivamente di 169 e di 25 milioni. Aumenta la forbice tra Nord e Sud A conti fatti questo sistema favorisce quegli enti locali siti nelle aree più ricche del Paese a danno di quelli che si trovano nelle zone più disagiate. Il Nord d’Italia ha molte più imprese del

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Sud, un giro d’affari superiore e, quindi, un mercato che produce un maggiore gettito fiscale. Secondo il criterio redistributivo introdotto dal decreto legislativo si viene a creare un circolo perverso per cui chi ha molto avrà ancora di più e chi ha poco avrà sempre di meno. I comuni del Mezzogiorno, che partono da una condizione di svantaggio rispetto a quelli del Settentrione e devono fare quotidianamente i conti con situazioni difficili e precarie in tutti i settori (lavoro, trasporti, politiche sociali ecc.), verranno privati anche del minimo indispensabile per garantire l’ordinario. Così aumentano le differenze tra chi può godere di un livello di servizi e infrastrutture in linea con la media europea e chi no. La riforma del federalismo, infatti, prevede diversi investimenti per recuperare il gap presente nel Mezzogiorno, ma la maggioranza continua ad ignorare questo punto e a concentrare le proprie energie sui provvedimenti che tanto stanno a cuore alla Lega. Più in generale se la tanto riforma agognata dalla Lega venisse approvata i comuni del Sud perderebbero 445 milioni di euro. Lo studio condotto su 92 dei 110 comuni capoluogo italiani individua in quello de L’Aquila il comune più penalizzato con un taglio del 66% rispetto al 2010, seguito da Napoli con un taglio del 61% e Messina con un taglio del 59 % rispetto all’anno precedente. Cosa accadrà


Economia

nel federalismo municipale andrà in vigore il capoluogo abruzzese incasserà 13.706.592 di euro di tasse a fronte di 40.001.324 di trasferimenti avuti nel 2010. Si tratta di 360 euro in meno all'anno per abitante. I cittadini aquilani pagheranno, infatti 188 euro di Imu, mentre attualmente per ognuno di loro vengono dati al Comune 548 euro. Non va meglio a Napoli che con grazie all'autonomia impositiva incassa 252.054.150 euro, ma nel 2010 ha avuto trasferimenti per 645.023.865.

Il decreto legislativo 292 prevede la devoluzione, a favore dei Comuni, della fiscalità immobiliare e del gettito derivante dalla nuova cedolare secca degli affitti. Nello studio - si legge – “sono stati sommati e stimati i gettiti derivanti dalle imposte immobiliari devolute sommate alla cedolare secca sugli affitti per ogni singolo Comune Capoluogo di Provincia (esclusi i capoluoghi delle regioni Friuli V.G. Trentino Alto Adige e Val D’Aosta) ed il dato ricavato è stato confrontato con i trasferimenti che ogni Comune si è visto assegnato per il 2010 (dati estratti da spettanze Enti Locali del Ministero dell’Interno)" e dimostra che "i cespiti immobiliari considerati producono un’entrata molto disomogenea da Comune a Comune e di conseguenza sarà assolutamente necessario un

consistente fondo perequativo di ridistribuzione". "In sostanza conclude - dalle proiezioni appare chiaro che il meccanismo di devoluzione della fiscalità immobiliare come prevista dal D.Lgs. 292 rischia di non dare una risposta corretta alla necessità di riequilibrio nella ripartizione delle risorse tra i diversi Comuni". I comuni penalizzati È il comune de L'Aquila, dunque, quello che subirà il taglio peggiore: - 66% con una perdita di 26.294.732 milioni. Segue a poca distanza Napoli (-61%) che perde quasi 400 milioni (392.969.715). Il comune partenopeo è il comune che riceve i trasferimenti statali più alti rispetto a tutti gli altri capoluoghi italiani (668 euro per abitante di fronte a una media di 387 euro). Se il nuovo fisco previsto

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Tutti in perdita i comuni siciliani A pagare le maggiori conseguenze sarebbe Messina, con un meno 59%, dietro Palermo, quarto comune in assoluto, con un meno 55%, seguono Catania, -43% e Caltanissetta e Trapani (30%). In termini assoluti però si prospetta a Palermo il tracollo peggiore: -185 milioni di euro di entrate rispetto ad oggi. Se infatti attualmente i trasferimenti statali al capoluogo siciliano ammontano a circa 340 milioni di euro, con la riforma il gettito dell’Imu porterebbe nelle casse palermitane appena 154 milioni di euro, 234 euro ad abitante contro i 516 attuali di trasferimento statale. A Messina si prevede una riduzione di 69 milioni di euro (47 milioni di entrate dalle imposte a fronte di 116 milioni di trasferimenti attuali dallo Stato). Un minor incasso di 62 milioni invece per Catania (81 milioni invece dei 143 che attualmente arrivano dallo Stato).

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Economia

“Riunificare i fattori di sostenibilità”

La via del Sud per il federalismo di BRUNO AMOROSO Centro Studi Federico Caffè ’esistenza delle tre Italie, cioè delle differenze socioeconomiche ed istituzionali del territorio della penisola italiana, trova conferma in tutte le fasi della storia italiana anche se le misure introdotte si proponevano di negarle o ridurne il significato. L’occupazione militare del territorio italiano da parte dell’esercito piemontese 150 anni fa fu espressione della consapevolezza di questa diversità e trovò conferma nella feroce guerra civile che ne è seguita. Nel secondo dopoguerra, anche per le forme ed i tempi del processo di liberazione del paese, queste diversità si sono riconfermate e si sono riflesse nel lavoro attento della Assemblea Costituente. La formula scelta fu quella del federalismo regionale costruito per mantenere il ruolo centrale dello Stato ma consentendo forme di decentramento a livello regionale. Questo percorso è divenuto particolarmente accidentato sia per la scarsa volontà dei poteri forti e del complesso delle istituzioni e del sistema politicosociale di rinunciare alla centralizzazione dei loro privilegi, sia a causa dell’integrazione dello Stato italiano nell’Unione Europea e della Globalizzazione di cui è parte integrante. Due fenomeni che, in particolare a partire dagli anni Settanta, hanno rapidamente indebolito la centralità dello Stato e delle istituzioni nazionali. Oggi più dell’80% delle leggi presentate al Parlamento nazionale sono in realtà norme attuative di leggi e decisioni dell’UE e la stessa attività degli altri organi dello Stato (magistratura,ecc.) è sottoposta a stretto monitoraggio. Quindi, in una situazione di decrescente sovranità dello Stato nazionale, la retorica corrente dell’inno e della bandiera non riesce a nascondere le conseguenze

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negative, economiche e sociali, che hanno generato a livello territoriale risposte localistiche. Sia da parte del ceto politico e burocratico che ha accentuato le proprie tendenze predatorie sia degli altri gruppi sociali che si aggrappano alle possibilità contrattualistiche di conservare spazi di potere e privilegio. La ripresa del regionalismo e del federalismo è alimentata da questa situazione ed è un tentativo di dare una risposta organizzata. Il tema del federalismo richiama oggi due problemi: uno di tipo sostanziale ed uno formale. L’aspetto sostanziale fa riferimento al tema perenne della diversità socioculturale della penisola e del conflitto irrisolto tra i confini naturali e socioeconomici dei suoi territori e quelli imposti dagli interessi del mercato capitalistico nazionale. L’aspetto formale riguarda le forme che ha assunto la sua unificazione sotto la dizione “società italiana” e la forma giuridica che il federalismo ha assunto nel corso degli ultimi 150 anni. Di questi problemi ne fornisce una brillante descrizione Giorgio Ruffolo nel suo libro: Un paese troppo lungo (Einaudi 2010). Le diversità della penisola, secondo la sua proposta, sono ricomponibili dentro un disegno unitario mediante il riconoscimento dell’esistenza delle tre Italie (Nord, Centro e Sud) ed un patto di cooperazione tra loro. Un disegno di federalismo che eviti la frammentazione regionalistica, nelle forme di contrapposizione e competizione a cui assistiamo oggi, ma stimoli forme di cooperazione e di rappresentanza megaregionale tra le tre parti del paese in un quadro nazionale confederale. La soluzione confederale delle tre megaregioni consentirebbe una risposta positiva e costruttiva alle nuove percezioni della dimensione territoriale in atto (il Mezzogiorno, l’Italia Centrale e

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la Padania), ed il consolidarsi ed approfondimento dell’individuazione e delle scelte che riguardano sia i sistemi produttivi sia le forme di organizzazione sociale ed istituzionale facendole così emergere dalla presente situazione “informale”. I problemi di coesione e solidarietà tra le tre grandi aree del paese uscirebbero così dalla finzione giuridica universalistica dei diritti e delle garanzie costituzionali per assumere un contenuto reale nell’organizzazione socioeconomica delle tre megaregioni e ricollegarsi a livello nazionale mediante un nuovo patto sociale basato sulla solidarietà nella diversità. La soluzione megaregionale consentirebbe di realizzare quel coordinamento tra regioni necessario per le infrastrutture e l’organizzazione territoriale per bacini (naturali) e distretti (produttivi). Inoltre acquista maggiore importanza nel quadro della cooperazione internazionale delle regioni italiane. Si uscirebbe anche in questo campo dall’attuale sistema di competizione localistica e regionalistica essenzialmente orientato verso le aree ricche dell’Unione Europea e della Globalizzazione per raggiungere una maggiore articolazione che dovrebbe privilegiare per le regioni del Mezzogiorno i paesi Balcanici, la Turchia, i paesi arabi e l’Iran, il Maghreb e i paesi africani, e del Nord Africa. Come si rapporta tutto ciò all’attuale dibattito sul federalismo (municipale e regionale) che si muove dentro i sentieri tracciati dall’ordinamento costituzionale e legislativo? Il rischio è che le nuove spinte e sollecitazioni che ho richiamato, il cui obiettivo è rafforzare ed orientare i contenuti del federalismo in Italia, divengano invece il pretesto per nuovi rinvii ed ostacoli formali alla sua attuazione come emerge chiaramente dal dibattito in corso. Per questa ra-


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gione è importante assumerle come materia di indirizzo ed iniziative già possibili nel quadro politico e legislativo vigente, come strutture informali di lavoro affidate alla capacità di coordinamento delle regioni, dei partiti e delle organizzazioni della società civile. L’esempio fornito dall’esperienza delle regioni del Centro Nord è certamente positivo indipendentemente dalle specificità degli indirizzi che questo ha assunto in questa megaregione. Il Mezzogiorno ha sui problemi che riguardano l’elaborazione di una sua specificità un patrimonio molto ricco di cultura ed organizzazione sociale capace di riunificare i fattori della sua sostenibilità costituiti dall’armonia tra sistemi produttivi – natura - culture. Dico riunificare perche sono stati divisi e frammentati dal processo di “modernizzazione” imposto al Mezzogiorno. La strategia della “modernizzazione” del Mezzogiorno, che per decenni ha considerato le specificità come fattori di ritardo dello sviluppo e quindi ostacoli da rimuovere con l’industrializzazione forzata all’acquisto del consenso mediante le politiche sociali clientelistiche, è stata riproposta con l’accompagnamento della retorica dell’innovazione nel corso dell’ultimo ventennio. Si è iniziato con il negare l’esistenza del Mezzogiorno, considerato una sorta di peccato originale, per poi frammentarlo con strategie di innovazione che in realtà sono il trapianto locale delle cosiddette “buone pratiche” delle economie del nord d’Italia. Alla colonizzazione fallita del modello FIAT e della grande impresa, che oggi paradossalmente alcuni sembrano rimpiangere, è così seguito il tentativo altrettanto fallimentare della colonizzazione dei “distretti industriali” emiliani. A me appare chiaro che i sentieri di emancipazione del Mezzogiorno, grazie anche all’aiuto del federalismo, dovranno seguire percorsi diversi da quelli sin qui perseguiti.

Dall’Imu al fondo di riequilibrio Cosa prevede la riforma Il nuovo modello di federalismo fiscale prevede l’abolizione dei trasferimenti statali ai Comuni e l’introduzione a partire dal 2014 di una nuova tassa comunale l’IMU (imposta municipale unica) imposta che raggrupperà le attuali tasse comunali (come ICI e Irpef) ed entrerà in vigore a partire dal 2014. L’IMU è l’architrave della riforma federalista comunale, ma in pochi sanno che nelle Regioni a Statuto autonomo, i sindaci non saranno tenuti ad applicare l’IMU. Va detto anche che le sei Regioni a Statuto speciale sono già di per sé federaliste (hanno regole proprie con vincoli di solidarietà generici e sfumati rispetto al Paese) e quindi escluse dal meccanismo principale dei “costi standard” che con l’introduzione della riforma sostituirà quello attualmente in vigore della “spesa storica” con cui lo Stato rimborsa i governatori. All’imposta municipale unica, il decreto aggiunge anche un’imposta secondaria (facoltativa) che sostituirà le imposte già esistenti come TOSAP, COSAP, Tassa Pubblicità, Canone per gli impianti pubblicitari, ecc. Anche per questa imposta l’entrata in vigore è prevista per il 2014. Per gestire il passaggio alle nuove norme a partire dal 2011 i fondi trasferiti dallo Stato arriveranno attraverso un fondo “sperimentale di riequilibrio” che dovrebbe durare al massimo 5 anni ed è alimentato dal gettito dell’imposta di registro, di bollo, dall’imposta ipotecaria e catastale, dai tributi catastali speciali, dall’IRPEF relativa ai redditi fondiari e dalla cedolare secca sugli affitti. A partire dal 2014 ad ogni Comune verrebbero erogati quote del gettito derivante dai tributi sopra elencati attinenti agli immobili situati nel territorio di competenza dell’ente e sulla base dei fabbisogni standard.

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Dossier

In Sicilia serve

un’altra economia di ALBERTO TULUMELLO

n’altra Storia si propone di suscitare e costruire processi partecipativi – e di collegarli e valorizzarli, ove sorti spontaneamente – per innescare il cambiamento attraverso processi di assunzione di responsabilità collettiva. Alla base, e innanzitutto, l’idea è “di una profonda riforma dei contenuti e dei metodi della politica” in Italia, e in Sicilia in specifico, là dove l’associazione è nata ed è particolarmente radicata, ma con il proposito di costruire un modello che risponda al bisogno di cambiamento nazionale, e per certi aspetti anche europeo. Si tratta innanzitutto di costruire “un’altra politica”, attraverso la partecipazione e la cittadinanza attiva, e di pensare la politica come luogo delle decisioni collettive liberamente assunte, come luogo della costruzione del futuro secondo il principio di responsabilità. Costruzione del “noi” e luogo di esercizio del Selbstdenken, del pensare da sé, liberamente, costruzione della politica come costruzione del “noi”, lo spazio condiviso degli uomini che pensano liberamente, ed anche liberamente discutono e confliggono, secondo l’insegnamento – il libero pensare da sé – di Hanna Arendt. L’economia riguarda questo progetto – e il processo di cambiamento che il progetto vuole innescare e accompagnare – sotto due profili, connessi, ma distinti: 1) il profilo della produzione della ricchezza e della costruzione del benessere; 2) il profilo del lavoro e quindi dei cittadini, degli uomini che producono la ricchezza e costruiscono il benessere. Sotto il primo profilo si tratta di contri-

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buire all’economia nazionale ed europea e in specifico in Sicilia di affrontare il problema dell’arretratezza, di colmare il divario con l’economia delle parti più avanzate del paese e di utilizzare virtuosamente i trasferimenti che Italia ed Europa assegnano a questo scopo. Non è tollerabile che qualcuno possa parlare di “sacco del Nord”, con riferimento a sprechi e cattivo utilizzo dei trasferimenti verso il Mezzogiorno; non è tollerabile che ci siano ragioni e fatti che diano se non giustificazione, almeno l’occasione di avanzare quelle accuse, e che spingano a tagliare o a riportare al centro quei trasferimenti, come è già avvenuto per i fondi nazionali (FAS) e come minacciato per i Fondi strutturali europei. Sotto il secondo profilo del lavoro il tema diventa quello della dignità del lavoro, che prende le forme di tassi di disoccupazione alti, troppo più alti di quelli delle parti avanzate del paese, di tassi di attività bassi, troppo più bassi di quelli delle parti più avanzate del paese: doppi i primi, quasi metà i secondi; di tassi di irregolarità del lavoro troppo alti, con sacche di lavoro nero troppo estese e con segmenti di lavoro in mano alla criminalità organizzata inquietanti. La dignità del lavoro si gioca sia sulla quantità (chi lavora e chi no, e chi, gli inoccupati, neanche accede al mercato del lavoro) e sulla qualità (regolarità, stabilità, livello della retribuzione) del lavoro. Il Sicilia la pervasiva presenza del pubblico nel mercato del lavoro, attraverso una bulimia dell’impiego pubblico e una vergognosa gestione di forme di precariato, investe non solamente il primo profilo e la sostenibilità dell’economia della regione e il blocco dello sviluppo, ma anche la qualità e la dignità del lavoro e la sua dipendenza e ricattabilità, fino a determinare una si-

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tuazione paradossale per cui il precariato diventa un privilegio, perché è la via di accesso ad un mercato del lavoro asfittico e dipendente dalla cattiva politica. Quale economia? La prima domanda da porsi è “quale economia?”. Quale modello di economia abbiamo in mente quando ci proponiamo di costruire una “altra economia”, a misura del progetto di “un’altra storia”, quale scenario di modelli possibili nell’epoca della crisi dei modelli storici, e che cosa dei modelli storici riteniamo sia da conservare per costruire il nostro progetto? Se non è più all’ordine del giorno la contrapposizione tra capitalismo e socialismo, tra economia di mercato ed economia di stato, e se quindi il socialismo non è più l’orizzonte del cambiamento possibile, la convinzione della esistenza e della necessaria protezione dei “beni comuni” e di segmenti dell’economia che debbono essere sottratti alla logica del mercato, resta uno dei punti qualificanti di uno scenario del cambiamento possibile. Un’altra storia riconosce nei “beni comuni” una della basi fondamentali, anche se non esaustive, e non alternative all’economia di mercato (più o meno regolata). Se è in crisi il keynesismo e il modello


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Lega Nord da un lato, e regioni o comuni che si limitano a raccogliere consenso e a distribuire mance), pubblici e privati, dall’altra. E’ in questo scenario, difficile e scivoloso, che si può e si deve costruire il cambiamento e “l’altra economia”.

di Stato sociale che sul keynesismo è stato costruito bel secondo dopoguerra, e se quindi la contrapposizione tra capitalismo liberale e capitalismo regolato (dallo Stato) non è più lo scenario fondamentale delle contrapposizioni di politica economica, anche per il ridotto ruolo che gli Stati nazionali possono svolgere nella gestione e nel controllo dell’economia di mercato nel contesto della globalizzazione, se tutto ciò è vero, il ruolo dello Stato resta ancora uno degli elementi decisivi del governo dell’economia. E’ inoltre aumentato il ruolo degli organismi decentrati dello Stato e delle autonomie locali in specifico, all’interno dei processi di decentramento, autonomie e devoluzioni. Il ruolo regolativo del mercato più che al solo Stato oggi è affidato al complesso sistema delle istituzioni pubbliche centrali e decentrate, e alla loro capacità di coordinamento e di azione comune (governance). D’altra parte i “beni comuni” richiedono un ruolo attivo sia dello Stato che dei livelli decentrati

della dimensione istituzionale pubblica, per la loro difesa e per il loro governo. Inoltre la dimensione non solo centrale e statale dell’intervento pubblico e la conseguente crescita di peso delle istituzioni locali sono concepibili solamente in connessione con un ruolo più attivo e presente della società civile e della sua partecipazione e la capacità di essere attore del governo e del cambiamento. Oggi lo scenario sembra essere diventato quello della contrapposizione tra l’economia neo-liberale e finanziaria della globalizzazione – che si accompagna a nuove forme di grande impresa neo-fordista autoritaria –, da una parte, e difesa della società con forme di regolazione statale (ove lo Stato e i governi nazionali non sono supini rispetto allo strapotere della economia neo-fordista e finanziaria: cfr. Germania e Francia) e con attivismi locali e regionali (secondo differenze territoriali accentuate, che vanno da eccesso di presunte autodifese a comportamenti subalterni alle dinamiche centrali: cfr.

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Un’altra economia Un’altra storia ha l’ambizione di contribuire a costruire elementi di “un’altra economia” in un contesto ancora più difficile, quale è quello di un’area arretrata di un paese europeo in difficoltà, nel contesto della crisi mondiale dell’economia finanziaria e in presenza di forme di neo-fordismo autoritario. Ma in un contesto in cui la partita del ruolo dello Stato è assolutamente aperta e in cui l’Unione europea può giocare un ruolo ancora più importante, sia in proprio, sia attraverso gli Stati e i territori che il principio di sussidiarietà coinvolge e virtuosamente obbliga ad agire secondo gli indirizzi europei Se il capitalismo neo-liberale e autoritario punta sulla dimensione globale e su finanza e grandi imprese multinazionali che con il supporto degli Stati – subalterni alle strategie delle grandi imprese e delle banche – competono a livello mondiale, “l’altra economia” punta sulla dimensione locale e regionale, sui “luoghi” e sulle comunità locali e a partire da questi punta a riqualificare il ruolo dello Stato e a rinforzare la dimensione sovranazionale dell’Europa e il ruolo delle politiche europee di sviluppo e coesione. Ecco un primo importante punto della strategia possibile per la costruzione di un’altra economia: la convergenza della politica europea di sviluppo e coesione con il dinamismo attivo delle comunità locali e la partecipazione delle istituzioni, degli enti e delle associazioni locali e territoriali. Questa convergenza può promuovere, costruire e valorizzare processi economici sensati e dinamici, che vanno in direzione di febbraio • 2011 • N.1


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valorizzare processi economici sensati e dinamici, che vanno in direzione di uno sviluppo economico “armonioso, equilibrato, sostenibile e partecipato”, come recitano i trattati europei, basato sul lavoro e sulla creatività degli uomini, rispettoso della loro dignità e capace di valorizzare le comunità locali, le loro vocazioni e le loro risorse. Perseguire questa strategia richiede che si abbia chiaro il contesto e gli scenari possibili, e conseguentemente che si abbia chiaro il limite della azione volta al cambiamento e l’obiettivo che è ragionevole tentare di raggiungere: in generale, con riferimento agli scenari globali ed europei, ossia in riferimento alla crisi finanziaria mondiale, che ha conseguenze anche locali, e in specifico, con riferimento alla Sicilia e allo stato dell’economia e delle politiche di sviluppo in atto nell’isola. La deindustrializzazione in atto in Sicilia – di cui la vicenda Fiat di Termini Imerese è solamente il punto di crisi più evidente, ma non è l’unico e forse neanche il più grave – è certamente conseguenza della crisi globale, ma il mancato utilizzo dei Fondi europei per lo sviluppo è frutto di processi e di politiche regionali, così come la persistenza del divario economico con la parte avanzata del paese, nonostante le risorse nazionali ed europee assegnate, e l’intreccio inquietante con la mancanza di governo dell’economia regionale e con la persistente cattiva politica di utilizzo delle risorse per la produzione, stabilizzazione e riproduzione di precariato pubblico, sono frutto di processi regionali e di connivenze locali. Un’altra economia in Sicilia, oggi Lo scenario, generale e specifico regionale, è inquietante, e il compito di proporre “un’altra economia” è difficile, anche perché la crisi abilita e giustifica comportamenti e politiche di corto respiro, proprio nel momento in cui safebbraio • 2011 • N.1

rebbe invece necessario attrezzarsi per guardare lontano. Di fronte ad un compito immane, probabilmente superiore alle forze individuali e di gruppo di cui disponiamo, ma urgente, perché in gioco è una posta decisiva per il futuro dell’isola – ma anche del paese e dell’Europa, e del mondo –, si tratta semplicemente di non chiudere gli occhi, di armarsi di una dose massiccia di umiltà e di mettere mano a ciò che è alla portata della nostra comprensione e della nostra azione. Fare e sperimentare ciò che è alla portata delle nostre forze e delle forze degli uomini e delle donne che condividono il progetto, qui, oggi, in Sicilia innanzitutto, partendo dai territori, ossia dalle risorse disponibili, e dalle persone, ossia dalla fonte prima e ineliminabile della ricchezza e della vita che è il lavoro delle persone, l’intelligenza, i saperi diffusi, le competenze e le capacità di progetto e di futuro. In Sicilia, oggi, partendo da ciò che c’è, ma immaginando e progettando un futuro possibile migliore e “un’altra

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economia”. Realismo e utopia. E umiltà per andare verso l’utopia: per andare avanti e per non lasciare spazio a processi caotici, frutto di insostenibilità sociale e di cattivo governo, come sta avvenendo in Tunisia, in Egitto e in un Mediterraneo che da troppo tempo ha rinunciato a divenare “area di prosperità condivisa”, come si proponeva il Partenariato Euromediterraneo avviato a Barcellona di Spagna nel 1995. In Sicilia, oggi, partendo da ciò che c’è. Innanzitutto un insieme di comunità locali, uomini e donne e giovani con buoni livelli di istruzione e con capacità e competenze altrettanto buone, e di “luoghi” ricchi di risorse e di potenzialità di sviluppo inesplorate, e di istituzioni che hanno precorso gli indirizzi più recenti di autonomia e di sussidiarietà possibile; un insieme di comunità, “luoghi” e istituzioni legati da un destino politico ed economico comune, regione d’Italia e dell’Unione europea,


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destinataria delle risorse necessarie e sufficienti per avviare un processo di sviluppo adeguato; un patrimonio industriale di livello elevato che fa riferimento ai Poli industriali – meccanici, petrolchimici, energetici – e a un tessuto di piccole imprese deboli ma diffuse; un potenziale turistico, che si appoggia ad una natura ricca e a beni culturali immensi, di fatto ancora inesplorato; una agricoltura in via di crescita e di specializzazione che può ancora crescere e far crescere agroindustria e agriturismo di alta qualità; una collocazione geografica al centro del Mediterraneo, che potrebbe diventare una risorsa importante e significativa, se l’economia dell’isola avviasse un processo di sviluppo autonomo. In Sicilia, oggi, partendo da ciò che non si fa. Un governo sensato delle ingenti risorse regionali, derivanti dall’autonomia speciale: queste risorse vengono, non da oggi, né da ieri, ma da decenni, utilizzate in modo improprio e contrario agli interessi dell’isola e del suo sviluppo: eccessivo peso dell’impiego pubblico e dell’assistenza impropria; una utilizzazione sensata e finalizzata alla crescita dell’economia delle risorse nazionali ed europee per lo sviluppo: al cattivo utilizzo delle risorse di Agenda 2000 si sta attualmente aggiungendo un ritardo insostenibile dell’utilizzazione dei Fondi strutturali 2007-2013, e una cattiva programmazione dei FAS che tardano ad arrivare, e di cui si lamenta il ritardo; un governo sensato del mercato del lavoro: a fronte di tassi di occupazione e disoccupazione e di tassi di attività inquietanti, a fronte di lavoro nero e a volte controllato dalla criminalità organizzata non esiste una politica sensata, e si continua a mal governare con la produzione di precariato e con i piani di rientro dello steso attraverso stabilizzazioni nell’impiego pubblico, che aggra-

vano ulteriormente la debolezza del mercato del lavoro e la depressione dell’economia, in una spirale perversa da cui non si vuole uscire. Un programma di governo regionale potrebbe essere basato e produrrebbe un cambiamento radicale sul contrasto di questi tre fenomeni, ossia facendo ciò che non si fa. Ma è possibile pensare di meglio e pensare un’altra economia a partire da ciò che si potrebbe immediatamente e facilmente fare e da ciò che si potrebbe inventare. In Sicilia, oggi, partendo da ciò che si potrebbe fare con ciò che si ha. Un piano di sviluppo sensato e da attuare con i tempi europei a partire da una rivisitazione dei Programmi dei Fondi strutturali europei, e una programmazione coerente dei Fondi nazionali (FAS), accompagnata da un risanamento dei conti ordinari della regione che conduca ad un utilizzo coerente con il piano d sviluppo delle risorse pubbliche regionali e locali. In Sicilia, oggi, partendo da ciò che si potrebbe fare, inventando il futuro e costruendo “un’altra economia”. Perché la inquietante situazione del mercato del lavoro, misurata innanzitutto dal bassissimo tasso di attività, che misura la grande quantità di persone, competenze, capacità, potenzialità umane che non si affacciano neanche sul mercato del lavoro e nel sistema dell’economia regionale, ossia uomini e donne fuori dall’economia e privati della dignità di partecipare e di essere autonomi, potrebbe diventare la più grande risorsa della Sicilia; si tratterebbe di inventare e costruire politiche a costo zero, dinamismo civile, pubblico e privato, di puntare ad espandere “altre economie” già esistenti, da collegare e valorizzare e connettere con l’economia di mercato e con il governo regionale e locale. Di fare sviluppo locale di prossimità e dal basso, anche senza soldi o con pochi

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Fondi post 2013 L’Ue vuole più garanzie La battaglia (politica, s’intende) sul futuro dei fondi europei post-2013 per le regioni del Vecchio Continente è appena cominciata. Prima il Parlamento europeo, poi la Commissione si sono pronunciati nei mesi scorsi su quelle che dovrebbero essere le linee d’azione del nuovo regime d’aiuti della politica di coesione. Strasburgo, in estrema sintesi, ha chiesto che le risorse rimangano calibrate sul livello di ricchezza dei singoli territori. Bruxelles ha fatto capire che va bene la solidarietà, ma qualcosa va cambiato. Cosa? La Commissione ha citato nella sua proposta per gli aiuti post-2013 tutta una serie di nuovi strumenti per limitare la libertà d’azione delle regioni. Strumenti che sono legati a doppio filo alla Strategia 2020 dell’Ue (che ha sostituito il Programma di Lisbona) e soprattutto alle cosiddette “condizionalità”. La Strategia 2020 pone cinque obiettivi specifici: tasso d’occupazione al 75 per cento, spesa in ricerca e sviluppo al 3 per cento del Pil, riduzioni delle emissioni di gas, abbattimento del tasso d’abbandono scolastico e riduzione del 25 per cento del numero di cittadini che vivono sotto la soglia di povertà. Rispetto al legame piuttosto flebile tra la vecchia programmazione e il Programma di Lisbona, la Commissione ha chiarito di voler rendere molto stretta la corrispondenza tra la nuova politica di coesione e la Strategia 2020. Che la Commissione voglia assumere un ruolo sempre più centrale lo si evince meglio quando parla delle condizionalità, ossia del meccanismo di premi e raccomandazioni che verrà allegato alla politica di coesione. Bruxelles parla addirittura di un “contratto” da stipulare con i paesi membri e “armonizzato con il raggiungimento degli obiettivi” della Strategia 2020. E se il messaggio non fosse abbastanza chiaro, la Commissione prevede, nell’obiettivo di assicurare “il rispetto dei principi di cofinanziamento e addizionalità”, la costituzione di un fondo di riserva (sottratto allo stanziamento generale) per premiare quelle regioni che, strada facendo, mostreranno le migliori performance rispetto al raggiungimento degli obiettivi della Strategia 2020. (d,p) febbraio • 2011 • N.1


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soldi. Si pensi alle potenzialità del microcredito e della microimpresa che è possibile promuovere. Di fronte a questa situazione e tenendo conto di quanto detto, la riflessione condotta dentro il Cantiere sviluppo economico di Un’altra storia, in continuazione con il lavoro condotto nel 2006 per la predisposizione del Programma partecipato di Rita Borsellino, ha elaborato una strategia di possibile intervento, un modello di sviluppo possibile, e di recente anche una proposta di rimodulazione, ossia di nuova programmazione dei Fondi europei, da ultimo proponendo la costituzione di un organo di proposta politica, l’Osservatorio popolare sulle politiche di sviluppo e coesione, che chiede ai territori e per essi ai Sindaci di farsi parte attiva, assieme alle parti sociali e agli attori della società civile della proposta e della politica di “nuova economia”. I punti di riferimento della riflessione e della proposta sono: la protezione e lo sviluppo del patrimonio industriale e la promozione delle potenzialità economiche della regione; l’utilizzo virtuoso ed efficace dei Fondi strutturali europei e dei Fondi nazionali (FAS); la promozione e valorizzazione delle risorse umane tenute fuori dal mercato del lavoro, attraverso processi di sviluppo locale dal basso e attraverso le economie di prossimità e le forme alternative di produzione della sussistenza e della ricchezza diffusa.

analitica e di governo che oggi il Cantiere fa, al governo regionale e alle istituzioni locali – la nascita dell’Osservatorio popolare ha legato in modo forte la proposta alla Regione e la proposta di azione delle istituzioni locali, con al centro il ruolo dei Comuni, con il proposito di dare gambe serie a forme di federalismo municipale, modo diverso di dire e proporre la partecipazione come metodo di governo e la sussidiarietà come principio europeo di governance –, così come alla società civile e ai cittadini tutti, nella sua perdurante azione per un governo sensato dell’economia e per la costruzione di “un’altra economia”.

Dal Programma partecipato all’Osservatorio per le politiche di sviluppo e coesione La riflessione ha seguito tre momenti di definizione e approfondimento della idea e delle proposte. Le ricostruiamo brevemente e sommariamente, interessati a ricostruire soprattutto gli elementi di analisi e di proposta che sono ancora presenti e a base della proposta

1. Il programma partecipato del 2006 Nell’introduzione al Programma, e alle Schede programmatiche che lo costituiscono, ciascuna elaborata da un Cantiere tematico, si enuncia innanzitutto il principio generale che informa Un’altra storia: la partecipazione come “metodo di governo”. Si articolano poi i principi che guidano il lavoro svolto e il Programma: Autonomia, Laicità, Pa-

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rità di genere, Legalità e Beni comuni. E quindi si procede a determinare le “direttrici” del programma, che traducono il principio generale e gli altri principi in linee “direttrici” appunto dell’azione del programma di governo. La prima direttrice indica la traduzione dei principi in linee guida per “un’altra economia”: 1. Sviluppo locale come strumento della crescita. Conviene riportare il testo che la illustra: “In una regione in cui l’apparato produttivo è debole, e in cui la gran parte del reddito deriva dal terziario e dal pubblico, lo sviluppo locale va pensato come modo autopropulsivo e duraturo nel tempo di creazione della ricchezza. Il modello di sviluppo economico punta alla partecipazione di tutti gli attori locali e alla valorizzazione delle risorse del territorio. Sviluppo locale e politiche per il rafforzamento delle infrastrutture sono le due facce del modello. Le politiche per le infrastrutture – materiali e immateriali – vanno pensate come politiche dell’offerta ai territori, per metterli in condi-


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zione di far esplodere le proprie capacità di sviluppo autopropulsivo. Le infrastrutture sono il mezzo per operare sul terreno proprio della produzione della ricchezza, sono una politica di creazione del contesto favorevole allo sviluppo e alla crescita economica. Perché lo sviluppo – locale, integrato, partecipato, sostenibile – è lo strumento e la condizione per la crescita, per l’aumento della ricchezza: sufficiente ed adeguata per i livelli di vita civile che riteniamo adeguati alla buona vita. Parliamo di quella ricchezza che permette un livello dignitoso di esistenza e di vita per tutti i cittadini della regione. E per comprendere il quadro complessivo in cui lo sviluppo locale viene inserito conviene riportare le altre “direttrici: 2. Politiche di inclusione e partecipazione al processo di crescita. 3. Risorse europee e “risorsa” Mediterraneo. 4. Innovazione organizzativa e cultura innovativa d’impresa. 5. Economia della conoscenza e società delle reti”. Se il lavoro svolto dai Cantieri dopo la sconfitta e nel nuovo ruolo di voce dell’opposizione e di critica e proposta alternativa al governo Cuffaro prima e Lombardo dopo, tante proposte del Programma sono state cambiate, approfondite e adeguate al cambiamento della realtà – tra tutte si pensi al cambiamento di scenario con la crisi dell’economia mondiale a partire dal 2008 – la prima direttrice e il ruolo fondamentale e imprescindibile dello sviluppo locale come altra faccia in economia della partecipazione hanno continuato ad essere elemento di base delle proposte del Cantiere Sviluppo economico e di Un’altra storia in generale. 2. Il modello “europeo” di sviluppo dell’economia. Le due dimensioni dello

sviluppo Il prosieguo delle attività del Cantiere, prima del cambiamento di contesto determinato dalla crisi, ha approfondito la analisi e le caratteristiche dell’economia siciliana, prendendo in esame la complessità di un’economia debole ma articolata e con potenzialità diverse, rispetto a cui pensare le politiche da mettere in campo e l’utilizzo virtuoso delle risorse per lo sviluppo economico. Quell’impostazione si rivelerà necessaria nel momento in cui la crisi finanziaria prima ed economica poi che ha attraversato e sta ancora incombendo sull’economia mondiale, comincerà nel 2009 a produrre gravissimi effetti di deindustrializzazione, e a colpire tutti i livelli dell’articolazione del sistema di produzione della ricchezza siciliano. In premessa all’analisi esitata dal Cantiere nel febbraio 2007 si scriveva: “L’economia siciliana ha una struttura e una organizzazione complessiva debole, è un’economia in ritardo di sviluppo, o più precisamente, è un’economia ‘depressa’ (A. Bertolino, economista trapanese, che ha insegnato a Firenze ed è stato il maestro di G. Becattini, teorico dei distretti industriali e dello sviluppo locale): non bisogna misurare l’arretratezza di una economia rispetto a parametri esterni e strettamente quantitativi, ma innanzitutto in riferimento alle potenzialità reali del territorio e del “consorzio umano” che lo popola. Un’economia è “depressa” se non realizza le sue potenzialità e se spreca i suoi talenti. Depressa è un’economia di sussistenza che non produce più la sussistenza, accontentandosi di mance pubbliche e di piccole prebende in cambio di voto e di consenso, allo stesso modo che è depresso un territorio che non coltiva, non aggiorna e non potenzia tradizioni di produzione alta e tecnologicamente avanzata (cfr. Messina e la sua tradizione cantieri-

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stica, o Catania e le potenzialità della Etna Valley, il Calatino o S. Stefano o Sciacca e le potenzialità nel settore della ceramica, Agrigento e la sua debole valorizzazione delle potenzialità turistiche). Certamente allora, innanzitutto, si debbono identificare gli impedimenti alla libera crescita di queste individualità, si deve – e Bertolino qui cita Cattaneo – “disostruire ogni fatal ristagno”. Si potrebbe allora innanzitutto affrontare il tema dei due principali ostacoli alla libera crescita e sviluppo delle economie siciliane, la criminalità organizzata e la cattiva politica, regionale e locale e lo spettro dei ceti e dei gruppi sociali che vi si appoggiano e che ne costituiscono il fondamento e il brodo di coltura”. L’analisi dell’economia, e della sua articolazione interna veniva determinata in modo da costituire base per le proposte di politica economica da effettuare. I documenti del Cantiere del 2008 così riassumevano l’una, l’analisi: 1a. In Sicilia esiste la grande impresa, anche quella che produce sulla frontiera della tecnologia e dell’innovazione. Dalla Fiat di Termini Imerese, alla SGS Thompson, e poi ancora a ciò che resta dei poli chimici e petrolchimici. 1b In Sicilia esiste un tessuto – rado, ma non debole – di medie e medio-piccole imprese, che sono il riferimento privilegiato delle riflessioni, sia europee che italiane, sul rapporto virtuoso tra impresa, mondo della ricerca (e Università) e innovazione e trasferimento tecnologico. 2a. In Sicilia esiste un tessuto di micro e piccole imprese, per lo più collocate in settori tradizionali o maturi e che maggiormente risentono del ritardo complessivo dell’economia e della “depressione” del sistema. E’ questo il segmento più rilevante e più importante del sistema di produzione della febbraio • 2011 • N.1


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ricchezza. 2b. In Sicilia esiste il mondo dell’artigianato, contiguo alla microimpresa, con le sue potenzialità e i suoi problemi tradizionali, e con i suoi nuovi problemi derivanti dalla trasformazione del mercato del lavoro, che ha fatto crescere a dismisura la fascia del lavoro autonomo e semiautonomo, a metà tra la vecchia dipendenza e il vecchio lavoro autonomo. In Sicilia sta crescendo un interessante sistema di imprese sociali, che da un lato sono alla base di un possibile rinnovamento di aspetti importanti del sistema di Welfare, dall’altro coniugano lavoro di servizio con criteri economici e con aspetti del sistema produttivo e con la piccola e media impresa. 3. Una considerazione specifica bisogna porre alle imprese incentivate, a seguito delle intense politiche di aiuti di stato all’impresa che hanno avuto la massima efficacia dal 1996. L’esito di questo massiccio “investimento sociale” operato con la legge 488, con i Patti territoriali e la programmazione negoziata, e con gli altri strumenti (in-

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centivi all’impresa femminile, giovanile, borse di lavoro etc.) è ancora non deciso nella sua capacità di contribuire al decollo dell’economia isolana: circa 7.000 imprese incentivate (di cui 5000 dalla 488) […]. Bisogna allora pensare a due macropolitiche industriali di base, una che direttamente accetta la sfida di Lisbona, e l’altra che accompagna nel processo di crescita l’impresa piccola e debole ed esalta le potenzialità dell’artigianato e del lavoro autonomo. A ciò si deve affiancare una politica di tutela e valorizzazione dello sforzo compiuto sino ad oggi […]. E le altre, le politiche. Le tre macro-politiche possibili, connesse e interdipendenti, sono: Macro-politica 1 – La strategia di Lisbona in Sicilia Puntare sulle medie imprese e sulle reti di piccole imprese capaci di fare sistema. Al centro sta il rapporto tra industria e ricerca, innovazione e trasferimento tecnologico. Il cuore della strategia progettuale è di fare scoccare l’ ”arco voltaico tra Università

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e industria”, tra ricerca, trasferimento tecnologico e innovazione e mondo dell’impresa – impresa industriale innanzitutto, ma non solamente, anche l’impresa sociale deve partecipare al processo di innovazione. La debolezza delle medie imprese in Sicilia e la difficoltà della creazione di reti, impone una particolare attenzione […].. Anche le crisi dei segmenti della grande impresa presenti in Sicilia vanno affrontate a livello alto, puntando su investimenti in innovazione e tecnologia, e sul ruolo che possono svolgere le risorse per lo sviluppo, oltre che il patrimonio di saperi e di tecnologia presenti delle Università e negli istituti di ricerca, piuttosto che su ammortizzatori e assistenza. Macro-politica 2 – Sviluppo locale (Politiche di aiuto alle imprese e ai territori) Da un lato politiche di incentivi alle imprese, in continuazione e miglioramento delle politiche svolte a partire dal 1992, e dall’altro politiche di aiuto ai territori e di sostegno alle capacità dei territori di autorganizzarsi e di fornire servizi reali allo sviluppo locale. Gli incentivi debbono essere trasparenti, oggettivi, e non distorsivi della concorrenza. Lontani dalla politica. E sicuramente non hanno avuto tali caratteri i sistemi regionali di incentivi.[… ] Specifiche forme di aiuto alla costruzione di filiere produttive […] lavorando sul terreno di confine tra costituzione di consorzi e creazione di innovativi strumenti creditizi. Importanti anche specifiche politiche per l’artigianato […]. Strumenti di aiuto e di potenziamento del sistema delle imprese social[…]. Infine il riordino delle politiche per le aree di insediamento produttivo: ASI, Aree artigianali, Servizi a rete e servizi reali, informatizzazione e wireless e distrettualizza-


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zione del territorio. Macro-politica 3 – Politiche per le imprese incentivate (Politiche di non immersione) Specifica attenzione alle 7000 imprese che hanno ricevuto aiuti di stato e che debbono costituire il nucleo dello sviluppo. Aiutarle a restare sul mercato (rischio di immersione al termine degli aiuti), e spingere avanti verso ulteriore sviluppo. […] Non solamente in questi anni non si è fatta politica industriale a nessuno dei tre livelli indicati, e non si sono adoperate le risorse che erano disponibili a questi scopi, se non in maniera irrisoria e con modalità spesso quasi controproducenti, in un contesto di altre politiche assolutamente contrarie a qualsiasi logica di sviluppo economico ed industriali in specifico – le politiche per il mercato del lavoro, non fatte e peggio a volte quando fatte, e poi le politiche dell’occupazione pubblica e di costruzione del precariato. Non si è avviata nessuna iniziativa su terreno della terza macropolitica, e non siamo neanche in grado di misurare il danno prodotto e le potenzialità perse. Poi è sopraggiunta la crisi dell’autunno del 2008, che già nel 2009 presentava il conto all’apparato industriale e produttivo dell’isola. Il tema della mancanza di spesa dei Fondi per lo sviluppo diventava sempre più urgente e il Cantiere aggiornava l’analisi, semplificandola e legandola alla denuncia della mancanza di strategia di impiego dei Fondi europei e rileggeva in chiave europea le considerazioni fatte. La strategia di intervento indicata dal Cantiere diventava quella posta a base della proposta di rimodulazione dei Fondi strutturali 2007-2013. Un serio programma di sviluppo, che voglia indicare una strada sensata per la costruzione di una economia che risponda alle esigenze dei siciliani e che sia la base di una vita civile degna di

questo nome e non dipendente dall’aiuto esterno, ha bisogno di due grandi linee di prospettiva e di intervento. 1. Una “strategia alta”, che punta agli obiettivi di Lisbona e di Göteborg e che fa della ricerca e dell’innovazione il perno per una ristrutturazione e una riqualificazione dell’apparato produttivo forte, che punta sulle città e sulle istituzioni di ricerca (Università, CNR, ricerca e innovazione delle imprese) e che nelle città – nella funzione metropolitana delle città di fornire servizi alti al territorio e all’impresa produttiva – ha il suo cuore. Si tratta allora innanzitutto di far scoccare “l’arco voltaico tra Università e impresa”. 2. Una “strategia diffusa”, che punta alla valorizzazione dei territori, alla responsabilizzazione delle comunità locali e in generale allo sviluppo locale diffuso, valorizzando le capacità diverse e variegate dei territori e delle comunità locali di diventare attori responsabili del proprio futuro. Le politiche territoriali capaci di creare e diffondere sviluppo locale diffuso sono alla base dell’idea europea di sussidiarietà e costituiscono la sostanza dell’assetto federalista, che è suggerito dall’Europa e che l’Italia si appresta a istituire. Senza sviluppo diffuso né la sussidiarietà, né il federalismo sarebbero sostenibili nel tempo. Grandi progetti sulla frontiera dell’innovazione, della tecnologia e della ricerca più avanzata, da una parte, e politiche territoriali diffuse e di sviluppo locale integrato e sostenibile dall’altra, debbono divenire le due facce di una strategia unitaria, ma a due livelli. 3. La proposta di rimodulazione dei Fondi 207-2013 e l’Osservatorio Con l’avanzare della crisi, il Bilancio della regione sempre più in difficoltà induce ad una politica economica poco responsabile, che ricorre alle risorse europee per finalità improprie at-

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BUONE PRATICHE Il modello dei “Gas” di ROBERTO LI CALZI Siqillyàh – Le galline felici La creazione di una rete di economia solidale nasce dall’esigenza di salvaguardare il territorio mantenendo vive le attività produttive che su di esso si svolgono, favorendo lo scambio di beni e servizi tra i produttori locali che agiscono secondo criteri di sostenibilità e solidarietà. I cittadini promuovono la nascita di GAS (Gruppi di Acquisto Solidale), spacci, negozietti, mercatini e tutte le altre occasioni di incontro tra le persone e di distribuzione dei prodotti. Per agevolare tali scambi è allo studio uno strumento informatico e logistico che qui chiamiamo provvisoriamente PI.DI.deFI.CO (PIccola DIstribuzione della FIliera COrta). Investire energie nella costituzione di questa rete è importante perché è necessario per dimostrare concretamente che un’alternativa è possibile, praticabile, conveniente ed anche molto piacevole; perché crediamo in una società basata sul capitale delle relazioni; perché riteniamo che, ad esclusione di una piccola fetta di “fetentoni” irrecuperabili, la stragrande maggioranza della popolazione ambisca a vivere in una società in cui il rispetto della vita debba essere praticato in tutte le sue forme e accezioni. COS’È E’ un movimento reticolare e orizzontale di soggetti, singoli o associati, in cooperative, consorzi, associazioni, Gas, ecc che decidono di cooperare per promuovere uno sviluppo equilibrato dei territori su cui insistono le loro attività, sviluppo che si fondi su solidarietà e sostenibilità e soprattutto sul principio che “il mio benessere è monco se non contempla quello di tutti gli altri viventi, uomini, animali e piante”. CHI Sono chiamati a parteciparvi tutti coloro che, insoddisfatti dello stato delle cose esistente, intendono modificarlo agendo concretamente a partire dalle proprie piccole azioni quotidiane in stretta collaborazione, cooperazione, solidarietà e dono, piuttosto che in concorrenza. Produttori di beni ed utilizzatori associati, fornitori di servizi e fruitori, liberi professiofebbraio • 2011 • N.1


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nisti ed artigiani, operatori della cultura e della sanità, purché operino nel rispetto della vita, dell’ambiente e delle regole, sottoscrivano la carta che ci daremo assieme e si impegnino a rispettarla. Ma anche enti pubblici, istituzioni, scuole, DSM e altri enti che collaborino stabilmente e organicamente con la rete, potenziando con ciò le proprie pratiche nel segno della solidarietà, del rispetto e della fantasia. Se per esempio in un dipartimento di salute mentale si attiva un Gas e gli utenti producono frutta, ortaggi e prodotti zootecnici per la vendita diretta agli operatori e dalle famiglie, otteniamo: sostenibilità economica, salute mentale, gratificazione, minore inquinamento ambientale e maggiore inserimento sociale. Non è utopia. Le abbiamo fatte queste cose. QUANDO E DOVE Dopo alcuni incontri preparatori che si sono svolti nei mesi scorsi, cominciano a delinearsi alcune tappe: 1) Il primo passo ufficiale sarà il seminario di formazione che si terrà ad Enna il 2 e 3 aprile 2011, che sarà presieduto dal professore Perna e condotto dai tecnici della coop SCRET di Milano ed altri esperti 2) Sarà la Rete siciliana di economia e pratiche solidali ad organizzare la terza festa dei GAS, a Gela il 27, 28 e 29 maggio 2011 3) Ed auspichiamo che sia sempre la rete ad organizzare SBARCOGAS a Petralia e non solo, nella prossima estate 4) La fiera “Fa’ La Cosa Giusta” che si terrà in autunno in Sicilia sarà probabilmente il momento di consacrazione ufficiale della rete. COME C’è una precondizione per avviare un percorso di questa portata: spogliarsi del proprio individualismo, delle proprie smanie di protagonismo e cominciare a sentirsi parte di un organismo unico in movimento. Così come c’è un modo molto semplice di far fallire o quanto meno indebolire questo processo: portarsi dentro i retro-pensieri, le strategie occulte che mirano al vantaggio personale, le vecchie ruggini. Siamo strapieni di esempi di questo tipo, negli ultimi cento anni? E delle relative, nefaste, conseguenze. Vogliamo fare qualcosa di nuovo? Per maggiori informazioni http://www.siqillyah.it

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sponda, o progetti coerenti, oggi chiamati con più onestà, unita ad impudenza, “progetti imputabili”, ossia progetti che è possibile passare sui Fondi europei per acquisire risorse al bilancio ordinario – 40% delle risorse di Agenda 2000 sono state “dirottate” in questo modo nel Mezzogiorno, come attesta la Svimez. Oggi si lavora con azione addirittura preventiva su 2007-2013, attraverso la ricerca sistematica di “progetti imputabili” al posto di azione decisa di rimodulazione e di intervento per bloccare la deindustrializzazione e utilizzare in modo strategico le risorse disponibili. E viene il dubbio che il ritardo nell’utilizzo dei Fondi – il 6,5% contabile, ma il 3% reale di spesa alla fine del quarto anno del periodo di spesa ordinaria del programma – sia finalizzato alla sua utilizzazione impropria. Il tema diventava quello della rimodulazione dei Fondi 2007-2013. E il tema diventa quello politico della capacità e forza della proposta, dell’attore che se ne fa carico e che abbia titolo per pretendere dall’Autorità di gestione attenzione e risposta. Da qui nasce, a partire Rita Borsellino, ossia da un rappresentante siciliano al parlamento europeo, fonte delle risorse inutilizzate, e discutendo con alcuni sindaci siciliani, ossia con rappresentanti istituzionali locali che particolarmente soffrono la crisi, il mancato sviluppo e l’inefficienza del governo regionale nel promuovere lo sviluppo utilizzando le risorse europee a ciò dedicate, l’idea dell’Osservatorio popolare sulle politiche di sviluppo e coesione. Questo, a cui aderiscono le parti sociali e gli attori politici che condividono il Protocollo d’intesa che lo istituisce, assegna un ruolo privilegiato ai Sindaci, quali rappresentanti istituzionali dei territori e attori primi e fondamentali della partecipazione che tutte le regole europee richiedono per la programmazione, attuazione e controllo delle risorse per lo

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sviluppo. L’Osservatorio, nei cui confronti il Cantiere sviluppo economico diventa strumento tecnico per la costruzione delle proposte politiche, e che quindi continua l’azione del Cantiere, con si spera maggiore forza politica, di denuncia e di proposta, la sua azione, perfezionando e portando avanti la denuncia sul ritardo nella spesa dei Fondi strutturali e la proposta di rimodulazione che si ritiene importante per contrastare la crisi e per intervenire sul processo di deindustrializzazione in atto, avviando le politiche di sviluppo che è possibile e necessario attuare con le risorse disponibili. Perché il problema, oggi, è guardare a come uscirà l’economia siciliana dalla crisi, e come entrerà nel probabile federalismo, quando, se federalismo vero sarà, i conti tra entrate e uscite, tra ricchezza prodotta e ricchezza consumata saranno più trasparenti e più difficile sarà giustificare la incapacità di difendere l’apparato di produzione della ricchezza e la sua sostituzione con un mostruoso sistema di impiego e di consumo pubblico. Nel momento in cui le Autorità di gestione regionali dei Fondi stanno procedendo a proposta di rimodulazione, l’Osservatorio ha avanzato una proposta, ragionevole e praticabile, che in linea di principio non è in conflitto con il lavoro che gli Uffici della programmazione regionale stanno conducendo per la Rimodulazione, ma che punta ad accelerare la spesa e contribuire ad evitare il disimpegno automatico, ragionando sulle risorse non ancora assegnate e riservate per la premialità – il 30% dei Fondi – ritenendo che parlare di premialità, oltre metà tempo della spesa, al 3% di spesa effettiva realizzata, è poco convincente. Mentre quella riserva potrebbe essere posta su finalità di rottura e su specifiche finalità di contrasto alla deindustrializzazione. Un piano di rimodulazione di


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questo genere andrebbe discusso con la Commissione europea e potrebbe partire rapidamente in parallelo con le auspicabili accelerazioni dell’attuazione dei Programmi che dovrebbero derivare dalle proposta di modulazione che la programmazione regionale sta elaborando e dalle dichiarate intenzioni di cambiamento delle regole e di cambio di passo nella azione dei dipartimenti regionali. In estrema sintesi, la proposta di rimodulazione dell’Osservatorio, che di fatto perfeziona ed è in continuità con le proposte del Cantiere sviluppo economico e con gli indirizzi di Un’altra storia, per la costruzione di Un’altra economia, è la seguente. La proposta dell’Osservatorio mira al cuore di una strategia di sviluppo dell’economia secondo le due dimensioni dette, e reputa di potere trovare spazio finanziario anche senza interferire con il lavoro dell’Autorità di gestione, valutando che anche con la migliore rimodulazione “ordinaria” e con la più solerte accelerazione della capacità di spesa, non si riuscirà a recuperare un ritardo che si misura in un 6,7% di spesa effettiva (di fatto poco più del 3%, perché i fondi Jessica e Jeremi, contabilizzati come spesa sono ancora in attesa di venire utilizzati) a metà mandato, di un processo che continua

a misurarsi sul 70% delle risorse disponibili, essendosi l’Autorità di gestione riservata il 30% per premialità e rimodulazioni a programma avanzato. Riteniamo che il 30% possa e debba considerarsi libero di essere impiegato per finalità strategiche e di reale sviluppo (senza progetti “coerenti” o “imputabili”) e possa costituire la base finanziaria per le proposte dell’Osservatorio, o meglio per gli indirizzi che l’Osservatorio propone. L’utilizzazione del 30% delle risorse non ancora attribuite ai Dipartimenti potrebbero/dovrebbero essere utilizzate: – Secondo l’indirizzo della Commissione: più investimenti strutturali per l’apparato produttivo per contrastare la deindustrializzazione e per proiettare il sistema economico e produttivo al dopo-crisi. – Secondo la strategia a due livelli – strategia alta volta a contrastare la deindustrializzazione dei Poli industriali e strategia diffusa di sostegno al sistema produttivo della piccola, media e anche micro impresa – , identificata dal Cantiere e riconosciuta valida dai sottoscrittori del Protocollo che istituisce l’Osservatorio. Strategia “alta”: investimenti in Ricerca e Sviluppo per i Poli industriali e per il sistema delle medie e grandi imprese dell’Isola, prevalentemente ruotanti attorno ai settori dell’energia (Poli petrolchimici e altro) e della mobilità (Fiat di Termini Imerese e altro, Cantieri Navali). – Ricerca su Energia e Mobilità sostenibile. – Progetto da costruire con l’Università e il CNR, con le Agenzie Nazionali per lo sviluppo del Mezzogiorno, con le grandi imprese interessate e presenti nei Poli. – Conferenza regionale sui Poli industriali da organizzare a breve. – Progetti da coordinare con la rimodulazione regionale sulle Aree di crisi,

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che sembra puntare a interventi infrastrutturali, complementari rispetto a un progetto di forte intervento sulla Ricerca e sull’Innovazione secondo la strategia europea di Lisbona e di Götebotg. Strategia “diffusa”: investimenti sui territori e sull’economia diffusa. – Rinforzo finanziario dell’Asse VI (in coerenza con un indirizzo dell’Autorità di gestione), ma con un deciso riavvio di un processo di partecipazione e di responsabilizzazione dei territori e con una forte e diversa qualità del partenariato. – Servizi reali alle imprese, a partire dalle aree artigianali, aree industriali, altre aree di insediamento produttivo, reti di imprese (distretti riconosciuti, e altri addensamenti di imprese). – Rinforzare la politica per il credito alle PMI e il microcredito per le imprese di prossimità (modello ZFU). – Costruzione di un “sistema infrastrutturale della legalità e della trasparenza” attraverso il riordino, il coordinamento e i servizi alle aree di insediamento produttivo, obbligate alla messa in rete di tutti i processi e di tutte le azioni amministrative, i servizi forniti e l’utilizzazione delle risorse pubbliche per la promozione delle imprese. Inserire nel processo di riforma della PA regionale in atto un “sistema infrastrutturale per la legalità e la trasparenza degli atti della PA”: sistema informativo unico degli atti, delle procedure, dei bandi e dei processi di selezione e di valutazione: tutti pubblici e tutti in rete. Con la citazione della parte finale del documento schematico della conferenza stampa dell’Osservatorio del 29 novembre del 2010, chiudiamo questa rassegna, in modo assolutamente provvisorio, perché il Cantiere è ancora al lavoro e il processo di costruzione di Un’altra economia è ancora all’inizio.

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“Dai territori il rilancio dello sviluppo” La mission dell’Osservatorio popolare di FRANCO PIGNATARO Sindaco di Caltagirone e presidente dell’Osservatorio popolare su politiche di sviluppo e fondi europei iconoscere centralità allo sviluppo locale nella spesa comunitaria e garantire un'interconnessione fra territori limitrofi per monitorare la spesa dei fondi europei e per contribuire a colmare un “gap” (l'incapacità di spesa) che caratterizza la Sicilia. E' nato con questi scopi l'Osservatorio popolare sulle politiche di sviluppo e coesione, e per la rimodulazione dei fondi europei, costituitosi a Caltagirone grazie all'intuizione e all'impegno dell'europarlamentare Rita Borsellino, ai rappresentanti di tanti Comuni siciliani e di altri organismi che ne hanno sposato le finalità. L'Osservatorio è uno strumento utile per riaffermare la centralità dei territori di fronte alle scelte accentratrici

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e liquidatorie del governo dell'Isola e per supplire alla scarsa operatività dell'Anci regionale. Oggi – e da sindaco tocco quotidianamente con mano gli effetti nefasti di queste politiche – i Comuni non soltanto sono stati abbandonati a se stessi da uno Stato e da una Regione sempre più lontani e incapaci di svolgere il proprio ruolo, ma sono stati per lo più privati, oltre che di somme sempre più consistenti che servivano a garantire servizi essenziali, degli strumenti attraverso cui erano riusciti a costruire fulgidi esempi di programmazione, concertazione e valorizzazione di potenzialità e risorse. Con un colpo di spugna e senza tenere conto dei grandi risultati in molti casi prodotti non solo in termini concreti - ma anche da un punto di vista del metodo messo in campo - la programmazione negoziata è stata cancellata e, con essa, sono state

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eliminate le esperienze virtuose che ne erano scaturite. Eppure i territori non sono soltanto l'inevitabile avamposto in cui le istituzioni locali, peraltro con sempre più scarsi mezzi a disposizione, sono chiamate a fronteggiare il disagio crescente dei cittadini, ma sono anche il luogo in cui si sperimenta in concreto, più che altrove, la capacità delle classi dirigenti di interpretare e farsi carico dei bisogni di una comunità. Ripartire dal basso significa anche dare impulso al privato, riattivando così un circuito rivelatosi in molte circostanze virtuoso, e introdurre nuovi meccanismi di sussidiarietà. Con l’Osservatorio vogliamo, pertanto, ripartire dai territori per programmare e utilizzare meglio le risorse comunitarie e dimostrare che la Sicilia vuole davvero cambiare. E può e deve farlo, proprio affidandosi a un rinnovato “patto di collaborazione” fra gli enti locali, che invece certe deprecabili scelte hanno spogliato di risorse e relegato a ruoli sempre più marginali. Sul tavolo dell'Osservatorio sono stati posti i primi obiettivi su cui lavorare: la rimodulazione dei fondi europei, a partire dalla riduzione degli assi di spesa (attualmente sono circa 360) a non più di una dozzina, per meglio razionalizzare l'utilizzo delle risorse, ma anche l'interlocuzione con la commissione Ue all'Ars e con l'Ufficio programmazione dei fondi europei e la costituzione di consorzi di Comuni per la presentazione di progetti comunitari.


Dossier

Fondi Ue, Sicilia lumaca Speso solo il 6 per cento Sono passati quattro anni dall’avvio della nuova programmazione dei fondi europei. Ma in Sicilia in pochi se ne sono accorti. I dati delle spese validate sinora tra Fondo europeo per lo sviluppo (Fesr), Fondo sociale europeo (Fse) e Piano di sviluppo rurale (Psr), i principali fondi del programma operativo 2007/2013, parlano chiaro: su 11,3 miliardi di euro messi a disposizione per questi tre fondi, la Sicilia ha speso finora poco meno di 700 milioni di euro. Una quota pari al 6,1 per cento del totale. Il ritardo più preoccupante lo sconta il Fondo sociale europeo. A fine 2009, infatti, la Regione era riuscita a impegnare appena 47 milioni dei circa 2,1 miliardi di euro dell’intera dotazione. Un avanzamento del 2,2 per cento che, se non fosse intervenuta la modifica del regolamento comunitario sui fondi regionali, avrebbe portato al disimpegno automatico di decine di milioni di euro (ossia alla restituzione all’Ue delle somme non impegnate). “Il nuovo regolamento – spiega Bonanno – ha permesso di spalmare la prima tranche di finanziamenti, quelli che si dovevano spendere entro il 2009, nelle successive sei annualità”. Una modifica che ha riguardato, per la fortuna della Sicilia, anche gli altri fondi. Già, perché se le regole di Bruxelles non fossero state ritoccate, il disimpegno avrebbe potuto colpire anche il Fesr, il principale fondo per lo sviluppo regionale, che al 31agosto 2010 faceva registrare un avanzamento della spesa del 6,3 per cento (mentre per gli impegni l’avanzamento era fermo al 15,8 per cento). Andando alle somme, dei 6,5 miliardi dati alla Sicilia per infrastrutture, sviluppo sostenibile e protezione del territorio (tanto per citare gli obiettivi principali di questo programma) finora sono stati spesi poco più di 410 milioni di euro. “E’ vero che quest’anno, con molta probabilità, eviteremo il disimpegno – dice Rita Borsellino, deputato del Parlamento europeo – Ma per la fine del 2011 la Regione dovrà spendere quasi 1 miliardo se vuole evitare di perdere importanti risorse per l’economia dell’Isola”. Si vedrà. Se per Fse e Fesr, le difficoltà nella programmazione riguardano a pari merito impegni e spese, per il Psr, programma incentrato sullo sviluppo dell’agricoltura, la Regione si trova dinanzi a un paradosso: gli impegni arrivano al 30,7 per cento (dati del 31 marzo 2010) ma le spese si fermano all’8,7 per cento. “Il problema – spiega Antonio Bufalino, responsabile del Cantiere agricoltura di Un’altra Storia – è che i produttori non riescono ad accedere ai bandi, spesso a causa delle disfunzioni della macchina burocratica”. E così, se gli impegni hanno raggiunto quota 830 milioni, ossia un terzo della dotazione totale, le spese erogate sono ferme a circa 241 milioni. Dei cinque assi del Psr, solo per tre si è proceduto ai pagamenti. Per l’Asse 1, che contiene importanti interventi a favore di lavoratori, infrastrutture e ammodernamento delle aziende e dei processi produttivi, sono stati spesi appena 2,5 milioni di euro a fronte di 1,4 miliardi messi a disposizione. Ossia, appena lo 0,1 per cento. Mentre le aziende agricole chiudono, anche per la difficoltà di adattarsi alle nuove esigenze del mercato, la Regione non ha ancora mosso un euro dei 760 milioni previsti per l’ammodernamento delle imprese. E lo stesso ha fatto per l’intero asse 3 (dotato di 132 milioni per strategie di sviluppo e diversificazioni produttive) e per tutto l’asse 4 (35 milioni per sviluppo locale e Gal). Un po’ meglio va per l’asse 2, che prevede interventi per indennità ai lavoratori, pagamenti agro ambientali e per il miglioramento del territorio: ad oggi, dei 950 milioni messi a disposizione, ne sono stati spesi circa 238 milioni, ossia il 25 per cento. Dario Prestigiacomo

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Europa

“Un cancro europeo da 311 miliardi” La lotta alle mafie sbarca a Bruxelles en 311 miliardi di euro tra droga, prostituzione, contraffazione, armi e altre attività come il traffico di esseri umani e il traffico di rifiuti. E’ questo il giro d’affari sommerso in cui si muovono le organizzazioni criminali in Europa. Una cifra enorme e che comunque è inferiore al reale peso delle mafie nel Vecchio Continente, visto che la stima (elaborata da Havocscope per il Report 2011 sui rischi globali del World economic forum) non tiene conto dell’ammontare di risorse sottratte all’economia attraverso la corruzione e il controllo di attività legali. Quello che colpisce guardando ai dati è che l’80 per cento di questo volume di affari (circa 250 miliardi di euro) si concentra in Spagna, Italia, Gran Bretagna, Germania e Francia, ossia nel cuore produttivo dell’Europa. La quota maggiore di affari illegali si consuma in Spagna (90,1 miliardi), seguita dall’Italia (81,5 miliardi) e dalla Gran Bretagna (45,2 miliardi). “La mafia in Europa, non può essere considerata alla stregua di un fenomeno folkloristico italiano. La mafia non ha confini né nazionalità. Credere che si tratti di un problema regionale è quanto di più sbagliato l’Europa possa fare”. E’ questo uno dei punti chiave del discorso tenuto da Rita Borsellino nel corso della conferenza internazionale “La lotta alla criminalità organizzata e alle mafie: proposte per una strategia globale nell’Ue”, che si è svolta a febbraio a Bruxelles e che è stata organizzata dal gruppo dei Socialisti e dei Democratici al Parlamento europeo. Alla conferenza hanno partecipato, tra gli altri, il presidente del gruppo S&D Martin Schultz, il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, il capo della procura di Torino Giancarlo Caselli, il direttore dell’Europol Rob Wainwright,

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il procuratore antidroga spagnolo José Ramon Norena Salto, il presidente di Eurojust Aled Williams, il presidente di Libera don Luigi Ciotti, l’eurodeputato Rosario Crocetta, il giornalista Attilio Bolzoni e Calogero Parisi, della cooperativa “Lavoro e non solo”. La conferenza ha rappresentato un’occasione storica per accelerare in seno all’Ue il dibattito sulle strategie transnazionali di lotta e contrasto alle mafie. Già, perché finora Bruxelles ha concentrato i suoi sforzi maggiori sul terrorismo, sottovalutando la portata europea delle organizzazioni criminali, non solo quelle italiane. “Il crimine organizzato prospera in Europa e nel mondo – ha detto Grasso - Lo aiuta la globalizzazione economica e lo ha fatto diventare un protagonista di assoluto rilievo a livello macroeconomico. L'Europa è ancora un’area a legalità variabile”. Per questo motivo,

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ha proseguito la Borsellino, “il contrasto alle mafie necessita di azioni coordinate e forti da parte di tutti gli stati”. Azioni che possono trovare ispirazione nella legislazione italiana, di sicuro la più all’avanguardia in Europa sul fronte della lotta alla criminalità organizzata. Una di queste potrebbe essere il riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie, uno strumento che è stato inserito, grazie a un emendamento della Borsellino, nel programma di Stoccolma (una sorta di documento base predisposto dal Parlamento europeo per quella che dovrà essere la strategia comunitaria contro il crimine). “Il mio augurio – ha detto la Borsellino - è che questo strumento possa divenire parte integrante di una strategia globale europea contro il crimine organizzato, perché il primo passo del contrasto alla mafia è proprio quello di impoverirla”.


Europa

Affidata a Rita Borsellino la relazione sulla sicurezza nell’Ue L'Unione europea sta lavorando a una strategia per la sicurezza interna e la lotta alla criminalità organizzata. In questo quadro, un ruolo importante è stato assegnato a Rita Borsellino, cui è stato affidato il compito di redigere uno dei documenti più delicati in materia: la relazione del Parlamento europeo sulla strategia della sicurezza interna dell'Ue. Un lavoro che ha mosso già i primi passi e che servirà a tracciare le linee guida che l'Assemblea di Strasburgo metterà a punto insieme al Consiglio in materia di contrasto alla criminalità, riciclaggio e terrorismo . "L'avere avuto attribuito questo compito - dice la Borsellino, che è membro della commissione parlamentare per le Libertà civili, la giustizia e gli affari interni - è per me un motivo di grande orgoglio, ma anche di alta responsabilità istituzionale, visto che dovrò fare da collettore dei contributi e delle proposte avanzate anche dai parlamenti nazionali degli stati membri, dalla società civile, dagli operatori del settore e dalle organizzazioni specifiche. Ma gli impegni della Borsellino sul fronte della lotta alla criminalità non si fermano qui: l’eurodeputata, infatti, ha dato il suo contributo all’elaborazione delle proposte del gruppo gruppo S&D per una strategia europea di lotta alla criminalità organizzata e alle mafie. Proposte che puntano innanzitutto sull’utilizzo di strumenti legislativi incisivi per sostenere il lavoro delle magistrature, delle polizie e della società civile. Tra queste, la Borsellino ha chiesto con forza e ottenuto che fossero inserite due proposte normative come la confisca e il riutilizzo a fini sociali dei beni mafiosi e un quadro di tutele chiare ed efficaci per i testimoni di giustizia. “Partendo dalla Direttiva sulla confisca dei beni e degli averi - si legge nel documento del gruppo - si attende che la Commissione includa norme comuni a sostegno del riutilizzo a fini sociali, fra cui anche la creazione di un Coordinatore europeo per la confisca e il riutilizzo, sul modello del Coordinatore europeo per lotta al Traffico di esseri umani, istituito di recente dalla Commissione, che metta in rete le esperienze nazionali e coinvolga attori istituzionali, operatori e società civile”. Sui testimoni, si legge ancora nel documento, “occorre riempire il vuoto legislativo in materia di testimoni di giustizia” attraverso “una Direttiva che detti norme comuni sul ruolo dei testimoni di giustizia nei procedimenti e sulla loro protezione”. Tra le altre proposte avanzate dal gruppo S&D, compaiono: strumenti più efficaci per lo scambio, l'utilizzo e la raccolta delle prove, una direttiva quadro sulla protezione e il risarcimento delle vittime della criminalità organizzata, la revisione della direttiva sul riciclaggio, maggiori sanzioni sui reati legati alle cosiddette Ecomafie e sulla corruzione. Altro punto fondamentale è quello del rafforzamento del ruolo di controllo e legislativo del Parlamento europeo. A tal proposito, assumono maggiore rilevanza le relazioni parlamentari in materia, quella già citata della Borsellino, ma anche quella sulla criminalità organizzata affidata a Rosario Crocetta. “Sarà questa si legge sempre nel documento - la prima occasione per il Parlamento europeo dopo Lisbona di far sentire la sua posizione in merito alla strategia politica per la sicurezza e la lotta alla criminalità organizzata e le mafie nell'Unione europea”. In aggiunta, il gruppo S&D ha chiesto l’atttivazione di strumenti, procedure e sedi appropriate di controllo dell'attività di law enforcement e di intelligence a livello europeo, il fafforzamento di agenzie come Europol ed Eurojust e l’istituzione di figure come il Procuratore Europeo.

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