Issuu on Google+


101

A R C H E O L O G I A

L’interno di uno dei due corridoi muniti di bocche da fuoco che controllavano l’accesso alla fortezza

Una delle bocche da fuoco presenti all’interno del barbacane

Un particolare architettonico di uno dei corridoi interni al barbacane

Schema dei due corridoi, posti su due piani, rinvenuti nello scavo di Piazza Castello

Il fossato, costruito tutto intorno al castello, aveva una doppia funzione; lungo il lato nord, sotto la facciata, era dotato di strutture fortificate e munite di artiglierie, questo per permettere un ingresso controllato e militarmen-

te ben difeso, nell’area della fortezza, mentre nei restanti lati intorno al castello, permetteva di tenere distanti dalle mura gli eventuali nemici assedianti. L’ipotesi, benché inusuale, trova conferma in due ele-


A R C H E O L O G I A

102

Schema di bombarda quattrocentesca

menti oggettivi dell’architettura militare rinvenuta e documentata nello scavo di Piazza Castello; il primo dato riguarda il fatto che le bocche da fuoco sono puntate verso la strada – fossato, cosa inutile ed incomprensibile se il fossato fosse stato utilizzato solamente come tale e non anche come strada. Il secondo riguarda la presenza di una porta ricavata nella parete rocciosa del “fossato” che mette in comunicazione questa parte antistante il barbacane con l’area nella quale si sviluppa il fossato vero e proprio e a cui corrisponde la Porta di Capo di Villa. Lo scavo del riempimento della strada – fossato davanti al barbacane, benché ancora non completato ci dice chiaramente, grazie ai materiali archeologici rinvenuti, che questo è stato obliterato nel XVII secolo, viene confermata così sia la fonte iconografica precedentemente analizzata che le diverse fonti storiche che ci dicono che dalla fine del XVI secolo in poi diverse parti del castello vennero defunzionalizzate.

Alcuni dei distanziatori per la cottura della ceramica rinvenuti nello scavo di Piazza Castello

LA PRODUZIONE CERAMICA A SASSARI. Oltre il ritrovamento delle monumentali strutture che ci permettono di ridare un nuovo volto al castello di Sassari, un’altra scoperta archeologica ci permetterà probabilmente di aggiungere un’importantissima pagina allo studio della cultura materiale e delle produzioni ceramiche in Sardegna. Lo scavo del riempimento di una struttura ipogeica, ricavata nella roccia calcarea, ci ha permesso di documentare la produzione di una maiolica che già altre volte è stata rinvenuta in diversi scavi archeologici realizzati nel nord Sardegna quest’ultimo decennio, ma della quale solo ora è stato possibile individuare in maniera inconfutabile la provenienza. La struttura, piriforme, venne realizzata nel cortile interno del castello e venne usata probabilmente come silos per il deposito e la conservazione di derrate alimentari. Certamente dal XVI secolo venne usata come prigione fino al momento della sua obliterazione avvenuta intorno alla prima metà del XVII. Sono chiarissime le testimonianze di utilizzo in tal senso, con numerosissimi segni realizzati nelle pareti di roccia calcarea che dovranno a breve essere studiate e restaurate. Le rappresentazioni, da una prima analisi sono state realizzate in quattro modalità diverse; graffite, incise, in bassorilievo e mediante disegno con carboni.


103

Il tema principale è costituito dalle croci e dai crocifissi, ma sono diversi i visi e le rappresentazioni antropomorfe sia come incisioni nella roccia che come disegni. Una situazione interessantissima che richiederà un intervento particolare di restauro ed uno studio dettagliato ed approfondito. Nel suo riempimento, utilizzato per obliterare la cavità, è stato rinvenuto un gran numero di distanziatori per la cottura della ceramica, realizzati a stampo, alcuni con impresso un monogramma, tantissimi scarti di prima cottura e maioliche decorate e finite, tutte provenienti evidentemente da una fabbrica presente nei dintorni del castello. Il ritrovamento di tutto questo materiale ci testimonia in maniera inequivocabile la presenza di strutture produttive nelle quali venivano fabbricate le maioliche che fino a questo momento non erano state identificate con sicurezza ma che certamente si ritenevano d’importazione. Questa classe ceramica, ancora tutta da studiare, ma già definita grazie ad una prima analisi svolta sul campo, risulta essere una delle scoperte più importanti fatte negli scavi di Piazza Castello, documentando un manufatto che aveva una grande diffusione almeno in tutto il nord dell’Isola. Benché lo scavo risulti molto vasto e complicato a cau-

A R C H E O L O G I A

Un piattino di “maiolica sassarese” rinvenuto nello scavo di Piazza Castello

sa delle diverse demolizioni che dall’Ottocento a oggi hanno mutilato la piazza, è stata importantissima la collaborazione ed il coinvolgimento di un’equipe di giovani archeologi che, coordinati dalla Dott.ssa Daniela Rovina e dallo scrivente, hanno permesso lo svolgimento di tutte le varie fasi dello scavo stratigrafico e della documentazione archeologica nel migliore dei modi. L.Sanna

BIBLIOGRAFIA COSTA E., 1992, Sassari, Sassari, Edizioni Gallizzi. ANGIUS V., 2004. Dizionario Geografico – storico – statistico – commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna, Vol. XV, Torino 1833 – 1856. Ristampa Mondadori Printing per L’Unione Sarda. FOIS F., 1992, Castelli della Sardegna Medioevale, Cinisello Balsamo, Silvana Editoriale. ORLANDI G. F., 1998, Sassari, Le Mura e il Castello, Sassari, Carlo Delfino Editore. MILANESE M., 2005, Monteleone Rocca Doria – Guida, Sassari, Mediando SRL. SODDU A., 2005, I Malaspina e la Sardegna, Cagliari, CUEC Editrice. CESARACCIO A., Mossa V., 1983, Sassari e il suo volto, Sassari, Carlo Delfino Editore. CASTELLACCIO A., 1996, Sassari Medioevale, Sassari, Carlo Delfino Editore. PALLONI D., 2000, Evoluzione delle bombardiere, «Castellum» 2000, pagg. 33 – 42. ROGGIO S., Castello, reperibile all'indirizzo web: http://www.centrostudiurbani.it/, consultato nel marzo 2009. ANGELO RUNDINE, I libri proibiti, in La società sarda in età Spagnola (a cura di) Francesco Manconi, Consiglio Regionale della Regione Autonoma della Sardegna, Aosta 1993, vol. 2°, pp. 80-87. fig. n. 68.


A R T E

104

NUOVE ACQUISIZIONI PER LA PITTURA DEL CINQUECENTO DEL NORD SARDEGNA

La Crocifissione di Wiesbaden di Luigi Agus

N

el numero 15 dell’“Almanacco Gallurese” (pp. 97107), si dava conto di una serie di interessanti scoperte documentali relative al pittore Giovanni del Giglio e alla sua scuola, attiva a Sassari nella prima metà del Cinquecento, più esattamente dal 1512 circa, fino alla sua morte avvenuta nel 1554. In uno studio monografico, pubblicato qualche tempo prima, si cercava, sulla base di tali indizi documentali, di ricostruire un possibile corpus di questo autore e dei suoi più stretti collaboratori: i pittori Pietro Giovanni Calvano, originario di Siena, Leonardo de Serra e Antonio Campus, tutti attivi nella città turritana nello stesso torno di tempoi. Tali ricostruzioni tuttavia, non potevano far riferimento a documenti diretti, visto che mancano a tutt’oggi gli atti di commissione di quelle opere. Nonostante ciò i dati relativi alla biografia di Giovanni del Giglio, tra gli altri, portano a credere con relativa certezza, che questi avesse avuto un ruolo di primo piano tra i pittori attivi a Sassari, ciò in virtù sia dell’importanza della sua bottega, e quindi delle sue capacità tecniche apprese a Roma prima del 1512, sia soprattutto per l’importanza degli incarichi di primo piano che ricoprì: da amministratore dell’arcivescovo a priore della confraternita di S. Croce. In particolare, il documentato sodalizio tra Giovanni del Giglio e l’arcivescovo Salvatore Alepus, giunto a Sassari attorno al 1530, è fondamentale non solo per met-

tere in relazione, come si è argomentato altroveii, il committente col pittore, ma anche perché l’arcivescovo sassarese fu protagonista di un vero e proprio periodo di rinascita che coinvolgerà anche le città di Alghero e Bosa, nel quale si inserisce a pieno titolo pure il pittore, almeno a partire dagli anni Trenta. Fu infatti l’arcivescovo Alepus che il 16 marzo 1553, dopo averlo molto probabilmente commissionato, consacrò il nuovo retablo dell’ex cattedrale di S. Pietro a Ploaghe. Di questa ancona avanza oggi la Sacra Famiglia, custodita presso la pinacoteca dello stesso centro ed attribuita dal Maltese e dalla Serra al cosiddetto Maestro di Ozieriiii. Se il rapporto documentato tra l’arcivescovo Alepus e il pittore porta a credere che quest’ultimo sia l’autore del retablo di Ploaghe, ancora più importante è il fatto che Giovanni del Giglio fece parte della Confraternita dei Disciplinati di Sassari divenendone priore. È infatti proprio nel decennio tra il 1534 ed il 1543, quando cioè Del Giglio fu prima ospedaliere e poi priore della Confraternita, che andrebbe datato il retablo maggiore della Deposizione realizzato per la cappella dei Disciplinati di Sassari, oggi scomparsa. Se infatti, come sospetto, la Salita al Calvario (Sassari, Museo Sanna, depositi) proviene da quello smembrato retablo, un post-quem potrebbe essere il 1534, quando l’incisione a bulino di Marcantonio Raimondi, riproducente lo Spasimo di Sicilia di Raffaello da cui deriva l’icono-


Crocifissione - Staatsgalerie Stuttgart - 1535/40 ca (61x39cm)

graf i a dello


A R T E

106

scomparto di Sassari, fu pubblicata a Messina come frontespizio del libro Il spasimo di Maria Vergine. Poemetto in ottava rima di Nicola Giacomo Alibrandoiv. Che il retablo, del quale avanzano oggi la Deposizione (Ozieri, Museo), la Crocifissione (Cannero, Parrocchiale di S. Giorgio) e la Salita al Calvario (Sassari, Pinacoteca Mus’A), esistesse già nel 1572 lo dimostrano diversi fatti. Primo fra tutti che la cortina atta a coprirlo risulta essere consunta e vecchia già nel 1583; secondo che, dopo l’ampliamento della chiesa iniziato nel 1572, il retablo fu spostato nell’ultima cappella a destra e sostituito con un’altro con crocifisso ligneo utilizzato nella processione della Settimana Santa e infine che, nel 1576 l’incisore Girolamo Galletta, meglio noto come “monogrammista HEG”v, abbia riprodotto in controparte la Deposizione, elemento centrale del polittico, tra le illustrazioni del libro La década de la Passion de Nuestro Redemptor Iesu Christo di Giovanni Coloma, conte d’Elda e viceré di Sardegna. La Deposizione di Galletta, infatti, pur riprendendo la stessa iconografia di un’incisione del Raimondi in controparte, a sua volta riproducente una perduta opera di Raffaello, riporta alcuni dettagli, come Maria di Magdala posta dietro la Vergine e S. Giovanni incappucciata o l’assenza dell’albero laterale, che rivelano come l’incisore cagliaritano conoscesse bene la Deposizione sassarese e che questa fosse evidentemente tanto nota e importante da essere riprodotta in un’incisione. In tal modo si hanno dei precisi riferimenti cronologici e stilistici riferibili al pittore Giovanni del Giglio, utilizzabili per ricostruire un corpus che prescinda dalla generica individuazione del “Maestro di Ozieri”, dietro la quale, come ho già ribadito, si nascondono più personalità, una delle quali sarebbe per l’appunto Del Giglio, mentre un altro sarebbe il suo stretto collaboratore senese Petro Giovanni Calvano. A quest’ultimo si possono ascrivere i retabli di Ozieri, Benetutti e Bortigali, realizzati sulla scia

del maestro, ma impregnati di quel dolce manierismo toscano, segnato da una propensione all’anamorfismo, da una parte, e all’utilizzo di colori limpidi e freddi dall’altra, secondo la lezione di Rosso, Pontormo e Beccafumi. L’opposto di quanto si riscontra invece nella Sacra Famiglia di Ploaghe e nel Retablo di Santa Croce, dove prevalgono toni bruni e caldi, utilizzati all’interno delle composizioni, in senso fortemente drammatico, secondo la lezione iberica di Alonso Berruguete e Pedro Machuca. Attraverso tale rivisitazione del corpus, un tempo assegnato ad un unico autore convenzionalmente appellato “Maestro di Ozieri”, è possibile allogare a Giovanni del Giglio, oltre le opere già citate, l’Incredulità di San Tommaso del Museo Sanna, la Crocifissione del retablo dei Beneficiati del duomo di Cagliari, il piccolo Crocifisso Sanna, la cosiddetta Crocifissione di Wiesbaden e, in parte, il San Girolamo penitente di Cagliari. Al Calvano andrebbero invece assegnati, soprattutto per l’utilizzo di tonalità grigio-perlacee e una resa dei volumi incorporea, il San Sebastiano del Museo Sanna, forse proveniente dall’omonima chiesa sassarese, ormai scomparsa, edificata dopo la pestilenza del 1529 e i due piccoli retabli di San Marco a Berchidda e della Vergine del Latte di Ardara, dipinti forse nei primi anni Quaranta del Cinquecento, con l’aiuto di un garzone di bottega. A questi dati oggi è possibile aggiungere ulteriori interessanti notizie, sia relative il Retablo di Santa Croce, sia per la cosiddetta Crocifissione di Wiesbaden. Per quanto riguarda lo smembrato retablo di Santa Croce, sappiamo che questo era stato originariamente realizzato per essere collocato nell’altare maggiore della chiesa dei Disciplinati e, dopo il 1572, spostato nell’ultima cappella a destra. Nel 1824, quando cioè l’arcivescovo predispose un ampliamento del seminario, la chiesa fu abbattuta e il retablo, con gli altri beni della Confraternita,


107

A R T E

L’individuazione dell’opera, e la sua attuale collocazione, è stata del tutto casuale. fu smembrato e trasferito presso la chiesa della Trinità. Tre elementi del retablo (Deposizione, Crocifissione e Flagellazione) furono acquistati, negli ultimi anni dell’Ottocento, dall’antiquario Enrico Murtola. La Deposizione fu, a sua volta, rivenduta nel 1909 al collezionista di Milano Leonardo Turconi, mentre la Flagellazione, oggi non più rintracciabile e della quale fino ad oggi non si aveva notizia, ad Enrico Giani, il quale acquistò pure la Crocifissionevi che nel 1927 donò alla parrocchiale di San Giorgio di Cannero sul Lago Maggiore. Il grande valore delle opere fu subito chiaro ai due collezionisti che li acquistarono come originali di Raffaello. Rimase invece a Sassari, perché acquistata da Giovanni Antonio Sanna, la Salita al Calvario, ritrovata recentemente nei depositi del Museo Sanna di Sassari ed esposta per breve tempo prima nello stesso museo, poi a Cagliari. I forti richiami alla prima maniera, soprattutto toscoromana, e alla drammatizzazione di matrice iberica di quest’opera, paiono testimoniare la formazione dell’artista nell’ambito romano del primo decennio del secolo. È infatti in quel periodo che a Roma confluirono per volontà di Giulio II, oltre Perugino, Sodoma e Raffaello, anche artisti di formazione assai diversa come il lombardo Bramantino, Baldassarre Peruzzi, Cesare da Sesto, Signorelli e Lorenzo Lotto, del quale si conservava nell’isola, fino all’inizio del Novecento, un prezioso dipinto su tela, oggi disperso. Passarono per la città capitolina negli stessi anni anche Pedro Machuca e Alonso Berruguete del quale parlò Michelangelo in una sua missiva del 1508. La notizia che tuttavia si vuole offrire in questa breve

nota è il ritrovamento, dopo oltre cento anni, della cosiddetta Crocifissione di Wiesbaden. L’opera fu segnalata al Voss da un antiquario della cittadina tedesca con una improbabile assegnazione a Grünewald. Lo storico individuò la Sardegna come luogo d’origine di quell’opera e, proprio attraverso di essa, assegnò alla stessa mano il Crocifisso custodito presso la Collezione Sanna (oggi alla Pinacoteca Nazionale Mus’A di Sassari) e la Crocifissione donata alla parrocchiale di Cannero, proveniente, come si è già detto, dal retablo di Santa Croce di Sassari. L’individuazione dell’opera, e la sua attuale collocazione, è stata del tutto casuale. Nell’osservare alcune foto custodite presso la Fondazione Zeri di Bologna riconobbi subito quell’opera, nota ormai solo da una sbiadita foto in bianco e nero pubblicata dallo stesso Voss. Tuttavia la didascalia recitava “Crocifissione, Staatsgalerie di Stoccarda”. La cosa mi incuriosì non poco e scrissi alla dott.ssa Monica Cavicchi della stessa fondazione, la quale mi confermò la collocazione “ormai da un secolo” presso la prestigiosa pinacoteca tedescavii. Scrissi dunque al direttore della galleria il quale mi confermò che l’opera fu acquistata proprio nel 1927 da quell’antiquario dove la vide l’illustre storico tedesco e che, più recentemente, è stata sottoposta ad un attento ed accurato restauro che ne ha restituito la piena leggibilità. Tale ultima importante acquisizione, unitamente a quelle della Deposizione e della Salita al Calvario, permette di ricostruire ancor meglio il percorso artistico di quello che potrebbe essere definito il maggior esponente del manierismo isolano attivo nella prima metà del XVI secolo. L.A.

NOTE i

L. Agus, Giovanni del Giglio, pittura a cultura a Sassari nella prima metà del XVI secolo, Cagliari 2006. L. Agus, Tra scandali e umanesimo, L’inedita storia di un protagonista del Rinascimento a Sassari, mons. Salvatore Alepus, in «Almanacco Gallurese», 14 (2006), p. 299. iii C. Maltese, R. Serra, Episodi di una civiltà anticlassica, in Sardegna, Venezia 1969, p. 327. iv P. L. Echeverría Goñi, Presencia de Rafael, Miguel Ángel y otros maestros renacentistas en la catedral de Pamplona a través del grabado y de la copia, in Estudios sobre la Catedral de Pamplona, in memoriam Jesús Ma Omeñaca, Cuadernos de la Cátedra de Patrimonio y Arte Navarro, Pamplona 2006, pp. 171-172. v L. Agus, Incisione e incisori nella Sardegna del Cinquecento, «Sardegna Antica», 34 (2009), p. 23 vi Devo queste notizie alla cortesia della dott. Adriana Premoselli di Milano, che doverosamente ringrazio, la quale possiede la documentazione attestante tali passaggi. vii V. Cirio, Le pitture degli edifici sacri e profani del territorio di Cannero, in Cannero Riviera tra lago e monti, storia d’una terra e d’una parrocchia, a cura di Carlo A. Pisoni, Verbania 2003, p. 142. viii Ibidem, pp. 161-162, nota 32. ix Inv. 2202. Devo un ringraziamento alla dott.ssa Monica Cavicchi della Fondazione Zeri di Bologna per la cortese collaborazione nel reperire informazioni sulla collocazione attuale del dipinto. ii


SASSARI Gli affezionati ne ricordano tre, ognuno con le sue signorine. Tratto da “Amori da due soldi” di Gianfranco Trudda

L’amore al tempo dei

CASINI

Reminescenze di anonimo


111

C R O N A C A

“È arrivata la quindicina!”. Nel giro di pochi minuti tutta la ragazzeria di Piazza d’Italia ne era al corrente.

E

rano i tempi in cui fiumane di ragazzi e ragazze andavano su e giù per la piazza in un rito che si consumava ogni giorno dell’anno. Dalle sei del pomeriggio alle 8-8,30, l’ora in cui le fanciulle dovevano rientrare a casa. Tutti i giorni, solennità comprese. La notizia, comunicata con gesti, con occhiate, con ammiccamenti circolava tra i maschietti in un battibaleno. Non si sapeva mai chi fosse stato il primo a comunicarla, non era importante. L’importante era che al casino c’era stato il cambio della guardia, cioè l’arrivo delle “signorine” di cui parla Gianfranco Trudda in “Amore da due soldi” edito dalle Edes di Sassari e del quale si presenta una recensione nella sezione libri. Da quel momento si diffondeva una vera frenesia: si attendevano le fatidiche 8-8,30 per accompagnare le compagne di passeggio a casa e correre a gruppi verso la parte bassa della città. Il giorno dopo si formavano i capannelli e volavano i commenti con contorno di sghignazzate e di oscene descrizioni tra tutti coloro che erano andati a vedere, perché, badate, erano in pochi ad avere, lì per lì, per fare. E sì, c’era il problema dei soldi. L’indomani, all’uscita di scuola o dalle lezioni universitarie trovavi sempre qualcuno a contrattare, davanti alle bancarelle tra i due giardini, la vendita di pacchi di libri vecchi sottratti alle biblioteche familiari, o di scarpe usate e vestiti frustri che per quattro soldi potevi affibbiare al signor Marrangiu o a Mario il francese. Bisognava recuperare dalle 70 alle 150 lire, che erano le tariffe per la marchetta o per il quarto d’ora. Bisognerebbe commemorarli il signor Marrangiu e Mario il francese, mettere una targa davanti ai loro magazzini come “benefattori della gioventù sassarese”. Penso che abbiano contribuito al rinnovamento del vestiario e di tutto il “vecchiumene” (mobili, lampadari, sedie, reti da letto, cassettoni tarlati eccetera) che la parsimonia acquisita negli anni di guerra aveva fatto accumulare nelle soffitte e nelle cantine delle case di Sassari. I genitori, i nonni, non avevano buttato e no buttavano via niente. E questa, in quegli anni Cinquanta non ancora raggiunti dal benessere era stata la fortuna dei ragazzi smaniosi di placare i bollori della carne. Quante antiche e nobili biblioteche, quante pregiate


C R O N A C A

112

Ce n’erano tre di casini a Sassari e per ognuno la data della “quindicina” era diversa, sicché il cambio aveva cadenze abbastanza ravvicinate.

La caricatura della "Signora Tina", celebre tenutaria della "casa" di via Esperson, tratta dalla "Voce universitaria" del 1952. La didascalia diceva: "Ti verranno alla mente mille (o duemila o cinquecento) ricordi, ma quando tua moglie o tua sorella o la fidanzata ti chiederanno "Ma chi è questa?", con fare indifferente dirai: "Non so, non la conosco neppure". Che marito ipocrita. collezioni di riviste ho visto passare di mano su quelle bancarelle tra i due giardini!. Mi ricordo di un amico che si era venduto le scarpe fuori stagione della sorella, ed era stato punito perché quando della sparizione era stata incolpata la domestica, in un rigurgito di deamicisiana onestà, aveva esclamato davanti ai genitori costernati: “le ho vendute io per andare a casino”. Ed alla madre che piagnucolante gli rimproverava di essere stato con quelle brutte donnacce: “E cosa credi – aveva ribattuto -, che con la paghetta che mi date possa andare a principesse…?”. Ce n’erano tre di casini a Sassari e per ognuno la data della “quindicina” era diversa, sicché il cambio aveva cadenze abbastanza ravvicinate, e così pure i riti della constatazione de visu dei nuovi arrivi e quello del raggranellamento dei soldi. Il più, chiamiamolo così, sofisticato dei casii era quello di via Esperson di cui era tenutaria la “signora Tina” che ra-

ramente vedevi nei locali dell’azienda. Potevi però ammirarla, anzianotta e truccatissima, quando, appunto, era arrivata la quindicina: in quell’occasione portava le sue ragazze a fare un giro in carrozza per le strade di Sassari. All’ingresso, per controllare l’età e la serietà degli avventori c’era una immarcescibile portinaia, Maria la scimmietta; ed era al primo piano, nella sala di … esposizione, stava Graziella, la cassiera, una che da giovane aveva avuto i suoi fasti e che con l’arrivo della vecchiezza era stata retrocessa a contabile. La tenutaria di via Scala Mala era la signora Franca. La sua voce squillante (“Si chiude”) faceva il giro delle stanze quando qualche personaggio conosciuto che non gradiva d’essere visto saliva le scalette della palazzina a due piani. In casino la “privacy” ha davvero precorso i tempi: dopo il “si chiude” le porte che davano sulla tromba delle scale venivano sbarrate. Sarà il monsignor don… ? Sarà l’onorevole… o sarà l’avvocato tal dei tali? Si chiedevano le persone in attesa di consumazione. Ma più o meno i ragazzi sassaresi capivano di chi si trattasse. Il terzo casino, in via… era, come si dice a Sassari, “di terza”. Scarsa l’organizzazione, scarsa la pulizia e scarse (nel senso dell’avvenenza) pure le signorine. Anche le tariffe erano più abbordabili. Ovviamente era frequentato da chi non aveva biblioteche da svuotare, soprattutto dai ragazzi della provincia che spesso con notevoli stenti si trasferivano a Sassari per studiare. E poi dai pastori. Quelli arrivavano di mattina coi pullman della Scia e della Sita, ed arrivavano carichi di mali odori dopo aver munto le loro pecore negli sperduti ovili delle campagne. Ricordo una gradevole ragazza messinese, una “signorina” appunto, che chideva aiuto a noi studenti di città. “Se venite di mattina, diceva, vi faccio un trattamento speciale. Cercatemi di mattina, così evito di stare con quelli”. Quelli erano i pastori. Con i gambali e con tutti i loro acri olezzi che impregnavano gli ambienti. E noi ci andavamo di mattina, naturalmente, saltando le lezioni al liceo o all’università. In genere si andava a colpo sicuro, o perché avevi visto quella signorina il giorno prima (ma non avevi i soldi per starci) o perché ci si affidava ai commenti di chi c’era già stato e ne decantava mirabilia. Così sapevi in anticipo chi cercare e cosa chiedere. Ce n’era una, “la professoressa”, che godeva della massima stima. La chiamavano così perché portava gli occhiali da miope ed era nello stesso tempo corte-


113

se ma severa. Probabilmente in queste preferenze studentesche per la “professoressa” si insinuava una sorta di rivalsa perché ogni studente aveva nel suo corpo insegnante almeno una algida docente, magari carina, che avrebbe voluto, a sfregio, possedere. C’erano poi le “bambolone”, una bionda e una bruna, che dicevano di essere sorelle ma che in comune avevano solo la provenienza dalla zona di Carbonia. Erano ricercate perché ti facevano credere di essere quasi vergini ma in realtà era almeno da due anni che facevano i rientri a Sassari. Anzi, in gergo si chiamavano “ritorni”. C’era infatti un turnover delle quindicine e capitava perciò di ritrovarsi, dopo due o tre mesi, con vecchie conoscenze. Insomma, i soprannomi si sprecavano, ed i soldi pure, e le ore in casino anche. Ma per spegnere le esuberanze giovanili non c’eran, a Sassari, solo queste tre case di tolleranza. Il meretricio si consumava in cento altre case della città. C’erano strade particolari, come via dei Corsi, dove nei “bassi” protetti da una mezza porticina potevi ammirare vecchie e grasse prostitute che per tre sigarette si sollevavano le gonne, ma non riuscivi a vedere nulla perché l’illuminazione era scarsa ed il gesto troppo svelto. Qualcuna non si alzava neppure dalla seggiola sistemata accanto al braciere. I soprannomi di queste erano carichi di anni. “Giuanna la giavesa”, “Mai si ni messia”, “Maria la Sussinca”, “Brigida bagascia frigida”… Probabilmente le avevano conosciute anche i nostri genitori, se non pure i nonni. Un bel giorno le trasferirono a Baddimanna nelle famose “casette in Canadà”, e fu un’operazione-pulizia che diede lustro a non so quale sindaco della città. Ma via dei Corsi perse il suo fascino, nonché la sua notorietà. Altre esercitavano nelle proprie case. A Baddimanna, sù sù in alto, in una villetta isolata potevi incontrarti con “La

C R O N A C A

Signora”. Il trattamento era particolarmente allettante: preludio con bicchierino di cognac e musica classica nel giradischi. Ma quanti soldi in più. Era roba per professionisti. E “La Gobbetta” in Piazza Azuni? E Mariella” in via Torre Tonda?. E “Cosci bianca”, finita, poi, in vecchiaia, a vendere immaginette e a chiedere l’elemosina per le strade cittadine? “ “Pinghinita”, regina di Montelepre davanti al cui ingresso stanziavano in militaresca fila decine di reclute della caserma Gonzaga?. E “Piscialletto”, molto bella ma anche molto sbrigativa, che riceveva in un tugurio dalle parti di Rizzeddu?. E ce n’erano tante coi loro soprannomi fantastici in tutti i rioni della città, più o meno giovani, più o meno brutte ma tutte con storie strazianti, che immancabilmente ti raccontavano sui loro esordi nel mondo della prostituzione. Con la chiusura delle case di tolleranza le professioniste in proprio aumentarono di numero in misura direttamente proporzionale con la diffusione delle malattie veneree. A praticare l’antica professione arrivavano ore molte donne dai paesi della provincia. Da Ittiri, da Thiesi, da Bonorva e da tanti altri centri. Alcune potevi rintracciarle in luridi baretti o lerce trattorie del vecchio centro, dove per sbarcare il lunario (certamente non si arricchivano col prostituirsi) aiutavano i proprietari nelle pulizie (?) o in cucina. Nei primi anni Sessanta la “specie” dei protettori non era ancora assurta a categoria organizzata, per cui queste poveracce (spesso erano vedove ed avevano bambini che si portavano appresso) si gestivano da sé, andando a domicilio col puttolo che depositavano in qualche sottoscala e che spesso piangeva in attesa che la madre sbrigasse la bisogna. Era un’altra storia rispetto all’epoca dei casini. Coi casini c’erano, giocosa allegria, facezie, risate. Con queste solo squallore e stringimento di cuore. O. forse, nel frattempo, eravamo diventati più maturi? G.Cancedda


C R O N A C A

114

Di un pescatore ho ritrovato, e lo custodisco gelosamente, un vecchio quadernetto di annotazioni sulla pesca, che io considero importantissimo, per capire quale fosse la tempra, la personalitĂ  e lo spirito degli uomini di mare di quel tempo.

il diario di

Pesca di Antonio Diana


115

C R O N A C A

Pg. 6/7

R

itrovare quel diario di pesca, studiarlo, ritornare indietro nel tempo è stato emozionante. Nel leggerlo trasmette l’amore e il rispetto per il mare, esalta la nobiltà del mestiere del pescatore, l’attaccamento all’Asinara e soprattutto a Stintino, e mette in risalto la ricca personalità dei nostri vecchi. Le pagine del quadernetto descrivono i punti di pesca che si trovano nel “mare di dentro”, vale a dire nel tratto di mare antistante Stintino, Punta Negra, l’isola Piana, Cala Reale e Cala d’Oliva. Si ha l’impressione che tale tratto di mare egli lo avesse scandagliato metro per metro, visto che le 50 pagine del quadernetto riportano altrettanti scogli pescosi. Da una prima analisi delle annotazioni del diario si percepisce subito, come i nostri vecchi pescatori fossero fortemente attaccati al loro mare, nel quale trovavano quello che altri, come i pescatori di Alghero, andavano a cer-

care molto lontano ad esempio nei fondali dell’isola di “Mal di Ventre”. Essi si sentivano più sicuri, più vicini alle loro case ed in grado di poter superare con serenità, in caso di burrasca, le insidie del mare, rifugiandosi nelle insenature e negli anfratti, che la costa ancora oggi offre. Nel loro mare i vecchi pescatori di Stintino si muovevano con inaudita precisione e con altrettanta sicurezza ritrovavano gli scogli preziosi, grazie agli inamovibili riferimenti a terra. Ogni pagina del quadernetto riporta uno o due punti di pesca che l’esperto pescatore correda con la semplice annotazione di notizie riguardanti la profon-

Leggere ed osservare il diario del pescatore è stata l’occasione per scoprire come egli nel suo piccolo fosse anche, non dico pittore, ma un disegnatore degno di rispetto e di ammirazione.


C R O N A C A

116

Pg. 48/49

dità del fondo marino, la distanza tra uno scoglio e l’altro e la bontà del pescato. Ho notato che egli si sofferma soprattutto sull’abbondanza delle aragoste, che certamente costituivano un prodotto importantissimo nell’economia del paese. In alcune pagine le annotazioni diventano precise nell’individuare non solo la distanza tra due o più scogli, “10, 15, 20, 50 bracci”, ma anche la direzione verso la quale essi si succedono. “Molti di questi scogli si vedono dalla barca” e, quando è necessario, sottolinea la difficoltà nel localizzare il punto di pesca e dice: “questo è un luogo che vuol ben cercato”. La grande capacità di individuare i punti di pesca denota nell’autore ed in tutti i vecchi pescatori non solo una conoscenza dell’astronomia maturata giorno per giorno a contatto diretto con tutte le condizioni del cielo e del mare, ma anche una profonda e sicura conoscenza del territorio

intorno al paese di Stintino. D’altronde ogni giorno di pesca essi lo osservavano alla ricerca di punti inamovibili, sui quali ancorare le linee che permettevano loro di ritrovare gli scogli pescosi. La Torre della Tonnara era un punto importantissimo, in quanto lo si poteva allineare con l’orizzonte più lontano nel quale altri riferimenti di rilievo erano la cima dell’isola dei Porri, la punta dell’Argentiera “Musu di Poschiu”, il palo del telegrafo, il cammino di “Monti di Borru”. Bastava spostare la torre della Tonnara all’interno o all’esterno della “forbice dei Porri”, a destra o a sinistra della punta dell’Argentiera, per ritrovare il punto di pesca. A destra di quei riferimenti la vista coglie l’Ovile del Mercante, l’Ovile Murtula, il cammino di Cala di Vacca, per allargarsi poi fino ad abbracciare Campobello, domi-nato dalla Torre Mozza, il Castellaccio, la punta Falcone, la Torre della Pelosa, l’Isola Piana e l’Asinara fino a Punta Trabucato.


117

C R O N A C A

Pg. 14/15

Leggere ed osservare il diario del pescatore è stata l’occasione per scoprire come egli nel suo piccolo fosse anche, non dico pittore, ma un disegnatore degno di rispetto e di ammirazione. Quanta poesia in quei disegni! Quanta capacità nel suggerire la profondità del paesaggio o nel disegnare gli scorci delle case! Alcune pagine sono dei veri quadretti. Talvolta era sufficiente la matita, ma spesso riusciva a riempire il disegno con pochi colori. Sul verde scuro della costa ecco il rosso dei tetti. Bellissima la pagina 48, dove la casa di Bonifacino spicca maestosa su quella di Fortunato, Santandrea e di “Effìsi”. Il senso delle proporzioni è una caratteristica dei di-segni; ma ciò che maggiormente colpisce è il modo con cui riesce ad abbracciare un orizzonte molto ampio o a raggiungere effetti pittorici, come quando gli scorci diventano brevi e ricchi di una grande naturalezza espressiva o la casa

del mercante campeggia isolata in uno spazio di colore azzurro o le case della Tonnara si affacciano sul mare con una doppia fila di finestre sovrastate dalla Torre. La pagina 19 dimostra come la ricerca di punti fermi a terra abbracci una linea dell’orizzonte molto ampia ed allora il vecchio pescatore pittore, considerata l’esigenza della pagina, muove lo sguardo dalla Tonnara sino alla costa dell’Asinara, dopo punta Barbarossa, ed il disegno si tende e curva come un arco. È difficile pensare che le mani rudi di un pescatore, in-

Ciò che colpisce chi scorre le pagine del quadernetto è che l’orizzonte, che in realtà è costituito da punti staccati, è invece percepito come un tutt’uno, così come l’illusione ottica offriva ai pescatori.


C R O N A C A

118

Pg. 18/19

callite dalla fatica, bruciate dal sole e dalla salsedine, potessero essere cosi delicate e leggere nel delineare il complesso della Tonnara o stendere i colori, che comparivano lungo i declivi dell’Asinara. Nella pagina 27 si può vedere come un tenue colore verde e azzurro si alterni ad un rosa delicato delle cime dell’isola. Suggestivo è il quadretto della pagina 45, nel quale con pochi tratti spunta il paese con la chiesa, il cimitero e la casa di Maddau, come pure quello della pagina 49 con le tre case, che campeggiano su uno sfondo scuro. Il pescatore aveva a disposizione pochi colori l’azzurro, il verde ed il rosso. Scorrere le pagine, in alcune delle quali compaiono le date del 1920 e del 1930, ha significato riscoprire Stintino nei primi decenni del novecento, senza il contorno di tutte le zone residenziali, ma con le case che le famiglie giunte dell’Asinara avevano costruito sulla lingua di terra tra le due profonde insenature.

Fin dalla prima pagina ecco comparire la casa di Baingio Maddau e quella di Silvestro Diana. Vengono poi la casa del “calzolaio”, la Chiesa con il campanile, la casa di Emilio, il cimitero, le case di Bonifacino, di Andrea Fortunato, di Effìsi, di Cristoforo, di Battista e di Vincenzino, le case “Maggiolu” e “Murtula”, la casa di Santandrea e di Martinetti. Per completare l’interessante personalità del pescatore ed in generale di tutta la gente di mare, non posso non sottolineare l’esigenza, che essi sentirono, nell’illustrare tramite la scrittura le caratteristiche dei diversi punti di pesca. Da questo punto di vista l’autore è straordinario. Egli, come suppongo tutti gli altri pescatori, aveva finito gli studi con la se-conda elementare ed aveva cominciato ad aiutare il padre nell’attività della pesca: questo spiega la presenza delle imperfezioni grammaticali nei sui commenti. A.Diana


119

C R O N A C A

Palau, gli avvenimenti dell’8 settembre 1943

La ritirata dei Tedeschi

di Giovanni Cucciari

A Palau, durante il ventennio fascista, non sono segnalati episodi di rilievo. L’assenza di una classe politica locale estremista fece si che anche le diverse opinioni politiche, in nome di una pacifica e sana convivenza paesana, fossero ignorate, salvo qualche raro episodio. Si hanno testimonianze di spedizioni punitive di squadristi maddalenini in trasferta a Palau alla ricerca forse dell’unico comunista locale, tale Battistino Azzena-Scurrina, un artigiano falegname che addirittura veniva nascosto dagli stessi amici fascisti.


C R O N A C A

S

ubito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, il generale tedesco Lungerhausen, avendo avuto dal suo comando l’ordine di lasciare la Sardegna, chiedeva al comandante militare della Sardegna, generale Basso, che il passaggio della 90° divisione corazzata tedesca per la Corsica avvenisse senza incidenti. Il generale Basso, per evitare inutili spargimenti di sangue fra militari tedeschi e italiani, danni alle case e alle opere d’arte, trattandosi pur sempre di un esodo volontario, acconsentì al ritiro delle truppe tedesche attraverso i porti di Palau e Santa Teresa Gallura. Nel frattempo, il generale Lungerhausen apprendendo dell’arrivo da un giorno all’altro della flotta italiana proveniente da La Spezia e temendo azioni di resistenza al transito per la Corsica, specialmente da parte delle batterie costiere,di comune accordo con il comandante Uneus a La Maddalena e il colonnello Almers a Palau, decise di attaccare e impadronirsi del comando delle installazioni militari di Palau e La Maddalena. Gli avvenimenti di quei giorni che interessarono Palau sono descritti dettagliatamente nella rela-zione della tenenza dei carabinieri di La Maddalena, inviata al comando della legione dei carabinieri di Cagliari. La stessa è riportata da Salvatore Sanna in “La Maddalena 1943, la piazzaforte di latta”, unitamente ad alcuni documenti della stazione CC.RR. di Pa-

11 maggio 1942 Palau, Porto: Il Duce all’imbarco per La Maddalena

120

lau, che sono qui riproposti integralmente: 8 settembre Nulla di notevole da segnalare. Disposti servizi di vigilanza. 9 settembre Afflusso di numerosi militari tedeschi nella zona e nel porto di Palau per l’imbarco. Il servizio ai posti di blocco del bivio Palau - Olbia e quello di Ponte Liscia viene integrato da elementi tedeschi. Il comandante del presidio, colonnello Marchitto Ciro, del 180° reggimento costiero, trovandosi per ragioni di servizio a La Maddalena, viene ivi fermato da elementi tedeschi. In seguito a ciò il capitano Cocco, aiutante maggiore in 1° presso lo stesso reggimento, ordina ai propri uomini di procedere al fermo di militari tedeschi. Ne consegue una sparatoria con lancio di bombe senza conseguenze. Verso le ore 13,30, rientrato in sede il col. Marchitto, la calma viene ristabilita. A sera i tedeschi occupano il corpo di guardia della polveriera di Stintino e il cavo telefonico della regia marina di Punta Nera, disarmando i militari ivi di servizio. Verso le ore 20 il comando presidio, con fonogramma diretto ai reparti in sede, compresa l’arma, informa che non si deve ostacolare l’imbarco dei tedeschi nè fare uso delle armi d’ambo le parti.

10 settembre Il comando presidio ordina lo sgombro dei reparti in sede, compresa la stazione dell’arma che inizia il trasferimento in regione Montagna ove viene avviata buona parte del materiale, carteggio del reparto e alcune armi del personale dipendente, sotto scorta dell’appuntato a piedi richiamato Battino Pietro e del carabiniere a piedi richiamato Concas Giovanni. Il brigadiere a cavallo Salis Sebastiano con 4 dipendenti vengono avviati in regione Capannaccia per essere ivi messi a disposizione del comando presidio, in trasferimento nella medesima località. La rimanente forza della stazione (i sottufficiali, compreso il comandante, e 10 carabinieri) rimangono in sede in attesa di raggiungere la regione Montagna. Rimangono pure in sede i 10 carabinieri della 41° base. 11 settembre I1 comando presidio a modifica del precedente ordine avverte che i militari dell’arma e le guardie di finanza devono rimanere in sede. Conferma l’avvenuto invio di un sottufficiale e 4 carabinieri in regione Capannaccia. 12 settembre Verso le ore 10.30 militari tedeschi e una compagnia di paracadutisti della divisione Nembo prelevano arbitrariamente carburante da un deposito in regione Capannaccia e procedono alla razzia di parecchi capi vaccini che pascolano nella zona. Alle ore 11,30 il comando presidio e i reparti distaccati dipendenti si trasferiscono in regione Capannaccia. Rimangono a Palau i militari dell’arma e quelli della regia guardia di finanza, il maggiore degli alpini Venchi Aldo e il capitano Castellani della 41° base. I due ufficiali con incarico di vigilare a mezzo di 10 fanti.


121

C R O N A C A

La caduta stessa del fascismo non provocò a Palau particolari disordini, né tantomeno ci furono epurazioni o rappresaglie. Il passaggio dal fascismo alla democrazia avvenne senza particolari scene di entusiasmo, come d’altronde è nell’indole dei palaesi. Piuttosto la loro attenzione e preoccupazione era rivolta verso la forte crisi economica, causata dalla guerra, che incombeva nel paese e stava riducendo alla fame tutte le famiglie. Lasciati loro a disposizione i magazzini viveri e vestiario di Palau. 13 settembre Dalle ore 9.30 alle ore 11.30 (o 50), intenso cannoneggiamento tra le batterie tedesche di Palau e quelle di La Maddalena. Vari proiettili esplodono nell’abitato e nei pressi della caserma senza conseguenze. Durante il cannoneggiamento i militari rimasti a Palau, compreso il maggiore Venchi e il cap. Castellani si allontanano dalla sede. Rimangono al loro posto i militari dell’arma e la regia guardia di finanza. Cessato il fuoco delle batterie i tedeschi assumono atteggiamento particolarmente ostile nei confronti dei carabinieri e delle guardie di finanza. Quest’ultime e i dieci carabinieri del comando base vengono disarmati. Il comandante della stazione, maresciallo Broccia, per evitare che uguale fine facessero le armi dei dipendenti, provvede a nascondere queste nel fienile della caserma.Alle ore 20,30 il maggiore Venchi e il cap.Castellani tornano a Palau per avvertire il comandante della stazione che anche l’arma doveva sgombrare e trasferirsi ad Arzachena. Il sottuficiale, giudicata la situazione, decide di rimanere. La batteria di Monte Altura viene abbandonata dai militi che la presidiano, dopo di averla resa inservibile. Verso sera tedeschi e paracadutisti si danno al saccheggio di alcune case e magazzini privati. L’ama interviene ma è im-

possibilitata ad infrenare siffatto stato di cose per la schiacciante superiorità di mezzi e uomini dei turbolenti. 14 settembre Verso le ore 9,30 militari tedeschi e paracadutisti in numero rilevante, armati di armi automatiche e bombe a mano sfondano la porta dei magazzini viveri e vestiario, situati nella caserma Montigi di Palau abbandonandosi al saccheggio cui prendono vivissima parte numerosi gruppi di civili di Palau, Arzachena, Calangianus, Luogosanto, Luras, e frazioni della Gallura. Uguale sorte subiscono i magazzini della società Tirrenia, dai quali viene asportato ingente quantitativo di zucchero e materiale vario, nonché alcune abitazioni private, il magazzino merce della locale stazione ferroviaria e l’ambulatorio comunale. I militari dell’arma, prontamente intervenuti, con a capo il comandante della stazione, non riescono ad impedire il saccheggio; riescono tuttavia a far depositare in caserma il carico che taluni borghesi si apprestavano a trasferire altrove. Nel far ciò i carabinieri sono fatti segno a lancio di alcune bombe una delle quali ferisce leggermente la guardia di finanza Naseddu Giovanni, che assieme ad altre dava man forte all’arma. Verso le ore 9 i tedeschi, capeggiati da ufficiali, irrompono in caserma sfondando la porta di accesso all’alloggio del comandante della stazione e piazzando innanzi al

portone principale di accesso al cortile della caserma un carro armato. I militari presenti in caserma sono costretti a restituire ai civili la refurtiva recuperata e che viene dai tedeschi stessi caricata su loro automezzi e portata fino al domicilio dei privati. Nella circostanzae durante due ritorni successivi in caserma vengono asportati la coperta sottosella del maresciallo Broccia e i seguenti effetti di casermaggio di proprietà dell’impresa: 10 coperte di lana n. 2 materassi di lana, n. 10 paia di lenzuola, n. 10 tovaglioli usati. Il carabiniere a cavallo Ivaldi Giovanni viene derubato della somma di £ 3.500 lasciata incustodita nella scuderia, nella tasca di una sua giubba. I materassi vengono in seguito recuperati. Poiché nel cortile della caserma erano stati in precedenza depositati, a cura del comando presidio, numerosi sacchi contenenti pacchi postali diretti a comandi e a militari dell’isola, i tedeschi, spalleggiati dai paracadutisti, fanno man bassa dei sacchi stessi e danneggiano quelli non potuti asportare. Buona parte di tali sacchi erano stati qualche giorno prima nascosti dal comandante della stazione nel fienile della caserma e sottratti così all’ingordigia della soldataglia. 15 settembre Continua il saccheggio dei magazzini della caserma Montigi, della stazione e magazzini privati. Numerosi automezzi militari italiani vengono re-


C R O N A C A

124

Anno 1942 Gruppo di militari nella caserma di Montiggia

quisiti dai tedeschi e adibiti a trasporto di materiale vano; altri vengono imbarcati per la Corsiica. Il maresciallo Broccia, al fine di mettere in salvo le armi dei dipendenti non ancora potuti trasferire in regione Montagna, fa caricare le armi stesse su un carro a buoi assieme ad altro materiale della stazione, compreso l’apparecchio radio e la macchina per scrivere del vicebrigadiere a cavallo Cinquepalmi Ruggero di marca Everest portatile. Sotto scorta dei carabinieri Mancosu Antonio, Acunzo Mario e Bartolotti Elio, il carro viene avviato verso la regione Montagna. Giunto il carro in regione Scopa, viene fermato da un gruppo di 35 militari tedeschi i quali impongono ai militari di scorta la perquisizione del carro. Ogni resistenza viene valutata inutile. I tedeschi si impossessano delle armi e munizioni nonché dell’apparecchio radio in consegna alla stazione e della macchina da scrivere del vicebrigadiere Cinquepalmi. 16 settembre Continua il saccheggio delle abitazioni private. Alcuni tombini per lo scolo delle acque della strada principale di Palau vengono danneggiati dai tedeschi. 17 settembre Verso le ore 15 ha termine lo sgombro dei tedeschi. L’incubo della guerra era finalmente finito, almeno in Sardegna.

DOCUMENTI DELLA STAZIONE CC.RR. DI PALAU Documento 1 Palau li 27/12/1943 al comando Stazione dei CC.RR. Palau Atti di violenza e di rapina commessi dai tedeschi L’ 11 settembre u.s., mi recai nella mia proprietà sita a 3 km da Palau e precisamente al 45° km sulla strada Nazionale e, giunto sulla carrozzabile che conduce alla casa colonica, trovai una invasione di tedeschi con automezzi, pezzi d’artiglieria d’ogni calibro, mitraglie ecc., tutte pronte ad entrare in azione. La famiglia che avevamo in detta casa era dovuta evacuare il giorno prima in vista di questo agglomeramento di truppe; era rimasto momentaneamente il mezzadro Lentischio Ilario, il quale, mi fece subito osservare che i tedeschi avevano ucciso un giovenco e asportato dal magazzino due damigiane di vino di complessivi litri 110. Riuscii ad identificare il reparto che prese le damigiane ed andai dal loro ufficiale per fare il mio giusto reclamo e chiederne il pagamento. Mi fu risposto in questi termini: «Noi essere in guerra con Italia, mangiare bere pagare niente.» Qualche ora dopo, altri tre militari di un altro gruppo, inseguivano a colpi di pistola un maiale che era nei pressi della casa; la bestia favorita dai

cespugli riuscì a fuggire. Assieme al mezzadro ed al mio fratello Sebastiano giunto in quel momento, gli facemmo segno che non avessero sparato su quella bestia: a queste nostre parole ci risposero puntandoci le pistole ed un fucile mitragliatore. Riuscito vano il primo tentativo, si recarono al porcile ed uccisero il maiale che era destinato all’ingrasso per il consumo della famiglia. Noi quantunque presenti a tutti questi atti di prepotenze, di vandalismo e di rapina non potemmo più imporci e, visto il pericolo che si faceva più intenso anche sulla nostra persona, non ci restava altro che abbandonare tutto e allontanarci da quella zona. Appena i tedeschi sloggiarono da detta località, mi recai subito per controllare e sorvegliare le case, ho notato che la casa della vigna era stata forzata e conseguentemente aperta, e con mia sorpresa, trovai che i fusti di mosto erano stati in gran parte portati via e parte buttato per terra. Sulla porta della casetta fecero una scarica di mitraglia che può essere constatato da chiunque. In conclusione nella breve permanenza ho subito i seguenti danni: 1 giovenco e 1 manzo del valore complessivo di L. 2200 1 maiale destinato all’ingrasso L. 1800 2 damigiane di vino litri 110 L. 660 Vino mosto litri circa 400 L. 2000 Totale di L. 6600 Quanto sopra risulta da denuncia da me presentata in data 30 ottobre u.s. all’Arma dei CC.RR. di questa stazione. In Fede Antonio Cudoni Sebastiano Cudoni Lentischio Ilario Documento 2 Dichiarazione: Io sottoscritto vice-


125

brigadiere a cav. Cinquepalmi Ruggero della stazione CC.RR. di Palau, dichiaro di essermi trovato presente quando il mattino del 14.9.1943 un gruppo di militari tedeschi, in numero di 15 circa, compresi due ufficiali, armati di fucile mitragliatore e di bombe a mano, dopo aver piazzato un carro armato davanti alla porta d’ingresso della caserma e sfondato il portoncino che conduce all’alloggio del comandante la stazione, si introdussero nell’interno della caserma effettuando minuziosa ispezione ai locali mettendo tutto a soqquadro ed asportando: 10 coperte di lana buone, 2 materassi di lana buoni, n° 20 lenzuola buone, n° 10 tovaglioli e n° 10 asciugamani usati ma ancora buoni. Asportarono inoltre a danno del carabiniere Ivaldi Giovanni il portafogli contenente L. 3.500 che teneva nella tasca interna della giubba, che lasciò momentaneamente nella selleria di questa caserma stessa; asportarono inoltre n°5 galline di proprietà dei militari conviventi alla mensa al Maresciallo Broccia Sebastiano, comandante la Stazione, venne più volte puntato il fucile mitragliatore da parte di un giovane ufficiale tedesco (il più inumano) per essersi lagnato delle loro odiose gesta specie quando cercò di opporsi all’apertura della porta del garage in cerca della macchina del signor Comandante la Tenenza, non persuasi della dichiarazione che la macchina stessa era già stata da altri militari tedeschi rubata il giorno prima lungo la strada, mentre l’autista cercava di portarla in salvo. Il vicebrigadiere a cavallo Cinquepalmi Ruggero Documento 3 Da constatazioni fatte personalmente risulta che, in seguito al saccheggio

C R O N A C A Anno 1942 Celebrazione della messa alla batteria di Monte Altura. un quadro del Sacro Cuore colpito da tredici pugnalate.

iniziato dai tedeschi in fuga verso Bonifacio il 13.9.1943 ai danni dei magazzini militari, dove erano depositati ingenti quantitativi di zucchero, materiale sanitario, olio, farina, cereali, vestiario, calzature, ed altro materiale vario; i tedeschi hanno ispirato e protetto da parte di gente locale, aprendo le porte delle case private con qualunque mezzo, dove non bastava lo spintone a spalle o minacciando a mano armata chiunque osasse fare osservazione. Il parroco don Usai Andrea è testimonio come il maresciallo Broccia e il Brigadiere Cinquepalmi furono puntati contro 9 mitra perché presso i magazzini di Montigia aveva fatto porre ad alcuni il fardello del loro bottino. Lo stesso afferma che dalle ore 17,30 del 14 Settembre 1943 abbia subito saccheggio nella propria abitazione, lui presente e giacente a letto con la febbre a 40 gradi o più. In un primo momento gli furono richieste le armi ed avendo egli affermato di non possederne gli fu strappato di dosso e rotto il collare di celluloide. In seguito a questo primo atto fu trattenuto quasi prigioniero (si noti, e senza mangiare e senza bere) fino alle ore 11 del giorno 16 Settembre 1943; dal quale momento i due tedeschi (piuttostogiovani e probabilmente dell’SS) avvisati da camerati che abbandonarono una macchina automobile dinanzi alla porta, lasciarono la casa canonica per recarsi alla motozattera. Tra i soli 6 oggetti lasciati in casa trovasi

Documento 4 Palau li 23 dicembre 943. Io sottoscritto Giagheddu Angelo fu Battista da Palau, dichiaro che verso le ore 14 del 15 Settembre 1943 col mio carro a buoi trasportavo dalla caserma di Palau alla regione Montagna del materiale appartenente alla caserma stessa per ordine del comandante la stazione di Palau. Il carro era scortato dai carabinieri Acunzo Mario, Bortolotti Elio e Mancuso Antonio. Giunto all’altezza della regione “Scopa” il carro venne fermato da un gruppo di militari tedeschi armati di fucile mitragliatore con i quali minacciavano i tre suddetti carabinieri intimando di scaricare il carro. Tale operazione venne eseguita dai militari tedeschi i quali si impossessarono delle seguenti armi e materiali che trovavasi bene nascosti in mezzo a del materiale del casermaggio: apparecchio radio dell’amministrazione Legionale, una macchina da scrivere di proprietà del vicebrigadiere Cinquepalmi Ruggero, più le armi e munizioni e buffetterie che aveva ben nascosto il comandante la stazione credendo di poterle salvare dalla razzia tedesca. Finita questa operazione i tedeschi ci ordinarono di proseguire. In fede di quanto sopra mi sottoscrivo, Giagheddu Angelo. Tratto da: STORIA DI PALAU di Giovanni Cucciari Taphros editore


126

C U L T U R A

SALVATORE MANNUZZU Nasce a Pitigliano in provincia di Grosseto nel 1930. Magistrato dal 1955 al 1976, eletto come deputato indipendente per tre legislature nelle liste del PCI. Abbandonata la carriera togata si dedica alla scrittura, guadagnando numerosi premi quali il Viareggio, il Grinzane Cavour e lo Stresa Selezione.

Cronache 3 RACCONTI INEDITI PER L’ALMANACCO GALLURESE

Mi succede di frequentare gli aeroporti. E in uno di essi lunedì aspettavo un volo. Pazientemente, al riparo di un po’ di giornali: come chi da abituale viaggiatore, da pendolare continuo, ha dovuto imparare tecniche adeguate di sopravvivenza. Era un aeroporto d’una località alla periferia d’Italia. Lo avevo conosciuto in anni lontani: allora era solo una stanzetta, una stazioncina di frontiera esposta ai venti di maestrale. Adesso – rimanendo invariate, anzi magari crescendo le scomodità – è diventato il luogo che si immagina: cioè un non-luogo. Dove chi ci capita spesso cerca di proteggersi dalla freddezza anonima delle cose

F. Baralla

DONNE IN AEROPORTO.

riflessioni quotidiane di Salvatore Mannuzzu chiudendosi in sé, astraendosi dietro qualche silenzioso schermo: cercando di scomparire. Ma poi scomparire non è possibile, o almeno non è facile, prima della volta buona: è stato così che a un certo punto mi hanno raggiunto degli strilli. Di donna, pareva: reiterati e intensi, rimbombavano nell’ampia sala dove io mi trovavo – ma forse sala non è il suo nome, né ce n’è uno appropriato. Comunque quegli strilli o gridi, non intelligibili, misti chissà anche di pianto, continuavano, ricoperti dai loro stessi echi; può darsi anche da altre voci, maschili queste. Però sembravano – strilli o gridi che fossero – espressione non tanto di do-


127

lore ma più d’ira, di rabbia: come fosse in corso un litigio increscioso. – O se era dolore, pensavo, era magari un dolore manifestato e amplificato ritualmente, nella forma isterica che appartiene a certe dimensioni sociali. E non sollevavo gli occhi a guardare ciò che stava succedendo; all’altro capo di quello stanzone, di quel lungo e squallido locale: là in fondo, dove forse si raccoglieva un assembramento. Di gente che a un certo punto si era diretta, in una specie di piccolo rumoreggiante corteo, verso l’ufficio della polizia. Poi ho capito, dai discorsi che altri viaggiatori facevano tra loro: due negre, probabilmente due prostitute, venivano imbarcate su un aereo per essere espulse dall’Italia. E si ribellavano; si ribellavano in quel modo, inutilmente: perfino cercando di spogliarsi lì in pubblico, nel tentativo impotente di difesa cui donne come loro pare usino ricorrere dentro frangenti simili.

C U L T U R A

Non ne ho saputo più nulla, s’intende: non ne saprò più nulla. Ma cosa rimane d’un fatto del genere, a chi casualmente si trova a esserne testimone, a venirne anzi lambito, solo un attimo? Gli rimane, magari, una specie di tardo rimorso per l’inerzia; inerzia se non altro di attenzione, di sentimenti: mentre qualcuno gridava, piangeva, lottava, come era capace. Rimane e insiste, per un po’ di tempo, il pensiero di quelle due donne mai conosciute e, si può dire, mai viste; proprio quelle due, non altre, tra le innumerevoli come loro. Per quali vicende sono capitate in questo nonluogo, che deve sembrargli ricco di beni, se con accanimento e lacrime si sforzano di restarci; come può essere la loro vita, diventata così: vita di donne che si spogliano in pubblico per disperazione e rabbia, non riuscendo altrimenti a dire le proprie ragioni; verso quale altro non-luogo adesso sono dirette. ■

Rimane e insiste, per un po’ di tempo, il pensiero di quelle due donne mai conosciute e, si può dire, mai viste; proprio quelle due, non altre, tra le innumerevoli come loro. PADRE E FIGLIO. Ha diritto un figlio a stare vicino sino all’ultimo al padre che muore? La risposta è prevedibile: pare fuori discussione che un tale diritto sia insito nelle leggi di natura. Ma la domanda va specificata: ha diritto un figlio a stare vicino sino all’ultimo al padre che muore giustiziato? Cioè se ha il diritto di vederne l’esecuzione capitale. Non è un caso di scuola, è un caso vero. E i giornali a suo tempo ne hanno parlato. Brevemente, tra riprovazione e svagato distacco: si avvicinavano le vacanze di Natale, non sembrava l’atmosfera adatta. Comunque: un ragazzo, pare poco più d’un adolescente, viene ammesso ad assistere all’esecuzione del padre, con la sedia elettrica. Michigan City, Usa, Stato dell’Indiana: i testimoni e i parenti, fra essi questo figlio, stanno in una piccola stanza che solo un vetro blindato separa dal supplizio; e lì, da dietro quel vetro, il figlio vede tutto, prima i preparativi e poi l’uccisione: pochi minuti dopo mezzanotte, “senza gran movimento” dirà qualcuno dei

presenti, “solo molte scintille che si sprigionano dalla testa del giustiziato”. Costui aveva partecipato a una rapina e al conflitto a fuoco che ne era seguito: durante il quale era stato colpito a morte un agente di polizia (da altri). Quattordici anni fa; il ragazzo, il figlio, doveva essere un bimbetto. E dopo quattordici anni il condannato sconta finalmente la pena: “morendo in pace con se stesso”, dichiara la sua famiglia. Ma a me resta il pensiero del figlio, passati (non so come per lui) quei quattordici anni: del figlio nella notte di Michigan City; e poi nei giorni che verranno. Resta il pensiero dell’eredità – le immagini ultime, di là dal vetro – che gli è toccata e che credo gli rimarrà tutta la vita: davvero capace di cambiare una vita; se gli permetterà di trovare un po’ di pace. E viene da insistere sulla domanda dalla quale siamo partiti. Era giusto – come evidentemente le autorità dell’Indiana, Stati Uniti, hanno ritenuto – consentirgli di essere là, nella camera della morte, ad assistere?


Penso che la risposta sia ardua. Ammettiamo che il ragazzo fosse maturo: come un adulto. Solo così la questione si pone in tutto il suo peso. Si poteva permettergli di divenire spettatore di quel fatto? Dato che poi non di uno spettatore si trattava, evidentemente, ma di un attore: d’uno che così assumeva ruolo di protagonista, come l’altro che si vedeva di là, mentre veniva condotto alla sedia, legato su di essa, lasciato solo... Non è meglio, meno indecente, meno ipocrita, che lo stato, uno stato, celebri al suo interno, senza testimoni, senza complici e nei modi più segreti, o persino sordidi, riti simili? D’altra parte c’è il ragazzo – ma è ormai un uomo – che dice: io voglio esserci, è mio padre, voglio stare con lui sino all’ultimo. Come negargli un simile diritto? Non sarebbe un’ipocrisia ancora più grave e imperdonabile? Non sarebbe un volersi sottrarre alle responsabilità di quella morte che fred-

128

damente si infligge, così? Se hai coraggio, uccidilo davanti a me: dice il ragazzo allo stato. E lo stato il coraggio lo trova. La questione dunque pare insolubile. Non possiamo permettere e insieme non possiamo non permettere che il ragazzo rimanga lì, fra gli altri testimoni, a guardare sino alla fine. E la questione pare – è – insolubile perché nella sua formulazione c’è un errore: la pena di morte. Un errore di fondo: è vero. Ed è vero che i numeri, trattandosi di vite umane, contano ma insieme non contano; basta ne sia in gioco una sola: la sua soppressione – codificata, deliberata e con le debite scansioni attuata, in nome della collettività, da chi la rappresenta – quest’unica soppressione di vita, a Michigan City, Stato dell’Indiana, Usa, getta un’ombra incancellabile sul mondo. Tutto vero: vero e sacrosanto; ma la risposta alla nostra domanda resta, angosciosamente, incompleta. ■ F. Baralla

C U L T U R A

La questione dunque pare insolubile. Non possiamo permettere e insieme non possiamo non permettere che il ragazzo rimanga lì, fra gli altri testimoni, a guardare sino alla fine. LA FACCIA OSCURA DELLA LUNA. C’è un uomo di cin-

quantaquattro anni; sembra mal portati: lo affligge una cardiopatia, la lunga barba che si lascia crescere è tutta bianca. La sua storia non è fuori del comune. Dopo un lontano periodo di emigrazione all’estero, è stato operaio metalmeccanico: quando le fabbriche giù sotto il paese erano attive; insieme è stato militante d’un partito politico: quando quel partito poteva segnare la vita di chi

ci credeva. Poi lo hanno messo in cassa integrazione; poi in pensione. E così, a poco a poco, ha perso il desiderio e il gusto dei rapporti con il prossimo. Non si pensi a un qualsiasi irregolare, a un emarginato: piuttosto – sembra – a una persona che sceglie di vivere sola, nella sua piccola casa e con il suo piccolo reddito che gli basta. Il paese è in costa e si affaccia, come altri, su una grande valle. Era un paese sardo di contadini e pastori: il mi-


129

F. Baralla

raggio delle fabbriche nascenti giù nella valle lo ha tradito. Giacché ora quelle fabbriche sono chiuse: e diventano ferrivecchi, ergono inutilmente le loro ciminiere bianche e rosse, dilavate dal tempo, contro un cielo che là è sempre alto, fatto di luci scialbe. C’entra, con un simile teatro, lo svolgersi successivo della vicenda? In paese c’è anche un ragazzo, di vent’anni. Lo si ritiene piacente, di bell’aspetto; e, si dice, ha fortuna con le donne. Indossa un prevedibile giubbotto nero di pelle, talvolta si rade i capelli a zero: ma adesso li porta corti, con un ricciolo che gli piove sull’occhio destro. Non sappiamo se questo ragazzo sia disoccupato, come tanti altri – davvero troppi. Né sappiamo se sia povero o benestante. Certo dispone, almeno qualche volta, di un’automobile. Si tratta dunque di due personaggi esemplari: di due personaggi tipici. Anche se il ragazzo forse non ha vissuto, giovane com’è, l’agonia delle prospettive legate al destino industriale della valle, quella vera e propria catastrofe; ma certo l’ha succhiata col latte materno e continua a respirarla nell’aria. E’ dunque tipico anche il contesto: la regressione del paese, la vanità delle contaminazioni che esso subisce, la sua speranza delusa e la sua identità disfatta. In un tempo nel quale tutto – qualsiasi immagine, qualsiasi lusinga – arriva ormai dappertutto. Solo che la somma degli elementi descritti – così carichi di rischio, se si vuole d’infelicità – non basta a produrre il risultato di cui ora parleremo. E’ una somma inferiore a esso, per quantità e per qualità. Certo, il malessere economico, di cui non si vede la fine, non è irrilevante; e quella che abbiamo chiamato catastrofe incide: catastrofe antropologica, mutazione che sembra priva di approdi e di senso. Sì, deve aver contato la crescente povertà d’ossigeno, il serrarsi di tutte le strade per le quali i passi potevano spingersi: deve aver pesato che la vita del paese si

C U L T U R A

riduca al residuo di mille differenti sconfitte. Ma ciò che poi è successo resta fuori da tali proporzioni: e sembra abbia anche un’altra natura, sconosciuta. Cos’è successo? Sere fa il ragazzo di vent’anni gira alla guida di un’automobile, insieme a suoi amici più giovani di lui (“minorenni”). E sotto il paese, sul ciglio della strada, arranca l’uomo di cinquantaquattro anni, con la sua lunga barba bianca: chiede un passaggio. Glielo danno, lo portano da periferia a periferia. Lì lo fanno scendere, lo spaventano, lo minacciano, lo picchiano: e, uno dopo l’altro, lo violentano. Forse qualcuno adopera anche una bottiglia. E che farne poi di quell’uomo, di quel vecchio? C’è un cassone metallico per la raccolta dei rifiuti: lo gettano dentro e chiudono il coperchio. Si sa che la violenza sessuale dipende, più che altro, dalla voglia di aggredire, di far male, di umiliare, di sottomettere. Ma la violenza che abbiamo raccontato esprime una prepotenza solo fine a sé stessa, pura: scevra – almeno secondo il metro comune – di spinte riconducibili all’istinto della generazione. Non che questo istinto non sia venuto in causa; sembra però si sia trattato, invece che della sua soddisfazione, d’un suo uso trasversale, mimetico: per altro. Che altro? Ecco, è la gratuità ciò che colpisce; gratuità tanto più crudele quanto più insistita: articolata in atti ripetuti e in un lasso di tempo non breve: dunque in grado di assistere, man mano, alle proprie conseguenze. E allora la domanda che rimane, e inquieta senza trovare risposta, è che cosa – insieme ad altro che sappiamo – sta all’origine di atti simili. Qual è il loro nocciolo, opaco e imperscrutabile. E come la loro faccia – che ci pare più lontana e fredda della faccia oscura della luna –- è parente della nostra: forse, in qualche misterioso modo, è la nostra stessa faccia. ■


131

C U L T U R A

SANTA TERESA GALLURA COMPIE 15 ANNI IL PREMIO DI POESIA GALLURESE-CORSO

I versi che uniscono

di Piero Bardenzellu

DA CINQUE ANNI SI È AGGIUNTA LA PROSA GRAZIE AL COMUNE DI AGGIUS

T

ra i vari concorsi letterari che caratterizzano lingua,cultura e storia locale in Sardegna, il “Lungoni” si distingue per due peculiarità: è aperto soltanto alle opere realizzate in lingua gallurese e corsa, rientra in un progetto culturale di largo respiro che accomuna le cosiddette “isole sorelle”. L’idea era nata svariati anni fa, nel corso di alcune rimpatriate tra galluresi della sponda sarda e parenti e amici di vecchia e nuova generazione, ormai integrati nella società corsa. Anche se timidamente, si iniziava a parlare di Europa dei popoli, in alternativa a quella delle patrie, e le culture locali, tenute per troppo tempo a margine di quelle nazionali, sembravano conoscere una promettente stagione per dispiegare tutta la loro validità. I tempi, però, non erano ancora maturi ed il progetto venne accantonato. È stato ripreso quindici anni fa, al termine di una manifestazione che, anche se marginalmente, coinvolgeva storia e cultura galluresi e corse. Il colloquio con l’allora sindaco Nino Nìcoli è stato rapido e diretto, è arrivata immediatamente l’intesa e sono state poste le condizioni per passare subito alla fase operativa tenendo presenti alcune regolette essenziali: niente contaminazioni politiche, rispetto della pluriculturalità, piena libertà d’azione su base volontaria. Il progetto è stato bene accolto anche dalla Regione, che lo ha incluso tra quelli ritenuti meritevoli di un finanziamento adeguato. A dare gambe al progetto hanno provveduto l’efficienza

dell’ Ufficio comunale cultura, l’entusiasmo dei poeti e quattro amici di vecchia data, chiamati a far parte della giuria: Gian Carlo Tusceri, Franco Fresi, Petru Leca e Ghjuvanni Baptistu Stromboni. Poeti, scrittori, saggisti, giornalisti, figure di grande spicco che, con i loro diversi e significativi percorsi personali e culturali, da una parte e dall’altra dello Stretto di Bonifacio, hanno dato un apporto straordinario ad un’iniziativa che doveva fare i conti con alcune novità da collaudare sul campo. Al termine di due convegni, svoltisi a Bonifacio e a Sotta, volti a valorizzare il patrimonio linguistico e culturale delle due isole, del “Lungoni” si parlava già come di una nuova ed affermata realtà. Da citare l’espressione usata per manifestare il proprio entusiasmo da Stromboni:” Quistu è un miraculu!”. L’eterno fanciullo innamorato della sua terra, fondatore di “A scola corsa”, spesso in rotta di collisione con gli ambienti istituzionali tradizionali , aveva fotografato con perfetta sintesi una realtà storica. Alle proposizioni di fede sono seguiti atti di buona volontà, che hanno fatto del concorso uno dei punti fermi dei programmi culturali del comune di Santa Teresa dando vita anche ad altre iniziative, intese come un arricchimento del disegno principale. Sopra, Francesco Muntoni, sindaco di Aggius, e Piero Bardanzellu, sindaco di S.Teresa Gallura, presiedono alla premiazione del concorso.


C U L T U R A

132

CONCORSO DI POESIA “LUNGONI” – ELENCO VINCITORI 1995 - 2005 I EDIZIONE 1995 Sezione Gallurese “Tarra mea” di LUCIO SPANU

VII EDIZIONE 2001 SEZIONE CORSA “Cinnàra” di MARCU CECCARELLI

I EDIZIONE 1995 Sezione Corsa “Cuddidora d’alivi” di GHJACUMINU CALISTRI

VIII EDIZIONE 2002 SEZIONE GALLURESE “Rasina... una spera!?!” di GIGI ANGELI “Candu ‘enarà lu tempu” di GIANFRANCO GARRUCCIU

II EDIZIONE 1996 Sezione Gallurese “Cantu di ghjanna” di GIULIO COSSU “A signora du difinitivu” di ANTONIO CONTI II EDIZIONE 1996 Sezione Corsa “Fiore di vita” di GHJUVAN’ GHJACUMU ANDREANI III EDIZIONE 1997 Sezione Gallurese “A puisia” di ANTONIO CONTI “Disiciu” di GIUSEPPE TIROTTO III EDIZIONE 1997 Sezione Corsa “Bonifaziu” di MARCU CECCARELLI IV EDIZIONE 1998 Sezione Gallurese “Ziu fulanu” di PAULU RUSSU “Canticu” di LUCIO SPANU

VIII EDIZIONE 2002 SEZIONE GALLURESE – GIOVANI “Poesia dedicata a Elisabetta” di STEFANO SALE (Classe II C Scuola Media “G. Deledda” di Tempio Pausania) VIII EDIZIONE 2002 SEZIONE CORSA “Eppuru era innuzenti!” di FRANCA ERRANTI alias “FRANCA MAZZITTONI” IX EDIZIONE 2003 SEZIONE GALLURESE “La misséra” di PIERO CANU “Sulitai” di GIOVANNI MARIA PALA IX EDIZIONE 2003 SEZIONE CORSA “Di qui e’ d’altro” di NATALI VALLI

V EDIZIONE 1999 SEZIONE GALLURESE “Fola antica” di PIERO CANU “Noi chi figghjlaami luntanu” di GIUSEPPE TIROTTO

X EDIZIONE 2004 SEZIONE GALLURESE “Annina” di BENITO SABA “Soni d’almunia” di MARIA SALE “Nostalgia” di GIACOMO MOLINAS

V EDIZIONE 1999 SEZIONE CORSA “A casa abandunata” di FILIPPI DON GRIMALDI

X EDIZIONE 2004 SEZIONE CORSA “Ciau” di LISANDRU MUZY

VI EDIZIONE 2000 SEZIONE GALLURESE “Varrasoli” di ANDREA QUILIQUINI “Sera di ‘arru” di GIANFRANCO GARRUCCIU

XI EDIZIONE 2005 SEZIONE GALLURESE “Chena uppultunitai” di GIANFRANCO GARRUCCIU “Lu rumbiccu di lu entu” di ANNA MARIA RAGA

VI EDIZIONE 2000 SEZIONE CORSA “I venti messageri” di CIPRIA’ DI MEGLIO VII EDIZIONE 2001 SEZIONE GALLURESE “Tanca abbandunata” di GIUSEPPINA SCHIRRU “Primma fritu” di GIULIO COSSU

XI EDIZIONE 2005 SEZIONE GALLURESE – GIOVANI “Lu me amatu nonnu” di VALENTINA BIANCO XI EDIZIONE 2005 SEZIONE CORSA “Tempi e tempi” di MARCEDDA STEFANELLI


133

C U L T U R A Comune di Santa Teresa Gallura Provincia Olbia-Tempio Assessorato alla Cultura

Regione Autonoma della Sardegna CONTI E PUISIA

15° CUNCURSU DI PUISIA GADDHURESA E COSSA

“LUNGONI” Sopra, Concorso Poesia. Nicola Azara noto Truncheddu il più vecchio concorrente

Con Santa Teresa capofila per i riferimenti regionali, da cinque anni alla poesia si è affiancata la prosa, ottimamente gestita dal Comune di Aggius,che completa il disegno complessivo, volto creare un ponte culturale permanente con gli amici corsi e a valorizzare talenti di vecchia e nuova generazione. Il collega Francesco Muntoni, sincero appassionato della cultura popolare tradizionale, ed i suoi validi collaboratori stanno dando il meglio di sé. Per il settore della prosa la giuria è formata da Tonio Biosa (presidente), Andrea Muzzeddu, Franco Fresi, Quintino Mossa, Giacomo Mameli, Jean Jaques Andreani, Christian Andreani, Noel Valli. Anche in questo caso si tratta di un perfetto connubio tra passione e capacità professionale. Nel suo piccolo,anche il “Lungoni” contribuisce a valorizzare il passato e a costruire il futuro; attraverso poeti e prosatori, che con la loro sensibilità sanno armonizzare emozioni e riflessioni e raccontare la storia degli uomini. Strada facendo abbiamo dovuto subire la perdita di alcuni degli amici che al concorso hanno dato un notevole contributo. Tra i poeti scomparsi ricordiamo Ferruccio Mannoni, Giulio Cossu, Andrea Quiliquini. La giuria ha perduto il suo decano, Stromboni, al quale è subentrato l’amico Jean Marie Arrighi, poeta, scrittore e saggista raffinato. Per ragioni di deontologia, che non devono mai essere ignorate, assunto l’incarico di Sindaco ho affidato la presidenza all’abile regìa di don Giuseppe Masala, che sta compiendo un ottimo lavoro. Abbraccemu li nostri frateddhi cossi e li ringraziemu pa l’agghjutu chi ci so dendi, cu la spiranza d’agattacci sempri in paci e in almunia e, senza vulé pratindì troppu, ancora in bona saluti. Cilcaremu di siminà sempri boni sintimenti e aspettaremu cun fidi la stagioni di la ‘ncugna. P.Bardenzellu

Ghjudicarani li puisii Giuseppe MASALA (Presidenti) G.Carlo TUSCERI (Cummissariu) Franco FRESI “Pierre LECA“ Jean Marie ARRIGHI“ ISCADENZIA, LA DI 20 DI LU MESI DI SANTANDRIA 2009 Pa infulmazioni chjamà li nùmmari: 0789/741317 (Biblioteca) - 0789/740944 (Cumuni) Saldi e Cossi si còntani frateddhi pa lingagghju, custumanzi e sintimenti, li dui isuli si chjàmani sureddhi basgiati da lu mari e da li ’enti la puisia no ha làccani o chjusuri e faeddha a lu cori di la ’jenti, in Lungoni fèmuci l’auguri di mantinécci sempri sumiddhenti. (Petru)

BÀNDIU 2009 1. 1. lu Cumuni bandiìhhja un cuncursu di puisia scritta d’algumentu libbaru, nummatu “Lungoni”, riselvatu a li puetti chi cumpònini silvendisi di lu lingagghju gaddhuresu e di chiddhu di la Còssica d’ignò, in tutti li varietai; 2. 2. ci so dui sizioni: una pa l’opari in gaddhuresu e l’alta pa chiddhi in còssu. Pa dugnuna di li dui sizioni è privista una paltizipazioni a banda pa li cioani da li 8 a li 18 anni, chi déini dichiarà pa iscrittu la só’ candu prisèntani li puisii. Ca non lufaci paltizipigghja a li sizioni prinzipali. Li puisii poni esse in rima o no; 3.3. l’opari prisintati fèlmani di proppietai di l’olganizzazioni, chi sinni po' silvì comu meddhu credi fendi ancora cambiamenti illu scrittu e senza nuddha duè a li puetti; 4.4. dugna puetta po' paltizipà solu cu una puisia, chi no dei suparà li corantarighi e no dei èsse stata primiata in alti cuncursi; 5. 5. dugna puisia, scritta a macchina in modu chjaru e in una sola coppia, dèi esse filmata e dèi aé lu ’ndirizzu e lu nùmmaru di lu tileffunu di lu puetta; 6. 6. l’opari no dèini arrià più a taldu di la dì 20 di lu mesi di Santandria a: CONCORSO POESIA “LUNGONI” Comune di S. Teresa Gallura (OT). Li puetti còssi li poni spidì ancora pa fax a li nùmmari 0789/754794/755527/740946; pa infulmazioni chjameti a li nùmmari 0789/741317 – 0789/740944, e-mail:bibliostg@tiscali.it, www.comunesantateresagallura.it; 7. 7. li dizzisioni di la ’juria no si discùttini; 8. 8. pa dugnuna di li dui sizioni so privisti un primu premiu di 750,00 Euro, un sigundu di 500.00 , un telzudi 250,00 e un qualtu di 125,00 . Pa dugnuna di li sizioni di li cioani so privisti un primu premiu di 150 Euro, un sigundu e un telzu premiu in ugghjetti. La ’juria é lìbbara d’assignà ancora alti premi, siddhu vi so opari chi mirétani; 9. 9. so privisti: pa li puetti gaddhuresi una talga “Lu Cumuni di Lungoni”, una talga “Gianni Filigheddu”, una talga “Andrea Quiliquini” e una talga “Giulio Cossu”; pa li puetti còssi una talga “Jean Baptiste Stromboni”; 10. 10. la zirimonia di primiazioni sarà fatta in Lungoni la dì 12 di lu mesi di Natali 2009a li 4 di sirintina illu Poltu, Sala Convegni Centro Servizi Taphros

LU SINDACU, PIERU BARDANZELLU


C U L T U R A

134

UNA STORIA DEL 1707 L’IMPRESA DI LU BULTIGGIATESU E DI CAPUCABADDU

Quando venne rubato

Dio

di Lucio Pirodda l sole risplendeva ancora abbagliante a mezz’altezza sull’esteso orizzonte dell’azzurro nostro mare in quel limpido tardo pomeriggio di fine maggio, o dei primi di giugno, del 1707, quando un piccolo veliero contrabbandiero giunto in mattinata di quello stesso giorno dalla Corsica, con le vele ammainate, era ancorato a pochi metri dalla riva nella spiaggia di Lu Stagnu di Tinnari. In questo solitario lido della Gallura (dal pittoresco paesaggio da Eden, aspro e di rara bellezza, con la foltissima verdeggiante macchia mediterranea e con le granitiche scogliere rosse) i pochi uomini d’equipaggio, ed altri “portuali” a terra, con una scialuppa e da un improvvisato pontile di tronchi, avevano ormai già, com’era consuetudine, scaricato un saccamarru (molta e di vario tipo) di merce da bordo dell’imbarcazione. E dopo di che avevano caricato della roba sulla medesima (tra cui sacchi di grano dell’annata precedente, due mucche di razza sarda e due maiali, tenuti pronti, questi ultimi , per l’imbarco nell’apposito recinto in Lu Coddu di La Chirina, sito nei pressi e per cui ancora così chiamato. Vi erano già “comodamente” stivati sul nostrale “Bucintoro”, un toro, un cavallo, un asino e un polcu,(maiale) caricati da Andria Polcu e Matteu Casgiu con altri vignolesi nella rada di Greuli, dove all’alba aveva prima fatto scalo, sempre per scarico e carico merci, nonchè appunto bestiame, ed il tutto ovviamente previo

I

“sdoganamento”. Subito dopo il rosso tramonto i marinai si apprestarono ad issare le vele, ma per salpare, poiché nel contempo dalla scogliera avvistarono, con i loro occhi di corvo, una corvetta, certamente spagnola che incrociava a largo in perlustrazione marittima, attesero che fossero calate le prime ombre della sera. In poche ore sospinti da un leggero vento di libeccio, ancor prima di la posta riga (l’alba) in quella placida notte giunsero presso la costa corsa in una baia a sud di Ajaccio ed iniziarono ad accostare con molta cautela. I naviganti (secondo consolidata tradizione e come tutta questa storia attinta soprattutto da “La Gazzetta di Cascabraga”) erano : Gjuanni Capucabaddu – originario di Bortigiadas e residente in quel tempo a Li Lizzi Longhi, famoso trafficante e spedizioniere, comandante del naviglio con il “grado di capitano di vascello” – Barrabò, addetto alla cam-

busa, domiciliato nel nostro territorio, come pure allora Gjuanni Aintili, buon lupo di mare anche lui oltre che allevatore di bestiame, un corso-toscano che in precedenza dimorò a Bastia, l’altro corsicano il nocchiero Corrimozzu, delle parti di Casamozza, che come mozzo aveva iniziato la sua carriera di marittimo e che si “congedò da commodoro”; e facevano parte della spedizione anche due tizi di Cascabraga, dei quali siamo a conoscenza dei nomi delle rispettive famiglie di appartenenza ed i cui discendenti sono tuttora presenti nel nostro paese. A bordo vi era pure come attendente un certo Culcuddu,un sardo che allora dimorava qui in zona. Alle primissime luci del mattino, prima di approdare, come d’accordo e secondo la solita prassi instaurata con i soci d’affari corsi , fissarono lo sguardo sopra un alto scoglio di Cala di Tromba, di dove con un tromba del tipo da bandiadori - un uomo di cui intravedevano la sagoma , oltre che con qualche squillo, con una bandiritta zirria zirriola alla maniera da starter e a sbrazziulati faceva dei segnali convenuti che tutto era a posto, poiché non aveva siriatu gendarmi nei dintorni. Perciò dal natante subito si diressero a riva senza esitazioni. Dopo averli scollettati , i sacchi di granaglie vennero prima ammucchiati e poi portati via sull’imbasto di cavalli e muli. Mentre invece, dopo essere stati fatti uscire dalla stiva – sovente posta a lu bazarru, os-


135

sia ad un uso non esattamente da yacht – e sbarcati, i capi di bestiame, da dei cow boy della zona, vennero subito condotti via a truvatura. Concluse le operazioni portuali a l’ora di la pruenda, sardi e corsi, sedettero a mensa per consumare l’arrosto - dopo aver innant’a una teggja preso posto per un pasto non proprio parco – di un porco. Nel primo pomeriggio arrivarono le altre mercanzie da imbarcare in cambio ( numerosi rotoli di tela francese, sacchi di zucchero ed altra roba) che vennero portate a bordo e collocate sottocoperta. Datisi, con i colleghi corsi, appuntamento nello stesso luogo per il mattino di due giorni dopo (per il vicendevole scambio di roba, di provenienza lecita e talora, se non spesso, acquisita da lu latrazzummu – ruberie ) calato il buio issarono le vele e presero il largo. Ma dopo poche miglia, anziché fare rotta verso il nord Sardegna, virarono a babordo e, con il mare leggermente increspato ed al chiaror di luna, poco più tardi accostarono e gettarono, non per puro caso, l’ancora nella baia sottostante la collina in cui è situato l’Eremo de La Trinitè presso Bonifacio. Ed era esattamente la nottata dell’antivigilia della festa del titolare di detta chiesa. Rimasti Barrabò e Corrimozzu a bordo di guardia , Gjuanni Capucabaddu , Culcuddu, che andò in avanscoperta di lì a poco nel tragitto, Gjuanni Aintili e i due di Cascabraga, con la scialuppa che avevano sempre a traino del veliero, scesero a terra e (per ogni evenienza tutti armati di archibugio e di sciabola ) al lume di selene si avviarono subito per un sentiero tra rocce e macchia e di cui erano a cognizione. Poi d’una stunda arrivarono allo spiazzo davanti all’Eremo, ugualmente da essi ben conosciuto. Dopo pochi attimi, guardandosi intorno e vedendo che tutto era tranquillo, poiché si udivano solo i canti dei grilli e di una zonca appollaiata sul tetto , lu bultiggjatesu seguito dagli altri quattro “moschettieri”, brandendo un grimaldello, che dall’imbarcazione aveva condotto appositamente con sè, si avvicinò alla porta e con l’attrezzo, for-

zato lu frisciu – serratura – la aprì. L’interno era discretamente illuminato da alcune candele a metà, ancora accese davanti alla nicchia del simulacro della Santissima Trinità, e lasciate da alcuni soci di una locale confraternita che nel pomeriggio erano venuti per i primi preparativi della festività dell’indomani dopo. Gjuanni Capucabaddu < che pochi anni prima, durante un casuale incontro ,aveva promesso, facendo voto solenne, al vescovo locale il quale si era lamentato del fatto che l’antica statua del titolare della nostra chiesa era piuttosto malandata, che appena possibile avrebbe provveduto a procurarne una nuova> in quegli istanti era assai giulivo, poiché infatti – avendo sempre in mente la cosa – stava finalmente adempiendo al suo impegno votivo. Perciò dopo essersi devotamente prosternato, senza perdere tempo in giaculatorie, poggiando un piede sulla sedia del parroco, si arrampicò sull’altare e, aperta la ‘jannitta vetrata, afferrò “Dio” a tuttu chintu ed estrattolo dalla sua nicchia, lo porse ad uno dei due cascabraghesi che lo infilò subito dentro una robusta balletta di iuta. E così costui mise “Dio” nel sacco. Quindi, usciti furtivamente dalla chiesa, dopo aver rubato “Dio” < e portandolo sulle spalle per un tratto ciascuno lungo il tragitto > seguiti da Culcuddu, rimasto di retroguardia, le quattro persone umane arrivarono alla riva del mare con le Tre Persone Divine. Ma solo due di esse approdarono in Gallura, poiché si imbarcarono “clandestinamente” solo il Padre e lo Spirito Santo. Infatti risaliti sulla scialuppa col “malloppo” e montati lestamente a bordo gli altri quattro, prima di salirvi a sua volta, lu bultiggjatesu porse i Tre imballettati a Barrabò < il quale nel frattempo, mentre quelli portavano a compimento la missione Trinitaria, con l’altro rimasto con lui nella cambusa, si la fesini ciarra ciarrendi tra iddi e cun baj moru - vino nero-, compiendo così la missione vinaria> che li agguantò per il “bavero” ma <prima di sistemare la statua sottocoperta, attraverso un boccaporto, comodamente adagiata tra li baddoni

C U L T U R A

di tela francese> a causa di la scaldazzata fesi una sbanghinata. E così azzuppesi il sacro involucro al parapetto e, dal sacco non chiuso con un legaccio, inavvertitamente, staccandosi dagli altri Due, cadde in mare il Cristo Crocifisso. Nè chi prese la statua insaccata tra le mani e né gli altri al momento,nel buio, ed essendo impegnati a levare gli ormeggi, si resero conto dell’accaduto, se no ovviamente, avrebbero recuperato all’istante il Figlio di Dio, che appunto, così non s’imbarcò e non perché fosse sprovvisto di biglietto. (Stando a quanto si narra, trascinato dalla corrente, il crocifisso sarebbe finito sul litorale mediterraneo della Spagna, dove venne devotamente raccolto e sarebbe tuttora esposto al culto in un santuario; oppure secondo un’altra versione sarebbe “miracolosamente” approdato sulla costa laziale e si troverebbe ora in una chiesa dell’Italia Centrale ). Quindi levata l’ancora, chena dalli trinchittu, con il vento di grecale in poppa, gli incursori diressero la prua verso la spiaggia di Tinnari dove approdarono dopo poche ore. A terra li attendevano già, con i cavalli, i camalli, quattro o cinque tutti della zona e che dovevano aiutare a scaricare e poi condurre la roba sistemata sull’imbasto degli equini,verso Cascabraga < allora “città di frontiera” per questo tipo di attività> per l’ammasso in luogo segreto ed il successivo smercio. Avviatisi costoro in colonna someggiata per gli abituali sentieri selvaggi, e rimasto Corrimozzu casalatu <assopito> a bordo, e già scesi gli altri, Capucabaddu portò a terra “Dio” < anche se in quel momento era “bino” più che “trino”> dentro la sua custodia di rustico tessuto. Già nel trasbordo dal veliero alla scialuppa era parso al comandante che “Dio” fosse diventato più leggero. Perciò appena spiaggiato , avendone ancor più netta la sensazione, aprì il sacco e non potè far altro che constatare che effettivamente anche se inspiegabilmente, mancava Gesù Crocifisso. Tutti tra loro si scrutarono negli occhi ma non poterono dare subito una


C U L T U R A

risposta all’accaduto e che dettero solo in seguito, per logica deduzione, ed anche perché Barrabò, dopo la ventilata navigazione, per cui aveva già sbucciatu la ‘mbriaghera, si ricordò che, oltre a lu zoccu, aveva sentito anche uno splash. Fermatosi Barrabò a Tinnari a sbrigare le sue faccende carbonare e caprare, collocatosi la statua ben fissata dietro di lui a l’alcu di la sedda, Gjuanni Capucabaddu <a caaddu d’innanzi, come per la sua riconosciuta autorità era solito disporsi negli spostamenti “cavallereschi” e per cui gli venne attribuito questo appellativo con cui è noto> e gli altri dell’onorata ciurma , risalirono la custera intendendo recarsi anch’essi a Cascabraga. Da qui in tempi successivi avrebbero portato il “Dio” rubato alla sua casa prescelta, ovvero alla antica Chiesa della Santissima Trinità di Agultu per porlo sull’altare al posto del malridotto vecchio simulacro. Ma giunti sul colle, nei pressi della ancora cosiddetta “casa di li cossigani” proseguirono oltre e, prima di arrivare alla non lontana dimora di Gjuanni Aintili per precauzione deliberarono < e per ogni evenienza – e come di fatto poi avvenne per un determinato periodo anche se poi nelle apposite investigazioni non conseguirono alcun risultato –pensando che dalla Corsica, non rassegnandosi al beffardo trafugamento, sarebbero giunti emissari alla ricerca della statua scomparsa > di condurre temporaneamente l’antica effige scultorea al vicino – e per cui ancora così chiamato Canali di La Santa. E quivi, in una conca ben occultata tra la mataglia e poi di averla avvolta a più strati in una tenda impermeabile per proteggerla dalle intemperie, la collocarono segretamente e pensando di lasciarla lì finchè, spe-

136

cie sull’altra sponda del mare “le acque non si fossero calmate”. Per qualche ora poi Gjuanni Capucabaddu si recò allo stazzo della sua “Corte di Li Lizzi Longhi”, onde controllare e dare disposizioni per le sue attività agresti, gestite durante le sue assenze dal suo “gran ciambellano” Gjuanni Rumbu, che talora gli faceva pure da nostromo nelle sue operazioni marinaresche. Quella sera stessa, viste le buone condizioni del mare, da Tinnari fecero un nuovo imbarco di merci, e il giorno dopo, poi di averle sbarcate, anche per un invito ricevuto in precedenza da amici bonifazinchi, lu lizzilonghesu d’adozione e commilitoni beddi impupulati – ben vestiti si presentarono alla loro festa della Trinità. Giunti davanti all’Eremo, un pò sogghignando, volevano vedere le reazioni della gente davanti al fatto < o al “misfatto” poiché per Capucabaddu e soci si trattava di un furto sacro più che sacrilego> compiuto. E volevano osservare anche come avrebbero fatto il prete a celebrare la messa ed i convenuti a festeggiare senza il festeggiato. Ben sapendone il motivo li furancioni percepivano da lu ru irrù - vociferare - dei presenti < fra cui vi n’era puru a dirrubbulu - voci concitate> che qualcosa di anomalo era capitato, visto appunto che la statua del titolare era scomparsa misteriosamente < anche se non si trattava certo di un mistero della fede>. E quindi effettivamente quel giorno prete e fedeli dovettero festeggiare chena Lu Santu e pur non essendo affatto atei si trovarono ad essere senza “Dio”. E seduti a mensa con gli amici corsi i sardi , facendo finta di niente, si interrogavano con essi dicendo: “Ca saràni e cali li malgunetti chi s’hani furatu lu Santu”. Dopo un certo periodo , da dov’era imboscata, la statua d’olivastro venne trasferita a Cascabraga e quivi venne tenuta ancora per cinque o sei anni, nella massima riservatezza, cuata – nascosta- in una pinnetta sita nella

boscaglia di lecci ed olivastri oltre la mezza costa sovrastante . Poi un bel giorno del 1715, ritenuta ormai tranquilla la situazione, un mesetto prima della festa chiamato all’uopo uno che se ne intendeva, la Santissima Trinità venne, anche per devoto decoro, preventivamente ridipinta per cui cambiò l’aspetto estetico. Ovviamente venne procurato un nuovo crocifisso, rimpiazzato come parte integrante della statua, e che a sua volta <per cause che non sappiamo,forse perché era in prestito> fu sostituito ancora in anni posteriori con quello ancora esistente. Giunto il giorno festivo, quella mattina Gjuanni Capucabaddu, a cabaddu, sistemato il simulacro dentro una ampia beltula fiorizata da cui fuoriusciva il volto barbuto del Padre , con una comitiva di cavalieri in cerimonioso corteo, da Cascabraga lo portò davanti a La Gjesgia. E qui tra la gente festante assiepata, si ni scalchesi e ni bughesi Lu Santu da la beltula. E davanti ai fedeli ed ai sacerdoti ed al vicario del vescovo giunti per la solenne cerimonia religiosa, Gjuanni Capucabaddu , adempiendo così in maniera definitiva al suo voto, al suono a distesa della campana, prese ancora “Dio” a tuttu chintu, e facendovi ingresso dalla ‘janna di punta lo intronizzò nella nicchia sull’altare < di dove nel frattempo era stato “spodestato” il vecchio inquilino che fu confinato nel retro presbiterio e lì rimase finchè non si deteriorò del tutto. Stando ad una certa leggendaria narrazione orale, molto nota, la statua sarebbe giunta adagiata sopra un carro a buoi bardati a festa, e arrivati sul posto gli animali non riuscirono più a trascinare il mezzo con essa sopra poichè divenne miracolosamente talmente pesante che dodici uomini insieme non poterono smuoverla. Segno questo che venne ritenuto un’espressa volontà della SS Trinità per dire che voleva effettivamente star lì. Dopo qualche ora di collettive fervorose preghiere e battersi sul petto, la statua si alleggerì e venne collocata nel tronco cavo di un grosso albero di olivastro, poiché si racconta che la chie-


137

sa sarebbe poi appositamente stata costruita < ma in realtà esisteva già almeno fin dal basso medioevo>. Invece secondo un’altra plausibilmente più veritiera narrazione le cose andarono un pò diversamente, anche se la statua divenne effettivamente di “un peso contrubbali” – enorme. Infatti si dice che quando i quattro robusti tizi prescelti per portare il simulacro in processione < che allora consisteva solo in tre larghi giri intorno alla chiesa, non essendovi ancora il centro abitato> si apprestarono a mettersi “Dio” in spalla <e poiché sia la sera di lu ‘esparu che la mattinata stessa, per colazione, avevano fatto qualche intasata di “succo d’uva” > afferrate le aste della “portantina gestatoria” quanto tentarono di sollevarla pareva che non avessero la forza di soppesarla. E dopo tre tentativi falliti in chiesa, davanti al vicario,ai quattro preti ed ai fedeli, costoro esclamarono all’unisono con voce sbigottita “Chistu è un miragulu La Santa è pisuta meda e no si ‘o muì da chizi!”. Seguì l’ancor più meravigliato brusìo degli astanti fra cui alcuni si resero subito conto di come stessero veramente le cose. Infatti abbassando lo sguardo videro che li capizzuli di li funi con cui avevano fissato la statua alla base del baldacchino <ornato di un lungo velo randato pendente> erano rimasti inavvertitamente pinduloni per cui ad uno dei due portatori davanti un capu si l’era impiduddatu a unu spronu, mentre uno di quelli dietro, abbastanza catrameddulu – grassotto – ci aveva messo i piedi sopra. Perciò quando simultaneamente cercavano di portarsela a spalla per quanto facessero forza, non riuscivano affatto, più che la statua “divenuta assai pesante”, a sollevare loro stessi. Opportunamente vennero sostituiti da altri quattro giovani chi no erani in birriola e che portarono La Santa <così la chiamavano una volta> in processione caragulendila a pedi per i tre ampi giri intorno alla chiesa. Dopo la solenne messa cantata officiata dagli ecclesiastici convenuti apposta < oltre al vicario vescovile che benedisse la nuova statua e la cor-

relata novella bandera, tre preti della rettoria di Aggius ed uno della collegiata di Tempio> ebbe seguito la molto attesa tavolata comunitaria < anche se in effetti alla tavola imbandita vera e propria sedettero solo i religiosi ed i maggiorenti, mentre gli altri pastori e contadini si accomodarono sui sassi e per terra sotto i secolari olivastri. Quel giorno, naturalmente, seduto accanto al vicario vescovile <giunto con tanto di mantello e di mitra> come puttittori e ospite d’onore, beddu triddatu – con l’abito buono -, vi era Gjuanni Capucabaddu < che, come molti presenti, più che col ”mitra” si presentò con l’archibugio, seppur con assai pacifiche intenzioni poiché era un’usanza conservatasi fino ad anni non molto lontani quella di recarsi alle feste , specie quelle campestri, con i fucili, anche perché in tali occasioni, oltre alle danze e alle gare equestri, si tenevano i consueti tiri al bersaglio>. A lui, artefice della riuscitissima “operazione Santissima Trinità, Sua Eccellenza delegata dopo aver abbondantemente mangiato e bevuto insieme più di un bicchierotto di alcune ottime qualità di vini, ”per meriti divini”, dette una bella pacca sulle spalle per congratularsi ed una pregiata onorificenza di “Santa Trinitaiese Chiesa”. Ovviamente al religioso lu bultiggjatesu non fece sapere del “furto di Dio”, ma la statua,disse, chena favilla la risa, che l’aveva acquistata a Pisa. Dopo la ticcina collettiva seguirono quindi gli eventi profani. E la sera di quel giorno di festa, prima di la ‘ntrinata – crepuscolo - < poi di aversi detto reciprocamente : “A un alt’annu meddu si vo Deu”> e quando ormai quasi tutti si erano già incamminati verso le loro dimore, i pochi soprastanti rimasti <assieme con i ladri di Dio> sciolsero le funi dal basamento della statua ancora imbaldacchinata, ma non la riposero nella sua nicchia nell’altare. Infatti decisero, viste le non buone condizioni < e datosi che era arrivata la nuova statua del titolare > opportunamente di demolire l’ormai angusto antico edificio ed edificarne, nel medesimo sito, uno nuovo dalle fondamenta e di

C U L T U R A

maggiori dimensioni, cosa che si iniziò puntualmente a fare nella primavera successiva. Perciò anche per ragioni di sicurezza <non essendo svanito del tutto il pericolo, qualora vi fossero ancora in giro dei corsicani alla ricerca di Lu Santu furatu nottetempo e potessero riappropriarsene, riconoscendolo nonostante le modifiche cromatiche apportategli> la statua della Santissima Trinità, con un piccolo corteo a cavallo venne portata nell’allora sussistente chiesetta medievale di Santa Barbara sita tra boschi e rocce nell’omonimo colle e ritenuta luogo sicuro per custodirvi temporaneamente la Trias in effige. Ed in occasione della festa <che comunque si celebrava nonostante i lavori in corso> per tre o quattro anni ancora il simulacro veniva condotto alla sua chiesa e adagiato sull’altare che, dopo l’abside ed il presbiterio, fu la prima parte del nuovo edificio ad essere completata. Dopo i riti religiosi ed i festeggiamenti profani la statua veniva poi riportata alla suddetta chiesetta. Così si giunse alla metà di maggio di uno di quegli anni immediatamente successivi quando la nuova gjesgia, fatta a cantoni di granittu, venne ultimata ed è pressochè la stessa che vediamo oggi. E man mano, con i tempi, divenne luogo di accentramento di molte famiglie del territorio, o anche di altri centri, che vennero a stabilirsi presso di essa, costituendo così il primo nucleo abitato del nostro paese. E da quei giorni La Santissima Trinità, com’era, ed è ancora e per sempre sarà la sua divina volontà, non si è mai più allontanata dalla sua/nostra chiesa, dove rimarrà annicchiata sull’altare per tutti i secoli dei secoli. Come segno di amichevole riconciliazione, trecento anni dopo da che venne “rubato Dio”, una delegazione ufficiale, con il prete, il sindaco e cittadini di Trinità d’Agultu, ha gjumpatu mari ed ha consegnato al parroco, al sindaco ed ai cittadini di Bonifacio, e che lo hanno collocato nel detto Eremo, in cambio della statua, uno stendardo religioso con su in effige pittorica la medesima Santissima Trinità. L.Pirodda


SPECIALE

DE

ANDRÈ

ALMANACCO gallurese

SPECIALE DE ANDRÈ

A dieci anni dalla morte del grande cantautore genovese trapiantato a Tempio, l’Almanacco Gallurese ha scelto di dedicare all’uomo, più che all’artista, uno speciale tributo.

Si ringrazia per la disponibilità il vicedirettore di Sorrisi e Canzoni, Aldo Vitali, e per la cortesia l’Agenzia Fotografica Farabola. Un particolare ringraziamento va ai fotografi Ranuccio Bastoni e Gianni Minischetti, che con la loro presenza e i loro ricordi hanno reso più completo il nostro lavoro, e il regista Bruno Bigoni per la preziosa testimonianza. Infine, questo dossier non si sarebbe potuto realizzare senza la fondamentale collaborazione per i testi e le foto inedite degli amici dell’Associazione “Fabrizio de Andrè” di Tempio.


ALMANACCO gallurese

SPECIALE DE ANDRÈ

Fabrizio De Andrè l’altra dimensione di Paola Scano

140 Speciale De Andrè


Foto per gentile concessione di TV Sorrisi e Canzoni. Si ringrazia Aldo Vitali, Condirettore esecutivo TV Sorrisi e Canzoni.

Foto di Ranuccio Bastoni

In questa foto scattata nel predio di Donna Maria, che fa parte integrante dell’azienda dell’Agnata, Fabrizio tiene sulle spalle un fucile Winchester da lui acquistato in occasione di un suo viaggio in America nel 1977. All’arrivo in Italia il fucile viene posto sotto sequestro perché privo di matricola e mandato a Gardone per essere messo in regola e successivamente restituito al proprietario che lo ha sempre tenuto nella sua camera da letto all’Agnata. In occasione del sequestro il fucile viene preso dai rapitori e di lui si son perse le tracce. Come cacciatore Fabrizio appare decisamente poco credibile, al contrario sembra piuttosto rapito dalla bellezza selvaggia del luogo e con esso perfettamente armonizzato. Il fucile stesso si svuota di ogni aggressività ed assume l’aria di un elemento accessorio, quasi un agnellino portato a spalla dal pastore.

A

dieci anni dalla morte di Fabrizio De André, si moltiplicano le iniziative per commemorarlo, per ricordarlo, per meglio comprenderne la statura di intellettuale, poeta, musicista e le infinite sfaccettature della sua opera ancora da scoprire: mai nessun altro esponente del campo musicale ha lasciato dietro di sé una scia di approfondimenti, di studi, di scoperte come si sta verificando in questo caso: è la sorte dei “geni”, e della loro “carica di futuro”, cioè quella capacità di anticipare i tempi e dire cose difficili da comprendere alla propria generazione o solo a coloro che per sensibilità, cultura e preparazione sono in grado di capire. Speciale De Andrè

141


ALMANACCO gallurese

SPECIALE DE ANDRÈ

NELL’INVERNO DEL 1976 INIZIA L’AVVENTURA TEMPIESE DI FABRIZIO DE ANDRÈ NELLA TENUTA DELL’AGNATA, UN ANGOLO DI SARDEGNA NASCOSTO FRA LECCI E SUGHERE, ALLE FALDE DEL LIMBARA, DOVE TROVA ESPRESSIONE E COMPIUTEZZA IL LATO PIÙ NASCOSTO, MA CERTAMENTE PIÙ VERO E AUTENTICO DELLA SUA ANIMA. FRUTTO DI QUESTO MOMENTO DI SERENITÀ E RINNOVATA ENERGIA, NEL 1977 NASCE LUVI, CHE VIENE BATTEZZATA NELLA CHIESETTA DI SAN BACHISIO, A DUE PASSI DALL’AGNATA.

C

on il trascorrere del tempo il fenomeno De Andrè sta quasi diventando un fatto popolare: il suo messaggio, il suo pensiero, stanno arrivando a tutti perché la sensibilità è maturata ed oggi, forse più di ieri, si è in grado di coglierne il significato più profondo. A questo processo stanno lavorando in molti, addirittura a livello di università e i media e soprattutto internet ne sono

142 Speciale De Andrè

Un momento di tenerezza domestica in una foto di Ranuccio Bastoni

testimoni, interpreti e portavoce. Il nostro intento è un altro, è quello di tracciare di Fabrizio un profilo diverso, più intimo, più riservato, più nostro, spesso ignorato o sottovalutato, ma che ha inciso profondamente sul suo sentire e anche sul suo operare. Il suo scegliere di essere contadino, l’amore per la natura e per una terra come la Sardegna ha ancora bisogno di approfondimenti. La Gallura ha avuto una parte importante nella sua vita e nella sua attività, nel bene e nel male e a questa terra, nonostante tutto, è rimasto legato per sempre, per cui ci sembra doveroso rendergli omaggio cercando di mettere in luce, attraverso le persone che lo hanno conosciuto, l’altra dimensione di Fabrizio, quella di uomo semplice, generoso, amante della terra e della natura che sicuramente l’esperienza gallurese ha contribuito a dargli. Per farlo ci siamo serviti spesso anche di foto inedite, molte delle quali geloso patrimonio di amici tempiesi, che vogliono essere la testimonianza della dimensione privata dell’artista impegnato che, in questi luoghi, libero dai vincoli della notorietà,


L’Agnata, una tenuta di 151 ettari di terra, con al centro uno stazzo in rovina, a dodici km da Tempio, rappresenta la realizzazione di un sogno coltivato da bambino di avere un’azienda agricola tutta per sé. riusciva ad essere uno del posto, una persona semplice e con gli stessi problemi della gente del luogo e con tante amicizie fra le persone di Tempio, senza differenza alcuna per lo stato sociale di appartenenza. Si evidenzia così il suo lato umano di anima semplice, il suo essere contadino dell’Agnata, lontano dal personaggio pubblico, dal cantautore di successo, dell’intellettuale a tutto campo. La sua dimensione “gallurese”, di cui le testimonianze e le foto sono diretta testimonianza, è fatta di normalità, di semplicità, di autenticità, elementi che confermano il suo pensiero e spiegano la sua scelta di vivere in una parte della Sardegna nonostante il crimine perpetrato a danno suo e della compagna Dori Ghezzi, quella Sardegna che prima ha saputo capire e poi amare. L’Agnata, l’angolo al riparo dai venti, è una tenuta di 151 ettari di terra, con al centro uno stazzo in rovina, a dodici km da Tempio, rappresenta la realizzazione di un sogno coltivato da bambino di avere un’azienda agricola tutta sua, proiezione di quella cascina di Revignano d’Asti, angolo riparato della sua infanzia, dove realizzare il contatto con la natura, il farsi contadino e partecipe delle fatiche che la terra richiede in cambio delle gioie che solo il contatto con una realtà incontaminata può offrire. La decisione di acquistare il terreno in Sardegna risale ai primi anni ’70, ma solo nel 1978 Fabrizio vi si trasferisce stabilmente insieme alla compagna Dori Ghezzi . In un’intervista a Laura Reggiani dichiara “sono stufo di invenzioni e bassezze, il contatto con il pubblico non mi ha aiutato a superare le mie paure, ho preso una decisione importante” e la decisione è quella di ritirarsi in Sardegna a coltivare la terra e ad allevare vitelli. Il compromesso per l’acquisto dell’Agnata porta la data del 1° aprile 1976: il prezzo 52 milioni di lire. Si cambia pagina: dagli “arresti domiciliari delle città dove i contatti con la gente sono sfuggenti e conflittuali”, a una vita fatta di cose semplici, di bisogni es-

Estate a Rena Maiori. In Gallura De Andrè trova una realtà fatta di normalità, semplicità ed autenticità. senziali, di emozioni nutrite di silenzi che offuscano le proprie inquietudini. Fabrizio passa lunghi periodi di quiete, immerso nella contemplazione del paesaggio e nel contatto fisico con la terra, nel suo ideale libertario e anarchico di amore nei confronti di tutte le creature della terra e vivere all’interno di questa dimensione è un modo semplice ma profondo di sentirsi appagato, realizzato, in una dimensione in cui l’essere prevale sull’apparire, in quella Sardegna dove “la vita è forse la migliore che un uomo possa augurarsi, una terra che dovrebbe coincidere con quella che io consiglierei al buon Dio di regalarci come Paradiso” L’Agnata è stata per Fabrizio un modo di fuggire la realtà? Non è così perché questa nuova dimensione non resta aleatoria e superficiale, ma vi si immerge con tutto sé stesso e con il suo amore per Speciale De Andrè

143


ALMANACCO gallurese

De Andrè con la figlia Luvi appena nata Foto di Ranuccio Bastoni

SPECIALE DE ANDRÈ

“Io qui mi trovo benissimo. Mi sono innamorato della natura e della gente. Mi sento più contadino che musicista, questo è il mio porto, il mio punto d’arrivo, qui voglio vivere, diventare vecchio, vedere la vita che continua” la lettura impara a conoscerne la storia, l’oppressione millenaria delle innumerevoli dominazioni esterne venute dal mare per depredare e distruggere. Conosce e ama l’antica tradizione musicale locale, i “canti a tenores”, i suoni gutturali in cui vede una trasposizione dei suoni della natura: “sa contra” che riprende il belato della pecora, “su bassu” che imita ilmuggito del bue, “sa mesu ‘oghe” che imita il sibilo del vento, infine “sa oghe” che canta la parola.. Entra nei meandri del dialetto che, come quello gallurese, ha dato voce a contenuti di alto valore poetico. In questo considerava suo maestro il fattore Fi-

144 Speciale De Andrè

lippo Mariotti da cui ascoltava “conti di fuchili”, racconti fra realtà e fantasia, proverbi, antichi detti, spesso sconosciuti o dimenticati anche da chi in Gallura ha radici ataviche. Questa dunque non può essere fuga dal reale, politica dello struzzo, capriccio o espediente per sfuggire la noia della vita borghese, ma qualcosa di molto più profondo, la ricerca di un porto sicuro, da amare e non da sfruttare, un punto d’arrivo e di vedetta , un osservatorio per guardare la vita nei suoi ritmi primordiali, nei suoi valori più genuini, dove è possibile vivere serenamente, parlando e stringendo amicizia con la gen-


Foto di gruppo a San Vigilio di Marebbe, Bolzano te del posto, imparandone la lingua, immergendosi nella sua cultura e tradizione, trovando nuovo humus che, senza imposizioni di sorta, diventerà poesia, messaggio, ringraziamento, canzone, nelle sue creazioni successive. L’album Rimini, uscito nel 1978, risente di questa serenità, di questa leggerezza dell’anima, di questo stato d’animo quieto e disarmante. Fabrizio, con il suo nuovo lavoro, afferma di aver trovato “nuovi spazi musicali, ricerche diverse, se non proprio di ottimismo, certamente di serenità” Ed ecco il promo omaggio alla Sardegna, Monti di Mola e Zirichiltagghja, in dialetto gallurese, un divertente litigio tra pastori per questioni di eredità, fra quello che si è preso “la meddu palti e l’altro cui è toccato multi mucciu e zirichelti. “Io qui mi trovo benissimo. Mi sono innamorato della natura e della gente. Mi sento più contadino che musicista, questo è il mio porto, il mio punto d’arrivo, qui voglio vivere, diventare vecchio, vedere la vita che continua” Ma la Sardegna non è soltanto un’isola incantata, capace di dare serenità a un’anima sofferente, la Sardegna è anche criminalità, sofferenza, faide, sequestri di persona, temi con cui ben presto Fabrizio si ritrova a fare i conti, senza tuttavia che questi riescano ad intaccare il suo amore per questa terra e per la gente che la abita, terra e gente cui resterà comunque legato fino alla fine dei suoi giorni. P.Scano Speciale De Andrè

145


ALMANACCO gallurese

SPECIALE DE ANDRÈ

Fabrizio percepiva molte somiglianze tra la Liguria “isola protratta nel continente” e la Sardegna “che ha la solitudine di un’isola a galla nel mare”, dove la gente ha “l’orgoglio ispido, il carattere schivo e schietto, il dialetto rapido, chiuso in gola.”

L’arrivo a Tempio Nel 1976 nasce l'avventura gallurese del “produttore agricolo Fabrizio De Andrè”

146 Speciale De Andrè


N

el 1969 De Andrè , assieme al fratello Mauro, si fa costruire una casa a Portobello di Gallura, ma è già nata in lui l’idea di realizzare un’azienda agricola, progetto che si fa sempre più pressante e concentrato sulla Gallura, quando ha modo di conoscerla nei suoi soggiorni e spostamenti nella zona, affidati al tassista tempiese Giovanni Mureddu che gli offre informazioni su un luogo che si presta a trasformarlo nel “produttore agricolo Fabrizio De Andrè”, come lui amava definirsi. Nell’inverno del 1976 decide di prendersi un attimo di pausa e riflessione, forse un temporaneo “buen retiro” in un momento intenso ma spericolato della sua vita ed è anche per questo bisogno di serenità e pace che si fa ammaliare dalla selvaggia bellezza dell’Agnata, un angolo di Sardegna nascosto fra lecci e sughere, alle falde del Limbara, nella vallata di Baldu: 70 ettari di dirupi, un fiume e uno stazzo diroccato più terreno pascolativo e seminativo per una superficie complessiva di circa 150 ettari, acquistata al prezzo di 52 milioni di lire che lui trasforma in un’azienda agricola di prim’ordine con l’aiuto di un mutuo della Cassa per il Mezzogiorno. Inizia così l’avventura tempiese di Fabrizio De Andrè in questi luoghi che da selvaggi lui trasforma ben presto in un paradiso incantato, un giardino fiorito dove trova espressione e compiutezza il lato più nascosto, ma certamente più vero e autentico della sua anima, dove ritrova la sua mai persa liricità poetica che trae impulso dai luoghi, dai litri di caffellatte che amava bere e dalla bellezza di Dori, sua nuova compagna, capace di far esplodere la vitalità di quell’uomo schivo, dalla fantasia senza limiti e dall’ingenuità di un fanciullo. Frutto di questo momento di serenità e rinnovata energia, nel 1977 nasce Luvi, che viene battezzata nella chiesetta di San Bachisio, a due passi dall’Agnata. Fabrizio e Dori hanno molto amato questo luogo, nonostante sia stato il teatro, il 29 agosto del 1979, del gravissimo episodio del sequestro e hanno continuato a viverci e ad amarlo al punto che anche la lunga prigionia in mano ai banditi finisce

per diventare una parentesi lasciata presto dietro le spalle. Qui hanno vissuto come persone semplici, con fitte relazioni di amicizia con la gente di Tempio, di cui nel 1978 avevano preso la residenza, Tempio che, a sua volta, ha amato molto Fabrizio e Dori e questo loro saper essere come paesani, persone di casa, quasi dei parenti. Fabrizio percepiva molte somiglianze tra la Liguria “isola protratta nel continente” e la Sardegna “che ha la solitudine di un’isola a galla nel mare”, dove la gente ha “l’orgoglio ispido, il carattere schivo e schietto, il dialetto rapido, chiuso in gola.” Franca Canero Medici, profonda cultrice di De Andrè e autrice del libro “Fabrizio De Andrè: un volo tra amore e morte” ritiene che l’amore di Fabrizio per questi luoghi derivi dalla somiglianza di “quei dolcissimi deserti” della Gallura con i paesaggi della sua anima ” fatti di dune e di memorie, come l’Agnata, rimasti ancora “tra la pietra e il pino”e “il buio scoperto”. P.Scano

Gentili visitatori, amate e rispettate questo luogo. Speciale De Andrè

147


ALMANACCO gallurese

SPECIALE DE ANDRÈ

Capodanno 1996

F

abrizio e Dori decidono di trascorrere la notte di Capodanno nell’accogliente cucina dell’Agnata organizzando il cenone al quale sono invitati un ristretto numero di amici tempiesi e due coppie di ospiti milanesi. La scelta del menù, ispirato ai toponimi della zona e la selezione dei titoli nobiliari inviati con annesso cartoncino e regolare segnaposto a tutti gli invitati, hanno trovato l’incondizionata approvazione di Fabrizio a dimostrazione del suo sentirsi orgoglioso padrone di casa, perfettamente inserito nelle abitudini locali , autoironico e divertito al punto giusto. Una serata, protrattasi fino a tarda notte, all’insegna della normalità, priva di formalismi e ricca di calore umano. P.Scano

148 Speciale De Andrè


In questa pagina, De Andrè nella tenuta dellâ&#x20AC;&#x2122;Agnata. Foto di Ranuccio Bastoni


ALMANACCO gallurese

Uno di quei ragazzi ebbe a dire che quella era stata la lezione più bella di tutto il suo percorso scolastico. SPECIALE DE ANDRÈ

Fabrizio De Andrè e gli studenti

È

un dato assodato del suo mondo artistico, poetico e musicale, la grande attenzione per le minoranze, per gli esclusi e i diseredati, per le culture e le lingue minoritarie, tutti elementi che fanno grande presa sui giovani che hanno fatto del suo spirito libertario una bandiera sventolata da almeno due generazioni. Pochi gli incontri con gli studenti per la sua na-

Fabrizio e Dori all’Agnata con gli studenti di Tempio (1992)

150 Speciale De Andrè

turale ritrosia, ma ricchi di emozioni e indimenticabili per chi li ha vissuti. Il primo è avvenuto nel 1978 in Corsica, a Bastia con gli studenti del liceo classico. Era giunto su invito di un insegnante di italiano che voleva avvicinare i suoi allievi alla lingua di Dante attraverso i testi delle canzoni comparse sulle antologie di uno chansonnier italiano residente a Tempio. La trasferta lo intrigava molto e ben presto, nell’aula magna del liceo, il dibattito si sposta sui temi delle autonomie locali, dell’indipendenza e dell’autodeterminazione dei popoli e sui diritti delle minoranze. La discussione, in sardogallurese, galeotti i temi trattati, fa scoppiare il feeling tra Fabrizio e gli studenti corsi, si progettano poi altri incontri ma il sequestro manda all’aria tutto. Durante i giorni della prigionia i ragazzi hanno fatto pervenire alla famiglia messaggi di stima e solidarietà e una volta finito l’incubo di quei giorni Fabrizio li riceve all’Agnata. Il secondo incontro avviene proprio all’Agnata con un gruppo di studenti del corso geometri dell’Istituto tecnico di Tempio, richiesto più volte dalla loro insegnante di lettere ed attuato nel maggio del 1992. Questa volta l’incontro ha avuto una valenza culturale minore perché i ragazzi si sono trovati di fronte un Fabrizio coetaneo, allegro e disponibile, alla pari con loro. Certamente si è parlato di tutto ma con il tono disincantato e superficiale di chi ha ritrovato un vecchio amico. La ”festa” si è protratta fino a tarda serata e alla fine, nonostante l’ordine di lasciare a casa macchine fotografiche e dischi da firmare, è stato lo stesso Fabrizio a sollecitare un ricordo di quella giornata speciale e a dare il via a decine di flash con macchinette comparse come dal nulla e ad autografare dischi, libri, mani e quant’altro. Uno di quei ragazzi ebbe a dire che quella era stata la lezione più bella di tutto il suo percorso scolastico. P.Scano


In questa foto, scattata a l’Agnata, sono gli sguardi a parlare più delle parole: fra Fabrizio e Fernanda, in primo piano, si evidenzia, quasi tangibile, un legame intenso e profondo che li unisce quasi come una “corrispondenza di amorosi sensi” tra vivi, tanto forte da escludere gli altri: Dori, Tonina e Agostino.

Fernanda Pivano

nasce a Genova nel 1917, studia al liceo classico Massimo D’Azeglio dove un professore di nome Cesare Pavese la elegge a sua allieva prediletta. In piena repressione fascista Pavese viene arrestato durante una lezione e portato al confino mentre Fernanda Pivano e Primo Levi, suo compagno di classe, vengono bocciati in italiano all’esame di maturità. È proprio Cesare Pavese che regala a Fernanda quattro testi fondamentali della letteratura americana: L’antologia di Spoon River di E.L. Masters, Addio alle armi di E.Hemingway, L’autobiografia di Sherwood Anderson e Le foglie d’erba di Walt Whitman. I primi due vengono tradotti dalla Pivano nel 1942, posti poi sotto sequestro dal regime e lei stessa arrestata. Fabrizio De André rilegge l’antologia di Spoon River nel 1970 e decide di lavorare su quel tema per

il suo nuovo album “non al denaro, non all’amore né al cielo” che esce nel 1971. Nello stesso anno Fernanda Pivano incontra Fabrizio De André per un’intervista, allegata all’album, nel quale egli confida di aver letto Spoon River da ragazzo, all’età di diciotto anni: “mi era piaciuto e non so perché mi fosse piaciuto, forse perché in quei personaggi si trovava qualcosa di me”. Ha così inizio una sentita e profonda amicizia che non si è interrotta fino alla morte di Fabrizio. La Pivano è stata ospite più volte di Dori e Fabrizio, sia a Santa Teresa di Gallura, sia a l’Agnata dove appunto la foto li ritrae. Il giorno della morte di Fabrizio, Fernanda ha voluto essere presente con il suo dolore inconsolabile e desolato per dare l’addio al suo “amico amato e indimenticabile, l’uomo buono, il poeta dei poeti, che non è vero che è morto perché vivrà per sempre negli spazi profumati della poesia”. P.Scano Speciale De Andrè

151


ALMANACCO gallurese

SPECIALE DE ANDRÈ

Scene da un

matrimonio Fabrizio e Dori si sono sposati con rito civile il 7 dicembre 1989 davanti al sindaco di Tempio l’avvocato Benedetto Diana. Alla cerimonia sono presenti i testimoni e pochissimi amici intimi. La notorietà degli sposi fa arrivare a Tempio un nugolo di paparazzi e reporter prontamente allontanati dagli amici della coppia che hanno potuto garantire la riservatezza e la semplicità dell’evento, così com’era desiderio di Dori e Fabrizio, tant’è che di esso non esiste documentazione fotografica. Le foto inedite che l’Almanacco Gallurese pubblica in anteprima ritraggono gli sposi il giorno successivo alle nozze in casa di amici carissimi con la torta nuziale preparata da Vittorina Porcu e Lalla Pisano dopo una cena all’insegna, ancora una volta, della più assoluta riservatezza. 152 Speciale De Andrè


La Festa di Santu Bachis

L

’inserimento di Fabrizio nella realtà agro-pastorale trova il suo apice nella nomina a “capu subrastanti” in occasione dell’annuale festa in onore di Santi Bacchis, cui è dedicata la chiesetta campestre a due passi dall’Agnata. Il nome Bachisio è assai diffuso nel sassarese dove il culto del santo, di origine bizantina e poi latinizzato nel corso del Medioevo, seppure non riconosciuto ufficialmente dalla Chiesa, ha la sua festa che si celebra la seconda domenica di maggio. La zona era anticamente composta da un agglomerato di case del quale, oltre alla chiesetta, faceva parte anche un piccolo cimitero dove venivano seppelliti i defunti della zona, conosciuta come “stazzu di Baldu”. La festa del santo, abbandonata nel 1977 e ’78.

È stata poi ripristinata grazie all’intervento di una compagnia di caccia grossa che aveva scelto quel luogo per le riunioni e gli spuntini. Di quel gruppo di cacciatori faceva parte anche Filippo Mariotti, fattore dell’Agnata, che ha coinvolto Fabrizio che ha accettato con entusiasmo fino a conquistarsi la nomina a “capu subrastanti”, il ruolo più importante nell’organizzazione della festa, i cui compiti sono stabiliti da un apposito statuto. Il “capu subrastanti” deve conservare per un anno intero le bandiere delle famiglie e quella maggiore, deve contribuire alle spese nel caso il denaro raccolto con le questue non sia sufficiente… Le bandiere vengono portate il sabato sera che precede la festa, per un triplice giro intorno alla chiesa, quindi situate all’interno dove, il mattino seguente, vengono benedette dopo la messa celebrata da don Salvatore Vico, parroco del Sacro Cuore. Anticamente la cena offerta a tutti i partecipanti era a base di “colda cu li pomi” e “pecora in cappotto”; attualmente è sostituita dalla zuppa gallurese, gnocchetti e dolci, fermentino e moscato. Il pranzo della domenica offre invece “minestrina accina e picurina cun succhittu e pischedda (formaggio fresco non cotto)”. E ancora: carni bollite, verdure, formaggi , doci, frutta, vino rosso e moscato completano il menù. Poi il via alla danze al suono della fisarmonica. P.Scano Speciale De Andrè

153


ALMANACCO gallurese

SPECIALE DE ANDRÈ

Lo sport

I

l ruolo di artista e intellettuale di De Andrè è stato caratterizzato da problematiche e atteggiamenti decisamente estranei al mondo spesso fatuo e superficiale dello sport per cui pensare a un Fabrizio amante di quel mondo in senso tradizionale è per lo meno azzardato, sicuramente però attratta da esso era l’altra dimensione della sua anima, quella semplice e disincantata del contadino

dell’Agnata. Basti pensare al fascino che su di lui ha esercitato un simbolo del calcio popolare come Gigi Riva, quel “rombo di tuono” che incantava gli italiani con le sue prodezze calcistiche, che così descrive la loro amicizia: ”Eravamo molto simili di carattere, un’amicizia, la nostra, fatta di silenzi e reciproco rispetto; la prima volta che l’ho incontrato è stato nella sua casa di Genova con l’aiuto di alcuni giocatori del Genoa; c’era un’ammirazione reciproca, sbocciata, dopo l’imbarazzo iniziale, in amicizia profonda. In quell’occasione io gli ho regalato la mia maglia e lui una delle sue chitarre”.

Quando il Genoa vince il campionato di serie B 1990-91 consegna ad un amico questo telegramma da spedire alla sede del Genoa, nel quale ringrazia Spinelli e Bagnoli e tutti gli atleti per il ritorno del Genoa ai massimi livelli internazionali.

154 Speciale De Andrè


Solo la domenica si concedeva un piccolo diversivo; si alzava prima del solito perché la radio mandava in onda, alle 15,00, tutto il calcio minuto per minuto, trasmissione che seguiva con particolare passione, annotando su un diario le varie fasi delle partite, soprattutto quelle del Genoa, di cui era dichiarato e acceso tifoso, e della Sampdoria. In quei momenti era impossibile intrattenere con lui un benché minimo discorso, occupato com’era a inveire per qualche azione sprecata dalla sua squadra, o a esultare per qualche rete segnata. Una domenica del 1991, l’anno in cui il “suo” Genoa si classificò ai primi posti della serie A (e quindi acquisì il diritto a partecipare ai tornei internazionali) obbligò un suo amico a scendere all’Agnata perchè doveva consegnargli un telegramma da spedire il giorno dopo. (L’originale del telegramma è esposto in una bacheca della Fondazione De Andrè.)

Supertifoso del Genoa, De Andrè diventò un grande amico di Gigi Riva.

L’attività sportiva di Fabrizio era molto limitata. Gli amici lo ricordano solo impegnato in qualche battuta di pesca al bolentino, in qualche partita di ping pong che regolarmente perdeva e in qualche nuotata con pinne regolamentari a Portobello o a Santa Teresa di Gallura dove, negli ultimi anni, trascorreva con la famiglia il mese di agosto. In compenso amava molto giocare a carte; bravissimo e spericolato a giocare a poker: con gli amici di Tempio ha più volte organizzato veri e propri tornei il cui ricavato (chi perdeva pagava) ha poi destinato a scopi benefici o a cene pagate appunto dai perdenti. Non era dunque uno sportivo nel senso tradi-

zionale del termine: glielo impedivano, tra l’altro, una connaturata pigrizia e il rifiuto delle regole codificate,in compenso però, proprio come la gente comune e semplice, era un supertifoso, naturalmente del suo Genoa. Seguiva le partite della sua squadra ogni domenica, attaccato alla radio per seguire “tutto il calcio minuto per minuto” e guai a disturbarlo in quei momenti! Pur essendo un genoano sfegatato, accetta, durante un concerto tenuto al Palazzo dello Sport della sua città, con una malcelata commozione, l’omaggio di una sciarpa dell’”odiata” Sampdoria offerta da un gruppo di giocatori soriani capeggiati da Mancini. Se non è sportività questa!! P.Scano Speciale De Andrè

155


ALMANACCO gallurese

Foto di Gianni Minischetti

SPECIALE DE ANDRÈ

Ventiquattro anni

in Gallura di Franco Maciocco

156 Speciale De Andrè


“Quattro anni di Sardegna vuol dire, come minimo, se uno ci vive dentro, insieme, imparare il dialetto. Allora mi sono permesso di scrivere ‘sta roba quà: si chiama “Zirichiltagghia” che vuol dire “Lucertolaio”. È un litigio tra due pastori per questioni di eredità.” Fabrizio De Andrè Concerti P. F. M. gennaio-febbraio 1979

I

l concetto espresso da Fabrizio per presentare la prima delle due canzoni in dialetto gallurese in uno dei primi concerti con la Premiata Forneria Marconi (l’altra è “Monti di Mola”) ha sempre caratterizzato il suo modo di vivere e consente di capire il particolare rapporto che egli ha avuto con la Gallura. Il concetto del “vivere dentro, insieme”, in un territorio, con la gente, porta naturalmente al più universale concetto di “CONOSCENZA”; e la “CONOSCENZA” porta alla comprensione, alla disponibilità verso il prossimo, nei confronti dei diversi e di chi ha viaggiato “in direzione ostinata e contraria”. Fabrizio ha vissuto in modo continuativo in Sardegna per oltre ventiquattro anni, è “entrato” nell’animo dei sardi, ne ha colto le problematiche, capito le passate vicissitudine, giustificato talune azioni, una delle quali, fra le più riprovevoli, lo ha visto coinvolto con Dori nell’agosto del 1979. Ho conosciuto Fabrizio e Dori nell’autunno del 1976, nella campagna degli amici Paolo e Pina, forse in occasione di una vendemmia. Nel dopo pranzo, mentre Fabrizio cercava di resistere tenacemente e con successo alle insistenti richieste delle signore presenti perché accennasse a intonare la “solita Marinella”, Dori aveva invece giocato a bocce, in coppia con il padre Carlo, amiSpeciale De Andrè

157


ALMANACCO gallurese

SPECIALE DE ANDRÈ

Nel dopo pranzo, Fabrizio cercava di resistere tenacemente e con successo alle insistenti richieste delle signore presenti perché accennasse a intonare la “solita Marinella”...

co carissimo, che è stato diverse volte all’Agnata, talvolta per lunghi periodi; lo ricordo con grande affetto, impegnato con Fabrizio in interminabili partite a scopone, ma ometto di trascrivere le frasi di gioia o gli improperi reciproci per l’andamento, favorevole o meno, del gioco.

158 Speciale De Andrè

Fabrizio aveva acquistato qualche mese prima, nell’aprile del 1976, i fondi agricoli (predii) siti a circa dodici Km da Tempio Pausania, in località Baldu, denominati “Donna Maria”, “ Tanca Longa” “L’Agnata”, della superficie complessiva di circa 150 ettari con insistente uno stazzo semidiroccato. In una intervista curata da Doriano Fasoli, egli ricorda che, allo scoppio della guerra, il padre aveva trasferito la famiglia da Pegli a Revignano d’Asti, dove la nonna materna possedeva una cascina. Lì è cresciuto per oltre quattro anni (“il periodo in cui si assimilano di più le cose”) e lì è ritornato tutte le estati, fino al 1954, anno in cui la nonna aveva dovuto vendere la cascina. Tale era l’affetto per il mondo contadino che si era ripromesso, qualunque fosse il mestiere che avesse fatto, di ricomprare la fattoria. “ E’ successo, infine, che me la sono ricomprata nel 1976, ma in Sardegna perché costava meno e oltretutto mi piaceva molto”. È difficile pensare che l’aspetto economico abbia giocato un ruolo decisivo nella scelta di Fabrizio; si è portati, invece, a ritenere che molto di più abbia giocato l’aspetto affettivo poiché la Sardegna e, in particolare, la Gallura, con le sue “dolci colline”, ricordavano la Liguria, “terra protesa nel mare”, per la quale ha sempre mantenuto profondo affetto e dove aveva anche deciso di “comprar casa, proprio sul porto, per avere un piede nell’Isola e l’altro nella Regione della mia nascita”. Preciserà, successivamente, nel commento a “Monti di Mola” riportato in “Come un’anomalia” di R. Cotroneo di “essersi trasferito in Gallura all’età di trentacinque anni, non per fuggire, ma per


L’iscrizione all’Albo Imprenditori Agricoli di Tempio, 1984

ritrovare la campagna. L’erba, il fieno, la terra, quel certo tipo di luna meno diafano, molto più carnale di quella che ci appare in città, tra lo smog di Milano. E gli stronzi di vacca che diventano legno, sotto il sole. E il dialetto, che rende più saporite anche le bestemmie più limpide” Nell’arco di tempo di poco più di due anni Fabrizio, con la preziosa collaborazione di Dori, riesce a ristrutturare lo stazzo, adattandolo alle esigenze della attività agricola, a contrarre un mutuo con il Banco di Sardegna di circa £ 77.000.000 (a fronte della maggiore spesa preventivata di circa £ 161.000.000), a iniziare l’attività di produttore agricolo con l’assunzione di un dipendente, Filippo Mariotti, fedele fattore, a trasferire la sua residenza anagrafica all’Agnata. Tanta alacrità e celerità, considerato il proverbiale stile di vita “tipo Oblomov” di Fabrizio e il periodo piuttosto lungo di elaborazione dei suoi di-

Fabrizio e Dori intrattenevano rapporti con persone di varie estrazione sociale, trattando tutti allo stesso modo, con la massima disponibilità. schi, possono voler significare solo una cosa: egli stava per realizzare il suo sogno, definire uno dei “passaggi di tempo” fra i più importanti della sua vita, cioè il ritorno a quelle origini contadine cui tanto aspirava fin da quando aveva lasciato la cascina di Revignano d’Asti, chiudere il ciclo del “partire per ritornare”. In questa ottica sono senz’altro da considerare i due passi compiuti da Fabrizio nel periodo successivo: - nel febbraio del 1984 egli aveva presentato alla Comunità Montana N. 3 “Gallura” domanda ten-

dente a ottenere l’iscrizione all’Albo dei Produttori Agricoli a Titolo Principale, domanda che era stata accolta con sua grandissima soddisfazione; egli andava molto fiero di questa riconosciuta qualifica ed esibiva la relativa certificazione come se si trattasse del più importante dei suoi documenti; - nel giugno del 1985 con i proventi dello stupendo “Creusa de mà”, uscito nel 1984, aveva chiesto e ottenuto la estinzione anticipata del mutuo contratto nel 1978 e, conseguentemente, la cancellazione della ipoteca sui terreni che, liberati da qualsiasi vincolo, poteva, ora, considerare definitivamente suoi. Speciale De Andrè

159


ALMANACCO gallurese

SPECIALE DE ANDRÈ

“Ho avuto sempre pochissime idee, ma in compenso fisse”

Non si può dire che egli avesse particolarmente spiccato il senso della proprietà; ma con tale atto egli realizzava il desiderio fortemente voluto dell’inserimento totale nel mondo agro-pastorale della Gallura, “in piena libertà” e senza condizionamenti. All’Agnata Fabrizio ha allevato il bestiame, aiutando in più di una occasione Filippo a “sgravare una vacca”, coltivato la terra, espiantato un vigneto per sostituirlo con un uliveto (che considerava

160 Speciale De Andrè

più redditizio), tentato l’allevamento delle api, estratto e venduto sughero, preso accordi per l’estrazione del granito di “Donna Maria” (accordo che però fallì nel giro di poche settimane, quando egli si accorse che la natura del luogo sarebbe stata stravolta), costruito un lago artificiale per avere sufficiente disponibilità di acqua per l’irrogazione, mitigare il clima (per la verità non molto rigido della zona) e magari allevarci le trote, costruito un piccolo hotel “de charme” con annessa piscina per lo svolgimento della attività di turismo rurale (ora seguita con grande impegno da Dori), imparato il dialetto, che parlava in modo assolutamente corretto tutte le volte che se ne presentava l’occasione e, quasi sempre, con gli amici galluresi. Marginalmente (si fa per dire), nell’arco di tempo che va da 1978 al 1997, aveva ideato e pubblicato cinque album che sono da considerare capolavori assoluti, collaborando, di volta in volta, con Massimo Bubola, Mauro Pagani, Ivano Fossati e altri, tutti assidui frequentatori dell’Agnata, scritto un romanzo con Alessandro Gennari che aveva intitolato “Un destino ridicolo”. Si può dire che il rapporto con il territorio e con i concittadini si sia svolto, precipuamente, in funzione di quella che egli considerava la sua attività prevalente. Frequenti i contatti con le diverse istituzioni per l’ottenimento di autorizzazioni o altro, quasi quotidiano il contatto con professionisti, tecnici, operai e maestranze, di cui venivano richieste le prestazioni per l’esecuzione dei lavori. A motivo di queste esigenze Fabrizio e Dori intrattenevano rapporti con persone di varie estrazione sociale, trattando tutti allo stesso modo, con la massima disponibilità. La loro ospitalità era proverbiale e non ricordo di aver sentito alcuno lamentarsi per uno sgarbo o per non essere stato accolto degnamente e con trasporto nella loro casa.


“Ho imparato ad ascoltare la notte, a vedere senza il bisogno della luce… Ora ci vedo di notte quanto di giorno e, cosa più importante per un musicista, ho imparato ad ascoltare la musica della notte, i piccoli rumori”. (In Re Nudo, Febb. 1999) Anche in assenza di Dori (che andava a Milano di frequente per seguire gli studi di Luvi e per trovare i genitori) la casa era sempre aperta a tutti e Fabrizio sempre disponibile a intrattenersi con gli occasionali visitatori parlando di letteratura, di cinema, di politica, del modo di coltivare le patate o di potare gli ulivi e, poco, delle sue canzoni. Amava anche parlare di cucina e del modo di elaborare i vari piatti della cucina tradizionale genovese; era un ottimo cuoco e preparava memorabili piatti a base di pesce (veramente speciale il dentice con olive e altri particolari ingredienti ) e a base di funghi raccolti nella zona. Si ricorda una specialissima cena a base di funghi preparata da Fabrizio e Beppe Grillo, presente anche Ivano Fossati. I due artisti, legati a Fabrizio da grandissima amicizia, erano arrivati all’Agnata in un momento molto particolare legato alla morte di Mauro, il fratello maggiore cui Fabrizio era molto affezionato, avvenuta a Bogotà qualche mese prima, durante una

breve vacanza; con grande dispendio di pentole, teglie, padelle e utensileria varia (ma anche, si deve dire in tutta onestà, con altrettanti apprezzabili risultati) i tre amici si erano cimentati nella preparazione di un risotto a base di funghi porcini e di uno “sformato a base di ovuli su letto di foglie di vite canadese” (quella che cresce e avvolge l’intero corpo centrale dell’Agnata). La serata si era conclusa in modo memorabile con i tre artisti a ricordare fatti ed esperienze comuni. La disponibilità che Fabrizio e Dori dimostravano nei confronti di tutti era naturalmente ricambiata in eguale misura. La loro venuta in città era accolta con grande trasporto e con manifestazioni di grandissimo affetto, in particolare, dopo la conclusione della triste vicenda, che lasciò in tutti un profondo senso di amarezza. Nonostante egli ritenesse “che chi fa la mia conoscenza rimane senz’altro deluso, perché non sono un atleta della parola e del dialogo e ho bisogno di riflettere per non dire delle sciocchezze”, in realtà si rimaneva affascinati dal suo modo di parlare, dalSpeciale De Andrè

161


ALMANACCO gallurese

SPECIALE DE ANDRÈ

Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria Col suo marchio speciale di speciale disperazione E tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi Per consegnare alla morte una goccia di splendore La Fondazione Fabrizio De Andrè Costituita il 18 febbraio 2001 a Genova, la Fondazione Fabrizio De Andrè O.n.l.u.s è una organizzazione no profit che ha tra gli altri lo scopo di salvaguardare e tutelare l’immagine di Fabrizio De Andrè, di diffonderne la conoscenza del pensiero e dell’opera, di promuovere iniziative atte a sensibilizzare l’opinione collettiva, sia in Italia che all’estero. L’azione della Fondazione si esercita anche attraverso l’istituto del patrocinio, che sin dalla costituzione, è stato uno degli strumenti principali di coinvolgimento e assistenza a vari progetti. F.M.

la preparazione che dimostrava di avere in vari campi, dalla sua profonda cultura e dal suo spiccato senso dell’umorismo. Amava il cinema, ma preferiva di gran lunga la lettura perché come soleva dire “ il cinema ti obbliga a rimanere passivo, mentre nella lettura c’è sempre un ruolo attivo da parte del lettore”. Leggeva soprattutto di notte, “consumando le luci delle stelle e rubando sempre più all’alba un po’ di notte”. Le letture, che hanno spaziato dai grandi anarchici ai classici francesi, dai classici russi “che erano necessari per parlarne con gli amici”, a quelli americani e sudamericani, dagli scrittori sardi ai compendi di storia della Sardegna ( Giorgio Asproni), dai trattati di agricoltura a tutto ciò che

162 Speciale De Andrè

poteva avere attinenza con l’allevamento del bestiame, “senza uno schema preciso”, hanno avuto per Fabrizio un ruolo importantissimo; “sono punti di riferimento essenziali per il mio mestiere”, soleva dire. Il suo modo di leggere era, peraltro, assolutamente particolare, in quanto il testo veniva continuamente sottolineato e numerosissime erano le iscrizioni a margine, quasi una rielaborazione personale che lo aiutava a mantenere un ricordo indelebile di quello che leggeva. Aveva una memoria fuori del comune e la esercitava continuamente anche con gli amici, “obbligandoli” a ricordare fatti, riferimenti geografici, letture comuni o avvenimenti di diversi anni prima. All’inizio degli anni ‘80 era rimasto particolar-


Per molti di quelli che l’hanno conosciuto e gli hanno voluto bene è bello pensare che la sua anima riposa anche all’Agnata. mente affascinato da un libro consigliato dall’amico Paolo: “l’Atzeco” di Gary Jennings, “fastosa e tragica storia di un popolo leggendario, caduto sotto i colpi dei conquistadores spagnoli”, premio Bancarella 1982. Me lo aveva “girato” dopo qualche tempo ed ero rimasto colpito appunto dalle molte sottolineature e dalle innumerevoli annotazioni a margine (riflessioni, considerazioni personali, valutazioni); ancor più fui colpito dal fatto che a distanza di diversi mesi (la mia lettura si era evidentemente protratta nel tempo) egli ricordasse perfettamente nomi di personaggi, situazioni, accadimenti storici. A parte la drammatica vicenda dell’agosto 1979, pochi fatti hanno turbato la vita di Fabrizio all’Agnata. Si ricordano le critiche mosse da certa stampa per una intervista apparsa sul “Corriere della Sera” dopo la

PILLOLE Navigammo su fragili vascelli/ per affrontare del mondo la burrasca/ ed avevamo gli occhi troppo belli/ che la pietà non vi rimanga in tasca (recitativo Tutti morimmo a stento)

Da Tempiu a Carangiani/da Lurisi a Balascia/ca ha fattu nascì/ più fiddholi di bagascia? (slogan elettorale suggerito (e non accolto) a un candidato tempiese alle provinciali)

pubblicazione dell’album senza titolo che viene comunemente indicato come “L’Indiano”. Vi erano accostamenti significativi fra il popolo sardo e i nativi americani ed emergeva la tesi, peraltro condivisa da molti, che i sardi, come gli indiani d’america, fossero stati chiusi “in riserve, se non altro culturali” e che entrambi fossero stati vittime di dominazioni sociali assolutamente deleterie. (“Capita anche ai pochi indiani di Sardegna di assaltare la diligenza del padrone per riprendersi parte di quello che è stato loro tolto”). Fabrizio è stato per l’ultima volta all’Agnata nel settembre del 1998 e non ha avuto la possibilità di vedere completata la struttura ricettiva che Dori ha ultimato, successivamente, con grande dedizione e impegno, nel suo ricordo. In chiusura del bellissimo articolo “La ballata di Fabrizio”, pubblicato su “Repubblica” all’indomani della morte, Michele Serra scrive: “Che la sua anima riposi in Supramonte, o in via del Campo, o a Spoon River, o nel letto del Fiume Sand Creek, dovunque una sua canzone abbia restituito bellezza e dignità agli uomini”. Per molti di quelli che l’hanno conosciuto e gli hanno voluto bene è bello pensare che la sua anima riposa anche all’Agnata, in Gallura, dove egli ha vissuto per ventiquattro anni da “uomo libero”, professando, in concreto, i suoi ideali, che non sono certo ideali “rivoluzionari”, ma, più semplicemente, ideali “cristiani”. F.Maciocco Speciale De Andrè

163


ALMANACCO gallurese

SPECIALE DE ANDRÈ

LA PUREZZA D’ANIMO DI

UN BAMBINO ADULTO di Paolo Casu

L

’ho conosciuto nel 1971. Si era presentato nel mio ufficio chiedendo informazioni su un terreno che stava acquistando nelle campagne di Tempio. Voleva sapere se quel terreno era sottoposto a vincoli dal momento che confinava con un nostro cantiere forestale. Lo rassicurai. Mi colpì la sua gentilezza. Venne ancora altre tre o quattro volte. Fu così che iniziò la nostra amicizia. Ricordo una persona correttissima, curiosa, rispettosa della legge. “Nessun privilegio” ripeteva. “Se non si può fare non si fa”. Non nascondeva la sua passione per la campagna e questo portò a un consolidamento della nostra amicizia. Mi capitava spesso di dover andare in giro per cantieri e altrettanto spesso lui volle accompagnarmi “per conoscere i luoghi”. Gli feci girare gli stazzi della Gallura prima che cominciasse a costruire la sua casa a l’Agnata. Nel 1975 mi chiese di fare un lungo giro per vedere il vecchio Giudicato di Gallura. Giorni prima gli avevo prestato un libro di storia che lui mi restituì tutto annotato e sottolineato. Era una persona curiosa, si informava continuamente sulle abitudini, le tradizioni. Aveva secondo me una eccessiva fretta di amalgamarsi e la Galllura ha sicuramente favorito questa sua fretta. Trovava dappertutto gente disposta a parlare a raccontare, ad accoglierlo. E capì subito che questo avveniva non perchè si chiamasse Fabrizio De Andrè, ma perché in Gallura ogni persona deve sentirsi come a casa propria. E questa fu la cosa che lui apprezzò molto dei galluresi. Secondo me la Gallura non lo ha solamente ispirato contribuendo ad arricchirlo come artista, ma gli ha anche dato

164 Speciale De Andrè


Si sentiva uno di noi tanto è vero che la sua casa restava sempre aperta: di giorno e di notte. quella forza interiore per rigenerarsi. Si sentiva uno di noi tanto è vero che la sua casa restava sempre aperta: di giorno e di notte. Non faceva mai pesare niente e anche quando, qualche volta, la discussione diventava forte si trovava il modo per finire con un bicchiere di vino e tante risate. Mi chiamava “comunista di sacrestia” ed io lo chiamavo “anarchico liberale”. Stimava molto Donat Cattin. Volle sapere tutto di un mio viaggio in Russia e poi in America Latina. Si discuteva sino alle tre del mattino. A un mio compleanno il suo regalo, graditissimo, fu l’anteprima delle canzoni del disco suo nuovo disco Rimini. Si accompagnò con la chitarra, cosa questa assai rara perché con lui potevi discutere, chiacchierare, raccontare barzellette, ma non cantare. Il canto lo centellinava. Fui candidato nella DC alle regionali e lui, per la prima volta come ebbe a dichiarare al Corriere della Sera, votò per un democristiano. Devo dire che pur conoscendolo rimasi fortemente impressionato. In modo positivo, naturalmente. Lo ricordo nel 1984, molto vicino anche durante la mia disavventura. La sua e quella di sua moglie Dori Ghezzi invece la venni a sapere dal mio autista. Mi trovavo al mare era il 29 agosto del 1979. Ora posso dirlo: la prima lettera inviata dai rapitori dove si chiedeva il riscatto e tutta una serie di indicazioni sugli itinerari da seguire è arrivata a me. Fu inviata da Thiesi. Stavo per cestinarla pensando fosse della solita persona che, con insistenza e da un po’ di tempo, chiedeva favori. Riconobbi la calligrafia di Fabrizio. Il giorno dopo, a Genova, la consegnavo sulle mani del padre. Si chiedeva un riscatto di due miliardi. Azzardai:”Questi non hanno chiaro che De Andrè non può disporre di questa cifra”. Il padre rispose che proprio in quelle settimane aveva ricevuto dieci miliardi per diritti di mediazione che portavano Eridiana al Gruppo Ferruzzi. Una notizia che pochissimi sapevano. Forse non lo sapeva neppure Fabrizio. Ed allora io penso che tra gli organizzatori del sequestro manchi, sia mancata, la persona principale. La mente. Colui che ha organizzato il tutto. Sia chiaro questa è una mia impressione. E trent’anni non sono serviti farmi cambiare idea. Seguii da vicino tutta la vicenda. Tutta la Gallura, ma credo tutta l’Italia, fu solidale con la famiglia. Quando venne rilasciato non pensò neppure per un istante di voler abbandonare la Gallura. Lo voleva fare invece sua moglie. E non fu facile convincerla a restare anche se capivamo benissimo la sua posizione. Ma se Fabrizio se ne fosse andato gli amici tutti ci saremmo portati questo peso, ci saremmo sentiti quasi corresponsabili di quanto avevano subito e patito. Forse ha capito questa nostra paura e questa nostra apprensione dimostrando ancora una volta quanto fosse amico, quanto fosse sensibile. Mi manca un grande amico da cui credo di avere imparato alcune cose, più di quante lui non ne abbia imparato da me. Ci siamo fatti buona compagnia: aveva la purezza d’animo di un bambino adulto. Fabrizio è uno dei ricordi più belli. P.Casu

La prima moglie di De André fu una ragazza di famiglia borghese, Enrica Rignon detta "Puny" (nella foto una rara e recente immagine), con cui concepì il figlio Cristiano e dalla quale si separò a metà degli anni '70. In seguito al matrimonio e alla nascita del figlio, Fabrizio fu pressato dalla necessità di provvedere al mantenimento della famiglia e, visti gli scarsi introiti dalla sua attività musicale, meditò di abbandonarla per terminare gli studi e trovare un serio impiego. Fortunatamente, giunse inaspettato il successo de "La canzone di Marinella", interpretata da Mina, i cui proventi migliorarono notevolmente la situazione economica familiare.

165 Speciale De Andrè


ALMANACCO gallurese

SPECIALE DE ANDRÈ

Fabrizio De André in una foto del 1965 circa Fonte: wikipedia

Diario di Viaggio Alla ricerca di Faber

Appunti per la realizzazione di un documentario di Bruno Bigoni 166 Speciale De Andrè


Fonte: wikipedia

“ti penso controsole e lo so che guardi il mare un po’ più al largo del dolore” “Da me riva”

Il momento dell’ascolto, poi della riflessione, infine quello dell’espressione. Come se dovessi immergermi in un acquarello che ha la dominante, non so ancora il perché, del colore blu ma che porta con sé tutta una serie di infinite sfumature. Sto per partire. Posso ancora permettermi delle domande. “Siamo un po’ quello che vogliamo essere e un po’ quello che ci capita di essere.” Dove l’ho letto maledizione.. potrebbe essere un buon punto di partenza. SOLO PER AMORE. Cosa mi muove? Cosa mi spinge? Il desiderio, anzi credo la necessità, di raccontare pensieri e sentimenti di un uomo che ho molto amato, anche senza conoscerlo personalmente. E’ l’urgenza di esplorare un sentimento. Il bisogno d’ indagare dentro una condizione umana. Raccontare un uomo senza mostrarlo mai . Fare questo film, per me, vuol dire mettermi in gioco, rischiare. Per entrare in una vita sconosciuta, bisogna saper pensare in profondità, mettere in moto un’energia che mi proietti nel centro del sentire, senza cancellare i conflitti interni o esterni, che sono il motore che genera un’esperienza. Questa è la mia speranza (e la mia battaglia) per creare un’ immagine di Fabrizio che sappia obbiettivamente guardare (e di conseguenza rispec-

chiare) la vita che sto andando a cercare. Filmare per mostrare (scoprire) come é fatto l’ uomo e le cose che lo circondano. Non per vedere il loro lato “esteriore” ma la materia di cui sono fatti. Non per svelare un’immagine inedita ma per riascoltare la “voce”, vera materia dell’essere Fabrizio. Parto per andare a cercare volti, panorami, suoni, rumori, emozioni, sensazioni, libri, dipinti, parole, ricordi, segni indelebili di un passaggio, di un’esistenza. Qualunque cosa insomma che mi parli di Fabrizio. Ma parto anche per provare a sentire quello che Fabrizio ha sentito, provare quello che ha provato, guardare quello che ha guardato. Da questi ascolti, forse troverò risposte alle mie domande, immagini adatte per il film, emozioni che lo giustifichino. Speciale De Andrè

167


ALMANACCO gallurese

SPECIALE DE ANDRÈ

LA PARTENZA (15 SETTEMBRE) Già in macchina verso Genova mi prende il panico. In che guaio mi sono cacciato? E soprattutto come farò a venirne fuori? Arrivo a Genova sotto l’acqua. La prendo come una purificazione. Ora sono pronto.

De André con Dori Ghezzi e la piccola Luvi (1981) Fonte: wikipedia Questi “indizi”, non sono nulla di più, si riferiscono alla vita di chi ha fatto dell’esperienza artistica, poetica, culturale la ragione della propria esistenza e del proprio comunicare. Per Fabrizio tutto questo vale e ha un senso preciso. Lui ha fatto del suo sentire il centro della sua opera e della sua vita ed é per questo che questi “indizi” diventano preziosi frammenti capaci, forse, di mostrare percorsi intellettuali inattesi o inusuali. Cercare Fabrizio nei suoi luoghi, tra le sue cose, tra le persone che l’hanno conosciuto e apprezzato. Una sorta di “attraversamento” trasversale che cerchi nel modo più esaustivo di svelare il sentire e l’agire di Fabrizio De André. Che compito difficile....Forse non serve conoscere l’uomo per trovare il suo senso. Serve cercare con affetto e sincerità i suoi segni, i suoi lasciti, ritrovare negli sguardi e nelle parole dei suoi amici e conoscenti ciò che ha saputo costruire, conservare e lasciare. Di cosa è fatta una voce? Di aria e acqua, di nuvole e mare,di rocce e di vicoli, di consapevolezza e ribellione. Almeno di questo ne sono sicuro.

168 Speciale De Andrè

MARE MEDITERRANEO (l’andata) Davanti al traghetto che mi porterà in Sardegna alzo gli occhi al cielo. Genova sotto le nuvole grigie é ancora più affascinante. “Ombre di facce, facce di marinai/ da dove venite, dov’é che andate”. Ci sarà molto mare in questo film, perché il mare attrae Fabrizio e sembra chiedergli sempre di attraversarlo, per i suoi amori, per le sue costrizioni. Amori e costrizioni che sono andate e ritorni. Ecco perchè Sardegna, Genova, Milano, anche più di una volta. Mi stacco dalla riva e guardo Genova che si allontana. Davanti a me svolazzano due o tre gabbiani. Ci accompagneranno lungo tutto il viaggio. Mi sembrano sentinelle che vegliano sul nostro viaggio. Mi sembra vogliano parlarmi. Starei volentieri ad ascoltarli. Uno si stacca e si fa più vicino. Lo filmo mentre mi vola vicino, per qualche istante al mio fianco per poi abbassarsi all’improvviso, come se avesse finito il suo compito e andasse a riposarsi. Lo cerco incuriosito e lo trovo più in basso, vicino al ponte inferiore. Mi guarda con occhio sicuro. “non ti preoccupare..... sono sempre qui....”. Ora mi sento più tranquillo, posso andare a mangiare qualcosa. Questa sera non riesco a dormire. Vado sul ponte ad annusare la terra dal mare. Gli spruzzi d’acqua s’ intrecciano, oscuri gruppi di onde mi viaggiano incontro. Il mare, spirito del mondo, non parla. Vigila silenzioso sul sentire di tutti. Lo puoi vedere all’opera se ti fai muto e ti lasci trasportare dal suo ritmo, dal


Nelle canzoni di Fabrizio ho sempre avuto l’impressione che i paesaggi diventassero contemplazione della vita interiore. suo rumore. Solo così si concede, solo così ti parla. Una luce bianca. E’ la nave di fronte. Sfilano quattro piani di silenzio. Le cime delle onde appena volate sono di un nero cupo, spaventoso. Tutta questa acqua avrà pure un significato. Mi sembra che nella canzoni di Fabrizio il mare sia importante. Una presenza discreta ma incombente, dominante. Una sorta di sfondo, di ambientazione, di appartenenza culturale, fatta di sensazioni, colori, movimenti. So che cercherò molto Fabrizio nel mare, nell’acqua, nelle sue forme, nei suoi colori. Lo so già. E’ quasi una consapevolezza, una necessità, un suggerimento insperato. Nelle canzoni di Fabrizio ho sempre avuto l’impressione che i paesaggi diventassero contemplazione della vita interiore. I luoghi delle sue canzoni (belli o brutti che siano) sono sempre stati allegoria di uno spirito comune a tutti e significativi custodi di misteriosi sentimenti e comportamenti dell’essere umano. Da questo mare mediterraneo, paesaggio denso di colori luminosi e variegati in continuo movimento, mi sembra venga tutta l’opera di Fabrizio. Parto all’avventura di qualcosa che non conosco ma di cui ormai ho tanto bisogno e che l’urgenza di questa partenza, giustifica ampiamente. Caro Fabrizio, scusa se ti parlo con franchezza ma mi sembra importante raccontarti qualcosa di me. O meglio qualcosa di quello che sento. Vicini al mare si sta bene. Vicino ai suoi colori tutto sembra funzionare con più chiarezza. Gli uomini diventano solari, più sensibili e vulnerabili. Lontano dalla sua forza, macchie scure, suscettibili, taciturni, scoloriti, timidi e introversi. La luna (che guarda caso si trova di frequente a

De André con il primogenito Cristiano (1968) Fonte: wikipedia

contatto delle nuvole) osserva gli uomini e scuote la testa. Troppa violenza. troppa ingiustizia. La fantasia accorre in aiuto. L’immaginazione e la creatività guardano il fondo delle cose e da lì forse vengono parole di comprensione e di conforto. Ma anche di denuncia e di ribellione. In questo film desidererei che la mia sincerità non si mettesse in dubbio. Non ne abbiamo mai parlato....scusa ma questo mi sembrava il momento adatto, qui, davanti al mare buio e silenzioso. Fare un film su di te mi affascina e mi paralizza al tempo stesso. Mi conforta e mi disarma. L’incertezza mi rende mansueto e arrendevole prima, aggressivo ed esigente poi. In questa notte in mezzo al mare......

LA SARDEGNA (16 SETTEMBRE) Sbarco in Sardegna all’alba, ancora pieno di sonno (e di freddo) con un cielo di piombo. I colori Speciale De Andrè

169


ALMANACCO gallurese

SPECIALE DE ANDRÈ

Ci accolgono le voci degli amici, quella di Filippo, fattore dell’Agnata, la casa, gli oggetti, la sua chitarra, la natura. hanno tutti una dominante grigia. E’ appena piovuto. Milano-Genova-traghetto-Olbia. Infine le strade tortuose della Gallura che si gettano nel verde del bosco. Prima di Tempio Pausania, ci si infila in una stradina sterrata che ti porta fino all’Agnata. Il luogo. Ci accolgono le voci degli amici, quella di Filippo, fattore dell’Agnata, amico inseparabile di Faber, la casa, gli oggetti, la sua chitarra, la natura. Quello che mi colpisce immediatamente è il tono del verde che circonda la casa, e che si getta nell’acqua del torrente che scorre lungo la casa e che termina nel laghetto artificiale voluto e costruito da Faber. Mi incammino lungo un sentiero dietro il laghetto che sosta placido sotto la casa. Tutto é silenzio. Si sente solo il rumore dell’acqua che scorre. Le sere blu d’estate andrò per i sentieri, punzecchiato dal grano, a pestar l’erba fine: sentirò, trasognato quella frescura ai piedi, e lascerò che il vento bagni il mio capo nudo: Io non dirò parole, non penserò più nulla: ma l’amore infinito mi salirà nel petto, e lontano, lontano, andrò come uno zingaro, per la natura - lieto come una donna. Ci vuole Rimbaud per riuscire a descrivere la sensazione che provo entrando nel mondo fisico di Fabrizio. Il suo luogo prediletto. Il senso per intero. Ci vuole discrezione e soprattutto silenzio. So così poco di quest’uomo che mi smarrisco e mi spavento un poco. Ma forse il punto di partenza sta proprio in queste sensazioni. Parto da lì. Sono

170 Speciale De Andrè

autentiche, concrete e svelano un’infinità di sfumature. E di tutto questo verde cosa me ne faccio? Alla ricerca dei personaggi che dovranno testimoniare, Dori ci é stata preziosa in questa ricerca. Selezionare due, massimo tre amici di Fabrizio, disposti a raccontare il loro rapporto. Nessuno di loro ha mai parlato, rilasciato una testimonianza, svelato un aneddoto. Sono compagni di vecchia data che hanno veramente qualcosa da dire, e lo si vede quando iniziano a parlare. Ogni parola che esce dalla loro bocca si divide tra la felicità del ricordo dell’ amico e il peso della sua mancanza. Ecco il suo infaticabile e affezionatissimo fattore, il fido commercialista, il complice ingegnere, il serissimo prete. Tutti disponibili, tutti gentili, tutti inconsolabili. Dori li ha avvisati e loro ci sono. Altre due persone vorrei incontrare in Sardegna di cui Dori non ha saputo darmi nessun riferimento. Una é un’ insegnante, Maria Pia Mura, con cui Fabrizio ha seguito un progetto per i giovani carcerati della casa di pena di Is Arenas , l’altra, anzi, le altre sono le due coriste, Lalla Pisano e Maria Mereu, che recitano l’introduzione delle nuvole. Loro sono di Tempio e provo a rintracciarle , ma la fortuna non mi assiste. Sono tutte due fuori città nei giorni in cui mi fermo per girare. In compenso conosco il capostazione di Tempio, Sandro Fresi musicista colto e raffinato che ci invita ad ascoltare le prove del suo gruppo e con cui realizzo un’intervista e un’insegnante, sempre di Tempio, che ha conosciuto e frequentato Fabrizio e che con una semplicità che mi conquista ci parla di lui nel modo giusto, nell’unico modo con cui riesco ad ascoltare. Con una forza straordinaria.


In concerto (1980) Fonte: wikipedia

L’ultimo pomeriggio del nostro soggiorno Sardo, Filippo con la campagnola ci accompagna, dopo un viaggio avventuroso che sfida la forza di gravità, in cima ad una montagna dove si trova una casetta in pietra, ricovero di pastori, attrezzi e legname, proprietà sperduta di Fabrizio, ma non per questo meno amata. Siamo in mezzo alle montagne, tra le nuvole. Le sue nuvole. Si sente solo il rumore del vento e di una fontana che perde (dove fiorisce il rosmarino, c’è una fontana scura….da “Canto del servo pastore”). Un rivolo d’acqua che scende a valle, facendosi largo tra cisti e mirto. Dietro la casa, fino a valle, rocce bianche che prendono forme strane, come fantasmi, come

sentinelle irrigidite che non abbandoneranno mai il loro posto di guardia. Sono forse in attesa del loro padrone? Sono passati i pochi giorni destinati alle riprese. Sono stato più volte in Sardegna ma mai come questa volta me ne vado lasciandomi dietro un desiderio non realizzato. Avrei voluto catturare tutte le sfumature (colori, suoni, natura, sguardi, voci) che mi sono transitate vicine, che mi hanno anche solo sfiorato. La Sardegna l’ho vissuta così, come qualcosa che ti investe violentemente lasciandoti smarrito ma anche sedotto. Una terra forte, anche spietata, densa e ricca di qualcosa che non puoi caSpeciale De Andrè

171


ALMANACCO gallurese

Fonte: wikipedia

Fonte: wikipedia

SPECIALE DE ANDRÈ

Ripartiamo dall’Agnata, dopo una sosta alle terme di Tempio Pausania, dove si beve un’acqua fresca e preziosa al fresco delle piante secolari che l’ avvolgono e la proteggono. pire se non ti lasci andare, se non ci entri con tutto te stesso fino a trovare un senso, quel “cuore del cuore” che ti fa percepire che quello che stai vivendo é finalmente vero, autentico. Ripartiamo dall’Agnata, dopo una sosta alle terme di Tempio Pausania, dove si beve un’acqua fresca e preziosa al fresco delle piante secolari che l’ avvolgono e la proteggono. Mentre bevo mi rendo conto che faccio di tutto pur di ritardare questa partenza, questa separazione. Chissà quante cose ho dimenticato, sottovalutato, smarrito. Quanta vita di Fabrizio lascio dietro le mie spalle. Ma poi mi dico che va bene così. Non si può e non si deve trovare tutto. Solo il necessario, l’importante, il cuore del cuore appunto. MARE MEDITERRANEO (il ritorno) (19 SETTEMBRE) Mi imbarco verso il tramonto. La serata é molto

172 Speciale De Andrè

più tranquilla di quella dell’andata e fa meno freddo. Il traghetto é semi vuoto e questo mi dà una piacevole sensazione di tranquillità. Dopo mezz’ora sono già in mare aperto. Mi sono trovato un angolo tranquillo della poppa da cui vedo il sole calante davanti a me e il mare che si muove lentamente al mio fianco. Penso ancora a Fabrizio e a tutte le voci , colori, luoghi, spunti che mi hanno travolto in questi giorni. Non sono ancora riuscito a sedimentarli, metterli in ordine, archiviarli. Sono lì, che si azzuffano uno con l’altro, ognuno protagonista, ognuno con le sue esigenze, tutti rumorosi e indisciplinati allo stesso modo. Credo sarebbero piaciuti a Fabrizio. Ancora il mare negli occhi. B.Bigoni

Per gentile concessione all’Almanacco Gallurese da parte dell’editore Rivista Anarchica, già pubblicato come supplemento al dvd “Faber”


Perdersi in un mucchio di sentieri PARTIRE, RESTARE, TORNARE, TRA DISTRAZIONE E ANOMALIA. PASSAGGI DI TEMPO E ANIME SALVE NELLA POESIA E NELLA MUSICA DI FABRIZIO DE ANDRÉ. di Franca Canero Medici

M

olto spesso quando ci poniamo la domanda sul tempo, abbiamo l’impressione che del tempo ci sia stato tolto e che ci manchi, quando parliamo della poesia e della musica di Fabrizio De André questa impressione è fortissima: con la sua morte del tempo ci è stato tolto, ci manca e desideriamo ritrovarlo. Per questo la tematica sul significato del tempo nel canzoniere di De André, o per meglio dire sulla sua riserva inesauribile di significati, mi è parsa quasi ineludibile, a dieci anni di distanza dalla sua morte, come l’inscindibilità della sua presenza e della sua mancanza e il nostro bisogno di ricordarlo. Qui contenuto e forma si fondono e finiamo per riflettere sul nostro stesso riflettere, sulla dimensione stessa del ricordo e sulla possibilità di andare oltre il ricordo, perché la musica e la poesia ci chiedono di andare perfino oltre il ricordo. “Le canzoni che scrivo mi appartengono solo in parte – ha detto Fabrizio De André in una intervista riportata sul testo di Luigi Viva –…sono affio-

ramenti di memoria, addirittura memorie che non dovrebbero appartenermi perché sono cose che non ho vissuto: come faccio a ricordarmele? Perché me le ricordo?... Vi è una strana entità che mi aggredisce e mi succhia per rendersi una canzone”. Nella poesia di Fabrizio De André vi è un tempo del ricordo, che lo riportava spesso alla sua infanzia a Revignano d’Asti e al suo rapporto così intimo con la natura, che egli ricercherà poi per tutta la vita, anche qui in Sardegna, e vi è un tempo che va perfino oltre il ricordo, col quale anche noi dobbiamo fare i conti. Ma che cos’è il tempo? Mi verrebbe da dire parafrasando una sua canzone, Assoluzione e delitto lo stesso movente. (La canzone del padre in Storia di un impiegato, 1973). Fabrizio De André nel suo canzoniere non ha mai rinunciato a porsi questa domanda, pur sapendo che essa, proprio come la vita, lo avrebbe portato a viaggiare per la stessa ragione del viaggio, e a perdersi in un mucchio di sentieri, che non è possibile coSpeciale De Andrè

173


ALMANACCO gallurese

SPECIALE DE ANDRÈ

“E’ soltanto riuscendo a vincere nella pura la paura della morte che l’uomo diventa immortale”

stringere in un palmo di mano, perché questi conducono inevitabilmente a quei segreti che fanno paura, primo fra tutti il segreto della morte. Non è un caso allora che gli arcani dei tarocchi che egli aveva scelto come scenografia del suo ultimo concerto al teatro Brancaccio si richiamassero tutti alla domanda sul tempo: la Ruota della fortuna (il ciclo delle nascite e delle morti, la trasmigrazione delle anime, il tempo del ritorno); il Giudizio (il tempo escatologico della rinascita); l’Eremita (il tempo della solitudine e della vecchiaia); le Stelle, il Sole e la Luna (il tempo della natura, del cielo, dell’avvicendarsi del giorno e della notte, il nostro bisogno di tornare), e in particolare la Luna e le Stelle (la dimensione infinitante del canto, della memoria, dell’espirazione). E mi vengono in mente le parole di Amico fragile: “E’ bello pensare che dove finiscono le mia dita debba in qualche modo cominciare una chitarra”. Nel canzoniere di Fabrizio De André il tempo è l’inevitabilità di una condizione ossimorica, dove per restare bisogna partire e per tornare bisogna passare, proprio come di fronte al mare, “dove ogni onda – come egli diceva in alcuni appunti riportata nell’ultimo libro di Cesare Romana – è un’altra”. Nelle parole che fa dire a Maria di fronte alla morte di Cristo: “Per me sei figlio, vita morente/ti porto cieco questo mio ventre…”(Tre madri in La buona novella,1970) a mio parere è in qualche modo racchiuso tutto l’enigma del tempo. Vita morente: partire, restare, tornare tra distrazione e anomalia, è quello che da sempre fanno le anime sole per diventare salve. “Guarderò senza sapere, guarderò per non ricordare” queste enigmatiche parole che Fabrizio De André aveva scritto in alcuni appunti preparatori a Khorakhané, riportate nel libro di Cesare Romana, mi hanno colpito moltissimo, perché in queste a mio parere vi è una sorta di iniziazione al mistero del tempo e al mistero della morte. E’ come un saluto finale di chi si è visto di spalle che partiva e ha guardato il mondo per l’ultima volta, fino a spingersi oltre i limiti ristretti del tempo e del ricordo, per quel bisogno insopprimibile di “una libertà assoluta, in-

174 Speciale De Andrè

comprensibile e estranea alle nostre spiegazioni”,di cui aveva parlato nel suo romanzo intitolato, non a caso, Un destino ridicolo, che ci fa guardare anche ciò che non si vede, il colore del vento, spingendoci ad attraversare litri e litri di corallo per raggiungere un posto, chiamato arrivederci. Sentimenti del tempo e bisogno di andare oltre il tempo, fino a varcare la frontiera con l’anima in spalle: è la guerra di Piero,che non è solo quella da cui non si ritorna, ma è anche quella che lasciandoci solo il tempo per morire, ci fa restare, come il grano, insieme a quei mille papaveri rossi he ogni estate rifioriranno, perché il cerchio mitico delle stagioni eternamente ritorna, è il concetto greco del tempo come Aión. Ma non è sempre così per quei ciliegi malati in ogni stagione, che si chiamano gente, e proprio per questo Fabrizio De Andrè ha scelto la musica e la poesia, per non tradire il suo sogno di bambino che i ciliegi tornassero in fiore,e ha chiuso nelle sue canzoni come in tante bottiglie che sono esche da trascinare, quei fiori di neve, “l’etichetta diceva elisir di giovinezza” (Un medico, in Non al denaro non all’amore né al cielo, 1971). “E’ soltanto riuscendo a vincere nella pura la paura della morte che l’uomo diventa immortale”, ha detto Fabrizio De André in una sua intervista riportata nel testo di Doriano Fasoli, Passaggi di tempo, cercando di chiarire che cosa lo aveva colpito della poesia di Alvaro Mutis, che a suo parere era in modo particolare, il poeta della sfida e della scommessa. E’ per questo che Fabrizio De André, come egli diceva metaforicamente in Amico fragile, ha assunto un cannibale al giorno per farsi insegnare la sua distanza dalle stelle. E il tempo si sa è un cannibale che mangia tutto quello che incontra sulla sua strada, distrugge ogni cosa, condanna tutto inesorabilmente alla morte. Anche nella mitologia greca il tempo come Crónos è rappresentato così, come un padre che mangia tutti i suoi figli. “Stanotte è venuta l’ombra l’ombra che mi fa il verso le ho mostrato il coltello e la mia maschera di gelso


Nel canzoniere di Fabrizio De André il tempo è l’inevitabilità di una condizione ossimorica, dove per restare bisogna partire e per tornare bisogna passare, proprio come di fronte al mare, “dove ogni onda – come egli diceva in alcuni appunti riportata nell’ultimo libro di Cesare Romana- è un’altra”. e se lo sa mio padre mi metterò in cammino se mio padre lo sa mi imbarcherò lontano mastica e sputa da una parte la cera mastica e sputa dall’altra parte il miele mastica e sputa prima che metta neve” (Ho visto Nina volare, in Anime salve, 1996) Un tempo finito un tempo limitato quello dell’uomo, che si pone inevitabilmente di fronte al divenire ciclico delle stagioni e delle stelle, che invece sembra lasciare spazio alla dimensione del ritorno e del permanere, perfino della morte. “Ma tu che vai, ma tu rimani vedrai la neve se ne andrà domani rifioriranno le gioie passate col vento caldo di un’altra estate. Anche la luce sembra morire nell’ombra incerta di un divenire dove anche l’alba diventa sera e i volti sembrano teschi di cera …Ma tu che sai, perché rimani? Un altro inverno tornerà domani cadrà altra neve a consolare i campi cadrà altra neve nei camposanti,” (Inverno, in Tutti morimmo a stento, 1968) Un vecchio e un bambino che si contendono la nostra vita, condannandoci entrambi inevitabilmente alla morte: difficile, impossibile scegliere tra ciclicità e linearità, perché come ha inteso la civiltà

greca, il tempo è sempre un Giano bifronte, anzi un Giano da i molti volti. E Fabrizio De André non sceglie, anche se proprio non sa rinunciare alla dimensione ciclica del ritorno, perché questa gli sembra inscindibile da quella della partenza: si parte solo per ritornare, è questo il bisogno che da sempre spinge tutti i marinai, emigranti della risata, a viaggiare sopra un mare che in qualche modo è sempre rotondo. Circolare è la concezione del tempo delle culture antiche e originarie. Circolare è per gran parte la concezione greca, pensiamo alla visone orfico-pitagorica, o di Empendocle, o ancora di Platone, circolare è la concezione precolombiana e degli Indiani d’America, a cui De André si richiamava (gli Zuni ad esempio, e non mi sembra un caso, chiamano l’anno passaggio del tempo e le stagioni passi dell’animo).E ancora circolare è la visione animistica, dove la parte e il tutto sono in un rapporto di reciprocità tra microcosmo e macrocosmo, che si scandisce nei cerchi larghi di una fraternità con ogni cosa che ci circonda, perché come noi ha un’anima che ha bisogno di tornare al tutto. “Bisogna imparare il comportamento del cervo maschio” – aveva detto una volta Fabrizio De André a Alfredo Franchini, come egli ricorda nel suo libro, disegnando un cerchio immaginario, - quando ha sei mesi insegue la femmina. Quando ha un anno aspetta a metà strada e, dopo un anno e mezzo, si ferma: è la femmina che lo raggiunge”. Vi è un tempo per seguire, un tempo per aspettare e un tempo per farci raggiungere. La vita è come rincorsa tra Amore e Psiche: prima è Amore che insegue l’Anima, poi è l’Anima che lo raggiunge. Il tempo descritto da Fabrizio De Andrè resta come sospeso tra la fugacità di un viaggio senza ritorno, come quello raccontato nella Canzone di Sally, e la lentezza di un tempo mitico, come quello delle stagioni, che invece sembra “non avere preSpeciale De Andrè

175


ALMANACCO gallurese

SPECIALE DE ANDRÈ

“Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria col suo marchio di speciale disperazione”

mura” come si dice ne La stagione del tuo amore. Amori che vengono, amori che vanno, amori che tornano, amori perduti con i fiori appassiti di un aprile lontano. Canzoni che raccontano il tempo di tutte le belle passanti conosciute appena, non c’era il tempo e ne valeva la pena. “Immagini care per qualche istante sarete presto una folla distante scavalcate da un ricordo più vicino per poco che la felicità ritorni è molto raro che ci si ricordi degli episodi del cammino Ma se la vita smette di aiutarti È più facile dimenticarti … di tutte le belle passioni che non siamo riusciti a trattenere” (Le passanti, in Canzoni, 1974)

E quando il tempo se n’è andato, il tempo che ci rimane è soltanto il tempo opportuno, il tempo come Kairós, che per De André non è mai il tempo propizio, almeno nel significato più immediato del termine, è il tempo fuori misura, che capovolge l’inesorabilità lineare della morte nella prospettiva circolare della rinascita, per lo meno simbolica. E’ il tempo di un attimo che vale per tutta la vita, una illuminazione improvvisa che non ha bisogno di sapere, e forse neppure di ricordare. E’ il tempo senza tempo di cui parlava Platone nel Parmenide, che comporta una frattura brusca rispetto al mondo normale, un cambiamento subitaneo tra moto e stasi, come avviene nel passaggio tra la vita e la morte. E’ l’attimo immenso annunciato da Nietzsche, l’istante che acquista il diritto di tornare, e che è lo stesso di rimanere per sempre. E allora il bambino di Eraclito, che si gioca a dadi la nostra vita con quelle tessere giganti di un domino che non avrà mai fine, improvvisamente ci sembra innocente, perché la sua distrazione diventa la nostra, fino a consumare la luce delle stelle in una preghiera smisurata.

176 Speciale De Andrè

“Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria col suo marchio di speciale disperazione e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi per consegnare alla morte una goccia di splendore di umanità di verità per chi ad Aqaba curò la lebbra con un scettro posticcio e seminò il suo passaggio di gelosie e di figli con improbabili nomi di cantanti di tango in un vasto programma di eternità ricorda Signore questi servi disobbedienti alle leggi del branco non dimenticare il loro volto che dopo tanto sbandare è appena giusto che la fortuna li aiuti come una svista come un’anomalia come una distrazione come un dovere” (Smisurata preghiera, in Anime salve) In Anime salve Fabrizio De André ripercorre un millenarismo capovolto, “Mille anni al mondo mille ancora”, intessuto di passaggi di tempo della propria vita e della vita dell’umanità intera, fino a vederli svanire in direzione ostinata e contraria, nella dimensione del tempo di un’epifania mitica e visionaria rivolta ai paesi di domani, che sono “visioni di anime contadine in volo per il mondo”, perché la solitudine si faccia compagnia e il passato in cui tutte le cose erano uguali, che forse non è mai esistito, si faccia futuro. “Mille anni al mondo mille ancora Che bell’inganno sei anima mia E che bello il mio tempo che bella compagnia Sono giorni di finestre adornate canti di stagione anime salve in terra e in mare sono state giornate furibonde senza atti d’amore senza calma di vento


È il tempo dell’addio, il tempo che ci dà l’indicazione nell’istante del congedo, il tempo di chi sceglie di andaresene e di continuare a migrare, perché l’aria azzurra diventi casa. Perché “poi ad un tratto l’amore scoppiò dappertutto”, come ha scritto Fabrizio De André in una frase che non a caso è stata scelta come un motivo centrale della Fondazione a lui dedicata. E’ il tempo della libertà in cui parlava in un destino ridicolo, che “d�� senso a tutto questo nostro vivere e soffrire”: quello che lui aveva sempre cercato nell’anarchia. solo passaggi e passaggi passaggi di tempo ore infinite come costellazioni e onde spietate come gli occhi della memoria altra memoria e non basta ancora cose svanite facce e poi il futuro i futuri incontri di belle amanti scellerate saranno scontri saranno cacce coi cani e coi cinghiali saranno risorse morsi e affanni per mille anni … mi sono visto di spalle che partivo Ti saluto dai paesi di domani Che sono visioni di anime contadine In volo per il mondo (Anime salve, in Anime salve) E’ il tempo dell’addio, il tempo che ci dà l’indicazione nell’istante del congedo, il tempo di chi sceglie di andaresene e di continuare a migrare, perché l’aria azzurra diventi casa. Perché “poi ad un tratto l’amore scoppiò dappertutto”, come ha scritto Fabrizio De André in una frase che non a caso è stata scelta come un motivo centrale della Fondazione a lui dedicata. E’ il tempo della libertà in cui parlava in un destino ridicolo, che “dà senso a tutto questo nostro vivere e soffrire”: quello che lui aveva sempre cercato nell’anarchia, “una libertà assoluta ed estranea alle nostre spiegazioni, qualcosa che mi viene spontaneo –

egli scriveva- chiamare Dio. Qualcosa che dove siamo è in eternità un susseguirsi infinito di meraviglie e che in questa breve parentesi di penombra vive l’avventura di un figlio che si sacrifica per gli altri, senza una ragione precisa”. Nel saluto finale, per Fabrizio De André vi è un tempo senza tempo; qualcosa che sembra alludere al tempo della croce, al tempo del perdono che non cede al rancore, al tempo di Maria che non sente stagioni, “femmina un giorno e poi madre per sempre”. L’ultimo sguardo è la visione di un amore “dal mancato finale/ così splendido e vero che potervi ingannare”, che “dall’ansia di perdersi/ha avuto in un giorno la certezza di aversi”, perché e il tempo di “un tram –ormai- scollegato da ogni distanza” che all’improvviso “ci avanza”, come il tempo del carnevale, in cui tutto si capovolge e ritorna smascherato. E’ questo il tempo transitorio e infinito di “un albergo sopra il monte per navigar le stelle, che Fabrizio aveva scelto per sé, e che aveva cercato anche qui in Sardegna, come a Genova, “una città da rimpiangere”, tra i monti del Limbara così come tra le sue Nuvole e sole, il tempo della nostra solitudine, della sua compagnia. Il tempo infinito del mistero della sua voce da sciamano che continua a ripeterci le parole d’amore che Dori Ghezzi ha voluto condividere con noi: “Ora il tempo è un signore distratto è un bambino che dorme Ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano Che cosa importa se sono caduto se sono lontano” (Hotel Supramonte, in Fabrizio De André, 1981) Speciale De Andrè

177


ALMANACCO gallurese

SPECIALE DE ANDRÈ

Fabrizio nel ricordo del prete che battezzò Luvi e che fece da intermediario nel sequestro.

Un uomo di

MOLTA FEDE di Salvatore Vico

DON SALVATORE VICO, nipote di padre Salvatore Vico (figlio del fratello Battista) e fratello di suor Battistina Vico, maddalenina, missionaria in Africa. Don Salvatore Vico è nato a La Maddalena nel 1932 ed è stato ordinato nel 1955. Ha festeggiato, proprio a La Maddalena, cinquant’anni di sacerdozio. E’ parroco della chiesa del Sacro Cuore a Tempio.

Esercitare il ministero di prete qualche volta non si ferma a quel rapporto spirituale che è legato all’esercizio di quei momenti fondamentali quali sono il dono dei Sacramenti e il parlare delle realtà della fede, ma qualche volta quei momenti si trasformano anche in rapporti che hanno una forte valenza umana fino a diventare amicizia.

È

quello che è capitato a me nel momento in cui come prete ho dovuto avvicinare Fabrizio De André nell’occasione del battesimo della sua figlia Luvi. Ricorderò sempre il momento in cui ho incontrato Fabrizio e Dori Ghezzi prima del battesimo di Luvi. Prima di ogni battesimo avvicino sempre la famiglia per una chiacchierata di fede e per preparare la cerimonia. Anche per il battesimo di Luvi ho voluto incontrare la sua fa-

178 Speciale De Andrè

miglia e non vi nascondo che mi recai all’Agnata con una certa apprensione. Chi mi aveva parlato di Fabrizio certo non me ne parlo come un uomo di fede, tutt’altro, e questo poteva spiegare il mio stato d’animo nell’avvicinarmi ed incontrarlo. La realtà fu molto diversa. Il nostro incontro fu cordiale e sereno ed ugualmente con Dori. Feci le mie solite domande e al perché volessero battezzare la loro figlia, con


I preparativi del battesimo

mia meraviglia ottenni risposte che non avevo da quelle famiglie che noi giudichiamo di fede. Fabrizio mi disse che lui desiderava che sua figlia vivesse nella normalità di quella vita reale che nel nostro contesto era una vita di cristiani credenti, battezzati e non avrebbe voluto che Luvi venisse additata come una miscredente. Dori mi disse di più: “Io sono credente e non vorrei che un giorno mia figlia mi rinfacciasse di non aver dato a lei una cosa nella quale io credevo”. Ricordo che il nostro discorso continuò con grande cordialità e constatai che i principi di Fabrizio non erano così lontani dai nostri principi cristiani. Ricordo che il mio animo si riempì di molta serenità. Fui invitato a cena e furono dei momenti che vivemmo come dei vecchi amici. Sentimmo spontaneamente e non superficialmente di darci del “tu”. Ricordo che la notte ritornando a Tempio sentivo dentro di me di aver trovato degli amici. Quel senso di apprensione iniziale era completamente scomparso. Tutti gli altri incontri con Fabrizio furono segnati da questo senso di amicizia e cordialità profonda. Venne poi il giorno del battesimo di Luvi, il 30 settembre 1978, una splendida giornata dell’autunno tempiese.

La chiesetta campestre di san Bachisio, adornata con amore da Dori con fiori di campo, ci accolse e accolse anche le parole “credo” ripetute e pronunziate non formalmente da Dori e Fabrizio e il loro “lo voglio” di adesione al battesimo cristiano di Luvi. Ricordo la mia gioia e le parole che pronunziai con tanto amore: “Luisa Vittoria Margherita io ti battezzo…” con questo momento di fede consolidammo la nostra amicizia segnata poi da tanti momenti anche conviviali vissuti gioiosamente. Tanta serenità purtroppo fu interrotta da un momento tristissimo: il sequestro da parte di banditi sardi di Fabrizio e Dori. In quel giorno io ero fuori Tempio per un periodo di Esercizi Spirituali ed appresi la notizia dai giornali. Chi mi sta leggendo può immaginare quanto rimasi sconvolto da questa notizia così inaspettata. Al mio rientro a Tempio mi recai all’Agnata per incontrare ed esprimere il mio dolore al babbo di Fabrizio. Dopo qualche giorno fui da lui richiamato con una richiesta: Mi potevo rendere disponibile a fare da intermediario tra lui e i banditi? Ne parlai con il mio vescovo mons. Carlo Urru il quale mi incoraggiò :”Se te la senti –mi disse- fai pure”. Speciale De Andrè

179


ALMANACCO gallurese

...rimasi sconvolto da questa notizia così inaspettata. SPECIALE DE ANDRÈ

De André con Dori Ghezzi per il battesimo della piccola Luvi (1981) Sotto, una pagina del Bolero del 9 settembre 1979 Ed iniziai così la lunga serie di notti per le strade della Gallura e del nuorese con una panda a 50 chilometri orari, in attesa di vedere il segnale stabilito: un pezzo di sughero. Dovevamo fermarci, spezzare in due il sughero e gridare “Milano” in attesa della risposta “Torino”. Normalmente ci introducevamo in un viottolo. Poi pancia a terra si discuteva. Il vero problema erano i soldi, con la richiesta di 800 milioni iniziali e con le riduzioni richieste dal padre di Fabrizio. Passarono mesi anche con lunghi periodi in cui i banditi non si facevano vivi, fino all’ultimo concitato incontro che io ebbi personalmente verso Pattada in un luogo inconsueto dagli incontri precedenti. Quella volta i banditi non erano armati e mi trattennero a terra con le ginocchia sulla schiena. La situazione sembrava peggiorare, poi attraverso la mediazione di un mio amico di Orune riuscimmo ad avere contatti non ufficiali e alla fine tutto si risolse per il meglio. Venne la famosa notte del 21 dicembre, notte terribile metereologicamente, angosciosa per me nell’ansia che tutto finisse per il meglio. E alle porte di Monti il primo momento di gioia grande: potrei riabbracciare Dori, liberata per prima come garanzia per il giorno dopo per la liberazione di Fabrizio. Altra sera di gioia. Ricordo ancora le nostre espressioni di felicità. Dopo aver stretto forte Fabrizio dissi dal cuore:”Grazie Signore, grazie”. Mi fece eco Fabrizio “Hai ragione Salvatore, grazie Signore”. Potete immaginare la mia gioia. Ritornai a Portobello la mattina dopo e accolsi con gioia nel cuore la confidenza più bella di Fabrizio: “Salvatore, io credo veramente che Dio esiste”. Quelle parole mi fecero dimenticare le fatiche, le ansie dei giorni del sequestro. Insieme alla gioia dell’amico riportato in libertà, vidi un aggancio bellissimo con un altro momento, quello del battesimo di Luvi. Voglio dire che furono quel momento di gioia e il sacrificio del periodo del sequestro a cementare la mia amicizia con Fabrizio. Ci incontrammo ancora tante volte, mo-

180 Speciale De Andrè


La piccola Luvi in braccio al fratello Cristiano

menti di svago come la nottata passata ad Arbatax su un peschereccio di amici di Giulio Carta, il mio compare che rese possibile la conclusione delle trattative per il sequestro. Passammo poi tutta la giornata in quel bel mare dopo la frittura del pesce fresco della notte. Momenti di svago ma anche momenti in cui parlavamo del più e del meno ed anche di fede, soprattutto dei valori della fede cristiana e io ricordo, quasi vergognandomene, di quanto mi vantava come uno che non parlava solo di carità e amore, che lui considerava come il centro di tutto il Cristianesimo, ma uno che soprattutto viveva quei valori. Vorrei dirlo a voce alta: anche Fabrizio viveva quei valori del Cristianesimo. Ho saputo che nascostamente aiutava tante famiglie che si trovavano nel bisogno, era una sua abitudine e un suo impegno. Anche nel suo canto il Cristianesimo era presente, insieme anche ai risvolti umani; mi ha confidato che il brano musicale a cui teneva di più era la Buona Novella a cui aveva dedicato mesi e mesi di preparazione studiando anche tutti i vangeli aprocrifi e dobbiamo davvero riconoscere che la Buona Novella è uno squarcio di alta poesia e che appare anche frutto di un profondo sentimento di fede. Sento tanta nostalgia dei momenti di amicizia vissuti con Fabrizio e sento tanta tristezza per la sua vita interrotta dal dolore. Mi era stata nascosta la sua malattia. Lo seppi solo a pochi giorni dalla sua morte, che avvenne l’11 gennaio del

1999 a Milano. Avrei voluto essergli vicino e così decisi di andare a Genova a partecipare ai suoi funerali. Ricordo ancora la chiesa gremita, ricordo l’abbraccio a Dori e ai ragazzi. “Ci sei anche tu Salvatore” mi dissero, ed io risposi nella commozione “Non potevo mancare”. E no avrei davvero potuto mancare a quell’ultimo appuntamento anche se il più doloroso. La messa di suffragio non fu un semplice momento rituale ma un momento di grande fede. Rimasi colpito dalle numerosissime comunioni ricevute da persone commosse e piene di fede. Evidentemente molti in Fabrizio avevano scoperto sprazzi di fede vera. Sono rimasto contento di essere stato presente a quel momento conclusivo del suo passare tra noi. Vi erano tanti sardi e tanti tempiesi preseti al rito. Evidentemente non era stato solo Fabrizio ad essere rimasto innamorato della Sardegna e della Gallura ma anche la gente lo stimava tantissimo. Alla fine della celebrazione andai a firmare il registro. Davanti a me stavano passando due ragazze di Tempio e con la firma avevano voluto esprimere il loro dolore e disappunto per la perdita di Fabrizio. Una di loro aveva scritto: “no mi la possu balià” (non riesco a rassegnarmi). Ciao Fabrizio! Avresti potuto ancora offrirci momenti di gioia nel canto e nella poesia. Io ti ricorderò sempre con tutto il mio affetto. S.Vico Speciale De Andrè

181


ALMANACCO gallurese

SPECIALE DE ANDRÈ

La notte che ascoltò Iskeliu e scrisse la prefazione portando la mia anima in paradiso. Sotto, il manoscritto della prefazione che De Andrè scrisse per Iskeliu

Sandro Fresi Foto di Egidio Trainito

Maestro, è troppo per me di Sandro Fresi

I

l mio ricordo ed il mio rapporto personale con Fabrizio De André sono legati alla realizzazione di Iskeliu, il mio cd di esordio del 1997. Un lavoro in equilibrio tra la ricerca di un suono tribale che qui in Gallura avevamo più o meno consapevolmente rimosso, prodotto con strumenti arcaici o con i loro campionamenti e l’arrangiamento, diremmo contemporaneo, dei repertori delle danze comunitarie ancora superstiti in piccoli paesi come Bortigiadas. Ero arrivato al pre-master del lavoro e la produzione aveva la necessità di una presentazione autorevole per un la-

182 Speciale De Andrè

voro di ricerca etnica che era durato un’eternità, circa dieci anni. Il personaggio più autorevole era ovviamente Fabrizio De André, profondo conoscitore della musica popolare del Mediterraneo dalle cui sonorità aveva spesso tratto ispirazione per le sue composizioni, in tempi in cui l’etnico non era ancora diventato una moda. Il problema era come fargli ascoltare la mia musica senza essere in qualche modo invadente, conoscendo la sua proverbiale riservatezza, e semmai osare chiedergli se avesse gradito di scrivere una prefazione... Rompendo gli indugi, complici alcuni amici co-


Era l’ottobre del 1996 e non avrei più rivisto il più grande poeta-musicista...

Foto di E.Trainito

muni che in sella ai loro cavalli guadano il rio Salaùna fino allo stazzo dell’Agnata, gli faccio arrivare una cassetta con i riversaggi dei brani non ancora mixati. Lui, quasi sorpreso da questo insolito servizio postale, promette di ascoltarli con attenzione ed io l'avrei chiamato al telefono di lì a qualche giorno. Cosa che faccio con un'ansia terribile pensando ad un suo «no, non mi piace» o «no, non m'interessa». Ed invece lui riponde al telefono con una domanda: «Ma tu dov'eri fino ad ora?». Mi chiede perché ho scelto proprio lui, rispondo che è stato l’unico ‘grande’ che abbia dimostrato amore e passione per le lingue minoritarie e per quei suoni poveri del Mediterraneo fino a renderli protagonisti di quel capolavoro che è Creuza de ma’. Sento che sorride compiaciuto dall’altro capo del telefono, avverte il mio disagio quando mi chiede se desidero un commento estetico per ogni brano del disco e quando gli rispondo ‘Maestro, è troppo per me, va bene anche mezza paginetta’ quasi mi rimprovera: ‘Smettila di fare il sardo, avete sempre bisogno di conferme del vostro valore! Ora sei tu il maestro ed io quello che ascolta’. E poi: «Senti, il lavoro mi piace molto, ma ho bisogno di un'altra notte per sentirlo meglio e poter scrivere un commento adeguato. Ti chiamo domani sera alle 9». Credo di aver appena soffiato per l'imbarazzo qualche sillaba di ringraziamento. L'indomani alle 9 di sera, puntualissimo, mi chiama, con la sua voce profonda e calmante che non dimenticherò mai: « Sono Fabrizio De André. Maestro, il tuo lavoro è davvero bello, vieni a prenderti la prefazione». Quando? «Anche adesso, domani devo partire per Milano». Col cuore in gola, agitatissimo, percorro quella striscia di strada attraverso i boschi che portano all'Agnata che ora mi sembra irraggiungibile, più lontana del solito. Lui mi accoglie sull’uscio di casa con il suo sorriso sereno e com'è usanza negli stazzi galluresi mi offre insieme alla moglie Dori dei dolci fatti in casa che non mangio ed un bicchiere di vermentino che per il panico non riesco a bere. Accresce il mio disagio il fatto che commenta il mio lavoro alla presenza di altri ospiti dicendo: « Vedete questo ragazzo, pensate che qui arrivano dischi e cd da ogni parte d'Italia ed io ascolto molta musica, ma la sua musica mi ha davvero commosso e credetemi, commuovere un

vecchio cantautore di 57 anni come me ce ne vuole». Poi prende dei fogli dove ha appuntato dei consigli circa il missaggio finale dei brani (tipo: meno riverbero sulla voce, alla quarta battuta alleggerisci le percussioni, etc.) e in disparte mi legge la prefazione al disco che aveva preparato in brutta e in bella copia. Mi chiede se sono contento di quello che ha scritto o se la deve rifare (!?)... Mi abbraccia come se ci fossimo conosciuti da sempre, io lo ringrazio confuso mentre mi accompagna sorridente verso l'uscio di casa; mi lascia chiedendomi ‘scusa, dimenticavo, di che segno sei?’. Era l’ottobre del 1996 e non avrei più rivisto il più grande poeta-musicista, l’artista che ho avuto il privilegio di incontrare sulla mia strada e che ha posato per un attimo il suo sguardo compassionevole sulla mia povera musica. Questo è il mio ricordo di Fabrizio De André, delle sue inesauribili qualità interiori, della sua grande curiosità intellettuale, della sua voglia di stupirsi, di meravigliarsi per linguaggi musicali da molti ritenuti marginali. Mi rimane il rammarico di non avergli potuto o saputo dimostrare in tempo tutta la mia gratitudine e il mio affetto. Ho cercato di rimediare, in questi anni, lavorando per molti eventi che a Tempio e altrove ricordano la sua figura artistica e umana. Dirigo da alcuni anni il Festival ‘Faber, suoni e parole cangianti’ che ha visto sulla scena artisti internazionali di grande rilievo come il cantautore londinese Kevin Dempsey, il gruppo francese Coroudeberra fino ad arrivare alla grande performance della Premiata Forneria Marconi dell’ultima edizione. Con l’attore Matteo Gazzolo abbiamo prodotto il reading musicale ‘Coriandoli a Tempio’ il cui testo, straordinario come ogni sua canzone, è tratto dall’unico romanzo di Faber Un destino ridicolo, scritto a quattro mani con Alessandro Gennari Nel 2003 ho inserito nel cd Zivula una nostra versione dell’Ave Maria della Buona Novella, suonata con le nostre benas di tremila anni fa e con i liuti mediorientali, tradotta e cantata in catalano di Alghero, in sardo logudorese ed in gallurese, quelle lingue minoritarie, quelle parole tagliate che il Maestro amava tanto. S.Fresi Speciale De Andrè

183


ALMANACCO gallurese

SPECIALE DE ANDRÈ


QUELL’INCONTRO NELLA CASA NON FINITA E LA GALLURA NEL CUORE Foto e testo di Ranuccio Bastoni a “due cavalli” arancione si fermò con un singhiozzo all’ingresso dell’aeroporto di Olbia. Fabrizio de André scese col mozzicone della sigaretta in bocca e si guardò intorno. Poi mi vide e sorrise. Ero atterrato in Gallura per passare un paio di giorni con lui e realizzare un reportage sulla sua nuova casa, ancora in costruzione. Con Luvi nel porte-enfant, tutta infagottata, sotto l’occhio vigile di Dori, Fabrizio guidò guardingo fino a casa. La superba costruzione che dopo qualche anno sarebbe diventata l’Agnata, apparve all’improvviso, alla fine della stradicciola, fra gli olivi e le antiche querce scolpite nel sughero: erano vecchie mura di sasso e mattoni, finestre squadrate e intorno il via vai dei muratori, fra mucchi di sabbia, tegole e l’impastatrice del cemento. “È questa la casa?” chiesi a Fabrizio. “Ti piace? – mi rispose – Per ora si capisce poco, siamo agli inizi, ma vedrai quando sarà finita! L’ho tutta in testa. Sarà bellissima. Una casa sarda, immersa nel verde. Una specie di ritiro, per quando sarò stufo di vedere gente e avrò voglia di stare con me stesso e con chi mi ama.” Più tardi facemmo merenda in quella che era stata la stalla, coi muratori ed i suoi amici contadini e pastori. La pagnotta correva da una mano all’altra, alcuni tagliavano grandi fette di formaggio pecorino, altri agitavano salami. Nella mangiatoia, il bicchiere rovesciato appoggiato in cima al collo, il fiasco del vino. “Perché in Gallura? – mi spiegava Fabrizio pacato, rilassato, mentre con lo sguardo accarezzava le vecchie mura, i bambini che correvano sull’aia, il cane che scodinzolava - Perché c’è qualcosa che ci lega a questa terra. Parlo di me come genovese. Credo non ci sia altro posto, dopo Genova, dove mi senta a casa mia come qui. Anche tu che sei toscano – rivolto a me – qui dovresti sentirti a casa. La Sardegna e la Toscana sono di fronte, dirimpettaie. E la Toscana è l’approdo naturale dei sardi.”

L

Per i lettori dell’Almanacco, il ricordo del giornalista e fotografo toscano: l’incontro nella casa in costruzione che poi sarebbe diventata l'Agnata. All’indomani mi caricò in macchina e assieme a Dori mi portò sui monti. Attraversammo Tempio Pausania e ci inoltrammo lungo sentieri selvaggi, persi fra distese di querce e di olivi che tingevano di verde e d’argento la montagna. Poi c’inerpicammo a piedi e la roccia possente ci si parò davanti all’improvviso: la testa paurosa di un dinosauro, il profilo di un orso, un mostro grigio di pietra. Chissà che cos’era quella grande roccia, che pareva scolpita in una fiaba. Scattammo molte foto, Fabrizio sembrava in estasi, lo sguardo pensoso perso nel vuoto, mentre laggiù lontano, s’intuiva la pianura di un verde cangiante e nel cielo le nuvole, come altrettanti mostri, s’inseguivano sbattute nel blu da un vento diaccio e insistente. Lontano attutiti, il richiamo di un pastore, lo scampanellio del gregge, il belato di un agnello, l’abbaiare di un cane. Capii che era questa la sua Gallura.

Speciale De Andrè

185


ALMANACCO gallurese

SPECIALE DE ANDRÈ

186 Speciale De Andrè


SCATTAMMO MOLTE FOTO, FABRIZIO SEMBRAVA IN ESTASI, LO SGUARDO PENSOSO PERSO NEL VUOTO...


ALMANACCO gallurese

SPECIALE DE ANDRÈ

LA MIA ESPERIENZA TRA di Lalla Pisano

LE NUVOLE

Ha avuto inizio così la più bella “avventura” della mia vita: un’avventura nel mondo della musica e della poesia, non più con l’amico fraterno, ma con il mito Fabrizio De André. Per le coincidenze della vita mi sono ritrovata a dare la mia voce ad un grande artista, io che non ho altro che il mio accento gallurese. Fabrizio cercava, per il suo brano “Le nuvole”, le voci di una vecchia e di una giovane: per la prima ho pensato a mia madre ma la sua voce, in sede di registrazione è risultata giovanile e, come tale, inadeguata. Venne poi sostituita da Maria Mereu. Fabrizio e Mauro Pagani ebbero un momento di delusione, poi qualcuno disse:-Lalla, prova a leggerlo tu – Io tentai di titarmi indietro, ma loro insistettero. Andò bene: la voce, dissero, era proprio quella che loro cercavano per la giovane donna. Ha inizio la registrazione. Ci troviamo nella tenuta dell’Agnata, nel grande prato antistante la casa. E’ il mese di maggio. Fabrizio desidera che facciano da sfondo i rumori delle vita contadina: il movimento dei trattori, la presenza delle galline, il suono delle cicale ma gli strumenti sono così sofisticati da captare anche suoni indesiderati come quelli di alcuni aerei che si trovavano a passare sopra di noi. Dopo alcune settimane arriva la telefonata di Dory con la richiesta di andare a Milano per registrare il brano in un apposito studio. Parto, accompagnata da un’amica comune, Vittorina. Dopo saluti e abbracci, eccoci in sala di registrazione. Che emozione!! L’avventura continua. Non ero mai stata in una sala d’incisione e per di più sotto la guida di “mostri sacri” come De André, Pagani, Bonardi. Al mio fianco, per darmi tranquillità, c’è anche Fabrizio che, se da un lato mi dà sicurezza, dall’altro mi procura problemi alla gola con il fumo della sua immancabile sigaretta. Viene simpaticamente allontanato ed io rimango sola. Dopo varie prove il mio piacevole e gratificante lavoro ha termine e proprio allora Fabrizio mi dice:-Lo sai che farà da sottofondo alla tua voce un’orchestra di ottanta elementi?- Ci abbracciamo e alle cifre della sua camicia si aggiunge la macchia del mio rimmel. Sul perché Fabrizio abbia scelto le due donne per l’interpretazione del suo brano, è lui stesso, nei suoi appunti, a fornire la risposta.”Ho scelto Lalla Pisano e Maria Mereu perché le loro voci mi sembravano in grado di rappresentare la “Madre Terra”, quella appunto che vede continuamente passare le nuvole e rimanere ad aspettare che piova. E’ messo subito in chiaro che si mettono lì, tra noi e il cielo: se da una parte ci obbligano ad alzare lo sguardo per osservarle, dall’altra ci impediscono di vedere qualcosa di diverso o più in alto di loro. Allora le nuvole diventano entità che decidono al di sopra di noi e cui noi dobbiamo sottostare, ma, pur condizionando la vita di tutti, sono fatte di niente, sono solo apparenza che ci passa sopra con indifferenza e noncuranza, per nostra voglia di pioggia…”. Le due donne, una anziana e una più giovane, recitano sopra un tappeto sonoro intenso e sognante. Le nuvole di Fabrizio De Andrè sono da considerarsi come “quei personaggi ingombranti e incombenti nella nostra vita sociale, politica ed economica, sono cioè tutti coloro che hanno terrore del nuovo perché il nuovo potrebbe sovvertire le loro posizioni di potere” L.Pisano

Il manoscritto originale e inedito del testo della canzone “Le nuvole”

188 Speciale De Andrè


ALL’ALBERGO

DELLA LUNA

In alto, L’Agnata. Ripresa fotografica effettuata dagli inquirenti durante il primo sopraluogo il giorno successivo al sequestro.

F

abrizio De André arriva per la prima volta in Gallura, a Portobello in un pezzo della costa nord sconosciuto alla mondanità e al gossip dei rotocalchi, nell’estate del sessantotto, dove successivamente vi compreràcasa. Solo pochi giorni ed è inesorabilmente colpito dalla sindrome del maldisardegna, che Fabrizio chiama “maldeisardi”, stregato e annichilito dalla luce di questa terra. Nel 1976 si trasferisce definitivamente nel cuore della Gallura che conserva integra tutta la sua cultura, i profumi, i colori delle stagioni, la sua smisurata bellezza.

di Gavino Minutti

Quest’anno ricorre il trentesimo anniversario dal sequestro di Fabrizio De Andrè e della moglie Dori Ghezzi. Trent’anni da quella notte mite e buia del 27 agosto del 1979, quando tre banditi armati, o forse quattro, con il viso coperto violarono la loro casa di l’Agnata ai piedi del monte Limbara. Quel luogo dove De Andrè, mi raccontò, “di aver scelto dopo mesi di lunghi sopralluoghi e ricerche in tutta la Gallura fino a trovare il posto giusto dove vivere il resto della vita”. Compra 151 ettari di terra divisi in tre appezzamenti distinti: Donna Maria, che sta nelSpeciale De Andrè

189


ALMANACCO gallurese

SPECIALE DE ANDRÈ

L’interno dell’abitazione ripresa dagli inquirenti durante il sovra luogo. I numeri indicano la custodia e le scatole vuote Delle cartucce del fucile winchester portato via dai banditi. la montagna, si inerpica fino a oltre 700 metri dal livello del mare, raddoppiando l’altimetria di l’Agnata; poi l’Agnata e Tanca Longa. A l’Agnata recupera e trasforma il vecchio stazzo in disfacimento, piantato sul piano inclinato del fondo valle, circondato da un fitto e rigoglioso bosco di querce e lecci che ispirano alla contemplazione. E’ li che De Andrè e Dori Ghezzi stabiliscono la loro residenza e, nel 1994, all’attività agro-pastorale, si aggiunge l’agriturismo. Un luogo che trasformano e bonificano in una bella e moderna fattoria, capace di tener al pascolo una cinquantina di mucche e un po’ di capre, con piglio di accorti allevatori. Un luogo dove “non nevica mai (l’Agnata, appunto), nevica tutt’intornoe a Donna Maria, mai qui; solo a marzo, ogni anno, nevicano petali di fiore”. Così descrive il luogo una sera dopo cena durante una passeggiata nel parco. I fiocchi di neve sono i petali che cadono dagli alberi del mandorleto, coprendo di bianco, come in una tardiva nevicata primaverile, il prato di loietto e dichondra che circonda la casa. Un luogo, amava ripetere, “dove ho speso tutti i soldi che

190 Speciale De Andrè

sono riuscito a risparmiare, un posto che lavoro anche con le mie mani, che un giorno lascerò ai miei figli, perché non avranno molto dai diritti di autore delle canzoni del padre”; e, come ogni padre, desiderava lasciare in eredità qualcosa di tangibile: uno stazzo e una terra, appunto. “Anche se qui la terra non rende, costa tanta fatica ed è difficile far crescere l’erba, devi concimare in continuazione per correggerne l’acidità; dal punto di vista economico è proprio un fallimento: ma ci guadagni tanto in salute e serenità. Questo luogo è una magia, da tanta gioia per l’anima, anche quando torni a casa distrutto dalla stanchezza, che però appaga e non lascia spazio alle inquietudini. Vivere questa dimensione è il modo più semplice ma anche il più profondo di vivere questa terra ”. De Andrè diventa più sardo dei sardi e più gallurese dei galluresi, è ammaliato “da questa gente così dignitosa, tenace e schiva”. Studia e legge quanto più possibile sulla storia, sulle tradizioni e sulla cultura della Sardegna: studia e ne apprende la lingua, scrivendo e cantando bravi in gallurese. La Sardegna non è, ne per l’artista ne per l’uomo, una fuga: “è il posto migliore dove vivere, è il luogo dove il


Il sequestro matura e viene preparato, secondo gli inquirenti, in ambiente orunese, il cui nucleo originario è costituito da tre malviventi, la cui mente organizzativa, un veterinario con frequentazioni nel mondo pastorale sardo in Toscana, proviene da un comune della provincia di Siena.

buon Dio dovrebbe metterci il paradiso”. Mi racconta: ”a volte sono assalito dai brividi per l’azzurro dei graniti di questa terra”. Alle ore 11,30 del 28 agosto 1979, Vittoria Manca Idda, collaboratrice domestica ventiseienne e Filippo Mariotti, il fattore dell’azienda, si recano al comando della Compagnia dei Carabinieri di Tempio per denunciare “la scomparsa dei cantanti De Andrè Fabrizio Cristiano e Ghezzi Dori, dove i medesimi posseggono abitazione con annessa azienda agro-pastorale. Scomparsa risale probabilmente at prime ore notte 27 cormes, unitamente autovettura loro proprietà “Diane 6” et a fucile marca winchester et confezioni munizioni. Primi accertamenti consentono appurare che trattasi sequestro di persona”. Con questo verbale inviato a tutti i comandi e alle questure della Sardegna, i carabinieri di Tempio Pausania rendono noto all’Italia il sequestro di persona più celebre avvenuto fino ad allora nell’isola dei sequestri. La certezza dell’avvenuto sequestro arriva come da cliché a distanza di pochi giorni quando al padre di Fabrizio veniva recapitata una lettera con la quale il figlio gli raccontavadi essere stato sequestrato insieme alla compagna Dori e che come prezzo per la loro liberazione i rapitori pretendevano la somma di 2 miliardi di lire. L’ORGANIGRAMMA DEL SEQUESTRO La preparazione Il sequestro matura e viene preparato, secondo gli inquirenti, in ambiente orunese, il cui nucleo originario è costituito da tre malviventi, la cui mente organizzativa, un veterinario con frequentazioni nel mondo pastorale sardo in Toscana, proviene da un comune della provincia di Siena. I tre, legati da una lunga frequentazione di scambi reciproci tra Toscana e Barbagia, progettano e perfezionano l’esecuzione del sequestro che, naturalmente, richiede un adeguata attività preparatoria, oltre che il reclutamento di

un altrettanto adeguato numero di persone da coinvolgere nell’azione criminosa. I tre si recano più volte a Tempio per cercare i giusti contatti che consentissero di avere le informazioni necessarie per portare a termine il progetto: contatti intrapresi da subito con persone residenti in Gallura da alcuni anni di origine barbaricina. Dunque,il progetto inizia a prendere forma concretamente. Individuato il basista, capace di carpire tutte le informazioni utili sia sulle abitudini che sulla reale consistenza patrimoniale delle vittime designate, non resta che completare la base partecipativa con l’individuazione ed il coinvolgimento di coloro che avrebbero dovuto prelevare le vittime, di coloro che avrebbero trattato con i familiari per il riscatto, oltre a figure minori di contorno da impiegare nelle attività di manovalanza. La banda si integra con il reclutamento di alcuni latitanti che avrebbero garantito la sorveglianza degli ostaggi durante la prigionia. Vengono aggregati all’organizzazione alcuni componenti di Pattada, che successivamente rivendicheranno la direzione del sequestro e la conduzione delle trattative. Venne invitato a partecipare all’azione anche una persona di Tempio che, rifiutata l’offerta, fece circolare la notizia di essere a conoscenza del progetto di un sequestrato di persona in grado di pagare 2 o 3 miliardi di lire per il suo riscatto, denotando da subito una certa propensione dilettantesca dei componenti la banda, in deroga ai consueti canoni omertosi dell’industria criminale dei sequestri operante in Sardegna in quegl’anni. L’agguato Secondo il rapporto dei carabinieri, i banditi rimasero nascosti tra i cespugli della collinetta che sovrasta l’abitazione per alcuni giorni prima di effettuare il sequestro, controllando i movimenti delle vittime con un binocolo. Le indagini non chiariranno mai perché i banditi rimasero appostati per alcuni giorni prima di agire. Il 27 agosto 1979, Speciale De Andrè

191


ALMANACCO gallurese

SPECIALE DE ANDRÈ

giorno dell’agguato, all’Agnata è un vai vieni di persone; sono presenti nella casa i genitori di Dori, la sorella ed il cognato con i figli, nonché altri amici. Lasciano la casa un po’ alla volta, prima i parenti di Dori, che portano con sé anche la piccola Luvi, la bambina di un anno e mezzo di Dori e Fabrizio, per trascorrere alcuni giorni di vacanza con la nonna nella casa al mare a Porto San Paolo; poi vanno via gli amici, più tardi ancora, verso le 20, salutano gli ultimi ospiti ancora presenti nella casa.

Secondo le cronache di allora, un primo rapporto dei carabinieri, che ha raccolto la testimonianza della governante Vittoria Manca Idda, la cucina e la camera da letto presentavano segni di lotta, con sedie rovesciate, armadi spalancati e federe tagliate, facendo intuire che ci fosse stata resistenza da parte degli ostaggi o che i banditi stessero cercando altre cose.

Finita la cena, sono circa le 23 quando Dori e Fabrizio si preparano per andare nelle loro camere da letto, prima ancora di chiudere le porte della casa ancora aperte. E’ allora che Dori sente dei passi pesanti salire le scale del piano superiore; sapendo Fabrizio scalzo si affaccia al ballatoio per capire cosa stesse accadendo, quando fu assalita da due uomini armati con la faccia coperta da un cappuccio nero con due fori agli occhi; contemporaneamente un altro tiene a bada Fabrizio con il fucile puntato sulla faccia. Fatti sdraiare e incappucciati, legati con le mani dietro la schiena “fummo presi e fatti scendere al piano terra, dopo averci fatto calzare scarpe chiuse e portato con noi alcune paia di calze; ci fecero uscire dal retro della casa e fatti sedere sulla nostra macchina, una Citroen Diane 6, targata MI. Prima di chiudere la porta chiesero a Fabrizio dove fosse l’interruttore per spegnere le luci del giardino”.

Secondo le cronache di allora, un primo rapporto dei carabinieri, che ha raccolto la testimonianza della governante Vittoria Manca Idda, la cucina e la camera da letto presentavano segni di lotta, con sedie rovesciate, armadi spalancati e federe tagliate, facendo intuire che ci fosse stata resistenza da parte degli ostaggi o che i banditi stessero cercando altre cose. Versione smentita sia dagli inquirenti che hanno condotto le indagini fin dal primo gior-

192 Speciale De Andrè

no, che dalle testimonianze rese dalle vittime subito dopo la liberazione; dalla casa venne portato via il fucile winchester che Fabrizio teneva sempre in vista nella sua camera da letto ed una confezione di munizioni.

Il trasferimento Dori e Fabrizio vennero fatti sedere sul retro della loro vettura con due banditi al loro fianco. L’altro conduceva l’auto. Si accertarono che ci fosse benzina a sufficienza e si diressero verso la statale TempioOschiri, viaggiando per circa un’ora e mezzo in percorsi accidentati che si alternavano a percorsi su strada asfaltata. Tra Monti e Alà dei Sardi vennero fatti scendere dalla macchina e consegnati ad un quarto bandito, fino a quel momento estraneo alla programmazione del delitto, disattendo gli accordi presi con gli altri malviventi per portare gli ostaggi nella zona di Orune dove sarebbe stato più agevole esercitare il controllo sugli sviluppi dell’azione intrapresa.

Dopo ore di sentiero inerpicato sui costoni della montagna, tra spuntoni di roccia e cespugli spinosi, nella buia notte senza luna e senza stelle venne raggiunta la località, identificata poi, come “Sa Linna Sicca” nelle campagne di Pattada. Racconterà Dori, poche ore dopo la liberazione: “scendemmo definitivamente dalla macchina e iniziammo il tragitto a piedi per la campagna che alternava tratti scoscesi a tratti pianeggianti e poi ripidi, tra cespugli e rovi, con la testa sempre incappucciata. Camminammo per circa due ore; dopo una sosta di riposo, riprendemmo il trasferimento in percorsi ancora più accidentati, camminando per qualche ora ancora; dopo di che, sfiniti, ci fermammo, trascorrendo la notte all’addiaccio. Il cammino riprese il giorno successivo, percorrendo un tragitto interamente in salita, fino all’imbrunire. Raggiunta la destinazione, per la prima voltaci tolsero le maschere; alla nostra vista si presenta la sagoma di un bandito incappucciato.


La Diane 6 di Fabrizio De Andrè utilizzata dai banditi per il trasferimento suo e di Dori sulle montagne di Pattada.

Apprendemmo che si trattava di uno dei nostri custodi, che ci accompagnerà per tutta la prigionia e che Fabrizio battezzerà come il “rospo” per via della sua voce gracchiante. Il 29 agosto, il giorno successivo al sequestro, la Diane 6 veniva trovata da una pattuglia della PS lungo il molo di Olbia, lasciatavi da un componente il commando dei rapitori che riparò in continente. Si trattava dell’ispiratore del sequestro, il veterinario toscano residente nella provincia di Siena. Nell’auto venne trovata una bottiglia di whisky piena per ¾ ed un pacchetto di sigarette della marca che fumava Fabrizio De Andrè. La cattività Arrivati all’albergo della luna (così in passato si diceva di chi dormiva all’aperto), inizia la fase più difficile per le vittime: in primo luogo la presa di coscienza che non si tratta di un sogno; poi, liberati gli occhi dalle bende, ti appare

la fitta boscaglia che spezza gli orizzonti, e la paura ti assale. Il silenzio della montagna incute angoscia, rotto di tanto in tanto dal sibilo del maestrale. E poi solitudine e ancora sgomento per i giacigli improvvisati di frasche, quasi sempre a cielo aperto. Ancora altri trasferimenti, contrassegnati dal passo incerto impraticabili sentieri, sempre duri ed estenuanti. Fabrizio e Dori rimangono nel primo nascondiglio per circa una settimana, spostandosi solo pochi passi per dormire, ma sempre a cielo aperto, confortati dalla luce della luna, quando a prevalere non è il buio della notte. I custodi sono due (sempre incappucciati, quando ai prigionieri vengono levate le bende), uno è addetto alla sorveglianza di Dori, l’altro a quella di Fabrizio; ogni sera all’imbrunire arriva una terza persona, ma per portare vivande e indumenti. Le parole d’ordine sono “San Pietro” per il vivandiere e “San Giovanni” per i guardiani. Speciale De Andrè

193


ALMANACCO gallurese

SPECIALE DE ANDRÈ

Procura e carabinieri riescono a ricostruire il milieu in cui matura il crimine e vengono messi sotto intercettazione gli apparati telefonici di molti sospettati.

Trascorsa la prima settimana, gli ostaggi vengono trasferiti in un’altra località, che viene raggiunta, anche questa volta, dopo ore di marcia forzata tra percorsi impervi, con gli occhi sempre bendati. In questo sito sosteranno qualche mese. “Quando è iniziata la stagione fredda ci hanno dotato di una piccola tenda per ripararci dalle intemperie; abbiamo sostato in quel sito fino alla interruzione delle trattative condotte dai secondi emissari. Le informazioni che ci davano erano che il padre di Fabrizio non voleva pagare; ci proponevano di liberare Fabrizio per pagare il mio riscatto o, viceversa, di liberare me affinché Fabrizio convincesse il padre a pagare la mia liberazione. Alla supplica di Fabrizio di alleviarci dalla torture delle bende, i banditi acconsentirono legandoci però con delle catene per non scappare. Uno dei banditi, che di tanto in tanto veniva per accertarsi delle nostre condizioni, raccomandando ai custodi di trattarci bene, comunicava in italiano corretto e forbito, si esprimeva in modo calmo e gentile, che Fabrizio chiamava l’avvocato”. Così Dori Ghezzi racconta per la prima volta agli inquirenti la sua prigionia. “Dopo il 5 novembre”, continua la sua deposizione, “siamo stati nuovamente spostati su un altro versante della montagna. In quel rifugio le tende erano due, una per noi e una per i custodi; ci dotarono pure di un fornello da campo e una bombola di gas per preparare cibi caldi, dove fino ad allora ci nutrivano con pane e formaggio, salsiccia e scatolame”.

Dal sequestro erano trascorsi intanto oltre due mesi, dall’estate di fine agosto era arrivato l’autunno inoltrato, che sulle montagne di Pattada significa freddo pungente, pioggia ed escursione termica elevata. Il gelo delle lunghe notti autunnali su quei monti morde le ossa, impedendo così agli arti di svolgere la loro funzione e alla mente di pensare; agli ostaggi la liberazione appare come un sogno lontano, mentre tra le due fazioni della banda sale la tensione. Confesserà Fabrizio, in una deposizione agli inquirenti, “ci sono stati giorni che pensavamo di non riuscire a sopravvivere a quelle condizioni estreme; conservai il tappo di una scatoletta, non si sa mai che avessi potuto usarlo qualora le forze non mi avessero sorretto”.

194 Speciale De Andrè

Le indagini Fin dalla prime fasi delle indagini, coordinate dal capitano Vincenzo Rosati del Comando dei Carabinieri di Tempio, appare sufficientemente chiaro agli inquirenti in quale ambiente maturi il delitto, anche se non mancano rivendicazioni di altro tipo, come la telefonata giunta il 30 agosto al quotidiano l’Unione Sarda da parte di un’immaginaria organizzazione terroristica che rivendica il sequestro o, come nei giorni successivi, di altre telefonate, sempre dello stesso tenore.

Procura e carabinieri riescono a ricostruire il milieu in cui matura il crimine e vengono messi sotto intercettazione gli apparati telefonici di molti sospettati. La caccia agli uomini di quell’armata Brancaleone sortisce da subito risultati positivi che portano gli inquirenti sulle piste giuste; testimoni attendibili riferiscono di più incontri avvenuti nel distributore di benzina Agip di Tempio, tra il basista i due orunesi che organizzano il sequestro; lo stesso basista, che qualche tempo prima propose l’impresa ad un suo amico di Tempio, che a sua volta racconta l’episodio in un bar, il giorno del sequestro fu visto da un sottoufficiale dei carabinieri in compagnia di tre forestieri. Agli inquirenti appare abbastanza definito lo scenario, ma restano in attesa della liberazione degli ostaggi;così come appare chiaro che la banda agisca in una sorta di “direzione gemina”, causata dalle concorrenti autonome iniziative del gruppo degli orunesi e di quello dei pattadesi, con il risultato di procrastinare la durata della prigionia delle vittime. A dar sostegno agli investigatori sbarca per un summit con gli inquirenti anche il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, amico del padre di Fabrizio. Il 1979 è stato per la Sardegna un anno caldissimo e non per le temperature estive: sono stati sequestrati tra giugno ed agosto i coniugi Panciroli/Fontana, industriali di Milano rapiti il 17 luglio mentre facevano rientro nella loro casa a Porto Taverna; l’intera famiglia Schild (Rolf, Annabel e Dafne), cittadini inglesi prelevati nei pressi di Palau il 22 agosto; l’industriale torinese Mario Silvio Olivetti, sequestrato il 18 agosto


Dori Ghezzi e Fabrizio De Andrè nella cucina della casa all’Agnata in un giornale d’epoca.

nella villa di Milmeggiu ubicata nelle campagne di Olbia; la moglie e la figlia di Giorgio Cinque, industriale cartario di Milano, prelevati dalla loro villa di San Pantaleo il 7 luglio; la lunga serie di crimini prosegue con il rapimento di Giuseppe Porcheddu, presidente della latteria sociale di Ittiri, prelevato nelle campagne del suo paese il 21 giugno. Il 22 agosto furono sequestrati Giorgio e Marina Casana nelle campagne dell’iglesiente; a gennaio nell’agro di Fonni venne prelevato da 4 banditi armati Pietrino Cicalò. Il ‘79 chiude con i sequestri di Giovanni Oppo di Ghilarza e Antonio Orru di Jerzu rapiti rispettivamente il 10 e 16 novembre. Il 29 agosto, giorno del ritrovamento della Diane 6 sul molo di Olbia, proprio sul quel molo, sbarcano in Sardegna le truppe speciali, impiegate nella lotta contro l’anonima sequestri sarda. I contatti, gli emissari Nel corso dell’inchiesta gli inquirenti vennero a conoscenza in via informale che le vittime avessero indirizzato una lettera al padre di Fabrizio con la quale i rapitori chiedevano 2 miliardi di lire per il rilascio dei sequestrati. La famiglia incaricava l’Avv. Pinna di Sassari di seguire la vicenda e nel contempo prendeva contatti con Don Salvatore Vico, parroco di Tempio, che si dichiarava disponibile a fungere da emissario, coadiuvato da un impiegato del Corpo Forestale di Tempio. Seguendo le istruzioni dei banditi, gli emissari per diversi giorni percorsero gli itinerari indicati, avendo diversi contatti con i rapitori nelle campagne di Orune, i quali ricevettero prova dell’esistenza in vita degli ostaggi (venne consegnato un ritaglio di giornale con le firme dei prigionieri), oltre a cercare di convincere i sequestratori a ridurre drasticamente le loro pretese. Il tentativo di mediazione fallì, in considerazione del fatto che la famiglia De Andrè riteneva irreali le pretese di riscatto avanzate dai banditi, non disponendo affatto di tutto quel denaro. Ai primi di novembre, dopo lungo silenzio e momenti di tensione, si instaurò un secondo tentativo di mediazione che interessò nuovi emissari. Lo studio legale F. Orecchioni, su mandato della famiglia De Andrè, incaricò Gesuino Dessì e Francesco Giuseppe Pala in qualità di persona “ben addentra negli ambienti”, risultato poi il basista del sequestro. Dopo una serie di segnali convenuti, gli emis-

sari, a cui si aggiunse una terza persona portatasi dietro da Pala “per compagnia”, la qual persona era la stessa invitata tempo addietro a partecipare al sequestro, si incontrarono nel luogo convenuto lungo la Marreri-Orune. L’incontro si svolse in modo tranquillo, al quale ne seguì un secondo, questa volta, molto concitato, dove i banditi “minacciavano l’uccisone degli ostaggi se i familiari non si fossero decisi a pagare l’importo di 300 milioni subito a titolo di anticipo”. Seguirono altri incontri, tutti infruttuosi. Come si apprese successivamente dall’Ordinanza di rinvio a giudizio del Giudice istruttore Luigi Lombardini, nella banda c’erano posizioni divergenti, comportando una linea di condotta non univoca nella gestione delle trattative. Dopo una fase di stasi, i contatti ripresero nuovamente con Don Salvatore Vico e Giulio Carta, un facoltoso commerciante di Orune che veniva direttamente contattato telefonicamente dai banditi. La missione di Don Vico questa volta fiSpeciale De Andrè

195


ALMANACCO gallurese

SPECIALE DE ANDRÈ

nalmente porta alla liberazione degli ostaggi a seguito del pagamento di un riscatto di 550 milioni di lire, con l’impegno, che una volta liberi, gli ostaggi avrebbero dovuto pagare altri 50 milioni; onere che Don Vico assunse dando la sua parola, poiché tornato a casa, Fabrizio avrebbe certamente onorato l’impegno, come poi avvenne. Consegnata la somma del riscatto nelle mani dei banditi da Giulio Carta nel luogo e nei tempi concordati, si scoprì che questi trattenne per se la somma di 50 milioni. La liberazione Alle ore 23, del 20 dicembre nella strada che da Monti porta verso il Goceano, a qualche chilometro dall’abitato di Alà dei Sardi, viene rilasciata Dori Ghezzi, soccorsa da Don Salvatore Vico; alle ore 21 del giorno successivo, nelle campagne di Buddusò, veniva rilasciato Fabrizio De Andrè, dopo 117 giorni di dura prigionia. “Il 20 dicembre il mio guardiano mi disse che avevano deciso di liberarci. Verso le ore 15, dopo aver mangiato del pane e formaggio, ci incamminammo a piedi percorrendo un tratto di terreno molto scosceso, col viso incappucciato. Mi accompagnano due banditi, di cui il mio guardiano ed un altro che non avevamo mai sentito, ne visto. Camminammo per almeno 3 ore. Passammo vicino ad una cascata d’acqua, poi attraversammo un fiume; sentimmo l’abbaiare di cani, presumo vicino ad un casolare o forse un ovile, lo intuisco da alcuni rumori. Aspettammo tante, tantissime ore vicino ad una strada nascosti tra i cespugli fino a notte inoltrata; sono circa le 23, quando finalmente arriva una macchina, una Citroen Pallas, che ci carica a bordo. Io ero sempre con le mani legate e mascherata, sorvegliata dai due banditi. Dopo un po’ di strada, forse mezz’ora, mi fecero scendere lasciandomi sul ciglio della strada, in attesa che gli emissari mi venissero a prendere”. Così Dori racconta la sua liberazione al comando dei carabinieri di Tempio. La notte del rilascio di Dori, Fabrizio rimase nella tenda in compagnia per alcune ore del suo carceriere. Il 21 lasciò il rifugio nelle prime ore del pomeriggio, dopo che i banditi avevano ripulito il luogo da ogni traccia della presenza degli ostaggi e degli stessi banditi. Anche Fabrizio percorre i sentieri seguiti il giorno prima da Dori. “Dopo alcune ore di marcia in compagnia del mio guardiano, rag-

196 Speciale De Andrè

giungemmo una strada asfaltata. Mi disse di aspettare che sarebbero venuti a prendermi per accompagnarmi a casa. Dopo qualche ora di attesa mi raggiunge l’emissario, che apprendo si tratta di Giulio Carta, la quale mi fa salire sui sedili posteri dell’auto. Mi porterà fino all’abitazione di Portobello dove mi attendono i miei familiari”. L’identificazione degli autori Alle ore 20 del 25 dicembre 1979, la sera di Natale, tre giorni dopo la liberazione di Fabrizio, venivano fermate dai Carabinieri di Tempio congiuntamente ad agenti del Reparto Operativo dei Carabinieri di Sassari, sottoposti a fermo di polizia giudiziaria, tre persone tutte gravemente indiziate in concorso tra loro e con altri del duplice sequestro di persona in danno di Dori Ghezzi e Fabrizio Cristiano De Andrè. Si tratta del basista e del fratello (questi verrà scagionato dal Giudice istruttore del Tribunale di Tempio Dr. Luigi Lombardini) e dell’orunese visto più volte a Tempio prima del sequestro, in compagnia di altri sospettati. Incassato il riscatto in banconote da 50 e 100 mila lire “fior di stampa” con i numeri di serie contrassegnati, il riciclaggio non avviene in modo uniforme tra i vari responsabili del sequestro. La componente orunese si rivolse quasi tutta al veterinario toscano perché provvedesse a ripulire il denaro, i pattadesi si rivolsero invece ad un commerciante originario di San Teodoro, affinché impiegasse i soldi nella sua attività, dietro compenso di una elevata percentuale. L’11 marzo del 1980 la svolta definitiva. I carabinieri di Radicofoni in provincia di Siena traggono in arresto il veterinario Marco Cesari, il quale aveva versato nella Agenzia della Banca Popolare di Chiusi, l’importo di 13 milioni di lire facenti parte della somma pagata per il riscatto di Fabrizio De Andrè e Dori Ghezzi. Si protestò inizialmente estraneo al sequestro, dando una giustificazione della provenienza del denaro alquanto bizzarra. Gli inquirenti accertarono la sua presenza in Sardegna avvenuta più volte sotto falso nome durante il periodo del sequestro. Incalzato e messo davanti a prove evidenti, finisce per ammettere le sue responsabilità, dando luogo, con la sua deposizione, alla individuazione e cattura di tutti i componenti la banda. Il processo Chi sono i banditi del sequestro di Fabrizio De Andrè e Dori


Graziano Pietro Porcu e Giovanni Mangia, entrambi orunesi, facenti parte il primo del gruppo di prelievo, l’altro uno dei custodi, saranno condannati entrambi a 25 anni e 8 mesi di detenzione.

Ghezzi? Una banda composta da 6 orunesi, un toscano e 3 pattadesi, che arrivano al processo praticamente tutti in stato di detenzione o libertà vigilata per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva, ad eccezione di uno di loro, ancora latitante, catturato nella provincia di Roma durante la fase del dibattimento. Ai dieci imputarti accusati dell’organizzazione ed esecuzione del sequestro, si aggiungono altri due imputati, uno per riciclaggio, l’altro per truffa aggravata, avendo trattenuto per se una rilevante somma pagata per il riscatto del sequestro mentre agiva in veste di emissario.

Tutti hanno ammesso il coinvolgimento a vario titolo nell’azione criminale o comunque contribuito attivamente allo svolgimento delle indagini e della raccolta delle prove. Fabrizio e Dori si costituiranno parte civile solo contro quelli che vengono ritenuti i mandanti del rapimento (Graziano Pietro Porcu, Pietro Ghera, Salvatore Marras, Pietro Delogu ed il veterinario toscano Marco Cesari) “gente che si considera per bene, che non aveva bisogno di quei soldi per vivere”, confermando il perdono per i carcerieri e la manovalanza , “ma non per i mandanti perché persone economicamente agiate”, così deporrà Fabrizio De Andrè all’apertura formale del processo. Racconterà durante la fase dibattimentale e in servizi giornalistici che “capiamo i banditi e le ragioni per cui agiscono in quel modo, sebbene il reato di sequestro di persona sia tra i delitti più odiosi che si possano commettere”. In un intervista al quotidiano L’Unione Sarda confesserà che “tutte quelle persone in gabbia, francamente mi fanno molta pena”. Nel novembre del 1985 Dori e Fabrizio firmano la domanda di grazia presentata al Capo dello Stato dall’allevatore di Pattada Salvatore Vargiu, condannato a 25 anni e 4 mesi, vivandiere della banda. La sentenza Il 20 marzo 1983 il Tribunale di Tempio Pausania, presieduto dal Giudice Mario Gabella, pronuncia la sentenza di condanna contro i dodici imputati: 10 per sequestro

di persona, 2 per reati minori. La banda è composta da pastori, da un macellaio, ma anche da gente insospettabile, di spicco, come il veterinario toscano Marco Cesari, che viene condannato a 9 anni di carcere, beneficiando di forti sconti di pena, perché dopo un tentativo di difesa alquanto poco credibile, ammette la partecipazione al sequestro chiamando in causa il resto della banda, collaborando alla individuazione e cattura dei componenti l’organizzazione, come assessore comunale e segretario della sezione del PCI del suo paese, l’orunese Salvatore Marras, mente e organizzatore del sequestro, condannato a 9 anni e 10 mesi, beneficiando anch’egli di forti sconti di pena, al pari di Pietro Delogu, il macellaio di Pattada, perché “il loro inestimabile contributo fornito alla giustizia ha consentito la definitiva e certa ricostruzione dei fatti delittuosi”. Graziano Pietro Porcu e Giovanni Mangia, entrambi orunesi, facenti parte il primo del gruppo di prelievo, l’altro uno dei custodi, saranno condannati entrambi a 25 anni e 8 mesi di detenzione. La sentenza dichiara la condanna anche nei confronti di Moreddu Martino e Pala Francesco Giuseppe, rispettivamente ad anni 20 e mesi 2 di reclusione e anni 18 e mesi 6 (il giudizio di 2° grado ridurrà la pena di Pala a 10 anni e 10 mesi), entrambi di Orune; Pietro Ghera, il cassiere del gruppo, nonché cognato di Salvatore Marras (la mente della banda), è condannato ad anni 16 e mesi 10 di pena. Mangia Carmelo è condannato ad anni 16 e 10 mesi di detenzione. Pene dai 4 ai 5 anni sono inflitte, rispettivamente, ai due accusati del reato di riciclaggio per il commerciante di Sennori Salvatore Cerchi e per l’emissario Giulio Carta (pena ridotta in 2° grado a 3 anni), che trattenne per se una parte del riscatto. Nel novembre del 1985 la Cassazione (dopo la parziale revisione della Corte d’Appello per soli due imputati), confermerà tutte le condanne pronunciate dai Giudici del Tribunale di Tempio Pausania. Altri presunti correi furono prosciolti dal Giudice istruttore Luigi Lombardini per insufficienza di prove durante le indagini. G.Minutti Speciale De Andrè

197


F O T O G R A F I A

200

obiettivo

NATURA LO SPETTACOLO EMOZIONANTE DELLA FOTOGRAFIA NATURALISTICA DI ALBERTO FOZZI


F O T O G R A F I A

202

Sterna

Piante acquatiche


Civetta

Duna


Farfalla

Mufloni


F O T O G R A F I A

Alberto Fozzi Sassarese ma attualmente vive e lavora in Gallura. Ornitologo e Tecnico Faunista si dedica alla fotografia naturalistica da oltre 20 anni. Impegnato da sempre in progetti di conservazione della natura è presidente di una onlus, il CRiMM (Centro Ricerca Mammiferi Marini), che si occupa di ricerca, sensibilizzazione e educazione ambientale. Ha pubblicato numerosi articoli su riviste come Oasis, Piemonte Parchi, Aqua e Mondo sommerso, tutti scaturiti da esperienze vissute come il resoconto del disastro ecologico della petroliera Prestige lungo le coste della Galizia o come reporteges di viaggi naturalistici nei parchi nazionali della Spagna o delle ricerche portate avanti. Coautore del volume sui mammiferi marini della recente collana Fauna della Sardegna, ha pubblicato foto su numerosi libri e sue foto sono state selezionate nel volume Naturalia dellâ&#x20AC;&#x2122;Associazione Fotografi Naturalisti Italiani. La fotografia è sempre stata vissuta come momento di aggregazione e non di solitudine condividendo scatti, luci ed emozioni ed attese durante gli appostamenti. Ora alla lunga lista di amici si è aggiunto anche Roberto, il figlio con il quale condivide questa passione.

A sinistra, Alberto Fozzi durante una ricerca presso l'Osservatorio Faunistico di Tumbarino nel Parco Nazionale dell'Asinara. (Foto di Roberto Fozzi)

206


208

L I B R I

Quando la donna la si comprava nelle case chiuse di Cesare Palermi

ALTRI AMORI Era una mattina afosa, del 4 agosto 2003, da pochi giorni, avevo iniziato ad esercitare le funzioni d Questore di Rimini, nella assolutamente inadeguata sede di Corso d’Augusto che un tempo ospitava il Commissariato di Pubblica Sicurezza. i susseguivano gli incontri con funzionari ed il personale in servizi nell’Ufficio al quale ero stato destinato ed avevo subito intrapreso, dopo aver predisposto una agenda molto fitta, le visite di rito alle autorità ed ai rappresentanti di enti ed associazioni del luogo. Giunto a Rimini il 28 luglio, in piena stagione turistica con connesse esigenze di massima attenzione per i molteplici profili della scurezza, dovevo in tutta fretta presentarmi a parlare con tutti i soggetti che potevano aiutarmi a capire una realtà per me completamente nuova. Parlai con tante persone e pure con la… gente, come si deve fare: con l’operatore ecologico sottocasa, con la cassiera al supermercato, con il cameriere al ristorante, con imprenditori vari, etc. Insomma stavo iniziando a farmi un’idea della situazione anche se la curiosità per quella realtà aumentava di giorno in giorno anziché affievolirsi; al più presto dovevo saperne di più per meglio calibrare gli interventi di polizia nello specifico contesto. Quella mattina mi annunciarono l’arrivo in ufficio di don Oreste Benzi che aveva da parlarmi per questioni urgenti. Esordì con un “caro Questore, ho bi-

S

AMORI DA DUE SOLDI Dalle case chiuse alla strada di Gianfranco Trudda Editore: EDES 2008

sogno di lei…”raccontandomi subito la triste vicenda di una ragazza di colore che alcuni operatori della associazione “Comunità Papa Giovanni XXIII” avevano sottratto giorni addietro, dalle attenzioni di criminali dediti allo sfruttamento della prostituzione. Nacque così un’amicizia e, da parte mia, una devozione per un sacerdote animato da fede incrollabile che lo spingeva a girare, in tutto il mondo, per aprire case-famiglia nelle quali accogliere prostitute nonché persone che versano in situazioni di disagio di varia natura. Dopo un colloquio durato circa un’ora, ringrazia don Oreste per aver pensato a me mentre era chiaro che sarei dovuto recarmi io, nella sua comunità, per rendergli visita, presentarmi e offrire ogni possibile forma di collaborazione nelle attività che qual santo sacerdote conduceva, da molti anni, per allontanare le prostitute dai marciapiedi. In quella occasione, nell’invitarmi a visitare le comunità della “Papa Giovanni XXIII” ubicate nelle vicinanze, mi fece dono del libro “Prostitute, vi passeranno davanti nel regno dei cieli”, scritto nel 2001 appunto da don Oreste, e che rappresentava un po’ il compendio delle idee e del-


209 Trudda ha saputo leggere ed ascoltare attentamente ed ha voluto contribuire, con la ricerca meticolosa, ricca di riferimenti storici e pure di episodi curiosi della Sassari che non c’è più, utili ad inquadrare meglio la materia, al dibattito che in questi giorni riempie le prime pagine di quotidiani. le innumerevoli iniziative svolte nell’ambito della lotta per combattere i mille volti della schiavitù della prostituzione. Successivamente, accompagnato da mia moglie, ho visitato le comunità realizzate da don Benzi in Rimini e in località vicine, ho conosciuto molti dei suoi ospiti e dei suoi collaboratori, tutti illuminati dalla medesima fede e intrisi di sentimenti di gratitudine nonché di affetto filiale nei confronti di don Oreste impegnato da molti anni in una crociata di liberazione, condotta pure a rischio della sua incolumità fisica. Maturata una triennale esperienza di servizio nella provincia romagnola, assegnato a Sassari nell’estate del 2006, dopo qualche tempo ho ricevuto la visita dell’amico Trudda che mi mise subito al corrente di un “lavoretto” sulla piaga della prostituzione. Nel raccontare della mia conoscenza riminese e nel consigliare la lettura del libro scritto da don Oreste, dissi che meritava pure attenzione un’opera di Indro Montanelli, scritta nel lontano 1956, intitolata “Addio Wanda”, decisamente contraria alla legge sostenuta e poi fatta approvare, all’epoca, dalla senatrice Merlin. Per saperne di più, dissi, ne parli con la dottoressa Stellino, ottima dirigente della Squadra Mobile della Questura di Sassari. A seguito di una complessa attività investigativa, infatti, gli uomini (e le donne) della Mobile avevano sgominato la prostituzione su strada esercitata da donne di colore a Sassari, arrestando 28 persone

per rispondere di riduzione in schiavitù e di sfruttamento della prostituzione nei confronti di tante poverete, attirate in Italia con il miraggio di un posto di lavoro. Trudda ha saputo leggere ed ascoltare attentamente ed ha voluto contribuire, con la ricerca meticolosa, ricca di riferimenti storici e pure di episodi curiosi della Sassari che non c’è più, utili ad inquadrare meglio la materia, al dibattito che in questi giorni riempie le prime pagine di quotidiani. Per tutti voglio citare i seguenti titoli: “Via le prostitute dalla strada – Via libera al disegno di legge Carfagna - In strada crea allarme sociale – Sulla Salaria tra paura e ironia – Batteremo alla fermata del bus – Nessuna sanzione prevista per il sesso a pagamento negli appartamenti – Sono sposato con una bella donna, e amo mia moglie. Ma è sempre la solita minestra”. Concludo con l’invito a leggere, ritagliando un paio d’ore di tempo da altre incombenze, il libro di Gianfranco Trudda, a prescindere dall’età: è utile per un approfondimento sul tema sia al lettore giovane che a quello avanti negli anni. È bene meditare attentamente sulle considerazioni, pure di ordine morale, tracciate con passione dall’autore.. Cosa ne penso della prostituzione? Di quella esercitata su strada, ma sui marciapiedi? Dopo trentacinque anni di servizio in Polizia, dopo aver letto l’opera di Gianfranco Trudda, figlio di un Carabiniere, la risposta può essere una sola. Cesare Palermi, Questore di Sassari

L I B R I


210

L I B R I

B’at omine!... si esclama in sardo quando si beve un bel bicchiere di vino.

SU ZIRU. UN RITUALE DEL BERE I bar, meglio conosciuti come tzilleris sono da sempre, nella zona del Nuorese, un importante luogo in cui avviene lo svolgimento della socialità maschile. È da questo punto fermo che prende il via l’analisi socio-antropologica che Domenico Solinas fa del rituale del bere. u ziru è il titolo del libro (Edizioni Solinas, 194 pagine), opera prima del nuorese classe 1980 laureato a Perugia in Conservazione dei Beni Demoetnoantropologici (2005) e in Scienze antropologiche (2007). Diciotto interviste dalle quali si sviluppa un percorso che inizia descrivendo la ritualità dell’assunzione alcoolica a Nuoro e dintorni concentrando l’attenzione sui paesi, luoghi questi in cui l’interazione e la comunicazione col forestiero dev’esser ancora sottoposta a controlli e che trovano la piena realizzazione nel divieto di cumbidare ossia non poter offrire da bere nel giro di bevande all’interno dei locali pubblici e ricoprire esclusivamente il ruolo di consumatore. Questo ed altri temi nel primo capitolo dove vengono esaminate le simbologie legate al vino, antica bevanda legata alla storia dell’isola, ed il ritorno al suo consumo da parte dei quarantenni che vedono in essa una sorta di maturazione e crescita individuale. Non si tralascia la condizione femminile, secolarmente estraniata dal consumo alcoolico, estraneazione che ha influito sulla percezione del gusto: una percezione culturale dato che molte ragazze si avvicinano adesso all’assunzione di vino e birra per ragioni che vanno dalle proprietà cardiotoniche della bevanda sino all’eleganza dei calici a pianta larga usati per la degustazione. Chiarimenti quest’ultimi espressi a cavallo fra il primo ed il secondo capitolo nel quale va a realizzarsi la parte esclusivamente nutrizionale: le proprietà te-

S

SU ZIRU. Un rituale del bere di Domenico Solinas Editore: Edizioni Solinas, Nuoro 2008

rapeutiche del vino nella cura di malattie cardiovascolari e nei processi digestivi nonché la capacità di contrastare l’azione dei radicali liberi o la birra pensata invece come un ottimo supporto integrativo nella dieta sportiva per l’elevato contenuto di sali minerali. Tutto ciò naturalmente se i consumi e le dosi sono quelle giuste dato che quando si eccede l’etanolo, riconosciuto da alcuni nutrizionisti un elemento nutritivo generato dalla fermentazione naturale del glucosio, da protettore diventa un aggressore del nostro organismo. Nel terzo capitolo vengono espresse tutte le problematiche connesse a quella situazione di malessere meglio definita come alcoolismo ma anche l’improprietà di alcuni termini come alcoolista od alcoolizzato quando non si esamina il problema visto dall’interno e soprattutto non tenendo in considerazione che i limiti e criteri culturali non sempre corrispondono ai parametri biomedici. Il quarto capitolo chiude la ricerca: un excursus storico sulla storia della vite e del vino in Sardegna con una particolare attenzione alle ultime ricerche in campo enologico, ricerche innovative che rivoluzionano il tradizionale campo di studi. La vite non sarebbe un prodotto d’importazione come comunemente ci è stato trasmesso ma le sue tracce si perdono indietro nel tempo tanto che i sardi già producevano vino dalla domesticazione della vite selvatica. Poesie, proverbi, detti, completano il libro. D.Solinas


L I B R I

212

IMMAGINI DI UN TERRITORIO DAI MILLE COLORI di Piero Pes

VIAGGIO NELLA GALLURA DEGLI STAZZI D La natura ha giocato un ruolo determinante nel creare l’ossatura granitica della Gallura. Il mare ha ricoperto a fasi alterne le terre emerse che nel tempo hanno subito l’incessante lavorio degli agenti atmosferici.

LA CAMPAGNA GALLURESE di Piero Pes Editore: Petru Editore, 2009

a molto tempo desideravo realizzare un libro sulla Gallura, ma per motivi diversi non riuscivo a trovare un titolo che fosse, dal mio punto di vista, sintesi del territorio che volevo rappresentare. È stato il titolo "La campagna gallurese" a convincermi, diventando il tema centrale su cui ho impostato il lavoro. Negli ultimi secoli la civiltà degli stazzi ha caratterizzato la vita nella campagna gallurese; essa è nata grazie al desiderio di indipendenza e libertà di genti galluresi e corse che non volendo più sottostare al potere assoluto della nobiltà e del clero, unici proprietari delle terre, ambivano ad avere dei terreni di loro proprietà. Con duro lavoro antropizzarono zone impervie costruendovi le loro case e inventandosi un modo diverso di vivere la campagna. L'incontro tra i corsi e i galluresi aveva fatto nascere la parlata gallurese; una nuova cultura era andata via via sviluppandosi. I colori e i profumi agresti della macchia mediterranea, i laghi, i fiumi, i monti, i resti archeologici preistorici, li conchi fraicati, gli stazzi, gli animali, le sugherete, i graniti, le viti, le feste campestri, erano parte integrante di quel mondo. Oggi molte realtà non sono più le stesse; ma tutto ciò che ruota attorno alla lingua madre continua, in forme nuove, a sopravvivere nonostante tutti i cambiamenti in atto. Questa ricerca fotografica cerca di ricostruire un immaginario il più vicino possibile al ricordo di un mondo che nel suo insieme ha contribuito a formare la nostra identità.


214

L I B R I

STORIA E IMMAGINI DI UN PAESE DELLA BARBAGIA di Antonio Sanciu

ARITZO Ho conosciuto Salvatore Pirisinu trent’anni fa, a Porto Torres, quando era fotografo della Soprintendenza Archeologica (come si chiamava allora), in un cantiere di scavo dalle parti della Basilica di San Gavino. uando in un cantiere di scavo archeologico arrivava il fotografo, era un evento. Il momento magico della documentazione fotografica era preceduto da una lunga e accurata preparazione, che consisteva nella pulizia integrale dello scavo (che pure tenevamo sempre in ordine) e dalla sospensione di ogni altra attività, perché il fotografo prendeva possesso del cantiere, come il comandante di porto che sale a bordo e assume lui il comando quando la nave è in prossimità dell’approdo. Il disegnatore viveva nello scavo e si adattava a lavorare in mezzo alla polvere, con tutte le altre attività in corso. Il fotografo no. Per il fotografo il campo doveva essere sgombro e le condizioni meteorologiche, per quanto possibile, ottimali. Ricordo così Salvatore Pirisinu, la prima volta che lo vidi, con un operaio che poggiava lavagnetta e paline, un altro che con la scopa cancellava dal terreno le impronte delle sue scarpe e lui che si arrampicava sopra banchetti e seggiole sovrapposti, in equilibrio precario, alla ricerca delle inquadrature migliori. Poi fu la volta della camera oscura. Fui subito curioso di quell’antro e così, tra acidi e pellicole stese ad asciugare, iniziò la nostra frequentazione e la nostra amicizia, anche perché molte erano le idee, le pas-

Q

ARITZO Storia e immagini di un paese della Barbagia di Salvatore Pirisinu Editore: Edizioni EDES, 2008

sioni, i pensieri che ci accomunavano e, prima d’ogni altra cosa, il profondo legame con la nostra isola della quale eravamo e, non ostante tutto, siamo, ancor oggi, innamorati. Vedendo le immagini che andava cogliendo negli angoli dei paesi, nelle feste popolari, nelle campagne assolate o fra le nebbie delle nostre montagne mi resi subito conto che in Salvatore Pirisinu non c’era solo tecnica, che pure ce n’era tanta, ma un qualcosa di diverso, c’era molto di più. La sua non era solo una fredda documentazione, come quella dello scavo archeologico. Ho sempre pensato, e credo di non essere il solo, che non bisognerebbe mai lasciarsi fotografare, perché è un po’ come farsi rubare l’anima. Salvatore Pirisinu invece, con le sue fotografie, svelava la propria di anima, direi che veniva in luce lui, traspariva la sua vera essenza e non solo quella delle cose e degli esseri ritratti, che fossero paesaggi, vecchi stazzi, uomini al lavoro, o altri momenti di vita quotidiana. Si potevano cogliere, insieme, arte e artista. Mi sentirei di dire oggi le stesse cose, sfogliando il suo libro, fresco di stampa, dedicato ad Aritzo: le tecniche sono completamente mutate; intuisco e immagino quanta fatica possa aver fatto un fotografo all’antica, come lui, ad uscire dalla sua camera oscura, per approdare gradualmente alla tecnica del digitale, dove un piccolo computer ti dice cosa devi fare e, se vuoi, lo fa direttamente lui per te. Sfogliando il volume vedo che non è così, che non comanda la memoria elettronica, perché anche dalle sue immagini più recenti, emerge, come allora, il suo cuore, emergono i suoi sentimenti, emerge la poesia. Il volume, edito in un’elegante veste tipografica dalla Casa editrice EDES (Editrice Democratica sarda) con il patrocinio del comune di Aritzo, segue, a distanza di 23


215

anni, una precedente edizione del 1985. Il libro, che si apre con l’autorevole prefazione del professor Manlio Brigaglia, racconta la storia di Aritzo, ma non soltanto attraverso le immagini: su 160 pagine, un quarto sono occupate dal testo scritto. Il primo argomento a essere trattato è ‘Aritzo nell’Ottocento’, visto attraverso gli occhi dell’abate Vittorio Angius e dello scrittore e disegnatore francese Gaston Vuillier. Partendo da essi, l’autore approfondisce, nel capitolo ‘Note su Aritzo’, vari aspetti della storia e della realtà del paese, fornendoci un gran numero di preziose informazioni riguardanti l’abitato, la vicenda demografica, il vecchio carcere, la montagna di Mont’ ‘e Cresia, il tacco di Su Texile, la flora e la fauna, e poi l’industria della neve, il periodo feudale, la chiesa parrocchiale, i balconi lignei, l’architettura domestica, e poi ancora gli alberghi, il costume, la chiesetta di Santa Maria della Neve, la cassa sarda e infine il poeta Bachis Sulis. Le diverse note di approfondimento illustrano, tra passato e presente, quelli che sono o che sono stati i caratteri peculiari di questo paese che, pur essendo al centro della Barbagia, ha sempre mostrato caratteristiche particolari rispetto ai paesi limitrofi. Alcune approfondiscono temi meno noti o quasi ignorati in altre pubblicazioni, come quella che cerca di ricostruire, basandosi anche su vecchissime immagini fotografiche, le

vicende architettoniche della chiesa parrocchiale quasi integralmente ricostruita fra il 1914 e il 1918. Altri temi trattano, anche con una certa nostalgia, di opere e mestieri ormai scomparsi o destinati ad esaurirsi in breve tempo per la mancanza di giovani artigiani. E se per il commercio della neve ciò rientra nel naturale progresso della tecnica, per i balconi di legno e per la produzione delle casse intagliate è probabilmente una modernità fine a sé stessa la sola causa del declino. Segue una prima raccolta di immagini nel capitolo ‘Fra Ottocento e Novecento’. Si tratta di vecchie fotografie, corredate di esaurienti didascalie, che ci mostrano, tra il 1890 e il 1940, il paese e le sue trasformazioni, la chiesa prima e dopo i vari restauri, la gente, le feste e i momenti più importanti che hanno caratterizzato le vicende di Aritzo. E’ una raccolta molto varia, costituita da immagini spesso corrose dal tempo e proveniente in buona parte dal cassetto dei ricordi degli stessi aritzesi. Salvatore Pirisinu, con una paziente selezione, illustra con queste vecchie immagini oltre quarant’anni di eventi importanti per Aritzo , come l’arresto di famosi banditi o la visita nel 1938 del principe Umberto di Savoia , ma anche le piccole storie della vita quotidiana e dei suoi abitanti. Segue poi il capitolo di testo ‘Se oggi un viaggiatore’, in cui vengono raccontate le più

L I B R I

recenti trasformazioni ambientali, sociali e culturali del paese. Nell’ultima parte, intitolata ‘Il presente e la memoria’, sono infine raccolte le fotografie che Salvatore Pirisinu ha realizzato tra il 1978 e il 2008 nella sua Aritzo e nelle quali riesce a raffigurare l’identità del paese. Le immagini passano dal bianco e nero al colore, ma al di là delle tecniche e della macchina utilizzata – la vecchia Nikon o la nuova digitale – tutte esprimono un ricordo, un’emozione, un legame, un affetto. Nelle immagini in bianco e nero compaiono spesso uomini o donne colti in azioni ormai desuete: la donna alla fonte, la cottura del pane, la raccolta delle castagne, il rosario, l’uomo che torna dalla campagna preceduto dall’asino. In quelle più recenti, a colori, oltre che i suggestivi paesaggi e i pittorici scorci del paese vengono evidenziate alcune iniziative che mirano a conservare le caratteristiche architettoniche del centro, come il restauro della antica Casa Devilla, o che rinnovano antiche tradizioni, come l’accensione del fuoco di Sant’Antonio Abate o le antiche maschere del carnevale tradizionale. Sono immagini che non hanno bisogno di commenti, ma che costituiscono, certamente, il più bel dono che Salvatore Pirisinu potesse fare a questa antica e forte comunità barbaricina. A.Sanciu


GRAFIMEDIA

Unione dei Comuni Alta Gallura 1 Via G. A. Cannas, usania (OT) 07029 Tempio Pa Tel. 079 6725500 Fax 079 671400


219

L U O G H I

Aritzo

I venditori di neve Questa attivitĂ , che oggi può apparirci quantomeno strana, ha costituito sino alla fine dellâ&#x20AC;&#x2122;Ottocento una delle principali occupazioni degli aritzesi. Testo e foto di Salvatore Pirisinu


L

a raccolta della neve veniva effettuata in inverno prevalentemente nella montagna Funtana Cungiada da una nutrita schiera di uomini detti niargios (quelli de sa nie, la neve). Essi raccoglievano la neve con ceste e sacchi e la stipavano dentro apposite fosse pressandola con i piedi e con delle tavole. Si provvedeva poi a ricoprirla con uno spesso strato di felci e paglia, disponendovi sopra frasche, ramaglie, tronchi di legno e uno strato di terra. In queste condizioni la neve si conservava fino all'estate, quando veniva prelevata, tagliata in grossi pezzi cilindrici e, sistemata in appositi recipienti, trasportata dai cavallanti di Aritzo nei principali centri dell'isola, e in particolare a Cagliari, ove se ne consumava in grande quantità, utilizzandola prevalentemente per refrigerare le bevande. Questa attività, che ha origini antichissime, ha costituito per un lungo periodo un diritto di privativa, fornendo al regio erario entrate non indifferenti. Da un documento conservato all'Archivio di Stato di Cagliari risulta che tali Gerolamo Pirella, Antonio Cuy Lay e Ivan Baquis Fadda, dopo aver costruito «en las montañas de Aritzo pozos para recojer la nieve», nel 1636 ottennero da Filippo IV di poter approvvigionare in esclusiva la città di Cagliari di questo prodotto, dietro versamento alle casse regie di un canone di 35.000 reali. La concessione era rilasciata per tutta la vita dei tre richiedenti e, in seguito, per quella di altre due persone da loro designate. Restato ultimo concessionario Gerolamo Pirella, ed essendo egli morto senza designare i successori, sorse una lunga lite fra la sua secondogenita e il Regio Fisco che ne contestava i diritti. Il contenzioso fu risolto nel 1666, con una carta reale in cui si assegnava alla Pirella, per la durata della sua vita, la metà dei proventi, mentre l’altra metà sarebbe andata alla Corona. Nasceva così la privativa della neve. La Corona, cioè, iniziò a considerare di propria spettanza, come per il sale e per i tabacchi, le entrate derivanti dalla raccolta e dalla distribuzione della neve; ma, non trovando conveniente esercitare in proprio questa attività, ne affidava l’appalto a privati dietro pagamento di un canone annuo. L’appalto veniva bandito in un primo periodo ogni tre anni, poi ogni sei. Nell’Archivio di Stato di Cagliari sono ancora conservati i conti delle spese dal 1657 in poi e i vari capitolati d’appalto che rimasero pressoché invariati per tutto il periodo della dominazione spagnola e per i primi anni del governo sabaudo. Da questi risulta che la neve doveva essere raccolta e conservata nei pozzi o “case della neve” di proprietà della Corona nelle montagne del Gennargentu, di Monti Olla e di Funtana Cungiada. In estate, poi, veniva trasportata a cavallo, viaggiando prevalentemente di notte, a Ca-


Il centro d’amministrazione dell’appalto era a Cagliari; da Aritzo venivano spedite quasi giornalmente le note delle spese e delle forniture. gliari e nelle altre città, Sassari, Oristano, Alghero, e anche in molti centri minori, Noragugume, Ploaghe, Laconi, specialmente dove erano ville signorili. Ma soprattutto interessava l'approvvigionamento di Cagliari: i capitolati prevedevano infatti che qui dovesse esserci un luogo fisso per la vendita del prodotto (las fondas de la nieve) aperto dal primo giugno agli ultimi giorni di ottobre. II deposito della rivendita non doveva restarne mai sprovvisto, sotto pena di una multa di quattro scudi. La neve inoltre doveva essere venduta pura e a un prezzo fisso prestabilito. Il lavoro della raccolta in inverno e del trasporto in estate, libero in un primo periodo, divenne in seguito un vero e proprio onere per gli abitanti di Aritzo e, per due giorni la settimana, anche per quelli di Belvì. Questi infatti potevano essere obbligati al lavoro dagli appaltatori, naturalmente dietro compenso stabilito, nel caso in cui non si fosse trovata manovalanza volontaria. Se si considera che, alla fine del '600, per il trasporto della neve nella sola città di Cagliari venivano utilizzati ben 70 cavalli, se ne può dedurre che, a turno, gran parte degli uomini validi del paese erano tenuti a prestare questo servizio. Il centro d’amministrazione dell’appalto era a Cagliari; da Aritzo venivano spedite quasi giornalmente le note delle spese e delle forniture. Da un esame dei libri dei conti risulta come per tutto il Seicento e la prima metà del Settecento questa privativa abbia costituito un reddito tutt'altro che disprezzabile per il regio erario (e, naturalmente, anche per gli appaltatori). Le cose cominciarono ad andare meno bene nella seconda metà del Settecento. Nell' Ottocento, poi, stan-


do agli stessi libri contabili, sembrerebbe che dalla privativa non solo siano derivate cifre modestissime allo Stato, ma addirittura che ne sia discesa la rovina di alcuni appaltatori. In realtà, se da questi documenti possono apparire con esattezza le entrate statali, non possono risultare con altrettanta fedeltà gli effettivi introiti di chi gestiva questo originale commercio. Si ricordano infatti famiglie, alcune anche aritzesi, arricchitesi con l'appalto della neve proprio tra Settecento e Ottocento. Tra queste, forse, quella degli Arangino, che divenne poi la più potente famiglia di Aritzo e una delle più ricche dell'isola. Nessun componente di questa famiglia fu mai aggiudicatario dell’appalto ma sappiamo che, unitamente agli aritzesi Michele Vincenzo Devilla e Giovanni Maria Vargiu, un Vincenzo Arangino fu in società con il dorgalese Giovanni Santus Fancello, appaltatore a far data dal 1827. Poiché risulta anche che pochi decenni prima, nel 1805, tali Luis Arangino e Salvador Angelo Arangino abbiano lavorato nelle neviere come semplici cavallanti, non è da escludere che proprio col commercio della neve abbia cominciato a prendere corpo la fortuna di questa famiglia il cui patrimonio si ingigantì alla fine


223

L U O G H I

Quando anche i carapigneris cominciarono a utilizzare il ghiaccio artificiale che poteva comodamente arrivare ad Aritzo tramite la nuova ferrovia anche le ultime neviere furono definitivamente abbandonate. dell’Ottocento anche con l’aggiudicazione all’asta di molti dei beni della parrocchia espropriati in seguito alle leggi del 1866 e del 1867 sulla conversione dei beni ecclesiastici. Gli ultimi documenti conservati all'Archivio di Stato risalgono al 1850. È probabile che dopo quella data lo Stato, in considerazione anche degli utili ormai irrisori che gliene derivavano, abbia rinunciato alla privativa. Così gli aritzesi poterono continuare ad esercitare il commercio della neve liberamente e di propria iniziativa. E la esercitarono ancora a lungo, fino a che, dapprima l’importazione di ghiaccio dalla Norvegia, poi, ai primi del Novecento, la nascita a Cagliari di una fabbrica per la produzione del ghiaccio artificiale, non resero l’attività decisamente antieconomica. Quasi certamente le ultime neviere rimasero in attività solo per rifornire i carapigneris, gli ambulanti di Aritzo sempre presenti in tutte le più importanti feste del meridione dell’isola per vendere il loro tipico sorbetto a base di acqua zuccherata e limone, che veniva congelata servendosi appunto della neve ghiacciata e che continuò a conservare il nome spa-


L U O G H I

224

gnolo di carapigna. Quando anche i carapigneris cominciarono a utilizzare il ghiaccio artificiale che poteva comodamente arrivare ad Aritzo tramite la nuova ferrovia anche le ultime neviere furono definitivamente abbandonate. L'importanza che questa attività ha rivestito in passato per tutta la popolazione aritzese è testimoniata da diverse pratiche religiose conservatesi in paese sino alla fine dell’ Ottocento. La neve veniva invocata dal cielo come una benedizione; e si era soliti solennizzare le quarant'ore in onore di S. Giuseppe invocando dal Santo un'abbondante raccolta. Quando però, a fine marzo, la neve non era ancora caduta copiosa, i niargios si rivolgevano al loro santo protettore, che era San Cristoforo, portandone in processione per le vie del paese la grande statua lignea del '600, conservata in una cappella della parrocchiale. Si racconta che, in casi particolari, quando il cielo sembrava decisamente insensibile ad ogni preghiera, la grande statua veniva portata su un carro a buoi fino al Flumendosa e immersa nelle acque chiedendo la grazia al santo quasi come in una ultima istanza. Oggi a ricordare questa attività protrattasi per secoli, la quale, se in certi periodi ha significato per gli abitanti di Aritzo oneri e prestazioni forzate, ha però anche costituito una fonte di lavoro sicura per buona parte dell'anno, restano alcuni toponimi come un sentiero detto su camminu ’e is niargios e i malinconici ruderi delle “case della neve” a Funtana Cungiada. Ma da alcuni anni, per conservare viva la tradizione, è nata la “sagra della carapigna”. Questa si svolge il 14 e il 15 agosto e, fra le altre manifestazioni, prevede la preparazione in pubblico dell’antico sorbetto ad opera dei discendenti degli ultimi carapigneris. Si segue in tutto lo stesso procedimento di una volta: il ghiaccio (oggi artificiale) viene messo sul fondo di un grande mastello di legno (su barrile), al cui interno poi viene inserito un altro contenitore metallico, anch’esso cilindrico, contenente acqua, zucchero e succo di limone. Dopo aver riempito l’intercapedine fra i due contenitori con altro ghiaccio e sale, il contenitore interno (sa carapignera) viene fatto ruotare a lungo su se stesso, in senso orario e antiorario, servendosi dell’apposito manico fissato sul coperchio ermetico. Questo lungo e pesante lavoro di rotazione porta al congelamento di parte del contenuto, che si solidifica ai bordi della carapignera e viene poi amalgamato con la parte liquida servendosi di un apposita paletta di legno, fino a ottenere una massa omogenea, molto densa, priva di grumi ma non congelata: la carapigna. Gustarla dopo aver seguito le lunghe fasi della preparazione è una esperienza che da sola merita una visita ad Aritzo. Ma per chi non ha la possibilità di essere in paese nei giorni della sagra è sempre possibile vedere una raccolta degli antichi strumenti per la sua preparazione esposti nel bel museo etnografico locale. S.Pirisinu BIBLIOGRAFIA V. Angius, voce Aritzo, in G. Casalis, Dizionario geografico–storico–statistico–commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna, I, Torino 1833. A. Della Marmora, Aritzo, in Itinerario dell’isola di Sardegna, Cagliari 1868. G. L. De Villa, La Barbagia e i Barbaricini in Sardegna, Cagliari 1889. M. Roberti,La privativa della neve in Sardegna, Estratto da Studi economico–giuridici, a.2, Cagliari 1910, pp. 110–125. Valery, Viaggio in Sardegna, Traduzione e prefazione di R. Carta Raspi, Cagliari 1931. P. Filigheddu, L. Gasperini, P. Marcialis, La carapigna, granita di Aritzo. Primi risultati di una ricerca etnografica, Studi Sardi XXIX, (1990–1991), Sassari 1991. M. Corda, Nevieri nella Sardegna del Seicento in A. Mattone (a cura di), Corporazioni, gremi e artigianato, fra Sardegna, Spagna e Italia nel Medioevo e nell’età moderna, Cagliari 2001. A. Maxia, Dal villaggio alla selva. L’umanizzazione dello spazio in una comunità agro–silvo–pastorale della Barbagia, Palermo 2003.


OTTICA CONTATTOLOGIA

A. Deliperi

Via Carlo Alberto, 32 - Tel. 079 236422 - 07100

SASSARI

OTTICA IPOVISIONE CONTATTOLOGIA CONVENZIONATO A.S.L. LENTI A CONTATTO PER ASTIGMATICI TOPOGRAFIA CORNEALE COMPUTERIZZATA


Tempio, l’antico vino del contadino

Muscateddu QUEGLI ACINI PICCOLI CHE NON CI SONO PIÙ Apoteosi di profumi e gusti impressi nella memoria di Sebastiano Oggiano

I

l moscato di una volta era quello ad “acini piccoli”, chiamato Muscateddhu in Gallura, era il cosiddetto “Moscato sardo” che, dopo la seconda Guerra Mondiale, è quasi scomparso, sostituito dal moscato di Canelli ad “acini grossi”, molto più remunerativo. Lo scorso san Silvestro ho avuto la fortuna di degustare il moscato sardo in casa di un nipote. Tradurre in parole le sensazioni gusto-olfattive non è affatto facile, sono piuttosto complesse: al naso arrivavano deliziose folate di frutta candita, pera cotta, torrone alle mandorle; raffinatissimo al gusto con dolcezza garbata e persistenza infinita. Attualmente soltanto pochi vignaiuoli coltivano ancora dei ceppi per avere qualche bottiglia da stappare alle grandi occasioni. Ma chi erano i produttori di così deliziosa bevanda? Erano i vignaiuoli tempiesi che passavano la maggior parte del loro tempo nella vigna, che avevano un grande

Nella foto: Sebastiano Oggiano

Foto S.Pirisino

Lu

amore e molta passione. Queste persone sapevano tutto quello che occorreva per avere grappoli perfettamente sani. Conoscevano le zone giuste per il moscato: Conca Marina, sulla strada per Santa Lucia,a sinistra e a destra e piccole zone vicino alla città; il terreno migliore sempre il sabbioso e l’esposizione a sud o sud-ovest, penso, che anche il clima secco di allora abbia contribuito alla bontà del prodotto.


227

Mi ha raccontato Walter Perticarà (91 anni) di quando faceva il militare a Pordenone e fu punito perché rientrato in ritardo dalla licenza. Walter aveva portato delle bottiglie di moscato e ne regalò una al comandante che, dopo averla assaggiata, non solo gli tolse la punizione, ma lo mandò in licenza premio per portagli qualche bottiglia di quel delizioso nettare. Nei molti anni trascorsi fuori Sardegna ho conosciuto delle persone che erano state a Tempio e ricordavano con piacere i cortesi amici ma, in modo particolare, ricordavano il moscato di Tempio. Ricordo di quando, da ragazzo, venivo da Bortigiadas a Tempio con mio padre e non poteva mai mancare la sosta da un qualche produttore di moscato. Mio padre ne ordinava un “quartino” di cui un bicchierino era concesso anche al ragazzo. Ricordo il colore, leggermente dorato, limpido e moltissimo piacevole al gusto e, dopo un sorso, non si poteva non farne seguire un altro. Per avere delle informazioni sul moscato di Tempio di una volta ho cercato di contattare i produttori di quegli anni, pochi ancora viventi, purtroppo. Ringrazio e sono riconoscente a Mario Spano per la sua grande disponibilità. Mario col fratello e il padre coltivavano un vigneto di solo moscato di oltre due ettari a Conca Marina ed il loro era tra i migliori di Tempio. Unico neo: il deposito sul fondo della bottiglia dello spumante e bisognava stare molto attenti quando lo si stappava per non intorbidirlo e non restare con la bottiglia mezzo vuota. Gli Spano filtravano lo spumante a goccia a goccia col sacco olandese, nella cantina semibuia ed era necessario evitare che il sacco si svuotasse completamente per non danneggiare il prezioso liquido. Dopo che lo avevano filtrato lo imbottigliavano, ma sempre in giornate secche con la luna calante. Il loro moscato diventava spumante naturalmente senza aggiungere alcunché, altri, invece, mettevano nelle bottiglie chicchi di frumento o lievito di birra per farlo diventare spumante. L’imbottigliamento del “fermo” a marzo-aprile, dopo gli

L U O G H I

opportuni travasi, sempre in giornate limpid e luna calante. Le bottiglie del “fermo” deponevano pochissimo. Il moscato sia spumante sia “fermo” non aveva lunga durata, generalmente non superava l’annata, ma, se la cantina era fresca, ben arieggiata, anche due anni. Gli abbinamenti erano alquanto difficoltosi, preferiva di essere consumato da solo e meditato; si usava accompagnarlo ai “frisgjoli longhi”e dolci fatti in casa e ancora meglio col “pane e sabba”. Per venderlo era molto semplice: bastava appendere dei rami di edera fuori dalla porta ed era questa l’indicazione che in quella casa si vendeva moscato e chi voleva comprarne o berne semplicemente un bicchiere era sempre il benvenuto. Chi fosse interessato alla coltura vitienologica degli anni Venti e Trenta, farebbe bene a leggere l’opuscolo di Tonio Biosa “Bacco in Gallura” edito dalla Taphros di Olbia. Nell’opuscolo si descrive dettagliatamente tutto quello che in quegli anni si faceva in vigna e in cantina. Dino Addis, direttore della cantina sociale “Gallura”, quando gli ho chiesto cosa ne pensasse del moscato sardo di una volta, ah! Ha detto, quello si che era eccezionale. E Dino di moscato se ne intende. Quello che lui produce ha meritato la medaglia d’oro al Vinitaly, qualche anni fa. Il nome “Moscato” qualcuno vuole che derivi da “muschio” per il caratteristico aroma, altri da “mosca” perché l’uva era mlto gradita da questi insetti. Sin dalla nascita della “Confraternita del moscato” (1984, giusto 25 anni fa!) ho sperato che si potesse riprendere la coltivazione del “moscato sardo” e la Confraternita è nata proprio in ricordo di quell’indimenticabile nettare, ormai solo un emblema. Con l’attuale presidente Ilario Colombelli abbiamo anche fatto un tentativo: alcuni anni fa ci rivolgemmo a Isidoro Pittorru, direttore dell’Ersat, per considerare se ci fosse la possibilità di riprendere la coltivazione. Ma, purtroppo, ci fece giustamente notare le moltissime difficoltà realizzative, che la rendono quasi impossibile. Penso che Michelangelo Ruiu a Santa Maria la Pal-


A N T R O P O L O G I A

ARZACHENA il Comune della Costa Smeralda. Dove il mare è piÚ blu Tel. 0789 849300 E-mail aaggarzachena@katamail.com


L U O G H I

Foto S.Pirisino

229

Il moscato sia spumante sia “fermo” non aveva lunga durata, generalmente non superava l’annata, ma, se la cantina era fresca e ben arieggiata, durava anche due anni. ma, tali difficoltà è riuscito a superare: è andato alla ricerca di alcune varietà di vitigni ormai scomparsi e, con la collaborazione dell’università di Sassari, le ha rimpiantate in un vigneto sperimentale di circa due ettari. Quest’anno pensa di fare delle micro vinificazioni e, pertanto, i vitigni che

risulteranno meritevoli verranno messi in produzione. Chissà che anche a Tempio non si trovi, un giorno, un Michelangelo Ruiu e che vada alla scoperta del moscato sardo di una volta. Un sogno? Chissà, qualche volta anche i sogni si avverano. S.Oggiano

CANTINA GALLURA, UN'AZIENDA, IL SUO STILE. Oltre 325 ettari di superficie vitata, coltivati dai 160 soci e diretta da Dino Addis. Una base produttiva eccellente perchè situata in Alta Gallura, dove la resa è bassa, ma le uve sono di gran pregio e danno vini bianchi di buona acidità ed elevata fragranza. Produzione di Vermentino Piras (Vermentino di Gallura DOCG), Canayli (Vermentino di Gallura Superiore docg) e Mavriana (Vermentino di Gallura DOCG). Gli ettari iscritti all'albo del Vermentino di Gallura DOCG sono 180 e la loro potenzialità è quindi di 1.680.000 bottiglie. Lʼattuale capacità è di 25.000 ettolitri. I dirigenti hanno presentato alla Regione il progetto per una nuova cantina di vinificazione da edificare in prossimità dei nuovi vigneti. La Cantina Sociale di Tempio è fra le più premiate fra quelle sarde, sia a livello nazionale che internazionale per la pregiata qualità di alcune produzioni, realizzate con le più avanzate tecnologie di vinificazione.


nasce questa attività per geniale iniziativa di Clemente Di Pellegrini, che decide di mettersi in proprio, riprendendo cio che da sempre era stato il suo impiego e la sua passione, ossia il mestiere di falegname, dando vita così alla "bottega del falegname". "Combinata", "pialletto a mano" e "segaccio"... sono i primi attrezzi che Clemente utilizza per la produzione d'infissi e arredamento su misura. Piano piano a distanza di circa due anni e mezzo l’ uno dall’ altro, i figli Lino, Franco e Davide, iniziano a far parte della piccola bottega, lavorando al fianco del padre. I tempi difficili non scoraggiano, ma non è certo la fatica di lavorare anche dodici ore al giorno che spaventa i F.lli Di Pellegrini, spinti dalla passione e dalla grande forza di volontà che li porta a crescere sempre di più e ad ambire a qualcosa di piu importante. Sacrifici tanti, ma anche tante soddisfazioni: l’ alta qualita del prodotto garantisce un buon livello di clientela nonchè un aumento di produzione e della forza-lavoro; così , all’ inizio degli anni '80 nasce l’ esigenza di ampliarsi e rendere il lavoro, (che fino a quel momento era stato pressochè manuale), piu automatizzato. Nel 1984 viene quindi inaugurato il nuovo stabilimento in località Ignazioni a Calangianus (OT), sede attuale della società , che soddisfa il bisogno di maggiore spazio a disposizione, sia per i macchinari sia per un'adeguata esposizione del prodotti offerti.

Nel 1959

Dopo soli due anni, purtroppo Clemente Di Pellegrini viene a mancare, lasciando tutto in mano ai tre figli, i quali, non volendo deludere la fiducia che il padre aveva riposto in loro, continuano a mandare avanti cio che lui aveva iniziato. Cosi i F.lli Di Pellegrini, dopo anni di gavetta, da veri e propri imprenditori, nel 1992 decidono di specializzarsi anche nei settori dell’ Alluminio, LegnoAlluminio e PVC. Oggi in azienda lavorano circa 40 dipendenri su 5.000 mq tra cui anche alcuni nipori di nonno Clemente che contribuiscono alla crescita e allo sviluppo della Ditta F.lli Di Pellegrini di Clemente srl, "una vera tradizione senza tempo". Vi Aspettiamo

5ann0i


PALAU: FRAMMENTI DI MICROSTORIA Nella foto,

Agostino Alivesi (Mastru Agostì̀)

LA BOTTEGA DI

LU MASTRU D’ASCIA DAGLI ANTICHI ATTREZZI ALLE MACCHINE

di Rino Cudoni


P E R S O N E

234

Cant’è più faccili abà a fa li cosi”(quanto è più facile oggi fare le cose) conclude ziu Antuniccu, dall’alto dei suoi ben portati novantasette anni, interamente dedicati alla famiglia e al lavoro. Antonio Orecchioni ha appena finito di descrivere il lavoro dei falegnami, li mastri d’ascia (così erano chiamati nel nostro dialetto, generalizzando fra ebanisti e carpentieri) e mostra con malcelato orgoglio gli attrezzi manuali che per tanto tempo hanno costituito l’unica fonte della propria ricchezza: l’ascia, il bedano, il compasso, la squadra, il martello, le tenaglie, sega e segoncino, trapano manuale, pialla, raspa, lima, e tanti altri piccoli ma indispensabili utensili ormai destinati alla esposizione nei musei etnografici o a far bella mostra nelle ampie scaffalature di qualche bel negozio del fai da te. Ripercorriamo insieme a ziu Antuniccu la piccola storia dei nostri mastri d’ascia che hanno validamente contribuito, insieme ai commercianti, ai calzolai, ai barbieri, ai fabbri ed ai sarti, a sostenere l’economia palaese del secolo scorso e dimentichiamo per qualche momento il fastidioso rumore dei macchinari combinati e degli aspiratori, il cigolio di sofisticatissimi congegni elettronici e di quant’altro la moderna tecnologia pone a disposizione di chiunque oggi intraprenda questo tipo di attività. Nel laboratorio del sassarese Gesuino Piu, dopo aver ultimato le scuole elementari ( le prime tre classi con la mastra vecchja, la quarta e la quinta a LaMaddalena), ziu Antuniccu apprende e si impadronisce di tutti i segreti del mestiere, ma il padre Nicola, considerando l’esiguità della retribuzione, salvo qualche buona mancia da parte di occa-

Antonio Orecchioni (Ziu Antuniccu)

sionali clienti facoltosi, decide di impegnarlo temporaneamente in altre attività lavorative che gli avrebbero garantito un più dignitoso salario. Intorno al 1930, infatti, Palau godeva di una congiuntura abbastanza favorevole: si procedeva alla bonifica e al prosciugamento di una parte dello stagno, su cui nascerà poi il primo campo di calcio, e alla costruzione della strada Olbia-Palau. Per l’intero periodo in cui vengono realizzate queste opere, ziu Antuniccu diventa carrulanti (conducente di carri a trazione animale) e, nel suo nuovo ruolo, trasporta tonnellate di materiali. Ma dal vecchio mastru Gesuinu Egli aveva avuto qualcosa in più di un semplice apprendistato, aveva inconsapevolmente ereditato anche la passione per quel lavoro; vedere spezzoni di legno grezzo dal quale, dopo un’attenta lavorazione nasceva un oggetto o un mobile, lo aveva particolarmente affascinato. L’adattamento ad una attività completamente diversa, accettato più per obbedienza al genitore che per propria convinzione, non aveva cancellato il desiderio di rientrare in falegnameria; i lavori della nuova strada e dello stagno, nel frattempo, volgevano al termine e gli stessi genitori decidono di aiutarlo ad organizzare una falegnameria”in proprio” mettendogli a disposizione un locale insieme ad una congrua dotazione di utensili e di altre attrezzature. E’qui che ziu Antuniccu, da allievo, diventerà maestro avviando al mestiere, fin da ragazzo mentre ancora frequenta le scuole elementari, il proprio figlio Nicolino. Li Bauli (le bare), prosegue ziu Antuniccu con una punta di ironia, riferendosi alla specializzazione acquisita nelle prime esperienze da falegname ebanista, che avevano costituito una iniziale fonte di reddito, ghjà si sa chi non so cosi beddi, ma ancora chissi vi uliani (non sono cose belle ma anche quelle erano necessarie)! La richiesta di bare, costante anche se non frequente, giustificava la necessità di essere pronti a realizzarle; il mercato le richiedeva…..! Si trattava fra l’altro di un qualcosa su cui, comprensibilmente, non si ingenerava alcuna contrattazione: Il fornitore non doveva approfittare della luttuosa circostanza per farne uso speculativo e, per contro, i familiari del defunto non avevano lo stato d’animo per discutere o chiedere particolari agevolazioni. Feti ‘oi chi seti lu mastru e vi cunniscimu pa passona onesta (fate pure maestro, vi conosciamo come una persona onesta); erano le poche parole pronunciate dai parenti quando, dopo il decesso, possibilmente durante la notte e con molta discrezione, il falegname si recava nella loro casa a rilevare le misure della salma.


235

P E R S O N E

Era il tempo dell’abbattimento indiscriminato di intere foreste da cui si ricavavano consistenti partite di legname: quelle di maggior pregio da spedire alle grandi fabbriche di mobili nelle regioni dell’Italia centrosettentrionale. Se dalla invidiabile maestria di Gesuinu Piu ziu Antuniccu aveva appreso l’arte dell’ebanista, quella di fabbricare bauli gli proveniva invece da un altro artigiano del legno, con cui aveva continuato il tirocinio dopo la partenza del suo primo istruttore che, nel frattempo, aveva lasciato definitivamente Palau per rientrare a Sassari. Si tratta di Battista Varello, che nel 1879 arriva in Sardegna da Mondovì. E’ appena ventenne, pieno di entusiasmo e con tanto desiderio di affermarsi nella professione di falegname carpentiere, acquisita nelle grandi fabbriche piemontesi. L’occasione per mettere a frutto le sue capacità professionali gli viene da un cliente d’eccezione e, per quanto ne sappiamo, molto esigente. Il generale Garibaldi aveva bisogno, nella sua residenza a Caprera, di una persona che sapesse lavorare alla costruzione e alla manutenzione di strutture in legno e di piccole imbarcazioni. Rimarrà a Caprera probabilmente fino alla morte dell’eroe avvenuta nel 1882. Chi ci dice che in quelle lance esposte nel museo del compendio Garibaldino non abbia messo le mani il Varello? La perdita di un cliente così importante non lascia tuttavia senza occupazione il bravo artigiano: durante il soggiorno a Caprera, infatti, aveva attratto più volte l’attenzione del possidente gallurese Comita Sanna, uno degli amici più vicini al Generale, insieme ai Cuneo ed ai Susini di La Maddalena. Sarà lo stesso Comita a convincere Battista Varello a trasferirsi in agro di Arzachena, nella sua tenuta di Li muri, dove avrebbe avuto la possibilità di lavorare nel suo stazzo e per conto di altri proprietari terrieri della zona. Era il tempo dell’abbattimento indiscriminato di intere foreste da cui si ricavavano consistenti partite di legname; quelle di maggior pregio da spedire alle grandi fabbriche di mobili nelle regioni dell’Italia centrosettentrionale, le altre, buone soltanto per bruciare, erano utilizzate in loco anche per la produzione del carbone (pa fa la chea). Il disboscamento selvaggio impegnava intere squadre di operai e la forza lavoro locale doveva spesso essere integrata da altro personale, il che spiega la presenza in tutta la bassa Gallura di tagliatori e carbonai provenienti dalla Toscana e dalla Liguria.

Battista Varello (Ziu Battista Brusciatu) Lavorare dalla mattina alla sera al taglio della legna è, per il Varello, un’attività certamente poco motivante a cui tuttavia si adatta soprattutto dopo l’incontro con Mariangela Malu. Con lei mette su famiglia e si trasferisce a Palau dove apre un attrezzato laboratorio da vero carpentiere con cui non ha difficoltà ad affermarsi; i maggiorenti palaesi e i proprietari degli stazzi viciniori, infatti, quasi facevano a gara per accaparrarsi le invidiabili prestazioni di Battista. Ziu Battista lo abbiamo conosciuto in tanti, io stesso lo ricordo, da ragazzo, perché giocavo spesso insieme ai nipoti Nino e Teuccio e, di tanto in tanto mi recavo in quel-


P E R S O N E

236

la falegnameria, ormai portata avanti da ne animale (li carruli). L’intervento del ziu Tummeu e ziu Pippinu (Tomaso e maestro d’ascia era particolarmente utiPeppino), i due figli ai quali aveva ben le, forse indispensabile, soprattutto nelinsegnato il mestiere. Ziu Tummeu era la costruzione della componente più deun uomo burbero, soprattutto con noi licata del mezzo: la ruota. Questa doveche volevamo curiosare fra gli attrezzi va essere fatta utilizzando legno duro, sodell’officina, ma zia Rosa, sua moglie, litamente ginepro o olivastro, protetta più comprensiva assumeva talvolta le lungo il lato circolare esterno da un cernostre difese offrendoci qualche dolce chione in ferro (lu chjlchju). Il cerchio in fatto in casa. Ziu Pippinu, al contrario ferro, già preparato a misura nelle offidel fratello, appariva più bonario e dicine dei fabbri, doveva essere applicato sponibile nei confronti dei ragazzi. ad incasso (a incasciu); a ferro caldo. E’ Durante gli ultimi giorni della Quarein una di queste operazioni,mentre batsima, quando si usava legare le campateva precisi colpi di martello da un ne in attesa della Pasqua, i ragazzi si rilato, e spingeva a pedate il cerchione dalvolgevano ai falegnami per farsi fare una l’altro, che il vecchio maestro guadagna zirriola con cui si andava in giro per le sul campo il titolo di Brusciatu in seguito Mariangela Malu strade del paese ad annunciare il mezalle ustioni causategli alle piante dei piezogiorno e l’ora del vespro: medi dal ferro rovente. zudì..mezudì ca no ha magnatu si stia cussì (è mezzogiorZiu Battista Brusciatu si diletterà ancora a costruire qualno, chi non ha mangiato rimanga digiuno). Per questo gio- che piccolo natante a chiglia piatta (lu ciattinu), particocattolo sono stato per anni fra i più assidui clienti della fa- larmente adatto alla pesca su bassi fondali. Per la costrulegnameria Varello. zione di una piccola barca i palaesi si rivolgevano ormai Nonostante Tummeu e Pippinu avessero da tempo ben a Nicola Bonannini (Nicola Guglielmu), un altro carpenimparato il mestiere, non mancava in bottega la presen- tiere presente a Palau, la cui famiglia era arrivata dalla Toza di ziu Battista,che seduto su una comoda sedia non le- scana ai primi del Novecento. sina ordini e consigli ai due figli che lavorano e, con atteggiamento tra il serio e il faceto, mostra ai clienti, ben A un atterraggio fortunoso sulla radura adiacente alla sistemata su una mensola, la bara da lui stesso costruita e grande spiaggia della Sciumara, da parte di un velivolo di che un giorno avrebbe accolto le sue spoglie. legno e compensato appartenente alla Micoperi, la società Da candu Antuniccu ha imparatu da me a fa bauli ag- che procedeva al recupero dell’incrociatore Trieste, è legata ghju paldutu tutti li clienti, ettandu no m’è flimatu che fam- la figura di un altro artigiano palaese: Francesco Piga (Cicminni unu pa me (da quando Antonicco Orecchioni ha im- cheddu Pitrassu). I più giovani lo ricordano dopo gli anni parato a far bare mi ha portato via la clientela, quindi non Sessanta mentre, insieme alla moglie Antonietta Pischedmi restava altro che prepararne una per me), risponde a chi, da, gestisce un piccolo negozio di mobili; in un più lonincuriosito, gli chiede il perché di una simile esposizione. tano passato lo ricordiamo, invece, dietro il banco della sua Lo stesso ziu Antuniccu, nel suo raccontare, ricorda que- falegnameria: le porte in compensato alluccicati a spiritu ste simpatiche battute del suo maestro. (lucidate ad alcol), che avevano sostituito i vecchi serraGià da tempo, però, il laboratorio dei Varello si era pre- menti interni di tanti edifici danneggiati dai bombardavalentemente affermato a Palau per i lavori di carpenteria: menti durante la guerra, erano in gran parte opera sua. erano veri maestri carrai e competentissimi costruttori di botMa la maestria di Ciccheddu rimarrà particolarmente leti da vino. Mio nonno materno Pietro Filigheddu che, come gata alla vicenda del piccolo aeromobile che appoggia le tutti i proprietari della zona, ben si adattava anche come fa- ruote sul campo erboso al lato del fiume Zecchino, rilegname nei lavori comuni di campagna, non poteva fare manendo danneggiato nell’impatto con il suolo. Nella a meno della consulenza di cumpari Battista. Si rivolgeva a preoccupazione generale immediatamente diffusa fra tutlui soprattutto per essere aiutato a realizzare carri a trazio- to il personale del cantiere e fra gli stessi dirigenti, qual-


237

P E R S O N E

Alla fine degli anni ’40 il mercato dei prodotti minerali si orienta sempre di più verso altre fonti di approvvigionamento, gli ordinativi calano e le miniere sarde devono fare i conti con la forte concorrenza esterna; il loro punto di arrivo, purtroppo, sarà quello della definitiva chiusura. cuno suggerisce ai responsabili della Ditta la possibilità di chiamare in causa Ciccheddu Pitrassu, l’unico che può tentare di eseguire sul posto le riparazioni necessarie. La sua esperienza maturata durante il servizio militare in aeronautica alla fine degli anni Venti, lavorando nelle falegnamerie presenti nei campi di volo, dove veniva assemblato e manutenzionato questo tipo di velivolo, offre sufficienti garanzie. Stimolato dall’opportunità di mettere in mostra quella particolare professionalità acquisita da giovane, e gratificato dalla considerazione di tanti compaesani che si recavano sul posto per vederlo lavorare, Ciccheddu non impiegherà troppo tempo a mettere l’aereo nelle condizioni di riprendere il volo. In quelle giornate i visitatori erano spinti dalla curiosità di vedere da vicino un mezzo che viaggiava in un ambiente inconsueto e non su una strada o in mare; non era facile allora, per tante persone, capire la dinamica di un oggetto che poteva muoversi per aria, come gli uccelli. I più curiosi osavano domandare l’autorizzazione ad entrare all’interno della carlinga e provare l’emozione di sedersi per qualche minuto ai comandi. Nel pomeriggio di una giornata luminosa con il sole ancora alto e lo specchio d’acqua verdeazzurro della baia di Mezzoschifo leggermente increspato da una bava di vento da nordest, tipica del bel tempo, Il piccolo aeromobile, perfettamente rimesso a punto in tutti i particolari, rulla traballante sul prato irregolare dell’improvvisata aviosuperficie, progredisce in velocità e si stacca decisamente dal terreno; con una magistrale virata a dritta si dirige a bassa quota verso il centro abitato. Tanta gente, udito il rumore assordante del motore, esce di casa e guarda in alto: la cicogna volteggia sopra le loro teste, si abbassa ancora, il pilota alza il braccio e saluta. Ha fattu di mani (ha salutato), dicevano i più. Ancora un passaggio ed un altro saluto con due lievi movimenti d’ala, poi prende quota e si allontana! Il pilota, uno dei comproprietari della Micoperi, con quel gesto ha voluto salutare, come era uso comune in aeronautica, l’intera comunità palaese ma, soprattutto,

Nicolino Orecchioni (Niculinu) ringraziare quel falegname che, appoggiato alla porta della sua bottega, osservava con un po’ di apprensione le evoluzioni della macchina volante. Antonio Spano, Toninu Bieddu, i cui genitori Antonicco e Giuseppina Giua si erano trasferiti a Palau intorno a 1910, viene ricordato più come calciatore che come falegname carpentiere. In realtà, fin da piccolo,aveva manifestato una grande passione per il calcio ma, l’esigenza di contribuire economicamente al mantenimento della famiglia, imponeva anche ai figli il dovere di imparare un mestiere. Toninu è però una persona che non rinuncia facilmente alle


P E R S O N E

238 A sinistra,

Tonino Spano (Toninu Bieddu) A destra, dall’alto,

Tomaso Varello (Ziu Tummeu) e la moglie Rosa Pirina

cose che vuole, è tenace e non si scoraggia di fronte alle difficoltà, tira avanti sicuro per la sua strada. In realtà, sia il mestiere acquisito in falegnameria che la pratica fatta sul campo da gioco finiranno per essergli utili. Il Monteponi, la squadra che insieme al Montevecchio rappresentava le miniere del Sulcis nei campionati di calcio della prima divisione, non si lascia sfuggire un centro mediano di valore come Spano e, per assicurarsi le sue prestazioni, lo inserisce nelle squadre dei carpentieri minerari, addetti alla costruzione delle strutture di sostegno delle gallerie. Così Tonino si assesta stabilmente nel mondo del lavoro, alternando le sue capacità professionali alla passione per il pallone; il Monteponi è una delle migliori squadre presenti in Sardegna tanto da essere sempre fra le protagoniste, e sono in molti ad ammirare lo spiccato agonismo del calciatore gallurese nei contrasti con l’avversario e la sua sicurezza nel coordinamento dell’intero reparto difensivo. Alla fine degli anni ’40 il mercato dei prodotti minerali si orienta sempre di più verso altre fonti di approvvigionamento, gli ordinativi calano e le miniere sarde devono fare i conti con la forte concorrenza esterna; il loro punto di arrivo, purtroppo, sarà quello della definitiva chiusura. Toninu Bieddu rientra a Palau e, insieme a ziu Antuniccu e a Ciccheddu, eserciterà il mestiere fino a quando, al momento della grande emigrazione verso il Nord, anche lui si trasferirà con la famiglia a Milano dove lavorerà fino alla pensione alle dipendenze di un’azienda semindustriale. L’ultima e più recente bottega “storica” di Palau è stata quella messa su negli anni Cinquanta dal maestro Ago-

stino Alivesi insieme ai figli. Originario di La Maddalena, da qui il nostro mastr’ Agostì derivante da un miscuglio di dialetti fra il gallurese e il maddalenino, apprende il mestiere lavorando inizialmente da garzone in una rinomata falegnameria locale: quella degli Ornano. Dopo le vicende belliche del 1915/18, a cui aveva partecipato nelle file della Brigata Sassari guadagnando, dopo la ritirata di Caporetto, un anno di prigionia in territorio albanese, trova lavoro a Roma dove affina il mestiere per oltre 11 anni. Richiamato durante la seconda guerra mondiale , non viene destinato al fronte grazie all’ esperienza lavorativa maturata da civile: presterà servizio direttamente a La Maddalena, presso il Genio Marina, nell’ambito di un gruppo di operai specializzati coordinato dall’ing. Francesco Pala. Alla fine del conflitto, che ha visto anche la sua città messa a dura prova dalle incursioni aeree nemiche riprende l’attività in proprio e tra i primi lavori si vede affidata la realizzazione del pulpito in legno della Chiesa di S. Maria Maddalena: lavorerà sotto l’occhio vigile ed esigente del parroco don Capula con cui non mancherà qualche bonaria litigata. Alla fine del lavoro, ricevuti i complimenti dalla Comunità maddalenina e dallo stesso parroco, non si contrappone agli Ornano e agli altri operatori del settore presenti in loco, ma cerca uno sbocco professionale nel paese dirimpettaio dove già si intravvedono i primi segnali di crescita nel campo edilizio. Il laboratorio gestito in via Guerrazzi dal maestro Agostino, del quale tutti conoscevano da tempo le capacità professionali, e dai figli Tonino e Sergio, al maggiore dei quali affida il compito di intrattenere i contatti con la clientela, si pone in evidenza per la qualità dei suoi prodotti e deve impegnarsi a fondo per soddisfare le numerose ri-


239

chieste. Le vecchie botteghe avevano quasi tutte cessato l’attività: qualcuno aveva già lasciato il paese emigrando alla ricerca di un posto fisso nelle grandi fabbriche del Nord, altri, che avevano fiutato il vento della imminente ripresa economica, si erano riciclati in attività più convenienti: per questo le moderne macchine operatrici di maestro Agostino lavoreranno a pieno ritmo. Ma maestro Agostino Alivesi è rimasto nei ricordi di quanti lo hanno conosciuto non tanto per i suoi lavori, quanto per la sua intransigente coerenza ideologica. Uomo di provata fede socialista, di ineccepibile dirittura morale, non credente ma rispettoso di tutte le forme di religione, si lasciava facilmente coinvolgere in animate discussioni. “Caru mastr’Agostì, tornerà! (Caro mastro Agostino, tornerà!)” gli aveva detto, con tono provocatorio, il proprietario del bar Trieste; non si era scomposto più di tanto: “Pasquà, nun turna più! (Pasquale, non torna più)” aveva risposto alzando il pugno per contrapporlo al saluto fascista dell’interlocutore. Schermaglie di questo genere erano frequenti nel suo laboratorio: una volta qualcuno gli aveva fatto osservare che in Unione Sovietica non esistevano Chiese; “Ghi so, ghi so, sta tranquillu, ghi so e so in efficienza (Ci sono e sono in efficienza); “ma di chiesi cattolichi ghinnè una solu, quidda di S.Luigi dei Francesi (ma l’unica Chiesa cattolica presente è S.Luigi dei Francesi)”, gli veniva specificato; “E quanti ni voi? nun ti basta una (quante ne vuoi, non ti basta una)” era stata la sua risposta accompagnata da un sorrisetto ironico. Ad una signora del rione che gli chiedeva di incorniciare una foto ingrandimento: “Mastr’Agostì la viditi quista foto? è di papa Giovanni (la vedete questa fotografia, è di papa Giovanni)” diceva la donna; “Quistu qui si chi è davveru una brava persona !(questo si che è una brava persona)”, aveva risposto; “Ettandu Mastr’Agostì mi la feti una bedda cornici? (allora me la fate una bella cornice)”; dopo averci pensato un pochino si toglieva dall’imbarazzo indirizzandola al figlio: “Guarda Je propriu nun mi la sentu, fa una cosa, daghilu a Toninu chi iddu è più di Chiesa di me! (io proprio non me la sento, fallo fare a Tonino che lui è più di Chiesa di me!)”. Il rumore della sega elettrica, frammisto al raschiare delle piallatrici e delle altre attrezzature in funzione nella falegnameria che uno dei nipoti di maestro Agostino Alivesi oggi conduce,interrompe il piacevole amarcord richiamando ai ritmi del lavoro odierno e rendendo scontata ogni ulteriore considerazione. R.Cudoni

P E R S O N E


La storia degli

scalpellini di Gallura in una intervista a Birraldu di Mario Scampuddu

Scuola scalpellini. Luogosanto fine anni â&#x20AC;&#x2DC;50


243

P E R S O N E

La massa del granito che ad un profano appare omogenea compatta e regolare rivela, agli occhi esperti del cavatore, i difetti e le irregolarità della pietra ma anche i punti dove questa può essere facilmente tagliata, anzi dove deve essere tagliata.

L

a Gallura, regione della Sardegna Nord-orientale, era conosciuta già nell’antichità per le sue peculiari caratteristiche naturali e paesaggistiche: così Tolomeo la descrive come terra di grandi boschi e di graniti. L’orso di Capo d’Orso, l’enorme scultura granitica prodotta dal lavoro dell’acqua e del vento in milioni di anni è divenuta l’emblema di questa regione ancor prima del gallo dei Visconti. Nell’orografia gallurese mancano le catene montuose mentre le cosiddette serre sono caratterizzate da rilievi aguzzi e crinali seghettati, delle più diverse costituzioni mineralogiche. La morfologia dipende dalla natura del suolo che nella sua generalità è granitica: sono le conche e i tafoni, vere e proprie sculture dalle più strane e caratteristiche forme. Da sempre legname e pietre sono stati, tra le risorse della Gallura, le più importanti. Luogosanto, antico centro gallurese, può vantare dagli inizi del secolo agli anni Sessanta la presenza di un elevato numero di addetti alla lavorazione del granito tanto da costituire una categoria a sé. Divisi in tagliapietre e scalpellini, intorno agli anni Trenta, raggiunsero le 30-35 unità lavorative. Bernardino Pattitoni (Birraldu) è stato uno degli ultimi maestri pietrai. Nato a Luogosanto nel 1908, ha percorso tutte le tappe del lungo e difficile cammino che portava alla patente di “scalpellino”. Ormai avanti con gli anni e da diverso tempo in pensione, mi ha rilasciato una lunga intervista nel dicembre del 1992. Uomo dai modi schietti e dalla parlata gallurese netta e inconfondibile; di media altezza, robusto e di pelle scura, mi accolse con un largo sorriso e subito chiede notizie di “l’amichi e li cumpagni”, dei conoscenti e dei coetanei ad uno ad uno citandoli per nome, cognome e soprannome. Prima di raccontare l’esperienza della sua lunga carriera sentì come un dovere quello di parlare del suo maestro. Rimasto orfano ancora in tenera età, iniziò l’apprendistato all’età di 13 anni con un insegnante di eccezione, che era anche suo padrino di battesimo, Gavino Balata (mastru Baignu). Di mastru Baignu afferma, con sicurezza, essere stato lo scalpellino più bravo di Gallura; nato a Luogosan-

to era figlio d’arte, suo padre Luca Balata, era un tagliapietra locale molto bravo. Era anche poeta e aveva, tra l’altro, scritto un “muttu” in gallurese in onore dei 54 morti del paese nella prima guerra mondiale. Del maestro racconta che, nel 1925 si recò a lavorare a La Maddalena, dove nelle cave di Cala Francese, Santo Stefano e Spalmatore, erano impiegati oltre 300 persone. Mastru Baignu non sfigurò di certo al confronto con i maestri pietrai “continentali” alcuni dei quali erano veri e propri scultori del granito. L’apprendistato era molto lungo e i maestri spesso esigenti e severi: Gavino Balata invece pur essendo molto pignolo, era anche paziente. Con lui il tempo trascorreva con allegria. D – A quale età iniziava l’apprendistato? R – Genralmente iniziava verso i 13-14 anni e non finiva prima dei 18-20. Pochi diventavano maestri pietrai, la maggior parte, invece, dopo alcuni anni, preferiva fare il tagliapietra; questa scelta per molti era dettata anche dalla necessità di guadagnare subito in proprio. D – Quali erano le prime nozioni che venivano impartite dal maestro? R – Riconoscere i vari tipi di pietra e le qualità; come impugnare e usare gli attrezzi più comuni, come fare i primi fori. Il granito veniva classificato principalmente in due tipi: a grana fine o pètra spana e a grana grossa o ghiandone. Il lungo tirocinio che portava i ragazzi di soli 13-14 anni a diventare scalpellini era una vera scuola pratica in cui il contatto quotidiano e diretto con il maestro portava, infine, a conoscere tutto sul granito e sul mestiere. La massa del granito che ad un profano appare omogenea compatta e regolare rivela, agli occhi esperti del cavatore, i difetti e le irregolarità della pietra ma anche i punti dove questa può essere facilmente tagliata, anzi dove deve essere tagliata. L’esperienza porterà, così, lo scalpellino a poter valutare perfettamente: il tipo di granito e la qualità, la possibilità di taglio e le sue future utilizzazioni. Dunque è necessaria una grande esperienza.


245

P E R S O N E

Carta d’identità di Birraldu

Per poter tagliare e staccare la parete rocciosa è indispensabile saper identificare perfettamente i piani di sedimentazione della massa granitica. D – Prima di procedere al taglio di un masso di granito cosa deve valutare il maestro pietraio? R – Per poter tagliare e staccare la parete rocciosa è indispensabile saper identificare perfettamente i piani di sedimentazione della massa granitica. Solo i cavatori provetti riconoscono il cosiddetto “verso” (lu filu) e riescono a rompere il granito a spigoli vivi e ortogonali secondo “il pelo del verso” lu filu drittu. Gli scalpellini luogosantesi usavano indicare, come a La Maddalena, i “versi” in modo originale rispetto ad altre zone: pioda, trincante e mozzatura. La pioda corrisponde alla linea, di taglio o di frattura del granito, migliore e più chiara. Il trincante è invece la linea di taglio o di frattura che possiamo chiamare di “seconda scel-

ta” ed è più difficile della prima. La mozzatura è il taglio o frattura peggiore. Possiamo quindi dire che ad ogni passaggio dalla pioda al trincante o alla mozzatura il numero di fori da praticare aumenta costantemente. Per capire meglio cosa siano i “fili” possiamo immaginare la massa del granito come formata dalle pagine di un libro dove, separando i fogli di questo in pioda o trincante questi non si rompono; mentre in mozzatura si. I “versi” appaiono sulla superficie della massa granitica come delle lunghe e strette saldature, come delle cicatrici. D – Quali tipi di rocce usavate? R – Quasi sempre per i nostri lavori venivano usate roc-


P E R S O N E

246

Ho lavorato prima di tutto a Luogosanto dal 1921 al 1950; il monumento ai caduti è opera mia e del mio maestro, io ho fatto la “piramide”; ho realizzato inoltre decine di stipiti, architravi, tombe e porticati. ce di massa compatta e presenti in superficie “trovanti”, ma altrettanto buono era il granito affiorante e sotterraneo. D – Quali altre caratteristiche doveva avere il “masso” da tagliare? R – Come abbiamo detto quasi sempre era un trovante e non doveva avere difetti. Uno dei difetti più gravi era quello cosiddetto “a catena” quando la massa granitica appare omogenea, di struttura indecifrabile, percorsa però al suo interno da “fessure o fratture” che ne rendono impossibile l’utilizzazione. Altri difetti sono i “nodi”, zone che possono essere o di consistenza superiore alla massa circostante oppure inferiore, creando così alla massa stessa una discontinuità nella struttura. Passiamo alla lavorazione: D – Quali erano gli attrezzi più comunemente usati? R – Dobbiamo fare una precisazione. Esistevano attrezzi per battere, per tagliare e per scalpellinare. Gli attrezzi per battere sono: la mazzetta, lu mazzolu, e la mazza. Questi tipi di martello variano generalmente in base al peso e alla forma. Gli attrezzi per tagliare sono diversi, nel lavoro si procede prima con li punti, scalpelli che hanno i margini della punta quadrati; si passa quindi a lu ripizzu, che è uno scalpello che ha una punta particolare che permette di ristringere il foro in punta e quindi di far procedere questo sempre più in profondità. Infine si usa lu punciottu, scalpello che permette di raggiungere la profondità desiderata del foro; si procede infine ad armare le mine e a farle esplodere. Per scalpellinare, cioè per rifinire il lavoro di taglio grossolano del granito, esistono due tipi di scalpello; lo scalpello vero e proprio detto scalpeddu più piatto e più corto del precedente, usato per “tirare” gli spigoli. Infine per ottenere la cosiddetta buggiardatura del granito si usano: lo scalpello a punta grossa, a mezza punta e a bugiarda. D – Quali erano le cave più importanti a Luogosanto? R – La cava di Gjuanninu, ai piedi di monte Gjuanni, era la più importante per la vicinanza al paese; le altre erano quelle di Punta di chjodu, di Manzóni, in Canaili e in Sant’Antoni d’Itzana.

D – Era un lavoro duro quello degli scalpellini? Quali erano i più comuni orari di lavoro? R – Si lavorava in media 12 ore, da “sóli a sóli” e anche di più, perché c’è da tener conto che il lavoro quasi mai si svolgeva vicino al paese; si usavano come mezzi di locomozione la bicicletta o il pullman. D – Usavate particolari tipi di vestiario? R – Si usavamo sia d’inverno che d’estate vestiti di fustagno, del migliore altrimenti dopo poco tempo era del tutto consumato; le scarpe costruite dai calzolai locali, dovevano essere resistenti e robuste; i tagliapietra si facevano costruire scarpe rinforzate alla zona del tallone con piccoli chiodini: punzati. D – Abbiamo parlato dell’apprendistato. Quando finiva e quando un allievo scalpellino passava in proprio? R - Lo doveva, prima di tutto sentire dentro; si doveva sentire simile in bravura al maestro. Per me successe così: il comune diede in appalto due fontanelle a mastru Baignu, io gli proposi di farne una, “no, non sei ancora pronto la rovineresti” mi disse, ma io insistetti tanto proponendogli di assumermene tutte le responsabilità che alla fine si lasciò convincere e mi affidò l’incarico. La fontanella è ancora là “illa terrazza” in Luogosanto. Era il 1930. Ho lavorato prima di tutto a Luogosanto dal 1921 al 1950; il monumento ai caduti è opera mia e del mio maestro, io ho fatto la “piramide”; ho realizzato inoltre decine di stipiti, architravi, tombe e porticati. Ho lavorato alla costruzione degli acquedotti di Luogosanto (1926), Arzachena (1925), Palau (1930), Calangianus e Santa Teresa di Gallura (1932) dove tutti i chiusini sono opera mia; ed infine ad Aggius e a Tempio Pausania dal 1950 al 1970. Un altro lavoro molto comune era il taglio dei “cantonetti” per la costruzione delle case di civile abitazione, questi erano più o meno rifiniti a seconda che il muro dovesse essere realizzato a faccia-vista o meno. Si producevano inoltre i cosiddetti “tacchi” (masselli) per le pavimentazioni stradali, quelli di Via Vittorio Emanuele a Luogosanto vennero tagliati nel 1949-1950.


247

P E R S O N E

I rapporti con le autorità e le organizzazioni locali erano buone, in pratica cercavamo di ignorarci a vicenda; ma ricordo che in un certo periodo (1926) alcuni squadristi locali, particolarmente esaltati, cercavano di provocarci richiedendo il saluto al fascio anche durante il lavoro, provocando per giunta la sua interruzione. La sua ottima resistenza alla compressione, all’usura e all’urto ne facevano il materiale migliore per tali opere. Altri vantaggi erano quelli di una minima cura per la manutenzione e la possibilità di ottenere piani stradali con assenza di dislivelli. La loro utilizzazione era poi ottimale nella costruzione delle curve, delle gallerie e nei tratti di strada umidi. D – Quali erano le concezioni religiose di questi lavoratori? R – Erano quasi tutti credenti, tant’è vero che il 13 dicembre di ogni anno a Luogosanto, in Basilica, si celebrava la festa di Santa Lucia. Questa festa era una delle più osservata. Santa Lucia infatti è la patrona degli scalpellini e la protettrice degli occhi. D – A quale ideologia si ispiravano e quali forme di organizzazione dominavano? R – Prevalevano i socialisti, ma erano presenti anche i comunisti e qualche anarchico; il principio a cui tenevano di più era la solidarietà. D – Nel periodo fascista quale era il rapporto tra le autorità locali? R – In linea generale i rapporti con le autorità e le organizzazioni locali erano buone, in pratica cercavamo di ignorarci a vicenda; ma ricordo che in un certo periodo (1926) alcuni squadristi locali, particolarmente esaltati, cercavano di provocarci richiedendo il saluto al fascio anche durante il lavoro, provocando per giunta la sua interruzione; esasperati andammo a protestare dal segretario politico il signor Fresi Domenichino uomo sensibile e di una particolare umanità, pur conoscendo i nostri ideali politici ci disse: scrivetevi alla milizia così potrete neutralizzarli dall’interno; aveva, così facendo, proposto una strategia politica che si può definire entrismo di certo non in linea con il re-

gime pur di mantenere in paese la pace politica e sociale. D – Secondo lei, dove devono essere ricercate le radici di questo mestiere? R – È accertato che i primi veri scalpellini erano toscani e liguri emigrati a La Maddalena intorno al 1850, ma anche Tempio e in altre zone della Sardegna. Lo stesso Gavino Balata mi raccontava che le generazioni che lo precedettero (18501875) tagliavano il granito con lu piccu uno strumento a doppio taglio che permetteva di realizzare dei fori iniziali molto grandi, si continuava poi impiegando dei cunei di legno che venivano in seguito bagnati e battuti. È certo che i primi maestri pietrai furono continentali; si possono spiegare anche così le tendenze politiche che essi professavano. D – Quale è stato il periodo d’oro di questo mestiere e quando iniziò la decadenza? R – Il periodo di maggior sviluppo di questo mestiere fu il decennio 1920-1930; poi iniziarono le emigrazioni in Corsica e in Svizzera, ed infine sopraggiunse la crisi. D – A chi dei suoi colleghi di lavoro era maggiormente legato e come li ricorda? R – Li ricordo tutti con molto affetto; dal mio maestro Gavino Balata agli altri scalpellini luogosantesi Giò-Matteo Balata e Pasqualino Gori; agli amici e compagni tagliapietra: Luca Balata, Giovanni Giuliani, Augusto Costantino e Salvatore Mastroantonio, Giuseppe Demuro (Bruconi), Giovanni Tamponi (Pileri), Pasqualino Gala (Raica), Domenico Sotgiu, Giovanni e Francesco Quel, Antonio, Francesco e Tullio Musolino, Nicola e Giovanni Lampioni, Nicola Pirina, Elio Giannoni, Michele Laccu, Giovanni Antonio Casula (Mulinagghju), fino ai più giovani scalpellini come Salvatore Addis, Mario Cucciari e Masuccio Sotgiu. È stato mio allievo l’ultimo scalpellino aggese, Tonino Serra. M.Scampuddu


TEMPIO, IN RICORDO DI

Angelina

Balata


249

Chiunque abbia familiarità con il mondo della scuola e della politica sa bene che operando in questi contesti si raccolgono abitualmente più critiche che lodi, a prescindere dall'impegno profuso e dai risultati ottenuti, per cui acquista valore di successo se una misurata benevolenza consente di mantenere vivo, dopo decenni, il ricordo della persona e della sua opera. Grazie al tempo e all'affievolimento delle passioni e dei contrasti propri di particolari circostanze di vita è possibile riguadagnare l' equilibrio necessario per esprime su uomini e fatti giudizi più equilibrati.

di Giovanni Murineddu

P

P E R S O N E

erché dico questo? Perché richiamando alla memoria la figura di una donna di grande talento professionale quale è stata Angelina Balata riemergono contestualmente, insieme al valore e alla nobiltà dell'impegno, baleni di incomprensioni che, valutate con la saggezza dell'oggi, appaiono ingenerose, proprio perché viziate dal precipitato della passionalità dei decenni trascorsi. Se è vero, come dicevano i latini, tanto cari ad Angelina Balata, che "ne Iupiter quidem placet ommibus" (neppure Dio piace a tutti) possiamo consolarci, generalizzando il discorso, se alla fine del percorso, o prossimi ad esso, interrogando la nostra coscienza, possiamo dire di avere fatto tutto sommato il nostro dovere e di essere stati utili a qualcuno o a qualcosa. Ritorno ad Angelina Balata, indimenticata docente ginnasiale di lettere e militante socialista, accogliendo volentieri l'invito di Giovanni Gelsomino a rievocarne la personalità. Avendola frequentata dagli anni Settanta in poi e per ragioni connesse all'attività politica tempiese, nell'ambito della quale la sua personalità troneggiava per statura morale e per cultura,mi limito a riferire sul lascito di sentimenti e di modi di essere che permangono nell'apprezzamento di avversari ed estimatori. Per gli anni che precedettero mi affido a quel pochissimo che essa stessa mi ha riferito in qualche occasione e al molto che ancora resta nell'affetto di chi le è stata vicina per tanti anni. Pierina Dessolis è una di queste e custodisce amorosamente i documenti che parlano di lei e del suo curriculum scolastico e professionale: dal libretto universitario (segnato da trenta e lode in quasi tutte le materie) agli articoli di giornale, all'album di famiglia, alla targa con la quale Rosa Cardia, ex presidente del consiglio regionale, la menziona tra le donne sarde più rappresentative per l'impegno e la competenza con cui per anni si era distinta nel ruolo di amministratrice comunale e provinciale. Clara Usai, a sua volta, è in grado di testimoniare meglio di chiunque altro la sua profonda conoscenza dei classici greci e latini e dell'impianto didattico che era alla base del suo stile educativo. Un dato che non si può negare e che oggi come allora può non riuscire gradito è la severità: Angelina Balata nello studio era severa e rigorosa fino all'intransigenza. Generosa e affabile nei rapporti interpersonali, non ammetteva che lo studente affrontasse lo studio con disinvoltura.


P E R S O N E

250

Tempio dal dopoguerra in poi e per il successivo trentennio ha espresso personalità politiche di rilievo e uomini di cultura che potevano reggere il confronto con le migliori intelligenze del resto dell'isola. Nella foto, Angelina Balata (al centro),

con i docenti del Liceo Classico di Tempio

La severità era una regola che aveva applicato a se stessa come norma di vita, ferma al concetto che la crescita della persona è sempre il frutto di una faticosa conquista intellettuale e morale. A dimostrare quanto fosse tenacemente persuasa del valore dell'istruzione sta tutto il suo curriculum scolastico. Dopo la maturità, conseguita a Cagliari nel 1927, si iscrive alla Facoltà di Lettere dell'Università di Genova, dove si laurea nel 1930. Nell'insegnamento trasferisce coerentemente il valore dell'impegno del quale si era vestita e calzata negli anni della giovinezza e che durante il ventennio del regime fascista poteva essere interpretato come uno stile autocratico in linea con le direttive proprie del potere politico. Le apparenze potevano sembrare davvero tali, ma il sentimento che l'animava era inteso a perseguire l'esatto contrario:il richiamo allo studio severo doveva indurre il giovane a spingersi oltre il dato esteriore, a fare opera di scavo per approdare infine alla ricerca scientifica. Con l'ausilio dei grandi della classicità si sarebbe operata quella ricerca di senso che la cultura drogata del misticismo ideologico del tempo rendeva inattuale. L'insegnamento era assoggettato, come si sa, al vigile controllo delle autorità politiche per cui Angelina Balata, sostenitrice fin dagli anni della giovinezza del pensiero divergente, era costretta a coltivare nel privato gli studi e gli approfondimenti che rimandavano ai classici del socialismo, e soprattutto a Filippo Turati e ad Anna Kulisciov. Dal 1948 in poi la troviamo impegnata organicamente nell'attività politica, divisa con pari determinazione e pas-

sione ancora con l'insegnamento. Sebbene la politica fosse prevalentemente questione di uomini e parlasse al maschile, Angelina Balata si impose nel consiglio comunale di Tempio e nel consiglio provinciale per l'equilibrio e l'intelligenza dei problemi. In quella stagione democratica la lotta politica non concedeva sconti all'avversario in quanto la militanza negli schieramenti in contrasto si ammantava di spirito fideistico intransigente che poteva essere temperato solo in virtù di una formazione culturale aperta alla comprensione dei bisogni comuni. Tempio dal dopoguerra in poi e per il successivo trentennio ha espresso personalità politiche di rilievo e uomini di cultura che potevano reggere il confronto con le migliori intelligenze del resto dell'isola. Non credo di esagerare affermando che Angelina Balata ha rappresentato in tale contesto l'antecedente femminile di un processo di emancipazione non ancora compiuto pur esercitando la sua attività in un ambito geografico e demografico ristretto. Per diversi anni il Partito socialista tempiese, grazie alla sua preparazione e al suo equilibrio, potè presentarsi all'opinione pubblica con grande dignità e affrontare i problemi locali con temperanza e saggezza. In questo senso non si può parlare del partito socialista in Tempio prescindendo da Angelina Balata e dal contributo che questa donna ha dato alla sua credibilità e dignità. Anche Tempio, come del resto i centri maggiori e minori dell'isola, doveva misurarsi con i problemi di una ricostruzione culturale, politica ed economica che la sottraesse definitivamente ai disastri determinati dalla guerra e preparasse le coscienze a ricercare il bene comune abbandonando la cultura borghese di marca autoritaria. Durante gli anni del regime il pensiero divergente veniva punito perfino nelle sue espressioni più moderate, figurarsi se poteva trovare ascolto e spazialità quello della sinistra, con le sue forti venature marxiste. Ora si trattava di abbattere il muro del bieco autoritarismo, dare ossigeno ad una cultura aperta e partecipata senza dimenticare le sofferenze patite ed evitando il rischio di luttuosi ritorni.


251

P E R S O N E

Disprezzava il populismo e le tattiche opportunistiche, che diventeranno, soprattutto in tempi recenti, una pratica diffusa. Il pensiero liberale o socialista o cattolico popolare ritenuti dal regime fattori di sovversione e ridotti al silenzio, una volta usciti dalla clandestinità dovevano riappropriarsi della propria anima, elaborare progetti e trasformazioni strutturali, conquistare la fiducia della gente. Angelina Balata pensava che il pensiero laico e socialista potesse essere lo strumento più idoneo per portare a definizione questo processo senza farsi irretire in quei dogmatismi (clericali o marxisti) dai quali poteva prendere corso un sistema egemonico antidemocratico. Il suo modello pedagogico era tutt'uno con la pratica politica. Era, insomma, uno stile di vita. L'obiettivo dichiarato presupponeva sempre e comunque la serietà e la lealtà coltivate attraverso la costante ricerca di senso. Per lo studente gli strumenti liberatori dovevano venirgli dalla scuola in un contesto progressivamente più interessante per profondità ed estensione; per l'operaio dalla possibilità di associazione e di confronto in organismi sindacali e politici. Come insegnante, ovviamente, reputava che la massima efficacia emancipatrice riposasse nello studio, da intendere non come presenza in classe per scaldare il banco e appellarsi infine alle buone conoscenze paterne per pietire una sufficienza, sì invece come sforzo mentale e morale per aprirsi alla conoscenza del mondo e di sè. Affrontando lo studio dei classici, riferisce Clara Usai,conduceva l'analisi testuale fino alle estreme conseguenze per mostrare all'allievo quella vis etica che indirizzava verso il senso morale della vita e sottolineava con forza gli elementi progressisti degli autori classici e la loro carica di modernità. Un modo intellettualmente onesto per fare politica senza involgarire il discorso catechizzandolo strumentalmente. Questa impostazione Angelina Balata la mantenne per tutti gli anni in cui si impegnò come docente e anche quando le istanze di una cultura democratica ponevano l'esigenza di una formazione giovanile non elitaria e classista, sebbene il suo metodo rigoroso potesse essere interpretato come tale da chi andava, di fatto, collocando la scuola moderna in una prospettiva di semplificazione programmatica. Negli anni della contestazione studentesca, pur comprendendo l'importanza di produrre importanti innova-

zioni nelle strutture in cui si esercitava il potere della classe dominante, e che passava anche attraverso le istituzioni scolastiche, avvertiva che il nuovo era destinato al fallimento ove si fosse risolto nel declassamento degli studi, di cui quelli classici rappresentavano la punta di diamante, la fucina autentica del sapere, il sedimento di qualsivoglia conquista culturale e scientifica, morale e materiale. Non era nel suo stile civettare col movimento studentesco per farsi applaudire e riteneva viceversa che il compito di un buon insegnante fosse fondamentalmente quello di sedersi accanto all'allievo per aiutarlo a capire, fare, giudicare. Col partito di Nenni, come ho detto in precedenza, scese nell'agone politico e fece la sua esperienza di amministratrice comunale nei banchi dell'opposizione. La sua adesione al partito socialista era il risultato maturo del suo lavoro di studiosa e corrispondeva in pieno all'esigenza di concorrere all'emancipazione della classe lavoratrice. La provenienza familiare, quella dei Balata, la richiamava per affetti e sensibilità, ad un impegno nella sinistra e ad assumere anche posizioni di confronto aspro , ma corretto e leale con gli avversari con i quali si misurava, democristiani o comunisti che fossero. Per questo si guadagnò la stima dei colleghi e l'ammirazione di amici e sostenitori. Disprezzava il populismo e le tattiche opportunistiche, che diventeranno, soprattutto in tempi recenti, una pratica diffusa riducendo l'impegno in questo ambito alla spregevole "politica politicante". La signorilità le impediva di ricercare il consenso promettendo favori o appellandosi al sistema parentale per conservare il suo seggio nell'ambito dell'amministrazione. Clara Usai, che l'ha frequentata più assiduamente e le è stata vicina sino alla fine, mi ha riferito che era talmente rispettosa delle convinzioni altrui da non osare chiedere il voto in famiglia, neppure alla sorella convivente, notoriamente di fede comunista. Io l'ho conosciuta e frequentata negli anni in cui l'età avanzata e i sopraggiunti malanni fisici l'avevano indotta ad abbandonare l'impegno amministrativo. Ci vedevamo qualche volta in sezione,durante le assemblee, ma più spes-


253

P E R S O N E

Nelle foto,

alcune pagine dal libretto di iscrizione all’università di Genova so ci incontravamo in strada, a passeggio. In quelle occasioni mi dichiarava il suo disappunto per le faide correntizie che stavano intristendo e logorando la vita del partito socialista italiano e che avevano raggiunto perfino le sedi periferiche, trascinandole in una china rovinosa. Negli anni Sessanta e Settanta Tempio era ritenuta dagli studiosi di scienze sociali ed economiche una città rampante, tale da essere considerata la fucina dell'intera intellighentia gallurese: una rete scolastica eccellente, servizi burocratici efficienti, una struttura ospedaliera di prim'ordine per la professionalità del personale medico e infermieristico e soprattutto per la saggezza degli amministratori. Angelina Balata è stata membro del Consiglio di amministrazione dell'Ospedale ed ha avuto il merito di sostenere tutte le iniziative che il Consiglio andava prendendo per confermare la struttura sanitaria in un ruolo di buon livello. L'appartenenza ad un partito spesso in conflitto con la DC non la distolse dal proposito di dare manforte ad amministratori galantuomini quali il direttore Muntoni, il prof. Bureddu Sanna ed altri. L'invadenza, negli anni immediatamente successivi, dell'arroganza politica e di un clientelismo sfacciato e senza regole, finirà per cancellare in brevissimo tempo tutto ciò che di buono era stato costruito con onesto buon senso grazie anche a lei. Era il segnale di una crisi che investirà di lì a poco tutta l'economia cittadina e che raggiungerà il suo apice negli anni Novanta, allorché lo sviluppo esponenziale della costa e la carica attrattiva da essa esercitata sui settori professionali e sull'imprenditoria finirà per drenare a suo fa-

vore i cosiddetti fondamentali dello crescita economica. Ricordo l'amarezza con la quale Angelina Balata, ormai estranea per l'età e per gli acciacchi, alla politica attiva lamentava il declassamento di ruolo della sua città, la sua perdita di prestigio e il suo invito ad impegnarmi a mia volta nella vita di partito. La morte l'ha raggiunta (1987) quando il fisico, ormai sfinito dalla sofferenza, non poteva respingerne l'aggressione. Lucida sino alla fine, è stata testimone e protagonista di tante nobili battaglie di cui almeno i tempiesi di una certa età conservano memoria grata. G.Murineddu


P E R S O N E

254

S.TERESA GALLURA: Ricordo di ANDREA QUILIQUINI

Il poeta del vento e della vita di Franco Fresi

Varrasóli” (cespugli spinosi), “La rósa di centu pici”, (la rosa in boccio dai cento petali), “La ‘ita” (La vita), “S’è pisatu lu ‘entu” (Si è alzato il vento), “Lu chjlchju di tandu” (Il cerchio di allora) sono alcuni dei titoli che ad Andrea Quiliquini fiorivano nella mente, quasi a trattenerlo, come un palloncino al filo di un bimbo, ancorato alla sua terra di adozione, al suo mare, al suo vento, ai ricordi di un tempo nel quale si viveva in cerchio per sopravvivere, dando ognuno la mano al suo prossimo. Belli anche i titoli delle bellissime poesie di Andrea Quiliquini. “Varrasoli” è del 2000, anno in cui vinse la sesta edizione del “Premio Lungoni”. Arrivò al primo posto dopo un breve viaggio di qualche anno sempre nella zona alta della classifica. È una poesia, quella di Andrea, in cui il suo talento viaggia radente come il vento di maestrale che piega querce e olivastri, frugando ogni angolo del paese e del territorio, scoprendone la scoscesa, antica necesssità di vivere in ogni piccolo arbusto sconosciuto ai pingui terreni delle pianure. “La ‘ita”, per citare le più significative, è del 2007; un piccolo capolavoro che sa di presagio: Lu tempu chi curri, pultèndic’in coddhu, lu chjàmani ‘ita, chi nisciunu cumanda. Puddhéritra ruda sbruccata illi tanchi, no si sa lu chi faci e ca lu sa und’anda… “S’è pisatu lu ‘entu”, è del 2006. Si potrebbe chiamare, questo pezzo raro della poesia dialettale, “l’antologia dei venti”: Andrea li mette in riga uno per uno, li richiama in servizio, li rinomina, prima che il loro nome si perda in una parola inglese senza memoria; li rende creature, umanizzandoli e dicendo di loro vita e miracoli, pregi e difetti. “Lu Maistrali” è un mastro, lu nommu lu dici, taddhatu a piola, nu asculta a nisciunu. “Lu Punenti”, un tempu sincaru e sanu, abà dugna tantu fumacciosu. “Lu Libecciu” veni da locu impinsatu e viagghja bàrriu a vileni e zinzieddhu. “La Tramuntana”, un ventu chi faci bè a tutti. Mundulatu lu celi da neula e malanni, iddha laca saluta palchì frisca e sana.

I venti più importanti, quindi. Quelli “con cittadinanza” dall’inizio del mondo. Con i quali siamo vissuti e fatti grandi. Ma Andra nomina anche gli altri meno noti, ricorda il nome dei luoghi dove passano, dove corrono, dove rallentano la corsa, i corridoi da dove assalgono il mare per renderlo gonfiu a muntigghi. Una poesia puntuale, quella di Quiliquini: esente dai cosiddetti “voli pindarici”, ma alata, scarna e senza inutili abbellimenti, rastremata e fedele come tutto in lui: a iniziare dal “Premio Lungoni”, alla cui premiazione non è mai mancato, anche quando non stava bene. Fedele al solito modo di camminare, lento ma elastico come di felino in agguato; ai suoi gesti, come quello di cercarsi gli occhiali in tasca, al momento della lettura del suo testo, chiedendo con lo sguardo soccorso a Paoletta, la moglie amatissima, o al figlio Renato: e poi la scelta di accettarli in prestito dai non pochi offerenti a mano tesa, privilegiando quasi sempre quelli del sottoscritto o di Nino Nicoli (altro uomo-sindaco che gli ha voluto bene e che ha apprezzato il suo genio) per il solo fatto che gli andavano meglio. Questo è l’uomo che ho conosciuto io. L’Andrea Quiliquini poeta. Altri lo hanno conosciuto per altri versi individuando in lui altri pregi, altri rari làsciti di cui madre natura lo aveva dotato. Per Piero Bardanzellu, attuale sindaco di Santa Teresa Gallura e componente della giuria del “Premio Lungoni”, che ha saputo degnamente onorarlo con una cerimonia-“memento” ufficiale in comune, ad un mese dalla sua scomparsa, «Andrìa Quiliquini era amicu e fratéddhu, omu onestu e di boni sintimenti cun tutti, prufissóri di prima trincea, pueta gaddhurésu di gran talentu, fundadóri di la sizioni di lu wwf di Lungoni, campioni di li lotti pa mantiné l’ambienti in bonu statu». Per il poeta corso Lisandru Marcellesi che con una ricerca appassionata ha inviduato il paese di origine dei Quiliquini in Corsica, l’ammirazione verso Andrea era legata al fatto che lui e la moglie «erani custodi di i Bucchi di Bonifaziu, contr’à u nucleariu di a Maddalena, contr’à u disordini di i custruzioni, a pesca in froda, vardiani di u mari è custodi di a tarra imbalsamata è fiurita». Rinatu Coti definisce Andra Quiliquini «Gaddhuresu e Corsu. Chì, par


255

iddhu, Sardegna è Corsica érani una cosa stessa. I so scritti ci fèrmani. A so puisia. Andrea era pueta à l’anima. Fundezza di u mondu è fundezza di l’umanità, buliati, impastati, vivi». Giacomo Mameli, l’elegante scrittore e giornalista dell’ “Unione Sarda”, compagno di scuola e amico fraterno di Andrea, che ha onorato del suo appassionato ricordo il giorno della commemorazione, ne evidenzia, nel suo intervento, la vita pratica, le sue scelte culturali e sociali: <<Anno di nascita 1941. Scuole elementari con la maestra Liliana di Aggius. Medie e ginnasio a Santu Lussurgiu. Liceo classico al collegio san Giovanni Bosco, viale fra Ignazio, a Cagliari. Agronomo con laurea a Sassari. Professore di Biologia e Scienze nelle scuole di mezza provincia di Sassari>>. Un chiaro sintagma di vita vissuta per gradi. Ma ci dice ancora di più, Giacomo Mameli, assieme a Camillo Masala, suo compagno di banco alla terza liceo, 1959, oggi notissimo imprenditore edile. «Era il leader del gruppo – lo ricordano, - il più simpatico, il più intelligente». Sapeva scherzare su tutto, anche con il greco. Un episodio fra i tanti: versione di greco all’esame di maturità. Un brano tratto dalle Leggi di Platone con la frase “Non lasciamo che delle capre comandino sulle capre, ma le governiamo noi, di una razza superiore”. «Chi l’avrebbe mai detto – sbotta Andrea all’uscita dall’aula; - anche alla maturità mi trovo le capre in mezzo alle righe». Ci stava bene Andrea tra gli animali domestici e non solo: Brunzéddha e Lisandra erano apre sue amiche allo stazzo di Rinaghjolu. E anche la lucertola Pedriaga che mangiava avidamente succulenti bocconi d’anguria sotto il solleone estivo. L’estate, mai priva del tutto di fresco venticello gallurese, l’Andrea ragazzo-studente la trascorreva a Lungoni, il suo paradiso da perdere troppo in fretta (beddha, più bianca che latti e li muri saliti a occhj a maistrali, lu céli ‘itrinu): musica e ragazze, orto, stazzo, animali e pesca subacquea. Anche da dottore, la calamita di Santa Teresa gli avrebbe fatto rinunciare a più di un sogno come la partenza per la Somalia e per la Nigeria. Come mestiere scelse l’insegnamento. »Non era solo un professore, ma un amicu e le sue lezioni non le abbiamo mai dimenticate. Non aveva bisogno del libro: aveva un bagaglio di conoscenze profonde; era un piacere sentirlo argomentare di molecole e di sintesi clorofilliana»: così, le lacrime agli occhi, lo ricorda Lina Nicolai, un sua alunna, il giorno della commemorazione. Sempre in quella occasione il regista francese Michel Rocher ha letto in onore di Andrea un brano dal Piccolo Principe di Antoine Saint d’Exupéry; quello del dialogo indimenticabile tra la volpe e il piccolo principe, così sonante di simbologie in cui l’uomo e l’animale trovano accordi anche nel pentagramma di un’esistenza diversa. Un uomo completo, in una parola, Andrea Quliquini. Una persona che “fa paese”, che lo interpreta, come ha scritto Mameli. Un uomo di piccole e grandi responsabilità: leader de-

P E R S O N E

gli ambientalitsi della Gallura, con la sede del Wwf in casa sua, in lotta contro il passaggio delle petroliere nelle Bocche di Bonifacio, contro la cementificazione, contro l’uso incontrollato dei pesticidi e degli erbicidi; e soprattutto contro la presenza atomica nelle baia di Santo Stefano e di La Maddalena. Ma anche un uomo di grande coraggio. Ce lo dicono il chirurgo Alberto Porcu, che lo ha operato al pancreas, e il radiologo Vincenzo Migaleddu. Ricordano la sua mancanza assoluta di mezze misure nel chiedere del suo male e nel parlarne personalmente: sempre, però, con un chiaro senso di informazione, rivolto a tutti, sui pericoli che possono derivare da certe fonti di energia del nostro tempo. Sempre come comunicazione mai allarmistica, mai in forma di denuncia pretenziosa. Un uomo dal pensiero elegante anche davanti alle soglie di una sventura. L’archeologa tempiese Angela Antona, parlando della cultura di Andrea, afferma che essa derivava, sì, da un radicamento nella sua terra e nel suo impegno, ma anche e soprattutto dalla quotidianità del tempo vissuto in pieno, a fonte alta: anche offrendo il petto all’incombente fortunale della malattia, al suo vento di rapina. Il giorno della commemorazione la sala consiliare del comune era gremita all’inverosimile: semplici cittadini, componenti dell’amministrazione comunale, sindaco in testa, autorità militari e religiose, ragazze della biblioteca comunale e dell’ufficio turistico e gli amici di sempre. Aleggiava nel silenzio spontaneo una sacralità laica di composto impatto. Di serena tristezza. Qualcuno ha ricordato che nel breve cerchio di due anni erano andati via, slaccinadosi dal girotondo dei giorni altri due grandi poeti: Giulio Cossu e Giacomo Molinas. Il primo era arrivato al “Premio Lungoni” già famoso. Ma allo stesso premio, uno dei più importanti, ormai, nell’isola, doveva essere riconosciuto il merito di avere messo in luce e onorato Giacomo Molinas e Andrea Quiliquini. La cerimonia, che è stata tutta un flash-back della vita di Andrea si è chiusa con due poesie: una, col titolo di un borgo caro al poeta, Marazzinu, letta dalla moglie Paola Buioni, con la voce commossa di chi tanto ha amato sentendosi riamata; e l’altra creata e letta da Piero Bardanzellu che non è solo sindaco, ma anche poeta di pregio, ha come titolo un’affermazione di riconoscenza che è anche un monito, “Palchì l’ammentu ci sia sempri fidéli”.

Da li tarri di Còssica e Saldigna si pésa dulci un cantu d’anninnìa e la Molti, chi sempri ni carigna, no pari suprastanti in alligria. Lu scalmentu di manni e di minóri felma la ranza uìta a folza ‘ia, cumpresu ha chi mannu è lu dulóri da candu ha spintu l’alenu d’Andrìa. (Petru)


Foto di Antonio Orecchioni

Centro produzione e vendita di piante e prato Uganda Realizzazione e manutenzione di giardini pubblici e privati Realizzazione impianti di irrigazione Vasellame di arte toscana

ARZACHENA loc. Lu Mulinu (s.s. 125) Tel. 0789 / 83581 â&#x20AC;˘ Fax 0789 / 83582


257

P E R S O N E

Arzachena 1854-1942

Preti

Ghjogliu di Francesco Cossu

Don Giorgio Satta: Parroco e Vice-Podestà

N

el rione di San Paolo, (Fraicu), c’è una via dedicata a Satta Giorgio. Chi passa in quella via, probabilmente, potrebbe essere tentato di dire con il famoso don Abbondio: “Giorgio Satta! Chi era costui?”. Se i più anziani si lasciassero risucchiare dal passato e tornassero improvvisamente bambini, riuscirebbero con la loro fantasia a rivedere don Giorgio Satta conversare in Piazza Risorgimento fra i suoi coetanei, o sulla porta di casa della pronipote, zia Ciccitta Demuro. Lo ricordano ancora gli ultra centenari: zia Francisca Buddhona, zia Ghjuannica Orecchioni ed anche ziu Ghjuanni Parricciatu e zia Austina Panzitta, Laicu Chiodino... Gli arzachenesi lo chiamavano familiarmente: Babbai Ghjogliu, o, Preti Ghjogliu; i parenti, “ziu Preti”, mentre nei Registri parrocchiali di Arzachena Egli firmava i vari atti di battesimo, di cresima, di matrimonio e di morte: Giorgius Satta – parochus e, dal 26 novembre 1916, essendo stato nominato canonico, Giorgius Satta - canonicus. Solo nel periodo in cui fungeva da vice - podestà di Arzachena si firmava con il solo nome e cognome. Secondo ziu Ghjuanni Parrichjatu ed anche secondo zia Francisca Buddhona, Giorgio Satta, (il futuro Don Giorgio), sarebbe stato figlio di Ghjuanni Satta, noto Garrigheraiu, (contrabbandiere o caricatore di fucile), e sarebbe nato ad Arzachena nella Conca di Murricana, in via Bellini. Purtroppo, non esiste il suo atto di nascita perché l’anagrafe civile sorse nel 1866, esiste invece il suo atto di battesimo nella parrocchia di san Pietro apostolo.

Giorgio Satta, nacque a Tempio il 25 - XII -1854, da Giovanni e da Mattea Franco, battezzato il 27 - XII - 1854, cresimato nel 1874. Vestì l’abito talare nel 1872, a 18 anni, e nello stesso anno iniziò la sua formazione spirituale e teologica nel Pontificio Seminario Teologico Turritano . Nel 1877: il primo gennaio, a 23 anni, ricevette gli ordini minori ed il suddiaconato; il 22 settembre fu ordinato diacono ed il 22 dicembre fu consacrato sacerdote; il 5 gennaio 1878, a 24 anni, fu autorizzato al ministero delle confessioni.


P E R S O N E

258

Foto di gruppo con gli amici di Arzachena. Don Giorgio è il secondo da sinistra

Il 22 gennaio 1878 cominciò il ministero sacerdotale come parroco a Terranova (Olbia), allora piccolo villaggio di pescatori; il 22 maggio 1889, a 35 anni, fino al 31 marzo 1924, fu parroco di Arzachena. In quell’anno, per motivi di età, (a 70 anni), rinunciò spontaneamente alla parrocchia e visse sino alla morte in casa della nipote, Francesca Demuro, figlia della sorella di don Satta, Francesca Gavina Pinna, sposata con Lorenzo Demuro. Morì ad Arzachena, alle ore 02.00 del 18 febbraio 1942, nella casa posta in piazza Risorgimento, N.1, all’età di 88 anni col conforto dei sacramenti. Riposa nella tomba della famiglia Baffigo nel camposanto di Arzachena. Arzachena durante il suo ministero sacerdotale Preti Ghjogliu fu parroco di Santa Maria d’Arzaghena, (allora era quello il vero toponimo del paese), di una cussogghja fra le più importanti del vasto territorio, ma forse la più periferica del vastissimo territorio del Comune di Tempio. Una borgata ai margini della Gallura e della Sardegna, “tagliata fuori dal consorzio civile” per la mancanza di strade carrozzabili di collegamento con Palau, Luogosanto, Olbia, i cui abitanti, sparsi nelle campagne, vivevano isolati a causa dei torrenti che nella stagione invernale erano

“inguadabili” e travolgevano numerosi viandanti a piedi e a cavallo. Le condizioni erano deplorevoli anche dal punto di vista igienico -sanitario perché la borgata era priva di una condotta medica ed ostetrica ed anche di un servizio veterinario per la profilassi e la cura dei numerosi capi di bestiame. Nel 1908 Salvatore Ruzittu (futuro sindaco) aveva denunciato l’assoluta mancanza di acqua potabile che comprometteva la salute della popolazione e chiedeva la costruzione di un deposito di acqua piovana poiché “esistono nella borgata quattro o cinque pozzi di privati che vendono l’acqua sporca ed inquinata a non meno di lire cinque per famiglia con l’obbligo che ognuno attinga da sé l’acqua con delle secchie”. L’esposto, firmato da 64 abitanti, termina con una minaccia esplicita che esploderà con la lotta per ottenere l’autonomia dal capoluogo: “Basterà, speriamo, l’abuso della nostra pazienza!”. Inizialmente, prima del 1900, le poche case appaiono secondo la tipologia dell’habitat sparso, prevalentemente attorno alla chiesa e lungo la via Magenta, l’unica per entrare nella stazzo di Santa Maria d’Arzaghena. Le case erano costruite su un unico piano, normalmente monocellulari o con due o più stanze . Gli strati sociali più poveri vivevano in monolocali an-


259

gusti ed umidi, con un unica porta-finestra, in cui l’intera famiglia consumava i sobri pasti e dormiva. I più abbienti iniziarono a costruire un piano sopraelevato. Bisogna aspettare il ‘900, quando il geometra Giovanni Agostino Tamponi di Tempio redigerà un primo piano regolatore con il quale si programma l’estensione del paese, poiché i pastori chiedevano di poter costruire le loro abitazioni nella nascente borgata di Santa Maria d’Arzaghena. La direttrice che viene indicata è lungo l’attuale corso Garibaldi con alcune particolarità, dando una forma regolare agli spazi attorno alla chiesa. Gli abitanti iniziarono a presentare progetti secondo il nuovo piano regolatore lungo il nascente corso Garibaldi e attorno alla chiesa, con l’esclusione dell’area verso l’ex cimitero vecchio, (attuale sede della Compagnia barracellare), perché la legge vietava qualsiasi edificazione attorno. Bisognerà aspettare molti anni per vedere una planimetria che assumesse una vera forma urbana pensata ed il centro storico desse vita ad una nuova tipologia di case. Anche il tasso di analfabetismo era alto. Prima le due o poi le tre classi elementari funzionanti non potevano essere frequentate dai ragazzi delle campagne. Inevasa restò la richiesta di una scuola serale per adulti. Nell’anno scolastico 1904 -1905, Francesco Mariotti, unico maestro, protesta per le difficoltà di impartire l’insegnamento a 78 scolari, dei quali 40 scolare, in una sola aula scolastica di 35 mq in cui dovevano starci, con gli alunni, anche i banchi, la lavagna e la cattedra. Icaro, il corrispondente de La Nuova Sardegna di quel tempo (1903), aveva rilevato, diverse volte, la necessità assoluta di una stazione di carabinieri in questa frazione di Tempio. “I carabinieri della stazione di Palau non possono assolutamente accudire al servizio delle due giurisdizioni del Palau e di Arzaghena, e ciò non soltanto per l’estensione vastissima delle due zone, ma altresì per l’insufficienza del personale di servizio. La giurisdizione della parrocchia d’Arsaghena ha un diametro di 33 o 34 km e per conseguenza non solamente non è sufficiente la stazione di Palau, ma non basterebbe qua una stazione della stessa forza. In questa zona popolata da oltre 2000 abitanti, ma ricordata solo dal fisco, come altrove, si verificano, spesso, omicidi, furti e violenze. Le orde dei mendicanti, da cui continuamente siamo invasi, diventano spesso ladri e danno luogo a risse strane e sanguinose, incutendo così il panico nella popolazione priva di

P E R S O N E

sicurezza. È ormai tempo che si provveda. Abbiamo avuto diversi provvedimenti: stazione dei carabinieri a piedi, che però, considerando la vasta giurisdizione da sorvegliarsi, dovrebbero essere a cavallo; l’impianto del telegrafo per uso del pubblico, l’ufficio postale, la condotta medica, il nuovo cimitero oggi in costruzione, ecc. Il corrispondente della Nuova, denunciava continuamente la situazione disperata di allora: “Siamo sempre allo stato primitivo…in Africa, in quell’Africa che manca delle sabbie infuocate e dà campo al fisco di fare le gradite sue visite solamente. Riguardo al telegrafo, mi diceva di passaggio come il baleno, che si fece credere all’incauto pubblico arzaghenese che si sarebbe avuto tosto per uso di tutti ed invece niente, niente, niente per noi. Fino a quando durerà la via crucis?”. L’economia familiare della borgata poggiava sull’economia del maiale che forniva carne per un mese, salsicce e lardo per tutto l’anno e sanguinaccio per le feste natalizie e sulla coltivazione dei cereali che offriva grano, legumi ed erbe selvatiche. La stessa economia parrocchiale, come si vedrà nei successivi interventi, si sosteneva dalla questua del formaggio e del grano. Il parroco: dominus et rex La chiesa, la canonica ed il parroco esercitarono un ruolo storico di aggregazione unico, furono sempre il centro della vita sociale degli abitanti, regolata dal suono delle campane e dall’unico orologio pubblico. In quegli anni il paese s’identificava nella chiesa. Anche gli abitanti delle campagna, quando si recavano nella piccola borgata, dicevano di salire a “la ghjesgia”, a “lu cimitoriu”: In un piccolo paese agro-pastorale il parroco di quei tempi era, naturalmente, un’autorità, un’autorevole testa pensante, un punto di riferimento per tutti, essendo uno dei pochi che sapevano leggere e scrivere. Tuttora si ricorda la sorpresa di un paziente arzachenese che non era riuscito ad acquistare una medicina, essendo la ricetta incomprensibile a tutti: “No’nn’à cumpresu mancu Preti Ghjogliu!”. Frequentissima la nota a margine degli atti di matrimonio compilati in quel tempo: “ (…) Letto il presente atto a tutti gli intervenuti, è stato da me sottoscritto, non però dagli altri e per essi dichiarati analfabeti…”.


P E R S O N E

260

Ebbe vero potere effettivo unificando nella sua persona l’ufficio dell’anagrafe e della chiesa. Come tutti i parroci che lo precedettero, fu anch’egli ufficiale delegato di stato civile del comune di Tempio ad Arzaghena dal 24 maggio 1889 ininterrottamente sino al 1908. Nel marzo del 1901, Preti Ghjogliu si distinse “alacremente”, insieme al maestro Mariotti, nel lavoro di compilazione delle schede per il censimento. Sempre nel 1901, ottenuto il consenso del Vescovo di Tempio, accetta la carica di segretario comunale. Coinvolto nella collaborazione con l’amministrazione civile del capoluogo, ha saputo destreggiarsi e pilotare la normalizzazione della vita sociale e religiosa raccomandando, sempre, l’obbedienza alla Chiesa ed allo Stato Il suo difficile ruolo, tuttavia, non gli impedì di protestare, di scrivere al sindaco di Tempio per contestare le tasse ingiustificate, data la mancanza dei servizi istituzionali, per chiedere lo sdoppiamento di una classe con 78 alunni, la collettoria postale ed il telegrafo, la riparazione del cimitero e l’accettazione del preventivo fatto dal muratore Federico Frau, l’aumento dello stipendio al becchino Pietro Puddu che aveva dato le dimissione e la consegna delle chiavi, perché “a quel misero prezzo è certo che nessuno lo farà”. Ci fu una vera contestazione del parroco, anche se dipendente comunale di Tempio, (anticipando la sollevazione popolare che sfociò nell’autonomia), verso quel comune che gravava la cussogghja arzachenese, ed anche la parrocchia, di tasse e che nella costruzione del nuovo cimitero aveva omesso, forse di proposito, di collocarvi la croce. Altro che tassa per la ricchezza mobile! La parrocchia non aveva nemmeno la possibilità di ospitare due missionari per una predicazione straordinaria, e non aveva neppure la possibilità di acquistare le nuove pianete, di provvedere a realizzare una croce di granito per il nuovo cimitero, vista l’indifferenza laicista del sindaco di Tempio. Durante la lotta degli arzachenesi per ottenere l’autonomia da Tempio, Preti Ghjogliu, che seguiva tutti i problemi del paese, fu certamente accanto ai vari protagonisti come padre spirituale. Il sei agosto 1914, in seguito alla vittoria elettorale dei frazionisti, ci fu l’insediamento di Salvatore Ruzittu a sindaco di Tempio. “Li pastori” – così i tempiesi chiamavano i frazionisti – “con decine e decine di bellissimi cavalli, ben nutriti e strigliati per la circostanza entrarono in città

(a Tempio) a cavallo con spiegate al vento i grandi gonfaloni delle loro congregazioni religiose”. Ed ancora, il 14 maggio del 1922, quando gli arzachenesi ottennero l’autonomia comunale, Salvatore Ruzittu è festeggiato in Piazza Risorgimento, primo sindaco di Arzachena, “a suon di musica e di campane a storno… da un popolo delirante”. Babbai Ghjogliu ha tenuto a battesimo l’autonomia del comune. Nelle varie fotografie degli anni successivi, Babbai Ghjogliu figura sempre come esponente legale della classe dirigente, tra le autorità più alte del paese. Il 20 maggio 1926, infatti, è nominato vice - podestà del Comune di Arzachena, come si può leggere nella delibera seguente: Oggetto: Delegato del Podestà. L’anno millenovecentoventisei, addì venti del mese di maggio alle ore nove, in Arzachena nella solita sala del Municipio, il sottoscritto, cav. Giov. Martino Scampuddu, Podestà, assistito dal Segretario comunale, Aurelio Strobino, Visto il Decreto legge 9 maggio corrente: Delibera di delegare, come delega, il signor Canonico Giorgio Satta di Giovanni a rappresentarlo in tutti gli atti di ordinaria amministrazione escluse le deliberazioni di qualunque genere e quegli atti che possono anche indirettamente impegnare la finanza o il patrimonio del Comune. Letto, approvato e sottoscritto. Il Podestà Cav. G. M. Scampuddu

Il Segretario A.Strobino

Il 16 luglio 1934, (N. 1180), il Podestà ha confermato alla carica di delegato podestarile il sig. Giorgio Satta, canonico di questo paese, nato a Tempio il 25 - febbraio1854. Successivamente, la Prefettura di Sassari, a seguito della disposizione degli articoli 48 e 69 del T.U., comunicava “dolentemente l’impossibilità di ricoprire la suddetta carica dal canonico Satta perché non coniugato”. Preti Ghjogliu – Babbai Ghjogliu Non abbiamo la fortuna di leggere il Cronicon stilato da Babbai Ghjogliu, il diario che ogni parroco dovrebbe fare per la propria comunità. Possiamo dare soltanto una sbirciatina ai quinque libri che ogni parrocchia deve avere nella propria biblioteca. Il periodo in cui il Parroco Don Giorgio Satta svolge il suo ministero sacerdotale è molto intenso per la parrocchia di Santa Maria Maggiore, come si desume dalla consulta dei registri del ciclo della vita. Dalle verifiche degli atti di Battesimo si nota sempre un


261

P E R S O N E Babbai Ghjogliu con altri 2 preti

incremento demografico nel periodo che va dal 1889 al 1913, dove spesso si superano i cento Battesimi in un anno (con il massimo di 116 nel 1913). Calano poi progressivamente, durante gli anni della grande guerra, fino al 1918, in cui si ha il minimo dei nati con 51 Battesimi. Nascono molti bambini, però ne muoiono tanti anche subito dopo la nascita seguiti da numerose madri che non ce la fanno a darli alla luce. Nel periodo considerato non sono mancati i bambini nati da coppie irregolari (con un minimo di tre nel 1991 ad un massimo di nove nel 1907), i battezzati subconditione o “in ponti” per quelli che rischiavano di morire subito dopo la nascita. Il totale dei morti durante i 35 anni di parroco di Babbai Ghjogliu è di 1.740. Durante quegli anni si sono registrate due morti violente: nel 1912 e nel 1922. Nel registro dei morti annota che il 20 Marzo 1900 ha benedetto il Cimitero della Chiesa filiale di San Giovanni ed il 20 Marzo 1905 quello di Santa Maria Maggiore in Arzachena. La corrispondenza Presso la curia vescovile di Tempio ho trovato una discreta raccolta di lettere inviate a monsignor Vicario, da don Giorgio Satta, parroco di Arzachena dal 1889 al 1924 Sono notizie di cronaca che, a distanza di anni, risultano interessanti: Vi possiamo scoprire l’animo di quell’uomo, il suo profondo dolore per la morte della sua amatissima mamma, il rispettoso ossequio verso l’autorità ecclesiastica, ma anche le giuste osservazione verso il Vescovo che non si è reso conto dei sacrifici fatti dalla comunità arzachenese per la ristrutturazione della chiesa parrocchiale nel 1895! Interessante risulta la sua nomina a segretario comunale di Arzachena in tempi in cui l’unico, non analfabeta ad Arzachena, era proprio il parroco! Ma c’è una vera contestazione, del parroco, anche se dipendente comunale di Tempio (anticipando la sollevazione popolare che sfociò nell’autonomia) verso quel comune che gravava la cus-

sogghja arzachenese, ed anche la parrocchia, di tasse e che nella costruzione del nuovo cimitero aveva omesso, di proposito, di collocarvi la croce… Altro che tassa per la ricchezza mobile! La parrocchia non ha nemmeno la possibilità di ospitare due missionari, di acquistare nuove pianete, di provvedere a realizzare una croce di granito per il nuovo cimitero, vista l’indifferenza( massonica?) del sindaco di Tempio. Solo la questua del grano e del formaggio, fatta fra i pastori, permetteva di acquistare qualche oggetto sacro necessario per le funzioni liturgiche. Interessanti le notizie di cronaca: la costruzione della chiesa di Liscia di Vacca, l’ apertura dell’ufficio telegrafico e postale ad Arzachena, la costruzione del nuovo cimitero, la ristrutturazione della chiesa di Santa Maria della Neve, il servizio oltreché liturgico del sacrista Napoleone che dovrà ritirare il resto della tassa pagata a Tempio. Fu certamente un buon Vicario della foranìa di Arzachena perché informava puntualmente il Vicario di Tempio sui problemi sorti a San Pantaleo tra il parroco ed i parrocchiani e dette buoni consigli per l’erezione in parrocchia di Sant’Antonio di Gallura… Usò tinte nere nel fare l’identikit dei parrocchiani di San Pantaleo, come del resto fecero il podestà di Arzachena e due poeti locali. L’ultima sua lettera è del 16 febbraio 1928, quando, ricoprendo la carica di Vice podestà, scrive a mons Morera, vescovo di Tempio- Ampurias, per perorare una causa che gli stava a cuore: la costruzione della nuova casa parrocchiale. Egli riferisce di avere conferito con il podestà, il quale è d’accordo circa la demolizione della canonica, precisando che non sarà elargito alcun contributo per la sua riparazione e concorda che la costruzione della nuova non sia adiacente alla chiesa di santa Maria. Don Satta conclude auspicando un sopralluogo del tecnico pontificio preposto alle opere ed un personale interessamento del Vescovo per: “un progetto credo soddisfacente e di gran giovamento per la popolazione tutta di Arzachena e non sconveniente per il parroco di questa parrocchia”. F.Cossu


263

P E R S O N E

Luigi Maria

D’Albertis

Un esploratore genovese nella Sassari di fine ottocento di Anna Segreti Tilocca «Luigi Maria D’Albertis, chi era costui?», questa fu la domanda che ci ponemmo allorché ci imbattemmo nel testamento redatto dallo sconosciuto personaggio, nel corso di un’indagine a tappeto sulla documentazione notarile che l’Archivio di Stato di Sassari aveva acquisito nel corso del 20071. Gli atti notarili, è noto, sono una fonte ineludibile per gli appassionati della ricerca ed anche per noi hanno sempre presentato un’attrazione fortissima rispetto ad altre pur preziosissime testimonianze; così nel 2008, liberi dagli impegni di lavoro, pensammo di compiere una ricerca a tappeto presso l’Archivio, che aveva appena acquisito il decennio notarile 1896/1905.


P E R S O N E

264

Acquistata la casa, la presenza del Cavalier D’Albertis nella nostra città si stabilizza; nel corso del nostro contributo cercheremo di spiegare i motivi che potrebbero averlo spinto a scegliere, dopo una vita d’avventure, la nostra isola; invenuto del tutto casualmente il testamento del D’Albertis, lo leggemmo con grande interesse, provando subito dopo la curiosità di individuare, tra le carte successive, anche l’inventario, atto la cui compilazione suole seguire a distanza ravvicinata la morte del testatore; rinvenuto anche questo, le nostre curiosità venivano progressivamente soddisfatte ma anche moltiplicate. Orientammo dunque la ricerca sui mezzi che oggi vanno per la maggiore; dopo l’accesso a Internet, Google, Wikipedia, vennero in soccorso i tradizionali sussidi bibliografici cartacei, come l’Enciclopedia Italiana e il Dizionario biografico degli italiani, ad vocem ; emerse subito lo spessore di una figura ignorata fino a quel momento e scoprimmo addirittura l’esistenza di un Museo2 omonimo nella città di Genova, nella cui provincia egli era nato; in tale sede (anche) i molteplici aspetti della sua figura vengono illustrati e raccolti3. Venne anche alla luce, tuttavia, che l’importante sede museale, già dimora di Enrico Alberto D’Albertis, suo cugino, sita a Genova in località Montegalletto, è dedicata a Luigi solo in parte; l’esplorazione sul sito del Comune di Genova consente di rintracciare ogni notizia sull’origine dell’attuale struttura, sui suoi contenuti e sui percorsi tematici offerti al visitatore. Se è già soddisfacente il percorso compiuto in rete, ricco di notizie ed immagini, si può dedurre quanto ne sia stato amplificato il desiderio di una visita reale, sicuramente emozionante: l’obiettivo del connubio tra oggetti esposti e modalità espositive, ovvero la rispondenza dell’istituzione alle esigenze della fruizione pubblica di epoca contemporanea, sembrano infatti alla sola esplorazione virtuale mirabilmente raggiunti. I vari siti raggiungibili navigando da quello del Comune di Genova in poi hanno consentito infatti di visionare innumerevoli foto e disegni, relativi all’edificio, al parco, e alle collezioni che vi sono contenute. Le indispensabili didascalie che spiegano passo passo i settori cui attengono, appagano, e stimolano al contempo, ogni interesse e curiosità; abbiamo così potuto ricostruire il momento della nascita del Castello che riportiamo succintamente. La prestigiosa sede venne ideata dal Capitano Enrico Maria D’Albertis4, cugino del nostro Luigi Maria, con il gusto “del collage architettonico e del revival neo gotico”5 e costruita “sui resti di fortificazioni cinquecentesche e tardo-medievali tra il 1886 e il 1892 con la supervisione di Alfredo de Andrade”.6 Al momento della morte (1932) il capitano donò alla città di Ge-

R

nova il castello, arredato in stile neogotico, ed anche le importanti collezioni, artistiche, scientifiche, archeologiche, etnoantropologiche che egli vi aveva raccolto “con mirabile…spirito di eclettismo sicuro e signorile”7. Successivamente le collezioni sono state arricchite mediante numerose donazioni che ne fanno un vero gioiello della città ligure. Un’unica osservazione ci sentiamo di muovere e riguarda il poco spazio che la bibliografia dedicata alla descrizione del Museo concede alla figura del nostro all’internodi esso; ma ci siamo via via resi conto che non potrebbe essere diversamente, considerato che la preponderanza ed il risalto con i quali si impone la parte espositiva dedicata invece al cugino Enrico, (che in fondo ne è il fondatore), sono a loro volta connessi, sul piano qualitativo, con la diversa e più rilevante personalità di quest’ultimo e sul piano quantitativo con la mole8 di testimonianze conservate all’interno del castello.9 Condotta tale preliminare indagine utilizzando, dobbiamo ripeterlo, quello strumento straordinario che è Internet, e compresa l’importanza della famiglia D’Albertis, si accentuò la curiosità di approfondire le circostanze che avevano indotto uno dei componenti di essa, appunto Luigi Maria, a trasferirsi a Sassari, (dove morì nel 1901), dopo una vita estremamente avventurosa. Proseguite le ricerche a ritroso, sulle stesse fonti notarili che fortunatamente erano invece non virtuali ma cartacee e a portata di mano, riuscimmo ad individuare tale momento, almeno approssimativamente10, nel mese di febbraio del 189011; in tale mese viene infatti stipulato presso lo studio notarile Mannazzu, sito in piazza Duomo n° 3, un atto di vendita a favore del D’Albertis, di una casa posta in via Roma, 2912, a Sassari. I venditori sono gli otto fratelli Sanna che hanno ereditato la casa dal defunto padre Gavino; lo stabile ha almeno due piani e confina per un lato, attraverso il giardino, con viottolo pubblico, per un altro lato con la via Roma e sugli altri lati con case private. Il valore della casa viene stimato £.14.500; tuttavia essa è coperta da pesi fondiari, garanzie e vincoli diversi, nascenti dal mutuo contratto in precedenza dagli ex proprietari; il Cavaliere e possidente, così viene denominato, si accolla tutti i pesi esistenti e pertanto il residuo da versare in contanti è abbastanza esiguo; tutti i dettagli relativi alla casa ed in particolare al suo valore saranno ribaditi nel successivo testamento olografo che l’acquirente redigerà di pugno circa dieci anni dopo; alla lettura di tale atto dobbiamo, ricordiamolo, l’avvio della nostra ricerca.13


265

P E R S O N E

Pagina a fronte

Via Roma immagine tratta da Le Cento Città

Acquistata la casa, la presenza del Cavalier D’Albertis nella nostra città si stabilizza; nel corso del nostro contributo cercheremo di spiegare i motivi che potrebbero averlo spinto a scegliere, dopo una vita d’avventure, la nostra isola; quanto invece alla ricostruzione delle fasi più salienti del suo soggiorno sulle quali ci illudevamo di offrire qualche utile elemento di novità, dobbiamo invece riconoscere che esse resteranno ancora avvolte nell’oscurità; per il momento il nostro contributo si limiterà a ricostruire, attraverso la bibliografia presente in rete e/o cartacea, una permanenza nella nostra città che sembra essere sfuggita ai più. Poiché tuttavia il personaggio ha una potenza attrattiva indiscutibile, prevediamo che di lui continueremo ad occuparci anche dopo la conclusione di questo lavoro. Poiché intendiamo ripercorrere il cammino che noi stessi abbiamo condotto, descrivendolo passo passo, ci sembra opportuno trattare in primis della documentazione conservata in città, per illustrare la personalità di un uomo avventuroso, curioso e complesso (come si desume in buona parte dal libro autobiografico pubblicato nel 1880 al ritorno dai suoi viaggi), il quale, arrivato ad un certo punto della sua vita, scelse la nostra città probabilmente come un rifugio o un ritiro; per quel che ne sappiamo non vi si trovò male se non si mosse più da essa. Non abbiamo ancora visitato il Museo genovese, esperienza fondamentale per fornire un quadro esaustivo di questa figura straordinaria del nostro tempo; è dunque probabile che il nostro contributo presenti errori e lacune in parte evitabili; ma è anche possibile che dalla sua lettura scaturiscano interessi e curiosità che una visita al Museo potrebbe essere in grado di soddisfare. Al contempo, nel riprometterci di approfondire o completare certi aspetti ora sorvolati, e nel dare atto delle collaborazioni ricevute14, non possiamo fare a meno di manifestare il nostro dispiacere per le più numerose collaborazioni mancate da parte di chi, pur detentore di archivi il cui accesso sarebbe obbligatorio, non ha mostrato la benché minima sensibilità o collaborazione15.

DOCUMENTI IL TESTAMENTO Il giorno 4 settembre 1901, nella sede della Pretura mandamentale di Sassari, si procede, a seguito dell’ autorizzazione concessa dal Giudice, avv. Gavino Demuro, all’apertura del testamento olo-

grafo16, redatto il 25 novembre 1900 dal cavalier D’Albertis Luigi Maria, nato a Voltri ( Ge) e defunto a Sassari. All’ apertura, lettura e pubblicazione provvede il notaio Pietro Tanchis, a seguito dell’istanza presentata dal cugino del testatore, il cav. Enrico D’Albertis fu Filippo: sono presenti, in qualità di testimoni, il signor Giuseppe Saredo Parodi, negoziante genovese17 e l’impiegato Beniamino Pittalis. Il Cavaliere dichiara in primo luogo di non aver debiti né crediti, di escludere dalla sua eredità e nel modo più assoluto le proprie sorelle uterine, figlie del fu Federico D’Ambrosio, oltre naturalmente ai loro mariti ed eventuali figli, che peraltro non ha mai conosciuto; stabilisce in secondo luogo che erede delle sue sostanze sia l’Ospedale della città di Voltri (Ge) , suo paese nativo. Passa quindi alla descrizione riassuntiva del proprio patrimonio, sul quale si soffermerà con maggior dovizia di particolari l’inventario che verrà eseguito a breve scadenza, sul quale ci soffermeremo tra poco. Oltre alla casa di due piani,18egli dichiara di possedere una serie piuttosto cospicua di azioni delle Ferrovie meridionali e sarde, della Banca d’Italia e di altra provenienza.


267

P E R S O N E

Nella foto

Cartina della Nuova Guinea De Agostini

L’Ospedale designato, se accetterà il lascito, dovrà versare semestralmente alla sua governante Luisa Dornik di Graz (Austria), lire mille annue vita natural durante, mentre alla domestica Gesuina Mura di Macomer dovranno essere corrisposte lire cento mensili, anch’esse vita natural durante ed il primo di ogni mese. Verso il cugino Enrico, che diverrà con questo atto il fedele custode delle sue memorie, mostra un atteggiamento di grande generosità, destinandogli tutto il mobilio, quadri, porcellane, trofei d’armi, collezioni etnografiche, argenteria, libri, insomma tutto quanto verrà rinvenuto alla morte nella sua casa, affinché ne faccia utilizzo a suo talento; per quanto riguarda però la biancheria, suggerisce al cugino di pensare alle sue donne di servizio. « Gli raccomando specialmente le bandiere dei miei viaggi, specialmente la più vecchia che è quella che sventolò tre volte sul fiume Fly alla Nuova Guinea», così dispone Luigi Maria. Una vita in due righe: furono esse che attrassero la nostra attenzione più di ogni altra clausola. «Gli raccomando una piccola pendola che fu di mio nonno ed appartenne da circa centocinquanta anni sempre alla mia famiglia. Desidero e voglio essere cremato a Genova e per il trasporto della mia salma a Genova e spese di cremazione lascio lire cinquemila in contanti che si troveranno insieme ai valori nel posto che verrà indicato[…]». Tratteniamo la curiosità, tra breve qualche indicazione emergerà. Dopo avere riconosciuto obiettivamente che all’incremento del suo patrimonio ha a suo tempo contribuito lo zio Giovanni con la bellezza di ventiduemila lire, nonché lui stesso con i propri risparmi ed investimenti, sente il dovere di precisare che, non possedendo alla mano le cinquemila lire necessarie alla cremazione, lascia al loro posto alcune delle azioni citate in precedenza; sempre che, beninteso, la società destinataria esegua scrupolosamente le sue volontà. Ché se ciò per qualsiasi ragione non dovesse accadere, la somma andrà agli asili infantili del suo paese natale; l’Ospedale che più sopra aveva istituito erede, diverrà destinatario anche della parte che ancora gli spetta sulla Bandita del Sassello19 che, al momento della redazione del testamento, non è stata ancora divisa tra lui e gi altri eredi dello zio Giovanni. Ed eccoci all’infittirsi del mistero! Già, perché il testatore, forse per prudenza o forse per diffidenza verso la servitù, inventa una

specie di caccia al tesoro: « i titoli costituenti il mio asse sono nascosti sotto le tegole rotte che si trovano…ammucchiate nel solaio a mano sinistra salendo le scale presso il muro verso ponente tramontana cioè presso il muro confinante colla casa vedova Pais numero trenta….chiusi in 4 tubi di latta….»: li aveva nascosti in vita, li lascia nascosti ora, fidando nell’acutezza e nella correttezza dei suoi esecutori testamentari. Termina così il testamento olografo; seguono le formule di rito, la descrizione delle ulteriori obbligatorie operazioni e ovviamente l’apposizione delle firme da parte dei presenti; a risolvere i dubbi e le inevitabili domande legate alle ultime enigmatiche righe, ci aiuterà solo in parte la lettura dell’inventario, in quanto durante la sua compilazione, che richiederà più giornate, si verificheranno contrattempi e colpi di scena che non ne agevoleranno la soluzione. INVENTARIO 20 Alla stesura dell’inventario provvederà lo studio del notaio Pietro Tanchis: le operazioni iniziano il 12 ottobre 1901, alle ore 14, su apposita delega del 16 settembre da parte del pretore, ormai spirato. Prima di tutto occorre procedere alla rimozione dei sigilli che erano stati apposti dallo stesso Pretore il giorno tre del mese precedente: del verbale allora redatto si darà lettura a fine inventario. Appreso che non tutti gli ambienti ne erano stati oggetto ma solo la camera d’accesso e la camera da pranzo “ che guarda nel giardino”, essi vengono rimossi, alla presenza di: 1) Enrico Alberto fu Filippo, cugino del defunto, Capitano


P E R S O N E

268

... aperta la prima porta, si passa alla camera da letto, ove, rimossi i sigilli che erano stati collocati alle finestre prospicienti la via Roma e svitata la lastra di ferro che univa i relativi battenti, si riesce ad entrare, attraverso una piccola porta interna non sigillata, nel bagno, anch’esso dotato di finestre che si affacciano su via Roma. della riserva navale, 2) il commerciante genovese Saredo Parodi fu Emanuele, residente a Sassari, in rappresentanza dell’Ospedale Civile di Voltri, che è erede testamentario, come abbiamo già visto, 3) il notaio Alberto Cugia, che rappresenta gli eredi assenti, 4) An tonio Branca fu Giomaria, impiegato, 5) Everardo Frank di Francesco, 6) Luigia Dornik fu Giovanni, nata a Graz, sua governante, dell’età di 42 anni, custode incaricata dei sigilli. Poiché attraverso la lettura dello strumento notarile emerge con precisione la descrizione della casa di Via Roma, ci piace riferirne altrettanto analiticamente . Rimozione sigilli: aperta la prima porta, si passa alla camera da letto, ove, rimossi i sigilli che erano stati collocati alle finestre prospicienti la via Roma e svitata la lastra di ferro che univa i relativi battenti, si riesce ad entrare, attraverso una piccola porta interna non sigillata, nel bagno, anch’esso dotato di finestre che si affacciano su via Roma. Da lì, ancora attraverso una porta interna non sigillata, si può accedere al salotto che, manco a dirlo, ha una finestra che si affaccia su Via Roma; la rimozione dei sigilli su ogni finestra viene attuata con le stesse modalità descritte per la camera da letto. Non si rimuovono per cautela e discrezione i sigilli apposti alle due porte che danno sulla scala interna: apprendiamo in questo momento che Enrico, richiedente l’inventario, alloggia in casa Dessì, Largo Azuni 2. Esame documenti: al di là delle analitiche note che certificano la proprietà di numerosi titoli bancari e assicurativi, attrae la nostra attenzione la citazione di alcune carte private, le uniche che, pur non datate, ci illuminano sugli interessi e sulle attività che il D’Albertis coltivò nel periodo sassarese: una ricevuta di cinquemila lire da parte di Lorenzo D’Albertis sull’eredità di Giovanni; l’atto di acquisto dell’abitazione dove è morto il cavaliere; una nota relativa a spese murarie sostenute per la stessa; una quietanza di lire 605 rilasciata da Everardo Frank, prezzo di acquisto di un puledro baio di color castagno; una polizza assicurativa per gli incendi sulle case; e ancora una ricevuta per l’acquisto di una sella completa, rilasciata da Luigi Lunati ed un’altra dello stesso, di £. 110, per finimenti, oltre al relativo bollettino; alcune polizze per forniture diverse da parte della farmacia Gutierrez21; una ricevuta rilasciata da Paolo Zigliara a seguito dell’acquisto di un fono-

grafo; troviamo poi un contratto d’affitto da parte della ditta Costa di un terreno annesso alla casa e una nota spese per la relativa chiusura, forse a seguito dell’acquisto del puledro; un cosiddetto borderò merci della ditta Bontà Pittaluga. Viene infine citata anche la corrispondenza con persone della sua città d’origine, tra cui Carlo Boggiano; chiudono la breve descrizione alcune distinte e vari coupons di azioni ed obbligazioni.22 Viene nominato come perito falegname il signor Antonio Petretto, fu Salvatore, appartenente ad una famiglia che per antica tradizione esercita il mestiere: sarà lui che il giorno dopo comincerà la valutazione dei mobili lasciati dal defunto: le descrizioni non paiono accuratissime né esaltanti i valori attribuiti, tuttavia è notevole l’attenzione per la qualità del legno, o per la verosimile provenienza del mobile descritto. In camera da letto sono presenti un letto in mogano, étagères a quattro piani in noce intagliato e in pioppo, cassepanche e comò antichi, tendaggi, sedie e poltrone in canna d’India; nel camerino ad uso toeletta troviamo un antico seggiolone sardo in castagno, valutato una lira solamente, così come lo specchio ed il portasciugamani in legno; compaiono infine le tende alla finestra. Nella camera attigua destinata a salotto vengono descritte diverse étagères in mogano, con e senza vetri, una scrivania sempre in mogano dotata di ben nove tiretti; a fronte delle basse valutazioni riservate alla maggior parte dei mobili, colpisce il valore (£. 150) attribuito ad una consolle in mogano con marmo bardiglio23 ed uno specchio dorato sovrapposto; seguono un tavolino ad angolo, un comodino con lastra di marmo bardiglio, un lettino in ferro verniciato di rosso con due materassi ed un baldacchino, un armadio valutato 60 lire, uno specchio ovale dorato, un cassettone in legno tinto di nero, sul cui piano è poggiata una lastra di marmo bardiglio, sei sedie in mogano, un divano, una pittura24 ad olio, un quadro con figure a colori, una ventina di altri quadri di soggetto diverso, (personaggi o paesaggi), ma anche foto, portaritratti e infine uno specchio da tavolo con figura cinese, valutato soltanto due lire. I periti del settore hanno raramente25 dedicato la necessaria attenzione alla descrizione di oggetti d’arte, specialmente quadri o sculture, tantomeno ai libri o alle loro legature e di conseguenza anche il relativo valore economico si è attestato su cifre assai basse: così anche la quadreria di una persona che, reduce da una


269

vita avventurosa come quella dell’esploratore etnografo, avrebbe potuto illuminarci sulla sua personalità, viene banalizzata e poco contribuisce ad approfondirne la conoscenza. Certo è però che anche la sola quantità degli oggetti ci sorprende comunque, se vista in rapporto all’esistenza di un uomo da cui, proprio a ragione della vita movimentata a suo tempo condotta, ci aspetteremmo uno stile di vita semplice ed essenziale; ma è anche vero che gli stessi indicatori forniscono indizi sufficienti sullo stile di vita che, dieci anni prima, il personaggio intendeva forse condurre a partire dal momento in cui lasciava per sempre la propria terra, portando con sé oggetti e cose care, tra le quali le collezione etnoantropologiche. Tanto più che anche la descrizione degli altri ambienti non è da meno. La camera da pranzo è infatti assai capiente e ridondante di mobili ma anche, fortunatamente, di oggetti e memorie del passato. Essa ci sembra veramente costituire un luogo d’elezione, quello che, meglio di ogni altro, è in grado di rappresentare la poliedrica e complessa personalità di un uomo ricco di passato, economicamente soddisfatto, avvolto in un benessere di cui può andar fiero, da offrire e mostrare a visitatori ed amici. Seguiamone dunque la descrizione; sono presenti: 1) un buffet in mogano, con mensole intagliate; 2) un comodino in noce con lastra di marmo bianco; 3) una credenza antica in noce, stile ‘500, intagliata; 4) un tavolo rotondo da pranzo, in legno di Trieste; 5) un tavolino in pino con lastra di marmo bianco; 6) un telaio in legno; 7) varie tende il cui valore unitario si attesta sulle cinque lire; 8) otto quadri, con figure e non, e sei cornici in sughero; 9) un portacarte a rete di spago, con aste di canna; 10) un bastone a sedile, antico. Nella cucina si rinvengono varie sedie, alcune delle quali fatte a mano, una sveglia in nikel, arnesi da cucina, una toilette completa in mogano, con lastra di marmo bianco e luce di Francia, un lavamano con vaso per l’acqua, valutato £. 20, un comò di mogano lucidato a spirito, un lettino con vari materassi, un guardaroba moderno verniciato a pennello con fregi, un comodino in noce, due ottomane in ferro. Della collezione zoologico-etnografica, valutata subito dopo da Everardo Frank unitamente ai libri, non è citata la collocazione materiale; tuttavia sembra assai improbabile che essa sia sistemata nella cucina, che resta però l’ultimo ambiente descritto; deduciamo che gli oggetti qui di seguito elencati si trovino poggiati su qualcuno dei mobili già descritti, aperti o chiusi; ci riferiamo alle armi, una carabina “Flober”, un fucile ad avancarica ed otto a retrocarica, un moschetto da cavalleria, una carabina sarda a pietra focaia, due rivoltelle, due fioretti, ma ci riferiamo anche ai due quadri con collezioni della Nuova Guinea, agli uccelli ed agli altri

P E R S O N E

animali imbalsamati, e ai circa cento libri di materie diverse tra cui la storia naturale, i viaggi (forse anche il suo, peraltro già edito), la letteratura. Tutti gli oggetti etnografici ed i libri ottengono una scarsa considerazione, i primi valutati per £. 242,50 mentre alla collezione bibliografica si attribuisce addirittura valore zero. Il giorno 14 settembre sarà l’orefice Ernesto Dessì a valutare l’argenteria che, oltre a due candelabri d’argento del peso di 2000 grammi, è rappresentata da un servizio di posate per diciotto persone, il tutto valutato a cinque lire al grammo. Ormai la descrizione degli oggetti inventariati sembra essere a buon punto, dato che manca solo la perizia del muratore; tuttavia si soprassiede e nel frattempo si passa ad inventariare i titoli, questi sì in modo estremamente analitico, grazie all’utilizzo del verbale di apposizione dei sigilli26 che verrà inserito come allegato alla chiusura dell’inventario: ci si ricorda tra l’altro di stimare anche il cavallo baio, sfuggito alla precedente ricognizione, che insieme a calesse e finimenti ottiene un valore globale di lire 500. Bisogna però sospendere le operazioni perché il muratore è indietro con le misurazioni. Finalmente l’indomani alle ore 15, arriva il perito che, prima ancora di prestare il prescritto giuramento, legge la propria « relazione malamente scritta e priva di ogni criterio elementare e oltretutto errata», come annota il notaio; figurarsi che vi è stata inclusa anche la descrizione del giardino che era solo in affitto. Ovvio che gli eredi non la prendano neanche in considerazione e, rilevatane l’inattendibilità, si concedono il lusso di nominare un altro perito nella persona di Gianuario Mura fu Gavino, al quale è richiesto di presentare la perizia per l’indomani alle 16,30. Giungiamo così al 16 ottobre: praticamente il nuovo perito ha avuto una sola mattinata per eseguire i suoi rilievi e tradurli in cifre e valori; ovviamente ha dovuto calcolare una serie di elementi prescritti dalla legge, come lo stato di conservazione dell’edificio, i materiali costruttivi, l luogo dove sorge, il reddito catastale e quello effettivo; effettuata una serie di calcoli complessi, sia pur lodevolmente espressi, si giunge ad una stima media di lire 13.285,12: il verbale viene provvisoriamente chiuso. Come vediamo, all’edificio e alle sue pertinenze viene dedicato pochissimo spazio: abbiamo però rinvenuto altri strumenti utili per una visione più completa della sede dove morì il Cavaliere: ci riferiamo ai Registri dei fabbricati della città di Sassari27dai quali emergono notizie non solo sul momento dell’acquisto da parte del D’Albertis, ma anche sui successivi passaggi di proprietà, sulle motivazioni che le hanno originate e su qualche modifica apportata nel tempo all’edificio. La casa, collocata su due piani, oltre al piano terra, constava di circa 13 vani, più cortile, due magazzini e un giardino; essa appar-


271

A N T R O P O L O G I A

Il testamento e l’inventario del nostro personaggio appartengono alla serie di scritture notarili che, in originale e in copia, vengono conservate presso gli uffici istituzionalmente preposti, dai quali solo dopo un secolo dalla morte dell’ufficiale rogante o cento anni dopo la registrazione arrivano presso l’Archivio di Stato competente per territorio; teneva nel 1877 a Sanna Gavino fu Nicolò; nel 1889 i numerosi figli di questo, unitamente alla loro madre Rita Carta ne eseguono la divisione e subito dopo vendono al nostro la proprietà. Dai partitari apprendiamo che, dopo il passaggio all’Ospedale San Carlo di Voltri ( nel frattempo il numero originario è passato da 29 a 36 analogamente ad altri numeri vicini corretti in rosso), l’erede testamentario vende la proprietà a Filippo Arrica fu Gian Gavino. Morto questi intestato nel 1913, gli eredi, i figli G.Antonio, Maddalena e Giuliana, divenuti possessori della casa ne dispongono variamente, piano per piano. Le annotazioni sui registri arrivano sino al 1961, anno in cui un piano della casa in esame, già appartenuto a donna Angelina Diaz Delogu fu Gavino, ved. Bitti, passa a Bitti Antonica. Un altro piano, il secondo, sembra essere oggetto, ma solo fino al 1927, di analoghi mutamenti di proprietà. Velocemente esposte le principali vicende del palazzo28 dove visse il nostro per dieci anni, facciamo un passo indietro e torniamo alla lettura dell’inventario. Il notaio descrive o rilegge attentamente tutte le fasi che hanno preceduto la compilazione dell’inventario, allo scopo evidente di accertare che le varie parti della procedura siano state svolte con la massima regolarità; pertanto, consegnate all’unico erede testamentario (l’Ospedale di Voltri) le carte più importanti e le chiavi della casa, consegnati al legatario designato dal defunto, il cugino Enrico, i mobili, l’argenteria, i libri, i quadri e la collezione etnografica, viene domandato infine alla Dornik, custode dei sigilli, se nulla sia stato trafugato o dimenticato; avutane la necessaria risposta negativa, il verbale si chiude con l’aggiunta delle formule di rito e delle firme di tutti gli interessati. Il professionista si sofferma ancora sulla lettura di alcuni documenti stesi in precedenza, da cui emergono particolari che, lungi dall’essere ripetitivi, aggiungono elementi nuovi o da approfondire: si trascrive tra l’altro il verbale di apposizione dei sigilli alla casa, quello predisposto il 3 settembre 1901, a seguito della morte del D’Albertis avvenuta il giorno prima: le attività relative erano state eseguite personalmente dal giudice di mandamento Gavino Demuru che, assistito dal cancelliere, le aveva descritte con grande precisione. Un punto nodale di quel verbale ci appare il seguente: “interviene a questo punto Enrico Maria D’Albertis per ricordare che il

notaio Tanchis, presso il quale a suo tempo egli aveva eletto domicilio a causa dell’impossibilità di seguire direttamente le vicende, gli aveva riferito che presso il suo studio si trovava un testamento olografo29 consegnatogli aperto ove veniva indicato il sito ove erano nascosti alcuni effetti di valore, « perciò - dice ancora il D’Albertis, - avea creduto opportuno procedere al ritiro degli stessi effetti, richiudendoli in una cassa della quale[…] vengono consegnate le chiavi», presumibilmente al giudice procedente alla apposizione dei sigilli. La descrizione dell’episodio prosegue: « Noi Pretore, avendo proceduto all’apertura della cassa….vi abbiamo rinvenuto i seguenti effetti » effetti30 che vengono elencati in più pagine dal giudice che, prosegue la descrizione, ne formò un pacco, lo avvolse in carta giallognola, lo chiuse con uno spago, sigillandolo con cinque sigilli in ceralacca recanti il suo timbro, controfirmandolo e richiudendolo in una cassa di ferro, ordinando al notaio Tanchis di portarlo al più presto nella Banca D’Italia e nelle Banca di Napoli, intestando il tutto agli eredi legittimi e testamentari. Non basta, perché Enrico (sempre al momento dell’apposizione dei sigilli ), dichiarò di aver rinvenuto ( quando e dove non viene spiegato) anche una cassetta aperta contenente £.3.230, delle quali «ne ha già speso £.2.230 per far fronte alle spese funebri, depositando in banca il residuo». Conclusa la descrizione dell’intervento di Enrico, il verbale descrive nel dettaglio tutte le ulteriori fasi, così come, dandone contestuale lettura, le riporta il notaio Tanchis : se pertanto sembra corretto l’operato di Enrico che giustamente aveva chiesto di inserire nell’asse ereditario tutti i beni di cui era a conoscenza, non appaiono ben chiare (almeno a noi ) le motivazioni per le quali egli era venuto a sapere in anticipo rispetto alla lettura del testamento, dell’esistenza dei titoli,31 circostanza che gli ha consentito ( come con assoluta onestà può dichiarare) di disporne, di ritirarli, di chiuderli in una cassa e di consegnarne le chiavi al giudice, prima di ogni ulteriore iniziativa. E ancora ci chiediamo quali siano state le modalità con cui è venuto in possesso dell’altra cassetta, aperta,( come lui stesso afferma) contenente i contanti? Per quanto ogni dichiarazione del D’Albertis appaia inspirata a buona fede e trasparenza ( i dati che ne emergono combaciano peraltro con quelli figuranti nel testamento e dunque sicuramente nulla sembra essere sta-


P E R S O N E

272

to sottratto), lascia comunque perplessi la mancanza di reazioni da parte del giudice e del notaio alle dichiarazioni del legatario32. Proseguendo nella lettura del verbale e avviandoci alla sua conclusione, emerge qualche ulteriore particolare sull’apposizione dei sigilli; si osserva per esempio che da essi era stata esentata33 non solo la camera dove si trovava il cadavere, ma anche quelle destinate al personale di servizio, dove peraltro si individuano alcuni bei mobili ed otto fucili, dei quali sette a retrocarica, tutti a due canne; (si menzionano a questo punto un cavallo ed una vettura34 coi finimenti, collocati presumibilmente nel cortile), un fucile ad una canna, un tavolo da pranzo, un letto in ferro, un guardaroba in legno bianco, un’ottomana in ferro, una ventina di quadri, arnesi da cucina e una toilette in noce. Termina finalmente la lettura, vengono apposte le relative firme, gli atti vengono debitamente registrati e inseriti35; come migliaia di altri, il testamento e l’inventario del nostro personaggio appartengono alla serie di scritture notarili che, in originale e in copia, vengono conservate presso gli uffici istituzionalmente preposti, dai quali solo dopo un secolo dalla morte dell’ufficiale rogante o cento anni dopo la registrazione arrivano presso l’Archivio di Stato competente per territorio; tale organo provvede oltre che alla conservazione, anche alla divulgazione di tali fonti consentendone la consultazione prevalentemente per usi culturali. In tale luogo abbiamo rinvenuto le fonti sin qui descritte. Non avendo rinvenuto altre fonti dirette36 è apparso doveroso continuare la ricerca sui quotidiani dell’epoca, che infatti ci hanno consentito di aprire qualche ulteriore squarcio di luce 37 sul periodo sassarese dell’esploratore; la stampa isolana infatti, La Nuova Sardegna in particolare, attraverso il necrologio38 ha consentito di rinvenire utili elementi sui funerali e su qualche episodio che lo ha visto protagonista. I FUNERALI Su La Nuova Sardegna del 4 settembre 190139 compare, in occasione della morte del D’Albertis, un trafiletto assai elogiativo del personaggio appena defunto; ricordato che non era sardo e pur confondendolo con il cugino Enrico che, lui sì, era un capitano, l’estensore sottolinea alcuni aspetti della sua personalità : «amò questa terra a viso aperto contro gli scribi abituati alle calunnie,[...] nato da antica nobile famiglia imparentata coi Doria di Genova40, A fronte

Palma da cocco acquerello di Annamaria Ganau

non portò mai il titolo di marchese. Democratico schietto [...] prese parte alla dimostrazione in Sassari, all’indomani del disastro di Abba Garima41 per protestare contro tutte le colpe del governo42: ad un delegato di P.S. che aveva tolto a un dimostrante la bandiera, impose di tacere, ritogliendola[…] ». La sconfitta di Adua suscitò nella città di Sassari una partecipazione vivissima43, al punto che l’anno successivo il Circolo dei Sassaresi in occasione del carnevale ebbe la sensibilità di spostare ad altra data il ballo fissato per il primo marzo, proprio per ricordare i tragici fatti di Adua.44 Nella descrizione degli attributi fisici del defunto che ancora ci offre l’estensore dell’articolo emergerebbe anche una certa prestanza fisica, in contrasto con le foto che circolano in rete e nelle pubblicazioni che trattano di lui.45 Eccessi dell’articolista che sinceramente non appare molto obiettivo. « Alto, testa michelangiolesca, occhi lampeggianti, colorito bruno quasi nero, barba che quasi gli copriva il petto»- su tale particolare possiamo essere d’accordo-[…] rappresentava il tipo ideale della bellezza». Dopo averne ricordate le numerose scoperte e gli avventurosi viaggi, l’articolista sottolinea che il Governo gli conferì la croce di cavaliere ed anche una medaglia d’oro e conclude comunicando che i funerali sono fissati per il successivo giorno cinque, partendo dalla casa in via Roma 2946. L’indomani, sempre sullo stesso quotidiano, si danno notizie sullo svolgimento dei funerali, svoltisi in forma civile, come è ovvio, considerato che l’esploratore ha espresso il desiderio di essere cremato47; “ la bara era coperta dalla bandiera che sventolava sulla Neva….48 e da corone di parenti e amici.” La bara, apprendiamo di seguito, venne sotterrata temporaneamente a Sassari, in quanto doveva essere esumata il successivo sabato, per partire alla volta di Genova per la cremazione.49 Accanto a tali resoconti per così dire dovuti, seguono alcuni annunci, più che altro i ringraziamenti da parte del cugino Enrico, rivolti a quanti hanno voluto partecipare al luttuoso evento: al signor Saredo Parodi, al signor Everardo Frank, al signor Corrado Hauser e agli oratori che gli diedero l’estremo addio. All’indomani dei funerali, sul quotidiano sassarese leggiamo la vibrante protesta dei garibaldini di Sassari che non hanno ricevuto l’invito a parteciparvi. Se lo avessero comunque saputo essi vi avrebbero certamente partecipato, ricordano, perché il D’Albertis fu un prode garibaldino50 ; e non solo della prima ora, aggiungiamo noi, visto che nel 186751 egli condivise le vicende del battaglione dei Carabinieri genovesi guidati dal colonnello Antonio Mosto52 nell’esaltante ma sfortunato tentativo della conquista di Roma. Terminata la visione della documentazione originale dell’epoca e della stampa locale coeva, esplorate le altre fonti53 di cui ho detto altrove, impossibilitati a proseguire la ricerca sulle fonti locali, il


P E R S O N E

274

nostro interesse poteva comunque ritenersi parzialmente soddisfatto. Ci sembra dunque essere giunto il momento di descrivere in modo più diffuso e puntuale la storia di un personaggio che visse una vita breve, ma ricca di significato, densa di avventure nella esaltante giovinezza, e trascorsa nella più modesta tranquillità e solitudine (come sembra) negli ultimi anni sassaresi. IL PERSONAGGIO Luigi Maria D’Albertis nasce a Voltri, provincia di Genova, il 21 novembre 1841, nella via omonima, da una famiglia benestante impegnata nell’industria laniera, di origine fiorentina; perde presto il padre Domenico e la madre, Enrichetta De Ferrari, si risposa con Federico D’Ambrosio, trasferendosi a Napoli. Il ragazzo rimane perciò affidato ad uno zio sacerdote che lo colloca per la sua formazione culturale presso un istituto missionario di Savona, dove il D’Albertis si mostra particolarmente attratto dalle lezioni dell’abate gesuita Armand David 54; l’insegnante, missionario in Cina, paese da cui riportò numerosi animali esotici, trasmise al ragazzo quello spirito di avventura e quel desiderio di conoscenza che di fatto ne determinarono le conseguenti scelte di vita. Dobbiamo però al marchese Giacomo Doria 55 l’aver inspirato nel giovane anche la passione per le scienze naturali e per la tassidermia. Il ragazzo, terminate le scuole a Torino, rientra a Genova, città nella quale viene infiammato dall’impresa dei Garibaldini cui si unisce nella spedizione dei Mille verso la Sicilia, restando per parecchi anni al loro seguito. Al ritorno riprende i contatti col David e sempre più animato dal fuoco della ricerca che anche il cugino Enrico 56 nutriva quanto e forse più di lui, comincia a frequentare il Museo di storia naturale fondato da Giacomo Doria; questo periodo diverrà anch’esso determinante per la sua formazione culturale giacché presso l’Istituto trova tutto quanto gli occorre per studiare e sperimentare, anche se da autodidatta. Fa conoscenza con Odoardo Beccari 57, già famoso all’epoca per i viaggi nel Borneo, che sta per imbarcarsi sul vapore Arabia ed è alla ricerca di botanici che lo accompagnino in un viaggio verso la Nuova Guinea.Il vapore salpa il 25 novembre 1871 per raggiungere le Molucche via Indie-Singapore; non è che il primo viaggio per il nostro che da questo momento si guadagnerà a diritto il titolo di esploratore: durante il percorso l’imbarcazione tocca tra l’altro, Porto Said, Aden, e dopo aver costeggiato l’India e Singapore, raggiunge infine la capitale delle MoA fronte

Uccello del Paradiso acquerello di Annamaria Ganau

lucche, Amboina, così come previsto, per poi proseguire rapidamente verso la Nuova Guinea, dove i due sbarcano nell’aprile 1872, (sei mesi dopo la partenza), toccando la terra Orange Nassau, occupata dai missionari olandesi.58 Pur ammalatosi (di malaria o di beriberi),59 alla pari dei compagni di viaggio, non rinuncia all’impresa che gli permette di innalzare, nel settembre 1872, la bandiera italiana sulla cima del monte Hatom, (alto metri 1070), appartenente alla catena dei monti Arfak, cosi denominati dalla tribù indigena che vi risiede: nonostante le violente febbri che lo perseguitano, visita l’isola di Faor, ove osserva con grande attenzione le abitudini degli abitanti, i meticci nati dal connubio di due popolazioni, gli indigeni-papua e i malesi, cominciando ben presto a formulare interessanti ipotesi sull’influsso dei secondi sui primi.60 Nei vari viaggi l’esploratore manifesta verso i nativi un atteggiamento variamente interpretato che molti inevitabilmente giudicheranno ambiguo o interessato; ciò perché, se è normale attendersi da qualsiasi viaggiatore di luoghi inesplorati, a contatto con popolazioni che mai prima avevano avuto rapporti con esseri civili, un atteggiamento cauto e circospetto e la commissione di errori tattici come secondo passo, pur propedeutico all’approccio, non dovrebbe essere altrettanto inevitabile il ricorso alle armi o ad altri trucchi per superare le incomprensioni: a meno che non si sia troppo spregiudicati. Il modus operandi del D’Albertis subì parecchie critiche61 proprio a causa della spregiudicatezza che lo caratterizza. Non sta a noi giudicare. I frutti non tardano comunque ad essere raccolti: cominciano così e divengono regolari gli invii ai musei italiani e di tutto il mondo62, di fauna e flora locale: ricordiamo in particolare gli uccelli, di cui spedisce una prima volta ben 128 specie, delle quali 31 sono nuove; una specie di uccelli del paradiso 63 recherà il suo nome, la Drepanornis Albertisii.64 Nei viaggi che effettua tra il 1873 e il 1874 continua ad arricchirsi di oggetti utili per le sue collezioni ( e/o per la loro vendita65); talora resta a lungo nelle zone che più lo attraggono e a Sidney, dove resta dieci mesi a causa della lunga durata delle febbri e da cui farà ritorno solo nell’aprile 1874, conosce George Bennett 66 che lo mette in contatto con il British Museum di Londra cui invia i primi esemplari di animali già collezionati: torna per un breve soggiorno in Europa, ma il rientro non lo appaga e così lo vediamo ripartire alla fine dell’anno. Sbarca prima a Somerset, con il genovese Tomasinelli e attraverso le opportune amicizie ottiene una sistemazione in una casa che è in realtà una prigione. La sede presenta parecchi inconvenienti ma anche dei vantaggi: la vista sul porto di Albany e sulla lontana foresta tropicale è impagabile; vi sono farfalle e formiche a non finire che lui comincia a studiare attenta-


P E R S O N E

276

mente, come pure comincia ad interessarsi delle abitudini e dei costumi tradizionali dei pochi aborigeni che risiedono nelle vicinanze. Dissidi con uno degli accompagnatori locali, il magistrato Mr. Applin, gli impongono di liquidarlo e di trovare un nuovo accompagnatore nella persona del tedesco Capitano Redlich, con il quale parte per Tawan. Il luogo gli appare talmente strepitoso sotto il profilo geomorfico da fargli rimpiangere di non essere un geologo 67. Dopo un breve lasso di tempo, eccolo a Darnley Island dove ha modo di notare la struttura abitativa delle dimore dei locali che gli appare quasi perfetta, la folta presenza di cani e gatti probabilmente connessa alla precedente frequentazione missionaria, e la presenza di alcuni usi locali decisamente criticabili come quello di uccidere le neonate. Parte finalmente per Yule, detta “Roro”, località della Nuova Guinea Est, dove l’esploratore resterà per buona parte del 1875: prima ancora che approdi gli vanno incontro alcune canoe, sembra per pura curiosità; una volta sbarcato, conosce quella che gli sembra una regina, assai tatuata, cui regala un filo di perle veneziane. Avendo poi bisogno di una sistemazione inizia, a gesti, la trattativa; i rapporti sono alternativamente amichevoli o diffidenti e aggressivi; tuttavia, una volta costruito un rudimentale punto d’appoggio, si intensifica lo scambio di visite e di doni da ambo le parti, i nativi per la curiosità di controllare gli oggetti che lui tiene in casa e l’esploratore per andare di volta in volta all’interno della fo-

resta: appartengono a questo periodo gli studi botanici, che fruttano interessanti descrizioni di piante come la palma di cocco, quella da sago, il massoi, il silk-cotton, la noce moscata; su quest’ultima già esisteva un fiorente traffico, come sappiamo. Raccoglie notevoli quantità di uccelli, di serpenti, di coleotteri, anche con l’aiuto dei nativi. Gli incontri con gli umani, prima cauti e rarefatti, (la popolazione era sempre vissuta all’interno della giungla!), a causa delle pessime condizioni ambientali e climatiche del luogo, si intensificano ma è comunque necessario avventurarsi all’interno per rintracciare gli esemplari che gli occorrono. Succedono alcuni sconcertanti episodi che egli stesso racconterà con sconcertante ingenuità; un giorno circondano la sua postazione alcune enormi canoe in apparente assetto di guerra. Non è tuttavia un vero attacco; si chiariscono a gesti, tuttavia egli non reagisce bene, anzi cerca di spaventarli ricorrendo a stratagemmi diretti ad infondere paura per profittare della situazione una volta assoggettatili: citiamo tra questi il più significativo, che gli varrà per sempre l’acquisizione della fama di stregone. L’episodio è legato all’uso dell’alcol ed alla sua abilità nell’accenderlo, non visto, sull’acqua sulla cui superficie si forma un’enorme fiammata che spaventa a morte gli aborigeni; il “successo” ottenuto viene descritto con disarmante verità ma non gli attira sicuramente simpatie né dagli indigeni presenti né dai futuri lettori delle memorie autobiografiche. A.Segreti Tilocca

Qui finisce la prima parte; rimandiamo al prossimo numero per conoscere alcuni episodi dei successivi viaggi, i rapporti con gli aborigeni, le ulteriori scoperte di animali e piante, ma anche le acute osservazioni sugli usi e costumi delle popolazioni selvagge, le sue forti contraddizioni, il suo sprezzo del pericolo, la sua sete di avventura; ci soffermeremo in particolare sulle esplorazioni del fiume Fly, attraverso percorsi che l’uomo bianco non aveva ancora mai compiuto, l’ampliamento dei suoi interessi anche ai crani umani, affinché altri scienziati li studiassero. Tratteremo ovviamente dei disagi e delle disavventure, tra cui l’arresto per omicidio, che purtroppo accompagnarono i suoi itinerari, e infine del suo rientro in Europa e finalmente a Genova: di lì nell’Agro Pontino e in Sardegna, l’isola incontaminata che, alla fine dell’ottocento, rappresenta ancora per molti un autentico mito. Con la descrizione della Sassari di fine Ottocento, con particolare riferimento ai luoghi dove visse e morì l’esploratore, concluderemo il nostro contributo, ove non mancheranno alcuni squarci che, tratti dalle sue memorie autobiografiche, ci sembrano adatti a fornire un quadro abbastanza completo della poliedrica personalità di un personaggio, la cui presenza nella nostra isola ci sembra tuttora immeritatamente ignorata. Un particolare ringraziamento alla pittrice Annamaria Ganau che ha dipinto per me i due acquerelli raffiguranti uccelli e piante della Nuova Guinea, in ricordo di un meraviglioso viaggio nella vicina Australia NOTE 1

L’importante documento è conservato presso l’Archivio di Stato di Sassari, d’ora in poi ASSS, nel fondo Atti Notarili,copie Sassari, anno 1901, busta 269,settembre,atto n° 402. 2 Il nome del Museo è Castello D’Albertis, Museo delle Culture del Mondo. 3 Il sito relativo è esplorabile in rete e soddisfa virtualmente molte delle cu-

riosità che possiamo nutrire al riguardo. 4 Il Capitano D’Albertis vanta una discendenza da Leon Battista Alberti., una delle figure più rappresentative del Rinascimento italiano. 5 Vedi G.Pessagno, La Gazzetta di Genova, 31 gennaio 1921. 6 G.Pessagno, ibidem. 7 G Pessagno, ibidem. 8 Come avremo modo di leggere nel testamento, Luigi Maria lascerà nel 1901


277 al cugino oggetti e libri di valore che potrebbero essere stati incorporati nei beni di Enrico prima della sua morte, avvenuta nel 1932; la tipologia degli oggetti tuttavia e la loro provenienza geografica dovrebbero però escludere ogni possibile commistione. 9 Non dimentichiamo infatti che, come avremo modo di documentare tra poco, il nostro Luigi Maria vendette ripetutamente i risultati delle sue scoperte ai più importanti musei del mondo,determinando a proprio carico le accuse di venalità che gli vennero rivolte. 10 Sembra ovvio infatti che la scelta di un appartamento non possa essere avvenuta senza una ricerca personale o incaricando gli amici che già risiedevano in città. 11 ASSS, fondo e serie citati alla nota n°1,anno 1890, busta 133, mese di febbraio, atto n°1647. 12 Sull’atto di vendita e sulla dislocazione dell’abitazione torneremo più volte. 13 Intendiamo con ciò spiegare che, ignorando l’anno del trasferimento a Sassari, abbiamo dovuto consultare circa 144 buste (contenenti ciascuna 200250 atti), finché non abbiamo trovato il documento che cercavamo e che potevamo anche non rinvenire se il D’Albertis, anziché acquistare l’immobile, lo avesse solamente affittato: infatti i contratti d’affitto o locazione non vengono regolarmente registrati. 14 Si veda l’ultima nota del presente lavoro. 15 Non avendo a tutt’oggi gettato la spugna, contiamo di continuare la ricerca. 16 Il termine olografo significa “per intero e di proprio pugno scritto dall’interessato”. 17 Il negoziante Parodi, figlio di Emanuele, era un imprenditore abbastanza quotato soprattutto in campo edilizio; in tale veste partecipò, qualche anno dopo, alla gara d’appalto che il Comune di Sassari bandì per la fornitura dei materiali edilizi necessari alla costruzione del Mattatoio; nella procedura di aggiudicazione egli in realtà figurò come procuratore dell’impresa risultata vincitrice, la ditta F.lli Balleydier di Sampierdarena. Morto infatti Luigi, uno dei componenti, la sua vedova, Elena Willshire conferì la procura al Parodi. 18 La casa alta con giardino, sita in via Roma al n.° 29 ( di seguito rinumerata in rosso con il numero 36), venne acquistata ( ASSS, fondo e serie citati, busta 133, anno 1890, atto n. 1847), dai fratelli Sanna, eredi del defunto Gavino, il 2 febbraio; dall’atto di vendita emergono i palazzi e le proprietà o vie confinanti come quella di Sanna Sudori Gavino, la casa della vedova Pais,, la via Roma e, dalla parte del giardino, il Viottolo pubblico. Ci è stata utile la visione della documentazione catastale, ( ASSS, Fondo cessato catasto, Sommarione dei fabbricati di Sassari), soprattutto ai fini dell’individuazione del punto in cui si trovava presumibilmente la casa del D’Albertis; in tale registro i numeri originari di alcune vie come le via Roma e le viciniori sono stati corretti in rosso. Se si tengono presenti anche le annotazioni del Costa ( E.Costa, Sassari, 1892, vol. II, pag. 837) sul censimento del 1901 e sui cambiamenti apportati ai nomi di alcune strade, ricostruire la fisionomia di quella parte della città in cui abitava il D’Albertis non è stato molto semplice. 19 La località un tempo ricca di boschi e bagnata dal fiume Orba, venne in epoca feudale ma anche in epoca successiva massicciamente depredata delle sue ricchezze per l’utilizzo del legname allo scopo di ricavarne il carbone; anche la splendida faggeta della Bandita subì questa sorte. Oggi fortunatamente la zona è oggetto di un lodevole recupero turistico culturale. 20 ASSS, Atti notarili, copie,a.1901, ottobre, busta 270,atto n .888,del 26 ottobre 1901 21 Ricordiamo che il D’Albertis abitava nella centralissima via Roma dove esercitava la sua attività la prestigiosa Farmacia Gutierrez che occupa tutt’oggi una sede nelle vicinanze di quella dove presumibilmente si serviva il D’Albertis; La presente indicazione, pur suffragata da documentazione originale, contrasta però con quanto ci hanno verbalmente riferito gli attuali titolari, i quali hanno sostenuto che l’istituzione della loro farmacia avvenne con decreto del 1917. 22 Ricordiamo che tutti i documenti citati vengono solamente menzionati e non sono anche allegati all’inventario. 23 Il termine deriva da pardo, grigio, particolare tipo di marmo grigio assai diffuso nelle Alpi Apuane. 24 Purtroppo le indicazioni sulle opere artistiche sono raramente fornite all’interno delle fonti notarili. 25 Vedi quanto riportato alla nota precedente.

26

P E R S O N E

Sulla stesura del verbale avevamo già fornito altrove un’anticipazione. Il versamento dei registri risale al 2007; così come i registri partitari dei terreni, la documentazione appena acquisita è una vera miniera per chi si occupa di ricerca sul territorio: noi abbiamo consultato, per la sola città di Sassari e per la sola casa che ci interessava, i registri n. 36, 23 ,20,7 bis e 53. 28 Nel passaggio di proprietà cambia ( alla prima colonna ) il numero di partita, mentre il vero trait d’union è rappresentato dal numero del mappale, che ha una sua continuità e che nel caso presente è costituito dal numero 1575. 29 Ricordiamo che il testamento era stato redatto il 27 novembre 1900 e pubblicato il 4 settembre 1901. 30 A.S.SS, fondo citato, Inventario ivi citato, cc. 10v. , 11, 11verso. 31 Si rilegga la parte relativa al testamento. 32 La nostra conoscenza delle modalità di apertura dei testamenti, nascente da una quarantennale frequentazione di tali fonti, non ci consente di rintracciare nella memoria modalità analoghe, che tuttavia potrebbero pur sempre esserci sfuggite. 33 Ricordiamo che sia gli ambienti che gli oggetti ivi presenti vengono comunque accuratamente descritti durante la redazione dell’inventario. 34 Della vettura sentiamo parlare per la prima volta ora, anche se ne attendevamo la menzione, in relazione a quanto avevamo già appreso in tema di sella, finimenti , cortile e cavallo. 35 Non ci occupiamo in questa sede delle incombenze di carattere pratico che spetta al notaio svolgere in merito all’esecutività delle disposizioni testamentarie. 36 Dell’atto di vendita della casa in cui risiedette il D’Albertis per dieci anni, anch’esso, ricordiamolo, fonte notarile, abbiamo riferito altrove. 37 La lettura dei quotidiani è un’esperienza meravigliosa ma in parte fuorviante: vi si trova di tutto e di più e spesso, partiti da una ricerca , si percorrono strade impensabili del tutto differenti da quelli che si intendeva percorrere. 38 Sull’importanza dei necrologi quali fonti storiche già Enrico Costa aveva richiamato l’attenzione all’epoca della stesura della sua più importante opera, Sassari (ora nella ristampa del 1992, vol .II, pag.771). 39 Anno XI, numero 239. 40 Non abbiamo rinvenuto elementi a sostegno dell’affermazione; certo è invece che a Giacomo Doria il nostro debba indubbia riconoscenza per il calore con cui venne ricevuto nel suo cenacolo e per gli insegnamenti ricevuti. 41 Abba Garima altri non è che la città di Adua : l’antico nome deriva dal nome del convento del VI° secolo sito sul monte omonimo. Il disastro è la sconfitta di Adua, avvenuta il primo marzo 1896. La vasta bibliografia sulla sconfitta italiana ne enfatizza generalmente l’aspetto catastrofico più sotto il profilo politico che per l’aspetto militare; definita talora come episodio significativo di “vittoria dei neri contro i bianchi”, essa causò comunque con i suoi settemila morti la caduta di Francesco Crispi a vantaggio del Rudinì, che qualche mese dopo (il 15 ottobre) firmò il trattato di pace. 42 Il capo del Governo era all’epoca Francesco Crispi. 43 Non abbiamo rinvenuto documentazione che non fosse la stampa locale; sui fatti che il quotidiano riporta abbiamo consultato senza esito i fascicoli penali del Tribunale conservati presso l’Archivio di Stato di Sassari mentre, in mancanza della documentazione politica di fine ottocento ( ci riferiamo ai fondi Prefettura e Questura), abbiamo ritenuto giusto rivolgerci all’Archivio Centrale dello Stato, sempre con esito negativo. 44 Ricordiamo che il 2 marzo 1896 venne celebrato a Sassari il centenario dell’entrata a Sassari di Gio Maria Angioy con grandi manifestazioni celebrative. 45 Oltretutto in qualche biografia si accenna ad un possibile morte per cancro alla bocca. 46 Sulla localizzazione della casa si veda quanto riportato altrove, in questo stesso contributo. 47 Per la cremazione suggeriamo di confrontare, in questo stesso contributo, le disposizioni testamentarie relative .e la nota 49 qui di seguito. 48 Ricordiamo che proprio il riferimento alla bandiera, nel testamento, è stato l’elemento da cui è scattato l’interesse per le straordinario personaggio, da cui è scaturita la voglia di saperne di più. 49 Si veda l’Enciclopedia della cremazione, pagina 158, ove si possono attingere notizie sulla realizzazione della sede, ultimata solo nel 1903, su progetto di Demetrio Pernis;all’epoca in cui morì il nostro esisteva a Genova solo la Società Genovese di cremazione, che era stata fondata il 14 aprile 1897 e successivamente eretta in ente morale con regio decreto del13/ 04 /1902. Solo dopo la realizzazione della sede si poté procedere alla 1ªcremazione, 27


P E R S O N E

278

quella del socio benefattore Luigi Maria D’Albertis.La richiesta di ulteriori notizie inoltrata alla società non ha avuto riscontro. 50 Il suo nome non figura nell’elenco ufficiale dei garibaldini pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia del 12/XI/1878, basato peraltro su un primo elenco del 19 aprile 1862, ripetutamente integrato in epoca successiva, ma sappiamo che tanti altri ve ne mancano. 51 Il 1867 è, ricordiamolo, l’anno in cui Garibaldi compie l’esaltante viaggio verso la città di Roma nell’intento di liberarla: partito una prima volta da Caprera e passato per Ginevra, poi per Firenze e Arezzo, nel tripudio della folla, attraversa Umbria e Toscana ma a Sinalunga subisce un primo arresto e viene rinchiuso ad Alessandria.. Prontamente liberato, viene riportato a Caprera. Ovviamente non vi resiste a lungo , per la consapevolezza che altri si stanno già sacrificando per l’ideale della sua vita, la liberazione di Roma. Anche la sua mirabolante fuga da Caprera a bordo di un esile beccaccino è troppo nota per ché se ne tratti qui. Sbarcato a Livorno, da lì prosegue per Firenze, raggiunge il confine con lo Stato pontificio, alla testa di un corpo di volontari via via più numerosi, anche per il fattivo apporto del figlio Menotti che gli consegna un corpo di 14000 volontari. Tuttavia dopo l’effimera vittoria di Monterotondo ed una serie di contrattempi, malintesi, attacchi falliti e promesse mancate, il Generale subisce una cocente sconfitta a Mentana; tenta la fuga su un treno diretto a Livorno, da dove intende imbarcarsi per raggiungere l’amata Caprera. ma a Figline Valdarno il suo viaggio viene interrotto dal tenente colonnello dei carabinieri Camosso; l’eroe viene così trasportato dopo una movimentata trattativa, al carcere di Varignano ( La Spezia). Su tale episodio è prodiga di dettagli non solo tutta l’imponente bibliografia sull’eroe, ma anche il sito carabinieri.it; sul soggiorno a Varignano e sulle attenzioni tributate all’eroe dalla folla ci è stata molto utile la consultazione delle carte Hyde Thomson, appartenenti all’omonima donazione, ora conservata presso l’Archivio Centrale dello Stato, dopo un temporaneo soggiorno presso l’Archivio di Stato di Sassari, che ne conserva il microfilm. 52 Fervente mazziniano, entrò giovanissimo nel Corpo dei carabinieri e, nel 1834, fu tra i primi ad entrare nei “ Cacciatori delle Alpi” ove convinse ad entrare anche altri genovesi, al punto che a breve scadenza il loro corpo venne ribattezzato “ I carabinieri genovesi”; partecipò da quel momento a tutte le imprese garibaldine e nel 1867 cadde gravemente ferito a Monterotondo,( già a Calatafimi era morto il fratello al seguito della gloriosa impresa dei Mille). Morì però molto più tardi ed a lui sono dedicate varie targhe onorarie in diversi comuni italiani. Sul determinante contributo dei Carabinieri genovesi si sofferma Giulio Cesare Abba ( Da Quarto al Volturno. Noterelle d’uno dei Mille, Bologna, 1925). 53 Tra queste, al sito Radio 3 (www.radio.rai.it/radio3/terzo_anello/capitani coraggiosi/ ) ho rinvenuto anche un bellissimo réportage audio, diffuso alla Rai il giorno 22/04/04, nell’ambito della serie Capitani Coraggiosi, quarta puntata e all’interno del Ciclo “Il terzo Anello”, gloriosa trasmissione culturale ancora oggi molto seguita da chi si occupa di scienza. 54 Il David fu un famoso zoologo e naturalista francese che studiò per dieci anni a Savona, divenendo sacerdote solo nel 1862; dopo alcune missioni in Cina, paese dal quale spedì una serie di oggetti variamente importanti ai musei di Parigi, (città dove morirà nel 1900),è anche ricordato per aver descritto per la prima volta il Panda. 55 Il Marchese, fondatore del Museo omonimo a Genova nel 1867, ora Civico Museo di storia Naturale, organizzò varie spedizioni prima in Iran e in Myanmar, con Odoardo Beccari, indi nel Sarawak e in altri paesi dell’Estremo Oriente, ricoprendo anche incarichi politici: fu infatti Senatore nel 1890 e sindaco di Genova nel 1891. Si dedicò particolarmente all’entomologia, e nell’ambito delle sue ricerche, ebbe modo di scoprire anche una nuova specie di canguro.A lui si deve l’attività promozionale nel campo della ricerca scientifica che seppe orientare le esplorazioni nel mondo oceanico verso un indirizzo tutto nuovo rispetto al passato in quanto rivolto a conoscerne anche le caratteristiche ambientali, fisiche ed umane. Il cenacolo genovese che si crea intorno a lui diviene perciò un punto di riferimento per le successive esplorazioni, che partendo da motivazioni economico-mercantili, si affineranno con il tempo trasformando i liguri che ne facevano parte da semplici viaggiatori a veri esploratori: con il tempo il cenacolo si arricchì dell’apporto fornito dagli studiosi che vi aderirono, capaci di imprimergli una svolta nuova. 56 Sulla figura di Enrico esiste una vastissima bibliografia ( vedasi Dizionario biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1985, voce redatta da F.Surdich), oltre che gli scritti da lui stesso lasciati. Durante

la sua vita davvero straordinaria, al servizio della Marina Militare prima e poi di quella mercantile, ebbe modo di girare il mondo come e più del cugino. Dopo un lungo periodo nel quale privilegiò le coste europee, dedicandosi anche lui a raccolte di ogni genere, si dedicò allo studio della strumentazione nautica: non dimentichiamo infatti che i suoi studi più importanti sono quelli dedicati all’arte della navigazione antica. Nel 1893, quando il nostro Luigi Maria, che pure gli era quasi coetaneo, si era già ritirato in Sardegna,egli ripercorreva il viaggio di Cristoforo Colombo con un nuovo veliero adatto alle campagne talassografiche. Negli anni 1904/1908 visitò soprattutto l’Africa: non tutti i viaggi compiuti sono stati purtroppo relazionati a dovere e quindi molto ancora si ignora sui risultati conseguiti e sui percorsi realmente seguiti. Dopo alcune esperienze di guerra, si ritirò a Montegalletto, in un castello che trasformò in Museo dedicandosi al suo hobby prediletto, la costruzione di meridiane. Morì nel 1932, lasciando al Museo le prestigiose e variegate collezioni di famiglia. Anche Enrico, infine, nutrì una grande passione per la figura di Garibaldi, presso il quale si recò in visita il 13 ottobre 1875 su un piccolo legno da diporto da lui comandato, il Violante (E.A. D’Albertis, Reminiscenze, una visita a Giuseppe Garibaldi,ottobre 1875) . 57 Il Beccari, fiorentino, compì con il D’Albertis diversi viaggi; appassionato anche dello studio di insetti e teschi, ne mandò gli esemplari al Museo Nazionale di antropologia in Firenze. Ciò fece in tempi successivi anche il D’Albertis di cui ricordiamo l’invio entro un barattolo di vetro contenente alcol , di un cranio intiero di indigeno, esemplare diretto a favorire gli studi degli antropologi che infatti poi ne descrissero ampiamente le caratteristiche. Il museo suddetto ne era già ricco ma ciò non toglie che il cranio inviato dal nostro presentasse ugualmente elementi di grande interesse. In una breve biografia dedicata da Daniele Cocuzza al Beccari, compagno di viaggi anche di Enrico, Luigi Maria viene indicato con il titolo di conte. 58 Ricordiamo che all’epoca, la Nuova.Guinea era oggetto di colonizzazione da parte degli europei: i primi erano stati gli olandesi, cui erano seguiti inglesi e tedeschi: dobbiamo anche dire che l’Italia, che in un primo momento era parsa interessata, abbandonò presto quei luoghi per rivolgersi verso la più vicina Africa. Per quanto poi attiene ad esplorazioni di carattere non più solo geografico ma anche naturalistico-zoologico, va dato merito alla Francia di aver ottenuto i primi risultati in materia. 59 Le notizie sulla sua malattia si diffondono rapidamente al punto che il Doria, dall’Italia, cerca di mandargli in aiuto la Vettor Pisani, nave della Regia Marina che si trova occasionalmente dalle sue parti, per imbarcarlo, ma egli non vuole rinunciare all’impresa. 60 Sono di questo periodo le osservazioni in merito alle differenze etnografiche tra le due popolazioni e sulle progressive assimilazioni di lingua e costumi derivanti dai conseguenti contatti. 61 In un recentissimo articolo (Maria Camilla de Palma, Uomini, sguardi, culture: Castello D’Albertis, Museo delle culture del mondo,Genova, in Etnoantropologia online, N.1/2007, pagg.96/102) l’autrice consiglia un approccio cauto e obiettivo, che presti la dovuta attenzione anche alle testimonianze meno ascoltate, quelle dei locali, oltre a quelle offerte dal D’Albertis nelle sue memorie: infatti la sua storia è “ particolarmente controversa per l’aggressività e le violenza del viaggiatore e…. per la fama che si guadagnò presso l’establishment coloniale…”. 62 Il criterio che presiedeva inizialmente gli invii era il seguente: uccelli del Paradiso al British Museum (con il quale lo metterà in contatto Gorge Bennett), a quello di Genova gli insetti, quelli di carattere etnografico a Firenze. 63 Su tali esemplari, prima del D’Albertis, le conoscenze degli europei erano veramente scarse, in dipendenza dal fatto che gli indigeni, che ne avevano il monopolio commerciale, mettevano in circolazione solo esemplari non integri. 64 Di un altro uccello già noto, la Paradisea raggiana, che aveva preso il nome dal conterraneo marchese Raggi, trova parecchi esemplari dopo un’iniziale delusione. 65 Non dimentichiamo che le critiche al personaggio furono determinate non solo dalla spregiudicatezza dei metodi adottati per la cattura degli esemplari zoologici, quanto dall’interesse venale dimostrato nella vendita degli stessi.. 66 Il Bennett era nato a Plymouth e, trasferitosi in Australia per compiere i suoi studi naturalistici, aveva conosciuto Darwin e altri importanti scienziati. 67 L.M.D’Albertis, Alla Nuova Guinea, ciò che ho visto e ciò che ho fatto,Torino, Bocca 1880, pag.235.


P E R S O N E

280

SASSARI, RICORDO DI MONS. GIOVANNI MASIA E DON LEONARDO CARBONI NEL 15° E 25° ANNIVERSARIO DELLA MORTE

MINISTRI DI DIO MAESTRI DI UOMINI di Pietro Meloni, Vescovo di Nuoro Mons. Giovanni Masia morì all’età di 96 anni il 10 novembre 1993, dopo aver servito la Chiesa di Cristo per 69 anni come sacerdote e per 57 anni come parroco di San Giuseppe a Sassari. Lo ricordiamo con commovente riconoscenza nel 15° anniversario della morte, in questo giorno 16 novembre 2008 in cui ricorre il 25° anniversario della morte di Don Leonardo Carboni, avvenuta il 16 novembre 1983 all’età di 56 anni, dopo 33 anni di sacerdozio e 32 anni di umile e zelante servizio pastorale nella Parrocchia di San Giuseppe. Gesù sacerdote ha unito la missione apostolica dei nostri due sacerdoti in questa comunità parrocchiale dedicata a San Giuseppe “Custode del Redentore” e alla protezione di “Maria Immacolata”, suscitando attraverso la generosità del loro cuore sacerdotale preziosi frutti di bontà e santità, il cui profumo il popolo credente sente fino ai nostri giorni.

Nella foto: Mons. Masia, Il secondo da sinistra seduto. Al centro Mons. Enea Selis, a destra Francesco Cossiga.


281

P E R S O N E Solenne concelebrazione della Festa Patronale presieduta da Mons. Giovanni Masia, Parroco della Chiesa di San Giuseppe

MONS. GIOVANNI MASIA Giovanni Masia nacque a Florinas il 28 novembre 1897 e Don Leonardo Carboni il 29 novembre 1927 a Bonorva. Per un mistero della Provvidenza il giovane sacerdote Don Giovanni Masia, ordinato presbitero da Mons. Cleto Cassani nel 1924, era vice parroco a Bonorva quando il parroco Don Giovanni Pirastru, futuro vescovo di Iglesias, amministrò il Sacramento del Battesimo al piccolo Leonardo Carboni nella chiesa di Maria Bambina. Era tradizione che il parroco dopo il Battesimo andasse a far visita alla famiglia nella casa del bambino, ma stranamente quel giorno Mons. Pirastru disse a Don Masia: “vai tu a fare festa nella casa di Leonardo”. Un filo misterioso legava i nostri due sacerdoti fin dalle origini. Giovannino Masia, così lo chiamava la dolcissima mamma Lucia, era il primo dei cinque fratelli maschietti che in tenerissima età erano rimasti orfani del padre, e per questo doveva dare una mano alla mamma per impastare la farina quando lei faceva il pane per far vivere la sua famigliola. Forse in quella liturgia familiare profumata di preghiera, il ragazzo cominciò a pensare che Gesù poteva affidare alle sue mani il “pane della vita”. Nell’autunno dell’anno 1911 bussò alla porta del Seminario di Sassari e per tutta la vita raccontò l’emozione provata al rivestimento del suo primo abito “ecclesiastico”. L’ Azione Cattolica fu per lui un amore a prima vista ed ebbe la gioia di partecipare al grande “Convegno di Roma” nel 1921, in ricordo del 50° anniversario della fondazione dell’ Azione Cattolica istituita da Mario Fani per infiammare i giovani alla preghiera - azione sacrificio. E tra i giovani era presente a Roma il futuro Beato Pier Giorgio Frassati; ed era presente anche mio padre Lussorio all’età di 21 anni. Anche lo Scoutismo attirava il

giovane Masia e nell’anno 1923, dopo aver fondato il “Sassari 2” sotto la protezione di San Gavino, fu tra i primi giovani sardi ad abitare sotto le tende nelle montagne del Marghine. E nel Seminario si preparava al sacerdozio sotto la guida dei Missionari Vincenziani del Padre Manzella. Giunse il giorno dell’ordinazione sacerdotale il 3 agosto 1924. Chi potrà mai sapere perché l’ Arcivescovo Mons. Cleto Cassani scelse la Parrocchia di San Giuseppe per l’imposizione delle mani su Don Giovanni Masia? Sì, proprio in questa chiesa lui divenne sacerdote 84 anni fa, consacrato dal Vescovo che dieci anni prima lo aveva scelto come “chierichetto” per l’ordinazione episcopale di Mons. Giovanni Maria Sanna, Vescovo di Ampurias e Tempio - nella chiesa di Santa Maria di Betlem. Il Vescovo inviò il novello sacerdote come vice-parroro a Bonorva, dove il 6 settembre fu accolto alla stazione ferroviaria da Mons. Giovanni Pirastru accompagnato da 24 seminaristi “maggiori” nativi del paese. Il parroco lo presentò alla gente dicendo: “È arrivato un giovane prete: approfittatene per una bella confessione!”. “Io voglio confessarmi per primo!”, disse un ragazzino bonorvese di 14 anni che si chiamava Enea Selis: e Don Enea nel 1938 fu ordinato sacerdote proprio nella chiesa di San Giuseppe a Sassari e il 19 marzo 1964 in questa stessa chiesa Mons. Enea Selis fu consacrato vescovo. Don Masia diventò poi Dottore in Teologia e rimase a Bonorva fino al 1927, anno in cui il nuovo arcivescovo Mons. Arcangelo Mazzotti lo volle animatore nel Seminario e nell’annesso Convitto per gli Studenti. Il parroco Mons. Pirastru riuscì a strappare al Vescovo il permesso perché il suo ex vice-parroco potesse recarsi almeno il sabato e la domenica nella parrocchia di Bonorva, ma durante la settimana Dottor Masia doveva accompagnare i ragazzi del Seminario, guidare i giovani dell’Associazione Studentesca “Silvio Pellico”, insegnare Religione al Ginnasio “Domenico Alberto Azuni”, assistere come cappellano i malati del “Policlinico Sassarese” e … nelle ore libere recarsi a visitare le famiglie disperse nella regione della Nurra. Il 15 agosto 1934 Dottor Masia fu presente a Ploaghe all’ordina-


P E R S O N E

282

zione sacerdotale del futuro vescovo Francesco Spanedda. Poi un giorno dell’anno 1936 Mons. Mazzotti lo chiamò e gli disse: “Hai mai pensato di diventare parroco?”. “No - fu la risposta - non credo di esserne degno”. “Allora - disse l’arcivescovo - preparati a prender possesso della Parrocchia di San Giuseppe l’8 dicembre!”. Alcuni avvenimenti avevano un po’ allontanato la gente dalla Chiesa e Dottor Masia pensò di preparare personalmente il suo ingresso con la “Novena dell’ Immacolata”. Il giorno dell’ Immacolata si snodò dall’ Ospedale Civile di Piazza Fiume un corteo ininterrotto fino alla chiesa di San Giuseppe; il Vescovo presentò il nuovo parroco: “È il sacerdote che fa per voi. Alcune donne sono venute a lamentarsi perché dicono che Dottor Masia si cura maggiormente degli uomini. Sia ringraziato il Signore che fra tanti preti che si occupano della gioventù femminile, uno si curerà della gioventù maschile”. Dottor Masia divenne più tardi l’ Assistente Diocesano dei Giovani dell’ Azione Cattolica e poi anche l’ Assistente Regionale, e fu il fondatore a Sassari del “Centro Sportivo Italiano”. I 57 anni del suo servizio come parroco di San Giuseppe sono nella memoria di tutti: amo-

re alla Liturgia, cura delle Vocazioni, servizio all’ Azione Cattolica, direzione spirituale dei giovani, celebrazione solenne delle feste a partire dall’ Immacolata, San Giuseppe e il Sacro Cuore, annuali “Quaresimali” con predicatori di grido, gli Esercizi Spirituali … e i tempi forti del Natale e della Pasqua sempre echeggianti di “osanna” e “alleluia”. E grande fu la sua gioia nel giorno della mia ordinazione sacerdotale per l’imposizione delle mani dell’amatissimo Mons. Paolo Carta il 28 giugno 1968, una gioia condivisa in questa chiesa di San Giuseppe con Don Leonardo Carboni, Don Giovanni Maria Usai e Don Sebastiano Era, suo valente e degno successore nella guida pastorale della Parrocchia. Un episodio gustoso amava raccontare Mons. Masia. Nella sua sorridente ironia aveva detto un giorno alla mamma Lucia che leggeva la vita di Mamma Margherita: “Biada cussa mama! Già no’ sese tue comente sa mama ‘e Don Bosco”. E la signora Lucia rispose: “E tue già no’ sese comente su fizu…”. Ma noi sappiamo che la Parrocchia di San Giuseppe e tutta la città di Sassari crebbe alla scuola di Mons. Giovanni Masia. E una bambina nei giorni della sua agonia gli scrisse: “Tu mi piaci perché sei il buon pastore”.

DON LEONARDO CARBONI Nel 1950 un giorno del mese di luglio Mons. Masia aprì il giornale e vide una bella notizia: il 16 luglio, Festa della Madonna del Carmelo nella chiesa del Carmelo a Sassari, è stato ordinato sacerdote un giovane di Bonorva: Don Leonardo Carboni. La sua “Prima Messa” nella chiesa Parrocchiale di Bonorva il 23 luglio è stata una festa di popolo, ravvivata dalla “Corale” che il diacono Don Leonardo aveva personalmente preparato per cantare la “Missa Pontificalis” di Lorenzo Perosi. Mons. Masia corse da Mons. Arcangelo Mazzotti, con il quale aveva una certa familiarità, e gli disse: “Quel sacerdote lo vorrei io a San Giuseppe”. “Lo so io dove mandare i sacerdoti!”, fu la risposta del vescovo; e lasciò Don Leonardo per qualche tempo a Bonorva tra i suoi giovani, poi lo inviò alla Parrocchia di San Sisto, ma un anno dopo il desiderio di Mons. Masia fu esaudito: nel mese di ottobre 1951 Don Leonardo Carboni divenne vice-parroco di San Giuseppe. Noi giovani - io avevo allora 16 anni - continuammo a voler bene a Mons. Masia, come anche Dottor Giovanni Arghittu e agli altri sacerdoti, ma al vedere che Don Leonardo Carboni stava tutto il giorno con noi e portava un soffio di nuovo entusiasmo, ci sentivamo al settimo cielo. E non

solo i giovani, ma l’intera comunità si accorgeva che quel nuovo sacerdote aveva un cuore grande e voleva bene a tutti, perché voleva bene a Dio. La sua preghiera a Gesù Sacerdote nell’omelia della Prima Messa era una solenne promessa: “Grazie, o Gesù … per il dono della vocazione e per la perseveranza in essa; per il dolore, di cui Tu hai voluto che la mia vita fosse tutta permeata. Me lo facesti


283

conoscere all’età di tre anni, quando nel misterioso disegno del tuo amore mi privavi del caro babbo … il dolore è fonte di amore e pegno di fedeltà … Fammi vivere questo sacerdozio con amore, con disinteresse, con dolore … Grazie a Te, Vergine Immacolata, dolce Maria Bambina, Tu mi hai sorretto, mi hai condotto all’ Altare. Grazie!... Grazie, o babbo!... Grazie a te, o mamma … Tu hai speso i tuoi giorni nella fatica e nel dolore, umile, silenziosa, donata alla missione che la Provvidenza ti ha affidata … Grazie a te, sorella carissima, che hai condiviso con me il pane del dolore … O Gesù, fa’ che i tuoi sacerdoti siano veri Angeli per il tuo popolo”. Don Leonardo Carboni è stato veramente un Angelo custode per i bambini, i giovani, i fedeli. Un angelo silenzioso e umile, un padre, un fratello, un amico. La sua vita era un canto di lode al Signore e un canto d’amore ai fratelli. Sì, la chiesa di San Giuseppe ha sentito risuonare il canto e la musica, segno visibile di fede e di comunione, guidata dalla sua “bacchetta” veramente “magica”, che poneva il suo impareggiabile talento artistico al servizio della preghiera. San Pio X - accanto a Santa Cecilia - fu il patrono della nuova “Corale” fondata nel 1961, perché quel Papa povero, nella sua sapienza e nella sua umiltà, aveva intuito che la musica sacra era la più alta ed efficace evangelizzazione del popolo. I “Pueri Cantores” furono il suo grande amore: nel “Congresso di Parigi” nell’anno 1956, nel “Congresso di Lourdes” nel 1958 “centenario” dell’apparizione della Madonna a Santa Bernardetta, in tutti gli incontri nazionali e internazionali, le voci dei ragazzi di San Giuseppe risuonavano all’unisono con le voci dei ragazzi di tutto il mondo. Moltissimi ragazzi e ragazze della Gioventù Maschile del “Sacro Cuore” e della Gioventù Femminile hanno coltivato la passione per il canto sacro ed anche folkloristico alla Scuola del “Maestro Carboni”. E in Don Leonardo la crescente debolezza della vista acuì la finezza del suo “orecchio musicale”, fino a fargli percepire ogni sfumatura delle note dei suoi cantori ed a esigere quindi da loro il massimo impegno nella preghiera del canto. I 32 anni della presenza apostolica di Don Leonardo a San Giuseppe, durante i quali la Chiesa gli affidò molteplici altri compiti pastorali, sono costellati da una miriade di attività al servizio della liturgia, della cultura, dell’arte, dello sport, del turismo, dei quali sono segno la gloriosa squadra “Fortitudo” e il Gruppo Turistico Giovanile “Primavera”. La sua speciale predilezione era per la gioventù, alla

P E R S O N E

quale donava il suo cuore e le sue energie, e “i tesori della sua povertà”: non ha mai tenuto niente per sé, ma tutto metteva in comune per il bene delle persone e delle famiglie. Mamma Francesca, con la sorella Maria fino alla tragica morte e con la affezionatissima zia Raffaela, attendevano con pazienza la sera il suo rientro dalla sede dei giovani, con i quali si tratteneva amabilmente fino alle ore più piccole. E la sua umilissima casa era sempre aperta a tutti, tranne nei momenti in cui l’antica tristezza gli faceva preferire un po’ di pensosa solitudine. E pensava allora al suo purissimo “angelo custode”, che era la zia Suor Maddalena, monaca clarissa cappuccina di Santa Veronica Giuliani a Mercatello. “Ho creduto anche quando ho detto: sono troppo amareggiato” era il suo salmo prediletto. Ha creduto e ha amato. Ha felicemente esultato nel giorno della mia ordinazione episcopale il 10 settembre 1983 nel Palazzetto dello Sport. E ha sempre collaborato fedelmente nell’azione pastorale con Mons. Giovanni Masia, Don Sebastiano Era, Don Antonio Loriga, con i Vescovi e con tutti i sacerdoti. Le giornate dell’anno trascorrevano per Don Leonardo nella fatica senza fine, ma l’estate era il suo miraggio, il tempo più atteso, la stagione più bella per l’educazione della gioventù. Campi- Scuola anche vicino al mare che cominciava ad essere di moda, ma Campi-Scuola soprattutto sulle montagne che elevano l’animo al Signore dei Cieli. Sa Fraigada, la grande scoperta e la grande passione, il santuario della natura che ha visto migliaia di giovani in preghiera nella più sana e perfetta letizia. La “tenda”, solo la tenda, era la casa di Don Leonardo, dai primi Anni ‘50 fino alla morte. E il suo sogno si realizzò: l’ Eremo “San Francesco”, con la ricostruzione della “Casa Forestale” prima, e poi con l’edificazione della chiesetta alpestre, autentico gioiello della fede e dell’arte. La “pietra” che raccogliemmo ad Assisi sul Monte Subasio nell’anno 1976, nel 750° anniversario della morte di San Francesco, sta ancora lì alla soglia della chiesetta, a ricordare - come Don Leonardo scrisse nella pergamena - che “frate Francesco e sorella Chiara , frate Sole e sorella Luna, simbolo di Fede e di Amore” sono “il fondamento della Chiesa viva, sempre vivificata dallo Spirito, per l’annuncio del Regno e l’edificazione del Cristo”. A Sassari una “via” ricorda Mons. Giovanni Masia ed un’altra “via” ricorda Don Leonardo Carboni. “Erano veramente maestri fedeli della gente - ha detto di loro l’arcivescovo Mons. Salvatore Isgrò - erano amici dei giovani e trasparenti testimoni della bontà”. + Pietro Meloni


S P O R T

284

Tempio dei

Centauri TEMPIO, MOTOCROSS OVVERO SPORT, SPETTACOLO, VITTORIE di Giuseppe Cancedda


285

S P O R T

Gian Mario Asole, campione sardo 2008 delle 125 e 250 Foto di Luciano Zanda


La scuderia Rena Majore Corse nel 1972: da sinistra Giovanni Spano, Angelo Accogli, Vannino Musselli, Salvatore Spano, Mario Musselli

Si cominciò a gareggiare nelle feste di paese e il motocross fece la sua apparizione, con crescente successo, a Santa Teresa di Gallura, a Giave (dove fu la grande attrazione, nel 1970, della locale sagra patronale), a Calangianus, Aggius e in altri paesi dell'hinterland di Tempio.

È

stato un gruppo di appassionati “centauri” tempiesi, negli Anni 60, a importare in Sardegna, con spirito pionieristico, quella che può essere considerata, a ragione, la più spettacolare ed emozionante delle specialità motoristiche: il motocross. Le prime gare, non ancora ufficiali, corse nella primavera del 1968 in una pista improvvisata tra gli alberi della Pineta San Lorenzo, a monte del frequentato viale della Fonte Nuova, suscitarono immediatamente l'entusiasmo di un pubblico, divenuto in poco tempo più numeroso di quello che seguiva gli incontri di calcio dei galletti locali. All'esordio, gli spericolati praticanti del nuovo e appassionante sport non disponevano nemmeno di moto idonee, in grado di resistere ai salti e alle sollecitazioni di percorsi molto accidentati, ma adattavano alle gare, rinforzando

le sospensioni e montando ruote con raggi più robusti, i normali mezzi concepiti per circolare su strada. Il più dotato centauro del tempo, Vannino Musselli, oggi titolare della più grande e moderna autocarrozzeria della Sardegna e non solo, divenuto ben presto l'idolo di molti giovani, per partecipare alle nuove competizioni trasformò personalmente una vecchia moto “Morini”, che gli permise di tagliare il traguardo ripetutamente per primo. Per gareggiare indossava una normale tuta da meccanico, poco adatta per il motocross, che per il suo colore gli aveva procurato l'appellativo di “Diavolo rosso”. Oggi l'abbigliamento di gara comprende robusti pantaloni e guanti in pelle, idonei stivali protettivi (nelle curve più impegnative ci si aiuta spesso strisciando un piede), casco integrale con mascherina antipolvere e una pettorina rigida


287

S P O R T

Dall’alto, in senso orario

Vannino Musselli dopo una vittoria; Vannino Musselli, “il Numero Uno”; Campionato Italiano Gimkana 16.6.1969, Milano; per riparare il busto da eventuali colpi e anche dai sassi che vengono normalmente fatti volare, durante le corse, dalle moto che precedono. Per il lancio delle nuove gare fece attivamente la sua parte Gavino Asole (lo fiancheggiava il fratello Michele), la cui seconda generazione, formata non solo dai propri figli, ma anche da quelli del fratello maggiore, Marieddhu (appassionato invece della sua bicicletta, sulla quale ancora pedala per gli spostamenti in città), ha dato al Moto Club “Città di Tempio”, nelle stagioni seguenti, molti pluricampioni sardi soprattutto nella classe 125 cc, che è stata sempre la più tecnica e anche la più prestigiosa. Erano inoltre i tempi dei fratelli Salvatore e Giovanni Spano, at-

tuale comandante del distaccamento di Tempio dei Vigili del Fuoco, del compianto Battista Sanna, ricordato specialmente per l'abilità con cui riusciva a riparare sul posto i danni alla sua moto, dopo una caduta, servendosi semplicemente di un rotolo di fil di ferro e dell'irriducibile Osvaldo Cugini, calangianese come Giovanni Pes (arrivato alla conquiosta del titolo regionale nella classe 50 cc), che contro Musselli la spuntò tuttavia solo una volta, dopo che il campione tempiese fu coinvolto in una rovinosa caduta durante le prove cronometrate, prima di una prova di campionato corsa sulla pista di San Giorgio. Si cominciò a gareggiare nelle feste di paese e il motocross fece la sua apparizione, con crescente successo, a San-


S P O R T

288

Le gare di motocross richiedono normalmente sei o sette ore di tempo, perché al mattino vengono effettuate le prove cronometrate, valide per le qualificazioni, mentre la corsa, in due diverse manche di 20 minuti, più altri due giri, si svolge sempre nel primo pomeriggio.

Da sinistra: Antonio Fadda (n.5), Giuseppe Asole (n.3), Gianni Asole (n.2), tutti piu volte campioni sardi (14 titoli in 3). ta Teresa di Gallura, a Giave (dove fu la grande attrazione, nel 1970, della locale sagra patronale), a Calangianus, Aggius e in altri paesi dell'hinterland di Tempio. Alla fine degli Anni 60, si cominciarono ad organizzare i primi campionati sardi, che nel 1968 videro la prima affermazione di Vannino Musselli, che conservò poi il prestigioso titolo fino al 1975, nell'ultimo anno con i colori della scuderia Maffei di Olbia. In quegli anni brillarono, assieme a Vannino Musselli, molti altri talenti locali. Gavino Asole, Nicolino “Micialina” Biancareddu, Nando Fraschini, Angelo Accogli, Mario Musselli, tutt' è quattro titolari, attualmente, di note officine meccaniche, l'aggese Domenico “Settepolmoni” Peru, poi datosi con successo al calcio con la maglia azzurra del Tempio, Isidoro Mundula, oggi bancario, Tino Carta, divenuto insegnante di educazione fisica e rimasto nello sport, ma come presidente del Comitato provinciale della Fe-

derazione Italiana Gioco Calcio, Antonello Demuro, che lavora invece come rappresentante di commercio. Tutti questi “centauri” poterono fregiarsi, alcuni per più anni e in due diverse classi, 50, 125 e 250 cc, del titolo di campioni sardi. Negli Anni 80 e 90, invece, si misero in luce Antonio Fadda, Giuseppe Asole e i suoi cugini Francesco e Gianni Asole, la cui dinastia si è conclusa (è il caso di dire “per il momento”) con Gian Mario Asole, che non sembra ancora disposto, infatti, a smontare dalla moto. E' lui, infatti, il campione 2008 in carica, sia nella classe 125 che nella 250 cc e sembra più che mai deciso a puntare alla riconferma per quest'anno. Scesero in pista, in quegli anni, anche Vittorio Musselli ( che divenne campione nella classe minore, quando ancora, seduto sul sellino della sua moto non arrivava a mettere i piedi per terra e il suo equilibrio era forzatamente instabile). Ci arrivava e come, invece, Ivan Cancedda, un “lungagnone” alto un metro e 85, che gareggiò prima nella classe 50 e poi nella 125 cc, spinto da una grande passione per i motori. Per dimostrarlo basti ricordare che era capace di smontare e rimontare il carburatore della suo “cinquantino”, con gli occhi bendati, in appena 30 secondi, mettendo i vari pezzi in una bacinella per averli a portata di mano. Dei concorrenti degli Anni 2000 meritano di essere ricordati, infine, Massimo Onida, Emanuele Fadda, fratello minore di Antonio, entrambi figli di Carlo, appassionato ed esperto direttore di gara (qualifica ufficiale, equivalente a quella di arbitro nel gioco del calcio), che ha fatto molto, in seguito anche come presidente, per tenere in piedi il Moto club cittadino. A livello nazionale, dopo Musselli nei primi anni e qualche partecipazione di altri in epoca più recente, si sta invece facendo strada Antonio Tiveddu, un giovane di padre tempiese e madre calangianese, trasferitosi per lavoro nella penisola, dove ha continuato a gareggiare, crescendo notevolmente, tanto che quest'anno parteciperà ai mondiali della specialità. I migliori specialisti tempiesi, dopo i primi anni, ebbero come rivali gli arzachenesi Mondo e Nando Casula, Giuseppe Baffigo, Giuseppe Muzzu e Fulvio Quintini, pe-


Antonio Fadda (n.5) alla corda

Nell'estate del 1972, nell'ambito del motocross cittadino, nacque la prima scuderia organizzata, grazie a un contributo di due milioni di lire concesso dall'Immobiliare Rena Majore. rito in giovane età in un incidente stradale; gli olbiesi Mario Guddelmoni, Sebastiano Pilotti, Gianni Piredda (che ingaggiò memorabili duelli con Antonio Fadda, forse inferiore per tecnica, ma dotato di una rilevante potenza e di un'eccezionale grinta, che gli consentirono di vincere il campionato per più anni), Silverio Fresi, Giuseppe Bianco e, più recentemente, Fabio Giua, un altro centauro molto promettente. Vanno poi tenuti a mente i concorrenti sassaresi Carletto Carboni e Carlo Sciarra, come pure Totò Sechi, di Porto Torres, scomparso anche lui in uno fatale incidente automobilistico. Al suo nome è infatti dedicata la pista locale. A proposito di incidenti, va sottolineato il fatto che nelle gare di motocross sono rarissimi gli incidenti mortali: due anni fa, ne accadde uno proprio a Tempio, sulla pista del “Sergio Bruschi”, in cui perse la vita Federico Pinna, un concorrente campidanese: durante un salto, gli si spense il motore della sua Honda che si bloccò appena toccato terra; lo sfortunato giovane non si spostò in tempo e venne così in-

vestito in pieno dalla moto che sopraggiungeva alle sue spalle, il cui pilota, ormai in volo, non poté fare alcunché per evitare un tremendo scontro. Una fatalità, perché nei normali incidenti di gara, a causa della velocità ridotta sui tortuosi percorsi, al massimo si è verificata, qualche frattura in quasi mezzo secolo di attività agonistica. Le gare di motocross richiedono normalmente sei o sette ore di tempo, perché al mattino vengono effettuate le prove cronometrate, valide per le qualificazioni, mentre la corsa, in due diverse manche di 20 minuti, più altri due giri, si svolge sempre nel primo pomeriggio. Un tempo la vittoria andava al concorrente che nelle due frazioni poteva sommare i migliori piazzamenti: in caso di parità per numero di punti, valeva la discriminante del miglior tempo. Era dunque sufficiente non classificarsi in una manche, per incidente o squalifica, per compromettere l'intera prova. Da alcuni anni, invece, si ottengono distinti punteggi per ciascuna delle due manche disputate, per cui i campionati risultano meno condizionati dalla fortuna.


S P O R T

290 A sinistra, Ivan “Cianky” Cancedda

La giornata all'aperto era anche l'occasione per consumare un bel pranzo al sacco in compagnia di familiari e amici e le tavolate allestite alla meglio sul prato risultavano normalmente piuttosto ricche di cibo, se è vero com'è vero che Carlio Fadda, un omone di buon appetito, in uno di questi sontuosi pic-nic si meritò il nomignolo di Carlo “Tre Polli”, rimastogli ancora incollato. Prima di Fadda hanno presieduto il Motoclub l'ingegner Giovanni Demuro (che ne è stato il fondatore, nel 1961), il dottor Elio Pittalis, Sergio Bruschi (al cui nome venne intitolato il nuovo crossodromo comunale), Mario Polidoro, il dottor Luigi Cecchini (che cercò con successo di strappare molti giovani dalla strada e di avviarli al motocross, istituendo un'apposita scuola per minicrossisti), al quale succedette Gavino Asole. Fu lui, negli Anni 90, a passare la mano al “compare” Carlo Fadda, tuttora presidente del glorioso Moto Club “Città di Tempio”, la cui matricola, assegnatagli al momento della sua affiliazione dalla Federazione motociclistica italiana, porta il numero 227. Una cifra che dimostra l'anzianità del sodalizio, considerato che i Moto Club nati ultimamente portano un numero superiore al 3600. Nell'estate del 1972, nell'ambito del motocross cittadino, nacque la prima scuderia organizzata, grazie a un contributo di due milioni di lire concesso dall'Immobiliare Rena Majore. Vennero acquistate due nuove moto che, assieme

a un Huvsquarna e ad altre due fornite dalla Gori (di cui era titolare un meccanico toscano molto amico del compianto Giovanni Accogli) permisero di schierare un concorrente per classe: Angelo Accogli nella 50 cc., Vannino Musselli nelle 125, Giovanni Spano nelle 175 e Salvatore Spano e Mario Musselli nelle “quarto di litro”. Oltre che per le efficienti moto, la “Rena Majore corse” si distingueva per le sue belle maglie bianche, bordate con una fascia rossa e verde e con il nome della scuderia sul petto, non stampato, ma elegantemente ricamato. Le maglie, realizzate da una ditta specializzata di Milano, venivano guardate con una certa invidia dagli altri concorrenti, che a poco a poco, però, riuscirono a procurarsi anch'essi delle magliette più decorose di quelle messe inizialmente a loro disposizione dagli sponsor. Musselli e compagni suscitarono invece l'ammirazione delle autorità locali e di tutti gli invitati alla cerimonia inaugurale del Villaggio turistico Rena Majore, salendo in sella alle loro moto, dalla strada a monte, sul palco preparato nella piazzetta per l'esibizione di un complesso musicale e da qui volando in mezzo alla gente, radunata per festeggiare l'avvenimento. Dopo quella provvisoria della Pineta San Lorenzo, la prima vera pista in cui si gareggiò, a Tempio, venne tracciata nelle alture di San Giorgio, tra i saliscendi e i massi di granito (bellissime tribune naturali) che ne caratterizzavano pericolosamente il percorso. Per fortuna il pubblico era tenuto a debita distanza da una robusta rete metallica, come nei campi di calcio. Un paio d'anni dopo, in seguito alle proteste del vecchio pastore che nella “tanca” di San Giorgio pascolava il proprio gregge di pecore, venne realizzato il crossodromo comunale cui fu dato il nome di Sergio Bruschi, attivo ma sfortunato presidente del Moto Club tempiese, deceduto l'anno prima. Un bella struttura permanente, realizzata dal Comune, con tribunette per i cronometristi, servizi igienici per il pubblico e i concor-


S P O R T

292

Giaovanni Asole, più volte campione sardo Foto di Luciano Zanda

renti, un idoneo impianto di irrigazione per eliminare la polvere, durante l'estate e, soprattutto, con una serie di salti che rendevano le gare molto spettacolari. Il maggior numero di fans, anche in campo femminile, poteva vantarlo Vannino Musselli, che dopo aver interrotto l'attività agonistica per i molti impegni di lavoro, il motocross ha continuato a seguirlo da grande intenditore, dando consigli alle giovani leve, che a Tempio hanno sempre avuto degli ottimi tecnici. Per Musselli è stato forse un dispiacere quando il figlio Vittorio, che da ragazzino vinse un campionato nella clas-

se 50, aggiudicandosi poi il prestigioso Trofeo Demuro, la cui prima edizione andò al padre, decise di smettere con le moto, per passare ultimamente, con maggior successo, ai rally automobilistici. Recentemente, Vittorio ha fatto al padre una graditissima sorpresa: recuperata in soffitta la vecchia “Gori” 125 con cui aveva conquistato più titoli sardi, ormai arruginita, l'ha fatta rimettere completamente a nuovo da Gavino Asole, che in questi lavori di recupero è un autentico mago, sistemandola poi nell'ufficio in cui Vannino Musselli svolge la propria attività, quando non segue, in officina, il la-


293

S P O R T

La pista di S.Giorgio anni 70 con le tribune naturali sempre affollate

Il maggior numero di fans, anche in campo femminile, poteva vantarlo Vannino Musselli, che dopo aver interrotto l'attività agonistica per i molti impegni di lavoro, il motocross ha continuato a seguirlo da grande intenditore. voro dei suoi dipendenti. La vecchia moto, ritornata a splendere, è divenuta una vera attrazione per i clienti dell' autocarrozzeria e può essere ormai considerata quasi un monumento al motocross. Da qualche anno, purtroppo, si deve però constatare che lo spettacolare sport diffuso dai tempiesi in tutta l'isola ha visto ridursi il numero dei praticanti. I costi per l'acquisto e la gestione di una moto da competizione, che consuma due gomme per gara e deve disporre almeno di un secondo motore da tenere di scorta, sono arrivati al prezzo d'acquisto di un'auto, diventando difficilmente sostenibili da parte di chi non può contare (e sono i più) sul sostegno finanziario di un Moto club danaroso o di un ge-

neroso sponsor. E in un territorio come quello dell'Alta Gallura, la cui economia versa ormai in una situazione di sofferenza, la cosa diventa sempre più difficile, tanto che alla ribalta cominciano ad affacciarsi centauri di zone più ricche, in grado di procurarsi moto migliori. La classe non è acqua, tuttavia, tanto che i portacolori del Moto club cittadino, unendo all'esperienza una buona preparazione fisica in palestra, continuano a primeggiare su tutte le piste. La più recente conferma viene da Gian Mario Asole, che nel campionato sardo del 2008 ha conquistato due titoli, risultando primo sia nella classifica delle 125 che in quella delle 250 cc, primato che sembra deciso a difendere anche nella presente stagione. G.Cancedda


A N T R O P O L O G I A

294

totale delle anime» – che, sempre secondo Casalis/Angius, nella prima metà del XIX secolo «è di 1850». Ovvia, quindi, la considerazione fatta da chi si è già occupato della storia del paese che «il numero di 40 fanciulli frequentanti (...) sembra errato» (Baltolu, p.155), giacché il censimento si riferisce a tutto il Comune, vale a dire al totale dei residenti in paese, negli “stazzi” costruiti nelle “cussorgie”, e sparsi in un territorio che si estende dalla Valle del Coghinas alla Torre di Vignola, lungo il litorale marino, e, all’interno, dai salti che dal centro abitato si dirigono verso il comune di Tempio, in direzione Nord-Est, e i comuni di Bortigiadas e Sedini, a Sud-Ovest. Un territorio che, oltre alla presenza di molte “capanne” disseminate nelle zone più impervie, inizia a conoscere i primi agglomerati rurali: Bonaìta, Badesi, Agultu (Trinità), Viddaeccia (Viddalba), Muntiggjoni, Azzaculta, ecc... Se mettiamo da parte questi aspetti di geografia antropica e proviamo a verificare la consistenza numerica dei residenti nella Villa d’Agios e le modalità con cui si è svolta l’indagine in quel tempo, forse ci rendiamo conto che l’informazione riportata dal “Dizionario geografico...” è più attendibile di quanto possa sembrare: - prima di tutto la natura stessa dell’istruzione impartita in quel periodo: i frequentanti la “scuola normale” non erano soltanto i fanciulli ma anche ragazzi di 10, 11 e 12 anni, oltre che giovani e adulti, soprattutto nelle “scuole festive” con un’attività didattica di poche ore per settimana, e in ogni modo dopo le attività lavorative. Era una scuola improntata sui rudimenti dell’“alfabetizzazione”, ossia nel semplice apprendimento della lettura, della scrittura e del calcolo aritmetico di base, perché ciò che soprattutto contava era “saper scrivere il proprio nome”. Chi sapeva apporre la propria firma e pagava il censo aveva diritto alla carriera militare, alla nomina nelle cariche di pubblico servizio e al voto; - in secondo luogo, il sistema della ricerca affrontata dall’Angius per avere informazioni dai villaggi della Sardegna presta il fianco ad interpretazioni non troppo meditate: quando padre Vittorio Angius ricevette da Torino l’invito dall’abate Goffredo Casalis, pensò bene di non muoversi da Cagliari se non per lo stretto necessario (su sua ammissione, vol. 5° p. 267, si è recato il Gallura solo nel 1837 e 38). Quasi tutto il suo tempo è stato dedicato all’approfondimento degli studi sulla storia sociale ed economi-

ca della Sardegna; questo ha comportato l’affido ai vescovi, ai sacerdoti, agli intendenti, agli intellettuali e ai sindaci dell’isola, del compito di comunicargli quanto necessario dai loro luoghi di residenza. Per avere un criterio omogeneo accompagnò questa sua richiesta con degli scritti indicanti, secondo le necessità del caso, quanto era utile riferire: numero dei residenti, economia e storia locale, consistenza del clero, costumi, feste ed altri dati, tra i quali le notizie sulla scuola e sugli uomini illustri del villaggio. Ad Aggius, come in altri centri minori dell’isola, le autorità comunali non fecero alcun distinguo nel compilare il questionario e, con molta probabilità, inviarono la risposta all’Angius senza badare troppo all’età degli alunni includendo anche gli scolari della “scuola festiva”, seguita dai ragazzi durante le pause lavorative e attiva solo per brevi periodi, nel numero totale dei frequentanti la scuola normale; - in terzo luogo, sulla base dei dati stessi forniti dagli autori del “Dizionario geografico” è possibile dedurre il numero delle famiglie del centro di Aggius nel 1833: dei 452 fuochi registrati nel comune 200 erano fissi nel centro maggiore; questo significa che ogni “fuoco” (famiglia) era formato mediamente da quattro persone e un quarto (dato dedotto dal totale dei residenti), quindi otto- novecento persone presenti nella “Villa d’Agios”, che suddivisi per fasce d’età, corrispondono a non meno di 200 giovani da 0 a 20 anni (considerato che la vita media, indicata dalle autorità comunali di quel periodo, non superava i sessanta anni). Più che valida, date le considerazioni prima espresse, l’attendibilità dei 40 alunni frequentanti la scuola (alunni, non fanciulli, è bene specificarlo, in età compresa fra i 6 e i 12 anni); - in quarto luogo, sempre prendendo in considerazione i dati riportati nel “Dizionario geografico, qualora non si fosse ancora convinti della validità del ragionamento prima effettuato, è bene ricordare che, in quel periodo, nel comune di Aggius ogni anno nascevano mediamente 56 bambini; per malattie varie ne morivano 35; ne sopravvivevano 21. Sulla base dei dati riportati, almeno la metà risiedeva ad Aggius. Considerato che, allora, la classe non era formata da alunni coetanei ma di diversa età, è facile intuire come il numero di 40 scolari sia stato raggiungibile senza difficoltà; - per concludere, l’alto numero di frequenza degli alunni

LE.PO.GI. S.N.C.

INGROSSO MATERIALI ELETTRICI ILLUMINOTECNICA INTERNI-ESTERNI

TEMPIO

Via Sassari, 4 - TEl. 079/630689

AGGIUS

Zona Industriale - Tel. 079/620356


295

S T O R I A

Milites Templi in sardegna Cavalieri di San Giovanni (The History of Costume by Braun & Schneider - c. 1861 - 1880)

TRA MITO E STORIA di Stefano Castello


S T O R I A

296

In questi ultimi anni la letteratura sull’argomento ha dato ampio spazio ad una produzione parastorica e pseudostorica di testi, tale da sorprendere, affascinare, ma anche disorientare il vasto pubblico...

S

e la storia antica della Sardegna ci regala ancora oggi nuove emozioni, dovute alle scoperte archeologiche ma soprattutto ad una più attenta rilettura dei monumenti e delle fonti documentali, la storia del Medioevo giudicale sardo non è da meno. E se non fosse per i documenti che giacciono ancora oggi “ben conservati” nei ripostigli di qualche archivio pubblico o privato, “dimenticati” o piuttosto tenuti “al riparo” dalla vista dei curiosi di scienza, probabilmente già da parecchi decenni avremo potuto arricchire il nostro bagaglio di conoscenze ed apprezzare meglio un periodo affascinante della storia della nostra isola1. Il motivo della scarsa conoscenza, anche a livello popolare, di avvenimenti che riguardano il Medioevo giudicale sardo – un periodo ancora oggi ritenuto a torto buio ed oscuro – è dovuto probabilmente alla poca attenzione da parte degli enti di ricerca ad attivare canali di studio per approfondire le tematiche ancora assai lacunose, in modo da recuperare i tanti documenti inediti ancora dispersi nei vari archivi nazionali ed europei, e quindi promuovere un programma di attività di studio ed attivare strumenti per la divulgazione a livello popolare dei dati finora raccolti. Forse anche per tale motivo, nonostante l’impegno di pochi studiosi, ricercatori ed archeologi che si occupano di Storia della Sardegna giudicale e della cultura Mediterranea, le vicende legate alla presenza degli Ordini equestri ed ospedalieri nei Regni giudicali sardi, pur essendo note da più mezzo secolo2, sono ancora oggi poco studiate ed analizzate. E anche se tanto si è fatto a livello europeo, ancora notevole è la carenza della storiografia che riguarda il tema dell’architettura assistenziale ed ospedaliera nel Medioevo, soprattutto di quella italiana3; né risultano essere disponibili repertori che scaturiscano da ricerche su scala territoriale locale. E se da una parte, le difficoltà che si incontrano nel-

l’affrontare un filone di ricerca vanno dalla penuria delle fonti, alla consapevolezza dell’esistenza di fonti non disponibili a tutti, ed ancor di più alle difficoltà sorte dalla cattiva interpretazione di quelle disponibili. Dall’altra, il fenomeno dell’interesse con cui alcune persone – del tutto prive di metodo, di preparazione e di strumenti di lavoro – fingono o credono d’indagare sulla storia degli Ordini equestri medioevali sardi, è diventato ormai così imponente, tanto che in questi ultimi anni la letteratura sull’argomento ha dato ampio spazio ad una produzione parastorica e pseudostorica di testi, tale da sorprendere, affascinare, ma anche disorientare il vasto pubblico dei fruitori della divulgazione, anche quando si tratta di studiosi di “cose storiche”, abbastanza colti ed attenti. Un eminente studioso del passato, Luigi Cibrario, nella sua “Descrizione storica degli Ordini cavallereschi”, scriveva: “… V’è poi quella plebe di scrittori che si potrebbero a un certo modo chiamare i retori della storia, i quali, non contenti di copiare e seguitar ciecamente un solo autore, aggiungono, onde porvi qualche cosa del proprio, a’ suoi errori e deliramenti, anche i proprii, caricando colori, ed amplificando, senza arretrasi innanzi a qualsivoglia assurdità … Né sono più degni di attenzione quegli scrittori dabbene, i quali stabiliscono in astratto certi canoni d’arte critica …”4. Di nostro potremo aggiungere che tutto ciò che ci avviene di leggere in certi libri o articoli di riviste che trattano degli Ordini equestri in Sardegna, non è altro che una congestione di parole, di analisi e giudizi tutt’altro che scientifici, di dati e date molte volte inventati di sana pianta che, proposti attraverso ipotesi inconsistenti, rischiano di trasformarsi in certezze e fissarsi in pochissimo tempo in modo indelebile nella coscienza popolare. D’altro canto, vogliamo evidenziare che finalmente il CNR nazionale ha già da tempo attivato una importante e lodevole iniziativa, la Commessa dal tema Alle origini dell’Europa Mediterranea: Gli Ordini religioso-cavallereschi, che


297

vede coinvolto in primo piano anche l’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea del CNR di Cagliari, i cui obiettivi finali sono: il reperimento e lo studio delle fonti edite ed inedite sugli ordini religioso-cavallereschi; lo studio storico ed architettonico dei castelli crociati e delle strutture monumentali cavalleresche del Mediterraneo; la realizzazione di un atlante storico delle testimonianze insediative degli Ordini cavallereschi nello spazio del Mediterraneo. Nell’ambito della suddetta Commessa di studio è nata la collaborazione del sottoscritto col CNR, ed in particolare con l’ISEM di Cagliari – volta a far si che si possa finalmente realizzare una più giusta e reale ricostruzione delle vicende degli Ordini equestri nei Regni giudicali sardi – e che ha già visto realizzare una parte progetto di studio sul patrimonio di beni che l’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme aveva in Sardegna5. L’auspicio è che in un prossimo futuro, attraverso una maggiore e sistematica esplorazione degli archivi e all’analisi di diverse discipline di studio, si possa approfondire sempre più lo studio sulla presenza degli Ordini equestri nei Regni giudicali sardi, in modo da poter colmare molte lacune e fungere così da guida per una corretta comprensione delle cose, per far sì che la storia reale non venga inopportunamente trasformata in un falso mito. LA SARDEGNA E LE CROCIATE Le fonti documentali riferiscono che la Sardegna giudicale non rimase estranea a quel grande fermento che furono i pellegrinaggi devozionali e armati in Terrasanta, le cosiddette “crociate”: ben sette sovrani, appartenenti a tre dei quattro regni nei quali era divisa l’isola in epoca medievale risultano impegnati direttamente o indirettamente nel movimento crociato6: ■ nel regno di Torres: Gonnario II de Lacon-Guna7 le , Comita de Lacon-Gunale, e Mariano II de Lacon-Gunale8;

S T O R I A

Complesso ospedaliero di Santa Maria di Seve, presso Banari (SS) [foto S.Castello]

■ nel Regno di Calari: Costantino-Salusio III9 e Guglielmo di Massa10 ■ nel regno di Arborea: Pietro III de Bas-Serra11 e Mariano IV de Bas-Serra12 Il coinvolgimento di un numero così elevato di sovrani , per un arco di tempo che abbraccia quasi due secoli, rende queste circostanze così dense di significati politici da spingerci a guardare oltre quello che potevano es13

Cabreo o inventario dei beni che l’Ordine di Malta aveva in Sardegna) [foto S.Castello]


S T O R I A

298

Sulla base dei dati storici finora noti possiamo supporre, senza discostarci troppo dalla realtà, che la venuta nell’isola di tali Ordini equestri sia stata, se non espressamente voluta, di certo appoggiata dalla volontà di qualche sovrano giudicale. sere gli interessi personali e privati14 di ognuno di essi. Tanto più che non furono solo i sovrani sardi ad andare pellegrini in Terra Santa15, ma sappiamo che fu coinvolta anche la società giudicale, e rare ma significative testimonianze lo confermano16. E se per un semplice pellegrino poteva essere relativamente facile l’incontro con i più importanti Ordini equestri ed Ospedalieri medievali, tanto più per un Sovrano di uno dei Regni giudicali sardi il contatto dovette essere probabilmente ancora più semplice, se non appositamente cercato. La Sardegna stessa, che era sulla rotta marittima dei pellegrini che partivano da Marsiglia, non rimase estranea alle operazioni militari delle crociate, e sappiamo che in alcune località dell’isola fecero sosta vari contingenti militari: nel porto di Cagliari, per esempio, tra l’8 ed il 15 luglio 1270 fece sosta la flotta della VII crociata, composta da 55 navi grosse e da alcuni legni minori, condotta verso l’emirato di Tunisi dal re di Francia Luigi IX, dal re di Sicilia Charles I d’Anjou e dal re di Navarra Teobaldo IV17. Questo perché, con la sua posizione centrale nel Mediterraneo, l’isola costituì un utile punto di appoggio lungo le vie marittime che portavano i pellegrini ed i militari in Terrasanta; ed avendo essa stessa una grande tradizione cristiana e mariana, ebbe i suoi percorsi di pellegrinaggio costellati da una miriade di piccole chiese, di cattedrali con annessi monasteri.

La presa di Damietta (1249) Histoire de Saint Louis (sec. XIV)

ORDINI EQUESTRI ED OSPEDALIERI IN SARDEGNA Ecco quindi che anche in Sardegna, nel periodo che va dalla metà del secolo XII alla fine del secolo XIV, lungo gli itinerari di grande percorso o in prossimità di centri urbani, Ordini prettamente militari come quello dei Cavalieri del Tempio18, ed ospedalieri, come quelli di San Giovanni di Gerusalemme19, di San Giacomo di Altopascio20 e di San Lazzaro di Gerusalemme21, organizzano nuove strutture di accoglienza, dove viandanti e pellegrini possono ricevere un’assistenza anche terapeutica. O addirittura determinano la nascita e lo sviluppo di villaggi rurali, come quelli di Bangius presso San Vero Congius, Settefontane presso Santulussurgiu e Seve presso Banari. Sulla base dei dati storici finora noti possiamo supporre, senza discostarci troppo dalla realtà, che la venuta nell’isola di tali Ordini equestri sia stata, se non espressamente voluta, di certo appoggiata dalla volontà di qualche sovrano giudicale, sia per interessi politici ed economici ma anche per puro zelo devozionale22. Possiamo affermare in particolare che la presenza dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, dell’Ordine del Tempio e dell’Ordine di San Giacomo di Altopascio fu favorita molto probabilmente da sovrani sardi filopisani e filo-catalani, e principalmente: ■ nel Regno di Torres – oltre alla potente famiglia degli Athen – in modo particolare da Costantino I de Lacon con la moglie Marcusa de Gunale ed in seguito dal figlio Gonario II; ■ nel Regno d’Arborea, in modo particolare dalla famiglia dei Bas-Serra;


299

■ nel Regno di Cagliari, in modo particolare probabilmente da alcuni esponenti della famiglia degli Obertenghi di Massa-Corsica. Questi sovrani, oltre a preparare il terreno politico, sostennero verosimilmente con donazioni gli Ordini citati, già di per sé votati alla povertà, ma che per necessità dovevano disporre di mezzi non comuni per quell’epoca. Come attestato anche da alcune bolle pontificie, le case e gli ospedali di alcuni di questi prestigiosi Ordini equestri erano dislocate nei Regni di Torres, Arborea e Càlari e dipendevano territorialmente dalle rispettive case madri italiane: per i Templari il riferimento era la Provincia Italia, che raggruppava le precettorie del centro-nord23; per gli Ospedalieri di San Giovanni, il priorato di Pisa24; la domus e ospedale di Altopascio per i Frati Cavalieri di San Giacomo25. Questa organizzazione territoriale entrò in crisi, probabilmente, già a partire dalla seconda metà del secolo XIII, nel momento in cui i regnanti iberici tentarono di creare dei maestrats con dei naturals del regno fedeli agli stessi, escludendo tutti coloro che dipendevano gerarchicamente dalle sedi territoriali italiane, ed in particolare toscane26. E questo divenne evidente tra la fine del secolo XIV e la metà del XV, quando il supporto che Giovanniti ed exTemplari27 iberici fornirono nelle difficili operazioni militari per la conquista della Sardegna, fu premiato da parte dei regnanti catalano-aragonesi con la nomina di questi in cariche di potere, con l’infeudazione di proprietà nell’isola e con la concessione di diritti28. Un esempio emblematico può essere quello del Gran Priore di Catalogna frate Ramon d’Empuries che nel 1339 ebbe in affidamento prima il castello di Pedres29 presso Olbia, che già deteneva da tempo, unitamente alla capitania dell’intera Gallura30 e allo stipendio di tre cavalli armati31. Questi Ordini regolari, oltre all’attività assistenziale, si dedicarono all’amministrazione dei numerosi beni che possedevano, alla coltivazione delle terre e all’allevamento del bestiame, poiché la loro preoccupazione primaria fu quella di accumulare mezzi da destinare alle rispettive Case Madri, dalle quali essi dipendevano territorialmente. Un esempio può essere lo sfruttamento forestale dei Giovanniti. È documentato da alcuni contratti stipulati in Spagna e Italia, che per aumentare i redditi delle sue proprietà, l’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme si convertì an-

S T O R I A

Luigi IX parte per la crociata Biblioteca Nazionale di Parigi

Scene di vita ospedaliera. Codice di Avicenna. Biblioteca Laurenziana, Firenze.

Olbia: Castello Pedres [foto S. Castello]


S T O R I A

300

che in produttore di alberi da legna, per poterli vendere poi a mercanti e costruttori, alberi che fece tagliare nei suoi grandi boschi32. In Sardegna, la precettoria ospedaliera di San Leonardo di Sette Fontane, nel Montiferru, si dedicò molto probabilmente a questa attività, essendo proprietaria di numerose estensioni boschive di alberi da legna e da sughero33. L’ORDINE DEL TEMPIO NEI REGNI GIUDICALI SARDI Le motivazioni politiche e religiose che portarono all’insediamento in Sardegna dell’Ordine del Tempio le potremo individuare nelle trame dei legami che esistettero sia tra i sovrani del Regno di Torres ed i benedettini cistercensi, in particolare tra Gonario II di Torres e San Bernardo di Clairvaux; e sia tra la famiglia catalana dei Torroja ed i Visconti di Bas sovrani del Regno d’Arborea, in particolare tra Ramon II de Torroja e Uch Ponçet I de Bas

Gonario II di Torres quadro su legno anonimo sec XVI Nuits St Georges_Abbaye N.D. de Citeaux

GONARIO II DI TORRES: DA OBLATO TEMPLARE A BEATO CISTERCENSE? Gonario II de Lacon-Gunale era figlio di Costantino I di Torres, sovrano celebrato da tutto il popolo sardo e dai pisani per la vittoriosa partecipazione alla spedizione delle

Capitolo dell’Ordine del Tempio tenutosi a Parigi il 22 Aprile 1147. F. M. Granet (1844)


301

S T O R I A

Il rapporto di amicizia che si creò tra San Bernardo e Gonario II fu tale che in una lettera indirizzata nel 1146 a papa Eugenio III, lo stesso santo raccomanda il sovrano turritano qualificandolo come «bonus princeps» Baleari contro gli arabi, il quale, alleato con i Conti di Barcellona ed i Visconti di Narbona, portò il Regno di Torres ad una posizione di rilievo nel Mediterraneo. Fu tra il 1132 ed il 113834, durante una sua permanenza a Pisa, che Gonario probabilmente conobbe San Bernardo di Clairvaux, che era a Pisa nel 1135 al seguito di papa Innocenzo II, e molto probabilmente ebbe anche il primo contatto con i Templari. Il 30 maggio 1135, infatti, si tenne a Pisa un Concilio dell’Ordine del Tempio nel quale vennero stabiliti i giorni di festa e di digiuno elencati poi negli articoli 74, 75, 76 della “Regola”: non dubitiamo che a questo Concilio così importante prese parte anche San Bernardo. Il rapporto di amicizia che si creò tra San Bernardo e Gonario II fu tale che in una lettera indirizzata nel 1146 a papa Eugenio III, lo stesso santo raccomanda il sovrano turritano qualificandolo come «bonus princeps»35. Come riportano le fonti36, all’inizio del 1147 Gonario II intraprende un pellegrinaggio a San Martino di Tours, intenzionato probabilmente ad incontrare San Bernardo a Clairvaux, accompagnato da un seguito del quale facevano parte tra gli altri il vescovo di Sorres Giovanni, Roberto curiae Magister ed il nipote Comita de Zori37. Per poter entrare nella celebre abbazia deve sostare a San Martino di Tours, a fare penitenza ed a spogliarsi dei peccati terreni: tappa questa necessaria anche perchè San Bernardo è impegnato a Parigi al Capitolo generale dell’Ordine del Tempio tenutosi il 27 aprile 1147 alla presenza di papa Eugenio III, di Luigi VII re di Francia e di re Ludovico il Giovane, alla quale parteciparono 150 templari e presieduto dal maestro di Francia Evrard de Barres. Si discute sull’organizzazione della seconda crociata, che partirà di lì a poco alla guida di re Luigi VII di Francia e di Corrado II° imperatore di Germania38. Date le circostanze e, soprattutto, tenendo conto degli avvenimenti sino ad ora citati, viene da domandarsi se Gonario II abbia partecipato anche solo come spettatore alla preparazione della macchina bellica per la crociata e se San Bernardo – prima o dopo il colloquio avvenuto forse a Clairvaux – gli abbia fatto conoscere gli alti dignitari dell’Ordine del Tempio: in effetti, non sembra affatto casuale la presenza di un re-condottiero sardo nel luogo dove si ten-

ne la riunione più importante per l’organizzazione di un’impresa assai difficile come quella di una crociata, e parrebbe altrettanto riduttivo pensare che l’occasione fosse solo per incontrare San Bernardo, per parlare con lui esclusivamente di cose spirituali. Se essi parlarono anche di politica questo non lo potremo di certo leggere in documenti come l’Exordium Magnum Ordinis Cisterciensis!! Dopo la parentesi francese ritroviamo Gonario II in Terrasanta: le fonti non indicano se egli ci arrivò per terra o via mare, né con quali mezzi. Di certo, un uomo della sua levatura, un sovrano di un regno anche se assai modesto, si doveva spostare mantenendo una certa sicurezza, in un periodo come quello dove un viaggio così lungo poteva essere di sola andata, soprattutto un viaggio verso una guerra internazionale. Abbiamo ragione di credere che fu lo stesso San Bernardo, protettore dell’Ordine del Tempio, a favorire l’incontro del sovrano turritano con i templari ed a procurargli quindi anche una scorta armata per raggiungere la Terra Santa. I templari, dal canto loro – se così fu – non potevano certo lasciarsi sfuggire una simile occasione per avere i favori di un sovrano e quindi per porre piede in un’isola situata strategicamente al centro del Mediterraneo, e adatta quindi a creare una valida base d’appoggio per i collegamenti tra Oriente ed Occidente. Diversamente poi da quello che traspare dalle frammentarie notizie delle fonti documentali, più che di un pellegrinaggio quella di Gonario II ci sembra una partecipazione di fatto agli episodi bellici della seconda crociata, in quanto morire in battaglia significava diventare un martire della fede, e sappiamo dalle fonti che egli andò in Terra Santa spinto probabilmente anche da un profondo motivo interiore di pentimento. Il Libellus Judicum Turritanorum non ci parla della prima parte del viaggio ma dice che all’andata arrivò in Terrasanta passando per la Puglia o per Messina: qui infuriava la guerra che finì con la disfatta degli eserciti cristiani a Damasco. Al suo ritorno, avendo saputo Gonario II che San Bernardo era in Puglia, si recò lì per incontrarlo nuova-


Sindia: chiesa di Santa Maria di Corte [foto S. Castello]

mente: ebbe con lui lunghi colloqui durante i quali rivelò sicuramente al santo il desiderio di fondare in Sardegna un’abbazia cistercense39. Questo piacque a San Bernardo il quale, poco dopo la partenza del sovrano turritano, mandò in Sardegna 150 monaci e 50 conversi. Al suo rientro in Sardegna, il Re di Torres, nel 1149, fonda l’abbazia di Santa Maria di Corte presso Sindia, molto probabilmente alla presenza dello stesso S. Bernardo. Fu forse a seguito di questa circostanza che Gonario II probabilmente donò all’Ordine del Tempio delle proprietà terriere o delle domus con annesse chiese per poter fondare una precettoria e un complesso ospedaliero. I VISCONTI DI BAS-CERVERA, LA FAMIGLIA TORROJA ED I TEMPLARI I rapporti stretti tra la famiglia Torroja e l’Ordine del Tem-

pio si collegano alle vicende politiche della famiglia dei visconti di Bas nel Regno d’Arborea. Morto Barisone I de Serra, sovrano del Regno d’Arborea, alla fine dell’anno 1185, la sua vedova Agalbursa de Bas-Cervera (figlia di Poncio de Cervera visconte di Bas e della principessa Almodis, sorella di Raimondo-Berengario IV, conte di Barcellona e re designato della Corona d’Aragona) pretese di aver diritto sul Regno di Arborea insieme a suo nipote Uch Ponçet I de Cervera visconte di Bas40. Seguendo la linea generazionale, la corona de logu arborense intronizzò Pietro I, figlio di primo letto di Barisone, il quale per mantenere il trono nel confusissimo periodo che seguì pare che si sia alternativamente alleato coi Pisani e con i Genovesi, mentre Uch Ponçet I, con la zia Agalbursa e l’appoggio del re d’Aragona, occupavano parte del territorio d’Arborea, compreso il castello di Serla presso Norbello, aiutati da soldati catalani41. Morta Agalbursa, dopo il 1186 i diritti di successione ricaddero sul nipote Uch Ponçet I de Bas, posto sotto la tutela dello zio Ramon II de Torroja. Nel 1192, intitolandosi rex et iudex Arborensis egli promette, tramite il suo cura-


303

S T O R I A

tore Ramon de Torroja, di consegnamori senza il consenso dei Templari. re al Comune di Genova il castello di Con 24 suoi cavalieri, il Conte si imSerla che già da tempo era reclamato, pegnò a servire l’Ordine per un anno e di dare la metà delle rendite che spetcome “associato” del Tempio, promitano al Regno d’Arborea ed al suo pase di dare al momento della propria trimonio personale. morte tutto il suo abbigliamento di Ramon de Torroja figura come caguerra e, fintanto che viveva, una penpitano di una compagnia di cavalieri e sione annuale di 20 morabatini e 2 lire soldati catalani al servizio della casa Basd’argento42. Tra le tante famiglie notabili cataCervera. Egli, con gli altri compagni, lane, quella dei Torroja fu tra le più gepromise di abbandonare questa fortiAraldica dei Visconti Bas nerose sia nei confronti degli Ospedaficazione prima del mese di maggio se, lieri di San Giovanni, ma soprattutto prima di questa data, avessero abbannei confronti dell’Ordine del Tempio. donato l’isola. In particolare risalta la figura di RaIl successore di Agalbursa, Uch mon II de Torroja: zio e tutore di Uch Ponçet I de Bas, grazie al suo curatoPonçet I, fu marito di Gaia de Cerre Ramon de Torroja ed ai cavalieri cavera43; padre di Arnau de Torroja, il talani delegati del re Alfonso, ottenne quale nel 1156-66 fu Maestro temalla fine un buon risultato obbligando plare in Catalogna e Aragona, nel il giudice legittimo di Arborea, Pietro 1167-80 Maestro in Spagna e ProI de Serra, ad accettare un patto, per venza, e nel 1181-84 Maestro Geneavere uguali diritti ed autorità nel Rerale dell’Ordine del Tempio; fratello gno senza che uno fosse superiore aldi Ramon de Golf o Gurb che nel l’altro. È una vera vittoria dei catalani 1200-01 fu Maestro templare di Proed in particolare di Ramon de Torroja, venza e Spagna. uomo di straordinaria abilità, tenacia, Insieme alla moglie Gaia ed ai fienergia e buona sorte, aver ottenuto gli, Ramon II fece importanti donaquesta uguaglianza. Araldica di Arnau de Torroja zioni alla commanderia templare di Ma chi erano effettivamente questi Barbens e allo stabilimento dell’Escavalieri catalani, di cui Ramon de Torpluga de Francolì, e in due suoi tesroja poteva disporre prontamente e con tamenti espresse la facilità? Occorre fare volontà di essere sedelle precisazioni. polto negli stabiliLa vera istituzione menti templari e di dell’Ordine del Tempio fare dono all’Ordine in Catalogna non si dei cavalli ed armatuverificò fino al tempo re44. di Ramon Berenguer Riguardo la conIV, zio di Agalbursa: il temporanea presenza conte donò loro grannei Regni giudicali sardi proprietà sia in Cadi della famiglia Torroja talogna che in Aragona, e dei Templari nello e molti privilegi ed stesso periodo, nonoesenzioni, tanto che Norbello: chiesa di N.S. della Mercede – interno stante finora non sia egli si obbligò a non [foto S. Castello] stato rinvenuto alcun fare mai pace con i


S T O R I A

304

Una lettera del 1198 di papa Onorio III, stilata in occasione di una controversia tra l’arcivescovo d’Arborea Giusto ed il suo capitolo di canonici, indica indirettamente la possibile presenza ad Oristano o nell’Arborea dei Templari documento che ne accomuni le vicende, i fatti finora elencati ci consentono di ipotizzare un forte legame tra loro, soprattutto attraverso l’azione di Ramon II de Torroja: crediamo che tutto ciò ebbe un inevitabile riflesso nella politica e negli avvenimenti che occorsero nel Regno d’Arborea. LA STORIA NEI DOCUMENTI I pochi i documenti arrivati fino a noi attestano inequivocabilmente la presenza dell’Ordine del Tempio nei Regni giudicali sardi: una lettera del 1198 di papa Onorio III, stilata in occasione di una controversia tra l’arcivescovo d’Arborea Giusto ed il suo capitolo di canonici, indica indirettamente la possibile presenza ad Oristano o nell’Arborea dei Templari45; Con la bolla Inter cetera del 21 novembre 1216, papa Onorio III si rivolge anche ai Magistris (Militiae Templi et Hospitalis gerosolimitani) delle Province ecclesiastiche di Torres, Arborea e Cagliari46.

Concilio Vienne (1311)

In una serie di brevi del 1249, il pontefice Innocenzo IV nomina come legato Apostolico di Sardegna e Corsica l’eletto turritano Gregorio di Montelongo. Rivolgendosi poi a tutti gli ecclesiastici e laici di Sardegna e Corsica, ordina loro di ubbidire umilmente e devotamente all’eletto turritano, suo legato. In particolare, col breve Fratribus Militiate Templi per Sardiniam constitutis raccomanda ai Templari di prestare il loro appoggio militare ed il loro consiglio all’eletto turritano47: questo documento ci permette di intuire quanto l’Ordine del Tempio, già da tempo presente in Sardegna, fosse organizzato al punto da avere probabilmente a disposizione strutture difensive tali da poter garantire l’impegno richiesto. Con la bolla Dura Nimis del 1291, papa Nicolò IV dà mandato a Princivalle, arcivescovo di Cagliari, di riunire in Concilio provinciale i vescovi suffraganei per discutere sull’unione dell’Ordine del Tempio con quello di San Giovanni di Gerusalemme48. Con una serie di bolle datate 12 agosto 1308, papa Clemente V dà mandato all’arcivescovo arborense e ai frati predicatori, di inquisire contro l’Ordine del Tempio in ciascuna delle tre province ecclesiastiche di Torres, Arborea e Cagliari49, col concorso degli arcivescovi e dei vescovi suffraganei50. Affida all’arcivescovo d’Arborea ed a Nicolò vescovo di Bosa l’amministrazione dei beni mobili ed immobili che appartennero ai Templari di Sardegna. Convoca poi al concilio di Vienne l’Arcivescovo di Torres con il vescovo di Bosa, l’Arcivescovo d’Arborea Santa Giusta e Civita, l’Arcivescovo Calaritano ed il vescovo di Dolia. Tutti questi documenti attestano dunque la presenza dell’Ordine del Tempio nei Regni di Torres, Arborea e Calari e l’esistenza nell’isola di un patrimonio templare, senza fornire però ulteriori particolari sulla esatta ubicazione delle mansioni ed ospedali che probabilmente esistettero e furono operativi in prossimità dei centri urbani più importanti, dei porti marittimi più frequentati, o nei punti strategici lungo le principali vie di comunicazione.


305

S T O R I A

Secondo alcune nostre accurate ipotesi, sia il castello di Girapala (prov. Oristano) che il complesso di Santa Maria ad Uta susu (prov. Cagliari) potrebbero essere stati in uso dei cavalieri Templari.

LA PRECETTORIA DI SANTA MARIA DI UTA. Costruito in stile romanico e risalente ad un’epoca che può essere compresa tra la metà del XII e gli inizi del XIII secolo, il complesso di edifici di Santa Maria di Uta costituirebbe probabilmente una precettoria o domus attribuibile all’Ordine del Tempio, comprendente la chiesa con annessi i resti di un edificio di tipo monastico con chiostro e pozzo. Situato nella curadoria di Decimo, il complesso di edifici che costituivano la «domus Sancte Marie d’Uta», pur essendo attestati di proprietà dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme in un documento del 1363 indirizzato dal re catalano-aragonese Pietro IV a Berengario Carroz, conte di Quirra, risultano deserti «propter malam administrationem suorum dominorum»51. Nel 1365, probabilmente a causa di questo motivo, la domus entrò a far parte delle proprietà della Mensa arcivescovile di Cagliari, affidata per la cura delle anime al rettore Paolo della Pergola52. Questa particolare situazione, verificatasi anche in tante altre località europee, potrebbe essere giustificata dal fatto che quando i Giovanniti ricevettero le proprietà appartenute all’Ordine del Tempio, in seguito alla bolla papale Ad providam Christi vicari del 1312, non solo non furono in grado di provvedere al loro mantenimento, ma in molti casi non riuscirono neppure a entrarne in possesso, data soprattutto la loro inadeguata organizzazione interna.

Uta: chiesa di Santa Maria – peducci con figure dinodi [foto S. Castello]

chiesa di Santa Maria Facciata [foto S. Castello] Nel caso specifico, alcuni indizi che legano in modo particolare un vescovo di Dolia con Uta ci portano all’Ordine del Tempio. Riguardo la citata bolla Dura Nimis del 1291, dobbiamo credere che il papa Nicolò IV tenesse in particolar modo a conoscere il parere dei prelati della provincia cagliaritana sull’unione dell’Ordine del Tempio con quello degli


Uta: chiesa di Santa Maria – croci sovrapposte [foto S. Castello]

Ospedalieri di San Giovanni, perché nelle fonti si fa menzione di una precedente lettera sullo stesso argomento, certamente più personale, indirizzata sempre allo stesso arcivescovo di Cagliari53. Tra i suffraganei che parteciparono a questo Concilio provinciale, ci fu sicuramente anche il vescovo di Dolia, Gonario de Milli54. Con bolla del 12 agosto 1308 papa Clemente V dà mandato all’arcivescovo arborense e ai frati predicatori Petrella di Nepi e Bertrando de Roccavilla, di inquisire contro l’Ordine del Tempio in ciascuna delle tre province ecclesiastiche di Torres, Arborea e Cagliari55, col concorso degli arcivescovi e dei vescovi suffraganei56, compreso quindi anche il vescovo di Dolia. Anche la citata bolla del 1308, riguardo la convocazione del concilio di Vienne per l’abolizione dell’Ordine del Tempio, è diretta oltre che all’arcivescovo di Cagliari anche al vescovo di Dolia, non nominato, che regge l’episcopato dal 1308 al 1317 e che interviene nel 1311 al concilio di Vienne insieme, appunto, all’arcivescovo di Cagliari Ranuccio e a numerosi vescovi sardi57.

Durante il periodo della cattura e delle fasi processuali, i beni sardi dell’Ordine del Tempio furono affidati all’arcivescovo di Arborea ed al vescovo di Bosa58: dopo il concilio di Vienne non si ha però alcuna notizia riguardo la loro amministrazione, poiché le fonti tacciono sulla destinazione di tali proprietà. Se con la bolla Ad providam Christi vicari del 1312, papa Clemente V destinava i beni templari all’Ordine di San Giovanni, con l’altra bolla Nuper in generali sempre del 1312, dichiarava che in Catalogna, Aragona, Rossellò, Valencia, Castiglia e Portogallo la destinazione dei beni del Tempio era sospesa e riservata alla Sede Apostolica. In virtù di ciò iniziarono nuovi negoziati tra la Santa Sede ed i re iberici per accordare la destinazione di tali beni59. Ciò che spinse il Papa a “congelare” questi beni piuttosto che attribuirli ai Giovanniti fu, probabilmente, da una parte il risultato delle inquisizioni che dimostrarono l’innocenza degli accusati, e dall’altra l’occasione per far continuare a vivere l’Ordine del Tempio sotto nuovo nome per poterne utilizzare ricchezze e forze per una giusta causa, qua-


307

S T O R I A

Banari: chiesa di Santa Maria di Seve croce a tau [foto S. Castello]

le la difesa delle nazioni iberiche dalla presenza saracena. D’altro canto, Giacomo II d’Aragona avrebbe preferito acquisire tutto il patrimonio templare poiché il tesoro pubblico era molto debilitato60: ma non essendo possibile ciò almeno per quanto riguardava i castelli, i luoghi e le terre, e non gradendo che gli Ospedalieri di San Giovanni potessero accrescere la loro influenza e potenza con l’acquisizione di tale patrimonio, egli propose al papa Giovanni XXII di concedere questi beni al nuovo Ordine di Nostra Signora di Montesa, riconosciuto come tale con la bolla Ad fructus uberes del 131761. Nonostante questi fatti, per quanto riguarda i beni sardi le fonti tacciono, e per capire cosa realmente può essere successo dobbiamo utilizzare altri dati forniti dalle fonti disponibili. Nel 1341-42, il vescovo di Dolia, Saladino, versa le decime come rectore ecclesie de Uta62: la chiesa di Santa Maria non è nominata espressamente, ma se facciamo riferimento alle bolle papali ed ai concili provinciali citati in precedenza, sembra che non sia una casualità il fatto che proprio il vescovo di Dolia avesse in custodia la presunta domus templare di Santa Maria di Uta. L’ipotesi è che il vescovato di Dolia, presente e partecipe con un suo rappresentante nei procedimenti per l’estinzione dell’Ordine del Tempio, abbia avuto in affidamento la ex proprietà templare di Santa Maria di Uta per tenerla “congelata” nelle sue mani, in nome e per conto della Chiesa di Roma, in attesa di ulteriori disposizioni. Nella maggior parte dei casi, questi beni “congelati” finirono successivamente per passare comunque nelle mani degli Ospedalieri di San Giovanni. Ebbene, due lettere del 23 gennaio e 15 febbraio 1355 di convocazione al Parlamento di Cagliari indetto dal re Pietro IV d’Aragona, vengono indirizzate al «Venerabili et religioso .. Priori Sancte Marie d’Uta e Pixanurri»63: anche in questo caso non è citato l’Ordine di appartenenza del priore, ma possiamo pensare che egli fosse un ospedaliere di San Giovanni, in quanto le due proprietà di Uta e di Pittinuri sono citate successivamente dalle fonti come appartenenti proprio a questa Istituzione64. Ed è proprio l’accorpamento di queste due domus e la loro supposta indipendenza dal priorato di Sette Fontane

che ci portano ad ipotizzare l’originaria aggregazione ad altro diverso Ordine equestre: potremo supporre quindi che le domus di Uta e Pittinuri siano appartenute inizialmente all’Ordine del Tempio, e che dopo la soppressione di questo siano passate in mano ai Giovanniti iberici. Non essendo questi ultimi in grado di amministrarle poiché non residenti nell’isola, la mansione di Uta si trovò ben presto deserta, finendo successivamente tra i beni della Mensa arcivescovile di Cagliari, così come attestato dalle fonti. Gli esiti di studio su alcuni elementi architettonici della chiesa, sembrano poter rafforzare l’ipotesi che la domus di Uta possa essere stata una proprietà dell’Ordine del Tempio. La ricca e originale iconografia lapidaria, presente nelle mensole all’esterno della chiesa di Santa Maria ci offre ancora oggi una moltitudine di sculture con rappresentazioni di figure vegetali e animali, motivi geometrici – tra cui alcuni a forma di nodo – e persino una faccia barbuta e capelluta, che potrebbero trovare riscontro in una simbologia esoterica perpetuata da maestranze di confraternite di costruttori strettamente collegate all’Ordine del Tempio.


S T O R I A

308 Settefontane: chiesa di San Leonardo croce di Malta [foto S. Castello]

In particolare, alcuni conci – posti in opera nel paramento murario sinistro – portano scolpite una serie di croci biforcate che, più che un’iconografia religiosa, possono rappresentare una simbologia di tipo araldico: queste croci si possono verosimilmente accostare a quelle presenti nelle insegne rappresentative dell’Ordine di San Giovanni, il quale adottò il tipo di croce biforcata con i bracci uguali, però, solo dopo il 131065. Un esame più attento di tali segni lapidari rivela l’esistenza di alcuni particolari finora trascurati: la lunghezza dei due bracci non è uguale, e la croce quindi non è di tipo greco66, bensì di tipo latino; in alcuni bracci si può notare ancora una riga più tenue che unisce le punte a due a due, le quali punte sono invece scolpite in modo più profondo e chiaro. Tutto ciò sembra indicarci la probabile esistenza di un’araldica sottostante, verosimilmente una croce patente, se di questo si tratta, a cui poi è stata sovrapposta la croce con le punte bifide, che si dovette probabilmente adattare alla prima per potersi sovrapporre. L’uso di contrassegnare tutte le proprietà mobili ed immobili con dei simboli identificativi era comune a tutti gli

Ordini religiosi ed equestri medievali, ed è rilevante notare che per soddisfare a questo scopo ognuno di essi adottò, come segno distintivo, proprio il simbolo della croce67. Croci di diverso tipo e colore, oltre essere presenti nei gonfaloni e sigilli dei vari Ordini, contrassegnavano anche gli abiti dei frati e dei cavalieri, gli utensili di uso comune – come tegole, piatti e stoviglie –, gli animali e gli edifici di loro pertinenza: nella facciata della chiesa di Santa Maria di Seve, presso Banari, si possono infatti notare delle croci a Tau, tipiche dell’Ordine ospedaliero di San Giacomo di Altopascio, scolpite in alcuni conci calcarei insieme ad una epigrafe medievale68; e all’esterno della chiesa di San Leonardo di Sette Fontane, presso Santulussurgiu, antico possedimento dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, ai lati di una porta laterale – oggi murata – che anticamente si apriva nella corte dell’edificio ospedaliero, due dadi di marmo portano scolpite due croci biforcate, chiamate dagli stessi Giovanniti: «le arme della Religione»69. Se, contrariamente a questa nostra ipotesi, la mansione di Uta fosse stata fin dall’origine pertinenza dei Giovanniti, e se questi avessero contrassegnato la proprietà con la loro araldica – come era uso e consuetudine – crediamo non dovettero avere altra motivazione nel bisogno di sovrapporre un’altra croce diversa dalla prima, se non per il fatto che probabilmente la stessa proprietà appartenne inizialmente ad altro diverso Ordine. In conclusione, potremo quindi ipotizzare che prima degli Ospedalieri furono probabilmente i Templari a detenere ed amministrare la domus di Uta, la quale potrebbe essere stata una vera e propria precettoria, cioè un complesso fortificato con la sua chiesa, visti i resti presso la chiesa di un edificio “a corte” ed il vicino toponimo di sa turri (la torre) che farebbe pensare ad opere di difesa70. CASTELLI GIUDICALI E ORDINI EQUESTRI: IL CASTELLO DI GIRAPALA Alcune bolle papali che hanno come oggetto il castello di Girapala71, suggeriscono l’ipotesi che tale fortificazione probabilmente costituì in quel momento storico la sede rappresentativa della Chiesa di Roma, e per questo motivo affidata in custodia probabilmente agli Ordini equestri presenti nella regione, votati maggiormente a tali compiti.


309

Donato a titolo di pegno nel 1237 dal re d’Arborea Pietro II de Bas-Cervera al Papa Gregorio IX, in segno di fedeltà e vassallaggio alla Sede Apostolica, il castello di Girapala fu affidato all’arcivescovo arborense Torgotorio de Muro col compito di amministrarlo e custodirlo, e quindi di dotarlo di ogni cosa necessaria e sufficiente. Lo stesso Pontefice nel 1238 in una lettera indirizzata a Pietro II re d’Arborea, oltre a ribadire che il “castro Gerapolis” è dato in custodia al citato arcivescovo d’Arborea, precisa che quest’ultimo doveva “in eo custodes fideles et idoneos deputari”72. E’ fuor di dubbio che tale l’arcivescovo ebbe bisogno di gente d’armi esperta nella gestione di fortificazioni, guerrieri in grado di saper accudire ed utilizzare al meglio, in nome del Papa, il castrum: le fonti attestano la presenza dei Giovanniti e dei Templari accanto alla sede vescovile arborense già consolidata dal 119873, e se è vera l’ipotesi che furono proprio i visconti di BasCervera, tramite Ramon de Torroja, che facilitarono il loro insediamento in Sardegna nella seconda metà del sec. XII, possiamo ragionevolmente ipotizzare che probabilmente questo castello fosse fino ad allora già amministrato proprio dai Milites Templi, vero braccio armato della Chiesa di Roma. Una possibile conferma che i custodi fedeli e idonei che di fatto ebbero in detenzione il castello fossero proprio i Templari, la potremo trovare nel breve del giugno 1249, Fratribus Militiate Templi per Sardiniam constitutis, col quale papa Innocenzo IV raccomanda ai Cavalieri del Tempio di prestare il loro appoggio militare ed il loro consiglio all’eletto turritano74: questo documento ci permette di intuire quanto l’Ordine del Tempio, già da tempo presente in Sardegna, fosse diventato potente ed influente nell’isola tanto da spingere il pontefice a formulare una simile richiesta per fornire un valido appoggio militare e tattico; Il castello di Girapala, poi, non dovette essere semplicemente un piccolo baluardo per la sorveglianza e la difesa di territori o vie di comunicazione, bensì un castrum poderoso ben dislocato e ben fornito tanto da richiedere per il suo mantenimento ingenti spese, quantificate come un terzo dei proventi della diocesi arborense, così come attestato da altra bolla papale del 125575. Quest’ultima fonte documentale ci permette di intuire l’importanza di tale fortificazione, eretta a probabile sim-

S T O R I A

Particolare della carta di A. Ortelius "Insulaum Aliquot Maris Mediterranei Descriptio" (1598). bolo della presenza della Chiesa di Roma nell’isola, tale da suscitare l’interesse di due papi che – per cercare di mantenere in vita tale fulcro difensivo in crisi per gravi problemi finanziari intervenuti – non esitarono a caricare la provincia ecclesiastica sarda delle spese affidate in passato all’arcivescovo di Arborea, esentando l’Ordine monastico cistercense e gli Ordini equestri dei cavalieri del Tempio e degli ospedalieri di San Giovanni e di Altopascio, tutti evidentemente stanziati da tempo nel territorio. In conclusione, quindi, è logico pensare che i Templari avessero probabilmente a disposizione costruzioni di tipo militare con cui garantire una presenza simbolica dello Stato Pontificio in Sardegna ed al tempo stesso una certa sicurezza e difesa contro coloro che attentavano ai disegni della Chiesa, e che una di queste fu probabilmente proprio il castello di Girapala. CONCLUSIONI I vari conflitti bellici tra pisani, sardi e iberici, i periodi di carestia ed il dilagare della peste decimarono la popolazione, riducendo forzatamente le rendite e causando conseguentemente il crollo dei prezzi delle coltivazioni76. Tutto ciò contribuì sicuramente a determinare una crisi anche nell’amministrazione dei beni degli Ordini equestri, con il conseguente abbandono delle “ville” da parte degli abitanti ed il progressivo decadimento degli edifici religiosi, civili e militari.


S T O R I A

Particolare della carta di A. Ortelius "Insulaum Aliquot Maris Mediterranei Descriptio" (1598).

Settefontane: complesso ospedaliero di San Leonardo [foto S. Castello]

310

Al contrario del castello di Girapala, scomparso dalle cartine geografiche già da qualche secolo, la frequentazione della chiesa di Santa Maria di Uta – probabilmente mai interrotta da parte delle popolazioni locali – ha permesso a questo importante esempio dell’arte romanica in Sardegna di giungere pressoché intatto fino ai giorni nostri, ma non ha impedito all’inesorabile azione del tempo di cancellare dalla memoria dei popoli il ricordo delle opera sociale e militare di quegli Ordini equestri, che molto probabilmente non furono solo uno dei principali motori dell’economia rurale dei suddetti centri abitati, ma in alcuni casi determinarono probabilmente l’aggregazione e la nascita degli stessi. Della presenza di quei coraggiosi cavalieri non rimane oggi che qualche povera chiesa rurale: solo in rari casi, dalle fonti traspare il senso e la finalità dei loro gesti. Infatti, i documenti conservati ancora nei vari archivi europei descrivono in gran parte l’acquisizione di beni e privilegi, ma non raccontano quasi mai le gesta, la loro azione sociale, la coerenza permanente nell’attuazione delle loro finalità. Furono proprio gli Ordini equestri medievali, presenti anche in Sardegna grazie alla munificenza dei sovrani giudicali, a portare in Europa nuove tecniche di combattimento e di addestramento militare, ponendo a disposizione delle popolazioni locali la loro esperienza ed abilità maturata in Oriente nel corso dei conflitti contro i musulmani. Ma nonostante l’ideale cavalleresco si sia oscurato soprattutto con la loro scomparsa, la tradizione equestre sarda è tutt’oggi ancora viva e pulsa ogni anno in tanti centri isolani, e si manifesta con le corse a “palio” e le “ardie”, e con le varie giostre all’anello o alla stella. Crediamo sia molto importante recuperare la storia e le vicende del Medioevo sardo ed in particolare le vicende legate alla presenza degli Ordini equestri nei Regni giudicali sardi. Ma siamo convinti sia ancor più importante divulgare tutto ciò in modo corretto e scientifico, e rigettare senza esitazione tutte quelle false informazioni che hanno l’unico evidente scopo di creare falsi miti per la propria vanagloria. In questo senso, il compito di recuperare e salvaguardare le testimonianze che segnarono in modo indelebile la storia della nostra Isola crediamo spetti ad ognuno di noi, al fine di perpetuare così nel modo migliore la vitalità di questa originale identità sociale che è la Sardegna. S.Castello


311 NOTE 1

CASTELLO 2007a, pp. 3-20 ATZENI 1960; MELONI 1981; CHERCHI PABA 1956; AMAT DI S. FILIPPO 1959; LUTRELL 1994; ALBERTI 1994; MASSIDDA 19...?; CRUDELI 1952; TODDE 1950. 3 Dagli esisti delle nostre ricerche, le quali sono solamente ad un primo stadio avanzato, è possibile confermare la ripetitività dei moduli costruttivi architettonici secondo i dettami delle Regole proprie a ciascun Ordine equestre: in particolare, la planimetria delle mansioni rispetta infatti, in modo puntuale, i moduli costruttivi ed organizzativi dei principali stabilimenti di riferimento, le cosiddette “case madri”. Fatto questo di rilevante importanza anche per tutto ciò che riguarda le relazioni politiche, culturali e commerciali che la nostra isola ebbe con l’oltremare. Cfr.: CASTELLO 2000; CASTELLO 2000-2001, pp. 257-261. 4 CIBRARIO 1846, I, p.114. 5 CASTELLO 2007b; CASTELLO 2007d; CASTELLO-CADEDDU-SERRELI 2008; 6 Sul tema delle crociate, tra la ricca bibliografia, cfr. CARDINI 1971; CARDINI 1972; CARILE 1971; RUNCIMAN 1994; MAALOUF 2001. 7 SANNA 1958, pp. 46-47; ORUNESU - PUSCEDDU 1993. 8 OLIVA 1999, pp. 91-92, nota 34. 9 BESTA 1908-1909, p. 116, nota 61. 10 OLIVA 1999, pp. 92-93. 11 D’ARIENZO 2000, p. 189, doc. 16; 12 CASULA 1990, pp. 346-347. 13 La storia del regno di Gallura è la più oscura e frammentaria tra quelle dei giudicati sardi. Non sorprende quindi l’assenza di testimonianze relative ai pellegrinaggi devozionali ed armati di quei sovrani. 14 OLIVA – MELE 2000, p. 888. 15 La Sardegna era sulla rotta marittima dei pellegrini che partivano da Marsiglia, cfr. LONDONIENSI 1885, p. 209. Su questo aspetto cfr. STOPPANI 1995, in partic. pp. 30, 103-104. 16 E’ attestato dalle fonti un «Petru de Serra» con l’appellativo «de Jerusale». Vedi: BONAZZI 1900, doc. 96, p. 28, e doc. 302, p. 78. – «Furatu de Varca», invece, fece una donazione alla chiesa quando andò a Gerusalemme: vedi BONAZZI 1900, doc. 263, p. 67. 17 COSSU 2001, p. 13; Cfr.: BOSCOLO 1978. 18 CASTELLO 2005, pp. 377-382; CASTELLO 1995; CASTELLO 2001. 19 CASTELLO 2007a; CRUDELI 1952; CHERCHI PABA 1956; MIGHELI 1950; MASSIDDA 19..?; CORONEO 2005, II, pp. 45-58; ATZENI 1960; ATZENI 1950. 20 CASTELLO 2000; CASTELLO 2000-2001, pp. 257-261; CASTELLO 2004. 21 SPANO 1852, pp. 1-8; TOLA 1861, I, parte seconda, doc. XLVIII, p. 701; BONU 1973, p. 43. 22 In un documento del 1363, emesso dalla cancelleria giudicale arborense, è lo stesso sovrano Mariano IV d’Arborea che afferma «nos qui sumus de genere fundatorum et dotatorum ipsius curie et aliorum membrorum suorum», attribuendo a se stesso ed alla propria fami2

S T O R I A

glia dei Bas-Serra la paternità della fondazione della curia Giovannita di San Leonardo di Sette Fontane – per lo zelo devozionale verso questa istituzione – comprovata anche dalla presenza di «antiquos quaternos composicionum nostre curie» che ne attestavano la sussistenza da vecchia data. Vedi: CASTELLO 2007a, p. 9. 23 Per quanto riguarda l’organizzazione amministrativo-territoriale dell’Ordine del Tempio in Italia, vedi: TOMMASI 1981; CAPONE 1981; GILMOUR-BRYSON 1982; CAPONE-IMPERIO-VALENTINI 1989; AA.VV. 1989; BRAMATO 1991. 24 Cfr..: DELAVILLE LE ROULX 1894-1906, I, n.627, pp. 425 – 429, a p. 427 ; CECCARELLI LEMUT 2002, p. 125. 25 CENCI 1996; DEL CANTO 1995; BIAGIOTTI - COTURRI 1991; BERTELLI 1995. 26 Cfr.: LUTTRELL 1994, I, p. 505 – 507. 27 Il nuovo Ordine iberico di Nostra Signora di Montesa, creato appositamente per accogliere uomini e proprietà appartenuti all’Ordine del Tempio nella Corona d’Aragona, fu presente al fianco dei sovrani iberici nelle campagne militari per la conquista della Sardegna. Cfr.: JAVIERRE MUR 1959, pp. 571 – 578. 28 Anche altri Ordini equestri iberici, come quelli di Calatrava e Alfama, erano presenti in Sardegna per partecipare alle varie operazioni militari. Cfr.: ARMANGUÉ I HERRERO - CIREDDU ASTE - CUBONI 2001, doc. 5, p. 57; Cfr.: D’ARIENZO 1983, p. 43–80. 29 A.C.A., Cancilleria, C.R.D., cassa 7, carta 895, regestata da D’ARIENZO 1970, n. 57, p. 28; cfr.: MELONI 1981, pp. 549 – 558. 30 ACA, Canc., C.R.D., cassa 7, carta 896, regestata da D’ARIENZO 1970, n. 58, p. 28; cfr.: MELONI 1981, pp. 549 – 558. 31 ACA, Canc., C.R.D., cassa 7, carta 897, regestata da D’ARIENZO 1970, n. 59, p. 29; cfr.: MELONI 1981, pp. 549 – 558. 32 Cfr. MYRET Y SANS 1910, p. 405. 33 Cfr: CASTELLO 2007c. Elemento basilare per l’allevamento di diversi animali e, quindi, per la sopravvivenza delle varie comunità, le boscaglie, oltre a costituire l’unica fonte energetica di cui le popolazioni locali disponevano, fornivano la legna ed il carbone per gli impieghi domestici e per le piccole attività artigianali ed in gran parte il legname per travi e assiti delle abitazioni e per la costruzione di mobili, di botti per il vino, attrezzi agricoli, carri e molini. Cfr.: BECCU 2005, p. 243 e ss.. 34 Da una carta del condaghe di San Nicola di Trullas, redatta tra il 1132 ed il 1138, si ha notizia della partenza del giudice del Logudoro dal porto di Torres per il continente, in una giornata di maggio e precisamente «sa die de Santu Michal de maiu»: questo non fu l’unico viaggio compiuto da Gonario su navi pisane, per motivi sentimentali, religiosi o politici verso le rive dell’Arno. Cfr.: MERCI 1992, doc. 179, p. 132 e doc. 330, p. 202. 35 «...Porro turritanus iudex, quia bonus dicitur esse princeps, sit vobis maxime commendatus et a vobis manuteneatur...». Vedi: TOLA 1984-85, I, sec. XII, doc. LV, p. 215. 36 SANNA 1958 - MIGNE 1878-1969, CLXXXV bis, coll. 995-1198. 37 Vedi: TOLA 1984-85, I, sec. XII, doc. LVI, p. 216; 38 CIBRARIO 1846, I, p. 126; BORDONOVE 1963, p. 73. 39 SANNA 1958, p. 49. 40 MIRET Y SANS 1901, p. 72


S T O R I A 41

312

MIRET Y SANS 1901, p. 78 MYRET Y SANS 1910, p. 16. 43 Gaia de Cervera era sorella di Agalbursa, figlia di Ponç de Cervera e di Adalmús contessa di Barcellona, nipote quindi di Ramón Berenguer III conte di Barcellona e Provenza: quest’ultimo divenne cavaliere Templare nel 1130 facendo la prima donazione all’Ordine del Tempio col castello di Granyena. Cfr. MYRET Y SANS 1910, p. 16. 44 Cfr. MYRET Y SANS 1910, pp. 104, 161. 45 MIGNE 1878–1969a, vol. 214, lib. I, ep. CCXXIX, col. 294/7, p. 294. 46 A.S.V., Reg. Vat. n.9, “Inter Cetera”; cfr.: PRESSUTTI 1888-95, I, reg. 111, p. 19. 47 A.S.V., Reg. Vat. n.21ª, f.387r-v. 48 A.S.V., Reg. Vat. 46; Cfr.: LANGLOIS 1886-1905, p. 903, n. 6793 – 6795. 49 A.S.V., Reg. Vat. 55, f. 205v; cfr.: SCANO 1940, parte prima, doc. CCCXXV, p. 230. 50 A.S.V., Reg. Vat. 55, f. 206v; cfr.: SCANO 1940, parte prima, doc. CCCXXVI, p. 230. 51 A.C.A., Canc., reg. 1036, ff. 134r e 135v; Cfr: D’ARIENZO 1983, p. 43–80. 52 BOSCOLO 1958, p. 85 – BOSCOLO 1961, p. 17, nota 17 e p. 56. 53 Cfr. PINTUS 1904, p. 33. 54 SERRA 1992, p. 86 e sgg. 55 A.S.V., Reg. Vat. 55, f. 205v; cfr.: SCANO 1940, parte prima, doc. CCCXXV, p. 230. 56 A.S.V., Reg. Vat. 55, f. 206v; cfr.: SCANO 1940, parte prima, doc. CCCXXVI, p. 230. 57 A.S.V., Reg. Vat. 55, f. 238-240; cfr.: SCANO 1940, parte prima, doc. CCCXXVIII, p. 231. 58 A.S.V., Reg. Vat. 55, f. 212rv; cfr.: SCANO 1940, parte prima, doc. CCCXXVII, p. 230. 59 Cfr.: SANS Y TRAVE’ 1991, p. 274 e ss. ; MIRET Y SANS 1910, p. 380 e ss. 60 Cfr.: SANS Y TRAVE’ 1991, p. 285 e ss.; MIRET Y SANS 1910, p. 381. 61 Cfr. MIRET Y SANS 1910, p. 380. 62 SELLA 1945: p. 57, n. 529; pag. 66, n. 612; pag. 116, n. 1104. 63 A.C.A., Canc., reg. 1025, c. 15v; cfr.: MELONI 1993, doc. 2, p. 165 – A.C.A., Cancilleria, Papeles por incorporar, caja 22, n.484, c. 3; cfr.: MELONI 1993, doc. 60, p. 257. 64 Cfr.: CASTELLO 2007c.: Il locus de Pitxinurri fu devastato da un incendio il 16 agosto 1353, e fu forse a causa anche di questo motivo che tale mansione gerosolimitana fu aggregata a quella di Uta, vista la convocazione agli Stati Generali di Cagliari del 1355 di un non identificato priore di Sancte Marie d’Uta e Pixanurri. Cfr.: ARMANGUÉ I HERRERO - CIREDDU ASTE - CUBONI 2001, II, doc. 19, p. 107 e sgg.; cfr.: MELONI 1993, p. 80, p. 165 doc. 2 e p. 257 doc. 60; A.C.A., Canc., Sardinie, reg. 1025, c. 15v; A.C.A., Canc., Papeles por incorporar, cassa 22, n. 484, c. 3. In seguito, pur essendo stata concessa in feudo a privati, Pittinurri restò in mano agli Arborea sino alla fine del Giudicato: nonostante 42

ciò l’Ordine Giovannita non perse mai i diritti sui suoi territori, come risulta da notizie risalenti al 1560 contenute in un cabreo del 1627. Cfr.: N.L.M., AOM 5969, carta 4 e ss.; ALBERTI 1994, pp. 105-108 e 525-526. 65 Cfr.: MIRET Y SANS 1910, p. 362 e ss. : In quell’anno l’Ordine, sotto la guida del Gran Maestro frà Foulques de Villaret, si stabilì nell’isola di Rodi dove visse uno dei periodi di maggior splendore della sua storia, e dove creò la potente flotta che cominciò a solcare i mari sempre in difesa della cristianità, fregiandosi nelle sue bandiere delle croci ad otto punte così come oggi le conosciamo. 66 Cfr.: SERRA 1989, p. 75. 67 Nei primi ‘pellegrinaggi devozionali e armati’ in Terrasanta, tutti i vessilli dei vari Ordini equestri portavano la croce rossa, simbolo del sangue di Cristo sparso sulla croce. Ma prima della terza Crociata «intervenne fra i Crociati delle diverse provenienze un accordo per cui, pur rimanendo la croce il loro comune vessillo, ne furono cambiati i colori a seconda della provenienza dei guerrieri»: in MANARESI 1929, III, p. 966. Cfr.: BASCAPE’ - DEL PIAZZO 1983, p. 189, nota 1. La consuetudine di distinguere le milizie feudali attraverso l’uso di differenti colori è documentata nell’Alexiadis di Anna Comnena, lib. X, in SIEGENFELD 1900, p. 13: «Anno 1188 … Rex Franciae et gens sua susceperunt cruces rubeas et rex Angliae cum gente sua suscepit cruces albas et Philippus come Flandriae suscepit cruces virides». Cfr.: BASCAPE’ - DEL PIAZZO 1983, p. 10. 68 CASTELLO 2000, pp. 257-261. 69 N.L.M., AOM 5969, carte 5 e 6. 70 CASTELLO 2005a. 71 Da noi identificato con la roccaforte di Casteddu Becciu di Fordongianus: cfr. CASTELLO 2005, p. 382. 72 A.S.V., Reg. Vat. n.19, f.39r., anno XII, c.190 – SCANO 1940, p. 99, doc. CXLVI. 73 In Sardegna, la presenza dell’Ordine Gerosolimitano è attestata per la prima volta nel 1198 in una lettera di papa Onorio III, in occasione di una controversia tra l’arcivescovo d’Arborea Giusto ed il suo capitolo di canonici, rappresentato dal presbitero Pietro de Staura, nella quale risulta che un Giovannita fece le veci dell’arcivescovo d’Arborea in sua assenza: « …et hospitalarium quemdam, qui habebat vestes ipsius archiepiscopi commendatas ad tempus, fecit in custodia detineri… »; Cfr.: MIGNE 1878–1969a, vol. 214, lib. I, ep. CCXXIX, col. 294/7, p. 294. 74 A.S.V., Reg. Vat. n.21ª, f.387r-v. 75 A.S.V., Reg. Vat. n.24, f. LXXXIXv. 76 Cfr.: LUTTRELL 1981, p. 594.

LA BIBLIOGRAFIA PUÒ ESSERE RICHIESTA A: - giovanni.gelsomino@tiscali.it - info@castellotours.it


S T O R I A

314

La viabilità della Sardegna Romana

Un nuovo praetorium a

SAS PRESONES A REBECCU di Attilio Mastino e Paola Ruggeri

L’

edificio rurale di Sas Presones si trova alle pendici del ciglio basaltico dell’altopiano della Campeda di Bonorva (altitudine m. 490 s.l.m.), a breve distanza dal villaggio abbandonato di Rebeccu (ad Est) e dagli ipogei preistorici di S. Andrea Priu con i dipinti rupestri di epoca tardo antica, bizantina e medievale, recentemente sottoposti a restauro (ad Ovest). L’area di Rebeccu ha rappresentato certamente il cardine della viabilità romana in Sardegna ed uno dei luoghi che ancora oggi conservano prodigiosamente il paesaggio antico, al piede delle colline vulcaniche del Meilogu e lungo la piana un tempo paludosa di Santa Lucia, sulla direttrice per Olbia, una variante che si biforcava dalla strada centrale sarda Karales-Turris. L’area conserva uno straordinario interesse paesaggistico, storico e archeologico e lo stesso edificio di Sas Presones, segnalato già nell’Ottocento, è in realtà parte di

Sopra, Miliario a Rebeccu Fac-simile di Salvatore Ganga.

una struttura termale tardo-antica arrivata fino ai nostri giorni, che ipoteticamente potrebbe essere identificata come quello che resta in piedi di un praetorium pubblico al servizio della viabilità per Olbia, dotato di un impianto termale realizzato in epoca tarda. Numerosissimi sono i ritrovamenti di miliari stradali in quest’area, alcuni recentemente pubblicati ed esposti nel Museo comunale di Bonorva, utili per localizzare la biforcazione della a Karalibus Olbiam dalla strada centrale sarda a Karalibus Turrem, tema che ha rappresentato negli ultimi anni il vero problema storiografico sulla viabilità romana in Sardegna, a partire dal dibattito avviato negli anni ’70 da Piero Meloni, proseguito con una penetrante indagine territoriale da Emilio Belli e Virgilio Tetti. Di fatto gli studiosi si sono divisi ed hanno collocato la biforcazione in varie località del Logudoro, tutte collocate tra


315

S T O R I A

In occasione di recenti lavori di restauro finanziati col Piano integrato d’Area “Meilogu-Valle dei Nuraghi”, sono stati studiati i due ambienti superstiti di Sas Presones e la pianta complessiva dell’edificio originario, che doveva essere articolato in almeno otto vani, con una complessa sistemazione spaziale ed un’articolazione degli ambienti caldi e degli ambienti freddi. un punto che oggi appare troppo meridionale (Mulargia) ed un punto troppo settentrionale (Giave). Le indagini recentemente effettuate dalla Soprintendenza archeologica di Sassari e Nuoro nell’edificio di Sas Presones di Rebeccu hanno riaperto il problema topografico, storico, archeologico, epigrafico, che siamo lieti di richiamare sia pur sommariamente in questa sede in omaggio agli interessi, alle passioni ed alle curiosità dell’amico e maestro Giovanni Uggeri (pensiamo da ultimo con ammirazione ed un poco di invidia al volume su La viabilità della Sicilia in età romana). In occasione di recenti lavori di restauro finanziati col Piano integrato d’Area “Meilogu-Valle dei Nuraghi”, sono stati studiati i due ambienti superstiti di Sas Presones e la pianta complessiva dell’edificio originario, che doveva essere articolato in almeno otto vani, con una complessa sistemazione spaziale ed un’articolazione degli ambienti caldi e degli ambienti freddi. Per la descrizione del complesso dobbiamo rinviare alla rapida sintesi finora disponibile a firma Nicola Ialongo, Andrea Schiappelli ed Alessandro Vanzetti, che hanno potuto presentare in tempo reale i risultati dell’indagine in occasione delle Giornate di studio di archeologia e storia dell’arte promosse nella Cittadella dei Musei a Cagliari nel marzo 2006: il misterioso edificio di Sas Presones di Bonorva si è rivelato un complesso termale collocato a breve distanza dalla Fonte di Su Lumarzu, lungo la strada per Olbia ai piedi del versante settentrionale della Campeda, La planimetria finale con la rete di canalette consente di definire le funzioni dei diversi ambienti, dall’apodyterium al frigidarium, per arrivare alle sale calde con ipocausto e tubuli alle pareti, il tepidarium centrale, i due sudatoria laterali ed a Nord il calidarium con il praefurnium. Più in dettaglio gli studiosi hanno ricostruito i flussi idrici delle canalette di scolo ed hanno distinto un’articolazione in gradoni: l’ambiente 1 (m. 5,70 x 3,60) viene interpretato come frigidarium, con le caratteristiche banchine e le canalette, con la volta originaria parzialmente conservata; l’ambiente 5 (m. 4,50 x 3,00) potrebbe essere l’apodyterium;

Carta con la localizzazione dei miliari stradali rinvenuti a Nord di Bonorva (S. Ganga) segue il terrazzo sul lato ovest, a ridosso dell’ambiente 8, con una vasca per le abluzioni; più in basso si trovavano gli ambienti caldi, in particolare l’ambiente 2 (m. 5,40 x 3,60) viene interpretato come tepidarium per i tubuli alle pareti, la probabile banchina, l’originale ipocausto; mentre gli ambienti simmetricamente contigui 6 e 3 sarebbero due piccoli sudatoria, ugualmente riscaldati, come il vicino ambiente 4, che potrebbe essere il vero e proprio calidarium con annesso a nord il praefurnium. Nel tepidarium centrale (ambiente 2) le indagini hanno consentito di portare alla luce il pavimento originario


S T O R I A

316

Sono ora disponibili le piante dell’edificio termale di Sas Presones, variamente rimaneggiato in epoca medioevale e moderna, con un progressivo rialzamento dei piani d’uso. con lastroni rettangolari di basalto, parte in realtà di un vero e proprio ipocausto, del tutto originale e credo senza confronti in tutto l’impero romano: il pavimento copre l’intercapedine ed è sospeso su 24 pilastrini in trachite alti 60 cm., che si sono rivelati in realtà tronconi di cippi miliari in riutilizzo, recanti tracce di iscrizioni, non tutti al momento raggiungibili e leggibili. Ecco la descrizione degli studiosi: «Una serie di pilastrini in trachite, alti circa 60 cm. ciascuno, poggia sul substrato roccioso ed è stata rinvenuta inglobata nel terreno di infiltrazione e di ributto, il quale conteneva sparuti frustuli di terra sigillata, ma anche reperti di età moderna. A un controllo più accurato (…) i pilastrini si sono rivelati essere tronconi di cippi miliari, recanti tracce di iscrizioni, di cui è stato ottenuto il calco». Sui pilastrini «poggiano dei lastroni rettangolari di basalto, forse anch’essi di riutilizzo, di circa 60/80 cm. di lato, coperti a due strati di malta, tra i quali è intercalato un livello di mattoni bipedali e di tegole riadattati». Sono ora disponibili le piante dell’edificio termale di Sas Presones, variamente rimaneggiato in epoca medioevale e moderna, con un progressivo rialzamento dei piani d’uso: il complesso restituisce sotto il pavimento una serie di miliari provenienti con tutta probabilità dalla biforcazione della strada che, superata la Campeda, si dirigeva in direzione di Olbia oltre che di Turris. I frammenti di miliari stradali si presentano tutti in pessime condizioni di conservazione, utilizzati come suspensurae nel praefurnium termale. Si tratta di almeno 8 miliari diversi, che dovevano essere riferiti al punto miliario 112 da Karales (o 65 da Olbia) od a punti miliari vicini, affiancati l’uno all’altro come avviene in altri punti cruciali della rete stradale romana: cedutici recentemente con generosità da Antonietta Boninu, i preziosissimi e quasi illeggibili calchi dei miliari, effettuati nei mesi scorsi, rivelano la titolatura di imperatori del III e del IV secolo e rappresentano il terminus post quem per la costruzione stessa dell’impianto termale, che non escludiamo vada riferito ad un praetorium al servizio del cursus publicus tardo lungo la principale strada romana della Sardegna: al momento sono stati identificati tre praetoria in Sardegna: Muru de Bangius di Marrubiu, Domu de Cubas, presso la chiesa di San Giorgio megalomartire in comune di Cabras, infine Bacu Abis.

Allo stesso «edifizio antico che i paesani dicono le Prigioni» nell’Ottocento si era interessato il can. Giovanni Spano, che l’aveva visitato nel 1849 e vi aveva trovato e trascritto un miliario stradale apparentemente di Massimino il Trace datato al 236 e con il 42° miglio da Turris: la segnalazione di Giovanni Spano, non fu verificata da Theodor Mommsen e da Johannes Schmidt in occasione dei soggiorni in Sardegna rispettivamente del 1877 e del 1881, ma fu comunque ripresa in CIL X ed il luogo di ritrovamento è indicato inter Bonorvam et Rebeccam prope domus antiquae rudera q.d. le Prigioni. Il Mommsen aveva manifestato seri dubbi sulla lettura del testo (huius cippi lectio etiam minus certa videur esse quam relioquorum est ab hoc auctore prolatorum), anche se una possibile soluzione potrebbe essere collegata al trasferimento in epoca moderna della pietra, che fa riferimento alla distanza da Turris, 42 miglia, 63 km circa: (M.p. XLII, viam quae ducit [a] Turr[e—-] vetustate corruptam restituit). Effettivamente non escluderemmo che la lettura della pietra effettuata dallo Spano sia inesatta, perché la colonna miliaria «in pietra vulcanica» ritrovata «vicino» all’edificio di Sas Presones era già nel 1849 in pessime condizioni: «siccome era incrostata di calce, appena abbiamo potuto rilevare le parole seguenti». In questo caso si potrebbe addirittura porre il problema dell’identificazione del testo con la nostra iscrizione nr. 2, unica non cilindrica collocata sopra pavimento dell’edificio termale e non utilizzata con le altre suspensurae: il Maxim<inus> di l. 3 di CIL X 8017 difficilmente può essere allora il Galerio della terza tetrarchia, vd. oltre il § 3. Un altro miliario con il numero di miglia superiore a 110 (MP CX[—-]) fu segnalato vent’anni fa da Roberto Caprara «presso una costruzione romana ridotta ad un rudere», come «architrave del cancello d’ingresso della vigna che si trova sotto Sas Presones». Del resto due frammenti di miliari in trachite sono ancora oggi murati nella chiesa di Rebeccu. In questa sede possiamo ora presentare alcuni dei calchi realizzati in occasione ella scoperta per alcuni dei miliari ancora in situ, uno quei quali relativo ad una colonna clindrica difficilmente leggibile che conserva l’immagine del Sole, che potrebbe portarci a Costanti-


317

no: può essere infatti confrontato con CIL X 7954, un miliario ritrovato a Teli alle porte di Olbia, con una dedica a Costantino perpetuus semper Aug(ustus) da parte del clarissimo T. Septimius Ianuarius. Attilio Mastino ed Alessandro Teatini hanno osservato in passato che Costantino promosse il culto del Sol invictus: nella scena di profectio da Milano rappresentata sull’arco del 315 sono raffigurati due signiferi con la Victoria ed il Sol invictus, mentre sui medaglioni costantiniani dell’arco compaiono le immagini di Sol oriens e di Luna occidens e, come noto, nei Fasti Filocaliani, al 28 agosto, è regolarmente registrato il giorno festivo Solis et Lunae. Del resto non si può escludere neppure una data più tarda, con riferimento alla devozione di Giuliano per il culto del Sole. In questo contesto, come a suo tempo osservava Pierre Salama, i miliari avevano una chiara funzione “propagandistica”, tesi a diffondere fra i viandanti quei concetti cari all’amministrazione imperiale: è quindi significativo che anche a Sas Presones, evidentemente uno fra i punti nevralgici della viabilità isolana, trovassero posto simili forme di propaganda. Rimane sullo sfondo un enigma irrisolto, quello di comprendere le ragioni che hanno portato a raccogliere in un’unica località un numero tanto alto di miliari. Come è noto esistono punti miliari della Sardegna che hanno restituito in passato anche una decina di miliari, come a Sbrangatu presso Olbia. Eppure non escluderemmo che i miliari di Sas Presones siano stati prelevati da diversi punti miliari vicini dopo esser stati sostituiti, quindi accatastati in un centro di raccolta, presso un edificio pubblico alla radice della strada per Olbia, proprio perché si trattava di un praetorium controllato direttamente dal governo provinciale. E dunque non escluderemmo che i lapicidi itineranti incaricati di reincidere e aggiornare i miliari dismessi potessero far capo ad un’officina lapidaria localizzata a ridosso di Sas Presones. Tra i cippi collocati sotto il pavimento, possiamo presentare per il momento almeno il fac-simile del miliario che sembra debba essere riferito al regno di Costanzo Cloro e Galerio Augusti, Severo e Massimino Daia Cesari, posto a cura del praeses Galerius (?) Valerius Domitianus nell’anno 305-6, come è possibile ipotizzare sulla base di un confronto con un altro miliario già noto trovato a Code in comune di Torralba al miglio 118°. Il governatore è ampiamente conosciuto in Sardegna sui miliari e anche nella dedica a Galerio ancora Cesare di Turris Libisonis.

S T O R I A

Miliario di Rebeccu Fac-simile di Salvatore Ganga. Il testo è inciso su una pietra cilindrica della trachite del Meilogu, delle seguenti dimensioni: circonferenza 123 cm, alt. 55 cm. ——— / —- novilissmo [Cae]/sari cor[a]n[te ?] / [Valeri]o Domitiano / [v(iro) p(erfectissimo)] presidi pro[vinciae Sardiniae —-]. La condizione della pietra non permette neanche in questo caso di verificare se il preside Domitianus facesse precedere a Valerius, il nome Galerius, come a suo tempo sottolineato da Armin Stylow e Maria Antonietta Boninu per il miliario di Torralba, un’ipotesi che purtroppo, forse a cau-


S T O R I A

318

Una lastra rettangolare e a sviluppo verticale, nella trachite del Meilogu, collocata originariamente sul pavimento dell’ambiente 2, conserva su 15 linee un testo che solo in parte è possibile ricostruire. sa di un successivo deterioramento della pietra, non ha trovato riscontro nella lettura fornita da Giuseppina Oggianu nel 1990. È d’altro canto curioso osservare come tutti i testi del praeses siano allo stato attuale delle nostre conoscenze concentrati nella parte settentrionale dell’isola, nel triangolo compreso fra Olbia, Portotorres e Torralba, quasi che questo ristretto territorio, nevralgico per i rifornimenti annonari verso Roma, fosse stato oggetto di particolare attenzione del governatore. Una lastra rettangolare e a sviluppo verticale, nella trachite del Meilogu, collocata originariamente sul pavimento dell’ambiente 2, conserva su 15 linee un testo che solo in parte è possibile ricostruire: per il momento rimandiamo al fac-simile realizzato da Salvatore Ganga, senza ulteriori precisazioni. Come abbiamo osservato più sopra, il testo va difficilmente identificato con CIL X 8017 pubblicato dallo Spano (sopralluogo dell’aanno 1849). Dimensioni: alt. cm. 87, largh. cm. 35: spessore non rilevabile. M(ilia) [p(assuum) CX ?]. / [I]mp(eratori) Caes(ari) / D(omino) [n(ostro) ..] Ga/[lerio Valer]io ? S[.]/ A (vacat) Maxim[.]/[…](vacat) Aug(usto) / [co](n)s(uli) [..] proc[o(n)s(uli)] / F[la(vio)] Val(erio) Sev[ero] / [Ga]l(erio) Val(erio) Ma[x]i/[m]iano et F ? Vale(rio ?) / [Consta]nt ? Max[..] vel [po]nt(tifici) max(imo) / [cu]rante San[..] / idem p[.]aaesi(de) / [S]ard(iniae) v(iro) e(gregio) ? nu/[mini ? de]v(o)to e[o]r[rum]? A prima vista si tratta di un miliario stradale proveniente da località vicina, del quale è tuttavia è difficile comprendere il testo, molto usurato e probabilmente fratto lungo lo spigolo sinistro. Solo con estrema cautela potremmo quindi pensare al collegio della Terza Tetrarchia, non ancora attestato in Sardegna e rarissimo nell’impero, quando l’isola sotto un governatore anonimo (forse ricordato nelle ultime linee del testo), nella confusione posteriore alla morte di Costanzo Cloro, non era ancora passata a Massenzio (dunque anteriormente all’anno 308). In quel momento non doveva essere ancora nota la morte di Severo avvenuta forse nel settembre del 307. In questo caso accanto a un Galerio con una titolatura quasi tradizionale (evento non

raro nelle iscrizioni di questo imperatore), che in questa fase aveva già ricoperto per sei volte il consolato, forse accompagnato da alcuni cognomina ex virtute, troveremo correttamente al secondo posto Valerio Severo (secondo Augusto), Massimino Daia e forse Costantino; resterebbe da spiegare in questo caso la forma finale MAXIM (non pare convincente una restituzione pont(ifici) maxim(o), in posizione alquanto inusuale rispetto ai formulari standard). Suggestivo ma difficilmente dimostrabile il ricordo sul miliario anche di Massenzio come ultimo dei Cesari, quindi in un momento fra il 28 ottobre 306 e presumibilmente la fine di quello stesso anno, quando i tentativi di una pacifica conciliazione con Galerio sfumarono di fronte all’attacco di Severo contro Urbe. Non si può negare d’altronde che possa esser esistito un legame fra la Sardegna e Massenzio ben prima della conquista, sia perché in passato la provincia era stata sotto il controllo del padre Massimiano, che ora appoggiava il figlio nella sua scalata al potere sia perché il signore di Roma, grazie alla flotta del Miseno, finiva per esercitare un controllo anche sull’isola. Un collegio formato da cinque Augusti non sembrerebbe attestato al momento in nessuna altra parte dell’impero. In attesa di un esame più esteso della documentazione epigrafica, attualmente non direttamente accessibile sotto il pavimento in corso di restauro, appare di maggiore interesse il discorso topografico sulla viabilità locale, utilizzando i recenti risultati delle ricerche condotte da Maria Giuseppina Oggianu e Lorenza Pazzola sulla base dei numerosi miliari che modificano alquanto l’immagine fornita dall’Itinerario Antoniniano per la via a Tibula Carales: la carta topografica che presentiamo, curata da Salvatore Ganga, rappresenta un primo tentativo di sistematizzazione dei dati disponibili. Se collochiamo il nostro punto di vista a Bonorva, in direzione Sud possiamo lasciare da parte in questa sede intanto la strada centrale che, partita da Turris, dalla Campeda raggiungeva Carales: essa toccava l’antica fortificazione punica di San Simeone, quindi la cantoniera Tilipera in regione Salamestene e risaliva l’altopiano, superando il Punto Culminante (in località Pedra Lada, quota 669 m s.l.m., col 109° miglio da Carales), Berraghe, Padru Mannu pres-


319

so il bivio per Bolotana, il ponte sul Rio Temo (miliario con l’indicazione di lavori di restauro effettuati dai Severi e massicciata di S’Istriscia); toccato il Nuraghe Boes, raggiungeva Mulargia. Qui presso il nuraghe Aidu Entos, forse al 100° miglio da Carales è stato localizzato il limite del popolo degli Ilienses, che occupavano il Marghine ed il Goceano fino al Tirso. Oltrepassata Molaria la strada proseguiva per Ad Medias, Forum Traiani e Othoca. In direzione Nord, possiamo ugualmente sorvolare sul tronco principale per Turris Libisonis, che da San Simeone di Bonorva raggiungeva San Francesco e poi entrava in comune di Giave a Corona Pinta e Campu de Olta, per proseguire verso Prunaiola di Cheremule, Torralba, Bonnanaro, Mesumundu di Siligo. Credo vada riferito a questo tronco il miliario di Rebeccu, più volte citato, con XLII miglia [a] Turr[e], che in passato si riteneva trasferito in età moderna, ma che potrebbe essere stato collocato nell’edificio di Sas Presones già in età tardo-antica, se chi costruì l’edificio termale raggruppò i miliari dalle aree circostanti e non dal solo punto miliario CXII. Dobbiamo invece concentrarci sulla variante orientale per Olbia, che si originava in comune di Bonorva nella parte settentrionale della Campeda in direzione di Rebeccu all’incirca al 112° miglio (si ricordi che il Punto Culminante di Pedra Lada porta il 109° miglio da Carales) ed arrivava ad Olbia, che va ora collocata al 177° miglio. La variante era dunque lunga 65 miglia, cioè 96 km, tra Bonorva ed Olbia. Essa è parzialmente documentata anche dall’Itinerario Antoniniano con due stazioni della centrale sarda a Tibula Carales: - Hafa oggi Mores (24 miglia, 35 km a Nord di Molaria); - Luguidonis c(astra) oggi Nostra Signora di Castro in comune di Oschiri (24 miglia, 35 km a NE di Hafa e 25 miglia, 37 km a Sud di Gemellae-Perfugas). La documentazione più significativa è però rappresentata dai numerosi miliari ritrovati a Nord di Bonorva (l’ultima scoperta in località Mura Ispuntones), con la numerazione delle miglia calcolata sempre da Carales, tranne il miliario di Errianoa di Berchidda che ha l’indicazione 24 miglia, calcolate evidentemente da Olbia nell’età di Magno Massimo e Flavio Vittore. Del resto anche un miliario di Sbrangatu con 5 miglia nell’età di Costantino II (accanto a quelli con 170 miglia) ci conferma l’esistenza di un computo inverso meno frequente; ma ciò non sembra dover comportare un mutamento nella denominazione ufficiale della strada alla fine del IV secolo.

S T O R I A

Il tratto iniziale si staccava dalla strada a Turre a Nord della Campeda di Bonorva (lungo il tratto tortuoso di Sa Pal’e Càcau); la strada per Olbia, raggiunto San Lorenzo e poi il bivio di Rebeccu, doveva toccare secondo Emilio Belli Pedra Peana e, superato su un ponte nella piana di Santa Lucia il Rio Casteddu Pedrecche, aggirava a Est la palude e raggiungeva, alle falde del Monte Frusciu, le località di Mura Ispuntones nel versante nord-occidentale dell’altopiano di Su Monte, al punto miliario 114 (168 km da Cagliari), documentato dal cippo dell’anno 248 dei due Filippi durante il governo di Publio Elio Valente. Il punto miliario successivo era a Mura Menteda in comune di Bonorva (circa 8 km a NNE dal paese): siamo certamente al 115° miglio da Carales (170 km), come testimonia un miliario di Costante Cesare posto tra il 333 ed il 335 dal perfettissimo Fl(avius) Titianus. La strada procedeva quindi per S’ena ‘e sa Rughe, passava il rio Badu Pedrosu, proseguiva ad Est per la borgata di Monte Cujaru, la caratteristica collina vulcanica del Logudoro, che ci ha restituito (senza la numerazione delle miglia) i miliari che attestato dei restauri al tempo di Filippo l’Arabo con il praefectus et procurator provinciae Sardiniae M. Ulpius [V]ictor, di Valeriano e Gallieno con [P. Maridius Ma]ridian[us], di Diocleziano e Galerio con il governatore Val. Fla[vianus]; il cippo dedicato a Costantino il Grande con il già ricordato governatore vir clarissimus T. Semptimius (!) Ianuarius si configura invece come un miliario “di propaganda” (si noti la formula finale devotus numimi maiestatique eius) piuttosto che prova di reali lavori condotti. Da località ignota nei pressi di Bonorva, probabilmente in un punto corrispondente al 116° o 117° miglio, durante dei lavori agricoli svoltisi nel 1973, proviene un cippo irregolarmente cilindrico di trachite, sul quale si legge il nome di [H]eraclitus, forse riferibile al governatore della Sardegna fra il principato di Decio e quello di Treboniano Gallo e Volusiano. La strada proseguiva lungo il viottolo campestre che costeggia Planu Chelvore presso Monte Calvia: da qui provengono i miliari con il 117° miglio da Carales, uno dei quali fu posto dal prefetto Octabianus a Massimino il Trace. Il punto miliario successivo (dove sono stati scoperti ben cinque cippi) è quello del versante occidentale della valletta di Code all’estremo lembo orientale del comune di Torralba, con l’indicazione del 118° miglio nell’età di Elagabalo (anno 220) e del divo Aureliano. La medesima località ha restituito inoltre cippi dedicati ai Cesari Erennio


S T O R I A

320

La strada proseguiva lungo il viottolo campestre che costeggia Planu Chelvore presso Monte Calvia: da qui provengono i miliari con il 117° miglio da Carales. Etrusco e Ostiliano, probabilmente a Decio o Treboniano Gallo e Volusiano da M. Ant. Sept. H[eraclitus], a Valeriano e Gallieno da [P. Maridius Ma]rid[ianus], per Costanzo Cloro, Galerio, Valerio Severo e Massimino Daia, forse ad opera di Valerio Domiziano, a Costanzo Cloro dal già ricordato Valerio Domiziano1: in quest’ultimo caso il cippo non fu posto per un reale o presunto restauro della strada ma più verosimilmente come atto di devozione del governatore all’imperatore che nella gerarchia tetrarchica deteneva, almeno nominalmente il primato nel collegio degli Augusti. Resti delle carraie rimangono presso il nuraghe Mendula, da dove la strada raggiungeva la depressione di Silvaru-Add’e Riu in comune di Mores, con almeno tre miliari (due con il 119° miglio da Carales) come quello di M. Ulpius Victor sotto Filippo l’Arabo o quello di M. Calpurnius Caelianus sotto Valeriano e Gallieno o quello di M. Aurelius Quintillus sotto l’impero del fratello Claudio il Gotico. La strada raggiungeva Su Coticone di Mores, con il miliario ancora di M. Ant(onius) Sept(imius) Her[aclitus] a Decio, Erennio Etrusco e Ostiliano; toccava quindi Planu Alzolas e superava il Rio Mannu di Mores sul Ponte Edera o meno probabilmente sul Ponte Etzu di Ittireddu. Alla periferia di Mores, in località Santa Maria ‘e Sole presso la collina dal caratteristico toponimo Montigiu de

Conzos va collocata la stazione di Hafa, che si trovava secondo l’Itinerario Antoniniano 24 miglia, 35 km a Nord di Molaria; la strada toccava forse San Giovanni Oppia, la Tola di Mores e raggiungeva il bivio di Sant’Antioco di Bisarcio: qui, in località San Luca, va riportato il miliario del Cesare Delmazio che conserva la menzione del 131° miglio da Carales. La strada si dirigeva decisamente ad Est, superava quindi il Rio Mannu di Ozieri sul Pont’Ezzu di Ozieri (un grande ponte a sei arcate, lungo quasi un centinaio di metri), quindi evitava l’area paludosa del Campo di Ozieri; altri ponti sono quelli di Badu Sa Femmina Manna e di Castra, coperto dal lago Coghinas; qui la strada raggiungeva Nostra Signora di Castro in comune di Oschiri, dove localizziamo i Luguidonis c(astra) della cohors III Aquitanorum, della cohors Ligurum e della cohors Sardorum. Come si vede, la documentazione rimastaci è abbondante e testimonia un’attenzione del governo imperiale per la viabilità tra il Meilogu, il Monteacuto e la piana di Olbia che si sviluppa soprattutto in età tardo antica: solo alla fine del IV secolo risale dunque l’edificio di Sas Presones che reimpiega miliari stradali che dall’età di Galerio arrivano almeno fino a Costantino od a Giuliano. La vitalità del territorio appare sicura almeno fino all’arrivo dei Vandali alla metà del V secolo, di cui ci rimane una testimonianza vivacissima, l’affondamento delle navi del porto di Olbia.

BIBLIOGRAFIA SOMMARIA

A. MASTINO (a cura di), Storia della Sardegna antica, Nuoro 2004 A, MASTINO, Il viaggio di Theodor Mommsen e dei suoi collaboratori in Sardegna per il Corpus Inscriptionum Latinarum, in Theodor Mommsen e l’Italia, Atti dei Convegni Lincei, 207, Accademia Nazionale dei Lincei, Roma 2004, pp. 227 ss. P. MELONI, L’amministrazione della Sardegna da Augusto all’invasione vandalica, Roma 1958 P. MELONI, La Sardegna romana, Sassari 1975 (seconda edizione Sassari 1991). G. OGGIANU, Contributo per una riedizione dei miliari sardi, estratto da L’Africa romana, 8, Sassari, 1991 L. PAZZOLA, I miliari stradali della provincia Sardinia. Norme PETRAE (tesi di laurea presso la Facoltà di Magistero dell’Università di Sassari), relatori i proff. Attilio Mastino, Jean-Pierre Bost e Paola Ruggeri, a.a. 1995-96. P.G. SPANU, R. ZUCCA, Il cursus publicus nella Sardinia tardo-antica: l’esempio di Murus de Bangius, in “Paesaggi e insediamenti rurali in Italia meridionale fra Tardoantico e Altomedioevo”, Atti del Primo Seminario sul tardo antico e l’Altomedioevo in Italia Meridionale (Foggia, 12-14 febbraio 2004), Bari 2005, pp. 675-690.

E. BELLI, La viabilità romana nel Logudoro-Meilogu, in Santu Antine: Studi e ricerche del Museo della Valle dei Nuraghi del Logudoro - Meilogu (Torralba), a cura di A. MORAVETTI, Sassari 1988, pp. 331 ss. A. BONINU, Testimonianze di età romana nel territorio di Torralba, in AA.VV., Il Nuraghe S. Antine nel Logudoro-Meilogu, Sassari 1988, pp. 305 ss. A. BONINU, A.U. STYLOW, Miliari nuovi e vecchi dalla Sardegna, “Epigraphica” 44, 1982, C. CAZZONA, Filippo l’Arabo e la provincia Sardinia. Un nuovo miliario della strada a Karalibus-Olbiam, in L’Africa Romana, XIV, 2002, pp. 1827 ss. C. CAZZONA, L. PAZZOLA, E. UGHI, La strada Karalibus Olbiam, in AA.VV., Bonorva. Museo Archeologico, Macomer 1999, pp. 39 ss. N. IALONGO, A. SCHIAPPELLI, A. VANZETTI, L’edificio ternale di Sas Presones, Rebeccu, Bonorva ((SS), in Ricerca e confronti 2006, Giornate di studio di archeologia e storia dell’arte, a cura di S. Angiolillo, M. Giuma, A. Paslini (Università degli studi di Cagliari, Quaderni di Aristeo), Cagliari 2007, pp. 199-210.


S T O R I A

322

Il racconto della fondazione in un condaghe della seconda metà del XVI secolo, unico paese in Gallura cui sia rimasto un simile documento

LE ORIGINI FRANCESCANE DI

Luogosanto di Graziano Fois

N

el medioevo sardo la parola “condake” (con le sue varianti fonetiche) aveva il significato di ‘registro di raccolta di atti, o di memorie registrate, riguardanti negozi giuridici, decisioni giudiziali, donazioni, permute’. Era redatto dai monasteri, forse anche dalle singole parrocchie, e dalle autorità giudicali (è il caso del condaghe di Barisone II di Torres, nella seconda metà del XII secolo). Nel XV secolo il termine non è riscontrato nelle fonti. E’ possibile che cominciasse a perdere il significato originario, almeno in alcune zone della Sardegna, tant’è che nel

Registro di San Pietro di Sorres il termine non ricorre mai. Nel XVI secolo “condaghe” sembra stabilizzarsi in due accezioni: se nel meridione dell’isola non si conoscono attestazioni della parola, nell’arborense permane col significato di ‘registro di atti riguardanti negozi giuridici’ (si conosce il Condaxi cabrevadu, compilato nel 1533, e proveniente dal Convento di San Martino di Oristano). Invece nel nordSardegna “condaghe” si distacca dal significato primario, per forma e contenuto, per collocarsi nel contesto di un gruppo di fonti scritte di cui finora ci sono noti alcuni esem-


323

S T O R I A

Alcuni elementi rendono plausibili le origini francescane dell’insediamento a Luogosanto. plari. Si tratta di racconti di fondazione di chiese, e infatti la tradizione, a partire dalla seconda metà del XVI secolo, accosta alla parola da noi esaminata, la denominazione di fundaghe, interpretando paretimologicamente il condaghe come racconto di fondazione. Proprio la prima attestazione scritta di questo nuovo e ulteriore significato compare nel condaghe di Luogosanto. Il centro gallurese non detiene solo questo record, se ci si consente il termine: è anche l’unico paese della Gallura in cui sia rimasto un simile documento. Finora il condaghe era conosciuto in copie tardive: la più antica risaliva al frate minore Salvatore Vidal (al secolo Giovanni Andrea Simone Contini, nativo di Maracalagonis), nel 1639, anche se il documento era stato conosciuto e citato da Giovanni Francesco Fara e Giovanni Arca, nella seconda metà del XVI secolo. Ma Vidal, recatosi a Luogosanto per sciogliere un voto per uno scampato naufragio mentre rientrava in Sardegna dalla Corsica, aveva conosciuto una versione del condaghe asai rimaneggiata. Noi abbiamo rintracciato, presso la Biblioteca Comunale di Studi Sardi di Cagliari, la copia più antica, risalente alla seconda metà del XVI secolo e le sorprese non sono state poche. Andiamo per gradi. Il condaghe di Luogosanto in realtà è inquadrato all’interno di una lettera patente del vescovo di Ampurias e Civita Ludovico Gonzalez il quale nel 1519, a Sassari (nei primi cinquanta anni, circa, di accorpamento delle diocesi di Ampurias e Civita i vescovi risiedettero nel capoluogo turritano), emanò un documento ufficiale, indirizzato a tutti i prelati e i fedeli dell’isola, rendendoli partecipi che attraverso la lettura di alcune fonti e grazie alla testimonianza degli anziani aveva riscoperto le origini storiche delle chiese di S. Maria di Luogosanto, S. Nicola e S. Trano. La vicenda è abbastanza nota e rimanda a un insediamento francescano. Peraltro lo stesso Lodovico Goznalez era un frate minore osservante, corrente minoritica che grazie a una bolla del maggio 1517 promulgata dal papa, era stato loro riconosciuta la divisione dai Conventuali. Agli Osservanti il papa riunì tutte le altre correnti riformate che erano ancora sotto l’obbedienza dei Conventuali.

Bartolomé Esteban Murillo San Francesco d'Assisi in preghiera (1645)

Dunque, come si diceva poco sopra, la prima novità della copia più antica sta nel fatto di presentare una porzione di testo in sardo, porzione che Vidal aveva tradotto in latino. Si tratta di un logudorese “illustre” (intendendo con ciò una lingua priva di tratti popolareggianti), elaborato dagli scrivani della diocesi di Sassari. La cosa non deve sorprenderci: il condaghe non è una copia fedele e filologica di un testo medievale, è una rielaborazione di almeno tre fonti, forse in origine anche slegate fra loro, nelle quali il Gonzalez ha “letto” un nesso. L’intento non era quello di riprodurre la parlata medievale, ma dare un testo comprensibile, narrabile nella lingua più parlata in Sardegna. Il fine ultimo della lettera del Gonzalez era il rinnovo delle indulgenze concesse il giorno della consacrazione delle tre chiese di Luogosanto (giorno che nel condaghe è segnalato unico per tutte e tre le chiese, sicuramente per un procedimento di assimilazione). Giova ricordare che la consacrazione raramente avveniva al termine dei lavori di costruzione di una chiesa e che inoltre i tempi di realizzazione


Il Condaghe di Luogosanto


327

S T O R I A

Una prova ulteriore, seppure indiretta, della possibilità di una donazione delle chiese di Luogosanto agli Ospedalieri di S. Giovanni è data dal fatto che nel primo francescanesimo era vietato ai frati possedere delle chiese. erano spesso lunghi per mancanza di liquidità. È interessante notare che tra le indulgenze che erano state concesse in occasione della consacrazione della chiesa e tra quelle concesse dal Gonzalez, non si accenna alla Porta Santa. Ciò ci porta a pensare che essa venne eretta solo in seguito, probabilmente nel XVIII secolo quando la chiesa di S. Maria venne praticamente ricostruita. Altra notizia ancora non conosciuta è il fatto che la chiesa venne subito donata all’ordine monastico-militare di San Giovanni di Gerusalemme. La notizia ha una sua verosimiglianza per quanto non sia suffragata da ulteriore prove. Intanto il racconto ci informa che i frati minori (due o tre, il testo oscilla nel numero) si erano recati in Terra Santa e, a Gerusalemme, erano andati alla chiesa di S. Giovanni Battista, già sede dell’Ordine, ma che all’epoca di S. Francesco (perché il racconto scrive che le chiese “fuint fatas et agabadas in tempus qui viviat Honorius papa secundus”, in realtà Onorio III – che morì nel 1227 – e quindi il pellegrinaggio dei frati avvenne presumibilmente quando S. Francesco era ancora in vita), essendo Gerusalemme stata conquistata dai Musulmani nel 1187, era diventata, almeno per una parte della sua estensione, una scuola di diritto islamico shaf ’ita; la parte restante della chiesa e dei locali attigui probabilmente era utilizzata come albergo dai pellegrini oppure veniva da loro visitata, sotto pagamento agli islamici che la custodivano, come accadeva per gli altri luoghi sacri ai cristiani a Gerusalemme. Una prova ulteriore, seppure indiretta, della possibilità di una donazione delle chiese di Luogosanto agli Ospedalieri di S. Giovanni è data dal fatto che nel primo francescanesimo era vietato ai frati possedere delle chiese. I Minori potevano utilizzarle solo in una forma di comodato d’uso gratuito. Ulteriore indizio di verosimiglianza è data dal fatto che papa Onorio III, nonostante l’esito negativo della cosiddetta “Quinta crociata”, non aveva smesso di cercare di organizzare un altro pellegrinaggio armato in Terra Santa. A tal fine riteneva che la base stesse nel rafforzamento degli ordini monastico-militari, rafforzamento attuato anche attraverso le donazioni di chiese e delle loro pertinenze economiche. La presenza dei Gerosolimitani non

è estranea al territorio del giudicato di Gallura: nel testamento di Ubaldo Visconti, nel 1239, viene lasciata una somma di denaro ad un “hospitali de Templo” laddove Templo non indica l’Ordine templare, ma il toponimo di Tempio, latinizzato. Che fosse dei Gerosolimitani? Dal Compartiment de Sardenya (1357-1358) apprendiamo che Lodè apparteneva agli Ospedalieri per un legato pio e versava alla Corona d’Aragona 40 lire annue e 100 armati. Il numero di cavalieri che erano tenuti al servizio è veramente impressionante, se si tiene conto che i feudatari più potenti raggiungevano, con difficoltà, la cifra di 40 soldati a cavallo. Ci sono poi alcuni elementi che rendono plausibili le origini francescane dell’insediamento a Luogosanto. Intanto la instabilitas loci (la scelta di non risiedere con stabilità in un luogo) dei frati è tipica del primitivo francescanesimo e i due frati del condaghe si caratterizzano per il loro girovagare: dalla penisola vanno a Gerusalemme, da lì in Sardegna e una volta nell’isola vanno in giro a elemosinare per trovare la somma e costruire la chiesa dedicata alla Madonna. Altro indizio non secondario dell’insediamento francescano è il fatto che a Luogosanto non ci siano tracce di monastero: nel francescanesimo primitivo era fatto divieto di possedere un chiostro; i frati abitavano presso alloggi o case messe a disposizione da privati cittadini. Per esempio quando Giordano da Giano, nel 1225, si recò a Erfurt per diffondere l’ordine, gli venne chiesto se voleva, per lui e i suoi confratelli, che gli si costruisse un monastero ‘egli stesso che mai aveva visto un chiostro nell’Ordine rispose «Non so cosa sia un chiostro; costruite per noi solo una casa vicino a dell’acqua, affinchè possiamo andarci a lavare i piedi. E così fu fatto». L’edificio che a Luogosanto è conosciuto come “Lu cunventeddu” doveva essere la residenza dei canonici della collegiata di Tempio, che si recavano nel paese nel periodo della Festa Manna. Molto ancora ci sarebbe da scrivere. Di tutto ciò abbiamo dato conto, insieme a Mauro Maxia, in un volume in pubblicazione per la Taphros e che vede impegnata anche l’amministrazione comunale di Luogosanto, volume al quale rimandiamo per un’analisi più approfondita e dettagliata. G.Fois


LE ORIGINI DEL COMUNISMO A TEMPIO di Tomaso Panu


329

S T O R I A

IL PARTITO COMUNISTA A TEMPIO: ATTO PRIMO (1921-1925) E ATTO SECONDO (1943-1948)

DA SOCIALISTI A COMUNISTI

A

l Congresso di Livorno, che il 1° gennaio 1921 aveva sanzionato la scissione dal Partito Socialista Italiano (PSI) e la nascita del Partito Comunista d’Italia (PCd’I), parteciparono, come delegati della sezione tempiese, Antonio Cassitta e Manlio Demartis. Rientrati a Tempio, essi promossero la costituzione in sede locale del nuovo partito – la prima in Sardegna assieme a quella di Iglesias - con un’ottantina di iscritti, secondo la ricostruzione fatta da Agostino Spano1. Antonio Cassitta era nato a Calangianus nel 1898 da una modesta famiglia del ceto medio e nel 1912 si era trasferito a Sassari per frequentare il Liceo, avendo come insegnante di lettere Massimo Stara, dirigente del movimento operaio sassarese. Qui ebbe i primi contatti con i giovani socialisti, che organizzavano frequenti manifestazioni a favore della neutralità dell’Italia. Il 24 maggio 1915 il Paese entrava, tuttavia, in guerra e la gioventù socialista iniziò la lotta per l’uscita dell’Italia dal conflitto e la pace separata. Antonio Cassitta fu uno dei più attivi propagandisti. Intanto, conseguita la licenza liceale, si iscrisse all’Università in Giurisprudenza, ma, verso la fine del 1916, la sua classe fu chiamata anticipatamente in servizio militare ed egli frequentò un corso accelerato di allievi ufficiali di fanteria a Modena. Ne uscì nell’autunno del 1917 sottotenente di complemento e inviato al fronte. Anche in trincea il giovane militante continuò la propaganda per la pace, la fraternizzazione e il socialismo. Durante una perquisizione, gli fu trovato in uno zaino un manifestino della gioventù socialista di condanna del conflitto. “La guerra – diceva - la stanno pagando soltanto i lavoratori con il loro sangue e con la vita, mentre i privilegiati e i profittatori imboscati nelle città ac-

cumulano milioni sulle forniture e fanno la bella vita”. Arrestato e processato da un tribunale militare in zona di guerra, fu condannato a dieci anni di reclusione, da scontare nel penitenziario “Il Mastio” di Volterra. Scontò due anni e mezzo e, terminata la guerra, fu liberato per amnistia nel 1920. Rientrato a Sassari per proseguire gli studi, entrò a far parte della Direzione Provinciale Giovanile Socialista. Come tale, prese una netta posizione per trasformare il PSI in partito comunista e sostenne le tesi della frazione comunista sorta a Imola nel novembre del 1920, assicurando l’adesione della stragrande maggioranza degli iscritti nelle sezioni di Sassari, Ittiri, Tempio ed altre. Subito dopo la fondazione del PCd’I, Cassitta partecipò a Firenze all’VIII Congresso della FGSI, che sanzionò, quasi all’unanimità, il distacco dal PSI e l’adesione al nuovo partito. Eletto nel Comitato Centrale, gli venne affidata la direzione dell’organo federale “L’Avanguardia” per il biennio 1921-1922. Nel giugno del 1921 si tenne a Mosca il 3° Congresso dell’Internazionale Comunista (III Internazionale), a cui fece seguito il 2° Congresso dell’Internazionale Giovanile Comunista. Antonio Cassitta fu designato a far parte delle delegazioni italiane ai due congressi ed ebbe così modo di recarsi in Russia, ma nel 1923 fu arrestato per complotto contro lo stato fascista e rimase in carcere oltre un anno durante l’interminabile istruttoria. Per le elezioni del 1924, i comunisti, riuniti a Sassari in un convegno clandestino, decisero di partecipare alle elezioni con capolista Antonio Cassitta per farlo uscire dal carcere. Il Prefetto annullò la lista, presentata in piena regola col prescritto numero di firme. Cassitta restò carcerato ancora diversi mesi, finché il giudice di Roma emise la sentenza di non luogo a procedere. A metà del 1924 fu costretto dalla polizia a tornare a Calangianus in domicilio vigilato e, quando tentò di esercitare la professione di procuratore, fu escluso dall’albo2.


S T O R I A

330

LE LOTTE OPERAIE

A

Tempio, primo segretario della neonata sezione del PCd’I fu Nicola Manconi, iscritto dal 1911 al PSI di Genova, dove si era recato per imparare il mestiere di sarto. Tornato in città nel 1916, animò le lotte operaie dei sugherieri, fece subito parte della frazione comunista del partito e fu tra i fondatori della locale sezione del PCd’I. Il 13 febbraio 1923 fu arrestato, insieme alla futura moglie Stefanina Brigaglia, Giuseppe Tamponi e A. Maciocco , per avere fatto opera di propaganda insurrezionale contro i poteri dello Stato, ma la Corte d’Appello di Cagliari dichiarò il non luogo a procedere e ne ordinò la scarcerazione3. La nascita della nuova formazione politica accentuò a Tempio lo stato di crisi del Partito Socialista Italiano, provocandone la riduzione numerica e affievolendone la capacità operativa. I rapporti tra il vecchio e il nuovo partito, tuttavia, si mantennero su un piano di collaborazione. Eppure, alle ultime elezioni politiche del 1919, il PSI aveva ottenuto in città un buon risultato, in linea con quello nazionale. Il candidato dei socialisti, Nicola Spano, esponente dell’ala massimalista, che aveva la maggioranza nella sezione tempiese, dovette confrontarsi con Gavino Gabriel, candidato dei Combattenti, con il radicale Giacomo Pala, deputato uscente e con Pietro Lissia, dell’Associazione Economica. Solo quest’ultimo fu eletto, ma nel collegio i socialisti ebbero il 32,4% dei voti e, a Tempio, Nicola Spano ebbe 480 voti, contro i 359 di Gavino Gabriel. Nicola Spano, nato a Tempio il 27 settembre 1883, aveva frequentato in città il ginnasio, poi si era trasferito a Cagliari, dove aveva conseguito la laurea in Giurisprudenza e aveva fatto le prime esperienze politiche, partecipando ai moti popolari del 1906, per cui aveva subìto un processo nel quale era stato assolto. Volontario in guerra nel 1917, era stato a Cagliari consigliere comunale. Nel 1919 si era costituita a Tempio la Camera del Lavoro con 1.000 iscritti. Fra gli iniziatori erano Nicola Manconi e Antonio Biancareddu, che ne fu il primo Segretario. Il 1920 era stato un anno di crisi, che aveva messo in difficoltà gli industriali galluresi, inasprendo i rapporti con i lavoratori. Con la disoccupazione alta e i salari impoveriti dall’inflazione, il massimalismo socialista pra-

Nicola Manconi Inedita, Archivio Almanacco Gallurese

ticò anche a Tempio la strada dello scontro di classe. Gli operai, in numero di 183, scioperarono compatti per 35 giorni, chiedendo un aumento del 20% della paga giornaliera. Per stroncare lo sciopero, gli industriali sugherieri minacciarono la serrata e fecero ricorso all’intervento della forza pubblica. Il 23 aprile 1920, il Consiglio Direttivo della Lega Quadrettai, decise di iniziare una lavorazione in proprio, acquistando la materia prima, e fece istanza al Commissario prefettizio perché venisse concessa come opificio la chiesa del Purgatorio. L’esperimento cooperativistico durò un mese, poi le difficoltà di gestione e il perdurare della crisi ne segnarono la fine, indebolendo la posizione degli operai di fronte agli industriali e dei socialisti a favore della locale sezione dei combattenti, che aveva pesantemente stigmatizzato lo sciopero4. Lo scontro elettorale si ripeté per le elezioni politiche nel maggio del 1921, quando la scissione comunista era già avvenuta. Il Partito Comunista decise di partecipare alle elezioni e fu dato mandato a Giuseppe Tamponi, Segretario regionale del partito, che, alla fine, non riuscì a presentare una lista, non avendo potuto assolvere gli adempimenti elettorali. Della lista avrebbero fatto parte Andrea Lentini e lo stesso Giuseppe Tamponi. Non furono eletti Gavino Gabriel, che aveva ripresentato la sua candidatura tra i sardisti, e Nicola Spano, candidato nella lista socialista, che, tuttavia, nel circondario di Tempio, in controtendenza rispetto alla Sardegna, fu seconda con 1.135 voti, dopo quella sardista che n’ebbe 1.639.


331

LO SCONTRO CON I FASCISTI

L’

anno successivo, nel mese di giugno, si svolsero le elezioni comunali e in città i contrasti tra sardisti e fascisti giunsero allo scontro fisico e scaramucce vi furono anche con i socialisti e i popolari. Le elezioni furono vinte da una lista sardo-fascista, guidata da Diego Pinna e sostenuta anche dai frazionisti, a testimonianza del consenso che il Psd’A aveva nelle campagne. All’opposizione vi era un folto gruppo di consiglieri comunisti (Antonio Biancareddu, Antonio Addis, Pasquale Manconi, Gavino Cossu, Nicola Manconi, Giò Maria Panu e Giuseppe Tamponi), che in seguito disertarono le riunioni del Consiglio comunale e, infine, si dimisero con la motivazione: “che l’attuale reazione fascista non permette loro di esplicare quell’attività che il mandato conferito dagli elettori impone loro” (9 marzo 1923). Non si dimise Giuseppe Tamponi, che, anzi, propose di respingere le dimissioni dei compagni. Nel mese di settembre si dimisero i cinque consiglieri di Luogosanto adducendo come motivo “il malcontento della gente della frazione nei confronti dell’amministrazione”, e alla fine del mese i consiglieri di maggioranza Gavino Verre e Francesco Quargnenti, “non avendo più fiducia nell’amministrazione”. Così cadde la giunta presieduta

Stefanina Brigaglia Inedita, Archivio Almanacco Gallurese

S T O R I A

da Diego Pinna e il sardismo tempiese cedette il passo al fascismo, confondendosi con esso. Il 10 febbraio 1923, la Camera del Lavoro venne occupata dai fascisti. Alle elezioni politiche del 1924 il PSI non presentò a Tempio una lista. La Segreteria sostenne che la causa era da ricercarsi nella violenza fascista, che avrebbe impedito l’attività del fiduciario del partito, ma all’origine v’era lo stato di gravissima debolezza organizzativa causata dalla scissione del 1922. I comunisti, da principio intenzionati a presentare una lista con i nomi di Antonio Cassitta, Peppino Frongia, Alberto Figus e Andrea Lentini, non riuscirono a raccogliere le 400 firme necessarie5. A Tempio nessun notaio volle raccogliere le 50 firme. Il 25 marzo 1924 i comunisti di Tempio scrissero a l’Unità per sostenere che “le pressioni delle autorità politiche e le violenze dei fascisti hanno impedito la raccolta delle firme”. Durante la campagna elettorale avvennero scontri a Tempio e ad Aggius. Così nell’autunno. Come non vi fu a Tempio una repressione fascista violenta, se si eccettua qualche “purga” all’olio di ricino, qualche schiaffo dato per il mancato saluto al passaggio del gagliardetto - cose, comunque, indegne - così non vi fu una reazione violenta al regime, escludendo le operazioni di polizia citate, qualche scontro fisico tra squadristi e operai e qualche scritta sui muri contro il regime e contro Mussolini. Nel 1925, tuttavia, a Tempio vi furono 44 perquisizioni domiciliari e 24 personali, 2 fermi di persone sospette; il Circolo di lettura venne chiuso perché divenuto luogo di ritrovo di elementi antinazionali e sovversivi. Il fascismo era un regime totalitario, basato sull’identificazione dello stato con il partito unico, la mancanza di libertà di stampa e di parola, l’obbligo di iscrizione al fascio per poter lavorare, il sindacato di regime. L’opposizione al fascismo fu silenziosa, soprattutto nella classe operaia, non tanto per amore della democrazia, perché, in fondo, il modello russo era un totalitarismo altrettanto repressivo, quanto per scelta di classe, per cui, se la borghesia aveva scelto il fascismo e da esso traeva il sostegno dei propri interessi, la classe operaia non poteva che essere antifascista. A Tempio, poi, la carica innovativa della “rivoluzione fascista” si era presto spenta, anche per la saldatura avvenuta fra la nuova classe dirigente e la vecchia borghesia del periodo liberale.


S T O R I A

332

IL SOGNO INFRANTO DEL SECONDO DOPOGUERRA

D

opo la caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, i comunisti di Tempio furono pronti a riorganizzare la sezione. Il clima era favorevole perché essi potevano vantarsi di avere svolto l’opposizione più netta al fascismo e perché il difficile dopoguerra esasperava gli animi delle classi più povere, rendendole disponibili alla sospirata riscossa. Dopo la liberazione, Antonio Cassitta, a Tempio e a Sassari, svolse un’intensa attività per la ricostruzione del movimento comunista. Convinto sostenitore dell’autonomia della Sardegna, diede vita, con un gruppo di compagni, al Partito Comunista di Sardegna, autonomo dal PCI, ma collegato ad esso. Per tutto il ’45 resse la Segreteria della Federazione Comunista di Sassari al posto di Renzo Laconi e dal 1946 fece parte del Comitato provinciale della Federazione di Sassari e, successivamente alla sua costituzione, della Federazione della Gallura. Fu designato nella lista del PCI alle elezioni per la Costituente e fu per molti anni consigliere comunale di Calangianus e consigliere della Provincia di Sassari. “Argomentatore convincente e oratore efficace, era amato dai lavoratori, rispettato e stimato anche dai più irriducibili avversari per la dirittura del carattere, il disinteresse, la devozione al Partito, la coerenza alle proprie idee”6. A Tempio, l‘8 novembre 1943, il podestà Diego Pinna venne sostituito da un commissario prefettizio, il colonnello Giuseppe Anfossi, tempiese, comandante del 59° Reggimento di Fanteria di stanza a Tempio. Il 28 giugno 1945, il prefetto, su indicazione del Comitato di concentrazione antifascista, nominò sindaco il comunista Giuseppe Tamponi, affiancandogli una giunta composta da rappresentanti di tutti i partiti democratici, tranne la Democrazia Cristiana. Giuseppe Tamponi, che, dopo la caduta del fascismo, era stato eletto primo Segretario regionale del Partito Comunista, era un esponente dell’ala rivoluzionaria, che, finalmente, vedeva a portata di mano la conquista del potere in una città come Tempio in cui era ancora viva la tradizione delle lotte operaie del periodo prefascista. Al fascismo egli attribuiva la responsabilità “della guerra infame” e “del dissesto finanziario che ha dell’iperbolico, dello scandaloso, per l’in-

Nicola Manconi e Stefanina Brigaglia (1966) Inedita, Archivio Almanacco Gallurese

curia, la prepotenza, l’incapacità ed anche la malafede di ventidue anni di corruzione e di anarchia”7.

RIVOLUZIONE ADDIO!

N

on era più tempo di rivoluzione ed anche nel PCI le idee sovversive avevano ceduto il passo a un più cauto gradualismo, sanzionato dalla “svolta” di Salerno, che segnò l’affermazione della linea di Palmiro Togliatti, favorevole a una via italiana al socialismo. Al Congresso di Oristano del 1944, Giuseppe Tamponi fu sostituito come Segretario regionale e a Tempio la guida del partito passò a Nicola Manconi. Era il segno evidente dei tempi mutati e delle nuove più realistiche strategie. Il primo appuntamento elettorale fu dato dalle elezioni amministrative che si svolsero il 7 aprile 1946 in un clima di scontro tra il PCI e la Democrazia Cristiana e segnarono la prima netta affermazione di quest’ultima. Il neonato partito dei cattolici ottenne il 37,9% dei voti e 24 seggi nel Consiglio comunale. Comunisti e socialisti, uniti nella Lista del Popolo, ebbero il 33,3% dei voti e 6 seggi. Il risultato della DC era, tuttavia, inferiore alla media dei risultati nei comuni del-


333

S T O R I A

Cassitta (1898-1971), che nel 1952, dopo la morte del Cavallera entrò a far parte del Senato. Antonio Cassitta aveva dato vita al Partito Comunista Sardo – come abbiamo detto - con una forte accentuazione dell’autonomismo, poi sconfessato dalla dirigenza del PCI. “Sono il Manzella dei comunisti” - diceva di sé - per la larga popolarità nei ceti più umili8. Le prime elezioni regionali si svolsero nei giorni 8-9 maggio 1949 e la DC non ebbe la maggioranza assoluta che aveva avuto nelle elezioni politiche del ‘48, passando dal 51,9% al 34%. Una parte dell’elettorato democristiano si era spostata verso i monarchici e i neofascisti. Il PCI ebbe il 19,38% e il PSI il 6,01%. A Tempio furono eletti due democristiani: l’avv. Elio Azzena e il dott. Giovanni Filigheddu di Arzachena. Antonio Cassitta Inedita, Archivio Almanacco Gallurese

la Sardegna (41,1%) e, senza l’apporto dei candidati delle frazioni, la vittoria sarebbe toccata alla sinistra. Gli eletti della Lista del Popolo furono: Angelina Balata, Giuseppe Mureddu, Giov. Maria Azzena, Salvatore Russino, Claudio Demartis, Nicola Manconi. I1 17 aprile vi fu l’elezione del Sindaco e della Giunta, a guidare la quale fu eletto coi voti della maggioranza l’avv. Giovanni Sotgiu. Gli eletti erano quasi tutti socialisti e, tra i comunisti, non fu eletto Giuseppe Tamponi. Lo scontro tra democratici cristiani e comunisti si ripeté, in seguito, ad ogni appuntamento elettorale, a cominciare dalle elezioni politiche del 1948, nelle quali, alla Camera dei Deputati, la Democrazia Cristiana ottenne la maggioranza assoluta (51,9%), in linea con il risultato nazionale e quello regionale. Su 8.136 votanti, i voti della DC furono 4.227; il Fronte del Popolo ne ebbe 2.007 (24,6%), poco meno della metà. Al Senato, nel collegio Tempio-Ozieri, la Democrazia Cristiana ottenne un risultato ancora più lusinghiero con 44.246 voti (61,1%), mentre socialisti e comunisti, uniti sotto il simbolo della testa di Garibaldi su una stella, ebbero 14.826 voti (20,5%). Per la Democrazia Cristiana fu eletto il magistrato Antonio Azara ( Tempio 1883 - Roma 1967), che rappresentò il collegio dalla prima alla quarta legislatura. Primo dei non eletti al Senato fu il comunista Antonio

UNA SOLIDA FORZA POPOLARE DI OPPOSIZIONE Nel 1952 ebbero luogo le elezioni amministrative, seconde del periodo repubblicano, prime dopo il distacco di Luogosanto. La Democrazia Cristiana passò da 24 consiglieri a 20; i comunisti e i socialisti, insieme, passarono da 6 a 8 consiglieri; una lista Civica di frazionisti riuscì a eleggere 2 consiglieri. Comunisti e socialisti insieme avevano rinnovato la lista dei rappresentanti, eleggendo Carletto Santi, Tonino Pedroni, Agostino Spano, Adina Dadea, Nicola Manconi, Giovanni Melaiu, e i socialisti Angelina Balata e Giov. Maria Azzena. Lo sforzo per rinnovarsi li aveva premiati. Carletto Santi era un intellettuale, Tonino Pedroni era un autentico “quadro” del partito, aveva frequentato a Mosca scuole di formazione politica e nel 1965 sarebbe stato eletto consigliere regionale per la quint legislatura, riconfermato per la sesta. Agostino Spano era giovanissimo e sarebbe divenuto, in seguito, la nuova guida del partito. Il rapporto di forza tra socialisti e comunisti si era invertito per sempre. Il 16 giugno fu confermato sindaco l’avv. Giovanni Sotgiu con 19 voti e 11 schede bianche.


S T O R I A

334

Chi votava per il PCI a Tempio? Anzitutto gli operai, di meno i contadini, qualche intellettuale borghese, gli eredi della tradizione socialista anticlericale. L’anticlericalismo era una nota costante del PCI, ma aveva perso i toni roboanti e spettacolari che avevano contraddistinto l’alleanza radical-socialista fino alla prima guerra mondiale, cementata dalla comune fede massonica. I comunisti condannavano l’intromissione della Chiesa nei fatti politici, che portava alla vittoria della Democrazia Cristiana, e trovavano inspiegabile che le classi umili sostenessero un partito moderato o conservatore qual era la Democrazia Cristiana. “Gesù è stato il primo socialista”, ripetevano spesso. E il parroco, Gino Grimaldi, sostenitore strenuo della Democrazia Cristiana, ripeteva spesso “Mio padre era socialsta”. A complicare le cose intervenne nel 1949 la scomunica, inflitta da Papa Pio XII ai sostenitori del marxismo ateo, e anche a Tempio si verificò qualche imbarazzo tra i sacerdoti per negare il battesimo o la possibilità di fare da padrino ai “figli di Lenin”. Ma la cosa non durò a lungo. I comunisti tempiesi celebravano solennemente il Primo Maggio, festa del lavoro, al Bosco del Littorio, ribattezzato Bosco della Libertà, al canto di “Bandiera rossa” e di “Fischia il vento”. Istituivano colonie estive, sempre nella pineta, contigue a quelle dell’Azione Cattolica, senza che si verificassero incidenti, aprirono la Casa del Popolo, un circolo operaio contrapposto al borghese Circolo di Lettura, leggevano e diffondevano l’Unità. A Tempio, ma anche in Sardegna, le sorti elettorali del Partito Comunista Italiano non mutarono più. Qualche voto in più o in meno, di elezione in elezione, si confermò il suo ruolo di minoranza forte, ma sempre all’opposizione. Si parlò di fattore “K”, in riferimento al

ALCUNI NOMI DEI COMPAGNI FONDATORI DELLA SEZIONE DI TEMPIO DEL PARTITO COMUNISTA D’ITALIA NEL 1921 (L’elenco è stato presentato da Agostino Spano al Congresso locale del P.C.I. del 1971 a Tempio)

Tamponi Giuseppe, Manconi Nicola, Brigaglia Stefanina, Dadea Sebastiano, Balata Giovanni Maria, Balata Gavino, Secchi Giovanni, Piras Angelo, Loriga Ant. Pietro, Manconi Silvestro, Dessolis Tomaso, Diana Pietrino, Muzzetto Luca,

Gavino Gabriel, candidato dei Combattenti Inedita, Archivio Almanacco Gallurese

comunismo sovietico, che impediva alla maggioranza degli italiani di dare una fiducia piena. T.Panu NOTE 1

Celebrazione del 50° anniversario della fondazione del PCI sezione di Tempio, 14/2/1971. 2 Cfr. L. POLANO, Antonio Cassitta. Una vita per il socialismo. “Rinascita Sarda”, Cagliari 15 maggio 1971, Anno VIII N. 8/9/10. 3 M. BRIGAGLIA-F. MANCONI-A. MATTONE-G. MELIS, L’antifascismo in Sardegna 2, p.306, Ed. Della Torre, Cagliari 1986. 4 G. SOTGIU, Storia della Sardegna. Dalla grande guerra al fascismo, Editori Laterza, Roma-Bari 1990, pp 92-93 5 L. Polano nomina, invece Cassitta, Figus, Polano, Dessì, Tamponi. 6 L. POLANO, Antonio Cassitta., cit. 7 Relazione al Bilancio di previsione del comune di Tempio Pausania per l’anno 1945. 8 L. POLANO, Antonio Cassitta.cit.

Cavallotti Silvano, Bovio Salvano, Embriani Salvano, Cossu Mario, Caprilli Renato, Daniele Antonio, Loriga Antonio, Manconi Giuseppe, Deffenu Pietrino, Deffenu Giovanni, Fresi Andrea, Panu Giovanni Maria, Biosa Giovanni, Agnelli Giovanni, Masu Giuseppe, Alias Pietro, Santu Luca, Diana Giovanni, Murrali Antonio, Dettori Paolino, Manconi Tomaso, Cassitta Antonio, Rosini Demetrio, Debidda Antonio, Dessolis Giovanni, Oggiano Antonio, Manconi Francesco, Manconi Peppino, Biosa Giuseppino, Abeltino Antonio, Bionda Nadino, Balata Maris, Secchi Chiara, Zafferano Salvatore, Cossu Giovanni

Maria, Manconi Giovanni, Orecchioni Antonio, Muzzetto Giuseppino, Pedroni Matteo, Galanti Giulio, Fresi Giuseppe, Garrucciu Giuseppe, Romanino Annibale, Deiana Francesco, Ganau Antonio, Manconi Pasqualino, Demartis Manlio, Manconi Stefano, Usai Salvatore, Dessolis Santino, Maciocco Andrea, Diana Giuseppe, Cossu Gerolao, Lissia Antonio, Orecchioni Salvatore, Loriga Luigi, Loriga Paolino, Manconi Salvatore, Garrucciu Salvatore, Addis Antonio, Secchi Giuseppe, Mossa Salvatore, Zafferano Stefano, Scano Antonio, Secchi Antonicco. Nel 1921 il Circolo giovanile aveva 30 iscritti.


335

S T O R I A

Ricordo di Nicola Manconi e Stefanina Brigaglia, fondatori del PCd’I a Tempio

UNA VITA PER IL

COMUNISMO di Anna Codispoti

Qualche mese fa ho ricevuto un'inaspettata telefonata del direttore dell'Almanacco Gallurese Giovanni Gelsomino che mi chiedeva se avessi conosciuto Nicola Manconi e sua moglie Stefanina. Naturalmente li conoscevo molto bene dal momento che dall'età di due anni si sono “trasformati” da zii a genitori accogliendomi nella loro casa alla morte di mia mamma. Il direttore mi ha chiesto di scrivere qualche ricordo su di loro perché si apprestava a pubblicare sull’Almanacco Gallurese un articolo sul fondatore del partito Comunista di Tempio: Zio Nicola. Confesso di essere un po' titubante a parlare di lui perché, da persona riservata quale era, ho paura di fargli un torto, d'altro canto ritengo sia doveroso che sia io, avendolo vissuto in prima persona, a parlare di lui. Che dire? Era una persona protettiva e comprensiva, pronta ad aiutare chiunque ne avesse bisogno, senza distinzione e soprattutto in maniera incondizionata: lo dimostra il fatto di avermi dato una seconda casa e una seconda famiglia senza mai farmi sentire un'estranea ma trattandomi sempre come figlia. Non solo era altruista con i famigliari ma anche con i suoi concittadini, infatti sia lui che mamma Stefanina, quando venivano a sapere che qualche famiglia si trovava in difficoltà, mi mandavano subito a comprare per loro latte, pane o pasta. Non dimentichiamoci che erano altri tempi...tempi duri.. Zio Nicola era senz'altro un uomo appassionato e zia Stefanina non era da meno, per lui la politica era uno strumento per aiutare a vivere meglio la vita che ci era data e i suoi “rivali” non erano persone da osteggiare, bensì i suoi migliori amici coi quali intavolare discussioni appassionate e costruttive. Tra tutti ricordo il canonico Ciboddo che ogni giorno passava da casa a prendere il caffè e intavolare interminabili discussioni, per me allora noiosissime ma che certamente hanno contribuito a “formarmi”. Un'altra dote di zio Nicola era la socievolezza e l'allegria, mi raccontava che in tempo di guerra, durante il fascismo, quando veniva a Tempio qualche gerarca, il podestà di allora, per proteggerlo da eventuali ritorsioni, lo mandava a prendere dalle guardie e lo metteva in carcere, e lì passava la giornata a giocare a carte con i secondini fino al momento in cui il gerarca lasciava il paese. E che dire del pianto del suo carissimo amico Angelino Piras quando, finito il fascismo, disseppellirono la bandiera rossa che avevano sotterato in cortile e la trovarono che si sbriciolava tra le dita a causa dell'umidità! Naturalmente per poter andare in corteo il giorno seguente, mamma Stefanina con alcune amiche, lavorarono tutta la notte per confezionarne una nuova fiammante. Non ho mai sentito zio Nicola alzare la voce e tanto meno litigare con qualcuno; le sue discussioni erano sempre pacate, era una persona arguta, pronta alla battuta seguita sempre da un risolino ironico... Il suo ideale politico era incrollabile, non ha avuto mai nessuna incrinatura, nessun tentennamento o ripensamento, anche quando le cose cominciavano a scricchiolare. Sono sicura che non gli sarebbe piaciuto vivere ai giorni nostri e vedere crollare il mondo a cui tanto ha creduto e per il quale si è battuto. Mamma Stefanina non era da meno, degna compagna di vita, all'avanguardia coi tempi, generosissima e piena di consigli per tutti. Penso che a casa mia sia stato creato il primo “Centro d'Ascolto” così diffuso ai nostri giorni. Lei non era una persona filosofica, era molto pratica e molto combattiva. Della stessa fede politica del marito, dopo una votazione dall'ennesimo esito negativo era solita dire: “si, abbiamo perso, ma se dovessimo affrontarci in campo aperto e ad armi pari, vinceremmo sicuramente noi!”. Come ho già detto erano persone appassionate, uniche nella loro semplicità, credevano fermamente in quello che facevano, senza esaltazioni e senza imposizioni di sorta, con l'unico scopo di rendere un po' più bello il paese che amavano...


GRAFIMEDIA

07030 Muros (SS) Zona Industriale casella postale 235 tel. 079 345945 tel. 079 345999 fax 079 345634

www.nuovastampacolor.it amministrazione@nuovastampacolor.it servizio@nuovastampacolor.it preventivi@nuovastampacolor.it stampa@nuovastampacolor.it legatoria@nuovastampacolor.it


Almanacco Gallurese 2009