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Raccolta dei migliori racconti

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Un

racconto

“ sempreverde ”

per un ambiente sempre più verde

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Con il patrocinio di:

www.parcocollibergamo.it

Comune di Bergamo

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Parco

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Congregazione Misericordia Maggiore Bergamo


INDICE

CATEGORIA SCUOLE MEDIE Alessandra Felli “Le quattro stagioni” – Prima Classificata Giulia Maffettone “Plastic life” – Seconda Classificata Anna Colosio “Lupo Bee” – Racconto Segnalato Robert Sebastian Gaina “Mi ricordo una storia” – Racconto Segnalato

CATEGORIA SCUOLE SUPERIORI Brian Belotti “Mi guardo un po’ in giro” – Primo Classificato Paola Longoni “Un piccolo cuore, un grande sogno” – Seconda Classificata Elisa Piantoni “Grigio” – Racconto Segnalato Letizia Radici “Simbiosi” – Racconto Segnalato

CATEGORIA SCUOLA IN PIGIAMA Marco Acerbis “Il parco” – Primo Classificato Alberto Marzona “Eco“Eco - loquio” – Secondo Classificato Fabiola Viganò Viganò “Villa Concordia” Concordia” – Terza Classificata

CATEGORIA ADULTI Massimo Nicoli “Amica ortica” – Prima Classificato Alessandro Pelicioli “Tre noci, un giorno” – Seconda Classificato Silvia Valagussa “Il giudizio naturale” – Racconto Segnalato Claudia Moietta “Ciamarulà” – Racconto Segnalato

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CATEGORIA NANORACCONTI Aurora Cantini – Prima Classificata Balducchi Aurora – Nanoracconto Segnalato Categoria Scuole medie Angela Giovanna Amico – Nanoracconto Segnalato Categoria Adulti Cristian Madaschi – Nanoracconto Segnalato Categoria Adulti Stefano Cuter – Nanoracconto Segnalato Categoria Scuola in Pigiama

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“Le quattro stagioni” d i Alessandra Felli Prima Classificata - Categoria Scuole Medie

C’era una volta, nei pressi di una grande città, un bosco, popolato da molte specie di animali a cui però non interessava quello che succedeva al bosco durante l’anno. Solo quattro di questi animali talvolta si incontravano per parlare di ciò che avevano osservato. Si trattava di uno scoiattolo, un orso, un cervo e un anatra. In riunione decisero di parlare dei vari periodi dell’ anno. Lo scoiattolo disse:” Io amo quando arriva la neve, quando gli alberi sono spogli perché ci si arrampica meglio e si possono effettuare salti magnifici. Posso scorrazzare libero nel bosco, pattinare sul lago ghiacciato e soprattutto alla sera posso ammirare come il cielo stellato si riflette sulla neve così candida e soffice da sembrare zucchero filato … Questo periodo lo chiamerò inverno” Il cervo rispose: ”Inverno … Pfeu! Lo odio. A me oiace quando dopo tanto freddo e ghiaccio, torna quel bel calduccio, i prati si colorano di un verde tenero e pian piano spuntano le prime margherite, un tiepido profumo di fresco risplende nell’ aria. Anche gli alberi cambiano colore: da bruni e spogli diventano verdi e folti con fiori dai colori vivaci che rendono questo periodo adatto a chiamarsi… Primavera!” “Non male” disse lo scoiattolo. Fu il turno dell’ anatra che con la sua goffaggine disse:” Io penso che le vostre siano buone idee, ma anche io ne ho una, sentite. Avete presente quando comincia quel caldo tremendo, quando tutto è al massimo splendore? Ecco, quello per me è il periodo più bello, perché è bello stare immersi nell’ acqua tutto il giorno, nell’acqua così cristallina, trasparente e fresca che tutti gli animali mi fanno compagnia per un po’ di spazio in quel paradiso. Non solo, la mattina la sveglia è sempre bene accetta grazie al canto dell’ usignolo o alla bellezza del pettirosso; insomma, questo periodo così bello lo chiamerò estate! Tutti furono d’accordo. 3


L’ orso parlò: ”ma brava anatroccola mia, bell’idea, ma per me ti sbagli, il periodo più bello è quando ci si prepara per il letargo. Tutto diventa intonato al colore della mia pelliccia e poi mi piace vedere come quegli stolti dei cacciatori cercano nel bosco animali come me. Ma io sono furbo quando arriva quel periodo vado a dormire, dormo e dormo e dormo e mi risvegli che siamo nella così detta primavera quando il cibo abbonda. Questo periodo sarà l’autunno. Gli animali si erano messi d’accordo e andarono a riferire le nuove scoperte a tutti gli altri. Dissero a tutti di aver inventato le quattro stagioni.

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“Plastic life” di Giulia Maffettone Seconda Classificata - Categoria Scuole Medie

Mi ero svegliato insieme ai miei fratelli e alle mie sorelle sotto una calda coperta di plastica colorata. Mi guardai attorno e notai un piccolo prato verde con piccoli fiori molto colorati. Ero seduto su una comoda tovaglia a quadri rossi e bianchi e attorno a me, oltre ai miei fratelli, vedevo sei persone molto grandi, direi quasi sproporzionate, che parlavano e ridevano. Contenevo una bevanda colorata e frizzantina e ogni tanto una di quelle persone, che io definivo “ I Giganti”, si avvicinava a me e mi dava un tenero bacino facendo sparire pian piano tutto quello strano liquido che avevo al mio interno. Non so come facessero, magari erano dei giganti molto speciali. Passò circa un’ ora o forse due, quando lo stesso gigante che faceva sparire magicamente la bevanda mi abborracciò ( pensate con una sola mano!!) e si diresse verso un grande contenitore verde impiantato nell’ erba e mi abbandonò al suo interno e se ne andò. Mi trovavo sola e isolata, triste e al buio. Non riuscivo a credere che solo un istante prima mi sentivo tanto utile e adesso venivo lasciata qui come un qualsiasi rifiuto, un insulso rifiuto. Passarono ore e ore prima che sentissi dei passi di un gigante, avvicinarsi alla mia nuova “casa”, e aprire ciò che io potevo definire “tetto” e prendere quel sacco nero che io utilizzavo come coperta provvisoria. Avvolse in un nodo senza un minimo riguardo la mia coperta, portandomi via con se. Stavo pensando alla mia sorte, quando sentii che quello stesso gigante che aveva fatto quell’improbabile nodo gettarmi da qualche parte, probabilmente a terra. Ma, per mia sfortuna, non fu così: dopo pochi secondi sentii delle fitte molto dolorose e intense e, guardando cosa mi fosse accaduto, scorsi dei denti meccanici che trafiggevano in continuazione il mio piccolo corpo e capii che ormai era tempo che io lasciassi questo mondo ingiusto. Ma non fu così. Mentre mi agitavo e cercavo di ottenere delle risposte sul perché fosse capitato proprio a me, i denti meccanici smisero di trafiggermi. E io capii che per me non era la fine: almeno per adesso. Stavo cercando di trovare una soluzione al mio problema, quando un pensiero mi trafisse la mente: mi ricordavo mia madre, quando ero un piccolo bicchierino che mi diceva sempre: “ piccolo mio, stammi bene a sentire: spera per te e per i tuoi fratelli e sorelle di non essere mai utilizzati da…” non poté finire la frase perché venne estratta dalla coperta che l’ avvolgeva e scomparve per sempre. Sembrerà una storia drammatica, ma dato che ero molto piccolo non ne soffersi molto. Ritornando alla realtà mi accorsi che un raggio di sole entrava da una fessura del sacco: la via della libertà era vicina. Cercai di arrampicarmi sull ammasso di rifiuti per riuscire a intravedere al di là del sacco e quando ci riuscii, non riuscivo a credere ai miei occhi: c’ era un paesaggio diverso da come me lo aspettavo. Da una parte piena di rifiuti e l’ altra parte piena di edifici e di persone, una divisione impressionante. Sentii la gente esclamare: “ Ma guarda che schifo!” oppure “ Che tanfo insopportabile!”, ma come era possibile che nessuno capisse che ciò che definivano schifo e pattume era ciò che loro consumavano ogni giorno? Magari bisognava ricordaglielo che il detto fa: chi è causa del suo mal pianga a se stesso, e che quindi non dovevano lamentarsi di ciò che avevano fatto 5


con le loro azioni? E poi: perché ci avrebbero dovuto lasciarci qui a marcire se potevano riciclarci riuscendo così a pulire lo “schifo” e a far scomparire il “ tanfo”? Probabilmente non era di moda in questi tempi riciclare. Stavo continuando alle continue domande che mi facevo e all’ ignoranza dell’ umanità, quando una voce molto forte proveniente da dei microfoni attirarono l’ attenzioni di tutti, me compreso. Se non avevo frainteso la voce stava parlando proprio su come salvare e rispettare l’ ambiente e, come se mi avesse letto nella mente, elencò tutte le mie domande e possibili risposte a questi quesiti. La gente continuava a esultare entusiasta come se la cosa fosse una novità assoluta e che nessuno avrebbe potuto pensarci prima. Io però non ci credevo affatto: com’ era possibile che le persone si potevano solo lamentare e non comprendere di dover risolvere il problema? Ma non è questo l’ importante. L’ importante era salvare la vita dell’ ambiente. Salvare la vita che ci da la vita. I giorni seguenti fummo trasportati in dei cassonetti appositi per il riciclo dei materiali e da lì iniziai la mia nuova vita. Dopo alcune settimane mi ritrovai nella stessa situazione della prima volta: ricontenevo la stessa bevanda frizzantina e colorata e ritrovai gli stessi giganti-maghi che facevano sparire le bevande, ma rispetto alla prima volta c’ era qualcosa di diverso, sapete qual’ è? Era la sicurezza di essere riutilizzato e di rispettare la vita dell’ ambiente che è l’ impegno che ci deve stare più a cuore per vivere una vita sana.

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“Lupo Bee” di Anna Colosio Categoria Scuole Medie - Racconto Segnalato

Era un caldo, anzi caldissimo pomeriggio d’estate. I fiori profumavano, il sole splendeva sulle alte vette … In quel paesaggio da fiaba, un lupetto con dei lunghi baffi neri, stava passeggiando nel bosco. Era molto buono nonostante la sua specie, aveva nel cuore un grande desiderio: diventare una pecora e avere tanti amici animali. Amava molto la natura e trascorreva ore a contemplarla nei suoi svariati colori , ma si sentiva solo. Un giorno questo dolce lupetto andò in cerca di amici, incontrò molti animali: lepri, cerbiatti, uccellini, scoiattoli … anch’essi molto buoni. Quando lo videro, però, scapparono tutti, uno più spaventato dell’altro; anche gli uccellini volarono sulla chioma più alta. Il lupo fu molto rattristato, ci rimase davvero male, perché già si immaginava di unirsi a loro, in un grande girotondo in mezzo al bosco. Sdraiato sull’erba, tra gli alberi, sognava in quel cielo azzurro, di essere una pecora e di avere tanti amici. Ad un tratto, in questo sogno, il cielo si fece grigio, la terra anche e così pure tutti gli animali. Si preoccupò molto e scoprì che per salvare la natura avrebbe dovuto andare alla sorgente magica, un luogo però molto lontano da quello. Deciso partì e dopo lunghe ore di camminata incontrò sul sentiero un grosso orso che voleva mangiarlo. Si rifugiò , veloce come un fulmine, su una grande quercia e lì passò la notte. Si fece alba, anch’essa tinta di grigio, e il lupo si rimise in cammino. La terra scottava e il piccolo affrontò il dolore alle zampe pur di raggiungere con determinazione quella sorgente magica. “Eccola!”, gridò e improvvisamente il grigio scomparve: l’erba era color verde smeraldo, tenerissima e il sole splendeva giallo più che mai. Prese l’acqua dalla sorgente e sulla strada del ritorno incontrò una mandria di cinghiali poi, correndo, raggiunse senza fiato il suo amato bosco. Sparse l’acqua e tutto ebbe di nuovo vita : gli uccellini cantavano allegri, i cerbiatti correvano, l’erba profumava e ad un tratto si svegliò … sì, esatto, era davvero un sogno! Ma proprio da lì iniziò il sogno più bello della sua vita: vide con meraviglia che attorno a lui c’erano tutti gli animaletti che lo accudivano e lo ammiravano per il suo amore verso loro e la natura. Decisero allora di fargli una grande sorpresa, chiedendo all’anziana del bosco di cucire per lui una tutina di lana di pecora . Fu così che il lupetto, chiamato da quel momento Lupo Bee , perché così vestito sembrava proprio una pecora, visse insieme alle sue adorate compagne, guidando l’intero gregge come un dignitoso pastore. Tutti nel bosco si volevano bene, si rincorrevano tra i caldi raggi del sole , tuffandosi nella sorgente magica, giocando tra schizzi che spruzzavano di qua e di là .

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“Mi ricordo una storia” Di Robert Sebastian Gaina Categoria Scuole Medie – Racconto Segnalato

All’inizio ero un atomo, sì mi ricordo bene : ero L’Atomo Primordiale! Non proprio bello, nemmeno brutto ma ero forte e molto, molto intelligente ! Viaggiavo lentamente nell’immensità dello Spazio senza la paura del Tempo ,in sù e in giù, da destra a sinistra, sempre nello stesso posto. Tantissime volte, quando riposavo mi domandavo : ma questo mondo senza fine è davvero uguale o in realtà è così piccolo che riesco a muovermi soltanto intorno a me? E così una volta ,in quella notte infinita, pensando, chiedendomi, lambiccandomi il cervello, incominciai ad agitarmi. Iniziai a saltellare e diventai gonfio, così gonfio che in un lampo mi spaccai in innumerevoli pezzi magici: le Stelle del Big Bang! Non ero più lo stesso ma mi sentivo di esistere in tutte quelle meraviglie come ricordo dell’Unico, del Primo… Poi, mi ricordo che ero leggero e molto bollente, perciò temevo per il mio “essere” anche quando riposavo e ne avevo motivo. Accadde che i miei simili per gioco si mescolarono, cambiando a vicenda il posto dove galleggiavano. Un’esplosione fortissima ci fece fuori e ognuno di noi si ritrovò lontano dal Sole, la culla che ci ospitò per tanto tempo. Odiavo i miei simili, fui gettato nell’oscurità bollente insieme agli sconosciuti che non gradivo… Poi, mi ricordo un pianeta, la Terra ! Qui vivevo abbastanza Tranquillo, non avevo tanti vizi perchè l’aria odorava di veleno, il cielo era rosa e il mare era vestito di un rosso ruggine, ma mi divertivano tutte le scosse, perché mi facevano ballare. E poi, che spettacolo le cascate incandescenti che finivano in mare! Un giorno però, guardando la pioggia che si scioglieva nel magma rossiccio, un fulmine mi fece barcollare e persi i sensi… Poi, poi mi ricordo l’acqua, tanta acqua, avevo cambiato casa? Ero in mare! E riuscivo a respirare senza danneggiarmi! Ero più grande, ma ancora piccolo. Ero…ero diverso! E qui in acqua per tanto tempo fui un’alga azzurra che lavorava con le altre per produrre l’ossigeno che colora il cielo e lo stesso mare, poi fui una spugna, una medusa e, finalmente un pesce!

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Mi piaceva nuotare, però il freddo e il buio delle profondità mi mandavano in ansia e facevo brutti sogni sull’origine del mondo. Scelsi un altro posto, più vicino alla riva. Ricordai come respirare l’aria, adesso molto più pulita, perciò riuscii a fare una doppia vita: in acqua e sulla terraferma. Col tempo, rinunciai all’umido, preferendo le carezze del sole. Adesso avevo delle zampette e potevo muovermi toccando il suolo, cacciavo e dormivo al calduccio. Più tardi, diventai grande, magari troppo grande. Per come ero partito tempo fa ero altissimo quasi un gigante. Ero una bellezza di dinosauro! E volavo anche! Oh, quando mi ricordo il volo! Avevo tutto ai miei piedi: il mare, le montagne, le pianure, le foreste, amavo questa libertà, mi dava l’impressione di dominare la Terra. Purtroppo, una notte, finì tutto. Una luce spaventosa e un urto fortissimo fece sparire la mia voglia di vivere… Poi, poi mi ricordo la giungla, un’infinità di verde e di aria fresca, ero una scimmia molto curiosa e sempre in movimento. Mi piaceva saltellare sugli alberi insieme ai miei fratelli. A volte, la mamma ci sgridava e noi facevamo finta di vergognarci, ma subito dopo, ci allontanavamo in silenzio e rincominciava il divertimento! I ricordi di quel periodo sono più forti e durante la notte mi assalgono chiedendomi di tornare indietro e di rivivere tutta quella gioia, senza timori, senza pensieri. Tranne un episodio, una cosa orrenda che non riesco a ricordare, ma io lo so, lo so che c’è stato qualcosa, qualcosa di brutto, perchè ogni volta quando piove, il profumo di fresco, di verde, anche se mi piace, mi fa star male e mi viene voglia di piangere. Mi vedo grande, ma mi sento debole. So fare tantissime cose, ma non so dire chi sono. Guardo sempre il cielo per trovare risposte e di notte cerco di contare le candele che abbelliscono la volta celeste e mi chiedo: ma chi abita lì e perchè non scende da me per parlarmi? Poi, chiudo gli occhi e piango, e tutto diventa buio… E poi, poi mi ricordo me UOMO! Corro nella foresta inseguendo un capriolo. Ma che tipo di gioco faccio? E perchè me la prendo con quella bestiola? Alzo il braccio, prendo la mira e…tiro. Mi sento forte! La lancia si è fermata dove volevo. Mi avvicino e guardo l’animale, non è ancora morto. Bella pelliccia !E per niente rovinata. Magari riesco a cambiarla per una manciata di semi. Prendo il bottino e torno nel mio piccolo villaggio. I bimbi saranno felici, mi salteranno addosso e mi chiederanno il codino del capriolo.

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Arrivo sulla mia terra, mi sento stanco, sono partito sei giorni fa e la famiglia mi è mancata. Ma adesso riposerò e festeggerò insieme a loro. Ecco la mia casa fatta di terriccio e foglie, ecco mia moglie circondata dai figli, ecco anche mia madre che, per prima mi vede arrivare con il pranzo per tutta la comunità. E poi, la sera tutti intorno al focolare soddisfatti: i bambini coricati per terra stanchi ma affascinati dal mio racconto di caccia, il piccolino addormentato con il codino stretto nel pugno, per non farselo rubare da nessuno, i vecchi parlano tra di loro e io, io che mi ritiro un po’ in disparte, per guardare le stelle. E lì mi vengono tante domande. Mi chiedo tante cose e non capisco più le storielle raccontate da mio nonno, non sono più sicuro che un giorno, una grande stella si divise in tantissimi pezzi e che la sua polvere brillante scese sulla Terra generando la vita. Perchè anche se sono così forte e veloce che a volte posso cacciare a mani nude, non riesco a spiegarmi molte cose. E allora, per far andar via la nostalgia, mi ricordo che sono vivo, che mi piace ballare la nostra danza di guerra, che adoro il profumo di pioggia, che non smetterò di guardare le stelle per capire chi le ha messe nel cielo, che non morirò mai davvero perchè i miei figli e i loro successori mi porteranno nell’anima per sempre. Ma soprattutto che strano! Mi ricordo che dentro di me porto una storia, una storia che mi fa sentire nel mio piccolo fortissimo unico padrone e padre del mondo, magari perchè all’inizio sono stato un atomo. Non proprio bello, nemmeno brutto , ma molto, molto intelligente : l’Atomo Primordiale!

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“Mi guardo un po’ in giro” di Brian Belotti Categoria Scuole Superiori - Prima Classificato

Finalmente ho visto la luce, la rugiada mi scivola dolcemente addosso facendomi rabbrividire; finalmente posso respirare, la terra mi soffocava e mi impediva di vedere il mondo. Ma la mia prima immagine non è come me l’hanno raccontata, non ho fratelli, né sorelle, né genitori, l’unica cosa che mi tiene compagnia sono i ragnetti che mi tessono un vestito di seta che mi riscalda e mi rafforza. Sono rinchiuso da mattoni mi impediscono di vedere bene; per ora ammiro il cielo, ci sono poche stelle accecanti tutte in fila , ho paura. Fa di nuovo giorno, e poi notte, e poi giorno e…. finalmente riesco a vedere davanti a me, il mio corpo si sta indurendo , i vestiti di seta non vanno più…qualcuno s’avvicina mi annusa con grande clamore e poi…È stata l’esperienza più orribile della mia vita , mi sento bagnato sporco e puzzolente, ma dicono che passerà. Una cosa che ho capito con il passare dei giorni è la tremenda monotonia dell’uomo; vedo degli automi che passano senza pensare veramente a quello che stanno facendo. Camminano senza osservare ciò che hanno intorno perché sono in ritardo per il loro appuntamento; chiacchierano di argomenti stupidi e fanno finta di ascoltare, perché si ha paura di parlare di ciò che è importante, o perché è noioso parlare di cultura; si baciano perché l’amico che gli sta accanto li veda, magari si ingelosisca, oppure vada a raccontare a tutti che loro sono “fighi”. Una routine continua che annoierebbe chiunque se ne deve stare fermo per forza. Finalmente qualcuno si è accorto di me, non è conciato molto bene e zoppica un po’, ma soprattutto porta con se una di quelle bestie malefiche canine; si è appoggiato a me ormai stanco della giornata che ha passato in centro città sotto il sole cocente per raccogliere i pochi spiccioli per vivere. Sento il suo respiro caldo e affannato da una vita disadattata che sale e scende per tutto il corpo e piano piano le sue palpebre pesanti come macigni si chiudono abbandonandolo ad un mondo di speranze e di sogni. È tornato il sole e l’uomo non c’è già più, partito per la sua nuova avventura. Adesso si avvicinano due ragazzi… i loro occhi si incrociano e le loro labbra si toccano con una delicatezza innaturale, con una passione che non avevo mai visto da nessuno. Ad un tratto il ragazzo mi punta un coltello addosso; sono un po’ spaventato all’idea di essere inciso, ma l’amore che vedo nei loro occhi rende la mia corteccia morbida… “non dimenticherò mai B. e D.”. Questa notte sono molto preoccupato, ho delle brutte sensazioni, l’aria è gelida e pungente e qualcuno ha vomitato sulle mie radici; sento una voce in lontananza, sembra una musica, la solita compagnia che torna dalla discoteca …. Ehi! ma che succede … nooooo…. Mi ritrovo a testa all’aria in pochi secondi e sono poggiato in un lago di sangue, tutto tace. Riesco a intravedere corpi senza vita sballottati qua e là come pupazzi e una massa metallica che mi perfora il corpo; immediatamente la monotonia umana che li rendeva così tranquilli è stata turbata e noto un altro tipo di emozioni nell’uomo, il dolore: quella sensazione che ti brucia dentro, che ti uccide, che divide. Restando qui fermo non sono diventato un grande personaggio nè un qualcosa di 11


importante, ma‌ ho compreso ‌ che l’uomo sa amare e distruggere in un solo, unico e interminabile secondo.

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“Un piccolo cuore, un grande sogno” di Paola Longoni Categoria Scuola Superiori - Seconda Classificata

Esistono attimi che entrano inaspettatamente a far parte delle nostre vite e ci cambiano per sempre. Era una giornata come tante. Il cielo era sereno e un sole caldo mi scaldava deliziosamente. In realtà niente era come volevo, e mi sembrava che nella mia vita mancasse qualcosa. I giorni passavano e nulla pareva cambiare. Avrei tanto voluto essere qualcun’ altro; certo, ogni giorno, mi scaldavo al sole e mi rinfrescavo all’ombra; ma ero solo in mezzo a tanti. Osservavo sempre come i semi riuscissero, a poco a poco, a divenire imponenti alberi o rigogliosi fiori. Mi meravigliavo sempre di come una cosa così piccola e apparentemente insignificante, potesse diventare lo specchio della bellezza. Ecco, io avrei voluto essere proprio un seme; avrei voluto, come loro, poter sfoggiare dei bellissimi colori, poter sentire dentro di me la vita, alimentare le foglie della mia chioma, essere capace di sostenere frutti nella stagione estiva o accudire le mie gemme fino a che non fosse arrivato per loro il momento di sbocciare. Sfortunatamente la vita non va sempre come vogliamo, e non ci da neanche la possibilità di cambiare il nostro futuro. Molti possono pensare che il mio pensiero sia superficiale, ma la verità è che se per caso nasci uomo e vorresti essere un ghepardo non potrai fare altro che aprire gli occhi e renderti conto che non potrai mai diventare quell’ animale, non vivrai mai la vita di qualcun’ altro. Ecco, questo è quello che è capitato a me, io vorrei tanto essere un seme, ma la verità è che sono solo un sasso e non posso fare niente per cambiare la realtà. I sassi non hanno la possibilità di avere sentimenti, come invece li hanno le piante e i fiori; i sassi sono oggetti inanimati, destinati a essere insignificanti. Eppure perché mi pongo queste domande? Forse non dovrei. Già, proprio non dovrei. Ad un tratto, una goccia di pioggia interruppe i miei pensieri, si schiantò contro di me e fu un attimo, prima che evaporasse sotto la luce del sole. Ho sentito le tue preghiere mi disse, le tue speranze, i tuoi sogni, tu sei molto di più di quello che credi. E’ vero, sei solo in mezzo a tanti, ma come me hai una vita da vivere. Io ti dono quello che ho di più grande: l’amore, il coraggio e la forza di non arrendersi mai; fai buon uso del tuo tempo, e accettati per come sei, perché tu ora sei cieco e non puoi vedere il miracolo che sei sempre stato. Concluse così il suo discorso; Non scorderò mai le sue parole, arrivata dal nulla, quella goccia, mi diede la serenità. Non molto tempo dopo, ci fu un temporale e poi venne sera. Qualcosa era cambiato, sentì che il mio corpo si stava modificando non di forma ma di aspetto. Ad ogni goccia di pioggia avevo sentito il mio corpo trasformarsi; su di esso, infatti, la pioggia aveva inciso dei bellissimi disegni; ormai avevo preso l’aspetto di un ciottolo di quarzo. Era mezzogiorno, quando un bambino mi prese accuratamente tra le sue mani e disse: “Mamma, mamma vieni a vedere! Guarda, è un Lithops! Questa specie, ha dei disegni che sono come le impronte digitali, non esistono due uguali. Forse lui non lo sa, ma è unico”. Mi rimise delicatamente in terra e corse via. Il tempo passava e la vita scorreva imperterrita. Di piogge non ce n’erano più state da quel giorno, fino ad ora. La luna dominava il cielo, il 13


vento era fresco e nell’aria pungente c’era qualcosa di particolare, sarebbe venuto a piovere di sicuro dopo pochi minuti, ne ero certo. Ero così emozionato come lo è solo un bambino alla vigilia di Natale, sapevo che tra poco sarebbe venuto a piovere e l’attesa sarebbe stato il momento più bello; assaporare quegli attimi! Riuscivo a vivere davvero ogni secondo che passava. Ed ecco le prime gocce. Non so come, ma ciò che mi stava accadendo era una magia. Sentì che dal centro del mio corpicino, una serie di colori impregnati di vita si facevano spazio e a poco a poco, ogni petalo si apriva. Erano bastati un paio di minuti. Ero sbocciato. Ero piccolo piccolo, con solo due foglioline, ma queste erano carnose e resistenti capaci di conservare l’acqua per mesi. Vivevo raso al suolo, non possedevo né un tronco né una chioma e vivevo per metà infossato. Sbocciavo alla fine di ogni estate, quando il sole era è alto sull’orizzonte. Non possedevo molto, ma tutto quello che avevo, che ho e che avrò, sarà il mio piccolo miracolo: un ombrello di colori rivolto al cielo.

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“Grigio” di Elisa Piantoni Categoria Scuole Superiori – Racconto Segnalato

Rosso. E’ strana la sensazione che si prova ad essere privi di una copertura. Un giorno si è li , imponenti e maestosi , e quello dopo completamente spogli. Ma si sa , la ruota gira e prima o poi tutto torna anche se non allo stesso modo. La prima impressione della giornata è stata rosso. Rosso è il manto che riveste il terreno intorno a me , rosso è il colore dei riflessi di questa alba tanto attesa. Tutto ora è rosso , di un tono caldo, riposante , sereno. Che allevia questo senso di fragilità e disagio. Poi tutto diventa giallo , giallo come il sole che dona vita, giallo fonte di calore. Grazie ad esso, pian piano, nascono nuovi colori. Si accendono di nuova luce i verdi , restii ad abbandonare il loro spazio duramente conquistato nel corso della scorsa stagione. Compaiono gli arancioni, i rosa e quelle sfumature azzurre cosi improvvise che scandiscono inesorabili lo scorrere del tempo. Tutto è un colore, tutto è una festa ed io ne sono partecipe. Pur nel mio piccolo so di giocare un ruolo importante e questo dona nuova vita e nuove speranze nel futuro. Blu , i colori si intensificano, quelle chiazze scure che seguono con precisione i nostri contorni si fanno più lunghe. Giocano con il loro proprietario nascondendosi, deformandosi, ma restando ugualmente sincere. Tutto si fa più scuro e i colori si fondono. Nero. La luna tarda a farsi vedere aumentando le attese di chi tanto la ama. Bianco, un colore quasi panna, limpido, accarezza le superfici e il paesaggio dona nuove suggestioni. Chi è il mio vicino ? Quasi non lo riconosco più ! Sembra una figura eterea, darò anche io questa impressione ? Grigio. E’ un colore nuovo, non lo capisco. Davanti a me c’è una tinta piatta. Dove è sparita tutta l’allegria ? Questo vuoto è straziante. Passa ancora del tempo ed altro grigio compare intorno a me. Il rosso ormai è un sogno, il giallo pare sempre più lontano. Bianco, ma non quello della luna. Questo è un bianco metallico, innaturale e fisso. Non gioca con me con i suoi riflessi, non crea emozioni. Prima lo chiamavano polmone verde questo colle. Era bello essere associati a quel colore, che nella sua varietà riusciva ad unire tutti noi. Ora ci sono solo io, piccolo puntino colorato circondato da grigio.

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“Simbiosi� di Letizia Radici Categoria Scuole Superiori – Racconto Segnalato

Ho guardato il sole, mi ha dato una carezza tiepida, un raggio mi si è impigliato tra i denti: ho sorriso; ho guardato una foglia in autunno, l'ho vista morire, mentre danzava per me fino a toccare la terra, ho guardato dietro l'albero da cui cadeva e ci ho trovato nascosto il profumo della primavera, venato di resina e di voglia di rinascita; ho guardato una foglia in estate, piena di linfa, profumata di vento e limone, ho toccato l'acqua e lei mi ha stretto la mano, mi ha permesso di nuotargli nel ventre, di ascoltare il silenzio del mare ... una pausa tra le note del mondo. Ho appoggiato la schiena ad una fresca rupe, gli ho lasciato il calore dell'estate, ho corso nell'erba alta, mi ci sono nascosta, con le mie fantasie leggere, ali della mente che mi sollevavano fino al cielo; Ho camminato all'alba, al tramonto e perfino nella notte, ho visto il cielo cambiare il suo sguardo senza mai invecchiare, mentre con il suo ciclo scandiva l'esistenza degli esseri viventi; ho visto il vento solleticare l'animo sensibile di un bambino che giocava in giardino, ho sorpreso un fulmine, mentre con la fugace decisione di un secondo, 16


cercava di catturare l'attenzione... Ho ascoltato la pioggia, cadeva sulle corolle dei fiori, ne riempiva i calici, ma quell'ebbrezza pesante il fiore la pagò con la sua bellezza; ho visto un arcobaleno, ponte fragile tra mente e sogno; ho calpestato le ceneri calde di un vulcano, ne ho percepito la forza, poche volte, pellegrina dell'animo umano... Ho guardato la terra sotto i miei piedi, nella vasta gamma dei suoi volti , persa a rimirarsi negli specchi dei nostri occhi, Terra madre, amante e ora figlia da accudire. Ho respirato e i miei polmoni si sono gonfiati d'aria, come lenzuola stese sopra un terrazzo al mare che il vento ingrossa. Ho incontrato un uomo, gli ho chiesto di guardare e di riuscire a trovare la sua poesia. Ho parlato a quell'uomo e gli ho detto: tutto puoi, sei uomo! ma non dimenticare chi lo permette. Poi ho parlato a me stesso e ho deciso: voglio consacrarmi alla natura, trovare la mia strada nell'origine.

“Il parco� di Marco Acerbis Categoria Scuola in Pigiama – Prima Classificato

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“Eco“Eco-loquio” di Alberto Marzona Categoria Scuola in Pigiama – Seconda Classificato

Buio...oscurità, forse...oppure PAURA? ...sì, sì...paura va benissimo per descrivere questo nuovo colore che vedo, anzi: che non vedo e da cui sono tanto spaventato. Uhh... mi sento a pezzi... non ricordo bene, ma devo essere stato un tipo cresciuto sempre al sole e all'aria aperta: ad assaporare le stagioni che passano, gli uccellini che cinguettano per metà della giornata, la pioggia che ti rinfresca le fronde...LE FRONDE?!?!? Chi posso mai essere io per avere dei ricordi del genere? Ih, hi...magari sono stato una pianta! Magari una quercia; una di quelle belle grandi, grosse e antiche alte fino ai 15-20 metri. Una di quelle che hanno visto svelarsi sotto le proprie chiome intrighi, storie d'amore, oppure una di quelle sotto le cui ombre, i bambini si siedono a mangiare il proprio pranzo al sacco preparato dalle madri in fretta e furia un quarto d'ora prima della partenza della comitiva scolastica. Ma ora, basta pensare, che fa venir sonno ed io che sono tanto stanco, magari se ci penso bene arrivo a capire chi sono e dove sono..............ma ora che ci rifletto...ORA RICORDO! Sono carn... volevo dire, legno da macello! Dove sono quegli uomini che hanno osato far di me legna da ardere, stuzzicadenti, un tagliere da cucina o un pezzo da mobilio? Ehi, chi mi spinge? Ah! Allora non sono solo! Dimmi ragazzo che pianta sei... sì, sì, scusami eri? Una pianta di sambuco? Ah, finalmente uno che sa di latino e mi può spiegare la situazione con chiarezza... ti posso chiamare don? No, no calmati, non diventeremo legna da bruciare, né un sostituto del filo interdentale dopo un pranzo abbondante: sono sicuro che diverremo antichi e imponenti mobili , a me piacerebbe divenire un bel pianoforte! Mi renderei nuovamente utile e poi... Cosa vuoi tu, invece caro signor ...olmo? Oh, grazie. Come? Non posso divenire un pianoforte? E perché? Cosa ne sai che non sono un bel pezzo d'ebano bello resistente e pregiato: non mi vedi! AHAHAHAHA! Ahia, ma cosa fai? Come mai mi hai scheggiato? Ah... l'ebano non sente dolore...cosa sei: un medico?!?!? Cosa? Un eucalipto ti ha dato lezioni di medicina e hai pure la laurea? Mostra qua... sì, sì, sento la carta, te lo concedo. Comunque, tornando a noi signor sambuco... e la smetta di pregare, glielo ripeto: ormai siamo legna da macello, mi sente? Guardi che le ritiro il rosario, eh...oh, bravo, reagisca, metta via la bibbia, la croce... ok ci siamo. Le stavo dicendo... ancora?!? Perché tutti mi interrompono?!? Cosa mi deve dire lei, signor ...gramigna? Oh grazie. Come? Lei sa dove siamo? Oh, finalmente qualcuno che dispone di pettegolezzi 18


utili, anche se a dirla tutta, lo sospettavo che sapesse qualcosa, d'altronde, la gramigna è dovunque e sente tutto! Pettegolo! AHAHAHAH! Tornando a noi, mi dica che siamo in una fabbrica dell' ikea o di una qualsiasi casa costruttrice di mobili.......... COSA?!? In una fabbrica di stuzzicadenti... oh , cavolo! No, no, no, calmati sambuco non piangere... ecco, vedi cosa hai combinato gramigna! Un po' di umanità, caspita! Serviva dirlo a così alta voce?!? Ma cosa ci fai, tu qui? Con la gramigna non si fanno gli stuzzicadenti!...Ah!... Sei qui per sbaglio, eh...stavi andando a chiedere in prestito dello zucchero ai vicini, eh... FALSO! Alla forca! C'è qualche stuzzicadenti con competenze legislative, qui? Come? Ah perfetto, che pianta eri? Come? Una pianta degli impiccati come quelle dei film western?!? Lieto di conoscerla signor VIP dei film western, faccia giustizia a questa spia. Ecco, legatelo bene, che non succeda che gramigna scampi dall'impiccagione come quel burattino del libro di Collodi. Ora, se mi date un po' di vino...grazie signor...vite? Ecco, non fare il tirchio, riempi bene bene il bicchiere.. e se qualcuno mi dà qualcosa con cui pasteggiare...miele ad esempio, grazie signorina... acacia? Io, dato che mi sembrate molto curiosi di sapere a cosa servono gli stuzzicadenti vi dirò che servono a grattar via la sporciz... ah, preferite evitare... ve lo spiegherà allora quell' intelligentone del signor quercia che è vecchio come il cucco e che MI STA PARLANDO SOPRA DA 2 ORE della storia della sua vita e nessuno lo ascolta! AHAHAHAHA! Come? Volete sapere cosa ero io, prima di arrivare in questa fabbrica? Inizio subito, aspettate, che sistemo sambuco che vomita ancor prima di aver svolto il suo compito di stuzzicadenti! Oh bravo, così si fa, dagli un po' di vino vite... cosa “buco”? Sei minorenne? E non ti preoccupare, che è “succo d'arancia”(fidati, eh)! AHAHAHAHAH! Ehi, vip del western, mi porti a fare un giro la vecchia quercia, che se no continua a parlare a vuoto e mi dà fastidio? Ecco, bravo...cosa acacia? Sì, fidati, il nonno torna, ih, ih, ih. Allora: ero una bella pianta, una di quelle grandi grandi grandi ,e poi...

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“Amica ortica” di Massimo Nicoli Categoria Adulti – Primo Classificato

Era cresciuta vivace e rigogliosa, il fusto eretto e i peli irti e gagliardi. Ma più cresceva, più attorno a lei si faceva il vuoto. Così la giovane ortica era rimasta ben presto sola. “Perché tutti si allontanano? Non mi piace stare sola.” Con tenacia e con un certo sforzo, trascinandosi lungo il suo fusto, raggiunse il portico di una cascina. “Vattene” le disse il portico “qui passa un sacco di gente. Appena ti vedranno di taglieranno o peggio ancora ti calpesteranno. Che brutto spettacolo! ortica maciullata. E poi proprio qui: io sono un portico rispettabile. Allontanati!” A malincuore l’ortica si trascinò più in là fino a raggiungere un orto. “Quante erbe rigogliose e che terra morbida! Questo è un posto bellissimo. Conoscerò molte piante e mi farò tanti amici”. L’ortica si sistemò vicino alle carote. “Certo ci vuole un bel coraggio!” disse una voce dura. “Che sfacciata!” aggiunse un’altra voce arancione. “Sei irritante!” sentenziò una terza carota con voce profonda. “Non faccio nulla di male!” si difese l’ortica, “cercavo solo un posto dove continuare a crescere in compagnia.” Le carote si consultarono tra loro poi si rivolsero di nuovo all’ortica: “Questo non è posto per ortiche” “Qui cresciamo noi carote. Il contadino ci cura perché siamo buone, croccanti e succose.” “Tu sei solo urticante. Sai cosa vuol dire urticante?” !?! “Che pungi” dissero le tre carote in coro. “Io pungo?” domandò sorpresa l’ortica. 20


“Certo, non te l’ha mai detto nessuno?” “Pungi, pungi, pungi,” cominciò a canzonarla un gruppo di ravanelli, “pungi, pungi, pungi…” In quell’istante la terra tremò. Due grossi stivaloni si avvicinarono minacciosi. L’ortica sentì la zolla di terra attorno sradicarsi e poi per aria, in un vortice, scaraventata via. Un tonfo, per terra, di là dalla strada sterrata, in un fosso, franata, umiliata. Ancora sola e abbandonata. Scese la notte. L’ortica induriva. Pensava ai torti subiti e il suo fusto induriva, la linfa induriva. Al mattino l’ortica era incattivita. “Così io pungo?” pensava “e allora me la pagheranno tutti quanti. D’ora in poi niente più amici. Farò soffrire tutti. Così avranno la punizione che si meritano”. L’ortica rimase in attesa della prima vittima. Sentiva di odiare tutto e tutti. Dopo un po’ di tempo passò di lì una formica che non s’interessò minimamente di lei, indaffarata com’era a spingere una briciolona di pane. “Ehi, formicuccia, vieni qua!” “Qua qua” “Qua!” insistette l’ortica. ”Qua qua, qua qua!” L’ortica vide tre oche che razzolavano nel campo, "qua, qua, qua", si avvicinavano, "qua, qua" presto sarebbero state abbastanza vicine per toccarle e pungerle. "Qua!" Improvvisamente si girarono e sempre quaquaraquando cambiarono direzione. “Ehi, voi tre, oche, perché non passate di qua?” urlò l’ortica. “Siamo tre anatre, non tre oche e abbiamo imparato a stare alla larga da quelle come te.” Anche stavolta era andata male! Passarono molte ore. Il sole scottava e l’ortica, ormai stanca, si addormentò. Si svegliò verso sera con il sole che stava tramontando. In quello stesso istante si accorse che alcuni ciuffi d’erba si muovevano, l’ondulazione continuava e si dirigeva proprio verso di lei. “Questa è la volta buona. Non mi sfuggirà, chiunque esso sia”. Si preparò all’agguato, più avvelenata che mai. La preda non aveva più scampo. Bastava lasciarsi sfiorare e magari adagiarsi un po’. “Ci siamo… ora!… ahi, ahi, ahi, ahi!”, si ritrasse l’ortica ferita. Un riccio e i suoi tre piccoli procedevano in fila indiana, lungo il fossato, in cerca di cibo. 21


“Non vale, ero io che dovevo pungervi!” protestò l’ortica. “Dilettante!” fu la secca risposta di mamma riccio. La giovane ortica si accasciò demoralizzata. Il sole ormai basso l’abbagliava. Perfino la dolce brezza della sera la infastidiva. Quasi non si accorse di quei passi che si avvicinarono, di quella mano guantata che la raccolse, no, senza strapparla con disprezzo, cogliendola delicatamente. Venne messa in un contenitore trasparente, conservata e osservata. A osservarla dapprima fu l’uomo che l’aveva raccolta, un botanico, Giacinto Spina (che sarebbe divenuto botanico ce l’aveva scritto nel nome), ma nei giorni seguenti la osservarono molti bambini incuriositi. Facevano numerose domande e il professor Spina, (come lo chiamavano loro), rispondeva. Fu così che l’ortica seppe molte cose sul suo conto. Innanzitutto si chiamava Urtica Dioica e possedeva molte proprietà curative. Grazie a lei si potevano curare alcune infiammazioni, si poteva rendere più puro il sangue e fare tanta pipì. Attorno a lei i bambini erano sempre più numerosi e la esaminavano entusiasti. “Che stupida son stata a odiare il mondo.” Da quel giorno fu orgogliosa di essere un’ ortica, sapeva di essere utile e non si sentì mai più sola.

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“Tre noci, un giorno” di Alessandro Pelicioli Categoria Adulti – Secondo Classificato

Le “Rogazioni” “Tre noci, un giorno” è un breve racconto che s’impernia sul tema di un rito, ormai caduto in disuso, che legava strettamente l’uomo e la sua sopravvivenza alla natura: le rogazioni. Le Rogazioni (dal latino rogare: chiedere, pregare) erano particolari processioni primaverili con le quali la civiltà contadina manifestava la propria fede nei confronti dei Santi e Dio, affinché costoro proteggessero i campi dalle malattie così come dalla grandine, dalle tempeste e dalle disgrazie. Le Rogazioni Minori avevano avvio alla festa di San Marco (il 25 aprile ed i due giorni seguenti): all’alba di quelle mattine tutta la gente del paese si radunava davanti la chiesa principale da cui poi si snodava la processione, della durata di alcune ore, che andava a lambire tutto il territorio della parrocchia. In questo modo tutte le terre coltivate potevano assistere ad un segno tangibile dell’umana fede posta in Dio, fede che veniva espressa attraverso litanie e benedizioni.

L’entusiasmo e la foga dei miei undici anni mi tennero sveglio tutta la notte: come si poteva dormire al pensiero di quanto sarebbe accaduto? Da sotto le coperte aspettavo di sentire la casa destarsi e appena scorsi i passi di mio padre, in un sol vento mi alzai, mi lavai al catino e pur essendo lunedì, indossai l’abito della festa. Il tempo di un bicchiere di latte e mi buttai fuori di casa: camminavo, soprattutto per evitare le urla di mia madre, ma appena superato il muro della cascina, cominciai a correre in quella distesa di campi bagnati d’albeggiare e di rugiada. Correvo, sì, ma tutto storto e se qualcuno mi avesse visto avrebbe creduto ch’ero diventato zoppo tutto d’un tratto: la mia andatura, invece, era strana solo perché tenevo una mano nella tasca dei pantaloni dov’erano tre noci – poteva forse non apprezzarle e sorriderne? - rubate dal tavolo della cena, la sera prima. Arrivai alla chiesa con il fiatone. Feci giusto in tempo a tirare un grande respiro che le campane buttarono il loro suono sul primo raggio di sole: mi guardai intorno. Ero il primo. Entrai nella canonica tutto felice - Don Aldo mi aveva già promesso il più ambito dei ruoli per quella mattina, così come per i due giorni seguenti – e mi bastò scorgerlo, con il suo abito nero da suora, per ritrovarmi a chiedere: - “Dov’è la mia croce?” Don Aldo strabuzzò gli occhi - non s’aspettava che fossi già li e tanto meno una simile domanda quindi si mise a ridere e senza ribattere posò la sua mano sulla spalla, per poi incamminarci insieme verso la sacrestia. In una manciata di minuti arrivarono anche gli altri chierichetti: i loro occhi si riempirono d’invidia quando appresero che per loro v’erano solo i due candelabri, il campanello e l’aspersorio, 23


poiché il prestigio della croce sarebbe toccato a me. Circondati dal silenzio, da quadri ex-voto e santi sofferenti, indossammo le vesti per la cerimonia: mi veniva da sghignazzare, perchè quel prepararci avveniva in un’atmosfera da trattoria, dove tutti gli avventori fingevano di ignorare - pur gettando, sguardi di sospetto e cattiveria - quello ch’era il farabutto, il brigante ch’era nei dintorni. Me. Poteva interessarmi? Macché… A me solo importava la gloria di guidare con la croce in mano, la processione lungo quelle strade di polvere che attraversando campi e prati, avrebbe raggiunto ogni santella. Senza dimenticare poi, che assolvendo quel compito mi sarei anche ingraziato Dio: se era in grado di aiutare quella terra dandogli frutto e sostanza, perché non avrebbe dovuto aiutare anche me, dopo quella collaborazione? Sarebbero già bastati questi ragionamenti per sentirmi al settimo cielo, ma c’era di più… C’era infatti modo di mettersi in luce agli occhi di Maria. Maria, sì, più bella della madre di Gesù, Maria, la figlia del prestinaio.

Scoccarono le sei e Don Aldo ci invitò a seguirlo: uscimmo sul sagrato dove - giusto il tempo di organizzare il da farsi - sarebbe cominciata la rogazione: passammo quindi in mezzo alla gente per guadagnare la testa della processione ed in quel breve tragitto - proprio come prevedevo – incrociai Maria ed il suo sguardo. Ci sorridemmo con le labbra e con gli occhi e vista l’autorità del mio ruolo, mi fermai quel tanto per sussurrarle: “Quando abbiamo finito tutto, ho una sorpresa per te: seguimi fin fuori dalla sacrestia!”. Mi misi allora alla testa del corteo, in attesa che Don Aldo cominciasse la cerimonia: io ancora mi stavo chiedendo cosa Maria avrebbe deciso di fare, quando la sua voce svuotò il silenzio e ci muovemmo.

Kyrie elèison Christe elèison Kyrie…

Passo dopo passo la guazza mattutina e l’aria primaverile lambivano le mie scarpe, mentre il mio sguardo vagava richiamato dalle nuvole, dal volo degli uccelli o dagli alberi in fiore.

Sancte Nicolae, ora pro nobis Sancte Antonine, ora…

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Chissà se tutti quei campi, dispiegati intorno a noi, sentivano che il nostro camminare era diverso dal solito: non il quotidiano incedere di aratura o mietitura; ma piuttosto un camminare di passi carezza, di andatura attenzione, di piedi premura auguranti solo abbondanza?

Sancte Bernarde, ora pro nobis Sancte Francisce, ora…

II bello però, avveniva allorquando ci fermavamo vicino alle tribuline e tutta la processione si disponeva a semicerchio intorno agli officianti, permettendo così a noi chierichetti di guardare tutti i fedeli. In quei frangenti cercavo sempre di scorgere Maria, ma non ci riuscivo mai, perché il mio sguardo veniva risucchiato da quegli abiti scuri - puliti anche se sporchi di vita - dai quali sporgevano volti che, ne ero certo, nella vita quotidiana dovevano esprimere maggior felicità per la nascita di vitellino che per quella di un bambino, maggior premura per la terra che non per la propria moglie. Il gomitolo di gente si attorcigliava intorno a noi, poi Don Aldo attendeva che il brusio si spegnesse: solo a quel punto, gli passavo la croce e mentre la liturgia s’accendeva, io verificavo che nella tasca vi fosse ancora il suo preziosissimo contenuto. Il sacerdote una volta presa la croce, l’alzava, gettando prima una occhiata al cielo e poi a tutti quei campi, seguendo chissà quali invisibili segnali: forse l’impercettibile battito d’ali di una farfalla? Oppure il suono della terra crepata da un lombrico o magari il cigolio ch’era lo schiudersi dei fiori? E così continuava a fare: lo sguardo in alto a raccogliere dei semi, riabbassandolo poi per spargerli, finché a semenza divina finita, poteva finalmente nascere il grido ch’era intimazione e dolcissimo canto:

A improviísa morte. Ab ira, et odio, et omni mala…

L’elencazione continuava senza esitazioni e Don Aldo era così concentrato a sgranare latinismi, impegnato com’era a rivelare, strappare e rendere innocui tutti i timori di quella gente – che sembrava nemmeno aspettasse il “Libera nos Domine” dell’assemblea.

A fulgure, et tempestate, A peste, fame, et bello…

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Solo quando non v’era più alcunché di cui liberarsi, don Aldo s’interrompeva per prendere l’aspersorio ed annaffiare tutto e tutti: l'aria tersa gaia di primavera, quegli uomini di terra e tutti i loro poderi colti od incolti che fossero, affinché tutto divenisse inattaccabile pala d’altare sulle invisibili pareti della chiesa ch’è la natura. Questa cerimonia dell’andare-fermarsi-benedire la ripetemmo più volte: era straordinaria! Straordinario era anche il comportamento di quegli uomini che seguendo il gesticolare del prete, mutavano la loro rozza apparenza nella meraviglia di un bambino dinanzi all’arcobaleno o alla neve; così come straordinarie erano le bocche delle anziane, quando tessevano quelle preghiere mute, nate e morte sulle loro labbra apparentemente tremanti dal freddo. Ma dopo un po’ tutto questo straordinario mi venne a noia: dolevano i piedi, le braccia erano stanche e dentro quel vestito da chierichetto iniziava a far caldo… Ma soprattutto avevo una voglia matta di capire cosa avrebbe fatto Maria. Grazie al cielo, il campanile non era troppo lontano e vedendolo sempre più vicino, riuscii a farmi forza e a resistere: mi sentii quasi miracolato quando giungemmo sul sagrato della chiesa.

Agnus Dei, qui tollis peccàta mundi. Agnus Dei, qui tollis….

Un’ultima benedetta benedizione, quindi il corteo si sciolse e l’intero paese andò lentamente incontro alle sue faccende di fatica e di mani. Tirando le somme: nessuna titubanza nello scegliere le strade e tanto meno sballottamenti o cadute alla croce. Ero stato bravissimo! Malgrado questo, però, le farfalle nello stomaco mi rendevano irrequieto impedendomi di capire se tenevo più paura di incontrare o di non incontrare Maria. Che malefica congiura: se solo mi fossi deciso, avrei potuto chiedere l’intervento divino che, alla luce della mia professionalità di chierichetto, non sarebbe certamente venuto meno. Ed invece… Ed invece ci incamminammo verso la chiesa: io titubante e impaziente, Don Aldo sorridente e gli altri chierichetti ancora in combutta con me, per la faccenda della croce portata da me, per di più, senza disastri. Stavamo per varcare la porta della sacrestia quando sentimmo una voce chiamare:

“Alessandro!” Siiii! Noooo…

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Era solo la maestra, che m’invitava a spicciarmi ad andare a scuola. Rimasi deluso e di stucco, tant’è che continuai a fissarla sconsolato. Fu a quel punto che avvenne la visione: appena la maestra si voltò e tornò sui suoi passi, intravidi alle sue spalle Maria - la donna copriva la bambina, poiché sulla stessa linea prospettica - in procinto a raggiungermi.

Scoppiai in un sorriso e senza sapere dove andò a finire la croce – tenuta gelosamente, fino a un attimo prima, fra le mani – mi ritrovai dinanzi a lei. Dissi: - Chiudi gli occhi, e non aprirli finche non mi senti dire “Sorpresa!”. Va bene? - Va bene. – Rispose lei.

Infilai la mano in tasca, vi tolsi quanto c’era da togliere. Presi la mano di Maria, gli aprii le dita e vi poggia le tre noci. Le guardai, guardai il suo viso e poi…

E poi corsi verso la sacrestia, gridando a squarciagola: “Sorpresaaa!”.

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“Il giudizio naturale” di Silvia Valagussa Valagussa Categoria Adulti – Racconto Segnalato

PERSONAGGI: Madre Natura, il Tempo, la Betularia bianca, la Betularia nera, il Corvo, il Cielo, la Terra SCENA: un'aula di tribunale, circa duecento Rivoluzioni fa. Tempo In piedi, entra il giudice! Buongiorno Vostro Onore. [Offrendole la sedia] S'accomodi, mi permetta. M. Nat. Grazie, molto gentile. Sa, lei è un assistente davvero prezioso, non credo che potrei combinare un bel niente senza di lei... Ma mi fa sentire più vecchia ogni volta che la vedo. Tempo Dovere, Vostro Onore. Ora, se mi consente di dare avvio al procedimento... M. Nat. Vede? Sempre a mettermi fretta. Tempo Non oserei mai. Vorrei solamente ricordarle che dobbiamo presiedere anche a molti altri processi: la deriva dei Continenti, la fioritura del Ciliegio... M. Nat. Cerca di insegnarmi il mio mestiere...? Ma lo sa, lei, da quante Rivoluzioni mando avanti questa famiglia?? Saranno almeno... almeno... Tempo Quattro miliardi, cinquecentocinquantun milioni e... M. Nat. Ehm, sì, ecco, appunto... E comunque nessuno dei miei figli si è mai lamentato, mi pare... Bet. bianca Hem-hem...!! Tempo Veramente questo processo è stato istruito proprio dietro lamentela della sua figlia qui presente... M. Nat. Ah, ma allora la faccenda è grave...! Dica, cosa aspettava a dirmelo? Avanti, cominciamo! Tempo Chiamo a testimoniare la Farfalla delle Betulle. [La Betularia bianca e quella nera, spintonandosi in volo, fanno a gara per arrivare prime al banco dei testimoni.] M. Nat. Ma che succede?? Su, bambine, non litigate...!! Tempo Domando scusa, la Farfalla bianca delle Betulle. [La Betularia nera torna mesta al suo posto mentre quella bianca si posa sul banco.] Tempo Prego, faccia presente al giudice il motivo per cui l'ha convocata. Bet. bianca Ciao mammina, come va? M. Nat. Non c'è male, cara. Tu, piuttosto, come stai...? 28


Bet. bianca Male, mamma, molto male. Non so come, ma la mia sorellastra nera ha convinto il Corvaccio cattivo ad attaccare me, quando invece fino a poco fa lui mi lasciava bella tranquilla sul mio tronco di Betulla e si pappava proprio lei, che è nera e brutta e cattiva come lui... M. Nat. Ma povera bimba mia, cosa mi dici mai...? Fra l'altro, non mi ricordo di averti fatto una sorella nera... Tempo Mi permetta, Vostro Onore, di chiamare a testimoniare la Farfalla delle Betulle nera. M. Nat. Oh, ma la prego...! Son proprio curiosa di salutare questa mia figlioletta dimenticata. Vieni avanti, cara! [La Betularia bianca lascia il posto a quella nera, facendole una linguaccia.] Bet. nera Ciao, mamma. Lo sapevo che non ti ricordavi di me. Lo so che lei è sempre stata la tua preferita, lo so perché quando stavamo tutte e due vicine sulla Betulla il Corvo mangiava sempre me e mai lei... M. Nat. Piccola, mi spiace tanto, ma sai bene che dopotutto anche il Corvo è tuo fratello... però, in effetti, mi sembrano un po' strani questi suoi gusti alimentari... Bet. nera Io però non lo so perché non mi mangia più... io continuo solo a star lì sulla Betulla, come prima...!! M. Nat. Su cara, ti credo, non piagnucolare. Beh, suppongo che ora dovremmo sentire cos'ha da dire il Corvo. Tempo Chiamo a testimoniare il Corvo. [La Betularia nera raggiunge quella bianca ed entrambe si nascondono strillando al passaggio in volo del Corvo.] M. Nat. Suvvia, bambine! Il Corvo è qui per parlarci della sua colazione, non per cacciarla. Dunque, figliolo, cosa mi combini...?? Prima ti piace la Farfalla nera, poi quella bianca... Ma ecco, onestamente... [sottovoce, al Corvo] io non credo che abbiano un sapore poi tanto diverso, no...? Corvo No, infatti. Il punto è un altro: vedi mamma, prima la Betulla era bianca, e la Farfalla nera spiccava meglio sul tronco; ma adesso che la Betulla è nera... M. Nat. La Betulla...? Adesso anche la Betulla mi cambia colore?? Ma io qui divento matta. Passi per la Farfalla, lì deve essermi sfuggita una piccola mutazione, lo ammetto. Ma sono più che certa di non aver mai e poi mai concepito una Betulla con il tronco nero...! Caro il mio Corvo, non avrai per caso qualche problema di vista...? Corvo Non mi hai dato gli occhi dell'Aquila o del Falco, ma sono perfettamente in grado di distinguere il bianco dal nero...! Se però questo è il valore che dai alla testimonianza di tuo figlio... buongiorno! [Vola via.] M. Nat. Che impertinente! Mi sa che ho colto nel segno, altroché! ... deve avere sviluppato qualche strana forma di daltonismo. Betulle nere... figuriamoci...! Cielo Vostro Onore, chiedo il permesso di intervenire... 29


M. Nat. Eh? Chi ha parlato? [Al Cielo] Lei?! Cosa ci fa qui...? Erano Rivoluzioni e Rivoluzioni che non prendeva parte a un mio processo: pensavo che lassù nell'atmosfera non succedesse più niente di interessante dal boom di ossigeno dovuto alla nascita dei miei bimbi fotosintetici. Cielo E infatti mi consideravo ormai in pensione, quando alcune novità mi hanno convinto a riprendere il lavoro. M. Nat. Bene, ma veda di stare al passo con la sua collega [indicando la Terra]: una segretaria fenomenale, registra per filo e per segno tutto quello che accade durante i miei processi... Ma sentiamo, sentiamo queste novità! ... Purché non mi dica che è diventata nera pure l'aria...! Cielo Ehm... veramente... M. Nat. Cosa?!? Ma allora è una mania... una sommossa...!! Il nero non è mai stato fra i miei colori preferiti, com'è che all'improvviso lo portano tutti...?? Cielo Io credo di conoscere il responsabile, Vostro Onore. M. Nat. E allora lo dica! Fuori il nome di questo impudente che si permette di scavalcare la mia autorità cromatica!! Cielo Si tratta dell'Uomo. M. Nat. ... chi? Il mio cucciolo? Il mio piccolo genio...? Non dica assurdità. Non mi risulta che l'Uomo respiri in modo diverso da tutti gli altri mammiferi. Cielo Infatti non è la respirazione, il problema. Non la sua, almeno: è quella di certi... marchingegni che costruisce. Buttano fuori carbone a tonnellate. M. Nat. Ah. Beh, ma questo che c'entra con la causa che stiamo discutendo, scusi? Lei intanto si limiti a registrare, vedremo poi cosa fare per l'aria... Cielo Vostro Onore, è proprio l’aria, nera di carbone, ad annerire il tronco della Betulla. E' questo che volevo dirle: il Corvo ha ragione. M. Nat. Ah. Lei dice? Ah. Questa non me l'aspettavo... Tempo Vostro Onore...? Non crede che a questo punto sia opportuno inviare un mandato di comparizione all'Uomo? M. Nat. Sì, un mandato... Nel frattempo, la seduta è sospesa! [Alle farfalle] Ciao bambine, e non preoccupatevi: adesso ci pensa la mamma a sistemare tutto...! Bet. bianca e Bet. nera (in contemporanea) Grazie mamma, lo sapevo che mi avresti difesa! [Si guardano storto, poi volano via in direzioni opposte. Escono anche la Terra e il Cielo.] M. Nat. [Guardinga, al Tempo] Senta, permetta una parola... Io non riesco proprio a credere che in questa brutta faccenda sia implicato il mio tesorino, il mio bimbo prodigio... e... beh, mi domando se sia davvero il caso di convocarlo così d'urgenza... Sa, non vorrei spaventarlo...

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Tempo Vostro Onore, l'Uomo non è più un cucciolo: con le sue centonovantaseimila Rivoluzioni suonate dovrebbe essere in grado di prendersi le sue responsabilità... invece pare che si diverta a giocare con quelle sue macchinine, senza preoccuparsi delle conseguenze sui suoi fratelli e sorelle. M. Nat. Che ci vuol fare, è così creativo, così ingegnoso... Bisogna lasciarlo fare... poi vedrà che capirà, imparerà a regolarsi... è così intelligente, così riflessivo... Tempo Lei è troppo indulgente. Se vuole il mio parere, lo sta viziando... Comunque il capo è lei: io, finché posso, cercherò di non mettergli fretta... M. Nat. Allora siamo d'accordo. Sono certa che presto il mio bambino sarà maturo e verrà a rispondere davanti a sua madre delle birichinate che ha commesso. Aspettiamo. Tempo Aspettiamo... [... e stanno ancora aspettando.]

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“Ciamarulà” di Claudia Moietta Categoria Adulti – Racconto Segnalato

Lei c’è. E’ tornata. Me la ricordo bene. Aveva fatto una breve apparizione tempo fa, occhio e croce sono passati sei anni, era solo una paginetta scritta di getto ma, allora, l’avevo considerato il suo primo, unico, spasmodico capolavoro. Ora è di nuovo qui, in questo bosco di faggi centenari, cresciuti in un maestoso disordine proprio vicino a dove abito io. E’ tornata in silenzio, nulla è cambiato di lei; all’apparenza, è solo cresciuta. Come me. L’ho accolta con gioia anche se credo non fosse gioia ma un sentimento che non so definire, un miscuglio a dosi variabili di: meraviglia, stupore, rabbia, sgomento, sollievo e, per l’appunto, gioia. E’ scesa dal treno del tempo alle cinque in punto, precisa, bella e ordinata come sempre. La prima cosa che ha toccato terra sono state le sue scarpette rosse, sicure, decise, morbide. Io ero lì, seduta e credo indaffarata e persa nei miei soliti minestroni famigliari. Ha sorriso, con titubanza ma ha sorriso. La prima cosa che mi ha chiesto è :”ti ricordi di me?”.

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Ma la domanda aveva al seguito già la sua risposta. Come prima ho già detto, è cresciuta, ma non è la cosa che più mi ha colpita: ho inghiottito in un attimo, come quando torni in un posto dopo quindici anni e ti sembra ieri, la sensazione che lei mi conosca davvero. Ho pensato a quanto fosse stato lungo il viaggio per lei, quanto aveva dovuto pensare, riflettere, sonnecchiare. Poi la cosa più ovvia c’è stata: “Come stai?”, con un sorriso montato solo a metà. Eravamo tranquille, serene, ora che sapevamo di essere lì. Tutto era come doveva, anche il prato che prima non c’era, ora, a soli dodici passi dal mio giardino, era cresciuto. L’ho capito. Lei viene da me, con tempi ed intervalli lontani dal nostro quotidiano pensare, quando io prendo contatto coi pensieri più profondi del bosco. Ero distesa ai piedi di un faggio, quel giorno. Mi ero regalata una piccola pausa dai miei doveri e, sistemata la mia borsa a colori sotto la testa, avevo snodato quei lacci che di norma mi annodano ai pensieri più scuri. Ho sentito lo scricchiolio delle foglie, al mio fianco. Sopra ai rami, che mi fanno da ombrello, è passato, veloce, un gheppio. Poi, è arrivata lei. Ha iniziato a parlare. Nei suoi racconti vivono tante persone, cose, animali e sempre mi perdo e riscopro l’enorme piacere che provo ad ascoltare le sue storie. “Ricordi quella volta che mio nonno mi ha sentita parlare con te? Hai finto, con lui, di rincorrere una volpe. Ma lui ha capito. Conosce anche me.” Ti ricordi tutto di noi. All’apparenza è strano: non credo di essere l’unica che passi a trovare. Altre persone amano il bosco e i suo silenzi, come me. Poi, in un momento, come l’alone appannato dei vetri, te ne vai. Non ci sei più. Quando rientro a casa, vicino alla poltrona di stoffa rossa, lì, infilato tra il cuscino coi bottoni di legno e quello verde che mi ricorda il colore del rosmarino, proprio lì, trovo un foglio scritto da te. Lo leggo. “Disegnami. Con un occhio esco dal bosco. Con l’altro rimango nascosta dietro questo ruvido legno. Disegnami. Sono piccola. Mi chiamano Ciamarulà.

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Ho i piedi che saltano sulle foglie del pavimento. Ho fatto amicizia coi ragni, col buio e col becco di un picchio. Disegna come mi vedi. Così potrò sapere di me. Qui nel bosco non c’è uno specchio. Ed io non so come sono. Mi sono svegliata da poco e qui, tra i faggi, c’è il sole. Un filo di sole che mi arriccia i capelli e mi fa vedere lontano. Mi chiamo Ciamarulà. Resto nel bosco, corro nel bosco, gioco ad essere un animale, gioco ad essere il rosso delle foglie e il rumore di un ramo che si spezza. Dormo nel bosco. Voglio un’altalena per andare su e giù dai miei pensieri di bambina. Sono Ciamarulà. Oggi raccolgo dei fiori e me li metto sotto il vestito, così avrò un buon profumo. Poi mi metto una mano sul viso e apro, piano, le dita: se ci guardo attraverso vedo il bosco. Ma lui non vede me. E’ bello il mio nome. E’ bello il posto in cui vivo. E’ un bosco di faggi. E’ il bosco di Ciamarulà.” 34


Predo un foglio di carta ruvida, faccio la punta ad una delle matite blu che aspettano in fila nel barattolo di latta e ti disegno. Come vuoi tu. Stretta ad un ramo di faggio, lego un’altalena per andare su e giÚ dai tuoi pensieri. Come mi hai chiesto tu.

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“Il Parco” Parco” di Marco Acerbis Categoria Scuola in Pigiama– Primo Classificato

Il parco non è un insieme di scivoli, di alberi e di panchine ma è un luogo che non può mancare a nessun paese. Al parco ci si ritrova a parlare, a giocare, a ridere e a scherzare. Il mio primo ricordo del parco risale alla scuola materna, dove tutti giocavano con tutti, appena uscivo dalla materna avevo un solo obbiettivo nella testa: andare al parco per giocare con i miei amici. Le mamme a quel tempo ci osservavano da lontano mentre noi ci divertivamo andando sull’ altalena, sugli scivoli e giocando a lupo o nascondino terminando con una merenda in compagnia. Più il tempo passava più noi diventavamo autonomi, ma il desiderio rimaneva quello di andare al parco, i giochi cambiavano, le mamme non c’ erano più, ma l’ allegria, lì, era sempre la stessa. Negli ultimi tempi al parco ci si divertiva moltissimo, le gare di corsa, le gare con le biciclette. Adesso mi manca il parco, gli amici le emozioni che il parco ti dà: l’allegria, il divertimento, la gioia e poi tutto quel verde che ti trasmette tranquillità. Non vedo l’ora che questo periodo finisca, festeggiandolo con un bel pomeriggio al parco e immagino ……. Sono al parco, sono guarito è una bellissima giornata dove il sole splende nel cielo azzurro, non ci sono nuvole. Una brezza di vento mi spettina i capelli ormai ricresciuti, i miei amici ed io siamo felici, c’è un’aria di festa, l’atmosfera è allegra tra di noi e tra gli altri bambini. Siamo seduti per terra sotto degli alberi, le panchine sono tutte occupate e gli altri bambini urlano divertendosi salendo e scendendo dagli scivoli e dalle altalene. Ci sono bambini che vanno in bicicletta ed uno sta imparando ora …… che bei ricordi! Nel frattempo con i miei migliori amici mi godo: una merenda, la compagnia, le risate. Sto bene e sono nel posto più bello del paese: il parco!

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“EcoEco-loquio” loquio” di Alberto Marzona Categoria Scuola in Pigiama– Secondo Classificato

Buio...oscurità, forse...oppure PAURA? ...sì, sì...paura va benissimo per descrivere questo nuovo colore che vedo, anzi: che non vedo e da cui sono tanto spaventato. Uhh... mi sento a pezzi... non ricordo bene, ma devo essere stato un tipo cresciuto sempre al sole e all'aria aperta: ad assaporare le stagioni che passano, gli uccellini che cinguettano per metà della giornata, la pioggia che ti rinfresca le fronde...LE FRONDE?!?!? Chi posso mai essere io per avere dei ricordi del genere? Ih, hi...magari sono stato una pianta! Magari una quercia; una di quelle belle grandi, grosse e antiche alte fino ai 15-20 metri. Una di quelle che hanno visto svelarsi sotto le proprie chiome intrighi, storie d'amore, oppure una di quelle sotto le cui ombre, i bambini si siedono a mangiare il proprio pranzo al sacco preparato dalle madri in fretta e furia un quarto d'ora prima della partenza della comitiva scolastica. Ma ora, basta pensare, che fa venir sonno ed io che sono tanto stanco, magari se ci penso bene arrivo a capire chi sono e dove sono..............ma ora che ci rifletto...ORA RICORDO! Sono carn... volevo dire, legno da macello! Dove sono quegli uomini che hanno osato far di me legna da ardere, stuzzicadenti, un tagliere da cucina o un pezzo da mobilio? Ehi, chi mi spinge? Ah! Allora non sono solo! Dimmi ragazzo che pianta sei... sì, sì, scusami eri? Una pianta di sambuco? Ah, finalmente uno che sa di latino e mi può spiegare la situazione con chiarezza... ti posso chiamare don? No, no calmati, non diventeremo legna da bruciare, né un sostituto del filo interdentale dopo un pranzo abbondante: sono sicuro che diverremo antichi e imponenti mobili , a me piacerebbe divenire un bel pianoforte! Mi renderei nuovamente utile e poi... Cosa vuoi tu, invece caro signor ...olmo? Oh, grazie. Come? Non posso divenire un pianoforte? E perché? Cosa ne sai che non sono un bel pezzo d'ebano bello resistente e pregiato: non mi vedi! AHAHAHAHA! Ahia, ma cosa fai? Come mai mi hai scheggiato? Ah... l'ebano non sente dolore...cosa sei: un medico?!?!? Cosa? Un eucalipto ti ha dato lezioni di medicina e hai pure la laurea? Mostra qua... sì, sì, sento la carta, te lo concedo. Comunque, tornando a noi signor sambuco... e la smetta di pregare, glielo ripeto: ormai siamo legna da macello, mi sente? Guardi che le ritiro il rosario, eh...oh, bravo, reagisca, metta via la bibbia, la croce... ok ci siamo. Le stavo dicendo... ancora?!? Perché tutti mi interrompono?!? Cosa mi deve dire lei, signor ...gramigna? Oh grazie. Come? Lei sa dove siamo? Oh, finalmente qualcuno che dispone di pettegolezzi utili, anche se a dirla tutta, lo sospettavo che sapesse qualcosa, d'altronde, la gramigna è dovunque e sente tutto! Pettegolo! AHAHAHAH! 37


Tornando a noi, mi dica che siamo in una fabbrica dell' ikea o di una qualsiasi casa costruttrice di mobili.......... COSA?!? In una fabbrica di stuzzicadenti... oh , cavolo! No, no, no, calmati sambuco non piangere... ecco, vedi cosa hai combinato gramigna! Un po' di umanità, caspita! Serviva dirlo a così alta voce?!? Ma cosa ci fai, tu qui? Con la gramigna non si fanno gli stuzzicadenti!...Ah!... Sei qui per sbaglio, eh...stavi andando a chiedere in prestito dello zucchero ai vicini, eh... FALSO! Alla forca! C'è qualche stuzzicadenti con competenze legislative, qui? Come? Ah perfetto, che pianta eri? Come? Una piantadegli impiccati come quelle dei film western?!? Lieto di conoscerla signor VIP dei film western, faccia giustizia a questa spia. Ecco, legatelo bene, che non succeda che gramigna scampi dall'impiccagione come quel burattino del libro di Collodi. Ora, se mi date un po' di vino...grazie signor...vite? Ecco, non fare il tirchio, riempi bene bene il bicchiere.. e se qualcuno mi dà qualcosa con cui pasteggiare...miele ad esempio, grazie signorina... acacia? Io, dato che mi sembrate molto curiosi di sapere a cosa servono gli stuzzicadenti vi dirò che servono a grattar via la sporciz... ah, preferite evitare... ve lo spiegherà allora quell' intelligentone del signor quercia che è vecchio come il cucco e che MI STA PARLANDO SOPRA DA 2 ORE della storia della sua vita e nessuno lo ascolta! AHAHAHAHA! Come? Volete sapere cosa ero io, prima di arrivare in questa fabbrica? Inizio subito, aspettate, che sistemo sambuco che vomita ancor prima di aver svolto il suo compito di stuzzicadenti! Oh bravo, così si fa, dagli un po' di vino vite... cosa “buco”? Sei minorenne? E non ti preoccupare, che è “succo d'arancia”(fidati, eh)! AHAHAHAHAH! Ehi, vip del western, mi porti a fare un giro la vecchia quercia, che se no continua a parlare a vuoto e mi dà fastidio? Ecco, bravo...cosa acacia? Sì, fidati, il nonno torna, ih, ih, ih. Allora: ero una bella pianta, una di quelle grandi grandi grandi ,e poi...

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“Villa Concordia” Concordia” di Fabiola Viganò Categoria Scuola in Pigiama– Terza Classificata

Come vorrei un parco: - con le panchine senza muschio sopra; –con un bar dove le anziane non sbagliano il resto dei soldi e si gettano davanti ai frigor appena entri per paura che tu possa rubare le bottigliette di acqua; –senza bambini urlanti e quattordicenni montati che si pavoneggiano con il primo scooter; –senza materia fecale dei cani; –senza la paura che ti rubino la bicicletta abbandonata ai piedi dell'albero; –(magari con un posto dove ripararsi dalla pioggia); –senza il privilegio che hanno i bambini sulle altalene; –senza le solite persone che non vuoi mai incontrare, ma che puntualmente incontri e con falso sorriso saluti oppure li guardi di traverso facendo intuire quanta voglia hai di vederli ( o che era meglio stare a casa a smanettare con il computer );

La “Villa Concordia” Nel popolarissimo paese di Robbiate (so che non sai dov'è, ma adeguati ), il divertimento dei ragazzi si concentra o in oratorio, a ballare e cantare come degli “emancipati”, o al parchetto dell'Erg, chiamato così perchè è situato davanti al distributore di benzina ( che posto felice per portare i piccoli pargoli ). Di divertente c'è solo il piacere di veder lavorare il benzinaio tutto sporco e sudato,un piacere che si indirizza alle bambine ovviamente, per i maschi c'è una “lussuosissima” altalena, così bassa che dopo qualche minuto hai scavato un fosso. Infine c'è Villa Concordia, dato il nome uno si aspetterebbe di vedere cascate rosa con le nuvolette di zucchero filato,fiumi fragolosi, arcobaleni e unicorni che si abbracciano e lanciano cuoricini ... E' invece è una specie di villetta con un bar popolato da vecchi pensionati ubriaconi che puzzano di vino e giocano a scala quaranta. La biblioteca è gestita da un DRACUBIBLIO (il neologismo vi aiuterà ad immaginare un bibliotecario cattivo che ricorda dracula). Lo scivolo e le due altalene sono le baby sitter dei genitori ( più le madri ) per sbolognare i figli con il fine di prendere il caffè e spettegolare con le altre stressate. Queste madri stanno tranquille sulle panchine a parlare mentre i loro dolci pargoletti si rotolano nel fango, mangiano formiche e si lanciano nei rovi e alla fine inveiscono contro i piccoli che vengono incolpati della distrazione delle madri. 39


Tornando al bar popolato interamente da vecchi.. sul serio! i clienti son mummie, i ''baristi'' sono matusalemme ( c'è pure la mia maestra delle elementari che è andata in pensione) ! I vecchi sono cattivi e sospettosi: non faccio a tempo ad entrare che la proprietaria si lancia verso il frigo, a costo di cadere e rompersi il femore o qualsivoglia articolazione, lei DEVE arrivare prima di me. Ecco la fiducia nei giovani!!!. Tornando a quella soInora, che mi odia un pochino, oltre a vederti come un potenziale criminale pluriomicida, ti mette alla prova anche in matematica ( sbaglia resto )! Per esempio, se l'acqua costa cinquanta centesimi, io le do un euro e lei ti da dieci centesimi ( ecco l'inghippo ) ti tocca correggerla, così lei si offende e la volta seguente non ti degna neanche di una parola . Oltre ai bambini urlanti e le madri stressate ci sono i ragazzini più piccoli di te che si atteggiano da veri bulli con il loro nuovissimo scooter che papino gli ha comprato. Per esempio i maschi: Camminata da fustaccio, l'immancabile ciccata in terra e l'atteggiamento da montato, mentre le femmine se la tirano un po' troppo. Il bello è che mancano di rispetto anche a te ( hahaha ) e lì sono dolori. Si innesca una guerra tra gruppi di adolescenti : i fattoni ( sniffano la colla e fumano erba ) contro quelli che giocano a calcio, quelli con un minimo di cervello ( modestamente ne faccio parte ) contro quelli ''popolari'' ( cioè ignorati ). Queste guerre si svolgono tra le panchine che cadono a pezzi e le armi sono le solite battutine pungenti. il perdente ( quasi sempre quelli che giocano a calcio e gli ignoranti )ne esce umiliato e per circa una settimana non si vede più in giro. Dimenticavo le vecchie bigotte che sanno tutto su tutti che ti guardano sempre con quello sguardo da schifo come per dire :” Ma sua madre la lascia uscire di casa conciata così?” E tu vorresti rispondere : si vecchiaccia, e tu prima di uscire togliti l'odore della naftalina che c'è sul maglione di lana. Questo parco è come la strada, ci sono angoli che poi diventano ghetti dei vari gruppi, non puoi lasciare le biciclette incustodite altrimenti ritrovi solo il lucchetto a terra; quando esci vestito male ( tipo barbone ) perchè non hai voglia di vestirti incontri tutto il paese. In conclusione, evitate Robbiate

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“Nanoracconti” Nanoracconti ”

Prima Classificata Aurora Cantini – Categoria Adulti Il vecchio Cacciatore racconta storie del bosco accarezzando un lupo

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Altri Nanoracconti segnalati

Balducchi Aurora – Categoria Scuole Medie Vedo un gatto, un uccellino. Ora vedo soltanto il gatto Angela Giovanna Amico – Categoria Adulti Sfugge da queste mie dieci dita la poesia del paesaggio Cristian Madaschi – Categoria Adulti Il riccio svegliandosi dal letargo riprese le sue faccende quotidiane Stefano Cuter – Categoria Scuola in Pigiama Immerso nel verde ammiro la Natura nel suo immenso splendore.

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I Racconti del Parco 4  

Raccolti dei migliori racconti del concorso

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