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NEL SEGNO DELL'ACQUA Archeologia nuragica

UN MONDO DIETRO LE SBARRE Storie dal carcere di Nuchis

QUANTI CAFFÈ A Tempio, aneddoti e ricordi

ANTONIO SEGNI Gli scritti giornalistici

YBRIS Il film di Gavino Ledda

ZURI ANTICA Un paese sommerso

DOSSIER

9 788890 683824

ISBN 978-88-906838-2-4

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Da oltre 20 anni raccontiamo la Sardegna

Rivista annuale di cultura, storia e ambiente della Sardegna

1915-1918

NEL FANGO DELLE TRINCEE DAL 1915 AL 1918

e tanto altro ancora... Almanacco gallurese 2014/2015 GIOVANNI GELSOMINO EDITORE

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storia

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Almanacco gallurese 2014/2015


storia

LA CANTINA: UNO SPAZIO POLIFUNZIONALE TRA ARTE E NATURA. WINE BOUTIQUE PERCORSI DI DEGUSTAZIONE E VI A V IS IT TA VERNISSAGE E INSTALLAZIONI AR TI HE ART ISST TI C CH HE EVENTI AZIENDALI E PRIVATI

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Almanacco gallurese 2014/2015

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La Gallura è una terra splendida che ha da sempre l’ospitalità nel cuore. Proprio qui abbiamo realizzato i nostri alberghi ai bordi del mare e nell’assoluto rispetto di una natura unica; ve li proponiamo con passione e professionalità coniugando la tradizione gallurese con i vostri desideri. La nostra missione aziendale:

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Aeroporto Almanacco gallurese 2014/2015

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Almanacco gallurese 2014/2015

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sommario

Almanacco gallurese 2014/2015

Archeologia 10 Semestene l’enigma dell’epigrafe di san nucola di trullas di Alberto Areddu 16 nel segno dell’acqua di Maria Ausilia Fadda 22 buddusò il paese delle domus di Tomaso Tuccone

Cronaca 26 luogosanto il caso caceffa di Giovanni Ricci 38 aggius il caso irrisolto di gian giacomo tirotto di Piero Maiorca 48 tempio pausania quanti caffè di Marilena Selis

Cultura 62 aglientu la memoria ritrovata di Giuseppe Spano 68 la sardegna cine-documentaria di Simone Ligas 74 ybris di Vittoria Nicoli

Eventi 80 Palau mania de futebol di Mauro Piga

Fotografia 86 88 96

ali nel vento di Alberto Fotzi i mille colori Dell’arcipelago di Mirko Ugo Street photography di Giulio Gelsomino

Reg. Trib. di Tempio n. 71 del 25-3-1993

Direttore Responsabile e Coordinatore GIOVANNI GELSOMINO Progetto grafico e impaginazione Franco Baralla per Grafimedia Comunicazione Foto di copertina Giulio Gelsomino Stampa Nuova Stampa Color - Muros (SS)

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d’ombra e di luce di Noemi Puggioni

DOSSIER

la fotografia digitale di Giuseppe Zedda

Itinerari 116 124

1915-1918

isola rossa - s.Teresa gallura trekking delle bocche di Corrado Conca santa teresa gallura L’ARRAMPICATA IN GALLURA di Giovanni Manca

Libri 130 l’alghero di saint-exupery 131 cagliari che non c’è 131 attacco al corpo 132 com’è nato il turismo in sardegna

Luoghi

134 stintino storia dell’industria Del sale di Antonio Diana 140 san teodoro dalle guide del touring al web 2.0 di Alessandra Corda 150 nuchis un mondo vivo dietro le sbarre di Angela Gambirasio 156 l’acustica imperfetta di Massimiliano Aversani 157 fine pena mai di Enrico Platania 158 quelle giornate tutte uguali di Carmelo Guidotto 162 florinas il territorio e le sue chiese di Giuseppe Spano 168 buggerru dove il lavoro divenne dignità di Grazia Villani

Si può richiedere l’Almanacco Gallurese a:  Giovanni Gelsomino,  via Genova 12, 07100 - Sassari  giovanni.gelsomino@tiscali.it Seguiteci online: notizie e altro ancora su http://almanaccogallureseblog.wordpress.com con gli ultimi numeri sfogliabili online!

da pagina

254

176 santa teresa gallura vermentino vino divino

Persone 182 pino careddu Il solista che smascherò il potere di Gibi Puggioni 186 ottorino pietro alberti Arcivescovo emerito di Cagliari di Michele Pintore 189 in memoria di s.e. mons. ottorino alberti Mons. Angelo Becciu 192 fiorenzo serra La Sardegna filmata in libertà di Mario Atzori 198 antonio segni Gli scritti giornalistici di Salvatore Mura

Storia 202 i commandos alleati in sardegna di Ugo Carcassi e Tiziana Pusceddu 212 il cinema a terranova di Giovanni Forteleoni 222 zuri antica di Giovanni Deriu e Salvatore Chessa 232 il carro a buoi di Mario A. Careddu 236 bortigiadas quando c’era la miniera di Massimo Scanu 244 sentinelle del territorio di Giuseppe Vargiu

Memorie galluresi 250

lo stazzo di Manlio BrigagliaNTIMO LEADER


storia

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lo Sportivo Almanacco gallurese 2014/2015


storia

L’amore per l’ambiente è diventato il tema del giorno. o. Per noi lo è sempre stato.

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il Benessere

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il Dinamico

il Lussureggiante Almanacco gallurese 2014/2015

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archeologia

semestene

l’enigma

dell’ epigrafe di Alberto Areddu

di San Nicola

di Trullas

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L ’ ep i g r a fe d i s a n n i c o l a d i t r ull a s

il 1951 G.Lilliu fornisce su “Studi Sardi” un’interpretazione bizantina all’agiotoponimo di San Nicola di Trullas; il 1981 M. Pittau pubblica all’interno di un suo saggio l’epigrafe, che compare tuttora su di un concio calcareo all’esterno dell’abside della chiesa di San Nicola di Trullas (a 2 km da Semestene), e giunge a interpretarla come un antico relitto linguistico del sardoetrusco, in veste greca

P

rima del 1951 e dell’interpretazione del Lilliu i riferimenti a un passato bizantino per Semestene e il suo territorio, erano rimasti sullo sfondo, visti i scarsissimi riferimenti della località nei testi recenti, e l’isolamento del borgo a cui la località di San Nicola faceva e fa riferimento. Lilliu vide invece nel toponimo Trullas unito al nome di San Nicola, oggetto di venerazione nell’Oriente europeo, non il sardo trudda ‘mestolo’ quanto l’indicatore, facendolo provenire dal greco troullas ‘cupola’, della esistenza in loco di una chiesa cupolata, popolata da monaci basiliani, probm. eremiti se non cenobiti, preesistente all’attuale chiesetta eretta dai Camaldolesi, i quali avrebbero però mantenuto lo stesso titolo nella successione del possesso di quelle terre che sarebbero poi state lo scenario delle vicende consegnateci dall’importante condaghe di San Nicola di Trullas. I dati storici certificano in realtà l’esistenza solo dell’attuale monastero e c’è discussione se realmente preesistesse un monastero e una chiesetta basiliani. In effetti una ricca presenza dell’elemento onomastico greco-bizantino ha portato alcuni studiosi a dare soverchia importanza all’influsso mediogreco sulla Sardegna medievale. Sta di fatto che, vero

o non vero che ci fossero a Trullas monaci basiliani, è molto probabile che l’articolo del Lilliu stia alla base, involontariamente, della realizzazione di un “falso epigrafico creativo”, parzialmente vandalizzato, da collocare, come vedremo, in ambito recente (para)ecclesiastico. Trent’anni dopo dunque Massimo Pittau, interpretava la fino ad allora inedita (ma che aveva già fatto vedere ad esperti senza trovar chiarimenti) epigrafe in caratteri greci, dicevamo, in chiave etrusca. La trascrizione che fa il Pittau è la seguente: ANKΩ•PAMAFAME• TANKΩ:PAΠΩΔA: PHΠHNA ΣATIE Il Pittau si astiene dal dare un’interpretazione compiuta a tale testo, limitandosi perlopiù a individuare degli antroponimi, quali ANKΩ, da avvicinare, secondo lui, al lat. ANCUS e ΣATIE all’etrusco Saties. L’incisione testimonierebbe la preesistenza di una lingua nuragica (che nelle ultime versioni lo studioso nuorese denomina “sardiano”) affine a quella etrusca. La pietra sarebbe stata rilevata (pietra di riporto) da un edificio cultuale pagano precedente a quello cristiano.

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archeologia

Se il Pittau non è più ritornato sull’epigrafe, ma purtuttavia convintamente ribadisce ancora oggi che: I Nuragici invece sono anch’essi ricorsi alla “scrittura” che adoperavano altri popoli coi quali essi avevano rapporti più o meno stretti. E precisamente, per scrivere i loro messaggi, i Nuragici adoperarono prima la scrittura o alfabeto fenicio, dopo quello greco e infine quello latino. che quindi in pratica essi scrivevano, ma utilizzando alfabeti di altri, senza quindi crogiuli misterici di alfabetari esotici (il Pittau sta polemizzando, nell’articolo, con le ipotesi di Gigi Sanna); se il Mastino, tramite la testimonianza del Ponzeletti, boccia, dopo una visita effettuata il 5 maggio 2003, nel corso della Settimana dei Beni Culturali, la genuinità della epigrafe, e quindi verosimilmente si sarà astenuto dal proporre una traduzione compiuta del testo, Giulio Paulis, entrando in aspra pole12

mica con il Pittau su certe ricostruzioni, a suo giudizio arbitrarie, del Paleosardo, sulla base di epigrafi posticce, non si astiene dal fornirne una, che risulta, in fin dei conti, banale e insensata, sulla lettura: “Ancor(a) ama F. A. me/t(a), ancor(a) apo dare penas a tie”

getto è lo stesso di “apo” ‘ho’, così come la dislocazione di met(a) ‘molto’ in altro punto della prima segmentazione e non in fondo. Quindi se il tal liceale o il tal professorino voleva indirizzare una dedica a tale F.A., messi da parte gli scrupoli che un’incisione di tale tenore in ambienti sacrali, se non quasi tombale, d’acchito ci suscita, ci saremmo aspettati che questi almeno la comprendesse e non rimanesse, come noi difronte alla illustrazione fornita dal Prof. Paulis, interdetto/a. Un’altra lettura è stata fornita da Nello Bruno insegnante di inglese all’Azuni di Sassari, proponendo una versione emendata con una aggiunta finale di NN, al posto del ME letto dal Paulis e dal Pittau, che mal si intravvede in fondo alla prima riga. Deriu, a mente, ricorda che il Bruno ha proposto:

cioè tradotto: ‘Ancora ama molto F. A., ancora darò a te pene (d’amore)’ (sic). Secondo lo studioso cagliaritano, l’estensore (ovviamente logudorese) per dissimulare una dichiarazione d’amore, ha agito alterando la segmentazione del testo con segni di interpunzione falsi, e fin qui si potrebbe esser d’accordo, ma la resa che dà il Paulis è dal punto di vista sintattico e dello spirito linguistico del sardo del tutto inconsistente, specie per un ignoto che faceva comunque vanto di qualche “Ancora m’affan(no)( e)-t ancora po rudimento di greco classico. Ci attendare pena e a tie” deremmo “amo” e non “ama”, se il sog- la trascrizione fatta da G. Deriu. Almanacco gallurese 2014/2015


L ’ ep i g r a fe d i s a n n i c o l a d i t r ull a s

Anche qui pare fare difetto la logica, oltre al fatto di peggiorare quanto proposto dal Paulis, rendendo l’evidente sigma (di ΣΑΤΙΕ) come e/epsilon. Ma, ripeto, Deriu andava a memoria. Secondo Deriu l’autore dell’epigrafe sarebbe stato un (“ancora vivo”) impiegato bonorvese presso il comune di Semestene, e tutti persino i bambini sapevano della falsità dell’epigrafe e che fosse lui. La vox populi ci fa giungere anche il nome, che ci asteniamo dal riferire per mancanza di evidenti prove e riscontri successivi. Non si capisce, oltre al senso, quale fosse l’humus culturale e umano però che facesse da sfondo a tale azione: se prendere in giro la Chiesa, rivalutare con un fake le antichità locali, a lungo abbandonate, creare un mistero fine a sé stesso o il mero godimento canzonatorio.

L’inseritore del brano, dal nickname di stoccareballa, riferisce in data 17 settembre 2006, che si tratterebbe di un dillu, cioè un ballo cantato, che prende spunto dalla sottrazione della sposa al marito per opera della suocera, per degenerare in un effettistico e umoristico scambio di irroccos ‘improperi’. La trascrizione fatta da G. Deriu

uscito a ricostruire il testo seguente, che riporto con minime mende: Generu: Ancu occana a balla sogra mia. Ca no m’ha dadu sa fizza a colcare. Su colbu cun s’astore ei s’istria. Una missa li pottana cantare

Il Patatu, esperto e conoscitore di poesia sarda, mi riferisce che relativamente alla sua terzina fa parte di una canzone che cantava suo nonno sul tono della tempiesina ed è certamente riferita a una suocera che apostrofa il genero. Riguardo le parti dello scambio amebeo ritrovato, esse, a suo giudizio, sarebbero un mélange di canti di improvvisatori sardi di diverse epoche, così:

Sorga: Ahi ischida tribulia. Malannu chi t’assaccarrede. Unu male chi t’ilbarrede Generu: Ancu occana a balla sogra mia. Veniamo adesso alla mia interpretazio- In sa mezzus pitzinnia. Ca no m’ha dadu sa fizza a colcare. Su ne. Circa un decennio fa leggendo con colbu cun s’astore ei s’istria. Una missa diletto i racconti umoristici dello scrit- Generu: Frastimare no isco a frastimare. li pottana cantare tore anglonese Salvatore Patatu, mi im- Ca Deu no m’ha dadu su talentu: Ancu battei nella terzina che fa da exergo al suo si peset unu fogu tentu. Chi no l’istu- apparterrebbe a un anonimo di Ittiri “e racconto “Su fidanzamentu de su Du- det s’abba e su mare. la canzone, un ballo sardo fra i più belli e ca”, che compare nella raccolta di: Congeniali che abbia mai sentito, fu lanciata tos de s’antigu Casteddu, Sassari 1980, la Sogra: Ahi su palattu si potat boltula- da Peppe Paddeu, mitico cantore ittirese, prima opera narrativa completamente in re. E ponne’sa cobeltura a fundamentu. morto il 17 agosto del 1998”. sardo. Orbene tale exergo recita: Boltulare ti si potta’su palattu. Sa rughe a denanti e tue fattu. o ancora, sostiene Patatu, la quartina: Ancora m’agatto ancora ancora m’agatto ancora Generu: Ischida’ Pissenta tronca. Ca ti Sorga: Ahi ischida tribulia. Malannu chi pro dare penas a tie cantada Luciferru. Sas cadenas de s’in- t’assaccarrede. Unu male chi t’ilbarrede ferru Ancu ti prendan finzas a conca. In sa mezzus pitzinnia. Leggendo il racconto si evince che la terzina è parte di un canto eseguito da tale Sogra: Ahi ancora, m’agatto ancora. Pro “è utilizzata spesso nelle chiuse dei balli Giuann’Antoni Bell’in Piatta, per la fe- dare penas a tie. E si no mi podes biere. sardi di ogni tempo e luogo. E non c’ensta di Santu Franziscu Saveriu, protet- Ambos ojos ti ch’ogas fora tra niente con gli altri versi in quanto sotore degli zitelloni, e nel caso sarebbe no nonari mentre gli altri sono endecauno sfottò canzonatorio, rivolto al Du- relativamente all’ultimo scambio ripor- sillabi”. ca prossimo sposo e centro del raccon- to anche la traduzione: to. Successivamente scavando nel sito di Delle altre strofe alcune sarebbero di stoccareballa.splinder.com/archive/2006- suocera: Se ancora sono viva. è solo per Gavino Contini di Siligo, autore vis09 e cercando di ricostruire passo passo darti pena. E se non mi puoi vedere. Ca- suto tra ‘8oo e ‘9oo, e un’altra ricorda con chiavi su Google, perché il sito non vati ti siano entrambi gli occhi. un ballo sentito a Nuoro. Riguardo alè più attivo, né vi è più la cache, son rila strofe finale, quella che ci riguarda, Almanacco gallurese 2014/2015

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archeologia Patatu osserva che i primi due versi sono ottonari, gli altri due invece nonari, quindi devono esser posticci, perché cantandoli si finisce per azzoppare la composizione. Aggiungo che le osservazioni del Patatu sul continuo moto di stravolgimento popolare -come è nella tradizione orale- di brani di canti uditi durante feste, è confermato dalle versioni raccoglibili on line della III quartina:

a tie”, col il po ‘per’ tipico, e alternante per ‘pro’ , di diffusione non solo campidanese ma anche logudorese. A Semestene, mi certifica Deriu, dicesi sia po che pro. Il problema sta nella prima riga. Come accostare ancora m’agatto ancora con la lettura con FAME o FANN finale?

REPENA∙∙ SATIE∙∙

che evidentemente cela i due versi ottonari logudoresi: ancora m’agat’ancora/ po dare penas a tie ‘ancora son vivo ancora/per dare pene a te’. L’abile incisore ha semplicemente realizzato lo scempiamento grafico per la -tt- etimologica, naturale per un sardo, e l’elisioSe riguardiamo l’epigrafe ci accorgia- ne poetica di -o finale del verbo. Rimamo di una cosa: ne insondato chi abbia voluto fare ciò,

frastimo, ma no isco frastimare, ca Deus no m’at dadu su talentu: ancu si peset unu fogu tentu chi no l’istudet s’abba de su mare! non frastimmo ca non potho frastimmare ca Deus non m’ha dadu su talentu ancu si peset unu fogu lentu chi non l’istudent’ sas abbas de su mare

Appena dopo FA si presentano gli stessi due puntini divisori, che troviamo dopo ANKΩ (uno a mezza altezza e l’altro in basso) e le lettere successive, sia che frastimo ma no isco frastimare sia ME sia che sia NN la lettura, appaca Deus no m’ha dadu su talentu iono oggettivamente posticce. Ne deve ancu si peset unu fogu tentu discendere che il brano terminava con chi basted s’abba e’su mare a’nde lu istu- FA, e sono state aggiunte dopo. Il Deriu dare mi conferma che il suo coautore Salvatore Chessa, anche lui di Semestene, gli frastimo ma nond’isco frastimare ha rivelato che ai suoi tempi i ragazzini si ca deusu no m’ha dadu custu talentu divertivano a ritoccare l’epigrafe. E’ eviancu si pesed’unu fogu lentu dente che è qui che hanno ritoccato. Richi no l’istudet s’abba de su mare! mane il FA da giustificare, qui avremmo dovuto trovare ΓA: pare del tutto ovvio frastimo ca nond’isco frastimare pensare che chi ha ritoccato abbia anche ca deus non m’hat dau custu talentu agito tratteggiando un gambetto orizzonancu si peset unu fogu lentu tale sul gamma per farlo diventare digamchi non lu potant bocchire sas abbas de ma/effe. Pertanto l’epigrafe nella sua fa‘i su mare se originaria era così scritta : ringrazia ca deo nond’isco a irroccare, ca deu non m’at dau su talentu, ca si no, pro cada preda bat’a su mundu t’hana a bennere tantos males

ANKΩ•. PAMAΓA•. TANKΩ: PAΠΩΔA: PHΠHNA•• ΣATIE•• cioè in caratteri latini:

Dunque almeno per l’ultima parte dell’epigrafe avremmo trovato l’aggancio, si tratta di leggere “po dare penas 14

ANCO•.RAMAGA•. TANCO: RAPODA: Almanacco gallurese 2014/2015

quando sia avvenuto e soprattutto perché l’abbia fatto. Le persone che devono avere avuto competenze sia di poesia sarda che di greco in un areale così ristretto non devono essere state molte, è certo. D’altra parte il compositore può aver agito su commissione e molto difficilmente, per quanto la chiesa fosse abbandonata e in rovina, affinché si realizzasse la sua azione, non deve avere avuto un tacito consenso o l’autorizzazione ecclesiastica. Come noto dall’Ottocento, l’opera di falsificazione delle antichità di Sardegna nasce perlopiù in ambienti ecclesiastici. La conoscenza dell’alfabeto greco da un lato, qualche rudimento di epigrafia, l’idea di diffondere la credenza che la località di Trullas fosse stata cristianamente bizantina, come fatto credere dal Lilliu, ma l’accorgersi dell’impossibilità di stendere un messaggio sensato in greco deve avere fatto dirottare il o i falsari verso il progetto di una scritta in sardo, che sapesse di Medioevo, che richiamasse forse le immagini apocalittiche e infernali dell’interno della Chiesa, gli eventi delittuosi successi intorno


L ’ ep i g r a fe d i s a n n i c o l a d i t r ull a s

qui Da sinistra San Nicola di Trullas (Semestene): l’abside, il prospetto NNO, particolare del prospetto

all’abside o le leggende relative al suo sottosuolo, e quindi le intemerate con tanto di formule imprecatorie e anatemi che si ritrovano in ambiti cristiani arcaici, giocando però sul fatto di averla ripresa da qualche testo esoterico, quindi con artificiose divisioni grafiche, e con l’ambiguo retrogusto di uno sberleffo rivolto a chi investiga il significato del testo, che una entità sopravvissuta alla propria morte irroga sotto forma di tormento. Insomma chi ha scritto voleva esser letto e capito fino a un certo punto, ma ha, come vediamo, antichizzato troppo poco, prendendo qualcosa che credeva fosse estinto espressivamente (ma così non è), per utilizzarlo a secondi fini. Senza poi dire delle vandaliche aggiunte e mende di bambini o liceali, che hanno complicato il quadro interpretativo agli ermeneuti. E per primo il Pittau, che è caduto in questo gioco, ma avvinto com’era dalla sua ipotesi filoetrusca, invece che leggere in chiave sarda, ha pensato che i caratteri greci rimandassero ad un indigeno passato prelatino. Risolto l’arcano del significato della scritta, se a qualcuno venisse ancora il sospetto che i versi chiaramontesi siano particolarmente antichi, che l’epigrafe quindi possa essere retrodatabile al Medioevo o a sue prossimità, e che, nel periodo di abbandono e di rifacimento della chiesa, potesse venire ripresa da qualche lastrone tombale, bastano i soli fatti linguistici, per quanto non assolutamente risolutivi, a negare questa prospettiva: Ancora: l’avverbio non compare mai

nei testi più antichi, si ha semmai anco/ancu, che è considerato toscanismo (DES, I, 45; M. Virdis, Il condaghe di Santa Maria di Bonarcado, Cagliari 2002, 148-149; Blasco, Crestomazia sarda dei primi secoli, Nuoro 2003, 217); appare continuativamente nel quattrocentesco registro di San Pietro di Sorres (es. gasi ancora excomunicasi, c. 254) e nell’Araolla (cfr. G. Araolla, Rimas diversas spirituales, Ed.critica a cura di M.Virdis, Cagliari 2006, 188); s’aggiunga che Paulis, “Il problema”, cit, 903, rileva che la -n- velare viene solitamente eliminata nelle trascrizioni sarde med. in greco, mentre qui è ben visibile. Po: non compare mai nei docc. medievali log, si ha sempre pro, anche in veste greca (Blasco, Crestomazia, cit., 51); la forma po appare talora in quelli camp., ad es. in un trattato di pace del 1206: po gi stint impari (Blasco, Crestomazia, cit., 77). In sede etimologica la forma po pare risalire a quel metatetico por, che compare in alcune iscrizioni latine, per cui rimando ad A. Zamboni, “Un codicillo a pressus e una conferma di fr. antico e prov. pers, it. perso ‘bruno rossiccio, scuro’ AGI 93/1, 2008, 88-98: 95 Agato: nel senso di ‘esser vivo’, secondo Pittau è solo del camp., in realtà è ben diffuso nel logudorese: ancora s’agattat Frantzikinu? ‘ancora si trova Franceschino?” si ancora m’agatto benzo a bos agattare ‘se mi trovo anAlmanacco gallurese 2014/2015

cora vivo vengo a trovarvi’; la prima datazione attestabile in questo senso, è nel tardo Registro di San Pietro di Sorres, 117 “si acatat viu”; le forme attestate del verbo nel Medioevo (e anche in docc. tardi come la Carta de Logu o gli Statuti di Castelsardo/ Castelgenovese e nello stesso Registro di San Pietro di Sorres) hanno tuttavia sempre l’occlusiva sorda C trascritta anche come CC (Blasco, Crestomazia, cit. 227), visto che la base etimologica è il lat. ADCATTARE. Se dunque il doc. fosse medievale e prossimo temporalmente al mondo greco che abbandonò l’isola intorno al 1000, non si capirebbe la sonorizzazione nell’epigrafe. Se d’altra parte c’è la sonorizzazione questa è avvenuta, almeno per quanto concerne tale parola, quando i monaci Greci eran spariti dall’isola da diversi secoli, e quindi venuta meno l’impellenza di scrivere autenticamente in sardo con caratteri greci, come era avvenuto ancora nell’XI e XII sec. Una considerazione finale. Sarebbe utile che le autorità comunali e religiose si adoperassero anzitutto per raccogliere un corpus di fotografie otto-novecentesche dell’abside della Chiesa, che manca, al fine di stabilire il momento in cui la scritta non c’era ancora, secondariamente, se lo ritengono giusto, per ripristinare con una ripulitura, la primigenia versione dell’epigrafe (ormai divenuta un monumento storico), indubbiamente poco caritatevole, ma almeno più sensata di quella attuale. 15


arChEoLoGia

nel libro edito da carlo delfino editore il tema del culto dell’acqua nel periodo nuraGico occupa un posto di primo piano nella letteratura archeoloGica ed offre nuovi elementi per una ricostruzione piÚ verosimile della vita e dei rituali praticati neGli antichi santuari.

nel segno

acqua

di Maria Ausilia Fadda

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ese 2014/2015


N E L s E G N o D E L L’a C Q Ua

in un periodo del nuovo millennio caratterizzato da un’irrefrenabile corsa dell’uomo alla conquista di nuove tecnoloGie che possano condizionare Gli equilibri dell’intero pianeta, si assiste ad un ritorno ai valori reliGiosi e alla riscoperta di antichi luoGhi di culto che oGGi alimentano nuove forme economiche e turistiche

a

gli occhi dell’archeologo il fenomeno offre lo spunto per tracciare un singolare viaggio a ritroso nel tempo, tra i grandi santuari della Sardegna nuragica e le molte pratiche cerimoniali, tutt’ora in uso, che affondano le proprie radici nella lon-

tana età del Bronzo. Tra il Bronzo finale e il Primo Ferro (1200-900 a.c.) sull’intero territorio sardo si diffusero edifici di culto, dislocati lungo le più importanti vie di comunicazione tra la costa e le zone interne, corrispondenti per lo più ad antiche vie di transumanza, rimaste in uso ancora in tempi recenti. Si tratta di aree sacre legate alla natura, alla presenza di pascoli e di acque sorgive che in questo periodo furono sistematicamente captate e raccolte all’interno di pozzi profondi e di fontane più superficiali. Il fenomeno s’intreccia con lo sviluppo di una religiosità popolare -testimoniata dalle più tarde fonti letterarie greche e latine- e di una cultura materiale che racconta l’organizzazione dei santuari e la gestione degli enormi interessi economici legati all’arte della metallurgia e alla tesaurizzazione di ricche offerte lasciate dai pellegrini.

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AR C H E O L O G IA

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N E L S E G N O D E L L’A C Q UA

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AR C H E O L O G IA

Le ragioni che portarono alla costruzione dei pozzi sono da ricercare negli importanti eventi paleo-climatici verificatisi nelle fasi iniziali del Bronzo finale (1200 a.C. circa). le ricerche condotte dai climatologi, a partire dagli anni Sessanta-Settanta, e condivise da diversi archeologi (Brea-Botto), hanno evidenziato infatti i segni di una grave siccità che avrebbe colpito, in quei tempi, i paesi del Mediterraneo (area orientale, Egitto, Grecia, Sicilia, Isole Baleari, Spagna) e le aree dell’Europa continentale. A partire da questo periodo la ricerca dell’acqua spinse i costruttori nuragici, soprattutto nelle zone interne dell’isola, a trovare soluzioni progettuali ardite destinate a raccogliere il prezioso elemento oppure a modificare, con singolari architetture, le strutture semplici di sorgenti già sfruttate per uso civile nei diversi contesti abitativi del Bronzo medio. Al20

lora le comunità nuragiche, ormai stabilmente insediate nei propri villaggi, praticavano riti di incubazione e di offerta persso le tombe dei giganti dedicate al culto degli antenati. La nascita e la diffusione capillare in Sardegna dell’architettura sacra si ricollega, dunque, all’esigenza di risolvere il grave problema della carenza d’acqua che poteva compromettere l’economia locale basata prevalentemente sull’agricoltura e sullo sviluppo di attività estrattive dei minerali (rame, piombo, argento e ferro) che richiedevano la disponibilità di ingenti risorse idriche. La stessa nascita della devozione rivolta alle divinità idrologiche sotterranee, legate alla forza generatrice dell’acqua, può aver espresso il tentativo delle genti nuragiche di scongiurare ulteriori riduzioni di un elemento vitale nei ritmi biologici della natura.

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arChEoLoGia

buddusò

il paese delle

domus testo e foto di tomaso tuccone

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i l p a e s e delle d o mu s

Il territorio del comune di Buddusò è stato abitato sin dal Neolitico come dimostra l’esistenza di 64 ipogei a domus de Janas ancora intatti e di altri venti distrutti completamente o in parte da fenomeni atmosferici o dall’uomo

L

a maggior parte è dislocata intorno al centro abitato: alcuni sono situati all’interno del paese, il sito presso Monte Corona si trova nel cortile della famiglia Addis-Sanciu in piazza Vittorio Emanuele II e un altro si trova in via Grazia Deledda. Le Domus de Janas, cioè “case delle streghe” o “delle fate”, oppure anche furrigheddos, “piccoli forni”, chiamate così nella tradizione popolare, sono in realtà delle tombe ipogeiche scavati all’interno di massi granitici isolati, oppure a gruppi su una parete rocciosa. La maggior parte sono scavate alla base della roccia, ma ce ne sono anche ad una certa altezza dove per accedervi si usava una scala di legno o, come nel caso della domu di Pedru Ischintu, dei piccoli scalini intaccati nella roccia.

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Sopra Necropoli di Ludurru A fronte Domus di Ottulò

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archeologia

Sopra a sinistra Colonne di Biralò sopra a destra Necropoli di Iselle, particolare dell’ipogeo (XII) a sinistra Domus de janas di Ottulò, simbolo dipinto

Generalmente venivano scelte delle rocce di granito e lo scavo avveniva sfruttando anche delle insenature particolari. Nessun vano degli ipogei di Buddusò ha una forma geometrica ben definita: questo forse perchè gli scavatori per facilitarsi il lavoro, seguivano le vene del granito, come fanno tutt’ora anche i nostri scalpellini. Le Domus potevano essere monocellulari (composte da un unico ambiente, come i due ipogei che si trovano in località S’Aldosu), oppure pluricellulari, cioè con più ambienti: di questo tipo è la maggior parte delle Domus che si trovano nel nostro territorio. Esse riproducono le abitazioni dei vivi e tutto delle case dei vivi viene ripetuto in queste case dei morti, finestre, pilastri, lesene, scorniciature, porte, banco24

ni, focolari, alcove... In diverse Domus si possono ammirare le testimonianze dell’arte preistorica documentata in Ottulò, Ludurru e Iselle. è possibile notare nelle pareti, tracce di colore e in alcune sono presenti focolari rituali, coppelle e nicchie dove si depositavano le offerte e si celebravano i riti, in altre troviamo le false porte che rappresentavano l’ignoto passaggio al mondo dei morti. Nelle Domus di Buddusò sono presenti anche delle colonne, come a Oddastra, e Nullu. Soltanto all’esterno delle tombe di Ludurru, Oddastra, Tazone e Sa Conchedda de sa Femina sono stati trovati elementi di cultura San Michele e del periodo nuragico, resti di lavorazione dell’ossidiana.

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Grafimedia

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CRONACA

AGGIUS

IL CASO

Caceffa di Giovanni Ricci

L’ASSASSINIO DI GIOVANNI MARIA STANGONI, NOTO “CACEFFA”.

LA RICOSTRUZIONE DELLE INDAGINI SU UN EFFERATO DELITTO NELLA GALLURA DI FINE OTTOCENTO.

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iL Caso CaCEFFa

storia di un omicidio irrisolto l’aGGhiacciante notizia del delitto arriva ad aGGius in un baleno, suscitando incredulità e indiGnazione. la salma, dopo la ricoGnizione deGli inquirenti, viene portata all’obitorio di capizza per il consueto esame autoptico

n

el giro di mezz’ora, la casa dei “caceffa”, situata nei paraggi della chiesa del Rosario, si riempie di parenti e amici. c’è anche l’anziano parroco, don leonardo Sechi, che ha già invitato la comunità alla preghiera con il suono dello speru. le urla di dolore di chiara lepori, moglie dell’ucciso, sono uno strazio per tutti. Suo figlio Pier Felice è ancora un ragazzino, ma cerca di confortarla come può, abbracciandola e baciandola. la donna, però, non riesce a darsi pace. Più tardi i confratelli e le consorelle di Santa croce e della vicina chiesa del Rosario, seguite da molte donne, si recano in processione all’abitazione del defunto per recitare il Vespro (pa vesparà lu moltu) e per esprimere le condoglianze. Il lamento delle prèfiche (attittu) crea un’atmosfera irreale. l’indomani, verso le tre di pomeriggio, si svolge il funerale. c’è tutto il paese. Gli stessi confratelli e consorelle, convocati al suono della campana, dopo aver cantato l’Ufficio e la messa “corpore presente”, accompagnano la salma alla sepoltura. Il canto del Benedictus, cadenzato dai passi (lu trostu) e dal suono della campana, è impressionante. Giunti al cimitero le donne attendono fuori, davanti al cancello. Gli uomini, invece, assistono al seppellimento, e mentre la bara viene calata con le funi nella fossa, vi lanciano sopra una manciata di terra. I parenti del morto rientrano a casa. AlmAnAcco gallurese 2014/2015

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cronaca Pochi minuti dopo arriva il comandante della stazione dei carabinieri, che vorrebbe fare qualche domanda a Chiara Lepori, ma la vedova non lo guarda nemmeno. Parlerà più tardi, davanti al pretore: «Ritengo che mio marito sia stato ucciso a causa della lite che sosteneva contro Maria Maddalena Pileri, dai fratelli della medesima, personalmente o per mezzo di sicario. Si nominò per sicario un certo Chilgoni Pietro detto “Pupureddu”, e non è fuori del caso che i Pileri si siano serviti anche di costui. Si vociferò che alla vita di mio marito si sia attentato da parte dei fratelli Peru Malu Luca e Gio Battista a causa di una certa lite; ma mio marito mai ebbe ad esternarmi i timori a loro riguardo, e per ciò io non ho alcun sospetto contro i Peru». Chiara Lepori indica dunque i presunti autori dell’omicidio di suo marito, ma non chiarisce i particolari della lite. Chi sono i Pileri. Maria Maddalena Pileri è nata a Trinità d’Agultu intorno al 1843, da Antonio e Agostina Lepori. Dopo essere rimasta vedova di Giovanni Maria Mattola si è risposata con Giovanni Battista Bianco, e adesso vive in uno stazzo di Vignola. Pasqua, sua sorella, abita a Trinità, in località Li Lizzi Longhi. I fratelli delle due donne sono quattro: Pietro, classe 1845, in carcere dal 7 febbraio 1870 per l’omicidio di un certo Francesco Maria Lutzu (verrà condannato a morte il 27 agosto 1872); Giuseppe, nato intorno al 1840 a Trinità, residente in località Lu Rotu; Giovanni Michele, classe 1848, arrestato, processato e assolto per il delitto Lutzu, residente in località Lu Rotu; Giovanni Antonio, nato anche lui verso il 1848, latitante dal 1870 per gli omicidi di Domenico Sirena Stiala, Giovanni Sechi “Accoddu” e Francesco Maria Lutzu. Parla il fratello dell’ucciso. Più ricca di dettagli ma non del tutto 28

esauriente sarà la deposizione di Salvatore Stangoni, fratello dell’ucciso: «Tosto che mi fu data la notizia, avendo ottenuto di poter venire ad Aggius da Bonorva, in cui mi trovo in qualità di vice-cancelliere, non lasciai certamente di fare delle indagini per venire in cognizione dell’autore dello stesso assassinio e perché sia stato eseguito. Dal risultato di queste indagini ho potuto rilevare che l’assassinio di mio fratello si debba attribuire ad una lite che verteva nanti la pretura di Aggius tra lui come esecutore testamentario di Giovanni Maria Mattola, marito fu di Maria Maddalena Pileri, e questa ad oggetto di costringerla al pagamento di lire 550 che secondo la volontà del Mattola si dovevano dare ed erano già state date ai poveri del paese. Ho saputo che essa, nell’udienza che per questo oggetto si tenne nella detta pretura pochi giorni prima dell’assassinio, fece le più dure minacce contro mio fratello […]. Sull’esecutore materiale poi, in questo momento, non saprei quale esso sia stato, però i mei sospetti sono che sia stato o il fratello chiamato Giovanni Antonio, residente in Agultu, oppure il loro parente Giovanni Fois “Taldiu”, dimorante in Codaruina, territorio di Sedini, persone entrambe capaci di queste cose, diffamate per simili reati e segnatamente il Pileri per l’assassinio di Francesco Maria Lutzu “Gialgheddu”». Anche Salvatore Stangoni accusa senza mezzi termini i Pileri e un loro parente, Giovanni Fois Pileri “Taldiu”, classe 1835, originario di Aggius, residente a Codaruina (l’odierna Valledoria), ma il suo racconto sulla controversia civile appare troppo generico. Il giorno stesso dell’agguato, intanto, i fratelli Giorgio e Pietro Spezzigu, di Bortigiadas, hanno la sorpresa di vedersi arrestare senza cerimonie dai carabinieri, che li sospettano di aver partecipato all’omicidio Stangoni. I due germani vengono prelevati nello stazzo dei genitori, in località La Caldosa, e portati in Almanacco gallurese 2014/2015

caserma (sembra che qualcuno li abbia visti circolare armati di fucile, subito dopo il delitto, nelle vicinanze dell’Alcumissu). L’arresto e l’interrogatorio di Giuseppe Pileri. La pista investigativa più attendibile, tuttavia, porta a Trinità d’Agultu, e l’8 febbraio 1871 viene fermato Giuseppe Pileri. L’uomo intuisce di essere nei guai e tenta di discolparsi: «All’ora in cui è stato ucciso lo Stangoni io mi trovavo in casa di mia sorella Pasqua». I carabinieri, durante la traduzione ad Aggius, scoprono che l’arrestato porta in una tasca del gabbano uno strano pezzo di stoffa logora e sporca («una maschera con buchi per poter vedere senza essere riconosciuto»). Pileri viene interrogato dal pretore Saragato la mattina del 9 successivo: «Ho potuto arguire che forse si sospetta di me e dei miei fratelli come autori dell’assassinio di Giovanni Maria Stangoni, che era mio parente in settimo grado civile. Io e i miei fratelli però siamo innocenti, e ben lungi da volerlo offendere, avremmo cercato di difenderlo a ogni costo, perché parente come ho detto, e perché sempre ci siamo trattati con molta intrinsichezza ed attaccamento. Vero è che al presente l’interfetto trattava una vertenza civile contro mia sorella chiamata Maria Maddalena, vedova del fu “Minniu” Mattola per l’esecuzione di un legato lasciato da questo a favore della propria anima, essendo lo Stangoni esecutore testamentario. Questa vertenza però non poteva essere cagione di spingere la famiglia ad ucciderlo e nemmeno a rompere le nostre antiche relazioni. Venerdì giorno 3 corrente, trovandomi ad Aggius, avemmo io e lo Stangoni a combinare altri affari; ed ebbi inoltre a parlare colla di lui moglie Chiara Lepori colla solita familiarità. E ieri mattina quando fui arrestato ero


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sulle mosse per venire in Aggius per fare alla detta vedova e famiglia la visita di condoglianze. Il giorno 7, all’albeggiare, dopo avere munto il nostro gregge partimmo col mio fratello Giovanni Antonio e col nostro servo Pietro Serra, per soprannome “Napoletano”, d’anni tredici per quattordici. Dopo aver dato ordine al detto mio fratello Giovanni Antonio su ciò che avesse da fare, io mi portai col detto servo e con altri due miei nipotini a guidare il gregge verso Lu Muddetu, come fummo visti da Maria Bianco, nostra cognata, e forse anche dalli altri vicini: Raimondo Pileri e Maria Mattola. Passammo in vicinanza allo stazzo di Santona Fara, distante circa un quarto d’ora dal nostro, e fummo visti e parlati da Sebastiano Prunas, per soprannome “Annatta”. Al detto luogo Lu Muddetu, distante circa un altro quarto d’ora di via, ci incontrammo con Gian Tommaso Pileri, di Salvatore. Trattenendomi ivi poco meno di una mezz’ora, lasciai i ragazzi e mi portai allo stazzo denominato Lu Stazzareddu per un altro quarto d’ora di via ove trovai la sorella di detto Gian Tommaso, chiamata Vittoria Pileri, ove mi trattenni per circa un’ora, perché stava cuocendo della carne di cui mi fece parte. Di là mossi per Badesi e trovai per strada Giambattista Spezzigu e Francesco Antonio “Boddu”, lavorando un muro di tanca, nonché Giovanni Casu, che avendomi visto da lontano venne ad incontrarmi e mi accompagnò fino a Badesi, ove ci portammo a casa di Pietro Casu, nella quale trovammo esso Casu, Francesco Cioncia Caddia, Minniu Doro “Suldu” ed altri. Di là, dopo ore, andai dallo scarparo Giuseppe Garrucciu in casa di Gio Maria “Capragghju” per calzature del detto mio servo e nel restituirmi a casa il Casu, essendo vicino alla casa di Giovanni Piga e discorrendo con lui e con altro, venne la zia Caterina Malu vedova Stangoni sulla fonte sottostante,

La pista investigativa più attendibile, tuttavia, porta a Trinità d’Agultu, e l’8 febbraio 1871 viene fermato Giuseppe Pileri. e ci disse che qualche momento prima era passato un espresso a spron battuto portando l’annuncio dell’assassinio dello Stangoni alla sorella Maria, dimorante nella vicina cussorgia detta di Suzzoni. Potrei indicare molti altri individui che mi videro in quel giorno, specialmente nella mattina. Credo però che quelli indicati possano bastare. Se si volesse sapere ove io mi trovavo la sera precedente potrebbero sentirsi specialmente lo scarparo Francesco Angelo Serra ed il cognato Antonio “Burriccu” (alla casa dei quali mi portai quasi all’imbrunire per la detta calzatura del mio servo) e quanti altri sono al molino e nelle case di la Trinità d’Agultu da cui il mio stazzo dista circa un quarto d’ora di via. Donde mi ritirai per tornare allo stazzo verso le Orazioni e mi incontrai per via col detto Casu che mi passò a breve distanza con due macellai tempiesi dei quali ignoro come e cognome. Fattagli addimostrazione della veste da cuscino a lui sequestrata dai carabinieri di questa stazione ed interrogato se la riconosca e a quale uso fosse destinata ha risposto: «La riconosco benissimo perché mia. Lunedì 6 corrente al dopo pranzo volevo portare qualche poco di cibo al detto mio servo che era alla custodia del gregge; e siccome mia madre e la mia cognata Maria Bianco facevano bucato nel ruscello sottostante, andai da loro per chiedere se avessero da mangiare e mi mostrarono questa veste di cuscino, indicandomi che vi era dentro un avanzo di formaggio e visto che era quanto bastava al bisogno pigliai l’involto come si trovava e andato dal detto servo gli diedi Almanacco gallurese 2014/2015

il pane e il formaggio e ritenni la veste del cuscino che riposi in una tasca del cappotto legata all’imboccatura come si trovava tagliata essendo ampiamente quasi nel mezzo e non ricordai più di levarmela. Intanto, dopo aver fatto strada di circa tre ore a piedi, mentre i carabinieri mi traducevano ad Aggius, la scarpa mi fece una non lieve scorticatura al piede sinistro e nel fare sosta al sito detto Santu Petru di Ruda, ricordandomi di avere quella veste in tasca che non serviva più a cosa alcuna, chiesi agli stessi carabinieri di levarmela, perché io non potevo per le manette, e ne tagliai due pezzettini che misi sulla detta scorticatura ove tuttora li tengo». Nel corso delle successive indagini vengono sentiti diversi testimoni: Francesco Leoni, fu Giovanni Antonio, 37 anni, agricoltore di Aggius: «La mattina del giorno in cui fu assassinato Giovanni Maria Stangoni, io, alle ore 6, sono dovuto partire da questo villaggio per andare a Tempio. Nel passare che feci nel sito in cui fu eseguito quell’assassinio, che è poco distante dal paese, non essendo ancora ben chiaro il giorno, in mezzo al bosco che rasenta la strada, intesi un piccolo calpestio, ed avendo creduto che fosse un cinghiale mi fermai e mi avvicinai per guardare, ma invece di un cinghiale vidi seduto in mezzo alle macchie un uomo, di cui però vedevo solo le cosce e le gambe, non però la faccia. Credendo che fosse il padrone del predio, chiamato Andrea Piretta, lo chiamai per nome, ma non avendomi risposto avanzai senza far altro per sapere chi esso fosse. Non pensai però che quell’uomo si trovasse in quel posto per qualche fine sinistro ma che si fosse impostato per la caccia di qualche cinghiale. Distinsi che era vestito all’uso degli Aggesi, cioé con braghe di lino e calzette nere d’orbace, e che teneva 29


cronaca il fucile che lasciava poggiato sopra le cosce. Non potei però notare alcun altro distintivo di quell’uomo, non della faccia, perché non la vedevo, né della statura perché era seduto. Dopo qualche ora che ero a Tempio seppi dell’assassinio dello Stangoni commesso appunto nel posto in cui vidi quell’uomo, per cui ritenni che fosse il suo assassino che lo attendeva. Io non so chi possa essere stato l’autore di quell’assassinio. Si crede solo comunemente che al medesimo abbia fatto causa il fare lo Stangoni il procuratore nanti questa pretura, giacché per quanto ne sappia egli non aveva a che vedere con alcuno per altro motivo. Si dice poi particolarmente di una vertenza che aveva con certa Maria Pileri nella quale era procuratore Giovanni Andrea Muretti residente in questo villaggio, il quale era pure procuratore in altra lite facendo le parti dei minori Piga, essendo lo Stangoni quello che difendeva la parte contraria che era appunto io, motivo per cui si sospetta che anche il Muretti non sia estraneo all’assassinio in discorso». Antonio Carta, soprannominato “Lu Corsu”, di Giuseppe, 41 anni, nato a Tempio, residente ad Aggius, tornitore: «Sull’assassinio del Giovanni Maria Stangoni, ciò che si crede comunemente è che il medesimo sia stato eseguito per causa di qualche lite che egli sosteneva in questa pretura come procuratore, giacché verun altro motivo si sa per il quale potesse essere tolto di vita. Dieci o dodici giorni prima di essere stato assassinato io mi sono trovato presente in questa pretura ad una udienza che lo Stangoni teneva con certa Maria Maddalena Pileri moglie di Giovanni Battista Bianco residente in Vignola. Non mi ricordo quali erano le precise pretese. La Pileri doveva essere difesa da Gio Andrea Muretti come suo procuratore ma non essendovi questo venuto essa stessa da sola volle tenere la detta udienza. Vidi 30

«Sull’assassinio del Giovanni Maria Stangoni, ciò che si crede comunemente è che il medesimo sia stato eseguito per causa di qualche lite» che la medesima era al sommo risentita contro lo Stangoni, suo compare, per la domanda che le faceva, al punto che lo ingiuriava e proferiva contro di lui parole di minacce dicendogli che ciò che faceva ad essa lo pagherebbe con lacrime di sangue, ed allo stesso tempo lo trattava da vile, da traditore. Lo Stangoni vedendosi talmente provocato fece istanza al pretore di processarla, e costei sebbene richiamata all’ordine non lasciò d’inveire contro lo Stangoni. Allora io me ne sono andato e non so come abbiano terminato la cosa. Vi era presente a quell’udienza Giovanni Antonio Cassoni e un altro che non mi ricordo. Ho inteso poi che lo Stangoni giorni dopo temendo delle minacce fattegli dalla Pileri sia andato nella Trinità d’Agultu per poter parlare ai fratelli di costei ed arrangiare l’affare». Salvatore Stangoni Mannu, di Giambattista, 31 anni, nato e domiciliato ad Aggius, commesso postale, cugino dell’ucciso: «Pensando ai timori che lo stesso Giovanni Maria Stangoni, mio cugino, mi esternava giorni prima di essere stato assassinato, di poter essere cioé da un giorno all’altro ucciso da qualcheduno dei parenti di Maria Maddalena Pileri per il motivo che era stata questa chiamata da lui in giudizio per costringerla al pagamento di una somma in esecuzione d’un testamento del suo primo marito Gio Maria Mattola e per cui come esso mi diceva l’aveva minacciato di morte nella stessa udienza, io credo che i suoi timori si siano realizzati e che il di lui assassinio sia effettivamente opera di quella famiglia Almanacco gallurese 2014/2015

e segnatamente di Giovanni Antonio Pileri uno dei fratelli della Maddalena per mandato ed istigazione della medesima. Quando mi esternava siffatti timori io che conoscevo come è a tutti notoria l’indole pessima dei Pileri giacché tutti diffamati per reati di sangue, io gli inculcai di fare attenzione di guardarsi bene quando usciva fuori di paese, e massimo quando andava a Tempio perché si sapeva da tutto che era solito andarvi quasi giornalmente. Del resto per ora non posso deporre di alcuna circostanza specifica per avvalorare i fondati sospetti che io ho contro la predetta Maria Maddalena Pileri come istigatrice o mandante, ed esecutore il di lei fratello Giovanni Antonio, noto qua che vi sarebbe pure da dubitare se all’esecuzione non abbia pure preso parte Giovanni Fois” Taldiu” dimorante a Codaruina il quale è parente stretto dei Pileri e va sempre unito col Giovanni Antonio». Giovanni Antonio Cassoni, fu Pietro Paolo, 41 anni, nato e domiciliato ad Aggius, proprietario terriero: «Tanto dai parenti dell’interfetto Giovanni Maria Stangoni quanto dagli altri si crede che l’assassinio dello Stangoni sia opera di Maria Maddalena Pileri e dei suoi parenti e segnatamente del fratello Giovanni Antonio. Il motivo per cui si crede è che dovendo la predetta Pileri corrispondere allo Stangoni come esecutore testamentario del suo primo marito chiamato Giovanni Maria Mattola, che ho inteso essere da cinquanta e sessanta scudi, non volendo essa pagarla all’amichevole, si vide lo Stangoni costretto a citarla nanti questa pretura, nella quale nello scorso gennaio si tennero diverse udienze, essendo la Pileri rappresentata da Giovanni Andrea Muretti come suo procuratore so che la Pileri è stata al sommo risentita contro lo Stangoni per averla citata in giudizio onde costringerla al pagamento della detta somma. Lo stesso Stangoni mi parlò di


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quel suo risentimento e non lasciò di esternarmi i suoi timori di poter essere offeso per una tale sentenza, motivo per cui io conoscendo bene l’indole pessima dei Pileri gli suggerii di desistere da una tale vertenza, ciò che egli mi diceva di non poter fare perché aveva fatto già tante spese, ma che del resto era pronto a venire ad un accomodamento se costi vi si volesse piegare. Io sono venuto in questo ufficio di pretura in un giorno degli ultimi dello scorso gennaio quando si teneva una delle udienze tra la Pileri e lo Stangoni quando vi arrivai io l’udienza era già principiata, per cui non so dire quali parole siano state dette dalla Pileri allo Stangoni prima del mio arrivo ma qualche parola di minaccia e di ingiuria vi dev’essere stata prima per parte della Pileri, perché all’avvicinarmi alla sala d’udienza intesi che lo Stangoni diceva a lei che per le parole che aveva detto poteva processarla, ed allora essa gli diceva “Siete un compare senza fede, siete un cane, non vi dò nessun credito” e mentre pronunciava siffatte parole si vedeva tanto arrabbiata che le colavano le lacrime dagli occhi. Il signor pretore vedendo questo suo comportamento e che essa non cessava di inveire contro lo Stangoni la richiamò all’ordine e le impose silenzio, perché impediva ancora di lavorare agli ufficiali della pretura. Mi ricordo che la medesima rispondesse che gli si permettesse di sfogarsi contro il compare perché era troppo addolorata. E allora io me ne andai e non so come abbiano terminato le cose. Solamente avendo nello stesso giorno parlato con lo Stangoni, senza dichiararmi tutto quanto gli avesse detto la Pileri mi diceva “Hai veduto quale è stato il contegno di essa nell’udienza; questa volta i Pileri mi ammazzano”. E fu allora che gli dissi di abbandonare quella vertenza perché poteva capitargli il male che temeva. Si crede che possa essere stato Giovanni Antonio Pileri l’esecutore dell’assassinio dello Stangoni perché è ritenuto come il più perverso ed

il più capace a commettere simili reati, ed è ancora diffamato per omicidio, e particolarmente per quello di Francesco Maria Lutzu, tant’è che da allora in poi vive come diffidente della giustizia». Le indagini, però, non vengono condotte con la dovuta meticolosità, e la pista dei Pileri viene accantonata. I fratelli Spezzigu e lo stesso Giuseppe Pileri vengono scarcerati per insufficienza di indizi.

salute, e il suo procuratore, Giovanni Andrea Muretti, chiese ed ottenne un rinvio. Nelle successive udienze Stangoni mise in difficoltà la controparte, e la donna reagì con minacce e insulti. La causa venne rinviata al 1° marzo 1871, ma Stangoni fu assassinato, come abbiamo visto, la mattina del 7 febbraio, quattro giorni dopo l’udienza in cui era stato minacciato dalla donna.

La riapertura delle indagini A distanza di dodici anni dall’omicidio l’inchiesta viene riaperta. La pista è sempre quella dei Pileri e della lite per il testamento. Il testamento. Tutto cominciò il 12 maggio 1868, a Sassari, con la lettura del testamento di Giovanni Maria Mattola, primo marito di Maria Maddalena Pileri. Il Mattola, morto pochi giorni prima per cause naturali, lasciava a titolo di legato una vigna e un appezzamento di terreno a Chiara Lepori, sua cugina in primo grado e moglie di “Caceffa”. Quest’ultimo, nominato esecutore testamentario, otteneva anche lui a titolo di legato un fucile, mentre i restanti averi del Mattola andavano alla Pileri e alla nipote Maria Maddalena Spezzigu. Il testamento conteneva anche una curiosa disposizione: con 750 lire dell’asse ereditario dovevano essere pagate, a cura dello Stangoni, le spese per il funerale e per le messe “perpetue”; ciò che restava doveva essere distribuito ai poveri. Il legato a favore di Chiara Lepori non piacque a Maddalena Pileri la quale, non potendo contestarlo, sfogò il suo risentimento trattenendo la metà della somma. Stangoni, dopo aver tentato inutilmente di risolvere la questione in via amichevole, si vide costretto a farle causa, citandola in giudizio dinanzi al pretore di Aggius. Alla prima udienza, svoltasi l’11 novembre 1870, la Pileri non si presentò per asseriti motivi di

La testimonianza di Giovanni Aunitu “Monsignori”. Il 27 marzo 1883 viene interrogato Giovanni Aunitu “Monsignori”, fu Francesco, 43 anni, pastore, nato e domiciliato a Trinità d’Agultu, parente in ottavo grado di Giovanni Fois Pileri “Taldiu”: «Dall’11 al 12 settembre 1869 fu assassinato mio cugino Francesco Maria Lutzu ed il cadavere lo rinvenni dopo cinque giorni in seguito a reiterate ricerche con molti del paese e dei carabinieri. I miei sospetti fin d’allora si fondarono contro Giovanni Antonio, Giuseppe e Gio Michele fratelli Pileri, per quanto ai medesimi era stato causato danno nel bestiame e se ritenevano autore il Lutzu. Ritenni altresì che all’esecuzione materiale vi sia concorso l’allora latitante Pietro Pirodda cugino secondo dei Pileri per quanto essendo il Pirodda amico del mio cugino lo aveva potuto trarre in insidia. Prima che si rinvenisse il cadavere il Pirodda andò in casa della madre del Lutzu e si ritirò vari oggetti che aveva in comune collo stesso Lutzu, dichiarando che costui sarebbe stato effettivamente ucciso dai Pileri. Costoro stettero per circa due mesi diffidenti e nel frattempo mi esibirono le loro discolpe e così anche il Pirodda. L’alibi di Gio Michele e Giuseppe Pileri fu appagante ma non capii quello del Giovanni Antonio Pileri e del Pirodda. Feci mostra di credere ai loro alibi per timore della vita altronde a nulla valeva l’alibi del Michele e del Giuseppe perché sempre li ritenni mandanti. Dopo ciò i Pileri cessarono

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cronaca dal tenersi guardinghi. Siccome al Lutzu venne a mancare all’atto che l’uccisero il fucile, il polverino e lire quaranta in carta moneta non tralasciai di praticare delle investigazioni al riguardo. Dopo alcuni mesi venne arrestato il Pirodda e dopo altro trascorso di tempo venni a sapere da Giovanni Maria Stangoni “Caceffa” che il fucile del Lutzu era stato venduto in Castelsardo a Giuseppe Tirotto da Giovanni Fois “Taldiu” in compagnia del suocero Gio Maria “Napoletano” e sulle mie insistenze mi confidò anche che il fucile al “Taldiu” era stato dato dai Pileri perché parente ed avevano interessi comuni ma in quel tempo erano in urto perché sosteneva una lite contro la loro sorella Maddalena. Della vendita del fucile ne feci notiziato il pretore Saragato che mi rispose di occuparsene ma passarono circa sei mesi senza alcun risultato. Allora lo Stangoni mi chiamò nuovamente e mi disse che il fucile facilmente sarebbe stato fatto scomparire e mi sollecitò per le occorrenti investigazioni. Mi presentai tosto al brigadiere comandante la stazione di Aggius e sequestrato con sollecitudine il fucile lo riconobbi in questo ufficio di istruzione. Dopo due o tre giorni venne assassinato lo Stangoni e fu mio intimo convincimento e lo è tuttora che lo Stangoni sia stato assassinato dai Pileri di persona o per mezzo di sicari. Non ho indizio alcuno a ritenere che il sicario sia stato il Fois “Taldiu” Giovanni sebbene siasi reso tosto ancor egli latitante da quanto seppe il sequestro del fucile e nella latitanza era unito ai Pileri i quali pure si erano resi latitanti dopo il sequestro del fucile. Prima che il Fois “Taldiu” venisse arrestato (e in seguito scarcerato) tenne meco abboccamento e mi confidò che il fucile gli era stato dato a venderlo da Giovanni Antonio Pileri e da Pietro Pirodda essendovi presente il proprio cugino Salvatore Ugnutu. Tenutosi il 32

dibattimento contro il Pirodda per l’assassinio del Lutzu e contro il Fois come ricettatore del fucile il Fois disse che il fucile gli era stato dato dal Gio Antonio Pileri e dall’Ugnutu presente il Pirodda. Costui venne condannato a morte e morì in carcere e il Fois “Taldiu” fu condannato a un anno di carcere. I Pileri poi come latitanti vennero condannati in contumacia a morte. Tenutosi il dibattimento contro Giuseppe e Gio Michele Pileri nanti le assise di Cagliari il Fois “Taldiu” dichiarò che il fucile gli era stato dato dal Pirodda e dal cugino Ugnutu, perché deceduto, e che il Gio Antonio Pileri vi era solamente in compagnia. Per le cose anzidette ritengo che l’assassinio dello Stangoni sia opera dei Pileri e non già che vi abbiano intinto i fratelli Luca e Gio Battista Peru Malu sebbene costoro siano parenti e in buona relazione coi Pileri. Altro non mi consta sull’omicidio dello Stangoni». Il mandato di cattura. Il 30 marzo 1883 l’avvocato Giuseppe Luigi Floris Cano, giudice istruttore del Tribunale di Tempio, su richiesta del procuratore del re, emette un mandato di cattura nei confronti di Maria Maddalena, Giovanni Michele, Giovanni Antonio e Giuseppe Pileri. Sono tutti accusati di aver partecipato all’omicidio Stangoni “Caceffa”. Sul quel foglio c’è anche il nome di Giovanni Fois “Taldiu”. La mattina del 20 maggio successivo una squadra di carabinieri si reca a Trinità d’Agultu per eseguire il mandato. Il brigadiere Giovanni Fiori, comandante della stazione di Aggius, conosce molto bene i Pileri, e ha già accertato che uno di loro, Giuseppe, non è in casa. Nel piccolo borgo gallurese c’è molta gente per la festa patronale, e il sottufficiale decide di intervenire all’ora di pranzo, dopo la cerimonia religiosa. I militari piombano nell’abitazione di Lu Rotu verso le 15 Almanacco gallurese 2014/2015

e arrestano Giovanni Michele. Maria Maddalena viene raggiunta e dichiarata in arresto qualche ora dopo a Cascabraga, mentre rientrava a Vignola. Giuseppe si è dato alla macchia, Giovanni Antonio era già latitante. “Taldiu”, a Codaruina, non c’è: i suoi parenti giurano di averlo visto partire all’alba, per una testimonianza in Corte d’assise, a Sassari. L’interrogatorio di Giovanni Michele Pileri. Pileri viene sentito in carcere, a Tempio, dal giudice Floris Cano: «Ignoro il motivo del mio arresto. Esiste un altro individuo dello stesso mio nome e cognome, figlio di Raimondo e di Maria Mattola. So benissimo che venne ucciso mediante sparo d’arma da fuoco Giovanni Maria Stangoni “Caceffa” d’Aggius, ora tanti anni che non ricordo, sulle vicinanze di Aggius, ma non so indicare il sito; e io seppi del fatto nella sera dello stesso giorno in Codaruina, territorio di Sedini, ove mi trovavo occupato attendendo al seminerio nello stazzo di Martino Lepori, ove pure si trovavano Giovanni Maria “Napoletano”, Giovanni Fois “Taldiu” ed altri. Non ricordo però chi ci portò la notizia. La mattina di quel giorno verso le ore sette io sono partito dal mio stazzo della Trinità d’Agultu per andare all’anzidetta località, portando meco un giogo di buoi, e vi sarò arrivato dopo un’ora e mezzo di cammino andando a passo piano coi buoi. L’interfetto Stangoni “Caceffa” era in intimi rapporti di amicizia con me e con gli altri miei fratelli e sorella Maria Maddalena, tanto è vero che nel settembre dell’anno precedente all’assassinio esso Stangoni “Caceffa” ebbe a cedermi in affitto un suo terreno nel salto di Coghinas, ed io a seminarlo e ne pagai l’affitto o meglio lo pagarono i miei fratelli Giuseppe e Giovanni Antonio a Chiara Lepori vedova dell’interfetto Stangoni “Caceffa”.


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L’anzidetta mia sorella è moglie in seconde nozze di Giovanni Battista Bianco ed il suo primo marito era Giovanni Maria Mattola, ed io ignoro affatto che questi abbia fatto testamento ed abbia disposto di qualunque somma da erogarsi ai poveri del paese. Per lo stesso motivo ignoro che lo Stangoni “Caceffa” fosse esecutore testamentario di detto Mattola ed abbia chiamato in giudizio nanti la pretura di Aggius detta mia sorella. Nel dibattimento in mio confronto per l’assassinio di detto Francesco Maria Lutzu si svolse anche il fatto del sequestro del fucile che fu tolto al Lutzu quando venne ucciso, ed è appunto in quella circostanza che io ho saputo che il fucile suddetto venduto da Giovanni Fois “Taldiu” a un certo Tirotto di cui non ricordo il nome che però è di Castelsardo e depose il Fois “Taldiu” che il fucile gli fu dato da Salvatore Ugnutu e da Pileri Pirodda ora deceduti. Non ricordo altra circostanza sul riguardo. Non ricordo ove siansi trovati i due miei fratelli Giuseppe e Giovanni Antonio e la mia sorella Maria Maddalena la quale facilmente sarà stata in casa sua in Vignola. Ricordo che il mio fratello Giuseppe fu arrestato con altri due di Bortigiadas soprannominati “Frati Vagli” che neppure conosco e furono posti in libertà. Il mio fratello Giuseppe constatò la sua innocenza con molti testimoni d’alibi essendosi trovato a Badesi, e siccome io mi dichiaro innocente dell’assassinio di Giovanni Maria Stangoni per cui sento ora di essere stato arrestato produco a mia discolpa Mariangela Sarrita vedova Sarrita o meglio vedova di Giovanni Pileri, stanziata nella Trinità d’Agultu, e Quirico Prunas, residente in Aggius, la prima mi trovò nella salita di Badesi nella mattina dell’assassinio dello Stangoni “Caceffa” mentre mi recavo a Coghinas, ed il secondo con la sua barca mi passò da una parte all’altra del fiume nella stessa mattina».

La donna, accusata di essere mandante dell’omicidio, risponde a tutte le domande: «Ignoro il motivo del mio arresto non essendomi stato indicato dai carabinieri. La versione di Maria Maddalena Pileri: “Ci amavamo come fratello e sorella”. Prima di procedere all’interrogatorio della Pileri, il magistrato trascrive i suoi connotati personali: «statura regolare, capelli neri, fronte alta, ciglia nere, sopracciglia nere, occhi neri, mento tondo, faccia ovale, colorito bruno, corporatura robusta». La donna, accusata di essere mandante dell’omicidio, risponde a tutte le domande: «Ignoro il motivo del mio arresto non essendomi stato indicato dai carabinieri. Conoscevo il Giovanni Maria Stangoni “Caceffa”, assassinato ora dodici o tredici anni fa. Era compare di battesimo era anche mio parente in ottavo grado e ci amavamo come fratello e sorella, e così stesso era in ottimi rapporti con Giovanni Antonio, Gio Michele e Giuseppe Pileri miei fratelli. Tempo prima ma prossimo al misfatto io ero in lite nanti la pretura di Aggius coll’anzidetto Stangoni “Caceffa”, il quale fu nominato esecutore testamentario dal primo mio marito Gio Maria Mattola, e questi nel suo testamento dispose che dei trecento scudi che detto Giovanni Maria Stangoni “Caceffa” teneva in suo potere di pertinenza di esso mio marito la metà andasse ai poveri del paese e l’altra metà la consegnasse a me. Lo Stangoni “Caceffa” negando di avere denari di mio marito mi citò volendo che io gli sborsassi la somma di cui aveva disposto a favore dei poveri. Si tennero varie udienze ma prima che fosse definita la lite lo Stangoni venne ucciso. Non è Almanacco gallurese 2014/2015

vero che io abbia alla udienza né in altro modo minacciato lo Stangoni per questa lite, la quale anzi prevedevo che andasse a finire in mio favore, tanto è vero che egli mi propose di venire a un arbitrato amichevole come si usa fra i pastori in Aggius. Malgrado pertanto questo litigio non cessò mai la buona armonia fra noi, ed io certamente non ho istigato né mandato alcuno ad ucciderlo. Seppi dell’assassinio dello Stangoni “Caceffa” il giorno appresso in Vignola, essendosene sparsa ivi la voce e ignoro chi lo abbia ucciso. Io non ho prove a mia discolpa e dico solo che sono innocente dell’addebito che mi si fa». Parla l’ex sindaco di Aggius. Il 25 maggio 1883 viene interrogato Giovanni Battista Muzzeddu, fu Pietro, 42 anni, proprietario terriero, ex sindaco di Aggius: «Nel 1871 io mi trovavo al servizio militare e perciò niente mi constava sulle circostanze degli autori dell’assassinio del Gio Maria Stangoni. Dal primo del 1874 abbandonai il servizio militare e tornai ad Aggius. Fui nominato consigliere comunale e indi nominato sindaco. Nel 25 novembre 1877, in tale qualità, diressi una lettera alla Procura generale in Cagliari ricordando che l’assassinio di Gio Maria Stangoni si addebitava ai nominati Muretti Gio Andrea, a Luca e Gio Battista Peru Malu come mandanti e a Pietro Malu “Pupureddu” Chilgoni come esecutore. Feci quella nota nell’interesse della giustizia e senza alcun movente d’astio personale, perché io allora coi predetti ero in buone relazioni. Mi determinai perché la voce pubblica sussisteva e per dichiarazioni avute da Pirodda Nicolò e Fara Pietro. Il Pirodda mi confidava che il di lui padre Gio Andrea la mattina in cui avvenne l’omicidio di buon mattino recandosi nella propria vigna aveva fatto incontro con Gio Andrea Muretti che veniva dalla vigna sita in direzione in cui fu ucciso lo Stangoni e che il di lui padre 33


cronaca sospettò sinistramente che il Muretti venisse dall’appostare l’uccisore. Il Fara Pietro poi mi confidò che il di lui padrino Serra Pietro gli aveva detto che nella sera precedente all’assassinio aveva visto Pietro Chilgoni “Pupureddu” uscire dalla casa del Luca Peru. Rettificò che il Pietro Serra gli disse che aveva visto il Pietro Chilgoni uscire dalla casa del Peru Malu all’albeggiare anzi prima dell’albeggiare del mattino in cui fu commesso l’assassinio. Lo stesso Pietro Fara mi disse che la sera precedente, sul tardi, aveva lui stesso veduto lo stesso Chilgoni nel chiuso “Misiscia” posseduto allora come affittavolo da Muretti Gio Andrea in vicinanza alle case del medesimo Muretti. Di altre circostanze non ero né sono informato. L’appaltatore della strada comunale di Aggius Grandi Paolo accusò una contravvenzione per minacce a Francesco Peru Malu fratello dei predetti Luca e Gio Battista. Io come sindaco rappresentante il pubblico ministro attenendomi alle risultanze ottenute all’udienza richiesi la condanna del Peru e fui secondato dal pretore. Ritengo che questo fatto sia stato causa di dispiacere per parte dei Peru. Tempo dopo il Francesco fu assalito e gravemente ferito e calunniosamente ne fui ritenuto io il mandante assieme a Serra Fara Antonio e al predetto Pirodda Nicolò e come esecutori Cossu Gian Pietro e Cubeddu Gio Stefano. Fummo tutti e cinque tradotti nanti le Assisi ed assolti ma tuttora i medesimi mi negano la parola. A me non consta chi siano i veri autori o mandanti dell’assassinio dello Stangoni o che siano il Muretti o i Peru o i fratelli Pileri contro i quali in principio si accentuava. In oggi però si dice che questi ultimi siano innocenti».

A me non consta chi siano i veri autori o mandanti dell’assassinio dello Stangoni o che siano il Muretti o i Peru o i fratelli Pileri contro i quali in principio si accentuava. In oggi però si dice che questi ultimi siano innocenti...

proprietario terriero di Trinità d’Agultu, è parente sia dell’ucciso che dei Pileri. Viene sentito il 19 agosto 1883: «La voce pubblica si mantiene costante che autori dell’assassinio dello Stangoni siano i fratelli Gio Antonio, Gio Michele e Giuseppe Pileri per mandato della loro Maria Maddalena a causa della lite in cui parlai nel precedente mio esame. Sebbene abbia timore della vita ma volendo anche scansare il rigore della giustizia non devo tacere questa circostanza. Due giorni prima che venisse assassinato lo Stangoni partii da Tempio verso il mezzodì per recarmi ad Aggius. Giunto al preciso sito in cui fu poi interfetto lo Stangoni in Alcumissu o La Rena, essendo io a cavallo ed armato di fucile, mi avvidi che alla mia sinistra in una vicina macchia vi stavano appiattati due individui che all’appressarmi si rialzarono alquanto tenendo i fucili in mano e pronti. Ancor io spianai contro di loro il fucile di cui ero armato dicendoli “ci è passo?”. Al che perché conosciutomi dissero “passa pure, perché non cerchiamo te”. Conobbi questi due individui uno per Gio Antonio Pileri e l’altro per Pietro Chilgoni “Pupureddu” ora deceduto. Allora procedetti oltre, ma con la masIl racconto di Gio Martino sima avvedutezza, ma fatti alcuni passi Muzzeddu. Il teste Gio Martino in un’altra macchia più bassa vi vidi altri Muzzeddu, fu Pietro, 50 anni, agiato due individui appostati ai quali feci la

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stessa intimazione e mi risposero che passassi avanti che non cercavano me, e questi due individui li conobbi perfettamente per Gio Michele e Giuseppe Pileri, tanto i primi quanto i secondi mi minacciarono di far silenzio. Con i Pileri non ebbi mai alcun precedente disgustoso anzi siccome ho i terreni vicino ai loro e col proprio bestiame mi causarono danno sarà un anno e mezzo che citai nanti il conciliatore il loro fratello Antonio il quale fu condannato a pagarmi lire venti e le spese. Tuttora ne resto insoddisfatto e non procedetti agli atti esecutivi notificandogli la sentenza contumaciale perché dall’Antonio Pileri e dai fratelli venni minacciato nella vita». Interrogato per la seconda volta Salvatore Stangoni. Il fratello di Giovanni Maria Stangoni viene interrogato per la seconda volta il 5 dicembre 1883. Nel frattempo, da Bonorva, è stato trasferito a Sassari, dove svolge l’incarico di vice-cancelliere presso il locale tribunale: «Confermo la mia deposizione del 10 marzo 1871 e in ordine alle nuove domande che mi si fanno dico che nessuna prova a inizio da quell’epoca in poi ho potuto acquistare in ordine all’assassinio del fu mio fratello Gio Maria. Con questi io non ero molto in buon accordo per ragioni di interessi e perciò mentre viveva nessuna confidenza mi fece sui timori che esso potesse avere di venire ucciso. Dopo la di lui morte io poche indagini potei fare per la ragione che come impiegato mi trovavo lontano da Aggius, ove non venivo quasi mai per la ragione che ivi avevo dei nemici e temevo che potessero attentare alla mia vita. Questi nemici erano i Pileri per i sospetti che su di loro cadevano. Le poche indagini le feci poco dopo commesso l’assassinio e del risultato deposi nel mio esame del 10 marzo 1871.


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Nel 1875, se non erro nel maggio, intervennero le paci [si celebrarono a Trinità d’Agultu il 9 maggio 1875 tra le famiglie Pileri-Lutzu-Fara-MurettiStangoni-“Macciaredda”-“Scriccia”“Staccuneddu”] e perciò io da allora in poi non più mi curai di fare indagini di sorta. Qualche anno prima delle paci appresi dalla voce pubblica, mi correggo, tempo prima che si facessero le paci intesi che all’assassinio del mio fratello, come esecutore, avesse preso parte Pietro Malu Chilgoni detto “Pupureddu” che venne ucciso il 2 gennaio 1875 ed ora non ricordo se una tal colpa intesi prima o dopo la di costui morte avvenuta in atto di resistenza alla forza pubblica. Il mio fratello Gio Maria aveva fatto una grave deposizione nel processo contro il Malu Chilgoni Vittorio Melaiu e Gio Battista Serra per l’assassinio di Sebastiano Cossu. Il Peru e il Melaiu vennero condannati nel marzo 1869 ai lavori forzati e il Malu Chilgoni in contumacia alla morte. Per effetto di detta deposizione il Chilgoni restò risentito col mio fratello e in epoca che il Chilgoni ottenne un salvacondotto dopo il predetto dibattimento venne a trovarmi e mi dichiarò che non credeva che mio fratello avesse deposto come depose. Non spiegò minaccia alcuna ed io credetti che mi avesse fatto quelle dichiarazioni onde indurre il mio fratello a menomare la sua deposizione. Per questo fatto non credo infondato che il Chilgoni abbia potuto prendere parte all’omicidio del mio fratello anche per solo impulso proprio. Lo stesso Chilgoni era parente dei Pileri come lo era dei Peru Malu. Sebbene mio fratello coi Peru Malu non fosse in buone relazioni per causa di certa lite che sosteneva contro di loro come procuratore della famiglia Leoni essendo io procuratore del Luca Peru non credo che abbiano responsabilità nell’omicidio del mio fratello. Riguardo al Malu Chilgoni

devo notare un’altra circostanza. Certo Francesco Frau fu Andrea di Aggius in epoca che non ricordo precisare mi disse che il sospetto contro il Malu Chilgoni non era infondato mentre lui ne era bene informato. Avendolo io costretto a dirmi come lo sapesse mi rispose: “Contentati per ora di questa mia dichiarazione e forse lo avrò veduto io stesso”. Prima che fosse intentata la lite da mio fratello contro Maddalena Pileri questa e i fratelli erano intimi dello stesso mio fratello». L’esame di Giovanni Pietro Meloni Serra. Il contadino Meloni Serra, 39 anni, nato e domiciliato ad Aggius, cugino dell’ucciso Stangoni “Caceffa”, risponde con calma alle domande del magistrato: «Dopo che divenni orfano mi ritirò nella sua casa il mio cugino Giovanni Maria Stangoni, e per ciò vedevo che il medesimo era in ottime relazioni colla famiglia di Gio Antonio, Gio Michele e Giuseppe Pileri, e segnatamente al tempo in cui venne interfetto Francesco Maria Lutzu. Io nel giorno in cui si disse commesso questo assassinio per ordine dello Stangoni sono andato in casa di Gio Antonio Pileri per ritirarvi un raziere di grano da quello che lo stesso Stangoni aveva lasciato in potere del Pileri e vi trovai il Gio Antonio, il Giuseppe e il Gio Michele Pileri, e ricordo che in quel giorno il Gio Antonio Pileri faceva sangue dal naso. Arrivai in quello stazzo verso le dieci di mattina e me ne sono ripartito verso le due di sera. Stante ciò io venni presentato come testimonio d’alibi ai parenti dell’interfetto Lutzu per interessamento dello Stangoni. Ignoro se dopo tra lo Stangoni e i Pileri vi sia stata rottura a causa di una lite contro Maddalena Pileri e che per ciò siasi sospettato contro di loro per l’omicidio dello Stangoni. Dopo che venne interfetto Pietro Malu Chilgoni si sparse Almanacco gallurese 2014/2015

la voce che costui lo avesse assassinato per avere lo Stangoni deposto contro il medesimo nel processo per l’assassinio di Sebastiano Cossu». La guardia doganale Era. Giuseppe Era, 36 anni, nato a Florinas e residente a Santa Teresa Gallura, “guardia doganale di terra”, ha partecipato all’arresto di Giuseppe Pileri insieme ai carabinieri di Aggius. Viene pertanto interrogato per chiarire proprio quella circostanza: «Ricordo benissimo che la mattina del 7 febbraio 1871, nel luogo detto L’Alcumissu, in territorio di Aggius, venne ucciso Gio Maria Stangoni detto “Caceffa” e ricordo ancora che io insieme agli in allora carabinieri De Vincenzo Isidoro e Ferri Luigi la mattina dell’8 febbraio stesso anno procedetti all’arresto di Giuseppe Pileri nella sua casa d’abitazione posta nel luogo detto Lu Rotu territorio di Aggius sul quale cadevano dei sospetti per l’assassinio dello Stangoni “Caceffa”. Io ed i predetti carabinieri la stazione di Aggius che ora non ricordo chi fosse per arrestare il Giuseppe Pileri ed i suoi fratelli Gio Michele e Gio Antonio sui quali pure cadevano dei sospetti. I due ultimi non li trovammo, solo nella predetta casa il Giuseppe Pileri, al quale avendo io domandato ove si era trovato la mattina del giorno precedente o del 7 febbraio all’ora in cui venne ucciso lo Stangoni “Caceffa” mi rispose che si era trovato in Badesi in cerca del calzolaio senza che mi indicasse il nome del calzolaio. Io allora gli dissi che la mattina del 7 febbraio egli vale a dire il Giuseppe Pileri vi era stato e che il calzolaio mi ava risposti che non vi era stato. A queste mie parole il Giuseppe Pileri non seppe più cosa rispondere, egli si mostrò incerto e confuso dal suo contegno io e i miei compagni Ferri e Devincenzo arguimmo che non fosse vero che il Giuseppe Pileri la mattina in cui fu ucciso lo Stangoni si fosse trovato in Badesi presso il calzolaio 35


cronaca

di quella regione, che ignoro chi fosse, e per ciò lo arrestammo. In realtà io la mattina in cui fu ucciso lo Stangoni non ero stato dal calzolaio di Badesi, però dissi al Giuseppe Pileri che vi ero stato per informarmi, per esplorare cosa il medesimo avrebbe risposto e come ho testé dichiarato quando dissi al Pileri che il calzolaio mi aveva detto che in casa sua il giorno precedente non vi era stato lo stesso Pileri si mostrò confuso e non seppe cosa dire. Neppure dopo che il Pileri venne arrestato e che il medesimo mi disse che la mattina che si era commesso il reato si era trovato in Badesi presso il calzolaio io mi recai da questi per informarmi se effettivamente vi si fosse trovato. L’arresto del latitante Giovanni Antonio Pileri e il processo. Il 26 febbraio 1883 i carabinieri di Tempio guidati dal maresciallo Manai localizzano Giovanni Antonio Pileri 36

nelle campagne di Montagnana, a pochi chilometri da Aggius, e lo arrestano. Era alla macchia da dodici anni per diversi omicidi, e il magistrato lo interroga poche ore dopo: «Io sono stato arrestato dai carabinieri alle ore tre di ieri mattina nello stazzo di Pietro Addis detto “Cagagorri” in Montagnana, territorio di Aggius, mentre ero fuggiasco dal 1870 per imputazione degli assassini di Francesco Maria Luzzu, Domenico Sirena Stiala e Giovanni Sechi “Accoddu” e di ribellione ai Reali carabinieri. Io non ho fatto alcuna resistenza né minacciato di morte i carabinieri che mi hanno arrestato ma tosto mi sono arreso alla forza appena li conobbi». All’appello, però, mancano Giuseppe Pileri e Giovanni Fois “Taldiu”, che sono ancora alla macchia e non hanno alcuna intenzione di costituirsi. Le indagini del procuratore del re, però, si concludono ugualmente, a dicembre dello stesso anno, con una richiesta di Almanacco gallurese 2014/2015

rinvio a giudizio nei confronti di sei imputati: Maria Maddalena, Giovanni Michele, Giovanni Antonio e Giuseppe Pileri, Giovanni Fois “Taldiu” e Pietro Malu Chilgoni “Pupureddu”. Quest’ultimo, però, era rimasto ucciso qualche anno prima, durante un conflitto a fuoco con i carabinieri. Al processo, celebratosi nell’estate del 1885 a Oristano dinanzi alla Corte d’assise di Cagliari, i Pileri e Fois “Taldiu” vengono assolti da tutte le imputazioni. L’omicidio di Giovanni Maria Stangoni “Caceffa” rimarrà per sempre un mistero. Trentatrè anni dopo, il 15 agosto 1904, a Codaruina, nelle vicinanze della chiesa di San Pietro, verrà ucciso anche suo figlio Pier Felice, stimato docente ed agiato proprietario terriero, genero di Paolo Lepori “Barracca”. Ma questa è un’altra storia, che, dopo una sanguinosa guerra privata, culminerà con le paci di Aggius, nel 1921.


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Nel cuore verde della Gallura storia

S. Antonio di Gallura i suoi luoghi, le sue cose, la sua gente Almanacco gallurese 2014/2015

37 A cura dell’Amministrazione Comunale


CroNaCa

aGGius

il caso irrisolto di

Gian Giacomo

Tirotto pastore aggese del ’700

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AlmAnAcco gallurese 2014/2015

di piero Maiorca


il caso tirotto

Una transazione monetaria una presunta schiavitù in Barbarìa e un culto mariano nel mezzo

I

l personaggio tra storia e leggenda. Gian Giacomo Tirotto era un pastore di Cascabraga, uno stazzo della costa gallurese prospiciente l’Isola Rossa che allora, a metà ‘700, ricadeva in territorio di Aggius. Ne parlò per la prima volta il sacerdote Piero Baltolu, parroco di Aggius, in una pubblicazione del 1977 (Aggius, la villa, il comune, la parrocchia nel 1800, tip. La Nuovissima, Tempio). Rifacendosi alla tradizione orale, Don Baltolu riferì che tal Tirotto era stato catturato dai barbareschi nel corso di una delle loro funeste incursioni e condotto come schiavo in terra musulmana. Liberatosi chissà come dal giogo della schiavitù era infine approdato, per vie altrettanto misteriose, alla corte imperiale d’Austria, dove era riuscito a guadagnarsi un posto di tutto rispetto.

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sopra Stazzo di Cascabraga, anno 1935. Il primo seduto a sinistra è Anton Pietro Tirotto a sinistra Madonna di Itria

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cronaca Stazzo di Cascabraga, anni ’50. Francesco Balbitu con la moglie Maria Rosa Tirotto in gruppéra

Don Baltolu tornò sull’argomento in una seconda pubblicazione (Aggius, la parrocchia di S.Vittoria, tip. Pauletto, Milano 1985), corredandolo di una lettera a firma dello stesso Gian Giacomo Tirotto, spedita da Vienna e indirizzata al vescovo di Civita e Ampurias, contenente gli estremi di un lascito a beneficio della chiesa di Itria di Aggius, innalzata per volontà della sua famiglia. 40

A tutt’oggi, però, non esiste alcun documento che comprovi il rapimento del pastore aggese da parte dei barbareschi, che pur terrorizzarono le popolazioni costiere di tutto il mediterraneo per più di un millennio. Esiste tuttavia questo lascito (oltre ad alcuni libri autografati e conservati presso la chiesa parrocchiale di Aggius) che non contraddice la leggenda, ma che alla leggenda, purtroppo, non Almanacco gallurese 2014/2015

aggiunge un suggello di storicità (nella sua lettera spedita da Vienna, il Tirotto non fa alcun cenno alle motivazioni che indussero la sua famiglia ad innalzare in Aggius la chiesa di Itria né le collega, le medesime motivazioni, a un voto pronunciato in ringraziamento di una qualsivoglia grazia. Ma c’è un’altra incongruenza che si insinua nella ricostruzione del caso, cioè la scelta della Madonna di Itria in luogo della Madonna della Mercede, che sarebbe stata indubbiamente più pertinente, visto che il titolo di quest’ultima si ispira all’Ordine dei Mercedari, fondato da Pietro Nolasco col fine di riscattare i cristiani fatti schiavi dai barbareschi). Ciò non ostante, è tuttora salda la credenza che questo giovane sia stato tradotto in cattività in terra musulmana, a languire in qualche tenebroso bagno del Maghreb, dove, per chissà quali meriti, si sarebbe particolarmente distinto – unico fra tutti, in mezzo a quella moltitudine di poveri infelici – fino a guadagnarsi il favore del Bey (una via di mezzo tra il ministro dell’Interno e il comandante dell’esercito), il quale, poco verosimilmente, lo avrebbe premiato restituendogli la libertà. è pur vero che, molto spesso, la realtà supera la fantasia, ma è anche vero che la fantasia, pur di far accettare (ai più creduloni) una certa idea, non esita a tirare in ballo le più assurde stramberie. E stramberia fu quella di far credere che alla richiesta di grazia del Tirotto facesse seguito una risposta affermativa, ma a condizione che un galletto, che in quel momento arrostiva allo spiedo, avesse cantato. Il Tirotto, allora, avrebbe invocato la Madonna perché intercedesse per lui; dopodiché, meraviglia delle


il caso tirotto

meraviglie, il galletto avrebbe cantato, ridandogli la tanto sospirata libertà. Volendo dar credito alla leggenda, chissà che il Tirotto non fosse andato ad infoltire la già fitta schiera dei rinnegati (cioè dei convertiti alla religione musulmana), oppure ad arruolarsi nel corpo militare dei Giannizzeri, oppure ad assoggettarsi, come la maggior parte dei suoi simili, al pagamento della gizyah, il tributo gravante sui dhimmi (i non musulmani) quale corrispettivo alla libertà di culto (non meravigliamoci troppo: anche i bizantini, quando colonizzarono la Sardegna coi loro monaci, giunsero ad esigere un tributo da quei sardi pelliti che si ostinavano a non convertirsi alla religione cristiana). Contrariamente a quel che si pensa, infatti, agli schiavi era concessa una certa libertà di culto, tant’è che nei bagni delle maggiori città corsare (Algeri, Tripoli, Tunisi) esistevano cappelle cristiane, talvolta anche sontuose. E perché non pensare – continuando, ben inteso, a dar credito alla leggenda – alla possibilità che il Tirotto sia stato liberato dietro il pagamento di un riscatto? Visto e considerato che diversi ordini – sia cavallereschi (di Rodi, del Santo Sepolcro, di Santo Stefano), sia religiosi (dei Trinitari, ad esempio, e dei Mercedari, fondati rispettivamente nei lontani 1193 e 1218) – si dedicavano, all’epoca, alla raccolta di denaro per il riscatto dei captivi. I Mercedari, specialmente, furono sempre molto attivi in Sardegna; costoro, come tutti gli altri intermediari, godevano in Barbarìa di uno speciale salvacondotto ed erano ben visti dai corsari, dato che intavolavano con essi vere e proprie trattative commerciali. Sarebbe un’ipotesi, quest’ultima, tutt’altro che azzardata. Secondo un calcolo approssimativo, ammonterebbe a circa 70.000 il numero complessivo dei prigionieri liberati dalle compagnie di riscatto

E perché non pensare – continuando, ben inteso, a dar credito alla leggenda – alla possibilità che il Tirotto sia stato liberato dietro il pagamento di un riscatto? (fra i personaggi famosi fatti schiavi dai barbareschi è da ricordare l’autore del Don Chisciotte, Miguel de Cervantes, trattenuto ad Algeri per ben cinque anni prima di essere riscattato dai Trinitari nel 1580). La Sardegna, d’altronde, ha sempre avuto, per la sua posizione, il triste primato di subire i maggiori danni dalle scorrerie dei barbareschi: scorrerie che sono cessate solo nel 1816, anno in cui le potenze europee sono riuscite ad imporre il loro diktat alle reggenze di Algeri, Tripoli e Tunisi, ponendo fine così alla guerra di corsa in tutto il mediterraneo. Persino Vittorio Emanuele I – pur mostrando insofferenza nei confronti dei sudditi sardi e pur avendo ben altre gatte da pelare, coll’andare a bussare alle porte di tutti i potenti dell’epoca al fine di restaurare il suo trono in Piemonte, spazzato via dal ciclone napoleonico – si degnò di spedire, il 23.10.1808, una lettera all’arcivescovo di Cagliari invitandolo, assieme a tutti i vescovi della Sardegna, a raccogliere fondi per il riscatto degli schiavi. Si pensi anche agli strascichi che dette scorrerie hanno lasciato non solo nell’immaginario collettivo (“mamma li turchi”, si usa dire tutt’oggi ) e nella toponomastica (non si contano i siti, specialmente costieri, le cui denominazioni fanno riferimento a turchi, mori e saraceni), ma anche in certe procedure d’ufficio: ancora nel 1823 il notaio che redigeva un atto testamentario era tenuto ad interrogare il testatore sul suo desiderio di voler devolvere qualche lascito non solo a favore Almanacco gallurese 2014/2015

dei “Monti di Soccorso, di Riscatto od Ospedale più vicino”, ma anche a favore “degli schiavi in Barbarìa” (cfr. “Il testamento di P.Q. Malu” di P.Maiorca in Almanacco gallurese n° 17). Che Gian Giacomo Tirotto sia stato tratto in schiavitù in Barbarìa lo dice la vox populi, ma non esiste una sola prova a riguardo, così come non è dato conoscere né i modi né i tempi di una sua eventuale fuga o liberazione dietro riscatto. Non c’è dubbio, invece, che a metà ‘700 lo stesso Tirotto si trovi a Vienna in qualità di camerarius (cameriere?) dell’Imperatore d’Austria. Da qui spedisce una lettera al vescovo della Diocesi di Civita e Ampurias che aveva sede a Castelsardo (Castel aragonese, all’epoca) con tutte le indicazioni relative a un lascito a favore della chiesa di Itria di Aggius, che allora dipendeva da quella Diocesi. Il documento – scritto in latino e conservato presso l’archivio della cattedrale di Castelsardo – è qui sotto riportato con relativa traduzione. Il lascito In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen. Cum ego infrascriptus accepissem dilectissimos meos Parentes et fratres Ecclesiam in oppido de Aggios in Regno Sardiniae in honorem Deiparae Virginis sub titulo Sanctae Mariae de Itria aedificasse, in eiusque constructione iuniorem meum fratrem Nicolaum nomine, in dignitate sacerdotali constitutum, operarios coadiuvantem ad elevandam magni ponderis trabem, fracta ex conatu praecordiali vena – ita permittente inscrutabilo Divina Providentia, in omni eventu submisse adoranda et semper glorificanda – de hoc saeculo migrasse : et ecce statim adherendo eorum pietati, ac devotioni erga tam potentissimam ac beneficam Matrem, caeli terraeque Reginam, firmiter in corde meo proposui et religiose devovi fundare et instituere unam missam perpetuam in praefacta Itriana Ecclesia iuxta intentionem 41


cronaca fundatoris quotidie celebrandam. Pro tali ergo effectu, virtute et tenore praesentis destino et assigno in fundum perennem duo millia florinorum – importantium mille et centum scutata argentea moneta sardonica – actualiter collocatorum in hoc Viennensi banco publico, cunctis nationibus libero et patenti cum foenere seu interesse annuali quinque pro cento, pro ut constat ex tribus obbligationibus bancalibus apud me esistentibus. Et prima pro 500 florenis sub nomine Frau Maria de Itria et sub data 11 7bris 1749. Secunda pro 1000 florenis sub eodem nomine et sub data 3maj 1751 et tertia pro 500 florenis sub nomine Mademoiselle Maria de Itria de data 9 7bris 1760 cum interesse sex pro cento. Quae quidem summa, nempe duorum millium florinorum, quando cum diutius cum lucro praescripto manere non possit in loco nominato, vel alia ratione convenientius fuerit exinde eam educere, tunc transmittenda erit per litteras cambiales in Regnum Sardiniae – implorata primum benignitate Aug.mae Imp.cis ut exitus pecuniae fiat gratis et absque ulla deductione, non tam ex intuitu meritorum instituentis, quam ex nota eius pia devotione versus gloriosissimam mundi Reginam – ad Ill.mum et Rev.mum Episcopum Ampuriensem et Civitatensem, Castri Aragonensis residentem, in cuius Diocesi supradictum oppidum de Aggios et Itriana Ecclesia invenitur situata. Et erit enarrata pecunia collocanda in illo fundo, tuto et frugifero, prudentia et consilio relati Episcopi Beneviso (1); ex cuius proventu providendus est sacellanus ab eodem Praesule constitutus cum stipendio unius Regalis argentei pro qualibet missa secundum loci consuetudinem. Residuum autem redditus debet servire pro paramentis et aliis rebus ad celebrandum necessariis, pro subsistentia Ecclesiae, et pro festi titularis dacenti annua solemnitate. Denique erit et asservandum in Archivio Curiae Episcopali Fundationis instrumentum; conservandaque praerogativa 42

La Sardegna, d’altronde, ha sempre avuto, per la sua posizione, il triste primato di subire i maggiori danni dalle scorrerie dei barbareschi beneficii in progenie tiroteana utriusque sexus vel ob eius defectum incuocumque alio inope sacerdote aggiensi. Haec est mea seria et sincera, pia et devota, constans et irrevocabilis dispositio, propris manu exarata; post obitum vero uxoris meae complenda exequenda. Quam dispositionem ita intendo valere, et volo quod ipsa valeat tamquam si esset per iuridicum instrumentum in omni meliori modo et forma expressa et declarata. Sanctis Angelis Dei in testimonium invocatis concludo tandem cum illis sacrosanctis verbis quibus incepi, humiliter deprecando ut per eamdem Virginem Matrem hoc servi tam vilis et indigni peccatoris obsequium gratum et acceptum habere dignetur illemet qui dat velle et perficere; qui est principium et finis; qui est super omnia benedictus, omnipotens et misericors Deus, Pater et Filius et Spiritus Sanctus. Amen. Dat: Viennae Austriae die decima quarta mensis septembris, anno Domini millesimo septigentesimo sexagesimo, 14 7bris 1760. Joannes Jacobus Tirotte, Sac. Caes. ac R.M.Cam.rius. Traduzione Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. Avendo io sottoscritto appreso che i miei dilettissimi genitori e fratelli avevano edificato una chiesa nel villaggio di Aggios, nel Regno di Sardegna, in onore della Vergine Madre di Dio sotto il titolo di Santa Maria di Itria, nei cui lavori il mio fratello più piccolo di nome Nicola, elevato alla dignità sacerdotale, mentre aiutava gli Almanacco gallurese 2014/2015

operai a sollevare una trave di grande peso, era morto essendosi rotto in questo tentativo la vena precordiale (giacché così voleva l’imperscrutabile Divina Provvidenza, degna di adorazione in ogni circostanza e sempre glorificata), subito aderendo alla loro pietà e devozione verso una Madre tanto potente e benefica, Regina del cielo e della terra, fermamente proposi nel mio cuore ed offrii di fondare e religiosamente istituire una messa perpetua nella predetta chiesa di Itria, da celebrare ogni giorno secondo l’intenzione del fondatore. Dunque per tale effetto, in virtù e disposizione del presente, destino e assegno come fondo perenne 2.000 fiorini (di cui 1.100 in monete sarde d’argento scudate) attualmente depositati in questo pubblico banco viennese, aperto e accessibile a tutte quante le Nazioni, con una rendita o interesse annuale del 5%, come risulta dalle tre obbligazioni bancarie conservate presso di me. La prima di 500 fiorini intestata alla Signora Maria di Itria in data 11.9.1749. La seconda di 1.000 fiorini intestata allo stesso nome in data 3.5.1751. La terza di 500 fiorini intestata alla Vergine Maria di Itria in data 9.9.1760 con interesse del 6%. Tuttavia questa somma, cioè i 2.000 fiorini, qualora non potesse rimanere a lungo nel suddetto luogo con l’interesse fissato o per qualche motivo fosse più conveniente spostarla da lì, allora dovrà essere trasferita a mezzo lettere cambiali nel Regno di Sardegna (implorata innanzi tutto la benignità dell’Augustissima Imperatrice affinché il trasferimento del denaro sia gratuito e senza alcuna deduzione, non tanto per riguardo ai meriti del fondatore, quanto per la di lei risaputa e pia devozione verso la gloriosissima Regina del mondo) all’indirizzo dell’Illustrissimo e Reverendissimo Vescovo di Civita e Ampurias, residente in Castel Aragonese, nella cui suddetta Diocesi si trova il suddetto villaggio di


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Aggios e in questo la Chiesa di Itria. Allora sarà, il suddetto denaro, depositato in quel fondo sicuro e fruttifero, sotto la saggia gestione del suddetto Vescovo di fiducia (1); con questa rendita si dovrà provvedere al cappellano istituito dallo stesso Presule con lo stipendio di un reale d’argento per celebrare ogni messa secondo la consuetudine del luogo. Il reddito residuo, poi, dovrà servire per i paramenti e le altre cose necessarie alle celebrazioni, per il sostentamento della Chiesa e per una decorosa solennità annuale nel giorno della festa della Titolare. Pertanto sarà uno strumento da custodire nell’Archivio della Fondazione della Curia Vescovile, e il privilegio del lascito sarà da riservare anche a tutta la discendenza dei Tirotto di entrambi i sessi o, in assenza di questa, a qualunque altro sacerdote bisognoso di Aggios. Questa è la mia seria e sincera, pia e devota, costante e irremovibile disposizione, redatta nelle mani proprie; dopo la

morte di mia moglie dovrà essere di fatto portata a termine ed eseguita. Intendo così che questa disposizione abbia valore e voglio che la stessa valga come se fosse stata espressa e dichiarata in miglior modo da uno strumento giuridico. Invocati a testimonianza i Santi Angeli di Dio, concludo infine con le stesse sacrosante parole con le quali ho iniziato, chiedendo umilmente in nome della stessa Vergine Madre affinché si degni ritenere come cosa gradita e bene accetta questo omaggio da parte del suo indegno servo tanto vile e peccatore colui che concede di volere e di portare a termine, colui che è principio e fine, che è benedetto sopra ogni cosa, Dio onnipotente e misericordioso, Padre e Figlio e Spirito Santo. Data a Vienna, Austria, 14 settembre 1760. Giovanni Giacomo Tirotto, Camerario del Sacro Imperatore e della Reale Maestà. Almanacco gallurese 2014/2015

Anni ’30 – Festa campestre presso la chiesa di San Michele

Nota (1): Un vescovo di nome Beneviso, in realtà, non è mai esistito: nè nella Diocesi di Civitas-Ampurias nè in nessun’altra. Il termine “Beneviso” (con l’iniziale maiuscola di cortesia) è verosimilmente da intendersi “ben visto”, ossia “di fiducia”. Nel periodo che ci interessa, il vescovo della Diocesi di Civitas-Ampurias era il presule Salvatore Angelo Cadello Cugia, nato a Cagliari il 22.5.1696, già rettore dell’Università di Cagliari e quindi canonico nella cattedrale della stessa città, il quale ricoprì l’incarico (proposto da Carlo Emanuele III e conferito da Benedetto XIV) dal 3.7.1741 fino alla morte, avvenuta a Castel Aragonese (Castelsardo) il 6.1.1764.

Un po’ di storia Per “impadronirci” del caso, inquadrandolo nel suo contesto storico, dobbiamo risalire alla fine dell’Impero romano: a quando, cioè, nel 395, morì l’imperatore Teodosio, detto “il Grande”. 43


cronaca

Stazzo di Cascabraga, anno 1930

La morte di Teodosio segnò lo sfacelo dell’Impero romano che si divise in due parti, a capo delle quali andarono i figli Onorio e Arcadio: il primo salì sul trono dell’Impero romano d’Occidente (con sede a Ravenna), il secondo su quello d’Oriente (con sede a Costantinopoli). Val la pena di ricordare che Teodosio ebbe anche una figlia, nata dal suo secondo matrimonio: la bella e coraggiosa Galla Placidia (quella del famoso mausoleo ravennate), la cui tempra era ben diversa da quella dei suoi inetti fratellastri. Lei perseguì sempre, guardando con occhio lungimirante al cambiamento dei tempi, una politica che avvicinasse barbari e romani, divenendo prima regina dei Goti e poi imperatrice (sia pure come reggente, in nome del figlioletto Valentiniano) dell’impero romano d’occidente. Riportiamoci, adesso, all’Impero d’Orien44

te e, più precisamente, a Costantinopoli. Qui, nel 408, era morto Arcadio, lasciando erede al trono un bambinello di sette anni, Teodosio II, la cui tutela fu assunta dalla madre, l’imperatrice Eudossia. Costei era una principessa di sangue germanico, famosa per il lusso e per la sfrenata libertinaggine; non aveva né tempo né voglia, perciò, di badare al figlioletto, preferendo, invece, dedicarsi anima e corpo (soprattutto corpo) ai suoi numerosi corteggiatori. Teodosio II finì così con l’essere rappresentato in tutto e per tutto dalla sorella maggiore Elia Pulcheria che prese in mano, di fatto, le redini del potere. Pulcheria aveva solo pochi anni più del fratello, ma riuniva in sé tutte le doti che al giovane Teodosio II mancavano: era una donna energica, amante del potere e molto religiosa. Sotto il suo controllo, l’atmosfera di corte divenne simile a quella di un convento, facendo rimpiangere a non pochi nostalgici il clima di dissolutezza instaurato da Eudossia. Almanacco gallurese 2014/2015

Il tranquillo fluire delle cose subì uno scossone quando, nel 420, giunse alla corte di Costantinopoli una ragazza greca di indicibile bellezza, di nome Atenaide, figlia di un retore ateniese (oggi diremmo un intellettuale). Atenaide non era solo bella, ma anche colta e intelligente, tanto che tutti se ne innamorarono a prima vista (l’imperatore per primo). Essendo pagana, fu subito battezzata e le venne imposto, in aggiunta al suo, il nome di Eudossia; poi, ad appena un anno dal suo arrivo, andò in moglie all’imperatore. Atenaide-Eudossia era troppo bella, troppo amata e troppo ammirata da tutti: troppo influente, insomma, per non suscitare l’invidia di Pulcheria, che era donna ambiziosissima (anche se ciò non le impedì di essere dichiarata santa sia dalla chiesa cattolica che da quella ortodossa). Pulcheria, perciò, si adoperò in tutti i modi per liberarsi da quella giovane imperatrice che la metteva in ombra, relegandola a


il caso tirotto Aggius - Chiesa di Nostra Signora d’ Itria

un ruolo marginale. Atenaide-Eudossia, allora, fece un voto: se sua figlia (chiamata Eudossia anche lei) fosse diventata imperatrice, si sarebbe fatta da parte per almeno un po’ di tempo, andando in pellegrinaggio a Gerusalemme. Cosa che fece puntualmente allorquando la figlia divenne davvero imperatrice d’Occidente, dopo aver sposato Valentiniano (III), figlio di Galla Placidia. Da Gerusalemme, Atenaide-Eudossia ritornò a Costantinopoli stracarica di reliquie che pensò bene di dare in dono a Pulcheria, nella speranza di addolcirla e renderla più ben disposta nei suoi confronti. Ma tutto ciò non servì a nulla e Atenaide continuò ad essere presa di mira dalle macchinazioni persecutorie di Pulcheria. Caduta definitivamente in disgrazia, se ne ritornò per sempre a Gerusalemme, sola, triste e invecchiata, solo l’ombra della donna brillante e colta che aveva fatto girare la testa al giovane imperatore. Morì a Gerusalemme nel 460. Nascita di un culto: la Madonna di Itria Erano davvero preziose le reliquie che Atenaide-Eudossia portò in dono a Pulcheria; tra queste c’erano anche le ossa di Santo Stefano e le catene di San Pietro (le stesse catene che, da Costantinopoli, avrebbero preso nuovamente il mare per

giungere a Roma, nelle mani di papa Leone Magno. Poste da quest’ultimo accanto a quelle con cui l’apostolo Pietro sarebbe stato incatenato nella sua prigionia romana, vi si sarebbero saldate formandone una sola. Questa, la leggenda. è un fatto, però, che da questo episodio sia nata l’idea di erigere la famosa chiesa di San Pietro in Vincoli). Un’altra di queste reliquie – quella che più ci interessa – era un quadro (un’icona, come si diceva allora, ovvero un retablo, come avrebbero detto in seguito i religiosi spagnoli) raffigurante la Madonna ritratta dal vivo dall’evangelista Luca. Pulcheria volle affidarla a una comunità di monaci che si erano stabiliti nel convento di Odigi, sul Bosforo, nei pressi di una sorgente d’acqua dalle proprietà curative. In questo luogo la Madonna di San Luca cominciò ad operare miracoli soprattutto a beneficio dei ciechi, che i monaci soccorrevano offrendosi come loro guida. Ben presto, perciò, la Madonna assunse il titolo di Odegitria, “colei che mostra il cammino” (da odòs, cammino, e àgo, condurre). Il culto dell’Odegitria si diffuse, inizialmente, soprattutto in Puglia, dove prese anche il nome di Madonna di Costantinopoli, del Buon Cammino e, per contrazione, di Itria (in Puglia ha lasciato pure diversi toponimi: valga per tutti quello della valle d’Itria, nei pressi di Martinafranca, in provincia di Taranto, la conosciutissima terra dei trulli). Molte chiese dell’Italia meridionale dove si venera l’Odegitria (e specialmente il santuario di Montevergine in provincia di Avellino) rivendicano l’esclusiva di possedere la vera icona della Madonna dipinta da San Luca e donata da AtenaideEudossia a Pulcheria, forti della convinzione che la tavola vi sarebbe giunta fortunosamente da Costantinopoli in seguito alla campagna iconoclasta intrapresa nel 726 dall’imperatore Leone III Isaurico. è molto più probabile, invece, che il dipinto sia rimasto a Costantinopoli fino al 1453, quando la città fu presa dai turchi, per poi finire distrutta assieme a tante altre testimonianze della religiosità cristiana. Ciò non toglie che ogni successiva riproduzione sia rimasta fedele al modello iniziale, facendone sempre e comunque un idolo sacro, degno di venerazione. Il culto della Madonna di Itria si diffuse anche in Sardegna. Cosa più che comprensibile se si pensa che qui la pur labile dominazione bizantina si protrasse per quasi tre secoli (dal 534 all’827), influendo non tanto sulla struttura sociale – che non subì modifiche sostanziali – quanto e soprattutto in campo religioso e artistico. Ancora oggi il culto della Madonna di Itria è presente nell’isola in decine di località.

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Pagina di informazione di pubblico interesse

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Tempio pausania

quanti caffè! di Marilena Selis

Cronache, aneddoti e ricordi degli antichi caffè di Tempio

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Eccoci a raccontare le vicende relative alle abitudini sociali dei Tempiesi che già a partire dai primi anni del secolo scorso erano soliti frequentare caffè e bar in attività lungo le vie del centro

Interno del Caffè Verre

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isulta peraltro che qualcuno dei locali citati più avanti avesse aperto i battenti sin dagli ultimi decenni dell’Ottocento! Il Caffè è per tradizione un centro di incontro e intrattenimento che nel secolo diciottesimo andò diffondendosi rapidamente nelle principali città europee: in esso si riunivano inizialmente i rappresentanti della borghesia per discutere di affari, di politica, di filosofia e letteratura, mentre l’aristocrazia preferiva frequentare i lussuosi salotti privati, in tempi in cui il suo ruolo era ormai in piena decadenza. In Italia tuttavia il bar fu frequentato anche dai ceti aristocratici. Nonostante l’isolamento geografico, Tempio, da un punto di vista culturale, costituì un fenomeno a sé stante nell’isola, per la vivacità intellettuale dei suoi abitanti dovuta alla diffusione di idee molteplici e contrastanti. La situazione socio culturale risultava infatti diversificata al massimo per la presenza di ceti clericali e conservatori da un lato e di folti gruppi anticlericali, anticonformisti e addirittura eversivi dall’altro; costoro costituivano la maggioranza della popolazione e se esistevano sedi politiche apposite in cui incontrarsi di cui si conosce bene la storia, non tutto poteva svolgersi al loro interno; il bar, che in qualche caso ebbe carattere esclusivo, era considerato il luogo in cui lo scambio di idee poteva proseguire in forma rilassante ed informale davanti ad un aperitivo o ad un caffè.

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CroNaCa

Gli appuntamenti portavano il nome non del bar, ma dei loro gestori: Puccio, Ugo, alfredo...

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ensando al temPo dell’infanzia, mi tornano alla mente le luminose mattinate dei giorni festivi quando era tutto un brulicare di persone che animavano queste vie: la gente chiacchierava, a volte commentava i fatti d’attualità riunita in piccoli gruppi che stazionavano al sole nelle piazze, oppure passeggiava o passava semplicemente di lì al momento del rientro a casa dopo la messa di mezzogiorno; di domenica era abitudine dei padri di famiglia portare a casa per l’ora di pranzo un vassoio di paste avvolte in un’ inconfondibile carta bianca liscia e compatta da cui sembrava trasparissero i colori e il profumo dei ghiotti bocconcini. Perciò si vedevano in giro tanti uomini dall’ aria soddi50

sfatta col prezioso involucro appoggiato sul palmo della mano. Riguardo ai giorni feriali invece, la memoria corre al momento dell’uscita dalla scuola, soprattutto durante i primi giorni dell’anno scolastico, quando le ore di lezione erano ancora poche e non sempre... coinvolgenti. Allora ci si fermava al bar per introdurre qualche moneta nel jukebox, per una bibita o un sacchetto di patatine che consumate in gruppo tra discorsi animati e e un po’ sconclusionati, costituivano il pretesto dell’incontro di vecchi e nuovi compagni di scuola, con relativi commenti e con l’accendersi di nuove speranze per un futuro che prendeva forma di giorno in giorno, a volte in modo sorprendente e inaspettato; gli appuntamenti portavano il nome non del bar, ma dei loro gestori: Puccio, Ugo, Alfredo; costoro, con fare paziente AlmAnAcco gallurese 2014/2015

e professionale, assistevano le nostre disordinate masnade con pazienza e spirito di tolleranza, dato che il loro locale traeva sicuramente scarsi vantaggi dalla presenza di gruppetti di ragazzi rumorosi e squattrinati... Piazza Gallura, il grande salotto nella vecchia Piazza Delle monache nel 1882 furono ultimati i lavori per la costruzione del nuovo Palazzo comunale che occupò in parte l’area del convento delle cappuccine, in parte l’area di alcune case di civile abitazione che erano state abbattute sia a destra che a sinistra, per creare uno spazio adeguato alle dimensioni del nuovo edificio; con la sua linea austera ed elegante la nuova costruzione conferì alla piazza un maggior prestigio architettonico arricchito ulte-


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PAGINA A FRONTE Interno del Caffè Gallura.

In questa pagina Giuseppe Mureddu Valentino e la sua famiglia (a sinistra) Etichetta del liquore “Flora di Limbara” (sopra)

riormente nel 1886 da un grande orologio di gran pregio, realizzato con meccanismi di ottone e quadrante di cristallo, che fu posto a coronamento della parte centrale. La piazza, verso cui convergono ben cinque vie diverse, divenne allora il cuore pulsante di Tempio per la presenza del tribunale,dell’episcopio e del seminario; essendo circondata peraltro tutt’intorno da eleganti palazzetti di granito, assunse i caratteri di un vero salotto in cui era gradevole incontrarsi ed intrattenersi nelle occasioni più disparate;essendo inoltre adibita a stazione di partenza di diligenze e successivamente di autobus che collegavano Tempio con alcuni centri della Gallura e della regione interna, era quotidianamente frequentata da un numero rilevante di persone tra cui molti forestieri. Forse per questi motivi nella sua area nel giro di pochi anni furono aperti ben sei locali pubblici, di cui per forza di cose devo elencare i nomi: il caffè Gallura, il caffè Verre, il caffè del Circolo di Lettura, il

Caffè -Ristorante Grimaldi, il Circolo dei Cacciatori e il Bar Orientale. Il caffè Verre, situato nell’edificio che attualmente ospita una filiale del Banco Di Credito Sardo, apparteneva ai genitori adottivi di Gianni Mossa Verre, noto medico cittadino scomparso alcuni anni or sono. Del raffinato locale dall’arredamento di gusto Liberty, esiste una bella foto in cui appare il piccolo Gianni coi genitori dietro al bancone, insieme ad alcuni avventori. L’antico Bar Gallura, oggi Museum, vanta una lunga storia le cui origini sono da ricondurre agli ultimi decenni dell’Ottocento, poiché il proprietario Giuseppe Mureddu Valentino sposò Anna Maria Piras nel 1874 e si presume che subito dopo abbia dato inizio alla sua attività, come si può dedurre da una serie di fotografie dell’epoca. Il Bar Gallura ebbe il merito di dar vita ad un liquore assolutamente originale, ottenuto attraverso un infuso di timo del Limbara, che fu chiamato: “Flora di Almanacco gallurese 2014/2015

Limbara”. I premi e i riconoscimenti verso questo prodotto, di cui gli eredi conservano orgogliosamente i ricordi, furono tanti, come il bellissimo medagliere di cui riportiamo la foto, nel quale è compresa anche una medaglia ottenuta ad una manifestazione londinese nel 1926. Il Caffè Grimaldi cambiò sede due-tre volte e fu aperto infine intorno al 1920 al pianterreno del Palazzo Comunale con funzione di caffè-ristorante ed ingresso nella parte centrale del palazzo: fu gestito dallo stesso Grimaldi, nonno di Piero e Tino Caramelli. Per dare un contributo al buon funzionamento dell’attività furono assunti due raffinati professionisti che già avevano lavorato nel noto locale sassarese “La Gabbia” soprannominato “Il Gabbione”: si tratta di Giovannino Conconi e del cavalier Brigaglia, (successivamente il Brigaglia andò a d Olbia a gestire il Bar Demartis, alla stazione marittima, che apparteneva allo zio di Claudio Demartis, mentre il Conconi nel 1926 aprì il Ristorante Giardino nei pressi di Piazza 51


cronaca

in alto a sinistra Il medagliere della famiglia. Mureddu: premi per il liquore “Flora di Limbara” a sinistra Un antico caffè di Piazza Gallura

Gallura). Il locale fu frequentato da persone distinte, probabilmente anche da impiegati e magistrati degli uffici giudiziari situati al piano superiore. Di fronte al Municipio, dove ancor oggi è in funzione un bar, (Caffetteria Della Piazza) in epoca fascista fu aperta la Sezione Cacciatori, con relativo bar, riservata alla borghesia locale che era la sola a disporre degli onerosi mezzi necessari alla caccia: cavalli, cani e fucili. Questa sede rimase in attività fino alla fine del periodo fascista, quando, dopo la caduta del duce, fu invasa dai rappresentanti dei partiti avversi e semidistrutta. Il locale restò chiuso per alcuni anni per essere riaperto più tardi con caratteristiche più democratiche e popolari. Il caffè del Circolo di Lettura, situato anch’esso al pianterreno del palazzo municipale, con ingresso sulla destra, fu centro di diffusione dei principi tipici di questa istituzione nata a Tempio nel 1846: amore per le idee liberali e per programmi innovativi. La sezione centrale del palazzo, prima occupata dal ristorante Grimaldi, fu adibita a sala da 52

ballo in cui fu sistemato un pianoforte a coda a disposizione di tutti i soci. L’antico gestore fu Pietro Pintus e quello più recente Nando Muzzetto. Un altro locale storico della piazza ancor oggi in funzione è il Bar Orientale, aperto al posto del vecchio negozio di tessuti del sarto Giovanni Cossu (Gjiuanni Lu Pesciu); qui apprese il mestiere il barista Ugo Russino, scomparso prematuramente nel 1999. Poiché la proprietaria del bar era la zia Gesuina Doneddu,anche il fratello minore di Ugo, Antonello, da ragazzo, vi trovò un suo spazio: egli aveva il compito di recuperare, lavare e mettere in ordine le bottigliette di aranciata e gazzosa da restituire, vuote, al signor Biosa, proprietario di una fabbrica di bibite situata in via Demartis, in prossimità della Rotonda, il carcere chiuso di recente. Per questo servizio reso con ordine e puntualità per un lungo periodo, Antonello ricevette in premio dal generoso fratello Ugo una batteria nuova fiammante poiché a lui il futuro avrebbe riservato altri ruoli, tra cui quello di batterista nel complesso dei The Kangaroos. Almanacco gallurese 2014/2015

sopra Sulla porta d’ingresso centrale del palazzo del Municipio è visibile l’insegna del Caffè Ristorante Grimaldi

Ugo fu conosciuto invece esclusivamente per la sua attività di barista che gli fu particolarmente congeniale e di cui andava orgoglioso; durante le ore di lavoro indossava una giacca bianca ed il suo stile fu sempre quello di un barman di raffinata professionalità che amava preparare drink e aperitivi con fantasia, naturalezza e rapidità, sempre pronto ad incuriosire ed entusiasmare gli avventori. Anche i suoi gelati furono molto apprezzati e alcuni ricordano che coi gelati egli ci giocava addirittura, dato che stando dietro al freezer, dopo aver consegnato il cono al cliente che si trovava all’esterno del locale, lanciava dall’interno la pallina di gelato centrando in pieno lo spazio vuoto del cono. La domenica pomeriggio le famiglie erano solite rimanere unite e spesso anche i bambini insieme ai genitori andavano a sedersi intorno ai tavolini dei bar dove aspettavano con ansia di gustare dolci e gelati. Proprio in Piazza Gallura il Bar Orientale, potendo disporre dello spazio dell’antistante grande marciapiede del munici-


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pio, durante la bella stagione ampliava prontamente il suo spazio con tanti tavolini e sedie e perciò la piazza soprattutto durante i giorni di festa, risultava affollata e rumorosa. Ugo, sempre riconoscibile tra la folla per la giacca bianca e il cravattino al collo, si faceva spazio con cautela per raggiungere i clienti, tenendo in alto il braccio col vassoio appoggiato sul palmo della mano. In seguito, resosi indipendente, aprì un locale in via Gramsci, a due passi da Piazza di L’Ara (in cui lavorò come apprendista Puccio) e successivamente in Corso Matteotti. Il nuovo locale si chiamò Super Bar e qui conobbe gli anni più fortunati della sua attività. Gesuina, sua zia, fu proprietaria anche del bar situato all’interno del Teatro del Carmine; perciò i due nipoti conobbero l’intensa attività del carnevale quando la calca intorno al banco era tale da non riuscire a gestire il lavoro in modo razionale e ordinato. Le maschere, grazie all’anonimato di cui godevano, facevano spesso man bassa di caramelle e cioccolatini, contando sulla galante (o forzata?!) disponibilità dell’accompagnatore del momento; fare un conteggio di ciò che rapidamente veniva portato via dal banco era decisamente impossibile. Nei pressi di Piazza Gallura, cioè in Piazza Mercato, nello storico Palazzo Casabianca, dove oggi si trova una pescheria, durante gli Anni Trenta e Quaranta, un certo Paolo Serra soprannominato Carracchinu, gestiva un bar di piccole dimensioni in cui trovavano spazio due soli tavolini di legno, uno a destra e l’altro a sinistra del banco. Questo, secondo il ricordo di chi viveva nelle vicinanze, (non sono riuscita ad identificare eventuali parenti del signor Serra), era il locale frequentato quotidianamente dal tenente Alfredo Graziani, personaggio di spicco della società tempiese, il quale, abitando nell’area antistante il Teatro Del Carmine, per raggiungerlo attraversava ogni giorno Via Mannu, an-

tica Via Dei Nobili. In questo simpatico locale erano in vendita le grandi scatole di latta di biscotti Wamar, tipo wafer e altri alla nocciola a forma di funghetto che forse avevano un nome che al momento sfugge e molti prodotti amati dai bambini, come le campanelle di cioccolato avvolte in carta colorata. L’antico bar Tamponi di via Roma Aperto intorno al 1930 da Salvatore Tamponi e dal fratello Pineddu in via Roma, presenta dei caratteri interessanti che bene illustrano in che modo si svolgesse allora questa attività molto artigianale e poco tecnologica; le informazioni provengono dai ricordi dei figli di Salvatore, Antonicco, Anna e Mario. Nel vecchio bar (oggi Bar Liberty) era presente un apparecchio radiofonico “storico” che in occasione del discorso di Mussolini del 10 giugno del 1940, col quale sarebbe stata annunciata l’entrata in guerra dell’Italia, fu trasferito all’interno del Teatro Del Carmine per consentire a tutti i cittadini di ascoltare la voce del duce. I fratelli Tamponi raccontano che nella cucina della loro casa in via Amsicora c’erano sempre dei grandi sacchi di caffè crudo di tre diverse qualità, acquistato per il bar, che la madre Rosa (Ruseddha Tatona) miscelava in parti uguali servendosi di una tazza come misurino; quindi il prodotto veniva tostato sul fuoco nell’apposito attrezzo che si chiamava “brusgiacaffè”. Nel bar si trovava una speciale macchina per preparare la gazzosa con cui si riempivano altrettanto speciali bottigliette che avevano al loro interno una biglia di vetro ; man mano che la bottiglia si riempiva, la biglia saliva fino a chiudere ermeticamente l’apertura. Quando talvolta la bottiglia si rompeva, la biglia veniva usata dai bambini per giocare. La macchina del caffè di forma cilindrica, fabbricata a Savona con metalli pregiati, Almanacco gallurese 2014/2015

era ornata in cima da un’aquila dalle ali spalancate che le conferivano uno stile... museale, direi! Questo prezioso oggetto è conservato nella casa-museo di Mario Tamponi insieme al vecchio apparecchio radio citato poc’anzi. Nel locale lavorò per diversi anni come garzone il giovane Nicolino Masoni, prima che si trasferisse a Milano; costui aveva il compito di macinare il caffè con un grande macinino a manovella fissato ad un tavolo. Salvatore e Pineddu alternavano l’attività di baristi a quella di artigiani del sughero nella loro fabbrica situata nel quartiere San Sebastiano. Una volta capitò che i Tamponi offrissero da bere a due strani avventori che durante la notte precedente avevano commesso nientemeno che... un omicidio! In merito a questo episodio sconvolgente furono interrogati ambedue dal magistrato inquirente. Durante gli Anni Quaranta il bar venne dato in gestione a Vannino Pirina, loro parente, il quale verso il 1956 lo cedette ai fratelli Pasqualino e Raimondo Azzena, cognati dei Tamponi ed infine costoro, ormai avanti cogli anni, lo vendettero al signor Desini. Torello, il gelataio toscano Anche la Gelateria Toscana di Torello Dinelli può essere considerato uno dei locali più antichi di Tempio in quanto il titolare, toscano originario di San Quirico di Pescia, venne a stabilirsi nel centro gallurese fin dal 1933; già conosceva la zona per avervi prestato servizio militare e ritenne che Tempio fosse un sito adatto per questo tipo di attività. Nel 1935 tornò in Toscana per sposarsi e da quell’anno in poi sua moglie Ede Benigni, stabilitasi con lui a Tempio, assunse la gestione del locale, dato che vi ebbe un ruolo determinante: era lei infatti a preparare gelati, cassate e pinguini e a decidere circa i prodotti da offrire ai clienti di stagione in 53


cronaca stagione. Il bar occupò inizialmente il locale dell’attuale Ottica Bulciolu e si spostò successivamente in Corso Matteotti nelle vicinanze di Piazza Don Minzoni. Torello, oltre a confezionare di persona grossi bomboloni ricoperti di zucchero per la colazione del mattino e non solo, fece conoscere ai bambini tempiesi i Chicchi di Basilea, preparati con zucchero cotto lavorato a mano cui veniva aggiunto del rosolio colorato ed aromatico;quindi, dopo aver ridotto lo zucchero in lunghe strisce, lo tagliava a pezzi e questi pezzi, una volta essiccati,costituivano i dolci “chicchi” esposti al pubblico in grandi barattoli di vetro. D’inverno, durante gli ultimi anni di attività nel locale veniva confezionata anche la pizza ed è proprio qui che io stessa una domenica sera assaggiai per la prima volta questo tipo di alimento stuzzicata dal profumo dell’origano che non facendo parte della nostra tradizione culinaria, era del tutto sconosciuto a chi come me fino a quel momento non si era mai allontanata dalla Sardegna. L’attività della gelateria aveva inizio ogni anno il 19 di marzo con l’arrivo della primavera e se per i Tempiesi era facile sottrarsi al gusto del gelato venduto all’interno del locale, era però impossibile non lasciarsi tentare da Torello che con la gelateria ambulante... a pedali, i clienti andava a cercarli lungo il viale della Fonte Nuova o al Parco delle Rimembranze durante le ore del passeggio, raggiungendo spesso anche zone periferiche e richiamando in strada chi era in casa e che usciva al sentire la sua voce: “Gelati!!! Gelati!!!” Sembra che col suo caratteristico mezzo a volte raggiungesse anche Luras e Calangianus. Il gelataio toscano divenne presto un vero personaggio amato e conosciuto, oltre che per la giacca bianca ed il berretto di tipo militare, per la cordialità dei modi e l’espressione serena del viso che ben si addicevano al suo ruolo. 54

Torello e la signora Ede ebbero cinque figli dei quali uno divenne sacerdote e successivamente parroco di Viddalba dove i due ormai anziani coniugi si trasferirono dopo la chiusura del locale nel 1965. Il giovane sacerdote avrebbe lasciato la vita terrena a soli trentacinque anni... Antico Caffè Limbara Mi rendo conto che ricordare questa lunga serie di vecchi locali potrebbe dar luogo ad un elenco di situazioni simili e scontate, poiché i servizi offerti in ciascuno di essi erano alla fine sempre i soliti, ma, a colloquio con figli e nipoti degli antichi gestori, resto io stessa sorpresa dal tocco di originalità di ogni caffè in cui si specchiavano la personalità del titolare, il suo gusto e le sue passioni che ben illustrano nel complesso lo spirito del periodo storico cui facciamo riferimento. Francesco Spano (padre di Agostino, noto esponente del Partito Comunista tempiese, scomparso di recente) insieme al fratello Tomaso ed al cugino Antonio Demartis, per una decina di anni, dal 1930 al 1940 circa, fu proprietario e gestore del caffè Limbara in Corso Matteotti (oggi Caffè del Corso che fa angolo con Via Degli Eroi) dove naturalmente non mancò la possibilità di giocare a carte o a biliardo, ma fu soprattutto un giradischi collegato all’altoparlante di una radio a costituire un formidabile motivo di attrazione per i giovani avventori desiderosi di divertirsi. Francesco, amante anche lui, manco a dirlo, della musica e del ballo, insegnava addirittura a costoro i passi del walzer, dello one-step, della polka e della mazurka all’interno della sala giochi, girando intorno al tavolo del biliardo fino a piena soddisfazione degli apprendisti ballerini del momento. Donne? Nemmeno l’ombra! Le donne non frequentavano i bar , almeno non in questo caso! “Ziu Francì, e cillu puniti un discu?”:questa era la richiesta che veniva fatta a FranceAlmanacco gallurese 2014/2015

sco che si liberava delle mansioni del bar per... ballare! Comunque in questo locale si potè respirare un’atmosfera allegra e senza inibizioni poiché la musica questo è capace di fare. Anche qui non mancarono i gelati artigianali, specialità nella quale gli Spano arrivarono secondi in ordine di tempo, dopo Torello Dinelli ed anch’essi allestirono il famoso carrello-bicicletta per la vendita ambulante del prodotto, così come aveva fatto Torello. Nel bar erano presenti poche bottiglie di bevande alcoliche: si trattava soprattutto di digestivi e liquori: Anice, Triplesec, Villacidro e Fernet Branca che nessuno voleva perchè troppo amaro, tant’è vero che una bottiglia di prodotto durava... anni! Erano tempi in cui la tubercolosi costituiva una minaccia per la popolazione e pare che nei centri cittadini si diffondesse a causa della saliva, o se mi si consente, degli “sputi” di persone poco educate. Per questo motivo nei locali pubblici e quindi anche nei bar, era presente, poiché obbligatoria, una sputacchiera smaltata di bianco che aveva la funzione di... basta così!!! Esisteva inoltre il divieto di ingresso nei locali pubblici per i minori di diciotto anni che venivano sempre allontanati, dato che allora non si scherzava con le sanzioni! Persino la presenza del figlioletto Tonino (futuro vigile urbano) che amava star dietro al padre ed al nonno, era mal tollerata dagli uomini del regime che spesso ne lamentavano la presenza ed invitavano i famigliari ad allontanarlo; Francesco rispondeva: “Cosa ’uleti fà? Lu steddu è olfanu e bisogna chi stia chici!” Siamo in epoca fascista: un giorno il vecchio padre di Francesco, Antonio, è seduto davanti al bar e trascorre il suo tempo a guardarsi intorno appoggiato allo schienale di una sedia; ecco che passa una sfilata


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SOPRA Un antico autobus in Piazza Gallura A DESTRA Maria Multineddu da bambina a DESTRA, DALL’ALTO La Sezione Cacciatori in Piazza Gallura Il Caffè Gallura

di giovani fascisti riuniti per una manifestazione; alla fine un giovanotto alquanto esuberante si stacca dal corteo e va ad inveire contro il vecchio che aveva osato non alzarsi in piedi al momento della sfilata. Francesco, la cui prestanza fisica non era uno scherzo, intervenne al sentire la discussione e il giovane imbecillotto, condotto nella vicina viuzza (Via Degli Eroi!) con un pretesto, ricevette una bella lezione! L’ho raccontata questa vicenda perché i protagonisti sono ormai tutti passati a miglior vita e le contrapposizioni politiche, se di questo si trattava... si sono dissolte ormai nel comune destino. Gianni Monteduro Gianni Monteduro, originario di un piccolo centro nei pressi di Gallipoli, è uno dei personaggi di spicco della storia recente di Tempio dove arrivò intorno al 1935 come calciatore nella squadra locale. Dopo esser stato attore di cinema, ruolo che lo vide partecipare a diversi film di successo a Cinecittà, sposò una signora di Tempio ed intorno al 1943 aprì un ristorante in via Roma, nel locale che fa

angolo con Via Cesare Battisti (che scende verso Piazza Mercato), quasi di fronte alla gradinata di San Pietro; il ristorante fu trasferito qualche anno dopo nel palazzo Sanguineti. Ebbe inizio così l’impegno di quest’uomo straordinario che desiderava trasformare la cittadina gallurese in un centro moderno, efficiente ed accogliente. Questo spiega le scelte da lui fatte in campo lavorativo. Intorno al 1953 aprì Il Bar Delle Fonti in Viale Fonte Nuova, che, visto il luogo assolutamente rilassante in cui era sorto, ebbe un tocco raffinato, eccezionale per quel tempo: poltrone di vimini, nuove bevande, musica americana diffusa da altoparlanti situati all’esterno e jukebox. Tempio, durante l’estate in quegli anni era frequentata da persone provenienti da ogni parte dell’isola, soprattutto da Cagliari e Sassari e il Monteduro fece di tutto per creare in città un ambiente vivace ed interessante che trattenesse i turisti il più a lungo possibile, avendo intravvisto nelle caratteristiche naturali della cittadina qualcosa che andava valorizzato al massimo, a differenza della sonnolenta classe politica del tempo... Almanacco gallurese 2014/2015

In Viale Fonte Nuova, quasi di fronte al bar, inaugurò un dancing dalla pista ovale che fu chiamato: “La Lucciola”, in cui già intorno al ’54-55 si svolsero delle manifestazioni importanti per Tempio, come l’elezione di Miss Sardegna e di Mister Muscolo cui partecipò, conquistando la vittoria, il tempiese Tore Caputo, vigile urbano. Come ho già detto in un precedente articolo, gli altoparlanti del bar diffondevano nel viale le musiche d’oltreoceano che tanto piacevano ai giovani del luogo, abituati fino a quel momento alle melodie italiane tradizionali considerate ormai fuori moda. Anche nel viale funzionò per alcuni anni un suo ristorante, nello stabile di granito scuro che si trova un po’ più avanti del bar e non molto tempo dopo fu il momento dell’inaugurazione del centralissimo Petit Hotel. Il bar della Stazione Ferroviaria Il 15 febbraio del 1888 il capostazione signor Filippo Sini ebbe il privilegio di partecipare all’inaugurazione del primo tratto ferroviario della Gallura: si tratta55


CroNaCa

SOpRa, Da SInIStRa La cantante Maria Multineddu Vera Dinelli Francesco Spano a SInIStRa Macchina del caffè dell’antico Bar Tamponi Torello Dinelli Il “brusgiacaffè”

va del tratto Tempio-monti e per il centro gallurese si trattava una bella novità, ma soprattutto lo fu per gli abitanti delle vicine frazioni e campagne dato che i giovani, grazie al treno, poterono prendere a frequentare con regolarità le scuole di Tempio; anche molti operai cominciarono a spostarsi quotidianamente per raggiungere il posto di lavoro in città. Il bar della stazione ferroviaria fu aperto in anni lontani e risulta esser in funzione già nei primi decenni del secolo; esiste un documento successivo che si riferisce alla licenza rilasciata nel 1950 alla signora Assunta lamberti, moglie di Filippo Sini, alla morte del marito. In un periodo in cui l’automobile era un privilegio per pochi, il treno fu l’unico mezzo a disposizione per gli studenti di Palau, monti, Perfugas e perfino di nulvi. l’ arrivo dei giovani in stazione al mattino ed alla fine delle lezioni, animava rumorosamente il locale del bar in orari precisi... ci lavorò per molti anni signora maria, 56

figlia di Assunta e Filippo e ci risulta che durante i giorni di carnevale il locale prendesse vita già alle cinque del mattino poiché al momento della chiusura delle sale da ballo, i carrascialai imperterriti continuavano a festeggiare fino all’arrivo del giorno ed il bar della stazione era l’unico aperto già a quell’ora! Si dà il caso che la signora maria fosse un’eccellente cantante di canti galluresi e che grazie a questa sua dote venisse coinvolta dai festaioli insonni in attività canore di primo mattino. “Zia Marì, abà c’eti di cantà calche cosa!” e così la festa di carnevale assumeva i connotati della tradizione locale. maria multineddu fu una delle più dotate cantanti di Tempio: compose anche la musica di molti brani da lei eseguiti e fu anche autrice dei testi. cantava accompagnandosi con la chitarra; scomparve nel 1999. Anche durante la nevicata del 1956 l’attività del locale fu assolutamente intensa AlmAnAcco gallurese 2014/2015

e la stazione molto frequentata dato che il trenino consentì ai Tempiesi di non essere isolati poiché fu in grado di trasportare provvidenzialmente generi di prima necessità. In l’alzata di Sant’Antoni Baigneddhu Scampuddu fu titolare del caffè mokador situato all’inizio di via mario Demartis, via che porta a Sant’Antonio dai pressi di piazza Di l’Ara, sulla destra. originario di luogosanto, era soprannominato Pilosu (cognome di un antenato) e prima di aprire il locale di Tempio, aveva già svolto questo tipo di attività ad olbia da cui venne via spaventatissimo dopo il bombardamento del centro città in tempo di guerra; abbandonò allora quanto era in suo possesso non pensando affatto a recuperare ciò che gli sarebbe stato utile per il nuovo caffè di Tempio dove arrivò all’età di trentotto anni; sposò proprio allora una


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donna molto più giovane di lui e trovatosi a Cagliari in viaggio di nozze, provvide ad acquistare quello che era necessario per il nuovo locale. Sembra che sia stato il primo in città a mettere in vendita i sacchetti di patatine fritte, una volta sconosciuti, che mi fanno tornare in mente i commenti di chi le assaggiava per la prima volta, pronto a confrontare queste esili secche foglie di patate con le belle carnose fette croccanti fritte.. nella padella della propria cucina... Il bar fu dotato di biliardo e biliardino che ovviamente trattenevano gli avventori per lungo tempo; tra gli abituali frequentatori ci furono i carabinieri della vicina stazione situata per molti decenni, come tutti ricordiamo, in Piazza sant’Antonio. Un cliente particolare del bar fu il parroco Gino Grimaldi che qui veniva ogni giorno a prendere una tazzina di caffè, mentre la sua perpetua Margherita era solita acquistarvi il marsala all’uovo. Durante la bella stagione Baigneddu si metteva sulla porta a conversare coi passanti e secondo i ricordi della figlia Concetta, i vicini del quartiere che erano persone allegre, simpatiche, sempre pronte a scherzare, creavano per strada un’atmosfera di tipo familiare. Lo Scampuddu gestì per alcuni anni anche una delle sale da ballo del Palazzo Pes Villamarina, in Piazza Sant’Antonio, secondo quanto riferito nel mio articolo pubblicato sull’Almanacco Gallurese n. 19. Di fronte al bar era situato un suo magazzino che in occasione della nevicata del ’56 fu letteralmente vuotato dato che il buon cuore di Baigneddhu aveva provveduto ad aiutare le famiglie della Pischinaccia di cui alcune erano rimaste senza viveri. Durante l’inverno il bar era sempre affollato e poiché gli avventori fumavano smodatamente, l’aria diventava irrespirabile... Non molto tempo dopo il cancro ai polmoni stroncò la vita di questo tranquillo

personaggio di provincia che con dignità e signorilità aveva svolto il suo ruolo, silenziosamente... Il bar resterà aperto fino al 1975. Gelo Sport: che gelati! Situato al pianterreno di un edificio di via Roma di proprietà di Virgilio Muzzetto, il Gelo Sport legò la sua attività alle vicende sportive locali, in particolare a quelle calcistiche. Aperto nel dopoguerra dallo stesso Muzzetto che lo gestì solo per qualche anno, ebbe inizialmente come cameriere un ragazzino che successivamente sarebbe stato conosciuto nel mondo della musica leggera gallurese come “Pino D’Olbia”; costui lavorò a fianco di Giuseppe Pappacoda, cognato del proprietario, il quale racconta oggi come egli fosse l’unico del suo gruppo di amici ad avere un lavoro fisso e di conseguenza qualche soldo da spendere liberamente: i suoi amici, tutti studenti, erano letteralmente al verde e quindi egli si riteneva in dovere di offrir loro da bere ogni volta a sue spese, un bicchiere di spuma! Questa bevanda scura a base di acqua gassata e caramello, era molto di moda; veniva prodotta nelle fabbriche locali come la gazzosa, ma non molti anni dopo sarebbe stata soppiantata dalla Coca Cola. Successivamente il locale fu rilevato da Imbriani Salvano appartenente ad una famiglia di idee socialiste: questo spiega la natura del nome che i genitori vollero dargli. In precedenza era vissuto a Milano dove si era rifugiato in epoca fascista per sfuggire alle angherie del partito al potere. Nel 1957 il Gelo Sport cambiò ancora una volta gestione: fu il nipote del Salvano, Bruno Abeltino, a prenderne il posto; egli aveva lavorato fino a quel momento nel mondo del sughero insieme ad altri membri della famiglia, ma durante la nevicata del ’56 il tetto del sugherificio Almanacco gallurese 2014/2015

era crollato rovinosamente e così decise di cambiare professione. Al nuovo locale volle dare un tocco innovativo escludendo il vino dalle bevande da servire, come era nella tradizione e imparando a dovere l’arte del gelato che diventò il prodotto più venduto. Essendo suo padre amico del signor Moretti di Olbia, noto industriale del gelato originario di Pistoia, ebbe l’occasione di conoscere i segreti professionali relativi a questo gustoso alimento che per essere veramente di qualità doveva essere confezionato con prodotti naturali e genuini “quotidianamente”! Ricordo anch’io, assidua fruitrice di questa vera leccornia, che al Gelo Sport la gelatiera era sempre in funzione! La moglie dell’Abeltino, Grazia, mi riferisce che venivano utilizzati ogni giorno circa cento litri di latte!!! Bruno Abeltino e sua moglie Grazia Cossu ebbero come soci Michelino Mundula e sua moglie Michelina; Michelino era un caro amico d’infanzia e suo collaboratore in fabbrica quando si lavorava il sughero; ha lasciato questo mondo circa quindici anni or sono... La clientela del bar era costituita da molti esponenti della Tempio-bene che di domenica, all’uscita dalla chiesa di San Pietro dopo la messa di mezzogiorno, si fermavano qui per un aperitivo e per quattro chiacchiere... con frequenti riferimenti alle vicende locali... senza problemi di riservatezza, quando si trattava di commentare i fatti personali della gente del luogo... Poiché l’Abeltino, come dicevo prima, era appassionato di sport e di calcio in particolare, ebbe un costante contatto con questo mondo: quando ancora non c’era la televisione, la domenica, giorno delle partite, la gente si riuniva nel locale per seguire tramite la voce di uno speaker amplificata da altoparlanti, l’evolversi delle vicende calcistiche dello stadio i cui particolari venivano rilevati per via telefonica. 57


cronaca La vita di un bar del centro era ovviamente sempre fervida e movimentata: un contributo alla vivacità di ogni locale lo davano sicuramente certe persone diventate lì per lì dei veri personaggi per comportamenti o atteggiamenti con cui attirare l’attenzione dei presenti. Un commerciante il cui negozio era situato lì a fianco, si esprimeva talvolta, anzi spesso, in modo alquanto ridondante (per non usare l’abusato termine tempiese “paddhosu”!). Era solito ricordare ai compagni che con lui giocavano a carte, che il presidente della repubblica Giovanni Gronchi, prima di entrare in politica, era stato suo dipendente! Il commerciante aveva lavorato infatti per una nota ditta di vernici nell’ambito della quale aveva ricoperto un ruolo di rilievo come dirigente delle attività di rappresentanza. Costui inoltre, in seguito alla guerra dei sei giorni tra Egitto e Israele che ebbe come conseguenza l’aumento del prezzo della benzina, un giorno proclamò con soddisfazione la sua estraneità a questo tipo di problematiche, ritenendosi uomo abbiente, immune dalla fastidiosa necessità di risparmiare: “In dui podaremu andà in macchina in Tempiu, eu e... (citando il nome di un altro... fortunato!) l’alti tutti a pedi!” Bar Roma Quest’altro noto e frequentato bar si trovava in via Roma nei locali dell’attuale gioielleria Metehora ed era gestito da Giuseppe Ruiu, (Gjaseppa Ruiu); essendo stato impossibile contattare qualcuno ancora in vita che ci abbia lavorato in tempi ormai lontani, mi limito a riferire ricordi e aneddoti di quanti lo conobbero. Si racconta che Giuseppe avesse un carattere vivace e a volte irascibile, ma sembra che spesso avesse ben motivo di esserlo: sono storie di un tempo in cui il danaro scarseggiava, ma non si rinunciava per questo ad una sosta al bar per quattro 58

chiacchiere con amici e conoscenti davanti ad una bibita o un caffè. Un noto personaggio tempiese che quotidianamente si fermava per una modesta consumazione senza... monete in tasca, approfittando del suo “status” sociale e della considerazione in cui i più lo tenevano, prima di andarsene, rivolgendosi a Giuseppe, lo invitava ad annotare la spesa: “Malca Gjasè” e Giuseppe che era stanco di annotare, si lamentava: “Vostè mi dici sempri di malcà!” e il personaggio con disinvoltura rispondeva: “Si no voi malcà, teni a menti tandu!”. Un commerciante il cui negozio si trovava nei dintorni invece, al mattino divorava rapidamente due -tre paste all’ora della colazione consumata nella confusione insieme ad altri che avevano premura di tornare al lavoro e al momento di pagare il gestore gli chiedeva: “Cantu vinn’eti magnatu di pasti?”, “Una, Gjasè!” e Giuseppe obiettava: “A me mi pari chi tinn’hai magnatu tre!”, “Siddu è cussì, vo dì chi no minni socu avvistu”! Giuseppe comunque in occasione della festività di San Paolo e delle altre feste patronali confezionava dell’ottimo torrone che attirava nel suo locale tantissima gente. Ma il suo “caratterino” di tanto in tanto faceva capolino, come quando, invitato a giocare a carte da qualcuno dei suoi clienti, perdeva la pazienza per un nonnulla ed allora esclamava verso chi lo pregava di non bestemmiare: “Lacaminni dì una solu!!!! Maladittu a la primma dì di novembre!!!”... e il primo giorno di novembre è dedicato notoriamente a tutti santi!!!! Questo era il bar frequentato da mio nonno Giò Maria Cossu che non ho mai conosciuto. Fu anche il bar in cui mio zio Tonino Cossu, di trentacinque anni, nell’ottobre del 1940 bevve la sua ultima bibita gelata... proprio l’ultima, perchè dopo poche ore... morì!!! Almanacco gallurese 2014/2015

Bar Addis Situato in Piazza Di L’Ara all’angolo con Via Roma, fu il bar in cui da piccola, a due-tre anni, feci conoscenza coi gelati al cioccolato che ogni giorno andavo a comprare da sola, alzandomi sulla punta dei piedi per posare sul bancone una moneta da cinque o dieci lire. ALFREDO Alfredo Guerzi, proprietario di uno dei bar del centro dagli Anni Sessanta agli Anni Novanta, proveniva dalla Romagna ed esattamente da Ro in provincia di Ferrara. Era arrivato in Gallura per prestare servizio militare come marinaio a La Maddalena; lavorò sempre nelle cucine della caserma e successivamente si occupò del trasferimento delle merci che la Marina Militare acquistava da un grosso deposito di alimentari di Tempio, situato nelle vicinanze del vecchio campo sportivo e chiamato “Il Frigorifero”. Quest’attività riguarda gli anni della guerra e quelli immediatamente successivi. Dal ’50 al ’55 circa lo vediamo lavorare come fornaio presso un noto panificio del quartiere San Francesco dove faceva i turni di notte; contemporaneamente trovò un impiego diurno nel negozio di mobili del signor Pellegrino nel locale dell’attuale ristorante “Il Purgatorio”. Il signor Pellegrino lo invitò ad aprire un bar al Circolo di Lettura e Ricreazione di cui egli era socio, per il quale era necessaria una figura professionale di questo tipo. Del Circolo, che in precedenza si trovava in Piazza Gallura, era stata di recente inaugurata la nuova sede in Viale Fonte Nuova che, come tutti sappiamo, era frequentata dalla borghesia locale. Per cinque-sei anni Alfredo portò avanti la nuova attività al Circolo in cui i soci trascorrevano il loro tempo nella sala da biliardo o impegnati in lunghe parti-


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SOPRA La famiglia di Torello Dinelli IN ALTO A SINISTRA Ugo Russino nel Super Bar SOTTO A SINISTRA Grazia Cossu, Michelina e Michelino Mundula all’interno del Gelo Sport

te a carte o in feste organizzate per varie ricorrenze. Il bar del Circolo fu il primo tra i locali pubblici di Tempio a vedere in funzione un apparecchio televisivo le cui trasmissioni avevano naturalmente un gran seguito. Ma le cose non andarono per il verso giusto perché tra coloro che fruivano dei servizi del bar, era presente un certo numero di persone che non amavano pagare il conto ed ogni volta invitavano il barista ad annotare la spesa. In questo modo i crediti aumentarono fino all’inverosimile tanto da portare Alfredo a far esplicita richiesta agli avventori di pagare finalmente! Il risentimento di costoro fu tale da spingerli a riunirsi in assemblea e decidere di resistere a oltranza alle richieste; allestirono persino un cartello in cui il barista venne rappresentato da un cane con la museruola al quale non doveva più essere permesso di “abbaiare”! Vengono fatti salvi da una simile ignominia i veri signori presenti nel Circolo tra i quali qualcuno ebbe il buonsenso di offrirsi per sanare la situazione. Nel 1960 Alfredo firmò un contratto con la ditta Lavazza che gli offriva un nuovo locale ri-

strutturato e arredato a sue spese per un nuovo bar; il locale si trovava nelle vicinanze dei portici in Corso Matteotti. Vi lavorarono anche i suoi famigliari ed in primo luogo la moglie Giovanna Fancello e la figlia Carmela. Il pomeriggio della domenica i clienti affollavano il bar per vedere la partita. Anche qui si giocava a carte e tra i giocatori più assidui si ricordano il signor Giordo, proprietario del cinema antistante e Vittorio Nicolaj. Il primo, follemente appassionato del gioco, si infervorava a tal punto da innervosirsi ed agitarsi più del dovuto quando non riusciva a vincere. Sembra che una volta abbia sferrato al Nicolaj un ceffone talmente forte da lasciarlo inebetito; questo evento allontanò il giovane dai tavoli da gioco per un lungo periodo. Ma il Nicolaj... ci tornò. Qualche anno dopo infatti avrebbe sposato Cesira, figlia di Alfredo! In questo bar all’uscita dalla scuola spesso ci si fermava per ascoltare qualche disco del jukebox e per incontrare i vecchi compagni di scuola e conoscere quelli nuovi. Erano i tempi dei successi di Gene Pitney, di Neil Sedaka e di Paul Anka Almanacco gallurese 2014/2015

le cui melodie tornano alla mente.. o alle orecchie... indelebilmente... Da Puccio, vicino ai portici Chiudiamo questo excursus attraverso gli anni che furono fermandoci un momento per un caffè o un aperitivo al bar Puccio, presso i portici; un bar adatto ad ogni occasione dato che è proprio a portata di mano e, per chi ha tempo, dispone di ambienti riservati alla conversazione sistemati su di un soppalco. Si tratta di un locale dalle ampie vetrate che lo avvolgono e che rendono visibili dall’esterno le attività del gestore e degli avventori del momento; perciò, penso, poco adatto a chi ha intenzione di esagerare con superalcolici o simili! Poiché al piano superiore c’era una sala ristorante spesso utilizzata come sala convegni, durante gli Anni Sessanta vi tenne un comizio l’allora segretario del Movimento Sociale Italiano Giorgio Almirante il cui arrivo in città provocò la violenta contestazione degli avversari politici che con barattoli di vernice rossa imbrattarono vistosamente la parte esterna del lo59


CroNaCa

SOpRa Il Bar Alfredo a SInIStRa I coniugi Guerzi all’interno del loro bar SOttO Antica radio che il 10 giugno 1940 al Teatro Del Carmine diffuse la voce di Mussolini che annunciava l’entrata in guerra dell’Italia

cale. Poiché il bar era vicino a molti uffici e luoghi di riunione, compresa la sala del cinema Giordo, era frequentato appunto da chi andava al cinema, ma anche da professionisti ed imprenditori che avevano appena concluso un incontro di lavoro o di affari. Puccio ebbe modo di conoscere una marea di persone tra cui anche personaggi di spicco del tempo; egli ricorda per esempio il giudice lombardini che, saltuariamente in città per impegni professionali al tempo dei sequestri di persona, entrava nel bar accompagnato da uomini di scorta, mentre le auto di polizia e carabinieri si fermavano all’esterno con i lampeggiatori in funzione. Il giudice così affermava: “Tempio è l’unico luogo in cui è possibile fare una passeggiata!” con la scorta però! ma i giorni di carnevale il bar veniva letteralmente preso d’assalto poiché in genere a febbraio a Tempio fa molto freddo e la gente proveniente da ogni parte della Sardegna e non solo, aveva bisogno 60

bile e... informato: se cercavi un sito, un professionista, un indirizzo, una persona particolare, lui sapeva darti le giuste informazioni. Ha lavorato una vita nel bar, prima insieme ad Ugo Russino nella vecchia sede di Via Gramsci (oggi Bar Tony) di cui divenne proprietario, dal 1959 al 1974 e quindi nella sede di cui parliamo ora per altri trent’anni! è stato soprattutto lui a farmi da guida in questa piacevole ricerca.

di bere qualcosa di caldo per resistere poi per strada fino alla fine della manifestazione. Ricordo una vera folla davanti al bar di Puccio e uno spingi spingi che alla fine permetteva di introdursi nel locale, levarsi sciarpa e guanti... e gustare confortevoli bevande bollenti! Una vera manna per il proprietario che realizzava in pochi giorni notevoli guadagni. Puccio era sempre sorridente, disponiAlmAnAcco gallurese 2014/2015

Ringrazio i numerosi amici che mi hanno aiutato in questo excursus consentendomi di avere una visione abbastanza completa dell’argomento trattato; ricordo in particolare Puccio Carta e la moglie Gavinuccia, Gian Franco Serafino, Vera Dinelli, Daniela Carbini, Franco Sini, Luisella Anedda D’Alessandro, Antonello Russino e la moglie Gina Figoni, Luciana Muzzetto, Bruno Abeltino e la moglie Grazia Cossu, Angela Mundula, Gianfranco e Maurizio Guerzi, Salvatore Brigaglia, Concetta Scampuddu, Mario Tamponi e la moglie Rosanna Majore, Cecilia Bosco mia figlia, Massimo Russino, (figlio di Ugo), Tonino Spano, (vigile urbano in pensione) Nina Conconi, Fausto Spano, Luisito Palitta, Maria (Tulipano) Cossu, Rino Mele, Delia Fadda.


storia

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CULtUra

aGlientu

la

memoria ritrovata musei e territorio, dalla teoria alla pratica. un’esperienza di allestimenti

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di Giuseppe Spano


L A M E M ORIA RITRO V ATA

Progettare musei non vuol dire mettere all’interno di una struttura degli oggetti in un allestimento scenico enfatico, altrimenti basterebbe chiamare un vetrinista, vuol dire creare l’idea di museo, dargli significato, prima di tutto nella consapevolezza della comunità locale che lo esprime

a fronte Il Il Museo e Centro di Documentazione della Civiltà degli Stazzi “Mud’A Mulino d’Aglientu”

N

el suo lavoro dal titolo Le radici del futuro. Il patrimonio culturale al servizio dello sviluppo locale, Hugues De Varine, già direttore dell’ICOM, l’International Council Of Museums, (organizzazione internazionale non governativa, istituita nel 1946, riunisce i musei e i professionisti museali di tutto il mondo) e inventore, insieme a G.H. Rivière, degli ecomusei, analizza e propone quelle che sono ormai le vie classiche della museologia contemporanea. Le collaborazioni, le partnership e gli scambi messi in atto dagli enti culturali, non hanno, per De Varine, soltanto fini culturali ma possono esser intesi come motori di sviluppo, anche economico, basato su un afflusso sostenibile di visitatori e su una ricaduta economica verso il territorio. Per meglio comprendere tale processo, è necessario dare delle brevi definizioni di cosa si intende per “patrimonio culturale”, “comunità locale” e “museo”. Il Patrimonio Culturale è una nozione complessa, ma sinteticamente si può dire che è “[…] l’insieme di tracce/testimonianze materiali ed immateriali dell’opera dell’uomo, e di tutte le espressioni dell’interazione dell’uomo con la natura.[…]”(Calidoni, 2006). Il concetto di Patrimonio, negli ultimi decenni si è allargato verso il superamento della distinzione tra ciò che veniva definito “culturale” e il “naturale”. Il passaggio implica una progressiva integrazione dei due Patrimoni, quello Culturale e quello Ambientale, portando il tutto verso una connotazione sempre più legata al territorio e aprendo ulteriori strade alle riflessioni in merito.

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cul t u r a L’istituzione “museo” deve essere, quindi, aperta al territorio e alle collaborazioni con il territorio, attraverso delle prassi teoriche e degli atti pratici che legano l’istituzione stessa alle aziende, alle amministrazioni e alle comunità nelle sue varie espressioni

Un gruppo umano che stabilmente risiede in un territorio dato e che ne conosce le peculiarità, è la definizione data per comunità locale. Infine, la definizione di museo data dall’ICOM recita: “[…] Il museo è un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo. È aperto al pubblico e compie ricerche che riguardano le testimonianze materiali e immateriali dell’umanità e del suo ambiente; le acquisisce, le conserva, le comunica e, soprattutto, le espone a fini di studio, educazione e diletto. […]” Interrelando tali definizioni si intuisce che, se il Patrimonio Culturale è dato dall’insieme di tracce/testimonianze materiali ed immateriali dell’opera dell’uomo che stabilmente risiede su un territorio dato e che ne conosce le peculiarità, e che il museo è un’istituzione permanente al servizio della società e dello sviluppo, il museo o l’istituzione culturale in genere, non è, o non dovrebbe essere, una costruzione chiusa in se stessa, isolata dal tessuto socio-culturale ed economico del luogo geoantropologico in cui non solo risiede ma ne è l’espressione. 64

Museo e Centro di Documentazione della Civiltà degli Stazzi del Comune di Aglientu – Mud’A Mulino d’Aglientu Il Museo e Centro di Documentazione della Civiltà degli Stazzi “Mud’A - Mulino d’Aglientu” è ubicato dove sorgeva un frantoio utilizzato per la macinazione principalmente del grano e delle granaglie in genere. Il luogo ha rappresentato per lungo tempo un naturale centro di ritrovo, in cui gli abitanti del villaggio, che negli anni ’50 del ‘900 sarebbe diventato Aglientu e i residenti degli stazzi, si incontravano. Esso fungeva nel passato da naturale punto di aggregazione, principalmente per lavoro, ricoprendo implicitamente il ruolo di nodo sociale della “civiltà degli stazzi”. La struttura, costituita da quattro vani, conserva nella prima sala il vecchio mulino, risalente ai primi del XX secolo, cuore del recupero e della ristrutturazione dell’intera sede. Esso presenta una base che sostiene, attraverso pilastri metallici, una parte superiore formata da un “imbuto” metallico e dalla mola fissa, fasciata in legno. La macchina veniva mossa, nella sua prima fase di vita, presumibilmente da un motore a carbone o a polvere se non a gas di carbone, successivamente sostituito da un motore elettrico rimasto in situ, collegato al frantoio attraverso una ruota metallica e delle cinghie. E’ ancora visibile la morsettiera con i contatti ceramici e il tipico contattore elettromeccanico a induzione C.G.S. utilizzato sino a pochi decenni fa. Tale complesso, oltre a rappresentare un presidio etnografico della cultura tipica della Gallura, si propone come sito di interesse archeologico industriale, con le dovute proporzioni date dalle ridotte dimensioni dell’impianto, che costituisce purtuttavia, un esempio di meccanizzazione di un processo produttivo espletato nella maggioranza dei casi con altri metodi “tradizionali”, come ad esempio la mola asinaria o frantoi azionati da energie ricavate da lavoro animale o da forze della natura come vento e acqua . Percorrendo un corridoio laterale si arriva alla sala successiva, nella quale è collocato l’ingresso per la cisterna, in cui fluisce ancora oggi una vena di acqua risorgiva. La cisterna è visibile dal pavimento in vetro dell’ultima sala, antico sito di ammasso delle granaglie, il cosiddetto “Monte Granatico”. Tutti gli ambienti sono caratterizzati dall’uso del granito, la pietra tipica della Gallura, quale materiale identitario in cui

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L a M E Mo r i a r i t r o Vata

il museo “mud’a - mulino d’aglientu” è ubicato dove sorgeva un frantoio utilizzato per la macinazione del grano e delle granaglie in genere.

la sub regione storica della Sardegna si riconosce. Il museo è fornito di un book shop con info point, strumenti necessari e indispensabili per l’accoglienza del visitatore e che offrono un servizio aggiuntivo utile per l’utente di passaggio ma non solo, dato che accompagnando il lavoro di presidi culturali come le biblioteche, permettono un accesso a testi in loco per il residente, senza costringerlo a trasferte verso centri più grandi come Santa Teresa o Tempio Pausania. Il museo è stato inaugurato nel luglio 2012 e si trova in questo momento a percorrere un periodo di avvio chiamato start-up, che prevede una serie di prassi che porteranno l’istituzione a creare la sua identità attraverso la raccolta della collezione permanente e gli studi ad essa dedicati. Trattandosi di una collezione legata alla vita degli stazzi, è stato inserito nel progetto iniziale, la possibilità della creazione di un laboratorio per il Restauro, in collaborazione con restauratori accreditati. Tale laboratorio porterebbe l’acronimo di LaRoRe (lABoratorio REstauro) parola che onomatopeicamente richiama la parola sarda laore, “coltivare”, nonché la parola latina labora, “lavoro”, a indicare un luogo in cui si applichino nella pratica, lavori di piccolo restauro da eseguirsi sugli oggetti della collezione permanente dell’allestimento museale, costituiti in maggioranza da pezzi facenti parte della cultura contadina e pastorale, nonché di quella particolarissima “cultura degli stazzi” esistente in Gallura. contemporaneamente allo start-up, si va maturando un curriculum museale da cui si evincano, attraverso le attività poste in essere, un lavoro sinergico tra la P.A. titolare dell’istituzione museale e la comunità, nelle sue diverse espressioni. l’obiettivo da perseguire è legato al coordinamento e alla continuità della vita del museo, che garantisca serietà e non sporadicità nelle manifestazioni. Risvolto ultimo è veicolare un’immagine di solidità e positività dell’istituzione museale verso eventuali partnership e collaboratori istituzionali (Regione, Provincia, ministero, Sovrintendenza) nonché verso finanziatori privati e per attività di fund raising.

Un museo così inteso diventa “museo del Territorio”, presidio permanente e identitario della cultura del luogo che lo ha espresso. la valorizzazione, la conoscenza e ri-scoperta, innanzi tutto da parte delle stesse comunità che vivono il contesto geografico, può permettere un ritorno in termini di benessere sociale, culturale e anche economico verso il territorio. Si tratterebbe, in ultima analisi, di creare la base di quello che è chiamato, in termini tecnici, un ecomuseo: museo diffuso sul territorio con le sue attività ma che ha una o più sedi fisse all’interno di strutture ben definite. Il museo diffuso apre orizzonti che vanno oltre la tutela passiva, e si rivolgono alla valorizzazione delle risorse già esistenti, siano esse storiche, paesaggistiche, ambientali, artigianali ed enogastronomiche. Si attiva in tal modo un circolo virtuoso fatto di buone prassi che mette a contatto la cultura dell’entroterra, il suo ambiente naturale e antropico e, nel caso in esame, il “fattore turismo” derivante dai 22 chilometri di coste del comune. nel frattempo, gli spazi vengono riempiti da varie attività, tra le quali mostre temporanee di pittura di artisti sardi. Tali artisti, pur essendo “sardi”, sono al contempo nazionali e internazionali e i loro lavori, che entrano a pieno titolo nell’arte contemporanea europea, rivisitano gli spazi fortemente connotati del Mud’A, andando oltre l’allestimento della struttura, e facendo diventare il museo luogo di incontro, confronto e crescita culturale legato non soltanto alla sua collezione permanente.

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Pagina di informazione di pubblico interesse

storia Anniversari

Grafimedia

Dove il mare dà spettacolo

aglientu

Municipio via Pariseddu - T. 079 6579100 - www.comune.aglientu.ot.it Polizia Municipale T. 079 6579110 Ufficio turistico Aglientu piazza Alivia - T. 079 654166 Ufficio turistico a Vignola Mare T. 079 602009 PROVINCIA DI OLBIA-TEMPIO COMUNE DI AGLIENTU Pro-Loco via Mare, 40 - T. 079 654375 - www.prolocoaglientu.it 50° Poste Italiane via Pariseddu, 34 - T. 079 654386 1959 - 2009 il mare ~ la natura ~ i sapori ~ la storia Bancomat via F.lli Orecchioni, 1 Parrocchia piazza Sclavo, 9 - T. 079 654336 Provincia di Olbia-Tempio Guardia Medica Turistica Estiva c/o Camping Saragosa - Vignola Mare Farmacia ad Aglientu via Tempio, 12 - T. 079 654331 www.comune.aglientu.ot.it Farmacia a Rena Majore via Nettuno, 8 - T. 079 655268 Ambulatorio medico di base Aglientu via Tempio, 10 posizione gps: 41° 04'41.12"n 9° 06'46.71" e Ambulatorio medico di base Rena Majore Giugno - Luglio - Agosto: via Nettuno, 24 - T. 338 1099786 A.C. “La Muita” Organizzazione eventi culturali www.aglientusummerfestival.it A cura del Comune di Aglientu - Assessorato al Turismo e Cultura Coro Aglientu Canti tradizionali - web.tiscali.it/coroaglientu 66 con il patrocinio della Provincia di Olbia-Tempio Almanacco gallurese 2014/2015

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dal mare alla montagna

storia

coMune Di AGlientu

50° 1959 - 2009

situato sulle colline a soli 5 minuti dal mare dopo aver percorso una strada scorrevole in mezzo a campi coltivati ai margini di antichi stazzi, rocce granitiche e la profumatissima macchia mediterranea, nel comune di Aglientu si trovano diversi villaggi turistici e vari camping-village.

AGLIENTU IN CIFRE

149 chilometri quadrati di territorio 1100 residenti 22 chilometri di costa 18 sono le spiagge bianche di sabbia finissima 24 nuraghi stimati in tutto il territorio

www.comune.aglientu.ot.it AlmAnAcco gallurese 2014/2015

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CULtUra

l

a macchina da Presa inventata dai fratelli lumière venne impiegata in Sardegna quando era appena agli esordi; i due inventori la adoperavano per riprendere scene che promuovessero le potenzialità dello strumento. A questo scopo mandarono in missione per l’Europa diverse squadre di cameraman per documentare gli avvenimenti più importanti o catturare immagini di paesaggi esotici. Alla fine dell’ottocento la Sardegna rispondeva a tali qualità; inoltre, si trovava al centro delle attenzioni di studiosi e viaggiatori soprattutto per quanto riguardava gli aspetti naturalistici ed antropologici, particolarmente differenti da quelli resto dell’Europa di allora. così, nel 1899, in concomitanza della visita nell’isola dei reali Savoia, il concessionario dei lumiere per l’Italia, Francesco Felicetti, inviò due suoi operatori che girarono 5 cineattualità della durata di 55 secondi ciascuna dal titolo “Voyage du Roi Humbert Ier en Sardaigne”. I soggetti dei 5 documenti video riguardano le manovre navali franco-italiane nel golfo di cagliari e la visita dei reali ad Iglesias, monteponi e Sassari. In genere, i pochi film girati nell’isola, seguendo la moda del primo novecento orientata a conservare un tardo verismo di tipo letterario, si ispiravano direttamente o indirettamente ai romanzi 68

di Grazia Deledda; ne sono un esempio Cenere del regista Febo mari o La Grazia di Aldo De Benedetti. Dopo il primo conflitto mondiale, nell’isola aumentò la produzione documentaria con la spinta propulsiva del neonato Istituto luce (1924). In tale indirizzo i documentari Quadri di Sardegna (1924-1931) e Costumi Sardi (1924-1931) mostravano allo spettatore un’isola arcaica strettamente legata al rapporto uomo-natura tipico della società agro-pastorale. Inoltre, i due documentari offrono una grande quantità di dettagli etnografici come ad esempio i particolari dell’abbigliamento popolare o elementi canori e coreutici delle feste. Temi ricorrenti nei documentari degli anni ‘30 sono le feste più importanti dell’isola, come quella di S. Efisio a cagliari o le visite dei Reali. con l’avvento del fascismo la funzione del documentario muta trasformandosi da racconto di vita popolare a quello in cui vengono riprese bellezze naturalistiche e ambientali con intenti di propaganda del regime. Il fascismo, così come avveniva per altri regimi totalitari, in quel periodo, aveva colto quali poteri propagandistici avessero le immagini in movimento prodotte dalla proiezione cinematografica. Una grossa parte del girato veniva montata con lo scopo di mo-

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L a sa r D E G N a C i N E - D o C U M E N ta r i a

strare l’operato del Duce. Questa promozione avveniva anche grazie all’Istituto luce. Uno dei lavori più significativi del periodo è il documentario del 1938 sulla fondazione di carbonia, città espressamente voluta da mussolini; era stata fondata, nel quadro della scelta economica autarchica, per trasformare l’economia tradizionale della zona in una moderna tramite l’industrializzazione dell’estrazione mineraria. così furono trasformati caprari, pescatori e contadini in minatori. la cittadina fu descritta dai documentari come il luogo migliore in cui andare a vivere: un nucleo abitativo di tipo moderno che nulla aveva da invidiare alle metropoli della penisola. la produzione di documentari degli anni ’40 risulta particolarmente florida se analizzata da un punto di vista numerico. A ben guardare però è evidente come la qualità del girato sia di scarso valore; la lunghezza dei documentari era attorno ai 10 minuti e le tematiche risultavano estremamente faziose. Dopo la caduta del regime e la fine della guerra la produzione documentaria abbandonò le tematiche di propaganda per affrontare quelle sociali derivanti dal disagio degli anni precedenti, non senza una manipolazione politica che ne orientava gli argomenti. In questo contesto, in cui la soggettività infettava il genere documentario, spicca la figura di un documentarista sardo orientato controcorrente che fece del realismo il suo unico mezzo per raccontare la sua terra. Formatosi nel cine Guf di Firenze, Fiorenzo Serra impiegò le sue competenze cinematografiche per tornare in Sardegna e iniziare quella che sarà la più grande produzione documentaristica sull’isola. Tra le caratteristiche principali dei lavori del regista turritano possiamo individuare la grande competenza tecnica, che si evince dallo studio della fotografia del suo documentario; è da sottolineare infatti come i soggetti ripresi siano sempre perfetti, inquadrati all’interno della giusta sezione aurea o come i panorami durino il tempo strettamente necessario all’occhio dello spettatore per coglierne ogni dettaglio. Inoltre, Fiorenzo Serra filmava in continuazione anche quando non gli era stato commissionato nessun documentario; questo era sintomo della sua passione per la cinematografia, per la Sardegna e per una continua ricerca nel documentario dell’oggettività e del realismo. Attraverso i lavori di Serra si può ricostruire quello che era il vero quadro dell’isola nel dopoguerra. Inoltre, i miti di benessere inventati dal fascismo crollavano sotto l’obiettivo della sua cinepresa. A questo proposito è interessante il suo documentario su carbonia, dove tutto il benessere raccontato dalla propaganda viene smascherato da una cronaca spietata sulla vita di una comunità che, in realtà, è stata abbandonata a se stessa dopo essere stata sfruttata. Egli studia i diversi aspetti della cultura sarda evidenziandone pregi e difetti; elogia, ad esempio, la maestria degli artigiani del corallo, ma nello stesso tempo racconta la fatica dei corallari.

Fiorenzo Serra realizzò la prima documentazione sulla Sardegna nel 1946, in occasione dell’invasione delle cavallette; questa fu la tematica del suo primo documentario della durata di 45 minuti su pellicola da 16 millimetri in bianco e nero. nel lavoro vengono mostrate, con particolare attenzione scientifica, lo schiudersi delle uova e la diffusione degli insetti nelle campagne dell’isola. Analizzando il lungometraggio si possono identificare al suo interno quelle che sono le sue competenze scientifiche di base, ovvero la sua formazione di biologo alla quale applica con maestria la passione per le riprese e la regia cinematografica. Il filmato fu poi ceduto all’Istituto luce che aveva ricevuto dal ministero dell’Agricoltura l’incarico di produrre un documentario sul fenomeno e sui relativi danni all’agricoltura. Delle circa 70 opere realizzate dal regista sardo il lavoro più significativo risulta il lungometraggio commissionatogli dalla regione Sardegna L’ultimo pugno di terra. In questo lavoro egli tratta vari argomenti incentrandosi sui diversi aspetti dell’arte e cultura sarda, contrapponendoli alla situazione critica in cui versava l’isola nel dopoguerra. nella realizzazione del film il regista incontrò diverse difficoltà nel rapporto con la committenza – la R.A.S. – a cui, per diverse volte, non piacque il montaggio dell’opera. In questo caso possiamo ipotizzare come la composizione della narrazione estremamente realistica entrasse in contrasto con la visione dell’isola richiesta dai politici che allora amministravano la Regione, i quali sicuramente preferivano offrire al pubblico una visione più ottimistica dell’isola. Il documentario, diviso per argomenti, troverà in seguito maggior fortuna ricevendo diversi premi. A questo riguardo si deve sottolineare come il regista componesse i suoi documentari per venderli ai vari committenti; per questo motivo è necessario considerare come, in alcuni casi, il taglio dato al documentario risentisse dell’influenza di chi lo aveva commissionato. Questa condizione però non sminuisce l’obbiettività della narrazione, la tecnica nel montaggio o il realismo nella composizione delle scene, ma piuttosto orienta l’interpretazione dell’argomento trattato verso un determinato punto di vista. Simili alle riprese di Serra sono quelle di cecilia mangini che in Italia allo specchio. Sardegna (1968), evidenzia i cambiamenti avvenuti nell’isola, mettendo a confronto le differenze pre e post industrializzazione. Sia Serra che la mangini descrivono la realtà di un popolo ancora troppo legato al passato e impreparato a grandi cambiamenti. Una nuova positività ricompare invece nel documentario Un’isola si industrializza (1964) di libero Bizzarri, filmato nel quale il commento dello speaker e lo scorrere delle immagini mostrano una Sardegna che appare ancora una volta tendenziosamente ammodernata. Inoltre, non si possono trascurare i documentari di Enrico costa che, per quanto trattassero di itinerari turistici, non si limitavano a una presentazione sfarzosa delle caratteristiche pae-

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cul t u r a saggistiche e culturali isolane, ma contenevano un’approfondita visione dell’oggetto delle sue riprese, così come avviene in Fiorenzo Serra. In Tappeti di Sardegna (1963) e Danze di Sardegna (1966) la voce fuori campo e le immagini guidano in un viaggio all’interno dell’artigianato tradizionale interpretato come una pratica secolare. Infatti, Costa riesce a trasmettere la visione di una Sardegna con tradizioni talmente radicate che, nonostante l’avanzare della modernità, rimangono sempre attive. L’etnologo Ernesto de Martino, seppure non occupandosi direttamente di filmare documentari si circondò, negli anni ’60, di alcuni tra i migliori registi e fotografi operanti allora in Italia. Dal connubio tra queste competenze vennero fuori una serie di documentari di carattere etnografico sulla condizione del meridione d’Italia. Tra i personaggi che ruotavano attorno alla figura dell’etnologo napoletano troviamo il regista Vittorio De Seta che occupandosi della Sardegna produsse il film Banditi a Orgosolo (1961). Questo film, contraddistinto dallo studio dell’arcaico rapporto contrastato tra legge interna del paese e legge dello Stato, racconta una storia di banditismo: situazione derivata da una scelta disperata e necessaria scaturita dalla perdita del proprio gregge da parte del protagonista. Le opere di De Seta, influenzeranno poi le produzioni a lui successive sino ad oggi. Un esempio del forte legame col passato, tipico di De Seta, è presente in Tu Nos, Ephisy, protege (2006) di Marina Anedda nel quale si raccontano il pellegrinaggio e la festa in onore di S. Efisio, tema ricorrente nella filmografia sulla Sardegna sin dagli esordi del cinema. Gli anni ’50 sono caratterizzati da una ricca produzione cinematografica di film sulla Sardegna o in cui l’isola viene scelta come set grazie alla varietà di scenari che offre alle produzioni nazionali ed internazionali. Uno dei più noti film girati nell’isola e tratti dalle opere della scrittrice Grazia Deledda è Proibito del 1954 di Mario Monicelli tratto dal romanzo La Madre. Le riprese vennero realizzate a Tissi, nella chiesa di Saccargia e nei dintorni di Ardara. Il protagonista Don Paolo interpretato da Mel Ferrer rientra nell’isola e si trova coinvolto in una faida tra due famiglie. Il tema del banditismo e più in generale dei crimini tipici dell’isola si trasferisce quindi dalla letteratura al cinema e rimarrà uno degli argomenti più trattati. Un esempio è il film girato pochi anni dopo, nel 1957 dal regista Gillo Pontecorvo La grande strada azzurra. Il film tratto anche stavolta da un romanzo di un autore sardo, Franco Solinas, racconta la storia di un pescatore di frodo veneto-friulano che fa uso di bombe per prendere il pesce. Comprando una barca sequestrata, si inimica i compaesani. Nel tentativo di procurarsi dell’esplosivo, aprendo un proiettile residuato bellico, rimane 70

ucciso dall’esplosione. Nel cast figurano grandi attori come Yves Montand e Alida Valli. Nel ‘56 venne prodotto dalla Disney un documentario per la serie Genti e paesi intitolato Sardinia, in cui venivano raccontate le usanze tipiche del popolo sardo con un interpretazione tesa ad enfatizzare l’esotismo del luogo. Negli anni ’60 grazie all’esplosione della scuola cinematografica italiana e al successo del ’61 di Banditi a Orgosolo la Sardegna divenne il set cinematografico di molte pellicole di successo come La calda vita (1963) ambientato a Trieste, ma girato quasi esclusivamente nel sud dell’isola; Il successo con Gassman nelle parti di un arrivista che giunge in Sardegna con lo scopo di arricchirsi attraverso la speculazione edilizia; Deserto Rosso (1964) di Antonioni; Una questione d’onore del 1966 di Luigi Zampa, ricco di pregiudizi sulla condizione della popolazione sarda, che tratta di una faida familiare legata al mondo agropastorale. A garantire il successo di questo film era anche la presenza nel cast del protagonista Ugo Tognazzi. Il decennio degli anni ’60 è caratterizzato anche per la produzione dei colossal girati nell’isola tra i quali La bibbia (1966) del regista americano John Huston, specialmente nella scena in cui Abramo viene messo alla prova da Dio, girata sulle montagne nei dintorni di Oliena. Un’altra importante produzione è il film La scogliera dei desideri (1968) con Elizabeth Taylor e Richard Burton, girato in parte a Capo Caccia (Alghero). Nello stesso anno vengono inoltre girati Commando suicida film di guerra con Lee Van Cleef e Giarrettiera Colt, film western ambientato nei pressi di Cabras i cui scenari rievocano quelli del Messico, soprattutto nelle location del villaggio di San Salvatore. Sempre nello stesso anno vengono prodotti Sequestro di persona di Gianfranco Mingozzi, con protagonista Franco Nero, ambientato nel nord dell’isola, Pelle di bandito di Piero Livi, e Barbagia, la società del malessere (1969) di Carlo Lizzani che racconta la storia del bandito Mesina interpretato da Terence Hill con lo pseudonimo di “Graziano Cassitta”. Il film, tratto dall’omonimo romanzo biografico del giornalista Giuseppe Fiori tenta di offrire uno spaccato della realtà dell’isola durante il periodo più difficile della lotta ai sequestri di persona. Le caratteristiche naturalistiche dell’isola, come si è già accennato, offrono innumerevoli possibilità di rappresentazioni cinematografiche; ne è la prova, ad esempio, il film del 1974 diretto da Lina Wertmuller Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto. I protagonisti, attori famosi del calibro di Giancarlo Giannini nei panni del marinaio e Mariangela Melato nel ruolo della ricca proprietaria “industriale” naufragano in un’isola “deserta”. Le scene vennero girate nella costa orientale dell’isola: Cala Fuili (Dorgali), Cala Luna (Baunei), Capo Comino (Siniscola) e

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l a s a r degn a c i ne - d o cumen t a r i a

Arbatax. Il film ebbe un discreto successo tanto da meritare un remake nel 2002 diretto dal regista Guy Ritchie che scelse come protagonisti la cantante pop Madonna e Adriano Giannini figlio di Giancarlo. Le location del film, come la trama, rimasero in gran parte le stesse. Sempre per la varietà di scenari simili a quelli che si possono trovare nei paesi tropicali, nel 1976 Sergio Corbucci girò Il signor Robinson, mostruosa storia d’amore e d’avventure, una parodia delle avventure di Robinson Crusoe, con un taglio di commedia erotica all’italiana con Paolo Villaggio ad interpretare il naufrago e Zeudi Araya nei panni della provocante indigena. Nel 1977 vennero girate in Sardegna le scene del film 007 La spia che mi amava, con protagonista Roger Moore, che nei panni dell’agente segreto sbarca in Costa Smeralda. La maggior parte delle scene si alternano tra Palau, Santa Teresa di Gallura, Capo Caccia, Porto Cervo e San Pantaleo (Olbia). Nello stesso anno i fratelli Taviani diedero vita ad uno dei film più emblematici sull’isola Padre Padrone. Il tema dell’opera è tratto dal romanzo omonimo di Gavino Ledda che racconta la vita del giovane scrittore e il suo rapporto col padre. Il film riscosse grande successo sino ad arrivare a vincere la Palma d’oro come miglior film al 30° festival di Cannes. Sicuramente il tema del romanzo, trasposto poi su pellicola risulta molto attrattivo per il grande pubblico in quanto mostra scene decisamente crude e desuete di una realtà agropastorale forse mai esistita o probabilmente vissuta nell’isola solo da pochissime persone. Purtroppo le tematiche affrontate costituivano per l’opinione comune la realtà quotidiana di una Sardegna arcaica e ancora ottocentesca, in cui il progresso stentava ad arrivare. Alcuni degli stereotipi forniti da tali contesti rimangono ancora ben fissi nell’immaginario comune dello spettatore medio che vede l’uomo “di campagna” sardo come il protagonista del romanzo di Ledda. Non si possono tralasciare i due film del 1979 ambientati nel Nord dell’isola, Black Stallion (1979) di Francis Ford Coppola ambientato in Gallura e L’isola degli uomini pesce, film fantascientifico con la regia di Sergio Martino. Mentre il ventennio tra gli anni sessanta e settanta, come già accennato, risulta ricco di produzioni cinematografiche, negli anni ’80 e ’90 la scelta dell’isola come set cinematografico diminuisce; risultano infatti pochi i film di successo in questo arco di tempo, ma è importante sottolineare come questi siano gli anni delle prime sperimentazioni dei registi sardi sul cinema. Dopo il film fantasy/splatter Conquest di Lucio Fulci del 1983 ambientato in Sardegna e la commedia Giochi d’estate di Bruno Cortini dello stesso anno, troviamo le prime sperimentazioni di cinema d’autore sardo. Nel 1984 Gavino Ledda è interprete e direttore del film Ybris un’opera sperimentale che tratta del suo ritorno a Siligo. Quattro anni dopo il regista sardo Giovanni Ca-

biddu produsse il film di successo Disammistade, ambientato nella Sardegna del dopoguerra, che tratta il tema della vendetta sarda attraverso le vicende del protagonista Sebastiano, impersonato da Massimo D’apporto. Il film persegue uno scopo nuovo per un’opera di fiction; tenta infatti di spiegare il fenomeno della vendetta sarda attraverso un antieroe che, tornato al paese d’origine dopo l’omicidio del padre, si rifiuta di vendicarsi. Le scene riprendono gli stereotipi sulla Sardegna di quel periodo, abigeato e crimini violenti, ma si avvale di un supporto scientifico in modo da dare per qualche verso un quadro socio-antropologico del fenomeno. Collaborano infatti con la produzione il filosofo-giurista Antonio Pigliaru e l’antropologo Giulio Angioni. Sempre il regista sardo, quattro anni più tardi, si ispirerà al romanzo di Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunin per girare il film omonimo. Negli anni ’90 bisogna tener conto di alcune produzioni di intrattenimento “leggero” come la commedia di Carlo Vanzina Piccolo grande amore; Attenti al ladro! con John Malkovich e alcune scene girate a Tratalias (OR) del film La fine è nota di Cristina Comencini. In tempi più recenti la produzione filmica si orienta verso il documentario, sfruttando anche la diffusione che esso può avere attraverso i nuovi mezzi di comunicazione. Da un punto di vista creativo il documentario risulta di più semplice costruzione rispetto al film d’autore, in quanto i temi trattati sono già disponibili e vanno ripresi ed analizzati. In quest’ambito vengono alla luce una serie di importanti documentari dal tema socio-antropologico a partire da Tempus de baristas dell’antropologo australiano David Mac Dougall apparso nel 1993, ma finito di girare l’anno precedente; nel lavoro sono analizzate tre generazioni di pastori ogliastrini ed il loro rapporto con il lavoro. Il lungometraggio che nasce con lo scopo di documentare la vita del pastore in relazione al tempo, sconfina nella tematica sociologica delle “nuove” generazioni che, anziché sfruttare l’opportunità di studiare ed emanciparsi dalla condizione dei loro padri, tendono a tornare alla campagna, che però non può offrire loro più nulla, in quanto le piccole aziende a gestione familiare non reggono il confronto con le nuove realtà industriali. Il documentario si pone come esempio paradigmatico per i lavori successivi sul cambiamento della Sardegna. Attualmente, con la volgarizzazione dei mezzi da ripresa, risulta difficile poter elencare tutti i documentari girati nell’isola. La disponibilità di videocamere a prezzi accessibili a chiunque fa sì che ci sia un proliferare di “documentaristi”. Questa tendenza, da una certa prospettiva, può considerarsi positiva per la documentazione dei fenomeni culturali, sociali economici ecc. che interessano l’isola. Bisogna però considerare come il possesso di una videocamera, seppur professionale, non concede al possessore la qualifica o le competenze di documentarista. Tra i lavori più recenti possiamo notare come una buona parte siano documentari di denuncia sociale che si occupano delle

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cul t u r a tematiche di attualità portate alla luce dai media. Tra questi è necessario citare Andausu a Pei a Pei del 1998 della regista Lucia Argiolas; nell’opera viene analizzato il lavoro femminile nelle cave, trattato attraverso alcune interviste alle protagoniste. Molto interessante, per il genere biografico è Inventata da Un Dio distratto (2001): un documentario diretto da Marilisa Piga e Nicoletta Nesler. Il tema verte su un’intervista a Maria Lai, durante la quale l’artista, nata a Ulassai nel 1919, mostra e descrive le sue opere d’arte e il loro legame con le leggende tradizionali sarde. Sempre di tema sociologico è il documentario del 2004 Piccola pesca di Enrico Pitzianti che tratta della condizione di una comunità di pescatori del Sulcis a cui sono stati sottratti i territori di pesca per assoggettarli alle sevitù militari. Sempre per quanto riguarda questo argomento si deve citare il film documentario del 2013 Materia oscura dei registi Massimo D’Anolfi e Martina Parenti che mostra le conseguenze delle attività militari che si svolgono all’interno del poligono sperimentale del Salto di Quirra. Nel 2008 il regista Massimiliano Mazzotta attraverso il suo documentario “Oil” si è occupato del rapporto tra l’isola e l’industria petrolchimica di Sarroch, evidenziandone l’impatto ambientale. Nel 2011 lo stesso regista pubblica il sequel “Oil secondo tempo” in cui ripercorre la storia della nascita del polo petrolchimico e dei suoi proprietari. Tra i due lavori sopracitati, sempre riguardante il tema dell’industria, nel 2010 Paolo Carboni in Cattedrali di sabbia ripercorre la storia industriale dell’isola in un viaggio che parte dal Sud sino all’estremo Nord, passando attraverso i principali poli industriali dell’isola, raccontati dalle parole degli ex operai. In ultimo per quanto riguarda il genere documentaristico è necessario citare il lavoro del regista Marco Antonio Pani (conosciuto per lavori di successo come Arturo torna dal brasile, ritratto dell’immigrato Arturo Usai che nonostante la lontananza dalla terra d’origine mantiene il contatto con le proprie radici) assieme a Paolo Carboni producono Capo e Croce che segue le attuali vicende del movimento dei pastori in Sardegna. Bisogna inoltre sottolineare il lavoro compiuto da Pani in Isura da filmà, che è il risultato del montaggio degli inediti in 16 mm di Fiorenzo Serra, ottenuti dal recupero attuato dalla Cineteca di Cagliari sulle pellicole lasciate dal regista sassarese e musicati da Paolo Fresu. In ultima analisi è necessario considerare le produzioni filmiche dell’ultimo decennio in cui i film principali sono le tre opere di Salvatore Mereu, Ballo a tre passi (2003), ancora ricco di stereotipi sul popolo sardo; Sonetaula (2008) e Bellas mariposas (2012) premiato alla Mostra d’Arte Cinematografica Internazionale di Venezia del 2012. L’ultimo film riguardante la Sardegna, scritto e diretto da Paolo Zucca nel 2013 è L’arbitro. Nel film commedia recitano Stefano Accorsi, Geppi Cucciari, Francesco Pannofino, Marco Messeri, Be72

nito Urgu, Jacopo Cullin. La storia di carattere leggero è ambientata nell’isola, tratta diverse tematiche importanti, come lo sport nei piccoli centri, l’immigrazione o la corruzione delle classi arbitrali in modo ironico. Il film risulta interessante anche per le scelte stilistiche in quanto viene impiegato il black and white nell’era del colore in alta definizione. Il film è stato selezionato nella sezione “Giornate degli autori” della 70ª Mostra del cinema di Venezia del 2013. In conclusione, dopo questa breve filmografia, possiamo individuare alcune problematiche interessanti che riguardano film e documentario nel rapporto con la Sardegna. In primo luogo possiamo considerare come il film sia diviso in due categorie distinte, quella dei film con ambientazione nell’isola, che ne sfruttano la bellezza e varietà naturalistica e quelli che trattano temi sardi. Per quanto riguarda questa categoria possiamo notare come i temi trattati siano perlopiù legati alla criminalità e alla condizione di disagio sociale che spesso è totalmente inventata. A partire dai romanzi della Deledda una buona parte dei film che parlano della cultura sarda offrono una serie di stereotipi imbarazzanti che non rispecchiano per niente la realtà sociale dell’isola. Attualmente vediamo però come la tendenza stia cambiando e i temi trattati dai registi siano più vicini a quelli che tratta la cinematografia in genere. Il documentario relativamente al cinema svolge un ruolo complementare. Mentre tendenzialmente il cinema ha raccontato aspetti negativi della cultura sarda, il documentario, invece, analizza quelli che sono gli aspetti positivi. Vediamo come in Serra, ad esempio, ci sia un’analisi di diversi tratti culturali, da un punto di vista scientifico. I documentari di denuncia invece tendono a portare alla luce dei fenomeni con lo scopo di diffonderne l’esistenza e sensibilizzare l’opinione pubblica. In sostanza mentre il cinema proietta all’esterno un’immagine dei fenomeni sociali sardi enfatizzati dalla fiction il secondo genere li analizza e spesso evidenzia importanti tratti culturali sconosciuti. Da questa analisi della filmografia risulta evidente quale sia la distinzione tra documentario e cinema, soprattutto nel caso della Sardegna. Mentre il film attraverso pellicole come Padre padrone, frutto dell’impiego della fiction, ha dato una visione del pastore sardo come un uomo senza alcun valore morale, molto più vicino alle bestie che all’uomo; i vari documentari sul pastoralismo, invece, hanno evidenziato le difficoltà della vita del pastore e la figura di quest’ultimo come uomo ricco di principi morali e, in diversi periodi, come chiave dell’economia di sussistenza. La Sardegna è sempre stata al centro degli interessi documentaristici per la varietà dei suoi scenari e la qualità e quantità dei suoi tratti culturali, particolarmente interessanti perché sviluppatisi in maniera differente dal resto dell’Italia. Pertanto il comparto cinematografico potrebbe essere per l’economia sarda un’attività produttiva molto più funzionale e fruttuosa di quella industriale.

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cul t u r a

un film rivoluzionario di gavino ledda

1984-2014

30 anni di

Ybris di Vittoria Nicoli

Gavino Ledda con don Sanna e Pietro Sassu, che firma le musiche di Ybris, prodotto dalla Rai nell’’84

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y b r i s un f i lm r i v o luz i o n a r i o

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cul t u r a

C

Tiu Pulinari offre il latte della serpe a Gavino

os’è Ybris? Ybris, la superbia, la tracotanza dell’uomo che vuole farsi grande e libero dagli dei e dall’ordine costituito: un peccato da evitare. Così ci viene insegnato per non aprire conflitti nella società. Ybris, invece e anche, la capacità umana di essere creativi, “lussureggianti e lussuriosi”. Capacità che un intellettuale sardo di nome Gavino Ledda ha portato nelle sue opere per farne una capacità conosciuta e con la quale poter agire. Una capacità in mano a chi viene sfruttato dallo Stato, dal Padre e dal Padrone, di qualsiasi tipo esso sia. Ledda vorrebbe insegnare che questa capacità di nascere più volte, finché c’è vita, non è da temere. Non possiamo limitarci alla nascita biologica, di classe, di razza, di genere, etc. Esprimere la propria tensione a voler costruire un mondo che non faccia delle nostre esistenze strade già decise da altri significa vivere in senso etico. Stiamo cioè parlando dell’azione rivoluzionaria”. Questo ultime vocabolo, oramai sempre più desueto e/o temuto, quando 76

non anche ridicolizzato, è invece l’aspetto più attuale del messaggio di Ledda. Un messaggio che compie trent’anni sotto forma di pellicola: Ybris. Mettendo a frutto l’insegnamento di Antonio Gramsci, Ledda ci spinge ad affermare con forza partecipativa l’importanza della formazione personale in quanto formazione autonoma che cresce e si allena in continua relazione con l’ambiente, con la cultura. Una formazione che crede che lo studio, la riflessione, la progettualità, la ricerca e l’impegno politico siano un’unica azione indivisibile nel concreto. Una formazione che sta sempre in relazione con il contesto ed è sempre capace di trasformazione del contesto stesso, anche qualora vissuta in situazioni di solitudine estrema. Si prendano ad esempio la vita pastorale (Gavino bambino), il carcere come perseguitato politico (Gramsci), o la “follia” come quella di Concetta (uno dei personaggi metaforici e vivi del film), la quale è in realtà insieme a Gavino l’unica a non essere “malata” dalla lobotomia del benessere di tutto il paese.

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y b r i s un f i lm r i v o luz i o n a r i o A sinistra, in alto Leonardo indica con la luce del sole attraversante la lente “ellisse” e “fuoco” Gavino si nutre dall’olivastro dal suo interno e ascolta la voce della Natura nella cavità dell’albero A sinistra, sotto Gavino rinato sotto il segno di Natura e Cultura fa saltare tutte i muretti a secco della proprietà privata, e ridona la terra alla collettività I cani liberano i contadini dalle catene del benessere (fatte di salsiccia) pagina seguente Scena finale sulla nascita di una nuova collettività

Poiché è impregnato di questo messaggio, di potenziale potere di chi potere non ha, Ybris è un film di cui ancora oggi c’è bisogno. Ce n’è bisogno per inventare e immaginare un modo di vivere più umano e sostenibile, un modo di vivere che migliori il rapporto tra l’umanità e la Natura, che lavori sulla creatività, sull’unione indistricabile di pensiero-azione e di sentimento-ragione. Oltre la Natura e il personaggio ribelle e non normativizzabile di Concetta, ci sono altri due “maestri” nel racconto di Ledda che meritano di essere citati, Tiu Pulinari e Leonardo da Vinci. Anche questi due personaggi sono la metafora “semplice” della narrazione complessa di Ybris. Il rapporto con la Natura in quanto conoscenza pre-scientifica è rappresentato da Tiu Pulinari, un pastore che offre a Gavino per rigenerarsi e concentrarsi nello studio della geometria il latte della serpe (metafora del peccato per i bigotti, metafora di conoscenza e vita per chi cerca di comprendere le cose). Il rapporto con la Cultura in quanto conoscenza che non può prescindere dalla “natura delle cose” è rappresentato da Leonardo, che più volte arriva in difesa di Gavino e mostra sui piedi rovinati di Tiu Pulinari i concetti, fatti incarnati nei buchi della pelle, di “ellisse” e “fuoco”, che parevano a Gavino solo forme astratte e morte, e che acquistano così senso. Possiamo, allora, volgere lo sguardo a questo film e attraverso le sue immagini, le sue metafore, i suoi suoni e le sue parole possiamo compiere un viaggio formativo. Possiamo e dovremmo.

Ybris era ed è un film più completo e riuscito di quel che negli anni ‘80 non si ritenne. Leggiamo allora il film come un manifesto di riconoscenza dell’artista verso la Natura e allo stesso tempo, in maniera perfettamente coerente con le intenzioni dell’autore, anche come un manifesto di liberazione, un inno di riscossa dal feudalesimo di cui il Sud è stato schiavo. Come nei capolavori di S. M. Ejzenštejn, il contadino, il pastore, la donna, ogni soggetto subordinato e emarginato, e dunque anche la Natura, solo lottando insieme contro la coppia funesta “feudalesimo - capitalismo avanzato” possono trionfare. è noto che l’infanzia di Ledda è stata tutto tranne che una crescita nel benessere: ma l’anti-pedagogia, comunque produttiva, del patriarcato ha inciso sul suo sguardo sulle cose. è in questa esperienza di vita particolarissima tra feudalismo, neo-capitalismo patriarcale, disciplina militare e Natura che risiede tutta l’importanza filmica dell’intera opera di Ledda e del suo film. Mentre appunto il bambino Gavino imparava dal padre a diffidare degli altri esseri umani in quanto potenzialmente un pericolo per il proprio patrimonio, è nella Natura e in solitudine, che Gavino impara il dialogo con l’altro: scopre che esiste un ente capace di ascoltarlo, che lo guarda mentre vive esperienze intime, e quest’ente è persino in grado di parlargli, di farsi sentire. Nel film dunque l’infanzia, raccontata nel primo libro Padre padrone, e la prima età adulta raccontata nel secondo libro, Lingua di falce, si condensano, per offrire ai nostri

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cul t u r a

sensi, nella sala buia del cinema un racconto etico sull’autopedagogia del vivente e dell’umanità. Così è il dialogo con la natura. La voce e l’ascolto di questa grande amica, avvolgono l’individuo sottomesso, il bambino violato, e gli suggerisco un altro tipo di insegnamento. Ledda svolse la sua attività artistica in anni contraddittori: nei decenni ‘70 e ‘80, lo scenario di un Italia in pieno riassetto politico, dopo che la discussione sul cosiddetto compromesso storico, aveva di fatto coperto con la propria altisonanza decenni di lotta, e si era risolta in leggi di riforma su importanti questioni sociali che avevano visto la collaborazione di PCI e DC, era uno scenario che suonava bizzarro se ascolto in contemporanea con il discorso di Ledda. Pensiero, quest’ultimo, basato invece sulla partecipazione dal basso e avverso all’autorità e all’istituzione; pensiero, infine, che prevedeva la necessità di un’educazione doppia e complessa: conoscere la scienza, nonostante dominata dall’Istituzione e dunque sapersene anche distaccare, smascherarla quando la scienza copre o giustifica, “legalizza”, le malefatte dei Padroni vecchi e nuovi... In uno scenario, dove di fatto, la condizione sarda non offe chissà quali grandi cambiamenti di prospettive, l’innovazione linguistica e il messaggio gramsciano del coltivare se stessi fanno di Ybris un dono, uno strumento per chi voglia ribellarsi alla sottomissione, a chi voglia farsi consapevole per ribaltare completamente una tradizione, senza negarla, prendendosene il peso. Ed è ancora l’insegnamento della natura, il punto di svolta. Esso non è dei più ricchi o dei nobili, non viene donato a chi è abituato a contemplarla con desiderio di possesso. è nella cultura pastorale e contadina, servile ma sapiente. Una cultura che hai il primato cognitivo dell’osservazione verso la natura. Pensiamo a quanto sia indispensabile per un pastore e per un contadino rapportarsi con le regole dell’ente che sfrutta e che lo sfama (semmai il problema è che al pastore è negata la conoscenza di una scienza dalla tecnica sostenibile; e il capitalismo al 78

contrario si serve della scienza per rispettare ancora meno i tempi della terra). è inaccettabile per Ledda che il pastore e il contadino si debbano piegare alle esigenze del padrone, sia che esso costringa il proprio subordinato a lavorare ancora con la falce, sia che il magnanimo padrone permetta di usare il trattore per guadagnare di più e in più fretta. Ma Ledda sa bene, negli anni ‘80 che le catene con il quale i nuovi padroni legano i nuovi subordinati sono più appetibili di quelle di 30 anni prima. Non a caso nelle scene finali del film, dove un Gavino rinato sotto il segno della Natura e della Cultura, si reca a invocare rivolta e sostegno ai suoi compagni servi, questi ultimi sono legati con catene di ricche salsicce. Ma il film è a “lieto fine”. Gavino ha coltivato nei campi la filosofia, la musica e l’ingegno umano, così nella campagna lavorata spuntano anche le sculture di Pinuccio Sciola, grano di granito, espressività di quanto tutto sia vivo e scorra (“panta rei”, come più volte viene ripetuto nel film). A questo punto il giorno di un nuovo tipo di fatica, che non è solo produttiva ma anche creativa, che non tiene in catene ma libera, si avvia alla fine, e il villaggio radunato davanti alla capanna del pastore si celebrare un nuovo rito notturno. Tutte le classi e i ruoli sociali si ritrovano a girare attorno alla capanna infuocata, ma solo dopo esserci entrati dentro ed essersi liberati degli abiti sociali precostituiti e sterili (da massoni, da padroni, da schiavi, da creduloni, etc.). Inizia così un nuovo rito collettivo che non è più mera apparenza di appartenenza, ma partecipazione collettiva ad una nuova coltura/cultura. Un film rivoluzionario ha un lieto fine perché quello che vuole fare è dimostrare che la rivoluzione è possibile e che bisogna crederci e lottare insieme per ottenerla. Tutto il resto sono solo parole lasciate a morire. Bisognerebbe mostrare Ybris in questa realtà che si dice educativa, perché non c’è messaggio pedagogico più grande ed efficace di quello che ci libera dalle catene, appetibili o meno che esse siano. Rodari voleva che tutti leggessero non perché aspirava ad una società di letterati o poeti ma affinché nessuno e nessuna vivessero in una condizione di schiavitù. Gramsci consigliava di istruirsi perché erano tempi in cui c’era bisogna di tutta la nostra intelligenza. Bisogna aver a cuore la reale possibilità di esprimerci nelle nostre differenze per costruire un mondo dove non ci sia chi valga di più e chi valga di meno. Il mondo di Ybris. Una bibliografia essenziale per chi voglia saperne di più: G. Ledda, Padre Padrone (1975); G. Ledda, Lingua di Falce (1977); G. Ledda, Aurum Tellus (1991); V. Comerci, Gavino Ledda, l’irruzione della prassi nell’arte (1986).

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storia

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even t i

palau

mania futebol de

un calcio alla tristezza Testo di Mauro Piga twitter @mauropiga con JosÈ Altafini, ospite speciale Foto di Paolo Fiori di “Palau do Brasil”

Altafini con Marco e Mario Piga

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M A N IA D E F U T E B O L

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L U O G HI

La 4a edizione del link musicale palaese con il gigante sudamericano “Palau do Brasil”, cominciato quasi per caso nell’estate del 2012, allarga i suoi confini esplorando un altro tratto distintivo della cultura brasiliana: il calcio. Il Brasile è l’unico paese ad aver partecipato a tutte le coppe del mondo, organizzate dal 1930 ad oggi. Edson Arantes do Nascimento, in arte Pelé, è stato l’unico giocatore ad 82

aver vinto il trofeo mondiale 3 volte: nel 1958, nel 1962 e nel 1970. L’entusiasmo che circonda questo sport e la passione che colpisce milioni di brasiliani prescindono dalla loro estrazione o posizione sociale. A quest’entusiasmo, tuttavia, fa da contraltare la profonda tristezza che contrassegna invece le sconfitte, esemplifica-

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M A N IA D E F U T E B O L

tiva di contraddizioni che ancora attanagliano la stella del Sudamerica. I primi palloni cominciarono a rotolare in Brasile dopo il 1850, nei porti e nelle spiagge dove sostavano marinai e operai inglesi. Il futebol, noto fino agli anni Trenta come bolape’ o pébol, era originariamente praticato dall’aristocrazia bianca. Il primo club fu il Fluminense di Rio de Janeiro, nato

nel 1902. Si aggiunsero il Botafogo Futebol e Regatas e il Flamengo, composto da studenti di medicina. Curioso, poi, ricordare che nel 1916 fece il suo esordio nel campionato brasiliano una squadra creata dalla comunità tricolore di San Paolo: si chiamava Palestra Italia, ora nota con il nome di Palmeiras. Nel 1958, proprio dalla squadra di San Paolo, arrivò in Italia il grande Josè Altafini.

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even t i

nella pagina precedente Altafini e i pulcini del Palau in questA paginA Andrea Saponaro e Carla Cocco Altafini e Max de Tomassi Marco e Mario Piga

A lui il Comune di Palau ha chiesto di raccontare la sua esperienza, in una calda serata di fine agosto dedicata al calcio internazionale e nazionale. Con il campione brasiliano, i palaesi Mario e Marco Piga, gemelli del gol, arrivati nella loro carriera fino al massimo palcoscenico del campionato italiano. L’evento “Mania de Futebol”, tenutosi nella storica piazza Fresi, salotto estivo di Palau, ha ripercorso, con ricordi ed immagini, i momenti più significativi dei successi mondiali e nazionali di José e della straordinaria carriera in serie A di Mario e Marco.  Altafini, allegro ed ironico, “non avevate proprio niente da vedere in tv, stasera?” si é presentato così al pubblico in piazza, ha raccontato da storico protagonista la sua epopea, tra curiosità ed aneddoti nel segno del pallone. Con l’ausilio di un maxi schermo ed un commentatore d’eccezione, quello di “è un super golasso!”,  il pubblico ha rivissuto le epiche sfide del Brasile in coppa del mondo, del campionato italiano, di Juve e Milan ed i più spettacolari 84

gol del campionato brasileiro di oggi. “Amo molto ironizzare sul calcio, mi piace scherzare anche durante le telecronache, come fanno da sempre in Brasile”, ha sottolineato José. Gli appassionati hanno anche ripercorso la meravigliosa storia calcistica dei fratelli Piga, attorniati dai pulcini del Palau, ospitati sul palco della manifestazione. “Contenti ed onorati di essere stati invitati dal Comune di Palau ad una serata di livello calcistico mondiale”, hanno commentato Mario e Marco. Ad impreziosire la serata, presentata da Max De Tomassi, conduttore di Brasil - Radio Uno Rai, non è mancato il raffinato intervento musicale della cantautrice Carla Cocco, accompagnata dal maestro Andrea Saponaro. Comune di Palau e Palau do Brasil: un singolare connubio per una innovativa forma di promozione nazionale ed internazionale del territorio, questa volta attraverso lo sport più amato dagli italiani, il calcio.

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Pagina di informazione di pubblico interesse

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fotografia

Ali nel vento Dal bianco della Garzetta al nero del Corvo Imperiale e della Folaga

Foto di Alberto Fozzi Fotografo naturalista 86

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a l i nel ven t o

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F OTO G RA F IA

LA MADDALENA

Isola di Corcelli, fioritura di Scilla Marittima

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i mille

colori dell’

arcipelago Foto di Mirko Ugo

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i m i lle c o l o r i dell ’ a r c i pel a g o

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i m i lle c o l o r i dell ’ a r c i pel a g o

M

irko Ugo, algherese di nascita ma maddalenino da sempre, appassionato fotografo naturalista, è dipendente del Parco Nazionale dell’Arcipelago di La Maddalena. Incrocia la passione per la fotografia, coltivata fin da giovanissimo e proseguita con un costante approfondimento e aggiornamento tecnico, con una spiccata sensibilità per le tematiche ambientali e di tutela del territorio e del paesaggio. Gli scatti di Mirko Ugo raccontano la flora, la fauna, i colori dell’Arcipelago restituendo e descrivendo le principali valenze naturalistiche e delle biodiversità tutelate all’interno dei confini del Parco.

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Testo e foto Giulio Gelsomino

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S t r ee t p h o t o g r a p h y

Con il termine street photography (fotografia di strada) si identifica un genere fotografico che si pone come obiettivo quello di documentare le azioni quotidiane delle persone inserite in un contesto urbano. Parte di quello che oggi è inteso sotto il nome di street photography venne definito nella seconda metà dell’ottocento, in Europa (è opinione comune ritenere Parigi, città cosmopolita per eccellenza, la patria di questo genere fotografico). La street photography si sviluppa poi per tutto il novecento, tornando fortemente in auge negli ultimi anni

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a filosofia che sta alla base della fotografia di strada è estremamente semplice: si tratta di immortalare le persone nell’ambiente urbano, impegnate in una attività quotidiana. La caratteristica fondamentale dello scatto è, quindi, la spontaneità, affiancata all’esaltazione di un elemento (anche “banale”), che normalmente non sarebbe oggetto dell’attenzione di un osservatore “medio”. Per elemento si intende non solo un oggetto fisico ma anche (e soprattutto, secondo alcuni) un’espressione, un atteggiamento, un gesto. Attività, lavori, opere, cui fa sempre da sfondo il contesto cittadino. In questo senso la fotografia di strada diventa quindi uno specchio della società arrivando, talvolta, ad assurgere al ruolo di fotografia di denuncia.

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La caratteristica fondamentale dello scatto è la spontaneità Almanacco gallurese 2014/2015

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fotografia Venezia 2014

Non esiste una definizione univoca di street photography, perché si tratta di un genere fotografico completamente slegato da qualunque schema; non è un caso che, negli Stati Uniti, questo genere fotografico sia nato (negli anni ’20) contestualmente alla nascita della musica jazz. Come nel jazz anche nella street photography si improvvisa, si esce dagli schemi, si dà una visione schietta e diretta del soggetto (musicale per il jazz, fotografico per la street). Dal punto di vista tecnico, una cosa che accomuna la maggior parte degli street photographers è la tendenza ad utilizzare fotocamere “compatte”. Henry Cartier-Bresson ad 100

esempio (considerato dai più uno dei precursori del genere), utilizzava fotocamere Leica con obiettivo Leica Elmar 50mm; piccole, comode da trasportare, veloci, estremamente precise, che garantivano (e garantiscono tutt’ora) un risultato tecnico di grande qualità. Oggi, grazie al digitale, si può spaziare tra una grande varietà di fotocamere: reflex, mirrorless, a telemetro, bridge; in linea di massima è opinione comune che nella fotografia di strada il fotografo si debba immergere nella scena senza però intervenire in alcun modo: la gente non dovrebbe praticamente accorgersi della sua presenza; è facile intuire quindi che, una ingombrante e vi-

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storia Firenze 2014 Pordenone 2014

stosa reflex con super-zoom e relativa borsa traboccante di obiettivi e accessori risulta, quantomeno, poco pratica. Per lo stesso principio è assolutamente vietato far mettere in posa le persone e generalmente sconsigliato chiedere il permesso prima di fotografare per non togliere spontaneità alla scena (da qui sorgono due problematiche: quella etico/giuridica che riguarda la privacy, ossia il fotografare una persona senza il suo esplicito consenso, e quella, meno etica e più pratica, del far fronte ad una persona che, con modi spesso poco garbati, chiede di cancellare l’immagine appena scattata: non ci si può opporre).

Infine, un aspetto particolare della street photography riguarda la gestione del colore. In linea di massima, nella fotografia di strada, si usa quasi esclusivamente il bianco e nero per non distrarre lo spettatore spingendolo a concentrarsi sul pathos e sugli elementi principali dell’immagine. Naturalmente nulla vieta di fare fotografia di strada a colori, e molti utilizzano tranquillamente il colore. Un’altro sistema potrebbe essere quello di sviluppare l’immagine in bianco e nero lasciando però un solo particolare colorato, che spicca su tutto e che focalizza l’attenzione di chi guarda (esattamente come nelle foto che correlano questo articolo).

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Testo e foto Noemi Puggioni

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a natura manifesta la sua bellezza attraverso le sue cromie più vive. Il colore, ai più, potrebbe apparire parte integrante di essa, e inscindibile da essa. Eppure, l’aspetto emotivo più intenso che ne può derivare, oltre la mera bellezza, ha come singolare compromesso l’assenza del colore. Il “togliere” in questo frangente “aggiunge” qualcosa che prima era inespresso, o latente, lo arricchisce spogliandolo di un

suo componente accessorio, gli dona un lato suggestivo privandolo del superfluo. Alle sue tonalità di colore subentrano gradazioni di grigio più o meno intense, e ciò che rimane è un’atmosfera differente, infusa in uno spazio in cui gli elementi grafici si uniscono perfettamente alle sfumature di fondo. È la sua forma pura che diventa espressività, pur attraverso la perdita. Così un elemento della natura mostra allo sguardo solo le linee essenziali interposte a un’infinità di sfumature, ma solo di grigio. I dettagli conquistano una luce

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diversa, guadagnando una rilevanza che prima non avevano. Il segno, l’elemento grafico, affiora alla superficie creando un nuovo piano di lettura, dando vita ad un ordine di fattori a cui la fotografia a colori è estranea, estrapolando dalla composizione dei punti di luce e ombra che prima passavano inosservati. Perché proprio le luci e le ombre, corollario di questo nuovo stato di cose, acquistano significato nel senso più pieno del termine. Quindi fotografia fatta di contrasti e di volumi, fondi scuri. Di visibile e meno visibile, di luci 106

e forme che emergono dall’ombra, di morbide tensioni, di percezioni visive e tattili, di delicati equilibri senza tempo. Di elementi naturali decontestualizzati e ripresentati in un contesto armonico nuovo, dai tratti spesso onirici. Ed è solo a quel punto che il particolare potrebbe fare la differenza, diventare la forza generatrice, il “punctum” di cui parlava Roland Barthes. Quel particolare interno alla composizione che cattura la nostra attenzione, smuove l’emozione, e che “come una freccia parte dalla fotografia e ci trafigge”.

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grafia digitale testo e foto di Giuseppe zedda

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e macchine fotografiche digitali stanno sostituendo quasi del tutto le tradizionali macchine analogiche la qualità delle immagini è ormai comparabile. Molte caratteristiche delle macchine digitali sono simili a quelle delle macchine a rullino, altre sono leggermente diverse, altre sono tipiche delle fotografia digitale. Le regole di base della fotografia valgono in ogni caso: il cavalletto va sempre usato se si fotografa con un tempo di otturazione lungo o con un teleobiettivo; per fotografare un soggetto in movimento bisogna utilizzare tempi rapidi, e l’apertura del diaframma incide sulla profondità di campo. 110

Ci sono diversi tipi di macchine fotografiche digitali, da quelle compatte, piccole e maneggevoli, alle reflex. Le reflex digitali, con obiettivi intercambiabili, includono tutti i controlli di una reflex 35 mm, compresi gli obiettivi che offrono diverse possibilità di distanza focale. Sono naturalmente molto più ingombranti delle altre, e includono una vasta scelta di controlli manuali, sensori e processori migliori, e altre caratteristiche avanzate. La “camera oscura” digitale o post produzione si avvale di sofware per l’elaborazione delle immagini e il fotoritocco, una tecnica sviluppata con questi programmi è l’HDR High Dynamic Range (Ampia Gamma Dinamica) utilizzata per ottenere un’immagine in cui l’intervallo tra le aree più

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a fronte Finestra sulla primavera Dolmen Fiume Fenicotteri rosa in questa pagina Fiore di cardo Bosco sul Limbara Chiesetta

chiare e quelle più scure sia più ampio dei metodi usuali.Tale tecnica si basa principalmente nel prendere scatti multipli dello stesso soggetto con diverse esposizioni. La successiva elaborazione della serie di immagini consente di ottenere un’unica immagine con una corretta esposizione sia delle aree più scure che di quelle più chiare. Il mio corredo fotografico è composto da camera digitale reflex con risoluzione 18Mpixel un obiettivo grandangolare da 11mm per le foto ad ampio campo, uno zoom 50/70mm per foto di paesaggi e primi piani, uno zoom 70/300mm e un’ottica fissa da 90mm per la macrofotografiae un robusto e leggero cavalletto. Mi piace cimentarmi in diverse tipologie fotografiche dalla 112

fotografia naturalistica, paesaggistica macrofotografia alla fotografia astronomica per la cattura di immagini dal cielo profondo di galassie, nebulose e costellazioni . Una tecnica molto affascinante nella fotografia del cielo stellato è quella delle star trails, ovvero le “scie delle stelle”. fotografando il cielo stellato con un tempo di esposizione abbastanza lungo, ad esempio di 30 secondi, possiamo notare che le stelle non sono più dei “puntini” ma dei “trattini”. Questo perché la rotazione del nostro pianeta crea il cosiddetto “moto apparente” delle stelle. Un’esposizione quindi di un’ora ed oltre va a disegnare delle linee nel cielo, per l’appunto le star trails. Altre mie foto sono visibili sul sito www.juzaphoto.com/p/zeddeg.

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di Corrado Conca


trEKKiNG DELLE BoCChE

vi sono in Gallura alcuni percorsi escursionistici che meritano a pieno titolo di essere considerati tra i più suGGestivi itinerari di trekkinG dell’isola. molti di questi percorsi si snodano a capo fiGari, o sull’isola di tavolara, o sul monte limbara e così via. l’elenco sarebbe lunGo e, anzi, potremmo riprometterci, anno dopo anno, di visitarlo almeno virtualmente per intero Grazie alle paGine dell’almanacco Gallurese

t

ra Questi itinerari, merita sicuramente di essere citato tra i primi il trekking di più giorni che percorre le coste settentrionali che si affacciano sulle Bocche di Bonifacio, abitualmente chiamato il “Trek delle Bocche”. Si tratta di una escursione ideata dall’escursionista marcello mariano, lunga 47 chilometri, che si snoda sulla linea costiera compresa tra Isola Rossa (Trinità d’Agultu e Vignola) e Santa Reparata (Santa Teresa di Gallura), che richiede quindi tre giornate e due bivacchi per essere percorsa interamente. In questo articolo proponiamo la sola prima tappa, da Isola Rossa a cala Sarraina, percorribile in una giornata anche da escursionisti meno preparati.

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Il sentiero, sempre abbastanza chiaro, prosegue in mezzo alla fitta macchia mediterranea e corre un po’ più in alto della linea costiera. In seguito, scende lievemente lungo una mulattiera ombrosa, quasi un tunnel nella vegetazione... Lungo la costa, all’estremità settentrionale del centro abitato di Isola Rossa (pressi Via Marinedda) si parte dal parcheggio posto proprio ai piedi della torre spagnola. Da qui si imbocca una delle tante tracce che si staccano verso est. Il sentiero attraversa Tanca di La Turra, supera un muretto a secco (cancello) e senza difficoltà permette di raggiungere in circa venti minuti la spiaggia di Lu Scoddu Biancu, cui segue il grande arenile di La Marinedda (Spiagghja Longa, 25’). Attraversata la spiaggia, lunga circa 500 metri, il sentiero risale prima su dei roccioni e poi rientra nella macchia rada, su terreno sabbioso. (45’) Si supera un valico roccioso che chiude in qualche modo il golfo di La Marinedda e si entra nella Cala Calboni, dove il sentiero riprende facilmente, si scende costeggiando la sinistra orografica su sentierino sottile che non entra esattamente nella cala ma la costeggia a pochi metri. Qui si avrà il primo approccio negativo con gli enormi ammassi di detriti che vengono accumulati dalle mareggiate. 118

Per quanto si tratti in parte di materiali naturali (tronchi e canne), gran parte sono resti di prodotti plastici restituiti dal mare. Purtroppo si tratta di accumuli per niente rari in questo tratto di costa, contro i quali gli amministratori locali possono fare poco, se non tentare di tener pulite le località più frequentate. Si attraversa la stradina che conduce allo stazzo Li Canneddi e si raggiungono alcune altre calette di acque trasparenti fino a Punta Li Canneddi. Tracce di sentiero aiutano a svalicare sul versante orientale della punta. Sulla destra la recinzione dello stazzo fa da guida, all’angolo c’è un cancelletto in ferro verde (non si entra li! 1h10’) e si costeggia sul lato esterno. Dopo il cancelletto si scende ripidamente e in lontananza si vede la spiaggia ed il villaggio Li Canneddi. Il sentiero scende quindi lungo costa (1h20’) e si ricollega ad una strada sabbiosa. Da destra arrivano diverse sterrate che provengono dalla SP90 (1h26’).

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Proseguendo si costeggia brevemente la pineta Li Canneddi e si guada un fiume grazie ai resti di un ponticello in legno. Si prosegue ora su un tratto roccioso per giungere ad una zona più selvaggia. Dove il sentiero si biforca si risale sulla destra, verso l’interno, si supera un muretto a secco e da qui si iniziano a trovare alcuni segnavia rossi (punti), quindi si svalica (1h44’, quota 28 m) e davanti a noi si apre la visuale sulla sezione successiva del trek. Il sentiero, sempre abbastanza chiaro, prosegue in mezzo alla fitta macchia mediterranea e corre un po’ più in alto della linea costiera (esiste tuttavia una variante più costiera, segnata con bolli rossi). Si guada il corso del Riu Lu Pisciaroni (quota 29 m) che proviene dalle pendici occidentali del Monte Tinnari (214 m) e si prosegue lungo La Piana di Musinu riavvicinandosi alla linea di costa. (2h20’, quota 25 m) Il sentiero scende lievemente lungo una mulattiera ombrosa, quasi un tunnel nella vegetazione e intercetta una strada sterrata (quota 23 m) che va seguita in discesa, verso il mare ma, quando disegna una curva, si deve necessariamente proseguire su sentiero franoso. Questo zigzaga tra gli alti cespugli, passa sotto una particolare roccia tafonata e giunge su una sella dove piega improvvisamente in salita verso destra (2h30’). In breve si immette in una strada sterrata che va seguita in discesa e che si apre presto verso la Cala Tinnari, raggiungibile con qualche ripido tornante (2h45’)

La cala è una delle più belle e suggestive di questa costa, abbellita da numerose quinte rocciose e attraversata dalla foce del Rio Pirastru. Si riparte dalla cala dall’estremità opposta individuando un canalino roccioso facilmente arrampicabile, oltre il quale si prosegue su sentiero ben marcato, dapprima ripido e sabbioso poi in piano. Poco oltre si sale lievemente, si svalica una sella minore e si riprende a scendere fino a raggiungere l’alveo di un fiume senza nome. Si risale quindi sul versante opposto, in destra orografica, individuando alcuni omini di pietre che segnano l’attacco del sentiero. Si raggiunge in breve una crestina che si apre su rocce nude. Poco oltre, se si vuole proseguire sulla linea di costa, si individua un bivio sul sentiero principale, che si stacca a sinistra (omino di pietre). Quindi, dal bivio, il sentiero scende verso il mare con qualche tornante in lieve discesa, poi riprende a costeggiare, zigzaga tra la macchia fitta, costeggia alcune originali formazioni rocciose e supera un torrentello (invernale) che sfocia in una graziosa caletta (3h15’). Dopo una breve ma ripida discesa ci si innesta sul termine di una stradina sterrata proveniente da est. La si segue (si passa davanti ad un tavolo in legno posto sotto un albero) e in pochi minuti si giunge a pochi metri dallo Stazzo di Porto Leccio (3h30’). Si sfiora la cala omonima, detta anche

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Poltu di La Lizza, si guadano due torrentelli, e si incontra un piccolo bivio al quale si prende a sinistra, proseguendo lungo la costa. Dopo un centinaio di metri il sentiero si innesta in una strada sterrata che scende da Punta Altina che andrà seguita in discesa per una cinquantina di metri, cioè fin quando questa non è interrotta da una grossa erosione sabbiosa. Qui si attraversa con prudenza seguendo delle tracce che scendono e risalgono sull’altro versante, fino a proseguire oltre in lieve discesa su ciò che resta della vecchia sterrata. Si giunge così sul fianco meridionale della stupenda spiaggia di Li Cossi (3h55’). Questa cala, per la sua straordinaria bellezza ma anche per via della vicinanza di numerose residenze turistiche, d’estate è una delle più frequentate di questo tratto di costa. Sul lato opposto della cala si guada il fiume Li Cossi (secco in estate) e si prende l’evidente scala in pietra che risale con ripidi tornanti la destra orografica. Seguendo il sentiero turistico si riprende quindi a scendere fino a raggiungere in pochi minuti il piazzale parcheggio del villaggio Costa Paradiso (4h10’). L’insediamento costiero di Costa Paradiso si estende per quasi 3 km che in qualche parte hanno coinvolto anche gli ultimi metri della costa; per questo motivo il Trekking delle Bocche deve in questa zona effettuare qualche piccola digressione, mirata soprattutto ad evitare alcune brutture edilizie. Dal 120

piazzale sterrato, ci si sposta lievemente verso destra fino a imboccare la strada asfaltata che andrà seguita senza deviazioni per 350 metri, fino al primo incrocio, dove si potrà prendere a sinistra e arrivare in breve ad un secondo ampio spiazzo (località Li Baietti). Sul fondo dello spiazzo sterrato, sulla destra, si stacca un sentiero che si potrà seguire senza difficoltà tra la macchia della località Poltu di la Bultigghjata per circa 300 metri, fin quando cioè si reinserisce su una strada asfaltata. Sull’asfalto si prosegue quindi a sinistra fino ad un nuovo piazzalone dove, sul fondo, si individua l’attacco del nuovo sentiero. Si procede per appena 150 metri, fino ad un bivio, dove si prenderà a destra per raggiungere in salita una strada selciata che andrà seguita verso sinistra, in salita. Questa termina in una proprietà privata con un tornante ma sulla destra si stacca un sentiero che, con qualche ripido tornante scende nella valle sottostante. Si guada quindi un torrente e si procede traversando in quota (tralasciando alcuni sentieri che risalgono alle abitazioni o che scendono verso il mare). Presto si perviene al cospetto di una formazione rocciosa che rappresenta il passaggio chiave della tappa, si tratta di una parete granitica lavorata ed erosa. Sulla destra si individua un punto di accesso con facile arrampicata che conduce ad una cengia rialzata segnata con omini di pietre. Al termine della cengia si sale su un canalino roccioso (difficoltà di III

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Voltando lo sguardo si può notare la forma a cupola della villa che è stata di Michelangelo Antonioni e Monica Vitti grado) oltre il quale si svalica e si scende su pietraia. I passaggi rocciosi che seguono sono piuttosto intuitivi e privi di vere difficoltà ma richiedono passo sicuro e attenzione. Proseguendo lungamente tra le rocce si arriva fino ad una sella dove sulla destra si stacca una gradinata in salita, proseguendo invece si individua un sentiero che scende tra la vegetazione fino ad una cala caratterizzata dai giunchi. Da qui un bel sentiero curato risale una valle boscata che punta verso est senza difficoltà. Tuttavia bisognerà fare attenzione perché presto, quando il sentiero curverà verso destra, si dovrà individuare una deviazione non chiarissima sulla sinistra (grosso albero segnato), che permette di uscire dalla valle e scollinare. Voltando lo sguardo si può notare la forma a cupola della villa che è stata di Michelangelo Antonioni e Monica Vitti. Finalmente abbiamo lasciato il centro costiero di Costa Paradiso ed ora il sentiero, per quanto labile tra la macchia, non pone più grossi dubbi (6h10’) Infatti in breve si arriva a Lu Poltu di La Cruzzitta (6h16’) che in inverno è percorso da un fiume. Proseguendo si risale oltre la cala e si imbocca una strada sterrata che andrà

seguita per circa 50 metri, poi la si lascia in favore di tracce di sentiero sulla sinistra, su terreno sabbioso. Il sentiero prosegue dolcemente, senza dislivelli, tra la macchia bassa e con poche deviazioni fino a Cala Cappanneddi. Poco avanti si intercettano i resti di una strada sterrata e si segue per qualche tratto. In prossimità di un’altra bellissima cala, Lu Caloni (detto anche La Bisciola) la vecchia stradina termina, si disarrampica sugli scogli e si scende alla cala (6h55’). Per lasciare la cala, che sul versante opposto ha una ripida parete, è necessario percorrere l’alveo verso l’interno per circa 80 metri, fino ad intercettare una traccia di sentiero che esce a sinistra (destra orografica del fiume). Si prosegue quindi su una pista che fiancheggia il fiume, risale a zig zag tra rocce e piega via via verso sinistra costeggiando la parete di granito fino ad affacciarsi su piste decisamente più larghe e battute. Finalmente il sentiero si reimmette su una strada sterrata in piano che conduce senza più problemi né dubbi fino al parcheggio di Cala Sarraina. Sul retro della spiaggia si raggiunge facilmente la strada asfaltata che, con due diverse diramazioni, si reinserisce sulla SP90 ai chilometri 36 e 39,1.

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storia ARCHEOLOGIA

Trinità d'Agultu e Vignola Almanacco gallurese 2013/2014

Mare Natura Ospitalità Cultura Gastronomia • www.comuneditrinita.it • area.amministrativa@comuneditrinita.it • www.costarossasardegna.it • turismo@comuneditrinita.it • biblio@comuneditrinita.it 122

La nascita del centro abitato di Trinità d’Agultu, formatosi attorno ad una antica chiesa campestre, risale alla seconda metà dell'Ottocento. Fu popolato soprattutto da famiglie provenienti dai vicini centri della Gallura interna come Tempio e Aggius nonché dai pastori degli stazzi vicini. Il villaggio dell’Isola Rossa, così chiamato per il colore dell'isolotto che si trova a circa 400 metri dalla costa, conserva un borgo marinaro e una torre spagnola cinquecentesca, retaggio del dominio spagnolo. Il territorio alterna litorali caratterizzati da una natura selvaggia e incontaminata e spiagge di sabbia bianca e finissima. L’economia, da sempre basata sull'agricoltura e sulla pastorizia, ha vissuto una forte crescita grazie al fenomeno del turismo che, a partire dagli anni ’70, si è fatta sempre più crescente e consistente.

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storia ARCHEOLOGIA

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www.comuneditrinita.it • www.turismotrinita.it

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ITI N E RARI

Santa Teresa Gallura

Turismo attivo l’arrampicata in Gallura

Cosa

e r e c s o n o c e m o c farla di Giovanni Manca

Foto di Giovanni Manca e Marco Marrosu

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l ’ a r r a mp i c a t a i n G a llu r a

Nei recenti mesi, per conto del Comune di Santa Teresa Gallura, un gruppo di tecnici stava elaborando l’Aggiornamento del Piano di Gestione del Sito di Interesse Comunitario (SIC) di Capo Testa. L’iter richiesto dalla Comunità Europea prevede l’incontro / confronto con la popolazione locale. È proprio in questa fase che l’aggiornamento ha dovuto subire una fase di arresto e proprio da parte degli stessi proprietari dei terreni e degli abitanti del SIC. Una delle motivazioni che maggiormente hanno portato perplessità e discussione è stata quella della paventata ipotesi della creazione di itinerari di arrampicata sportiva.

L’

intervento, inserito come finanziabile in quella bozza, ha sollevato un grande tam-tam mediatico che è corso attraverso articoli, su carta stampata e nel web, e attraverso lettere e richieste di intervento inviati all’Assessorato Regionale per l’Ambiente sia da parte di singoli che da parte di associazioni ambientaliste internazionali e di promozione delle attività sportive legate alla Natura. Personalmente non ho mai pensato che un’attività come l’arrampicata possa essere particolarmente appetibile dal punto di vista turistico, fosse un’attività cioè che potesse fare numeri interessanti di presenze in Comuni già rinomati turisticamente come i nostri, ma non ho mai neanche pensato che potesse essere considerata un attività così “impattante” sull’ambiente. Mi ha particolarmente colpito che la UISP, che promuove le attività sportive outdoor, abbia fatto delle osservazioni contrarie all’intervento. E’ nata così l’idea, non praticando quell’attività sportiva ma incuriosito dalla vicenda, di intervistare la persona più qualificata sull’argomento. Avevo incontrato il Dott. Marco Marrosu a Tempio Pausania nel dicembre 2012, in quell’occasione introduceva il libro di Sebastiano Cappai “Iscalas e Pizos” promosso dall’Associazione dei Forestali, del Corpo Regionale di Vigilanza Ambientale, un libro - guida sui percorsi “quasi alpinistici” che i pastori del

Supramonte avevano escogitato per spostarsi in quell’ambiente naturale severo. Ma è stato nel marzo 2013, in occasione della Borsa Internazionale del Turismo Attivo della Sardegna (BITAS) di Bosa, che ho avuto modo di ascoltare il suo applaudito intervento. Come esperto in materia ambientale, ricercatore scientifico e tecnico sulla valutazione di impatto ambientale, la sua presentazione parlava delle pecularietà della Natura della Sardegna come risorsa per un turismo in “punta di piedi”, sostenibile. In conclusione, parlando della sua esperienza delle pratiche sportive e lavoro svolto sul Turismo Attivo per la Provincia di Sassari, aveva poi sottolineato l’importanza di alcune attività, tra cui l’arrampicata, per la promozione del territorio. Dottor Marrosu, ho saputo che ha creato numerosi itinerari di arrampicata non solo in Gallura ma anche all’estero, ci può dire quale è tra quelli fatti, il più bello o interessante? E’ una risposta difficile, perché ogni itinerario regala emozioni diverse ma sicuramente quello da me creato in Oman, in cordata con Roberto Masia, anche lui del Club Alpino Italiano, è uno dei più belli. Con un pizzico di orgoglio l’abbiamo chiamato Sardinian Shortcut (n.d.a., “La scorciatoia sarda”). Si trattava di una scalata di due giorni in parete, di 1000 metri di sviluppo, un percorso la cui percorrenza è ora riservata ai più esperti.

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l ’ a r r a mp i c a t a i n G a llu r a a fronte Il Dott. Marrosu illustra le attrezzature removibili utilizzate nell’arrampicata Sardinian Shortcut, l’itinerario di 1000 m creato in Oman (penisola arabica) Arrampicata Classica in Area Clean Arrampicata in una palestra di Arrampicata Sportiva

Mi sembra di capire che viene disposto materiale in parete in modo permanente solo nel caso degli itinerari di arrampicata sportiva. Si può avere un’idea? Come istruttore di arrampicata sportiva, certificato, le posso dire che la disposizione degli ancoraggi non può essere casuale e deve rispettare dei criteri di sicurezza. Le loro distanze sono ormai standardizzate e devono garantire la salita della parete senza rischiare di farsi male durante la scalata. Creare un itinerario “sicuro” di 15 m prevede l’inserimento di circa 9-10 tasselli a espansione o altra tipologia di ancoraggio irremovibile. Questo vuole dire che per creare una palestra di roccia per l’arrampicata sportiva di questa altezza e di soli 20 itinerari, vengono inseriti 180-200 tasselli a espansione con relative placche di metallo ritorte, 20 catene e anelli di metallo vari.

Ho avuto modo di documentarmi sui recenti eventi di Capo Testa dove la bozza dell’aggiornamento del Piano di Gestione del SIC è stata particolarmente contestata dagli abitanti e non solo, per un attività di Turismo Attivo: l’arrampicata. Ne è al corrente? Come mai secondo lei? Lavorando nel settore, sia come esperto in materia ambientale che di turismo attivo, conosco molto bene il sito e proprio per avere già lavorato in zona mi è stato commissionato, da è un bel po’ di metallo in effetti... parte di alcuni proprietari e abitanti di Capo Testa, il lavoro di Non mi fraintenda, non penso assolutamente che questo tipo valutazione della nuova versione del Piano di Gestione. di arrampicata sia negativo, ma la creazione di una palestra su roccia di questo tipo è un’attività che è onerosa per l’amNon conosco bene l’attività ma ho sempre pensato che ministrazione e l’ufficio tecnico di un Comune, che vengono l’arrampicata non fosse altro che salire sulle rocce e non gravati inoltre di molte responsabilità inerenti la tutela del mi sembra un attività così impattante … come mai a Ca- paesaggio, l’assetto idrogeologico, la progettazione da parte po Testa, a Valle della Luna, l’ipotesi di creare itinerari di di professionisti abilitati secondo legge, studi sull’ambiente, arrampicata ha sollevato tutti questi problemi? l’esecuzione e ovviamente un difficile controllo che tutto sia Beh, penso che a questo punto sia necessario prima di rispon- stato eseguito secondo regola d’arte. E’ sicuramente un tipo dere alla domanda fare un piccolo preambolo. di arrampicata che richiede una piccola regolamentazione e Abbiamo tre tipologie di “arrampicata”: l’arrampicata sportiva, da indirizzare verso emergenze rocciose meno significative l’arrampicata classica (TRAD), il bouldering. Le modalità dal punto di vista ambientale, in zone molto ricche di roccia di creazione degli itinerari per praticarla sono differenti una affiorante. Magari da non fare praticare sulle strutture rocciose dall’altra: più importanti o isolate che si possono configurare come L’arrampicata sportiva prevede che la parete rocciosa venga punti di attrazione e/o che sottolineano il paesaggio per le loro prima forata con il trapano e in seguito “attrezzata”. Attrezzare caratteristiche (archi di roccia, torri, guglie, rocce dalle forme vuole dire che nella roccia devono essere infissi gli ancoraggi particolari e uniche, geositi e geomorfositi ecc.). Per avere un che serviranno all’arrampicatore per potere salire e in seguito idea provate solo ad immaginare il “Fungo” di Arzachena con calarsi giù con le corde. Gli ancoraggi infissi sono installazioni decine di ancoraggi metallici infissi. fisse, non più removibili e tuttavia soggetti ad usura nel tempo. Si tratta di itinerari ai quali è norma non fare superare i Crede quindi che sia una attività impattante per l’am30 m di altezza a causa della lunghezza della corda che si usa biente? regolarmente per praticarla. Non si può trascurare che un certo impatto sicuramente lo Nell’arrampicata classica invece gli ancoraggi che vengono ha, meno di molte altre attività certamente, ma sicuramente inseriti nella roccia non sono delle installazioni fisse ma sono prima di avviare una progettazione di questo tipo in aree removibili e ne sfruttano le imperfezioni senza rovinarla protette, bisogna fare alcune riflessioni visto che gli ancoraggi Il bouldering sfrutta invece i blocchi rocciosi, in genere non una volta inseriti rimangono là per sempre. Purtroppo recenpiù alti di quattro metri, possibilmente con poche imperfe- temente l’arrampicata in generale è stata in qualche maniera zioni, che vengono arrampicati dal basso. Questa arrampicata demonizzata in quanto si tende a considerare l’arrampicata non utilizza nessun tipo di ancoraggio e i praticanti utilizzano sportiva come l’unico tipo di arrampicata possibile o esistente. degli speciali materassi “portatili” che depongono alla base del Il passaggio in luoghi inaccessibili delle persone (come avviene blocco e li proteggono in caso di caduta. anche nella via ferrata) influisce sulla presenza nei siti di uccelli Almanacco gallurese 2014/2015

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ITI N E RARI

sopra Arrampicata in una palestra di Arrampicata Sportiva a sinistra Ancoraggi di Arrampicata Sportiva ed alcuni effetti possibili su roccia, dovuti alla loro presenza

molto rari, che rendono poi speciali le nostre aree protette, che rischiano di interrompere la nidificazione o cercare altri luoghi in cui stare. Per fare un esempio basti pensare che i SIC e le ZPS nascono proprio per tutelare le specie e gli habitat considerati a rischio e che lo stesso Ministero per l’Ambiente, indichi in modo chiaro, come minaccia per alcune di loro proprio l’arrampicata sportiva. Dopo quanto detto, riguardo l’idea di creare itinerari sportivi a Capo Testa, le basti sapere che il SIC è anche un I.B.A., una Important Bird Area, un’area fondamentale per la migrazione degli uccelli, e rapaci in particolare, che sfruttano il ponte Sardegna-Corsica per spostarsi dall’Europa all’Africa e viceversa. Quindi non si può arrampicare a Capo Testa? Guardi, grazie al lavoro commissionato dagli stessi abitanti ho scoperto che a Capo Testa / Valle della Luna, la gente và regolarmente ad arrampicare dal 1975 e lo stesso polverone che 128

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l ’ a r r a mp i c a t a i n G a llu r a

è stato alzato dalle associazioni può farle comprendere l’importanza del sito per i praticanti della disciplina. Proprio per la loro bellezza, le rocce del luogo sono sempre state rispettate dagli arrampicatori e solo in casi molto rari qualcuno ha utilizzato il trapano per arrampicare. Certamente si arrampica, ma con gli altri due stili di arrampicata: quella classica ed il bouldering. Si tratta di tipi di arrampicata che vengono utilizzati nelle aree protette, che non rovinano le rocce e lasciano ampie porzioni della parete inaccessibili, garantendo un equilibrio tra la pratica della disciplina e l’ambiente. Chi è esperto dell’attività, la pratica regolarmente, e non ha interessi economici dietro, lo sa sicuramente. Gli itinerari sono numerosi e già presenti e pubblicati sulle riviste di alpinismo principali come quelle del Club Alpino Italiano. E’ logico aspettarsi che se alla fine vanno a sovrapporsi degli itinerari di arrampicata sportiva su quelli di arrampica classica, avvengono poi dei malumori o contestazioni. Tutto questo sta nell’intelligenza del pianificatore che deve permettere la coesistenza di settori con differente tipologia di arrampicata. Pensa che la Gallura abbia delle potenzialità per l’arrampicata? La Gallura ha tantissima roccia affiorante, praticamente di solo granito e sicuramente c’è spazio per tutti i tipi di arrampicata. Le numerose franate di blocchi levigati possono essere ottimi settori per la pratica del bouldering, come sono sfruttabili d’altronde sia le emergenze rocciose più basse che quelle più alte. In particolare modo si possono sfruttare le pareti e i grandi blocchi compresi sino ai 50 m di altezza per l’arrampicata sportiva e contemporaneamente valorizzare le emergenze rocciose più alte o sensibili da un punto di vista ambientale (SIC, geositi, vincoli paesistici, siti di nidificazione di uccelli di interesse ecc.) mediante l’arrampicata classica. Tutto questo ovviamente rispettando i vincoli paesistici e le specie animali e vegetali ed evitando di inserire installazioni fisse nelle strutture rocciose più importanti. Esiste già una piccola forma di regolamentazione che è stata portata avanti dal 2001 dalle associazioni sportive e che è stata appositamente sovrapposta a delle aree che hanno già delle normative ambientali di tutela. Le zone tutelate vengono chiamate Aree Clean. In queste aree le associazioni si erano

proposte di valorizzarle mediante l’arrampicata classica e il bouldering ed eventualmente creare degli itinerari sportivi nella restante parte dell’Isola. Le aree più importanti in Gallura, identificate come Aree Clean, sono Capo Testa, Monti di Aggius, Monte Limbara, Torri di San Pantaleo, Monte Pulchiana. Queste sono veramente una piccola parte rispetto alla grande quantità di aree rocciose esistenti. Che margini ha l’arrampicata di aiutare ad aumentare il flusso turistico? L’arrampicata è un’attività che non è svolta dalla maggior parte delle persone, come ad esempio l’escursionismo, e non crea grandi numeri. Il turista che pratica l’arrampicata in genere noleggia un auto, prende un appartamento in affitto o dorme in tenda o camper e non spende molto. Tuttavia è una pratica che si può svolgere in Sardegna anche in autunno e primavera e può aiutare a destagionalizzare e creare un pacchetto più attrattivo per il turista. In questo caso i sardi possono supportare la logistica ma non possono purtroppo accompagnare in parete e insegnare l’utilizzo di attrezzature alpinistiche in quanto, per legge le uniche figure abilitate sono le Guide Alpine. Si tratta di una qualifica che, allo stato attuale e come si può facilmente controllare mediante gli appositi Albi, non possiede nessun sardo sull’Isola. Progetti futuri? Valorizzare con rispetto dell’ambiente, i bei luoghi della nostra Sardegna.

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invito alla lettura

LiBri

l’alghero di de saint-eXUPerY esce per i tipi della Carlo delfino editore “il piccolo principe dall’isola alle stelle”, antoine de saint-exupéry in sardegna e Corsica, l’ultima fatica letteraria di luciano deriu con disegni di Paola serra all’autore abbiamo chiesto il perchè di questa scelta.

il piccolo principe dall’isola alle stelle Antoine de Saint-Exupéry in Sardegna e Corsica di Luciano Deriu (leporigiovanni@tiscali.it)

Illustrazioni di Paola Serra Introduzione di Pasquale Chessa

Carlo Delfino Editore, 2013

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Ho letto Il piccolo principe moltissimi anni fa. Mi ero appena laureato a Roma e attraversavo un periodo molto difficile. Quella lettura ebbe per me l’effetto di una sorta di ecologia della mente. Il mondo salvato da un bambino era una bella idea che mi riportava all’essenzialità delle cose. Certo, sapevo che l’innocenza primordiale era, ed è, perduta per sempre. E che è impossibile abitare di nuovo l’infanzia. Da piccoli il mondo è scoperta. Si vive in libertà, come gli artisti della leggerezza. Poi lo stupore dell’infanzia tende, nel corso degli anni, ad affievolirsi, ma mai a sparire del tutto. Eppure la lettura de Il piccolo principe, in quegli anni lontani, mi era servito a riaprire il ventaglio del passato e recuperare un po’ dello stupore per la vita. Potete immaginare con quale sorpresa appresi, molti anni dopo, che Antoine de Saint-Exupéry aveva vissuto ad Alghero, nella mia città, gli ultimi significativi mesi della sua vita. Era in compagnia di John Phillips, che documentò il periodo algherese con splendidi scatti realizzando il più importante repertorio fotografico sul poeta pilota. A quelle immagini sono ispirati molti disegni di questo libro. Da Alghero Saint-Ex si trasferì in Corsica, dove pochi giorni dopo scomparve nei cieli della Francia. Decisi senza esitazione che dovevo ricostruire quel periodo e raccontarlo. L’editore, per il quale avevo scritto qualche libro, mi avvisò che sull’argomento c’erano molte pubblicazioni, ma convenne che la storia degli ultimi mesi della vita dello scrittore era pressoché inedita presso il grande pubblico. La ricostruzione di quel periodo sarebbe stato un nuovo tassello per una maggiore conoscenza di Saint-Exupéry. Ebbi allora la sensazione che per me scrivere quella storia fosse qualcosa di dovuto. L’ultimo periodo della vita dello scrittore è una storia di guerra e di amicizia. Ma è anche, e soprattutto, la storia di un cammino spirituale, iniziato qualche anno prima in Africa e nella lontana America, che ho cercato di ricostruire. Un percorso di ecologia esistenziale che in quegli ultimi mesi trova il punto più alto e un epilogo, che, pur nella cruda drammaticità, appare quasi scontato. Come l’albatro di Baudelaire, Saint-Ex aveva grandi ali per volare, ma un disagio crescente a camminare tra gli uomini del suo tempo. Questo libro è stato scritto in Sardegna, Alghero, in Corsica, Borgo ed Erbalunga, e in Marocco, casbah del Sahara. Si è voluto cercare di vivere e respirare i luoghi fisici e le atmosfere, dove Saint-Ex visse l’ultima avventura di una vita avventurosa. È una minuziosa indagine storica, scritta nella forma leggera del racconto. Al quale abbiamo aggiunto tanti disegni come a “lui” sarebbe forse piaciuto. Una nuova pecora da aggiungere a quelle disegnate dall’aviatore poeta.” Luciano Deriu

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Invito alla lettura

Libri

Cagliari che non c’è tra nostalgia e ricordi L’ultimo libro di Adriano Vargiu

«

A mussius e arrogus» un libro di Adriano Vargiu sulla Cagliari negli anni Cinquanta . Il racconto d’una generazione che ha attraversato gli anni del dopoguerra, in una città distrutta dal mostro della guerra, una generazione che sperava in un qualsiasi lavoro, anche oltre il mare. L’affresco appassionato d’una città ormai lontana, padrona d’una lingua, con le parole giuste per dire. Sopralluoghi della memoria affabulazioni e personaggi, nella lingua del parla come mangi, a mussius e arrogus, mazzamurru linguistico italiano-cagliaritano. Certamente allora si mangiava poco e male, si aveva però una lingua ricca di parole e di espressioni, e si era capaci persino di far diventare cagliaritane le parole venute dal mare, attentus a no ammisturai su priogu sardu cun su spagnolu. Tutto passa. La memoria diventa labile e peggio travisata, l’identità minacciata. Dalle macerie alla ricostruzione, dalla storia alla cultura popolare, fede e religiosità popolare, allumingius e macchiettas, bragheris, barrosus e sbertiroris, carrettonis a cuaddus e a burriccus, ciccaioli e buttegheris, frammassonis e sturacandelas, is giogus e is iscolas, oratori e partiti politici, imbonitori e illusionisti, circhi (il mitico Circo Zanfretta), cinema e teatri, mercato, cucina e piolas, le case chiuse e le strade dell’amore, gabillac e biddinculus...

a mussius e arrogus

Cagliari negli anni Cinquanta Sopralluoghi nella memoria di Adriano Vargiu Iskra edizioni, 2013

ATTACCO AL CORPO Aspetti della corporeità nell’anoressia mentale

Q

uanto ci può essere di equivalente fra cibo e amore? Quanto ideale racchiude e quanto inconscio desiderio si nasconde nel rifiuto del cibo e nell’essere estremamente magri? Perchè mai attingere la bellezza o la felicità o il potere liberatorio dovrà fare riferimento ad un esilissimo corpo? Da quale luogo si intende fuggire e verso quale approdo si veleggia? C’è una certa forza nel contrastare il cibo e, allo stesso tempo, c’è padronanza di sé e perfino esaltazione e potere allorché cibarsi è visto come una debolezza, un cedimento. L’anoressia è una patologia che coinvolge il corpo, ma è strettamente legata a disturbi che affliggono la mente. Mario Careddu spiega, con la precisione di un medico molto vicino al problema, cosa accade nei pensieri di chi ripudia il cibo ed il corpo con l’unico desiderio di diventare evanescente. Un testo unico e fondamentale per meglio comprendere la fragilità delle persone affette da anoressia mentale, che può essere apprezzato tanto dai professionisti quanto dai lettori che vogliono semplicemente avvicinarsi all’argomento.

Mario Careddu è un medico, psicopatologo e specialista in psicologia. Vive e lavora a Sassari e si occpua di psicopatologia clinica e psicoterapia individuale, di coppia e famiglia in regime di libera professione.

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attacco al corpo Aspetti della corporeità nell’anoressia mentale di Mario A.Careddu Vertigo edizioni, 2013

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Libri

COM’E’ NATO IL TURISMO IN SARDEGNA SEI TESTIMONIANZE SULL’INDUSTRIA DELLE VACANZE

Le La Sardegna e il turismo

Sei testimoni raccontano l’industria delle vacanze A cura di Sandro Ruju Prefazione di Vera Zamagni

Edes Editore, 2013

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interviste con cui è stato costruito questo libro, che si sviluppano sul filo della memoria, mettono a fuoco la politica turistica della Regione sarda a partire dagli anni Cinquanta. Contengono inoltre molteplici spunti e riflessioni su alcuni nodi storici del turismo sardo: dalla questione dei trasporti alle problematiche ambientali, dalla formazione del personale specializzato alla questione della stagionali. Bruno Asili, a lungo direttore del Centro regionale di Programmazione ed anche commissario dell’Esit e dell’Isola, era stato tra i collaboratori del “Progetto Sardegna”, esperienza avviata dall’Oece nel “triangolo” Oristano-Macomer-Bosa, da cui scaturì la cooperativa tra le allevatrici dell’Oristanese che sta all’origine dell’esperienza degli agriturismo. La sua intervista offre, tra l’altro, nuovi elementi di conoscenza sulla vicende dei Comprensori turistici, piani territoriali fatti predisporre negli anni Sessanta dalla Regione sarda e poi rimasti quasi sconosciuti (fatta eccezione per quello dell’Oristanese firmato da Vico Mossa) e inspiegabilmente inattuati. La sua testimonianza può essere letta, per certi versi, in parallelo con quella di Umberto Giordano, anche lui chiamato nel corso negli anni Novanta a ricoprire l’incarico di presidente dell’Esit, dopo una lunga carriera trascorsa all’Ente provinciale per il Turismo di Sassari di cui è stato apprezzato direttore a partire dal 1977. A questa struttura, che svolse un ruolo significativo nella promozione del Nord Sardegna (dove si concentra ancora oggi circa la metà dei flussi turistici isolani), si deve tra l’altro l’istituzione della Cavalcata Sarda. Giordano, maddalenino di nascita ma sassarese d’adozione, racconta, tra l’altro, il sorgere del Club Méditerranée a Caprera, i fasti iniziali del Grand Hotel Esit di Alghero, la nascita del Rocca Ruja a Stintino; e svela la sostanziale divergenza nella valutazione sulla Costa Smeralda tra Maurice Le Lannou famoso geografo francese la sua allieva Simone Gerlat (la cui tesi di dottorato, proprio su questo tema, è stata tradotta e pubblicata in italiano dallo stesso Giordano). Da esperto del settore sviluppa inoltre osservazioni interessanti sul marchio Sardegna e sul logo ideato qualche anno fa da Gavino Sanna. Altro coautore di questo volume è Manlio Brigaglia, intellettuale poliedrico: oltre che storico, è stato insegnante al Liceo Azuni di Sassari e pubblicista. Ha perciò seguito con attenzione le vicende del turismo isolano collaborando nel corso degli anni a “Il Corriere dell’Isola”, “La Gazzetta Sarda”, “L’Unione Sarda” e “La Nuova Sardegna”. I suoi reportages sulla Costa Smeralda, raccolti nel volumetto Dove va la Gallura pubblicato nel 1964, intuivano le grandi trasformazioni in atto nella società sarda, che lo stesso Brigaglia avrebbe successivamente definito, con un’espressione fortunata e discussa, “catastrofe antropologica”. L’intervista del professore comincia con un ricordo della sua infanzia quando passava le vacanze estive a Liscia di Vacca e, con i suoi cugini, faceva il bagno

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Invito alla lettura

Libri

nella spiaggia della Pitrizza. Ha quindi conosciuto ed interiorizzato quei luoghi molto prima che l’Aga Khan desse vita al Consorzio della Costa Smeralda (facendo nascere quella che l’antropologo Bachisio Bandinu ha definito “una favola turistica”). Accenna poi a quando la sua famiglia trascorreva le vacanze a Castelsardo (in un’epoca in cui la gente del posto chiamava li bagnanti i pochi turisti) e analizza in particolare il caso di Santa Teresa di Gallura, località che lo annovera da diversi decenni tra i suoi ospiti estivi, evidenziando il ruolo svolto da imprenditori locali come Popò Vincentelli (con la sua Valle dell’Erica), zia Colomba Muntoni, a Capo Testa, e Brancacciu Mannoni con il suo Canne al vento. Antonio Mundula, esponente storico dell’imprenditoria alberghiera cagliaritana, ha svolto un ruolo attivo nel turismo sardo da quando, a partire dal 1955, collaborò con l’ingegner Cannas, proprietario dell’hotel Moderno (che sorgeva in via Roma, nei pressi della Stazione ferroviaria), da lui giudicato “un pioniere per l’apertura mentale e l’originalità delle sue idee”. Dalla sua intervista si ricavano inoltre notizie interessanti sulla funzione positiva svolta a suo tempo dagli hotel Jolly (“nei quali la manodopera sarda ha cominciato a specializzarsi”), sulla nascita del Forte Village (che fu realizzato con i capitali della Società elettrica sarda) e sugli errori che hanno impedito finora a Cagliari di diventare una città turistica. Emerge poi un quadro preciso della composizione proprietaria dell’attuale struttura ricettiva isolana. Mundula spiega infatti che i 3/4 dei circa 900 alberghi operanti in Sardegna appartiene ad imprenditori sardi (cui fanno capo anche catene e società rilevanti quali la Iti dei fratelli Loi ad Orosei, il gruppo Delphina (di Peru e Muntoni) in Gallura e l’azienda di Giorgio Mazzella in Ogliastra. Le altre due interviste che compongono il libro illustrano due realtà peculiari, entrambe emblematiche per motivi differenti. Pasqua Salis rievoca, non senza commozione, le vicende dell’affermata azienda che ha costruito a Su Gologone insieme a suo marito, Peppeddu Palimodde. Tra i punti di forza di questa impresa, che ancora oggi rappresenta un modello per gli imprenditori sardi, c’è il forte legame con il paese che la ospita: un legame voluto dal suo fondatore fin dall’inizio e facilitato dall’in-

dole operosa degli abitanti di Oliena, il cui territorio è tradizionalmente ricco di risorse. Anche Gianfranco Tresoldi racconta la sua carriera professionale durata mezzo secolo, soffermandosi in particolare sulla sua lunga esperienza di direttore del Pontinental, un albergo che quando aprì, nel 1964, con i suoi 300 posti-letto, era la più grande struttura ricettiva della Sardegna. Ideato da mister Pontin, uno dei maggiori operatori turistici europei, l’hotel ospitò per anni quasi esclusivamente clientela inglese e funzionava a pieno regime per sei mesi all’anno: l’allungamento della stagione, uno degli obiettivi tutt’oggi perseguiti dal turismo sardo, in quell’epoca era dunque già una realtà. Per Tresoldi la lunga fascia costiera che va da Platamona a Marina di Sorso aveva tutte le carte per ospitare adeguatamente una serie di alberghi ed organizzare “lo sviluppo dell’industria turistica in forma industriale”, sul modello di Rimini, in una fase in cui la concorrenza internazionale nel Mediterraneo non era agguerrita come oggi. Invece si è preferito dare spazio anche lì alle seconde case e alla speculazione edilizia, in una realtà la cui immagine è ormai da tempo colpevolmente compromessa dai ruderi di quello che un tempo fu il rinomato Lido Iride di Sebastiano Pani.

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LUoGhi

stintino

Storia dell’industria del

sale

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di Antonio diana


S t o r i a dell ’ i ndu s t r i a del s a le

Le Saline di Stintino erano un sistema complesso per la produzione del sale marino. Furono costruite lungo la costa ed erano costituite da due sistemi autonomi: Ezi Mannu e Tonnara delle Saline, che comprendevano anche due stagni salati. Il primo sistema si estendeva da Ezi fino a Punta d’Elici, il secondo nello stagno salato nei pressi dell’ovile di Pazzona, fino alla foce dello stagno di Casaraccio e su tutta la depressione della piana di Coscia di Donna

S

i svilupparono e furono utilizzate in epoche diverse: la parte delle Saline della fascia Ezi, forse più vecchia di tremila anni, senza tracce evidenti di vasche, ci dà l’idea di un’estrazione del sale arcaica. Ragionevolmente possiamo affermare che il primo sfruttamento delle Saline sia stato proprio in questa area e risalire al periodo nuragico. Ipotesi questa rafforzata da ritrovamenti archeologici nella zona, che posizionano proprio in quell’area un primo insediamento. La tecnica di estrazione si affinò presumibilmente duemila anni fa nell’area tra il lago salato di Pazzona e la foce dello stagno di Cesaraccio, con vasche modellate che seguivano l’andamento della costa. Le vasche erano di due tipi: bacini di prima evaporazione e quelli per la raccolta. Furono anche costruite strutture di appoggio, pontili e “pompe a vento”. Di queste una era in prossimità degli attuali fabbricati vicino alla torre delle Saline e una nei pressi di Punta Elici.

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lu o g h i

Sono evidenti ancora lungo la fascia costiera i ruderi destinati al funzionamento delle saline. Il primo e più importante, di circa 130 metri quadri, era destinato a conservare i beni di primo consumo, quali gli alimenti per gli addetti e lo stoccaggio della produzione. Davanti ad esso sono presenti i resti di una banchina dove attraccavano le imbarcazioni e i battelli, che approvvigionavano le saline e caricavano parte della produzione per l’esportazione. La casa adiacente alla torre, costruita presumibilmente alla fine dell’Ottocento, faceva anch’essa parte del sistema delle Saline e inizialmente non aveva una funzione strategica. Tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento furono aggiunti due corpi di fabbrica, per ricavare degli spazi destinati ad ospitare i detenuti che dal carcere dell’Asinara, 136

venivano sostate alle saline per lavorare. L’ultimo delle Saline fu la costruzione e il modellamento dei bacini della piana di Coscia di Donna, chiamate Saline di Cribisi. L’estrazione del sale era un processo delicato: occorreva attenzione ed esperienza per non mescolarlo con la terra argillosa dei bacini. Il sale sardo era ritenuto uno dei migliori e più economici del Mediterraneo. Ha rappresentato per millenni una delle principali risorse strategiche; ha favorito scambi commerciali ed è stato attrattore di interessi economici. Le origini delle Saline di Stintino sono molto antiche: “... Gli stagni delle saline di Stintino che costituivano un ambiente naturale, erano sfruttati sin dall’epoca nuragica. Proprio le antiche vestigia delle località di Ezi e di Erculi, che ospitano anche due siti nuragici, potrebbero correlarsi con il controllo stra-

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S t o r i a dell ’ i ndu s t r i a del s a le

L’estrazione del sale era un processo delicato: occorreva attenzione ed esperienza per non mescolarlo con la terra argillosa dei bacini

PAGINA A FRoNTE Planimetria degli anni ’30 al centro Al lavoro alle saline sopra Acquarello della Torre delle Saline (Ariane Schuchardt)

tegico delle Saline, in funzione del quale sarebbero forse stati edificati i nuraghi Monti d’Atene e Unia. Ai Fenici, Cartaginesi e Romani, va il merito di aver perfezionato nei secoli, la costruzione, la razionalizzazione e lo sfruttamento delle saline curando anche aspetti gestionali. Non a caso quindi le saline di Stintino sono ricche di reperti e testimonianze di età Romana e in questo contesto sembrano correlarsi gli insediamenti di Ezi Minori e di Erculi direttamente dipendenti dalla colonia di Turris Libisonis... “... L’aspetto più interessante riguarda però la notevole antichità delle prime testimonianze nel sito, che precedono nettamente la fondazione della colonia di Turris Libisonis (attuale Porto Torres) riferibile al periodo di Cesare o, al limite, di Ottaviano”.

Durante il periodo giudicale, tra il nono e il quindicesimo secolo, le Saline della Nurra facevano parte del patrimoni del rennu di Torres. Successivamente furono donate a ordini monastici. Certa la proprietà da parte dell’ordine di San Giovanni e in seguito del Convento di San Leonardo di Sette Fontane, fino a quando, nel 1507 furono incamerate nel Real Patrimonio, che però continuava a riconoscere all’ordine monastico un determinato quantitativo della produzione. Dopo il l587 furono privati anche di questa provvigione. Nel susseguirsi degli anni, la Saline iniziarono, pur continuando la produzione, una fase di declino, che vide la fine negli anni ’20.

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storia

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storia

Foto Event Fucina di idee/Piero Putzu

Comune di STINTINO Pochi luoghi possono vantare una simile incantata bellezza. Stintino è una terra di sogno, che sa di magia.

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lu o g h i

san teodoro

Dalle

guide del Touring

al web 2.0 di Alessandra Corda

Per le notizie riferite agli anni 2004-2011 ringrazio la gentile collaborazione Lorenzo Pinducciu, responsabile dell’Ufficio del Turismo dal 2004 al 2011 140

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d a lle gu i de del T o u r i ng a l w eb 2 . 0

[…] da Tortolì a Dorgali assai interessante; poi interessante fino a Siniscola, donde, fino a Terranova presenta scarso inter. Salvo qualche belliss. vista sulla Tavolara

L

e parole introduttive nella prima edizione della Guida Rossa del Touring Club del 1918, che si riferiscono all’itinerario lungo la SS 125 da Dorgali a Terranova (Olbia), non lasciano dubbi sulla percezione che il viaggiatore-compilatore della guida ebbe del tratto compreso fra Siniscola e Olbia. Viaggiando sul principale asse viario che collegava allora il nord con il sud dell’isola nel suo versante orientale, il curatore liquida con due righe i chilometri della litoranea che portano da Budoni a Monte Petrosu: Passato il Riu la Vena Morta, a sin. si hanno degli acquitrini, e a d. si costeggia il triste stagno di San Teodoro lungo 3 chilom., poi si attraversa alla radice il promontorio di Monte Petrosu […]. La carta allegata alla guida non indica l’abitato di San Teodoro, ma vengono riportati aspetti geo-fisici del territorio: per esempio Monti Nieddu e il promontorio di Coda Cavallo. Il curatore Luigi Bertarelli si sofferma sulla bellezza del paesaggio, che allora era soprattutto il pittoresco naturale delle vedute. Non è un caso che nelle poche righe da Posada verso Nord si insista più di una volta sulla bellezza dell’Isola di Tavolara, come una sentinella che accompagna lo sguardo del viaggiatore fino ad Olbia. Anche un viaggiatore-scrittore come D. H. Lawrence nel 1921 in Sea and Sardinia, resta colpito da Tavolara e dalla quasi totale desolazione dei luoghi nel caldo pomeriggio in corriera da Siniscola verso Terranova. Non si fa ancora cenno alle acque trasparenti e agli arenili di finissima sabbia, soggetti che a buon diritto entreranno a far parte dell’immagine-cartolina legata a San Teodoro, almeno dalla seconda metà degli anni ‘70. Già nel 1920, però, un comitato di cittadini residenti, con lo scopo di evidenziare l’urgenza della sistemazione di una strada che dalla statale mettesse in comunicazione il piccolo borgo di San Teodoro d’Oviddè, redige una relazione in cui si fa cenno alla spiaggia (verosimilmente la Cinta) ove annualmente convengono numerosi bagnanti, anche di lontano.

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sopra Copertina di pieghevole a cura della Pro Loco, 1991 a fronte Spiaggia La Cinta: turisti a caccia verso la laguna, 1964

(Immagine tratta dalla mostra fotografica sul cinquantenario del Comune di San Teodoro, curata nel 2010 da Alessandra Corda e Costantino Pes, visibile online nel portale www.santeodoroturismo.it

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lu o g h i

Cambiano gli itinerari e nell’edizione della guida Touring del 1952, a San Teodoro questa volta si arriva da Nord, dunque da Olbia (itinerario da Olbia a Orosei). Le note riguardanti questo tratto della SS 125 - Orientale sarda non sono cambiate di molto. Compare un Sa vena morta, con quel sa al posto del più locale e gallurese la, per indicare il tratto compreso fra gli abitati di Badualga e Budditogliu. Lo stagno resta ancora triste, questa volta viene però menzionato l’abitato di San Teodoro di Oviddè, con una deviazione dalla statale: la strada era stata finalmente realizzata, con un ponte edificato nel 1926. Più di trenta anni devono passare perché quel triste stagno diventi finalmente un valore ambientale riconosciuto e indicato nella guida per la sua particolare importanza tra gli ambienti lagunari della costa orientale sarda come sede di una fauna ornitologica ricca e rara: siamo nel 1984. Oggi sito tutelato da normative nazionali ed europee, lo stagno è un’attrattiva turistica a tutti gli effetti: si pensi ai fenicotteri rosa che ormai vi stanziano tutto l’anno e che compaiono nelle immagini promozionali legate a San Teodoro. Ma l’edizione del 1984 risente soprattutto dello sviluppo turistico, che ha cambiato per sempre l’immagine e l’immaginario di questi luoghi, aprendosi alle descrizioni di spiagge raggiungibili grazie a nuove strade di collegamento con la statale. Passato Monti 142

Pitrosu, la guida cita la bella spiaggia di Cala Girgolu, e poi la deviazione per Coda Cavallo, indicando la strada recentemente costruita, a servizio di nuovi agglomerati residenziali turistici proliferati sul promontorio, che si conclude al villaggio Est, dove si apre una panoramica assai bella sulla costa e sulle isole verso nord. Si prosegue poi verso sud, indicando la Marina di Lu Impostu. Breve e controversa la descrizione del borgo di San Teodoro, ora privo del tradizionale Oviddè che completava il toponimo: definito di antica origine, con un diversificato patrimonio naturalistico-ambientale e una crescente affermazione in campo turistico. Due note di carattere urbanistico in cui si osserva che accanto alla tipologia tradizionale di abitato si è disordinatamente sviluppato un insediamento residenziale moderno. Evocativa la descrizione della campagna litoranea intorno al centro abitato, con oliveti e frutteti riquadrati da muretti a secco. E ancora vengono menzionate le spiagge della Cinta, di Cala d’Ambra, definita incantevole, e dell’Isuledda. Una descrizione che sembra volersi mantenere in equilibrio fra l’uso tradizionale dei luoghi come un valore del paesaggio (con gli oliveti, i frutteti e i muretti a secco), tipico della guida rossa, e le nuove prospettive della crescente attività turistica. Gli anni ‘80 hanno rappresentato, per questa e altre porzioni di costa gallurese, anni di vero e proprio boom del turismo

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d a lle gu i de del T o u r i ng a l w eb 2 . 0

balneare. Non è un caso che negli aggiornamenti apportati all’edizione del 1984, siano citate ben quattro spiagge e una veduta, quella di Punta Est a Coda Cavallo, che non comparivano nelle precedenti edizioni. Nell’edizione del 2005, la Gallura ha un paragrafo a parte, ma la descrizione che si dà del tratto di costa teodorino non è cambiata di molto. Le sintetiche righe della prestigiosa guida rossa del Touring possono sembrarci irrilevanti dal punto di vista pratico e lontanissime dalla percezione diffusa di questi luoghi, ormai conosciuti, mappati, geolocalizzati, fotografati e ambiti, da migliaia di turisti. Quelle poche righe, però, da sole lasciano intuire l’epocale cambiamento avvenuto nel corso degli ultimi sessanta anni nel territorio di San Teodoro, ci fanno capire che valore si dava e si dà al paesaggio, quale immaginario viene nutrito, veicolato e promosso, rispecchiando nuove economie. Ma emergono anche nuove sensibilità, per esempio quella di tipo ambientalista o legata al turismo attivo. Negli anni ‘80 sono pubblicate anche altre guide sul territorio teodorino. Del 1984 è la Guida di San Teodoro a cura di Salvatore Colomo e Francesco Ticca. Qui le immagini di arenili e calette la fanno già da padrone, ma gli autori dedicano qualche foto anche alla storia locale e alle tradizioni

sopra Giovani teodorini alla Cinta

(Immagine tratta dalla mostra fotografica sul cinquantenario del Comune di San Teodoro, curata nel 2010 da Alessandra Corda e Costantino Pes, visibile online nel portale www.santeodoroturismo.it

a fronte Signora teodorina alla Cinta, primi anni Sessanta

(Immagine tratta dalla mostra fotografica sul cinquantenario del Comune di San Teodoro, curata nel 2010 da Alessandra Corda e Costantino Pes, visibile online nel portale www.santeodoroturismo.it

del posto: i vecchi stazzi, l’intreccio dei cestini o il lavaggio tradizionale dei panni. Diverso invece il tenore del volumetto pubblicato dalla Xª Comunità Montana delle Baronie nel 1988, Baronie a Piedi - parte seconda di Domenico Ruiu, che illustra anche l’area montana di Monti Nieddu e la zona costiera di Brandinchi e Cala Gilgolu, ma con un approccio naturalistico e narrativo. Dalla Pro loco all’Ufficio del Turismo I “pionieri” sapevano che trascorrere un periodo di vacanza a San Teodoro negli anni ‘60 significava soprattutto godere di un paesaggio di selvaggia bellezza, oggi stereotipo, allora corrispondente alla realtà. Significava cioè, non poter contare su una rete di servizi basilari di accoglienza,

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lu o g h i a sinistra Piehevole a cura della Pro Loco, 1982 a fronte Turisti a caccia nello stagno di San Teodoro

(Immagine tratta dalla mostra fotografica sul cinquantenario del Comune di San Teodoro, curata nel 2010 da Alessandra Corda e Costantino Pes, visibile online nel portale www.santeodoroturismo.it

per non parlare di un sistema informativo in loco che potesse agevolare e rendere meno avventuroso il loro soggiorno. Allora era la comunità locale che accoglieva o garantiva il supporto logistico e informativo, diretto e informale, ai primi vacanzieri tedeschi e ai pochi italiani che edificavano le loro ville nel territorio di San Teodoro. Il primo passo verso un ufficio permanente con la funzione di promuovere il territorio e accogliere i turisti e le loro richieste fu la creazione di un’associazione turistica Pro loco nel 1968. Il lavoro svolto dai fondatori aveva carattere volontaristico, ma si deve alla Pro loco la prima produzione ed elaborazione di strumenti informativi a uso dei turisti, come i pieghevoli e le pratiche carte del territorio. Lo statuto di fondazione dell’associazione turistica denominata “San Teodoro di Gallura” elenca gli scopi principali: fra questi alcuni strutturali come contribuire a organizzare turisticamente la località, tutelare il paesaggio e le bellezze naturali, incentivare l’apposizione di cartelli indicatori per sentieri e passeggiate (che in nuce suggeriva già l’idea di turismo attivo), istituire un ufficio di informazioni turistiche, relazionarsi con gli enti provinciali per il turismo (EPT) ecc. Fra gli scopi è senz’altro di grande lungimiranza quello che si propone di: 144

diffondere nella popolazione il senso della educazione turistica, facendo conoscere ed apprezzare l’importanza sociale ed economica del turismo, curando che sia comunque riservato al forestiero quel trattamento onesto e riguardoso necessario per creare e mantenere il buon nome dell’ospitalità. Stava a cuore ai soci fondatori, dunque, non solo avviare una serie di interventi pratici legati all’accoglienza, accessibilità e informazione a uso del “forestiero”, ma anche accrescere la consapevolezza, per tutta la comunità, della grande occasione di sviluppo sociale e non solo economico che il turismo poteva offrire. Da questo solo articolo dello statuto potrebbero derivare tutti gli altri scopi elencati. Contiene uno dei capisaldi della promozione del territorio in senso turistico, quello più antico: non solo strutture e servizi, ma capitale umano, risorsa intangibile che, consapevole dei valori materiali del proprio territorio, lo promuove con le buone pratiche dell’ospitalità. Le attività della Pro loco proseguono fino al 1980, poi cessano un anno per ragioni economiche legate alla mancanza di finanziamenti da parte degli enti preposti. Non mi è stato possibile rintracciare i materiali prodotti in quegli anni. Resta, però, un cartello sulla statale 125, nei pressi della borgata La Traversa, che ci racconta un’epoca: quella in cui la promozione turistica non era ancora toccata dalle strategie del marketing e della comunicazione, e le risorse destinate alla comunicazione erano evidentemente esigue. È un cartello di benvenuto, visibile da chi viaggia in direzione di Olbia, posto circa 100 metri prima del bivio per il paese, che anticipa i cartelli posti più tardi ai confini sud e nord del territorio comunale. In uno spazio graficamente essenziale, senza immagini o fotografie, vengono poste sullo stesso piano le bellezze naturali (spiagge e scogliere) e la ricettività (alberghi e ristoranti). Compare l’associazione Pro loco, ma nessun indirizzo o numero di telefono che dirotti i turisti curiosi verso l’ufficio turistico locale per reperire altre informazioni. Degli anni ‘80 si può ricordare un pieghevole (stampato nel 1982) che presenta immagini di spiagge, scorci di campagna gallurese e una veduta del paese. Interessante la breve descrizione che si dà di San Teodoro. Il testo è già trilingue, ma lo stile oggi ci pare datato: si noti l’uso retrò del termine villeggiatura e non vacanza, e l’abusato ridente. Compare il logo monocolore dell’associazione turistica, recante due vele con il profilo di

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Tavolara, un corredo di numeri utili, mappa e un elenco di strutture ricettive. L’attività della Pro loco prosegue fino al 2002 e si interrompe definitivamente nel 2003. Il servizio di informazioni turistiche riprende nel 2004. È questo l’anno della svolta organizzativa e istituzionale e dunque professionale: l’attività non è più affidata a un’associazione, ma a una società di servizi privata. Svolge le funzioni consuete per un ufficio del turismo: front office, produzione del materiale informativo, partecipazione alle fiere di settore, spesso in collaborazione con il locale consorzio turistico nato nel 2004. All’inizio in parte si elabora il materiale prodotto negli anni precedenti, per esempio una cartina grafico-artistica che ricorda le antiche mappe corsare prodotta nella seconda metà degli anni ‘90, ripresa in più di una occasione. Nasce nel 2004 anche il primo sito web. Fra il 2004 e il 2011 l’Ufficio del Turismo, che fa capo all’assessorato omonimo, ottiene una reputazione di tutto rispetto; la blasonata edizione inglese della guida Lonely Planet (2008) dedicata alla Sardegna lo definisce efficient, efficiente. Inteso nello stile pratico e critico delle famose guide blu, sembra davvero un ottimo riconoscimento. La chiave di questa nuova visibilità si deve in gran parte a un sistema di schedatura delle

informazioni pratiche, non limitate solo a San Teodoro, ma estese a tutto il territorio regionale. Ricettività e ristorazione, ma anche itinerari e turismo attivo, viabilità ed eventi aggiornati con cadenza settimanale, che il turista porta via in pratiche schede cartacee. Oltre alle informazioni di supporto e assistenza in tempo reale, per esempio, su collegamenti marittimi e aerei, gli operatori dell’ufficio raccolgono le richieste dei turisti e riformulano i contenuti delle schede proprio in base alle loro segnalazioni/richieste, secondo un’impostazione orientata ai bisogni del fruitore del servizio. Quel sistema organizzato di informazioni, rappresentava, e forse rappresenta ancora, un modello che poteva suggerire una vera e propria rete informativa integrata degli uffici turistici locali, su scala regionale. In quegli anni si consolida l’idea di San Teodoro e del suo territorio come un “prodotto” turistico completo, che può vantare finalmente un’immagine coordinata. Si prepara un piano di comunicazione, con la creazione di un logo e uno slogan, che sarà anche un marchio per la certificazione di qualità dei servizi offerti dagli operatori che ne richiedono l’utilizzo. Lo slogan San Teodoro, Sardegna che seduce, aspira così a diventare un vero marchio territoriale. La brochure prodotta in questo momento, rivolta soprattutto al pubblico delle fiere e agli operatori di settore, è graficamente attraente

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Dal 2009 sul portale sarà attivo un sistema di ricerca di alloggio online chiamato Deskline: l’utente ha la possibilità di verificare la disponibilità delle singole strutture e contattarle per la prenotazione e punta sulla forza suggestiva delle immagini patinate. I testi sono brevi, privi di specificità locali, ovvero potrebbero essere scritti per qualsiasi centro costiero gallurese, ma è degno di nota lo sforzo compiuto per offrire un’immagine di San Teodoro a tutto tondo: spiagge certo, ma anche vita notturna, tradizioni, natura e turismo attivo. Si lavora graficamente anche sulla cartina in distribuzione ai visitatori, uno strumento sempre rassicurante e molto amato dal turista e dagli operatori. Nella sua veste snella, tuttora in distribuzione, contiene tutte le aree informative presenti nelle precedenti mappe, con indicazioni aggiuntive, legate per esempio al turismo attivo, come i punti di immersione per gli amanti del diving. Nel 2008 è online il nuovo portale www.santeodoroturismo.com che, oltre alle pagine descrittive e storiche, offre una sezione di itinerari a tema che spostano l’attenzione del visitatore dal mare all’entroterra. Dal 2009 sul portale sarà attivo un sistema di ricerca di alloggio online chiamato Deskline: l’utente ha la possibilità di verificare la disponibilità delle singole strutture e contattarle per la prenotazione. Piuttosto innovativo all’epoca in Sardegna, Deskline è stato ispirato all’efficiente sistema trentino, e tenterà uno sviluppo ulteriore con l’affiancamento 146

nel 2011 di un programma di booking in collaborazione con il Consorzio Turistico teodorino. Nel 2011 parte anche il “Progetto Informatico Turistico”, ancora in fase di attuazione, che prevede un nuovo portale ancora di più interattivo, dotato di tutte le piattaforme social media (Facebook, Twitter, Pinterest, Instagram, ecc.). Prevista anche l’installazione di una stazione meteo che permetterà di vedere sul portale in tempo reale le condizioni meteo locali, tre webcam e tre totem informativi dislocati in punti di particolare affluenza turistica del territorio. Sono prodotte sempre nel 2011 guide tematiche all’ospitalità, che puntano sulla promozione del territorio dal punto di vista enogastronomico, in occasione della rassegna “L’Agliola”, che ha avuto le sue prime edizioni negli anni ’90. Sul fronte del servizio di informazioni dirette al visitatore si ricorda che accanto alla sede dell’ufficio in piazza Mediterraneo, è stato aperto nel 2009 un punto informazioni alla Cinta, in collaborazione con l’Area Marina Protetta Tavolara - Capo Coda Cavallo, dove si dà maggiore visibilità agli aspetti naturalistici, oltre a tutto il corredo di informazioni già offerto nella sede di Piazza Mediterraneo. I passi compiuti dal 2004 al 2011 sono notevoli, non solo dal

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punto di vista della comunicazione e dei supporti informativi utilizzati, ma anche per le modalità, che come abbiamo visto si possono far rientrare nell’ambito del marketing territoriale. Il valore aggiunto deriva soprattutto da un’impostazione differente nel fornire un servizio: per esempio gli orari di apertura dell’ufficio vengono estesi al dopocena inoltrato. Soluzioni che a lungo termine generano virtuosi processi di fidelizzazione, ma che richiedono una cura costante. Ne è un esempio la produzione settimanale di una newsletter a cui è possibile iscriversi attraverso il portale per ricevere notizie su San Teodoro anche quando la vacanza è finita. Si consolida cosi l’immagine di un luogo molto più organica e vicina alla realtà e alla comunità che ci vive tutto l’anno, e sempre più lontana dalle immagini cristallizzate, offerte nelle guide o nelle brochure patinate. Del resto proprio parte di quel “Progetto Informatico Turistico” (con le webcam, il social networking e le app per dispositivi mobili) è un chiaro segno di apertura alla condivisione in tempo reale, con il turista consueto e soprattutto con quello potenziale. In questo frangente il materiale promozionale nei suoi contenuti dovrebbe ancora di più contribuire a comunicare un’immagine che faccia davvero emergere la specificità del luogo, risultato dell’interazione storica fra uomo e paesag-

a fronte Bar in piazza Gallura a San Teodoro, anni ’70: una turista siede con gli anziani del posto

(Immagine tratta dalla mostra fotografica sul cinquantenario del Comune di San Teodoro, curata nel 2010 da Alessandra Corda e Costantino Pes, visibile online nel portale www.santeodoroturismo.it

sopra Cartolina di San Teodoro, anni ‘50

(Immagine tratta dalla mostra fotografica sul cinquantenario del Comune di San Teodoro, curata nel 2010 da Alessandra Corda e Costantino Pes, visibile online nel portale www.santeodoroturismo.it

gio. Mi riferisco soprattutto al profilo storico-archeologico e antropologico, relativo all’identità della sua comunità (tradizioni, lingua, stili di vita, tutela dell’ambiente), senza perdere di vista il fondamentale aspetto divulgativo. Molto resta da fare a questo riguardo, ma vale la pena concludere queste pagine ricordando alcuni contributi che sono stati portati avanti in questi anni a tal fine. Si pensi alla fondamentale attività dell’I.Ci.Mar. (Istituto delle Civiltà del Mare) che dal 1989 ha promosso iniziative culturali legate alla tutela del paesaggio, alla conoscenza della storia locale e del gallurese. Rilevante poi per il turismo enogastronomico la proposta pluriennale dell’Aglióla, rassegna che ha valorizzato le tradizioni culinarie locali, altrimenti sconosciute al visitatore.

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nuchis

di Angela Gambirasio Foto riccardo Bonanno

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i L N U o V o C a r C E r E N E L L E i M P r E s s io N i D i U N a G io Va N E s C r i t t r iC E

“si sa che la gente dÀ Buoni consigli se non puÒ piÙ dare cat tivo esempio” – credo che questo sia uno dei versi di de andrÉ che preFerisco e che canto nella mia testa ogni volta che qualcuno sente il Bisogno di dirmi cosa sareBBe meglio Facessi o non Facessi. l’ultimo dei Buoni consigli che mi sono guardata Bene dal seguire È stato quello di riFiutare la proposta di presentare il mio liBro “mi girano le ruote” all’interno del carcere di nuchis. diverse persone mi hanno chiesto in sostanZa cosa ci sarei dovuta andare a Fare in carcere, visto che si suppone che lo scopo dello scrivere un liBro sia innanZi tutto venderlo

m

i Pare ovvio che chi parte da tale presupposto non conosca innanzi tutto l’editoria italiana abbastanza da sapere che coi libri, nel nostro Paese, non si fanno i soldi, soprattutto gli autori. Certo, a meno che tu non sia Fabio Volo, cosa che per fortuna non sono. Non so gli altri, ma io un libro l’ho scritto innanzi tutto per me stessa e, in secondo luogo, perché mi sono detta che se fossi riuscita ad aprire anche un solo paio di occhi con le mie parole, allora avrei finalmente capito perché mamma m’ha messa al mondo. Perché il mio è un libro che parla di barriere architettoniche e barriere mentali, ovvero quel genere di ostacoli che possono rendere estremamente difficile e ironicamente divertente la vita di una persona su una sedia a rotelle, come me. E poiché mi piace pensare di non essere il genere d’individuo che predica bene e razzola male, all’esperienza del carcere non avrei mai potuto rinunciare, innanzitutto per coerenza. Che genere di persona prenderebbe in giro i bipedi per gli stereotipi sui disabili, per poi averne lei stessa su altre categorie sociali? A parte la questione di principio comunque, non ero mica sicura di voler davvero mettere ruota in un carcere. E man mano che mi accompagnavano attraverso porte blindate e sbarre che si chiudevano dietro di me, mi sono sentita sempre meno sicura.

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Davanti all’ultimo cancello, ho messo istintivamente le mani sulle ruote, per frenare quell’avanzata verso il peggior incubo di una ex-claustrofobica. Ma ho varcato anche l’ultimo cancello... Più che altro mi hanno detto: “Dottoressa, aspettiamo lei eh...” e mi hanno spinto dentro! Sono entrata in quella stanza chiusa, con 30 carcerati, senza maniglie alle porte e alle finestre. E la prima cosa che mi ha colpito è che invece di pensare al Lexotan ho notato il Rispetto. Sono entrata e hanno smesso di chiacchierare, senza nemmeno bisogno che attaccassi il discorso. Mi guardavano tutti, cercando di sedersi più vicini possibile, non come nelle solite aule universitarie dove le prime file sembrano il deserto dei Tartari. E allora mi sono detta: “O la va o la spacca: io la battuta la faccio!” Così ho iniziato dicendo che per la prima volta mi sentivo sicura nel fare una presentazione, perché il mio più gran timore è che la gente si annoi e lasci la sala, mentre da lì ero certa che non sarebbe scappato nessuno. Ed è andata. Il carcerato capisce l’ironia anche prima del disabile: è stato subito un amore galeotto. 152

Non ho mai visto un’aula così attenta e partecipe. Nessuno mi ha mai fatto domande così profonde e acute. Nessuno si è mai adattato così rapidamente al mio registro diversamente ironico. Abbiamo riso, abbiamo parlato di legalità, di assunzione di responsabilità... perché lì dentro nessuno dice di esserci finito per caso, mentre qua fuori tutto quel che accade è sempre colpa di qualcun altro. Abbiamo parlato di Dio e hanno addirittura cercato di convertirmi: 30 carcerati convinti della mia segreta fede interiore, mi hanno portato più vicina a mettere in discussione l’agnosticismo di qualsiasi prete. E le battute che hanno proposto loro stessi sulla disabilità e sul carcere, mi hanno fatta sentire una principiante. Chi si vantava di aver risolto il problema delle barriere architettoniche facendosi rinchiudere a vita in un carcere accessibile, chi mi ha rassicurato sul fatto che la sedia a rotelle non era un problema perché lì dentro avevano visto di peggio e chi osservava che discutendo io di leggi da interpretare anziché applicare stavo parlando di corda in casa dell’impiccato. E in tutto questo, l’unica che è passata dal Lei al tu, sono stata io. Perché quegli avanzi di galera nemmeno per un

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istante hanno smesso di chiamarmi “Dottoressa” e di darmi del Lei, con la sola eccezione di un uomo che per tutto il tempo ho pensato fosse convinto avessimo scritto il libro in quattro, prima di rendermi conto che mi stava semplicemente dando del Voi. E alla fine mi hanno tutti voluto stringere la mano, quando non abbracciare e baciare. Mi hanno fatto sentire una di famiglia, anche se non ho ancora ben capito se del tipo con la “f ” minuscola o maiuscola. Si sono impegnati a consigliare il mio libro a tutti i loro familiari e hanno chiesto delle copie per il carcere. Una copia a dirla tutta me l’hanno fregata sotto il naso, ma diciamo che il sistema è stato così sottile che se la sono guadagnata. Poi esco di lì, un cancello dopo l’altro, e scopro che il tizio che citava autori sconosciuti persino a me è dentro per strage. Mi dicono che ho baciato sulle guance un boss della Mala e che il signore che pareva la copia sputata del mio zio preferito deve scontare quattro ergastoli. E quando ho saputo tutto questo, anziché repulsione, ho provato solo il desiderio di conoscerli ancora meglio e di capire come sia possibile che

delle persone che farei entrare volentieri nella cerchia delle mie amicizie più intime (e io sono incredibilmente snob a riguardo), abbiano fatto determinate scelte. E improvvisamente ho realizzato che non posso più essere favorevole alla pena di morte, perché due ore in gattabuia mi hanno fatto vedere la luce. E so non potrò più lavorare come prima in Università, perché non riuscirò più guardare i ragazzi svogliati che incontrerò ad ogni nuovo colloquio senza fare un confronto. E mi chiedo se potrò sopportare come prima tanti giovani che parlano di crisi e la usano come giustificazione per tutto, senza vedere le opportunità che in realtà hanno per il solo fatto di essere liberi, sani e in un’Università che non sarà perfetta, ma che può dare tanto di ciò che ad altri è negato. Ripenso a quelle due ore in carcere ogni giorno e non perché sia stato traumatico, ma perché, a sfregio di chi dà consigli su realtà che non conosce, è stata una delle esperienze più degne di essere vissute degli ultimi anni. In primavera tronerò in Sardegna per un nuovo tour del libro e stavolta sarò io a chiedere di poter finire nuovamente in prigione.

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COME LO SENTE “IL PRINCIPE” ’ACUSTICA IMPERFETTA di Massimiliano Avesani

L’acustica è una scienza complessa. Ogni minima variazione geometrica di un locale influisce su come il suono si propaga in esso. Questo caratterizza l’impronta sonora di ogni ambiente: le chiese, con i loro riverberi, sono un chiaro esempio. Un altro aspetto che ci permette di classificare acusticamente un luogo sono i rumori che lo distinguono, una stazione ferroviaria, un mercato, una piscina, sono modelli noti. Le prigioni non sfuggono a queste regole e anche volendo ipotizzare due istituti identici essendo diverse le comunità che li rendono vivi, essi avranno una sonorità diversa. Ogni casi di reclusione o circondariale ha la sua “voce” caratteristica, voce che, anche quando sussurra. La prima volta che la si conosce toglie il respiro. Si propaga attraverso i corridoi, onnipresente; si ripropone uguale a se stessa giorno dopo giorno, anno dopo anno, con i soliti ritmi, i soliti messaggi, instancabile. Incapace di trasportare una gioia sincera, essa ricorda, le rare volte che veicola una risata, i volti che circolano in questi luoghi: incapaci di far ridere gli occhi. Ma, per formidabile che sia, noi che consideriamo i suoi spazi alla fine di ogni giorno, mettendoci a letto, smettiamo di darle vita. In quel momento tutti i penitenziari diventano uguali. Tutti si somigliano nel silenzio. Allora quella voce ci manca, perchè è solamente essa che ci impedisce, con la sua presenza, di ascoltare i fruscii e gli scricchiolii della nostra vita sentimentale che, per mancanza di cure, si sfalda e perde pezzi. 156

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L U O G HI A L TRI : i l c a r ce r e d i nuc h i s

OSA POTRà RAPPRESENTARE QUESTO “FINE PENA MAI” di Enrico Platania

Caro Giovanni, sapessi quanta fatica e quanto tempo a scrivere ciò che ti sto consegnando. Farti partecipe del dolore vero quello che non si augura neppure al peggiore nemico, dirti quando è iniziata la mia «pena». Avevo, al tempo, quattro anni, e da allora mi trascino dietro un macigno; quelle gracili spalle non potevano resistere ad una tragedia simile. Una bambina di 9 anni rientrava dalla scuola e, appena messo piede in cucina, si affretta a pulire ciò che il lavandino conteneva. Aveva ancora indosso le scarpine lucide, il grembiule e il fiocco, e per via di alcuni schizzi d’acqua è scivolata ed è rimasta nella maniglia della porta che dava sul balcone. Avrà tentato, si sarà data aiuto come poteva, ma aiuto da noi non ha avuto. Erano tutti a poca distanza sotto il solaio dove era il forno. La famiglia lavorava, impastava il pane, infornava e sfornava pane mentre mia sorella moriva. Ma il Signore mi è testimone se ho mai ritenuto loro responsabili: ho fatto solo una descrizione dell’accaduto. Mio padre, mia madre e i miei fratelli erano intenti a fare ciò che dovevano per sostenere una famiglia numerosa (padre, madre e dieci figli). Sai Giovanni, è la prima volta che racconto a «estranei» di questo episodio. L’ho custodito nel mio cuore per troppi anni era ora che lo condividessi con una entità di valori simili a quelli paterni. Gli strumenti per capirmi e rispettare questo mio «spicchio di dolore» li hai ed io li ho apprezzati seppur non posso dire di conoscerti pienamente. Quello che ho udito date i concetti che hai espresso mi sono noti: li avevo già nei miei cromosomi paterni. La mia pena è cominciata 44 anni fa. è come il circuito di una pista di motociclette: pochi rettilinei e tante curve. Ma

io l’ho sempre saputo che quei pochi attimi di felicità sarebbero durati quanto quei rettilinei. Se poi vai a tutto gas, come è giusto nei rettilinei, il tutto ti scivola via come una goccia d’acqua dopo averti accarezzato il viso. Non ho visto morire mia sorella, non ho visto morire mio padre, non ho visto nascere mio figlio, non vedrò morire mia madre. La mia vita è piena di appuntamenti mancati. Anzi, ciò che è mancata è stata proprio la «mia vita». Cosa potrà mai rappresentare questo Fine pena mai? è una legge degli uomini, e come tale serve solo ad infliggere aberrazione su aberrazione . Simone Weil sosteneva che abbiamo perso la nozione di castigo: “Non sappiamo più che esso consiste nel fornire del bene. Per noi si limita a infliggere del male”. Ecco in poche parole un concetto «universale». Io ho causato tantissimo dolore. Molti sono coloro che possono avanzare legittimamente dubbi e riserve sulla mia capacità di critica del vissuto storico; Le loro ferite non si rimargineranno mai. Comunque sappi che non riesco a dare un senso a questa pena solo perchè consapevole di non averlo saputo dare a tutta la mia esistenza. Tempo fa avrei cominciato a separare le singole questioni per poterle meglio giustificare o raggirare attraverso una «confusione di termini», adesso ho compreso che solo attraverso una «chiarezza di termini» sarà possibile risalire a ciò che è stato. Come hai detto benissimo ieri (il riferimento è a una lezione tenuta in carcere nel mese di gennaio 2014: “La cultura fa si che un uomo riesca a vivere meglio”). Questo Fine pena mai mi ha obbligato a ripensarmi a riconsiderarmi. Non potendo partecipare direttamente alla ricostruzione del reticolato familiare, ho dovuto, attraverso il linguaggio, unico sistema comunicativo possibile, ripensare il mio ruolo. Un buon padre agisce attraverso l’esempio diretto, io ho agito attraverso la parola. Ma questa per essere credibile aveva bisogno di quel potenziamento culturale iniziato una decina di anni fa. Sapere che l’assenza è distruttrice e recide qualsiasi filo di legame, ti pone in un piano astratto: tu esisti ma è una esistenza inconsistente, il mio «discorso» era deceduto. Aver visto la mia vita come un dono di Dio ha evitato estreme conseguenze. Aver creato insieme a mia moglie un nucleo familiare, aver tentato di educare i nostri figli, al meglio delle nostre possibilità, ci ha motivati e lasciati aggrappati a questa missione genitoriale. Oggi sono moderatamente soddisfatto di quello che abbiamo costruito.

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UELLE GIORNATE TUTTE UGUALI di Carmelo Guidotto

Alle sette del mattino si aprono i blindati, che altro non sono che porte di sicurezza con uno spioncino. La giornata ha inizio. Alle 7,30 arriva la colazione: latte e caffé caldo che viene distribuito da un detenuto che noi chiamiamo portavitto. Metto fuori le nostre due tazze (quella del compagno di cella) per il latte e un bicchiere per il caffé mentre il mio compagno apparecchia la tavola: in genere aggiungiamo alcune fette biscottate acquistate direttamente da noi. Il portavitto ripasserà fra poco più di mezzora portando il pane e a volte la frutta. Alle 8,30 si aprono le celle dei detenuti che studiano per la licenza di terza media e quelle di chi ha deciso di prendersi un diploma o la laurea. Alle 9,00 e fino alle 11,30 si può andare ai passeggi. Chi rimane in cella può incontrarsi in una salette all’interno del braccio, dove può giocare a carte, tombola, scacchi, calcio balilla... ma può anche semplicemente chiacchierare. Il rientro in cella coincide con l’arrivo del pranzo che viene distribuito tra le 11,00 e le 11,15. Non tutti mangiano con ciò che fornisce l’amministrazione penitenziaria, c’è chi acquista i prodotti, il cosiddetto sopravitto e li cucina, visto che ogni cella è dotata di cucina autonoma. 158

Alle 13,00 chi vuole può andare al passeggio, in saletta o stare nella propria cella della quale deve garantire quotidianamente la pulizia. Dalle 15,00 alle 15,45 si rimane in cella. Subito dopo vengono aperte le celle e all’interno del braccio ci si può muovere liberamente, far visita ad altri detenuti, passeggiare nel corridoio, insomma “socializzare”. La cena arriva puntuale alle 17,30: ma la maggior parte di noi si cucina qualcosa per poter mangiare assieme. Alle 19,00 tutte le celle vengono chiuse. Passa il carrello con i medicinali per chi ha bisogno di assistenza sanitaria. Alle 21,00 anche i blindati si chiudono automaticamente. A casa si può telefonare il lunedì, due volte la settimana si può andare nel campo di calcetto e altrettante volte in palestra. Molti di noi seguono altre attività: pittura, teatro, musica, scrittura, artigianato. Il sabato chi vuole può seguire la messa. Vengono ministri anche di altri culti religiosi. Le celle sono ariose e nuove, sono state progettate per due persone, ma già la maggior parte sono con tre detenuti. Ogni cella è fornita di armadio grande per le giacche e i pantaloni, ed un armadietto per camice e golfi: uno per ogni detenuto. C’è la cucina e un bagno con doccia dove l’acqua calda funziona in orari decisi dalla direzione. In ogni cella è anche presente la televisione. E sempre, dentro una cornice, le foto dei propri cari.

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naturalmente Sardegna

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Grafimedia

storia

Comune di Alà dei Sardi Via Roma 74, 07020 Alà dei Sardi (OT) telefono 079 7239010 fax 079 7239031 info@comune.aladeisardi.ot.it

dei sardi www.comune.aladeisardi.ot.it

Il Comune di Alà dei Sardi si trova nella Sardegna centro-settentrionale, è situato nel Logudoro, più precisamente nella regione storica del Montacuto, al confine con la Barbagia e la Baronia ed è compreso nella nuova provincia di Olbia-Tempio. Conta circa 1950 abitanti (alaesi). Il nucleo abitato sorge sull'altopiano omonimo, ai piedi della catena dei Monti di Alà, ad una altitudine di poco meno di 700 m sul livello del mare. L'economia è tipicamente agropastorale, con alcuni comparti artigiani in forte crescita, quali ad esempio la lavorazione del sughero, il rivestimento in pietra da campo di abitazioni e villette, la lavorazione del granito a fini edili. AlmAnAcco gallurese 2014/2015

Pagina di informazione di pubblico interesse

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il suo territorio le sue chiese di Giuseppe Spano

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F l o r i n a s , i l s u o t e r r i t o r i o , le s ue c h i e s e

Florinas, piccola villa posta a poco più di 400 metri sul livello del mare, si affaccia sul corso della Strada Statale 131 e sulla sottostante valle attraversata dal riu Pedra Niedda. Così lo descrive l’Angius nell’ormai famoso dizionario: FIULINAS [Florinas], volgarmente detta Florinas, villaggio della Sardegna nella prov. e pref. di Sassari, compreso nel mand. di Ploaghe. Era già capoluogo del Figulina antico dipartimento del regno logudorese. Questo nome avrebbe sua ragione nelle officine de’ figuli, che in principio fossero stabilite in quel luogo? A tale opinione dà alcun favore la terra buona a tal arte, che trovasi nelle vicinanze, e che ora usasi per tevoli e mattoni. La sua situazione geografica è alla latitudine 40°38’, e alla longitudine occidentale da Cagliari 0°27’39”. Soprasta al vallone di Codrongianos, dalla sponda del Pianoro, che dicono Monte de Fiulinas in esposizione a tutti i venti, già che le vicine eminenze non gli fanno buon riparo. Godesi quindi un’ampia e amenissima prospettiva

In queste pagine La Chiesa Parrochiale dell’Assunta

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ome molti paesi del Logudoro e della Sardegna le sue origini si possono far risalire a tempi antichissimi. Le testimonianze sugli insediamenti umani nel territorio florinese sono documentati dalla presenza di siti di periodi diversi, a partire dalla preistoria, per tutta l’età romana la quale sfocia nel medioevo sardo dei giudicati sino alla contemporaneità.

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lu o g h i Basta fare un giro per le campagne del suo territorio per accorgersi di ciò: in un arco di pochi chilometri troviamo innumerevoli resti delle passate civiltà. Tra i siti più importanti ricordiamo il villaggio preistorico di Punta Unossi, che testimonia la presenza umana nella preistoria e che con il nuraghe a tholos omonimo ne documenta il transito in epoca

nuragica. Di particolare interesse è la presenza della “capanna delle riunioni”, struttura circolare di grandi dimensioni utilizzata per gli incontri decisionali del clan. Tra i “miti” legati al paese di Florinas vi è quello del bandito Giovanni Tolu, reso famoso soprattutto dallo scritto di Enrico Costa che ne ha raccontato la vita e le peripezie.

Le chiese La zona del Coros-Figulinas, ricca di valli fertili e corsi d’acqua, ha visto la presenza di numerosi ordini monastici che si insediarono anche nel territorio del Figulinas già dagli albori del cristianesimo. Florinas, cuore della curatoria di Figulinas faceva parte dell’antica Dioecesis Plovacensis. L’erezione della diocesi di Ploaghe viene documentata già dal 1082, e molte testimonianze sulle attività economiche e sociali dei monasteri si ricavano dai condaghes, documenti amministrativi risalenti all’XI-XIII secolo in cui venivano annotate vendite, atti, controversie ma anche descrizioni di terreni e persino i rapporti di lavoro di servi e ankillas. Entrando nel centro urbano, la prima cosa che notiamo sono le sue chiese, infatti nel raggio di poche centinaia di metri se ne ritrovano tre. Già dalla curva dell’ingresso, appena affacciati alle prime case del paese, sulla sinistra si erge l’Oratorio del Rosario. La chiesa, in stile classicheggiante era sede dell’omonima confraternita e la Paris, riprendendo Manconi R. (Renzo, Lorenzo), la considera già esistente agli inizi del XVII secolo. Poco oltre, si raggiunge lo slargo di Piazza del Popolo, dove si trova il complesso dell’Assunta, di cui parleremo meglio più avanti. Risalendo la stretta via che si apre proprio dinnanzi l’Ora-

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torio del Rosario, si arriva sino alla chiesa dell’Oratorio di Santa Croce. Voluto nel XVII sec. dalla Confraternita dell’Orazione e Morte, ultimata nel 1691, così come testimonia la data alla base di una croce scolpita sopra l’ingresso laterale. Al suo interno di particolare rilievo è l’altare maggiore, retablo ligneo che la Paris data agli inizi del ’600 e che presenta riquadri realizzati dal pittore fiorentino Baccio Gorini che operò nel nord Sardegna tra XVI e XVII secolo, e di cui Florinas conserva una serie di opere, tra le quali La visione di Sant’Uberto, un San Nicola di Bari tra i Santi Francesco e Antonio di Padova ed altri. Il territorio di Florinas annovera altre chiese che meriterebbero un approfondimento che esula dalla breve panoramica del presente articolo. Citiamo qui, a solo modo di esempio, due costruzioni ecclesiastiche in particolare: la seicentesca chiesa di S. Francesco, patrono del paese e che rappresenta il santo de sa Festa Manna, infatti la comunità florinese gli dedica i festeggiamenti maggiori nella data della sua morte. Altra struttura è la chiesa di Sant’Antonio di Briave, antico villaggio medievale ormai scomparso, in agro tra Florinas e Ossi1, di fattura semplice e di stile romanico, ha il classico aspetto delle chiese della campagna sarda.

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LA PARROCCHIALE DELL’ASSUNTA Il complesso della parrocchiale, comprendente la chiesa intitolata all’Assunta e la canonica attigua, presenta ancora nelle navate laterali, tracce dell’antica architettura in stile gotico. L’intitolazione, sempre dedicata alla Madonna, è passata dalla Vergine delle Grazie all’attuale verso il XVII secolo, mantenendo però in maniera forte la devozione per Maria come dimostra il simulacro disteso all’interno di una teca in vetro, così come l’iconografia tradizionale vuole, della Vergine Dormiente. Sino al XIX secolo la struttura risultava inserita in un tessuto urbano di case che la circondavano e che in seguito furono abbattute creando più spazio attorno. Secondo il Manconi la chiesa potrebbe risultare già attiva attorno alla prima metà del 1300, e come tutti i luoghi di culto rimasti attivi nel corso dei secoli, essa ha subito vari lavori e rimaneggiamenti. La facciata, realizzata nella prima metà del XVII secolo, è in pietra calcarea e presenta un portale architravato con due colonne sui lati che reggono dei capitelli con decorazioni fitomorfiche. L’interno, a navata unica, presenta delle cappelle laterali comunicanti, in cui sono collocati altari lignei e marmorei e composizioni sacre. Gli altari lignei conservati nelle cappelle sono di fattura locale, risalenti al XVIII secolo, mentre secondo la D’Aniello, citata dalla Paris, la Madonna del Carmelo con le anime purganti va interpretata “[…] secondo intenti pervasi dall’ambiente culturale napoletano […]”, mentre l’ancona marmorea dedicata alla Madonna di Lourdes è databile all’ultimo decennio del 1800. L’altare maggiore, commissionato da don Michele Oppia, risalente perciò agli anni tra il 1877 e il 1879, richiama forme neoclassiciste ancora imperanti. Il coro ligneo dietro l’altare, composto da cinque stalli per lato, risalente probabilmente al XVIII secolo e in stile tardo-barocco, fu verosimilmente intagliato da artigiani locali, così come pure il pulpito costruito nel 1801, fu realizzato da artigiani del Sassarese. Uno degli altari collocati nelle cappelle è dedicato a Gavino, Proto e Gianuario, martirizzati a Porto Torres nel IV secolo. Anche in questo caso l’iconografia dei tre santi è quella canonica

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e diffusa per la maggiore nell’Isola, che conta un numero elevato di fedeli. Nella parrocchiale sono inoltre conservati i lavori di Baccio Gorini di cui si è già detto in precedenza. Tra gli arredi è stata documentata la presenza di un organo; ne sono esistiti almeno due, acquistati in tempi diversi e che hanno portato il loro contributo nell’espletamento delle funzioni religiose a partire dagli inizi del 1800 sino agli inizi del XX secolo, quando a causa degli alti costi per mantenerlo efficiente, fu sostituito con un armonium. Capitolo a se merita il campanile in stile gotico, parzialmente abbattuto per essere rialzato attorno alla prima metà del 1800. Di tale operazione si conoscono i costi e i materiali usati, oltre i luoghi da cui provenivano i cantoni e le maestranze che lo realizzarono. Una curiosità consiste nel fatto che esso aveva al suo interno un orologio, aspetto abbastanza interessante considerata l’epoca e i costi per mantenerlo efficiente. Dalle fonti consultate e citate in bibliografia sappiamo, infatti, che l’orologio non funzionò mai perfettamente e che il suo manutentore, chiamato ferraio, proveniva da Sassari. Per il suo lavoro gli veniva pagata una trasferta e una diaria. Il pagamento non era corrisposto sempre in moneta ma anche in grano, che gli veniva consegnato a domicilio e ammontava a un rasiere e mezzo l’anno. Aldilà delle descrizioni tecnico-scientifiche e culturalturistiche, i nostri paesi conservano un patrimonio di opere d’arte di ogni genere ed epoca, sconosciute e purtroppo sempre più ignorate, che invece meritano di essere valorizzate e che possono portare un contributo fattivo, reale, anche finanziario al nostro sistema socioculturale ed economico, e che niente hanno da invidiare ad altri patrimoni culturali considerati invece “alti”. Spesso tali patrimoni risultano noti perché promossi con politiche di continuità degli interventi e coordinamento delle attività, cosa che invece sembra, se non proprio assente, lenta ad affermarsi nella nostra realtà. Il risultato di tale lentezza o, in svariati casi, assenza di coordinamento e continuità, si traduce in strutture chiuse e patrimoni dimenticati.

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buggerru

lavoro dignitĂ dove il

divenne

di Grazia Villani

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d o ve i l l a v o r o d i venne d i gn i t à

Il 4 settembre di quest’anno si celebra il 110° anniversario dei cosiddetti “fatti” di Buggerru, in cui, durante una protesta per ottenere migliori condizioni di lavoro, tre minatori furono uccisi dalle forze dell’ordine. In conseguenza di questo evento scaturì il primo sciopero generale della storia italiana. Si tratta di una data fondamentale per i diritti dei lavoratori, una pietra miliare che ha segnato una svolta di capitale importanza nella coscienza del movimento operaio

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a fronte Bilancelle sulla spiaggia di Buggerru in attesa del carico di minerale

er capire perché proprio Buggerru fu teatro di questi memorabili avvenimenti, occorre soffermarsi su quella concatenazione di eventi straordinari che hanno coinvolto il paese sin dalle sue origini. La nascita del villaggio, ubicato nella costa sudoccidentale dell’isola, risale alla seconda metà dell’Ottocento, in virtù dell’esistenza in loco di ricchi giacimenti minerari: prima di allora, il suo territorio, coperto di selve e frequentato dai briganti, ospitava solo sporadiche capanne, costruite dai boscaioli come rifugi temporanei. Infatti, da quella stessa baia dove in seguito sorgerà il porto, venivano spediti i prodotti ricavati dal taglio delle foreste circostanti: si trattava di migliaia di tronchi d’albero assieme a tonnellate di carbone vegetale, che il nuovo proprietario dell’immenso salto, Emanuel Modigliani, (nonno del famoso pittore Amedeo), inviava a Carloforte, tappa di smistamento delle merci verso rotte continentali italiane, francesi e belghe. invece ricercato solo galena argentifera.

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In questo centro nato ex novo, l’intera popolazione gravitava attorno all’attività estrattiva, sia che prestasse lavoro nelle gallerie del sottosuolo o traesse occupazione dall’indotto Dopo alterne vicende, la Société Anonyme des Mines de Malfidano, con sede a Parigi, riuscì ad aggiudicarsi lo sfruttamento del distretto zincifero in questione, che si rivelò ben presto uno dei più ingenti d’Europa: da quel momento il paese di Buggerru andò strutturandosi e crebbe a dismisura. Addirittura, per la matrice francese che lo contrassegnava e il livello di progresso raggiunto, fu soprannominato La Petite Paris. L’abitato si concentrò inizialmente attorno agli opifici e agli ateliers, dislocati presso la spiaggia; in seguito, si espanse verso il retrostante Canale Malfidano, così che l’insediamento assunse la forma di un delta, il cui vertice risultava innestato nell’entroterra montuoso e la base proiettata verso la scenografia mozzafiato di un mare color smeraldo. Lo sviluppo demografico del nuovo agglomerato fu immediato: nel 1877 il villaggio contava già circa 2000 persone, che diventarono 4500 alla fine del secolo, per arrivare a oltre 6000 anime ai primi del Novecento, comprendendo anche i borghi di Caitas e Planu Sartu. Volendone rimarcare questa genesi repentina, Luigi Sanna nel 1895 commentò: 170

La ricchezza ed abbondanza dei minerali, […] la posizione di queste miniere quasi in riva al mare, fecero sì che i lavori vi presero in pochi anni un enorme sviluppo, ed in quella valle deserta sorse un villaggio che […] è in via di continuo aumento; esempio, forse unico in Italia, di un paese originato esclusivamente da un’industria e formatosi in una ventina d’anni. In questo centro nato ex novo, l’intera popolazione gravitava attorno all’attività estrattiva, sia che prestasse lavoro nelle gallerie del sottosuolo o traesse occupazione dall’indotto: il suo tratto distintivo era il proporsi come un miscuglio variopinto di tradizioni, culture, dialetti differenti, ossia il possedere le caratteristiche di quella che oggi chiameremmo una società multietnica. Se, infatti, la dirigenza aziendale ostentava i colori della bandiera francese, la forza-lavoro rappresentava tutte le regioni d’Italia, con particolare concorso di piemontesi, lombardi, toscani, emiliani, ma anche di campani e siciliani. All’indomani dell’unità d’Italia, si trattava di un crogiolo eterogeneo di genti. Che il paese fosse divenuto un polo di attrazione per tanti

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d o ve i l l a v o r o d i venne d i gn i t à Pagina precedente La prima automobile immatricolata in Sardegna A destra Interno della palazzina Beni-Beni

emigrati in cerca di occupazione, lo dimostra anche un adagio diffuso in quel periodo, che recitava: “Mamma chi ari perdiu fillu, andiri a Buggerru ca’ du agatara” (La madre che ha perso il figlio, vada a Buggerru che lo ritrova). La sua fama di novella El Dorado trovava evidente riscontro persino nella stessa fisionomia urbana, tanto che Celso Capacci, in un suo studio del 1897 sulle miniere iglesienti, ne aveva tratteggiato il panorama ricorrendo a un’eloquente similitudine: “Guardando dall’alto questo ridente villaggio, pare di essere trasportati in una delle valli minerarie del Colorado o della California”. In effetti, l’intervento umano ne aveva trasformato radicalmente il paesaggio naturale: sbanchi, scavi e perforazioni ne avevano trafitti il suolo e il sottosuolo per aprire pozzi e tessere gallerie; era stata impiantata una rete ferroviaria, che cingeva l’intero paese con chilometri di rotaie, adibita a trasportare il minerale dai cantieri d’estrazione agli impianti di lavorazione. In definitiva, l’aspetto che Buggerru aveva acquisito era quello di un paese industriale, con ciminiere, officine, forni di calcinazione, laverie e, qua e là, enormi depositi di materiali sterili. Ecco come Pavone Quipper, giornalista de L’Unione Sarda, il 20 dicembre 1894 ne descrisse l’ambiente operoso e dinamico: Sono stato a Buggerru. Pronunciando questa parola, mi par di sentire ancora il rumore assordante delle macchine che mettono in moto - colle loro puleggie - mille attrezzi diversi; il fracasso delle ferrèe, mostruose mascelle, e dei pestoni che stritolano il minerale [...]; mi sembra di sentire ancora il fragore prodotto dalle lunghe fila di carri ferroviari che entrano ed escono dalle oscure, lunghissime gallerie […]. L’incessante andare e venire di cavalli, carichi di provviste, calessi, carrozze e dei carri, che appaiono e scompaiono sotto i monti traforati dai terribili esplosivi, partoriti dall’ingegno umano […] dicono a chiare note che là si combatte una lotta accanita tra l’uomo e la natura. In un tale spazio profondamente antropizzato, le aree abitative si fondevano con quelle industriali. Le case dei lavoratori sorgevano attorno agli opifici, costruite spesso dagli stessi capifamiglia, su terreni di proprietà aziendale: erano in genere piccole, buie, con servizi igienici esterni.

Sulla distesa di queste umili dimore troneggiava la palazzina della direzione mineraria, circondata da un florido giardino: oltre ad accogliere il settore amministrativo e tecnico della Società, costituiva la prestigiosa residenza del direttore e della sua famiglia. La strada alla fine della quale si ergeva solenne, via Uffici, fu protagonista di un importante primato: venne illuminata mediante l’elettricità, seconda applicazione nell’isola della nuova fonte energetica (dopo l’uso a scopi industriali di Monteponi), primo esempio in assoluto per utilizzo civile. Nell’abitato di Buggerru un’altra costruzione spiccava per la sua eleganza: la palazzina cosiddetta Beni-Beni, decorata in stile liberty, che fungeva da foresteria per accogliere gli azionisti, i dirigenti e, in generale, gli ospiti del direttore. Essa era fornita, tra l’altro, di un garage, dove veniva ricoverata un’automobile assai particolare, una berlina di marca Deucaville: si trattava della prima macchina immatricolata in Sardegna, come dimostrava la sua targa, 13 – 1, in cui la cifra iniziale indicava la provincia di Cagliari, quella successiva il numero d’immatricolazione. Poiché l’auto non era ancora dotata di retromarcia, veniva parcheggiata all’interno del garage su una piattaforma mobile in legno, ruotando la quale veniva rimessa in posizione di partenza. Ma il fascino della Petite Paris non si esauriva qui. Nell’aprile 1887, una scolaresca di Sassari, nel diario di un’escursione effettuata in questo territorio, illustrò Buggerru come «una grossa borgata fornita di tutti i comodi e anche di un certo lusso. Vi hanno la chiesa e l’ospitale; il teatro con filodrammatici, marionette e persino un concerto musicale; posta e telegrafo; trattorie, alberghi, caffè, pasticcerie ecc.»

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lu o g h i Giorno di paga a Buggerru (fine Ottocento)

sale da ballo, i numerosi caffè e pasticcerie, bettole e locande, per finire con i negozi all’ultima moda parigina, fra cui una rivendita di cappelli alla francese. Il massimo della vitalità veniva raggiunto il giorno di paga, il più atteso da tutti i buggerrai, che mensilmente attirava in paese una moltitudine di venditori ambulanti, faccendieri, artisti di strada, e lo trasformava in un chiassoso spettacolo di varia umanità. Il professor Andrea Pirodda, che insegnò a Buggerru e nel 1899 la raccontò in una preziosa monografia, visse l’esperienza di quell’allegro trambusto:

Ed era proprio così. In linea con tutti i villaggi minerari che miravano a costituire un sistema sociale il più possibile autosufficiente, a Buggerru esistevano i principali servizi di pubblica utilità: dal 1868 era attivo un ospedale con quarantasette posti letto, che fruiva di una farmacia e disponeva di una sala operatoria attrezzata, dove venivano praticati interventi chirurgici all’avanguardia; vi funzionava una scuola con corsi elementari e d’istruzione superiore, che dal 1899 fu corredata di un museo oggettivo e di una biblioteca, con annesso circolo di lettura. Parallelamente alla cura dei corpi e delle menti, anche lo spirito si garantiva il suo conforto: attorno al 1875 venne costruita, in posizione dominante rispetto all’abitato, una chiesetta in stile neoclassico, intitolata a san Giovanni Battista. Inoltre, vi avevano la sede un ufficio telegrafico, (che vide la spedizione del primo telegramma nel 1886), una caserma di Carabinieri, una delegazione di Pubblica Sicurezza e la Conciliatura. Infine, l’approvvigionamento alimentare e delle più svariate merci era assicurato dalla cooperativa di consumo, la quale, contando un migliaio di soci, comportava un giro di fondi da circa un milione l’anno, tanto da ottenere un’onorificenza all’esposizione nazionale di Torino. Ma il centro minerario meravigliava soprattutto per la sua vivacità di vita, alimentata dall’euforia tipica della Belle Epoque, che roteava a ritmo di can-can fra un teatro, cinque 172

La via Malfidano si trasforma in una specie di fiera; baracche, capanne, trabacche, casotti di fruttajoli e merciaiuoli sorgono all’improvviso […]. La folla si riversa rumorosa nella piazza e nella via centrale: un’onda di colori vivaci e corruscanti, una infinità di variopinti costumi si incalza su e giù tutta la giornata, con gran frastuono di zufoli, fischi, trombette, voci rauche, grida, bestemmie. Chincaglierie, calzature, balocchi, frutta secche, libri, stoviglie, ferravecchi, dolciumi, bruciate [caldarroste] gialle fumanti; la via è un vero e strano bazar, rallegrato dalla musica che suona nella vicina piazzetta, e dagli urli dei rivenditori reso assordante. […] Il paese si trasforma; il grande corpo operaio concentra là le pulsazioni di un cuore dove il cuore scorre vivo e ardente […]. Così dipinta, la vita della Petite Paris sembrerebbe fosse idilliaca, ma, nella realtà, il progresso industriale aveva portato con sé moltissime ombre inquietanti. La rapidità frenetica con cui il paese si era sviluppato, ad esempio, aveva impedito la creazione di un ambiente sano e confortevole per tutti i suoi abitanti. Le case dei minatori, asfittiche e umide, costruite in fretta e senza criteri igienici, erano andate ammassandosi le une sulle altre, affacciate su fogne che scorrevano a cielo aperto e infettavano l’aria. A ciò si aggiungevano il fumo e i vapori nocivi sprigionati dalla lavorazione del minerale, resi insopportabili soprattutto nel periodo estivo, spesso torrido. Altrettanto celermente, l’intero territorio, già violentato nel suo aspetto naturale, aveva subito una radicale trasformazione economica, passando da un sistema agricolo-pastorale a uno di tipo industriale-capitalistico. E non senza dolore. Tutto a Buggerru apparteneva alla Società mineraria: quegli stessi edifici comunitari già citati come espressione di modernità – ospedale in primis - erano di proprietà più o meno

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Turni massacranti di 10-12 ore senza giorno di riposo, altissima esposizione a rischi d’infortunio e malattie professionali, salari fra i più bassi d’Europa A destra Gruppo di minatori all’ingresso della galleria Henry (sopra) Fotografia del 3 settembre 1904 che ritrae la folla in attesa davanti alla palazzina della Direzione Malfidano (sotto)

diretta della Malfidano, che dominava il paese alla stregua di un feudo medievale. Anche il socialista Amilcare Battelli lo aveva ripetutamente denunciato: Il palazzo delle scuole è della Malfidano; e della Malfidano sono le caserme, l’Ufficio Postale, la Conciliazione. Domani, se al Direttore salta il ticchio di mandar via gli alunni dalle scuole, i soldati e i carabinieri dalle caserme, gl’impiegati dalle poste e il conciliatore dall’ufficio, può farlo benissimo perché il padrone di tutta questa roba è la Malfidano. […] Il paese, insomma, è sotto il dominio […] di coloro che sono preposti alla Direzione della Società Mineraria, la quale non s’interessa soltanto di far estrarre il minerale prezioso dalle ricche montagne che ci circondano, ma vuole ingerirsi in tutto, vuol ficcarsi da per tutto, vuol essere al corrente di tutto, per far entrare in tutte le cose la sua autorità dispotica e inquisitoriale. Persino la cooperativa di consumo, poiché operava in regime di monopolio, solo apparentemente costituiva un vantaggio per i lavoratori. Il pagamento delle merci non era previsto in contanti, ma avveniva tramite un libretto personale di spesa, sottraendo gli importi direttamente dal salario mensile: in caso di assenza dal lavoro di oltre quindici giorni, il credito veniva bloccato, rendendo impossibile persino gli acquisti di generi alimentari. Si generava così un ricatto che costringeva i salariati a recarsi in servizio persino in caso di malattia. E, infatti, era soprattutto la condizione dei lavoratori di miniera a essere considerata inaccettabile, che l’esigenza di accrescere la produzione industriale rendeva ancora più

aspra: turni massacranti di 10-12 ore senza giorno di riposo, altissima esposizione a rischi d’infortunio e malattie professionali, salari fra i più bassi d’Europa con l’obbligo di rifornirsi a proprie spese degli attrezzi del mestiere, incluso l’olio delle lampade. Per porre rimedio a questo stato di cose e tutelare i diritti dei minatori, nel 1902 a Buggerru fu creata la prima Lega operaia dell’isola, forma embrionale di associazione sindacale, che si avvaleva di un proprio organo di stampa per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’argomento: C’è della gente che alla miniera e alle officine di Buggerru lascia tutti i giorni un brandello della propria esistenza, lavorando per pochi soldi, mangiando male, dormendo in povere baracche dove l’igiene non si è mai conosciuta, dove non entra mai un po’ di sole e di luce, dove le pareti sono affumicate, i letti ammonticchiati – e tutto vi dice che là dentro si conosce soltanto il sacrificio e il dolore della vita! […] L’accusa era circostanziata. Alla sfrenata ricerca dell’utile finanziario, lo sfruttamento del lavoro operaio arrivava a livelli disumani: La vita del minatore è alla mercé delle frane e delle rocce precipitanti: l’ingordigia dei miserabili proprietarii di questa miseranda

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Tutto si svolse in pochi attimi. Il bilancio dello scontro fu di undici feriti e tre minatori morti miniera è feroce, bestiale: a loro poco importa che muoia un operaio sotto la frana o nell’abisso, purché si risparmi un trave od un metro cubo di calce: l’operaio si sostituisce senza spesa, il trave e la calce costano denari. L’operaio vede il pericolo e si fa il segno della croce: a chi deve ricorrere? Perché deve ricorrere? Se ricorresse perderebbe il misero pane: egli ormai ha un detto suo proprio, che agli altri fa ribrezzo, fa pietà: per la vita fa d’uopo rischiar la vita. Il fiume in piena di questo malcontento finì per tracimare il 3 settembre del 1904, a causa di un avvenimento apparentemente banale: il direttore della miniera, Achilles Georgiades, impose in anticipo la reintroduzione dell’orario invernale, che comportava una sosta di sole due ore, prima del rientro pomeridiano, invece delle tre estive. Il caldo sole del settembre sardo incombeva ancora, e avrebbe fiaccato le membra, raddoppiando la fatica. I minatori non eseguirono l’ordine e si presentarono in galleria secondo l’orario consueto; dopo la minaccia di licenziamento da parte della Direzione, inscenarono una protesta, in cui si convogliò tutta la loro rabbia fino allora repressa. Inizialmente, sembrava che Georgiades fosse disponibile a trovare un accordo: intrecciò estenuanti trattative con i dirigenti sindacali, fra cui il socialista Giuseppe Cavallera, ma, nel contempo, sconcertato e intimorito da una così inattesa ribellione, continuava a telegrafare a Cagliari per far intervenire le forze armate. L’atmosfera si caricava sempre più di nervosismo. Il giornale socialista Primavera Umana ci narra il turbamento di quelle ore fatali: La giornata era bigia. Il cielo oscuro. Il vento urlava un lungo 174

lamento straziante. Il mare era tempestoso. Salivano alla Direzione – posta presso alla riva marittima – le cupe voci del mare […]. E solo le tempeste del mare, fatte d’imprecazioni, di singulti, di schianti, d’immani ruggiti, possono uguagliare l’intensità spaventosa di quella tempesta, che mugghiava fra quella folla misera, stanca di dolori e di pianti. I tentativi di mediazione continuarono snervanti anche il giorno successivo, il 4 settembre, finché giunsero i soldati del 42° fanteria; stremati, accaldati, dopo ben sette ore di marcia forzata da Iglesias, presero alloggio nell’officina falegnami, dove alcuni operai, che non avevano aderito alla protesta, stavano allestendo loro l’accampamento. La tensione divenne sempre più esplosiva: i minatori in sciopero, accalcatisi davanti alla falegnameria, cominciarono a inveire contro i colleghi crumiri, accusandoli di tradimento; dalle loro fila, in un crescendo di sorda disperazione, cominciò a partire una sassaiola. I militari, sorpresi e atterriti, reagirono immediatamente, sparando sui manifestanti. Tutto si svolse in pochi attimi. Il bilancio dello scontro fu di undici feriti e tre minatori morti: Salvatore Montixi perse immediatamente la vita nella via Marina; Felice Littera poco dopo, all’ospedale; Giustino Pittau spirò invece dopo un’agonia di due settimane. I giornali dell’epoca commentarono l’avvenimento secondo il proprio colore politico. Primavera Umana riassunse l’evento con poche battute che avevano la potenza di un verdetto: «Era l’eccidio. Il sangue proletario innaffiava anche questa arsa ed infelice terra sarda; il sangue di poveri bagnava Buggerru». I quotidiani filogovernativi giustificarono l’intervento armato

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d o ve i l l a v o r o d i venne d i gn i t à A fronte A sinistra, cartolina commemorativa dell’eccidio (1904-2004), A desta, piazzetta di Buggerru dedicata al 4 settembre 1904, con sculture realizzate da Pinuccio Sciola A destra Panorama di Buggerru ai primi del Novecento

in nome della legittima difesa: L’Unione Sarda titolò: «La truppa è costretta a caricare i dimostranti», mentre La Tribuna escluse «nel modo più assoluto qualsiasi responsabilità, per l’avvenuto conflitto, da parte della direzione delle miniere». Più lucidamente, Il Corriere della Sera intuì che un simile comportamento delle forze dell’ordine avrebbe aperto scenari inquieti: «Qualunque siano le cause […] è un fatto che la frequenza di questi tristi incidenti è tale da impensierire». Le conseguenze furono impreviste, ma solo per chi aveva sottovalutato la forza dirompente della nuova classe operaia. Ormai il vento della rivolta era diventato un uragano inarrestabile e da Buggerru si propagò in tutta Italia: astensioni e manifestazioni si diffusero nell’intera penisola, finché la Camera del lavoro di Milano deliberò lo sciopero generale del 16 settembre, il primo della storia d’Italia. Mentre la stampa nazionale continuava a dare ampio spazio alle proteste, il governo venne trascinato nella spinosa vicenda: l’allora Presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti, dovette rispondere a un’interrogazione parlamentare e, sottoposto a verifica, fu costretto a dichiarare nuove elezioni. In seguito, fu creata una Commissione d’inchiesta per esaminare la condizione dei minatori sardi, il cui sfruttamento era stato alle radici della rivolta. Nonostante ciò, le autorità non ammisero mai la responsabilità dell’accaduto: a Buggerru, il direttore Georgiades pretese che, anche solo per un giorno, l’orario invernale fosse ristabilito e rispettato. Ma, ormai, nulla era più come prima. Sebbene il cammino verso il riconoscimento dei diritti dei lavoratori fosse solo all’inizio, e si prospettava ancora lungo e impervio da percorrere, la strada era stata definitivamente tracciata. Alla luce della nuova consapevolezza, la riscossa operaia era invocata dovunque, in Italia, e il microcosmo Buggerru ne rappresentava un simbolo indomito di speranza: Bisogna rompere l’incantesimo che esercita la Malfidano sull’intera popolazione: che essa, cioè, sia la padrona del paese e degli abitanti! Fuori dalle gallerie, dalle officine, ogni operaio riprende i suoi diritti di libero cittadino, ed è padrone di pensarla come vuole,

di far quello che vuole, di andare dove vuole. […] L’operaio, alla Malfidano, dà la forza dei suoi muscoli per un tanto al giorno. La libertà di pensiero non entra con la domanda o l’offerta o l’adempimento del lavoro. La libertà del cittadino, che aspira a vedere il paese dove vive meno sporco e meno ignorante, più bello e più florido non ha nulla a che fare col lavoro che si compie in miniera, dove, per otto o dieci ore, bisogna rimanere sottoposti a certe regole, a certi superiori e a certe consuetudini. Ma fuori, una regola sola esiste: la libertà individuale, un solo superiore comando: la propria coscienza, e una sola consuetudine vige: quella della legge che... dovrebbe essere uguale per tutti! […] Il significato profondo di ciò che si consumò a Buggerru in quella domenica settembrina del 1904 è stato colto perfettamente dal poeta Manlio Massole, il quale, nella sua poesia Lezione di storia, scrive: Noi nascemmo in quel giorno/ del sangue che moriva/ di Felice Littera, di Salvatore Montixi, di Giustino Pittau/ imbattutisi nell’orrore del 42° fanteria./ I servi volevano essere meno servi,/ gli uomini un po’ più uomini; […]. I nostri figli sono quel sangue lontano/ che sa la verità del dolore, la verità della giustizia./ Io dico tre uomini uccisi/ per il coraggio di essere uomini;/ io dico tre pene di sangue/ per sete di giustizia;/ io dico tre voci di lotta/ per conquistare un tempo di civiltà. […] Ecco come in un piccolo paese della Sardegna chiamato Buggerru, lontano geograficamente dai grandi centri del potere, fu tracciato il destino di tanti uomini, consegnando finalmente al lavoro la sua dignità.

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lu o g h i

santa teresa gallura

Verme Il

Vino divino

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I L V E R M E N TI N O V I N O D I V I N O

Come valorizzare i nostri prodotti

Nel 2010 il Comune di Santa Teresa Gallura ha aderito alla Associazione “Strada del Vermentino di Gallura DOCG” con lo scopo di valorizzare la storia locale, legata alla viticultura e al vermentino che, passando attraverso il nostro paese, si è sviluppato in Gallura e in Sardegna. Nello stesso anno, si è promossa l’organizzazione della Tavola Rotonda “Lungoni, La porta del Vermentino in Gallura”, alla quale parteciparono studiosi e cultori della materia, enti ed aziende, nonché persone interessate ad approfondire le loro conoscenze sul vino con le degustazioni guidate. Da allora ogni anno il nostro Comune organizza, a maggio e giugno, due appuntamenti “Lungoni, La Porta del vermentino” e “Sapori e Sensazioni sulle Bocche” legati all’enogastronomia ed al gusto delle produzioni tipiche.” Antonella Occhioni, Consigliere delegata al Turismo

ntino L

a m at u r a z i o n e ta r d i va d e l vermentino lo rende idoneo alle aree costiere dell’Italia, in quanto il vermentino sente il mare. La conferma si trae dalla centenaria storia di coltivazione del vermentino nelle isole (Corsica e Sardegna) e nei vigneti litoranei della Liguria, della Toscana e del midi francese. Fra le igt Italiane si annoverano 12 indicazioni geografiche che ammettono l’uso del vermentino in etichetta, presenti nelle seguenti regioni: Liguria, Toscana, Abruzzo, Puglia e Sicilia. Le igt generiche con vino bianco sono ben 53 sparse nelle seguenti 9 regioni: Liguria, Toscana, Marche, Umbria, Lazio, Abruzzo, Puglia, Sicilia e Sardegna. Manca il Piemonte che non ha igt.

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lu o g h i

Nel complesso il vermentino è coltivato in 10 regioni Italiane ed entra nella piattaforma ampelografica di 55 doc 65 igt – di cui 12 con il nome vermentino esprimibile in etichetta però una soltanto docg che è il nostro vermentino di Gallura. Si può dunque affermare che il vermentino è un vitigno autoctono italiano attualmente di grande rilievo e con rilevanti prospettive per il progresso della qualità dei vini bianchi della penisola e soprattutto della Sardegna, con particolare riguardo alle aree prospicenti il mare della Gallura. L’8 settembre 2008 è stato costituito il Consorzio Tutela del vermentino di Gallura – il consorzio è un’associazione interprofessionale di categoria senza scopo di lucro, per la tutela, valorizzazione e cura generale degli interessi relativi alla denominazione di origine dei relativi vini. Lo scopo essenziale ed oggetto principale del consorzio consiste nel tutelare, valorizzare e curare gli interessi relativi alla docg del vermentino di Gallura – che ha delle regole abbastanza rigide: al vermentino è stata riconosciuta la doc già nel 1975, 178

mentre l’11 settembre 1996, con decreto ministeriale, è stata riconosciuta la docg. In Sardegna esistono 15 vini a Igt , 19 vini a doc e un vino a docg. Un apposito disciplinare di produzione prevede una serie di vincoli a cui attenersi nella produzione del vino (ad esempio contiene la delimitazione del territorio, vitigni da utilizzare, gradazione alcolometrica minima, la resa massima delle uve per ettaro, norme per la vinificazione, caratteristiche al consumo ecc.). Le zone di produzione del vermentino di Gallura sono situate nei territori dei comuni di Aggius, Aglientu, Arzachena, Badesi, Berchidda, Bortigiadas, Budoni, Calangianus, Golfo Aranci, Loiri Porto San Paolo, Luogosanto, Luras, Monti, Olbia, Oschiri, Palau, Sant’Antonio di Gallura, San Teodoro, Santa Teresa Gallura, Telti, Tempio Pausania, Trinità d’Agultu e Vignola (tutti appartenenti nella provincia di Olbia -Tempio) e in quello di Viddalba (in provincia di Sassari).

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iL VErMENtiNo ViNo DiViNo

cos’ha di speciale questo vino che ha fatto più carriera di tutti gli altri? Di un colore paglierino che l’attuale sistema di vinificazione conferisce talvolta qualche brivido verdolino, con i suoi sottili, delicati eppure intensi profumi in cui i sentori di fiori di campo, di mirto, rosmarino ed elicriso, si intrecciano a quelli di mela matura, con il suo sapore asciuto, morbido, di leggera aromaticità, che lascia percepire al fondo una piacevole punta di mandorla amara, il vermentino di Gallura non possiede soltanto una spiccata personalità: è il vino più moderno dell’isola, quello che ha saputo farsi capire meglio anche da chi non parla il sardo. Altri fattori che hanno contribuito a valorizzare il vermentino sono sicuramente il vento, la salinità del mare e quello che viene definito un giardino di granito. Questi graniti corrosi nel corso dei millenni, hanno dato origine a suoli sabbiosi, e proprio in questo terreno povero e accidentato che il vitigno vermentino, pur non avendo

particolari esigenze pedoclimatiche, ha trovato un habitat particolarmente favorevole, acclimatandosi perfettamente e fornendo un vino di grande finezza, sapido, profumato ed elegante. Altri fattori molto importanti sono stati il buon governo della vigna, ivi compreso il sistema di allevamento, cloni e lieviti selezionati e basse produzioni per ettaro. la Gallura resta la vera patria di elezione, vantando meritatamente il riconoscimento di una consolidata omologazione del gusto del suo vino, certamente oggi uno dei migliori bianchi italiani di qualità. Provate a leccare un pezzo di granito sardo e meglio ancora se è di Santa Teresa Gallura e poi degustate un bicchiere di vermentino di Gallura, magari seduti su uno scoglio a capo testa oppure in un bar o ristorante a occhi a mare vedrete che sinfonia; apprezzerete non soltanto l’eccellenza del vermentino di Gallura ma berrete anche un po’ di Gallura e in questo caso di Santa Teresa Gallura.

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PErsoNE

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PiNo CarEDDU

ricordo di pino careddu, fondatore e direttore di sassari sera

il solista che smascherò

il potere di Gibi puggioni

“quando pino careddu è scomparso, anch’io come molti ho provato una sincera amarezza. nel mondo dell’informazione isolana – qualunque opinione si nutrisse e si nutra nei suoi confronti e della sua attività Giornalistica – si è aperto comunque un vuoto”

P

arole di gianni filiPPini, direttore editoriale dell’Unione Sarda, tratte dai ricordi di Pino, scritti da alcuni amici e colleghi, che ho inserito in chiusura del mio primo libro sulla storia di Sassari Sera: “Buongiorno Eccellenza, ancora a piede libero?”. Dopo la sua morte, ha scritto Filippini, si è aperto un vuoto. è vero. nessuno come lui ha saputo raccontare quello che altri omettevano sui piccoli e grandi scandali dell’amministrazione pubblica, dell’impresa privata, delle istituzioni fino ad allora intoccabili, come Polizia e magistratura.

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pe r s o ne

Pino Careddu è stato giornalista dotato di una rara capacità di scrittura, ma anche un polemista tignoso e preparato. Per Pino non è mai esistito il “ santuario degli intoccabili”. E questo gli è costato quasi 200 querele per diffamazione, tutte superate brillantemente, solo alcune con una remissione della denuncia. Querele per intimidire il giornalista. Ma ci sarebbe voluto ben altro per fargli paura. Un passo indietro. La sua carriera è cominciata con il Democratico dei Giovani Turchi, con il Corriere dell’Isola, di cui curava la pagina dell’agricoltura, con la Gazzetta Sarda del lunedì di cui era editore il re dei trasporti su bus, il commendator Sebastiano Pani, e con la rivista di Antonio Pigliaru, Ichnusa. Contemporaneamente testava Sassari Sera, I primi numeri uscirono come numeri unici, cioé senza la registrazione in tribunale. E siccome qualcuno era stato pizzicato con le mani nel sacco, venne fatta una segnalazione della mancata registrazione della testata al prefetto e da questi al questore: <Signor Careddu gli disse il questore - lei la deve smettere di ignorare la legge>. Il prefetto lo denunciò per “stampa clandestina”. Si andò a processo e Pino venne condannato al pagamento di 400 lire di ammenda. Questore e prefetto capirono però con chi avevano a che fare quando si videro recapitare una lettera in cui – cito la conclusione – Pino individuava elegantemente il mandante che aveva voluto ostacolarlo utilizzando tutto il suo potere. Ai due funzionari scrisse: <Eccellenze, ci resterà, per motivi diversi dalla politica, l’amicizia dell’on. Cossiga. Il regime è salvo>. Insomma, non fate i paladini della giustizia, siete servi dei politici potenti, come Francesco Cossiga. Da quel momento la testata venne registrata in tribunale. Andò in edicola il 13 febbraio del 1960 con una prima pagina esplosiva dedicata al grande scandalo del cacao che aveva travolto la filiale del Banco di Sardegna di Genova: un buco di 1 miliardo e 600 mila lire per avere erogato un finanziamento ad un imprenditore, Giuseppe Delfino, un industriale malridotto ma furbo, cui nessuno faceva più credito. Incassati i denari, Giuseppe Delfino si trasferì all’estero e lasciò il Banco a leccarsi le ferite. Direttore e cassiere vennero arrestati e di lì a qualche tempo saltò anche il presidente. Nessuno aveva mai osato attaccare il Banco di Sardegna. Sassari Sera cominciava a infastidire i politici. Così ci fu chi chiese la testa del suo direttore. E’ il 1962. Pino Careddu, allora insegnante oltre che giornalista, ricevette dal Ministero della Pubblica istruzione l’ordine di trasferimento immediato a Viterbo per incompatibilità ambientale. Ma quell’ordine, come tanti altri, venne ignorato. Pino abbandonò la scuola per dar vita 184

al suo sogno: un giornale tutto suo, libero da condizionamenti, sostenuto da intellettuali e imprenditori che avevano stima di lui e credevano nelle sue capacità professionali. La vita del giornale, cui davano il loro contributo alcuni imprenditori, come Bajardo, Bruno Mura, Ardisson, e amici come Antonio Pigliaru, non fu facile. Dopo l’entusiasmo iniziale cominciarono a non rispettare gli impegni, dalla stampa del giornale al pagamento dello stipendio per il suo direttore. Insomma piano piano si defilarono quasi tutti. Alcuni però gli restarono amici a vita e io ne sono testimone. La mia avventura, o meglio, la mia scuola di vita a Sassari Sera, cominciò nel 1969. La redazione era in vicolo Bertolinis, al terzo piano. Le finestre della salone dove si preparava il giornale affacciava su Piazza Azuni. Nella zona opposta alla mia scrivania c’era un tavolo da ping pong che serviva per impaginare il giornale. Quando la tipografia Chiarella mi consegnava le bozze definitive degli articoli, Pino cominciava a disegnare le pagine. I titoli erano sempre stati una sua specialità. Fulminanti, mai banali, incisivi. Raramente ne avevo letto fino ad allora di così graffianti e ironici. Una sola volta l’ho visto rammaricato per quello che aveva scritto. Aveva preso di mira Francesco Guarino, sindaco di Sassari, con cui peraltro aveva un buon rapporto. A rovinare tutto fu l’imponderabile. Il sindaco era andato a Debrecen, in Ungheria, su invito delle autorità locali. Pino titolò: “Resta a Debrecen compagno Ciccillo”. Quando il giornale era già in edicola giunse la notizia della morte del sindaco stroncato da un infarto in terra ungherese. Careddu ne soffrì e nel numero successivo gli dedicò un bell’articolo, ricco di umanità. Più volte io e Pino abbiamo parlato del perché Sassari Sera venisse definito un “giornale scandalistico” e se questo lo turbasse: “Il giornale non crea gli scandali, li denuncia. Il che è ben diverso” mi rispose. “Facciamo il nostro dovere, senza temere nessuno”. Dove potesse arrivare il suo coraggio l’ho capito stando per nove anni al suo fianco. Nessuno aveva mai attaccato la magistratura, che nel decennio ‘60-’70, gli anni più caldi del banditismo, fu eccessivamente protettiva nei confronti delle forze dell’ordine anche di fronte a denunce di abusi particolarmente circostanziate. Allora la Criminalpol sbarcò in Sardegna per combattere un fenomeno di cui ignorava tutto. Accaddero fatti molto gravi e Sassari Sera li denunciò: “La Criminalpol organizza i sequestri e arma i delinquenti” fu uno dei titoli. Una bomba che solo dopo una serie di articoli la magistratura si decise a prendere in considerazione incriminando i responsabili.

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p i n o c a r eddu

La collezione del periodico Sassari Sera, fondato da Pino Careddu nel 1960, sarà presto consultabile on line. I soci della Fondazione omonima, costituita un anno fa e presieduta da Marco Tarantola, ex direttore generale della Confindustria sassarese, potranno accedervi liberamente, gli altri dovranno far richiesta della password. Il processo di digitalizzazione è quasi ultimato. Per avere un’idea, siamo di fronte ad un lavoro che consentirà di mettere in rete tutti i quarantotto anni della collezione di Sassari Sera, cioè 11 mila pagine, e di salvaguardare la collezione cartacea, interamente rilegata, che verrà messa a disposizione della biblioteca comunale. Un lavoro di grande rilevanza che è stato possibile realizzare grazie alla grande disponibilità di Numera, l’azienda di informatica del Banco di Sardegna, e alla collaborazione dell’Archivio storico comunale, dell’Università e della Confindustria del nord Sardegna e del Comune di Sassari. Nel gennaio del 1973, forse infastidito dagli attacchi che gli riservava il periodico sassarese, il procuratore generale Francesco Coco (qualche anno dopo ucciso dalle Brigate Rosse) sequestrò Sassari Sera che aveva riportato un’innocente sequenza fotografica di una giovane donna che si spogliava in spiaggia. Pino si infuriò. Andò in tipografia, fece togliere le immagini incriminate e le sostituì con un fondo durissimo intitolato “Coco, magistrato tutto d’un pezzo”. E rifece distribuire il giornale nelle edicole con un suo editoriale: “La crociata sulla pornografia, signor procuratore, non si fa sequestrando Sassari Sera (che è un giornale politico-economico veramente per adulti) e lasciando circolare tonnellate di riviste che vengono acquistate, con buona pace delle ispettrici di polizia, dai ragazzi delle elementari e delle medie>. Un mese dopo il tribunale di Sassari assolse Careddu dall’accusa di pubblicazione oscena. Ma chi era Pino Careddu? Un giornalista dotato di una rara capacità di scrittura. La sua preparazione gli consentiva di scrivere di tutto passando da un pastone politico a un pezzo di costume di finissima ironia sulla vita by night della Costa Smeralda. Un polemista tignoso che avrebbe potuto fare carriera in qualsiasi redazione di quotidiani o periodici. Ma era anche un inarrivabile solista dotato di una cultura enorme. Non c’era argomento sul quale lo si potesse mettere in difficoltà. Ecco perché condivido pienamente il giudizio di Gianni Filippini sul vuoto che ha lasciato nel mondo

dell’informazione. Cosa sappiamo oggi di quello che accade nelle segrete stanze della Regione? Per Pino non c’erano segreti. Spesso era il confessore di qualche politico, ma la gran parte delle notizie le raccoglieva muovendosi nel palazzo. Anzi, sedendosi negli ultimi anni ad un tavolino nel bar della Regione dove “riceveva” i confidenti. La cosa infastidì la presidente del Consiglio che diede disposizione al gestore del bar di togliere tutti i tavolini. Un provvedimento infantile che non frenò certo l’attività di Pino. Gli ultimi anni della sua vita (è scomparso il 20 gennaio del 2008) sono stati difficili. I miei ricordi vanno ai giorni dell’ultimo ricovero. Nella sua stanza c’erano il televisore, il cellulare e il computer. Stava per chiudere il giornale quando la morte lo ha colto. Mancavano tre pagine. Le abbiamo chiuse io e Gavino Sanna. Ne sono particolarmente orgoglioso perché ho lavorato all’ultimo numero di Sassari Sera. Pino ne sarebbe stato orgoglioso perché io ero il suo allievo preferito, quasi un figlio adottivo (era stato anche mio testimone di nozze). Mi è stato chiesto perché non continuare a far uscire Sassari Sera. Il motivo è semplice: Pino era unico e irripetibile e il giornale era la sua creatura. Senza il suo fondatore sarebbe stato un falso di cattivo gusto. E certo questo non lo meritava.

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PErsoNE

ottorino pietro

Alberti

di Michele pintore due anni fa moriva lâ&#x20AC;&#x2122;arcivescovo emerito di caGliari, uomo di Grande fede e vastissima cultura

Un ritratto di Mons. Ottorino Alberti

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o t t o r i n o p i e t r o a lbe r t i

“Sos bentos de levante in sas marinas friscas sun garrigande s’oro. Sas carrelas sun tristas, Nùgoro no est prus Nùgoro, ca mancan sos zigantes” “I venti di levante nella fresca marina stan caricando l’oro. Le strade sono tristi, Nuoro non è più la stessa Nuoro, perché mancano i giganti”

C

osì recitava un vecchio muttu nuorese, che nostalgicamente ricordava che la Nuoro di allora non era più la stessa da quando erano venuti a mancare i suoi figli migliori, i suoi figli più rappresentativi paragonati dal popolo a dei veri e propri giganti, sos zigantes.

E anche la Nuoro attuale da due anni è orfana di un altro suo grande e illustre figlio, mons. Ottorino Pietro Alberti, deceduto il 17 luglio del 2012, arcivescovo emerito di Cagliari, eminente studioso, storico coscienzioso e raffinato scrittore; che seppe coniugare la sua profonda fede con una vastissima cultura. Proveniente da una famiglia di salde origini agro – pastorali (il padre era un perito agrario di origini toscane, mentre la madre proveniva da una benestante famiglia nuorese di proprietari terrieri), Ottorino Pietro Alberti nasce a Nuoro il 17 dicembre del 1927. Secondo la tradizione di famiglia (oltre il padre, tecnico agrario, un fratello si laureò in veterinaria, mentre un altro divenne funzionario del Consorzio Agrario), il giovane Ottorino pareva indirizzato verso il settore dell’agricoltura; infatti, completati brillantemente a Nuoro gli studi presso il Liceo Classico Asproni (fu allievo di illustri docenti nuoresi: Mario Ciusa Romagna, Priamo Marras, Gavino Pau e Giannetto Ramazzotti), si iscrisse alla facoltà di Scienze Agrarie dell’Università di Pisa. Nel capoluogo toscano si dimostrò da subito uno studente modello, tanto il suo nome risulta in seguito iscritto negli Annali della stessa Università, in quanto nel corso degli studi il giovane studente, lavorando all’elaborazione della tesi di laurea sperimentale, era giunto da solo alla scoperta di un microrganismo fino allora completamente sconosciuto, un saccaromicete della fermentazione alcolica (un fungo della fermentazione), che battezzò come Saccharomyces Veronae (Verona – Alberti), per onorare il nome del suo docente, il prof. Onorato Verona, che gli aveva affidato la ricerca; e così, con detto nome, la nuova scoperta venne in seguito depositata nel registro degli enzimi tenuto dall’Accademia Internazionale di Delft in Olanda. Terminati gli studi nel 1951 e conseguita brillantemente la laurea magna cum laude, ci fu inaspettatamente la svolta

decisiva: il giovanissimo Dottore in Agraria, Ottorino Pietro Alberti, rinunciando a quella che allora per lui si prospettava come una promettente e brillante carriera di Agronomo, decise di entrare nel Seminario Romano e frequentare la Pontificia Università Lateranense, dove si laureò in Teologia nel 1957. “Ero destinato a lavorare nelle vigne agricole – usava spesso ricordare scherzando – , vuol dire che farò l’agricoltore nella vigna del Signore”. Fu ordinato sacerdote a Nuoro l’8 marzo del 1956, ma nella sua città natale rimase ben poco; infatti, dopo un breve periodo (tra l’altro insegnò materie agrarie presso il locale Istituto Tecnico Geometri) spiccò il volo verso Roma, chiamato nel 1959 dal Senato dell’Università Lateranense a ricoprire l’incarico di Segretario Generale, carica che mantenne fino al 1963. In seguito, dal 1963 al 1973, fu docente di discipline storico-filosofiche dello stesso Ateneo, ricoprendo contemporaneamente dal 1971 al 1973, anche la carica di rettore del Seminario Regionale di Cagliari. Durante il periodo della sua residenza a Roma diede inizio a un cursus honorum, che insegnante di cosmologia presso l’Ateneo lateranense, lo portò alla pubblicazione di importanti saggi inerenti la materia specifica del suo insegnamento: L’unità del genere umano nel magistero della Chiesa, La scienza nel pensiero di Teilhard de Chardin, Miti sull’ordine del mondo e L’origine del mondo secondo la Bibbia. Altri scritti monografici sull’argomento

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pe r s o ne Le insegne cavalleresche Alberti nel 1973 a 46 anni, il più giovane arcivescovo d’Italia in quel periodo

Fino agli ultimi giorni lavorava per la pubblicazione della sua ultima fatica, la versione de Il Cristo di Galtellì filosofia – scienza, avevano inoltre contribuito a fargli vincere la prestigiosa cattedra di insegnamento presso la stessa Università romana. Il periodo romano, gli permise inoltre di frequentare l’Archivio Segreto Vaticano che gli diede la possibilità di coltivare quella che era diventata la sua grande passione, lo studio della storia civile e religiosa della Sardegna nonché l’estrinsecazione storiografica del risultato di quegli stessi studi. Il suo ultra trentennale impegno di ricercatore gli permise inoltre di attingere a preziosi documenti di prima mano dal buio di archivi storici che hanno reso possibile il recupero della storia di illustri personaggi sconosciuti e interessanti documenti con nuova luce sulla storia civile e religiosa della Sardegna. Il frutto di laboriose ricerche, condotte presso gli archivi vaticani e presso l’Archivio Storico Diocesano di Cagliari, portarono nel 1967 alla pubblicazione del libro Il Cristo di Galtellì (edito dall’Università Lateranense), opera di grande livello storico – religioso, ritenuta tuttora un testo fondamentale per ricercatori e storici che vogliono approfondire le ricerche sul centro baroniese. Con l’avvenuta nomina nel 1973 ad arcivescovo di Spoleto e contemporaneamente a vescovo di Norcia (fu al periodo il più giovane arcivescovo italiano), dovette lasciare il prestigioso insegnamento universitario per dedicarsi agli impegni del ministero pastorale. In seguito, si aggiunsero anche gli incarichi di componente della Pontificia Congregazione dei Vescovi e della Congregazione dei Santi (carica, quest’ultima, che manterrà per espresso volere di Giovanni Paolo II, fino al compimento dell’ottantesimo anno di età). Il 23 novembre del 1987, fu ordinato arcivescovo di Cagliari, di seguito presidente della CES (Conferenza Episcopale Sarda), e Gran Cancelliere della Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna. Fu insignito di 188

diversi ordini cavallereschi, tra cui quello dell’Ordine di Malta e del Santo Sepolcro, cittadino onorario di diversi comuni, tra cui quello di Galtellì, per il forte legame con il centro baroniese, di cui ne studiò con competenza la storia sotto l’aspetto religioso-sociale. Tra gli importanti avvenimenti ed opere da lui promosse in campo religioso come arcivescovo di Cagliari, vanno citate: la convocazione del Concilio Plenario Sardo (di cui fu anche Presidente), la preparazione al Grande Giubileo del 2000, la fondazione della “Scuola Diocesana di formazione sociale e politica” e l’annesso Istituto culturale “Paolo VI”, l’ampliamento e la ristrutturazione della sede dell’Archivio Storico Diocesano e Capitolare, del Tribunale Ecclesiastico Regionale e di “Radio Kalaritana”. Determinante fu anche l’impegno che profuse in campo sociale, con la fondazione della sede della “Caritas” e l’interessamento alle problematiche degli zingari. Per raggiunti limiti di età, nel 2002 presentò le dimissioni. Su espressa richiesta della S. Sede rimase in carica fino al 20 giugno del 2003, quando con il titolo di arcivescovo emerito fece ritorno nella “sua” Nuoro, dove trascorse il meritato riposo alternando momenti di preghiera e riflessione nella sua “oasi” di campagna, la tenuta di famiglia di Valverde, alle falde dell’Ortobene, e con l’immutata passione di sempre per lo studio e le ricerche storiche nella sua abitazione nuorese di Via Massimo D’Azeglio con annessa ricchissima biblioteca. La morte lo colse il 17 luglio del 2012. Aveva 84 anni. Fino agli ultimi giorni lavorava per la pubblicazione della sua ultima fatica, la versione riveduta e ampliata de Il Cristo di Galtellì, un’opera di grande spessore a cavallo tra la ricerca storica e la testimonianza di fede, con cui intendeva onorare la miracolosa sacra immagine del Cristo che nel 1612 (esattamente 400 anni prima) aveva sudato sangue.

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o t t o r i n o p i e t r o a lbe r t i

In occasione della ricorrenza del 2° anniversario della morte di mons. Ottorino Alberti (17 luglio 2014), abbiamo chiesto a mons. Angelo Becciu che fu suo allievo presso il Seminario Regionale di Cagliari negli anni 1971 – 1972, una sua testimonianza per ricordarne la figura e l’opera. Mons. Angelo Becciu, nato a Pattada il 2 giugno del 1948; ordinato sacerdote nel 1972; diplomatico della S. Sede; ha prestato servizio presso varie Nunziature apostoliche nel mondo, tra le quali: Repubblica del Centroafrica, Nuova Zelanda, Regno Unito, Francia e Stati Uniti. Nunzio apostolico nel 2001 in Angola, Sao Tomè e Principe; nel 2009 Nunzio apostolico a Cuba. Arcivescovo, attualmente ricopre la carica di Sostituto della Segreteria di Stato del Vaticano. - Michele Pintore -

Città del Vaticano 10 febbraio 2014 MONS. ANGELO BECCIU Sostituto della Segreteria di Stato

In memoria di S. E. Mons. Ottorino Alberti Fare memoria di mons. Ottorino Alberti significa onorare la sua personalità che per la sua preparazione culturale e per il suo spessore umano e sacerdotale ha raccolto vasta stima durante la sua vita, lasciando tracce che non possono cadere nell’oblio. Cultori di storia preparati, come mons. Tonino Cabizzosu, o conoscenti profondi del compianto arcivescovo, come il giornalista Michele Pintore, hanno già messo in rilievo, con maestria che li contraddistingue, gli aspetti più interessanti dello storiografo ecclesiastico, del Pastore omaggiato nelle due diocesi di cui fu guida, Spoleto-Norcia e Cagliari, del sacerdote semplice che sapeva entrare nel cuore di chi lo avvicinava. Il mio modesto contributo commemorativo vuole essere un semplice atto di riconoscenza verso

colui che seppe influire positivamente sulla mia decisione ad abbracciare con entusiasmo la vita sacerdotale a sull’attraente obbligo di amare profondamente e per sempre la Chiesa. La figura di mons. Alberti si staglia nitida e ben marcata nei ricordi dell’anno accademico 1971 – 72, ultimo anno del mio corso teologico. “Annus orribilis” fu quello per la storia del Seminario Regionale sardo e per i suoi alunni. Sotto la pressione degli eventi sociali ed ecclesiastici – siamo nel bel mezzo del sommovimento tellurico post-conciliare – i vescovi sardi decisero in tutta fretta di trasferire la sede del Seminario da Cugleri, nel centro Sardegna, a Cagliari. Tra le varie cause vi fu l’esigenza “conciliare” (ogni novità allora la si faceva passare per “dettame conciliare”) di non far più vivere i futuri uomini di Chiesa nell’isolamento dal mondo (ormai la secolare concezione della “fuga mundi” sulla cui bontà propositiva erano state forgiate generazioni di ecclesiastici appariva in via di estinzione), ma di farli crescere con le sfide socio-culturali del mondo circostante. La città di Cagliari con il suo entroterra culturale, universitario, ecclesiale, appariva come l’habitat ideale per farvi convergere quel potenziale di gioventù fresca, intellettualmente vivace, quale era il centinaio di seminaristi racchiusi nelle fredde e aride mura del gran

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pe r s o ne Seminario di Cugleri e che scalpitava integro e gioioso fu uno stimolo di non per trovare una sede più corrispondente poco conto per quanti di noi, alla vigiai suoi sogni e ai suoi ideali. Eravamo lia ormai dell’ordinazione sacerdotale, figli del’68 e si scoprivano il valore e dovevamo superare i ricorrenti dubbi l’incisività delle nostre proteste o consulla bontà della scelta che stavamo per testazioni, come si usava dire all’epoca. compiere. Mi fu accanto il giorno della I padri dovevano piegarsi ai reclami mia ordinazione sacerdotale, avvenuta a dei figli! Fummo trasferiti a Cagliari. Pattada, il 27 agosto 1972, e di quella Tutto apparve improvvisato: logistica, presenza serbo un vivo ricordo. Dopo impostazione educativa, équipe formaqualche anno, vale a dire nel 1973, tiva, corsi di studi. Quale coraggio e egli lasciò la Sardegna per divenire arnello stesso tempo, a distanza di anni, civescovo di Spoleto e più tardi anch’io possiamo dire quale temerarietà! Al nel mettermi a disposizione della Santa disorientamento ideologico si aggiunse Sede, lasciai l’amata isola per iniziare l’insicurezza logistica e informativa. Chi il mio servizio ecclesiale in giro per il trovammo Rettore del Seminario? Un mondo. I contatti con mons. Alberti di giovane sacerdote chiamato da Roma a diradarono, ma non si affievolì l’amicizia reggere una barca sballottata dai marosi! che riaffiorò e si raffermò negli sporadici, Mons. Angelo Becciu Quale sfida fu per lui! Da professore ahimè, incontri occasionali capitati nello alla Pontificia Università Lateranense scorrere degli anni, ma soprattutto essa a Rettore di un seminario tutto da inventare! Non solo, ma si riscoprì forte e fresca quando feci rientro a Roma nel 2011, da uomo raffinato quale era, uso all’ambiente ecclesiastico chiamato da Benedetto XVI a coprire l’attuale incarico di romano, doveva ora confrontarsi con un mondo ove le Sostituto della Segreteria di Stato. Venne subito a trovarmi, formalità o meglio le maniere borghesi, secondo il gergo di contento di rivedere un suo antico alunno e nel rinfrescare allora, erano oggetto di dileggio e non si vedevano accettabili aneddoti, ricordi di persone, ebbe l’umiltà di confidarmi se non le proposte esistenziali sostanziose e autentiche! La anche alcune sue pene. Non finiva di ringraziarmi per averlo sua mentalità romana non era la nostra. Si misurò subito con ricevuto subito e addirittura di domenica. Era il minimo le nostre idee e direi che il suo primo impatto fu positivo. che potessi fare per chi tanto tempo libero aveva dedicato a Piacque subito il suo modo di rapportarsi con noi. Era chiaro noi ragazzi terribili del 1971 – 1972! Un gesto poi che non che per lui tutto questo gli costava, ma non lo faceva traspa- dimenticherò mai fu il suo accorrere a Galtellì nell’aprile rire. Prevaleva in lui la serenità supportata dall’entusiasmo di del 2012, per partecipare al convegno organizzato nella vivere con noi giovani. Fu un uomo coraggioso, intelligente, ridente cittadina del nuorese sul Cristo miracoloso. Mi disse intuitivo, aperto agli eventi. Seppe far passare in secondo testualmente: “non sto bene, sono venuto solo perché ci sei ordine principi, metodi educativi, stili comportamentali tu; volevo salutarti e ascoltarti”. Gesto di schietta amicizia che fino ad allora avevano retto i seminari e insieme a noi e di grande cuore. Qualche mese dopo mi ritrovai nella cercò la linea che facesse convivere e remore pre-conciliari cattedrale di Nuoro con tutto l’episcopato sardo a offrire gli come spinte innovative. Guai se non avesse trovato quel sano ultimi suffragi all’anima del Pastore buono e giusto chiamato compromesso: sarebbe stato l’impasse totale del seminario dal Padre nella sua dimora eterna. e per lui, forse, il rientro nella sua bella Roma! Di mentalità Così amo ricordare mons. Ottorino Alberti e quanto disse fondamentalmente conservatrice, colse quanto positivo nel suo commiato dalla Archidiocesi di Cagliari lo sento trovava nelle nostre proposte e camminò al nostro fianco, detto anche a me e penso anche ai suoi antichi seminaristi senza però mai cedere sui principi essenziali della dottrina del Seminario Regionale di Cagliari: “Negli anni trascorsi e della disciplina ecclesiastica. Tale flessibilità unita al suo con voi non so se vi ho dato tutto quello che avrei voluto, carattere affabile, accogliente, disponibile gli meritò la nostra ma di una coso sono certo: vi ho tanto amato, ho molto ammirazione. Si stabilì immediatamente un rapporto sincero, amato questa Chiesa e vi ho dato il cuore”. schietto, cordiale. Apparve per di più un prete entusiasta del suo sacerdozio, fedele a Gesù e alla Chiesa. In quel periodo, + Angelo Becciu in cui tutto si metteva in discussione, vedere un sacerdote Sostituto della Segreteria di Stato 190

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ISURA DA FILMà

Fiorenzo Serra e la Sardegna filmata in libertà CRONACA BREVE DI UN GRANDE CONVEGNO

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di Mario Atzori

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Dal 25 al 27 settembre 2013, grazie ad un progetto della Società Umanitaria Cineteca Sarda (Cagliari, Carbonia, Alghero) con il sostegno della RAS (Assessorato della Pubblica Istruzione, BB. CC., Informazione, Spettacolo e Sport), della Fondazione Banco di Sardegna, con il patrocinio del Dipartimento di Storia, Scienze dell’Uomo e della Formazione dell’Università e del Comune di Sassari, si è tenuto in questa città un importante evento per ricordare Fiorenzo Serra, regista e produttore di famosi documentari etnografici sulla Sardegna a partire dagli anni ’50 del ‘900. La prima manifestazione si è svolta mercoledì 25 con la presentazione alle ore 21, nel Teatro Comunale, del Cineconcerto ISURA DA FILMA’, Fiorenzo Serra e la Sardegna filmata in libertà; in tale occasione il regista Marco Antonio Pani ha presentato un accurato montaggio di numerosi spezzoni di pellicola girati da Fiorenzo Serra, sia in bianco e nero, sia a colori, nell’arco di oltre tre decenni, in diverse realtà ambientali e socioculturali dell’isola. Il lavoro di montaggio di Pani, filologicamente preciso sul piano filmico e attento dal punto di vista etnografico, è stato accompagnato con musiche originali eseguite dal vivo da Paolo Fresu, Gavino Murgia, Bebo Ferra e dall’Alborada String Quartet. Il pubblico che ha partecipato numeroso, riempiendo il teatro in tutti gli spazi, ha tributato numerosi applausi a Pani e a Fresu. E’ stato particolarmente apprezzato il lavoro di montaggio e di interpretazione dei materiali cinematografici inediti di Serra. Nei giorni 26 e 27 l’evento è stato orientato verso gli aspetti scientifici dell’indagine etnografica di Fiorenzo Serra; giovedì 26, infatti, alle ore 16, nell’Aula Umanistica del Dipartimento di Storia, Scienze dell’Uomo e della Formazione (Via Zanfarino, 62, Sassari), è stato proposto Il cinema antropologico di Fiorenzo Serra proiettando i seguenti documentari: Pescatori di corallo (1955), Nei paesi dell’argilla (1955), Artigiani della creta (1956), Sagra in Sardegna (1957), Maschere di paese (1962), L’autunno di Desulo (1966), Carbonia anno Trenta (1966), Un feudo d’acqua (1967), Dai paesi contadini (1967), La novena (1969). Le proiezioni hanno costituito argomento di riscontro e di analisi per le relazioni e relativo dibattito che si sono tenuti il giorno successivo nella stessa Aula Umanistica. Nella prima metà della giornata, Renato Morelli ha ricordato, con un curioso backstage fotografico, l’esperienza fatta con Serra nel 1984 per documentare la festa di San Francesco di Lula; Simone Ligas ha affrontato Il lavoro di Fiorenzo Serra nel contesto dell’antropologia visuale italiana. Infine, ha concluso gli interventi della mattinata Manlio Brigaglia con Ricordi di Fiorenzo Serra, riportando, come suo costume, diversi momenti aneddotici della loro collaborazione nella stesura di testi di commento dei

documentari. Nel pomeriggio del 27, intorno alle 16.30, il convengo è ripreso con le relazioni di Gianni Olla, Fiorenzo Serra e il cinema documentario in Italia nel dopoguerra; di Antioco Murtas, Tra etnografia e propaganda. La Sardegna della Rinascita secondo Fiorenzo Serra; di Gianni Murtas, Uno sguardo moderno sulla tradizione. Fiorenzo Serra e l’arte sarda del ‘900; di Riccardo Campanelli, Fiorenzo Serra regista ed etnografo nell’esperienza sul campo. Alla fine delle relazioni, si è aperto un ampio ed articolato dibattito con numerosi interventi, su quanto e come Fiorenzo Serra, nei documentari girati fino ai primi anni ’60, si sia adeguato alle richieste della committenza della R.A.S. del tempo, che aveva interessi promozionali e, in tutti i casi, mirava a far emergere le valenze considerate genuine ed arcaiche dell’isola, così come, di fatto, erano gli indirizzi teorico-culturali di quel periodo basati ancora sull’estetismo crociano. Fiorenzo Serra subì una particolare trasformazione politico-culturale all’inizio degli anni ’60, quando entrò in contatto con l’etnologo Ernesto de Martino che allora insegnava Storia delle Religioni ed Etnologia nell’Università di Cagliari. I suoi interessi etno-antropologici, da tempo coltivati nel documentare e mettere in risalto le tradizioni popolari della Sardegna della fine degli anni ’40 e di tutti gli anni ‘50 come si è accennato prima, lo avevano indotto ad avvicinare uno dei più attenti studiosi delle realtà etnografiche e dei fenomeni magico-religiosi delle regioni meridionali; le problematiche affrontate nei lavori di Ernesto de Martino, come La terra del Rimorso e Sud e magia, alle cui opere facevano da commento visivo le fotografie di Franco Pinna, sicuramente avevano stimolato l’attenzione antropologica di Fiorenzo per condurlo a superare il descrittivismo storicistico, fino agli anni ‘50 e ’60 abbastanza diffuso tra gli etno-antropologi italiani, come conseguenza dell’influsso delle opere di Paolo Toschi, allora titolare a Roma della cattedra di Storia delle tradizioni popolari. In quel periodo, in Sardegna, politici e intellettuali discutevano di «Piano di Rinascita», nel quadro dei problemi a suo tempo suscitati dalla nota Questione meridionale gramsciana. Le prospettive venivano rivolte soprattutto all’industrializzazione dell’isola, mentre, per converso, Fiorenzo era impegnato a documentare la Sardegna preindustriale che cominciava a scomparire sotto la pressione della nuova economia di mercato orientata a diffondere ritmi di produzione industriale che travolgevano i tempi lunghi del mondo contadino. Sebbene questi processi e fenomeni apparissero ineluttabili, Fiorenzo continuava a documentare gran parte dello specifico della cosiddetta Questione sarda; i suoi lavori costituivano

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oggetto di riflessione, non solo per i cultori di antropologia visuale, ma erano argomento di studio per tanti intellettuali che allora si interessavano al patrimonio etnografico sardo, ormai in rapido cambiamento. Con la cinepresa egli documentava i momenti più importanti ed emblematici di una particolare situazione della realtà antropologica sarda, in cui il mondo agro-pastorale tradizionale stava per cedere il passo alla petrolchimica e così, in conseguenza dell’industrializzazione, alla speranza del sorgere di un’alba nuova, nella quale contadini e pastori avrebbero acquisito la propria coscienza di classe.

dei propri saggi tramite l’obiettivo; così il difficile linguaggio delle immagini cinematografiche diventò fin da allora una sua forma consueta di espressione. Egli inizia concretamente la sua esperienza cinematografica nel 1942, con un film di 25 minuti La barca sul fiume, prodotto dal Cine Guf di Firenze; per questo lavoro aveva realizzato la sceneggiatura da un soggetto di Luca Pinna, con il quale aveva fatto amicizia proprio durante il soggiorno fiorentino; in quegli anni, infatti, frequentava a Firenze la Facoltà di Scienze Naturali, anche se poi conseguì la laurea nel 1945 presso l’Università di Cagliari conservando, però, il medesimo indirizzo di studi. Fiorenzo aveva fatto il suo apprendistato con la cinepresa Il titolo accademico gli consentì di percorrere tutta la carfin dal periodo universitario fiorentino. In tale situazione riera scolastica, da insegnante a preside dell’Istituto d’Arte aveva incominciato ad apprendere la tecnica della scrittura di Alghero fino a raggiungere l’incarico di ispettore mini194

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steriale per l’istruzione artistica. La vera vocazione, tuttavia, fu sempre quella di documentarista etnografico, che lo portò a diventare, in Italia, insieme a Diego Carpitella, Michele Gandini e Salvatore Di Gianni uno dei fondatori dell’antropologia visuale. Realizzò la prima documentazione sulla Sardegna nel 1946, in occasione dell’invasione delle cavallette; fu così che girò un documentario di 45 minuti su pellicola da 16 millimetri in bianco e nero. Nel lavoro vengono mostrate, con particolare attenzione scientifica, lo schiudersi delle uova e la diffusione degli insetti nelle campagne dell’isola. Il filmato fu poi ceduto all’Istituto Luce che aveva ricevuto dal Ministero dell’Agricoltura l’incarico di produrre un documentario sul fenomeno e sui relativi danni alle coltivazioni. Delle 68 opere cinematografiche, nelle quali la Sardegna è costantemente presente nei vari aspetti ambientali ed antropologici, alcune costituiscono esempi importanti di antropologia visuale, specializzazione da tempo riconosciuta a Fiorenzo a livello internazionale. In virtù di tale competenza, egli ha ricevuto numerosi attestati e premi, fra i quali quello Agis del 1966 del Festival dei Popoli di Firenze per il documentario L’ultimo pugno di terra. Nel lavoro compare, per il soggetto e i testi, la consulenza di Michelangelo Pira, Luca Pinna, Giuseppe Fiori, Salvatore Mannuzzu e di Antonio Pigliaru; il commento parlato, invece, è di Beppe Pisanu e di Manlio Brigaglia, mentre la regia è di Cesare Zavattini e le musiche sono di Franco Potenza. L’argomento affrontato, a metà degli anni ’80 del ‘900, era di grande attualità; come si è già accennato, si trattava del processo di cambiamento della realtà economico-sociale della Sardegna nel quadro delle trasformazioni provocate nelle comunità sarde dal passaggio dall’economia agro-pastorale tradizionale a quella industriale introdotta dal «Piano di Rinascita». In questo lavoro, Fiorenzo indaga tutte le sfaccettature dell’isola e riesce a coglierne gli aspetti più significativi: la pastorizia, la cultura barbaricina, le relative tradizioni e problemi del banditismo, il bacino minerario di Carbonia trent’anni dopo il fascismo, gli stagni di Cabras e la situazione semifeudale in cui vivevano i pescatori di quella laguna, i grandi cambiamenti sociali e l’emigrazione interna ed esterna. Il titolo dell’opera è particolarmente simbolico e riprende la nota leggenda secondo la quale Dio, alla fine della creazione, rimase con in mano un ultimo pugno di terra che buttò a caso in mezzo al

Mediterraneo calpestandolo con un piede; quel pugno di terra, come è noto, è la Sardegna dalla cui metafora Fiorenzo costruì il tema conduttore del documentario; in sostanza si tratta di un viaggio nella Sardegna degli anni ’60, nella fase delle grandi trasformazioni che mettevano in crisi situazioni tradizionali e portavano al cambiamento della cultura contadina verso quella urbana. Sui più importati documentari etnografici di Fiorenzo Serra presentati il giorno 26 nell’evento commemorativo è doveroso proporre alcuni elementi che li caratterizzano in particolare per l’attenzione etnografica impiegata e per alcuni simboli ambientali documentati. Per esempio, in L’autunno di Desulo, apparso in pubblico nel 1966, ma girato in gran parte nel 1957, viene documentata simbolicamente la condizione socio-culturale di tutta la Sardegna; così Desulo diventa geograficamente e culturalmente l’isola nell’isola, ovvero una comunità nella quale il tempo sembra essersi fermato e dove i colori rossi dei costumi delle donne contrastano con il verde intenso della montagna. In Costa Nord, girato nel 1954 che non compare nella retrospettiva proposta il giorno 26, dedicato a Castelsardo, vengono raccontate le storie dei pescatori e del mare ostile così come quelle di una terra povera e dei contadini che conducono una faticosa agricoltura di sopravvivenza. Identico approccio metodologico si ha in Pescatori di corallo e Nei paesi dell’argilla, entrambi del 1955, nei quali l’attenzione etnografica di Serra documenta in modo rigoroso i minimi dettagli di antichi saperi; di particolare interesse sono le immagini dedicate alla catena operativa nei processi di produzione. Nel primo vengono rappresentate le tradizioni dei corallari della costa algherese con i sistemi operativi adottati sulle barche durante il trascinamento dell’ingegno: lo strumento per strappare dal fondo del mare i rami di corallo. Nel secondo, vengono documentate le tecniche e i procedimenti di realizzazione dei «mattoni crudi» che, nei campidani, per secoli, abili artigiani hanno prodotto per l’edilizia povera del mondo preindustriale. Fiorenzo ha rivolto una particolare attenzione ai fenomeni festivi e alle connesse tradizioni di religiosità popolare; in particolare, egli ha documentato le feste che, in gran parte, ancora oggi si svolgono in santuari campestri seguendo i tempi e le funzioni delle novene, ovvero delle «feste lunghe» che coinvolgono, per devozione e promesse, una grande quantità di fedeli de-

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IL CINEMA ANTROPOLOGICO DI FIORENZO SERRA • Pescatori di corallo, 1955 • Nei paesi dell’argilla, 1955 • Artigiani della creta, 1956 • Sagra in Sardegna, 1957 • Maschere di Paese, 1962 • L’autunno di Desulo, 1966 • Carbonia anno Trenta, 1966 • Un feudo d’acqua, 1967 • Dai paesi contadini, 1967 • La novena, 1969

Film proiettati durante il convegno del 25-27 settembre 2013

voti a questo o quel santo protettore. In tale prospettiva, nel documentario Feste di Barbagia, del 1955, egli documenta e analizza le sagre della Madonna della neve di Desulo e della Madonna di Gonare, festeggiata ad anni alterni dalle comunità di Sarule e di Orani, dei santi Cosma e Damiano a Mamoiada, di San Mauro a Sorgono e di San Francesco a Lula. Rientra nel medesimo approccio il documentario San Costantino, girato nel 1955 e poi ripreso nel 1957, in Sagra in Sardegna; in entrambi i lavori viene documentata, con straordinaria attenzione e competenza antropologica e cinematografica, la nota corsa rituale dell’Ardia di Sedilo, dove vengono sintetizzate, in un unico apparato rituale, le più antiche tradizioni equestri dell’isola; come è noto, queste rimandano alle capacità e pratiche dei Sardi per l’addomesticamento degli animali e, in particolare, fin dal periodo punico, all’allevamento del cavallo e ai successivi influssi del Cristianesimo bizantino dal quale deriva la tradizione popolare per San Costantino imperatore, considerato santo come nella liturgia della Chiesa greco-ortodossa. Le immagini sulla realtà etnografica sarda di Fiorenzo Serra sono accompagnate da commenti che ora possono risultare retorici; tuttavia, nella loro essenzialità cinematografica, riescono a riproporre una dimensione sociale e storica dell’isola estremamente utile per analisi comparate che si pongano il problema di studiare fatti e ambienti di un passato prossimo; da qui l’attualità e validità scientifica di tali documentari, in quanto strumenti di verifica di processi di cambiamento economico e socio-culturale verificatisi in Sardegna nel ‘900. Nell’anno accademico 1985-86 Fiorenzo Serra venne distaccato dal Ministero della Pubblica Istruzione, dal quale dipendeva come preside dell’Istituto d’Arte di Alghero, per 196

collaborare con la cattedra di Storia delle tradizioni popolari dell’Università di Sassari per realizzare documentazioni audiovisive. In tale circostanza egli usufruì delle attrezzature del laboratorio di Antropologia Visuale allora dotato soprattutto di apparecchiature elettroniche, in particolare, di telecamere a sistema integrato. Fu in questa occasione che Fiorenzo si convinse ad abbandonare la pellicola in celluloide per passare alla riproduzione elettronica. Con questo sistema, negli ultimi anni, era diventato uno specialista nella ripresa e nel montaggio così come lo era stato in quello tradizionale. Con tale tipo di apparecchiature, pertanto, dall’inizio degli anni ’90, aveva cominciato a girare una grande quantità di documentazioni sui gremi sassaresi. L’intento era quello di realizzare per la sua città un’opera di antropologia visuale che fosse emblematica così come lo sono i gremi per Sassari e così come è l’opera di Enrico Costa per la stessa città. I materiali di queste riprese, purtroppo, sono rimasti inediti e probabilmente non conclusi. Una parte di tali materiali sui gremi oltre a quelli sulle Settimane Sante a Villanova Monteleone e a Bonifacio in Corsica, sui Candelieri di Nulvi, tutti girati in elettronico tra il 1986 e il 1987, sono attualmente conservati nell’archivio del Laboratorio di Antropologia Visuale dell’Università di Sassari. Forse sarebbe interessante ed utile che tale patrimonio, insieme a documentazioni etnografiche realizzate da altri studiosi e collaboratori, diventasse a Sassari il nucleo fondante di un centro di documentazione e di ricerca in antropologia visuale dedicato a Fiorenzo Serra. Tale realizzazione, alla quale dovrebbero partecipare più istituzioni oltre l’Università e la RAS, costituirebbe un valido riconoscimento ad un intellettuale sassarese e sardo che ha saputo documentare ed analizzare con le immagini la realtà socio-culturale della propria terra.

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gli scritti giornalistici di

di Salvatore Mura

Seg ni Antonio

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G l i s c r i t t i g i o r n a l i s t i c i d i An t o n i o Segn i

Al National Press Club degli Stati Uniti, il 2 ottobre 1959, Antonio Segni, allora presidente del Consiglio, confessò di fronte ai giornalistici: «Sono quasi un vostro collega mancato, o dite pure fallito; ma conservo ancora, dopo tanti anni, un residuo della vostra mentalità che mi porta a fraternizzare immediatamente con voi e con chi esercita la vostra attraentissima attività. Certi amori della giovinezza non si cancellano, e in me non li ha cancellati neppure l’espiazione di una lunga partecipazione alle responsabilità del Governo del Paese»

N

ato a Sassari il 2 febbraio 1891, Segni si laureò con lode in Giurisprudenza nell’Ateneo turritano. Dopo il servizio militare, intraprese la professione forense che alternò con la ricerca e l’insegnamento. Si specializzò a Roma in Diritto processuale civile, sotto la guida di uno dei maggiori giuristi italiani del Novecento, Giuseppe Chiovenda. La carriera accademica del giovane Segni iniziò nel 1920 nella libera Università di Perugia, per poi proseguire a Cagliari, Pavia e Sassari, dove sarebbe diventato nei primi anni Trenta anche preside della Facoltà di Giurisprudenza. All’indomani della caduta del regime fascista, divenne rettore dell’Università di Sassari, carica che mantenne sino al 1951. Lasciò la “sua” Università nel 1954 per andare a ricoprire, nell’Università di Roma, la cattedra del suo maestro Chiovenda.

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Segni, tuttavia, è noto soprattutto per la sua prestigiosa carriera politica. Il primo importante atto politico della sua vita è l’adesione, nel 1919, al Partito popolare italiano fondato da Luigi Sturzo. Nei confronti del sacerdote siciliano, il giovane Antonio nutriva una grande stima e una forte ammirazione. Le tesi di Sturzo sarebbero diventate il principale punto di riferimento nei suoi primi anni di attività politica. L’avvento del fascismo, però, spinse Segni ad abbandonare la militanza per dedicarsi agli studi. Fu soltanto nella primavera del 1943 che l’allora affermato professore sassarese si ripresentò sulla scena politica, diventando rapidamente il leader della Democrazia cristiana in Sardegna. Le elezioni per l’Assemblea Costituente confermarono la sua forza anche sotto il profilo elettorale. Ma fu con l’ingresso nel Governo nazionale da ministro che la sua popolarità raggiunse il punto più alto. Nel 1944 Bonomi gli affidò il delicato compito di sottosegretario all’Agricoltura nel Ministero diretto dal comunista Fausto Gullo. Nel luglio del 1946, invece, De Gasperi gli riservò la guida del Ministero dell’Agricoltura e Foreste. Fu per Segni l’inizio di un’impresa storica: una riforma agraria generale per tutto il territorio dello Stato. Il suo disegno riformatore incontrò non pochi ostacoli nel mondo politico e in quello economico, e persino gli Stati Uniti giocarono un ruolo piuttosto rilevante. Il suo nome comunque rimase legato a più provvedimenti: dalla legge Sila per la riforma in Calabria alla cosiddetta “Legge stralcio”. Nel 1951 passò al Ministero della Pubblica istruzione. Nel 1955 fu per la prima volta presidente del Consiglio a guida di un governo tripartitico (Dc-Psdi-Pli con l’appoggio esterno dei repubblicani) che superò la crisi di Suez, accelerò il processo di integrazione europea con la firma dei Trattati di Roma e promosse l’attuazione della Costituzione (invitando il parlamento a nominare i giudici 200

della Corte costituzionale e sollecitando l’approvazione dei disegni di legge sull’istituzione del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro e del Consiglio superiore della magistratura). Negli anni successivi, durante la stagione di preparazione del centro-sinistra, sarebbe diventato ministro della Difesa e vicepresidente del Consiglio (luglio 1958 - febbraio 1959), nuovamente presidente del Consiglio (febbraio 1959-marzo 1960), ministro degli Esteri (marzo 1960-maggio 1962). Il 6 maggio 1962, al nono scrutinio, fu eletto presidente della Repubblica. Oltre che professore universitario e politico di assoluto prestigio, Segni fu anche un editorialista, un opinionista, un commentatore dei fatti d’attualità. I suoi numerosi articoli giornalistici (pubblicati nel settimanale della diocesi di Sassari “Libertà”, sul quotidiano defascistizzato “L’Isola”, sul periodico antifascista “Riscossa”, sul giornale democristiano “Il Popolo”, ma l’elenco potrebbe essere molto lungo) permettono di conoscere la sua posizione su alcuni temi al centro del dibattito politico dell’epoca. Uno di questi temi è l’esame di Stato. L’esame di Stato era un punto importante del programma politico del movimento cattolico. Il giovane professore, che aveva aderito al partito di Sturzo con assoluta convinzione, non schivò il delicato argomento, nonostante dopo l’assassinio di Matteotti il fascismo avesse intensificato il controllo sugli avversari del regime. La riforma Gentile applicava l’esame di Stato a due tipi di scuola profondamente diversi: la scuola media classica, che doveva svolgere un ruolo preparatorio per la continuazione degli studi, e la scuola media professionale (corso magistrale e tecnico), che doveva portare ad una professione. Segni proponeva invece di diversificare l’esame di Stato in esame di ammissione all’università e esame di abilitazione professionale. Ciò, sosteneva, avrebbe portato

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G l i s c r i t t i g i o r n a l i s t i c i d i An t o n i o Segn i

notevoli benefici al sistema scolastico e anche i costi della prova si sarebbero ridotti. In ogni caso, doveva rimanere, soltanto come titolo accademico, l’esame di licenza interno, nei vari istituti, ma senza valore giuridico. Gli scritti giornalisti di Segni maggiormente noti sono quelli sull’ente regione. Il 10 maggio 1944, in linea con le tesi del movimento cattolico, Segni si inserì nel dibattito sull’ente regione nell’ordinamento dello Stato. Era per lui un tema nuovo, mai affrontato prima, che gli consentì di mettere insieme la sua cultura giuridica con la sua vocazione politica. Già dal primo articolo – apparso nel quotidiano “L’Isola” – sembra evidente la consapevolezza di affrontare un problema estremamente rilevante, che si sarebbe imposto a tutti i partiti, e che non avrebbe riguardato soltanto la Sardegna e la Sicilia. L’intuizione si sarebbe rivelata corretta: nel settimanale “Riscossa” e nell’”Unione sarda”, Carlo Manunta Bruno, liberale, e Mario Berlinguer, azionista, intervennero nel dibattito con un’idea di regione piuttosto diversa rispetto a quella avanzata dal politico democristiano. Berlinguer, che considerava assolutamente urgente la nascita delle regioni, criticava l’attività del governo perché andava nel senso opposto, cioè verso l’accentramento. Manunta Bruno, invece, contrario come il Partito liberale all’idea di un ente regionale, osservava che l’Italia non aveva bisogno di un nuovo “diaframma addormentatore” tra i comuni e lo Stato. La posizione di Segni era però più articolata e ambiziosa, anche se, a guardarla bene, era molto simile a quella di Sturzo, resa pubblica con la fortunata relazione al Congresso di Venezia del 1921. La regione era per Segni anzitutto “un’unità naturale” impressa nel suolo italiano; una “realtà geografica, economica, se non anche etnica”; un “organo autonomo” e non un “nuovo organismo intermedio” che avrebbe appesantito la

burocrazia statale; un “ente autarchico non statale”, il quale in determinate materie (agricoltura, industria e commercio, ad esempio) si doveva sostituire allo Stato. Gli organi della regione, eletti democraticamente, dovevano avere sia potere normativo che potere amministrativo. L’esempio che l’Italia doveva tenere ben presente nella costruzione del nuovo apparato statale era quello della democrazia statunitense e di una parte degli Stati del Commonwealth britannico. Segni non a caso suggeriva, avendo come riferimento il Senato degli Stati Uniti, la creazione di una seconda camera parlamentare, con un numero uguale di rappresentanti per ciascuna regione, in modo da sancire parità di diritti. In questo modo ogni regione avrebbe potuto influire sulla politica nazionale indipendentemente dal fattore ricchezza e numero di abitanti. Negli scritti giornalistici Segni presentò le sue tesi con uno stile immediato, semplice, senza soffermarsi in ridondanti esercizi di erudizione. I fatti d’attualità, più che gli studi o le letture, erano la fonte privilegiata della sua riflessione. Una riflessione che durante la stagione del centro-sinistra divenne poco innovativa, rigida e chiusa negli angusti schemi conflittuali della guerra fredda. Il coraggioso riformatore, qual era stato il Segni del regionalismo e della riforma agraria, finì così per essere legato all’immagine del politico conservatore. Né la passione né la determinazione con cui conduceva le battaglie politiche si erano però ridimensionate. Si sarebbe impegnato sino al logorio delle sue forze fisiche nella difesa delle proprie idee e nell’azione per attuarle. Tollerante nei confronti del pensiero altrui, fu fermo e deciso fino all’ultimo nella difesa delle sue opinioni. Era un uomo di centro che preferiva schierarsi senza ambiguità a sostegno di un principio o di una posizione, con la tenacia che forse gli derivava anche dal suo essere sardo.

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ottana

i Commandos Alleati in Sardegna di ugo Carcassi e tiziana pusceddu

l’at tacco all’aeroporto di ot tana nel 1943

le immagini senza indicazione di provenienza appartengono all’Archivio Carcassi. Le scannerizzazioni sono opera della signora Francesca Trois. 202 202

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i C o M M a N D o s a L L E at i i N sa r D E G N a

durante il secondo conflitto mondiale Winston churchill aveva compreso il valore strateGico della sardeGna e l’utilità di impadronirsene

a

Questo scoPo erano stati elaborati dagli alti comandi alleati alcuni piani operativi, fra i quali i più accreditati erano: il Piano Yorker ed il Piano Garroter da attuarsi nella seconda metà del 1941 (cfr. maria Rosa cardia “la Sardegna nella strategia mediterranea degli Alleati durante la seconda guerra mondiale”, cUEc, cagliari, 2006). Il primo prevedeva l’occupazione iniziale di cagliari da parte di 7.500 uomini; il secondo, più ampio ed articolato, prevedeva l’occupazione totale dell’Isola con l’utilizzo di 22 navi da carico, 7.000 mezzi di trasporto e 42.000 uomini. Tuttavia anche questi due piani erano stati successivamente abbandonati ed erano stati sostituiti anni dopo da altri progetti, alcuni dei quali verranno brevemente ricordati nel corso di questa esposizione. Gli Alleati avevano organizzato operazioni di spionaggio e missioni di Reparti speciali tese a svolgere azioni di sabotaggio di vario tipo. Queste due modalità vanno tenute distinte e verranno prese in considerazione separatamente perché hanno avuto impostazione, caratteristiche e risultati diversi. Il programmato sbarco in Sicilia aveva avviato una serie di iniziative da parte dei Servizi Segreti Alleati. la prima era stata sollecitata anche da Emilio lussu, che si trovava a londra e che aveva informato i Servizi Segreti inglesi dell’esistenza di un forte gruppo

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Winston churchill

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NELLE FOTO SOPRA, DA SINISTRA Copertina del libro della Prof.ssa Cardia Ritratto di Ewen Montagu Al centro, panorama di Bortigali Nella pagina seguente, in alto, John Armstrong Sotto, Motosilurante MTB

trasportato a Londra dove aveva incontrato La necessità di ingannare l’alil Lussu. Quest’ultimo to comando tedesco sulle pros- gli aveva consegnato sime operazioni programmate un foglietto contenenaveva portato ad escogitare una te l’elenco di persone da contattare una volbrillante operazione denominata ta in Sardegna. Serra doveva agire come “Mincemeat” (“Tritacarne”) guida dell’agente Armstrong. Ambedue di separatisti favorevole all’unione della erano stati sbarcati dal sommergibile Sardegna con la Gran Bretagna. In base a Splendid con un gommone nel gennaio questi elementi era stato deciso di inviare del 1943 a Capo Serra Cavallo nei pressi nell’Isola due agenti appartenenti alla di Tertenia. Erano stati subito catturati. S.O.E. (Special Operation Executive). Probabilmente qualcosa era trapelata ed Si trattava del sardo Salvatore Serra di i Servizi Segreti italiani si erano comSolarussa e di un militare ungherese, portati di conseguenza. Al momento Gabor Adler, di origine ebraica il cui dell’arresto nella tasca di Armstrong era nome di copertura era John Armstrong. stato trovato il foglio in cui figuravano i Salvatore Serra, Carabiniere in Abissinia, nomi dell’Avvocato Salvatore Mannironi che aveva disertato fuggendo con la di Nuoro, del Veterinario Ennio Delogu cassa del reggimento. Fatto prigioniero di Bitti, dei pescatori Francesco e Dodagli Inglesi, detenuto in un campo menico Ogno di Siniscola, dell’Avvocato di concentramento in Kenia. Convin- Anselmo Contu di Lanusei e della maeto dagli Inglesi a collaborare, era stato stra Margherita Sanna di Orune. Tutti 204

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erano stati subito imprigionati. Solo la maestra Sanna era stata poi rilasciata. Le due spie per salvarsi la vita avevano finito col collaborare coi Servizi Segreti fascisti. Dopo l’8 settembre il Serra era entrato nel controspionaggio italiano. Si era poi stabilito in Piemonte dove si era sposato ed è sepolto (secondo un’altra versione sarebbe morto di TBC in un sanatorio del nord Italia dove era ricoverato). Armstrong invece era stato detenuto a Regina Coeli ed era stato trucidato dai nazisti insieme a Bruno Buozzi e ad altri 12 prigionieri nella rappresaglia delle Fosse Ardeatine. Il nome di Armstrong era rimasto sconosciuto fino a quando l’Avvocato Domenico Mannironi, in base a sue accurate ricerche, aveva documentato che il 14° cadavere senza nome apparteneva al militare inglese Armstrong. La necessità di ingannare l’alto comando tedesco sulle prossime operazioni programmate aveva portato ad escogitare una brillante operazione denominata “Mincemeat” (“Tritacarne”). Gli Alleati,


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confidando sulla stretta collaborazione esistente tra i Servizi Segreti spagnoli e quelli italo-tedeschi, avevano fatto ritrovare il 3 maggio del 1943 sulla spiaggia di Huelva, nei pressi del Golfo di Cadice, il cadavere di un Ufficiale inglese che portava legata al polso una borsa con documenti di notevole importanza che indicavano la possibilità di sbarchi alleati in Grecia, nel Dodecanneso ed in Sardegna. Si trattava del cadavere di un cittadino inglese, defunto per avvelenamento, destinato a trarre in inganno gli Stati Maggiori italiani e tedeschi che, in previsione di possibili sbarchi nemici, avevano rafforzato le guarnigioni della Sardegna (cfr. Ewen Montagu, “The Man Who Never Was” (“L’uomo che non è mai esistito”), Lippincott, 1954). Subito dopo, il 26 maggio del 1943, era stata avviata l’operazione “Marigold” (“Fiori d’arancio”) tesa a rafforzare l’ipotesi di uno sbarco alleato in Sardegna. Il sommergibile Safari, partito da Algeri, aveva trasportato due uomini dello Special Boat Service che avevano

toccato terra nel litorale di Muravera. Anche gli Americani erano inteAvevano il compito ressati alla Sardegna ed avevano di simulare una ricoprevisto, all’insaputa degli Inglegnizione dei luoghi, e di abbandonare nei si, l’esecuzione di una operazione pressi di una postadi spionaggio nell’Isola, la “Bazione costiera italiana un taccuino zeppo di thtube” (“Vasca da bagno”) appunti riguardanti proprio quella zona. La notte successiva venivano sbarcati “Bathtube” (“Vasca da bagno”). Lo scopo a Calagonone un Ufficiale e 7 uomini era quello di raccogliere informazioni e incaricati di catturare una sentinella. possibilmente di prendere contatto con Purtroppo durante l’approdo qualcuno elementi antifascisti locali. Il 30 giugno era inciampato ed il mitra, nel battere del 1943, alle 12.00, tre motosiluranti per terra, aveva fatto partire una raffica. americane MTB avevano lasciato l’AlgeIl Commando si era ritirato precipitosa- ria dal porto di Bona dirigendosi verso la mente non senza aver perso uno dei suoi Sardegna. Trasportavano un commando componenti, il Sergente Loasby, fatto costituito da 5 militari americani di prigioniero dagli Italiani prontamente origine italiana. Essi erano: Antonio intervenuti. Camboni (Tony - Ozieri 9 marzo 1899) Anche gli Americani erano interessati e Giovanni Maria Demontis (John alla Sardegna ed avevano previsto, all’in- Ozieri 30 ottobre 1895); Vincenzo Pavia saputa degli Inglesi, l’esecuzione di una (Vincent - Trapani 1915); Giuseppe operazione di spionaggio nell’Isola, la Puleo (Joseph - U.S.A.); Charles TaAlmanacco gallurese 2014/2015

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quey (Francia - 8 febbraio 1912). I due ozieresi erano emigrati negli Stati Uniti negli anni ‘20. La flottiglia aveva raggiunto Punta Furana, nei pressi di Porto Torres, a notte fonda. I 5 uomini ed il relativo equipaggiamento erano stati imbarcati su di un canotto. Il gruppo era riuscito a raggiungere terra nonostante la perdita dell’imbarcazione distrutta nell’urto contro gli scogli. Dopo aver fatto asciugare le divise, all’alba avevano scalato la scogliera ed erano arrivati in cima verso le 16.30. Dopo un breve riposo, all’imbrunire si erano messi in marcia. Avevano incontrato dei soldati italiani che sostavano in una capanna di canne e paglia. Non potendoli evitare, Camboni e Demontis li avevano informati in perfetto italiano di provenire dalla Tunisia e di non sapere dove fosse schierata la loro unità. I militari italiani, non riconoscendo le divise americane ed ingannati dall’accento sardo dei due, avevano fornito le informazioni necessarie per proseguire verso l’interno dell’Isola. Il commando si era avviato verso Sassari. 206

Molti dei dati riguardanti le operazioni programmate dai Comandi Alleati sono contenute in carteggi in parte ancora coperti dal segreto di Stato o riguardanti solo specifici corpi delle forze armate britanniche o statunitensi. Purtroppo il radio operatore italiano aveva comunicato al comando di battaglione la presenza nella zona di soldati non ben identificati. In breve tempo i 5 erano stati raggiunti e fatti prigionieri. Erano state loro sequestrate le armi, la radio trasmittente con i relativi codici. Durante il trasporto al Comando si era svolta una amichevole conversazione tra gli oriundi italiani ed i militari del posto. Condotti alla Stazione dei Carabinieri di Porto Torres, erano stati perquisiti e chiusi in guardina. Il 3 di luglio erano stati trasferiti a Bortigali, sede del Comando delle Forze Armate in Sardegna, dove erano stati nuovamente interrogati da un Maggiore dei Carabinieri (Cesare Faccio) appartenente ai Servizi Segreti. Camboni, Demontis e Pavia, ancora cittadini italiani, correvano il rischio di essere fucilati. Per questo motivo Taquey aveva finto di fornire l’esatta chiave dei messaggi da inviare via radio. Per qualche Almanacco gallurese 2014/2015

giorno i prigionieri avevano soggiornato nella caserma dei Carabinieri di Sassari. Con la caduta del Fascismo il 25 luglio e con l’armistizio dell’8 settembre, i componenti del commando avevano riacquistato la libertà e, in accordo col Maggiore Faccio, avevano iniziato a spedire messaggi “falsi” ad Algeri fornendo notizie importanti dal punto di vista militare e civile. Trasportati a Cagliari il 24 settembre erano stati imbarcati su un Dakota che li aveva trasferiti a Palermo da dove avevano fatto rientro nel loro reggimento, concludendo in maniera favorevole per loro una missione strategicamente fallita. Nonostante questi insuccessi, gli Alleati avevano progettato l’ambiziosa “Operazione Hawthorn” (“Operazione Biancospino”) con lo scopo di neutralizzare tra il giugno ed il luglio del 1943 il maggior numero di aeroporti tedeschi presenti in Sardegna: Alghero, Milis, Villacidro, Pabillonis, Capoterra, Oristano, Decimomannu ed Ottana. Sembra possibile che una delle fonti di molte importanti notizie sulla situazione in Sardegna potesse essere l’archivio di Benjamin Herbert Piercy. In una relazione del 26 novembre 1942 dei Servizi Segreti britannici intitolata “Sardinia” si legge “noi sappiamo che voi conoscete Mr (?) B. J. Piercy di Majerstoun House, Kelso, Roxburghshire, che aveva vissuto là per 5 anni prima della guerra. Suo padre era


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NELLa pagina precedente A sinistra, B.H. Piercy (Bertie) Al centro Benjamin Piercy e a destra Ricciotti Garibaldi IN QUESTA PAGINA John Verney e la copertina del suo libro “Going to the wars”, alla base dei dati della nostra ricostruzione

il Maggiore B.H. Piercy, sfortunatamente ora morto, che due anni fa aveva fornito molte utili informazioni sulla Sardegna” (Cfr. CARDIA, op. cit., pag. 347). Benjamin Herbert Piercy (Bertie), nato nel settembre 1870 in Galles e morto nel dicembre 1941 nella cittadina di Cowes (Isola di White), era figlio di Benjamin Piercy, Ingegnere gallese noto per aver realizzato nel 1865 la rete ferroviaria della Sardegna e per aver creato nell’Isola alcuni villaggi fra i quali Chilivani. Il figlio Bertie aveva intrapreso la carriera militare divenendo Maggiore del 12° Reggimento Lancieri. Dimessosi, era rientrato in Sardegna dove aveva già trascorso periodi dell’adolescenza. Il padre era stato tra l’altro amico di Garibaldi che l’aveva scelto come padrino per il figlio Ricciotti. Pare, come viene ricordato da Bertie, a pag. 162 del suo libro “La Sardegna dei miei ricordi” (Zonza Editori, Cagliari 2008), che in un viaggio in nave verso l’Isola, abbia incontrato Ricciotti col quale si era bisticciato malamente da fanciullo. Si erano riconosciuti e Ricciotti aveva esclamato “Così tu sei Bertie Piercy. Non ti vedevo da quando avevi due anni!”. Bertie era un uomo eclettico di vasti interessi, amante dell’equitazione, della caccia, dell’archeologia, dell’alpinismo e della navigazione. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale era rientrato in Inghilterra portando con sé copia del

corposo archivio di famiglia. Egli era deceduto sei mesi dopo il suo rientro in Patria ed è probabile che dal suo archivio i Servizi Segreti inglesi abbiano tratto molte informazioni. Molti dei dati riguardanti le operazioni programmate dai Comandi Alleati sono contenute in carteggi in parte ancora coperti dal segreto di Stato o riguardanti solo specifici corpi delle forze armate britanniche o statunitensi. La presente esposizione si basa in maniera prevalente, su quanto riferito dal Capitano inglese John Verney (30 settembre 1913 - 2 febbraio 1993), testimone “oculare”, nel suo libro “Going to the wars” edito da Collins a Londra nel 1955. Egli era un intellettuale liberale, regista cinematografico, pittore ed illustratore di libri per l’infanzia, fine umorista e scrittore affermato, Baronetto ed Ufficiale del prestigioso Reggimento di cavalleria Yeomanry. Durante il lungo periodo del servizio militare aveva partecipato alle varie fasi della Seconda Guerra Mondiale descrivendone con fine e distaccata ironia le varie vicende. Verney confessa a pagina 151 del suo volume che durante l’ultimo anno di guerra aveva prestato servizio presso il Ministero della Guerra britannico. Egli aveva ritrovato un grosso faldone etichettato “Operation Swann”. Candidamente confessa: “Con la premonizione che io potessi qualche giorno scrivere qualcosa al riguardo, mi Almanacco gallurese 2014/2015

sono appropriato del faldone. Questo probabilmente può spiegare perché Winston Churchill nel V° volume del suo libro nel quale parla della Campagna in Sicilia non faccia nessun riferimento alla “Operazione Swann”. Va precisato subito che Verney descrive questa operazione come effettuata da una “unità” nota con il nome “Bomfrey’s Boys”. Oliver Bomfrey, stravagante personaggio inglese, era riuscito a costituire ed a farla riconoscere dagli alti comandi britannici, una unità speciale autonoma sia come iniziative che come uniforme (che ogni appartenente poteva modificare a suo piacimento) ed era costituita da militari volontari provenienti dai reparti regolari. A questa unità sia Verney che il suo amico Amos, di cui afferma di non conoscere il vero nome, avevano aderito mentre si trovavano in Egitto, stanchi di attendere di prendere parte attiva alla guerra nel deserto. Per attuare la già citata Operazione Hawthorn, perfezionata anche con il contributo di Bomfrey e del suo amico Mathew, un gruppo di 6 Ufficiali e 50 soldati da Alessandria d’Egitto aveva raggiunto Algeri e dopo una sosta in un campo base, era stato alloggiato, per un periodo di acclimatamento, in un sottomarino britannico ancorato in rada. La vita in spazi così angusti era risultata piuttosto fastidiosa per individui abituati ad operare all’aria aperta con uniformi leggere ed informali. Molti avevano 207


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sofferto di cefalea e/o di claustrofobia. Altri erano stati ricoverati per Malaria. Sia per divergenze nell’ambito dei componenti dell’alto comando alleato, sia perché il numero dei militari disponibili si era andato notevolmente riducendo a causa delle morti o dei ricoveri per Malaria, l’operazione era stata ridimensionata e riprogrammata. Il comando della nuova missione denominata “Operazione Swann”, cioè “Operazione Cigno”, era stato affidato al Capitano John Verney. Verney rimane molto generico sull’identità dei componenti questo “corpo di spedizione”. Gli Ufficiali inizialmente erano Amos, Fizzy, Kempster, Jim, Bryan, Verney, Bomfrey e Mathew. Fizzy si era ammalato ed era stato esentato. Bomfrey e Mathew erano stati esclusi per decisione degli alti comandi. Nella nuova programmazione solo tre aeroporti dovevano essere sabotati ed il 27 giugno del 1943 i restanti componenti del gruppo, 5 Ufficiali e 24 soldati, venivano imbarcati sul sommergibile Tiber, comandato dal Capitano Grigson. Le pattuglie Kempster e Jim avrebbero dovuto attaccare l’aeroporto di Pabillonis e quello di Milis, mentre Amos e Verney, che sarebbero stati sbarcati più a nord, nella costa occidentale della Sardegna, avrebbero dovuto attaccare un aeroporto vicino ad Alghero (Fertilia?). Bryan, trasportato da un altro sommergibile, 208

sarebbe stato sbarcato sulla costa orientale della Sardegna dove avrebbe dovuto organizzare il punto di incontro da dove ripartire verso l’Algeria. La traversata, durata circa 36 ore, aveva provocato notevoli sofferenze psicologiche e fisiche ai 24 militari, stipati negli angusti spazi del sommergibile. Comunque, giunti in vista del punto stabilito (Capo Pecora), il 29 giugno del 1943, con due gommoni, era stata sbarcata la prima pattuglia guidata da Kempster. La notte successiva, il 30 giugno, aveva preso terra la pattuglia Jim. Due notti dopo avrebbe dovuto sbarcare la pattuglia Verney ed Amos. A questo punto il colpo di scena: un guasto ai motori aveva costretto il Comandante del sommergibile a rientrare ad Algeri. Verney ed Amos avevano deciso di effettuare ugualmente la missione facendosi paracadutare nei pressi di Ottana in modo da trovarsi in Sardegna quando le unità giunte nell’Isola avevano già iniziato ad operare. L’aereo noleggiato, un quadrimotore Halifax, era decollato alle 8 di sera del 7 luglio 1943 con a bordo complessivamente 2 Ufficiali e 4 uomini che costituivano il massimo numero di persone trasportabili. Raggiunto il punto previsto, alle 10.45 circa si erano lanciati col paracadute. Avevano toccato terra senza problemi nei pressi di Sedilo e, dopo aver nascosto i paracadute, avevano risalito il fiume Tirso e si erano riparati Almanacco gallurese 2014/2015

in un bosco alle 3 antimeridiane dell’8 luglio. Il 9 luglio avevano esplorato l’aeroporto percependo nettamente le voci dei militari tedeschi. Era stato concordato che se la missione fosse riuscita, il Commando avrebbe dovuto raggiungere Monte Alberu, sito vicino a Tertenia, distante circa 80 miglia, per incontrare nel punto stabilito la pattuglia Bryan. Il 10 luglio il Commando si era introdotto nell’aeroporto di Ottana per sabotare gli aerei che erano stati rintracciati dopo un’affannosa ricerca. Erano state posizionate le bombe ad orologeria su due aerei mentre di altri velivoli si era già occupato il gruppo di Amos che si era mosso per primo. Mentre si allontanavano, avevano incontrato un soldato tedesco col quale, fingendosi militari germanici, avevano scambiato un rapido saluto. Si erano nascosti nei dintorni dell’aeroporto ed all’alba dell’11 luglio avevano assistito all’esplosione delle bombe collocate sui vari velivoli ed all’incendio dell’aeroporto. Immediatamente dopo avevano iniziato la marcia verso il punto di incontro prestabilito. Si erano però sbarbati, avevano indossato gli elmetti americani e messo in ordine la strana divisa che poteva essere scambiata sia per tedesca che statunitense. Il 12 luglio si trovavano nei pressi di Gavoi e Fonni. Tormentati dalla fame, si erano fermati in un casolare dove da


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PAGINA A FRoNTE Da sinistra, Spiaggia di Capo Pecora. Copertina del libro Luftwaffe in Sardegna QUI, DA SINISTRA Mappa dell’itinerario del Commando (da Verney, ampliata e modificata) Panorama di Tertenia

delle donne, presentandosi come soldati tedeschi, avevano comprato per 500 lire (i Servizi Segreti avevano fornito loro solo banconote di questo taglio), 6 uova, del formaggio e delle strane sfoglie di pane (il pane carasau). Successivamente avevano raggiunto la periferia di Gavoi alle 2 del mattino del 13 luglio. Avevano poi incontrato due ragazzi dal comportamento amichevole. I giovani però li avevano ingannati e li avevano condotti alla Stazione dei Carabinieri. Si erano presentati con arroganza come tedeschi ed erano riusciti ad allontanarsi. Avevano precipitosamente lasciato Fonni e, riposandosi di tanto in tanto, erano arrivati il 16 luglio nei dintorni di Villanova Strisaili dove si erano fermati. Avevano ripreso la marcia oltrepassando i binari ferroviari ed alle 2 del mattino del 17 luglio avevano raggiunto la periferia di Jerzu. Il 18 luglio avevano superato Tertenia ed in una casa avevano ottenuto dell’acqua per dissetarsi. Il 19 luglio nella loro marcia avevano potuto osservare da lontano Tertenia. Più tardi avevano incontrato un carro a buoi dal cui conducente avevano comprato, sempre con una banconota da 500 lire, una borraccia di vino, ma dopo un po’ avevano udito il rumore di zoccoli proveniente dal paese. Erano i Carabinieri ed un gruppo di paesani che li stavano cercando. Li avevano arrestati. La loro azione, iniziata l’8 di luglio, si era conclusa il 19 luglio,

dopo 12 giorni di affannoso girovagare. Dopo un breve interrogatorio, erano stati condotti alla Stazione di Polizia di Tertenia da dove, su di un camion, erano stati trasferiti in un piccolo paese non lontano dall’aeroporto di Ottana. Separato dai suoi due soldati Verney era stato interrogato, in un Ufficio della Polizia militare, da un Capitano piuttosto gentile ma aggressivo che parlava un discreto inglese. Quest’ultimo cercava di sapere quale era lo scopo della loro missione, perché non indossassero l’uniforme e soprattutto dove erano stati nascosti i paracadute. Verney aveva precisato che quella che indossavano era una uniforme americana ed aveva negato la presenza in Sardegna di altri componenti del Commando. A questo punto il Capitano aveva fatto condurre nella camera Amos, evidentemente catturato in precedenza con i suoi uomini. Verney era rimasto frastornato, ma l’amico lo aveva rassicurato facendogli l’occhiolino. Il Capitano aveva consegnato a Verney un fascicolo zeppo di notizie precise sulle varie mosse delle pattuglie sbarcate sulla costa occidentale sarda. Tutto esatto: località, zona ed ora di sbarco, elenco dei prigionieri ed altri dettagli. Da queste note Verney aveva avuto conferma che la pattuglia Kempster e la pattuglia Jim avevano iniziato a muoversi. Il peso delle armi, dei viveri e della radio ricetrasmittente, avevano reso difficile e Almanacco gallurese 2014/2015

penosa la marcia di avvicinamento agli obiettivi ed il terreno accidentato e la terribile calura avevano accresciuto le difficoltà. Successivamente il resto del gruppo era stato catturato. La pattuglia Jim, dopo aver rinunciato all’azione di sabotaggio per eccesso di sorveglianza dell’obiettivo, nella marcia di avvicinamento al punto di raccolta, era stata catturata il 17 luglio. I Commandos avevano perso 3 uomini morti per malaria ora sepolti nel Cimitero San Michele a Cagliari. Veniva inoltre segnalato che la pattuglia Bryan, sbarcata nei pressi di Muravera dal sommergibile Saracen il 2 luglio, era stata quasi subito catturata dagli Italiani probabilmente già informati. I componenti le pattuglie precedentemente fatti prigionieri erano stati spediti in un campo di concentramento nel nord Sardegna. A questo punto il Capitano aveva abbandonato la camera. Rapidamente Amos aveva sottolineato che l’Ufficiale italiano aveva intenzione di non consegnarli ai tedeschi, a patto che venisse informato di una cosa a cui teneva molto. Cioè, per garantire la loro salvezza, desiderava sapere la località dove i paracadute erano stati nascosti. Egli era, nella vita civile, un mercante di seta che aveva vissuto per anni in Inghilterra vendendo camicie e, nella conversazione, avevano scoperto di avere amici comuni. Non solo, Amos per assicurarsi ancora di più il suo aiuto, 209


storia IN QUESTA PAGINA A destra, spiaggia di Muravera. Qui sotto, Ottana Sotto, da sinistra, La Maddalena, Comando della Marina Militare Montenero di Bisaccia

gli aveva fatto credere di essere uno dei direttori dei grandi magazzini Harrods di Londra, cosa che ovviamente aveva grande importanza per un venditore di camicie di seta. A questo punto il Capitano era rientrato con una bottiglia di vino e tre bicchieri e si era bevuto in una atmosfera abbastanza rilassata quando, un Capitano tedesco, aveva fatto irruzione nella camera pretendendo la consegna dei prigionieri inglesi. Di fronte al netto rifiuto dell’italiano, aveva lasciato incollerito la Stazione di Polizia. Non potendo far fucilare gli inglesi, i tedeschi avevano fucilato la sentinella dell’aeroporto, rea di non aver riconosciuto i membri del Commando. Il pericolo comunque restava, pertanto era stato subito indicato con esattezza su di una mappa il punto in cui si trovavano i paracadute (di seta). Amos, Verney ed i loro uomini erano stati inviati in un campo di concentramento a Sassari e successivamente trasferiti nelle casematte di La Maddalena da dove avevano tentato inutilmente di 210

fuggire. Catturati nuovamente erano stati trasferiti nella Penisola. Verney ed Amos si erano ritrovati in territorio abruzzese dove erano stati fatti prigionieri dai tedeschi e caricati su un treno diretto in Germania. Consapevoli della quasi sicura morte che li attendeva, durante la notte erano saltati dal convoglio in corsa diretto in Germania e si erano nascosti in un bosco. Sapevano che l’ottava armata alleata aveva raggiunto il fiume Sangro e non era quindi molto lontana. Avevano poi incontrato degli italiani antifascisti e antitedeschi che li avevano ospitati ed aiutati. In una concitata discussione notturna avevano deciso di attraversare la terra di nessuno. Prima si era mosso Amos, scomparso nel buio, e successivamente Verney che, raggiunto il villaggio di Montenero, aveva incontrato un gruppo di soldati britannici. Era stato rifocillato e fornito di una nuova divisa. Nonostante le sue insistenze non era riuscito ad ottenere alcuna informazione sulla sorte dell’amico. Almanacco gallurese 2014/2015

Molti anni dopo Verney era stato invitato ad un ricevimento in un club londinese. Aveva sostato per un po’ nella libreria dove era affisso l’elenco dei soci caduti in guerra. Fra questi figurava il nome di Amos con la dizione “ucciso in Italia nel 1943”. Quando mi trovavo a Manchester nel 1951, quale ricercatore del British Council, ancora all’oscuro dell’esistenza dell’Operazione Swann, ero stato messo in contatto con un distinto signore, molto apprezzato quale titolare di una nota casa di confezioni di camicie di seta. Al termine di un cordiale colloquio nel quale era emerso che aveva prestato servizio militare in Sardegna, terra alla quale era rimasto affezionato, mi aveva regalato una delle camicie di sua produzione. Mi domando ancora se il “camiciaio” di Manchester fosse il Capitano della Polizia militare italiana che in Sardegna aveva recuperato i paracadute di seta inglesi.


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storia

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di Giovanni Forteleoni

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il cinema

verso la Fine degli anni trenta, dopo quasi un decennio dallâ&#x20AC;&#x2122;avvento del sonoro, tutte le sale italiane avevano dovuto adeguare i loro impianti e il cinema aveva naturalmente accresciuto il suo giĂ&#x20AC; Forte potere di attraZione 212

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i l c i nem a a t e r r a n o v a

Nel 1939 a Terranova esisteva solo il Cinema Teatro Olbia. Gli altri locali preesistenti dove si effettuavano regolarmente o saltuariamente le proiezioni cinematografiche erano stati ormai chiusi. In città il cinema aveva però una lunga storia

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in dai primi del Novecento, si potevano vedere i film muti in un cortile all’inizio di via Stazione, l’odierna via Giacomo Pala. L’area del cinema all’aperto, che funzionava naturalmente solo d’estate, come la palazzina adiacente ad essa, era di proprietà di un personaggio noto a Terranova come “Mussulai”. Si trattava di Gaetano Lai, di Gavoi, che giunse a Terranova come brigadiere dei carabinieri a cavallo; in città si sposò e decise di restarci anche dopo il pensionamento. Come sottoufficiale dei carabinieri in pensione aveva quindi il diritto di fregiarsi del titolo di “mussiu”, nome d’onore e di rispetto riservato esclusivamente ai sottoufficiali dell’arma in pensione. Per i terranovesi fu facile la contrazione del nome mussiu Lai nel più sbrigativo “mussulai”. Lai aveva concesso in gestione il cortile ad Attilio Carboni, un noto commerciante di cui si parlerà in un successivo capitolo, che aveva acquistato una macchina da proiezione a manovella e gli arredi e avviato il cinema all’aperto. Naturalmente a quell’epoca esistevano solo i film muti. Qualcuno ricorda che avesse un ruolo nella gestione Mario Tamponi, di Terranova, che lavorava nel cortile di laterizi e legname da costruzione di Peppino Rasenti, suo parente, e successivamente alla S.I.A.E. Il cinema all’aperto offriva solo spettacoli serali, e

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nel cortile erano state collocate un paio di file di sedie, i posti di lusso, e dietro ad esse diverse file di lunghe assi in legno per i posti popolari, più economici e più scomodi. Al centro dello spiazzo vi era la macchina da proiezione a manovella e, per non essere da meno dei cinema di prestigio, per i film più importanti si associava alla proiezione la musica dal vivo, eseguita dall’orchestrina di cui faceva parte anche Osvaldo Gandini. Infatti secondo le migliori tradizioni delle buone sale di quei tempi per rendere più realistiche le immagini il film muto era accompagnato dalla musica dal vivo intonata e adattata alla pellicola proiettata. Talvolta Carboni organizzava proiezioni cinematografiche riservate agli amici e nell’antico cortile, nella bella stagione, si programmavano occasionalmente spettacoli di altro genere, come incontri di pugilato, saggi ginnici ed esibizione di atleti agli anelli e alle parallele. Il cinema all’aperto non durò molto a lungo; cessata l’attività la macchina da proiezione fu conservata in soffitta, o meglio in un locale al primo piano del palazzo tra il corso e via Porto Romano, dove si trovava il bar Italia, e durante la guerra fu rubata assieme ad articoli in tessuto e corredi che Attilio Carboni aveva immagazzinato in quelle stanze. Negli anni venti si eseguivano proiezioni cinematografiche anche al “Chicchirichì” in via Porto Romano, nel palazzo dove ha sede l’attuale Expò. Il “Chicchirichì” era un grande stabile composto da ampie sale disposte sui due piani; il pianterreno era in parte occupato da un deposito di for214

maggio per la stagionatura. L’intero edificio veniva chiamato palazzo “Chicchirichi” perché sul tetto era collocato un grande gallo segnavento in ferro. Un piano aveva funzioni di cinema, l’altro era destinato a sala da ballo. Il locale era stato concesso in affitto dal cavalier Silverio Piro, che ne era il proprietario, a un gruppetto di terranovesi benestanti e festaioli composto da Peppino Benetti, Andrea Pintus, e Ciro Piro, noto “Cirotto”, cugino del cavalier Piro. Un tale Giuseppino Sotgiu gestiva il bar. Peppino Benetti era un facoltoso commerciante con numerosi depositi in città. Aveva l’esclusiva della distribuzione per tutta la Sardegna della Birra Busalla, ed era depositario di varie marche di farina; il cavalier Andrea Pintus era un proprietario terriero e possedeva anche diversi caseifici che producevano notevoli quantità di formaggio che conferiva alla ditta “Ciro Piro”; “Cirotto” aveva un bel negozio di generi alimentari in piazza, gestito dalla moglie, ricco di prodotti che arrivavano con i velieri di Onorato da Napoli, e una passione per il gioco delle carte e per le bevande alcoliche. Il locale da ballo raggiungeva il suo clou nel periodo di carnevale, quando si organizzavano dei memorabili balli in maschera, ma le feste erano numerose nel corso dell’intero anno. Il carnevale al Chicchirichì era straordinario: serate danzanti in grande stile con ricchi costumi, tanta bella gente, e l’orchestra coinvolgente dei fratelli Sechi. Il numero dei coriandoli e delle stelle filanti era tale che ogni tanto era necessario interrompere le danze per sgomberare il pavimento.

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i l c i nem a a t e r r a n o v a a fronte Terranova anni Venti. A destra, sulla facciata del palazzo Lai nella vecchia via Stazione, era evidente l’indicazione del cinema all’aperto a destra Il cinema all’aperto di “Mussullai”

Va ricordato che in quel locale si tenevano anche serate di varietà e si esibivano compagnie di operetta. Talvolta vi si programmavano spettacoli di sapore circense; si ricorda ancora un giovane muscoloso che si faceva collocare due larghe assi di legno sul petto e sulla schiena e resisteva stoicamente ai violenti colpi di una mazza di ferro sferrati sulle tavole, o un fachiro che camminava come se niente fosse su un tappeto di chiodi. I terranovesi gaudenti non si facevano mancare niente: balli, spettacoli e grandi bevute. Una di queste feste sfrenate è ancora ricordata perché costò cara ad Andrea Pintus. Il cavalier Pintus, noto e facoltoso galantuomo e in quel periodo, nel 1921, anche sindaco della città, commise una leggerezza verso la fine di una serata in cui aveva alzato il gomito: estrasse una pistola e sparò su un ritratto del re che faceva bella mostra di sé sulla parete, centrandolo in pieno. Il gestore del bar non ebbe il coraggio di fare sparire il quadro bersagliato e, per timore di essere coinvolto come complice di quell’atto considerato molto grave, denunciò il fatto: non è chiaro se chiamò il maresciallo dei carabinieri o se addirittura portò l’effige del re bucherellata dalle pallottole in caserma. Pintus ebbe un mare di guai anche se riuscì a limitare i danni per l’intercessione del deputato calangianese Pietro Lissia, sottosegretario di Stato alle finanze nel primo governo Mussolini, che garantì sulla onorabilità del Pintus, peraltro fuori discussione, e sulla casualità del gesto. Ma fino a ché durò la monarchia Andrea Pintus ad ogni festa nazionale doveva lasciare la città e rifugiarsi nelle sue tenute di Loiri; alla fine aveva ottenuto il perdono, a condizione che fosse lontano da Terranova ogni qualvolta autorità in visita, per non parlare dei membri della famiglia reale, sfioravano la città. Sotgiu, il pusillanime e poco rispettoso delatore, non ebbe migliore fortuna perché perse il posto al “Chicchirichì” e poco tempo dopo dovette andarsene anche da Terranova e si trasferì definitivamente a Genova. Questo episodio, come riportato in un precedente capitolo, non fu ininfluente nei rapporti fra Terranova e la famiglia reale. Il re e l’intera casa Savoia non avevano digerito il gesto ingiurioso perpetrato per giunta dal primo cittadino, e da parte sua il popolo di Terranova, oltretutto non eccesAlmanacco gallurese 2014/2015

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sopra a sinistra Il signor Raffaele Balzano e la moglie, signora Angela Aversano sotto a sinistra Giuseppino Balzano, protagonosta assoluto della nascita del cinema moderno a Olbia Mariano Fortuny sopra Immagine recente dei locali del vecchio Cinema Astra, chiuso da anni e devastato da due incendi: evidente il degrado a fronte L’orchestrina nella quale suonava Osvaldo Gandini Una delle tante sfrenate feste da ballo al Chicchirichì

sivamente monarchico, considerava sproporzionate le conseguenze di un gesto inconsulto frutto solo di un attimo di euforia da parte di un concittadino influente, stimato, e che in città annoverava molti amici. A occuparsi del cinema al “Chicchirichì” era un romano di nome Galistri, che era diventato esperto nel settore perché gestiva una saletta cinematografica in via Regina Elena, la prima nella storia della città, e si era poi trasferito nel più prestigioso locale del “Chicchirichì” avvalendosi dell’aiuto dell’operatore Cesare Boselli. Nel 1929 il cavalier Piro fece ampliare e ristrutturare l’intero palazzo, per trasformarlo nell’Albergo Italia, gestito da Romeo Cervelli e Angelo Denza, e fu la fine del famoso “Chicchirichì”. Sempre nel 1929 arrivò con la famiglia da Ponza Raffaele Balzano che aprì la prima vera sala cinematografica della città funzionante tutto l’anno: il “Cinema Teatro Orfeo” in corso Umberto, di fronte al palazzo scolastico, in locali sempre di proprietà del cavalier Silverio Piro. In quegli anni il cinema sonoro era ancora agli albori (la prima proiezione di un film sonoro avvenne nel 1927 in America e nel 1930 fu prodotto il primo film sonoro italiano) ed era stata da poco superata l’usanza in vigore in precedenza nelle sale più sofisticate di associare, come si è visto, la proiezione del film muto alla musica e ad alcuni effetti acustici diffusi dal fonografo. 216

Ormai le vecchie macchine erano finite in soffitta e la programmazione prevedeva solo pellicole sonore. Il locale dell’Orfeo era stato realizzato alla buona unendo due spaziosi magazzini affiancati, ricavando così una grande sala, semplice e spartana, ma con un aspetto dignitoso e un palcoscenico. All’“Orfeo” si facevano le proiezioni cinematografiche ma anche spettacoli teatrali e musicali. Non a caso all’esterno del locale vi era la grande insegna recante la scritta “Cinema Teatro Orfeo”. Raffaele Balzano era aiutato soprattutto dal figlio maggiore Giuseppino che era un appassionato e competente cultore di cinema, di spettacolo e di musica. Era stato lui a convincere il padre ad aprire la sala cinematografica. Il cinema Orfeo offriva al pubblico, come si è detto, non solo film, ma ogni specie di spettacolo, compatibilmente con quanto era disponibile sul mercato. Di tanto in tanto vi si svolgeva anche la stagione teatrale con attori di grido impegnati nei tour dei teatri della Sardegna. È rimasta indimenticabile una sequenza di spettacoli teatrali con opere di autori del livello di Nicodemi, Giacometti, D’Annunzio, Goldoni e Capuana, svoltasi a gennaio del 1932, nei quali la prima attrice era Francy Carrara, allora già molto nota. Il locale era stracolmo e i Balzano avevano anche provveduto a intrattenere il pubblico nell’intervallo tra i diversi atti con un’orchestrina che suonava la musica dal vivo. Il successo fu

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strepitoso e come riporta la cronaca dell’epoca gli spettacoli strapparono nel pubblico “grida di ammirazione e applausi scroscianti”. Tra i vari eventi nell’“Orfeo” si ricorda l’esibizione, nel 1931, del famoso cantante sardo Gavino Luna di Padria, noto con nome d’arte Gavino De Lunas, che esibiva la sua voce accompagnandosi con la chitarra. Allora in assenza di effetti speciali si ricorreva a qualunque espediente per stupire gli spettatori. De Lunas aveva dato sfoggio della sua abilità facendo addormentare un bambino piccolo con una ninna nanna. Avendo visto un bimbo di alcuni mesi perfettamente sveglio e arzillo in braccio alla mamma tra il pubblico, lo aveva fatto portare sul palco accanto a lui, e l’aveva rapidamente steso con la sua irresistibile melodia. Ciò contribuì a elevare l’indice di gradimento negli spettatori. Il povero De Lunas, che lavorava come impiegato delle poste a Roma, fece una tragica fine poiché ebbe la incredibile sfortuna di essere tra i rastrellati e uccisi con un colpo di pistola alla nuca dai nazisti nell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Gli fu tolta la vita all’età di quarantotto anni. Il suo nome figura tra le 335 vittime di quella crudele esecuzione. Nell’elenco delle persone uccise da Kappler e Priebke nel 1944 si trova: “Luna Gavino – Impiegato delle Regie Poste. Con il nome d’arte di Gavino de Lunas incise un disco di musica sarda pubblicato nel Regno Unito”. Il cinema Orfeo fu però distrutto da un incendio qualche anno dopo. Le pellicole di quei tempi erano altamente infiammabili e verosimilmente per un surriscaldamento legato a un difetto di scorrimento della pellicola si svilupparono delle fiamme che avvolsero inizialmente la macchina e la cabina di proiezione e poi si diffusero alla sala. Gli spettatori ebbero il tempo di riversarsi fuori dal locale e per fortuna non vi furono vittime o ustionati, ma la struttura fu seriamente danneggiata e il cinema dovette chiudere. Giuseppino Balzano, che era addetto al proiettore, aveva tentato disperatamente di spegnere l’incendio e salvare la macchina riportando delle estese ustioni di secondo grado alle mani che richiesero alcune settimane di cura. Dall’inizio degli anni Trenta, a Terranova, si poteva andare al cinema anche al dopolavoro ferroviario pagando il biglietto due soldi. Nei primi anni di attività si poteva assistere soltanto a film muti, poiché il dopolavoro non possedeva un nuovo proiettore adatto ai film sonori, ormai diffusi dappertutto. Tra i film muti imperversavano quelli senza tempo e divertenti di Ridolini e di Charlot. Nel 1939 il dopolavoro si era però ammodernato con l’acquisizione di un nuovo proiettore sonoro.

Il cavalier Silverio Piro, amico e compaesano dei Balzano, dopo la completa distruzione dell’“Orfeo”, l’unico cinema della città, si rese disponibile, in seguito alle richieste degli stessi Balzano, ad allestire come nuova sala cinematografica un edificio di sua proprietà in via delle Terme, nei pressi del corso. Il fabbricato aveva ospitato in precedenza il pastificio dei Benelli, famiglia di Tempio, ed era composto da ampi magazzini di confezionamento e deposito, e di un cortile nel quale si essiccava la pasta all’aperto sugli incannucciati di canne. I Benelli, in difficoltà economica e ormai sull’orlo del fallimento, avevano da tempo lasciato la città; i locali erano in completo abbandono e il cortile era ormai invaso da erbacce. Si realizzò così, nel 1934, il “Cinema Teatro Olbia”, gestito sempre dalla famiglia Balzano, con la direzione del solito Giuseppino, il più esperto e intraprendente dei figli, ma con il concorso anche dei più piccoli. La sorella Maria Immacolata, nota a tutti come Lillina, aveva solo tredici anni quando si piazzò alla biglietteria iniziando una lunga attività che sarebbe durata diversi decenni. L’unico a percepire uno stipendio era Giuseppino, che essendo sposato non viveva più in famiglia; gli altri, pur se impegnati nella gestione, stavano ancora in casa e non ricevevano alcun compenso. In quei primi anni il biglietto costava 50 centesimi. Vista la disponibilità del cavalier Piro ad allestire il locale e a sostenere economicamente l’operazione, i Balzano, che disponevano di due palchetti nelle propaggini laterali del-

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la galleria, avevano riservato in esclusiva quello di sinistra ai componenti della famiglia Piro. A Sassari, capoluogo di provincia, le pellicole straniere arrivavano pochi anni dopo. Le prime cinematografiche, che venivano largamente pubblicizzate sulla stampa, riguardavano film di tre, quattro anni prima, ma talvolta, come accadde per Biancaneve e i sette nani, anche film usciti in America solo da due anni. Nel capoluogo di provincia si poteva scegliere tra il noto e prestigioso “Cinema Teatro Verdi”, il “Grande Cinema Sassari”, il “Cinema educativo Salone San Francesco”, gestito dalla Chiesa, e la sala cinematografica “Dopolavoro Ferroviario”. Nella città, di antiche tradizioni culturali e teatrali e in cui il pubblico era avvezzo agli spettacoli più eleganti e ai cantanti di alto livello, si svolgeva regolarmente ogni anno la stagione lirica e quella teatrale. A Terranova si era meno esigenti e poco sensibili agli eventi troppo raffinati. Al cinema nel 1939 si proiettavano, come nelle altre sale di provincia, pellicole di alcuni anni prima che arrivavano dopo un lungo pellegrinaggio per le sale di molti grandi e piccoli centri italiani, inesorabilmente accompagnate dai cinegiornali Luce. Si davano già allora due spettacoli: quello pomeridiano e quello serale. I Balzano sceglievano i film che ritenevano più adatti fra quelli disponibili, e le pizze con le pellicole arrivavano da Cagliari, che curava la distribuzio218

ne per tutta la Sardegna; l’operatore, lo stesso Boselli che in precedenza lavorava al Chicchirichì, si occupava di trasferire la pellicola sulle bobine per la proiezione. I terranovesi vedevano sempre con entusiasmo quello che passava il convento, film quasi tutti italiani, e apprezzavano anche i cinegiornali luce, ma i vecchi film storici e d’azione erano i più gettonati; più si menavano le mani, più la gente accorreva. Il pubblico di Terranova, come si è detto, non era molto interessato alle rappresentazioni troppo impegnate e non mostravano particolare entusiasmo per le innovazioni che Giuseppino Balzano tentava lodevolmente, ma con poco successo, di introdurre in città. Giuseppino infatti era sì innamorato del cinema, ma anche del teatro, dell’opera e degli spettacoli culturali, e cercava di proporli nel suo locale alla sua città. In una rappresentazione della “Cavalleria rusticana” dovette però fare i conti con un paio di spettatori, che si narra, per rispetto dei terranovesi, fossero giunti dal nuorese, poco avvezzi alle opere teatrali e ignari dell’esistenza e del valore di Mascagni. Indispettiti, avevano preteso a tutti costi, e alla fine ottenuto, la restituzione del costo del biglietto sostenendo di essere stati ingannati. Si imputava a Balzano il fatto che nello spettacolo era stato fatto credere che compare Turiddu fosse stato ucciso mentre invece alla fine dello spettacolo si era sfacciatamente presentato sul palcoscenico come se niente fosse, vivo e vegeto, sorridente e baldanzoso, per prendersi gli applausi del pubblico. A parte questo grottesco episodio, dopo un paio di flop, Giuseppino Balzano e famiglia capirono che per il pubblico di Olbia erano più adatti gli spettacoli di varietà e quindi riuscirono dopo la guerra a riempire il cinema e a guadagnare qualche soldo con le esibizioni di avvenenti ballerine in abiti succinti e con il teatro di avanspettacolo. La struttura più che dignitosa, multifunzionale in quanto progettata anche come teatro, nel 1939 consentiva l’attuazione di manifestazioni utili alla città. Ogni tanto si esibivano compagnie teatrali e occasionalmente si svolgevano serate danzanti di beneficienza. A gennaio del 1939 una veglia danzante servì a raccogliere fondi per la banda musicale della sezione terranovese del Dopolavoro e l’orchestra fu per l’occasione costituita dai migliori elementi della stessa banda. Il 5 maggio, sempre nel 1939, era stato proiettato un documentario di guerra per le forze armate. Si trattava di un lungometraggio tedesco messo a disposizione da Massimiliano Oetlin, rappresentante consolare tedesco e industriale sugheriero residente in città; lo spettacolo era stato organizzato dal dopolavoro comunale di Terranova. Il 29 maggio nei locali del cinema il Segretario dell’Unio-

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i l c i nem a a t e r r a n o v a a fronte Foto ricordo con dedica che De Lunas, che si esibiva in costume sardo, consegnò in occasione del suo spettacolo al Cinema Orfeo di Terranova il 17 febbraio 1931. Sul retro è scritto: “Alla cara famiglia Decortes perché serbino di me vivo ricordo” a sinistra Benedizione del nuovo Cinema Teatro Olbia nel 1993, alla riapertura, dopo gli ultimi importanti lavori di rinnovamento. Da sinistra la sig,ra Lillina Balzano, don Giuseppe Delogu, la sig.ra Vacca, madrina della cerimonia e il sig. Riccardo Balzano

ne fascista lavoratori per l’industria per la provincia di Sassari, il cav. uff. Carlo Bonino, aveva illustrato agli operai, in una conferenza, la riforma della previdenza sociale introdotta dal duce. Lunedì 28 giugno si svolse una rivista musicale in due tempi e 12 quadri per fini benefici. Si trattava della rivista Oggi, domani… e poi di A. Versi. Il ricavato era destinato alla GIL e alle casse scolastiche della Regia scuola di avviamento A. Diaz di Terranova. I posti, per l’occasione, erano tutti numerati e potevano essere prenotati all’edicola Villa in piazza Regina Margherita. Talvolta era il comune a offrire le proiezioni cinematografiche al Cinema Olbia. Il 9 maggio 1940 era stato proiettato per i militari presenti in città il film Il cammino degli eroi, oltre che il solito giornale Luce, e il comune di Olbia aveva sostenuto le spese che ammontavano a trecento lire. Inoltre, per conservare la tradizione nel periodo di Carnevale al Cinema Olbia si organizzavano grandi serate danzanti anche in maschera. Nel dopoguerra l’offerta di spettacolo si ampliò per l’apertura di un nuovo cinema-teatro, l’“Astra” e due cinema stagionali all’aperto, il “Cineparco” e l’“Arena Odeon”. Il “Cinema Teatro Astra” era stato costruito da Eugenio Bagatti, commerciante, proprietario di un negozio di calzature e appassionato di spettacolo. La struttura aveva i requisiti per poter essere un grande e capiente cinema e un funzionale teatro, con un ampio palcoscenico, la platea e la galleria. Era ubicato nei pressi di via Regina Elena, dove ancora si trova l’edificio ormai inutilizzato da anni. Era stato aperto nel 1953 e ha funzionato a pieno ritmo fino al 1988. I primi due anni, considerata l’inesperienza nel settore di Eugenio Bagatti, si preferì fare gestire il locale da una coppia di imprenditori arrivati da fuori: un tale Cabiddu, che aveva una certa pratica in quanto proprietario di un cinema a Lanusei, dove viveva, ma che contava diversi parenti a Olbia, che si era messo in società con uno dei tan-

ti impresari romani in cerca di fortuna in giro per l’Italia di nome Conte. Dopo questo biennio di apprendistato il cinema fu gestito dalla famiglia Bagatti fino alla chiusura, quando Eugenio Bagatti, ormai anziano e con problemi di salute, non si sentì più di continuare. Al cinema Astra, oltre alla quotidiana programmazione cinematografica si svolgevano feste da ballo, concorsi canori ed eventi di spettacolo con stelle di valore internazionale del livello di Amalia Rodriguez. Il locale era immenso, molto più grande del Cinema Olbia, per cui, quando si svolgevano i veglioni di carnevale, concorsi canori, incontri di boxe e importanti manifestazioni musicali vi stava dentro mezza città e accorreva gente dall’intera Gallura. Dei cinema all’aperto si può ricordare l’Arena Odeon, ubicato in un vasto cortile di fronte al cinema Olbia oggi sede di una pizzeria-ristorante, che era stato aperto negli anni Quaranta da Nicola Careddu, e il Cineparco, nell’attuale via Papandrea, che era stato avviato, sempre in quegli anni, dalla famiglia Balzano che già gestiva il cinema Olbia. I cinema all’aperto non sono tuttavia durati a lungo, un po’ per la mancanza dei comfort che garantivano invece i cinema tradizionali, e gli olbiesi erano e sono amanti delle comodità, e un po’ per motivi climatici poiché la forte umidità finiva per inzuppare, la notte, le sedie all’aperto. Nella sua lunga storia anche il cinema teatro Olbia ha conosciuto gravi momenti di crisi che hanno determinato perfino l’interruzione delle sua attività. Ma l’amore e il rispetto per il locale e per il ruolo importante che esso svolgeva in una città per il resto priva di manifestazioni culturali, avevano spinto la proprietà dell’immobile e la famiglia Balzano, che poté contare anche sul supporto fondamentale e sul dinamismo del dottor Tommaso Lombardo (marito di Lillina Balzano), scomparso recentemente, a far sì che il cinema non morisse, e riprendesse la sua funzione ancora una volta con la gestione Lombardo-Balzano. Ma senza più il concorso di

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storia Giuseppino, che pure della nascita e dello sviluppo del cinema a Terranova era stato il principale artefice. Per molti anni nel secondo dopoguerra sono stati i gusti del pubblico a orientare la scelta del genere dei film presentati. D’altronde la famiglia Balzano non poteva non tener conto che alla proiezione di film impegnati come L’arpa birmana erano presenti in sala tre spettatori contati di cui solo due paganti (per la precisione il dottor Lombardo, don Finà, parroco di Golfo Aranci, e uno sconosciuto) e dopo un paio di giorni per “Il colosso di Rodi” la stessa sala era strapiena. Negli anni i Lombardo-Balzano hanno acquisito la proprietà del locale, il cinema è stato sottoposto alle necessarie migliorie, e in particolare nel 1993 vi fu una radicale ristrutturazione e la realizzazione di una seconda sala; alla vecchia guardia si è aggiunta anche una nuova generazione dei Lombardo che ha proseguito la tradizione di famiglia. La famiglia Balzano-Lombardo, ha rappresentato e accompagnato nel tempo, grazie all’impegno, al sacrificio e alla dedizione profusi, la storia del cinema e dello spettacolo nella città. Facendo ancora un salto a ritroso, per tornare al 1939, si può ricordare che il famoso “Cinemobile”, in occasione delle feste principali, aveva fatto qualche comparsa in città, proiettando i soliti film Luce in piazza Regina Margherita, colma di folla richiamata dall’evento. Quando il Cinemobile non era disponibile, per non saltare la proiezione, spesso si piazzava “il cinematografo” su un cavalletto, si appendeva un telo di almeno tre metri di lato a un lungo balcone del palazzo Campesi in fondo alla piazza e si risolveva il problema. Altre volte il “Carro cine-sonoro” dell’Istituto Luce che girava per le diverse regioni italiane per proiettare filmati didattici. Nell’estate del 1939 a Terranova era stato proiettato il film “Zootecnia”, seguito da molti curiosi e apprezzato dai numerosi agricoltori intervenuti. Il cinema in piazza, in qualunque forma, era sempre un evento, sia per la sporadicità delle proiezioni, sia per le emozioni che riusciva a suscitare, per cui la popolazione accorreva in massa per tempo, per accaparrarsi i posti vicino allo schermo, portando generalmente con sé la seggiola impagliata o lo sgabello su cui accomodarsi. Sempre a Terranova, nel periodo fascista, arrivava ogni tanto il Carro di Tespi. Il Carro di Tespi era un teatro itinerante istituito in Italia durante il regime dall’Opera Nazionale Dopolavoro. A tale particolare teatro fu conferito questo nome che richiamava l’antico personaggio greco di Tespi, considerato il probabile inventore della tragedia greca, che girava l’Attica su un grande carro a buoi dove pochi attori viaggiavano e dormivano e sul quale nei centri abitati gli stessi artisti girovaghi 220

rappresentavano una tragedia. Tespi era l’interprete protagonista e rappresentava opere da lui composte. Si fa risalire a lui anche l’introduzione nel teatro delle prime rudimentali maschere tragiche greche. Lo scopo della versione moderna del carro di Tespi era quello di portare anche nei piccoli centri e nei paesi il teatro di prosa e quello lirico, a prezzi contenuti. Il primo Carro di Tespi fu inaugurato a Roma nel mese di luglio del 1929 con l”Oreste” dell’Alfieri, a cui seguirono gli altri fino al 1939. I Carri di Tespi erano nel complesso quattro, uno lirico e gli altri tre di prosa, e giravano in lungo e largo l’Italia occupando tra tecnici e attori centinaia di persone. Le compagnie teatrali si esibivano all’aperto utilizzando una grande struttura smontabile progettata dall’architetto Antonio Valente, che aveva preso lo spunto da quella innovativa cupola ideata dallo spagnolo di Granada, Mariano Fortuny per il Théatre de l’Avenue Bosquet nel 1906 a Parigi. Fortuny, che dai primi del Novecento abitava a Venezia, era un grande personaggio nel mondo dello spettacolo. Era famoso come pittore, come fotografo, come costumista e come sceneggiatore. Da costumista aveva curato delle ricostruzioni fedeli degli abiti di scena, dalle tuniche greche e romane, ai ricchi costumi veneziani, i cui tessuti disegnava personalmente. Ancora oggi è possibile acquistare dei pregiatissimi tessuti da lui prodotti, o visitare il museo veneziano Fortuny dove sono esposte le sue opere pittoriche, le sue rivoluzionarie immagini fotografiche, e i tessuti più importanti da lui disegnati. In campo teatrale aveva trasformato la scenografia del teatro “La Fenice” di Venezia e di altri importanti teatri italiani. La struttura del teatro itinerante era composta da un sistema ingegnoso di apertura snodabile che bene si prestava a questa particolare funzione. Lo scheletro metallico e la copertura in tessuto del carro di Tespi quando questo era chiuso occupava uno spazio modesto, ma si apriva rapidamente, e una volta allestito risultava imponente, alto e spazioso. Nel piazzale dove si istallava la grande cupola si realizzava la tribuna e la platea, nelle quali si allestivano i posti a sedere. Il pubblico rimaneva sbalordito per la rapidità con la quale dal nulla sorgeva questo imponente teatro mobile. Bastavano un paio d’ore dopo l’arrivo dei camion per vedere l’opera compiuta. Soprattutto il carro di Tespi lirico poteva avere una grandiosa scenografia aggiunta. Si riusciva a rappresentare grandi opere come l’Aida. Le moltissime comparse necessarie si reclutavano tra gli avanguardisti del posto che, per impersonare i neri, si dovevano rassegnare a tingersi la faccia con il nerofumo. I cantanti e gli attori impegnati nei carri di Tespi non era-

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i l c i nem a a t e r r a n o v a a sinistra dall’alto e qui sotto Meccanismo di apertura della struttura del Carro di Tespi Grandiosa rappresentazione in piazza del Carro di Tespi lirico Spettacolo teatrale effettuato a Terranova dal Carro di Tespi di prosa a destra L’attore romano Marcello Giorda, protagonista di spettacoli teatrali, commedie radiofoniche e opere cinematografiche

no di secondo piano e molti di essi, soprattutto se avvenenti e di sesso femminile, e se gradite dai gerarchi che vi gironzolavano attorno in cerca di avventure galanti, finivano nei grandi teatri nazionali e all’E.I.A.R. Nel circuito isolano del Carro di Tespi Terranova era favorita perché la troupe, che arrivava dal continente proprio al porto cittadino, iniziava spesso da qui la sua tournée. In genere la programmazione annuale, trattandosi di spettacoli all’aperto, iniziava alle porte dell’estate e si protraeva per tutta la bella stagione; nel 1939 l’attività era iniziata il 24 giugno. Il teatro mobile nella provincia di Sassari effettuava un circuito che solitamente toccava nell’ordine i seguenti centri: Terranova, Ozieri, Alghero, Sassari, Tempio e La Maddalena. In alcuni comuni, Ozieri, Sassari e La Maddalena si facevano anche due rappresentazioni di commedie diverse. In città il carro di Tespi si istallava nello spazioso cortile che allora era alle spalle del palazzo scolastico di corso Umberto. I prezzi erano popolari: 5 lire per le sedie della platea vicine al palco, 2 lire per i posti in tribuna. Gli spettacoli erano stati due, uno ai primi di luglio all’arrivo in Sardegna, e uno il 9 agosto, prima della partenza. Il primo luglio 1939 il carro di Tespi drammatico numero 1, accolto dalle autorità e da esponenti dell’Opera Nazionale Dopolavoro, aveva rappresentato la commedia “Mi sono sposato”, di G. Zorzi, con la regia di Marcello Giorda, all’epoca attore teatrale e di cinema molto noto e apprezzato dal popolo sardo. Gli attori erano lo stesso Giorda, Rossana Masi, Itala Silvestri, Sandro de Macchi, Gino Pestelli, Alfredo Silvestri, Evelina Paoli, Rita Livesi e Tito Laganà.

La commedia era brillante e divertente e il piazzale affollato. Tra gli spettacoli effettuati a Terranova dal carro di Tespi lirico si ricorda anche una superba rappresentazione del Gianni Schicchi di Giacomo Puccini. Naturalmente spettavano al comune pesanti oneri finanziari e organizzativi. L’Opera Nazionale Dopolavoro, dopo aver predisposto il calendario estivo delle rappresentazioni, comunicava qualche mese prima ad ogni comune le date e le modalità di collaborazione per la buona riuscita degli spettacoli. In particolare il comune di Terranova si era dovuto impegnare, su precise indicazioni dell’Opera Nazionale Dopolavoro, a: 1) non fare pagare agli organizzatori tasse o diritti; 2) concedere gratuitamente l’area di svolgimento della rappresentazione teatrale; 3) rendere disponibili a proprie spese venti uomini validi, che, agli ordini del gestore del carro, collaborassero all’erezione del teatro e alla sua rimozione dopo lo spettacolo; 4) fornire gratuitamente l’energia elettrica necessaria; 5) offrire il servizio gratuito di due elettricisti capaci per realizzare gli impianti necessari. Nel 1939 il comune aveva deliberato di stanziare la somma di 3500 lire, da attingere dai fondi delle spese facoltative straordinarie, come “spesa per feste pubbliche e anniversari di indole straordinaria” e naturalmente arruolò i 22 operai richiesti, remunerati con 60 lire a testa. Si può citare, a titolo di curiosità, che il Dopolavoro di Venezia aveva ideato una versione marinara del carro di Tespi; si trattava di una imbarcazione adattata nella struttura alle rappresentazioni teatrali, che fu chiamata “Barca di Tespi”, la quale eseguiva spettacoli itineranti destinati a un pubblico costituito per lo più da militari di marina.

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Zuri Antica una villa sepolta nel Lago Omodeo di Giovanni Deriu e Salvatore Chessa lâ&#x20AC;&#x2122;invaso creato dalla diga di santa chiara nasconde molti reperti storici ed archeologici, ora sommersi sot to le acque del lago

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Il Lago Omodeo Fra il 1917 ed il 1924, la Sardegna è stata al tempo stesso protagonista e testimone del primo, cospicuo e importante intervento statale, in collaborazione con i privati, per il potenziamento e lo sfruttamento delle risorse naturali presenti nel suo territorio: la creazione del cosiddetto Lago Omodeo, mediante lo sbarramento del fiume Tirso, da parte della Società Imprese Idrauliche ed Elettriche del Tirso (SIIE), in seguito confluita nell’ENEL. Il Lago Omodeo si trova in provincia di Oristano, nella sub-regione storica del Barigadu (antiche curatorie di Guilcier e Barigadu del giudicato di Arborea). È intitolato ad Angelo Omodeo, l’ingegnere che curò la progettazione della prima diga, la Diga di Santa Chiara, che si trovava nei pressi di Ulà Tirso e che adesso risulta parzialmente sommersa dalle acque del nuovo invaso (realizzato tra il 1982 ed il 1997). La Diga di Santa Chiara fu completata nel 1924, sotto la direzione dell’ing. Giulio Dolcetta, ed inaugurata il 28 aprile dello stesso anno, alla presenza del re Vittorio Emanuele III, originando, per allora, il più grande lago artificiale d’Europa. Intitolata al personaggio storico di Eleonora d’Arborea, la nuova diga fu inaugurata nel 1997. L’invaso fu eseguito, non soltanto per regolamentare il corso del fiume Tirso, ma anche per produrre energia elettrica e per l’irrigazione. I comuni coinvolti dalla superficie lacustre (39,37 km2) sono quelli di Aidomaggiore, Ardauli, Bidonì, Busachi, Ghilarza (con la frazione di Zuri Nuova), Nughedu Santa Vittoria, Sedilo, Soddì, Sorradile, Tadasuni, Ulà Tirso. L’Omodeo rappresenta una meta turistica molto interessante, a dispetto della natura artificiale dell’invaso, perché il lago è circondato da altopiani basaltici ed aspre montagne, immerso quindi in un’area importante tanto dal punto floro-faunisitico quanto archeologico. Per ciò che attiene al ricco patrimonio archeologico, molti reperti archeologi sono ora sommersi. Le fonti documentali e materiali,

sopra da sinistra Zuri prima di essere sommersa (Carlo Aru) Zuri Antica - Via che portava a San Pietro (Carlo Aru)

infatti, ci informano che numerose testimonianze andarono perdute sotto le acque del lago: parti di queste testimonianze si possono vedere nei periodi di siccità. Questa sorte toccò alla “foresta fantasma” o pietrificata di Zuri-Soddì, alla chiesa di Nostra Signora di Boele (nell’agro di Tadasuni), alla strada romana, a numerose testimonianze archeologiche di età preistorica e storica (vari nuraghi e tombe di giganti), nonché alla stessa Zuri Antica (Zuri Etzu).

Il Caso di Zuri Antica Gli studi che riguardano il Lago Omodeo si soffermano, generalmente, sulle notevoli trasformazioni avutesi in Sardegna, in seguito alla costruzione della diga di sbarramento con le grandi bonifiche del Campidano di Oristano, ma tralasciano di considerare ciò che la creazione del grande invaso ha comportato per le popolazioni rivierasche, le quali hanno visto scomparire sotto la massa d’acqua i propri terreni e, nel caso di Zuri Antica, lo stesso centro abitato. Il modesto abitato di Zuri, trovandosi in prossimità del fiume Tirso ad una quota compresa fra gli 85 e i 105 metri s.l.m., era destinato ad essere sommerso dal nuovo bacino, in quanto il livello dell’acqua, con l’invaso a pieno regime, avrebbe raggiunto la quota di metri 109 s.l.m. Affinché il bacino non invadesse l’abitato di Zuri Antica né sommergesse la sua chiesa di San Pietro, sarebbe stato necessario ridurre l’altezza della diga di metri 21 e ciò avrebbe ridotto conseguentemente di oltre la metà, la capacità del bacino ed i conseguenti benefici. È palese che, considerate tutte le aspettative legate alla realizzazione dell’opera, gli appelli degli Zuresi

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sopra da sinistra Zuri Antica - San Pietro (Carlo Aru) Sito di Zuri Antica

al Governo, per salvare il loro paesino, non fossero presi in considerazione. L’ing. Omodeo, del resto, non era certo uomo sprovveduto, tanto che aveva immediatamente studiato lo possibilità di spostare la chiesa monumentale, presente nell’abitato a quota 88 metri s.l.m., per valutare e rimuovere ogni tipo di ostacolo che avesse potuto mettere in pericolo la realizzazione del progetto. Inoltre, nei disciplinari di concessione (art. 11, capo II), veniva disposto che l’abitato di Zuri fosse ricostruito a spese del concessionario, previo concerto con le autorità locali e governative secondo le leggi vigenti, in adatta località posta su quota altimetrica superiore rispetto all’invaso. Stessa considerazione non era stata riservata, tuttavia, alla foresta pietrificata, ai diversi nuraghi e altri reperti archeologici che furono abbandonati, malauguratamente, sotto il fondale lacustre. Il Consiglio comunale, riunitosi l’8 luglio 1920, deliberò all’unanimità, sull’ordine del giorno concernente la scelta della località che avrebbe ospitato Zuri Nuova. Attraverso il voto, era consentito esprimere la propria preferenza fra due siti indicati per la collocazione del centro abitato. Si trattava della località Fenughera, compresa in territorio di Zuri, e della località chiamata Murreddu, sita parte nel Comune di Soddì e parte in quello di Boroneddu. I votanti espressero, con maggioranza pari a 40 voti contro 11, la propria preferenza per il sito di Murreddu, benché quello di Fenughera – a detta della SIIE – presentasse i migliori requisiti per lo scopo. Nel 1920, la SIIE aveva dunque acquistato un terreno in località Murreddu, situata tra i comuni di Boroneddu e Soddì, per costruirvi le case di Zuri Nuova. Oltre alla ricostruzione delle case, sane e igieniche, la SIIE avrebbe provveduto a 224

sue spese e con propri mezzi al trasporto di tutti gli arredi, masserizie e prodotti agricoli da Zuri Antica alle nuove abitazioni. Il progetto di ricostruzione del paese, da parte della SIIE, prevedeva ugualmente la sistemazione di due sorgenti d’acqua, già esistenti in località Murreddu, con una vasca coperta da una tettoia, per destinarle a uso di lavatoio pubblico, così come la riparazione di una sorgente per uso potabile, con vasca di raccolta delle acque piovane. Tali sorgenti sarebbero diventate proprietà del comune di Zuri. Ulteriori impegni della SIIE: la sistemazione delle strade interne e quella di accesso col comune limitrofo di Soddì; di una strada carrozzabile che dalla località Murreddu avrebbe portato alla strada provinciale Ghilarza-Neoneli e da questa all’abitato di Boroneddu; la costruzione della strada rotabile che portava dal restante abitato di Zuri Antica a Zuri Nuova; la costruzione della Casa Comunale e del Monte Granatico, il trasporto della chiesa di San Pietro e, infine, la costruzione di un cimitero, con l’annessa cappella dedicata a Santa Barbara, in località ancora da individuare. La SIIE aveva il dovere di completare con solerzia tutte le opere: questa urgenza era supportata dall’esempio della chiusura della scuola per l’inadeguatezza dei locali, che necessitavano di un’abitazione per l’insegnante, il quale, venuto dalla Sicilia, era stato ospitato a Macomer perché nessuna famiglia di Zuri poteva tenerlo in pensione. La demolizione e la ricostruzione della chiesa monumentale di San Pietro di Zuri è ampiamente documentata in una specifica pubblicazione elaborata dall’architetto Carlo Aru, incaricato – dal Soprintendenza ai monumenti della Sardegna – di studiare le modalità più idonee per compiere la non facile impresa. I lavori di demolizione iniziarono non prima del 28 marzo 1923, dopo due anni di continui rinvii da parte del Ministero. I lavori di muratura della diga, nel frattempo, erano già ultimati e le condizioni di piena del Tirso consigliavano un’immediata invasione delle acque per non

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rimandare ulteriormente la produzione di energia elettrica. Il giorno successivo fu chiusa l’ultima saracinesca dello sbarramento, per cui, in seguito ad una giornata di pioggia torrenziale, il livello delle acque del Tirso salì rapidamente, avvicinandosi pericolosamente, non solo all’edificio sacro, ma finanche alle case ancora abitate ed ai terreni circostanti, sui quali gli abitanti si erano ostinati a proseguire nelle coltivazioni. I Zuresi, infatti, come del resto gli abitanti dei paesi vicini, increduli rispetto ad una così celere invasione delle acque, vollero continuare a seminare ed a lavorare le terre dell’altipiano, per cui i campi coltivati, promettenti un ottimo raccolto, furono inghiottiti in brevissimo tempo dalle acque del bacino artificiale. Gli stessi abitanti di Zuri Antica, una volta sommersa la strada carreggiabile che conduceva al vecchio ponte di Tadasuni e che costituiva l’unica via di accesso all’abitato, trovandosi isolati, cominciarono a disperare di poter trarre in salvo le proprie masserizie. La SIIE si adoperò, quindi, affinché fosse spianata un’altra strada che conduceva all’abitato di Soddì, anche perché occorreva provvedere al più presto a smontare il monumento per trasferirlo in luogo sicuro e non raggiungibile dalle acque. L’unica via di comunicazione, con tutto ciò, era ingombra dei carri che trasportavano masserizie e materiale utilizzabile per la ricostruzione dell’abitato. Nell’urgentissima attività furono impiegati tutti i carri a disposizione. Non appena terminato l’esodo, tutti i carrettieri di Zuri (circa 25 persone) furono reclutati per il trasporto del fragile materiale di cui era costituita la chiesa in località Seddargius, scelta per la ricostruzione dall’architetto Aru. Furono necessari 28 giorni di lavoro ininterrotto (a decorrere dal 28 marzo 1923) per portare a termine la meticolosa opera di demolizione e di trasporto dei materiali. Dopodiché Zuri Antica venne sommersa (il 23 aprile 1923). La prima località indicata per l’anastilosi, vale a dire quella di Seddargius, ritenuta più idonea per reinserire il monumento in un ambiente

sopra da sinistra Sito di Zuri Antica Zuri Antica - Vecchio cimitero

che si avvicinasse quanto più possibile a quello da cui proveniva, fu rifiutata dagli abitanti che, per giuste ragioni affettive, pretesero che fosse ricostruita nel nuovo abitato. A seguito di varie dispute, l’architetto decise di situare il monumento poco fuori il centro abitato, allo sbocco di una delle vie del nuovo paese, disposto a pianta radiale. Nel sito scelto da Aru, dove tuttora si trova, la chiesa poteva dominare la piana di Campeda. La ricostruzione della chiesa, nel sito attuale, fu ultimata ai primi di luglio del 1925. Ma i problemi di Zuri Nuova – che oramai contava solamente 200 abitanti circa, per il fatto che molte famiglie preferirono andare ad abitare a Soddì e negli altri paesi – non erano del tutto terminati. La SIIE, ad onta dei propri impegni, non aveva ritenuto opportuno costruire anche un nuovo cimitero, col pretesto che quello di Zuri Antica, essendo situato in un altura, non ero stato sommerso dalle acque. Con tutto ciò, poiché non era stata predisposta alcuna strada di collegamento, il vecchio cimitero non poteva più essere raggiunto agevolmente dagli abitanti di Zuri Nuova. Malgrado le lamentele del Sindaco di Zuri Nuova, la SIIE affermò di non aver contratto nessun obbligo in merito alla costruzione di un nuovo cimitero. In replica, il Sindaco di Zuri Nuova chiarì che, sebbene non fosse stato allagato, in quanto situato sopra la linea dell’invaso, il vecchio cimitero fosse nondimeno inaccessibile, perché la strada costruita dalla SIIE in occasione dell’esodo, pur arrivando fino all’abitato sommerso, non raggiungeva tale cimitero. A seguito dell’insistenza del primo cittadino di Zuri Nuova, la questione si concluse col parziale accoglimento della richiesta, vale a dire una condivisione col cimitero della vicina Soddì per i futuri decessi. Il cimitero di Zuri Antica venne pertanto abbando-

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tri di distanza, si trova la più vicina stazione ferroviaria, lungo la linea Oristano-Chilivani. Le attività di base della sua economia sono l’agricoltura, in particolare la cerealicoltura, la viticoltura e la frutticoltura, così come l’allevamento del nato. Le relative salme furono rimosse e trasportate nell’os- bestiame, specialmente di bovini, ovini e suini. sario del cimitero consortile di Soddì-Zuri. Di quel cessato cimitero residuano le rovine del muretto di recinzione che La villa medioevale di Zuri Antica (Zuri Etzu) delimitava l’area, ricoperte in buona parte dalla vegetazione, sopra il cocuzzolo che domina l’insenatura del lago do- Basandosi parimenti su due toponimi omonimi situati ve è sommersa Zuri Antica. Le sue tumulazioni erano tutte nell’agro di Abbasanta, un altipiano detto su Zùri ed una a terra, non vi era nessuna lapide e nessuna tomba in pie- sorgente dessu Zùri, Massimo Pittau ipotizza, benché con tra. Quando venne abbandonato, il suddetto cimitero non la massima cautela, che il poleonimo Zuri (Tzùri o Tzurì) era nemmeno tanto vetusto, dal momento che non esisteva sia da riportare all’appellativo sardiano o proto sardo «thùrancora nel 1872. Infatti, da una relazione di tale anno sullo ru, tùrru, tzùrru, ciùrru = getto d’acqua, zampillo, fontana stato dei cimiteri della diocesi di Bosa, a cui la nostra villa con cannello, cascata o polla d’acqua, fuoriuscita improvviapparteneva dal 1803, emerge che a Zuri Antica mancava il sa d’acqua per effetto di un temporale». Esisterebbe dunque “Campo Santo”” e che si seppelliva suppletivamente nella un certa probabilità, stando al prof. Pittau, che il poleonimo parrocchia. Circa 120 metri a nord-ovest del vecchio cimi- sardiano Zuri in origine significasse “polla o cascata d’acqua” tero, circondata da fitti alberi, si trova una fonte ricavata da oppure “fontana con cannello”. Secondo Giovanni Spano, una parete rocciosa, ormai totalmente abbandonata, le cui tuttavia,il poleonimo Zuri deriverebbe dalla «Voce fenicia vasche – due o tre – sono completamente interrate. Non vi TZUR, pietra, luogo sassoso. Difesa, sicurezza». La pronunè alcun rubinetto e l’acqua sgorga a malapena dalla roccia. Si cia odierna del poleonimo Zuri, tuttavia, non è più Tzùri, bensì Dzùri, plausibilmente per influenza dell’italiano. dice che fosse utilizzata dagli abitanti di Zuri Antica. Nel 1927, insieme a Soddì, Zuri Nuova fu aggregata al Co- Durante il Basso Medioevo (secoli XI-XV), la villa di Zumune di Ghilarza, ma, diversamente da Soddì, che riacqui- ri Antica (Çuuri) apparteneva alla curatoria di Guilcier (o stò l’autonomia nel 1979, il Comune di Zuri non venne mai Gibilcer), distretto amministrativo arborense situato nella ricostituito. Posta a 265 metri s.l.m., 4 chilometri a est di media valle del Tirso, che mutuava la denominazione dal Ghilarza e affacciata sul lago Omodeo, Zuri Nuova conta at- suo capoluogo, la villa omonima di Guilcier. Sede di curatualmente circa 130 abitanti (fra i quali alcuni ultra novan- toria durante i secoli XII-XIII, la villa di Guilcier era ubitenni provenienti da Zuri Antica o Zuri Etzu). Il territorio cata, con ogni probabilità, nell’attuale regione Berziere, a è costituito dal versante occidentale della vallata del Tirso, sud di Sedilo. Compare nella cosiddetta Ultima Pax Sardioccupata in questo punto dalla parte più ampia del bacino niae del 1388 (ville de Gulcier), ormai in fase di avanzato artificiale. Le comunicazioni sono assicurate da una breve decadimento. Da allora si sono perdute le sue tracce. Il Fatraversa che si connette alla strada tra Ghilarza e Sorradile ra, verso il 1580-84, ne confermerà lo spopolamento defida un lato, con Soddì dall’altro. Ad Abbasanta, a 7 chilome- nitivo (Guilcieris), pur certificando la sopravvivenza di Zuri sopra da sinistra Zuri Antica - Fonte Zuri Nuova - Visione aerea (da Google Earth)

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sopra Zuri Nuova - Scorcio

a destra San Pietro di Zuri nella sua sede originaria e oggi

(Comune di Ghilarza)

Antica (Zuris) alle grandi catastrofi demografiche dei secoli precedenti. La villa di Zuri Antica, dal canto suo, giaceva nell’altipiano basaltico delimitato dal fiume: proprio la presenza del corso d’acqua rendeva il territorio fertile e produttivo, fondamentale per l’economia dell’intero giudicato. Oltre che da centri pubblici (ville o biddas), le manifestazioni insediative della zona era ugualmente caratterizzata da borgate private a carattere agropastorale (domos), veri e propri punti nodali all’interno della fitta rete di produzione e di scambio che contrassegnava il territorio, senza contare le numerose fattorie unifamiliari isolate (domestiche o domesticas). Siffatta zona era anche servita da un sistema viario che, in parte, ricalcava quello romano, con strade principali lastricate e tratti secondari. Le strade, necessarie per la circolazione di persone e merci, agevolavano parimenti lo spostamento della corte giudicale che, nel secolo XII, era ancora itinerante. Sino a qualche decennio fa erano ben visibili alcuni tratti di una strada ben lastricata, di costruzione romana, che correndo quasi parallela al fiume, passava accanto a Çuuri. Dopo la caduta del giudicato di Arborea (“ di fatto” nel 1410; “di diritto” nel 1420), la villa di Zuri Antica passò al Marchesato di Oristano, seppure con alcune soluzioni di continuità temporale. Devoluta alla Corona d’Aragona (Battaglia di Macomer, 19 maggio 1478), la villa di Zuri Antica confluì, nel 1485, nel feudo di Sedilo e Canales. Venne infine riscattata nel 1839. Dal punto di vista spirituale, essa era compresa nella diocesi di Santa Giusta, annessa a quella di Arborea-Oristano nel 1503. Nel 1803, Zuri Antica fu scorporata dalla diocesi di Oristano per essere ceduta a quella di Bosa, unita, nel 1986, alla diocesi di Alghero. In aggiunta alle struggenti immagini scattate nel 1923, un po’ prima della totale sommersione, disponiamo altresì di alcune descrizioni letterarie postmedievali che confermano il contrasto tra il modesto abitato di Zuri Antica e la sua

splendida chiesa di San Pietro (come minimo quelle di Vittorio Angius, Alberto Lamarmora e Dionigi Scano). Particolare importanza assume la pur succinta esposizione offerta da Dionigi Scano, nel 1907, in quanto anteriore di soli 16 anni all’allagamento: «A basso della ripida falda, per cui dall’altipiano di Ghilarza e di Abbasanta si scende nella fertile vallata del Tirso, e presso le sponde di questo fiume è il villaggio di Zuri, del quale troviamo menzione nelle carte medioevali. Dovette essere una villa fiorente, ma su di esso incombette lo stesso duro fato che trasse a rovina un’altra villa, Ottana, posta ancor essa presso al Tirso e nelle stesse condizioni. Come questa, Zuri decrebbe rapidamente ed oggi è il più meschino villaggio dell’isola con una popolazione di qualche centinaio d’individui, sofferenti di febbre e di miseria, senza strada alcuna di comunicazione salvo un rapido e scosceso sentiero, non facilmente praticabile durante la cattiva stagione. In mezzo a tanta disperazione, fra le diroccate casupole che segnano l’ultimo stadio di questo paese, s’ergono le fulve ed ornate pareti della Chiesa di San Pietro di Zuri. Questa è un’eccezione all’architettura che si svolse con tanta squisitezza nell’isola ed è un’eccezione interessantissima per le belle forme decorative, di cui non abbiamo altri esempi. […] Questa chiesa è ora parrocchiale, ma anticamente era annessa a un monastero di donne. Questo abbandonato, venne adibita al nuovo ufficio e fu forse in quel trapasso che si costruì l’abside semiesagonale, si affrescarono le pare-

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in queste foto San Pietro di Zuri e l’epigrafe della chiesa

ti e s’ingentilì con decorazioni policrome il tavolato del tetto. L’epoca della costruzione [a. 1291] di quest’interessantissima chiesa, che tanto si allontana dal tipo architettonico predominante nell’Isola, ed il nome dell’architetto [Anselmo da Como], risultano dalla [seguente] iscrizione, murata nella facciata, a destra della finestra». Ecco l’epigrafe della chiesa che tanto ha reso celebre la villa arborense di Zuri Antica: «ANNO D(OMI)NI MCCXCI FABRICATA E(ST) H(AEC) ECCL(ES)IA ET CO(N)SE / CRATA IN HONO(R)EM BEATI PETRI AP(OSTO)LI DE ROMA SUB (TEM)P(O)R(E) IU / DICI(S) MAR(IANI) IUDI(CIS) ARBOREE ET FR(ATR) E IOH(ANNE)S E(PISCO)P(U)S S(AN)C(TA)E IUST(A) E EO / DE(M) T(EM)P(O)R(E) ER(A)T OP(ER)ARIA ABADISSA DOM(IN)A SARDIGNA D(E) LACO(N) MAG(ISTE)R A(N)SELEM(US) D(E) CUMIS FAB(R) ICAVIT». («Anno del Signore 1291. Questa chiesa è stata fabbricata e consacrata in onore del Beato Pietro, Apostolo di Roma, al tempo del Giudice Mariano [II], Giudice di Arborea, e del Frate Giovanni, Vescovo di Santa Giusta. In quel tempo era operaia la Badessa donna Sardigna de Lacon. Venne edificata dal maestro Anselmo da Como»). È un’iscrizione molto importante perché, caso unico per una chiesa romanica sarda, fornisce non solo l’anno della dedicazione (1291), ma anche il riferimento a chi la commissionò (Mariano II, giudice d’Arborea), al vescovo di Santa Giusta (fra’ Giovanni, forse benedettino, che, con ogni evidenza, la consacrò), così come alla madre del giudice, la badessa donna Sardigna de Lacon, ricordata alla stregua di operaia. Importante è anche la citazione dell’architetto (Anselmo da Como). Sulla base della sullodata epigrafe, si crede che la chiesa di San Pietro appartenesse ad un monastero femminile 228

di un ordine non meglio definito, allora retto dalla predetta badessa Sardigna de Lacon (madre di Mariano II d’Arborea), il di cui servizio, secondo Alberto Lamarmora, doveva invece ravvicinarsi a quello delle sagrestane dei suoi giorni. Tuttavia, a prescindere dall’iscrizione in oggetto, nessuna altra fonte ci offre ragguagli su questo fantomatico monastero. E nessuno degli scrittori che hanno trattato di Zuri Antica ne ha mai veduto le pur minime tracce materiali, non ravvisate nemmeno durante i periodi di abbassamento delle acque, anteriori alla costruzione della nuova diga. Come testimoniato da un rendiconto settecentesco concernente la diocesi di Oristano, la villa di Zurri, oltre alla parrocchiale di San Pietro, disponeva altresì di una chiesa rurale dedicata a Santa Barbara, allora efficiente, ma già distrutta, verosimilmente, sulla metà dell’Ottocento, visto che è stata totalmente ignorata da Vittorio Angius, nel suo articolo “Zuri” del Dizionario degli Stati di S. M. il Re di Sardegna. Questo edificio sacro, di cui rimane il solo ricordo agio toponomastico, era situato nei paraggi del cimitero di Zuri Antica, costruito dopo il 1872 ed abbandonato nel 1923. In ricordo della chiesa distrutta di Santa Barbara, gli accordi preliminari con la SIIE prevedevano che il nuovo cimitero, d’altronde mai realizzato, fosse dotato di una cappella consacrata alla medesima santa. Ad ogni buon conto, stando alla Sig.ra Luigina Marceddu, nostra informatrice orale di Zuri Nuova, pare che sia stata un’ulteriore intenzione, purtroppo non concretizzata, di riedificare questa chiesa in un terreno non meglio definito propinquo all’attuale abitato. Per l’arco dei secoli XII-XIII, a prescindere dall’epigrafe del 1291, ci sono giunte scarse attestazioni documentarie relativamente alla villa di Zuri Antica, peraltro tutte indirette, attraverso l’oronimo monte de Zuris (monte di Zuri) oppu-

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re del cognome toponomastico de Zuri o de Thuri, indicante l’origine più o meno remota dal centro abitato di medesima denominazione (Condaghi di Santa Maria di Bonarcado e di San Nicola di Trullas). Il cognome Zuri è tuttora presente nell’Isola. Qualcuno ha anche ipotizzato che il gentilizio de Zori o de Thori, vale a dire Dettori, possa ugualmente riferirsi ad una lontana provenienza del possessore di tale casato dalla nostra villa di Zuri. Ipotesi che, tuttavia, non condividiamo affatto, in quanto riteniamo che l’origine del nome di famiglia Dettori sia da ricercare nel centro di Zori, Thori o Tori, ora distrutto nell’agro di Padria, dove sussiste una chiesa denominata, per l’appunto, San Giorgio de Tori. La domo Sancti Seregi de Suri, citata in un documento del 1211 (pubblicato da Pasquale Tola nel suo Codex Diplomaticus Sardiniae), dopo la domo Sancte Marie de Boele, non aveva niente a che vedere con Zuri Antica, contrariamente a ciò che afferma Massimo Pittau, nella voce “Zuri” del suo Dizionario della Lingua Sarda. La domo di San Sergio era ubicata, non già nelle pertinenze di Zuri Antica, bensì in quelle di Suei, centro scomparso nell’agro di Norbello, anch’esso appartenente alla curatoria di Guilcier (il Tola deve aver erroneamente scambiato la “e” di Suei con una “r”). La domo di Santa Maria di Boele, sempre nella curatoria di Guilcier, era dislocata in una porzione del comune di Tadasuni oggi sommersa dal Lago Omodeo. Le due domos in oggetto, possedimenti di Santa Maria di Bonarcado, sono di conseguenza menzionate nel Condaghe di quell’importante monastero camaldolese del giudicato di Arborea. Le fonti documentarie afferenti a Zuri Antica nel corso dei secoli XII-XIII, come abbiamo visto scarse e indirette, non ci consentono minimamente di verificare la sua passata grandezza, per quanto proclamata da svariati autori. Il silenzio pressoché totale delle fonti del Trecento, ad ogni buon conto, ci induce a credere che, almeno per tale secolo, la decadenza di Zuri Antica fosse già avviata. Essa non figura, per esempio, nel registro delle Collettorie Pontificie dove venivano annotati i pagamenti delle decime concernenti la Sardegna (Rationes decimarum. Sardinia) durante il ventennio 1341-1359, diversamente dalla vicina Solli (Soddì). Questa assenza sarebbe imputabile, secondo Raimondo Bonu, o alla piccola consistenza demografica di Zuri Antica oppure alla sua effettiva aggregazione a Soddì. O forse anche a cagione della frammentarietà e lacunosità di tale fonte dove, del resto, venivano registrate le sole istituzioni ecclesiastiche in regola con i versamenti delle decime. L’unica menzione di Zuri Antica afferente al XIV secolo, a noi nota, è quella contenuta nel testo della cosiddetta Ultima Pax Sardiniae del 24 gennaio 1388, in quanto i suoi amministratori (Ga-

sparo Seche Majore ville de Cuuri [= Çuuri] Mariano Seche Petro Penna Barisone de Serra Nicolao Amor Georgio de Figu et Jacobo de Orru juratis ville proxime dicte) si radunarono, il precedente 9 gennaio 1388, in villa Abba-Santa, insieme a quelli delle ville allora esistenti della contrate Partis de Guilcier, per aderire ai preliminari di quella pace ed eleggere, in qualità di procuratore del loro distretto, un certo Franciscus de Zori habitator ville de Guilarci (Ghilarza). Quest’ultimo, pertanto, doveva recarsi immediatamente a Cagliari col mandato di sottoscrivere, insieme ai procuratori degli altri distretti giudicali, al famoso trattato fra Eleonora d’Arborea e Giovanni I d’Aragona, il quale prevedeva la liberazione di Brancaleone Doria, marito di Eleonora, in cambio della restituzione di tutti i territori conquistati dall’Arborea a discapito della Corona d’Aragona. A difetto di altri dati, grazie al numero di amministratori inviati, da ognuna delle ville dell’incontrada di Parte Guilcier, all’assemblea tenutasi ad Abbasanta il 9 gennaio 1388, abbiamo potuto elaborare la tabella seguente, dalla quale si deduce l’allora grado di media importanza di Zuri Antica, rispetto alle altre 15 ville del distretto (abbiamo pure ipotizzato, a titolo di mero orientamento, 5 famiglie per ogni amministratore e 5 abitanti per ogni famiglia; i poleonimi seguiti da un * si riferiscono a ville ormai distrutte): La villa di Zuri Antica è pure famosa per una tragico fatto di sangue avvenuto proprio all’interno della sua chiesa di San Pietro, il 18 luglio 1416, a discapito di Valore Deligia, del figlio Bernardo e di due loro scudieri. Al tempo della “Guerra d’Arborea” tra il giudicato omonimo e gli invasori iberici, mediante un privilegio di Pietro IV d’Aragona, dato in Barcellona il 13 agosto 1378, la Baronja de Gociano, venne infeudata a Valore Deligia, il quale si era schierato dalla parte dei conquistatori iberici contro il giudice Ugone III d’Arborea. Siffatta baronia era costituita dalle «terram Marginjs de Gociano et Curatorya de Costa de Vallibus et partes de Guelcyri […], in terra de dicti Judicis [= Ugone III]». Il Deligia, tuttavia, non poté naturalmente impossessarsi di questo feudo, visto che era situato in terra arborense. Successivamente alla scomparsa “di fatto” dell’Arborea (Capitolazione di San Martino, 29 marzo 1410), il traditore sardo ottenne da parte di Ferdinando I d’Aragona, il 28 febbraio 1413, il riconoscimento delle vecchie concessioni (peraltro già confermate, sulla carta, da Martino il Vecchio il 10 maggio 1409). Riguardo alla restituzione, almeno a breve scadenza, delle curatorie di Marghine e Costa de Addes, occupate dal visconte di Narbona (ultimo giudice “di diritto” dell’Arborea), non era nemmeno il caso di parlarne. Pertanto, oltre alla Parte Guilcier (o Parte Ulcier), il sovra-

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storia no aragonese dispose che, al Deligia, fosse parimenti consegnata l’attigua e non ancora infeudata Parte Barigadu. Nel 1412, tuttavia, queste due incontrade erano già state date in pegno al marchese di Oristano Leonardo Cubello, il quale non intendeva affatto separarsene, a garanzia dei 3.450 fiorini che egli aveva prestato agli ufficiali regi per la guerra contro il visconte di Narbona, ultimo giudice “di diritto” dell’Arborea. La vertenza giudiziaria Deligia-Cubello si concluse tragicamente il 18 luglio 1416: allorché stavano prendendo possesso fisico del tanto agognato feudo, Valore Deligia, il figlio Bernardo, come pure due loro scudieri, vennero assassinati dentro la chiesa di San Pietro di Zuri (Parte Ulcier). Così Luisa D’Arienzo: «Il 18 luglio, di domenica, Valore Deligia e suo figlio Bernardo, con i loro scudieri, mentre si trovavano nella detta incontrada di Parte “Olzieri”, in una villa chiamata San Pietro di Sorres (sic), entro una chiesa, furono assaliti da cento uomini a cavallo e da cento fanti, che portavano una bandiera arborense e gridavano: “Arborea, Arborea, muyren los traydors” e furono uccisi insieme a due scudieri. Altri due scudieri si salvarono, ma uno di essi fu ferito mortalmente». Di contro, stando a Francesco Cesare Casula, questo fatto di sangue ebbe luogo il 17 luglio del medesimo anno; il 19 luglio 1417, se prestiamo fede a Gian Francesco Fara. Le due incontrade oggetto di simile controversia, secondo un documento del 15 ottobre 1416, furono immediatamente attribuite al marchese di Oristano, mediante giuramento di vassallaggio, per timore che se ne impadronisse il visconte-giudice (il quale, con atto pubblico del 17 agosto 1420, rinuncerà definitivamente a tutti i suoi possedimenti nell’Isola, sanzionando, in tal modo, la fine “di diritto” del glorioso giudicato di Arborea). Quello che al momento della costruzione del bacino artificiale era solo uno sperduto villaggio, fu dunque, nell’arco dei secoli XII-XIII, un centro abbastanza fiorente. Lì aveva possedimenti la famiglia giudicale arborense e lì il giudice Mariano II de Lacon aveva chiamato l’architetto Anselmo da Como affinché costruisse la chiesa di San Pietro (1291), accanto al misterioso monastero fondato dalla madre, la badessa Sardigna. Sino ad alcuni anni orsono, l’abbassamento dei livelli dell’acqua rendeva visibili le reliquie di Zuri Antica: alla fine degli anni Novanta si leggeva ancora bene l’impianto del paese, plausibilmente non molto dissimile rispetto a quello della villa medioevale di Çuuri. Potevano essere ancora percepiti i brevi tratti stradali e l’articolazione degli ambienti di alcune abitazioni. Era ben conservato anche il basamento originario della chiesa: lungo il suo fianco destro affioravano alcune sepolture dell’area cimiteriale sorta accanto all’edificio sacro. Non si individuavano, però, 230

le strutture riconducibili al monastero della badessa Sardigna, destinato a rimanere enigmatico, salvo il rinvenimento di qualche fonte documentale in merito. Così l’archeologo Claudio Licheri, di Ghilarza, che sta effettuando ricerche su Zuri Antica, in risposta al nostro quesito sul monastero di San Pietro di Zuri: «Non credo che il problema sia risolvibile! Tieni conto che sicuramente, tra la fine dell’Ottocento e la costruzione dell’invaso Omodeo, non c’era la benché minima traccia di un’abbazia e di questo siamo sicuri perché ci sono delle immagini fotografiche che rappresentano l’abitato di Zuri Vecchio. Da quelle immagini è possibile solo distinguere la chiesa di San Pietro circondata dalle umilissime e misere casette dei Zuresi». La chiesa di San Pietro di Zuri La chiesa di San Pietro fu fatta edificare in forme romanicolombarde da Mariano II d’Arborea, su commissione della madre, la badessa Sardigna de Lacon. Alla costruzione, realizzata, nel 1291, in conci di trachite dal gradevole colore rosato, sovrintese il maestro Anselmo da Como. Molto suggestiva è la facciata, divisa in due ordini: quello inferiore, con zoccolo a scarpa sagomata, è arricchito da tre robuste arcate. Nell’arcata centrale si apre il portale, lunettato, che ha gli stipiti ribattuti da un robusto torciglione e nel cui architrave sono raffigurati San Pietro, la Madonna col Bambino, gli Apostoli ed una donna inginocchiata identificata comunemente con la badessa Sardigna de Lacon, committente dell’opera. Nella parte superiore, ricostruita quasi del tutto liscia nel 1504, si apre una finestra rettangolare che sostituì la bifora originaria, i cui frammenti sono ancora conservati all’interno. Parallelo alla facciata, sul lato sinistro, si erge l’imponente campanile a vela, successivo alla realizzazione dell’edificio e databile entro il XV secolo. Esso risulta diviso in due ordini, ognuno con due alloggiamenti per le campane. Ogni lato della chiesa è diviso in quindici specchi da lesene sensibilmente aggettanti che sorreggono, mediante capitelli variamente decorati, gli archi a doppia ghiera. Sotto i terminali del tetto ritroviamo la teoria di archetti intrecciati. Nelle fiancate si aprono i portali laterali, che utilizzano come stipiti le basi delle lesene, e quattro finestre trilobate (due per parte) con ampio davanzale inclinato. All’esterno, la chiesa conserva il ciclo di decorazione scultorea, coevo della fabbrica duecentesca, fra cui sono da evidenziare: in facciata, Daniele nella fossa dei leoni, e, nel capitello tra il fianco destro e l’abside, il fregio con una scena che rappresenta figure maschili, col capo coperto da sa berrita longa, e figure femminili che si tengono per mano

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un a v i ll a s ep o l t a nel l a g o o m o de o a sinistra Zuri (Zuri Antica) in una mappa del 1885 Zuri (Zuri Nuova) in una cartina del 2006 San Pietro di Zuri, Statua di San Pietro

nell’atteggiamento della danza. Questa potrebbe essere, secondo l’interpretazione maggiormente accreditata, la più la antica raffigurazione del ballo sardo. L’abside, semiesagonale e con copertura a catino emisferico, che risente già di forme gotiche, ha sostituito, verso il 1325-50, l’originaria semicircolare, crollata a cagione dell’assenza di fondamenta, e di cui resta un pilastrino con capitello a foglia. Alquanto sguarnito, l’interno della chiesa è costituito da una navata, illuminata da grandi monofore non comuni alle chiese romaniche sarde. La copertura è in legno a capriate. Le pareti interne dovevano essere in origine dipinte, ma di tali pitture oggi non rimane traccia. Il pavimento è spoglio, realizzato con lastre della stessa trachite utilizzata per la costruzione dell’elevato. L’altare è stato ricavato, nel 1923, impiegando alcune parti di quello costruito nel 1860, ancora in uso al momento del trasferimento della chiesa. Non abbiamo nessuna notizia a proposito dell’altare originario. Il fonte battesimale ligneo, di epoca settecentesca, proviene dalla chiesa parrocchiale di Sedilo, smontato nel 1942 e sostituito, nel 1946, da uno marmoreo; trasferito nel 1949 nella chiesa di Zuri, fu restaurato nel 1960. Sul lato destro dell’abside si apre una nicchia con vistosa trilobatura, verosimilmente trecentesca, che poggia su due mensoloni sostenuti da fasci di colonne ofitici con un nodo a mezza altezza, di cui solo una, la destra, è originale. All’interno di tale nicchia, destinata inizialmente ad usi liturgici, è stata successivamente collocata la statua di San Pietro Apostolo, titolare della chiesa in esame. Ed è proprio in questa parte della chiesa che la storia e la leggenda si intrecciano. La storia, come già precisato, racconta che in questa chiesa, il 18 luglio 1416, venne ucciso Valore Deligia insieme a suo figlio Bernardo. La leggenda sostiene che le strane macchie nere, presenti sulla colonna destra della nicchia, siano le macchie di sangue di Valore Deligia e di suo figlio, lasciate lì come ammonimento per spingerci a comportarci in maniera retta. Oltre a ciò, sulla pietra sottostante la colonna sono visibili dei segni di scalpello: si dice che, per non suggestionare i fedeli, sia stata scalpellata via l’impronta della mano sporca di sangue di Valore Deligia.

Testimonianza della Sig.ra Luigina Marceddu «Le persone ancora vive della vecchia Zuri sono: Francesca Pinna (1920), Maurizia Musu (1923), Paolina Carboni (1920) e Maria Antonia Ore (1922). Queste persone hanno un vago ricordo del vecchio cimitero. Le tombe sono rimaste nel sito originario (1) e il sito è stato, in qualche modo, stravolto da una lunga attività di cava, in prossimità del Lago Omodeo. Il luogo denominato Fenughedu, in cui si trovava la chiesa di Santa Barbara, non è mai stato sommerso. Qualche traccia si presume rimanga, ma è di difficile identificazione, dato lo stato di degrado in cui versa il territorio, contermine, al lago e all’attività di cava di cui si è accennato. Piacerebbe a molti abitanti di Zuri poter costruire una chiesa dedicata a Santa Barbara, data l’impossibilità di ricostruire quella antica, forse, chissà, col tempo. Il culto di Santa Barbara, già noto nella vecchia Zuri, è testimoniato da una gradevole statua lignea ancora in uso nella liturgia del 4 dicembre, nella chiesa attuale, e sempre vivo rimane il suo culto anche in ricordo dei familiari di alcuni zuresi che hanno svolto il lavoro di minatore nelle miniere del Belgio (Santa Barbara è la protettrice dei minatori). La signora che, a titolo volontario, svolge le mansioni di custode della chiesa si chiama Maria Frau. Ha 74 anni e proviene da Ardauli. Io ho 65 anni e sono nata a Zuri Nuova. Anch’io mi occupo della custodia e del decoro della chiesa, assieme alle mie sorelle Caterina, Lucia e Pina, alle signore Pasqualina e Giovanna. Sono molto orgogliosa di essere nata a Zuri, di partecipare alla vita comunitaria di questo paese, di diffonderne la storia così singolare fin dagli albori per la presenza di questa cattedrale bella e importante, per il destino avverso occorsoci negli anni ’20 e le conseguenze che ancora si fanno sentire. In compenso vivo in un luogo incantato, impregnato della sua storia incantata, all’ombra di questa chiesa che, progettata tanti secoli fa, ancora può testimoniare il meglio che l’uomo è capace di realizzare nel corso della sua vita». (1) Secondo il Sig. Gabriele Medde di Soddì, i cui nonni provennero ugualmente da Zuri Antica, le vecchie salme furono rimosse e trasportate nell’ossario del cimitero consortile di Soddì-Zuri.

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bortiGiadas

il carro a

buoi lu

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di Mario A. Careddu Foto Giulio Gelsomino

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iL Carro a BUoi

il GioGo di buoi e conseGuentemente il carro da essi trainato risale ai primordi della storia dell’uomo come utilizzatore di strumenti. accade ciò allorché eGli verifica la forza e l’addomesticabilità del bue e il suo uso in coppia. quando poi sa costruire un carro traibile si tratterà di aGGioGare la coppia e utilizzarne l’uso

o

vviamente il carro ha una struttura e delle proporzioni come pure è fatto di materiali adeguati e fruibili. Il carro consta di una base di carico (“scala”): un tronco di leccio spaccato a metà e sagomato a V. All’interno della “scala” ci sono delle traversine (traessi) che la percorrono in orizzontale in misura decrescente. Esse tengono la struttura, la rinforzano e reggono il carico. la traversine sono intessute con delle verghe di frassino (veltighi) dalla punta (capu di la scala) alla estremità posteriore (códa di lu carrulu). Al centro della “scala” poggiano due assi piatte (banconi) distanziate, oltre le ruote, e nelle quali si inseriscono quattro braccioli (brazzoli) ognuno con due spalliere (giagareddhi). Sull’asse posteriore destro della “scala” si realizza un freno di stazionamento (meccaniga: con ganzu, catena e aneddhu). la meccaniga è costituita da un asse trasversale, sotto la “scala”, che preme sulle ruote mediante due pattini in ontàno. Al centro del carro, sul punto di maggior carico, si stende trasversalmente il fuso in acciaio (fusu) sul quale girano due ruote co raggiera cerchiate in ferro (roti) e bloccate da due zeppe (ciai). In avanti il carro è reso statico da un paletto verticale (parapinnenti).

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Nel capo della “scala” un piccolo asse inserito lateralmente blocca il gioco (si chiama capiggia). La capiggia è tenuta nel suo alloggio da un grosso chiodo ligneo (roccareddhu di la capiggia). Il carro, questo strumento così semplice ma robusto e funzionale, si aggancia al giogo (giuali) in genere di olivastro e sul quale si creano due arcate (tupizzu) nelle quali entrano i buoi legati al giogo per le corna con robusti lacci di pelle di capra (truzziddheri). Al centro del giogo c’è un anello di pelle (sisuia) ove entra il capo del carro bloccato in avanti dalla capiggia. I buoi deputati alla trazione del carro e del suo carico, agganciato al gioco, sono comandati da un guidatore (carrulanti) mediante due funi (funi) ancorate alle corna e rigirate sulle orecchie. Il movimento dei buoi è azionato da un “aah” (“anda”, vai) ed eventualmente da una frusta in cuoio (fuettu) montata su una verga con pungolo (puntogliu). L’arresto del mezzo è fatto pronunciando “ish” (“ista”, fermati), tirando le funi ed eventualmente azionando la meccaniga. 234

i buoi sono due tori castrati e domati (domati trascinando un carico di grosse pietre su una “scala” di carro senza le ruote fino... ad esaurimento delle loro forze). Essi sono in genere robusti e molto simili nella loro taglia e spesso è simile il colore del loro mantello. Il carro era utilizzato per carichi e trasporti vari; carichi di vario peso (quintali) e per distanze più o meno lunghe. Si trasportavano prodotti ortofrutticoli, balle di fieno e di paglia, cemento, laterizi, pietre da costruzione, legname da ardere e da falegnameria, sacchi di grano, di farina, di carbone e... anche persone. La sabbia o la terra venivano contenute e trasportate in un cassone (cascioni) sistemato sulla “scala” del carro. Lo strumento suddetto: lu carrulu (ed il suo uso) è attualmente pressoché scomparso; come tanti altri strumenti essenziali e ora improponibili, del carro a buoi è rimasto l’aspetto folkloricoturistico, spesso in agriturismo, in qualche sagra o nei musei etnografici. Più facilmente si possono trovare delle foto che lo riguardano e in qualche modo lo ricordano.

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bortiGiadas è un paese di circa 800 abitanti, posto a 11 km da tempio, tra l’anGlona e la Gallura, il cui nome deriva dal toponimo loGudorese “corticulata” (poi divenuto “Gorticlata” e quindi “borticlata”) che siGnifica “paese dai tetti di suGhero”

bortiGiadas

quando c’era la

miniera di Massimo Scanu

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qu a nd o c ’ e r a l a m i n i e r a

I

l territorio di Bortigiadas venne esplorato già a metà del 700 per ricercare minerali di rame, e tale conferma arriva dal Baldracco il quale citando uno scritto dell’Ing. Mameli, afferma che nel 1746 un tale Francesco Busco, di origine piemontese scoprì una miniera di rame, argento e (forse!) oro in territorio di Tempio, ed informò di questo il Conte di Viry.

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La Geologia Dal punto di vista geologico l’area di Bortigiadas è caratterizzata prevalentemente da rocce magmatiche intrusive appartenenti al Ciclo Ercinico del permo-carbonifero, facenti parte dell’Unità Intrusiva di Tempio Pausania che comprende: pegmatiti, micro-leucograniti, leucograniti, monzograniti, granodioriti e tonaliti; tali rocce granitiche sono talvolta attraversate da filoni dioritici e riolitici. Le Miniere L’area di Bortigiadas nasconde le testimonianze di antichi lavori minerari di cui ora è rimasta pochissima traccia sia nella memoria degli abitanti, che nel territorio stesso. Di tutti i permessi di ricerca rilasciati per ricercare minerali di rame, piombo, zinco e ferro, quello di Li Menduli (trad. I Mandorli) è il più importante, perchè ne venne rilasciata la concessione mineraria; per tale motivo quest’ultima può essere considerata una miniera vera e propria. Se si aggiunge inoltre (da voci di paese tutte da confermare!) che la permissionaria della miniera era proprietaria di 238

2 bordelli a Olbia e a Tempio, la storia di questa miniera assume toni inaspettati. L’interesse per i ricercatori nella zona è accertato a partire dai primi del ‘900, ma fu intorno al 1918 che un permissionario di Tempio, tale Sig. Ferruccio Sorcinelli concentrò le sue attenzioni in questo territorio richiedendo diversi permessi di ricerca: Cuccurualto (1919-22 per minerali di piombo, zinco, antimonio e argento), Frassu (1919-22 per minerali di piombo, zinco, antimonio e ferro), Fungone o Fungoni (1919-22 per minerali di piombo e argento), Li Menduli 1 (1919-22 per minerali di piombo, zinco, argento, rame, ferro, antimonio e manganese), Monte Ruiu - Nuraghe (1918-21 per minerali di piombo, zinco, rame e antimonio), Sedda (1918-21 per minerali di piombo, ferro, zinco e rame) e Tungone (1919-22 per minerali di piombo, zinco, antimonio e argento). Altri permessi di ricerca furono quelli rilasciati al Sig. Salvatore Multineddu di Tempio con i nomi di Monte Crastu (1920-22 per minerali di ferro e rame), Figa Ruia (1937-39 per minerali di piombo, rame e argento) e Paulisi (1937-39 per minerali di piombo, zinco, ferro e rame).

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Dal 1965 al ‘71 il Sig. L.Cioni ricercò minerali di rame con i permessi di San Pancrazio, Santa Lucia (Li Menduli?) e La Petra Ruia. Importante citare anche il fatto che la Società Bacu Abis operò nel territorio di Bortigiadas negli anni ‘30 per ricercare minerali di rame, ferro e grafite con i permessi di Terraggiu e Punta Ventosa; in particolare a Terraggiu, presso il Molino Sennorese, venne realizzata una galleria lunga 80 metri con 2 traverse per ricercare minerali di rame e ferro (pirite). La Miniera di Li Menduli Già nel 1916 nel permesso di ricerca chiamato “Li Menduli 2” erano stati eseguiti lavori di ricerca su un filone lamprofirico, mineralizzato a carbonati e solfuri di rame: tali lavori consistevano in 2 gallerie sovrapposte, un pozzo profondo 20 metri e una trincea. Nel 1919 in tale permesso di ricerca proseguirono i lavori nelle 2 gallerie sovrapposte a 30 metri di dislivello l’una dall’altra: la galleria superiore (chiamata inizialmente galleria n.2) fu approfondita fino a 15 metri, mentre quella inferiore

(galleria n.3) fino a 100 metri. Qualche anno dopo, negli anni 22-23, le gallerie furono ulteriormente approfondite, così come il pozzetto (realizzato all’interno della galleria n.3), che seguiva un filetto di calcopirite: la mineralizzazione si dimostrò costante, ma scarsa. Il 29 gennaio del 1936 con Decreto Ministeriale, il permesso di ricerca di Li Menduli passò alla “famosa” Prof. ssa Margherita Sanna la quale concentrò i lavori di ricerca nelle gallerie di ribasso e in direzione; l’intento era quello di accertare l’importanza di alcune manifestazioni cuprifere in un filone lamprofirico che attraversava un ammasso dioritico, emergente dal granito. Vennero quindi intensificati i lavori nelle gallerie poi chiamate Margherita e Catalina, nonchè nel pozzo Andrea Sanna. Con tali lavori vennero accertate 15-20.000 tonnellate di grezzo al 2% di rame, che indusse i concessionari a pensare alla costruzione di un impianto di flottazione da 30 tonnellate al giorno. Nel settembre del 1939 venne presentata domanda di concessione mineraria, rilasciata il 21 giugno del 1940 ai Sigg. Prof.

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ssa Margherita Sanna, Col. Giovanni Mannai, Magg. Vito Fione e Cap. Gerardo Sciarillo in un’area di 172,7016 ettari per 20 anni; i limiti della concessione avevano come capisaldi Femmina Morta, San Pancrazio, Santa Lucia, Cantoniera la Fumosa e la strada tra Femina Morta e Fumosa. Nonostante le premesse fossero buone, purtroppo la miniera non ebbe molta fortuna e diversi eventi ne condizionarono la sorte: si ha notizia infatti che nel 1943 dalla miniera 240

partirono 500 tonnellate di minerali di rame in direzione di Porto Marghera in Veneto, ma malauguratamente la nave con il suo prezioso carico affondarono, così come i progetti di realizzazione dell’impianto di trattamento. Nel 1948 i titolari chiesero di poter sospendere i lavori per un anno, ma poichè nel 1953 i lavori non ripresero, la concessione venne dichiarata decaduta. In tempi più recenti la Progemisa eseguì dei lavori per accertare

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Nel territorio di Bortigiadas si estraggono Albite, Calcite, Calcopirite, Epidoto, Galena, Ortoclasio, Pirite, Quarzo, Spessartite

la consistenza del giacimento di Li Menduli, ma la miniera non riaprì più e venne cancellata quasi dalla memoria degli abitanti, oltrechè inghiottita e occultata dai rovi. Ora la miniera risulta difficilmente accessibile, in un terreno privato e attende un progetto di valorizzazione che prenda in considerazione anche il museo Mineralogico del paese, da tempo non fruibile.

La Ferrovia Il 20 marzo del 1913 il Consiglio Comunale discusse ed approvò un memorandum da inviare alle Autorità Superiori per protestare contro il nuovo tracciato ferroviario della linea Sassari-Tempio-Palau, che escludeva i paesi di Bortigiadas e Aggius. Per tali comuni la ferrovia era l’unico modo per uscire dall’isolamento; nel 1917 il Prefetto propose alle amministrazioni interessate di concorrere alla costruzione della ferrovia e l’amministrazione di Bortigiadas rispose con una delibera di cui citiamo un interessante stralcio: “...Considerate che le strade, come lasciò scritto un insigne parlamentare, sono come le arterie e le vene che portano la vita per ogni dove; che la viabilità è il primo fattore di prosperità e civiltà di un paese; che dove non vi sono strade non vi può essere che miseria e desolazione, che è la morte morale della popolazione; Considerato che l’agricoltura, le arti, il commercio languiscono senza vie di comunicazione; e che questo comune se non viene intersecato dalla ferrovia in parola, privo come è di strada carreggiabile che la metta in comunicazione con l’ubertosa Anglona e con Sassari, non potrà realmente aspirare ad entrare nel consorzio dei popoli civili, e rimarrà sempre nella miseria: laddove rasentandolo la ferrovia progettata non potrà non risorgere ad una vita prospera, civile, ricca, poichè oltre ai vari

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prodotti di esportazione sonosi scoperte due miniere poco lungi dal popolato, per una delle quali sono già spese delle migliaia di lire...”. Bortigiadas dovette attendere il 15 novembre del 1931, giorno dell’inaugurazione della ferrovia Sorso-SassariTempio-Palau; in tale data le autorità assieme a moltissime persone in costume tradizionale attesero l’arrivo del treno alla stazione del paese, non prima che il convoglio superasse l’ardita galleria elicoidale, realizzata per superare una forte pendenza con uno sviluppo altimetrico di circa 580 metri.

elementare, creando quello che oggi è conosciuto come Museo Mineralogico. Nel corso degli anni il Museo venne inserito nei percorsi turistici nazionali e in seguito riconosciuto dalla Regione Autonoma della Sardegna. Negli anni passati, grazie a diversi finanziamenti, vennero eseguiti ulteriori lavori di sistemazione dell’edificio ospitante l’esposizione. In questa fase venne realizzato il riattamento del piano superiore del Museo, e vennero classificati tutti i campioni di minerali. Il Museo Mineralogico è facilmente raggiungibile essendo situato sulla strada principale del paese di Bortigiadas accanto alla biblioteca comunale e alle scuole in viale Trieste al nuIl Museo mero civico 30 (Per informazioni sugli orari rivolgersi al n° Il Museo Mineralogico di Bortigiadas nacque nel 1984, da 079/627014); attualmente il museo non risulta fruibile. una donazione del collezionista Giuseppe Tanca in favore del Comune di Bortigiadas, collezione che comprende più di 1000 I minerali di Bortigiadas campioni di di minerali appartenenti a 250 specie diverse. Albite, Calcite, Calcopirite, Epidoto, Galena, Ortoclasio, La collezione venne ospitata nello stabile contiguo alla scuola Pirite, Quarzo, Spessartite. 242

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Pagina di informazione di pubblico interesse

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BARRACELLI

sentinelle del

territorio di Giuseppe Vargiu Foto Gianfranco Ghiani

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s en t i nelle del t e r r i t o r i o

L

a prima attestazione storica dell’esistenza dei Barracelli risale al tardo Cinquecento, quando il consiglio della città regia di Sassari istituisce il 25 giugno 1597 la compagnia dei Barracelli allo scopo di estirpare sos furtos, dannos e ruinas (qui) si fague in totale destrusione dessa vingias, jardinos ortos et atteras possesiones, ponendola al comando del magistrato sottovicario G. Brasinu Restarellu, e della guardia regia J. Mansanedda. L’incarico era annuale e i 18 barracelli, homines de bona vida et fama, venivano stipendiati mensilmente. Al caso di Sassari del 1597 seguì l’istituzione della Compagnia di Alghero nel 1609, composta inizialmente di otto uomini i quali, fra gli altri ruoli, avevano il compito di ispezionare i banchi degli ambulanti alla ricerca di refurtiva. Tuttavia, già dal 1570 il re Felipe II di Spagna incaricò Beltran de Guevara dell’ufficio di capitan y barrachel de campanya, col compito di contrastare i numerosi abusi e rapine, che si andavano perpetrando in Sardegna tanto da funzionari locali quanto dai banditi. Dunque la figura del barrachel spagnolo si sovrappose in Sardegna alle locali istituzioni di polizia civica o, meglio, rappresentò un istituto nuovo, tipicamente iberico, che

nell’Isola ancora non appariva introdotto, ma che fu presto convertito alle esigenze dell’economia e della gestione della sicurezza pubblica sarda. Nella seconda metà del Seicento le compagnie cominciarono ad essere istituite anche nell’ambito dei singoli villaggi (pur mantenendo un raggio d’azione non limitato al territorio d’appartenenza, specie nel caso di mancamentos di bestiame), ispirandosi alla natura «civica» tratteggiata dai corpi delle città di Sassari e Alghero, e assorbendo quasi ovunque tutte le prerogative delle precedenti guardie campestri (jurados de logu, padrargios, bidatzonargios, saltargios). Col benestare dei feudatari, spesso in lotta con l’amministrazione reale spagnola, le compagnie assunsero sempre più il carattere di unica polizia locale. Verso la metà del Settecento comincia ad emergere il carattere obbligatorio del servizio barracellare, che andava prestato da parte dei componenti la comunità, parallelamente ad un crescente carattere pubblicistico dell’istituto, che con pregone del 1755 sarà incaricato anche di sorvegliare l’esterno delle carceri e resistere in caso di fuga a’ carcerati. Nel 1793, durante l’attacco della flotta francese alla Sardegna meridionale, i Barracelli vennero impiegati per la difesa del litorale. Quest’esperienza anticipò l’inizio della militarizzazione del corpo: difatti dal 29 agosto 1799 col nuovo regolamento per la fanteria e la cavalleria miliziana

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le compagnie vennero rese obbligatorie e assoggettate al comando generale del Reale esercito sardo, il quale designava i capitani, sovrintendeva ai regolamenti delle compagnie e disponeva che un quarto degli uomini da arruolare nelle stesse potesse essere selezionato fra la milizia. Dal 1800 nel corpo dei Barracelli poterono essere arruolati solo miliziani (e vi furono obbligatoriamente dal 1805) e cacciatori (ossia fanti scelti), mentre le compagnie vennero raggruppate nei battaglioni e reggimenti della milizia con prerogative prevalentemente di pubblica sicurezza, compresa la traduzione dei detenuti, l’assistenza ai ministri reali e baronali, il pattugliamento delle pubbliche vie ed il controllo dei litorali. Il servizio barracellare fu poi assegnato ai soli Cacciatori reali dal 10 luglio 1819, 246

giungendo di fatto allo scioglimento delle compagnie, che furono ricostituite su base comunale come Corpi Miliziani Barraccellarj a partire dal 4 ottobre 1827 e raggruppate in 19 battaglioni, colla formazione di un reggimento di Cacciatori a cavallo il cui comandante era scelto dal vicerè. I Barracelli vennero nuovamente resi indipententi dalla milizia il 22 dicembre 1836. La costituzione delle compagnie nei comuni rimase comunque obbligatoria, come la coscrizione di tutti gli uomini abili, fino alla promulgazione della legge 22 maggio 1853 n. 1533, allorché si diede piena facoltà ai comuni di predisporre o meno il servizio. È da questo momento che, caduta ogni prerogativa di tipo militare (ma sottostando per alcuni versi alla legge 4 marzo

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1848 n. 675 sulla milizia comunale), il servizio barracellare non assunse più carattere di obbligatorietà; tuttavia allo stesso tempo nasceva implicitamente una delle peggiori e più longeve credenze sul barracellato, quella relativa al volontariato (per come inteso al giorno d’oggi). L’equivoco nasce proprio con la legge 1522/1853, e si sviluppa con improprie ed incredibili identificazioni nelle onlus di età attuale, in maniera assolutamente astorica, veicolate anche da una diffusa ma erronea interpretazione dell’articolo 8 della legge regionale 15 luglio 1988, n. 25. Oggi i Barracelli sono difatti confinati in un limbo giuridico, unico nel panorama delle polizie locali europee: colpevole una legislazione antiquata, mai revisionata fin in fondo a partire

dall’Ottocento, che si porta dietro addirittura norme del diritto sardo medievale (come l’uso della terna per l’elezione del capitano, secondo una prassi che peraltro fu comune agli amministratori locali nella Sardegna d’età moderna). I Barracelli sono agenti di pubblica sicurezza per decreto prefettizio e si occupano istituzionalmente, oltre che dei compiti derivanti dall’attribuzione di tale qualifica: - della tutela del patrimonio comunale e di quello loro affidato in gestione; - salvaguardia del patrimonio boschivo, forestale, silvopastorale, compresi i pascoli montani e le aree coltivate in genere; - salvaguardia del patrimonio idrico, con particolare riguardo alla prevenzione dell’inquinamento;

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Oggi i Barracelli sono difatti confinati in un limbo giuridico, unico nel panorama delle polizie locali europee - tutela di parchi, aree vincolate e protette, flora, vegetazione e patrimonio naturale in genere; - caccia e pesca; - prevenzione e repressione degli incendi; - protezione civile. Le Compagnie dei Barracelli sono attualmente presenti in oltre 140 comuni, per un totale di circa 5300 uomini. Le criticità contingenti di questo settore sono oggi numerose e di non facile soluzione. La decennale disattenzione della Regione Autonoma della Sardegna ha prodotto – nonostante i proclami – numerose problematiche, come l’inapplicazione di norme di legge (una per tutte, la formazione professionale prevista dalla L.R. n. 25/1988) o l’assenza di una uniforme disciplinata (l’unico decreto assessoriale vigente riprende consuetudini ottocentesche come la fascia al braccio di riconoscimento, originariamente prescritta dal Regio decreto n. 403 del 1898). È forte nella categoria il desiderio di una moderna dignità professionale che solo una profonda revisione della legislazione regionale e statale può permettere a questa istituzione che 248

attraversa i secoli, che può raccontare di atti anche talvolta eroici, ma soprattutto di una quotidiana opera di prevenzione per la sicurezza della comunità. È ormai indiscutibile la loro validità nell’ausilio alle forze dell’ordine dello Stato; la loro capillarità nel territorio che sopperisce alle croniche mancanze di organico di altre forze di polizia e permette la tempestività d’intervento specie nell’apparato antincendio, di cui rappresentano una fondamentale componente, e della protezione civile, come nel caso della recente alluvione dell’autunno 2013, che ha devastato tragicamente la Gallura e le altre aree della Sardegna. Deve giungere a compimento il processo, sospeso da lungo tempo, di integrazione nelle politiche di sicurezza locali, come auspicato recentemente dall’ex prefetto Gullotta, con sottile ironia per i tempi più o meno antichi: il coinvolgimento nell’apparato di sicurezza anche dei barracelli, risulta di sicura utilità e quindi anche per essi è giunta l’ora di tagliare i lunghi capelli e le folte barbe, di togliere i berretti, la veste di cuoio, la sopraveste di pelliccia, il lungo fucile all’africana e la lancia, e di indossare una nuova divisa di servizio al servizio moderno del cittadino.

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Lo stazzo di Manlio Brigaglia

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l o s t a zz o

Ad Arzachena dicono: «Se vuoi bussare allo stazzo, impara l’inglese». È una battuta scherzosa, per dire che ci sono molte probabilità che chi ti apre sia un signore inglese che lo ha comprato da poco. O magari anche dai tempi del boom: perché gli appassionati dello stazzo sono venuti qui, a Monti di Mola, ancora prima che l’Aga Khan uscisse a misurare l’altezza delle villone messe su dal Comitato di Architettura. Dominique Fernandez, il più grande italianista del Novecento, ha vissuto qui in uno stazzo, ospite di René Pobiedski, uno dei fondatori della Costa Smeralda, e ne ha lasciato ammirata testimonianza nel suo “Madre Mediterranea” (in francese il titolo è più bello, perché “mère” suona insieme “madre” e “mare”).

Stazzo a Monti Canu, Palau (foto Nino Solinas)

F

accio una premessa. Lo stazzo non è una qualunque casa di campagna. Lo stazzo è un sistema, un modo del cosiddetto “habitat disperso”, che in Sardegna ha eminenti esempi soltanto in Gallura e, in forme meno suggestive, nel Sulcis e nel Sàrrabus. Lo stazzo non esiste da solo. Lo stazzo è una unità abitativa-aziendale che deve moltiplicarsi per cento, per mille, fare corpo collettivo per caratterizzare un intero territorio: e del resto non ci vuole poco, in un’isola dove la campagna è l’esemplificazione più significativa della solitudine: in Gallura, invece, il biancheggiare degli stazzi, in genere sulle piccole alture di questa “Toscana di Sardegna”, come la chiamavano, connota indelebilmente il paesaggio.

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mem o r i e g a llu r e s i

Sino a qualche anno fa si calcolava che di questi stazzi la Gallura ne avesse qualcosa come 2500. Vuol dire (voleva dire) un po’ più di diecimila-forse dodicimila persone, divise per i luoghi scelti in passato dai primi proprietari – precari all’inizio, tre-quattro secoli fa, poi divenuti padroni attraverso i diritti di cussorgia e di orzalina – per andarvi ad abitare e domesticare la terra intorno sino ad averne grano, pascolo, orti, acqua e legna, e dall’alto di qualche verde cocuzzolo controllo a 360 gradi della terra tutto intorno. In Gallura la pietra da costruire è il granito, che fa grigie le strade dei paesi e le “pesanti” vie dei centri maggiori. Solo gli stazzi hanno quel bianco abbacinante che gli architetti del Principe hanno immaginato mediterraneo secondo le abitudini cromatiche delle casbah. Prima ancora che ci entrasse la famiglia l’ edificio originario aveva una sola stanza, e infatti illu pasturìu, in quel piccolo mondo pastorale, la stanza si dice “casa”, diversamente che nel gallurese urbano. Lo stazzo-casa cresceva poi per addizioni successive, motivate 252

dalla crescita della famiglie, talvolta anche dalla necessità di ospitare lavoranti subalterni. Giovan Bachis Fresi, a Izzana di Luogosanto, aveva fatto anche la casa di li dimmandoni, una stanza con camino, giacigli e coperte per lo sciame di mendicanti che come una sorta di tribù nomade vagava nella campagna gallurese: nelle sue visite rade e improvvise portava notizie, piccola merceria, allegri di sonetti. Ogni ospite era il benvenuto. Da lontano, come svetta fra alberi e rocce, lo stazzo ha forma di rettangolo basso, curiosamente allungandosi se la famiglia cresce, oppure d’un quadrato (e allora si chiama orgogliosamente palazzeddu). Altra forma non si dà. Chi tocca uno di questi due profili distrugge l’anima visibile dello stazzo. La verità è che quel che resta della Gallura andrebbe tutto vincolato nei secoli. Ma chissà quando prenderà una boccata di respiro la furia venditrice dei poveri e degli speculatori (ora sono più questi che quelli) e si darà una regolata la sregolata fantasia dei pianificatori d’Oriente.

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1915-1918

NEL FANGO DELLE TRINCEE DAL 1915 AL 1918 SONO MORTI O HANNO SOFFERTO CENTINAIA DI MIGLIAIA DI UOMINI. CHI SI RICORDA DI LORO? ANCHE QUELLI CON UNA TOMBA E UN NOME SULLA LAPIDE SONO ORMAI MILITI IGNOTI

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dossier 1915-1918 IL GRANDE SACRIFICIO

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1915-1918 come eravamo di Giovanni Gelsomino 1915 –1918: la storia di una carneficina, di giovani mandati spesso allo sbaraglio, di generali incompetenti, di ufficiali arroganti ma anche di atti d’eroismo, di coraggio e di generosità in nome della patria e dell’onore

L’

anno si apre con un titolo, sul quotidiano sassarese La Nuova Sardegna, che lascia poche speranze sui destini della pace: “Capo d’anno di sangue e di mitragliatrici”. Su tutta la prima pagina campeggia il dramma della guerra con corrispondenze da Berlino, Vienna, Londra, Parigi. Da questa capitale anche la notizia che all’ambasciata italiana “non vi è stato alcun ricevimento ufficiale per il capodanno”. Nessuna notizia dall’Italia in prima pagina. In Sardegna il 1915 si apre con una giornata di vento e forte pioggia: le acque hanno allagato moltissime campagne dell’agro di Sassari: in alcuni punti è impossibile passare. Non si hanno comunque notizie di danni alle persone. Il passaggio di carri è interrotto su molte strade e nella provincia è caduta, in qualche punto, la neve: “la giornata continua rigidissima”. Nonostante l’ondata di maltempo il piroscafo Caprera si è ormeggiato al molo di Golfo Aranci alle 6 precise. L’unico ritardo che si segnala è quello della posta del continente che è arrivata a Sassari con 40 minuti di ritardo. A Bono la signora Livia Usai, presidentessa delle donne di carità San Vincenzo, dopo gli esercizi spirituali, con predica di don Giovanni Ena e musica del maestro Giovanni Girardi, ha offerto l’annuale pranzo ad oltre un centinaio di poveri nel piano superiore del palazzo del munifico signor 256

Antonio Giuseppe Tiana. Naturalmente, nessuno dei poveri mancava, e le dame gareggiavano in prodigare ogni sorta di cure e buone attenzioni ai poveri. Da Buddusò viene segnalato un audace furto all’ufficio postale telegrafico, compiuto il 31 dicembre, da tre uomini mascherati, armati di rivoltella e vestiti di loden. Nell’ufficio spiega il corrispondente, a quell’ora, le 6 pomeridiane, era sola soletta la signorina Giannetta Giannasi. Ecco una parte della cronaca: “[i tre] Penetrati in ufficio chiusero gelosamente le porte poi chiesero con prepotenza le chiavi della cassa forte. La signorina benché esile, delicata e, naturalmente, impressionata per la inaspettata visita, sulle prime prevedendo qualche triste evento stava per ubbidire, ma poi alquanto rincuorata ebbe l’ardire di proferire qualche parolina che suonava formale rifiuto. Uno dei tre, il più audace, per non perder tempo, cacciò le mani con poco garbo nella tasca dell’elegante spolverino della signorina e ne tirò fuori un mazzo di chiavi...”. Il bottino fu di 600 lire oltre ad un anello e l’orologio d’argento della signorina. Ma la notizia più curiosa è un’altra e riguarderebbe un presunto giro di spie. Il titolo su una colonna ma al centro della pagina, è di quelli che attirano l’attenzione: “Occhio agli stranieri”. Di cosa si tratta? “Sul piroscafo Città di Sassari – vi si legge – furono dichiarati prigionieri trenta tedeschi, provenienti dalle Isole Baleari. Ma gli sbarcati a Cagliari dall’yacht Tre

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Amigos erano trentaquattro. Dove sono andati dunque gli altri quattro? Perché poi erano venuti nell’isola i tre ingegneri arrestati sul Caprera? Se erano riservisti, perché non corsero al loro posto? Ancora una domanda: perché proprio in questo momento dalle Isole Baleari vengono in Sardegna i tedeschi? Probabilmente si trovano in alcuni punti dell’isola misteriosi viaggiatori. Ora, non solo per l’osservanza della dichiarazione di neutralità, ma anche, anzi soprattutto nell’interesse supremo della patria, noi crediamo che senza indugio gli stranieri, tedeschi o cinesi, debbano essere ricercati e fatti allontanare, immediatamente, dalla Sardegna. Il governo può essere anche alla vigilia di prendere importantissime deliberazioni – per esempio di una più intensa preparazione militare – ed è bene che nell’isola, come nel resto d’Italia, non vi siano stranieri, trascinati, sia pure per amore al loro paese, ed esercitare un assiduo spionaggio. Senza perdere tempo, dunque, occhio agli stranieri ed energici provvedimenti”. Fra le notizie, che non preludono a niente di buono, quella del Comando del Distretto Militare, il quale comunica che il ministero della guerra ha determinato che col giorno 12 gennaio 1915 si inizi la chiamata alle armi delle reclute della classe 1895 di prima e seconda categoria. Con soddisfazione si elogiano le studentesse di Sassari che hanno raccolto l’appello delle donne italiane per difendere dal freddo i nostri soldati che vigilano alla frontiera. Alla scuola normale e complementare, informano i giornali del 2 gennaio 1915, è già iniziata la confezione di fascie, berretti, guanti e calze di lana. Molte alunne del Ginnasio e delle scuole elementari vogliono concorrere all’opera patriottica. Gli indumenti, appena ne sarà pronto un certo numero, verranno spediti al comitato di Roma che ne curerà il recapito al ministero della guerra. Intanto, scrive il giornale: “moltissime famiglie private si sono già rivolte a noi, per avere istruzioni, desiderando concorrere al lavoro. Sappiamo che quanto prima verrà provveduto perché tutti coloro che vogliono possano vedere un modello di ciascun capo, che deve essere confezionato in lana grigia”. L’articolista conclude: “Quest’opera di solidarietà e di amore per i nostri bravi soldati, che soffrono il freddo e la neve delle regioni di confine, e che da un momento all’altro possono anche essere chiamati a dare anche la vita, si svolge in tutta Italia con fervore e alacrità: crediamo che Sassari pure darà prova del suo patriottismo e che tutte le famiglie che lo possono contribuiranno con slancio”. Una breve, all’interno della pagina della cronaca cittadina,

riporta la “Sfortuna” del giovane sassarese Rossi Giovanni di Giuseppe: verso le 20 mentre con altri ragazzi cantava delle “gobuli” in una casa di via San Donato, dall’inquilino della stessa casa venne loro aizzato contro un cane, e il Rossi nella furia di fuggire precipitò dalle scale producendosi la frattura del polso della mano destra. Per gli amanti del cinema, che in città non sono pochi, al Civico si può assistere al dramma in due parti della Dania Biofil: Ferita nelle ali ovvero cuore spezzato. Tra gli annunci pubblicitari quello di certa Elisa Perdix che riceve gestanti a pensione, Occorrendo occuparsi collocare neonato. Igienici e vasti locali. Cure materne. Massima segretezza, via La Marmora n.19 Sassari; per chi volesse invece acquistare la migliore emulsione di olio fegato di merluzzo, deve recarsi a Cagliari e rivolgersi alla premiata farmacia Del Rio, in quanto, precisa la pubblicità, è l’unica autorizzata a mettere in commercio l’olio preparato dal dott.

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Gioachino Del Rio già assistente della Regia Università di Sassari e Cagliari. In un angolino in basso, a destra della pagina, compare la “Novità Igienica”, “preservativi di gomma, vescica di pesce ed affini per Signore e Signori, i migliori conosciuti sino ad oggi. Catalogo gratis in busta suggellata e non intestata. Massima segretezza. Scrivere a...”. Non sappiamo quante lettere siano partite ma c’è da credere che la “novità” sia rimasta confinata a pochi coraggiosi rigorosamente anonimi. Per tutti quelli che devono fare gli acquisti sulla casa l’invito è quello di recarsi a “Il paradiso delle famiglie in via Vittorio Emanuele.19: prezzi fissi – pronta cassa”. Gli inappetenti invece, dovrebbero provare: Sirolina Roche: stimola l’appetito, aumenta il peso del corpo, elimina la tosse... e, meraviglia delle meraviglie sopprime i sudori notturni tanto molesti. Il fatidico mese di maggio si annuncia a Sassari con una splendida giornata di sole: mancano 23 giorni alla dichiarazione di guerra. è solo una questione di tempo, una parte 258

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dell’opinione pubblica sa che la guerra ci sarà, l’altra parte forse vorrebbe evitarsela perchè sarà quella chiamata a combatterla. Il quotidiano locale, la ritiene ineludibile. La vita in città prosegue con il solito ritmo: la passeggiata di San Pietro per tutta la durata del mese mariano nonchè il piazzale della chiesa e le adiacenze presentano il solito aspetto animato che, prevede l’articolista, durerà per tutto maggio, con la presenza costante di Fedeli e curiosi, donne, uomini e bambini sotto il sole magnifico nel cielo terso, e di venditori di dolciumi che aspettano l’avventore ammirando le mosche.... Come per i precedenti anche quest’anno un manifesto del sindaco, al fine di evitare molestie e disturbi per l’affollamento stabilisce che: “a datare dal 1 maggio e fino al 6 giugno è proibito il transito dei velocipedi nel Corso di S. Pietro, dal casotto daziario all’angolo dello stabilimento Dau, sino al piazzale della chiesa di S. Pietro”. Il 19 maggio a Bosa si manifesta contro la guerra. Proteste simili avvengono sicuramente in altri paesi e piccoli centri, ma la notizia non assurge agli onori della cronaca. Ecco come viene riportata quella di Bosa: “Alcuni neutralisti a tempo perso vanno insinuando nell’animo del popolo che la guerra che si prepara... può ancora evitarsi! Ma figli di... Dio; l’anima italiana non aspira alla guerra «per la guerra» ma alla guerra «contro la guerra»! Gli italiani vogliono intervenire nel conflitto europeo perché ciò è necessario alla loro civiltà; perché ciò è necessario al riscatto dei fratelli soggetti allo straniero; perché ciò è necessario affinché il conflitto cessi.... L’Italia non è patria di pusillanimi ma patria di forti”. Argomenti che facevano presa sull’opinione pubblica benpensante e lasciavano indifferente un buon numero di persone che non avevano la possibilità di farsi una propria idea se non quella che le guerre portano morti e distruzione. C’era poi, ed era una minoranza, quella parte apertamente contro l’intervento militare. Era in massima parte costituita da giovani che si riconoscevano nelle idee socialiste, che manifestavano talvolta quasi clandestinamente la loro contrarietà, spesso irrisi e osteggiati da quei cittadini che lasciavano ad altri, al grande proprietario, al professionista, a quello che ha studiato... il compito di commentare e decidere per loro. Quella di Tempio organizzata dai socialisti venne declassata a semplice “chiassata”, definendoli “deplorevoli giovincelli... piccoli unterelli... che non sanno di politica eccetto pochi socialistoidi, che – lamenta il cronista – hanno fischiato lungo il corso l’inno suonato da studenti del liceo”.

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A Iglesias (in cui nel 1914 avvennero diverse manifestazioni per la neutralità e contro la guerra) il corrispondente locale informa che “Un considerevole gruppo di cittadini, con moltissimi studenti, percorse le vie della città, acclamando al re, a Salandra, all’Italia. Parteciparono alla dimostrazione molti socialisti che entusiasticamente gridavano «Abbasso Giolitti; viva l’Italia; morte all’Austria». Solo un tizio, non sardo, ebbe l’imprudenza, in mezzo alla concordia generale, di gridare «Viva il Kaiser; viva Giolitti; abbasso la guerra!». Se non si fosse dileguato in tempo la folla avrebbe linciato il tedesco... italiano!”. Notare come l’articolista si compiaccia di precisare che si trattava di un Tizio non sardo. Ad Alghero c’è chi la mette in burla: un certo signor Teofilo Calvino scrive al giornale protestando contro un anonimo che, abusando del fatto che una grave malattia lo costringe da due mesi a letto, ha sparso in Alghero ed in Sassari la voce che egli è una spia tedesca, che è sotto stretta sorveglianza ed accurata vigilanza dei carabinieri e della censura. “Si informi l’anonimo allo stato civile e al distretto militare di Sassari sulla mia identità in rapporto all’esercito italiano e se ha il coraggio mi mostri la sua faccia che io gli dimostrerò di discendere da antichissima famiglia piemontese”. E siccome tutto serve a stimolare il patriottismo, con discreta evidenza, viene annunciata a Sassari l’imminente proiezione al Verdi del Grandioso capolavoro dell’Ambrosio Il dottor Antonio in quattro parti. Questo film fu tratto dal meraviglioso romanzo del Ruffini, non poteva e non doveva avere uno svolgimento cinematografico più artistico e più perfetto di quello che la casa Ambrosio ha saputo preparare. Giovanni Ruffini patriota, cospiratore, esule, canta con la sua storia d’amore la bellezza del suo paese, la bellezza superba delle spiagge, del mare, del cielo, dei fiori d’Italia. Il 20 maggio a Roma c’è attesa per la seduta della Camera che comincerà alle 14 precise e che di fatto darà il via libera alla dichiarazione di guerra. Il tempo è piovigginoso. Nondimeno la città è animatissima e imbandierata. Si nota nelle principali vie dell’insolito movimento. I caffé sono affollatissimi. Da per tutto si discute sulla situazione. Tutti gli sbocchi che conducono a Piazza Colonna ed a Piazza Montecitorio sono già chiusi da cordoni di truppe. Soltanto i deputati e i senatori hanno libero accesso a Piazza Montecitorio. L’attesa è vivissima. Il 23 maggio 1915 alle ore 18 nei muri di Roma compare Il manifesto di chiamata alle armi.

“è impossibile – scrive il quotidiano nella prima pagina – telegrafarvi descrizioni delle scene di commozione avvenute. Tutti acclamavano alla guerra, tutti si affollavano alle cantonate, leggendo le edizioni suppletive dei giornali che recavano sommariamente le disposizioni della mobilitazione. I dettagli si ebbero soltanto nelle quarte edizioni pubblicate tardi”. Alle 19,05 S.M. il Re ha decretato la mobilitazione generale dell’esercito e della marina e la requisizione dei quadrupedi e dei veicoli”. Un sobrio comunicato annuncia lo stato di guerra. “A decorrere dal 23 corr. È considerato in stato di guerra il territorio delle provincie di Sondrio, Brescia, Verona, Vicenza, Belluno, Udine, Venezia, Treviso, Padova, Mantova, Ferrara e quello delle isole e dei comuni costieri dell’Adriatico, nonché di tutte le fortezze che sieno dichiarate in istati di resistenza per ordine dei ministri della guerra e della marina”. I giornali tedeschi ci sbeffeggiano: “La stampa tedesca – scrive La Nuova Sardegna – che ha perduto la testa come un Kaiser qualunque, lancia atroci insulti all’esercito e al paese. E poiché la Sardegna ricorda quel vile brigante del

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1870 che si chiama Garibaldi, in questo insulto noi siamo in prima linea”. La Deutsche Tagszeitung di Berlino scrive: “Popolo tedesco, un nemico di più, dalle caverne degli Abruzzi, dalle macchie della Sicilia e della Sardegna, dai boschi della Calabria, dai vicoli di Chiaia e Margellina, un esercito di vagabondi, di mafiosi e di suonatori di mandolino si prepara a marciare contro di noi”. La risposta non si fa attendere: “Sicuramente marceremo! La Sardegna, come la Sicilia come tutte le altre regioni che si onorano da far parte dell’esercito vagabondo, suonerà il mandolino e anche la dura testa del tedesco”. Missione compiuta sia pure a caro prezzo. Il 24 maggio, dopo le elevatissime dichiarazioni dell’on. Salandra, il discorso patriotticamente classico dell’on. Boselli, le sublimi evocazioni dell’on. Barzilai ed il grido convinto dell’on. Colajanni... la Camera, al canto dell’inno di Mameli con 407 voti approva i pieni poteri per la guerra chiesti dal governo. Al momento della votazione in aula sono presenti 482 deputati; votanti 481; favorevoli 407; contrari 74; astenuti 1. La seduta termina alle 19 tra fragorosi applausi cui partecipano anche le tribune al grido entusiastico di viva l’Italia! Viva l’esercito! Viva l’armata! Viva il re. Come era prevedibile la dichiarazione di guerra è stata accolta da numerose dimostrazioni patriottiche sia nelle città sia nei piccoli comuni dove la popolazione si è riversata con le bandiere nelle strade al canto di inni patriottici fece una calorosa dimostrazione ai richiamati. A Sassari dalle prime ore della mattina “una pioggia di fiori ha invaso la città: fiori di mille colori, color di sangue vermiglio, color di speranza, fiori di fede e di italinità. Un gruppo gentile di signore offrirà a tutti con insistenza cortese, un fiorellino piccolo e smorto, senza fragranza di profumo, la gioia della freschezza umida e fragile. La tela imiterà ciò che non può essere imitato. Ma non meno entusiastico sarà il concorso che tutti daremo perchè la vendita riesca, e ognuno porterà sul petto la fioritura fredda ed inerte, e la festa sarà piena. Non la festa, anzi, ma il rito. Perchè il simbolo sarà strano ed impensato: sarà come una promessa di rinunzia, come un proponimento di sacrifizio, come una preparazione austera a quello che dovrà essere il domani: senza il profumo e senza fragilità. E il piccolo fiore non varrà il piccolo obolo, sarà semplice e quasi rude come rude e semplice sta per essere la vita di tanti giovani, di fronte al nemico, come sarà per essere tutta la 260

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penisola in armi, volta e tesa allo sforzo con ogni volontà. Fiori senza profumo, non siete più d’Italia forse? Che l’Italia cessa di essere giardino, e vuole diventare fortezza di sasso duro e di roccia aspra. Fino a quando ogni terra ci sia resa, e il confine sia quale natura lo diede, inviolabile ed eterna. Allora rispunteranno i fiori nel giardino sicuro. Prima no. Non vi sarebbe tempo di coglierli”. L’iniziativa è di un comitato di donne che raccoglievano fondi per sostenere il Comitato di mobilitazione civile, i fiori saranno offerti dalle patronesse e da signorine al prezzo minimo di cieci centesimi: “Abbiamo visto persone che avevano raccolto a decine i piccoli fiori gentili e li appuntavano con orgoglio sul petto, abbiamo visto signori, soldati, popolani fregiati di questa insegna patriottica: Sassari ha veramente fatto onore alle sue tradizioni e ha saputo iniziare queste giornate sacre alla guerra di liberazione con un entusiasmo fervido di italinità”. Nelle stesse ore a Nuoro si formò un corteo preceduto dalla filarmonica che suonava l’inno di Mameli, l’inno di Garibaldi e la marcia reale. Vi presero parte tutti gli studenti, le studentesse, i professori, maestri, professionisti, impiegati, operai e un’onda di popolo plaudente. In piazza Cavallotti parlarono applauditissimi il prof. Magliandi, il maestro Gallisai, gli studenti Naitana, Burrai, Nino Ganga. Assai festeggiato il garibaldino Corbu Guiso Giuseppe che combatté al ponte della Valle. Insistentemente acclamato si affacciò alla finestra di casa sua con le lagrime di entusiasmo ed agitando la camicia rossa. Sei robusti giovani si alternavano portando sulle spalle per tutta la città il vecchio di 82 anni ziu Pintore decorato in Crimea. Egli agitava il berretto sorridente e commosso. Anche Alghero acclama la guerra: solenne, imponente, magnifica, superba, spontanea fu la dimostrazione fatta da tutto il popolo algherese, ai richiamati. Quasi tremila persone, d’ogni ceto, età, condizione, gremivano la piazza. A Porto Torres il municipio, gli uffici pubblici e moltissime case sono imbandierate: la città presenta un aspetto bellissimo. I soldati sono assai festeggiati. Tutta la popolazione fa i più caldi auguri per il compimento dei destini d’Italia. L’episodio più strano si verifica a Cagliari dove viene “ferita” l’aquila austriaca. “ Le persone che hanno l’abitudine di levarsi per tempissimo e che hanno attraversato la via Manno hanno subito avvertito una curiosa novità. Lo stemma imperiale del nostro simpaticissimo ex alleato che il console austriaco nella

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nostra città si è dimenticato di togliere dal balcone di mezzo del suo appartamento al terzo piano del proprio palazzo, sito in via Manno, offriva un aspetto curiosissimo. Una larga chiazza rossa che rassomigliava stranamente ad una macchia di sangue copriva buona metà dell’aquila funeraria che vi campeggia, come se una buona fucilata avesse, nella notte colpito ad un’ala il malaugurato uccello. E dopo i primi passanti vennero gli altri... e poi altri ancora. E poi tutta la Cagliari col naso in su ad ammirare... il fenomeno nuovo. Chi avrà ferito lo stemma? Si fanno molte supposizioni, ma tutti ridono. A La Maddalena dalle ore 23 alle 24, essendo pervenuto al municipio la partecipazione della rottura delle ostilità un discreto numero di persone tra le quali signore signorine e giovinetti della scuola, cantando inni della patriottici con bandiere italiane e francesi si sono recate davanti alla sede dell’ammiragliato. A Sorso invece due soldati richiamati arrestano un tizio che aveva gridato “abbasso l’Italia”: fu condotto in caserma e poi dai carabinieri alle carceri. Il paese in un attimo fu sottosopra “è una spia” dicevano alcuni indignati. Il fatto vero è che “l’arrestato (credo di Codrongianus) ieri sera, dopo aver bevuto un pochino, scambiava l’Italia per l’Austria e viceversa. Ieri notte col fresco della cella l’Italia sarà tornata nella sua mente a suo posto e l’Austria... fuori da Trento e Trieste”. A Sanluri Il parroco, durante le funzioni del pomeriggio con elevate, patriottiche parole, incitò i chiamati al cimento di portarsi da veri soldati di cristo e dell’Italia, la patria diletta, “che oggi si incammina ai suoi alti destini”. Nella mattinata del 25 maggio i 53 richiamati sono stati salutati da tutte le autorità, dalla musica, dalle società: tiro a segno, operaia di mutuo soccorso, circolo Eleonora con le rispettive bandiere, dalle bandiere delle scuole e di tutto il popolo. è stato “un momento di solenne commozione!”. A Sanluri “gettiamo tutti nel fuoco sacro che arde sull’altare della patria le disparità di parte, non contaminiamo con la discordia le gloriose gesta dei figli, dei padri, degli sposi che abbiamo accompagnati stamane e gli altri che accompagneremo se la patria li richiede; uniamoci in un sol cuore tutti per essere pronti alle eventualità del cimento colla forza della concordia. Oggi la patria lo esige!” Da Ozieri, la cronaca segnala una tedesca di troppo, della quale le pubbliche autorità, a quel che pare, non si sono ancora accorte. Si tratta della superiora Gabriella Hoppel

tedesca di nascita e di sentimenti che lavora presso l’ospedale e che ha ben quattro fratelli sotto le armi nell’esercito del suo paese. Secondo il cronista: “la medesima da quando è scomparso ogni dubbio sull’atteggiamento che il nostro paese avrebbe assunto nel conflitto europeo, è diventata provocante: recentemente con persona che per ragioni del suo ministero deve frequentare l’ospedale, ebbe a manifestare giudizi poco benevoli sugli italiani trattandoli da “morti di fame, traditori e miserabili”. La suora verrà allontanata due giorni dopo col plauso del giornale: “di fronte al nemico, che giunge ad insultare perfino l’ambasciatore italiano, non è più il caso di riguardi. Il dovere dell’ospitalità non corrisposto è inutile”. A Neoneli con l’entusiasmo vibrante in ogni petto, mentre l’Italia si accinge al compimento delle sue rivendicazioni, la popolazione saluta la partenza del dott. Bonaventura Loy Murgia, capitano medico e deputato provinciale, “compresi del santo ideale che raggiungerà, del cruento sacrificio che compirà chi non resta sordo alle ardenti aspirazioni della nazione, all’appello della patria, al grido di dolore dei fratelli martoriati dalle sevizie di usurpatori e tiranni”. Da Genova arriva la notizia che lo stato maggiore dei piroscafi “Sardegna” e “Sicilia” della Società dei servizi marittimi, nell’intendimento di porgere conforto a chi combatte ed aiuto alle famiglie dei richiamati delibera di versare una giornata di stipendio a mese per tutta la durata della guerra. Da Sassari arriva una timida protesta da parte di quelli di chi si sono visti requisire i cavalli affinché siano affrettate e semplificate le pratiche per il pagamento e, giustamente si rileva, che “vi sono persone cui è tolto l’unico cavallo posseduto, indispensabile per l’esercizio della propria professione... Carrettieri che debbono sospendere il loro mestiere, pastori che debbono noleggiare vetture e carretti per trasportare il latte in città”. LA NUOVA SARDEGNA Riportiamo alcune parti dell’editoriale pubblicato sul quotidiano di Sassari dal titolo “La guerra voluta dal popolo”: La guerra di oggi è la guerra voluta dal popolo, dal popolo che reclamò sempre l’integrazione dei confini naturali, che si dolse dell’interruzione della marcia di Garibaldi nel Tirolo, che non seppe mai spiegarsi l’alleanza che ribadiva le catene di Trento e Trieste, che si ribellava ai confini insulti e alle brutali caparbietà dell’Austria. Mai guerra fu più matura nella coscienza popolare come quella che comincia oggi. Lo stesso olio che accese la gioventù di mezzo secolo fa balza dall’animo della gioventù

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di oggi; lo stesso sentimento che fuse in una anima Vittorio Emanuele II e Mazzini, Garibaldi e Cavour, infiamma oggi gli uomini di ogni parte, di ogni età, di ogni tendenza: l’Italia è tutta concorde contro il nemico! è la guerra fatale, la guerra della resa di tutti i conti, perché nessuno ha dimenticato che l’Austria si è giovata dell’alleanza con noi solo per conservare il suo dominio sulle terre «nostre» ma altresì per imporci anche la più umiliante delle inframmettenze nelle cose interne. Così si ebbero crisi parziali e perfino generali. [...] Per tutte le feroci aggressioni consumate a danno dei nostri fratelli di Trento, di Trieste, della Dalmazia; per tutti gli atti di slealtà compiuti anche quando noi eravamo in guerra (riferimento alla guerra libica) il popolo ha voluto e vuole la guerra, il popolo ha voluto e vuole l’annientamento del nemico. A Orgosolo ad annientarsi sono invece due famiglie: 17 omicidi, sei mancati omicidi, 150 mila lire di danni. Tutto è cominciato nel 1903 dopo la morte del ricco Diego Moro, la cui eredità turbò la pace delle famiglie Podda. Piredda, Pisanu e Cossu da una parte, del Moro, Susssu, Devaddis e Corraine dall’altra. Considerato che il primo omicidio avvenne il 28 febbraio 1910 e l’ultimo il 27 aprile 1915, dobbiamo concludere che in cinque anni e due mesi furono assassinati diciassette individui, si attentò alla vita di altri sei senza contare il micidiale proposito di far seppellire due famiglie con la dinamite. 262

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NATALE 1915 è il primo Natale di guerra, la trentesima settimana dall’inizio delle ostilità. “Il nostro pensiero vola là sull’Alpe nevosa, nelle gelide trincee, nelle case ove la gioia non può neppure sfiorare il pallido viso per l’apprensione e la trepidazione per la vita dei propri cari. Ma tutti sentono italianamente e respingono i dolori della grave ora presente in sé stessi, sperando che gli estremi sacrifici conducano al Natale di gloria della Patria, che è l’ideale agognato... Venga presto questo Natale!”. è un Natale diverso quello che arriva nelle case di molti sardi, un Natale quasi cupo che la nascita del Bambino non rende gioioso anche se carico di speranze. Sono tanti i giovani che mancano alle famiglie e ai paesi e molti sono quelli che non torneranno da quelle terre che fino ad allora si ignorava l’esistenza, e ai tanti nomi sconosciuti se ne aggiunge uno nuovo: Mauthausen. Ecco la lettera pubblicata sui giornali che fa conoscere anche ai sardi il campo dove sono tenuti prigionieri i nostri soldati: [...] “Vi sono qui parecchi prigionieri sardi, dei quali qualcuno anche sventuratamente mutilato, che, o per le condizioni economiche disgraziate della famiglia, o perchè troppo di recente arrivati a Mauthausen non ricevono alcun aiuto dai loro parenti. E’ opportuno ottenere un interessamento benevolo dei nostri comitati regionali a favore di tali prigionieri sardi”. Questo testo rappresenta solo un breve estratto del capitolo contenuto nel volume “Il Grande Sacrificio”.

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i giorni prima della tempesta di Giuliano Chirra La guerra era nell’aria. Le voci sulla sua imminenza volavano per l’Europa, come portate dal vento. E questo vento arrivo anche nelle campagne dell’Isola di Sardegna, sprofondata nel bel sole del mediterraneo.

I

contadini avevano da poco completato l’aratura delle vigne tra febbraio e marzo e si preparavano ad arare i campi nel mese di maggio (a okare su terrinu a beranile); ed allo stesso tempo tenevano d’occhio il grano che maturava (su laore). I pastori del Nuorese e delle propaggini settentrionali della Barbagia di Ollollai rientravano con le greggi nei loro paesi di montagna, dopo aver svernato nelle pianure del Logudoro (su kampu de Otzieri) e delle Baronie di Posada e Galtellì. Quelli della Barbagia di Belvì e di Seulo rientravano invece dalle pianure del Campidano di Oristano, del Campidano di Cagliari, della Marmilla e della Trexenta. Negli ovili delle regioni dell’interno, sos Kuìles, nei piccoli agglomerati di case dispersi nelle campagne della Gallura, li stazzi, o del Sulcis e dell’Iglesiente, is medàus, la vita continuava secondo le consuetudini secolari. Ognuno pensava alle prossime scadenze imposte dalla condizione dei pascoli, dalla mietitura, dall’aratura, dalle vendemmie. Il ciclo della vita continuava, ma non sapevano che per molti di essi non ci sarebbe stata più vendemmia, né semina, né aratura, né transumanza di bestiame. I pochi che sapevano leggere e scrivere, homines de pinna, si radunavano a discutere attorno ai rari giornali che si vendevano nei nostri paesi; capivano e commentavano. Anche i giovani che erano sotto le armi e tornavano in licenza portavano la notizia che là, sul Continente, stavano maturando eventi grandiosi. 264

Nel municipio di ogni comune dell’isola, sa domo kumonale, c’era fermento: si preparavano le liste per la mobilitazione delle classi. Le caserme dei Carabinieri Reali erano in attività frenetica: arrivavano le cartoline precetto per la chiamata alle armi, ed i militari dell’Arma Benemerita pensavano a come prevenire i fenomeni di renitenza. Gli uomini più giovani sarebbero partiti, lasciando le campagne ed il bestiame ai più anziani. Si facevano allora gli accordi tra amici, parenti, vicini di pascolo, ekinos de kampu, tra coloro che non sarebbero partiti, per scambiarsi un aiuto reciproco e far fronte alla mancanza di molte braccia. Altri furono costretti a ridurre drasticamente il numero dei capi di bestiame e l’attività dei di agricoltura. Si scindevano alcune soccide, kumpanzinos, perché qualcuno andava in guerra, e se ne formavano altre fra coloro che rimanevano. Ci furono famiglie dalle quali partirono contemporaneamente tre o quattro uomini. L’economia agro–pastorale, già precaria, subì contraccolpi pesanti. Chi rimaneva doveva arrangiarsi con le proprie forze. I giovani chiamati alle armi, conosciuta la data della partenza, si comportavano secondo le tradizioni. Molti andavano a piedi a Nuoro, o nel centro più vicino, per farsi fare la fotografia ricordo; erano le fotografie incollate su cartoncino rigido, nel famoso formato “Margherita”, che ancora oggi sono presenti in molte case. Nella maggior parte dei paesi della Sardegna era ancora indossato il costume tradizionale, sa este de rùstiku. Nei giorni precedenti la partenza i giovani andavano in

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pellegrinaggio “a salutare sos santos”: si recavano tutti ai santuari della Madonna dell’Annunziata, e di San Francesco nel Nuorese, poco distante, i quali diventavano meta dei pellegrinaggi dei giovani di Lula, Onanì, Lodé, Orune, Bitti, Nuoro. Altro Santo venerato e temuto da tutti i Bittesi era, ed è tutt’ora, Babbu Mannu, il Padre Eterno, la cui chiesa è situata nella vallata di Dure, a ridosso della strada provinciale tra Bitti, Orune e Nuoro. La statua di Babbu Mannu, situata in alto, domina la chiesa e mette in soggezione colui che, entrandovi, se lo trova di fronte, con lo sguardo accigliato e la lunga barba bianca. Ricorrere all’aiuto o al conforto del vecchio dalla barba bianca, s’homine kin s’arva kana o s’homine arkivanu, era segno di necessità estrema e di preoccupazione. Ognuno, poi, si votava al proprio santo protettore in particolare. Davanti a queste statue ogni uomo era solo col suo cuore: chiedeva di tornare a casa sano e salvo e faceva i voti e le promesse di adempimento, de kitare sas promissas. Si andava poi a salutare i parenti, i conoscenti, gli amici; era usanza che ognuno di questi desse al giovane che partiva una piccola somma di denaro. Dopodiché, arrivato il giorno della partenza, le mogli, le madri e nonne, le zie o le madrine consegnavano al loro giovane uno i più amuleti, sas pungas, in logudorese sos breves. Erano oggetti dalla forma più strana, richiesti a vecchie donne che, si riteneva, fossero capaci di esprimere poteri misteriosi, sas maghias; costoro li confezionavano in segreto, racchiudendoli poi in piccole guaine di pelle, in genere due. Quindi pronunciavano parole magiche e misteriose, sos verbos o sos vokabulos, conferendo agli amuleti il potere magico di allontanare la morte da colui che li avesse portati addosso. Sas pungas venivano fatte benedire da un sacerdote che, spesso, le confezionava lui stesso su richiesta. Dal momento in cui l’uomo le metteva a contatto col suo corpo, in genere portate appese attorno al collo, non doveva più toglierle per nessun motivo, pena la perdita del potere esorcizzante. E soprattutto doveva avere una fede assoluta in esse. Così, tutti le portarono a contatto con la pelle fino all’ultimo giorno di guerra. Queste usanze e cerimoniali erano comuni indistintamente a tutti i paesi della Sardegna. Cambiavano i luoghi, i nomi delle località, ma le tradizioni erano le stesse, ed i giovani si comportavano tutti nella stessa maniera. Così anche il cammino che ognuno di essi percorse verso la guerra era uguale a quello degli altri giovani sardi.

I centri di radunata erano: Cagliari, Sassari, Oristano, Macomer, Ozieri, Tempio, Sinnai. Per arrivarvi essi camminarono a piedi, diretti alle fermate delle Ferrovie Complementari disperse nelle campagne dell’Isola e chiamate, pomposamente, “stazioni”; stazione di Buddusò, a 10 km da Buddusò; stazione di Osidda a 10 km da Osidda; stazione di Pattada a 6 km da Pattada; stazione di Benettutti, a 6 km da Benettutti. Così per altre decine di piccole stazioni: Mandas, Iscra, Bortigali, Sorgono, Lanusei, Nuoro, Usellus, Muravera, Villasalto, Arbus ecc. Ognuno portava con sé pochi e poveri bagagli: viveri per il viaggio contenuti nella bisaccia di pelle dei pastori; salivano sul trenino delle “Strade Ferrate Secondarie della Sardegna” (ora Ferrovie Complementari o Strade Ferrate Sarde) e, sia dalla stazione di Osidda che da quella di Bottida o di Mandas, andavano verso il loro destino.

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Garibaldini sardi nelle Argonne di Antonello Tedde La Grande Guerra inizia in Europa nel luglio del 1914, dopo l’uccisione dell’Arciduca d’Austria Francesco Ferdinando e della sua consorte a Sarajevo. Ne consegue la dichiarazione di guerra dell’Impero austroungarico alla Serbia, che determina nel mese successivo dapprima l’apertura delle ostilità dell’Impero tedesco verso la Francia ed a seguire la contrapposizione da un lato degli Imperi centrali, tedesco, austroungarico ed ottomano, e dall’altro delle nazioni alleate, fra cui Francia, Regno Unito, Impero Russo, Serbia e Montenegro. L’Italia entrerà in guerra a fianco di quest’ultime nel maggio dell’anno seguente

I

l Governo francese dà inizio nell’agosto 1914 alla mobilitazione generale e inquadra nella sua Legione Straniera gli immigrati presenti nel territorio transalpino che numerosi vogliono combattere a fianco della Francia. Se molti emigrati italiani, ritornano in Italia davanti alla prospettiva della guerra, altri, di fronte all’invasione del paese in cui hanno comunque trovato lavoro e futuro, decidono di arruolarsi nella Legione Straniera. In questo frangente, in Italia, un forte movimento nazionalista, figlio del Risorgimento e della raggiunta unità nazionale, rivendica la liberazione delle terre italiane irredente (Trento e Trieste e i loro territori) ancora sottomesse all’Impero austriaco. Il Governo italiano, da tempo coinvolto nella Triplice Alleanza con l’Impero germanico e austroungarico, intravede nel riavvicinamento con la Francia un possibile appoggio alla propria politica di espansione. L’Italia è una nazione giovane e non preparata alla guerra, la sua classe dirigente liberale è prudente, mentre premono coloro che auspicano cambiamenti: repubblicani, irredentisti e chi aspira a rinverdire gli ideali del Risorgimento e quelli garibaldini con il programma “Per un’Italia più grande”, programma morale 266

di costruzione di un forte senso della nazionalità oltre che di conquiste territoriali. Fra questi vi è Ricciotti Garibaldi. Figlio dell’Eroe del Risorgimento Giuseppe Garibaldi, ha sempre creduto e crede di incarnare la tradizione combattentistica garibaldina ispirata al volontariato, pensa alle zone irredente da liberare e alla possibilità di aprire, nella crisi occupazionale dell’inizio novecento, nuovi sbocchi all’emigrazione italiana. Iniziatosi quindi l’arruolamento degli italiani residenti in Francia, nelle file della Legione straniera, Ricciotti richiama i figli emigrati e dispersi nel mondo, i quali, sotto la guida del maggiore, Giuseppe detto Peppino, si recano in Francia e facendo leva sul prestigio del proprio nome, cercano di convincere il Governo francese di formare una Legione italiana che accolga gli italiani interventisti ed altri emigrati di varie origini. Sei su sette dei giovani Garibaldi s’incontrano a Parigi ed in altre città francesi, ricevendovi un’accoglienza entusiasta. Si prospetta dapprima la creazione di una Legione italiana che con l’appoggio della Francia, intervenga in Dalmazia con l’obbiettivo della creazione di un fronte antiaustriaco che porti alla liberazione delle terre irredente. L’auspicato appoggio al progetto da parte del Governo francese

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però non arriva, il quale non appena a settembre iniziano a confluire a Nizza i primi volontari repubblicani, prende invece la decisione di non formalizzare una Legione italiana, optando per un inquadramento individuale dei volontari. Dopo lunghi negoziati, determinanti soprattutto le iniziali sconfitte della Francia, viene infine concordata la soluzione di costituire il corpo dei volontari italiani, istituendo il 5 ottobre 1914 il “IV Régiment de marche de la Légion Etrangère – Légion garibaldienne” all’interno della Legione straniera, che combatterà unicamente sul suolo francese, solo in prima linea (de marche) come corpo dell’Esercito transalpino. I volontari repubblicani, organizzati nella propria Legione Mazzini, insieme ad altre compagnie di volontari nel frattempo predispostesi in Italia, confluiti in modo avventuroso in Francia, a Marsiglia e Nizza, nonostante la stretta sorveglianza della frontiera da parte dell’Italia, non concordano con la nuova collocazione imposta ai volontari italiani, decidendo nell’Ottobre di tornare in patria. Fra l’altro, nei

repubblicani, nel volgere di quei mesi, cresceva un insofferenza verso il rapporto privilegiato dei fratelli Garibaldi con il Governo francese, confermato dal loro allineamento alla volontà del Governo francese di non appoggiare l’intervento sulla costa adriatica o dalmata per le terre irredente, decisione ufficialmente motivata dalla posizione ancora neutralista del Governo di Roma. Delusi, 160 mazziniani rientrano da Nizza in Italia, con l’intento di promuovere un’azione rivoluzionaria in patria, lasciano tuttavia alcuni dirigenti del Partito repubblicano a fianco di Peppino Garibaldi, al fine di conservare la direzione politica della Legione, ma Peppino Garibaldi rivendica la direzione sia politica sia militare, che riesce ad ottenere anche con l’assenso del Governo francese. I garibaldini vogliono quindi intervenire a fianco della Francia, e una quarantina di mazziniani, capeggiati dal repubblicano Giuseppe Chiostergi, decidono comunque di rimanere combattendo a fianco della Francia repubblicana, il paese della Rivoluzione del 1789.

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Tutti i volontari convergono nei campi di Montelimar e Nîmes. La Legione Garibaldina, si compone pertanto di italiani emigrati in Francia, in Belgio, in Svizzera, persino negli Stati Uniti, di volontari venuti dall’Italia, repubblicani, anarchici, socialisti: sono circa 2200 (2960 uomini invece secondo il recente lavoro dello storico francese Hubert Heyriès che fa riferimento alla fonte dell’Ufficio storico dell’Esercito francese, il S.H.A.T. (Service Historique Armée de Terre), forse considerandovi tutti coloro che si presentarono al prescelto campo di raccolta e istruzione militare di Mailly, nella regione della Champagne-Ardenne, e non quelli che poi effettivamente andranno al fronte. I volontari della Legione vengono suddivisi in tre battaglioni per un totale di dodici compagnie, passano il mese di novembre nel predetto campo di istruzione, entusiasti di combattere, anche perché comandati da un giovane “Garibaldi”, il Tenente - Colonnello Peppino Garibaldi. Nel frattempo le posizioni dell’esercito francese e tedesco, dopo tre mesi di dure battaglie, si stabilizzano. L’8 dicembre 1914 la Terza Armata francese, ove è inquadrata la Legione Garibaldina, riceve l’ordine di spostarsi tra l’Argonne e la Mosa e il 17 dicembre la Legione è portata infine al fronte nel territorio dell’Argonne. Tre duri scontri vedranno impegnati gli italiani 268

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sul fronte dell’Argonne, nell’arco di 15 giorni, fra il dicembre 1914 e gennaio 1915: il 26 dicembre a Bolante, il 5 gennaio a Courtes Chausses e Four de Paris e l’8 e 9 gennaio a Ravin de Meurissons. Alla fine si contano circa 580 volontari fra caduti, dispersi e feriti ( vedi articolo Aldo Borghesi). La Legione, dimezzatasi anche per le malattie, siamo in pieno inverno, viene ritirata dal fronte. Tra i morti vi sono due dei sei fratelli Garibaldi presenti, Bruno di 25 anni e Costante di 23 anni, la cui morte viene subito sfruttata dagli interventisti per la campagna che conducono in Italia, mettendo in imbarazzo il Governo francese e il Governo italiano impegnati ormai nella conduzione delle operazioni diplomatiche in vista del ribaltamento delle alleanze dell’Italia. I due giovani Garibaldi morti su quel campo di battaglia saranno i soli della famiglia Garibaldi a dare la vita nella Grande Guerra, dove saranno poi impegnati con l’entrata in guerra dell’Italia, i loro cinque fratelli superstiti (Peppino, Ricciotti, Menotti, Sante ed Ezio). La Legione Garibaldina viene quindi sciolta dal Governo francese il 7 marzo 1915, con un comunicato che dichiarava liberi i legionari italiani in vista del loro ormai prossimo coinvolgimento nell’Esercito italiano. Solo 127 dei volontari delle Argonne restano sotto la bandiera francese. Altri, insieme ai fratelli Garibaldi, vorrebbero che la Legione Garibaldina fosse affiancata come corpo volontario a fianco dell’Esercito italiano. Tornati quindi in Italia prendono contatto con le correnti interventiste in particolare i “Gruppi di Azione Rivoluzionaria”e con l’entrata in Guerra dell’Italia il 24 maggio del 1915, sono accolti nella Brigata “Cacciatori delle Alpi”, (51° e 52° Reggimento), il mitico corpo di volontari creato nel Risorgimento da Giuseppe Garibaldi, che sotto il suo comando, combatté nel 1859, nel corso della Seconda Guerra di Indipendenza, contro l’esercito austriaco per la liberazione della Lombardia settentrionale. Fra i partecipanti alle vicende dei volontari garibaldini nelle Argonne, vari furono i sardi intervenuti, e fra quelli che, rientrati in Italia, decisero di continuare il proprio impegno patriottico, in particolare nella suddetta Brigata, è stato possibile accertare la presenza di un solo sardo, un maddalenino, di nome Matteo Silverio Migliaccio, arruolatosi nel 52° reggimento. Il suo nome appare nella pubblicazione dello studioso e volontario garibaldino, umbro di Foligno, Ugo Cappuccino, che ha curato l’elenco di circa 400 volontari arruolatisi tra i Cacciatori delle Alpi, suddivisi nei due reggimenti predetti. Tuttavia il nome di Migliaccio non appare come

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legionario nei lavori di altri storici contemporanei di cappuccino e nei lavori successivi, da pochi anni resi esaustivi dall’apertura degli archivi francesi del predetto S.H.A.T. . ma chi era questo maddalenino? le notizie ricavate dall’Archivio dell’Anagrafe comunale di la maddalena, ci attestano che matteo Silverio migliaccio proveniva da una famiglia ponzese, il nonno pasquale emigrò dall’isola di Ponza a la maddalena sposandovisi nel 1831. Da un suo figlio Pietro, di professione pescatore, e Tagliamonte maria Grazia, anch’essa di origine ponzese, nasceva nel 1881 il nostro volontario, la famiglia in seguito emigrava a Genova a cavallo fra la fine del secolo e l’inizio del novecento, stabilendovisi quindi nel 1908. Sulla sua adesione alle idealità garibaldine, alcuni riferimenti possono aiutarci ed in particolare il legame parentale con la famiglia del garibaldino isolano presente nella Spedizione dei mille Angelo Tarantini, infatti la nonna paterna di matteo, maria Elisabetta Scotto, era doppiamente cugina del volontario dei mille, infatti il padre costantino Scotto era fratello di maria Scotto, madre di Angelo Tarantini e la madre di maria Elisabetta, chiara Tarantini era sorella di Giuseppe maria Tarantini padre del garibaldino dei mille, nonché le famiglie Scotto e Tarantini entrambi originarie dell’isola di Procida. Il garibaldino Tarantini, dopo aver vissuto lungamente a Thiesi, ritornerà nell’isola nel 1894, e la sua possibile influenza in quel momento, sul giovane migliaccio, può essere stata determinante per le successive scelte. matteo migliaccio, terminata la sua esperienza patriottica nel corpo dei cacciatori delle Alpi, ritornerà a la maddalena, ove vi era rimasta presente solo una sua sorella sposata. Vi muore celibe ad appena 53 anni, nel 1934, sicuramente in magre condizioni, come emerge dall’Atto di morte dove viene registrato con il mestiere di bracciante. Verosimilmente il suo rientro potrebbe collegarsi all’attività estrattiva delle cave di granito a la maddalena che ebbe negli anni venti e sino alla prima metà degli anni trenta del novecento un

grosso sviluppo industriale, a riguardo vi è il legame con vari scalpellini fra cui il cognato Giorgio Anselmini e collega Pietro molinari, un ramo familiare collaterale, proveniente da Ponza, dei fratelli Biagio, Umberto e Duilio migliaccio, tutti dipendenti della Società Esportazione Graniti Sardi dei Fratelli marcenaro e Grondona, fondata nel 1901 con sede a Genova e operante nelle cave maddalenine dalla fine dell’ottocento.

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ma è lui... o non è lui? di Carlo Patatu Dolore, lacrime e sospetti sul feretro di un caduto nella Grande Guerra restituito ai familiari

A

nche chiaramonti pagò il tributo di sangue e di vite umane alla Grande Guerra. In tanti furono catapultati in zona di combattimento. Alcuni ancora imberbi, i ragazzi del ’99. Lasciando in paese genitori anziani, mogli e figli privi di protezione e sostegno, alla mercé dei sussidi modesti erogati dallo Stato e delle magre provvidenze che la Croce Rossa Italiana, ma anche quella americana, disponevano di tanto in tanto in loro favore. Tale condizione penosa, peraltro, era vissuta anche dalla stragrande maggioranza di chi era rimasto a casa, a causa del rincaro dei generi alimentari e della penuria di granaglie determinata dalla vasta estensione delle terre divenute incolte per mancanza di braccia valide. I maschi in età di lavoro erano stati chiamati a maneggiare fucili e a manovrare mitragliatrici e cannoni, in luogo di zappe, falci e aratri. Costretti a operare sui campi di battaglia, invece che sui consueti e più familiari tancati domestici, dove fino ad allora avevano sudato le proverbiali sette camicie a produrre sostentamento e provviste, oltre che a governare le greggi. In trincea fecero il proprio dovere. Si batterono come forse non avrebbero immaginato, patendo ogni genere di sofferenze e privazioni. Due di essi, l’appuntato della Guardia di Finanza Giovanni Matteo Brunu e il mitragliere Pietro Cossu, furono insigniti della Medaglia d’Argento al valore militare. Alla memoria. Non mancarono nemmeno allora episodi gravi quanto miserevoli di ladrocinio, artefici i soliti furbi imboscati, che lucrarono su gran parte delle provvidenze disposte dal 270

Governo a favore delle famiglie dei combattenti e di quelle più povere. Taluni commercianti si arricchirono a dismisura e furono impudenti al punto di tenere per sé il grano fresco giunto dalle Americhe per distribuire agli assistiti i fondi di magazzino. Non prima di averne mischiato i chicchi con la sabbia, frodando così su pesi e misure. Nella circostanza ci fu pure l’assoluzione scandalosa di un impiegato comunale disonesto, che traeva profitto dai sussidi settimanali liquidati alle mogli dei combattenti e alle vedove di guerra. Costui, producendo quietanze false, teneva per sé parte di quelle somme, peraltro di entità molto modesta. Denunciato ai Carabinieri, fu condannato dal Tribunale di Sassari a cinque anni e passa di carcere; ma successivamente assolto per inesistenza di reato dalla Corte d’Appello di Cagliari; grazie, pare, all’intervento di un ricco notabile locale, all’epoca molto influente. Tutto ciò poteva accadere sotto gli occhi degli amministratori comunali. Che, probabilmente distratti o conniventi, ma sempre sordi alle larvate proteste dei poveracci, lasciavano fare. I tempi passano, il malaffare no. Resiste e persiste a dispetto delle stagioni che cambiano. Ne mancarono all’appello 34 di quei giovani partiti al fronte dal fatidico 24 Maggio 1915 in poi. I più, segnati nel fisico e nello spirito, tre anni più tardi fecero ritorno gradualmente in paese, a conflitto concluso. Altri giunsero chiusi in bare disadorne. Altri ancora furono sepolti lontano da casa, ricordati da una croce rustica in austeri e immensi cimiteri di guerra, in terra straniera, fra gente sconosciuta. Riassumendo, 23 chiaramontesi andarono incontro alla morte in battaglia; 7 risultarono dispersi e di essi non si seppe più

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nulla; 4 morirono vinti dagli stenti e dalle sofferenze nei campi di prigionia. Infine 8, dopo il rientro in famiglia, diedero ugualmente addio alla vita in giovane età, per via di gravi ferite riportate o malattie incurabili contratte in zona di guerra. Nel complesso, i nostri morti furono 42. Uno ogni 64 residenti. Il paese, allora, di abitanti ne contava 2.675. All’incirca mille più che oggi. La cinta urbana, invece, era, più o meno, un terzo di questa odierna. Molta più gente e meno case, per lo più basse e, fatte le solite eccezioni, di architettura dimessa. Abbarbicate alle pendici de Su Monte ‘e Cheja, quelle casupole si affacciavano su carrugi e vicoletti spazzati dal Maestrale e ospitavano in prevalenza gente di campagna: pastori, agricoltori, contadini, braccianti. Gente dura dalle mani callose, il volto segnato da rughe profonde, la fronte sempre imperlata di sudore, il corpo rinsecchito da fatiche e privazioni. Per il resto, un po’ di botteghe artigiane, qualche commerciante e una cerchia ristretta, molto ristretta, di signori. Che, dal chiuso dei rispettivi palazzotti, facevano il bello e il cattivo tempo. Possedevano le terre migliori e ne traevano un reddito che consentiva di vivere in un’agiatezza appena temperata da certa parsimonia, che dai più era ritenuta persino eccessiva. Occupavano stabilmente i posti chiave dell’amministrazione pubblica e, nei confronti della massa, avevano anche un altro vantaggio, non da poco: sapevano leggere e scrivere. Da qui il fascino che costoro potevano esercitare sulla maggior parte della popolazione, che ne subiva rassegnata anche il giogo. Ma senza darlo troppo a vedere. In quegli anni, era sindaco il ricco possidente, nonché cavaliere, Nicolò Madau. La parrocchia era retta da don Giuseppe Calvia, persona caritatevole che a Chiaramonti ha lasciato un buon ricordo. In vecchiaia se ne tornò a Florinas, suo paese di origine, povero in canna. Così com’era venuto. Il nostro cimitero è affollato di giovani caduti in combattimento, nel corso dei tanti eventi bellici susseguitisi dalla stagione risorgimentale ai giorni nostri. A costoro la comunità ha dedicato una tomba apposita: Sa Losa ‘e sos Cumbattentes. Vi si ricordano e onorano pure i caduti in altre battaglie combattute nella profondità di miniere, in terre d’emigrazione. Segnatamente in Belgio. Fra le lapidi marmoree che ricordano quei giovani generosi e valorosi, ce n’è una dedicata alla Medaglia d’Argento Pietro Cossu, soldato da Chiaramonti. Vi si legge questa motivazione per l’alto riconoscimento concesso a quel giovane mitragliere, caduto proprio quando il conflitto volgeva al termine: «Mirabile esempio di coraggio e di alto sentimento del dovere.

Giunto tra i primi in un piccolo posto avanzato nemico, lo sbaragliava. Uscito sul parapetto della trincea per scoprire la postazione di una mitragliatrice avversaria che molestava il plotone coi suoi tiri, investito da una raffica e colpito a morte, lasciava gloriosamente la vita sul campo. Monte Asolone, 24 Giugno 1918. – Le sorelle e i fratelli qui posero». Aveva appena compiuto i 21 anni. Non lo Stato, non il Comune, ma i fratelli e le sorelle si fecero carico, negli anni Cinquanta del Novecento, di murare quella lapide. Quasi che quel giovane contadino si fosse sacrificato unicamente a beneficio dei propri familiari e non di noi tutti. Così va il mondo. A margine della vicenda umana di Pedru Cossu, mi piace ricordare quanto accadde quando la sua salma fu restituita ai familiari per essere tumulata in sa Losa ‘e sos Cumbattentes. Preceduto dalla comunicazione ufficiale del prefetto al sindaco e ai genitori, il feretro dell’eroe giunse in paese e fu onorato con un rito funebre degno della circostanza, oltre che del valore del destinatario. Fu celebrata in parrocchia sa missa apparàtu con l’accompagnamento dell’organo monumentale, che ora non c’è più. Chiaramonti si strinse attorno a tiu Marcu Cossu e a tia ‘Igliana Muzzone, che piangevano sconsolati il loro Pedru. Preceduta dalle scolaresche, dai gonfaloni delle tre confraternite con le rispettive consorelle, dai confratelli in tunica candida e dai preti officianti, una folla strabocchevole seguiva il feretro, portato a spalla fino al cimitero di Cunventu. Facevano da corona pure il sindaco con la giunta municipale e la bandiera del Comune. Giunti davanti alla chiesa del Carmelo, la bara fu adagiata su due cavalletti all’interno di una saletta attigua al camposanto. In attesa della tumulazione, che sarebbe avvenuta l’indomani. Quindi la folla di accompagnatori sfilò mestamente dinanzi ai genitori, ai fratelli e alle sorelle dell’eroe. Per testimoniare, con un abbraccio e una stretta di mano, la partecipazione corale della comunità a quell’evento triste. Come d’uso. Ma tia ‘Igliana, pur in lacrime e distrutta dal dolore, era ulteriormente angosciata dal sospetto che in quella cassa da morto non ci fosse l’amato figliolo. Voci incontrollate favoleggiavano di bare che, nella migliore delle ipotesi, racchiudevano un corpo scelto a caso. O addirittura sacchetti di terriccio, se non proprio dei sassi. Perché mai? Così, tanto per soddisfare il comprensibile desiderio dei parenti di piangere su un feretro purché fosse. A nulla valevano le parole di conforto che parenti e amici, in simili circostanze, non mancano mai di rilasciare. Anche in

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sovrappiù. Ed ecco che, per placare quell’angoscia struggente, alla mia bisnonna materna Chicca Muzzone, sorella di tia ‘Igliana, balenò un’idea che, in prima battuta, poteva sembrare stravagante; ma anche sacrilega: scoperchiare la bara e accertarsi di persona che il morto fosse proprio il povero Pedru. Facile a dirsi; ma come fare? Disposizioni di legge, rigide e puntuali anche a quel tempo, vietavano di ficcare arbitrariamente il naso in tombe e feretri. Con la previsione di pene severe. Ma bisnonna Chicca era una donna determinata, dal carattere forte, temprato da più di una sventura. La malasorte l’aveva resa vedova in giovane età con due figliolette da crescere (la primogenita era mia nonna Paola Murgia) e le aveva regalato un altro lutto per la seconda figlia, scomparsa poco più che ventenne, vittima della terribile epidemia detta Spagnola. Confidò quell’idea al genero (mio nonno Salvatore Pulina), che si adoperò subito per darle corpo. Ma a una condizione: tiu Marcu non doveva essere messo al corrente della cosa. Di tanto in tanto, a quell’uomo piaceva alzare il gomito; e quand’era alticcio si lasciava andare a dire cose che avrebbe fatto bene a tenere per sé. Insomma, in fatto di segreti era meglio non fidarsi. Messa pertanto al corrente la sola tia ‘Igliana, non senza fatica nonno Pulina riuscì a coinvolgere nell’impresa il becchino tiu Micheli Podda e il fabbro–ferraio Mastru Micheli. Calata la notte, i tre s’incamminarono furtivamente per la strada del cimitero, in compagnia di bisnonna Chicca Muzzone. Il percorso, interamente in salita, fu fatto in silenzio e al buio. La luce elettrica era ancora di là da venire. Né poteva farsi uso di una lampada a petrolio o altro; avrebbe destato sospetti e richiamato l’attenzione di qualche sguardo indiscreto. Nonna Murgia e mamma Ciccia (all’epoca bambina) andarono a tenere compagnia a tia ‘Igliana. Per confortarla; ma anche per tenere a bada tiu Marcu. Entrati nella camera mortuaria, dove il feretro sostava in attesa della sepoltura, i quattro si misero subito all’opera. Nonno Pulina e bisnonna Chicca tenevano in mano dei lumi a petrolio; Mastru Micheli, con la perizia che gli cantava, prese a dissaldare il coperchio della bara di zinco; tiu

Micheli Podda teneva l’orecchio teso a intercettare eventuali rumori provenienti da fuori. All’interno, com’era ovvio, regnava una calma assoluta. Ma inquietante. Pur impegnati in quell’impresa straordinaria, di sicuro ai quattro tornarono alla mente talune storie fantastiche ascoltate più e più volte attorno al camino, nelle lunghe serate d’inverno. E che trattavano di fantasmi suscettibili, rancorosi e vendicativi; che mal tolleravano incursioni notturne nei cimiteri da parte di chicchessia. Quelle storie singolari non mancavano mai di sottolineare la sorte orribile cui era andato incontro chi aveva osato profanare i silenzi profondi e la pace eterna di quei luoghi che la nostra cultura vuole consacrati esclusivamente alla preghiera, nel ricordo di chi ci ha lasciato per sempre. Ma, ancorché determinati ad andare fino in fondo e madidi di sudore freddo, i quattro, più che quella dei fantasmi di anime errabonde, paventavano la comparsa del maresciallo dei Carabinieri. Che, in simili circostanze, non avrebbe esitato un attimo a fermarli per condurli al fresco. Di certo sordo a ogni possibile scusante, ancorché supportata da ragioni esclusive di affettività. Come Dio volle, la bara fu scoperchiata. La salma di Pedru, riconoscibile anche per un segno particolare che mostrava sul capo e noto ai parenti, si presentò in tutta la sua solennità macabra alla vista esterrefatta dei quattro. Ben composto e rivestito della divisa d’ordinanza, il corpo giaceva supino con le mani incrociate sul ventre. Come previsto. Si fecero compunti il segno della santa croce. Dopo di che la mia bisnonna intrecciò fra le mani del prode mitragliere un rosario, segno di pietà immensa per quel giovane sventurato che, affacciandosi alla vita, lo fece dal bordo di una trincea, pur consapevole di avere per dirimpettai avversari che non perdonavano. E che infatti non gli perdonarono quell’imprudenza, dettata forse da sentimento patrio misto a baldanza giovanile. Tia ‘Igliana, confortata dalla testimonianza diretta di sua sorella Chicca, si mise il cuore in pace e continuò a snocciolare rosari quotidiani accanto a sa Losa ‘e sos Cumbattentes. Che, ne era certa finalmente, custodiva per sempre i miseri resti del suo Pedru, fizu dechidu.

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la guerra degli umili di Tore Deiana

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bortigiadas 1915

l giorno 28 luglio 1914 un noto uomo politico di primo piano annotava sul suo diario una sola parola «Sarajevo!». L’aveva fatta seguire da un vistoso e significativo punto esclamativo, come se volesse sottacere e sottintendere a quali foschi tempi si poteva andare incontro, quasi un compendio di un lungo commento ad un episodio che stava precipitando il mondo nella più disastrosa e spaventosa guerra che l’umanità, fino ad allora, avesse mai conosciuto. Costò dieci milioni di morti e venti milioni di feriti. Mia madre, Maria Peppa Castiglia-Bagedda, nativa di Osilo, classe 1898, era, allora, una giovane studentessa diplomanda presso le Scuole Normali di Sassari. Ne dubito molto che, nei mesi precedenti il 24 maggio 1915, abbia partecipato, lei sempre così riservata ai limiti della timidezza, alle manifestazioni studentesche organizzate dai collettivi del tempo. «Si terminò l’anno scolastico – ricordava spesso – senza gli esami prescritti dall’Ordinamento Scolastico». Il Diploma di Abilitazione all’insegnamento elementare fu conseguito sulla base degli scrutini finali. Prassi seguita anche in occasione del tragico ultimo conflitto mondiale. Si andava sfilando per le vie e le piazze di Sassari scandendo lo slogan del tempo: «Su.. Su.. Salandra, Giù.. Giù.. Giolitti». Sono i due uomini politici emblematici delle due opposte alternative. La scelta di campo e la presa di posizione del movimento studentesco sassarese del tempo era apparsa chiara ed univoca. Era una scelta “interventista”. Non si aveva idee, né si percepiva la pericolosità e la gravità delle conseguenze alle quali si andava incontro. Né mia madre avrebbe, mai e poi mai, immaginato che dopo la fine del conflitto mondiale, nel 1919, sarebbe andata sposa ad un “valoroso”soldato reduce di 274

guerra con all’attivo un Encomio Solenne, miracolosamente scampato al pericolo sempre incombente, nativo di Bortigiadas: Francesco Antonio Deiana (1893-1989). Il 23 maggio partì l’ultimatum all’Austria e il 24 la dichiarazione di guerra. «Ormai il fosso è saltato» disse Giolitti. L’incendio scoppiò davvero travolgendo vittime innocenti ed inconsapevoli di paesi e villaggi sperduti ed ignorati, come il paese di Bortigiadas, periferico piccolo centro della Gallura. Di essi nessuna Autorità, fino ad allora, si era mai interessata se non per esigere, puntuali, i tributi. Ad essi si chiese allora un gravoso contributo di sangue per la Patria. Donarono i loro giovani, sostegno economico, di tutte le famiglie. Nel caso del paese di Bortigiadas, in rapporto al numero di abitanti residenti, quello dei caduti e dei feriti è stato eccezionale. Strappati ai loro impegni quotidiani di lavoro in campagna, a curare l’orto, la vigna, i piccolo gregge di capre e la magra mandria di bestiame vaccino e suino, i giovani bortigiadesi si videro quasi d’improvviso, rivestiti in grigio verde e ghette di tessuto, oberati di pesanti zaini e fucili calibro 90. In quanti partirono? In quanti non tornarono? Che si sappia, nessuno fu dichiarato disertore e non per la paura della fucilazione. Tornarono in pochi. Fra di loro, Francesco A. Deiana, classe 1893. Aveva 22 anni quando l’Italia dichiarò guerra all’Austria. Partì al fronte immediatamente. Partì anche il fratello minore, Giongavino, “ragazzo del 99”. Fu subito dichiarato disperso e non ebbe in sorte nemmeno una tomba su cui piangere e pregare. Sua madre, mia nonna paterna, tra i singhiozzi, senza conoscerle, invocava con le parole del Foscolo: «Straniere genti, almen le ossa rendete/ allora al petto della madre mesta». Al fratello maggiore, il

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Luogotenente Generale di S.M. il Re, con suo decreto in data 18 ottobre 1917, sulla proposta del Ministro Segretario di Stato per gli Affari della Guerra concesse l’Encomio Solenne. La pergamena recita: «Al soldato del primo reggimento artiglieria fortezza Deiana Francesco da Bortigiadas (Sassari) al numero 28978 matricola, è concesso l’encomio solenne con la seguente motivazione: adibito al servizio di guardiafili compiva spesso l’opera sua sotto il tiro violento nemico, esempio di serenità d’animo e ardimento. Capomolon, Arsiero, Rochette (Vicenza), maggio/giugno 1916». Mio padre non raccontò mai nulla della sua lunga e tormentata vita militare né a me né ai miei fratelli maggiori. O aveva rimosso in modo radicale dalla sua mente l’orrore al quale, suo malgrado, era stato costretto a vedere, o ci voleva tenere lontani da immagini che disegnassero i contorni del terrore e della morte. Qualcosa, sicuramente, confidò a mia madre, 276

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ma lei non ce ne fece mai cenno. Le varie croci al merito e la pergamena del conferimento dell’Encomio Solenne le ho ritrovate, per caso, rovistando fra gli antichi documenti archiviati nel posto più recondito. Mi sono sembrati cimeli da tutelare. Fu prelevato, come tanti altri giovani, poco più che ventenne dalla pace agreste in cui viveva dedicandosi ai lavori propri di un buon coltivatore ed allevatore per essere, improvvisamente, catapultato in un mondo fatto di lotte sanguinose, di pianto, di sofferenze e di morte. Sicuramente ignorava gli aspetti geopolitici che ruotavano intorno al macrocosmo politico del tempo: la Triplice, l’Intesa, il Patto di Londra. Sicuramente era la prima volta (e l’ultima) che varcava il Tirreno. Era il maggiore dei figli della famiglia Deiana-Cossu, originaria di Bortigiadas ma residente nella frazione di La Contra, comune di Perfugas. La sua famiglia conduceva da tante

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generazioni, i terreni del feudo appartenente ai Marchesi Pes di Villamarina. Con mia madre si conobbero quando, conseguito il diploma, fu nominata titolare responsabile della Scuola Elementare di La Contra. Si sposarono, come già detto, nel 1919 e vissero lì nel tempo circoscritto alla nascita delle prime tre figlie. La terza morì prematuramente. Decisero allora di trasferirsi a Bortigiadas, in montagna, lontano dai focolai delle febbri malariche del fiume Coghinas che lambiva il territorio. In paese acquistarono casa, vigna e orto e tra gli anni venti e trenta, vi nacquero i restanti sette figli maschi. Mi viene difficile parlare di babbo isolandolo da mamma e viceversa; mi sono sempre apparsi come un “unicum”, una unità inscindibile. Alto e robusto, era dotato di una forza fisica eccezionale. Resisteva alla fatica anche continuata per ore nella cura dell’orto e della vigna, della semina e della raccolta del grano. Si arava, allora, la terra per la semina, con l’aratro di legno tirato da buoi, di virgiliana memoria. Si mieteva con la falce stando per ore sotto il solleone di “lu mesi d’Agliola”, accompagnando il gesto con il canto sardo. Lavorava sino ad età avanzata, sino a 90 anni, sempre con pacatezza e serenità, accompagnando la fatica con il canto di versi di Don Baignu. Nelle ore di riposo, d’inverno vicino al focolare, e d’estate, fuori, sull’uscio di casa (a lu friscu), fumava, come usava in trincea, il suo mezzo toscano “fogu a intru”. Produceva un vino rosato frizzantino di cui si vantava con moderato orgoglio. Càpita di sentire spesso che non è stato in potere di nessuno (non fuisse in nostra potestate), come afferma Seneca, di scegliersi ciascuno i propri genitori (quos sortiremur parentes), ma è nella nostra facoltà celebrarne il ricordo e la testimonianza dei valori umani e cristiani più cari da loro praticati, della loro concordia, del loro alto senso del dovere e della responsabilità personali. Nulla conta più di ciò (nihil

hoc prestantius) diceva Omero, quando concordi (quam quando concordes) lo sposo e la sposa (vir et uxor) reggono la casa (domum regant). Fra i bortigiadesi che fecero ritorno a casa figura il titolare di una medaglia d’argento al valore militare. Fu conferita a Spano Giomaria, nato a Bortigiadas il 22 febbraio 1894 e morto il 13 marzo 1976. Al suo funerale era presente la banda musicale della Brigata Sassari. Fu decorato il 28 gennaio del 1917, la medesima data scelta per la festa dei Reggimenti della Brigata al fine di ricordare la battaglia dei Tre Monti: del Zebio, del Castelgalberto e del Monte Fior, tutti sull’altipiano di Asiago. La motivazione con la quale gli fu conferita l’alta onorificenza recita: «Affrontò per primo da solo il nemico attaccante mettendo in fuga alcuni avversari. Ferito tentò continuare l’inseguimento, finchè venne colpito in più parti. Monte Zebio, 28 gennaio 1917». Gravemente ferito alla testa rimase in ospedale in prognosi riservata. Raccontava spesso che per lui era stata riservata “in pectore” una medaglia d’oro nel caso fosse passato a miglior vita. Ma siccome, grazie ai medici, se la scampò miracolosamente, quella medaglia d’oro – commentava con un sorriso di sincero compiacimento- era diventata d’argento. E non se ne lamentava affatto; anzi, meglio così. Un’altra alta onorificenza di una medaglia d’argento fu conferita al carabiniere Spano Giovanni Antonio addetto al comando Regimento Fanteria (vedi Eroi Sardi di Grazietta Licheri) con la seguente motivazione: «Durante vari combattimenti portava ordini attraversando zone intensamente battute e in speciale circostanza, travolto dallo scoppio di una granata di grosso calibro, appena liberatosi dalle macerie, continuava imperterrito ad eseguire il comando affidatogli, invitando anche i combattenti all’avanzata. Carso, 24/26 agosto 1917». Una medaglia di bronzo fu inoltre concessa a Clemente Spano, nato a Bortigiadas nel 1889.

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i giorni bui dell’asinara di Eugenio Cossu Dal 16 al 30 dicembre 1915, ben dieci viaggi trasferirono oltre 21.000 prigionieri, da gennaio a marzo 1916 altri 2.700 circa. Dei trentamila arrivati a Valona con la “marcia della morte”, solo 24.000 sbarcarono all’Asinara.

L

’arrivo pressoché improvviso di questa massa di poveracci sconvolse totalmente la vita sull’isola che non era assolutamente preparata ad accogliere così tante persone e, per di più, in quelle drammatiche condizioni. I primi arrivati, proprio per la non capacità dell’isola ad accoglierli, dovettero stare alcuni giorni a bordo delle navi in condizioni inimmaginabili, chiusi nelle stive, con il colera che continuava a seminare disperazione e morte. Ogni giorno venivano buttate a mare centinaia e centinaia di vittime. Per lungo tempo, anche dopo la fine della guerra, i pescatori di Porto Torres continuarono a ripescare i miseri resti di quei prigionieri e centinaia di corpi vennero recuperati sulle coste del golfo dell’Asinara. A terra, sull’isola, le prime settimane furono terribili. Non esisteva nessuna organizzazione capace di far fronte a quella inaspettata invasione. Nonostante il prodigarsi della Direzione della stazione sanitaria e della collaborazione della direzione della colonia penale, la situazione era assolutamente drammatica. Mancavano le strutture dove ripararsi, mancavano gli indumenti, mancava, soprattutto, il cibo sufficiente per quella massa di uomini oramai allo stremo. E così, nei primi giorni sull’isola, i morti si contarono a migliaia e vennero sepolti sulle spiagge o in grandi fosse comuni. Finalmente, dopo una settimana, qualcosa cominciò a muoversi. Arrivarono le prime tende, le famose tende “Roma”, i 278

primi indumenti, le prime coperte, cominciò ad arrivare il pane, addirittura dai forni di Cagliari e di mezza Sardegna. Arrivarono finalmente i medicinali e i medici. Si organizzarono così le prime cure, mentre il colera continuava a mietere vittime. Alla fine si conteranno, sull’isola, oltre seimila morti. Arrivò un nuovo comandante italiano, il generale Ferrari che, viste le condizioni dei prigionieri e il disordine dei luoghi, decise di dare un ordine a tutto ciò. Chiese ed ottenne, innanzitutto, che venisse rinforzato il personale medico presente sull’isola e così un centinaio di medici civili e militari vennero trasferiti all’Asinara per collaborare con il personale della stazione di sanità e, soprattutto, con i medici militari austro-ungarici. Nei campi organizzati a Fornelli, a Tumbarinu, a Stretti, a Campu Perdu, si continuava a morire e i cadaveri venivano accatastati in attesa di sepoltura. Spesso i morti venivano nascosti dai compagni di tenda per poter continuare ad avere le razioni di vitto e di acqua e così si dormiva nelle tende, vivi e morti, gli uni accanto agli altri. E i morti erano immediatamente spogliati dai sopravvissuti dei pochi indumenti che ancora li rivestivano. I sopravvissuti erano in condizioni veramente miserabili, disumane, avevano oramai persa ogni speranza e si veniva perdendo ogni barlume di solidarietà. La disperazione era il sentimento più diffuso. Il generale Ferrari decise così di impegnare quei poveracci in un’opera di pulizia generale dei luoghi, di realizzazione

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di nuove strade, di camminamenti, di giardini, inventando nuove opere, nuovi lavori. Fu una giusta intuizione perché, oltre alla realizzazione di opere utili, permise a tutti quegli uomini che avevano perso ogni speranza, di risollevarsi, di reagire, di sentirsi nuovamente... uomini vivi, di coltivare nuovamente una speranza. E chi nella vita civile era muratore, fece il muratore, e il falegname il falegname, e il vasaio fece i vasi e il giardiniere curò i giardini, lo scultore scolpì numerose statue. Erano di sedici nazionalità diverse quei prigionieri e tra di loro vie erano anche dei boemi che, tradizionalmente, sono dei bravi liutai e loro realizzarono degli strumenti musicali, con i legni che poterono trovare sull’isola e con i carapace delle testuggini marine. Si cominciò così a sentire anche della musica sull’isola. Il governo italiano, venuto a conoscenza della cosa, donò ai prigionieri una intera batteria di orchestra. è struggente pensare che, mentre ancora si moriva di colera, sull’isola si suonassero valzer viennesi e rapsodie ungheresi. Per fortuna, nel frattempo, fu consolidato il servizio postale e i prigionieri poterono così scrivere alle loro famiglie e ricevere le lettere dai loro cari. Fu quello, certamente, uno dei momenti di più intensa commozione nella vita dei campi.

La vita prese a scorrere quasi normalmente, sempre che si possa definire normale la vita in un campo di prigionia sistemato su di un’isola al centro del Mediterraneo, anche se si continuava a morire e per le malattie e per tutti gli stenti subiti. Si lavorava, si avevano pasti quasi regolari, la sera si assisteva ai concerti, si stampava addirittura un giornalino, la domenica si prendeva messa presso la piccola cappella realizzata dagli stessi prigionieri a Cala Reale, una cappella di tipo tirolese con una strana caratteristica: all’inizio del vialetto che portava alla cappella stessa vi erano due statue, le statue di due santi stranamente accomunati in quel luogo, due santi sardi che proprio i sardi non metterebbero l’uno di fianco all’altro, San Gavino e Sant’Efisio, l’uno rappresentante del sassarese, l’altro del cagliaritano. Ci volevano gli austro-ungarici per farli stare assieme, senza campanilismi. Di quelle statue, purtroppo, non resta più niente, solo le basi con su scritti i nomi dei Santi. Il primo contingente lasciò l’Asinara nell’Aprile del 1916 diretto in Francia, gli ultimi nel Luglio dello stesso anno. Sull’isola rimasero le salme degli oltre seimila morti, sepolti nelle fosse comuni dei vari cimiteri realizzati sull’isola. Negli anni Trenta quelle povere ossa vennero raccolte nell’ossario realizzato vicino a Campu Perdu e li riposano ancora.

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un pastorello sardo alla prima guerra di Pietro Meloni La “grande guerra” iniziò in Europa cento anni fa, il 28 giugno 1914, con l’eccidio del principe ereditario dell’Impero Austro– Ungarico Francesco Ferdinando, con la moglie Sofia, a Sarajevo nella Serbia

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’Austria dichiarò guerra alla Serbia. L’Italia entrò in guerra un anno dopo, il 23 maggio 1915, e nel famoso “24 maggio” l’esercito attraversò il Piave varcando i confini dell’impero, dopo aver mobilitato gli uomini e la gioventù del Paese. I ragazzi del ‘99 erano chiamati i giovani che al tempo della Prima Guerra Mondiale compivano 18 anni nell’anno 1917. Fin dai primi mesi molti di loro furono arruolati come soldati per la “grande guerra”, che infuriava da tre anni in tutta l’Europa. Proprio nell’anno 1917 l’Italia visse il suo momento più tragico nel giorno 24 ottobre, per la tremenda sconfitta di Caporetto. I generali e i governanti non vedevano l’ora di rinforzare le truppe anche con la leva dei ragazzi del ‘900, che dovevano compiere 18 anni nel 1918. Mio padre Lussorio Meloni era nato nel 1900 il giorno 20 agosto e nel 1918 giungeva all’età di 18 anni. Gli fu annunziato che doveva tenersi pronto per la “chiamata alle armi”. Fu convocato per affrontare le selezioni e le esercitazioni, in vista della preparazione al servizio militare, con gli accertamenti medici sullo stato di salute e le prove atletiche per l’idoneità bellica, per acquisire poi rapidamente le sommarie capacità strategiche. L’armistizio italiano fu firmato il 3 novembre nella Villa Giusti nei pressi di Padova ed entrò in vigore nello storico giorno “4 novembre 1918”. I fortunati reduci dalla grande guerra, ringraziando Dio per la grazia del ritorno alle loro 280

famiglie, raccontavano ogni giorno le fatiche e le avventure della guerra. Mio padre Lussorio fu tra questi fortunati. Egli raccontava i preparativi della partenza dalla Sardegna per il Continente, ma con gioia svelava che lui, con i soldatini del suo gruppo partiti dalle proprie terre d’origine, giunto al porto per l’imbarco della nave, sentì la notizia che la guerra era terminata. Era l’anno 1918. Era il giorno tanto atteso “4 novembre”! Non potendoci raccontare la guerra, qualche fatterello ci confidava mio padre sui giorni della preparazione alla partenza. Egli era stato reclutato mentre custodiva il piccolo gregge paterno di qualche decina di pecore nelle campagne di Norbello, vicino alle terre di Abbasanta e Ghilarza. Il suo paese di nascita – Norbello – che aveva in quel tempo poche centinaia di abitanti, era un villaggio poverissimo, tra i più poveri della Sardegna. La mamma Pietruccia Cadeddu era nata nella vicina Aidomaggiore e il padre Giovanni Antonio possedeva a Norbello una piccola casetta, nella quale erano nati tre figli maschi, tutti vivaci e volenterosi. Il figlio più grande era stato “arruolato” nel Seminario Arcivescovile di Oristano con la prospettiva di divenire sacerdote. Il secondo figlio era “emigrato” nella vicina “metropoli” di Ghilarza per sfuggire al duro lavoro del pastore ed aveva acquisito la professione di panettiere. Al più piccolo - mio padre Lussorio - rimaneva la sorte di sostenere i genitori, conducendo le pecore al pascolo. Lussurzu Melone si era distinto per la sua passione per lo

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studio nelle Scuole Elementari del paese e si era rivelato anche un bambino-poeta. La fortuna di avere un fratello agli studi in Seminario gli consentì di avere in prestito tanti libri, e il volenteroso ragazzo li divorava con avidità, leggendoli anche lungo la strada mentre andava dietro alle pecore. Giunto all’età di 18 anni fu richiamato per partire alla Grande Guerra. Era ancora un “ragazzino” e la paura della guerra invadeva il suo animo, e quello dei suoi genitori, ma in quel tempo bisognava dare “sa vida pro sa patria”. Gli amici gli consigliavano di “ammalarsi” e cercare una buona scusa per non partire. Gli dicevano che se avesse mangiato mandorle in quantità al momento della visita medica, gli sarebbe salita la febbre e forse l’avrebbero scartato, ma lui sentiva che doveva essere sincero e leale, e non volle ricorrere a questo stratagemma. E dovette partire!... Ma una volta giunto al porto per imbarcarsi con i suoi giovani “commilitoni”, sentì risuonare l’annunzio da tutti atteso: “la guerra è finita!”. Tornato al suo paese di Norbello, poco tempo dopo gli venne il “chiribizzo” di intensificare le letture dei “suoi” libri e di presentarsi all’esame di “Terza Ginnasio”, che sarebbe la Terza Media di oggi. Raggiunse il paese di Santulussurgiu, dove la Scuola era retta in quel tempo dai Padri Scolopi, e ottenne la promozione. Cominciò allora a prepararsi per l’Esame di Maturità Classica, continuando il suo lavoro nei campi e leggendo i libri avuti in prestito, e si presentò all’esame nel Liceo Classico “Dettori” a Cagliari, , ottenendo il Diploma di Maturità Classica. Qualche anno prima al “Dettori” di Cagliari aveva superato l’esame di maturità Antonio Gramsci, che aveva frequentato il Ginnasio a Santulussurgiu negli anni 1905-1908, nell’istituto che in quel periodo aveva soltanto

due insegnanti e che Gramsci definì “scalcinato”. La Scuola fu poi affidata ai Padri Scolopi proprio nel 1908. La passione del giovane Lussorio era la poesia e la letteratura e il suo desiderio era quello di potersi iscrivere alla Facoltà di Lettere dell’Università, che in Sardegna ancora non era stata istituita; l’istituzione della Facoltà di Lettere a Cagliari avvenne infatti nel 1927. Il giovane riuscì a racimolare tra i suoi parenti i soldi per acquistare il biglietto della nave per Civitavecchia e raggiunse la città di Firenze, dove si iscrisse alla Facoltà di “Belle Lettere”, probabilmente nell’anno accademico 1920-1921. Si laureò brillantemente nell’anno accademico 1925-1926 con il famoso italianista Prof. Guido Mazzoni, con una tesi su “Domenico Alberto Azuni”, il grande maestro del Diritto Marinaro, nato a Sassari e sepolto a Cagliari nella Basilica di N. S. di Bonaria. Fondò numerosi “Circoli Parrocchiali”, nei quali andava con gli assistenti ecclesiastici a far visita ai ragazzi e ai giovani nelle parrocchie. Nella sua visita alla Parrocchia di Luogosanto conobbe la sua futura sposa Lucia Demuro, con la quale celebrò il Sacramento del Matrimonio nella chiesa di Nostra Signora di Luogosanto nell’anno 1931, quando era parroco il sacerdote tempiese Dottor Paolo Pintus, chiamato familiarmente “Preti Pauleddu”. In quello stesso anno 1931 ottenne la nomina di docente di ruolo nelle Scuole Ginnasiali di Sassari, dove visse per il resto della sua vita con la sposa Lucia e con i figli. A Sassari nacquero i suoi cinque figli, una delle quali, nata nel 1937, morì all’età di cinque anni nel 1942. Gli altri quattro figli siamo felicemente viventi e ci avviamo verso la “età matura”. Morì all’età di 56 anni a Nuoro il 29 dicembre 1956.

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un eroe sardo fra gli alpini di Mariuccia Fruianu

“Come a lui, sardo, venne vaghezza di arruolarsi tra gli alpini?” è quanto si chiede Ersilio Michel, storico del Risorgimento ed ex comandante degli alpini, nel rievocare, a quattordici anni di distanza, il ricordo dell’aspirante ufficiale Antonio Michele Nieddu

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a sua meraviglia quando si vide arrivare, alla baracca del comando del Val d’Adige, in quell’agosto del 1917, un ufficiale–ragazzino poco più che ventenne, dalla statura più bassa della media e dai grandi occhi scuri: “piuttosto basso di statura, ma ben formato e proporzionato di membra, bruno di carnagione, aveva occhi grandi e neri che brillavano di una luce intensa.” Classe 1894, Antonio Michele Nieddu (Antonio per l’esercito, ma semplicemente Micheli per i familiari, che con questo nome ne hanno conservato la memoria), era il maggiore dei sei figli di Antonio Giovanni e Giovanna Maria Budroni, di Ploaghe. Aveva studiato dapprima al Seminario vescovile di Sassari, per proseguire poi gli studi classici fino al diploma. Nel 1914, a vent’anni, si arruolò nella Guardia di Finanza. Assegnato alla legione di Milano, caserma di Chiavenna, frequentò in seguito il corso allievi ufficiali di Caserta, per poi chiedere ed ottenere, nella primavera del 1917, in pieno conflitto mondiale, il passaggio al Corpo degli alpini. Aggregato al 4° reggimento, frequentò il corso allievi ufficiali a Vezza d’Oglio, che si concluse con la nomina ad aspirante ufficiale di complemento nel 6° reggimento alpini, batt. Val d’Adige, lo stesso di cui aveva fatto parte Cesare Battisti. Prima di raggiungere il fronte, ottenne una breve licenza per salutare la famiglia in Sardegna, e fu quella l’ultima volta che rivide la sua terra. Al rientro dalla licenza, raggiunse il Val 282

d’Adige che si trovava allora in Val d’Astico, nelle prealpi vicentine, decimato dalle battaglie del Pasubio e di Monte Cimone. A comandarlo, il capitano Michel, da poco proposto maggiore per merito di guerra. Nell’articolo a lui dedicato, Michel riporta brani delle lettere che Michele Nieddu scriveva alla madre, alla sorella Mariangela e al padrino, estrapolando i passi dove risalta la sua fede patriottica e il suo orgoglio di alpino. Ma quel che a noi interessa maggiormente è la descrizione della vita quotidiana nella trincea, il fango era, ad esempio, un nemico aggiuntivo, insieme al freddo, ai pidocchi e ai topi, contro il quale i soldati dovevano combattere nelle trincee. Ecco come Michele Nieddu descrive il fango della Bainsizza: “Il pericolo della morte sempre avanti, il tempo pessimo, i luoghi molto disagiati, c’è un fango incredibile, tutta terra de luzana. Il mio attendente, che è un bravo ragazzo, impiega anche mezz’ora a pulirmi le pesanti scarpe sempre cariche di fango...”. è interessante, a questo punto, confrontare la descrizione del fango fatta da un altro ufficiale degli alpini, l’ingegnere milanese Carlo Emilio Gadda, nel suo Giornale di guerra e di prigionia: “Oggi piove schifosamente; un’acqua fottuta, un’umidità boja, una melma al controcazzo. Quanto si soffre su questi monti umidissimi, senza riparo, sotto la tenda o in uno sbertolato baracchino!”. Dopo un breve periodo di riposo a Maglio di Caltrano, il battaglione Val d’Adige dovette partire il 23 agosto 1917 alla volta dell’altopiano della Bainsizza, oggi in territorio sloveno.

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Al suo arrivo, il battaglione si trovò subito coinvolto nei durissimi scontri del 29, 30 e 31 agosto, che causarono la distruzione dei reparti. La compagnia di Michele Nieddu, la 257, da 200 effettivi si ridusse a soli 50 uomini e morirono o furono feriti quasi tutti gli ufficiali. Ersilio Michel scrive: “Il Nieddu, che prima di quei giorni non si era ancora trovato ad una azione di tanta durata e di tanta importanza, dimostrò una fermezza e una bravura singolare e, rimasto uno dei pochi ufficiali incolumi, seppe far fronte, come vecchio e provetto comandante, alle più critiche e difficili circostanze, ed essere, nel tempo stesso, di mirabile esempio ed incitamento ai suoi dipendenti”. Il 1° settembre, il Val d’Adige fu sostituito dal Vicenza e venne impiegato nei valloni di Bizjak e di Ovsje in lavori sfiancanti di scavo e trinceramento. Gli alpini, abili rocciatori e sciatori addestrati alla guerra di montagna, si trovarono ad operare in un terreno basso e brullo, percorso da fenditure e doline, e disseminato di rovi. In una lettera del 29 settembre, Michele Nieddu scriveva: “Sono ancora oltre l’Isonzo... ma la speranza dei superstiti è di ritornare nel Trentino, ove noi alpini siamo più nel nostro clima”. In tali condizioni fisiche e morali dei nostri soldati, nella scarsezza di armamenti, nell’ostinazione degli alti comandi a condurre un’offensiva anziché prepararsi a difendere le nostre linee da un prevedibile massiccio attacco nemico, vanno ricercate alcune delle cause che portarono alla disfatta di Caporetto. Il 24 ottobre l’attacco austro–tedesco si scatenò dalle due del mattino e proseguì per tutto il giorno fino alla notte. Al battaglione Val d’Adige, che era entrato a far parte della 19 Divisione al comando del generale Villani, venne ordinata la difesa ad oltranza del Monte Jeza, insieme ai resti della brigata Spezia, già decimata. Michele Nieddu, comandante di una mitragliatrice, resistette fino all’ultimo e si ritirò, con i pochi superstiti, solo quando ricevette l’ordine di ripiegare. Il cappellano militare, don Giuseppe Manzoli, scrisse alcuni anni dopo al padre dell’ufficiale che, nell’infuriare della battaglia, il figlio chiese di dargli l’Assoluzione. Sfuggito miracolosamente all’accerchiamento, Michele, insieme ai resti della 256a e 257a Compagnia, in una marcia notturna lungo i costoni della montagna, raggiunse il paesino di Lombai, dove si trovava il Comando di Divisione, per ricevere ordini e riorganizzarsi. Ma il nemico era alle porte, e il generale Villani, che subito dopo si suicidò, dovette abbandonare il paese con i suoi ufficiali. Gli alpini e i fanti videro gli austriaci che avanzavano len-

tamente dalle alture circostanti, superiori di uomini e di mezzi. Gli italiani erano senza munizioni, perché i muli che dovevano portare le casse non erano potuti arrivare a causa della nebbia e della pioggia, delle strade impraticabili e del fuoco continuo dell’artiglieria. I soldati furono costretti a prendere cartucce e caricatori dalle tasche dei compagni caduti. In una disperata azione di copertura per contrastare l’avanzata tedesca, la stessa raffica di mitragliatrice uccise Michele Nieddu, colpito alla testa, e ferì gravemente a un braccio il maggiore Michel, che vide il suo ufficiale cadergli al fianco. A entrambi venne più tardi conferita la medaglia d’argento. Era il 26 ottobre 1917. Quello stesso giorno, il primo ministro Boselli annunciò alla Camera di aver presentato le dimissioni al re, aprendo la strada alla nomina di Vittorio Emanuele Orlando e alla caduta di Cadorna, sostituito poi da Diaz. Dopo aver toccato il fondo, con un nuovo indirizzo politico e militare e con nuovi provvedimenti a favore dei soldati, iniziava la riscossa che avrebbe portato alla vittoria.

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Di altri eroi e fanti Sul filo della memoria, voglio testimoniare, anche se per brevi episodi, di altri soldati a cui la sorte non diede di incontrare uno scrittore e biografo come Ersilio Michel che ne tramandasse il ricordo. Sono tutti legati in qualche modo a Michele Nieddu, per il fatto che, come lui, appartengono alla stessa famiglia di chi scrive. Come il soldato Salvatore Piras, di Macomer, che ho avuto la fortuna di conoscere, perché morto centenario. Si era guadagnato una medaglia d’argento a Dosso Faiti, sul Carso sloveno. La motivazione ufficiale recitava: “Per primo rimetteva piede in una trincea momentaneamente toltaci dal nemico, e dava così mirabile prova di slancio e coraggio. Dosso Faiti, 4 giugno 1917”. Nel suo racconto secco e stringato di sardofono, il linguaggio altisonante del decreto luogotenenziale veniva tradotto in questo modo: “Eo bi so passadu, ma su striaco no b’este passadu”. E la raccontava così, semplicemente, come si trattasse di una lite per confini di pascolo, finita male per il vicino, lo striaco, in questo caso. Il nipote di Salvatore Piras, che portava lo stesso nome del nonno, e pronipote di Michele Nieddu per parte materna, caporal maggiore scelto della Brigata Sassari, morì invece all’età di 28 anni, dopo essere stato testimone dell’orrore della strage di Nassiriya. 284

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Il sergente Giuliano Spiga, classe 1893, era un veterano del Carso. Sull’Altopiano si era guadagnato la promozione a sergente e una medaglia di bronzo. Aveva già perso il fratello Giommaria, del 152°, morto sull’Altopiano di Asiago nel 1916 in seguito alle ferite riportate in un’azione eroica: di notte, attraverso i reticolati, si era spinto fin sotto la trincea nemica per lanciarvi dentro quattro bombe a mano. Gli diedero una medaglia di bronzo, ma lasciava la moglie, Baingia Mele, e il figlio Salvatore, di soli due anni. In onore del fratello, Giuliano chiamò Giommaria il figlio nato dal suo matrimonio con Margherita Milia. Era il 17 marzo 1918. Aveva solo sei mesi il piccolo Giommaria quando, in braccio a suo padre, con la madre e col nonno, salì alla stazione di Ploaghe sul treno che portava i soldati a Golfo Aranci, per il rientro al fronte al termine della licenza invernale. Giuliano volle tenere il figlio fra le sue braccia per tutta la durata del viaggio. Il bambino gli morsicava l’orecchio, e il padre rideva felice, perché quella guerra doveva pur finire, e lui voleva vederlo crescere il suo bambino, che era bello come il sole. Ma non fu così. Il postale Tripoli sul quale si era imbarcato insieme ad altri 400 soldati, quella notte venne silurato da un sottomarino austriaco al largo di La Maddalena. Le acque gelide inghiottirono 272 soldati, tra di loro anche Giuliano Spiga. Dopo aver pernottato ad Oschiri a casa di parenti, Marghe-

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rita milia apprese con sgomento la notizia del naufragio alla stazione di chilivani, al suo rientro a Ploaghe. Fino all’ultimo, sperò che il suo Giuliano fosse tra i sopravvissuti. Poi, si chiuse in un dolore sordo, dal quale la salvò solo l’amore per il suo unico figlio. Diventato maresciallo maggiore della Guardia di Finanza, tenne sempre alto l’onore di suo padre. Scomparve nel 2009, e fu uno degli ultimi orfani del Tripoli a morire. I fratelli Giovanni e Giommaria Fruianu erano belli e forti come querce. classe 1895 e 1896, erano inseparabili, tanto da essere scambiati per gemelli. Rimasti presto orfani di madre, ancora ragazzi emigrarono in Argentina. Scoppiò la guerra, e il rimpatrio se lo giocarono a pari e dispari. Decisero che per quella patria lontana, che non aveva saputo dare loro un futuro, ma che ora li chiamava nel momento del bisogno, uno solo di loro bastasse, che intanto di forza e coraggio ne avevano ognuno per due. così Giovanni restò e, come tanti emigranti che scelsero di non tornare, fu considerato un disertore. Giommaria invece partì, e ritornò vivo dalla guerra, con una medaglia d’argento al valore e senza l’uso di un braccio. I due fratelli non si rividero più, e morirono poi, anche se lontanissimi, a breve distanza di tempo uno dall’altro, quasi si fossero messi d’accordo per partire, questa volta insieme, per il loro ultimo viaggio. Valentino Spano e michele nieddu, imparentati dal lato materno, erano nati nello stesso mese di gennaio 1894, a tre giorni di differenza, Valentino il 18 e michele il 21. Da piccoli, giocavano insieme in via manno, dietro la piazza principale di Ploaghe, dove abitavano vicine le due sorelle Sebastiana Budroni, zia di Valentino, e Giovanna maria, madre di michele. Per i due bambini, l’età dei giochi finì presto, e le loro strade si divisero. Per michele, gracile e delicato, gli studi in Seminario, e per Valentino, la vita dura dei campi, finché poi, una volta cresciuto, come tanti altri giovani, decise di emigrare. Partì con un bauletto di legno, rivestito all’interno di carta fiorata, e per consolare la madre, disperata per la partenza del suo unico figlio, le regalò un atlante dove segnò con un punto il luogo dove sarebbe andato a lavorare, in America. Tornò infatti, col suo bauletto da emigrante, ma per partire in guerra. Sergente della 256. compagnia mitraglieri, morì sul carso, venti giorni prima di michele, il 7 ottobre 1917. la sua fu una tragedia nella tragedia, alla quale la madre, Giovanna Dore, non seppe mai rassegnarsi. Il suo unico figlio non glielo uccisero gli austriaci, ma un colpo partito per sbaglio dall’arma di un

compagno. Giovanna Dore pensò che i suoi giorni avrebbero potuto trovare un po’ di pace se avesse incontrato chi le aveva ucciso il figlio. Andò a cercarlo fin nel paesino del nuorese dove viveva, ma non servì a niente, e anzi si pentì di aver risvegliato il dolore del ricordo in quel povero ragazzo che non aveva nessuna colpa. Gavino Demelas, classe 1880, addetto a una mitragliatrice FIAT, per la sua età e per il fatto di aver lasciato a casa moglie e figli, era chiamato “zio” dai soldati più giovani. E forse perché di quei giovani ne aveva visto morire troppi, non parlava mai volentieri della guerra, neppure quando glielo chiedevano i nipoti. non si vantava di croci al merito e medaglie, che pure un diploma ufficiale lo autorizzava a portare. mostrava invece, con orgoglio, alcuni manufatti che, da abile artigiano nella lavorazione del legno e dei metalli, aveva ricavato da materiali raccolti nei campi di battaglia. la punta di una baionetta austriaca, dove ancora si poteva leggere il numero di matricola, era diventata un coltello affilatissimo con il quale ammazzava il maiale. Bossoli di proiettili, finemente cesellati, erano diventati rotelle per la pasta nella lavorazione dei dolci tradizionali sardi. Dalle sicure delle granate aveva invece ricavato braccialetti di rame e ottone, regalati alle donne di famiglia come ricordo di guerra. Anche per lui, come per tanti altri reduci, al ritorno si aprirono solo le porte dell’emigrazione.

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quEI pROfuGHI cHE cI InSEGnanO la pacE di Antonio Diana

1915-1918 cOmE ERavamO

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GLI ARTICOLI DI QUESTO DOSSIER, ARRICCHITI DA CENTINAIA DI FOTO IN PARTE INEDITE, SONO TRATTI DAL LIBRO

IL GRANDE SACRIFICIO

di Giovanni Gelsomino

I GIORnI pRIma DElla tEmpESta di Giuliano Chirra

(EDIZIONI ALMANACCO GALLURESE)

la GuERRa DEGlI altRI di Roberto Telesforo

ma... è luI O nOn è luI? di Carlo Patatu

mIO paDRE, un RaGaZZO DEl ‘99 di Alberto Maisto

l’ultImO DEI SaSSaRInI REclamE pubblIcItÀ DI InIZIO SEcOlO Il SOlDatO mIcHElE DElOGu di Maria Antonietta Delogu

l’EROE cIEcO

di Caterina Ruju

quanDO la lIbERtÀ nOn Ha cOnfInI di Antonello Tedde

l’EROIca bRIGata SaSSaRI di Aldo Cesaraccio

la GuERRa DEI mIEI nOnnI di Simone Sechi

l’EROISmO DEI nuORESI di Michele Pintore

pROtaGOnIStI luSSu, DORantI, GRaZIanI un paStOREllO SaRDO alla pRIma GuERRa di Pietro Meloni

l’EROE cHE SOGnava l’aRGEntIna di Bruno Dettori

l’uOvO SODO cHE mI DIEDE mIO paDRE di Francesco Cossu

pRImI RIcORDI

di Tomaso Panu

GIannEttO maSala

di Maria Caterina Fiori

una famIGlIa E la GRanDE GuERRa

192

pagine a colori

di Mario Scampuddu

I DannatI DEll’aSInaRa di Eugenia Tognotti

copertina cartonata

I GIORnI buI DEll’aSInaRa di Eugenio Cossu

la GuERRa DEGlI umIlI di Tore Deiana

un uOmO SOlO al cOmanDO di Luigi Stazza

Il SERGEntE DEl capORalE muSSOlInI di Gianfranco Trudda

un mEDIcO In tRIncEa di G.G.

un EROE SaRDO fRa GlI alpInI di Mariuccia Fruianu

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Per info e prenotazioni scrivi a: giovanni.gelsomino@tiscali.it Resta informato su questa ed altre iniziative sul sito de l'Almanacco Gallurese: http://almanaccogallureseblog.wordpress.com AlmAnAcco gallurese 2014/2015


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