Issuu on Google+


I N

P R I M O

P I A N O

Un grande intellettuale sardo

Foto di G.Gelsomino

di Giovanni Gelsomino

Manlio Brigaglia

Auguri professò! 80 ANNI VISSUTI INTENSAMENTE FRA LA GENTE, I LIBRI E LA SCUOLA. ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

9


I N

P R I M O

P I A N O

Mia moglie dice che sono un po’ troppo nervoso, impaziente anche per piccoli inciampi. Ma ho sempre avuto l’idea che comunque arrabbiarsi fa bene. 80 anni, tempo di bilanci. I suoi sono tutti positivi? - Difficile trovare qualcuno che possa risponderti di sì, ma sarei ingrato con Dio – altri lo chiamano destino – se dicessi di no. Neruda ha voluto per la sua biografia il titolo “Confesso che ho vissuto”. Può dire altrettanto? - Ottant’anni (e ormai ottant’anni e passa) li ho vissuti, su questo non c’è dubbio. Ma non citare Neruda, manco per ischerzo. Potrebbe rivoltarsi nella tomba. Cominciamo dall’inizio. Se potesse usare tre aggettivi per definire la sua infanzia, quali userebbe? - Lontana, favolosa, quasi tutta dimenticata. Ha scritto, proprio sull’”Almanacco”, che, ragazzino, assistendo alla ritirata dei soldati tedeschi sarebbe voluto andar via con loro. Cosa l’attraeva? - Semplice. Avevo quattordici anni e mezzo, ero balilla moschettiere. In quel settembre del ’43, se le cose fossero andate diversamente (e meno male che non sono andate diversamente) aspettavo di mettere i calzoni lunghi della divisa grigioverde da avanguardista della Gioventù Italia del Littorio. Ero stato educato nel fascismo, avevo persino giurato – in una immensa palestra chissà perché tutta vuota dove adesso c’è la Scuola media n. 2 di Sassari – di difendere con il mio sangue la causa della Rivoluzione fascista. Sullo stradale di Arzachena passavano rombando i Tiger e gli Opel mimetizzati dell’Afrika Korps. Una macchina da guerra ancora temibile, soldati armati fino ai denti (ma ce n’era anche qualcuno scalcagnato: uno si arrese a me – parlavo due parole di tedesco - e le zie lo lavarono e lo rifocillarono, due giorni dopo venne il maresciallo dei carabinieri a dichiararlo prigioniero di Badoglio). Ma per seguire i tedeschi perfino in quella spettacolare ritirata (però anche a loro li aspettavano lacrime e sangue) ci voleva altro che il giuramento di rito. Credo che la stessa cosa sia successa a tanti altri. E a tanti altri, beati loro, no. Comunque, mi sono salvato. Di suo padre ha avuto modo di parlare in diverse occasioni. Di sua madre invece, cosa ricorda? - Di mia madre ricordo tutto. Noi sardi parliamo poco (i galluresi appena un po’ di più), mia madre praticava il silenzio come un’arte. Non ricordo di averle mai sentito fare un pet-

10 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

Manlio Brigaglia con il regista sassarese Fiorenzo Serra, per cui scrisse il testo di commento a molti documentari.

tegolezzo, o addirittura dire una parola che non fosse necessarissima. Ma comandava la casa come un feldmaresciallo. In silenzio. Anche mio padre, temutissimo dai suoi studenti, chiaramente la temeva. Eppure era dolcissima, raffinata, a suo modo aristocratica: come ce ne sono tante, di queste piccolegrandi donne, in Gallura. Tra i suoi parenti c’è una figura che ama ricordare in modo particolare? - Ho avuto parenti interessantissimi. Il fratello di mia madre è stato qualcosa come prefetto di Mogadiscio durante l’amministrazione fiduciaria dell’Onu, aveva mille storie da raccontare. Mio cugino era Paolo Dettori, sicuramente uno dei politici sardi più illuminati e rigorosi del Novecento: sono stato suo compagno di scuola e di casa a Tempio, poi compagno di stanza e di studi all’Università di Cagliari, infine più volte compare di battesimo, di cresima, di nozze dei figli. Ma non credo sia questo il luogo per parlare di lui. Allora, pure nella incertezza della scelta, parlerei di mio nonno materno, il cavalier Nicolò Columbano, ultimo sindaco eletto nell’Arzachena pre-dittatura. Si vantava di essere stato il primo a portare in paese la radio, il primo il telefono, il primo la tv. Perfino il primo bidet, un candidissimo Richard Ginori. È morto chiacchierando, a 89 anni. Qualche giorno prima mi aveva detto: “Dalla vita ho imparato tante cose. E adesso che le so, mi tocca di morire”.


I N

P R I M O

P I A N O

Fotografia: Salvatore Ligios

Gli editori che hanno lasciato (lasceranno) un segno sono quelli che sono durati più a lungo, hanno lavorato “come fossero in Continente”.... C’è qualche aspetto del suo carattere col quale, ancora oggi, non si trova d’accordo? - Mia moglie dice che sono un po’ troppo nervoso, impaziente anche per piccoli inciampi. Ma ho sempre avuto l’idea che comunque arrabbiarsi fa bene. Tre grandi passioni. - La scuola, i libri, la gente. Se non si fosse dedicato all’insegnamento, alla storia, all’editoria, cosa le sarebbe piaciuto fare? - Appunto, l’editore. Con soldi miei, e rischiando di tasca mia. Ma la Sardegna è troppo piccola, un milione e mezzo di cristiani non fanno mercato. È troppo isola. Se hai un’idea ma non riesci a passare il Tirreno, muori d’asfissia. Come si è avvicinato ai libri? - Nella tipografia Gallizzi, quand’era (a Sassari, ovviamente) in via Brigata Sassari. Sarà stato il 1949, avevo vent’anni e qualche mese. Ero vice-direttore di “Voce Universitaria”, mettevo in pagina il giornale. Da allora, per anni, sono stato in tipografia tutti i giorni salvo il sabato e la domenica (ma siccome lavoravo anche al “Corriere dell’isola”, pure il sabato e la domenica nella tipografia del “Corriere”, ex LIS). Normalmente, quando insegnavo al Liceo, nel “buco” dell’orario ne visitavo tre alla volta, Gallizzi, Chiarella in via Carmelo e la Tas in via Scano. Poi nel 1974 ho inventato una cosa che si chiamava Edizioni Della Torre: attento, con la D maiuscola, perché sembrasse un cognome qualunque, pronto a salpare verso il Continente e a confondersi con gli altri. Ma prima che uscisse il primo libro (che pure fu un autentico long-seller, “La Sardegna contemporanea” di Boscolo-Brigaglia-Del Piano), mi sono spaventato dei registri dell’Iva e l’ho “regalata” a Piero Pulina e poi, d’accordo con lui, a un giovane Salvatore Fozzi, che l’ha fatta crescere. Molti dei suoi compagni, al pari di Lei, si sono affermati ai massimi livelli. Era un’altra generazione o siete stati semplicemente fortunati? - Di Cossiga, mio compagno di banco in prima Ginnasio, il cattivissimo Pino Careddu diceva che era un “perseguitato dalla fortuna”. In verità quello che gli è capitato se lo è zappato tutto. E così tanti altri. Se hanno avuto fortuna, se la sono meritata.

e strategie che si mettono in campo quando si va a fotografare sono le più disparate. E variano a seconda del tema trattato. Riprendere un paesaggio pone problemi diversi dallo scatto di un ritratto. Personalmente cerco di rimanere più anonimo possibile nei confronti delle persone e dei luoghi oggetto d’indagine. La conoscenza e la frequentazione potrebbero condizionare lo sguardo e, magari involontariamente, creare pregiudizi o false aspettative. Al contrario, cogliere la novità di un viso e la primizia di un luogo sconosciuto può alimentare energie utili alla causa. Ogni tanto mi viene alla memoria uno scatto raccolto per il progetto fotografico poi confluito nel libro Facce di sardi, realizzato tanti anni fa. Dovevo “immortalare” lo storico Manlio Brigaglia. Quando mi presentai all’appuntamento il professore mi disse di curiosare liberamente e cercare lo spazio dove realizzare la ripresa. Tra le diverse stanze piene di libri all’inverosimile ne scelsi una che attirò la mia attenzione. Le pareti erano stracolme di volumi che fuoriuscivano dalle mensole degli scaffali e il pavimento, tutto il pavimento, sommerso da un mare di giornali, riviste, libri, fogli dattiloscritti sparsi secondo il principio dei frattali. Una vera delizia per il fotografo. Posizionai il cavalletto sopra la punta più alta e scattai un solo fotogramma. Per una frazione di secondo mi sentii il capitano Achab.

L

La scheda appare nel libro "Studi d'artista", 60 fotografie di Salvatore Ligios, 2010 (Soter editrice), alla voce: Gianfranco Pintus

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

11


I N

P R I M O

P I A N O

Se sei professore, il tuo prossimo sono i tuoi studenti. Ma la regola generale è che devi trasmettere agli altri tutto quello che sai...

Brigaglia con alcuni dei protagonisti della lotta politica in Sardegna: da sinistra, Giovanni Lay, Dino Giacobbe, Joyce Lussu.

50 anni d’editoria sarda sono praticamente passati nelle sue mani. Quali editori hanno lasciato un segno? Quali ha stimato di più? - Gli editori che hanno lasciato (lasceranno) un segno sono quelli che sono durati più a lungo, hanno lavorato “come fossero in Continente”, hanno creduto nel mestiere. In una ideale classifica - che però tiene conto di elementi non comparabili fra loro - metterei prima la Ilisso e poi secondi ex-aequo Della Torre e Delfino. Seguono a pari merito il Maestrale, la Cuec e AM&D. Qualche altro l’ho dimenticato. Ma non per caso.

Qual è il suo rapporto con la fede? - un tema delicato. Va bene, come diceva quel titolo, “il mio cuore messo a nudo”, ma il troppo stroppia. Ti dirò solo due cose: primo, sono credente e praticante; secondo, fra i sedici e i ventitre anni ero agnostico, poi sono andato a insegnare a Ozieri e Dante mi ha convertito.

Quale libro avrebbe voluto scrivere tra quelli pubblicati in Sardegna? - Nessuno, ho già fatto una faticaccia a scrivere i miei. Ma a Peppino Fiori (che peraltro in Sardegna ha pubblicato solo “Baroni in laguna”) ho sempre invidiato lo scrupolo inossidabile da ricercatore vero. Lo dico sempre: io ho scritto più di duemila pagine su Lussu, ma solo lui a Lipari c’è andato di persona.

Come deve essere oggi e cosa dovrebbe fare un uomo di cultura? - Prima di ogni altra cosa, preoccuparsi del tuo prossimo. Se sei professore, il tuo prossimo sono i tuoi studenti. Ma la regola generale è che devi trasmettere agli altri tutto quello che sai, metterti a loro disposizione, batterti per le tue idee. Perciò primi vengono i poveri, e insieme con loro tutti gli altri. Ognuno di noi ha un suo dovere, che sì è scelto o che gli è toc-

12 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

A: Cosa le è mancato di più in tutti questi anni? - Francamente nulla (vorrei dirlo con umiltà, perché detto così sembra paddha tempiese).


I N

P R I M O

P I A N O

Sono cittadino onorario di Lungoni, e me ne vanto. Dunque, un grande amore, non solo estivo. E il ricordo d’un amore di sempre...

Aula Magna dell’Università di Sassari, 1999: celebrazione dei cento anni della “Nuova Sardegna”. Al centro, Corrado Passera, all’estrema destra il principe Carlo Caracciolo. cato: se non fai il tuo dovere non solo non sei uomo di cultura, non sei neppure uomo. Tra i tanti intellettuali che ha conosciuto chi, a suo parere, ha contribuito meglio di altri a farci apprezzare il fatto di essere sardi? - Sotto il punto specifico dell’identità – e della coscienza di quello che questo comporta – sceglierei, fra quelli che non ci sono più, Michelangelo Pira. Con lui ho fatto il “Controgiornale di Radio Sardegna” (1966-1968) che per me – posso dirlo tranquillamente, perché lo faceva quasi tutto lui – resta esemplare di una comunicazione sarda-sardista e insieme, come ancora non si diceva a quel tempo, globale. E “La rivolta dell’oggetto” è la Bibbia di questo modo moderno di essere sardi. Che genere di romanzi preferisce leggere? Qual è l’ultimo che ha letto? - I romanzi li leggo un po’ a casaccio, metà per curiosità e metà per prendere sonno. Il mio preferito di questi ultimi anni è Philip Roth, forse perché gli anni suoi e i miei sono veramente gli ultimi. In questi giorni, marzo 2010, sto leggendo “Una

Celebrazione dei 200 anni di S.Teresa Gallura, 2008. Da sinistra l’attore Mario Faticoni, Manlio Brigaglia, il consigliere di Stato Salvatore A. Sechi, il sindaco Piero Bardanzellu. settimana all’aeroporto” di Alain de Botton. A suo modo geniale, ma chi ha visto “Terminal” con Tom Hanks lo trova subito piuttosto ripetitivo. Sfogliando l’album dei politici sardi, chi non lascerebbe fuori da una ipotetica giunta regionale? - Senza offesa, dopo Soru ho smesso di seguire la politica regionale. Di molti consiglieri non ho mai letto neppure il nome. Rifammi la domanda dopo le prossime regionali: ma solo se vince il centro-sinistra, con Soru o senza Soru. Dire Sardegna per molti significa estate; dire estate per Lei significa S.Teresa di Gallura. Solo un grande amore? - Sono cittadino onorario di Lungoni e me ne vanto. Dunque, un grande amore, non solo estivo. È il ricordo d’un amore di sempre, perché ci sono venuto per la prima volta nel 1950 seguendo la ragazza che poi è diventata mia moglie. Cosa farà nei prossimi 20 anni? - Come mi ha insegnato mio nonno, cercherò di continuare a imparare. ■

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

13


■ IN PRIMO PIANO 7 Auguri professò di Giovanni Gelsomino

ALMANACCO gallurese

■ ANNIVERSARI

DOS SIER

70

17 S.Antonio di Gallura: l’autonomia ha 30 anni di Giacomo Pala 19 Aglientu verso il futuro di Michela Galetto 26 S.Teresa: Musica sulle Bocche di Alessia Chisu

■ ANTROPOLOGIA 33 Il gioco della Morra di Tonino Bussu 38 Trinità d’Agultu: la storia di Ridolfu di Lucio Pirodda 47 Barocco gallurese di Tomaso Panu

■ ARCHEOLOGIA 50 Palau: Monte Casteddu di Marco Agostino Amucano 58 Ploaghe: Il protonuraghe di Caprianu di Graziano Dore

■ ARTE 65 Le ceramiche di Olivieri di Maria Luisa Careddu

■ CRONACA 69 La Gallura si tinge di giallo di Piero Maiorca 78 Palau e le sue squadre di calcio di Rino Cudoni 87 Tempio: I campioni del pedale di Giuseppe Cancedda 96 Stintino: Il codice cifrato di Tonnara di Antonio Diana

■ CULTURA 100 Un inedito di Grazia Deledda di Luigi Agus 105 Nuoro ai tempi della Deledda di Salvatore Bardi

■ FOTOGRAFIA 186 Reportage Mediterraneo di Antonia Dettori

■ LIBRI 195 Bortigiadas, Li rasgiunanti di Battista Careddu 197 Il codice di Villa Chiesa di Francesco Cesare Casula 200 Rinascimento in Sardegna 201 Chopin nello stazzo di Tomaso Panu 203 Gallura preistorica di Antonio Sanciu 205 Le mandorle amare di Nuoro di Salvatore Bardi 207 Civiltà Nuragica di Andrea Oppo 209 Spinnakers di Alberto Roggero

ALMANACCO GALLURESE n. 18

Da Pag. 113

pagi ne!

DOSSIER GARIBALDI n occasione degli anniversari dei 150 anni dell’impresa dei Mille (1860-2010) e dell’Unità d’Italia (1861-2011), l’Almanacco Gallurese dedica una parte della pubblicazione alla vita e alle imprese del Generale Giuseppe Garibaldi, sepolto a Caprera.

I

■ LUOGHI 214 224 229 238 242

Aggius: La scuola rosa di Andrea Muzzeddu I banditi nel museo di Gianfranco Ricci Il villaggio operaio di Moneta di Giovanni Mulas Paradaise Brandinchi di Salvatore Brandano Palau tra storia e turismo di Barbara Calanca

■ PERSONE 252 Tempio: Sarti, sartine e sartorie di Marilena Melis 270 Marcuccio Achenza, il buonumore in gallurese di Costantino Brundu 279 Francesco Nieddu e i suoi facili do di petto di Adriano Vargiu 285 Francesco Muggittu, un eroe semplice di Bebbo Ardu 290 Nicola Azara, professione poeta di Fausto Ligios 296 Anita Fiordeponti, mamma di l’olfani di Francesco Cossu 300 Alessandro Nanni, socialista di Dio di Mariella Granuzza 305 D’Albertis l’esploratore “inesplorato” di Anna Segreti Tilocca 314 Buddusò: don Tucconi, prete di frontiera di Tomaso Tuccone

■ STORIA 321 Luogosanto: Francescani in Gallura di Attilio Mastino 332 Dalle bonifiche al DDT di Eugenia Tognotti

2010/2011

Reg. Trib. di Tempio n. 71 del 25-3-1993 - Direttore Responsabile e Coordinatore GIOVANNI GELSOMINO Grafica editoriale e pubblicitaria e impaginazione Grafimedia Comunicazione - 079 395515 Foto di copertina: Fausto Ligios, Roccia Stampa: Nuova Stampa Color - Muros (SS) Si può richiedere l’Almanacco Gallurese a Giovanni Gelsomino, via Genova 12, 07100 - Sassari - E-mail: giovanni.gelsomino@tiscali.it Note e bibliografia degli articoli, dove disponibili, possono essere richiesti a: giovanni.gelsomino@tiscali.it


Grafimedia

Nel cuore verde della Gallura

S. Antonio di Gallura I SUOI LUOGHI, LE SUE COSE, LA SUA GENTE A cura dell’Amministrazione Comunale


A N N I V E R S A R I

1979-2009: Trentennale dell’autonomia del Comune

da

S.Antonio di Calangianus a S.Antonio di Gallura

IL 31 LUGLIO 1958, DAGLI “ABITANTI DEL TERRITORIO DI S.ANTONIO DI CALANGIANUS” ERA STATA INOLTRATA ALLA “REGIONE AUTONOMA DELLE SARDEGNA” LA SEGUENTE ISTANZA: “LA POPOLAZIONE DI QUESTA ZONA HA SENTITO DA TEMPO LA NECESSITÀ DI STACCARSI DAL COMUNE DI CALANGIANUS E COSTITUIRSI IN COMUNE INDIPENDENTE ED AUTONOMO. siti che dovrebbero formare il nuovo comune sono costituiti dall’agglomerato di S.Antonio e dalle regioni di S. Andrea, Scupetu, lu Bulioni, San Giacomo, Catala, Priatu, Valentinu ed Austinacciu”. Circa tre mesi dopo, esattamente il 29 ottobre 1958, era però pervenuta al “Presidente della Regione Sarda” una seconda domanda nella quale era scritto: “noi sottoscritti abitanti delle regioni di Lu Bulioni, Monte Santo, San Giacomo, La Crucitta e Scupetu non intendiamo aderire al nuovo comune di S.Antonio perché molto povero e per conseguenza le nostre condizioni peggioreranno in avvenire”. Appena sei mesi dopo, il 13 maggio 1959, era stata inviata al “Presidente della Giunta Regionale” una terza istanza cosi formulata: “i sottoscritti dimoranti negli stazzi della Grucitta, Lu Bulioni e Oltu Muratu, appartenenti al comune di Calangianus, rivolgono rispettosa domanda alla S.V.I. affinché possa prendere in benevola considerazione quanto segue: intendiamo aggregarci amministrativamente e territorialmente al comune di Arzachena, il quale dista da noi appena tre chilometri ed al quale siamo legati da vincoli di sincera amicizia, parentela e soprattutto da interessi economici e commerciali, in quanto è presso questo comune di Arzachena che noi effettuiamo le spese giornaliere e dove noi riusciamo ancora a vendere”. A questo punto, è superfluo rilevarlo, apparivano ben evidenti le cause che avevano determinato il fallimento dell’iniziativa assunta. Decisi di svolgere, per cosi dire, una minuziosa e generale indagine preliminare. Per un lungo periodo andai interro-

I

di Giacomo Pala

Primo consiglio comunale 10 dicembre 1979: elezione del sindaco Salvatore Canu (al centro). A sinistra Angelino Pitorru, a destra il segretario comunale Giovanni Achenza

gando persone di ogni ceto sociale, uomini e donne, giovani ed anziani, abitanti del paese e dell’agro; cercai, soprattutto, di stabilire quale fosse l’umore dei politici locali. Potei così accertare che gran parte della popolazione, probabilmente la maggioranza, in effetti aspirava all’autonomia amministrativa nella convinzione che dalla stessa S.Antonio avrebbe tratto grandi vantaggi. Tuttavia, in questo contesto era molto diffuso lo scetticismo circa la concreta possibilità di riuscire nell’intento; questo atteggiamento derivava soprattutto dal fallimento del precedente tentativo che, comprensibilmente, aveva creato delusione e sfiducia. Si presentò subito il primo problema: la costituzione di un comitato “pro autonomia”. Chi doveva farne parte? Chi doveva nominarne o eleggerne i componenti? Per risolverlo, tenemmo una riunione in casa di colui che poi sarebbe stato il primo sindaco del nuovo comune, il professor Salvatore Canu. Ricorro al mio diario. 15 ottobre 1973: “S.Antonio: riunione per il comune. Tutto sommato, benone, a parte qualche impennata personale. Alla fine propongo: nessun comitato. I consiglieri comunali in carica faranno tutto. Approvazione generale”. I consiglieri predetti erano: Vincenzo Del Giudice, Luca Abeltino, Mario Cas-

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

19


A N N I V E R S A R I sitta e l’assessore Francesco Abeltino. Quest’ultimo, quale delegato del sindaco di Calangianus, per molti anni aveva operato lodevolmente per la frazione di S.Antonio, curandone gli interessi ed ottenendo lusinghieri risultati. L’Abeltino, inoltre, era un convinto sostenitore dell’autonomia di questo paese e si batté con grande impegno per ottenerla. I consiglieri, a loro volta, si costituirono in “Comitato di fatto”; la prima decisione presa fu quella di invitare a parteciparvi chiunque, animato da buona volontà, fosse disposto a collaborare. Naturalmente, per primo dette la propria adesione all’invito Nicola Orecchioni, seguito subito dopo dal cantoniere Ruggero Dessì. Prima di attivarci formalmente sul piano amministrativo-burocratico, ci consultammo con un grande esperto in materia di Enti Locali, il lurese dott. Michelino Careddu, che fu al nostro fianco sino alla conclusione dell’intera vicenda. Al nostro fianco, per tutta la durata dell’operazione, fu anche il geometra Giovanni Battista Careddu, capo dell’ufficio tecnico del comune di Tempio, ma figlio di questa comunità. Egli si offrì spontaneamente per curare l’aspetto catastale della pratica autonomistica; preparò pertanto la pianta planimetrica e la annessa relazione descrittiva del presumibile territorio dell’erigendo comune. Entrambi i predetti professionisti prestarono la loro opera gratuitamente. Seguendo le loro indicazioni, iniziai a predisporre lo schema della domanda da inoltrare alla Regione. A questo punto si presentò un altro problema, per la verità imprevisto: quale nome dare all’erigendo comune; l’adempimento, ovviamente, era prescritto dalla legge. Sin dall’inizio, io avevo pensato di dare al futuro Ente il nome poi effettivamente adottato, “S.Antonio di Gallura”, ma non tutti furono d’accordo. Alcuni, infatti, preferivano “S.Antonio - diga del Liscia”. A me, e non soltanto a me per fortuna, questa denominazione non piaceva sia perché mi sembrava involuta e contorta sia perché risultava avulsa dal nostro contesto geografico. L’ostacolo, apparentemente modesto, in realtà non fu facile da superare; il capo, per cosi dire, del partito avversario, infatti, era don Papi, che per la diga stravedeva e motivava con una certa decisione la sua proposta. Decisi di soprassedere, nella speranza di poter col tempo risolvere il problema senza alcun trauma. Cosi fu in realtà; alla fine il parroco cambiò idea ed accettò di buon grado il nome che la quasi totalità della gente di S.Antonio desiderava. La specificazione “di Gallura”aggiunta al nome del Santo, infatti, non solo rendeva il nome del paese particolarmente armonioso ma indicava con chiarezza una precisa ed univoca collocazione territoriale, tra l’altro facilmente individuabile sulla carta. Così battezzato il nascituro ancor prima del lieto evento, ci avviammo al primo grande appuntamento: la sottoscrizione da parte degli elettori dell’istanza di autonomia da presentare alla Regione, nella quale, tra l’altro, si diceva: “i sottoscritti elettori del comune di Calangianus, residenti nella frazione di S.An-

20 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

S. Antonio di Gallura, il Palazzo del Comune tonio, nella borgata di Priatu, nelle zone di S.Andrea, Lu Bulioni, Monti Santu, San Giacomo, Scupetu, Valentino, Catala e San Leonardo, chiedono, ai sensi della L.R. 3/5/1966 n° 14, modificata dalla L.R. 29/11/1971, n°15, di erigersi in comune autonomo. La sottoscrizione si svolse in un clima festoso nei giorni 5 e 6 ottobre 1974; sottoscrissero 794 elettori; le firme furono autenticate, gratuitamente, dai notai Altea ed Acciaro, il primo dei quali operò a S.Antonio il secondo a Priatu e S.Antonio. Invitai ad apporre la prima firma il parroco, che meritava ampiamente questo onore; egli, infatti, non solo aveva sin dall’inizio caldeggiato l’iniziativa che avevamo intrapreso, ma l’aveva sempre sostenuta con entusiasmo, esortando anche dall’altare i propri parrocchiani a fare altrettanto. Purtroppo, don Papi non poté veder realizzato il suo sogno: infatti, a soli 62 anni, morì il 13 luglio 1977. La tanto attesa consultazione popolare si tenne il 7 maggio 1978. Dall’inoltro della domanda di autonomia erano passati, esattamente, 38 mesi. Fu un autentico trionfo. Questi i risultati: nei due seggi di S.Antonio, su 847 votanti si ebbero 832 “ SI ” e 15 “ NO ”; la percentuale dei “ SI “, quindi, fu del 98%; a Priatu, su 143 votanti, i “ SI ” furono 101 ed i “ NO ” 42: in anni di propaganda i 38 oppositori erano riusciti a conquistare soltanto 4 elettori; Martino Piccinnu aveva visto bene. La partecipazione al voto fu totale: infatti, esclusi i malati intrasportabili, 4 elettori ricoverati in ospedale, 5 elettori momentaneamente fuori sede e 2 testimoni di Geova, gli elettori iscritti nelle liste votarono tutti. La sera di quel memorabile 7 maggio, verso le ore 22, mentre alla sezione n°1 che io presiedevo stavamo per completare le operazioni di spoglio ed attendevamo ansiosi il risultato di Priatu, sentimmo le campane suonare a festa: tutti i presenti capirono e si abbracciarono. Finalmente eravamo comune autonomo e la borgata di Priatu era con noi; la vittoria, pertanto, era stata completa. Per noi “ le fatiche dell’autonomia ” erano veramente finite; le riunioni del “ Comitato di fatto ” erano state oltre 70. La comunità di questo comune non ha dimenticato né di certo dimenticherà in futuro le persone e le istituzioni che sono state al suo fianco lungo il cammino percorso “ da S.Antonio di Calangianus a S.Antonio di Gallura ”. Il nuovo comune, ufficialmente, fu istituito con la legge n° 18 del 23 marzo 1979; il consiglio comunale tenne la sua prima seduta il 10 dicembre dello stesso anno. ■


A N N I V E R S A R I

Aglientu in cammino verso il futuro Quei primi passi dell’autonomia di Michela Galetto

IN UN CELEBRE SAGGIO DEL 1874, KANT IL NOTO FILOSOFO TEDESCO IN RISPOSTA AL QUESITO “CHE COS’È L’ILLUMINISMO” SCRIVEVA: “L’ILLUMINISMO È L’USCITA DELL’UOMO DALLO STATO DI MINORITÀ CHE EGLI DEVE IMPUTARE SOLO A SE STESSO. MINORITÀ È L’INCAPACITÀ DI VALERSI DEL PROPRIO INTELLETTO SENZA LA GUIDA DI UN ALTRO”. QUESTA È IN PRATICA LA CONDIZIONE DELL’UOMO SOTTOMESSO AD UN POTERE ESTERNO CHE NEGA ALL’INDIVIDUO LA LIBERTÀ DI DISPORRE DI SÉ E IL DIRITTO-DOVERE DI USARE LA PROPRIA INTELLIGENZA.

I

n senso lato l’illuminismo si propone di rischiarare la mente degli uomini per liberarla dalle tenebre dell’ignoranza, alimentata da chi detiene il potere per tenere facilmente soggiogato il popolo. Sotto questo aspetto la lotta illuministica per l’emancipazione intellettuale diviene anche lotta di emancipazione politica, cioè conquista dell’autonomia. Autonomia significa “ governarsi da sè” e, in ambito politico, indica la capacità dell’uomo di dare a se stesso la legge, senza derivarla da altro. Perciò l’autonomia è la forma giuridica in cui un popolo esercita pienamente la propria sovranità. Senza voler sembrare irriverenti e consapevoli delle evidenti differenze, siamo convinti che anche Aglientu abbia vissuto la sua “età dei lumi” che è coincisa con la seconda metà del

secolo scorso, in cui si è fatta strada l’idea dell’autonomia comunale. Di questa autonomia, di cui oggi siamo beneficiari, alcuni furono protagonisti, allora con più coraggio e lungimiranza. Riconoscere le ragioni di quegli anni, di quelle controversie, non vuole dire riaprire ferite che sono e debbano essere in gran parte rimarginate. Vuol dire più semplicemente, cercare di costruire il futuro con una visione più equa e più giusta. Nel 1959 Aglientu ha avviato un lungo percorso di crescita e di sviluppo che in questi cinquant’anni ha potuto consolidare e rinnovare, grazie all’impegno e al senso di responsabilità di tutti. Il periodo storico nel quale si consuma il percorso che porterà Aglientu all’autonomia amministrativa da Tempio è segna-

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

21


A N N I V E R S A R I to dal lungo conflitto bellico della seconda guerra mondiale. Infatti, le conseguenze si fanno sentire anche nelle campagne; la guerra ha anche qui eliminato quelle comodità di cui molti degli stazzi più agevolati godevano, riportando la vita alle condizioni di cinquant’anni prima. La necessità costringe la gente di campagna al recupero di abitudini di vita non più praticate, al consumo di prodotti alimentari non più apprezzati. Lo stazzo riscopre così l’arte di fare da sé e dell’ arrangiarsi. Perciò in sostituzione del caffè si usano i ceci o l’orzo, si sostituisce lo zucchero con il miele, si riutilizza l’olio del lentisco, il sapone fatto con il grasso di maiale e la soda. Ci si arrangia anche per il vestire, perchè nelle case si lavora la lana di pecora e il lino, lo stesso sughero trova gli utilizzi più impensati. Ma finita la guerra lo stazzo entra in crisi e la gente sente l’esigenza di riunirsi nel piccolo centro di S. Francesco d’Aglientu. La campagna si spopola. I proprietari terrieri sono pochi e sono gli unici che riescono ad affrontare al meglio le difficoltà e le avversità contingenti; gli altri i più poveri cercano di sbarcare il lunario e stentano la vita nel bracciantato agricolo, nei lavori di miglioramento fondiario e nelle costruzioni rurali finanziati dalla regione o dallo stato, i così detti “ progetti”. La popolazione delle campagne ancora abitate e quella riunita nel piccolo agglomerato di S. Francesco, mancando i ponti, nel periodo invernale veniva tagliata fuori dal mondo e costretta a guadare i fiumi laddove le condizioni lo permettevano. Mancava perfino l’illuminazione elettrica, per cui quando calavano le ombre nella notte S. Francesco scompariva nel buio, quasi nel nulla e naturalmente i disagi, già gravi alla luce del sole, diventavano ancora più neri. Carente era l’istruzione primaria ( le lezioni si svolgevano in luoghi malsani e le varie classi si alternavano in turni di poche ore al giorno), l’approvigionamento idrico, inesistenti o quasi gli altri servizi sociali elementari: farmacia, ambulatorio medico, ufficio postale, mancava in un primo momento anche l’ufficio di stato civile per cui gli Aglientesi si vedevano costretti a recarsi a Tempio per il disbrigo di ogni documento. Solo in seguito a causa delle molte insistenze Tempio provvedette ad installare un ufficio di stato civile. Singolare fu l’episodio in cui si portò in consiglio comunale a Tempio (il 07 03 47) la richiesta di sostituzione dell’ufficiale di stato civile, il sig. Giovanni Melaiu, con il sig. Carboni Pietro fu Leonida, indicato come elemento molto gradito ai frazionisti per il suo carattere e per la sua onestà e soprattutto per la serena imparzialità. Si evidenziò di come il sig. Carboni, pur avendo nel passato ricoperto la carica di segretario del fascio di Aglientu non abbia dato motivo a lamentele e parzialità. Ragion per la quale l’ordine del giorno fu approvato all’unanimità e si procedette alla sostituzione. Solo nel 1947 fu istituito il medico condotto ed una nuova con-

dotta ostetrica in quanto fino ad allora le popolazioni di S. Francesco e le regioni del Vignola, Montirussu e Littighedda erano completamente abbandonate. L’assistenza ai parti di quelle forti e laboriose donne era ancora affidata alle “donne pratiche” senza capacità né competenza tecnica. Il disagio più grande era però costituito dalla distanza, per cui in assenza di collegamenti stradali e mezzi di trasporto pubblico, si era costretti a percorrere le strade di campagna d’inverno e d’estate impiegando molte ore di cammino a volte giorni sia a piedi o a cavallo. Nel 1951 Tempio provvedette all’acquisto di un terreno di proprietà del sig. Gala Raimondo fu Agostino per la costruzione di una scuola materna a spese della Regione Sardegna. Lo stesso Gala addivenne alla cessione amichevole di 2000 mq e ad un prezzo ritenuto equo. Con la seduta del 29 04 1951 il consiglio comunale di Tempio, delibera di domandare all’assessorato ai lavori pubblici della Regione Sardegna l’esecuzione degli impianti elettrici negli abitati della frazione di Aglientu per l’importo di L. 16.560.000. Particolarmente singolare risulta essere l’atteggiamento degli amministratori tempiesi nei confronti degli amministratori frazionisti. Il consiglio comunale fu invitato a voler as-

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

23


Delizioso stazzo, l’Agriturismo Tuttusoni è stato ristrutturato in forme e soluzioni graziose e turisticamente funzionali. Il posto di ristoro è una sapiente ricostruzione dell'antico recinto del bestiame, coperto da un gran tetto sub-conico che suggerisce appena, senza insistenza, la copertura della millenaria capanna pastorale. L'interno è caratterizzato da uno stile rustico con una pietra naturalmente grandiosa all'interno. Un ristoro estivo viene apparecchiato anche nell'ampio loggiato, dal quale si domina lo straordinario scenario pastorale, tutto prati e rocce, tutto macchia mediterranea, prati e ondulazioni che declinano nella vicinissima Portobello, nella Costa Paradiso e nella dirimpettaia Corsica. I cavalli ci pascolano attorno, a solo 1800 m. dal mare. L'azienda contiene anche un nuraghe (da cui il nome) e per chi sa cavalcare organizza escursioni a cavallo.

AGRITURISMO "NURAGHE TUTTUSONI" Loc. Portobello di Gallura - Aglientu (SS) Tel. e Fax 079.656830 E-mail: info@nuraghetuttusoni.it


sumere a suo carico l’onere delle spese di viaggio sostenute dai consiglieri comunali residenti nelle frazioni ogni qualvolta si dovevano recare presso il capoluogo per le adunanze periodiche straordinarie del consiglio. Il gruppo socialcomunista votò contro la proposta, mentre il consigliere avv. Giovanni Azzena ribadì che era doveroso rimborsare almeno le spese di viaggio ai consiglieri delle frazioni. Infatti tenuto conto della particolare situazione topografica del comune di Tempio, per cui la metà dei consiglieri risiedono nelle lontane frazioni ed hanno uguali diritti e doveri di quelli del capoluogo, non era giusto che gli stessi, per esplicare il loro mandato debbano affrontare spese che i colleghi del capoluogo non riscontrano. Tra l’altro l’onere che veniva a gravare sul bilancio sarebbe stato di lieve entità. La proposta passò con 22 voti favorevoli e 7 contrari.

Nel 1952, avvero nel post guerra gli agricoltori della frazione di S. Francesco di Aglientu fecero pressione in consiglio comunale a Tempio per ottenere un contributo per l’istituzione della cassa comunale di credito agrario e considerata l’opportunità di aderire alla richiesta per favorire le sempre maggiori esigenze dell’agricoltura, il consiglio deliberò all’unanimità concedendo L. 30.000 per l’istituenda cassa comunale di credito agrario. Il segno dei tempi che cambiano è dato dall’istituzione dei cantieri di scuola lavoro, come strumento a sostegno dell’occupazione e utile mezzo per la realizzazione di opere e servizi di pubblica utilità. Come quello istituito nel 1952 per la sistemazione della strada comunale Aglientu- Montirussu con una spesa complessiva di L. 7.121.442 di cui L. 6.722.942 a carico della regione e L: 398.500 a carico del comune per acquistare materiali e attrezzi con l’occupazione di 80 allievi per 100 giornate lavorative. Altro cantiere di scuola lavoro fu istituito per la costruzione del 1° lotto della chiesa parrocchiale con una spesa complessiva di L. 4.159.258.42 di cui a carico del comune solo L. 748.200 per l’acquisto di attrezzature consentendo l’occupazione di 30 allievi per 123 giornate. Nel 1957 fu istituito un altro cantiere per la costruzione della piazzetta e per le strade interne. Importante fu anche il problema delle sorgenti come quella di “Lu Muvroni” accorsa per l’acquedotto rurale e per la quale fu corrisposta un’indennità come da domanda presentata dal sig. Nieddu Sebastiano fu Giov. Andrea. Nel 1953 la frazione di S. Francesco d’Aglientu è priva di un caseggiato scolastico per cui si delibera di acquistare l’area dal sig. Orecchioni Giovanni Maria fu Pasquale per il prez-

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

25


A N N I V E R S A R I

SOLO CON LA LEGGE REGIONALE DEL 6 FEBBRAIO 1959, S. FRANCESCO D’AGLIENTU DIVENTA COMUNE AUTONOMO. zo ritenuto equo di L. 1.600.000 da pagare in due rate e per dare continuità all’opera il consiglio comunale di Tempio delibera di chiedere alla Regione Sardegna di ammettere il comune al finanziamento della legge regionale n. 5 del 08 05 1951. Nel 1955 fu istituita definitivamente la seconda condotta veterinaria comprendente le frazioni di Palau- San PasqualeBassacutena e S. Francesco d’Aglientu poiché per la vastità del comune non era assolutamente possibile affidare il servizio veterinario ad una sola condotta viste le esigenze degli allevatori di bestiame e le enormi distanze delle frazioni dal capoluogo. Fu considerata anche la necessità della costruzione di un cimitero nella regione Montirussu onde evitare il grave inconveniente verificatesi più volte di non poter trasportare i cadaveri ai cimiteri viciniori di Aglientu e Bassacutena a causa della piena dei fiumi che attraversavano la zona. A questo proposito il sig. Orecchioni Giovanni Maria fu Pasquale fece il munifico gesto di cedere al comune gratuitamente il terreno (mq 1300) di sua proprietà posto nelle vicinanze della chiesa campestre di San Giovanni di Montirussu. Gli anni successivi vedono l’amministrazione comunale di Tempio sempre più attenta alle esigenze dei frazionisti e non solo verso quelli di S. Francesco. Nel campo tecnico infatti, furono inviati al Provveditorato i progetti completi della scuola della Pischinaccia, Nuchis, Santa Giusta, Aratena, Azzanì, Campurutundu, Capannaccia, Enas, Fundu di Monti, Montiagliu, Padulo, Porto S. Paolo, Riccinu, S. Bacchisio, Vignola d’Agnata, Vignola Palazzu, Montilentu, per un importo di L. 123.135.000. da questi interventi si può notare quanto fosse vasta la territorialità di questo comune con le sue esigenze. Ecco perché di fondamentale importanza era la riscossione delle imposte, soprattutto quelle relative alle imposte di famiglia e di consumo. I risultati al riguardo parvero negativi sin da subito, essendo mancata appieno la coscienza fiscale in una percentuale altissima di dichiaranti. Addirittura le entrate di Tempio risultavano pari a metà di quelle di Calangianus. Tuttavia era opinione comune che questa situazione doveva mutare. Era convinzione comune che l’economia di Tempio e il suo progresso fossero strettamente collegati al benessere di tutta la Gallura, di cui Tempio era e voleva esserne il centro. Questi sono anche gli anni in cui si rende necessario realizzare gli ambulatori previsti dalla regione in ogni centro come accade ad Aglientu. Infatti con una nota dell’assessorato all’Igiene e Sanità della Regione autonoma della Sardegna pervenuta il 29 11 1956 si approvava la costruzione di un ambulatorio medico nella frazione di S. Francesco e di donare alla Regione mq 196 di area di proprietà del comune.

Da questo momento comincia a delinearsi quel comitato cittadino che raccolse le speranze di un popolo “abbandonato”, ma rivolto al proprio riscatto. Risvegliò l’amor proprio e lo spirito unitario dei cittadini, coinvolgendoli nell’unanime e vigoroso impegno teso alla rimozione dei tanti guai che affliggevano questa comunità. Superati gli steccati politici, vinte le differenze personali, la popolazione di S. Francesco d’Aglientu presentò al consiglio comunale di Tempio un’istanza di ben 507 firme facendo così elevare quella voce a favore della comunità aglientese. Il consiglio comunale di Tempio con la seduta del 17 12 1957 dovette esprimere il proprio e motivato parere in merito all’istanza di 507 elettori di S. Francesco che ne rivendicavano l’erezione della frazione a comune autonomo, giusta richiesta più volte sollecitata. La seduta che vi ebbe luogo fu concitata e controversa e fu caratterizzata dagli interventi dei consiglieri comunali i sigg. Chirico- Pedroni- Perino- Sechi- Balata- Aresu- Lissia e dall’assessore Francesco Muntoni. In seguto il consiglio votò l’ erezione di S. Francesco di Aglientu a comune autonomo con 24 voti favorevoli contro 2 astenuti ( Lenzi- Virdis) e due contrari ( Cossu- Chirico). Solo con la legge regionale del 6 febbraio 1959 S. Francesco D’Aglientu diventa comune autonomo. Ciò ha segnato per la sua popolazione e per il suo territorio una svolta storica, perchè le varie amministrazioni comunali che si sono susseguite negli anni si sono prodigate per la soluzione dei vari problemi: dai collegamenti stradali, all’estensione della rete elettrica, alla costruzione dell’acquedotto comunale, alle fognature, pavimentazioni di strade, edilizia scolastica, uffici postali, farmacia, istituzione pubblica dei trasporti e via dicendo. Addio dunque alle strade di terra battuta, a volte fangose e polverose, alle lucerne o lumi a petrolio, alle case prive di servizi igienici al bucato presso i lavatoi pubblici o al torrente, alle scuole di fortuna, all’unico medico costretto a raggiungere i malati a dorso di un mulo o a cavallo, al trasporto delle bare dalle località più o meno lontane. Ma il merito principale del comitato promotore fu quello di aver convogliato in un movimento popolare organizzato i fermenti autonomistici per guidarli attraverso l’arduo e laborioso iter burocratico e politico al loro felice esito. La portata e l’impegno dispiegato nella lotta per l’autonomia municipale da parte di questa organizzazione consente di poter attribuire alla stessa la esclusiva paternità storica del nuovo comune di Aglientu. Si è susseguito dunque un gran progresso che da mezzo secolo a questa parte continua per opera di amministrazioni sempre più operose e lungimiranti. ■

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

27


S A N T A

T E R E S A

G A L L U R A

M

ettiamo il caso che un giorno durante uno spettacolo dal titolo Voyage en Sardaigne l’amministrazione comunale di una piccola località del nord della Gallura incontri una particolare Associazione di eventi musicali sarda e un musicista jazz anch’esso sardo e che questi decidano insieme di creare un particolare evento cultural-musicale di livello internazionale. Mettiamo inoltre il caso che l’amministrazione succitata sia quella del Comune di Santa Teresa Gallura, che l’Associazione sia l’algherese “Jana Project” e che il musicista – nonché direttore artistico di un allora collaudato festival della Valle dei Nuraghi presentato nell’antica regione sarda denominata del “Meilogu” (posto nel mediu logu del giudicato di Torres) – sia Enzo Favata, quale potrebbe essere il risultato di ciò? Mettendo questa volta il caso da parte – perché di caso non si tratta - il frutto di tutto è un’eccellente kermesse internazionale di musica jazz e prende il nome di Musica sulle Bocche. Il festival – che ad oggi è considerato uno degli eventi estivi musicali più importanti e ambiti di tutto il panorama culturale sardo – nasce nel 2001 e grazie a questo brainstorming nel corso degli anni ha avuto la possibilità di abbracciare culture, persone, luoghi, campi e musiche diverse.

MUSICA SULLE BOCCHE 10 ANNI DI JAZZ, ARTE, CULTURA E TANTO DIVERTIMENTO

di Alessia Chisu

TANTI AUGURI MUSICA SULLE BOCCHE! l 2010 è il 10° compleanno del festival e la macchina organizzativa si è già da tempo attivata per la promozione di un evento di cinque giornate ricche di intrattenimento musicale e tanto altro. Quest’anno il festival internazionale sarà presentato durante il periodo che và dal 25 al 31 agosto. L’organizzazione promette tanta buona musica, storia, cultura, letteratura, fotografia, il tutto affrontato con la solita passione che li contraddistingue dall’inizio di questa grande avventura. Nel frattempo tutti gli appassionati attendono con trepidazione l’arrivo dell’estate e del suo festival sviluppando dei pronostici su quale sarà il prossimo tema, artista, letterato o cultura musicale che darà al festival quell’impronta che risulta vincente da ormai dieci anni.

I Nuevo Tango Ensamble Foto di Fausto Ligios

28 | ALMANACCO gallurese 2010/2011


A N N I V E R S A R I Antonio Marangolo e Flaco Biondini Foto di Fausto Ligios

IL FESTIVAL DÀ I NUMERI Come in tutti i festival, alla fine di ogni edizione si calcolano tutte le attività che si sono svolte, il personale coinvolto, i luoghi scelti etc. La nona edizione di Musica sulle Bocche ha potuto contare su numeri d’eccezione che hanno dato vita ad un evento straordinario e se ne prevedono tanti altri per la decima edizione. Dietro il festival - oltre ai finanziamenti provenienti dai vari enti - ci sono diverse menti organizzative, stagisti, volontari e giovani che si propongono per qualche euro lavorando duramente per tutto il festival; insieme collaborano in sintonia per cercare di far funzionare al meglio la macchina organizzativa che ogni anno si attiva per la manifestazione. Nella nona edizione i numeri caratterizzanti di Musica sulla Bocche sono stati: 6 i giorni del festival, 40 le ore (ca.) di concerti, 87 gli artisti internazionali, 1 il Direttore Artistico che fa riferimento su 3 collaboratori attivi tutto l’anno, 1 il produttore esecutivo, 1 l’addetto alla logistica, 1 l’addetto alla comunicazione, 1 l’addetto stampa, 1 il grafico, 1 il fotografo ufficiale, 3 i documentaristi, 4 gli autisti, 15 gli operai palco e allestimento, 6 gli addetti alla biglietteria, 2 le addette al catering, 1 l’addetta alle pulizie, 2 le presentazioni letterarie, 2 gli autori letterari, 8 le diverse location utilizzate per le esibizioni, 1 la mascotte e innumerevoli gli spettatori fedelissimi che hanno reso vivo il tutto e, senza i quali, Musica sulla Bocche non potrebbe esistere.

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

29


S A N T A

T E R E S A

G A L L U R A

Foto grande

Armeria dei Briganti, concerto a Capo Testa A destra

Quique sinesi Sotto

Flavio Soriga e Beppe Severgnini Tutte le foto sono di Fausto Ligios

IL PUBBLICO Nel corso degli anni il pubblico si è dimostrato oltre che affezionato ed appassionato anche molto coraggioso. Si è parlato di tramonti, serate e albe. Proprio per queste albe i fedeli impostano la sveglia alle 5 e silenziosamente si recano ancora assonnati nella meravigliosa spiaggia di “La Rena Bianca”, appoggiano gli asciugamani sulla sabbia ancora un po’ umida e lentamente ci si adagiano sopra. La sensazione che accompagna questo fiume di gente è di tranquillità, di pace e silenzio, fino all’arrivo dell’artista pronto per la sua esibizione. Il risultato è stupefacente, indimenticabile, la musica danza con la leggera brezza mattutina, gli scogli intorno sembra si animino, il rumore delle onde che lentamente si infrangono sulla battigia diventano un tutt’uno con la musica che si diffonde in ogni angolo di questo piccolo paradiso terrestre. Lo stesso pubblico rilassato però lo si ritrova danzante anche a seguito delle marching band che animano le strade del paese e creano la particolarità del festival itinerante, il pubblico è composto anche dai curiosi casalinghi che al riecheggiare di trombe e tamburi si apprestano a raggiungere i balconi delle proprie abitazioni che danno sulle vie che ospitano questi artisti. Il pubblico di Musica sulle Bocche non ha età, abbraccia i bambini, le mamme e i papà e i nonni. E’ un pubblico talvolta appassionato di musica jazz e altre semplicemente appassionato di musica ma sempre e comunque allegro, partecipe e spensierato.

32 | ALMANACCO gallurese 2010/2011


A N N I V E R S A R I

COSA FA DI MUSICA SULLE BOCCHE UN EVENTO IMPERDIBILE? I punti forti del festival stanno nella particolarità delle ambientazioni, dei luoghi e degli orari; questi non solo sono il tratto caratterizzante dell’intera rassegna ma sono soprattutto gli input che consentono al suo pubblico di godere appieno della sua spettacolarità. Il 2004 è stato il primo anno in cui l’alba e la spiaggia di Rena Bianca sono diventate il fulcro del festival di questi ultimi anni a cui si sono poi aggiunti i tramonti al faro di Capo Testa, la grande piazza centrale, il chiosco del porto turistico e la piccola Chiesa di Santa Lucia, situata al centro del paese in cui all’interno si crea un’atmosfera intima e rilassata tra gli artisti e gli spettatori. Oltre alle importanti location scelte per fare da sfondo alla musica, nel corso degli anni ci sono stati artisti del calibro di Michael Nyman (colonna sonora del film “lezioni di piano”), Paolo Fresu (direttore artistico del “Time in Jazz”), Ralph Towner, Mario Laginha e altri meno conosciuti come la marching band torinese dei Bandakadabra (protagonisti del progetto per bambini “tutti quanti vogliono fare jazz”) i quali con la loro musica hanno emozionato, commosso, divertito e intrattenuto il numeroso pubblico che di anno in anno è andato sempre in crescendo.

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

33


S A N T A

T E R E S A

G A L L U R A

MARE, MUSICA, CIELO SANTA TERESA S’ILLUMINA D’IMMENSO IL FESTIVAL: NASCITA, CRESCITA E SVILUPPO di Alessia Chisu li obiettivo iniziali di questo progetto erano concentrati sulla possibilità per il paese di Santa Teresa Gallura di farsi conoscere non solo per il mare, ma anche per un evento di livello internazionale che potesse funzionare come elemento propulsivo per destare interesse nel visitatore, in modo da allungare l’intera stagione turistica e per avvicinare la musica jazz – di cui il direttore artistico Enzo Favata era ed è diretto esponente – ad un pubblico non solo di nicchia ma ad un’intera massa turistica lontana da questo genere musicale in quanto ancora considerato patinato e solo per appassionati. Per questo ultimo obiettivo importante è stata l’idea di utilizzare culture musicali di tutto il mondo rivisitate e contaminate attraverso i punti principali di quello che l’etnomusicologo - nonché docente di etnomusicologia dell’Università di Cagliari – Ignazio Macchiarella definisce jazz sardo (nato come etichetta che sta ad indicare eventi musicali prodotti in Sardegna, le cui caratteristiche consistono in varie combinazioni tra il jazz e le musiche tradizionali sarde). Nonostante la scelta del nome del festival sia stata casuale, dettata sicuramente dalla posizione del paese situato di fronte alle bocche di Bonifacio, si è rivelata ottima. “Musica sulle Bocche” è sicuramente un titolo d’impatto, caratterizzante e ideale anche per la collaborazione nel corso degli anni tra Santa Teresa Gallura e il paesino corso di Bonifacio. I primi due anni l’amministrazione comunale e l’Associazione “Jana Project” hanno faticato nel trovare i fondi per la creazione di un festival di qualità, questi sacrifici però non sono stati vani infatti, dal terzo anno in poi vari finanziamenti regionali hanno permesso al festival non solo una escalation dal punto di vista della notorietà ma anche di promuoverlo oltre mare e di creare una kermesse di importanza internazionale. Dal primo anno del festival – escluso il 2007 - gli ultimi giorni teresini di agosto e i primi di settembre sono protagonisti di un nonstop di musica, letteratura, storia, arte e divertimento in cui artisti, turisti e locali si intrecciano insieme alle location mozzafiato che contraddistinguono questo festival da tutti gli altri presenti sull’isola.

G

Nelle foto, dall’alto

Claudio Cojaniz, Bandakadabra Foto di Fausto Ligios

34 | ALMANACCO gallurese 2010/2011


A N T R O P O L O G I A

In Barbagia, si giocava, e si gioca, alla morrà in occasione delle feste tradizionali, nelle bettole, durante la tosatura delle pecore, in occasione dell'uccisione del maiale, durante la mietitura, ai battesimi e ai matrimoni. Parlare di morrà, e parlare di Sardegna, di proibito, di azzardato, è la stessa cosa.

IL GIOCO DELLA Ovvero il fascino del proibito di Tonino Bussu

In questi ultimi anni in Sardegna vi è stata una forte ripresa del gioco della morra; si gareggia ormai in molti paesi organizzando campionati che vedono una numerosa partecipazione di giocatori ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

35


USEO ARCHEOLOGICO E PALEOBOTANIC

PERFUGAS (SS) Via N. Sauro, Tel. 079 564241

Orari d’apertura Ottobre - Maggio 9 > 13 / 15 > 19 Giugno - Settembre 9 > 13 / 16 > 20 Chiuso lunedi

Comune di Perfugas Piazza Mannu, tel. 079 5639000 Soc. Sa Rundine Perfugas, tel. 349 7777103 sarundine@tiscali.it


A N T R O P O L O G I A

P

arlare di morrà come gioco d'azzardo è una cosa molto seria e impegnativa che coinvolge le tradizioni, la cultura, la letteratura, la storia, la religione e le credenze popolari, la filosofia (pensiamo per es., al grande matematico e filosofo Blaise Pascal,vissuto tra il 1623 e il 1662, che ha sviluppato il primo studio sulle 'regole' del caso, sollecitato da un amico che gli chiedeva il metodo da usare per vincere infallibilmente ai giochi d'azzardo di allora, tra cui vi era la roulette. Pascal fece del suo meglio e gli ha fornito però solo delle massime per diminuire le perdite. Queste massime sono regole molto importanti, ma difficili da capire perché l'essere umano non è abituato a pensare in termini di mancanza di causa. Pascal inventò la pascaline, che era una macchina meccanica per il calcolo e dai suoi studi e regole sul caso, tre secoli dopo, cioè nel secolo scorso, ci arrivò alla matematica statistica e attuariale). Ma lasciamo Pascal. Intanto è bene individuare i luoghi in cui tale gioco, la morrà, veniva praticato. Da noi in Barbagia, si giocava, e si gioca, alla morrà in occasione delle feste tradizionali, nelle bettole, durante la tosatura delle pecore, in occasione dell'uccisione del maiale, durante la mietitura, ai battesimi e ai matrimoni. Tutti i momenti insomma in cui la gente si riuniva per motivi piacevoli erano l'occasione buona per lunghe, interminabili, chiassose e martellanti sfide a morrà. E capitava spesso perché, per esempio, la tosatura si faceva sì una volta all'anno in ogni ovile, ma ad ogni tosatura partecipavano tutti i pastori vicini, amici, parenti dell'interessato ed ogni volta, finito il lavoro ecco il pranzo a base di carne di pecora e poi la morrà e s'istrumpa o una sfida a cavallo. E' risaputo che la morrà è un gioco antico, popolare, già in uso presso gli Egiziani, i Greci e i Romani. A Roma, il segreto principale dei giocatori era quello di ingannare gli avversari e, conseguentemente, far loro perdere la concentrazione, anche usando sfottò, spes-

so con l'aiuto complice degli spettatori. Per questo motivo, il più delle volte, le sfide finivano col conseguente intervento delle guardie. Il grande caos che ne nasceva aveva come conseguenza l'affollamento delle carceri. Ciò determinò la sospensione del gioco per mezzo di una bolla papale. Per gli antichi romani, e non solo, le regole del gioco d'azzardo erano permeate dal pensiero magico, per cui il dio Fors, o la dea Fortuna, ripartivano il bene e il male a loro piacimento. Quindi era possibile ottenere favori, o incorrere nella loro ira. I romani credevano al fato, ossia al destino. Tutto era prefissato e solo alcuni potevano mutare il destino. Quindi, il giocatore d'azzardo doveva giocare solo nei giorni fausti, cioè fortunati, pregare e fare sacrifici agli dei giusti. (Né di Venere, né di Marte, né si sposa, né si parte). La morrà è sicuramente il gioco più caratteristico e rappresentativo della Sardegna e del suo popolo. Il gioco si svolge tra due o quattro giocatori, i quali stendono simultaneamente un certo numero di dita e devono dichiarare nello stesso tempo un numero non superiore a dieci( morrà).Guadagna il punto chi ha dichiarato il numero corrispondente alla somma delle dita stese da entrambi: vince la partita chi per primo totalizza il numero dei punti in precedenza stabilito. L'incontro si svolge secondo il criterio PARTITA-RIVINCITA-BELLA e vince l'incontro chi si aggiudica due partite su tre. Al riguardo Francesco Alziator, un esperto di cultura popolare, nella sua opera -

II folclore sardo- scrive: "Qui ricorderemo la diffusissima morrà (sa murra) che però, come è noto, non è sarda. Il ludus morràs infatti è testimoniato sin dal 1324 a Sant'Anatolia, nel 1469 è presente ad Assisi, in Francia nel 1552, nel 1560 a Camerino,in Inghilterra nel 1706, ecc.". Da mie ricerche personali risulta inoltre che a Macerata per, a partire dal XV secolo troviamo una serie di giochi praticati sia dai nobili che dal popolo. Si giocava a carte e a dadi solamente però durante il periodo natalizio e più tardi anche durante la festa di San Giuliano d'estate. C'era poi il gioco della fortuna simile alla nostra odierna tombola. II gioco fu proibito perché durante il suo svolgimento si pronunciavano parolacce. Il gioco della morrà, molto pratica nel corso del 1400, fu proibito per evitare grosse perdite di denaro che avvenivano durante il gioco. Il gioco d'azzardo in genere e quindi la morrà in particolare ha interessato le religioni, gli storici, la scienza, la filosofia, come dicevo prima, la psicologia e la psichiatria(pensate agli studi sulle conseguenze psicologiche e patologiche del gioco: è da considerarsi una malattia?) oltre ad esserci testimonianze nelle cronache dei giornali, delle riviste e nella letteratura sia in prosa che in poesia. Sarebbe molto lungo esaminare questo gioco sotto gli aspetti suindicati, ma alcuni li voglio citare per capire quanta importanza ha avuto il gioco d'azzardo, e quindi la morrà, nella vita sociale e nella legislazione. Qual è la posizione delle religioni monoteiste nei confronti del gioco della morrà, dei dadi, delle carte? La Bibbia, per es., condanna il gioco d'azzardo. Il problema non era di per sé l'azzardo; in antico, e fino alla metà del 1600, nessuno sapeva distinguere con chiarezza tra gioco di puro azzardo e gioco di bravura. Né si trattava del vincere e del perdere perché, fatta salva la fede in Dio, e la pietà, non era vietato divertirsi. A condizione di tenere a mente che i beni che l'uomo possiede, in realtà, sono concessi in amministrazione da Dio. Solo l'eccesso viene condannato. La ra-

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

37


A N T R O P O L O G I A gione della condanna la troviamo nel fatto che il gioco d'azzardo -allora i dadi- era usato nella pratica divinatoria, invisa agli autori dell'Antico Testamento. I dadi potevano essere utilizzati anche per conoscere il futuro, ossia per fare predizioni. Cosa che avveniva regolarmente nelle religioni dei loro vicini, i Cananei. Giocare ai dadi poteva dunque essere assimilato a una cerimonia di tipo magico, in onore di una divinità diversa da Yahwe, il Dio unico della Bibbia. Anche il Cristianesimo è guardingo verso il gioco d'azzardo, ma non lo condanna. Sia l'Ebraismo che il Cristianesimo hanno temuto che il gioco potesse diventare un'idea fissa. Il giocatore poteva dimenticare il fine per cui si trova sulla terra e, dedicate tutte le sue passioni a un'attività terrena, non cercava la salvezza. Gli ecclesiastici, infatti, avevano notato che spesso il gioco d'azzardo si accompagna alla bestemmia, all'eresia, agli eccessi alcolici e al sesso mercenario. Ma il popolo cristiano era appassionato al gioco e riteneva che il risultato raggiunto fosse una espressione della volontà di Dio, eventualmente mediata dall'intercessione dei santi. La percezione sacrale del fato (e quindi dell'azzardo, che è il fato nel gioco), s'incrinerà con le Crociate, ossia nel 1200 circa, quando i crociati si resero conto che se giocavano con i musulmani, a volte vincevano loro, ma a volte vincevano anche gli aborriti adoratori di Allah! Scoprirono quindi che l'azzardo non poteva essere un fenomeno con esclusive radici divine, altrimenti avrebbero vinto necessariamente solo i crociati, seguaci dell'unica religione vera. Per questo San Tommaso d'Aquino, nella Summa Teologica, distingue tra due tipi di caso: quello che dipende dalla volontà divina e quello che ha un'origine 'naturale'. La posizione dei riformati, cioè dei protestanti, è stata rigorosa. La riforma calvinista abolisce qualunque divertimento laico. Se uno ama il canto, canti i Salmi; se ama la lettura, legga la Bibbia; se ama il teatro, partecipi al culto. Ma questo ri-

gore non poteva durare a lungo; cent'anno dopo le occasioni di gioco erano tanto frequenti a Ginevra quanto a Parigi. Il Corano invece proscrive, condanna il gioco. Maometto si era reso conto della vicinanza tra il gioco e Palcol, e, sia pure con qualche incertezza iniziale, aveva proposto la proibizione del gioco. Leggiamo nel secondo capitolo del Corano, della Sura della vacca:"Ti pongono delle domande circa il vino e il gioco d'azzardo. Rispondi loro: in ambedue c'è sia un gran male che una grande utilità per gli uomini, ma il male è maggiore dell'utilità" Nel medioevo spesso il gioco portava alla rovina dei giocatori nelle taverne. Lo storico francese Jean Verdon ci da un quadro divertente e ricco di particolari riferendoci che gli autori del medioevo si lamentavano che alcuni bevitori si rovinassero nelle taverne:Se ne vanno nudi come vermi- scrivevalasciano anche i vestiti in pegno, si sono giocati tutto, si sono bevuti tutto. Mentre dalle cronache di un giornale della padania leggiamo che il gioco della morrà, nelle osterie, aveva come premio solo qualche litro di vino. Ecco una cronaca degli inizi del secolo scorso: “Al sabato e alla domenica c'era grande animazione; uno spettacolo da non perdere era il gioco della morrà, proibito ufficialmente, ma praticato ovunque. Ogni partita 16 punti, e la posta di due partite era un litro di vino e gran urla. Si riconoscevano le voci: quella grossa e roca di Urbano, quella col timbro nasale di Battista, quella cantilenante di Bepe. Orfeo urlava più di tutti: "Tre!Sette!Sei!..." Il gioco si impennava, si pestavano i pugni sul tavolo perché qualcuno imbrogliava. L'arbitro contava i punti con le dita e segnalava la fine della partita battendo le palme sul bordo del tavolo . Spesso venivano giocatori da altri paesi, c'erano sfide importanti che duravano fino a tarda sera. Poi, i più dotati cantavano romanze delle opere più conosciute: Traviata, Rigoletto, Forza del destino, Trovatore, ecc.“ Riguardo alla morrà ho iniziato una ri-

38 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

cerca sulla presenza di questo argomento nella letteratura del nuorese e ho trovato l'argomento descritto da vari autori. Per brevità ne cito tre. Uno è Antonello Guiso, un giovane di Ollolai che nel suo romanzo 'Ralente' scrive: "Una volta in strada sento delle voci provenire dalla piazza... più che voci sono grida e seguono un ritmo - La Morrà! Ricordo di aver letto sul cartello dei programmi della festadi un torneo di morrà, sono proprio curioso di assistervi, affretto il passo, non vorrei che finisse prima che arrivi. Le grida si fanno più forti, ora è chiaro che coinvolgono più persone. Sono ormai in piazza, le baracche sono animate dal solito movimento, vedo Giorgio che mi saluta e io rispondo, non ho voglia di bere, quindi meglio evitare le baracche e puntare sulla piazza, le voci esprimono dei numeri rigorosamente in Sardo, provengono da varie parti, intorno a chi grida si sono raggruppate delle persone, riesco ad individuare chiaramente almeno sette di questi gruppetti, segno che i partecipanti al torneo sono numerosi. Mi dirigo verso il gruppo più vicino, è quello che sta di fronte alle baracche. Mosso dalla curiosità sempre più forte, cerco con garbo di ritagliarmi uno spazio tra la gente che guarda, senza opporre la minima resistenza mi permette di occupare una posizione che mi consente di vedere la sfida. I contendenti sono quattro, due contro due, seduti sui lati opposti di un tavolino, una quinta persona è seduta su uno dei lati vuoti ed ha il compito di tenere il punteggio di tutte e due le squadre. Si scontrano uno contro uno, chi dei due perde si ferma mentre l'avversario continuava la sfida col suo compagno. La sfida si svolge sul centro del tavolino, le mani vengono scagliate con forza in sintonia con l'avversario e con la voce, le dita dei contendenti si sfiorano senza mai toccarsi, si aggiudica il punto chi azzecca la somma delle dita aperte che si incontrano sul tavolino, spesso la somma giusta stenta a farsi indovinare o viene indovinata da tutti e due prolungando la sfida, a quel punto l'agonismo sale e le grida che esprimono


A N T R O P O L O G I A numeri si fanno più accentuate, gli animi si scaldano dando l'impressione che siano prossimi a sfociare in qualcosa di violento ma così non è, appena uno dei due si aggiudica il punto l'altro ritira la mano lasciando che l'avversario continua con immutata foga la partita. -Si gioca 'al meglio delle tre'- Mi spiega uno spettatore che sta al mio fianco-ogni sfida la si vince conquistando sedici punti. Annuisco con la testa, senza distogliere lo sguardo dalla morrà. La gente che come me segue la sfida, lo fa con attenzione, non disdegna però fugaci commenti su chi stia giocando meglio o improbabili visioni su chi si aggiudicherà il torneo: sento che si fa il nome di Balente." Antonello Guiso, nello stesso romanzo, dice ancora: "La morrà è come una canzone, devi cercare di seguire una melodia e un ritmo, altrimenti è solo rumore. Per aver successo devi essere bravo ad interpretarla, devi essere furbo e prevenire i tempi, capire cosa farà l'avversario e anticiparlo, cosciente che lui cercherà di fregare te". Nella sua opera letteraria "Le Radici", la scrittrice nuorese Maria Giacobbe dice: “Nelle sale d'inverno ospitava i giocatori di morrà espulsi dalle bettole sulla piazza. Le loro urla e i loro litigi si trasformavano il più delle volte in risse violentissime. Gli accoltellamenti non erano episodi eccezionali.” La stessa scrittrice, in un'altra opera dal titolo "Gli Arcipelaghi", narra ancora: “II Falco era davanti alla bettola della Malese, insieme ad altri suoi pari con i quali aveva fatto bisboccia tutto il giorno. A quell'ora dovevano essere ubriachi fradici e stavano giocando alla morrà, senza neanche accorgersi della pioggia, e gridavano come se volessero scannarsi.” Una poetessa di Ollolai, in una sua opera dal titolo ‘Lugore de Luna’, al chiaror di Luna, dedica una poesia alla morrà in lingua sarda di cui però riporto la traduzione: La Morrà In un paese di montagna Si dice che giochino alla morrà nel letto, e sorridendo arriva il Sonno

con lusinghe e con diletto Kit.: Battor! Chimbe! Ses! Ses! Battoreddu! Murra bella ! E cinque! E cinque! Quattro! Quaranta! Tutta la mia terra se la canta Anche la luna in cielo a sentinella Gioca a quattro-quattro, a Murra bella. La Morra è nata nella terra mia, nei campi di ferula e asfodelo; negli ovili, tra pastori, con servi, padroni e signori. Quel gioco imparato anticamente, è rimasto nel cuore della mia gente; ereditato con tutto rispetto dall'uomo pastore nel capannetto. Due e... Tre! Fermo! Sei e ...Secco! Gioca sia il povero che il ricco. E porta movimento e allegria Sotto il ciclo della terra mia. Ogni giorno di fede cristiana Arriva con la Morrà paesana. Anche il Santo a piedi per le strade Accetta con le preghiere pure la Morrà. Si gioca alla Morrà fin da bambini Con il sole, la luna e le stelle. E con abilità e sveltezza Portano fuori i numeri con mano tesa. E con tono sicuro e intelligente Rimbomba nella notte prepotente. Penetrando nella finestra signorile Saluta -Morrà bella! E' l'alba!E la vita si sveglia con la Morrà Oggi vittoria e domani batosta. E siccome il mondo è sempre stato così... Vigila sempre! Non dormire mai! E cinque! Cinque! Quattro!Quaranta! Tutta la terra mia se la canta Facendo i conti a lume di stella... Viva la Morrà della Sardegna bella! Una testimonianza del Canton Ticino ci rivela che il gioco della morrà è diventato un segno di riconoscimento di una comunità. Raccontano in una cronaca:

"Viviamo nel solo Cantone svizzero integralmente di lingua italiana. Da sempre abbiamo conosciuto il gioco d'azzardo: i dadi, le carte, le scommesse, la tombola fanno parte della nostra eredità. Ma un gioco è stato importante nell'immagine che avevamo: la morrà, un gioco di scommessa fatto con le dita, diffuso in tutta l'Italia settentrionale, in cui i numeri previsti sono generalmente gridati. Ebbene, nella Svizzera tedesca noi siamo chiamati 'cincali'. Che vale più o meno come il 'terùn' usato nell'Italia del nord nei confronti dei Meridionali. E' un termine che deriva dalla parola 'cinq' (Cinque), usato appunto durante il gioco della morrà. Un gioco che deve avere impressionato i nostri connazionali di lingua tedesca." In questi ultimi anni in Sardegna vi è stata una forte ripresa del gioco della morrà; si gareggia ormai in molti paesi organizzando campionati che vedono una numerosa partecipazione di giocatori; si sono creati vari comitati paesani e associazioni per la morrà, ma non vi è ancora un organismo che possa riunirli tutti per organizzare veri e propri campionati prima zonali e poi regionali e nazionali. Sono stati stilati regolamenti sia in lingua sarda che in italiano, vi è un coinvolgimento delle amministrazioni locali che sostengono queste manifestazioni con l'obiettivo di recuperare un gioco che ha appassionato per secoli i sardi e coinvolto moltissimi giocatori. Oggi la morrà, gestita da comitati e associazioni, non costituisce più motivo di risse o accoltellamenti, né crea problemi di ordine pubblico, ma i tornei e campionati si svolgono nel reciproco rispetto e sono momenti di divertimento per le folle di spettatori che sempre gremiscono le piazze in queste occasioni. Ma oltre ai campionati, i giovani non perdono occasione per poter giocare a morrà e infatti negli angoli delle strade o nelle piazzette dei paesi, appena un gruppo di ragazzi si incontrano, è facile sentire le grida, a volte le urla, del gioco della morrà. ■

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

39


A N T R O P O L O G I A

Un personaggio (quasi) dimenticato della tradizione gallurese di Lucio Pirodda

Citato spesso dalla tradizione orale ed in diverse composizioni poetiche in vernacolo gallurese - e non solo - era sempre in viaggio anche per i paesi e per gli stazzi di li cussoggj della Gallura. 40 | ALMANACCO gallurese 2010/2011


A N T R O P O L O G I A

n tempi addietro allorquando si vedeva passare in giro un tizio che era unu stantarolu (alto di statura), strimignulu (magro) e scarisginitu (di brutto colorito in viso) e vestito talora con abiti d’alto rango (anche se poi, assai più di frequente, specie in tempi di penuria di viveri, andava a far visita pressoché esclusivamente negli “sfarzosi palazzi” delle basse categorie della popolazione e non nelle “squallide catapecchie” dei nobili e dei borghesi) veniva subito riconosciuto da coloro che lo incontravano. Era questi infatti un individuo molto ma molto noto soprattutto tra la ‘jentaredda, poiché aveva a che fare con parecchi di questo “opulento” ceto sociale, e si trattava di Mastru Gjuanni ovvero la fame in persona. Citato spesso dalla tradizione orale ed in diverse composizioni poetiche in vernacolo gallurese - e non solo - era sempre in viaggio anche per i paesi e per gli stazzi di li cussoggj della Gallura. Infatti no arriulàa in logu dato che, in una zona o in un’altra, c’era sempre da andare a trovare molti amici e compari nelle “ricche case dei poveri”, i quali “se ne contentavano assai” delle sue capatine, specialmente in cattive annate per il raccolto dei campi e per i prodotti della pastorizia. E quindi questo signorotto distinto dalle “povere case dei ricchi”, si ni furriàa da la ‘janna (se ne tornava indietro dalla porta – poiché costoro avevano tutt’e setti l’alimenti, beninteso) e – come detto sopra - si accasava ricevuto con tutti gli “onori”, abitualmente presso le rustiche dimore dei poveracci con i quali era più in confidenza. Ma oltre a questo tale chi accudìa (arrivava) dove c’era meda mulenda (molto appetito) e poca o per niente roba da mangiare, tra i vari altri chimerici personaggi della “mitologia” nostrana (fra i quali il celebre Corrabbiccu, spauracchio dei bambini che trovava in giro) sempre ai tempi che furono, si vedeva gironzolare pure un altro tradizionale peculiare notorio tizio che oggi è stato dimenticato dalla memoria collettiva, ma c’era eccome! Costui era di statura media, beddu tundottu (grassotto) e beddu risgiuddatu e ruiu cazzèndi fògu in cara (con volto florido e rubicondo). E iscìa cu un simbrelettu e beddu posto di punta e d’azza (ben abbigliato) dìcchitu, profumatu e incippriatu. Anch’egli era molto ma molto conosciuto, per quanto ci riguarda illi cussoggj di Tarra d’Aggju, ma non solamente. Nell’avvistarlo, andendi tindó-tindó (errabondo) veniva senza alcun dubbio identificato da tre ori di caminu per il suo inconfondibile aspetto e per il suo andugnu (modo di camminare) da infingardo: e si trattava di Ridolfu ovvero la prizzia (pigrizia) in persona. Ed era notissimo, specialmente tra i parecchi componenti la famiglia di “frati Prizzia” di tutto il territorio e ben oltre, sostenuti moralmente e visitati spesso da lui, cultore e propagatore di lu sdorriu (neghittosità). Questo personaggio, sovrintendente per questa “satrapìa” dell’ozio universale, era tenuto in vicendevole gran considerazione dai seguaci di questo “movimento”, e che si muovevano ben poco, poiché appunto non amavano affatto il movimento, specie delle braccia e della schiena, per effettuare lavori di ogni genere. Per cui in innumerevoli occasioni a parecchi di questo “partito dei lavoratori”, tale distinto individuo, fautore dell’ignavia e perciò nemico giurato del lavoro, che non faceva altro lavoro se non quello di passare pa’ tutti li cussoggj di sua pertinenza, dava dei meriti sul campo, ossia distribuiva “condanne” medaglie e decorazioni varie che erano molto ambite da li prizzosi di ogni genere e grado. E tra i tantissimi episodi al riguardo, si rammenta (con notizie tratte tutte e qui riportate dai suoi “Annali” autografi e conservati ancora negli archivi di competenza) di una volta che di sorpresa passò proprio in un campo di grano dove un gruppo di lavoratori era intento a la missera (mietitura) . Mentre al contempo un tipo devoto di la mandrunìa, guardando quegli altri che, messa chi ti messa, faticavano a cap’a sòli e se ne stava abbandàtu (in disparte) sdraiato innant’a una teggja (lastrone di pietra) e all’ombra bedda calca di una roccia e biendi ea frisca da una brocca. E quindi questo tale era perfettamente a cognizione, per averlo messo in pratica più e più volte - e come diceva una specialista in materia – del fatto che: “E’ bona l’umbra di la lizza, ma comme la di la rocca!” Eh sì, questo savio pensatore aveva pienamente ragione poiché, pur conoscendo poco la “Critica della ragion

I

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

41


A N T R O P O L O G I A

pura” di Kant, dello stesso autore però ben conosceva quindi la “Critica della ragion pratica” (ed ovviamente come tutti i suoi colleghi oziosi sapeva a memoria tutti i versi del volume “Lavorare stanca” di Pavese). Ed in effetti, anche se fitto, dal fogliame del leccio filtra qualche seppur piccola spiraglia di soli, mentre invece dalla coesa roccia, crediamo bene che non ne penetri proprio per niente. Perciò Ridolfu, rallegrandosi assai, avendo adocchiato il tizio in “contemplazione” lo chiamò “a giudizio” immediato sul posto e, davanti alla giuria popolare dell’improvvisato tribunale con i suoi amici lavoratori, lo “processò” e lo “condannò” con sentenza esecutiva immediata a sette anni di teggja. E facendolo pure cavaliere dell’”Ordine di la Prizzusìa” e dandogli subito croce di ferro e medaglia d’oro per i meriti acquisiti sul “campo di grano” ed appuntandogliele sul petto. Il tale onorificato dovette quindi, un po’ diversamente dal Presidente della Repubblica che per un settennato siede sulla ben più morbida e comoda poltrona del Quirinale, stare sette anni a culcatoggju sulla teggja del “reato”, un aizeddu tostitta (duretta). Con le attenuanti, come concesso per tutti i “rei” oltre a mettersi un muddizzu di filettu (materasso di felci) poteva usufruire di intervalli notturni e per maltempo e di recarsi a tutte le feste di campagna per divagarsi dopo ogni “fraùsta” (i gravosi impegni). Le spese processuali non erano mai a carico dei “condannati” poiché il tutto era sempre allestito gratuitamente. Il tale, dopo aver ricevuto le onorificenze, le consegnò in famiglia ed i suoi discendenti, con fierezza, e con altre ancora, tuttora le conservano belle incorniciate in mostra salottiera. Come pure fa con onoratezza la progénie di un altro ignavo “condannato” e decorato per un “reato” simile, analogamente a sette anni d’umbra di lizza. Fra i tanti adepti rimunerò anche un tizio che, quando al mattino veniva chiamato per alzarsi ad andare a bugà monti da fundu o a carrà petra accolta per edificare un muro a secco per la chiudenda di una tanca, rispondeva quasi sempre: “No mi ni possu pisà chi sogu a dulori di carrucchi (mal di reni), o ch’haggju una carri fiaccata (strappo muscolare)” e per cui altri dicevano: “L’ha da cand’è natu”. Quando invece il tale lo invitavano ad andare a ciughià (raccogliere patelle al mare) o a piscà o in cazza o a spuntinà, era sempre sano e pa’ pisassinni tiraa un brincu (salto) da innant’a lu sacconi (pagliericcio). Costui ugualmente a fine carriera ebbe un più che discreto numero di medaglie assegnategli con piena soddisfazione, come a tanti altri siffatti da Ridolfu. Rimunerò bene anche un altro tizio che nient’altro faceva se non recarsi a cazziggjà, specie a la piumma (uccelli) poiché non doveva faticare ad andare a raccogliere le prede dato che gliele apportava il suo cane, ed inoltre erano leggere da trasportare al contrario di qualche eventuale cinghiale che gli capitasse a tiro. Anche i discendenti di questo tale hanno un armadio vetrato con bene in vista i suoi cinquantacinque cimeli, tra le decorazioni e i premi ricevuti da Ridolfu, e collezionati con su scritte pure le varie motivazioni, e non solo per riconoscimenti di caccia, poiché sempre evitava ogni faticaccia. Un altro tale ancora come unico lavoro faceva pa’ disviu (divertimento), e poiché di ciò era uno specialista, manighi di piola, di zappa e zappitti e rustaggj e di piccu e marrabbiccu, e poi, come una sorta di “armiamoci e partite”, beddi manigati, gli attrezzi li dava agli altri per collaudarli e lavorare cantu n’aìani gana (voglia). E costui, chi si ni tinìa mannu (ne era orgoglioso) era un tipo molto ben voluto da Ridolfu, che si recava spesso come ospite d’onore al suo stazzo e che odiava quelli che con il lavoro non odiavano pure il relativo arnese. Ed il tale encomiabile portò anche il suo marrabbiccu, poiché era da sessanta anni senza usarlo, (da la primma ‘olta chi li fesi a dulori a la schina, a causa, come tanti altri, di lu ganzu e per giunta ruggjnosu ivi inserito) ad un museo di attrezzi rurali, dove tuttora, praticamente nuovo, come prezioso reperto firmato sul manico da Ridolfu, si conserva.

42 | ALMANACCO gallurese 2010/2011


A N T R O P O L O G I A

Sempre dal suddetto tizio manigadori c’erano non pochi simpatizzanti della mandrunìa che vi si recavano appositamente per farsi manicare gli attrezzi agricoli, ma con manici molto lunghi, e così usandoli no alzàani meda li battaddoli ( braccia) e non dovevano piegare molto e né più di tanto lu maruddali di la schina (colonna vertebrale) cosa assai ardua “pa’ ca z’aìa ingudditu un palanchinu”. E così pure questi seppur battendo la fiacca e che in tal modo facevano qualcosetta, si guadagnavano qualche medaglietta. Però non d’oro, riservata ai veri militanti professionisti della pelandronia pressoché totale, ma al massimo di pratta (argento), che veniva conferita in particolare a quelli che al manico lungo si appoggiavano a lungo. Dava munificenti premi collettivi anche a squadre di lavoratori “stakanovisti” che “a fine lavori” restituivano li farramenti nuovi come quando glieli avevano consegnati, nonché ovviamente pure senza aver spezzato nessun manico avendoli usati con estrema delicatezza. Il nostro personaggio non aveva per niente simpatia neppure per coloro chi no aìani arrisettu mancu la dì di Pasca palch’erani sempri a frattenna (indaffarati). Nel suo astio erano compresi pure quelli che, pa’ andà a trabaddà, iscìani sgirati (spasmodicamente) la manzana chizzu cun dinotti e turràani a casa a dinotti (ossia lavoravano da buggju a buggju). E ad essi non dava perciò neanche un premio di consolazione, anzi… Con riverenza, grandi riconoscimenti li elargiva invece anche a quelli chi zilcaani d’ammundulassi pa lu mossu e così d’ammuddizzassi (cioè a chi cercava di prendere – e prendeva - una moglie benestante, specie di terre e di bestiame) e per i quali fervorosi furbastri nutriva appunto grande apprezzamento, poiché ca piddàa una mudderi ricca, nell’intento e nella pratica, faceva il meno lavoro e fatica possibili, cose “disonorevoli” queste riservate invece ai subordinati ziracchi (servi). Qualche piccola simpatia l’aveva anche per coloro che non si sprecavano tanto e nel loro podere si la piddàani fainoni (facendo solo qualcosina) ma senza esagerare, se no niente sorrisini. Sorrideva invece assai di più a certi pupiddi (proprietari terrieri) che al mattino iscìani in trantàli buddittati (scarpe grosse chiodate) ed in abiti da lavoro e chi parìa ch’aìani d’andà a vultulà mezu mundu, ed in realtà andavano alla loro tanca, e, mentre li ziracchi erano infraustati (affaccendati), non facevano niente da la manzana a la sera. Ma non è che facessero proprio nulla: appuggjati cu li brazzi innant’a lu muru tutta la dì manna si la fazìani ciarra ciarrendi (chiacchierando) con il confinante di terreno, naturalmente con le medesime doti naturali di “sgobbone”; o anche cun chistu e cun chiddu che, come loro, facevano finta di andare a lavorare e dando agli altri – ai poco accorti – quell’impressione e che passavano di lì illa strinta (cammino di campagna), compreso lo stesso Ridolfu. Il quale al vedere costoro “cun tre palmi di sudori” se ne rallegrava assai e si felicitava con essi midaddendili sul momento e sul posto stesso, non per aver fatto la guerra, ma “per la guerra fatta al lavoro”. Coloro che non potevano fregiarsi di nessuna onorificenza per arricchire il proprio medagliere, e che non venivano presi per niente in considerazione da Ridolfu, erano i tizi che – non essendo affatto prizzosi e né malgunetti – si ni pisaani chizzu pa’ andà a trabaddà a la zurrata anzena (a lavorare per conto d’altri, specie di piccoli e grandi latifondisti) e che una volta usciti di casa a tascapani in coddu si piazzavano in piazza arrumbati a lu muru. E lì aspettavano che poco dopo passassero i vari “nobilotti” del potentato a cavallo (tutti “cugini di lu Re”) e che prendevano quelli che servivano ad essi, specie i più abili fisicamente, e lasciando, secondo loro, quegli altri chi “no pagàani mancu l’ea” (non pagavano nemmeno l’acqua, cioè rendevano poco) e che così, loro malgrado, ambaràani arressi (rimanevano disoccupati). Ed ugualmente questi ultimi chi strubbàani la zurrata non erano per niente simpatici al nostro tizio poiché, pur restando sfaccendati in piazza, avevano però, anche se per necessità, la volontà di recarsi al lavoro e di eseguire

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

43


Mare Natura Ospitalità Cultura Gastronomia Abitanti Superficie Provincia Municipio Guardia Medica Polizia Municipale Biblioteca Ufficio postale

2.024 kmq 137,04 Olbia-Tempio via Sassari 27 - tel. 079 61099 piazza Berlinguer tel. 079 681305 via Sassari, 27 via Berlinguer - tel. 079 681186 corso Vittorio Emanuele, 24 tel. 079 681028

La nascita del centro abitato di Trinità d’Agultu, formatosi attorno ad una antica chiesa campestre, risale alla seconda metà dell'Ottocento. Fu popolato soprattutto da famiglie provenienti dai vicini centri della Gallura interna come Tempio e Aggius nonché dai pastori degli stazzi vicini. Il villaggio dell’Isola Rossa, così chiamato per il colore dell'isolotto che si trova a circa 400 metri dalla costa, conserva un borgo marinaro e una torre spagnola cinquecentesca, retaggio del dominio spagnolo. Il territorio alterna litorali caratterizzati da una natura selvaggia e incontaminata e spiagge di sabbia bianca e finissima. L’economia, da sempre basata sull'agricoltura e sulla pastorizia, ha vissuto una forte crescita grazie al fenomeno del turismo che, a partire dagli anni ’70, si è fatta sempre più crescente e consistente.


A N T R O P O L O G I A

le relative mansioni. Per cui ancora quando più tardi, verso metà mattinata, passava Ridolfu – anch’egli talora a cavallo beddu imbruscatu (spazzolato) e perciò pili lùzzigu come il padrone – e che ben conosceva invece i “ben intenzionati” che non amavano sfacchinare per non tornare svacchi (stracchi) a casa e vedeva questi inoperosi appoggiati al muro (e che sì non lavoravano però ne avevano voglia) a tutti quanti, non solo non dava il buongiorno, ma li fazìa la malacara (cattivo viso) e tirava diritto senza dargli nessuna ricompensa onorifica. Quindi, pur essendo anch’essi abili e capaci, rimanevano oltre che senza lavoro, per sfregio, senza fregio. Ed in più, non di rado, costoro, da taluni “benpensanti” venivano pure fatti passare per malgoni prizzosi (e che in realtà ovviamente non lo erano affatto, e Ridolfu ben lo sapeva e infatti non li riconosceva per esser dei suoi). Ridolfu aveva però un occhio di riguardo, ed anche due (specie per chi “si ni li falaani l’occi in tarra – pa’ la prizzia - no si cinàa a piddassilli”), per i suoi seguaci di ogni categoria sociale, nessuna esclusa, per cui non visitava solo quelli della classe operaia e contadina. E così, quando ne aveva voglia, si faceva in passaggio, tra gli altri, presso certuni politicanti di ogni tipo di opinione e schieramento che con il loro “impegno” (pensando solo a la magnatoggja – non di certo quella di Betlemme) si erano pure ingrassati. Ed in particolare non dimenticava gli “scribi” e scribacchini ovvero i burocrati di ogni ordine e grado. E quando ne trovava fra di essi qualcuno a fare il poltrone in poltrona che impìli-impìli (con morbidezza) “lavorava” e, specie se bello grassottello cu una randula di mala di coddu come lui e beddu ingravattatu, non tralasciava di certo di rendergli particolari onori. E dava pure ai neghittosi bianchi colletti collettivi e singoli riconoscimenti medagliabili, specie a coloro che nel posto di lavoro zi l’aìani missi a puntaguli (calci nel sedere). Ridolfu non teneva in nessun conto neppure quelli che per ammucchiare denaro, commettendo “sacrilegio meritevole di scomunica”, si buttavano a capofitto in qualunque tipo di lavoro con una prassi e teoria totalmente antitetiche con i suoi principi etici. Per cui, come sappiamo, dispensava con dovizia onorificenze solo a chi viveva a isdorriu (nullafacenti) ed ai nullatenenti per prizzia (una volta dette per l’accidia pure i gradi di tenente ad un nullatenente) nonché ai beneamati possidenti, fannulloni e magari parassiti. Apprezzava assai anche li chi iscìani steri-steri (bighellonando) e si la fazìani da una festa a l’alta o da unu stazzu o da un paesi a l’altu, magnendi a iscroccu, oltre che talora pure fiagazzunendi (ossia ulminoni, ovvero in cerca di donne disponibili). Altissime ricompense medagliate le dava pure a certuni che, fra quelli veramente ligi al dovere, incorporandosi in certi corpi lo facevano non tanto per amor di patria ma piuttosto per amore di la busciacca per dire di la buscedda (per la tasca cioè per il portamonete). Ma ancor di più l’arcano – ma non tanto - motivo per cui ci andavano e per il quale ricevevano distinti distintivi, appuntati direttamente sul petto, e compensi da Ridolfu, (quando andava a trovarli in servizio, rendendo pure loro gli onori militari quand’erano schierati e li passava in rassegna) era per il fatto che era assai meglio stare sotto le stellette che sotto le stelle, o nelle stalle, a ziracc’anzenu, davattu a vacchi, capri, péguri e polchi. Ma tra questi insigniti se ne ingaggiavano anche figli di riccareddi chi no aìani meda gana di sta ghirrendi cu lu bistiammu - e talvolta con un padre padrone - per cui preferivano maneggiare le armi piuttostu che la ranza, la rustaggja o la zappa o la scorria (frusta). Nonché tutti costoro – e non gli si poteva di certo dare torto - no aìani gana nemmancu di carrà e sualzà cantoni (blocchi di granito) che ave-

46 | ALMANACCO gallurese 2010/2011


A N T R O P O L O G I A

vano ed hanno ancora un zeltu pesarottulu. Ed inoltre in più di li nannà, giornalmente avevano a disposizione il rancio, sempre ottimo ed abbondante, diversamente da molte case in cui passava Mastru Gjuanni. Un altro suo grande amico che, a buon diritto aìa midaddatu spesso al valore, fra quelli dell’”antilavoro”, non era uno di alto rango ma un tizio non “rangato” per niente, e che gli hidalgos fazenderos di sicuro no lu trampàani (fregavano) per farlo lavorare (tanto poi la paga era pogogna). Costui mentre gli altri lavoratori, specie in zurrata di caldu sbaldaratu (eccessivo), tra l’altro, mietevano il grano con gran vigore, se ne stava invece ammiriagatu e bedd’aumbratu (rifugiato all’ombra) indrent’a un muscatoggju, osservando quelli a falce in pugno chi li falàa lu sudori a traìnu. E quando costoro, con il proprietario del terreno (e con i quali Ridolfu era auncatu (teneva rancore) poiché lavoravano, e vedendoli operosi li fazìani lu frastèggju (schifo) e volevano pure far lavorare il suo militante) lo chiamavano affinché venisse a dare una mano, egli , non essendo affatto incalmanatu (sudato) rispondeva con calma: “No, a chisti calmàni no si po’ trabaddà palch’è fendi un caldu chi ni tira li ciodu da lu taccu!” E così passava l’estate; e tutti i lavori di quella stagione “si l’aìssini presa chindi”. Poi arrivava l’inverno ed il tale invitato a bugà ciàccaru o far altro, specialmente in giornate frescogne, diceva: “No, oggj no si po’ iscì a fa’ nudda, palch’è fendi una tramuntana frisca chi intitiliggja e si succia lu sangu!” Poco tempo prima, in maniera analoga, ad un suo consacrato, mentre i compagni cu la ranza svolgevano la mansione, chi s’era ammacciatu e standosene all’ombra non faceva nemmeno un fascio d’erba. E senza fare di ogni erba un fascio, passò il “Duce” (no chiddu di lu fasciu ma quello di li prizzosi) e lo insignì di una prestigiosa decorazione, anch’essa con tantissime altre ancora esistente e fissata sul labaro della “Brigata Mandroni” acquartierata illa ‘idda di Pereza. Di costui diceva con compiacimento Ridolfu: “Questo sì che mi piace!” “Poiché quando c’è da zappare in un campo, in un orto o in una vigna, se la svigna!”. Come “Magistrato del Lavoro” (il suo Codice non prevedeva affatto la condanna ai lavori forzati ma bensì all’ozio forzato, qualora non si propendesse per quello volontario) a suo tempo emise pure un mandato di cattura internazionale pa’ lu ch’ha invintatu lu trabaddu. Ma allora come oggi l’ignoto tale: ancora lu so’ zilchendi (è tuttora un ricercato superlatitante). Per la fedeltà alla sua dottrina del “nulla fare”, cogliendoli sul fatto (che non avevano affatto fatto un bel niente dalla mattina alla sera) e poi del consueto “processo sommario con breve dibattimento” fra rasgiunanti e alligadori (e tra i quali pure contava numerosi cumpari di bùrrula) consegnava estraendole dall’apposito scrigno, medaglie a iosa a quelli che erano beddi schini dritti e beddi mani lisgi (senza calli) chi “chena agapitanni mancu unu sticcu da tarra” stavano seduti cantu duràa lu soli ill’aria. Tanto che, pa lu tantu sta pusati: “si l’era agabbatu lu fundu di li calzoni”. Comunque, non essendo un classista dava prestigiosi riconoscimenti con medaglioni d’oro a 24 carati anche agli infingardi delle classi aristocratiche e borghesi, cittadine e rurali, tra le quali pure molti se ne stavano nell’ozio nei loro palazzi e palazzotti e vivendo da mangiaufo (non di certo alieni). Perciò questi due generi di assimilabili benestanti “perezosi”, seppure erano “nemici del popolo”, professando il “culto” della mandrunìa, erano però nel contempo amici di Ridolfu (spesso gradito ospite nei loro salotti in cui stavano stantagliati sui damascati sofà) essendo in perfetto accordo con la sua filosofia. Mentre invece a “ca si ni lampàa la mazza” trabaddendi pa’ iddi, Ridolfu li daggjìa un cannau di Santu Salappiu (tanto con la corda al collo i loro asserviti, per la fame e la miseria e lo sfruttamento, lo erano già). Gli “Annali” del nostro tizio, osannatore della “pereza”, contengono svariate altre narrazioni “asteriscate” in proposito dell’infingardaggine e che è impossibile elencare tutte in questo scritto. Non adeguandosi tanto ai tempi moderni, in cui iniziarono a predominare i macchinari, ed avendo ormai quindi assai meno motivazioni per sostenere la causa di la prizzia, fra quanti la tenevano in onorata consuetudine, uscendo definitivamente di scena, si ritirò a vita privata. Pertanto, dopo aver elargito moltissime onorificenze ai tantissimi benemeriti del settore con indole di indolenza, ed aver lodato attivamente, quand’era in attività, tutti quelli dell’inattività, Ridolfu venne assai rimpianto dai numerosi membri di “frati Prizzia”, per i quali, anche se lui era avverso ad ogni fare, sicuramente avrebbe avuto un gran da fare pure al giorno d’oggi. ■ Riproduzioni d’epoca: Gian Mario Addis - Trinità

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

47


Eredità interessante della cultura spagnola sono le feste, nelle quali si mescolano, in continuità con il Medioevo, elementi religiosi e profani. Ha scritto J. Maravall: «Le feste, quale manifestazione caratteristica, sono parte integrante della società barocca, perché rispondono ai suoi modi di esistenza» .

La festa, la nascita e la morte nella gallura spagnola del seicento di Tomaso Panu

barocco gallurese Estratto da “Storia di Tempio e della Gallura” di Tomaso Panu, edito da Nuova Stampa Color Il libro aspira ad essere la ricostruzione delle più importanti vicende che, nei secoli, hanno interessato Tempio nel contesto della Gallura. L’autore ha, via via, evidenziato alcuni movimenti di fondo della storia gallurese, come il pendolarismo della popolazione dall’interno alle coste e viceversa, la presenza dei Corsi in Gallura fin dai tempi remoti, la specifica identità gallurese, non estranea al resto della Sardegna, la questione della lingua, delle sue origini corse e dei suoi legami con il logudorese, lo spagnolo e l’italiano, il rapporto città-campagna. La ricca bibliografia ha lo scopo di agevolare chi volesse approfondire aspetti particolari.

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

49


A N T R O P O L O G I A

L’

affermazione trova puntuale verifica nella Gallura spagnola, dove, intorno alle chiese, ma anche al loro interno, in occasione delle feste, si pranzava, si beveva e si danzava. La festa era il momento della rottura e della rigenerazione dell’ordine del mondo, era un atto, in un certo senso, liturgico e collettivo. Alla fine del ‘600, a Tempio e nella diocesi di Ampurias e Civita le feste che, secondo l’editto del vescovo Michele Villa, dovevano essere celebrate nel corso dell’anno erano numerose, 38 per la precisione, ma ad esse si aggiungevano quelle approvate per tradizione e le domeniche . Le feste si celebravano non solo nelle ville, ma anche nelle chiese campestri, come si desume dalle relazioni ad Limina. Il vescovo Giuseppe Accorrà (1679-1685) nel 1684 scriveva: «Esistono, disseminate in tutta la diocesi, moltissime chiese rurali nelle quali nel corso dell’anno, in forma solenne e con grande partecipazione di popolo, viene celebrata la festa del Santo, cui è dedicata la chiesa» . Nel Seicento, l’8 settembre, in onore della Nuestra Señora, si celebrava a Luogosanto la festa grande dei Galluresi. I canonici della collegiata di Tempio avevano l’obbligo di parteciparvi secondo turni prestabiliti e l’assenza era sanzionata con una multa. I beneficiati erano tenuti a partecipare a tutte le feste rurali . Era diffuso il gusto delle rappresentazioni sacre e profane: nelle chiese e nelle piazze il popolo si riuniva per assistere alla messa in scena delle storie dei santi e del loro martirio, e, nella Settimana Santa, alla celebrazione, per opera delle confraternite, dei misteri della Passione di Gesù. Durante il corso dell’anno, si susseguivano giochi di saltimbanchi, commedie profane con dialoghi e gesti spesso allusivi, o apertamente osceni. La festa esplodeva poi nel carnevale che, con le maschere, i balli, gli scherzi e le abbondanti libagioni, metteva in crisi il senso ordinario della vita civile e religiosa. A molti usi e costumi tradizionali il Concilio di Trento aveva dato una scossa, diffondendo una cultura di desacralizzazione del quotidiano, anche se per tutto il Seicento e oltre perdurò questa dimensione popolare del cattolicesimo. I vescovi condannarono con estremo rigore i banchetti e le danze, vietandoli all’interno delle chiese, e ridussero il numero

50 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

delle feste. Nel 1627 Urbano VIII riservò alla S. Sede la fissazione del loro numero e pubblicò una lista di 25 feste di precetto, più quelle del patrono della città, o della provincia. La tendenza riformatrice religiosa si incontrò con quella economica, che andava allora affermandosi e che, rispetto al piacere, privilegiava il lavoro, in funzione del quale si cercò di organizzare la vita; ciò comportava la diminuzione del numero delle feste, dei periodi di vacanza e, in ultima analisi, delle libertà. Contro le danze, punto forte delle feste, Carlo Borromeo scrisse un trattato, tradotto in francese nel 1664. Il carnevale cominciò a perdere il suo carattere liberatorio e i prelati riformatori condannarono le maschere nel giorno delle ceneri, quando si celebravano i funerali del carnevale. Anche il teatro, altra espressione caratteristica del Barocco, visto come strumento diabolico di perversione degli animi, fu preso di mira dalla Chiesa cattolica, che si adoperò per mettere al bando del consorzio civile i commedianti, arrivando a ordinarne la sepoltura in terra sconsacrata. Nella diocesi di Ampurias e Civita, gare pubbliche nelle case o per le strade, balli e giochi, giudicati indecenti e capaci di rovinare la salute spirituale delle anime, furono condannati con la minaccia della scomunica dal vescovo Michele Villa. Ai saltimbanchi venne vietato di praticare i loro giochi nel periodo dell’Avvento e in Quaresima, nella settimana di Natale e in quella di Pasqua. Così pure furono vietate le maschere durante l’Avvento fino ai Tre Re, come si diceva secondo la tradizione bizantina, cioè fino all’Epifania : Perché non si dia occasione di stare in chiesa con minor modestia di quella dovuta a un luogo così sacro, non permettiamo che in essa si eseguano rappresentazioni e commedie, non solo profane, ma neanche sacre, o di storie e misteri sacri dei Santi e della Passione di Nostro Signore Gesù, che non vogliamo si rappresenti in nessun luogo, proprio come lo abbiamo vietato, e che confermiamo con le stesse pene che in quello sono espresse . […] Musiche lascive, affari, contratti, conversazioni vacue, passeggiate, e tutto quello che può causare rumore, e soprattutto giochi poco onesti e balli, che non devono essere permessi a meno di trenta passi fuori dell’ambito e del distretto della chiesa. La Chiesa post-tridentina guardava con maggiore severità a tutti gli aspetti della vita, condannando le devianze e reprimendo gli abusi. I mali denunciati nel ‘500 dal vescovo De Taxaquet erano le superstizioni, diffuse soprattutto nei ceti popolari, le convivenze prematrimoniali, i chierici sposati o conviventi, l’ignoranza religiosa generalizzata. Nel 1628 il vescovo Giovanni de la Bronda, riferendosi alla vita dei pastori, dava un quadro più drammatico e un giudizio meno comprensivo: Ciò che è più detestabile, è che molte donne partoriscono senza ostetriche e che i bambini non vengono battezzati finché non ritornano nei villaggi molti mesi dopo. Spesso muoiono


A N T R O P O L O G I A i bambini senza battesimo e le donne in parti sfortunati. Contraggono matrimoni clandestini e li consumano, vivendo per tutto il tempo in concubinato […] Un mio predecessore volle porre rimedio comandando severamente con censure e pene che le mogli di questi pastori e le famiglie non lasciassero i paesi così a lungo per vivere nelle campagne, ma le autorità laiche e secolari si opposero a tal santo provvedimento, dando facoltà ai pastori di condurre con sé le mogli e le famiglie. Il vescovo Juan Bauptista Sorribas, per paura che il neonato morisse prima che gli fosse somministrato il battesimo, nel sinodo che celebrò il 22 novembre 1675, di cui non sono rimasti gli atti, ordinò, sotto pena della scomunica maggiore, che le mogli dei pastori che vivevano nella campagna la maggior parte dell’anno con i mariti e le famiglie, ai sei o sette mesi della gravidanza, tornassero in paese per poter essere assistite nel parto e le creature battezzate. La norma fu ribadita nel sinodo Villa , ma le cose evidentemente non mutarono se, un secolo dopo, al tempo dell’episcopato di Ignazio Guiso, vennero denunciati gli stessi mali. La realtà è che il modo di vita negli stazzi, tipico della Gallura, corrispondeva, oltre che a una necessità, a un costume consolidato. Certamente a un tratto culturale corrispondevano le pratiche messe in atto in occasione della morte e, in particolar modo, il pianto rituale (l’attitu). Il Sinodo del vescovo Michele Villa nel 1695 dovette affrontare il problema, applicando con notevole ritardo le norme del Concilio di Trento e comminando pene precise. La pratica dell’attitu era così descritta: graffiarsi e urlare sui cadaveri […] strapparsi i capelli, cantando o imprecando, e per muovere a maggiore commozione ricordano alle persone che circondano la bara episodi passati di morti violente, con cui istigano e molte volte provocano l’ingiusta vendetta . I canti non erano, dunque, solo di cordoglio, ma anche di vendetta, presumibilmente in caso di morte violenta. «Vana e superstiziosa» veniva chiamata la pratica per cui i capelli che le donne si strappavano durante il lamento venivano sepolti con il cadavere. Per il lamento funebre, la pena comminata variava da dieci scudi alla scomunica maggiore; i parroci e i curati erano incaricati di far osservare le disposizioni, sotto la minaccia della medesima pena e con l’assoluzione riservata al vescovo. Se il lamento funebre si fosse levato in casa del defunto, o per strada, o in chiesa, la cerimonia funebre doveva essere interrotta, finché non fosse stata pagata la cifra stabilita. Se fosse successo dopo la sepoltura, in occasione di qualche cerimonia in suffragio, la messa non doveva essere celebrata finché «i delinquenti» non fossero stati allontanati dalla chiesa e denunciati al vescovo per l’applicazione delle altre pene . Nel testo non vengono espressamente nominate le prefiche, né altre donne che eseguivano il lamento per mestiere.

Perché tanta inflessibilità nei riguardi di una pratica così profondamente radicata nel costume popolare? Le ragioni vanno ricercate nella persistenza di un rito pagano, dopo quindici secoli di cristianizzazione, un rito che testimonia la credenza in una visione della morte diversa da quella cristiana. E’ scritto nel sinodo: Sebbene sia molto naturale per l’uomo commuoversi e piangere la morte dei parenti e dei conoscenti, tuttavia è del tutto estraneo alla pietà cristiana ed è proprio dei barbari e dei gentili che non hanno alcuna speranza della vita eterna . La Chiesa dettava ormai con autorità le regole del rito funebre, talvolta in lotta con i parenti, che, soprattutto nelle campagne, tentavano di fare a meno della Chiesa stessa, o contro le confraternite, che erano espressione di più antiche solidarietà. Queste ultime, soprattutto se il morto era un confratello, tendevano a imprimere al rito le regole dell’associazione. La loro presenza, non sempre ordinata, era una «conocida indecencia» . Perciò il sinodo esortava frati e confratelli a recarsi nella chiesa parrocchiale per uscire in processione con il parroco e la croce verso la casa del defunto. Nessuno doveva permettersi di far uscire la salma senza il parroco; qualora non fosse arrivato, bisognava chiamarlo, attenderlo e non ci si doveva permettere altro . Le frequenti eccezioni denunciate nel documento esigevano evidentemente una tale insistenza. Per la stessa ragione era imposta una subordinazione degli oratori delle confraternite alla chiesa parrocchiale, cosicché durante il funerale le campane dei primi dovevano conformarsi al suono di quelle della seconda e non suonare prima di esse. In caso contrario, il priore sarebbe stato multato . Altro terreno di scontro era il luogo della sepoltura. Non esistendo ancora i cimiteri extraurbani, in città i morti venivano seppelliti nelle chiese e c’era evidentemente concorrenza tra la chiesa parrocchiale e le chiese dei frati o delle confraternite, visto che il sinodo insisteva nell’affermare che al parroco era vietato persuadere l’infermo a scegliere come luogo della sepoltura la sua chiesa e anche chiedergli dove volesse essere seppellito, lasciando completamente al suo arbitrio la scelta. ■

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

51


A R C H E O L O G I A

Segni del medioevo nel territorio di Palau di Marco Agostino Amucano

Il sito di

SAN GIORGIO MONTE CASTEDDU


A R C H E O L O G I A

La cartografia ufficiale indica coi distinti toponimi di “San Giorgio” e “Monte Casteddu” una regione unitaria, tra le più interessanti del territorio di Palau e per l’archeologia medievale del Nord Sardegna. Se l’agiotoponimo deriva dall’evidente intitolazione della chiesa campestre, il nome della piccola altura si lega invece all’esistenza di un piccolo presidio, ignorato dai documenti antichi e trascurato dagli studi recenti.

Fortezza di S. Giorgio-Palau. Il mastio. (foto M. A. Amucano).

ALMANACCO gallurese 2010/2011 |

53


A R C H E O L O G I A

Seppure da quote relativamente basse (m 54 slm la chiesetta di San Giorgio; m 101 la vetta di Monte Casteddu), il sito domina l’ultimo tratto del fiume Liscia, che attraversate le località Barrabisa e La Sciumàra sfocia nel Porto Liscia dopo circa tre chilometri. Sopra

Fig. 1) Monte Casteddu visto dalla sottostante vallata del Liscia (foto M. A. Amucano) Pagina a fronte

Fig. 2) Il sito con la chiesa di S. Giorgio visto dalla fortezza (foto M. A. Amucano)

I

l contesto ambientale della regione (Fig. 1; Fig. 2) è caratterizzato da blocchi granitici fortemente alterati, che hanno dato origine ad inselberg e numerosi tafoni, al cui interno si riconoscono tracce di insediamento antico. Anche la vegetazione di macchia è insolitamente adulta e fitta, a dispetto degli incendi e dei disboscamenti. La presenza di sorgenti e pozzi offre le migliori opportunità all’insediamento umano, che ha lasciato tracce dall’età preistorica fino ai nostri giorni anche in aeree contigue alla nostra. A nemmeno un chilometro di distanza verso sud è infatti presente il sito di Sajacciu d’ignò, dove una tomba di giganti

54 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

ed antistanti circoli nuragici di “tipo B” furono parzialmente sfruttati e/o affiancati da edifici d’età bizantina, messi in luce vent’anni fa da un saggio di scavo della Soprintendenza Archeologica. Dati preziosi, da unire alle due importanti testimonianze attualmente custodite nei magazzini della Soprintendenza Archeologica per le Province di Sassari e Nuoro e provenienti dall’area di “San Giorgio”, come ci informa Roberto Caprara. Il primo oggetto è una fuseruola in steatite con cristogramma inciso (Fig. 3), la cui croce monogrammatica, del tipo più arcaico a braccia uguali, si riscontra nella produzione ceramica africana


A R C H E O L O G I A

tarda di stile A (iii), per confronto inseribile in un ambito cronologico che va dal 410 al 470 d. C. Il secondo reperto, ancora inedito, è un ardiglione di affibbiaglio bronzeo con placca ad U, di un tipo assai diffuso in tutta la Sardegna e databile al VI-VII secolo. Due piccoli oggetti, il secondo per di più frammentario, nondimeno preziosi perché documentano una presenza umana collegabile forse ad un piccolo abitato, l’attuale luogo di culto costituendo in tal senso elemento indiziario di un’antica presenza insediativa. Ricostruita nella seconda metà del Seicento, l’attuale chiesa ( Fig. 4) non offre infatti traccia visibile di fasi più antiche, e mancano pure tracce sul terreno dell’ipotizzato insediamento, a meno che questo non preferisse le numerose grotte naturali d’intorno, che offrono riconoscibili tracce di utilizzo dalle epoche più remote fino a pochi decenni orsono. Tacciono al riguardo pure gli scarsi documenti medievali a noi pervenuti, ma va precisato che questi “fotografano” situazioni insediative (ville, cortes ecc.) comunque in maniera parziale, e relativamente alla parte finale della lunghissima Età di Mezzo. Se la fuseruola attesta nell’area una presenza cristiana relativamente precoce, spiegata dalla prossimità alla costa ed alle vie di comunicazione (vedi infra), per la successiva età bizantina si potrebbe anche azzardare l’ipotesi della costruzione

Fig. 3) Fuseruola tardoantica con cristogramma da S.Giorgio-Palau (da R. Caprara 1996).

ALMANACCO gallurese 2010/2011 |

55


Fig. 4) La chiesa campestre di San Giorgio (foto M. A. Amucano)

di uno spazio di culto, magari anche rupestre, come alcuni studiosi hanno immaginato per siti galluresi di Santu Santinu (Sant’Antonio di Gallura) e Santu Tranu (Luogosanto). Questo perché la datazione dell’ardiglione bronzeo -forse parte dell’abbigliamento di un inumato di buon livello sociale- ben si accorda con l’intitolazione al “megalomartire” Giorgio, che la tradizione vuole originario della Cappadocia (Turchia), ed il cui culto, avviato nel IV secolo, divenne popolarissimo nell’Oriente bizantino, diffondendosi in Occidente insieme alla connotazione “militare” conferitagli. Per la prima disamina dei ruderi della “fortezza di San Giorgio”, sono utili la planimetria schematica e la scheda realizzate oltre un ventennio fa da un’équipe del progetto “SITAG” (Fig. 5), che costituiscono l’unica documentazione edita sul complesso, per quanto la datazione fattane al periodo “postmedievale” non viene condivisa da chi scrive. Spiccano i resti di un donjon o mastio (Fig. 5), termine con cui è indicato il torrione principale, che all’interno dei castelli risulta in genere isolato e dislocato nel punto più alto e inaccessibile. L’edificio, impostato direttamente sulla sommità rocciosa, presenta una planimetria irregolarmente trapezoidale (mt 7,35 x 3,7 x 7,25 x 4,10), con alzati dello spessore murario di m 0,7. L’elevato massimo residuo si osserva nel lato breve nord (mt 1,6), ma l’altezza originaria doveva svilupparsi per alcuni metri. Nel lato lungo occidentale, presso l’angolo sud-ovest dell’ambiente, si apre l’ingresso largo m 1,10, che

56 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

conserva intatta la soglia granitica. Il lato corto sud offre un interessante espediente architettonico riscontrabile in altri castelli medievali e costituito da uno scivolo litico ricavato nello spessore murario, certamente lo scarico a cielo aperto di un lavabo o una latrina (Fig. 7). L’accorgimento di carattere sanitario trova replica nel lato settentrionale del secondo edificio del complesso, ubicato ad una quindicina di metri a nord del mastio e ad una quota inferiore di circa due metri. Consiste in un ambiente rettangolare alquanto lungo e stretto (m 19 x 4,5 circa), grosso modo orientato in senso est-ovest e con ingresso individuabile nel lato meridionale (non indicato nella pianta-SITAG). Tra la base rocciosa del mastio e questo edificio correva un muro rettilineo che sbarrava il versante orientale della vetta. Un’ulteriore struttura muraria curvilinea, forse di contenimento, si dipartiva invece dall’angolo nord-orientale dell’edificio rettangolare, ammorsandosi allo spuntone roccioso dopo qualche metro. Il complesso forticato appare omogeneamente costruito con la tecnica “a sacco”, impiegando conci squadrati di granito locale nei paramenti murari e legante di malta di buona qualità. Nel lato meridionale dell’ambiente rettangolare si ravvisano tuttavia alcune marcabili differenze tecnico-costruttive: infatti per una lunghezza parziale di circa 14 metri sui 19 totali (esattamente dall’angolo sud-ovest fino allo stipite della soglia d’ingresso) si riconosce un paramento più curato, prossimo all’opera quadrata, con blocchi di maggiori di-


A R C H E O L O G I A A destra

Fig. 5) Planimetria schematica della fortezza di San Giorgio (da AA. VV., Archeologia del Territorio…1996). sotto, dall’alto

Fig. 6) Fortezza di S. Giorgio-Palau. Il mastio. (foto M. A. Amucano) Fig. 7) Fortezza di S. Giorgio-Palau. Mastio: particolare della latrina (foto M. A. Amucano)

mensioni nella lunghezza e puntuale riempimento di malta negli interstizi. Invece nella restante parte dell’edificio, come nel mastio, i conci appaiono generalmente di dimensioni più piccole e di fattura più irregolare, con squadratura più sommaria e ricorsi di altezza variabile, calcolati dalla metà ad un terzo della lunghezza (Fig. 8). Anche se al momento solo genericamente, la fortificazione può comunque agevolmente datarsi alla piena età giudicale, trovando strette analogie con il Castel Pedreso di Olbia ed il castello di Balaiana di Luogosanto, per fermarsi a soli due esempi del Giudicato di Gallura. Ce lo dicono la scelta topografica del sito, la tipologia ed organizzazione spaziale degli ambienti, le tecniche di costruzione con ampio uso di conci squadrati e legante di malta di calce, ed infine gli indicatori cronologici fittili di superficie, quale la maiolica arcaica e le ceramiche acrome depurate, reperibile in scarsi frammenti. All’ipotesi sopra avanzata, circa l’esistenza di un probabile insediamento tardoantico ed altomedievale, con annessa chiesa intitolata a San Giorgio –insieme all’arcangelo Michele protettore invisibile di eserciti, castelli, torri, cinte urbiche ecc.- ne consegue quella di un utilizzo del Monte Casteddu come punto d’avvistamento e controllo anche in epoca bizantina. Per sviluppare seriamente questa ipotesi, si richiederebbe un allargamento ed un approfondimento dell’indagine, territoriale ed alle epoche precedenti, tutto ciò non potendo certo rientrare in queste brevi notazioni. Dacché però ci troviamo davanti ad un insediamento fortificato, va da sé che vengano ad essere considerate per prime le istanze di controllo del sito, prima fra tutte apparendo l’ingresso alla via naturale di penetrazione -percorsa in ogni epoca- dal mare verso la Gallura interna, costituita dalla vallata del fiume Liscia.

ALMANACCO gallurese 2010/2011 |

57


Fig. 9) Ultimo tratto del corso del Liscia visto dalla fortezza di S. Giorgio. Si nota il ponte della S. S. s. 133 bis (foto M. A. Amucano)

Non più evidente, ma forse ancora più importante –visti i collegamenti che essa garantiva- era la strada romana definita a Portu Tibulas Caralis nell’Itinerario Antoniniano, il tratto interessato essendo quello interposto tra le stationes di Longones (presso S. Teresa Gallura) ed Olbia. Secondo l’ipotesi più accreditata, riportata da Attilio Mastino, il tracciato doveva obbligatoriamente lambire Porto Pozzo, seguendo all’incirca l’andamento della S.S. 133 bis. Stando così le cose, il Monte Casteddu doveva controllare il punto di più probabile attraversamento del Liscia, da vedersi non troppo distante dall’attuale ponte della S. S. 133 bis, che –com’è noto- collega Santa Teresa e Palau (Fig. 9). Capita spesso di riscontrare come i tracciati obbligati dalla geomorfologia furono percorsi fin dalle transumanze neolitiche, trasformandosi senza soluzione di continuità di utilizzo in strade romane, quindi medievali e poi moderne. Nella prospettiva di approfondire la ricerca, diventa utile la notizia del noto studioso locale Michele Ruzittu, ispettore onorario della Soprintendenza Archeologica. Egli osservò nel 1945 un tratto stradale selciato, lungo venti metri, allo sbocco di Vaddi Patrona (ora Valle Patrona in I.G.M.), presso lo stazzo di La Jesgiola, toponimo riportato in forma storpiata dall’attuale cartografia ufficiale (“Stazzo La Sciola”). Se la notizia è attendibile (e così ci sembra ad un primo esame del calcolo delle distanze), varcato il fiume Liscia il tracciato romano, presumibilmente ricalcato fino al medioevo ed oltre, si sarebbe diretto decisamente a sud, abbandonando la fascia litoranea ed addentrandosi nelle regioni di Monti Nieddu e Lu Mazzolu, per poi riprendere approssimativamente il tracciato dell’attuale “Orientale Sarda” (S. S. 125) fino ad Olbia. Oltre al passaggio di una strada così importante per la storia antica del nostro territorio, è lecito pensare che anche il fiu-

me Liscia fosse in antico una via di comunicazione, nel senso della navigabilità del tratto finale forse anche oltre il riferimento geografico convenzionale datoci dal castello di San Giorgio. Possiamo purtroppo documentare il rapido mutamento della foce deltizia solo a partire dalla metà dell’Ottocento, anzitutto per il progressivo insabbiamento indirettamente causato dagli indiscriminati disboscamenti perpetrati a partire dal XVIII secolo, poi dalle bonifiche di Barrabisa del XX secolo. Da ultimo, alla costruzione dell’invaso artificiale del Liscia, nei primi anni Sessanta dello scorso secolo, conseguì la drastica riduzione della portata del corso d’acqua. Alla probabile, parziale risalita del corso d’acqua con imbarcazioni (anche varie tradizioni locali insistono al riguardo), si unisce il fatto che il Porto Liscia è una delle poche insenature sicure della Sardegna settentrionale, insieme a Porto Pozzo e Porto Puddu, poste rispettivamente ad Ovest e ad Est. Per tutto quanto considerato, anche la non meglio precisata “struttura antica”, segnalata presso la spiaggia del Liscia, conduce ad immaginare un piccolo approdo attrezzato, forse proprio nel medioevo, giustificando ulteriormente la particolare dislocazione della fortezza di San Giorgio. ■ BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE AMUCANO, M. A., Alcune note sul Casteddu Pedresu, in AA. VV., Da OlbÏa ad Olbia. 2500 anni di storia di una citta mediterranea. Atti del Convegno Internazionale di Studi. Olbia, 12-14 maggio 1994, vol. II (G. Meloni; P. F. Simula curr.), Sassari 1996, pp. 71-83. AA. VV., Archeologia del Territorio. Territorio dellíArcheologia. Un sistema informativo territoriale orientato sullíarcheologia della regione ambientale Gallura. (R. Caprara, A. Luciano, G. Maciocco curr.), Sassari 1996 AA. VV., Roccas. Aspetti del sistema di fortificazione in Sardegna. Atti degli incontri sui castelli in Sardegna (2002) dellíArxiu de Tradicions (S. Chirra cur.), Oristano 2003. La bibliografia completa può essere richiesta a: giovanni.gelsomino@tiscali.it

ALMANACCO gallurese 2010/2011 |

59


A R C H E O L O G I A

L’inedito protonuraghe “Crapianu” di Ploaghe di Graziano Dore

Un momumento

“originale”

60 | ALMANACCO gallurese 2010/2011


A R C H E O L O G I A

LA STRUTTURA IL NURAGHE CRAPIANU DI PLOAGHE SORGE A QUOTA 480 M SLM, IN UN LEGGERO PIANORO, PRIVO NELLE IMMEDIATE VICINANZE DI BARRIERE NATURALI, A BREVE DISTANZA DA RISORGIVE. LA ZONA SU CUI INSISTE IL NURAGHE CONSERVA ANCOR OGGI LEMBI DI FORESTE IN ANTICO CERTAMENTE PIÙ FITTE ED È DELIMITATA AD OVEST, A CIRCA 700 M, DALLA PRONUNCIATA TERRAZZA VULCANICA (UNA “CUESTA”) DI PUNTA MANDRA COMIDA; A NORD DAL CORSO DEL RIU CRAPIANU; A SUD DA UN ALTRO TORRENTE DALLA PORTATA PIÙ ESIGUA. ENTRAMBI I MODESTI CORSI D’ACQUA SCORRONO PARALLELI A CIRCA 200 M DAL NURAGHE.

I

l Crapianu è attualmente in comunicazione visiva con altri nuraghes, tra cui il Bidighinzu ed il Teti di Ploaghe a sud. Appare all’esterno non dissimile da molti nuraghes circolari a tholos, assai numerosi nel territorio. Ha un diametro di base di m 12,94 (sull’asse Nordest- Sudovest) e di 12,33 (nell’asse Nordovest-Sudest). La tessitura muraria esterna è composta da filari molto irregolari, con blocchi poliedrici disposti spesso ad incastri e lastre utilizzate per pareggiare i piani di posa dell’assise (filare) superiore. Il pietrame è incoerente: grossi blocchi si alternano a pietre più piccole frammiste a numerose zeppe di rincalzo. La roccia utilizzata é vulcanica effusiva (ossia proviene da magmi consolidati). L’altezza massima (m 5,77) si raggiunge sul lato est, a destra dell’entrata; si mantiene prossima ai 5 m lungo tutto il perimetro, sia all’interno sia all’esterno. Lo stato di conservazione delle comunque imponenti strutture residue può considerarsi buono, se si eccettuano alcuni vacui nella massa muraria che dovrebbero essere urgentemente colmati affinché non causino ulteriori cedimenti.

Il nuraghe presenta notevoli peculiarità al proprio interno. E’ munito di un solo ingresso, monumentale (alt. 2,25, largh. 1,27\1,00), orientato ad EES, privo di finestrino di scarico. Il finestrone - sovrastante, in posizione leggermente decentrata, l’ingresso al piano terra- aveva la funzione di far penetrare luce ed aria alla camera del primo piano ed è posto stranamente ad una quota bassissima: appena a m 0,60 al di sopra dell’architrave dell’accesso terreno. In seguito capiremo il perché. Varcato l’ingresso ci s’immette in un breve corridoio (lungh. m 2,98), a copertura tabulare, composto da quattro lastroni di grosse dimensioni. Il corridoio, che decresce in altezza di circa m 0,40 rispetto all’entrata, sbocca nella camera basale (m 6,32 x 3,52), eccentrica, insolitamente disposta a pianta rettangolare, con angoli arrotondati. All’interno si scorge un debole strato di deposito (circa 40 cm) composto da terra e pietrame. Colpisce subito il volume della stanza, priva di copertura: lo esaltano le pareti perpendicolari o in scarso aggetto rispetto al piano di calpestio. A circa m 2,40 dal battuto originario è evidente una rise-

A sinistra Una ricostruzione del nuraghe Crapianu in un disegno di Pierangelo Biddau

ALMANACCO gallurese 2010/2011 |

61


A R C H E O L O G I A

Esistono nuraghes a tholos - alcuni localizzati nelle immediate vicinanze, come si chiarirà meglio oltre - “imparentati” con il Crapianu, che presentano (ri)piani in legno ad un livello ed anche su due o più livelli. Oltre al più distante e più noto Oes di Giave a pochi km dal Crapianu si possono citare il Cobesciu di Chiaramonti; l’Orcu di Nulvi; il Càneri, il Santedero (o Scala ‘e Boes) ed il Mercuriu di Ardara. ga (ripiano) che è stata ricavata facendo arretrare la muratura dei filari superiori. Questo ripiano (profondità m 0,20\0,30) è presente su tutto il perimetro della camera, tranne che nella parete di fondo dove comunque si notano delle cavità utili per l’ancoraggio di travi. Sugli altri lati della camera, nella parte interna della risega, si notano altri fori risparmiati ad hoc nella muratura. Sia la risega, sia i fori sostenevano indubbiamente un tavolato in legno creando un altro piano che raddoppiava lo spazio utile interno del nuraghe (fatto originale ed assolutamente desueto, come vedremo, se rapportato alla documentazione attuale dei protonuraghi nel contesto isolano). Di conseguenza si può affermare che esistevano almeno due camere direttamente sovrapposte, una al piano terra ed una superiore con battuto in legno. In base ad alcuni indizi, inoltre, mi pare lecito ipotizzare che di camera superiore in legno n’esistesse addirittura un’altra; se cosi fosse emergerebbe una strutturazione con 3 piani sovrapposti di cui i due superiori poggianti su tavolato. Torniamo al tavolato della camera al 1° piano: vi si poteva accedere con una semplice scala a pioli dal basso oppure percorrendo la rampa principale (fig. 1, R1), di dimensioni monumentali (largh. m 0,75\1,78, altezza max m 3,80), che parte alla sinistra dell’andito e si conclude, dopo una rotazione a semiellisse, proprio all’altezza del tavolato grazie ad un ingresso -di cui è meglio conservato lo stipite destro- intenzionalmente obliterato in epoca recente. Occorre rimarcare che questa rampa è definibile per circa due terzi del percorso come un semplice corridoio, manca, infatti, di sostanziale inclinazione. Solamente nella parte finale, originariamente, superava in un breve spazio il dislivello per giungere al tavolato grazie a dei probabili gradoni ora divelti. La “rampa-corridoio” ha sezione subrettangolare ed il soffitto chiuso da poderosi lastroni posti di piatto. Manca, in effetti, di quell’aggetto (inclinazione) caratteristico dei due paramenti che chiudono ad ogiva; inoltre, dal tratto mediano in avanti, la copertura è saliente e scalare, creando un effetto di sapiente monumentalità. Lungo la rampa s’incontrano tre occhi di luce utili a rischiarare l’ambiente. Sono a sezione quadrangolare, poco o nulla svasati (strombati) verso l’interno, come di solito ci si aspetterebbe. Il tavolato del primo piano, che si trovava all’altezza della risega, era illuminato dal citato finestrone che si apre so-

pra l’ingresso terreno. Così si spiega perché giaccia ad una quota così bassa: il finestrone aveva per l’appunto il compito di fornire luce e calore all’ambiente soppalcato posto a soli due metri e mezzo dal pavimento. L’ingresso di un’altra molto probabile rampa, il cui percorso si sovrapponeva a quello della rampa principale al piano terra, è dislocato nel paramento meridionale. Quest’ingresso è rilevato di m 0,80 rispetto alla risega. L’ulteriore camera poggiante su tavolato- l’ipotetico 2° piano a cui si è accennato, di cui non si hanno elementi certi (come la risega o i fori per l’alloggiamento di travi)- è indiziata dal fatto che: - L’alzato del nuraghe doveva essere maggiore (la porzione muraria sull’angolo nord-est si conserva per quasi sei metri e s’intuisce proseguiva) ed era in grado di ospitarla. - La citata seconda rampa - sovrapposta a quella terrena, sullo stesso lato edificio, che prendeva avvio poco più in alto del pavimento ligneo del 1° piano- è ridotta oggi quasi al basamento e si perde sullo svettamento attuale del nuraghe. In origine, invece, ritengo più verosimile fosse coperta e terminasse-ricalcando il percorso della rampa terrena come dettocon un ingresso che immetteva nel tavolato del 2° piano. Ciò concorre altresì a rafforzare l’ipotesi di una maggiore altezza del nuraghe stesso rispetto all’alzato attuale. - Esistono nuraghes a tholos- alcuni localizzati nelle immediate vicinanze, come si chiarirà meglio oltre - “imparentati” con il Crapianu, che presentano (ri)piani in legno ad un livello ed anche su due o più livelli. Oltre al più distante e più noto Oes di Giave a pochi km dal Crapianu si possono citare il Cobesciu di Chiaramonti; l’Orcu di Nulvi; il Càneri, il Santedero (o Scala ‘e Boes) ed il Mercuriu di Ardara. Alla luce di queste premesse ritengo più probabile che tutto questo volume utile (dal tavolato del 1° piano al solaio) non fosse rimasto inutilizzato: vi poteva essere un altro ballatoio ligneo che sosteneva pertanto la camera ipotizzata del 2° piano, a cui si accedeva, lo ripeto, dalla seconda rampa che compiva la medesima rotazione della rampa principale al piano terra. Dal 2° piano si poteva infine raggiungere il terrazzo tramite una scaletta in legno. Prendiamo in esame la copertura del nuraghe di cui oggi è privo. Sembra proprio non cogliersi un’inclinazione tale, a

ALMANACCO gallurese 2010/2011 |

63


A R C H E O L O G I A

mio modo di vedere, da giustificare una copertura litica a chiglia di nave rovesciata, tramite una volta ad ogiva (oppure tronco-ogivale). L’alzato si conserva, come detto, per circa 5 metri ed esprime una sostanziale verticalità che mi spinge ad ipotizzare, perché più plausibile, un interessante e di certo inconsueto solaio ligneo a doppia falda come sistema di copertura. Il medesimo tetto ligneo poteva esser ulteriormente isolato tramite un intonaco d’argilla essiccata frammista a rami e strame (paglia), allo stesso modo della copertura degli arcaici protonuraghi di Sa Corona (Villagreca) e di Bruncu Màdugui (Gesturi) (Lilliu 1988, pp. 176-179). Nel nuraghe non si scorgono vani sussidiari; infatti, non sono presenti nicchie (né in andito, né in camera), se si eccettua un accesso (resta lo stipite sinistro) d’incerta definizione (sul lato nord-est, rilevato di circa un metro sulla risega - di cui non si coglie più lo sviluppo; potrebbe essere una nicchia, oppure non è da escludersi si tratti dell’accesso ad un’ulteriore rampa per raggiungere la camera supposta del 2° piano. In merito alla scelta di avanzare una ricostruzione dell’edificio, si concorda pienamente con le idee sostenute da Carandini, secondo il quale “Non ha senso ritenere che un’ipotesi non meriti una ricostruzione perché altre sono possibili o perché di troppo recente formulazione. Non si devono pubblicare solo le soluzioni consolidate o univoche (…). Vi è un timore paralizzante e autodistruttivo dell’errore, per cui ci si astiene dalle ricostruzioni(…). Occorre invece sopportare gli sbagli cui possiamo andare incontro considerandoli non più come deviazioni dal vero ma come elementi produttivi di movimento verso una realtà comunque irraggiungibile.” (Carandini 2006, p. 146).

64 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

PER UN NUOVA VARIANTE DEI PROTONURAGHI Le peculiarità di cui si è detto, principalmente l’assenza della copertura ad anelli di pietra concentrici (tholos), fanno rientrare il monumento nella categoria dei cosiddetti nuraghi a corridoio o protonuraghi (Manca-Demurtas 1992, p. 178, 180). In sostanza vi sono diversi elementi strutturali distintivi, oltre alla mancanza della tholos, che non si trovano nei nuraghes a cupola (o sono rarissimi) quali la verticalità delle pareti interne; la camera rettangolare; la rampa a sezione rettangolare; la rampa inferiore e quella superiore sovrapposte su un unico lato dell’edificio. Altri accorgimenti costruttivi, che possono difficilmente cogliersi nei nuraghi a tholos, sono dati dall’assenza del finestrino sopra l’architrave d’ingresso, gli occhi di luce della rampa senza o con minima svasatura (strombatura) verso l’interno. Il confronto più immediato per questo monumento parrebbe possibile, di primo acchito, con i protonuraghi definiti dai Manca-Demurtas a camera naviforme vale a dire quei monumenti costituiti ”dall’ambiente principale che occupa uno spazio rilevante, determinato dall’ampliarsi delle pareti laterali del corridoio e dal progressivo elevarsi della copertura che s’innalza verso il centro chiudendo ad ogiva tronca o a cuneo” (Manca-Demurtas 1992, p. 107). Sulla base di quanto esposto ritengo che sia riduttivo o fuorviante ascrivere questo monumento- seguendo la tipologia ideata da Manca Demurtas- nei protonuraghi a camera naviforme, poiché non vi sono elementi che facciano presupporre una copertura interna a schiena d’asino (cioè con le due pareti laterali che aggettano progressivamente sino a congiungersi) che caratterizza quella particolare classe di nuraghi a corridoio, come il Crastu A- Soddì (Santoni 1980, p. 160, fig. 152; Manca-Demurtas 1984, p. 635-6, fig. 16), Orgono- Ghilarza (Contu 1981, p. 23, fig. 10-11; Manca Demurtas 1992, p. 107, 111-2, tavola III) e Fodde- Bolotana (Santoni 1980, p. 143, fig. 133: 14; Manca-Demurtas 1992, p. 109, Tavola II), considerati di una fase avanzata. Per altro verso, secondo la classificazione sui protonuraghi avanzata da Ugas (Ugas 2005, p.72), il Crapianu rientrerebbe nel tipo D, variante D1 che include protonuraghi con una camera al piano terra. Ma anche in tale caso ritengo sia restrittivo l'inquadramento tipologico poichè lo assimilerebbe ai protonuraghi a copertura naviforme (a chiglia di nave rovesciata)- come i citati Crastu A-Soddì, l’Orgono-Ghilarza o comunque a quelli a copertura tronco-ogivale come il Giorzi di Pozzomaggiore (Moravetti 2003, p. 46)- dai quali invece si differenzia molto nell’alzato interno. Per questa ragione ritengo sarebbe più opportuno introdurre una nuova variante alla classificazione dei protonuraghi nei diversi tipi (a corridoio passante, a corridoio chiuso etc.)- proposti dai Manca Demurtas prima e ripresi da Ugas- che meglio specifichi edifici come il Crapianu e che vorrei designare come variante D1A dei “protonuraghi a camera soppalcata”, al fine di sot-


A R C H E O L O G I A Nuraghe Crapianu, planimetria

tolineare l’elemento distintivo strutturale del tavolato. Il fatto di ipotizzare concretamente ben due tavolati (ed una copertura lignea a doppia falda), rende forse ancora più plausibile l’adozione di questo nuovo termine per sottolineare il ruolo preponderante delle opere di carpenteria nella concezione del monumento. L’ANALISI COMPARATIVA, IL CONTESTO E L’EVOLUZIONE. Insieme al Crapianu rientrerebbero nella stessa variante dei protonuraghi a camera soppalcata altri due protonuraghi appartenenti a differenti contesti geografici, cioè il Pinnadu- Cossoine (Foddai 1993-95, pp. 203-217). ed il Mesu ‘e Rios- Scano Montiferro (Usai 1990, pp. 135-147). I due edifici conservano, infatti, tracce inequivocabili, all’interno della camera terrena di una risega che doveva sostenere un soppalco in legno. Al pari del nuraghe ploaghese non hanno finestrino sopra l’architrave d’ingresso e si può supporre possedessero un sistema di copertura tramite solaio ligneo. Se ne differenziano entrambi per i presumibili maggiori tratti di arcaismo: la pianta ovale con facciata quasi rettilinea, la muratura in pietrame incoerente e terra, la scala di camera, la posizione di controllo lungo una via obbligata di penetrazione naturale in prossimità di un corso d’acqua (Mesu ‘e Rios); la pianta rettangolare, il doppio ingresso e la posizione di stretto controllo su di una valle (Pinnadu). Ora tentiamo di evidenziare le affinità costruttive di più ampio raggio che accostano il Crapianu ai nuraghi a tholos- limitatamente a quelli che presentano al proprio interno tracce di fori o risega (ripiano) per l’ancoraggio di travi in legno atte a sostenere un soppalco- e come si possa inseri-

re nel contesto territoriale. Il confronto più immediato con quest’ultima tipologia è offerto dal noto Oes di Giave (La Marmora 1840, pp. 63-66) celeberrimo perché conserva ancora le tracce di riseghe e fori che servivano per scompartire il volume della tholos centrale in due piani con battuto ligneo. Secondo recenti, validi studi (Foddai 2004, pp. 4355) addirittura nella stessa tholos s’individuano due ulteriori soppalchi in legno che interessavano però solo una parte della camera. Oltre all’Oes fra i nuraghes più noti muniti di soppalco si annovera il Porcarzos di Borore (Lilliu 1982, p. 77, fig. 74; Moravetti 1998, pp. 421-423). Personalmente ho segnalato in questi anni l’esistenza d’inediti nuraghes a tholos scompartiti da piani di legno, anziché in pietra, quali il Santu Lussurzu- Ozieri, San Pantaleo- Ozieri, Majore- Cheremule, Paza- Perfugas, Cobesciu- Chiaramonti e Orcu- Nulvi. Nello stesso territorio di Ploaghe e in quello contiguo di Ardara sono stati individuati diversi nuraghes con soppalco e risega: il Longu a Ploaghe (Contu 1981, p. 20); il Càneri, il Santedero (o Scala de Boes) e il Mercuriu ad Ardara (Melis 1997, p. 58). Prendo ad esempio il Càneri- Ardara ed il Longu- Ploaghe : conservano una struttura analoga al Crapianu, sia per quanto riguarda la rampa- sebbene compia in questi una rotazione completa di 360°, anziché circa 180° come al Crapianu- per giungere al 1° piano in legno, sia per la sostituzione della camera del predetto primo piano con un solaio ligneo poggiante su risega nel Càneri, molto probabile nel Longu. Questi nuraghi sono simili anche per un altro particolare architettonico: hanno il finestrone della camera del primo piano rilevato di pochissimo (un paio di metri circa) sopra l’ingresso alla camera terrena (a differenza dei finestroni delle camere del primo piano di tantissimi edifici a tholos che generalmente giacciono ad alcuni metri d’altezza sopra l’architrave d’ingresso terreno). Almeno un breve cenno merita il particolarissimo Cobesciu di Chiaramonti (Dore 2004, pp. 29-30), posto ad una manciata di km di distanza dal Crapianu. Oltre alla rampa a sinistra del corridoio e ad uno stanzino sopra l’andito (mezzanino)- impraticabile, munito di botola e finestrella per la luceconserva la particolarità d’impianto della nicchia d’andito comunicante con la nicchia destra di camera. Ma soprattutto, all’interno della camera a tholos, integra, ho ravvisato l’esistenza, a circa 3,5 m. dal suolo, di due porticine (altezza circa 1,60\170 m) che si fronteggiano e le cui rispettive soglie giacciono sullo stesso filare. I due ingressi erano senza dubbio comunicanti grazie ad un ballatoio, poggiante su una debole risega e fori, ricavati solo su un lato della cupola, nel filare inferiore a quello delle soglie.

ALMANACCO gallurese 2010/2011 |

65


A R C H E O L O G I A Il primo dei due ingressi, invaso da macerie, poteva mettere in comunicazione il ballatoio e la parte superiore del nuraghe tramite una ripida rampa gradonata. Il secondo ingresso, ora impraticabile - sempre a livello della risega, dirimpetto al primo- è molto probabile che permettesse, a chi aveva raggiunto il ballatoio, di percorrere un breve camminamento culminante nel succitato mezzanino ricavato sopra l’andito. Non si può tralasciare l’Orcu di Nulvi (Dore 2006, pp. 37, 54) in virtù delle particolarità costruttive- connesse ugualmente con l’impianto di solai lignei intermedi- che lo contraddistinguono. Associa, fatto quasi unico, la scala principale di camera (per raggiungere il primo piano, ora mancante) con un’altra rampa sussidiaria che, dalla nicchia destra, conduce al mezzanino (piccolo vano\celletta)- disposto sopra l’andito d’ingresso- munito di una porticina che s’affaccia sulla camera a tholos. Indubbiamente particolare è il fatto di scoprire che la stessa tholos del nuraghe era inframmezzata, molto probabilmente, secondo personali deduzioni, da ben due tavolati (come suggeriscono la presenza di fori e l’accenno di una risega): il primo (a circa 2 m d’altezza) in corrispondenza della soglia della porticina del mezzanino; il secondo, più in alto, a livello della soglia d’ingresso (a circa 4 m d’altezza) alla rampa principale di camera. Il soppalco poteva essere parziale oppure interessare l’intera stanza. Ne consegue che nel nuraghe Orcu la razionalizzazione degli spazi era estrema: la superficie utile che si poteva utilizzare era quasi triplicata dall’esistenza dei due (ri)piani in legno. Proviamo a trarre delle conclusioni grazie al conforto dei confronti istituiti. Il Crapianu testimonia che significative opere di carpenteria erano presenti nei nuraghi a corridoio di tipo evoluto; le stesse che si ritrovano diffusamente nei nuraghi a tholos del territorio limitrofo testimoniate dalla camera con tavolato. Addirittura l’Orcu ne ricalca, se le ipotesi presentate fossero pertinenti, lo stesso schema costruttivo con due piani in legno. Questo potrebbe indicare che gli ambienti soppalcati fossero un’eredità ricevuta dai protonuraghi? Al pari dei bastioni, degli antemurali e di altri elementi architettonici (Ugas 2005, pp. 74-6)? E’ molto probabile, accettando come presupposto che i protonuraghi siano più antichi. Nel caso del nostro nuraghe ploaghese si può fare un’altra importante riflessione. Visto che gli ambienti soppalcati (e la tipologia di rampa per giungervi) sono sostanzialmente uguali a quelli riscontrabili nei nuraghi a (falsa) cupola (tholos), questo dato avvalorerebbe la tesi di un processo evolutivo interno, dal protonuraghe al nuraghe a tholos. Potrebbe, quindi, il Crapianu rappresentare un tassello della fase di passaggio dal nuraghe a tholos a quello a corridoio? Lo si può ipotizzare. Si tratta senza dubbio di un monu-

66 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

mento originale, forse il segno tangibile di un più ampio processo evolutivo volto al superamento dei più arcaici schemi costruttivi dei protonuraghi. Prendo ora in considerazione gli aspetti strutturali che avvicinano il Crapianu ai nuraghi a tholos in genere. Innanzitutto l’identica pianta circolare esterna della torre. La conquista spaziale del piano terreno che diventa molto capiente, sostituendosi agli angusti corridoi dei protonuraghi di “prima generazione”, se così si può dire. La rampa, è allo stesso modo, molto simile a quella dei nuraghi a cupola per l’impostazione a sinistra dell’andito e per lo sviluppo che, però, giunge appena a 180°, mentre nei successivi, numerosissimi nuraghi a tholos più evoluti dell’Anglona- come del resto in tante altre zone- la rampa elicoidale compie una rotazione completa di 360° (Dore 2004, p.30), a debole pendenza, per giungere alla camera del primo piano. Un’altra caratteristica è quella fornita dal finestrone della camera del primo piano, posto sullo stesso asse dell’ingresso terreno, una pratica diffusa in tantissimi nuraghi a tholos. Noto anche che i finestroni della camera superiore sorretta da ballatoio- sia, quindi, quella di molti nuraghes a tholos con camera soppalcata, sia quella del protonuraghe Crapianu (che ugualmente possedeva la camera impostata su di un tavolato)sono generalmente posti appena sopra l’ingresso terreno, un paio di metri circa, come che si trattasse di una consuetudine costruttiva. Occorre sottolineare altresì che nel nostro nuraghe la camera del 1° piano (come pure l’ipotizzata seconda camera) è direttamente sovrapposta alla camera del piano terra- anzichè poggiare su di un corridoio come avveniva nei più antichi protonuraghi- un fattore che testimonierebbe una concezione evoluta prossima ai nuraghi a tholos dove le camere giacciono, seppure con variazioni, sullo stesso asse. La copertura supposta in legno fa pensare ad un progetto innovativo che si è rivelato di scarso successo- probabilmente a causa della deperibilità del materiale organico ed alla continua manutenzione necessaria- e pertanto si è continuato, affinando sempre più la tecnica, a costruire nuraghes a copertura litica; d’altro canto si è perpetuata nei nuraghes a cupola la tradizione legata alla tecnologia del legno che consentiva di costruire ampi tavolati per creare camere e ripiani, su uno o più livelli, come si è in precedenza evidenziato. Alla luce di quanto esposto, consapevoli che solo scavi stratigrafici potrebbero fornire conferma o smentita, l’inquadramento cronologico che si propone per il Crapianu suggerisce una sua edificazione in una fase di poco anteriore rispetto ai nuraghes a tholos, quando all’orizzonte già si scorgevano i primi bagliori di quelle conquiste strutturali e formali che portarono all’affermazione ed all’impressionante diffusione del modulo costruttivo dei nuraghes a cupola. ■ Note e bibliografia possono essere richieste a: grazianodore@mail.com


A R T E

La poetica esistenziale nell’arte di

Silvano Olivieri

CERAMISTA E SCULTORE di Maria Luisa Careddu

LA METAFISICA RITROVATA L’ONIRICO E DISCRETO FASCINO DI UN’ARTISTA SARDO

S

ilvano Olivieri è un artista che crede nell’arte e nel suo potere evocativo e provocatorio, crede nella poesia della materia che tra le sue mani si trasforma in icona, in archetipo, in leggenda. Ciò che ci cattura e ci incanta in questo ceramista-pittorescultore è appunto la capacità di dare anima ai suoi personaggi, perchè “ l’avvocatessa”, “la ballerina futurista”, “il dittatore” sono davvero personaggi con corpo e anima… parlano… quasi si muovono. Le citazioni, riservate e discrete sono accessibili ma sempre rispettose: Nivola, Picasso, Fontana, fatte a regola d’arte, non intaccano ma accreditano la singolarità, la forte personalità, lo spessore emotivo di questo artista così versatile.

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

67


A R T E

“La bagnante”, “l’equilibrista”, “il flauto rotto”, “il pensatore”, “l’idiota dal collo lungo”, solo alcuni titoli delle opere di Silvano Olivieri che già di per se esprimono la poetica che sottende le opere di questo artista. Nato a Sorso, diviso tra Umbria e Sardegna, vive per sei mesi l’anno a San Pantaleo, luogo privilegiato e ameno per artisti di ogni settore. Sobrio ed efficace, mai banale, elegante e raffinato esula da semplificazioni minimaliste, di un plasticismo istintivo mai asservito al razionale. Spazia, usa, rimarca anche temi sociali, forti, difficili da affrontare a livello di un arte che spesso si accontenta di offrire un buon artigianato e niente più. Rischio e spregiudicatezza su temi sociali e poi favola, sogno, pensiero puro, sino a sconfinare quasi in una metafisica dell’essere, del cuore (v. “Senza titolo”) dove la materia esistenziale si fa più spessa, esalta la sofferenza, l’anelito, il limite del corporeo. (v. “Il pensatore”). Con il ciclo di Pinocchio l’arte invece si fa gioco e leggerezza, velato da una ludica malinconia… quale quella che offre lo spunto di una favola che poi è LA FAVOLA per eccellenza. Una serie di sculture e disegni davanti ai quali non possiamo che stare fermi e zitti davanti alla suggestione capace di sprigionarsi da queste creazioni. E’ disarmante veder il risultato che su Silvano Olivieri offre l’input mosso da questa favola, ciò che comporta nel suo immaginario. “Pinocchio e la fata turchina”, “Pinocchio e il ranocchio” sono una dimostrazione di prosecuzione di un senso, di una fiaba che si presta alla continuazione con un mix di ironia, malinconia e ancora poesia. Pinocchio viene suggellato nella sua lucida tragicità, dipinto e rivisitato con dovizia di particolari e grande maestria tecnica. Altro stupore e rispetto davanti a “I musicanti“, suonatori di flauto, launeddas e altro o semplici cantori che esprimono tutta una loro metafora del suono scambiato, condiviso, per poi arrivare alla solitudine del “flauto rotto” sintesi ed epilogo di una serie di opere dedicate proprio al tema della musica, in cui il suonatore viene svelato nella sua assenza nel momento del produrre sonorità, come assorto in un momento di eternità, di assolutezza. Sicuramente Silvano Olivieri merita tra gli artisti sardi un posto di riguardo. Leggero, agile, profondo, degno erede dei grandi isolani

A destra, dall’alto e in senso orario

L’occhio strabico di Paul Klee Il vaso del Dittatore Senza titolo

68 | ALMANACCO gallurese 2010/2011


A R T E

Sopra, da sinistra e in senso orario

Pinocchio Senza Titolo Fata Turchina A destra, dall’alto

Statuetta di Picasso Statuetta

offertici dalla nostra terra non ha il timore di osare, di confondere, di raccontare. Una parte della produzione dell’artista è dedicata alla Sardegna con manufatti legati alla tradizione: statuine raffiguranti personaggi femminili e maschili dove i colori parlano di Sardegna e che rivelano il profondo attaccamento dell’autore all’Isola. Anche nell’ambito del semplice lavoro artigianale, Silvano Olivieri rimane sempre sobrio, non cade mai nel folklore gratuito e si muove con uno stile asciutto ed essenziale. Riprende con umiltà le tipologie tradizionali e ne fa un uso corretto senza mai venir meno al suo essere al servizio dell’arte, anche quando il prodotto è essenzialmente rivolto alla vendita. ■

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

69


C R O N A C A

Un omicidio dei primi del secolo scorso. di Piero Maiorca

19 agosto 1902 ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

71


C R O N A C A

on era stata una felice idea, quella di Antonio Maiorca (fratello del mio bisnonno, classe 1823), di convolare a nozze, quasi ottantenne, con una donna di appena vent’ anni, Paola Battino. A spingerlo in tale direzione era stata la figlia Mariangela, che aveva avuto l’ ardire di andarsene di casa per unirsi in matrimonio con Giovanni Maria Ciboddo (noto Birìu Sghelza) figlio di Michele, suo acerrimo nemico. L’ Antonio Maiorca, però, non ebbe molto tempo per riflettere su quella bella trovata. Pochi mesi dopo, infatti, due schioppettate erano giunte a por fine alla sua vita, nonché a quell’ insolito vincolo.

N

L’autorità giudiziaria, inizialmente, aveva ritenuto di dover pescare nell’ ambito delle inimicizie e delle vendette personali, ma non aveva tardato a considerare quell’ unione, così poco credibile, come la causa diretta o indiretta del delitto. La caccia all’ assassino (o agli assassini) si era rivelata tutt’ altro che facile. I nuovi elementi, che andavano via via aggiungendosi al mosaico investigativo, anziché aprire spiragli di luce, ingarbugliavano ancora di più il già complicato stato delle cose, apportando poche o nulle prove. Nuovi delitti, inoltre, connessi con quell’ omicidio, erano sopraggiunti a rendere sempre più intricata l’ intera faccenda. Qualcuno aveva rivelato che Giovanni Battino (fratello di Paola) aveva richiesto delucidazioni circa un veleno che non lasciasse traccia; la richiesta, il Battino, l’ aveva rivolta a un medico, tal Niccolò Bellu, il quale, gravemente malato e sentendo prossima la fine, aveva provveduto – in un impeto raro di zelo professionale – a stilare un pro-memoria per il giudice istruttore, in cui dichiarava di aver capito che il veleno era destinato al Maiorca. Il Bellu morì subito dopo (di tisi, all’ età di 32 anni), miseramente confortato – si presume – non solo dal fatto di avere svolto fino in fondo il suo dovere (o quello che riteneva tale), ma anche di aver dato prova di capacità prognostica. Era corsa voce che lo stesso Giovanni Battino avesse proposto a tal Cossu Pietro (ghjuagliu del Maiorca) di anticipare – con i mezzi che avesse ritenuto più opportuni – la dipartita del suo padrone, con la promessa di un congruo compenso e di eterna riconoscenza. Subito dopo l’ uccisione di Antonio Maiorca, era stato trovato il cadavere di tal Demuro Antonio (noto Barinu), morto ammazzato; costui, specialmente negli ultimi tempi, si era dimostrato molto legato al Maiorca, anzi, andava ripetendo che, per difenderlo, non avrebbe esitato ad imbracciare il fucile contro chicchessia (contro i Ciboddo, soprattutto).

All’inizio del '900 un fatto di sangue cattura l'attenzione dell'opinione pubblica. Il processo in Corte d'Assise per l’omicidio di Antonio Maiorca raccontato attraverso la cronaca dei quotidiani dell’epoca. 72 | ALMANACCO gallurese 2010/2011


LA GALLURA SI TINGE DI GIALLO

Era stato tirato in ballo anche un militare, tal brigadiere Plebani, che sembrava aspirasse alla mano di Paola Battino, “ma – si era premurato di precisare il capitano Roberti – se questo fosse stato davvero il suo proposito, ne avrebbe senz’ altro informato i superiori”. Un pasticciaccio, insomma, che aveva avuto una vasta risonanza ed era stato capace di calamitare l’ attenzione dell’ opinione pubblica. Ah, che fine avevano fatto gli ameni scenari cantati da don Gavino Pes e da tanti altri ? E le solitudini, i silenzi e le armonie di una terra così idilliaca? Su quella parte di Gallura, all’ improvviso, si erano riversate (ma non era la prima volta) schiere di carabinieri reali e di delegati governativi di ogni ordine e grado. A giudicare dal gran numero di testimoni chiamati in seguito a deporre, si sarebbe detto che tutti i pastori di tutti gli stazzi si fossero dati appuntamento proprio lì, sul luogo del delitto, il giorno in cui Antonio Maiorca era caduto colpito a morte . Il processo, celebrato a Sassari tra la primavera e l’ estate del 1906, aveva trovato ampio spazio sulle colonne dei quotidiani (sulla “Nuova”, soprattutto, ma anche su un altro giornale, destinato a minor fortuna, “L’ Epoca”). L’ aula della Corte d’ Assise “ è sempre affollatissima “, riferiva puntualmente il cronista. “La Paola Battino – continuava lo stesso – veste in costume e raccoglie l’ unanime consenso di bellissima donna. Ma ciò che attira maggiormente l’ attenzione di tutti, destando grande ammirazione, è la figlia dell’ ucciso, Mariangela Maiorca, che ha un paio d’ occhi divini nei quali brilla tutta la sublime poesia della forte Gallura”. Ma sentiamoli, i fatti, così come erano stati esposti nell’ atto di accusa. “Nel pomeriggio del 19.8.1902 il proprietario Antonio Maiorca, mentre, come talvolta usava fare, recavasi a cavallo dalla sua casa rurale, sita nella regione di San Giovanni (territorio di Luogosanto, frazione di Tempio), ad un vicino terreno per ritirare le capre colà pascolanti, venne ucciso con due fucilate, i cui proiettili penetrarono nella regione sovramammaria destra e nella testa. Nel giorno successivo furono tratti in arresto come sospetti colpevoli di tale omicidio certi Ciboddo Michele, Azara Raimondo e Lutzu Clemente, perché varie ragioni di risentimento esistevano fra essi e la vittima, ma le lunghe ed insistenti indagini non poterono condurre a risultati concludenti a carico di essi, anzi, mentre la voce pubblica si manifestava per la loro innocenza, la stessa autorità giudiziaria, non potendo confermare sulle prime la loro cattura, non tardò a formulare l’ ipotesi che la causa del delitto potesse nascondersi e dovesse ricercarsi in altre persone, e specialmente nella giovane consorte dell’ucciso.

Su quella parte di Gallura, all’improvviso, si erano riversate schiere di carabinieri reali e di delegati governativi di ogni ordine e grado. ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

73


C R O N A C A

Rimessi in libertà i predetti arrestati con ordinanza di non luogo a procedimento, non tardò ad aprirsi la procedura contro la vedova Paola Battino e il di lei fratello Giovanni, come determinatori dell’ omicidio e contro Suelzu Comita (noto Buleddhu), Demuro Pruneddhu Pietro e Muzzoni Michele Andrea come esecutori, in seguito ad indizi che facevano convergere su di essi la responsabilità del delitto”. Il movente, in effetti, si collegava all’ opportunità, presentatasi ai Battino, di incamerare un sostanzioso patrimonio. “ L’ Antonio Maiorca, infatti, prima di impalmare la Paola Battino – così continuava il Pubblico Ministero – le aveva fatto dono (con atto notarile del 20.1.1901) della tenuta di San Giovanni in cui egli abitava e di altri beni del complessivo valore dichiarato di lire quindicimila, ma in realtà, secondo quanto dicono i testimoni, del valore reale di ben trentamila. A vincere le ritrosie della giovane ad un matrimonio così disuguale, oltre la cospicua donazione, si aggiunsero le esortazioni della famiglia di lei e specialmente del fratello Giovanni, che le rappresentavano la grande convenienza delle progettate nozze con un uomo vecchio sì, ma reputato il più ricco proprietario di quelle contrade. Né sembra che alle persuasioni fossero rimaste estranee le violenze del Giovanni, il quale con minacce sarebbe riuscito a vincere le ultime riluttanze della sorella. Celebratosi il 4.2.1901 il matrimonio civile, non presiedette però l’ amore e tantomeno la concordia nella vita degli sposi e la Paola Battino, non tenendo in conto la stima e la condiscendenza verso di lei del vecchio marito, non corrispondeva alle di lui attenzioni, non dormiva nel letto maritale e dimostrava il suo malumore e il dispetto per il vincolo a cui si era legata. Ma verso gli ultimi mesi della vita del Maiorca cessarono le contrarietà, la giovane moglie si mostrò più affezionata al marito e sembrava che una nuova era si iniziasse nella loro vita, quando invece nella sera del 19 agosto 1902 le due fucilate sciolsero per sempre l’ aborrito vincolo, ridonando alla Paola Battino l’ agognata libertà e la speranza di un nuovo matrimonio conforme alle aspirazioni del suo animo, come infatti lo contrasse col giovane Andrea Sanna il 14 febbraio 1904, ponendola inoltre in una invidiata posizione finanziaria, sia per effetto della donazione “ante nuptias”, sia per la parte che le spettava nella eredità del defunto marito. In tale ordine di idee è stato considerato che mentre il Maiorca era ritenuto, come sopra si è accennato, il più dovizioso proprietario di quelle regioni, e mentre i testi sono d’ avviso che in denaro e in titoli di credito dovesse possedere nel suo scrigno diverse migliaia di lire, si notò invece con sorpresa all’ indomani della morte che non vi si contavano se non circa mille lire, onde si sospettò che la Paola

A vincere le ritrosie della giovane ad un matrimonio così disuguale, oltre la cospicua donazione, si aggiunsero le esortazioni della famiglia di lei e specialmente del fratello Giovanni. 74 | ALMANACCO gallurese 2010/2011


LA GALLURA SI TINGE DI GIALLO

Battino e il fratello Giovanni avessero trovato il modo di sottrarne una buona parte ; non solo, pure il Giorgio Maiorca (fratello dell’ ucciso) si meravigliò che si fosse trovata una somma così esigua, perché proprio il giorno prima che venisse ucciso, il fratello gli aveva promesso un prestito di cinquemila lire”. Per il Pubblico Ministero, dunque, non vi erano dubbi : “Non riuscito il tentativo di veneficio e andato a monte anche l’ accordo col Cossu, il Giovanni Battino e la sorella si rivolsero ad altri più docili esecutori della loro delittuosa macchinazione. Insomma, Giovanni Battino aveva una causale propria : l’ avidità del denaro ; e se ha trascinato con sè la sorella, costei l’ ha seguito sebbene con altri intenti, anzi ha rafforzato l’ idea criminosa del fratello, tanto che se lei all’ ultimo momento si fosse tirata indietro, il delitto sarebbe avvenuto comunque“. “L’illustre Pubblico Ministero – tuonava l’ avvocato Castiglia, in difesa di Giovanni Battino – non avendo prove da buttargli in faccia, tenta di fare il processo alle intenzioni”. “In quanto a Paola – continuava l’ avvocato Marghinotti – essa non si è venduta, ma si è piegata alla volontà della famiglia ; essa merita il titolo di donna nobile, buona e pia”. Gli imputati che rischiavano di più erano : 1°) Suelzu Comita detto Buleddhu, fu Michele, di anni 42, nato e residente in Vignola; 2°) Demuro Pruneddhu Pietro fu Isidoro, di anni 30, nato e residente in Balaiana ; 3°) Muzzoni Michele Andrea fu Giov.Antonio, di anni 29, nato e domiciliato in Aglientu; 4°) Battino Giovanni fu Lorenzo, di anni 36, nato in Aglientu e residente in Luogosanto; 5°) Battino Paola detta Pauleddha, fu Lorenzo, di anni 25, nata in Aglientu e residente in Luogosanto. La sentenza, pronunciata il 10 giugno 1906, aveva visto condannati a trenta anni di reclusione Giovanni Battino (come mandante), Suelzu Comita e Demuro Pruneddhu Pietro (come esecutori). Paola Battino era stata assolta. Assolto anche Muzzoni Michele Andrea, il quale, temendo ritorsioni, si era rifugiato in Corsica, senza fare più ritorno. Mai si era vista una sentenza così poco convincente. La voce del popolo li diceva tutti e tre innocenti e, si sa, vox populi, vox Dei.

"L’illustre Pubblico Ministero – tuonava l’avvocato Castiglia, in difesa di Giovanni Battino – non avendo prove da buttargli in faccia, tenta di fare il processo alle intenzioni". ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

75


C R O N A C A

Nessuno aveva creduto alla colpevolezza del Suelzu, anche se costui era stato più volte arrestato per sospetto omicidio (l’avvocato Mossa lo descriveva come “uno spietato sicario, un losco individuo da cui era bene stare sempre alla larga”). Nessuno aveva creduto alla colpevolezza del Pruneddu, sebbene neppure questi fosse uno stinco di santo (era lui, tra l’ altro, che l’ opinione pubblica additava come l’ assassino di Antonio Demuro, noto Barinu). “E sì che ne ho combinate di cotte e di crude – soleva ripetere, lo stesso, con grande rammarico – riuscendo sempre a farla franca ; solo quella volta, quell’ unica volta in cui non avevo commesso alcun delitto, la mala sorte si è beffata di me “. Nessuno aveva creduto neppure alla colpevolezza di Giovanni Battino : non perché non fosse capace, costui, di macchinazioni delittuose, ma perché – così si argomentava – altri lo avevano preceduto, facendo ricadere su di lui i sospetti. Erano in molti, infatti, a volerlo morto, il Maiorca, sia prima che dopo il matrimonio con la Battino: Michele Ciboddo, ad esempio, il nemico di sempre. I rancori tra il Maiorca e il Ciboddo risalivano ad almeno un ventennio e mai era stato possibile sanarli. Anzi, una nuova occasione di livore era stata fornita dal matrimonio dei rispettivi figli (Mariangela e Birìu) : “matrimonio che deve essere stato caldeggiato – osservava l’ avvocato Marghinotti – dallo stesso Michele Ciboddo (genero di Marco Agostino Maiorca, fratello dell’ ucciso) perché con l’ unione del figlio con l’ unica figlia del Maiorca, tutto il patrimonio del Maiorca si sarebbe riunito nella famiglia Ciboddo”. Eppoi c’ erano tutte le altre inimicizie che il Maiorca si era creato, a causa della sua indole litigiosa. “Lutzu Clemente – riferiva ancora l’ avvocato Marghinotti – era uno dei suoi più acerrimi nemici : questi si riteneva un perseguitato del Maiorca per opera del quale aveva subito ben cinque procedimenti penali”. Tra i tanti nemici del Maiorca, inoltre, poteva anche nascondersi chi aspirava, più o meno palesemente, alla mano di Paola Battino. Prima che si sposasse con il Maiorca, infatti, la Battino era stata promessa a un giovane di frati Chjaini (Orecchioni), dello stazzo di Brattuneddhu. Ed era qui o, per meglio dire, anche qui, in quest’altro guazzabuglio di moventi, che l’ opinione pubblica faceva convergere le sue congetture. Ma erano, appunto, solo e soltanto congetture. Il caso, insomma, aveva dato molto da parlare, anzi, qualche anziano ancora ne parla, tuttora dibattuto tra l’ innocenza dei condannati e la colpevolezza degli assolti. Non si può certo dire, per concludere, che tutti i salmi finiscano in gloria. Perché, di gloria, in tutta questa faccenda, non ce n’era stata affatto.

76 | ALMANACCO gallurese 2010/2011


LA GALLURA SI TINGE DI GIALLO E tuttavia il boccone era troppo appetitoso perché non se ne impadronisse qualche canzunadori, al fine di tradurlo in gloria poetica, beffarda e feroce. Eccola, dunque, la rievocazione (canzonatoria, manco a dirlo) composta per l’ occasione da tal Andrea Biddhittu:

Cara fiddhola abà voddhu dittilla ch' è ghjuntu un omu riccu a dumandatti siddh' eri bona a mamma d' ubbidilla cun chistu ti cunsiddhu a cuiuatti palch' è riccu abbeddhu e pò bucatti in catinacciu d' oru e in maniglia e un be' di scudi ti pò dà in dota da chi l’hai a spusà. Mamma lu 'ecchju vo' brusgjatu e cottu prima d' esse cu' mecu cuiuatu mi faci lu schivizzu a videllu in cappottu chi pari un truncu di soaru usciatu si no paldu l’annottu e lu sintitu pa' iddhu no mi poni aneddhu in ditu.

Chi ciarra di zioddhu facchiessu impicchetivi voi e l’intaressu. Fiddhola piddhatillu senza timori chi chissu è un omu riccu e onoratu e poi fa' un vottu a lu Signori chi un riccu t' ha dummandatu. Ci si lampia illu puzzu a cap' a moddhu cun tuttu lu so' intaressu e saittù palchì mi lu 'oi lampà a me in coddhu jà sei battìa e tandu piddhatillu tu. Cara fiddhola abà voddhu dittilla ch' è ghjuntu un omu riccu a dumandatti...

Pagine precedenti,

una galleria di personaggi presenti a vario titolo al processo in Corte d’Assise In questa pagina, sotto, da sinistra,

Michele Ciboddo con la moglia Lucia Maiorca (figlia di Marco Agostino, fratello di Antonio)

Agostino Ciboddo (figlio di Michele) con la moglie Pietruccia Orecchioni (di frati Chjaini).

Fiddhola cun sintitu ti faeddhu si m' istimi un omu di sudesa si mi piddhi ti pongu l’aneddhu e in capu ti pongu la ricchesa dugna cuntintesa t' agghj' a dà e maccari 'ecchju tagghj' a cuntintà. Ziu a vulivvi be' è un anneu passioni pa' voi no n' addocu abà decu fa' comu 'oddh' eu cun ca mi pari buruligghju e ghjocu. No ti 'enghia mancu a pinsamentu d' iscì di casa si no sei cu' mecu lu chi ti precu è di 'ulimmi be' chi fideli saragghju eu pal te.

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

77


C R O N A C A

PALLA ALCENTRO!

In questa foto

Finale del trofeo C.S.I. Da sinistra: Pisciottu Giovanni, Diana, Uscidda, Pisciottu Giuseppe, Arras Giovanni, Lentischio, Demuro, Occhioni, Arras Ottavio, Azara. Manca dalla foto l’ala sinistra Piga.


C R O N A C A

Palau, frammenti di microstoria: al campo di la funtana vecchja! di Rino Cudoni

LO SPIAZZO IN TERRA BATTUTA, CHE AI PRIMI DEGLI ANNI TRENTA AVEVA PRESO IL POSTO DEL VECCHIO STAGNO CHE LAMBIVA CON LE SUE ACQUE IL RETRO DI MOLTE ABITAZIONI DELLA VIA NAZIONALE, È UN VERO CAMPO DI CALCIO. L’ARBITRO HA ISPEZIONATO IL TERRENO DI GIOCO, VERIFICATO LA REGOLARITÀ DELLE LINEE APPENA TRACCIATE, IL CORRETTO POSIZIONAMENTO DELLE QUATTRO BANDIERINE AGLI ANGOLI, LA PERFETTA TENUTA DELLE RETI APPLICATE AI PALI DI ENTRAMBE LE PORTE. L’U.S. PALAU IN UNA SPLENDENTE MAGLIA AZZURRA, IN OMAGGIO ALLA NAZIONALE ITALIANA, INCONTRA IL LUOGOSANTO, IN CASACCA BIANCONERA DI JUVENTINA MEMORIA.

I

n attesa del fischio d’inizio, le due compagini eseguono leggeri palleggi e piccoli esercizi di riscaldamento sotto lo sguardo attento dei rispettivi allenatori. Il parroco don Andrea Usai benedice la nuova struttura sportiva ottenuta con cantieri comunali di lavoro e Franca Compagnone, madrina della cerimonia, si appresta a tagliare il nastro tricolore. Il presidente Nicolino Serra fa gli onori di casa mentre alcuni dirigenti si accertano che i ragazzi preposti al recupero del pallone siano pronti ad intervenire e, se questo finisse in mare, che vi sia disponibile una piccola imbarcazione a remi. Francesco Careddu (Ciccu) procede frettolosamente al conteggio dei soldi ricavati dalle volontarie offerte, preoccupatissimo di racimolare almeno la somma necessaria alla copertura delle spese: Com’è andata Ci….?, gli chiede qualcuno; cuntintemuci!...risponde serafico. Il fischio arbitrale da il via ad una partita particolare per i palaesi che, per la prima volta, sostengono i loro beniamini

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

81


C R O N A C A Sopra

Giovanni Pisciottu, Ghjuanneddu di zia Qunetta sotto

Particolare di uno dei primi incontri con l’ILVA

in un torneo organizzato dal Centro Sportivo Italiano e vedono una rappresentanza del proprio paese finalmente partecipe in una competizione sportiva ufficiale. La nutrita presenza di spettatori, fra i quali tanti che poco conoscono il gioco del calcio, offre una particolare cornice di pubblico fortemente motivato e in ansiosa attesa di vedere all’opera i propri giocatori. Un misurato vociare incoraggia ora l’uno ora l’altro: Pinù, mi raccomandu, chjudi la saracinesca e para tutti li tiri (Pinuccio, mi raccomando, fai in modo di non prendere goal); Nannè, datti di fa a lu centru di lu campu (Nanni datti da fare a centrocampo); Bastianu e Pitrinu, voi chi seti addananzi feti calche go (Sebastiano e Pietrino, voi attaccanti fate qualche goal) e tu, Brascé, chi sei a l’ala destra manda sempri palloni a l’attaccanti…… (e tu Brascè –soprannome di Pietrino Piga-che sei l’ala destra, fai in modo di dare molti palloni agli attaccanti); ce n’è per tutti. E’ una circostanza particolare che il paese vive con ardente passione nell’entusiasmo del momento, non senza una malcelata dose di spirito campanilistico; tutti si improvvisano allenatori. Il buon Peppino Spano (Pippinu Bieddu) capisce e accetta di buon grado di essere “temporaneamente esonerato” dall’incarico, limitandosi comunque a raccomandare che il tutto finisca appena cumencia la paltita (ad inizio partita). Dopo una rapida sciacquata a freddo nell’acqua salmastra della vecchia fontana (di la funtana vecchja) le due squadre riguadagnano la casetta di ziu Fattacciu (un vecchio di Castelsardo che nell’orto attiguo coltivava e vendeva la verdura ai palaesi) , già trasferita in proprietà a Nicolino Serra, sulla quale sorgerà l’Hotel che porterà il suo nome e, per l’occasione, attrezzata a spogliatoio. Per strada, intanto, si sono formati piccoli gruppi di tifosi che commentano animatamente. Alcuni sono riuniti in cerchio di fronte al bar-cafe, altri preferiscono passeggiare su e giù “da la culva a a banchina”. Accantonato l’interesse per i notiziari sportivi radiofonici che occupano i pomeriggi domenicali, i commenti sono tutti per l’incontro appena concluso e per le quattro reti che l’undici palaese ha rifilato agli amici di Luogosanto. “Il capitano Giovanni Pisciottu (Ghjuanneddu) ha violato due volte la rete avversaria”, si commenta di fronte al padre Matteo (ziu Matteu) che nel frattempo aveva fatto capolino dalla porta del suo tabacchino. Ma vinni seti sminticati chi iddu è un ghjocadori di qualta serie (ma avete dimenticato che Lui è un giocatore di quarta serie)? Interviene con decisione ziu Matteu, ostentando una poco convinta indifferenza verso la partita iniziale

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

83


C R O N A C A

Il sole pomeridiano della tarda primavera annuncia l’arrivo dell’estate palaese quando, perfettamente allineata al centro del campo, l’intera rosa dei giocatori, protagonisti assoluti del loro girone e vittoriosi dopo la finalissima disputata contro una squadra di Olbia, ricevono nelle mani del capitano la coppa “Gallura Anglona” del Centro Sportivo Italiano del torneo, che non ritiene così importante da giustificare gli osanna dei tifosi indirizzati alle prodezze del figlio; però no ha di ghjucà contru a l’Alzachena palchi vi so parenti e no anda bè (però non deve giocare contro Arzachena perché ci sono i nostri parenti e quindi non va bene) aggiunge la madre zia Annetta, che nel frattempo aveva raggiunto il marito. L’unica sconfitta interna per una rete a zero rimediata proprio contro l’Arzachena (goal di Bellarosa in zona Cesarini), soddisferà i parenti di zia Annetta, accontentati dalla mancata presenza in campo del capitano, ma non impedirà alla matricola U.S.Palau di vincere il suo primo torneo in una competizione ufficiale.

Sopra

Mario Piga, a terra, ha appena insaccato la palla alle spalle di Zoff sotto

Una formazione del 1930. Da sinistra: Piga, Spano, Piccotti, Careddu T. Infusu, Aresu, Altana, Careddu G.M., Battino, Palitta, l’allenatore Zichina.

84 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

Il sole pomeridiano della tarda primavera annuncia l’arrivo dell’estate palaese quando, perfettamente allineata al centro del campo, l’intera rosa dei giocatori, protagonisti assoluti del loro girone e vittoriosi dopo la finalissima disputata contro una squadra di Olbia, ricevono nelle mani del capitano la coppa “Gallura Anglona” del Centro Sportivo Italiano. Tutta la comunità palaese si stringe intorno ai propri eroi chiamandoli a gran voce con i rispettivi soprannomi: Puccè (Pinuccio Pisciottu), sei destinatu a calche squadra di serie A (sei destinato alla serie A); Butulè (Mario Azara), sei un bon terzinu (sei un buon terzino); Nappuliò (Giovanni Pisciottu), sei turratu da la qualta serie ma disti stà più subra (sei rientrato dalla IV serie ma meritavi molto di più; Piccaddò (Pilarino Uscidda), sei andatu bè ma sei troppu cioanu ancora, laca sta li femini si voi fa carriera (sei ancora molto giovane, se vuoi andare avanti non correre appresso alle ragazze); Muzzarò (Mario Occhioni), Bellarosa t’ha frigatu ill’unicu sbagliu c’hai fattu ma no impolta palchì lu campionatu l’emu intu lu stessu (Bellarosa – il centravanti dell’Arzachena che aveva determinato l’unica sconfitta in casa per uno a zero – ti è scappato per l’unico errore che hai fatto ma non importa perché abbiamo vinto ugualmente il campionato; Cillì (Nanneddu Arras), li to riccami a centru campu no ci li podaremu sminticà, hai fattu fa un bè di go (non dimenticheremo le tue giocate a centro campo che hanno favorito la realizzazione di molte reti); Brascè (Pietrino Piga), a l’ala sei statu sempri maragliosu (all’ala sei sempre stato bravissimo); Ciaciarra (Ottavio Arras), calche


C R O N A C A

Palau campione sardo di 2a Categoria. Dirigenti: Adelchi Masu, Careddu, Nicolino Serra, Paolo Cudoni, Arras e Anteo Masu. In divisa: Dapice, Mura, Boccagnano, Loi, Ciboddo. Da sinistra: Scanu, Azzena, Susini, Azara, Sequenzia, Spano, Piccotti. volta l’arbitro ti c’ha bucatu da lu campu ma palchì eri troppu bonu (l’arbitro ti ha espulso in qualche occasione ma perchè eri troppo bravo); Pitrì (Pietro Demuro), centravanti come te no sinn’agatta più (è difficile trovare un centro attaccante come te al giorno d’oggi); Bastianè (Sebastiano Diana), sei meddu di Boniperti (sei più bravo di Boniperti – la famosa mezz’ala juventina); Ghjuanneddu di ziu Cicciu (Giovanni Lentischio), tu sei un’attaccanti di razza chi ghjoca cu lu capu (tu sei veramente un attaccante di razza che gioca con la testa); e non mancano lodi per i rincalzi che, in occasione di assenze per squalifica o infortunio, avevano più che degnamente sostituito i compagni. Come Adelchi Masu, studente a Sassari che, di tanto in tanto, faceva capolino a Palau e dava il suo valido apporto indossando la maglia numero 5 Ad applaudire sportivamente i vincitori non mancano, insieme al loro presidente Mario Usai, gli avversari dell’altra squadra locale, allenata da Tonino Spano: La Triestina, così denominata non in omaggio all’incrociatore affondato durante la seconda guerra mondiale, ma in ricordo della città di Trieste dove lo stesso Tonino aveva militato da calciatore. Sono presenti Picciulinu (Pasquale Battino), Limonero (Andrea Casalloni), Grezar e Parola (Francesco e Sebastiano Deligios), Littorina (Giovanni Filigheddu), Babeo (Paolo Careddu),

L’Aglintesu (Giovanni Demuro), Cicca (Pasqualino Nieddu), Verdeal (Giovannino Brebbia), Cannone (Gavino Acquaroni), La ruspa (Agostino Ciboddo), Gigiò (Gigi Compagnone), Mariolino Aresu e Mauro Palitta. La partecipazione con due squadre ad un campionato ufficiale aveva impegnato non solo gli organizzatori ma tutta la Comunità, in particolare dal lato economico, quando si doveva provvedere all’acquisto delle attrezzature e alle spese generali. Ma è proprio in seguito a tanta partecipazione che nasce e si sviluppa un consistente vivaio di giovani promesse che, sulle orme dei loro predecessori, potranno presto mettere a frutto il loro talento a livelli superiori, anche nella massima serie nazionale. Chissu steddhu lu oddu idé ghjuchendi cu li scalpi di palloni (Quel ragazzo lo voglio vedere mentre gioca on le scarpe adatte): commentava Peppino Spano in uno dei tanti pomeriggi sportivi che si trascorrevano illu campu (al campo), dove ciascuno di noi si impegnava a mettere in mostra le proprie qualità, nella speranza di attirare l’attenzione dei più grandi. Siamo alla fine degli anni Quaranta, un completo da calciatore è molto costoso comunque non alla portata di tutti. Allora si andava al campo in calzoni corti, canottiera o

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

85


C R O N A C A stante alle banchine avevano dato l’opportunità di avviare alla pratica sportiva i primi gruppi di giovani. Il calcio fu lo sport che coinvolse maggiormente e per l’emulazione della vicina Maddalena dove la prima squadra locale, l’Ilva, era già presente intorno al 1911 e per gli entusiasmi che la Nazionale, vincitrice dei campionati mondiali nel 1934 e nel 1938, aveva saputo suscitare anche nei più lontani piccoli borghi.

maglietta, calzettoni di lana grezza, scarpe da tennis o scarponi pesanti, a seconda delle condizioni del terreno; da qui l’espressione di Peppino, riferita a Ghjuanneddu di zia Annetta (Giovanni Pisciottu) che, non senza fatica, data la precarietà delle attrezzature, si esibiva in palleggi e tiri in porta. Dopo qualche giorno, però, quel ragazzo si ripresenta in perfetta tenuta: tuta, calzettoni, ghette e scarpe da foot-ball. Ghiuanneddu cresce nelle filedelle vecchie glorie palaesi, da cui ben presto acquisisce i segreti del gioco e non tarda ad approdare nelle file dell’Olbia dopo qualche anno di esperienza a La Maddalena. Allo stesso modo altri ragazzi formati in casa trovano spazio all’esterno, in altri centri galluresi che hanno squadre militanti ai vertici dei campionati regionali o nella categoria dei semiprofessionisti: Pinuccio Pisciottu e Andrea Arras vanno all’Olbia, Diego Pisciottu per qualche anno all’Oschirese. Più tardi, rifiutando interessanti offerte da qualche club di serie A (come nel caso di Pinuccio Pisciottu richiesto dalla Lazio), metteranno a disposizione la loro esperienza rientrando nelle file della squadra di casa. I fratelli Piga, Giovanni e i gemelli Marco e Mario, anche loro cresciuti nelle file dell’US Palau, lasceranno invece il loro paese d’origine ancora in giovanissima età: Giovanni a Mantova sotto la guida di Gustavo Giagnoni. Marco e Mario alla Torres e, dopo appena un anno, prima alla Lucchese e poi all’Atalanta e all’Avellino, entrambe in serie A. Mario, nelle file dell’Avellino, disturberà il mitico Zoff, portiere della Juventus e della Nazionale, con un goal da manuale realizzato durante una partita giocata a Torino. Chi negli anni ’60 sedeva sulle rudimentali tribune del campo a godere gli incontri domenicali veniva immancabilmente ricondotto dai ricordi di qualche spettatore più anziano a quel 1929, anno in cui si realizzò la bonifica e il prosciugamento di gran parte del vecchio stagno, opera che aveva trasformato la fisionomia dell’intera borgata allontanando dalle abitazioni della via principale il putridume e i miasmi dovuti alla perenne stagnazione delle acque: la realizzazione del porto turistico e la disponibilità di un ampio spazio retro-

86 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

È l’Ilva, la prestigiosa squadra della cittadina dirimpettaia, la protagonista dei frequenti incontri amichevoli con il Palau fin dagli anni dell’immediato dopoguerra. I giocatori locali nutrono nei suoi confronti un certo timore riverenziale unito all’ammirazione per un gruppo che sa esprimere un livello di gioco certamente superiore a quello palaese, anche perché ha tra le sue fila elementi come Faiella, Vitiello, Zonza e il portiere Piredda che, insieme a Tranu del Tempio, è considerato uno dei più bravi della Gallura. Delle ansie che gli altri riescono a nascondere si fa portavoce Pasquale Careddu (Grisciula) che, fin dalle prime ore del mattino, raggiunge trotterellando la barberia dove Pietrino Aresu (Pitrineddu) lavora, intento a radere la barba all’allenatore con cui discute dello schieramento tattico: pioarà, cosa diti? (Pioverà? Cosa ne pensate), si intromette Pasquale riversando così i suoi timori sulle i nuvole di primavera che, stracciate dal maestrale, corrono sull’arcipelago. Lu tempu ghia anda, semu noi chi no emu di fa brutta figura…. (il tempo va bene, piuttosto dobbiamo essere noi a non fare brutta figura), lo rassicurano Tonino Spano, Salvatore Piga, Domenico Altana e i portieri Battino e Pietrino Casu, nel frattempo sopraggiunti in compagnia di Giovannino Zichina, altra giovane promessa del vivaio locale. Eh…. ma ci manca Pascalinu! insiste qualcun’ altro riferendosi a Pasquale Filigheddu, ancora impegnato nel campionato nazionale di serie C con il Brindisi. Durante l’incontro la tifoseria locale, nell’applaudire molto sportivamente anche le immancabili prodezze della squadra avversaria, ricorda che una di quelle maglie biancocelesti era stata indossata qualche anno prima da Mario Mela, un simpaticissimo giovane palaese arruolato nel gruppo sommergibilisti della Marina Militare di stanza a La Maddalena. Già da ragazzo, Mario, aveva manifestato attitudine ed entusiasmo per il gioco del calcio, tanto che le sue particolari doti non erano sfuggite alla sensibilità degli esperti preparatori isolani: gli atleti più anziani lo consideravano la loro mascotte. Quella esile figura riappare improvvisa nel ricordo di quanti lo avevano apprezzato e conosciuto mentre corre su e giù lungo le fasce laterali, spostandosi ora a destra, ora a sinistra e, con sgusciante velocità e repentini aggiramenti, scompagina il sistema difensivo avversario. Ma riappare anche quella subdola malattia che, inesorabilmente, lo aveva colpito alla radice della sua


C R O N A C A esuberanza fisica, decretando prematuramente la fine di una promettente carriera e il doloroso e definitivo allontanamento dai campi di gioco e dalla vita. Questo clima di rispetto sportivo nei confronti dell’avversario, però, non si ripropone certamente quando sono di scena squadre provenienti dai centri vicini. Una secca sconfitta per due reti a zero, infatti, rimediata fra le mura amiche contro il S.Teresa Gallura, dopo un confronto di ben altro sapore agonistico, impone una immediata rivincita sul campo della rivale, con l’unico scopo di riscattare prontamente “l’inattesa umiliazione” appena subita. Ci si accorda per la settimana successiva: No si pò paldì tempu pa accuncià li cosi, duminica bisogna turralli li gò e fannilli alti (Non si può perdere tempo, domenica dobbiamo restituirle i gol e fargliene altri), decidono il presidente Peppino Colombo e il dirigente Pietrino Filigheddu. Nella partita di ritorno, le magistrali parate di Petine (Pietrino Casu) accompagnate da cinque segnature firmate dagli agguerriti attaccanti palaesi chiuderanno qualsiasi discussione. Ma quella sarà anche una giornata speciale per l’esordiente Giovannino Zichina: attirerà su di sé l’attenzione del pubblico e, in particolare, di alcuni dirigenti del Tempio, presenti in campo, conquistati dalle coreografiche giocate del ragazzo. La giovane mezz’ala non tarderà a lasciare Palau per il capoluogo gallurese dove, per diverse stagioni, vestirà la prestigiosa maglia numero dieci con la quale difenderà i colori di quella Città. L’avvento del turismo e l’autonomia amministrativa appena conquistata, che incideranno con profondi e radicali mutamenti nel modello di vita della comunità palaese, investono inevitabilmente anche il mondo sportivo. Maggiori disponibilità economiche ravvivano i mai sopiti entusiasmi dei numerosi sostenitori e riaffiora il desiderio di rivitalizzare quella squadra che tante soddisfazioni aveva dato ma che, da qualche tempo, stazionava nell’anonimato di campionati minori. Negli anni Sessanta un nuovo gruppo dirigente, capeggiato Da Anteo Masu, con il fratello Adelchi e Nanneddu Arras allenatori, rinnova la rosa dei giocatori con l’inserimento di promettenti forze esterne di scuola maddalenina. Il campo della vecchia fonte (di la funtana vecchja), dopo la recente realizzazione di strutture più idonee, grazie ai cantieri di lavoro comunali guidati da Nicolino Serra, è pronto ad ospitare centinaia di spettatori. Ritorna il piacere dei pomeriggi domenicali da trascorrere al campo e lungo la via Nazionale per i commenti del dopo partita; convincenti vittorie in casa e fuori ripagano la passione e l’orgoglio di tutto il paese. La squadra vince il torneo ed è campione sardo di seconda categoria, l’anno seguente si ripropone nella nuova veste di matricola ottenendo un lusinghiero piazzamento nella categoria superiore, e guada-

Pagina precedente

Un’altra formazione del Palau anni Trenta: sono identificabili Gala, Bini, Careddu, l’allenatore Peppino Spano, Cocciu, Sotgia e Uccioni. Sopra

Mario Mela, in divisa da marinaio sommergibilista, quando militava nell’ILVARSENAL di La Maddalena.

gnando poi, sotto la presidenza di Mario Colombo e la guida di Pisano, l’ammissione al girone unico di Eccellenza appena costituito. Incontrerà allora le più forti rappresentative del calcio isolano ottenendo quei brillanti risultati che riempiranno di soddisfazione gli abitanti del paese che cresce. Ma ormai lo sviluppo di nuove discipline sportive, quali la palla a volo, il tennis, la pallacanestro, fin’ora esclusivo appannaggio di altre realtà sociali, fanno timidamente capolino anche nei piccoli centri, affiancandosi a quello che era considerato lo sport più popolare: sono i segnali della vita che cambia. Parallelamente; si affaccia insistente il miraggio del semiprofessionismo sportivo e con esso il desiderio di una più consistente remunerazione delle prestazioni. La partecipazione alle attività agonistiche da parte dei giovani, impone ore di impegno e di allenamento che vanno spesso sottratte al lavoro. I modesti gettoni di presenza, distribuiti non senza difficoltà dal buon Ciccu, entreranno definitivamente nell’archivio dei ricordi; ma questa è storia di oggi. ■

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

87


TEMPIO Il ciclismo nel dopoguerra, l’U.C. Gallurese Asole Tempio di Giuseppe Cancedda

I nostri

CAMPIONI DEL PEDALE Sopra

Prima ancora che scoppiasse l’accesa rivalità tra Gino Bartali e Fausto Coppi, che ha coinvolto milioni di tifosi in Italia e all’estero, aprendo un netto solco tra gli opposti sostenitori dei due grandi campioni, il ciclismo ha sempre appassionato grandi folle, sia a livello nazionale che regionale.

U

no sport dal notevole fascino, quello del pedale, simbolo della fatica pura, non paragonabile a quella richiesta da altre discipline, calcio compreso, che consentono di tirare il fiato, in caso di necessità, pure nel vivo della competizione. In bicicletta per vincere bisogna pedalare sempre, persino in discesa, e per mettersi in evidenza un atleta deve spendere fino in fondo le

Rush finale ad Alghero, 1952. 1° Franco Balata, 5° Cosimo Canopoli (in fondo al centro)

proprie energie. Anche in Sardegna, dall’immediato dopoguerra, i giovani che scelsero di dedicarsi al ciclismo furono particolarmente numerosi, ma si misero in luce solo piccoli campioni. Anche negli Anni 2000 risultano rari i ciclisti sardi che sono riusciti a competere a livello nazionale, tanto che la vittoria del cagliaritano Loddo sul noto velocista Petacchi, in una delle tappe del Giro di Sardegna

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

89


del 2010, può essere considerata un fatto storico. Eppure, furono molto più numerosi di oggi, anche in Gallura, i giovani che dall’immediato dopoguerra, a cavallo tra gli Anni 40 e 50, si dedicarono allo sport del pedale. Anche in questa specialità, Tempio e il suo hinterland fecero la loro parte. A promuovere la passione per il ciclismo fu Giuseppe Asole, un volenteroso e intraprendente meccanico di biciclette, dotato di scarsa istruzione ma di indubbio spirito imprenditoriale, che da Tula, al ritorno dal fronte, scelse Tempio per avviarvi la propria attività artigianale, diventata poi prevalentemente commerciale. Fece fortuna vendendo le prime biciclette, più che riparando le poche già in circolazione e, per rimanere nell’ambito delle due ruote, passò ben presto anche alle moto. Le nuove biciclette le assemblava personalmente, utilizzando i celebri telai FIT (Fabbrica Italiana Telai), di cui garantiva la durata, affermando con la sua parlata difettosa (non pronunciava le lettere “s” e “v”, sostituendole rispettivamente con la “l” e la “b”): «il telaio FIT no lpacca». Erano inoltre conosciute alcune sue divertenti espressioni nella corrispondenza commerciale, che intratteneva con le ditte fornitrici della penisola. Dopo aver ricevuto una partita di campanelli da

montare sulle biciclette, ad esempio, si lamentò della loro scarsa qualità. Dopo aver ordinato al figlio Mario “buttati alla macchina e lcribi”, dettò: «I vostri campanelli da oggi ve li tenete perché, alla prima lcornacchiata d’acqua, perdono il tinno». In breve tempo, però, riuscì a invadere il mercato di Tempio e del circondario, sia di biciclette che di moto, le famose “Devil”, vendute a centinaia a piccole rate sulla parola, a quei tempi solitamente onorata. Nel giro di pochi anni, Giuseppe Asole divenne un personaggio e, su proposta del titolare di una delle ditte fornitrici, colpito dall’eccezionale successo delle vendite, ebbe l’onore e la soddisfazione di essere nominato prima cavaliere e poi commendatore. Fu proprio lui a fondare in città, in quegli anni, l’U.C. Gallurese Asole - Tempio, stabilendo un primato per l’alto numero di tesserati che, con la maglia della nuova società, parteciparono a tutte le gare del tempo, federali e no, riuscendo a vincerne parecchie. Nacquero così alcuni campioncini locali, il primo dei quali fu Gavino Ruiu, cinquantasette chili di muscoli e nervi, che primeggiò in molte corse. La specialità di Ruiu, più conosciuto come Baigneddhu Casalloni, erano le gare su sterrato e in particolare sulla improvvisata pista della Padulaccia, alla festa di Santu Paulu e Boncaminu. Poco

Sopra da sinistra, in senso orario

Agosto 1952: Pista della Padulaccia a Tempio: 1° Gavino Ruju (che vinse anche nel 1951 e 1953), seguono a ruota (e poi all’arrivo) Cosimo Canopoli, Paolino Secchi e Andrea Canopoli. Sassari, maggio 1953: Coppa Fiamma al via. Nella prima fila, da sinistra: Cosimo Canopoli, Tonino Forteleoni e Giuseppe Moretti, tutti dell’U.C. Gallurese Asole Tempio. Da sinistra (accosciato): Mario Canopoli, Franco Balata, Andrea Canopoli, Paolino Secchi, Salvatore Murreli, Giovanni Amadori. Sullo sfondo, senza casco, “Mariucciu” Achenza

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

91


C R O N A C A

Sopra a sinistra in alto

Da sinistra: Cosimo Canopoli, Salvatore Delogu (“Bibbio”), Salvatore Moretti, Paolino Secchi e Tonino “Lubeccu” Aisoni (tifoso) Sopra a sinistra in basso

Da sinistra: Sebastiano Concas, cosimo Canopoli, Mario Canopoli (in divisa di sottoufficiale dell’Esercito), Mario Busato (tifoso) e Tonino Forteleoni (tutti dell’U.C. Gallurese Asole). Sopra a destra

Un giro di Aggius, vinto da Cosimo Canopoli.

prima dei ciclisti, vi correvano i cavalli, imprimendo nel terreno, con i loro zoccoli, profonde orme che lo rendevano particolarmente impegnativo. Baigneddhu vinse per tre anni di seguito, nel 1951, ‘52 e ‘53, conquistando il simbolico titolo di “Re della Padulaccia”. A tenergli testa c’era soprattutto il più giovane e allora meno esperto Cosimo Canopoli, tanto che più volte i due giunsero al traguardo abbracciati, venendo classificati primi, a pari merito. «Una volta – ricorda oggi Baigneddhu, alle spalle una lunga attività come camionista, prima nel Comasco e infine in Gallura, quando l’estrazione del granito assicurò il benessere a molti – ci eravamo piazzati io primo e Cosimo secondo, in una gara organizzata a Sant’Antonio, allora di Calangianus. Al ritorno passammo da Nuchis, dove stava per essere dato il via a un’altra corsa, nell’ambito dei festeggiamenti per il Santo patrono. Decidemmo all’istante di partecipare anche a quella e non faticammo molto a bissare lo stesso risultato del mattino, portandoci via un bel gruzzoletto».

92 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

Gavino Ruiu racconta poi di uno scopritore di talenti, che voleva portare lui e Cosimo Canopoli nella penisola per farli correrre in gare più importanti di quelle sarde. «Dopo averci visto impegnati in una corsa – dice l’anziano ciclista - ci contattò, proponendoci un contratto di dieci anni con una ricca società ciclistica veneta, ma i nostri genitori non ci lasciarono andare e quella che poteva rivelarsi un’interessante opportunità, sfumò sul nascere». Della squadra del commendator Asole per qualche tempo fece parte anche il calangianese Franco Balata, poi passato alla neonata U.C. Ardita – Calangianus. «Nelle salite riuscivo a staccarlo - ricorda Baigneddhu – ma negli arrivi in volata il più forte era senza dubbio lui». Balata, infatti, si affermò soprattutto allo sprint, vincendo molte corse in tutta la Sardegna. In quegli anni, però, risultò tra i pochissimi che gareggiarono anche nella Penisola, prendendo parte al campionato nazionale dilettanti. Ma di quelle imprese ci racconta lo stesso Balata, riassumendo per il nostro Almanacco il contenu-


C R O N A C A

to di una sua nota pubblicata da Pietro Zannoni, nel periodico “Calangianus, ieri e oggi”. «Sono nato il 12 aprile 1932 e ho corso solo per due anni e mezzo, fino al 2 ottobre 1952. Avevo 20 anni, 5 mesi e 20 giorni. Quella dedicata al ciclismo - dice Franco - è stata per me una breve parentesi sportiva, iniziata a livello locale, con le sfide tra amici lungo la salita di Cianfarrinu e sino alla Conca Fraicata. Ricordo alcuni dei partecipanti a queste sfide: Piero Mariotti (“Focu”, che tanto rassomigliava di viso e anche fisicamente a Coppi), Tore Scano, il cacciatore, fortissimo in salita, Paolino Savigni, grande appassionato della bicicletta, ma soprattutto Giovanni Maria Tamponi, futuro magistrato, che era eccezionale. Anche nel calcio, infatti, ci regalò a suo tempo un’emozione indimenticabile: due suoi goal a La Maddalena ci fecero vincere una partita nella “fossa dei leoni”, dove battere i biancocelesti di casa era quasi impossibile per chiunque. Nel ciclismo lo ricordo, diciannovenne, secondo classificato a Calangianus dietro un certo Fodde di Buddusò, che era il corridore, all’epoca,

più quotato dell’isola. Se Giovanni Maria avesse avuto maggiore fiducia nelle sue possibilità, sono sicuro che avrebbe vinto. Perse, in una corsa a Macomer, il titolo di campione sardo allievi (lo accompagnò mio padre), battuto da un certo Cadelano, ma solo per inesperienza». «Un altro atleta straordinario – continua Franco Balata - era Vanni Palitta: ci seguiva con una bici scassata e tuttavia in salita, con il suo fiato, ci faceva penare tutti. Avrebbe potuto cimentarsi in qualsiasi disciplina sportiva e avrebbe certamente primeggiato». «Palitta, centravanti e capocannoniere del campionato di calcio – prosegue Balata - ci regalò un’altra bellissima emozione. Con il fisico che aveva da giovane si cimentò in una gara di corsa campestre, alla quale parteciparono tutti i più accreditati podisti sardi dell’epoca, tra cui “Marucciu” Alias, di Tempio, campione sardo allenatissimo, quasi imbattibile, perchè vinceva allora tutte le gare alle quali prendeva parte. Convincemmo Vanni a partecipare. La partenza e l’arrivo erano al “Signora Chiara”: aspetta-

Sopra a sinistra

Calangianus, 5 ottobre 1951: sul traguardo, con gli occhiali, Salvatore Balata, padre di Franco, che vinse la gara in volata. Sopra a destra

Tre ciclisti tempiesi in... borghese: da sinistra, Giuseppe Muntoni (dilettante), Tonino forteleoni e Cosimo Canopoli.

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

93


C R O N A C A In questa pagina

Tempio, 1952: da sinistra Gavino Ruju, il tifoso Cecchino Addis (?) e “Marucciu” Achenza, prima di una gara Nella pagina a fronte

Foto di gruppo prima della gara (1952)

vamo di veder spuntare sul traguardo Alias ed invece arrivò trionfalmente primo, con un grosso vantaggio, il nostro Vanni. Non ho mai dimenticato quel momento emozionantissimo, anche perchè battè il campione sardo, che per giunta era anche tempiese e la rivalità sportiva era molto accesa». «Mi accorgo, a questo punto, che parlo solo degli altri e non di me stesso - dice ancora Balata mentre devo ricordare che ho corso e vinto con pieno merito in buona parte della Sardegna e di alcuni miei successi conservo ancora gli articoli apparsi sui giornali dell’epoca. In due anni e mezzo di carriera ciclistica ho ottenuto molteplici successi, circa una cinquantina. Ho vinto a Calangianus due volte, ad Aggius tre, a Telti due, a Santa Maria Coghinas, a La Maddalena in circuito (due volte) ad Olbia, ad Oschiri, battendo per distacco tutti i campioni dell’epoca, ad Alghero, Oristano, Sedini, Cagliari, superando in volata, in Viale Trieste, il forte campione sardo dell’epoca Guido Loi. Ho poi un numeroso elenco di secondi e terzi posti».

94 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

Il ciclista calangianese, infine, così conclude. «Credo di essere uno dei primi, se non il primo atleta sardo, ad aver partecipato ad un campionato italiano, quello che si disputò in Calabria, a Soverato. A questa corsa presero parte centottanta corridori in rappresentanza di tutte le regioni italiane. Vi parteciparono atleti, poi diventati professionisti, che hanno corso al Giro, al Tour ed al campionato del mondo. Arrivai a Soverato poco prima del via, dopo due giorni di viaggio e una notte insonne in treno, ma riuscii a conquistare il 12º posto, su 180». La grande passione con cui Balata gareggiava e si allenava nel corso della settimana gli costarono un grave incidente che segnò per sempre il suo volto. Rientrando a Calangianus da una lunga pedalata, l’11 agosto del 1949 (aveva poco più di 17 anni, essendo nato il 12 aprile del 1932) cadde rovinosamente, riportando profonde ferite al viso, che interessarono soprattutto la parte anteriore e la guancia destra. Nel vecchio ospedale civile, il primario dottor Josto Azzena gli ricostruì praticamente la faccia, suturando le ferite con un’infinità di punti. Quando arrivò il ferito il chirurgo era solo e, data l’urgenza del caso, si fece assistere da un infermiere improvvisato: mio padre, Nino Cancedda, che si trovava casualmente in corsia per alcuni lavori con una squadra di operai dell’Azienda elettrica comunale, che dirigeva. Il fatto lo colpì emotivamente e il ricordo gli rimase impresso nella mente in modo indelebile. Il padre di Franco, Salvatore Balata, era uno dei pochi calangianesi che non lavoravano il sughero. Svolgeva infatti la stessa attività del commendator Asole, ma non solo a livello locale. Le biciclette “Ardita”, che assemblava a Calangianus, venivano vendute a migliaia in tutta la Sardegna, al prezzo di 11.000 lire. Inoltre, ebbe la rappresentanza per l’intera regione dei motocicli Garelli, da poco sul mercato. Il figlio Tonino, che come sport non praticava il ciclismo come il fratello, ma il calcio (disputò due campionati anche con il Tempio), racconta che a un raduno della Bianchi, organizzato


C R O N A C A a Tempio nel viale della Fonte Nuova, riuscì a vendere in un solo giorno ben 137 ciclomotori: un primato che nessuno è mai stato in grado di eguagliare. Dopo Ruiu re della Padulaccia e Balata principe delle volate, arrivò Cosimo Canopoli (gareggiò anche il fratello maggiore deceduto qualche anno fa, Andrea, ma ottenne soltanto una serie di piazzamenti), che data anche la professione che avrebbe fatto qualche anno dopo, il macchinista in ferrovia, meriterebbe di essere chiamato, a posteriori, “la locomotiva umana”. Nato a Tempio il 27 settembre del 1935, corse le prime gare con i dilettanti quando era soltanto allievo e aveva due anni in meno rispetto all’età media degli altri concorrenti. Si distinse subito, però, per l’eleganza della pedalata e per l’intelligenza in gara. Andava bene sia in pianura che in salita, mentre Balata era particolarmente veloce in discesa, dove arrivò a toccare punte di 75 km orari. L’anno più brillante di Canopoli fu il 1953, quando vinse, a 19 anni di età, nove delle diciassette gare disputate e arrivò secondo in altre quattro. Un anno che risultò anche molto redditizio, come si può rilevare dalle numerose cedoline dei premi federali, che per i vincitori, a seconda dell’importanza della corsa, andavano dalle 5970 alle 9770 lire (venivano detratte sempre 30 lire, forse per il bollo). Sempre quell’anno, dopo due brillanti piazzamenti (il 2º e il 4º posto) nelle prime due gare valide per il campionato regionale allievi, il portacolori dell’U.C. Gallurese Asole Tempio (passato in seguito, a Sassari, alla Fiamma e infine alla Savoia), vinse a Nuoro la terza e decisiva prova, aggiudicandosi nettamente il titolo sardo. Alla fine, come riporta la Gazzetta Sarda del 12 ottobre, nelle tre gare ottenne complessivamente 11 punti, contro i 7 di Loi, secondo, e i 5 dei terzi, Andreoli, Cossu e Zodio. Nelle cronache dello stesso giornale del lunedì e della Nuova Sardegna, il 18 maggio del 1954, Canopoli si piazzò secondo, dopo Locci, nella prima prova del campionato sardo di quell’anno. In una gara mista per allievi e dilettanti, a Calangianus, i ciclisti tempiesi fecero incetta di premi con Paolino “Mazzittoni” Secchi, che tagliò per primo il traguardo; 2° Antonino Careddu, 3° Cosimo Canopoli, 4° Leggieri (Terranova), 5° Mario Cervo, divenuto poi noto come musicologo. Nello stesso anno Canopoli vinse a Ittiri e poco dopo venne selezionato per far parte della squadra sarda che partecipò al giro dell’Umbria, ma dovette dare forfeit. Il 14 luglio,

nel resoconto del Premio Pirelli, corso a Nuoro, il cronista segnala “le prove più che soddisfacenti di Canopoli e Desini, due giovani che stanno venendo su molto bene”. Ad Alghero, vinse nettamente in volata Franco Balata, con Canopoli quinto. La carriera di Cosimo è stata macchiata anche da un piccolo neo: un anno dopo, per aver partecipato a una corsa non approvata dall’U.V.I., venne squalificato per tre mesi. Oltre a quelli già citati, per l’U.C. Gallurese Asole-Tempio corsero numerosi altri giovani, i cui nomi figurano in un elenco dei tesserati, conservato dagli Asole, assieme a un tesserino Federale del padre Giuseppe, che lo qualifica direttore sportivo delle Società. Sono Francesco Acca, Leonardo Augias, Giovanni Amadori, Sebastiano Achenza, Mario Asole, Tomaso Balletta, Francesco Bianchina, Salvatore Biosa, di Aggius, Dino Bisceglia, molti dei quali deceduti; Paolino Cossu “Pataissa”, Sebastiano Concas (deceduto), “Mascittu” Careddu, Andreino Careddu, Tonino Cossu “Ziu Toni”, Tonino Cossu “Cuaccia”, Salvatore Delogu “Bibbio”, che vinse il campionato sardo esordienti e andò alle finali nazionali; Giuseppe “Zorro” Favini, Tonino Forteleoni, Giuseppe Murrali, Salvatore Murrali; Giuseppe Moretti, Giuseppe “Dilettante” Muntoni, Giovanni “Corrieri” Manconi, Salvatore Manconi, Salvatore Natale (deceduto), Domenico Onida. Intanto, con il proliferare dei velocipedi in circolazione, si diffonde il mestiere di meccanico di biciclette, al quale non è richiesta una particolare abilità. Come dicono gli improvvisati versi dell’anonimo poeta: Lui in ogni situazione, che si tratti d’una rottura o di semplice foratura, sa trovare la soluzione. E se nella sua officina gli manca un chiavistello può ricorrere al cervello per una giusta medicina. Ma potresti farlo anche tu e, visto che adesso lo sai, sapresti toglierti dai guai senza nemmeno pensarci su.

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

95


C R O N A C A

STINTINO Storie di tonnara di Antonio Diana

IL CODICE CIFRATO DI

TONNARA Fin dalla notte dei tempi gli uomini hanno architettato degli stratagemmi e dei codici cifrati intricati pur di nascondere agli occhi dei più una comunicazione riservata. La convinzione di molti è che i codici cifrati siano strumenti utilizzati solo dai servizi segreti e dagli eserciti in tempo di guerra; invece anche in tempo di pace sono fondamentali per proteggere informazioni commerciali o industriali.

A

nche alcune vicende storiche, che hanno interessato Stintino, hanno avuto come protagonista un codice cifrato. Fino agli anni 40 il direttore della Tonnara Trabucato e delle Saline inviava ai proprietari i rapporti sullo stato dei lavori, informazioni sul “calato” della Tonnara, sul momento in cui essa veniva messa in pesca, sul numero dei tonni che vi erano dentro, sulla quantità di quelli pescati e sul loro peso, ed ancora tutte le notizie utili per la commercializzazione. Lo scambio di informazioni tra la direzione della tonna-

98 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

ra e la proprietà di Genova erano giornaliere, ed erano indispensabili per il buon coordinamento delle attività; altrettanto necessaria era la segretezza delle stesse. Per questo tutte le notizie venivano trasmesse con la massima riservatezza utilizzando un codice cifrato, che soltanto i vertici della società e il direttore erano in grado di decifrare. Inizialmente ci si serviva di emissari, che provvedevano a recapitare i messaggi cifrati, e successivamente il telegrafo. Tutto questo per cercare di spuntare un prezzo migliore nella vendita del pescato.


C R O N A C A In queste pagine

Il codice cifrato con gli schemi utilizzati per la sua lettura, fino a oggi inediti. (Archivio storico della tonnara)

Se non si era ancora commercializzato tutto il prodotto, nessuno doveva sapere che dentro la tonnara vi erano ancora tonni da mattanzare. Il codice per mantenere segrete le informazioni doveva essere di facile utilizzo per gli addetti ai lavori, ma impossibile da decodificare per gli estranei. Esso veniva utilizzato sia per trasmettere le informazioni della tonnara Saline che di quella di Trabucato e, se la frase iniziava con la lettera A, si trattava della prima; se invece iniziava con la E, si parlava della seconda. Chi mai senza la chiave di interpretazione avrebbe potuto capire che l’espressione A-RORO-NO-LI-RAPA-LIVEFIFI-BUBU-PUGE significasse: Tonnara Saline – mattanzati tonni misti – 160 – renderanno casse – 60 – tonnara innescata – ultima mattanza rese casse – 90. Era anche frequente che, per condizionare il mercato a proprio favore, fra il direttore e i proprietari venissero trasmesse telegraficamente notizie comprensibili, ma false, nella spe-


C R O N A C A ranza che le stesse fossero lette dalla concorrenza. Ad esempio, si ordinava al direttore di mattanzare, oppure si dava un numero non veritiero dei tonni dentro la tonnara. Era normale che la logica di mercato imponesse una tale riservatezza di notizie, che potevano essere utilizzate soltanto da persone appartenenti alla stessa tonnara, ma soprattutto, potevano diventare informazioni preziose per altre tonnare, che le avrebbero utilizzate nel loro interesse. La trasmissione dei dati da parte della tonnara era importante per i vertici della società, che, oltre a sottoscrivere contratti per la vendita del pescato e del prodotto lavorato (una parte venduto inscatolato, e una parte salato) potevano sottoscrivere accordi con le altre tonnare. Tutto ciò era finalizzato ad avere sia il massimo profitto dalla vendita del prodotto sia contratti più remunerativi. L’uso del codice cifrato è andato in disuso dopo la seconda guerra mondiale in seguito dell’evoluzione dei sistemi di comunicazione. Il codice cifrato con gli

schemi utilizzati per la sua lettura, fino a oggi inediti, sono stati recuperati dall’archivio storico della tonnara. Ho ritenuto importante pubblicarli perché sono convinto che essi aiutino a far capire la complessità dell’industria delle tonnare che nei secoli ha contribuito all’economia di questo territorio, e che successivamente è stata determinante per la nascita del paese di Stintino. (Testo tratto dal libro “Il tempo della Memoria 2. Storie, leggende, documenti di Stintino” capitolo 4 Il codice cifrato di tonnara p. 30 - 33 )

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

101


C U L T U R A

Un manoscritto autografo e inedito di Grazia Deledda di Luigi Agus

Il manoscritto inedito, redatto e firmato da Grazia Deledda si compone di otto facciate, di cui sette scritte, misura: 109,5x179,5 mm ciascuna (Archivio Agus, cart. 1, busta 23, cc. 4-7). Il documento apparteneva all’archivio di mio nonno il dott. cav. comm. Antonio Giuseppe Agus (Guspini 1884 – Cagliari 1954), anche se non se ne conosce la provenienza originaria. Antonio Giuseppe, laureato a Macerata in Giurisprudenza, fu dal 1907 al 1909 istitutore del Convitto Nazionale “G. Leopardi” di Macerata, quindi fino al 1916 fu a Milano presso il Convitto “Longone”. Partecipò alla prima Guerra Mondiale come sottotenente e poi tenente di fanteria. Dal 1920 al 1922 fu a Sassari presso il Convitto “Canopoleno”, quindi fino al 1925 a Cagliari al “Vittorio Emanuele II” dove ricoprì l’incarico di vice rettore, poi per un anno ad Assisi, per poi rientrare nuovamente a Sassari fino al 1928. Fu rettore a Cagliari dal 1928 fino al 1936, quando venne chiamato a dirigere il Convitto Nazionale di Macerata fino al 1952. Risale forse alla prima permanenza a Cagliari di Antonio Giuseppe Agus (1923-25) l’acquisizione di questo documento che potrebbe essere la bozza per un qualche articolo o lezione non sappiamo a chi destinata. 102 | ALMANACCO gallurese 2010/2011


C U L T U R A

Il manoscritto tratta la storia della città di Cagliari e si rifà in gran parte agli scritti di Giovanni Spano (soprattutto: Guida della città e dintorni di Cagliari, 1861), esplicitamente citato nel testo, forse del Manno e ad alcune letture classiche; anche se la scrittrice fa molta confusione tra periodi storici ed avvenimenti. Vi è palese l’esaltazione dei Savoia a dispetto dei periodi precedenti, fatta eccezione per quello giudicale, soprattutto spagnolo.

Al termine la scrittrice aggiunge una piccola nota sulla storia ecclesiastica della città, ricordando fra l’altro la storia della traslazione delle spoglie di Sant’Agostino.

In queste pagine

Riproduzioni del manoscritto originale, in ordine sequenziale.

ALMANACCO gallurese 2010/2011 |

103


C U L T U R A

TRASCRIZIONE Cagliari/ Cagliari è fra le più antiche città occidentali/ che la storia ricordi. Claudiano la riten/ne fondata dai Cartaginesi, altri au/tori latini la dicono anteriore agli stessi etruschi./ Molte le opinioni sulla sua fondazione/ e l’etimologia del nome: Horo [sic!] la/ chiama Urbs Urbium, cioè città grande;/ Gensenio la fa derivare da Kar e Baalis,/ Città di Baal, e il Bochart da Karis (voca/bolo fenicio che significa rinfresco) perché i Fenici/ si fermavano su questa costa sarda/ per riposarsi e rifornirsi di provvigioni/ per le loro lunghe escursioni sulla Spagna/ Betria [sic!]. Prevale però l’etimologia dell’archeo/logo sardo Spano che la Karalis dei latini/ derivi dal fenicio Karel el Dio = Città gran/de di Dio. Altri storici la chiamarono// Carales, ed anche Jalea, da Jolao, condot/tiero d’una colonia greca, che i più dicono/ fondatore di Cagliari./ Altri la ritengono fondata dai Fe-

104 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

nici,/ dietro cui vennero gli Etruschi, i Troiani,/ gl’Iberi, i Galli, i Greci e i Cartaginesi [sic!] che/ conquistarono tutta l’isola, tenendola/ a loro schiava per tre secoli, dal VI [secolo]/ avanti Cristo./ Durante le guerre puniche, passata la/ Sardegna ai Romani, Cagliari si sollevò,/ ma il console Tito Manlio Torquato riuscì/ presto a domarla./ Sotto la Repubblica diventò municipio, ebbe/ Marcio [leggi: Marco] Porcio Catone per Pretore, Caio Gracco/ per questore. Ennio filosofo v’insegnò/ lettere greche, Pompeo il grande vi sog/giornò, fu visitata da Giulio Cesare;/ e i Romani vi edificarono l’anfiteatro,/ la necropoli, l’acquedotto, dei quali// si conservano gli avanzi./ Dopo la sollevazione dei Sardi Pelliti,/ soffocata nel sangue, Cagliari sentì/ la tirannia romana, passò a Vanda/li, ai Greci [leggi: bizantini], ai Goti [sic!], poi di nuovo/ ai Greci./ Cacciati questi, la Sardegna fu divi/sa in Giudicati, con a capo dei piccoli/ principi; ma l’indipendenza sarda/ durò poco./ Nel 700 Liutprando, re dei Lon/gobardi, in fama


C U L T U R A

di pio e santo, aiu/tò l’invasione dei Saraceni in Sar/degna, per avere da questi il corpo/ di S. Agostino conservato gelosamen/te in Cagliari. Per due giorni/ i Cagliaritani combatterono con zelo/ patrio e religioso; vinti serbarono/ almeno il mantello del santo ed ebbe/ la dominazione saracena [sic!].// Nell’XI secolo i Pisani scacciarono/ i Saraceni, accrescono la città, e nei/ secoli seguenti la fortificarono, obbli/gano i feudatari ad abitare nella/ parte alta della città, e la battezzarono/ Castellum Castri [sic!]./ Nel 1326, dopo due anni di assedio,/ città e castello si arrendono agli/ Aragonesi; imposte esorbitanti/ ed Inquisizione struggono Cagliari/ e l’isola intera./ Verso il 1400 Eleonora d’Arborea/ costringe gli Aragonesi ad un trattato/ che dà all’isola una larva di libertà./ Dopo la battaglia di Sanluri don Marti/no di Sicilia stabilì la sua corte a/ Cagliari, ove morì consumato dai/ suoi vizi; nel 1476 fu assediata da/ Artaldo [leggi: Leonardo] de Alagon; Carlo V, reduce/ dall’Africa, vi approdò con 600 navi// nel

1585 [leggi: 1535], e fece fortificare la città./ Nel 1708, durante la guerra per la/ successione spagnola, la Sardegna/ venne occupata dall’Austria; assedia/ta dal marchese di Leyda, Cagliari ri/cadde sotto la Spagna fino al 1714, in/ cui, per il trattato di Rastadt, l’isola/ è nuovamente ceduta all’Austria, e/ nel 1720, dopo il trattato di Londra/ a Vittorio Amedeo II./ Il nuovo governo rivolse cure speciali a/ Cagliari: il che non impedì che da questa/ città partisse, sul cadere del 1790, la pri/ma scintilla della rivoluzione sarda./ Ottenuto quanto voluto, i sardi si/ legarono a Casa Savoia; e nel 1793/ respinsero le proposte mandate dal/ Direttorio per mezzo di una flotta in/viata nel golfo di Cagliari. La città/ fu bombardata e incendiata// in nome della libertà, ma i Francesi/ vennero respinti./ Nel 1798 Cagliari ospitò Carlo Ema/nuele IV, incalzato dalla crescente prepo/tenza francese, e per un anno fu capita/le del regno sardo: anche Vittorio Ema/nuele I, nel 1802, scacciato da Gaeta/ dai Francesi, si rifugiò in Cagliari./ Costituito ALMANACCO gallurese 2010/2011 |

105


C U L T U R A

il così detto regno di/ Sardegna [sic!], l’isola diventò vicerea/me, e Cagliari fu sede del Viceré/ fino alla proclamazione dello Sta/tuto. Dal 1848 fa parte delle città italiane, conservando il primato/ sulle città sarde./ Ha anche un’interessante sto/ria ecclesiastica: sede arcivesco/vile dal 47 dell’era volgare ebbe/ 89 arcivescovi. Esiliato dai Van/dali un vescovo di Ippona [S. Eusebio] venne// a Cagliari portandovi le spoglie/ di Sant’Agostino che vi rimasero/ finché Liutprando le fece traspor/tare a Pavia./ In Cagliari ebbero culla i santi/ Eusebio e Lucifero, e avvenne il marti/rio di San Camerino [leggi: Saturnino]. L’inqui/sizione vi dominò lungamente./ Grazia Deledda

Nella foto a destra

Il Dott. Cav. Comm. Antonio Giuseppe Agus a Milano nel 1911. Il manoscritto faceva parte del suo archivio.

106 | ALMANACCO gallurese 2010/2011


Cronache e storie nuoresi dell’Ottocento di Salvatore Bardi In questa pagina

Nuoro, cortile della casa natale di Grazia Deledda.

Foto di Alberto Maisto

Tra realtàemito

LA NUORO DI GRAZIA DELEDDA

Quando Grazia Deledda nasce, nel 1871, Nuoro è stata appena attraversata dalla furia dei moti popolari de “Su Connottu”, ritenuti da più parti il più importante avvenimento politico e sociale della Nuoro dell’Ottocento e che hanno il loro antefatto nell’editto delle chiudende del 1820, con il quale il governo sabaudo aveva dato avvio al processo di trasformazione fondiaria dell’isola, imponendo la chiusura delle proprietà private. ALMANACCO gallurese 2010/2011 |

107


C U L T U R A

Nuoro, Piazza S.Satta

C

ome documentano le cronache e i commentatori dell’epoca, l’applicazione della legge a vantaggio dei maggiori proprietari terrieri, “sos prinzipales” , da parte delle autorità comunali nuoresi, già dal 1832, aveva provocato la dura reazione dei pastori e contadini più poveri che manifestarono la propria insofferenza demolendo le chiusure ritenute illegittime e appiccando incendi alle coltivazioni. Qualche anno dopo, il 10 settembre 1836, Nuoro veniva, elevata al rango di città dal re Carlo Alberto, ma la ribellione popolare sarebbe di nuovo esplosa il 26 aprile 1868 quando la popolazione nuorese dava l’assalto al municipio, al grido di “A SU CONNOTTU”, distruggendo registri e documenti in segno di protesta contro la deliberazione del Consiglio comunale che autorizzava la vendita dei terreni comunitari. Quel motto, quasi un secolo dopo, avrebbe dato il titolo all’opera teatrale omonima di Romano Ruiu che, rileggendo quegli avvenimenti, mise in evidenza il ruolo attivo delle donne nuoresi nella vicenda. Fra esse spiccava la figura di Paschedda Zau la bellicosa popolana che, agitando uno straccio, incitava i concittadini a recarsi dal prefetto con “Andamus a su profeta” per manifestare la propria rabbia davanti all’autorità statale. Solo un anno prima, nel 1867, il canonico Francesco Zunnui Casula, vicario capitolare reggente della sede vescovile vacante di Nuoro, scriveva: “....l'attuale nostra condizione... ella è tale che... mai ci trovammo tutti in un simile complesso di sì affliggenti e dolorose circostanze come nei presenti giorni... se fallivano alcune rendite, abbondavano parecchie altre, e l'agricoltura e la pastorizia, e il commercio e

108 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

Interno della casa natale di Grazia Deledda

l'industria e le arti, e le opere pubbliche e private, e tutte le fonti insomma dei diversi prodotti non si dissecarono mai insieme; ma le une supplivano alle altre alternandosi vicendevolmente per alleggerire il peso delle nostre miserie, e sollevare le nostre angustie, e le nostre afflizioni. Oggi però tutto è in stato di fallimento.....Tutto è in una parola è povertà, miseria, costernazione...Perciò le usure hanno raggiunto un livello spaventevole, le frodi si moltiplicano, i furti aumentano, le grassazioni progrediscono, e la sicurezza individuale è minacciata fin nel proprio domicilio dagli attentati del più audace consigliere, l'acuto stimolo della fame.. “ Era il volto triste di Nuoro che Grazia avrebbe avuto modo di conoscere e che sarebbe apparso nel lamento della Rebecca di Cenere, dove “....era tutto il dolore, il male, la miseria, l'abbandono, lo spasimo non ascoltato del luogo e delle persone; era la voce stessa delle cose, il lamento delle pietre che cadevano ad una ad una dai muri neri delle casette preistoriche, dei tetti che si sfasciavano, delle scalette esterne e dei poggioli di legno tarlato che minacciavano rovina... della gente che non mangiava... delle donne che non avevano vesti, degli uomini che si ubriacavano per stordirsi e che bastonavano le donne e i fanciulli e le bestie perché non potevano percuotere il destino....”. Ma quell’episodio di rivolta è stato da più parti interpretato come l’estremo tentativo più o meno consapevole di far sopravvivere un sistema di rapporti sociali in cui l’utilizzo comunitario delle risorse terriere era uno dei simboli di quell’insieme di valori dai contorni anarchici ed arcaici che ancora reggevano la comunità nuorese e la Barbagia intera della seconda metà dell’Ottocento.


C U L T U R A

Interno della casa natale di Grazia Deledda

Ai moti de Su Connottu si vorrebbe, quindi, ricondurre la nascita di una coscienza identitaria nuorese e barbaricina su cui si sarebbero innestati, non solo alcuni dei fondamentali assunti dell’azione politica nuorese a cavallo tra Ottocento e Novecento, ma anche il senso più profondo del generale fermento che negli anni seguenti avrebbero collocato Nuoro al centro della produzione artistica e letteraria della Sardegna. Gonario Pinna insigne avvocato, principe del Foro Nuorese, in seguito scrisse a questo proposito: ” Il grido “a su connottu” voleva significare... non soltanto il richiamo “al conosciuto “ ma anche il concetto di eredità e quasi di bene di famiglia e perciò echeggiò a lungo nel cuore dei pastori e dei contadini nuoresi come grido di lotta e di vittoria “contra sa prepotenzia e contra sos abusos”. Ai moti de Su Connottu si vorrebbe, quindi, ricondurre la nascita di una coscienza identitaria nuorese e barbaricina su cui si sarebbero innestati, non solo alcuni dei fondamentali assunti dell’azione politica nuorese a cavallo tra Ottocento e Novecento, ma anche il senso più profondo del generale fermento che negli anni seguenti avrebbero collocato Nuoro al centro della produzione artistica e letteraria della Sardegna. E in realtà i moti de “su connottu” possono essere considerati a ragione uno degli elementi fondamentali che hanno favorito l’affermarsi di quella coscienza identitaria e il radicamento

dei valori fondanti della vivacità culturale che caratterizzò la piccola comunità del centro Sardegna fino ad allora rimasta nell’ombra dell’anonimato. A Nuoro, infatti, operarono in questo periodo i poeti in lingua sarda Salvatore Rubeddu, Pasquale Dessanay, Giovannantonio Murru, che diedero voce alle aspirazioni popolari di giustizia e di rispetto dei diritti storicamente acquisiti, e che con Nicola Daga, Giuseppe Solinas, Pietro Piga, Sebastiano Manconi, Francesco Ganga (Mastru Predischedda) contribuiranno ad alimentare quell’alone leggendario che pian piano si stava creando intorno allo sperduto villaggio di pastori e contadini. Ma è soprattutto grazie all’attività di Sebastiano Satta, Giacinto Satta, Francesco Ciusa, Antonio Ballero Priamo Gallisay, Francesco Cucca, Gian Pietro Chironi e, naturalmente, di Grazia Deledda, che gli ultimi decenni dell’Ottocento videro la sorprendente crescita e affermazione di Nuoro quale luogo simbolo della cultura sarda.

ALMANACCO gallurese 2010/2011 |

109


C U L T U R A

Nuoro, dopo una lunga battaglia, era stata collegata col resto del mondo per mezzo di una ferrovia a scartamento ridotto, quando il 6 febbraio 1889, come documenta Elettrio Corda nella sua Storia di Nuoro, una piccola locomotiva seguita da tre vagoni faceva il suo ingresso trionfale nella stazione collocata nel rione di Sa ‘e Marine, nell’attuale piazza Italia. Come scrive Fernando Pilia nella prefazione alla ristampa del volume Tradizioni popolari di Nuoro di Grazia Deledda, “……si era verificato un fatto che ha del miracoloso: in quella modesta borgata pastorale era fiorito una sorta di piccolo rinascimento paesano, un nucleo vigoroso di letterati e intellettuali che erano stati capaci di accogliere e di assimilare le influenze più moderne della cultura italiana ed europea “ così che “ ….in un modesto centro arroccato sui monti e quasi dimenticato, si sia verificato questo fenomeno culturale che ancor oggi ci sorprende per l’eccezionale valore dei nomi, per l’insospettata produzione artistica e per la modernità precorritrice delle concezioni estetiche”. Erano le premesse al mito dell’Atene dei Sardi. Eppure le cronache dell’epoca parlano di un paese con strade piccole e strette e della povertà estrema dei suoi abitanti. La sua bia majore, dal 1882 corso Garibaldi, era ancora uno stradone polveroso che si pensava di lastricare sin dal 1885, senza risultato. Infatti, per taluni, l'opera “..... sarebbe stata malagevole ai veicoli specialmente nell'inverno che a causa del ghiaccio facile sarebbe stato lo scivolare dei buoi e dei cavalli …” così che la sua realizzazione si sarebbe conclusa solo il 10 giugno 1894 quando, finalmente, l'ing. Luigi Mura poté procedere al collaudo dei lavori. Nel 1884 era stato impiantato il molino a vapore voluto da Francesco Guiso Gallisai, straordinaria figura di imprenditore che realizzò un’iniziativa per quei tempi rivoluzionaria e che, col passare degli anni, sarebbe diventata la più grande impresa cittadina dando lavoro a centinaia di persone. Ma è la stessa Deledda che, nel 1894, scrive: “Questa piccola città del forte e roccioso Logudoro….è senza dubbio la più caratteristica delle città sarde. E’ il cuore della Sardegna, è la Sardegna stessa con tutte le sue manifestazioni. E’ il campo aperto dove la civiltà incipiente combatte una lotta silenziosa con la strana barbarie sarda, così esagerata oltre mare. Nuoro è chiamata scherzosamente, dai giovani artisti sardi, l’Atene della Sardegna. Infatti, relativamente, è il paese più colto e battagliero dell’isola. Abbiamo artisti e poeti, scrittori ed eruditi, giovani forti e gentili, taluni dei quali fanno onore alla Sardegna e sono avviati anche verso una relativa celebrità”. Solo pochi anni prima, Nuoro, dopo una lunga battaglia, era stata collegata col resto del mondo per mezzo di una ferrovia a scartamento ridotto, quando il 6 febbraio 1889, come

110 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

documenta Elettrio Corda nella sua Storia di Nuoro, una piccola locomotiva seguita da tre vagoni faceva il suo ingresso trionfale nella stazione collocata nel rione di Sa ‘e Marine, nell’attuale piazza Italia. Ed ancora Grazia, in un lungo articolo apparso su La Nuova Antologia del 1901, anno in cui veniva innalzato il monumento al Cristo Redentore sul Monte Ortobene, descriveva la sua città in questo modo: “ L’interno del paese è di una primitività più che medioevale, con strade strette e mal lastricate, viottoli, casupole di granito con scalette esterne, cortiletti, pergolati, porticine spalancate dalle quali s’intravedono cucine nere e interni poveri ma pittoreschi. Nuoro ha un Corso lastricato, chiese, caffè, ecc., ma ciò che può interessare è l’interno del paese, le casupole di pietra, nido o covo d’un popolo intelligente e frugale, che lavora e vive tutto l’anno di pane d’orzo, che crede in Dio e odia il prossimo per ogni più piccola offesa... “ A Nuoro scrive ancora la Deledda : “….Bizzarri tipi attraversano le vie, oltre i paesani coi loro carri tirati da buoi ed i loro cavalli inseparabili, e le donne dagli occhi egiziani, strette nel ricco e pesante costume o poveramente vestite, con canestri ed anfore sul capo; passano i venditori ambulanti; i Barbaricini con cavalli carichi di patate, canestri d’asfodelo, arnesi di legno; le donne d’Oliena con cestini di frutta; il venditore di sanguisughe, che suona un corno per annunziare il suo passaggio; il pescatore di trote; lo stagnaro che grida richiedendo arnesi vecchi di rame, in cambio di quelli nuovi (una specie di zingaro il cui passaggio, dice il popolo, annunzia un cambiamento di tempo, da buono in cattivo); un uomo con una bisaccia, che fa la questua di frumento e d’orzo per la festa d’un santo; un uomo che suona il tamburo, annunziando un bando del Municipio o il prezzo del vino o d’altra merce presso il tale; ed altri ed altri tipi, e finalmente il poeta cantastorie che riduce in versi sardi i più interessanti avvenimenti italiani e stranieri.” In quegli anni ricchi di grandi fermenti, fra gli altri, iniziava la sua attività Battista Guiso titolare di un bar caffè, situato in posizione centrale, frequentato dalla “ intellighenzia “ nuorese. A lui si deve, tra l’altro, l’invenzione de s’aranzada, il dolce diventato poi icona di Nuoro, che gli valse ovunque premi e riconoscimenti prestigiosi e grazie al quale nel 1905 avrebbe ottenuto il brevetto di sua Maestà la Regina Madre Margherita e la facoltà di fregiare l’insegna del proprio negozio dello stemma della Real Casa.


C U L T U R A

Interno della casa natale di Grazia Deledda

La città contava all’epoca la bellezza di 57 punti luce costituiti da fanali a petrolio che sarebbero diventati 85 sei anni dopo. Ma già si parlava di illuminazione elettrica che sarebbe arrivata solo il 1 maggio 1915, quando “…il Corso Garibaldi, via del Rosario, piazza Santa Maria, via Roma, via Dante, via del Molino, alle ore 20 precise, si erano automaticamente illuminate ….” In città non mancavano le famiglie ricche e agiati possidenti. Nel 1909 donna Antonia Gallisai con 2.599,33 lire, risultò essere la maggiore contribuente di Nuoro, seguita a distanza da Giovanni Pirari Manca con 1.719,85 e Sebastiano Sanna Carroni con 1.567,37, che delineavano così una classifica delle casate più ricche e potenti che sarebbe rimasta invariata fin quasi ai nostri giorni. In quanto al popolo nuorese, è sempre la Deledda che ce ne parla senza riserve: “ …il nuorese non è più selvaggio di qualsiasi altro popolo dimenticato e abbandonato a sé stesso. Ha i difetti e le virtù e le passioni dell’uomo primitivo e le superstizioni che del resto sono patrimonio generale di tutti i popoli….non è ladro per istinto… ruba veramente per fame…uccide per passione…..vive di solo odio e di solo amore… odia il nemico e ama la sua donna…. “ E, infatti, il 1898, come raccontano le cronache del tempo, era stato ” ….. festeggiato con quattro assassinii che terrorizzano la cittadinanza così che vi sono cittadini che da mesi non escono di casa abbandonando i loro affari senza che nessuno si preoccupi di affrontare le vendette dei banditi mentre le autorità assistono impotenti…” L’anno successivo, il 16 maggio 1899, sarebbero state arrestate 373 persone quali “ complici e manutengoli dei latitanti “ nei circondari di Nuoro e Ozieri e il 10 luglio, a Morgogliai nelle campagne di Orgosolo, veniva sterminata la banda dei terribili fratelli Serra Sanna di Nuoro che avevano imperversato per anni nel territorio. Ma il capitano dei carabinieri Giuseppe Patella,descrivendo i nuoresi e gli abitanti del circondario annotava: “… il loro carattere è fiero ed altero e non c'è pericolo di incontrare un accattone, anche se bisognoso all'estremo, piuttosto che stendere la mano, egli ruba; l'indole ha indiscutibilmente buona e sappiatelo prende-

Coll. Gelsomino

re, sappiate toccare la corda sensibile e voi farete di lui l'uomo più ossequioso e più fedele.” In quella Nuoro convivevano dunque odio e amore, fame, ingiustizie, nobiltà, miseria e ricchezza. Era un luogo popolato di fantasmi e dove sopravvivevano vecchi miti, superstizioni, medicina popolare, riti pagani di iscudidores che scacciavano malanni e sortilegi con misteriose formule magiche e berbos. Dove si aggiravano cupe Maria Pettena, Maria Lettola, maghiarjas e animas malas evocate dalle madri ancora negli anni ‘60 del novecento, nell’intento di trattenere i figli dentro le mura domestiche nelle giornate assolate di luglio o nelle sere fredde e grigie d’inverno quando, seduti accanto al focolare, i vecchi raccontavano leggende di tesori nascosti e storie di personaggi misteriosi, di apparizioni fantastiche di surbiles, boes muliaches, ziorcos, mostri di ogni genere. Molte di esse sono giunte sino a noi, insieme ai canti e alle antiche filastrocche, squarci di quella cultura arcaica ancora oggi non del tutto scomparsa e di un mondo spesso rimpianto e vagheggiato come la mitica età dell’oro della piccola comunità della Barbagia. Alcune di queste storie fantastiche sono state registrate da Raffaello Marchi negli anni ’50 come i racconti di Bobore (Salvatore) Bardi che all’epoca aveva trent’anni.

ALMANACCO gallurese 2010/2011 |

111


C U L T U R A Questi le aveva apprese, a sua volta, dallo zio Ghisparru (Gaspare) fratello di suo padre Chicchinu (Francesco) come pure di Peppe (Giuseppe) e di Salvatore detto Bolo, nonno dell’autore di questo articolo che da bambino ha avuto modo di sentirle raccontare più volte. I quattro fratelli, tutti carbonai, erano figli di Angelo, un emigrato toscano che si era stabilito a Nuoro e aveva sposato una donna nuorese.

Essi abitavano nel rione di San Pietro di cui Grazia scriveva “….è il quartiere più selvaggio e più povero di Nuoro; è la manifestazione più vera di Nuoro con tutte le sue miserie morali e materiali……..“ E lì, ancora oggi, come allora, è possibile incontrare persone e luoghi che possono raccontare di quella Nuoro ormai così lontana. ■

SU CONTU ’E ZIU GHISPARRU Custu contu est suzzessu a beru. Fini ghirande dae travallare duor frades e fiti notte ’e luna; unu si naba’ ziu Ghisparru e s’ateru ziu Peppe. Fini colande i’ su pettorru chi dae Marreri ch’essit in Zanna Bentosa, i’ ube b’es’ sa ruche ’e Santu Franziscu. Ziu Peppe s’intendia’ male e arribàu a cuche no nde podia’ prusu cà l’aìa garrigàu sa vrebbe; e si sun’ depios firmare pro pasare e si ristorare. Ziu Ghisparru s’e’ séttiu a costazu suo e s’at alluttu sa pipa, e s’a’ postu su fusile i’ mesu àncas e ziu Pepe fi’ corcàu chi sas ancas i’ mesu ’e caminu, ca fit atturdìu dae sa vrebbe. Baste’ chi ziu Ghisparru at intesu custu sonu ’e cadenas e est abbarràu iscurtande e osserbande a bìere si podiat cumprendere ite fit. Baste’ chi biet custa puppa (ombra) e issu si l’annotat e biet chi custa cosa li fi’ benende sémpere a supra. Ziu Ghisparru si l’at annottàu e zuchia’ sos ocros rùjos e derettu muttit a ziu Peppe, ma issu no rispondiat ca juchia’ sa vrebbe arta. E custa cosa fit sémpere andandechèlisi assupra a ube fin’ issos. Ziu Ghisparru derettu l’aggarrat a ancas a su vrade e nche l’à tirau dae mesu caminu. Custa cosa tando s’es’ parau in dainnantis, si los annottat e dàe borta (si volta) e si ponet a currere a cuccuru josso chin cuddas cadenas a tira e comente fit fughinde bocabat su focu dae pedes, e ch’est isérghiu a sa banda ’e Maria Frunza i’ ube bi sunu sas bìrghines. Ziu Ghisparru muttit su frade e li fachìat: – Pè, Pè, bidu l’asa cussu mostro? – Cale mostro? – Cussu chi t’appo aggarràu a ancas ca ti fi’ falande sos pedes issupra. – No mi nde so’ abbizàu. Ohi si ti conto! Appo bidu custa cosa e fit prur mannu de unu porcu e prur minore de unu bòe, fit comente unu trabu minore e zuchiat sos ocros chi parìan de bràsia e sas cadenas ligadas a pedes e comente fi’ fughinde bocabat su focu dae pedes e pariat unu dimoniu chi su sonu fachìata: custu fit cosa mala.

ha acceso la pipa, e si è messo il fucile in mezzo alle gambe e zio Peppe era disteso con le gambe in mezzo al sentiero, perchè era stordito dalla febbre. Fatto sta che zio Gaspare ha sentito questo rumore di catene ed è rimasto in ascolto ed osservava per vedere se poteva capire di cosa si trattava. E così vede questa sagoma (puppa) e lui la guarda e vede che questa cosa stava continuando ad andargli addosso. Zio Gaspare la fissa e vede che aveva gli occhi rossi e subito chiama zio Peppe, ma questo non rispondeva perchè aveva la febbre alta. E questa cosa continuava a andare proprio addosso a loro. Zio Gaspare subito acchiappa per le gambe il fratello e lo trascina dal sentiero. Questa cosa quindi gli si è parata davanti, se li guarda e torna indietro e si mette a correre verso il basso trascinando le catene e mentre fuggiva sprizzava fuoco dai piedi e si è dileguata in direzione di Maria Frunza (toponimo) dove ci sono le Vergini (equivalente delle Domos de janas a Nuoro). Zio Gaspare chiamava il fratello e gli diceva: - Pè, Pè, l’hai visto quel mostro? - Quale mostro? - Quello che ti ho preso per le gambe perchè stava per calpestari con i piedi. - Non me ne sono accorto. - Ohi se ti racconto! Ho visto questa cosa ed era più grande di un maiale e più piccolo di un bue, era come un torello e aveva gli occhi che sembravano di braci e le catene legate ai piedi e nella fuga gli sprizzava il fuoco dai piedi e sembrava un demonio con il fracasso che faceva: questa era una cosa mala. Zia Luisedda (Luisella), sorella di zio Gaspare che era ancora vivente quando Marchi registrò la storia, avendo sentito il racconto del fratello, diceva che quella anima mala era il “Valente”, il diavolo, perchè lei stessa l’aveva visto altre volte. (traduzione dal nuorese di Salvatore Bardi)

IL RACCONTO DI ZIO GASPARE Questa storia è successa davvero: Due fratelli tornavano dal lavoro ed era una notte di luna .Uno si chiamava zio Gaspare e l’altro zio Peppe.Stavano percorrendo la salita che da Marreri conduce a Janna Bentosa (porta ventosa) , dove c’è la croce di San Francesco. Zio Peppe si sentiva male e una volta arrivato lì non ne poteva più perchè gli era venuta febbre; e si sono dovuti fermare per riposare e ristorarsi. Zio Gaspare si è seduto al suo fianco ed

BIBLIOGRAFIA Deledda G., Tradizioni popolari di Nuoro, ristampa anastatica a cura del Rotary Club Nuoro. Cagliari, 3 T, 1972. Corda E., Storia di Nuoro 1830-1950, Rusconi, Milano, 1987. Zirottu G., Nuoro dal villaggio neolotico alla città del ‘900, Grafiche Editoriali Solinas, Nuoro, 2003. La Sibilla Barbaricina: note etnografiche di Raffello Marchi, direzione scientifica a cura di Clara Gallini, Nuoro, Istituto Superiore Regionale Etnografico, 2006

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

113


OMAGGIO AL RISORGIMENTO ITALIANO

GARIBALDI IN OCCASIONE DEGLI ANNIVERSARI DEI 150 ANNI DELL’IMPRESA DEI MILLE (1860-2010) E DELL’UNITÀ D’ITALIA (1861-2011), L’ALMANACCO GALLURESE DEDICA UNA PARTE DELLA PUBBLICAZIONE ALLA VITA E ALLE IMPRESE DEL GENERALE GIUSEPPE GARIBALDI, SEPOLTO A CAPRERA. Dossier Garibaldi

115


ALMANACCO gallurese

DOSSIER GARIBALDI

Un isola per contemplare l’infinito Garibaldi, come avvenne la scelta di Caprera di Mario Biradi Presidente della sez. regionale dell’istituto di Studi G.Garibaldi

Caprera con il vecchio mulino e il busto di Garibaldi

116 Dossier Garibaldi


“QUI TRATTENUTO A BORDO DELLA SAN GIORGIO PER CATTIVO TEMPO, DA P.TORRES PENSO DI PERCORRERE LA GALLURA OVE PENSO CHE SARÀ FACILE CHE SCELGA UN PUNTO DI STABILIMENTO PER PASSARCI ALCUNI MESI DI INVERNO E FORSE PER ABITARVI DEFINITIVAMENTE SE VI TROVASSI UN LUOGO ADATTO.” Lettera inviata da Garibaldi a Francesco Susini nel 1855 Foto: Soprintendenza per i Beni Architettonici, Paesaggistici, Storici, Artistici ed Etnoantropologici per le province di Sassari e Nuoro

Dossier Garibaldi

117


ALMANACCO gallurese

Il nome di Lui mi faceva trasalire, mi metteva i brividi addosso... DOSSIER GARIBALDI

S

iamo ormai in piena preparazione per ricordare due date importanti della nostra storia nazionale: i 150 anni dell’impresa dei Mille (1860-2010) e quella dell’Unità d’Italia (1861-2011). Sono già all’opera il Comitato Nazionale e quelli regionali e comunali che hanno elaborato progetti e programmi di opere pubbliche, convegni, mostre. Si pubblicano libri, riviste monografiche, scritti da storici, giornalisti, da cultori e collezionisti, dove, assieme a ricerche, approfondimenti sugli avvenimenti che hanno caratterizzato quel periodo, si fanno i bilanci dei risultati che si sono raggiunti oggi sul piano della nostra identità come Nazione e ci interroghiamo se sono ancora validi i valori e gli ideali di quelli che hanno combattuto nelle battaglie risorgimentali, non solo i grandi personaggi, ma quella parte di popolo e in particolare tanti giovani che vi hanno creduto e si sono sacrificati. L’Italia, l’Europa e il mondo, hanno vissuto una fase storica tormentata che ha prodotto profondi cambiamenti, non solo sul piano economico, sociale, ma ancora di più sul piano culturale. Esistono nel nostro paese tendenze fortemente revisioniste, sia al nord come al sud, che non soltanto contestano i fatti storici, ma rifiutano i valori e gli ideali che sono alla base dell’Unità d’Italia, esprimendo sentimenti nostalgici per i vecchi regimi esistenti nella fase preunitaria. Queste posizioni vanno contestate, incoraggiando le ricerche storiche, documentate e serie, anche mitiche, coinvolgendo le scuole e, soprattutto, le giovani generazioni. L’Almanacco Gallurese che dedica una parte della pubblicazione alla vita e alle imprese di un protagonista come Giuseppe Garibaldi, può rappresentare un contributo di questa ricerca, per alcuni aspetti della sua vita, che sono tramandate nelle grandi biografie del generale. Esiste una sterminata bibliografia garibaldina. Una delle più importanti: “Giuseppe Garibaldi e la tradizione garibaldina” dal 1870 al 1970, autore Anthon P. Campanella, (!971- edizione Grand-Sacconex Ginevra), contiene 16.141 titoli. A questa produzione va aggiunta quella prodotta dopo il 1970 e sino ad oggi e si supera i 20 mila titoli. Giacinto Stiarelli, giornalista e critico letterario, autore di una monografia sul mito di Garibaldi, ha scritto: “Come avremo una letteratura dantesca avremo una letteratura garibaldina”. Ho trovato di Stiarelli la minuta autografa di un articolo pubblicato nel giornale “La Folla” del maggio 1901:

118 Dossier Garibaldi

“Come il garibaldinismo mi si sia attaccato addosso io non so più, mi studio di indagare la ragione e più la cagione mi sfugge, più ci ripenso e più la cosa mi sembra strana. Io avevo Garibaldi nel sangue. Il nome di Lui mi faceva trasalire, mi metteva i brividi addosso e non quelli della paura. Le sue gesta che leggevo nei libri e nei giornali o che dicevano i soldati di lui, mi incantavano, mi commuovevano, m’entusiasmavano, mi accedevano un vulcano nell’animo”. Può apparire un giudizio un tantino esagerato, ma in realtà questa passione si è già avverata se teniamo conto dell’immensa produzione mai interrotta di scritti in italiano, ma in tante altre lingue: spagnolo, inglese, francese, americano, ebraico, serbo-croato, in russo in cinese e tante altre nazionalità. Lo storico Romano Ugolini ha scritto un interessante saggio: l’attività politica di Garibaldi nei silenzi di Caprera: “Lo straordinario attaccamento che Garibaldi portava alla sua isola, questo stretto legame avrebbe dovuto attrarre l’attenzione dello storico e del biografo... Attenti a cogliere il significato profondo di quell’attaccamento, ma in verità dobbiamo notare come la bibliografia su Garibaldi a Caprera, costituisca nell’immenso fiume di pubblicazioni dedicate all’eroe, solo un affluente minuscolo”. Esiste però una vasta letteratura, che viene definita minore, fatta di documenti e testimonianze, dei tanti visitatori che si sono recati a Caprera in vari periodi, che hanno scritto articoli, piccole opere, riuscendo a darci un quadro della vita reale che si svolgeva in quella che era diventata una vera e propria comunità riuscendo a cogliere le difficoltà e i problemi ed anche le tensioni ed i pensieri che vivevano nell’animo di una personalità così forte. La gran parte degli storici si sono concentrati ad esaltare le sue qualità militari, altri a presentarlo come una sorta di pirata o di mercenario. Garibaldi non è stato soltanto un generale, un capo guerrigliero, ma anche un esperto marinaio, ma a suo modo anche un politico, un uomo di cultura, attaccato ai problemi del suo tempo, con forti ideali, capace anche di impegnarsi nel lavoro, in particolare come agricoltore, come dimostra quello che ha fatto a Caprera, Uno degli interrogativi che si pongono oggi i visitatori che si recano ala Casa Museo è cosa abbia spinto un personaggio già famoso, nato a Nizza, un luogo a lui caro, dove sono sepolti i suoi genitori, abitarono i suoi figli e tanti amici, a scegliere proprio Caprera come dimora stabile nella vita e nella morte? Perchè fu attratto così appassion-


atamente? Lui marinaio forse immaginava di stare sempre su una grande nave, ma anche colpito dall’originalità e dalla bellezza dell’isola. Lo scrittore Alessandro Dumas, che ha seguito e conosciuto Garibaldi, racconta: “...Che mentre comandava la nave che viaggiava dal Perù al Cile, nell’oceano Pacifico passando davanti all’isoletta di Juan Fernades, la cosiddetta isola di Robison, esclamò: “Robison Crosuè era certamente l’uomo più felice del mondo. Se un giorno avrò diecimila lire comprerò un’isola”. In un convegno di studi svoltosi a Cagliari il prof. Ciufoletti parlando dell’amore per la natura e gli animali, sosteneva che Garibaldi fu colpito dalla bellezza di Caprera, dall’aspetto solare, dalle linee e dalle pretuberanze simili ai seni e al capo di una donna. Nelle sue memorie, quando ottiene il permesso di navigare (il 29 gennaio 1814) descrive la sua nave: “Com’eri bella Costanza su cui dovevo solcare il mediterraneo, quindi il Mar Nero per la prima volta... Gli ampi tuoi fianchi, le snelle tue alberature, le spaziose tue coperte e sino al tuo pettoruto busto di donna, rimarranno impressi sempre nella mia immaginazione”. Sulla scelta di Caprera e sul periodo in cui avvenne, scrissero anche autorevoli studiosi sardi come Enrico Costa, che faceva risalire questa scelta al suo primo esilio a La Maddalena (1849). Anche Pasquale Cugia autore del libro: ”Nuovo itinerario dell���isola di Sardegna”, è stato testimone durante le tappe che il piroscafo Tripoli fece a Cagliari, durante il viaggio che trasportava Garibaldi in esilio a Tunisi, ed ebbe a lamentarsi che i tanti biografi abbiano trascurato di indicare i motivi che indussero

Garibaldi a scegliere per sua dimora Caprera ed anche il periodo in cui operò tale scelta. Due ufficiali medici della Marina, Falconi e Petella, condussero delle ricerche sul campo per documentare come e quando avvenne la scelta di Caprera e quali furono i protagonisti. Importante fu la ricerca fatta durante la visita che fu compiuta nello stazzo chiamato Cuccuruzzu, ospiti del proprietario Pietro Scampuddu, detto Pelosu, che gli fece visitare una sua tenuta a Capo Testa (S.Teresa di Gallura), fu in questa occasione che Garibaldi manifestò il suo desiderio di acquistare una parte dei terreni, ricevendo però un netto rifiuto da parte del proprietario, il quale era all’oscuro dell’identità del generale. Mentre si congedavano è stato Pietro Susini ad informare Pelosu che il suo ospite era Garibaldi. Il proprietario corse a trattenerlo dicendogli che era disposto a cedergli il terreno gratuitamente. Pietro aveva già precedentemente dissuaso Garibaldi a sistemarsi in quella zona, in quanto non era molto sicura e a consigliarlo, una volta rientrato a La Maddalena, di orientarsi sulla più sicura Caprera. La sua volontà la espresse in una lettera inviata a Francesco Susini (1855), mentre Garibaldi navigava a Porto Vecchio (Corsica): “Qui trattenuto a bordo della San Giorgio per cattivo tempo, da P.Torres penso di percorrere la Gallura ove penso che sarà facile che scelga un punto di stabilimento per passarci alcuni mesi di inverno e forse per abitarvi definitivamente se vi trovassi un luogo adatto. Un consiglio vostro e di Pietro, circa il punto da prescegliermi per lo stabilimento mi sarebbe caro lo essere vicino a Voi sarebbe una delle consolazioni mie predilette”.

Dossier Garibaldi

119


ALMANACCO gallurese

Garibaldi ama la natura, la terra, le piante, gli animali... DOSSIER GARIBALDI

Luigi Enaudi, primo Presidente della Repubblica, incontra Clelia Garibaldi a caprera

I Susini sono certamente quelli che hanno avuto i rapporti più stretti col Generale. Il primo Antonio, uno dei suoi ufficiali che combattè in America Latina, e sostituì Garibaldi dopo il suo rientro in Italia nel ’48, come Comandante della Legione Italiana a Montevideo che lui chiamava familiarmente “Il mio grande sardo” il secondo Pompeo, giovanissimo fuggì da casa a 16 anni per raggiungere la Sicilia nel 1860 e fu ferito nella battaglia di Milazzo. Pietro diventò il suo amico e uomo di fiducia, il quale ebbe un ruolo decisivo nella scelta di Caprera e gli affidò l’incarico di seguire tutti gli adempimenti per acquistare i primi appezzamenti dei terreni. Un altro Susini, Nicola, fratello di Francesco, ricopriva la carica di sindaco. La bellissima lettera che Garibaldi scrisse dopo la sua partenza da La Maddalena (1849) fu proprio indirizzata a Nicolao. L’acquisto dei terreni fu reso possibile dal lascito ereditato dal fratello felice morto poco tempo prima. I primi anni a Caprera furono di duro lavoro, non solo per costruire la casa, ma anche per avviare la trasformazione delle terre: Garibaldi dovette dissodare i campi, piantare vigne, frutteti ed uliveti, coltivare il grano e l’orto, allevare bovini, le capre e le pecore, sistemare sistemi di irrigazione, canali, pozzi, fogne, fontane, abbeveratoi. Si procurò gli strumenti e i macchinari, costruì il mulino a vento, il frantoio, si aggiornò sui libri e sulle riviste di agronomia. L’ing. Canevazzi, in un suo interessante scritto su Caprera descrive lo stato dell’isola, ed evidenzia: “difficoltà di suolo, di clima, di mancanza di fabbricati, di conci-

120 Dossier Garibaldi

mi, di terreno da coltivare... non bisogna soltanto migliorare, ma occorre conquistare, trasformare, creare”. I cronisti dell’epoca descrivono l’isola, pressoché sconosciuta, come impervia, rocciosa, funestata dai venti:”Una sorta di scoglio solitario, austero nell’aspetto, quanto arido in natura”. Solo un uomo dotato di una volontà di ferro e di una passione sconfinata, poteva creare, come fece Garibaldi, un’azienda agricola e di allevamento, che gli consentirà non solo l’autosufficienza alimentare, ma anche un certo reddito. Garibaldi ama la natura, la terra, le piante, gli animali. Tiene un suo quaderno d’appunti e un diario agricolo. Manifesta i suoi sentimenti e la sua gioia annotando i giorni e i mesi in cui cominciano a maturare i fichi, l’uva, o quando assiste alla nascita di un vitello. Nel diario accompagna le note del giorno o del mese, citando alcune delle imprese più importanti, il combattimento di S.Antonio del 1846, l’11 maggio del 1860, lo sbarco di Marsala. La scultrice tedesca Elisabeth Ney, si reca nell’isola con l’intenzione di fare una scultura a Garibadi. L’artista tiene un diario personale che pubblica a puntate nel “Giornale Illustrato” del 1865. Le note, e le interviste, sono di grande interesse, perchè offrono uno spaccato della realtà della vita che si conduce a Caprera: “Chiede ad uno dei segretari di Garibaldi: in quanti siete a Caprera? R. Per solito dai 40 ai 45 operai e 15 tra famiglia e gli ospiti. D. Avete anche delle vacche? R. Ne abbiamo 140, 280 capre, 100 pecore. Ci forniscono la carne, il latte e la lana. Sapete bene che Garibaldi non è ricco! D. Le persone che stanno con lui hanno una occupazione? R. Fissa no! Ma tutti fanno qualcosa. Alcuni si occupano dei lavori di campagna,altri dei cavali, altri della caccia, della pesca, taluno fa il fabbro, altri i falegnami, i più giovani si addestrano al tiro a segno e alla scherma”. L’artista si reca ad intervistare Garibaldi mentre è intento a potare una pianta: D. Sono venuta a trovarvi nel campo per assicurarmi da per me che vi conviene il nome di Cincinnato. R. Paralleli trovati nell’adulazione, preferisco però questo nome a quello di Cola di Rienzo e di Masaniello, che mi furono ingiustamente sussurrati. Quinzio Cincinnato, laborioso, disinteressato, guerriero, politivo amante della patria e di carattere indeclinabile, è un modello degno di imitazione. Gli altri due... sul principio si, ma quando si videro rendere dai loro fratelli onori principeschi, la loro anima debole se ne insuperbì e com-


inciarono a credersi superiori Ma Garibaldi possedeva al popolo donde uscivano, un’altra qualità abbassmarrirono la testa e diventanza rara: l’onestà e il nero anch’essi tiranni alla disinteresse. Nel 1874 il loro maniera. Chi rinnega i Presidente del Consiglio principi da cui è sorto a poco presentò un progetto per a poco diventa un truffatore! accordare una sorta di Del resto di Cincinnato ve n’è vitalizio. Garibaldi rifiuben pochi e degli Washington ta il “dono nazionale” ancora meno. Cincinnato è malgrado il 1874 è stato stato più fortunato di me un anno difficile sul pitrovò un terreno meno inano economico. Vi sono grato del mio”. due testimonianze al La lunga citazione esriguardo. prime, più di tanti dis“In questi giorni in cui i vari corsi, quali siano stati i giornali hanno per argovalori morali che hanno mento la mia povertà... io giorientato tutta la conammai fui povero perchè dotta della sua vita. seppi sempre conformarmi Caprera non era soltanto alla mia condizione. Se aluna fattoria, ma il centro cuni membri della mia di una fitta rete di rapfamiglia non avessero diporti e livello nazionale, menticato tale massima, la europeo, mondiale. Non mia povertà non sarebbe desi svolgeva soltanto l’atcantata, oggi avrei vissuto tività agricola, ma i temcome sempre una vita pi della giornata e del mediocre e non povera”. trascorrere della vita eraE una lettera di Enrico Lettera di Garibaldi al Principe di Bismark no scanditi anche dal temAlbanese (manoscritta po riservato alla lettura e alle risposte delle tante lettere che fa parte del fondo Albanese posseduti da Leandro ricevute, agli studi, agli incontri con gli intellettuali, gli Mais importante culture e collezionista garibaldino) anuomini politici, gli artisti, i popolani, i dirigenti di so- che egli medico garibaldino, spedita alla moglie da cietà operaie. In questa piccola isola si prepararono le più Caprera il 21 luglio 1874: “Sono in Caprera dopo 7 anni di importanti imprese della nostra storia nazionale:nel 1859 assenza, tutto è silenzio. Il sole mette fuori il naso del Garibaldi combattè nella guerra per l’Indipendenza come Teggialone (Teialone), mentre io metto piede nell’isola abgenerale dei Cacciatori delle Alpi al servizio del Re di bandonata e deserta. Oh!come tutto è mutato, quei piccoli campi Sardegna; nel 1860 con l’impresa dei Milla partì alla con- preparati con tanti stenti e con tanto amore 10 anni addietro, quista del Regno delle due Sicilie; nel 1862 nel tentati- ora sono nuovamente pieni di erbe selvatiche, più si va avanvo di raggiungere Roma, rimase ferito gravemente dal ti e più a campagna è deserta . Incontro una vecchia cavalla fuoco piemontese nello scontro di Aspromonte; nel 1866 magra, è la Marsala poi due, tre, quattro, otto vacche mafu protagonista della battaglia di Bezzecca; nel 1867 com- grissime”. pì l’avventurosa fuga da Caprera per raggiungere Entra nella stanza dove c’è Garibaldi, il quale gli dice: Roma e combattere nella battaglia di Monte Rotondo e, “Vi ho fatto chiamare per la signora”. La signora è infine, nel 1870-71 si recò in Francia per combattere a fi- Francesca Armosino la balia di Teresita. Essa è li coricata, anco dei francesi nella guerra contro i prussiani. al lato del Generale e con essa ci sono i due bambini Clelia In tutta la sua vita prestò grande attenzione alle ques- e Manlio. tioni internazionali: fu tra i fondatori assieme ad un grup- Questa descrizione è in verità un pò curiosa. Quella po di personalità europee, della Lega Internazionale del- chiamata Signora coricata al suo fianco è la madre dei la Pace e della Libertà e sostiene l’idea di una Europa De- due bambini che ha avuto con Garibaldi, che poi mocratica e Unita. sposerà nel 1880.

Dossier Garibaldi

121


ALMANACCO gallurese

Né i monumenti di Roma hanno la santità degli scogli di Caprera... DOSSIER GARIBALDI

Assolto il suo compito di la terra della sua Itaca che medico esce nel piazzale non baciò il nostro Manlio il ed incontra Basso l’ufficiale molo dell’isoletta sua natia, garibaldino che assolve al ch’egli aveva abbandonato compito di segretario. fanciullo e che rivedeva “Basso è diventato vecchio, ha dopo tanti anni. Ambi pitutta la barba bianca mi viene angevano, Manlio e la sua incontro e subito mi dice: hai Elisa, alla sua desiderta, beveduto esa per Lei, hai veduandosi nell’aroma dei suoi to l’isola? Tutto è abbandocespugli, non giganteschi nato, è una fortuna che ci trocertamente, ma balsamici. vi vivi. Siamo tornati agli anTali sono i ginepri, i mirti, il tichi tempi. Non ci sono più lentischio, il timo, il rossoldi, siamo senza provviste, marino e tante altre fragranti nessuno ci manda più nulla!... piante che adornavano Menotti, Ricciotti e Canzio codesta figlia dei vulcani”. hanno tutto consumato, anco Nel primo centenario della l’onore di questo povero vecnascita di Garibaldi, quanchio. Ricciotti ha debiti per un do fu eretta alla Madmilione. Menotti ha cambiali ddalena una colonna comper 400.000 franchi e Canzio, memorativa, il poeta che aveva un deposito di nuorese Sebastiano Satta, 150.000 lire che erano la sola pronunciò un elevato disricchezza del Generale. Nelcorso riportando una delle l’isola non si coltiva più. ultime volontà dell’Eroe, Siamo qui soli. Caprera è quasi gridata: “ A Caprera, Lettera di Garibaldi a mamma Rosa ipotecata ad un inglese per a Caprera, a Caprera! Se 300.000 lire per coprire certi morrò lontano portatemi a debiti di Menotti, domani possono venire a cacciarci via! Povero Caprera e vestitemi di rosso e sul rogo alto fatto di acagenerale, ora si che sei veramente povero, c’erano i tuoi figli cie, che ardono odorose come l’ulivo, là non cremate ma che ti hanno immiserito!”. bruciate il mio corpo con la faccia rivolta al sole, al sofE’ una descrizione della realtà drammatica che induce fio dei celi come Pompeo!” a riflettere su quanto è stato scritto su Caprera. E’ uno Satta aggiunse: “Né i monumenti di Roma grande hanspaccato inedito ed impressionante della dura realtà che no la santità degli scogli di Caprera dove è l’orma del piede Garibaldi dovette affrontare, come uomo e come padre. di Lui”. Una sfida ben diversa da quelle affrontare sui campi di C’è da sperare, come maddalenini, come sardi, come italbattaglia. iani che le autorità e i nostri governanti nel revocare i 150 Negli ultimi anni vissuti a Caprera, malgrado le difficoltà anni dell’Impresa dei Mille e dell’Unità d’Italia, sappiano economiche e i malanni fisici che lo tormentavano, non ri- raccogliere il monito del grande poeta sardo nel presernunciò né ai suoi familiari né a mantenere i rapporti con vare non solo gli scogli e le bellezze naturali di Caprera, il mondo esterno e neppure ad allentare il suo attaccamento ma di valorizzare il grande patrimonio storico-culturale a Caprera. Le dedica versi appassionati , e accenti poeti- rappresentato dalla casa e dalla fattoria di Garibaldi, ma ci come nel suo ultimo romanzo Manlio, dove il protag- di tutte le strutture di grande pregio esistenti nell’isola: il onista dopo i lunghi viaggi attorno al mondo rientra nel- Forte Arbuticci, il centro Equituristico Cavalla Marsala, il la sua Caprera:”I greci di Zenofonte, reduci dal centro del- Centro di Educazione Ambientale nel largo di Stagnali, le l’Asia, non salutavano con più entusiasmo il mare che non fortificazioni di Punta Rossa, di Poggio Reso, di Candeo, speravano di rivedere, e Ulisse, non con più fervore, baciò siti come Porto Palma. ■

122 Dossier Garibaldi


Quanto riportato in questo testo è tratto direttamente dal libro di Luca Goldoni, Garibaldi l’amante dei Due Mondi, BUR, Saggi, Rizzoli, Milano, prima edizione 2003. Sull’argomento sono state tenute conferenze: la prima l’8 marzo 2009, nella sala dei convegni del Museo “MUSA”, in occasione della festa della donna; la seconda il 28 gennaio 2010, all’Università della Terza Età a Portoferraio,isola d’Elba, nella ex sede del Liceo Classico. Il tema è raccolto in queste pagine.

Garibaldi e le donne di Wally Paris

Foto: Soprintendenza per i Beni Architettonici, Paesaggistici, Storici, Artistici ed Etnoantropologici per le province di Sassari e Nuoro

L

a vita amorosa di Giuseppe Garibaldi è abitualmente considerata simile a quella di “Don Giovanni”: figura teatrale immaginaria inventata da uno spagnolo, il quale lo rese famoso per non aver mai registrato un insuccesso con le donne. Altro riferimento all’Eroe dei Due Mondi è Casanova: sublime amatore del Settecento, seduttore straordinario e raffinato adoratore del fascino femminile. Se nel primo caso è scontata la fantasiosa corrispondenza virtuale, nel secondo si precisa come Garibaldi non possedesse, come quello, né la galanteria del celebre rubacuori veneziano, né il compiacimento per le frequentazioni dei salotti alla moda, né le maniere istrioniche nelle conquiste muliebri. A giudizio dello scrittore Luca Goldoni, egli era invece un “orso, ruvido, maldestro e genuino fino allo sgarbo”, come lo definisce nel volume: L’amante dei Due Mondi.

Clelia Garibaldi con cappello piumato Giovan Battista Berra

Dossier Garibaldi

123


ALMANACCO gallurese

DOSSIER GARIBALDI

La disperazione della contessa fu tale da minacciare tre suicidi...

È molto esaltante ricordare il rapporto di Garibaldi con il gentil sesso; ovunque andasse, infatti, ingenerava nelle donne un’attrazione irresistibile. Le donne lo adoravano e lo ritenevano unico, vuoi per la semplicità del vivere, vuoi per gli ideali sottesi al riscatto dei deboli e dei popoli. A ciò si aggiunga il suo fisico prestante, la cura attenta per la sua persona, l’autenticità di sentimenti, oltre alla stima profonda verso il sesso debole. La sua ammirazione per le donne non era subordinata tanto alla loro avvenenza, quanto alla personalità, all’intraprendenza e al coraggio dimostrato dalle stesse nelle diverse situazioni del mondo. Ciò avveniva in un periodo nel quale la maggior virtù delle donne era la sottomissione ai maschi e al numero di figli che sapevano mettere al mondo.

Le mille

Prima di rammentare le donne che lasciarono un segno notevole nella vita di Garibaldi, un cenno meritano anche coloro che passarono come meteore nel suo tempestoso impegno di condottiero, senza implicare su di lui complicazioni sentimentali. Quando con i Mille entrò in Calatafini, le donne gli corsero incontro e vedendolo si abbandonarono a forme di isteria gridandogli: “Beddu, beddu e pure santo” perché - commenta Luca Goldoni - lo ritennero Sinibaldo, padre di S. Rosalia, risorto per liberare la Sicilia da secoli di angherie e miseria. A Verona una madre voleva che battezzasse il suo neonato, ed egli, senza scomporsi, lo battezzò affinché divenisse un apostolo del vero, fosse forte nel combattere i tiranni e si adoperasse per i suoi simili, oltre ad essere degno del nome di Chiassi, colonnello patriota, caduto valorosamente in battaglia. Nel 1834, dopo il fallito tentativo mazziniano di sollevare la masse a Genova, una verduraia lo soccorse mentre fuggiva fra le viuzze della città. Essa lo vestì con gli abiti del marito morto, che aveva avuto la sua stessa taglia, e gli permise così di mettersi in salvo. Le dame londinesi lo circondarono adoranti, gli aprirono le loro case sontuose, organizzarono pomeriggi di beneficenza e cucirono le famose camicie rosse, sotto gli occhi perplessi dei loro mariti. Altre mantennero con lui rapporti epistolari, ove le adulazioni abbondavano, e si prodigavano a dargli consigli e sentirsi muse ispiratrici di un uomo fuori del comune. Gorge Sand, celebre scrittrice, amica di Chopin e di De Musset, lo giudicò unico e avvolto in una sorta di mistero che induceva a me-

124 Dossier Garibaldi

ditare. Per lei il mistero dell’Eroe era nel connubio tra essere dio della guerra e buon samaritano. Virginia Moro, una sconosciuta stregata dal fascino del nostro, gli scrisse una lettera di lodi e desiderio di conoscerlo; nel chiudere la lettera non tralasciò quello che maggiormente le premeva al cuore: “Oh! Se potessi stringerla al mio seno”. L’infatuazione talvolta assunse aspetti più rilevanti come nel caso della contessa Maria Martini della Torre, che abbandonò il marito e si mise in contrasto con tutta la sua famiglia per aggiungersi ai volontari partiti per la Sicilia. Colà, abbigliata all’ussera, sguainava la spada e combatteva con coraggio indomito, non solo, ma prese possesso di una posizione abbandonata dai Borboni; l’impeto della condottiera creò qualche problema a Garibaldi favorevole ad un suo rientro in famiglia. La disperazione della contessa fu tale da minacciare tre suicidi, fortunatamente solo intenzionali; il Generale cercò di riportarla alla ragionevolezza, difficile per lei da accettare poiché, pur vivendo a lungo, trascorse molti anni circondata da panni rossi, nell’infatuazione delle mitiche camice del suo Eroe. Louise Colet, consacrata da Victor Hugo grande poetessa, coraggiosa e spregiudicata, partì da Parigi per incontrare il Generale a Napoli, gli dedicò inoltre un’ode e non lo abbandonò neppure nei momenti più difficili. Lo seguì infatti a Caprera, dove fu da lui curata per la tisi che la consumava. La ricchissima Anne Isabelle, moglie del poeta Lord Byron, si prodigò per inviargli molto denaro per la spedizione dei Mille e la gentildonna Mrs. Deidery lasciò l’Inghilterra per occuparsi dell’educazione dei suoi figli nella fattoria di Caprera. Le estasi emblematiche di Mrs Mary Selly, moglie del deputato inglese Charles, che l’aveva ospitato nella propria villa nell’isola di Wight, lasciano intendere quanto sentito fosse il feticismo per tutto ciò appartenesse a Garibaldi. In una lettera la donna gli chiese il dono del fazzoletto dimenticato sul cuscino dove aveva dormito, al fine da conservarlo come una reliquia. Nel novero del feticismo si annovera altresì l’acqua insaponata raccolta in bottiglie dalle cameriere nei palazzi d’Inghilterra, ove era stato ospite, per donarla ai suoi adoratori.

Anita

La considerazione di Garibaldi per il sesso “debole” non fu un concetto ideale, ma frutto degli incontri avuti con donne colte, raffinate, analfabete e di modestissima ori-


La considerazione di Garibaldi per il sesso “debole” non fu un concetto ideale, ma frutto degli incontri avuti con donne colte, raffinate, analfabete e di modestissima origine. Una di queste fu la popolana diciottenne chiamata Anita.

gine. Una di queste fu la popolana diciottenne chiamata Anita, già maritata con un uomo mai ritornato dalla guerra, la quale, stregata dal celebre straniero dai modi gentili e dal bell’aspetto, non esitò a seguirlo sui campi di battaglia. In realtà non si concesse subito, ma le circostanze della vita favorirono la loro storia di passione, tanto da indurre Anita a raccogliere le sue misere cose e unirsi a lui senza alcun rimpianto. Questa giovane divenne un esempio straordinario di capacità eccezionali nell’affrontare tanto le battaglie, quanto altre difficoltà di ogni genere sfatando il pregiudizio d’essere debole, fragile e bisognevole della protezione delle virtù maschili. Se la loro prima notte d’amore si consumò come in un film di ardente erotismo, il giorno seguente lei fu presentata all’equipaggio della nave, dove l’Eroe era il comandante, e fece comprendere subito ai marinai il suo temperamento indomito di amazzone: non tardò , infatti, ad impugnare un fucile con disinvoltura, a puntare un cannone, a curare le ferite e assistere i moribondi. Per comprendere tale sua attitudine si richiama il combattimento presso Rio Marombos, allorché un’imboscata sorprese Garibaldi, disperse i suoi nella foresta e Anita fu catturata dal nemico. Fu un’avventura drammatica per tutti e in particolare per questa donna che andò a cercare tra i morti sul campo il suo uomo e, non trovandolo, immaginò la sua fortunosa fuga. Nella tenda, dove era stata messa prigioniera, attese la fine dell’eccitazione dei soldati per la vittoria, approfittò del loro stordimento per l’abbondanza dell’alcol trangugiato e della loro stanchezza per sgusciare dalla tenda, raggiunge la boscaglia e fuggì senza una meta precisa. La fortuna la favorì e, dopo un disperato vagabondare, trovò un capanno abbandonato e un baio sellato senza cavaliere: fu quella un’occasione unica per la salvezza. Era in attesa di un figlio, ma la gravidanza non la preoccupava, viveva da fuggiasca mangiando radici e dormendo ove poteva, mai scoraggiata di rivedere il suo Josè. Alla fine l’abbraccio dell’uomo da lei tanto amato fu la ricompensa per il suo avventuroso travaglio. Altro episodio sconcertante avvenne nel villaggio di Sao Luis de Mostardes dove fu costretta ad abbandonare la

Ritratto di Anita Garibaldi

casa con Menotti, il primo dei figli, mentre il Generale era lontano. In piena notte un feroce bandito aveva fatto irruzione nel loro piccolo appartamento, così col bambino in braccio, Anita fuggì con l’immancabile prontezza che la sosteneva nelle situazioni difficili. Sapeva fronteggiare il pericolo e quando si ritrovarono, lui rifletté suoi rischi continui che lei correva a causa sua. Così il dono di novecento buoi per i servigi offerti a Bento Gonzales indusse Garibaldi in quel momento a mutare vita e garantire un’esistenza più tranquilla ad Anita e al figlio. Marciare in testa ad un esercito era per lui più congeniale che gestire una decina di mandriani con novecento buoi verso Montevideo; né l’Eroe né Anita riuscirono a difendersi dai giochi truffaldini dei predetti, che li defraudarono della maggior parte del bestiame. Per giu-

Dossier Garibaldi

125


ALMANACCO gallurese

DOSSIER GARIBALDI

Il matrimonio era indispensabile per acquistare rispettabilità...

stificare le perdite, i furbastri inventarono scuse senza fondamento che il Generale, ardito in battaglia, non seppe controbattere e si rivelò scarsamente dotato per il trasporto delle mandrie; altrettanto sprovveduta fu la sua coraggiosa donna. Negli affari rimise del proprio con un’ingenuità inqualificabile e Anita non fu meno inetta nell’arte del commercio. Con i trecento buoi rimasti, acquistarono a Montevideo un locale per vivere in tranquillità dopo tante peripezie. Colà la fama dell’Eroe era stata talmente irrompente da essere conteso nei migliori salotti della città, adorato dalle donne e circondato da un entusiasmo che ingenerò una gelosia morbosa in Anita. Essa non celava l’insofferenza per le seduzioni sfacciate delle signore della classe benestante non disgiunta dalla rabbia d’essere inoltre in attesa del secondo figlio, senza essere ancora sua moglie. Il matrimonio era indispensabile per acquistare rispettabilità nella società conservatrice del tempo con l’ufficialità della loro unione, la quale era giudicata discutibile nel mondo prestigioso che contendeva in continui ricevimenti l’irresistibile Garibaldi. L’episodio dell’improrogabile matrimonio ebbe risvolti particolari, innanzi tutto per le bugie dette con grande sofferenza dal Generale, onde assecondare il desiderio di lei di regolarizzare il loro rapporto di convivenza. In effetti del marito non sapevano nulla, ma per un matrimonio in regola bisognava ammettere la morte di questi e trovare persone disposte ad asserire quel tanto necessario per ottenere un attestato di piena validità. Fu pertanto inventato un castello di menzione che resse fino alla fine. Garibaldi giurò, suo malgrado, di aver veduto il marito di Anita morto, nonché d’aver portato fiori sulla sua tomba e lei trovò una vecchietta disposta a dichiararsi sua madre. Inoltre il giovane celebrante, emozionato per la presenza dell’Eroe, non dubitò alcun raggiro per il loro matrimonio, pertanto tutto andò liscio secondo il programma. Solo Garibaldi non si perdonò d’aver mentito per amore e d’aver avuto un prete che li dichiarasse marito e moglie; Tutto ciò accadeva proprio a lui scarsamente compiacente verso l’istituzione religiosa. Nel libro sull’Eroe, Luca Goldoni insiste sulla pena di “un mangiapreti” costretto a sposarsi in chiesa” con una donna “che forse aveva ancora un marito, ma, - aggiunge - una volta tornati a casa con Menotti fra le braccia, Anita ebbe la certezza di aver fatto la cosa giusta. Quell’uomo era tutto ciò che contava nella sua vita: perché rinunciare

126 Dossier Garibaldi

a farne un compagno legittimo?”- La loro unione non fu soltanto frutto di un’attrazione fatale, ma l’incontro di medesimi modelli di esistenza e di eventi della Storia che indussero a un rientro in Europa. Si chiuse così il capitolo dell’America latina e fu predisposto il viaggio a Nizza del nostro Eroe, con sessanta veterani della legione italiana di Montevideo. Venuto a conoscenza delle iniziative di Carlo Alberto contro l’Austria, egli voleva offrire il proprio contributo, benché i piemontesi non lo tenessero in considerazione. Egli riusciva comunque a ritagliarsi spazi sufficienti per operare con i suoi volontari; in generale quella guerra fu disastrosa: Radestsky vinse a Custoza e Carlo Alberto, sconfitto, dovette ritirarsi senza onore. Solo Garibaldi non si arrese e mosse verso Roma nella speranza dar vita alla “repubblica romana”, ma la situazione lo costrinse alla ritirata verso le paludi della Romagna. Nonostante fosse in attesa del quinto figlio, Anita, malata e destinata a morirgli fra le bracca, l’aveva voluto raggiungere in quelle paludi. Una fine prevedibile per una donna che non si era risparmiata mai e neppure le continue gravidanze l’avevano tenuta lontana dal destino del suo uomo pronto a rischiare ogni giorno la vita per egli ideali. Una riflessione su questa donna eccezionale è riproposta da Luca Goldoni: “Se Garibaldi, femminista ante litteram, affermava che le donne erano uguali agli uomini per diritti e doveri, perché sminuire il fatto che Anita metteva in pratica tale principio vivendo e combattendo come un uomo? Ci sembra più giusto ammettere che si può essere analfabeti, ma di mente aperta, e che Anita fu contagiata anche dal virus del suo compagno: cioè dagli ideali semplici e nobili per cui si batteva”. Fu una eroina pienamente riconosciuta, una figura femminile che seppe battersi senza riserve per una fede civile legata al riscatto dei deboli e per la dignità dei popoli accanto a lui. Il suo coraggio e la determinazione si riscontra ancora in molte donne impegnate oggi nella difesa delle masse incapaci di riscattarsi da prevaricazioni e miserie nel XXI secolo.

Emma Roberts

Dopo la morte di Anita, Garibaldi non trovò alcun rifugio in Italia, comprese d’essere tanto scomodo da programmare il proprio futuro riprendendo la via del mare. Egli aveva dimostrato doti non comuni come generale in qualsiasi esercito, comunque le sue qualità magi-


Nei salotti importanti di Londra, Garibaldi ebbe modo di conoscere la nobildonna Emma Roberts, vedova ricca, non più giovanissima e molto corteggiata: alta, raffinata e colta aveva un volto interessante, espressivo e luminoso. strali erano quelle di marinaio per i numerosi libri di matematica e di astronomia studiati, oltre per le capacità di comando che non gli mancarono mai. A Genova risultava iscritto da diversi anni nel registro dei naviganti, per cui riprese a solcare gli oceani, passando da un brigantino all’altro, finché non sbarcò a New York, dove aveva diversi amici. Colà ebbe la fortuna di ricevere, da un ricco italiano di Boston, l’incarico di portare a Londra del materiale con il clipper “Commonwealth”. Fu per lui un’ottima occasione per ritornare in Europa e rivedere la città ove i rivoluzionari in esilio, provenienti da tutta Europa, si rifugiavano. Nell’ambiente londinese si immerse nella politica e non mancò l’incontro con Mazzini. Garibaldi nutriva scarsa simpatia per intellettuale genovese esule a Londra, in quanto lo giudicava velleitario, dogmatico e lontano dalla realtà di un paese come il nostro. Lo trovava irrigidito nel tramutare lo “stivale” in una repubblica: un sogno a quel tempo irrealizzabile per l’inerzia dei più, la diffusa ignoranza e l’incapacità delle masse di liberarsi da essere sudditi passivi e rassegnati. Per il Generale si doveva liberare il Paese dagli staterelli, avvinghiati al campanile e dominati da minisovrani, per farne una nazione bisognava ricorrere a figure come Camillo Benso conte di Cavour. L’Eroe non era un sognatore, ma un realista a contatto con il popolo diseredato e privo di una visione avanzata per il nostro Paese, come quella della Repubblica. Nei salotti importanti di Londra, Garibaldi ebbe modo di conoscere la nobildonna Emma Roberts, vedova ricca, non più giovanissima e molto corteggiata per il suo fascino: alta, raffinata e colta aveva un volto interessante, espressivo e luminoso, oltre a vestire secondo i canoni dell’alta moda francese. Egli ebbe modo d’entrare nel suo castello: una sfarzosa dimora ove si incontravano intellettuali, politici in esilio, baronetti spiantati, dame eccentriche e suffragette vivacissime. La dimora aristocratica della Roberts era rinomata per i banchetti regali e Garibaldi, abituato ai cibi rustici sudamericani, di fronte a tanta lecornie provò alcune incertezze, non sentendosi completamente a suo agio. Tuttavia si riprese con

Ritratto di Rosa Garibaldi

argomentazioni di politica e di musica; si distinse con le sue esperienze di velieri, di battaglie in Argentina e in Brasile, oltre al racconto del fallimento della Repubblica romana. Emma lo assecondò e gli chiese se desiderasse ascoltare qualche brano in particolare; senza esitazione egli esclamò: “Oh, vi prego, fate eseguire il concerto in re maggiore 537 di Mendelssohn.” Il pezzo era noto - precisa Luca Goldoni nel citato libro - per l’esecuzione dello stesso musicista sul grande organo nella sala delle feste di Buchingam Palace, di cui tutta Londra parlava. Quella sera, nel congedarsi dalla nobildonna, l’Eroe manifestò il turbamento che lei gli aveva provocato e i biografi lasciano intendere come l’incontro avesse un se-

Dossier Garibaldi

127


ALMANACCO gallurese

DOSSIER GARIBALDI

La piccola isola dell’arcipelago maddalenino era ricca di solitudine...

guito, facile da immaginare in considerazione al temperamento ardente di questi e alla disposizione favorevole di Emma per un uomo fuori del comune. Luca Goldoni aggiunge: “Ed Emma, lungamente inappagata dai dandy e dai minuetti del suo mondo, incontrò l’oggetto dei suoi sogni romantici: l’eroe dalle maniere ruvide, dalle voglie immediate, dalla scoperta sincerità. E’ certo che la Roberts imparò a essergli compagna affettuosa, prese a cuore i suoi problemi familiari, organizzò una colletta per far fronte a tutte le spese che doveva sostenere a Caprera, fu sempre prodiga di consigli sensati.” Per Garibaldi l’ingresso nel lussuoso mondo londinese dovette costargli molto, gli era difficile assumere con disinvoltura la rigida etichetta di palazzo, non era entusiasta dei pranzi di gala, né felice d’essere circondato da camerieri in livrea, né sollecito a baciamani, minuetti e conversazioni sul tempo che fa. Si adeguò quanto poté a quella vita impostata sulla forma, senza abbandonare comunque la celebre blusa, il foulard rosso, gli stivaloni di cuoio, le frasi istintive e le gaffes. Sopportò i diversi cerimoniali per qualche settimana e alla fine propose a Emma di programmare una vacanza in Sardegna in particolare nel territorio nord-settentrionale della Gallura. L’invito fu ben accolto e la scelta cadde su una villetta circondata di biancospino, di ginepri, di olivi e altre essenze della macchia mediterranea che entusiasmarono l’aristocratica, la quale si fece raggiungere dall’amica Jessie White. Era quest’ultima un’intellettuale e giornalista arguta che avrebbe sposato il patriota mazziniano Alberto Mario e dedicato a Garibaldi un libro importante. Entrambe le inglesi commentavano la sobrietà dei costumi del Generale, che si alzava all’alba e andava a dormire con le galline, era frugale in tutto, non possedeva il gusto dell’umorismo e aveva una certa permalosità: stuzzicarlo era per loro quindi facile. Emma gli era molto affezionata e lo circondava di attenzioni, lo sosteneva in politica e lo consigliava sui progetti che egli maturava di intraprendere. Fu la prima corteggiatrice a recarsi a Caprera e a scoprire le sue qualità di agricoltore e di pastore capace di riconoscere una per una le sue pecore, nonché di cacciatore e di pescatore. Fece la conoscenza di Battistina, la servotta nizzarda sgraziata e ostile a qualsiasi donna mettesse piede a Caprera; scarsa accoglienza ricevette altresì dalle oche di Garibaldi che starnazzavano e la inseguirono minacciose lungo l’aia. Lo stupore di Emma divertita fu tale da chie-

128 Dossier Garibaldi

dere all’Eroe di venderle due per portarle a Londra e sostituirle con i due mastini da guardia che aveva. Le differenze abissali del loro modo di vivere non impedì una reciproca attrazione e un sentimento profondo, al punto da indurre Garibaldi a chiederle di sposarlo. La nobildonna rinviò questa decisione in un fidanzamento vissuto da lei a Londra e da lui a Caprera, con brevi incontri e una conclusione inevitabile, dettata dall’evidenza di non poter rinunciare ciascuno alle proprie abitudini. Luca Goldoni descrive così tale decisione presa a Londra: “Dopo l’ennesimo baciamano, in un attimo di tregua, Garibaldi sussurrò all’orecchio della fidanzata: “No, non posso farcela, non mi ridurrò mai a una mummia come i vostri amici, fasciati di bende d’alta sartoria. E capisco che neppur voi, mia nobile dama, potrete vivere fra le mie capre”. Emma restò in silenzio, ma capì che aveva ragione. Non si parlò più di matrimonio, ma lei non abbandonò Garibaldi, continuò a sostenere le sue magrissime finanze, fu la promotrice – insieme ad amici facoltosi – della colletta con cui gli estimatori inglesi acquistarono la seconda metà di Caprera e gliela regalarono.” Emma lo sostenne anche conducendo con sé a Londra il figlio Ricciotti poiché sapeva quanto le imprese impedivano al Generale, nonostante li amasse, di occuparsi dei figli compiutamente. Ricciotti non fu un figlio ideale e si mise in molte situazioni finanziarie disastrose, sposò una inglese ed ebbe diversi figli.

Battistina

Nel 1856 Garibaldi andò al mercato di Nizza, dove fu riconosciuto da tutti per le sue imprese in America Latina; ciò avveniva venti anni dopo le inquietudini del giovane coraggioso costretto a fuggire oltre Oceano. Nel 1856 egli cercava nella città natale quanto poteva essergli utile per la dimora di Caprera, ove voleva pianificare la sua esistenza provata da tante avventure non sempre felici. La piccola isola luminosa dell’arcipelago maddalenino era ricca di solitudine: un luogo ideale per un uomo come lui, deluso dalla politica e in attesa di momenti migliori per azioni improvvise e ideali sempre ardenti. Nell’isola aveva con se i figli Menotti, Ricciotti, Teresita e amici fedeli: un famiglia da gestire quotidianamente con facondia per non abbandonarla nel caos; un problema difficile per un uomo avvezzo maggiormente ai campi di battaglia che ai terreni da coltivare.


Mentre si muoveva fra la folla del mercato, alla ricerca di legna adatta alla costruzione di una casa da accostare al manufatto in pietra già esistente a Caprera, si imbatté in Battistina, una ragazzetta analfabeta, sciatta e sudicia. Mentre si muoveva fra la folla del mercato, alla ricerca di legna adatta alla costruzione di una casa da accostare al povero manufatto in pietra già esistente a Caprera, si imbatté con Battistina. Era questa una ragazzetta analfabeta, sciatta e sudicia, che si guadagnava qualche soldo lavando i pescherecci, riparando le reti e aggiungendovi altri occasionali lavoretti per sopravvivere meno peggio. Dai marinai e dai pescatori lei aveva appreso le prodezze compiute da lui in gioventù, mentre conosceva poco delle sue battaglie combattute oltre Oceano. Quando lo vide, egli indossava bragoni larghi e sformati, un foulard rosso e aveva i capelli alla nazzarena; lo trovò bello, molto di più di quanto non potesse immaginarlo. Lui la guardò e a lei parve le sorridesse, tanto da sistemarsi le ciocche arruffate alla meglio, dopodiché prese un ariete e glielo porse in modo sgarbato dicendogli: “Questo potrà servirvi per l’inverno”. Sull’episodio, Luca Goldoni racconta come Garibaldi sorpreso rispondesse: “Caprera è piena di capre!”. Poi, come preso da un’idea aggiunse: “Piuttosto ho bisogno di una serva che stia alla casa e all’ovile”. “Ci so fare con le bestie. Sono meglio dei cristiani - ribatte lei sul tamburo – e in cucina non ho mai avvelenato nessuno”. Il piglio ruvido, pronto e tagliente di Bettina piacque all’Eroe che non ebbe dubbi sulla validità di quella scelta; di contro lei, abituata ad accettare e ad adattarsi al destino, fu catturata dal viso aperto, dolce e dalla mano dell’Eroe che l’invitava a seguirlo. All’alba si imbarcò sulla piccola goletta “Emma”, omaggio di Mrs. Roberts a Garibaldi, e incontrò Ricciotti e Teresita, i figli minori dell’Eroe; questi si mise al timone e dopo un po’ la scugnizza, con impertinenza, gli chiese se avesse conquistato l’Argentina con una simile “tinozza”. La goletta aveva le vele a colabrodo, ma erano dettagli di scarsa importanza per cui egli non rispose e cedette il timone al nostromo ritirarsi in cabina. Quando riapparve erano ormai prossimi a La Maddalena, dove ad attenderli era Menotti con qualche amico che l’aiutava a restaurare la casupola di tre vani. Erano presenti inoltre cinque pastori e un gruppetto di muratori chia-

Manlio Garibaldi Studio Bettini

mati per accelerare i lavori del piccolo manufatto in pietra, oltre ad alcuni fedeli garibaldini. Tutti fecero festa al Generale e Battistina, inizialmente sgomenta per gli entusiasmi del ritorno di “Ulisse ad Itaca”, prese atto di quanto l’aspettava. Abituata ai disagi e al duro lavoro iniziò subito a preparare il cibo, a lavare i tegami e a riordinare dove poteva. La vita della piccola comunità era scandita in maniera spartana: si mangiavano i prodotti della terra, si lavorava nell’ orto e si curava il bestiame. A lei spettava il lavoro più ingrato di serva, di cuoca e di addetta alla stalla; a tutto si prodigò con malagrazia ma efficienza, non

Dossier Garibaldi

129


ALMANACCO gallurese

DOSSIER GARIBALDI

Battistina gli diede una figlia che egli volle chiamare Anita...

senza brontolare e incitare Garibaldi a portarle molte fave e del pesce per appetito formidabile di tutti. Si aggiunga spesso l’arrivo di ospiti inattesi che sedevano a mensa senza troppi scrupoli, allora Battistina brontolava di brutto e Garibaldi allora minacciava di rinchiuderla nella stalla. La stalla per lei non era il peggio, anzi riteneva che stare con le bestie si guadagnava qualche soddisfazione, mentre da quella truppa di uomini non aveva alcuna considerazione. Fu efficiente senza perdere la crudezza e la rozzezza dei modi; di primo mattino gridava infatti a Garibaldi che tutti mangiavano come porci e se volevano sfamarsi dovevano portarle due ceste abbondanti di pesce. Garibaldi non rispondeva limitandosi ad ordinare ai suoi uomini di provvedere; spesso andava a caccia e da buon tiratore non rientrava mai senza abbondante selvaggina e qualche ospite. In merito alla fattoria, Luca Goldoni aggiunge nel libro: “le bestie del padrone – due tori, sei vacche, tre montoni e venticinque capre – consentivano solo a lei di avvicinarsi e non di rado la si vedeva immersa nello sterco fino alla caviglia nell’atto di mungere, tosare, lustrare o medicare. Borbottava qualcosa in un linguaggio incomprensibile e l’animale si tranquillizzava. La frequentazione delle bestie l’aveva resa ancora più selvatica e incurante della persona; conosceva solo l’igiene di salutari bagni di mare e di raro lusso di qualche lino di bucato in cui insaccava il suo corpo. Selvatica, ma pur sempre donna”. Una notte Battistina scivolò nel letto di Garibaldi a causa di nuovi ospiti nella fattoria e il numero ridotto di giacigli per qualche ora di sonno. “Ti hanno occupato la cuccia?” Egli disse accogliendola fra le lenzuola e, senza alcuna raffinatezza d’ambo le parti, si consumò una conoscenza che la natura favorì d’istinto; i capelli di Battistina puzzavano di fritto, ma il suo alito era fresco, non era bella ma aveva una pelle liscia. Lui si lasciò travolgere “da un desiderio nudo e crudo” – commenta Luca Goldoni – e appagato esclamò. “Bisogna avere rispetto di ciò che è vivo”. Forse meritava uno schiaffo, ma per la povera Battistina parve un complimento. Tutto finì là, il giorno seguente la vita riprese senza alcun mutamento, come se nulla fosse successo. Garibaldi soffriva di artrite e, immerso nella vasca di rame, chiese un giorno alla ragazzotta di lavarlo; fu questa un’altra occasione galeotta che riportò la giovane tra le sue braccia, ma questa volta nella schiuma da bagno profumata. Le qualità di Battistina erano l’espressione

130 Dossier Garibaldi

di un carattere schietto, semplice e animalesco, ovvero una ventata di aria tersa come quella di Caprera, a lui molto gradita. Essere serva di giorno e amante di notte non l’offendeva né la mortificava, in fondo era questa la situazione di tante mogli. Non mancarono momenti nei quali, compresa nel ruolo di consorte, lo fulminasse con occhiate eloquenti, come con la scrittrice eccentrica, ricca e disinibita Esperance von Schwrtz, potenziale fidanzata del celebre Eroe. Per lui donarsi a più donne contemporaneamente non rappresentava un problema e neppure rimorsi. Egli viveva l’amore come si presentava, si lasciava andare con innocenza, come fosse un accadimento al quale doversi sottomettere, senza affrontare le situazioni con scrupolo, estraneo a lui come in molti altri uomini. Battistina gli diede una figlia che egli volle chiamare Anita, questa paternità non lo rese più responsabile; egli continuò ad occuparsi maggiormente delle battaglie e dell’unità d’Italia, considerando la nuova figlia una bambina alla quale inviare un modesto assegno. Insieme alla madre questa finì a Nizza, soprattutto per l’insistenza dei figli, severi giudici verso una sguattera rustica con una figlia: una situazione imbarazzante per l’Eroe dei Due Mondi corteggiato da nobildonne italiane e straniere.

Esperance Brant

Nel 1857 Garibaldi attendeva, con una indiscussa eccitazione, l’arrivo nella sua fattoria, fra vacche, montoni e una serva amante, la baronessa inglese Esperance Brant: attraente, colta e disinvolta. Quando il piroscafo si ormeggiò e i passeggeri iniziarono a scendere, il Generale, pur non avendola mai incontrata, la individuò immediatamente; infatti la nobildonna si presentò elegantissima in abito color pervinca, i capelli neri sciolti e due levrieri bianchi. L’Eroe le baciò la mano e lei con voce sicura gli disse subito: “Mio Generale, sono qui per avere il manoscritto delle vostre Memorie”; e poiché lui si scusò d’averle già date all’editore, lei aggiunse senza indugi: “Le Memorie sono una scusa, sono qui per voi”. Garibaldi era abituato agli assalti all’arma bianca, ma un simile arrembaggio femminile lo sgomentava un po’, non possedeva la battuta pronta e si rifugiava in argomenti pratici che gestiva con maggiore facilità. Le chiese quindi dove intendesse alloggiare e l’invitò nella sua fattoria, ma la baronessa rinviò la visita al giorno successivo.


Nel 1857 Garibaldi attendeva, con una indiscussa eccitazione, l’arrivo nella sua fattoria, fra vacche, montoni e una serva amante, la baronessa inglese Esperance Brant: attraente, colta e disinvolta. L’indomani eccola a Caprera accolta con entusiasmo dall’Eroe, al quale chiese subito un abbigliamento maggiormente adeguato per muoversi con facilità in quell’ambiente. Le vennero dati una casacca di panno grigio e pantaloni azzurri rattoppati di Menotti, che indosso immediatamente spogliandosi davanti a lui confuso e imbarazzato da tanta disinvoltura. Dopo aver raccolto i capelli in un chignon, Esperance chiese un cavallo per girare nell’isola e su quell’invito Luca Goldoni racconta quanto segue: “Garibaldi la accompagnò da “Mazzini”, il suo stallone preferito, spiegando: “E’ un po’ cerebrale, ma è una bestia di razza. E questo – aggiunse sellando l’altro cavallo – è un regalo del duca di Sutherland, il migliore puledro della sua scuderia, nessuno era mai riuscito a domarlo. Ci sto provando io. L’ho chiamato “Cavour”, un cavallo che vuol correre, ma che non sa dove andare”, (Una delle rare battute di un uomo negato all’ironia). Esperance era entusiasta del paesaggio e ben predisposta a parlare di se stessa, delle sue inquietudini, dei continui viaggi intrapresi in diversi paesi, del suo anticonformismo, delle reazioni della nobiltà inglese e come detestasse l’ordine borghese della società del tempo. Garibaldi l’ascoltava estasiato in quanto condivideva molte sue idee, tuttavia lei lo turbava e lo sconvolgeva per la sua eccentrica personalità. Lui parlò delle delusioni con i politici e in merito a Mazzini aggiunse il proprio disappunto per l’ostinazione nelle sue “mezze rivoluzioni”, senza capire che l’unità di poteva conquistare soltanto con accordi con il Piemonte. Lei lo guardava con ammirazione e lui subiva il suo fascino intrigante di bella donna colta e intelligente; comunque nelle lettere di lei e nelle Memorie di lui non si avvertono descrizioni indiscrete dei momenti più intimi della loro relazione. Un esempio è offerto dal bagno che fecero alla fine dell’estate a Caprera; lei deve essersi tolta gli abiti, non avendo remore nel mostrarsi senza vesti, lui si deve essere liberato dai dragoni e in mare debbono aver trovato un altro momento per un preludio amoroso, mai raccontato nei particolari ma lasciato intendere nel compimento.

La differenza di ceto era evidente e probabilmente la conversazione tra i due poteva languire; nonostante ciò il Generale rappresentava per la baronessa una sferzata di ruvida dolcezza e di sincerità spinta fino al candore: rare qualità tra i sussiegosi frequentatori dei suoi salotti. Lei comprese che il loro rapporto poteva funzionare meglio sul piano dell’amicizia rispetto a quello dell’amore e pertanto coltivò molto il primo sentimento, sfumando con stile il secondo. Nelle lettere il Generale usava toni ardenti ed enfatici, lei rispondeva garbatamente stemperandoli il più possibile, senza mai svilire l’importanza della loro amicizia. Durante il secondo viaggio a Caprera, Esperance ricevette una richiesta di matrimonio, declinata con tatto in quanto richiedeva una riflessione impossibile da accettare immediatamente. Ciò non impedì alla medesima di percorrere migliaia di chilometri per raggiungerlo ove le sorti delle battaglie lo destinavano. Lasciò Londra per Torino, dopo una lettera galante, ma l’incontro non ebbe i risvolti romantici che prometteva poiché si imbatté in un Garibaldi distratto dall’approssimarsi della guerra. Commenta Luca Goldoni: “L’ha fatta venire da Londra e non trova uno straccio di attendente che lo sorregga e gli consenta di onorare il suo impegno – aveva il ginocchio dolente che gli impediva di salire e scendere le scale del Hotel Suisse, ove lei alloggiava – Esperance però non sbatte la porta, è una irriducibile samaritana, trova mille attenuanti al suo eroe, così ardente per via epistolare, così distratto e sfuggente in carne e ossa”. Solo dopo tre giorni Garibaldi ricordò, oltre al re e all’Austria, l’esistenza di una donna straordinaria in attesa di trascorrere con lui attimi di intenso ardore. Nella cronaca di quell’incontro - nei diari della baronessa - si coglie l’atmosfera da lei creata. Quando lui bussò alla porta, lei si presentò con una vestaglia di velluto celeste spento, calze color crema, babbucce dorate e la stanza riempita di rose vermiglie. Lui si scusò per l’ora tarda e di non essersi lavato le mani impolverate. Lei gli indicò la stanza da bagno per rinfrescarsi e quando riapparve gli spruzzò “Rugiada di fio-

Dossier Garibaldi

131


ALMANACCO gallurese

DOSSIER GARIBALDI

La dedizione di Esperante per lui continuò occupandosi di Anita...

ri” con la polpetta del suo flacone di profumo preferito, allora confuso Garibaldi trovò meraviglioso quel gesto offerto da una donna tanto adorabile. Sulla fine della serata lei non aggiunse altro per pudore verso i posteri e in merito al giorno seguente andò alla stazione dove i volontari partivano per il fronte. Regalò inoltre al Generale una elegante sella poiché egli si era lamentato di averne una scomodissima. Seguirono anni intensi di avvenimenti indimenticabili come lo sbarco dei Mille a Marsala, la battaglia di Calatafini, la marcia a Palermo, la conquista di Milazzo e Messina, oltre lo sbarco in Calabria, l’entrata a Napoli, la battaglia del Volturno e il mitico incontro con i re a Teano, nonché la proclamazione del Regno d’Italia il 14 marzo 1861. Tra una vittoria e l’altra fu registrata anche la disfatta del matrimonio con la marchesina Giuseppina Raimondi, appresa da Esperance dai giornali. La loro amicizia non fu intaccata da questa sorpresa fuori programma, tanto da trovare la baronessa a La Spezia a soccorrere Garibaldi imprigionato dopo il ferimento ad Aspromonte per ordine del re. Questi, pronto a bloccare le iniziative che erano in contrasto con i progetti della sua diplomazia, aveva inviato contro Garibaldi un reggimento ben addestrato di trecento bersaglieri. L’Eroe, ferito, comprese l’assurda situazione e ordinò ai suoi di non sparare e, ferito alla coscia sinistra, si lasciò catturare. La dedizione di Esperante per lui continuò occupandosi della figlia Anita, avuta con la rozza Battistina; la fanciulla difficile da educare fu dalla baronessa inviata in un collegio svizzero per migliorare il comportamento. In seguito ritornò ancora una volta a Caprera trovandovi Francesca Armosino, altra serva, ma intelligente e capace di trasformarsi in segretaria di un Garibaldi ormai avanti negli anni. La nobildonna comprese la nuova situazione e l’impossibilità di mantenere i contatti di un tempo; partì quindi per Creta, senza trovare colà patrioti capaci di riempirle il cuore come Garibaldi.

Giuseppina Raimondi

Mentre si stava firmando la pace di Villafranca, Garibaldi progettò la marcia su Venezia, ma dovette rinunciarvi per l’ordine del re di sciogliere il suo corpo di volontari, ovvero dei Cacciatori delle Alpi. Correva l’anno 1859 e tutto andava male per l’Eroe sia in ambito bellico, sia in quello sentimentale. Allora le donne da sposare erano due: l’umile Battistina, serva amante, che gli diede la figlia Ani-

132 Dossier Garibaldi

ta e l’affascinante baronessa Esperance von Schwartz sempre pronta a raggiungerlo ovunque, con la quale scambiava lettere ardenti d’amore. Accanto a queste entrò in scena una terza figura femminile giovanissima. Era questa la baronessina diciottenne Giuseppina Raimondi che, nella splendida villa di famiglia a Fino Mornasco, faceva abitualmente il bagno in una tinozza colma di vapori profumati accanto al suo amante. Il loro rifugio era un’accogliente legnaia, una sorta di confortevole pied-à-terre nella tenuta Raimondi, da lei considerato il “suo pensatoio”. Un pensatoio dove la baronessina dava vita alle fantasie erotiche della sua giovane età con il venticinquenne Luigi Caroli, tenente in un reggimento di cavalleria piemontese a Vigevano. L’amante era bello, ricco, spavaldo e robusto; lei l’ aveva conosciuto e conquistato subito a Milano al “Caffè della sincerità”. Entrambi appartenevano allo stesso mondo aristocratico, nutrivano simpatie mazziniane e erano pronti ad intraprendere attività anti-austriache. Lei aveva molti corteggiatori e concesso a tanti, senza scrupoli, le proprie grazie; il fatto poi d’essere viziata, spregiudicata e capricciosa aveva favorito nei suoi confronti commenti scarsamente benevoli. Non era esclusa neppure una storia segreta con Garibaldi, ma il tenente Luigi Caroli dava scarso peso a simili pettegolezzi perché non temeva un rivale più anziano di lui di trentaquattro anni. Nel ritiro del “pensatoio”, dopo le notti di passione, Giuseppina si immergeva nella tinozza e guardava le atletiche forme del suo stallone appena ricoperte da un telo. Era comunque lontana dalle romanticherie delle coetanee, non soffriva di coinvolgimenti sentimentali e non intendeva diventare la signora Cairoli; preferiva invece sposare Garibaldi. In occasione della consegna di una richiesta dì aiuto dei cittadini di Como al Generale avvenne il loro incontro con l’Eroe sulla strada tra Varese e Rubarlo. Questi era rimasto colpito dal coraggio della fanciulla, che aveva sfidato le pattuglie austriache e nascondeva nel doppiofondo del biroccio fucili e proclami rivoluzionari. Conquistato da tanta audacia, nonché dalla altrettanta avvenenza, l’aveva invitata all’osteria di Robarello dove scrisse un messaggio per i patrioti di Como promettendo loro il suo sostegno. Lei comprese subito d’averlo colpito e ne ebbe la conferma quando allontanandosi, lo scorse ancora intento a guardarla con particolare interesse. Qualche giorno dopo l’Eroe fu ospi-


La baronessina diciottenne Giuseppina Raimondi nella splendida villa di famiglia a Fino Mornasco, faceva abitualmente il bagno in una tinozza colma di vapori profumati accanto al suo amante. te dal conte Raimondi nella sua tenuta e con la figlia cercò di sfoderare le arti di stagionato rubacuori programmando di fare insieme a lei una cavalcata nel bosco. Sceso da cavallo le mormorò, senza indugi, di volerle appartenere, ma lei non gli rispose e gli indirizzò un’eloquente occhiata da consumata attrice. Nel momento del congedo di Giuseppina con Garibaldi, pronto per la guerra in Valtellina, il conte Raimondi comprese il fulmineo innamoramento del Generale per la figlia e si espresse favorevole ad una loro unione. Senza abbandonare il suo stallone, Giuseppina scrisse una lettera all’Eroe con un: “Ti amo. Fammi tua”. La risposta fu lunga, enfatica e con giustificati cenni sulla differenza d’età, sulle disparità finanziarie e sulla salute di lei contro gli acciacchi di lui. A Giuseppina andava bene quella situazione avendo da una parte il bel tenente e dall’altra la prospettiva d’entrare nella storia come la marchesina Raimondi-Garibaldi: un marito attempato valeva pure la fama e l’ammirazione di mezzo mondo. Ed ecco riapparire nella villa Raimondi il Generale con i suoi fedelissimi e il prefetto di Como; la diciottenne fu pronta ad accoglierlo con entusiasmo, mentre il suo amante fuggiva con discrezione dalla legnaia. Per festeggiare il ritorno del maturo innamorato fecero sellare due cavalli per costeggiare il vicino lago. Garibaldi cavalcò con eleganza, ma improvvisamente il cavallo gli prese la mano e lo disarcionò. Giuseppina soccorse il sofferente disperato più per la figuraccia che per la rotula a pezzi. Arrivarono i contadini con una barella e lo trasportarono alla villa, dove rimase diciotto giorni a letto e altrettanti convalescente. Durante la giornata le attenzioni di lei erano infinite, accompagnate da dolcezze straordinarie che gli facevano dimenticare ogni male; alla sera gli dava il bacio della buona notte poi correva nella legnaia dove l’aspettava Luigi Caroli. Lui l’attendeva sempre con maggiore inquietudine, non per timore di perderla come amante, ma irritato per l’ospite illustre e ingombrante nella villa. L’ignaro Garibaldi non riusciva a comprendere come quella bellissima fanciulla avesse malori improvvisi e fosse talvolta pallida; indisposizioni sottovalutate dallo stes-

Ritratto di Rosa Garibaldi esanime

so padre propenso ad allontanarle con accelerare la data del matrimonio. Le prime indiscrezioni della loro storia sentimentale comparvero sulla “Gazzetta di Milano” e i rallegramenti giunsero direttamente alla villa da una delegazione di operai milanesi che rallegrò l’Eroe. Le nozze avvennero, in forma privata, il 24 gennaio nella cappella gentilizia dei Raimondi. Giuseppina, vestita di bianco e più pallida del solito, fu accolta all’ingresso dallo sposo, dai testimoni e dagli intimi; alla fine della cerimonia Garibaldi le disse con entusiasmo d’essere felice di averla sempre accanto sui campi di battaglia e in tutte le altre vicende della vita, come

Dossier Garibaldi

133


ALMANACCO gallurese

DOSSIER GARIBALDI

Non gli rimaneva pertanto che Caprera, eremo solitario... Francesca Armosino da giovane Anthelme Fritz

Eroe, il quale ritornò a Caprera consolandosi con le molte lettere delle ammiratrici.

Francesca Armosino

era accaduto con Anita. Fuori della chiesetta tutti festeggiavano, quando piombò al galoppo un messaggero; era un garibaldino con una lettera per Garibaldi. Lui lesse, impallidì e urlò: “Onorata di appartenermi? Una puttana siete!” e la colpì con uno schiaffo sul viso nello sgomento dei presenti. Lei gli strappò il foglio e prese atto del contenuto, nel quale chiaramente era detto che era in cinta del tenente Luigi Caroli. L’Eroe perse la testa e stava per darle in testa una seggiola se non fosse stato trattenuto dagli invitati; altre parole pesanti furono dirette alla marchesina, la quale non negò il contenuto del messaggio ma indignata aggiunse d’aver creduto di sacrificarsi per un eroe e invece lo scopriva un soldato brutale: i due si separarono e non si rividero più. Si vociferò il tentativo di passare quella situazione come conseguenza di una violenza carnale, ma il Generale non accettò tale versione e il padre umiliato dal penoso infortunio, di cui era stato complice involontario, allontanò la figlia in una tenuta nei pressi di Como, dove aveva un’altra villa. Giuseppina mise al mondo una figlia morta e, dopo anni e anni di insistenze per l’annullamento del matrimonio da parte del Generale, sposò il conte Ludovico Mancini. Nei salotti piemontesi si ridacchiò subito alle spalle di Garibaldi, di contro il popolo si sentì offeso per il suo

134 Dossier Garibaldi

Le vicende italiane per la realizzazione di una sua unità politica continuarono ad essere contraddittorie; sull’argomento Luca Goldoni commenta: “Purtroppo era l’anticipazione della futura Storia d’Italia, o meglio delle due Italie: quella delle élite generose, coraggiose fino al sacrificio e quella più amorfa, chiusa, sensibile solo agli interessi particolari, culturalmente un po’ più evoluta, ma incapace di avvertire un comune sentimento di appartenenza”. Garibaldi si era speso sempre al massimo, senza considerare le iniziative da “tragicommedia” di Vittorio Emanuele II illuso di conquistare il sogno dell’unità nazionale alleandosi con la Prussia per sconfiggere gli austriaci sul campo. I generali poi si facevano la guerra tra di loro invece di coalizzarsi contro il nemico, conseguirono pertanto umilianti sconfitte a Custozza e a Lissa. Solo Garibaldi costrinse gli austriaci alla resa alle porte di Bezzecca e, pronto a puntare su Trento, fu costretto dal re a telegrafargli il celeberrimo “Obbedisco” . Non gli rimaneva pertanto che Caprera, eremo solitario dove curare le amarezze con una vita agreste atta a lenirgli tante sofferenze morali. Nell’isola lo attendeva una giovane scultrice tedesca, Elisabetta von Streikelberg, per fargli un busto. Costei lasciò un diario dove annotò puntualmente quanto aveva osservato nella fattoria ove erano centoquaranta mucche, duecentottanta capre e cento pecore, oltre molte derrate alimentari inviate dai simpatizzanti di tutto il mondo. In quel periodo giunse nell’isola Francesca Armosino, povera ragazza madre, serva intelligenze e di carattere forte, la quale doveva sostituire Battistina oramai rinviata a Nizza con la figlia Anita. Garibaldi l’aveva fatta cercare nell’Astigiano e la voleva scarsamente attraente ma con piglio energico, poiché nella fattoria bisognava lavorare molto e non indurre in tentazione i suoi fedelissimi. Francesca capì appena giunta quanto doveva impegnarsi per sistemare dignitosamente ogni angolo del casolare, dove il disordine era indescrivibile: montagne di piatti e di luride scarpe da pulire, biancheria sporca e lenzuola in pauroso arretrato di bucati e polvere stratificata ovunque.


In quel periodo giunse nell’isola Francesca Armosino, povera ragazza madre, serva intelligenze e di carattere forte, la quale doveva sostituire Battistina oramai rinviata a Nizza con la figlia Anita. Il Generale si accorse presto delle capacità organizzative di Francesca per il mutamento della casa e ne apprezzò le qualità di governante, tanto da permetterle di trasformarsi piano piano in serva-padrona. Lui le aveva dato carta bianca e tutti dovettero adeguarsi all’autorità della nuova venuta, rispettarla e consultarla, infatti gli ospiti venivano e andavano dietro suo consenso. Un giorno Francesca vide Garibaldi scrivere lunghe lettere ed espresse il desiderio di superare il suo analfabetismo; stupito le rispose che non ne aveva necessità per il lavoro di badare alla casa. Lei tuttavia insistette e gli ventilò l’eventuale possibilità d’essergli utile nel rispondere all’enorme quantità di posta a lui indirizzata. L’Eroe sbalordito e curiosamente interessato ebbe con lei prima un approccio tutt’altro che intellettuale, in seguito però le insegnò a scrivere e lei fu tanto diligente da imitarne la calligrafia al punto da essere confusa apparentemente con la sua. La virtù principale di questa donna, tanto più giovane di lui, era d’essere indispensabile alla cura dei figli e a lui torturato dai reumatismi e dall’artrite. Per anni, racconta Luca Goldoni: “Lo lavò, lo vestì, gli preparò medicine e tisane, lo sollevò di peso fra le braccia per passarlo dal letto alla carrozzella e viceversa. Se non si considera questa sua devozione esclusiva, quasi animalesca, non si può comprendere la natura di un ménage che rappresentò per molti un mistero”. Tanta dedizione creò tuttavia il vuoto attorno al Generale, per gli amici non era più facile ritrovare l’antica ospitalità a Caprera occupata dai parenti di lei: prima erano giunti i suoi genitori, poi il fratello Pietro, poi la sorella Lina col marito e due loro figli. Garibaldi sopportò il mutamento delle abitudini liberali della sua casa aperta a tutti ed accolse soddisfatto, tra le mura domestiche, il nuovo condottiero al quale si sottometteva come un cagnolino. Solo due avvenimenti lo scossero profondamente: la nascita del figlio Manlio, quando aveva sessantasette anni, e il desiderio di aiutare la Francia messa in ginocchio dalla Prussia. In Francia gli diedero la “solita pittoresca masnada di vo-

lontari francesi, spagnoli, polacchi, algerini, greci idealisti e fondi di galera”, lui aggiunse il drappello degli italiani, comandati dai figli Menotti e Ricciotti, i quali in confronto rappresentarono un modello impeccabile di disciplina. Fu proprio Garibaldi l’unico comandante a catturare la bandiera prussiana e Victor Hugo esaltò la sua impresa, non solo, ma i francesi non volevano essere abbandonati dal loro idolo. Egli invece partì immediatamente per la morte improvvisa della piccola Rosa a Caprera, dove fu seppellita nel cimitero creato nella fattoria. Negli ultimi anni Francesca abbatté muri e porte e aggiunse un nuovo locale al fabbricato con una finestra aperta a nord, al fine di permettergli di vedere il mare stando a letto. E lui, tanto distratto con i figli negli anni in cui abbracciava le armi, da anziano e sofferente concedeva al figlioletto Manlio di scivolare nel suo letto. Era ormai un padre-nonno felice di intrattenere il bambino con i racconti delle sue avventure per mare e per terra. Si dedicava anche a Clelia, la prima figlia avuta da Francesca, che visse fino a noventadue anni nell’isola di Caprera nel continuo ricordo di un eccezionale padre. A lei aveva dedicato un romanzo e molte fotografie d’epoca testimoniano la vita di questa donna stimata e onorata come una vestale della sacralità laica della dimora dell’Eroe. Deformato dall’artrite, non poteva più muoversi senza la sedia a rotelle, sulla quale Francesca lo sistemava come “un altarino”, e così addobbato lo faceva viaggiare accolto ovunque da innovazioni straordinarie. Lei gli era sempre accanto e si mostrava con un orgoglio direttamente proporzionato alle innumerevoli umiliazioni ricevute nel suo paese quando era stata ragazza madre e poi dai figli maggiori di Garibaldi. Menotti e Riciotti accettarono con rassegnazione quella presenza carica di iniziative, personalità e considerazione. Fu soprattutto il matrimonio civile, celebrato nel 1880 dal sindaco di La Maddalena, a garantire piena legittimità a Clelia e a Manlio e a rivolgersi a lei come Donna Francesca Garibaldi. Fu questo un matrimonio a lungo sofferto per le difficoltà dell’annullamento dall’unione con la marchesa Giuseppina Raimondi. Alla fine Garibaldi esasperato, in un’intervista, disse di volersi rivolgere a Victor

Dossier Garibaldi

135


ALMANACCO gallurese

DOSSIER GARIBALDI

...perché non si rimpiazzano quei governanti con le donne?

Hugo per ottenere la tre alla moglie devota, cittadinanza francese, alle cameriere, alle campoiché in un paese lipagnole, alle dive, alle bero i giudici gli avrebservette, alle contesse, bero concesso quello alle tenutarie delle biche gli negavano gli itasche, alle maestre, alle liani. La stampa intermogli degli amici, sino nazionale manifestò la alla Bella Rosina, Garidisapprovazione per baldi era un collegiale. l’assurda vicenda giuL’Eroe era pervaso da diziaria e la Corte d’Apidee nobili e mai condipello trovò un espezionate da un’avventudiente per risolvere il ra; ebbe due donne acproblema e permettere canto a se: l’ardente, coil tanto desiderato maraggiosa e straordinaria trimonio tra l’Eroe e Anita nel fiore della gioFrancesca. vinezza e dell’ardimenSe Francesca aveva preto guerriero e, negli anni so il cuore del vecchio indel declino fisico, sino fermo con le innumerealla morte, la concreta e voli cure di infermiera, autorevole Francesca. Se non si deve trascurare Anita occupò tutto l’arquanto fece per lui dal dore di un Garibaldi vosuo arrivo a Caprera. tato a tutti i perigli delDalle fotografe d’epoca si la vita per soccorrere le ravvisa una contadina genti con aspirazioni di dall’aspetto grossolano dignità, indipendenza e Francesca Armosino in abito elegante capace di trasformarsi riscatto morale, FranceFotografia Montabone nel tempo, infatti, nonosca si occupò di lui stante la corporatura roquando gli acciacchi e i busta, seppe vestire con distinzione, acquistò cappellini malanni lo costrinsero ad una semi-infermità e la polieleganti capaci di infonderle una nobiltà insospettata. Ac- tica l’aveva deluso e ridotto a monumento di se stesso. canto a Manlio, in divisa di ufficiale di marina, appare fie- Fu quest’ultima a offrirgli dedizione ed efficienza nelra di questo figlio elegante e amabile, come doveva esse- l’assisterlo, oltre a dargli due deliziosi figli in un età nelre stato il padre quando aveva conquistato le aristocrati- la quale l’uomo diventa generalmente nonno. che inglesi. Donne come Esperance von Schwartz o Emma Roberts Nel 1882 Garibaldi si spense e Francesca rimase a Ca- si distinsero per qualità nobili di sensibilità, raffinatezprera a continuare ad onorare la sua memoria e a lasciare za, cultura e generosità tanto da lasciare nel Generale di lei il ricordo positivo di una compagna forte e ap- un’impressione molto positiva della donna. Non stupisce passionata, con risolutezza pratica nella quotidianità del- quindi il suo giudizio: la vita, senza tuttavia prodigarsi in opere di sostegno per i bisognoso, come l’istituzione a suo nome del Giardi- “Io ho veduto tanto coraggio nella donna, tanta abneno d’Infanzia a la Maddalena per i figli degli orfani del- gazione, tanta intelligenza che mi sono detto: giacché si la prima guerra mondiale. vede che degli uomini di governo nessuno riesce, perché non si rimpiazzano quei governanti con le donne? Sono sicuro che esse non cadrebbero in certe bassezze A differenza di Vittorio Emanuele II, ben predisposto ol- e in tanto servilismo come si vede ai nostri giorni”. ■

Conclusione 136 Dossier Garibaldi


Francesca Armosino e Giuseppe Garibaldi Vittorio Besso

il

Generale e i suoi cimeli di Laura Donati

Soprintendenza per i Beni Architettonici, Paesaggistici, Storici, Artistici ed Etnoantropologici per le province di Sassari e Nuoro

LA MOSTRA “GARIBALDI A CAPRERA Fotografie inedite e cimeli restaurati”, ideata da Lucia Arbace ed allestita a Sassari lo scorso anno, non solo ha permesso al pubblico di apprezzare i preziosi interventi di restauro diretti da Wally Paris e Pietro Usai, ma ha ricostruito idealmente il panorama di immagini di cui amava circondarsi il Generale, i suoi cimeli visivi. Il materiale di partenza era infatti costituito dalla raccolta di fotografie, disegni, stampe facenti parte delle collezioni del Compendio Garibaldino di Caprera. Dunque, una mostra soprattutto di volti e luoghi, immagini appartenute alla famiglia Garibaldi, spesso all’ultima figlia dell’Eroe – Clelia, che continuò a vivere a Caprera fino alla morte avvenuta nel 1959 –, ma in buona parte raccolte e conservate con cura in prima persona da quest’ultimo. Dossier Garibaldi

137


ALMANACCO gallurese

G

razie ad un inventario di casa Garibaldi redatto nell’ottobre 1882 e pubblicato integralmente nel catalogo della mostra,2 sappiamo che alcune di queste immagini all’epoca della morte del Generale facevano bella mostra di sé appese alle pareti della “casa bianca”, l’abitazione principale della famiglia a Caprera. L’attuale allestimento degli ambienti interni del Compendio, realizzato nel 1976 quando si decise di aprire al pubblico gli spazi museali, rispecchia in parte lo stato in cui le stanze si trovavano in quel periodo.3 E tuttora le pareti della casa accolgono buona parte di questi volti, che testimoniano gli affetti dell’uomo e i legami politici del combattente. Si tratta innanzitutto di ritratti di familiari, in particolare dei figli, avuti da Anita o da Francesca. Dei figli che ebbe da Anita il Generale conservava gelosamente il dipinto dedicato alla piccola Rosa, scomparsa in tenera età, ritratta in una posa affettata mentre gioca con un cagnolino. Anche Manlio e Clelia, i figli avuti da Francesca Armosino che gli rimasero vicini fino alla sua morte, si affacciano dalle pareti della casa attraverso una cornice dorata, stando a quanto ci dice l’inventario. Attualmente l’unica fotografia conservata a Caprera nella quale i due compaiano assieme è il ritratto di famiglia con la madre Francesca eseguito nel laboratorio fiorentino della Fotografia Montabone. Non sappiamo se sia o meno lo stesso ricordato nell’inventario del 1882, ma certamente si tratta di una fotografia molto amata, visto che venne fatta ristampare di lì a due anni dallo studio Bettini di Livorno4. Tra i ritratti di carattere intimo, non si può non ricordare quello che ormai costituisce l’emblema delle vita familiare del Generale a Caprera: la foto di gruppo eseguita dal noto fotografo biellese Vittorio Besso nel 1880, raffigurante il nostro assieme a Francesca, ormai sua moglie, ed i loro due figli finalmente legittimati5. Besso si recò più volte in Sardegna per documentare lo sviluppo dell’attività mineraria al Sud e la costruzione delle infrastrutture ferroviarie, e fu uno dei pochi fotografi che ritrassero il Generale non nel proprio studio in continente, ma all’interno della sua casa sulla piccola isola. Da qui l’irripetibile atmosfera di queste foto: il Ricordo delle nozze assieme ai due figli, annotato nell’inventario del 1882, ed il ritratto del Genera-

138 Dossier Garibaldi

Ritratto del Principe di Galles William Holl, litografia

le al fianco di Francesca che mostra compiaciuta il sospirato anello nuziale6. La maggior parte dei ritratti fotografici di Garibaldi associano al carattere ufficiale il piccolo formato (il formato cosiddetto carte de visite, che corrisponde all’incirca alla misura di cm. 10 x 6), che permetteva una più agevole circolazione delle fotografie tra i collezionisti e dunque una più incisiva divulgazione propagandistica dell’“immagine” del fiero patriota. Queste fotografie di significato intimo, al contrario, sono stampate su formati di maggiori dimensioni perché il loro destino è quello di essere esposte incorniciate alle pareti o conservate all’interno di album, spesso senza uscire dall’ambiente familiare in cui vengono realizzate. Lo stesso accade per un altro ritratto di carattere familiare che il Generale, come riporta il citato inventario, teneva esposto alle pareti di casa7. Si tratta del dono dell’avvocato Enrico Grigiotti, che invia all’amico la foto che lo ritrae assieme alla moglie e ai loro tre figli intorno al 1878 con la dedica “All’illustre generale Garibaldi in pegno d’ammirazione e perenne affetto.”8 Ben tre ritratti del dott. Giovanni Battista Prandina risultano dall’inventario alle pareti della casa, racchiusi all’interno di una cornice in noce9. Il medico combattente, legato al Generale da una duratura amicizia che lo portò ad interessarsi incessantemente del suo stato di salute, gli inviava frequentemente delle medicine e fu colui che gli donò una delle famose sedie a rotelle tuttora all’interno del Compendio.10 Il ritratto del medico ancora conservato a Caprera reca infatti la dedica “Al generale Garibaldi con vero affetto di figlio”.11 Accanto a quelli ora ricordati, tra i ritratti allora come oggi appesi alle pareti della “casa bianca”, troviamo quello del Marchese Giorgio Pallavicini Trivulzio, patriota e uomo di fiducia del Generale, che lo chiamò a Napoli nel 1860 come prodittatore. La fotografia, un’albumina di formato ovale, ritrae il personaggio probabilmente negli anni settanta del XIX secolo, ovvero nell’ultimo periodo di vita del Generale e di Pallavicini stesso, che morì nel 1878. La sua lunga amicizia con Garibaldi, niente affatto incrinata dagli eventi di Aspromonte che contrapposero forzatamente i due, è testimoniata anche da un’altra foto, purtroppo assente dalle collezioni di Caprera, nella quale Pallavicini e Garibaldi sono ritratti con un gruppo di volontari

Foto: Soprintendenza per i Beni Architettonici, Paesaggistici, Storici, Artistici ed Etnoantropologici per le province di Sassari e Nuoro

DOSSIER GARIBALDI


Ritratto di Ernesto Cairoli in divisa da garibaldino

L’avvocato Grigiotti con la moglie e i suoi tre figli

Bertotti Lit.,

nel corso di una visita dell’Eroe a villa Pallavicini Trivulzio a Menestrello vicino Pavia l’11 settembre 1866.12 Anche un’effigie di Edoardo Alberto Principe del Galles, futuro Re d’Inghilterra, campeggiava alle pareti dell’abitazione a testimoniare gli stretti rapporti tra l’Eroe e i reali inglesi, che la avrebbero inviata a Caprera per celebrare la vicinanza dimostrata nei confronti del loro Paese. Alberto Edoardo fece visita a Garibaldi nel corso del trionfale viaggio che questi compì in Inghilterra nel 1863. Il ritratto è una virtuosistica litografia di William Holl databile agli anni sessanta dell’Ottocento,13 quando l’incisore si cimentò nella traduzione a stampa dei ritratti dei componenti della casa reale inglese a partire da fotografie realizzate da John Jabez Edwin Mayall.14 Tra i personaggi raffigurati nelle immagini di cui il Generale amava circondarsi troviamo anche molti dei patrioti che combatterono accanto a lui o si impegnarono per l’affermazione dei suoi ideali. Ricordiamo Ernesto Cairoli15 ritratto di in una litografia del laboratorio Bertotti di Milano, con la struggente dedica autografa della madre Adelaide che perse ben quattro figli, tutti combattenti per la causa italiana: “Al Generale Garibaldi osa offrire l’immagine del suo Ernesto, nel trasporto d’indefinibili sentimenti di affettuosa venerazione, di profonda riconoscenza benedicendo al Genio Tutelare d’Italia, siccome suoi

Francesca Armosino con i figli Clelia e Manlio Fotografia Montabone

Dossier Garibaldi

139


ALMANACCO gallurese

I Cairoli sono figure ricorrenti tra i ricordi di Giuseppe Garibaldi... DOSSIER GARIBALDI martiri lo benedicono dal Cielo!... / Adea Caprera” abbia un seguito in occasiolaide Cairoli”. Questo ritratto è ancora ne del centocinquantesimo anniversario esposto all’interno della Casa bianca16. della spedizione dei Mille con un imI Cairoli sono figure ricorrenti tra i ricordi portante rientro, anche se temporaneo. di Giuseppe Garibaldi, che li commemora Auspichiamo, infatti, che torni nella conservando attentamente due altri ci“casa bianca” un cimelio di particolare simeli, due “quadri” - riporta l’inventario gnificato, sia per la storia della fotogra- raffiguranti “la morte di Ernesto Cairoli fia e dell’arte in genere, che per il Genecon cornice dorata” e “la caduta in batrale stesso, se, come racconta Jessie Whitaglia di uno dei figli di Adelaide Cairote Mario20, egli spirò tenendolo vicino a 17 sé sul comodino accanto ai Sepolcri di Foli”. Uno dei due va identificato certamente con la fotografia all’albumina scolo: L’Album dei Mille del fotografo lomquasi illeggibile per il cattivo stato di conbardo Alessandro Pavia, una monuservazione18 - riproducente un’incisione mentale opera che raccoglie i ritratti di Il marchese Pallavicino dal dipinto di Girolamo Induno La morquasi tutti i partecipanti alla spedizione te di Enrico Cairoli a Villa Glori (Pavia, Mudel 1860. L’esemplare appartenuto persei Civici). Dunque si tratta di una foto che riprende una sonalmente a Garibaldi è ora conservato a Roma presstampa, che a sua volta riproduce un dipinto: una di- so il Museo Centrale del Risorgimento, dove è stato remostrazione della fortuna di cui all’epoca in determinati centemente restaurato21. Ricciotti Garibaldi, presagenambienti culturali godevano le espressioni artistiche di do la sventura della dispersione che avrebbe afflitto il complesso dei beni appartenuti al padre, lo aveva incarattere risorgimentale-patriottico.19 Diversi altri sono i ritratti di suoi combattenti conser- viato nel 1907 alla Biblioteca Nazionale Centrale Vittorio vati dall’Eroe dei Due Mondi fino alla morte. Numerosi Emanuele II per salvaguardarne la conservazione, e da sono tuttora a casa Garibaldi, altri purtroppo non più. lì è confluito nelle collezioni dell’Istituto per la storia del E appunto per questo speriamo che la mostra “Garibaldi Risorgimento italiano22. ■

NOTE 1 Inaugurata il 24 aprile 2009 presso la Pinacoteca Mus’a al Canopoleno dalla Soprintendenza per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici della Sardegna. Catalogo a cura di Lucia Arbace e Laura Donati, Torino, Allemandi, 2009. 2 Archivio di Stato di Sassari, Atti notarili originali, notaio Altea Raimondo, busta I, anni 1881-1885. Trascritto alle pp. 27-32 del catalogo. 3 Per le scelte museologiche compiute allora furono probabilmente preziose le informazioni desunte dagli scritti di Candido Augusto Vecchi, che visitò Caprera nel 18614 e redasse quasi un diario della sua permanenza sull’isola con ampi brani descrittivi di luoghi e aneddoti, Garibaldi e Caprera, Napoli, 1862. Per una dettagliata descrizione del Compendio garibaldino nello stato attuale, cfr. Fernanda Poli, Il Museo Garibaldino di Caprera, Sassari 1977 (ed. Sassari 2008). Si veda, inoltre, Wally Paris, La dimora, Soprintendenza per i Beni Architettonici, il Paesaggio il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico per le province di Sassari e Nuoro, Quaderno n. 5, Sassari 2007, pp. 109-121. 5 Emanuele Capozzi in L. Arbace, L. Donati, Garibaldi a Caprera. Fotografie inedite e cimeli restaurati, Torino 2009, p. 85, nn. 25-26. 6 E. Capozzi in L. Arbace, L. Donati, cit., p. 85, n. 29. 7 Ibidem, n. 30. Francesca Armosino aveva dovuto attendere per molti anni l’annullamento del matrimonio del Generale con la contessina Giuseppina Raimondi prima di poter regolarizzare la sua unione con lui. Cfr. Stefano Gizzi, Wally Paris (a cura di), Foto d’epoca del Compendio Garibaldino di Caprera, Soprintendenza per i Beni Architettonici, il Pae-

140 Dossier Garibaldi

saggio il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico per le province di Sassari e Nuoro, Quaderno n. 3, Sassari 2005, p. 43. 8 Inventario 1882, n. 63. 9 E. Capozzi in L. Arbace, L. Donati, cit., p. 90, n. 24. Cfr. Stefano Gizzi, Wally Paris, cit., p. 77. 10 E. Capozzi in L. Arbace, L. Donati, cit., p. 90, n. 26. 11 Milano 1816 – Meina 1886. Cfr. Antonio Zonca, “Giovanni Battista Prandina, medico, soldato, alpinista, filantropo”, in Medici e medicina nell’età del Risorgimento sul Lago Maggiore, Verbania 2004, pp. 21-39. 12 E. Capozzi in L. Arbace, L. Donati, cit., p. 90, n. 25. 13 Un esemplare di questa foto è conservato presso i Musei Civici di Pavia. 14 P. Usai in L. Arbace, L. Donati, cit., p. 104 n. 5 (Incisioni), inv. 124. 15 Oxford Dictionary of National Biography, ad vocem. 16 Pavia 1832 – Biumo Inferiore 1859. 17 P. Usai in L. Arbace, L. Donati, cit., p. 104 n. 2 (Incisioni), inv. 041. 18 Inventario 1882, nn. 61, 66. 19 E. Capozzi in L. Arbace, L. Donati, cit., p. 101, n. 7. La fotografia è stata restaurata nel corso del 2007, ma risulta piuttosto lacunosa. 20 Sull’attività artistica dei fratelli Induno, cfr. Giuliano Matteucci (a cura di), Domenico e Gerolamo Induno. La storia e la cronaca scritte con il pennello, Torino 2006. 21 Garibaldi e i suoi tempi, Milano 1884, p. 387 (ed. 1907). 22 Marco Pizzo (a cura di), L’Album dei Mille di Alessandro Pavia, Roma 2004. 23 Tiziana Olivari, “I libri di Garibaldi”, Storia e Futuro, n. 1, aprile 2002, p. 3


Nuvolari, Garibaldi, la Sardegna e il Risorgimento tradito di Andrea Mulas Antropologo e docente a Roma, segue un Dottorato di ricerca su Les pélerinages et le collectionnisme garibaldiens de 1882 à 1992, presso l’Ecole Normale Supérieure della Sorbona di Parigi, con la cattedra del prof. Gilles Pecout, directeur d’études à l’EPHE - Sorbonne, “Histoire politique et culturelle de l’Europe méditerranéenne au XIX siècle”.

Nella foto

Giuseppe Nuvolari

Non ne valeva proprio la pena! La prima volta che Giuseppe Nuvolari sbarca a Caprera è alla fine di dicembre del 1859, con Menotti, il figlio maggiore di Garibaldi, e il generale Guglielmo Cenni, uno dei Mille, pluridecorato, che sarà infine Comandante della Piazza di Palermo. Dossier Garibaldi

141


ALMANACCO gallurese

DOSSIER GARIBALDI

A

Alla fine di Gennaio 1860 si parte, portando con noi la Battistina assai di malumore, con la baglia come custode e manente.

lle feste di Natale, il Colonnello Cenni mi disse, fatta la festa a Nizza Menotti viene ed io con lui partiamo alla fine del mese per Caprera, devi venire anche tù, io mi rifiutai; venuto Menotti, anche lui insistette, lusigandomi per la caccia (il mio debbole quando non ho nulla da fare, gli risposi ai per me fucille a canne, lui confermò; questa fu la prima volta; io capji il perche Cenni a tanto insistito… loro ne avevano pochetti ed io più di loro. Collà trovo una Signora Nizzarda per nome Battistina, la quale aveva una baglia alla Maddalena dalla moglie di un certo Bottin, si andava a caccia, e due volte andassimo in Sardegna – Arzachena – ove si stancava d’ucidere pernici, Beccaccie, lepri e anitre ecc si dormiva in una dispensa di carbonai su balle di crusca. M’acorsi esservi molta fredezza tra la Battistina Menotti e Cenni, ed anche con me, ma poi si persuase ch’io non entrava nel loro pasticcio, e divene intima con me. Alla fine di Gennajo 1860 si parte, portando con noi la Battistina assai di malumore, con la baglia come custode e manente. Arivati a Genova, dopo un mare pessimo, io andai al mio vecchio alloggio in letto, non curandomi di ciò ch’era successo e che accadeva. La Signora Nizzarda per nome Battistina è Battistina Ravello, arrivata a Caprera nel 1856 come cuoca e governante. Da lei il Generale ebbe Anita che legittimò ma che vide assai poco, senza peraltro sposare mai la Ravello, la quale visse a Caprera fino a quando Garibaldi, scoperta la sua relazione con un marinaio del posto, la cacciò irato. Ritornata a Nizza con la figlia, la Ravello visse grazie ad una pensione accordatale da Garibaldi. Anita invece morì a 18 anni a Caprera. Ma torniamo in careggiata, alla sera verso le dieci, viene a trovarmi, Menotti, Gusmaroli, Froscianti e Stagneti, e seppi che il Generale era in Genova, e che al mattino partiva per Caprera con un vapore straordinario, il Cagliari, per portar provviste ai carbonai, e che tutti loro andavano e che andassi io pure, risposi, se non ci fosse il mare anderei, ma per questo me ne stò a Genova; Menotti anche lui insisteva agiungendo, dissi a papà che tu fosti con me a Caprera e Lui mi incaricò di venir ad avisarti che avrebbe piacere che ci tornassi. Per finirla con tutti quelli che mi rompevano le scatolle, promisi, ed alle otto della mattina, come mi avevano detto, ero a bordo al Cagliari; poco dopo

142 Dossier Garibaldi

vene Garibaldi colli altri, più Schiaffino. Il generale mi salutò gentilmente e contento che fossi nel suo seguito. Vene Bixio e Medici a salutarlo a bordo; si partj. Il Capitano del Vapore era Siscia [Antioco Sitzia] cagliaritano, il quale lui ed il vapore stesso furono quelli che condusse Pissacane e Nicotera a Sapri, e raccontò gli avenimenti, ch’io ascoltai con avidità. Siccome il vapore faceva poco camino, il giorno dopo, per non entrare alla Maddalena di notte, si fermò a porto Vecchio, Corsica, viene dei finanzieri, il capitano gli rispose che alla mattina partiva, un può arogante, dopo un ora viene due imbarcazioni con carabinieri, salono per forza a bordo, il generale non si fece vedere, ma disse al capitano: se c’è da far stangate con la gran nazion del nostro aleato, chiamatemi. Fu accomodata la questione dal secondo capitan Caronza. Non so cosa sarebbe accaduto se avessero saputto Garibaldi a bordo. I personaggi citati da Nuvolari sono Luigi Gusmaroli, l’ex sacerdote che a Bologna gli aveva fatto conoscere Garibaldi; Giovanni Froscianti, che prese parte alle più importanti imprese garibaldine e che vivrà per lungo tempo a Caprera; Pietro Stagnetti, già volontario dei Cacciatori delle Alpi e dei Mille; Giacomo Medici, una vecchia conoscenza del Sudamerica, che tanto si distinse durante la Repubblica Romana nella difesa del Casino del Vascello da essere nominato marchese del Vascello da Vittorio Emanuele II, già tra gli organizzatori dei Mille, poi deputato e infine senatore; Antioco Sitzia che, sempre al comando del Cagliari, piroscafo della compagnia di navigazione genovese Rubattino, partito il 25 giugno 1857 dal capoluogo ligure alla volta di Tunisi, aveva tra i suoi passeggeri anche i 26 uomini che, al comando di Carlo Pisacane e Giovanni Nicotera, presero parte alla spedizione di Sapri nello stesso anno. Finalmente la compagnia sbarca a Caprera: è la prima volta che Giuseppe Nuvolari e Giuseppe Garibaldi vi mettono piede insieme, dopo tante lotte, tante battaglie, tante imprese. E Nuvolari vi si recherà per un ventennio, quasi con regolarità, attratto sì dalla caccia e da tanta preda, ma mosso da profonda e antica devozione verso il Generale che ha sempre servito con lealtà e ammirazione, in tutti i campi di battaglia, certo per amore di patria e non per onori o interessi personali.


Giunti a Caprera lo stesso giorno il generale diede ad ognuno mansioni di quello che dovevano fare. Io quella di tener pulite le armi e la caccia, a Schiaffino e Menotti la custodia del canotto (mezzo marcio) e la pesca, a Gusmaroli il cuoco fornajo, cameriere e lava piati (cè nera tanto pochi) Froscianti custodire il poco coltivato, far legna per casa e forno, Stagneti per non saper far nulla, quella dei lavori inutili. Eco una famiglia di otto uomini compreso Bottino il mezzadro, ognuno tendeva agli ordini ricevutti. Quale vita si conduca in quegli anni a Caprera in Casa Garibaldi, Nuvolari ce lo illustra bene con l’efficacia propria della sua prosa asciutta. Il mese che ci fui prima dormivo nel letto del generale, dopo in una picola branda come il più distinto, per biancheria i miei vestiti, capoto e qualche vecchio sacco, gli altri con sacchi vecchi velle [vele] idem, per terra. Si mangiava caccia e pesca, (carne non ne vidi mai) ma quello che disturbava tutti (meno Menotti e il generale) era la mancanza assoluta del vino e caffè, questo riservato al solo generale. A tavola quando beveva diceva sempre: come e buona quest’acqua… e eccelente non è vero. S’immagini noi con che coragio si diceva e vero generale e eccellentissima. Ho vedutto famiglie povere ma quella di Caprera le superava tutte in quell’epoca; quante volte vi era caccia e pesca in abbondanza, ma mancava l’olio o di strutto per cuocerle. E dire, dopo la guerra dell’America, di Roma e Lombardia 1859. a trovarsi in quel statto mai un lamento. E pure, come era bello, grande… sublime allora Garibaldi! Per me sicuro, non so pei altri? Non so cosa avrei fatto per lui e la sua famiglia in quei due mesi, (meno una cosa solo) avrei datto la camicia se me la avesse chiesta. Più che austerità spartana, si avverte qui una certa miseria al limite dell’indigenza che costringe ad industriarsi in ogni necessità. Verso la fine di Febbraio, Menotti e Schiaffino andarono alla Maddalena per comprarsi un pajo scarpe all’ultimo, io aveva i calzoni in pezzi e diedi quattrini a Menotti che mi comperasse della stoffa qualunque e che la desse ad un sarto, che pigliasse le misure da lui. Menotti rispose, li faremo noi, papà li taglia ed io li cucirò… viene colla stoffa, alla mattina vò a dar il buon giorno al Generale e lo trovo che tagliava i miei calzoni, gli feci osservare che bisognava mi avesse presa la misura, Lui continuando il lavoro rispose ad occhio, alla marinara, avette la mia statura! Dopo i calzoni passarono dal taliar ai lavoranti Menotti e Gusmaroli, alla mattina sucesiva io indossava un pajo di calzoni, i più spici e comodi, perche senza saccoccie ne bottoni una sol cingia sul fianco. Mancano persino i mezzi da lavoro. Un altro giorno mangiando [il Generale] disse che ci voleva della sabia davanti alla casa, ma non avendo mezzi d trasporto,

Pagina a fronte

La Maddalena, via Garibaldi. La casa in primo piano a sinistra, con la scala esterna, è l'abitazione di Luigi Gusmaroli. (collezione Andrea Mulas)

In questa pagina

Foto di Giuseppe Garibaldi con dedica a Giuseppe Nuvolari: “Mio Car.mo Colonnello G. pe Nuvolari sempre v.ro G Garibaldi”

se non un picolo carretto tutto sfassiato era inutile pensarci; Schiaffino domandò ove era che l’avrebbe accomodato, si mise all’opera, fece da fabro da falegname, steche da una parte chiodi e puntelli dall’altra, infine mise in piedi questo picolo carretto, ed il generale contento, adesso bisogna pigliare i tre asini alquanto monsi: due maschi ed una femina e che uno a nome Pio nono, l’altro Napoleone III°, la femina imacolata concezione e vedrette quanta sabia tirreranno su dalla spiaggia del mare. Ma a queste tre individualità, mancano i vestiti (finimenti) il pazziente Schiaffino con vecchi sacchi fece le catene, con corda in disuso tiranti, e attaccò i tre personaggi e cioè, Pionono nelle stanghe, Napoleone terzo al fianco e l’immacolata davanti, e lui con una frusta ad uso caretiere cominciò il trasporto della sabia. Com’è noto, da vecchio anticlericale, Garibaldi aveva dato ai suoi asini i nomi di Pio IX, Napoleone III, Immacolata Concezione e Oudinot, qui non citato. Verso la fine di marzo del 1860 Garibaldi decide di ritornare in Continente. La biografia del Generale ci ricorda che in questo stesso anno Garibaldi contrasse il disgraziato matrimonio,di cui si pentì subito, con la contessina Giuseppina Raimondi (stesso cognome di sua madre Rosa Maria Nicoletta), ma che riuscì a fare annullare, dopo molte sollecitazioni, solo il 14 gennaio del 1880, (due anni prima della sua morte) per poter sposare l’ultima sua compagna Francesca Armosino, che gli aveva dato altri tre figli, tra i quali Clelia, Rosa, morta a soli 18 mesi, e l’adorato Manlio, nato il 23 aprile del 1873. Coll’avicinarsi la fine di marzo il Generale manifestò la volontà d’andar in continente, da tutti desiderata, io ero l’unico che partiva mal volentieri. […] Venutto il giorno che alle 5. pomeridiane ariva il vapore alla Maddalena, pel timore di perdere la corsa, e pel timore che facesse tempo cattivo di non poter andar cola barca a Maddalena, partimo a prima mattina, i bagagli era-

Dossier Garibaldi

143


ALMANACCO gallurese

DOSSIER GARIBALDI

Com’è noto, da vecchio anticlericale, Garibaldi aveva dato ai suoi asini i nomi di Pio IX, Napoleone III, Immacolata Concezione...

Foto di Giuseppe Garibaldi con dedica a Giuseppe Nuvolari: “Mio Caro Nuvolari vostro G. Garibaldi”

no sì meschini che ognuno portò il suo con poca fattica. Giunti al paese il Generale andò in casa Susini. Io ordinai il pranzo per tutti ad una unica così detta Locanda Matto; saputo ciò il Generale ne fu contento per disimpegnarsi dalla famiglia Susini. Il “famoso” pranzo fu molto allegro… ma c’era il vino! Il Susini è Pietro Susini, della famiglia Susini Millelire, che ebbe assidui contatti con Garibaldi sin dal 1849, quando suo fratello Nicolò ospitò nella propria casa il Generale in fuga da Roma. Un altro fratello, Antonio, era stato nella Legione italiana con Garibaldi in Sudamerica e lì si fermò anche dopo la partenza di quest’ultimo per l’Italia. La denominazione invece dell’una unica così detta Locanda Matto, sarà poi da Nuvolari corretta, in Come la penso, con la più esatta definizione di unica, allora, osteria detta locanda Raffo. A La Maddalena, nel centro del paese, in quella che allora era via Vittorio Emanuele II, esisteva infatti la locanda di Felice Raffo, genovese, gestita da sua moglie Marta Dra-

144 Dossier Garibaldi

go e dai suoi 7 figli, fra cui due ragazze bellissime. In particolare Agata, ritratta dal pittore milanese Luigi Zuccoli, colpì l’attenzione di Franco Mistrali, sbarcato nell’isola a Pasqua del 1861 insieme ad una rappresentanza di Società di Mutuo Soccorso italiane, che era partita da Genova con il vapore Italia. Scopo della missione: recarsi a Caprera per convincere Garibaldi ad accettare la candidatura offertagli per il Primo Collegio di Napoli e da lui rifiutata, candidatura che stavolta il Generale si risolverà finalmente ad accettare. Quando, verso la fine di gennaio del 1861, Nuvolari, insieme a Nino Bixio, ritorna a Caprera, l’isola no era più quella… quanta gente accoreva per rimaner con lui, per fortuna aveva una casa che non poteva alloggiar tutti, ma diversi si arrangiarono alla meglio; quanta roba mangiativa arrivava dogni genere, superiore al consumo che andava a male (che durò poi per molti anni) e non mancava il vino ed altri oggetti indispensabili ad una famiglia come l’anno prima i quali ne avrebbe fatto s’logiare diversi. E in Come la penso aggiunge trovai [Caprera] tanto diversa da quella di prima. Oh, quanto mi spiacque non riscontrarvi più la bella, anzi dirò selvaggia, se volete, ma libera e schietta semplicità di una volta! Quanta gente nuova vi trovai! Quanti amici la fortuna aveva improvvisati al Generale! E tutti i giorni ne arrivavano di nuovi, e con proposito di restarvi! gran mercé che la capacità della casa non poteva alloggiarli tutti, ma parecchi anziché partirsene s’accantonavano alla meglio nell’isola e restavano. Caprera in quell’epoca offriva l’aspetto di un’isola sacra, meta del pellegrinaggio d’ardenti fedeli. Ma non tutti invero erano dei ferventi pellegrini, mentre non pochi approdavano per sollecitarvi la conferma di un grado, o un certificato per ottenere un impiego o una efficace raccomandazione etc. etc. Quante provvigioni da bocca arrivavano da tutte le parti in regalo, per isfamare, non il Generale dalla nota sobrietà, ma i pellegrini che ne costituivano una specie di corte. Vi ho già descritto la nostra mensa di un anno avanti, quando Gusmaroli era cuoco. Allora i pasti frugali erano annaffiati da quell’acqua che il buon Generale trovava sempre buona e noi eccellente. Andate ora a vedere la differenza che corre da questi desinari ai nostri d’allora, e qui colle svariate vivande troverete i vini migliori d’Italia. Dissi che da ogni parte arrivavano provvigioni da bocca, ma non dissi che erano in tanta copia, che molte andavano a male, mentre altre conservabili restavano di scorta. Oh, l’entusiasmo di certi pellegrini si sarebbe raffreddato di molto, se il piacere di far compagnia al Generale avessero dovuto procurarselo collo sgobbare da mane a sera, mangiar male, bere acqua e dormire in terra, come avevamo fatto noi.


Quando, verso la fine di gennaio del 1861, Nuvolari, insieme a Nino Bixio, ritorna a Caprera, “l’isola no era più quella…” Ma quantum mutata ab illa, Caprera!, e quanto ancora muterà… Nel 1864, epoca in cui visita l’isola, Achille Cagnoni, nella sua Descrizione di Caprera, testimonia che nella casa del Generale abitavano, oltre a Garibaldi stesso e i suoi figli Menotti e Ricciotti, madama Deidely, già aja dei figli; Froscianti, maggiordomo di casa, ex maggiore del generale; Basso, amico e segretario del generale, altro ex maggiore; Lauro, altro ex aiutante; Pastori ex suo milite; Faseri, altro ex milite; due servi, uno milanese per nome Milani […]; l’altro di Varese; due ancelle al servizio della casa. C’è inoltre un custode dei bestiami, che convive in un apposito casolare colla propria famiglia composta dalla moglie e di sei figlie. Una piccola corte, insomma, aveva visto bene Nuvolari. Il Basso citato da Cagnoni è Giovanni Basso, nizzardo, che seguì il Generale nelle sue navigazioni tra America e Cina, facendo ritorno in Italia nel 1859, per combattere tra i Cacciatori delle Alpi. Dimorò a lungo a Caprera svolgendovi le funzioni di segretario di Garibaldi che, nei suoi ultimi anni, gli aveva affidato anche il disbrigo della corrispondenza. Nuvolari lo descrive pien di vizzi che quando andava alla Maddalena era ubbriaco da mattina a sera (Tutti i Maddalenini possono testimoniare della sua vita al quanto scandalosa) che poi, pochi anni dopo [il 1868] pei suoi stravizzi divene pazzo, e morì [l’anno 1884] nel manicomio di Genova. Altra presenza stabile a Caprera, e particolarmente vicino al Generale, era Luigi Gusmaroli, mantovano, che presentò Nuvolari a Garibaldi. Gusmaroli amico mio e sempre attaccato al generale, [a Bologna] lo avisò del arrivo di questo “importante” personagio [Nuvolari, appunto, che qui ironizza su se stesso], e vole parlar mecco, andai; e questa fu la prima volta che parlai con Garibaldi. Era sacerdote quando, nel 1860, a 59 anni, lasciò la veste talare, per seguire in prima linea il Generale fino al termine dei suoi giorni. Ma la sua vita, nonostante l’attaccamento per Garibaldi, non fu coperta di onore, anzi fu accusato ingiustamente di furto e espulso da Caprera per quasi nove anni. Trasferitosi alla Maddalena sotto il peso di questa terribile calunnia visse in povertà, quasi esule, in compagnia della donna che sposò e che gli dette dei figli. Morì nel 1872 ed è sepolto nel nuovo cimitero, dopo che nel 1948 il parroco dell’isola, Salvatore Capula, decise di distruggere il cimitero vecchio di via Roma, che risaliva al 1796, con il pretesto che esso, ormai inglobato nel tessuto urbano, era degradato e fatiscente (in realtà troppo carico di memorie laiche e di personaggi garibaldini, anticlericali, massoni). La sua tomba è affiancata a quella del maddalenino Gio-

vanni Battista Culiolo, il famoso Maggior Leggiero, altro fedele compagno di Garibaldi, e sulla lapide si legge: QUI GIACE IL MAGGIORE LUIGI GUSMAROLLI DEI MILLE EGLI SVESTI’ L’ABITO DI PRETE QUANDO GIOVANE IN ETA’ DI RAGIONE CAPI’ CHE NON DOVEVA ESSERE DELLA SETTA DEGLI IMPOSTORI E SE FE’ UOMO, MILITE VALOROSISSIMO DELLA LIBERTA’ ITALIANA PUGNO’ IN TUTTE LE PATRIE BATTAGLIE FU PADRE E MARITO ONESTO ED AMOROSISSIMO Sono parole dettate da Garibaldi per l’amico scomparso che gli fu compagno di sincera fedeltà e servitore devoto. Ma allora, come mai il Generale, di Gusmaroli che tanta parte ebbe nella sua vita, non parla mai nelle Memorie? Su questa “dimenticanza” s’interroga Nuvolari e se ne duole assai. Fa senso in chi conosce da vicino la leggenda garibaldina, come il Generale in queste “Memorie” non faccia mai cenno di un uomo, che fra quanti lo seguirono nessuno lo uguagliò in fedeltà, e devozione come lui. Povero generoso! grande nella tua umiltà scendesti nella tomba, dimenticato da tutti, solita mercede della società alla virtù disinteressata; ma che non doveva esserti retribuita da colui, che avevi tanto amato e per quale avevi tanto sofferto. […] L’affetto e la fedeltà di un cane verso il padrone erano pari in lui per Garibaldi – e dire che non lo nomina neppure! Gusmaroli, non era solamente un garibaldino, era l’amico, il consigliere, il servo e sempre disinteressato, di Garibaldi. Lo vedemmo cuoco, fornaio, cameriere, guattero a Caprera – lavorò poi col Generale a preparare la spedizione dei Mille, fece tutta la campagna, ora come soldato nei combattimenti, ora come prete negli spedali, ora diplomatico a trattare d’affari, instancabile sempre, e sempre dappertutto, e Garibaldi lo nominava maggiore per merito e suo elemosiniere. Nuvolari, ripercorrendo le vicende che hanno visto Gusmaroli sempre accanto al suo Generale per rendergli coi fatti ostensibile la sua devozione, ha un ben preciso intendimento e lo dichiara rivolgendosi idealmente all’amico e compagno dimenticato dopo la sua morte: Ora io qui mi propongo, come so e posso, farti conoscere: è un povero tributo che intendo pagare alla tua memoria. Questi dunque i fatti, in sequenza, come Nuvolari li rievoca.

Dossier Garibaldi

145


ALMANACCO gallurese

DOSSIER GARIBALDI

...Ora io qui mi propongo, come so e posso, farti conoscere: è un povero tributo che intendo pagare alla tua memoria...

Nel 1848 gettata la veste alle ortiche, partì dal villaggio per tuffarsi lui pure fra gli entusiasmi della rivendicazione della patria e l’anno seguente lo ritroviamo a Roma garibaldino tra i garibaldini sempre in prima linea nei più caldi combattimenti. Alla caduta della Repubblica romana prete Gusmaroli ramingò, soffrì la fame e finalmente non sapendo come vivere, e ricordandosi che se i ricchi non hanno che a scegliere per vivere, ed ai poveri la scelta non esser lasciata che per morire; piegò il capo, tornò prete e celebrò messa. Il commento di Nuvolari a questo “ripensamento” del prete che abbandonò la tonaca per farsi garibaldino e che ora ritorna a dir messa è, sì, asciutto ma anche pieno di umana partecipazione. Quale prete cattolico, apostolico e romano potesse essere Gusmaroli dopo il 1849, lascio pensarlo a voi. Però vi assicuro, un senso religioso averlo esso sempre nutrito, non quello della forma, s’intende, ma quello profondo del cuore, ove colla religione ardeva sacro l’amore alla patria. Tale era Gusmaroli, anima semplice, candida ed entusiasta ad un tempo. Nelle campagne del 1859 e del 1860 Gusmaroli è sempre al fianco di Garibaldi che però si dimentica di lui quando, nelle sue Memorie, ricorda gli eventi di quegli anni. Restai sorpreso, che nei cacciatori delle alpi 59., ed in special modo nella campagna 1860 il generale che nomina tanti, e non un picolo cenno al bravo, coragioso e patriota Gusnmaroli ,che gli fù sempre suo fedel canne di guardia, e anche di pareri e consigli: conosciuto non dai soli Mille, ma da tutti gli altri alto locatti e graduati profumati venutti dopo; per la sua attività ed intelligenza. Che gli fu compagno a Roma, che dopo per vivere dovette piegar il capo al Papa perché gli concedesse di nuovo la messa. Il Gusmaroli, 59 e 60 lo seguì a piedi da per tutto reccandogli serviggi non indiferenti che molti sanno, fu fatto maggior per merito. Quando Garibaldi si imbarca a Napoli diretto Caprera, vuole che Gusmaroli lo segua, ma qui, l’anno seguente Nuvolari in visita all’isola insieme a Nino Bixio, di cui era aiutante, non lo ritrova. Trova invece quella camarilla di cui ha già detto con tristezza e lui, che di questa gente nuova, di questi ferventi pellegrini, quasi minaccia, ne avrebbe fatto s’logiare diversi, annota amaramente che s’logiò però il solo Gusmaroli. Quel povero infelice, infatti, era stato accusato d’aversi tratenutto quattrini per la somma di 90/m e più mille lire, quando andava portar socorsi ai feritti negli ospitali per incarico del generale, più una cassetta contenente valori trovata a Messina e a lui consegnata e da lui poi consegnata al Colonnello Cenni quando partì in fretta col generale per ragiungere Bixio per passare in Calabria, ma per la

146 Dossier Garibaldi

fretta non fu fatta ricevuta, sfido io, in quei momenti le regolarità. Il Cenni poi la consegnò al proprietario, ciò che si seppe dopo, nulla valse la bomba… calunia era lanciata era lui che se l’aveva trattenutta; come poteva corer dietro a Garibaldi con una cassetta? Accusato di furto e di indebita appropriazione, la bagatelle di lire cinquantamila, che non aveva commesso, e visto che il generale forse per non urtare la numerosa combriccola tacceva senza spendere una sola parola in sua discolpa e difesa, il povero Gusmaroli assassinato nell’onore e nell’impossibilità di giustificarsi lascia Caprera e si trasferisce a La Maddalena, ma qui, ove sperava trovar pace, il povero derelitto trovassi ancora angosciato, vedendosi schivato siccome espulso da Caprera per ladro. Oh, quanto deve aver sofferto! Lui virtuoso vedersi rimunerato colla mercede che la società dovrebbe infliggere solo ai colpevoli! Allora pensò a trovare alcuno che in qualche modo potesse rendergli meno amara l’esistenza, e questo non potendo essere che una moglie, mise casa e la prese. Gusmaroli dunque a La Maddalena, come risulta dai registri comunali dell’isola, il 15 marzo 1866, alle ore quattro e mezzo pomeridiane, si unisce in matrimonio con la Signora Vedova Maria Antonia Gavini, d’età maggiore, donna di famiglia, figlia dei viventi Antonio, Padrone Marittimo, e Viggiani Giulia, donna di famiglia, residenti questi a Bonifacio (Corsica), che gli darà due figli: Annetta Mammello [sic, con probabile riferimento a Goffredo Mameli, conte Mammelli] Vincentia, nata il 19 luglio 1862, e Brunzettus Angelus Josephus, nato il 24 settembre 1864, come risulta dagli archivi parrocchiali di La Maddalena. I coniugi Gusmaroli stabiliscono la loro dimora in via Garibaldi, 33, dove li raggiungerà anche l’Esattore Gusmaroli, come lo definisce Nuvolari nella sua lettera al Direttore del Gazzettino Rosa: è il fratello Angelo, Appaltatore daziario, che si spegnerà nell’isola nel 1889, all’età di 80 anni. A celebrare le nozze è Pasquale Volpe, ancora Sindaco nel 1869, a capo di un Assemblea Comunale in maggior parte composta da liberali e massoni, fra i cui consiglieri, dal 1867 al 1870, figura anche Gusmaroli cav. Luigi: nel verbale di una seduta del 1868, infatti, egli risulta tra gli assenti, insieme a Garibaldi Menotti. Gusmaroli, durante il suo soggiorno a Caprera, dove viveva e mangiava col generale, aveva potuto mettere insieme dai 5 ai 6 milla franchi risparmiati dalla sua paghe di Maggiore e dagli altri sei mesi di paga assegnati dal governo agli ufficiali garibaldini dimissionari. Con questi soldi, cinque o sei mila lire in tutto, la cui provenienza era facile riscontrarla nell’intero risparmio del suo stipendio, trasferitosi a La


Quando Garibaldi si imbarca a Napoli diretto Caprera, vuole che Gusmaroli lo segua, ma qui, l’anno seguente Nuvolari non lo ritrova. Maddalena vi comperò una barca, delle reti ed altri utensili pescherecci, e avendoli somministrati a pescatori ne divideva i proventi, riserbandosi il carico della conservazione di detti oggetti ciò che obbligava il povero prete a rattoppar tutto il giorno reti. Gusmaroli inoltre vantava nei confronti di Garibaldi un credito dalle 700 alle 800 lire, che aveva anticipato per l’acquisto di legname e altro materiale: il Generale, intendendo ampliare la vecchia casa, lo aveva pregato di provvedere all’acquisto con i propri soldi, che poi gli avrebbe rimborsato. Finché non ne ebbe bisogno, Gusmaroli non richiese la restituzione della somma anticipata ma, venutosi a trovare in difficoltà economiche, scrisse più volte al Generale per riavere il suo credito, senza mai ottenere risposta: vi era chi tratteneva le lettere annota Nuvolari. Finché, nel 1862, Gusmaroli pregò proprio lui di consegnare personalmente, all’insaputa d’altri una lettera a Garibaldi ricordandogli il suo credito, cosa che egli fece dopo aver letto la missiva. L’indomani stesso Basso era a La Maddalena con la cifra dovuta a Gusmaroli. E’ questo dunque il ladro? domanda neanche troppo velatamente Nuvolari, uno che è in credito e che vive in miseria? Uno che per queste accuse infamanti e destituite di fondamento nel 1863, egli trova desolato perché era stato informato come fossero state fatte pratiche perché venisse cancellato dall’elenco dei Mille. Piangeva, si disperava sebbene non sapesse ancora se i ribaldi (chiamiamoli così) fossero riesciti nella rea trama. Nuvolari gli promette il suo interessamento, ne parla a Vincenzo Carbonelli che ne restò indignato e si adoperò presso Crispi riuscendo giusto in tempo a sventare la manovra. Carbonelli, che già aveva preso parte alla difesa della Repubblica Romana, si era distinto tra i Mille, aveva partecipato alla terza Guerra di Indipendenza, alla Campagna nazionale dell’Agro Romano per la liberazione di Roma, ferito a Mentana, era infatti deputato per la Sinistra storica. Nel 1864 Gusmaroli supplica Nuvolari d’imprestargli mille franchi, e questi, scherzando (ma davvero era uno scherzare crudele, riconosce egli stesso) gli risponde: ma se ai finiti i 50/m mille, vendi e da fondo la famosa “cassetta”, in altre parole che se aveva già consumate le cinquantamila lire destinate per soccorso ai feriti, vendesse i valori trovati nella cassetta di Messina. Povero Gusmaroli! Il quale sconfortato soggiunge sarebbe stato meglio, l’occasione l’aveva, se avessi fatto il ladro, come han fatto e fano molti, non sarei in miseria, e sarei stimato e rispettato! Gusmaroli vuole che Nuvolari legga ciò che egli ha scritto e raccolto sulle vicende storiche di cui è informato o è

La Maddalena - Il Comando (collezione Andrea Mulas)

stato testimone, a patto che le faccia pubblicare solo dopo la sua morte. Ha volutto che legga le sue memorie anzi storia e che ci promettesse di farla stampare dopo morto; intanto prima crepa e poi vedrò, e tratenni le sue memorie; che memorie! fornitte di documenti e nomi di molte persone alto locate, ch’io rimasi, che non avrei mai creduto che avesse tanto materiale da far rizzare i baffi a molti. Ma nel rivedere le sue annotazioni manoscritte per consegnarne la versione definitiva alle stampe, Nuvolari si autocensura. Ecco infatti come sono mondate e purgate le sue memorie in Come la penso: Volle ricevessi le sue Memorie scritte, le leggessi, gliele conservassi e promettessi pubblicarle; ma solo dopo la sua morte. Accondiscesi, le accettai, e le lessi. Quali Memorie! Quale tesoro per la compilazione di una storia, con quali documenti irrefragabili corroborava i fatti che andava narrando! Non avrei mai sospettato in lui un sì paziente e sottile ordinatore di Memorie. Quasi un’ode laudatoria delle capacità documentali di Gusmaroli ma del materiale da far rizzare i baffi a molti s’è perduta ogni traccia, e per sempre. Al suo ritorno a Caprera nel 1869 Nuvolari scopre che il suo amico Gusmaroli è ridivenuto assiduo come un tempo di casa Garibaldi, ne ha profondo fastidio e glielo manifesta in modi bruschi al limite dell’insulto. Dal 1869, lo trovo tutto cambiato, andava e veniva da Caprera di continuo non tanto lui ma anche sua moglie e figli; una cordialità la più intima colla Signora Francesca. Io me ne risentj e gli dissi con poco garbo, che dopo tutto quello che ti fecero sofrire ingiustamente, io al tuo posto non avrei mai più posto piede in Caprera; Risposemi, fui invitato dal Generale: per qual mottivo dissi. Siccome il generale scrive la storia del 59 e 60, non si ricordava di molte cose e fatti ed io l’ajutai per diversi giorni, perché ol-

Dossier Garibaldi

147


ALMANACCO gallurese

DOSSIER GARIBALDI

Gusmaroli vuole che Nuvolari legga ciò che egli ha scritto e raccolto sulle vicende storiche di cui è informato...

tre d’averli scritti, li sò a memoria, gli replicai, ti credeva uomo serio e di carattere… ma sei statto prette! mi rafredai con lui, cercando di scansarlo per non dircene più grosse. Si può ametere che la guerra mossagli venisse più, perché volesse entrare in fatti e cose della famiglia, (che si crede di già un membro) che non gli aspetava, di fatti vi fù… lo lascio nella penna; ed era un atenuante per lui; potevano allontanarlo con una scusa qualunque ma non da ladro. Gli fece riflettere che il generale non l’aveva fatto chiamare per sol correggere la sua memoria, ma v’era d’altro, cioè che tu sapevi più di qualunque altro fatti e cose, per esserci sempre statto al fianco e sul timore che tu le propaghi prima o dopo, ti accarezzò, e tu abbocasti all’amo; piglia la tua storia e manoscritto che non so più cosa farne e questo solo che il generale desidera, portale a lui che ci saranno di grande vantaggio nelle sue, ma stà certo che le più vere te le scarta. Tuttavia, alla morte di Gusmaroli, Garibaldi ne scrive la necrologia e manda il Capitano Crissonini (che da diversi mesi si trovava a Caprera) a leggerla sulla tomba in presenza di tutti i Maddalenini. Ma le perplessità restano tutte: Una considerazzione. Come può Garibaldi averselo dimenticato nelle sue memorie? le quali furono scritte l’anno stesso che morì Gusmaroli e con tutti i sugerimenti avutti. Dopo la scomparsa dell’amico, per avere notizie di quelle memorie che da lui aveva avuto in lettura, anteprima assoluta, segno di fiducia e stima incondizionate, Nuvolari si rivolge quindi alla vedova di Gusmaroli. Morto che fu domandai alla vedova sua moglie le sunominate sue memorie, mi disse che nulla aveva trovato in proposito; disse mi lasciò da mantenere due picoli figli e dei debiti. Capij che dopo la pacificazione con Garibaldi suo idolo, le aveva distrutte. Fui pentito daverelle ritornate, che ora e anche prima sarebbero state preziose! Se la vedova, cui Gusmaroli non lascia che debiti e due figli da allevare – altro che Memorie!, possa averle distrutte o cedute a qualcuno che aveva interesse a che scomparissero per sempre, forse perché compromettenti, Nuvolari non dice, ma neppure fuga i legittimi sospetti a tale riguardo: quale vantaggio avrebbe mai tratto la vedova dalla loro distruzione o scomparsa non è dato infatti di sapere. Gli stessi rapporti di Nuvolari con Garibaldi non sono sempre idilliaci, anche per certi comportamenti bizzarri del Generale. Garibaldi parte per la campagna di Francia, Nuvolari stavolta però non lo segue. Nella campagna di Francia io non andai, annota, mi rifiutai per due ragioni, la mia avanzatta età (50 anni) più aveva piacere che

148 Dossier Garibaldi

i francesi le pigliasse onde calmar la blaga della gran nazzion (oggi anche noi Italiani siamo divenutti pegio di loro), ma in tale occasione riceve peraltro una precisa richiesta di denaro: Nel maggio 1870, Il Dottor Ripari mi chiese se pottevo imprestar a Garibaldi 20/m franchi, ciò ch’io feci, le quali lui le imprestò ad altro. Se perciò egli non può essere testimone di eventi bellici cui non ha inteso prendere parte, ha tuttavia da aggiungere i suoi personali ricordi in merito al prestito dei ventimila franchi e alle circostanze della loro restituzione: dirò però d’un bello capricio originale del generale e conseguenze. Il 12 gennaio 1871, Nuvolari è a La Maddalena, dove è sbarcato ai primi di novembre dell’anno precedente: qui, dalla Francia, gli perviene questa lettera di Garibaldi: L’intestazione: Repubblique Francese, libertè, Egalitè, fraternità, Commandement Général de l’Armèe des Vosges, quartier gènèral. Caro Nuvolari, Venite ho bisogno di parlarvi. Un saluto agli amici della Maddalena Dal vostro G.Garibaldi Autun. 5 Gennaio 1871. Questa lettera mi mise in serio pensiero pel lungo viaggio, ma maggiormente, perche suposi, e mi misi cociuto in testa che, essendo morta una sua figlia, ora volesse liberarsi dell’altra e di Francesca, come fece dal 1860 quella tale sig. Nizzarda e sua figlia Annetta. Nuvolari ricorda qui la morte della seconda figlia di Garibaldi e di Francesca Armosino, Rosina; quella tale sig. Nizzarda e sua figlia Annetta sono invece Battistina Ravello e la figlia Anita, che lei ebbe da Garibaldi. Nella fine di Xbre si amalò seriamente la bimba Rosina di 18 mesi bella e simpatica. Per esser una specie fat tom [fac totum], che io era, all’insaputa telegrafai al generale della malatia; morì dopo poco, telegrafai a Basso della morte e sempre all’insaputa della Sig. Francesca. I fastidi che mi ebbi per questo decesso per sepelirla sul cimitero furono tanti, dirò solo, il prette non la vole perche non battezzata. Il Sindaco l’assecondò, i consiglieri tacquero, essendo tutti beghini, e così fini col sepelirla in Caprera, dando principio colà d’un cemittero di tre cadaveri, che forse non ci sarebbe. Una settimana dall’arrivo della lettera, con il primo vapore, Nuvolari parte per Genova e da qui prosegue per Torino ove incontra un suo compagno di caccia, Marti, ricco commerciante di pellame, nizzardo, e lo prega di unirsi al lui


Gli stessi rapporti di Nuvolari con Garibaldi non sono sempre idilliaci, anche per certi comportamenti bizzarri del Generale. nel viaggio, che prosegue con la ferrovia del Moncenisio, a sistema Fell, con un fredo che sentj mai, annota. A Chambery si unisce loro certo Silva Milanese, lui pure commerciante. Appena arrivati a Digione nel far dell’alba e, nonostante l’ora antelucana, subito chiede di Garibaldi Io conoscendo i costumi che si alza di buonora, domando dove alloggiava il Gen.le e vado, era alzato s’iben ancora notte, al vedermi la prima parola fu: vi ho chiamatto qui per ristituirvi i venti milla franchi già che li ho. Rimasi stupito ,sapendo ciò, certo non sarei andatto in francia, capricio a me poco agradevole, molto più che si potteva spedire con la posta, come ne aveva spediti alla francesca. In Come la penso Nuvolari, per la penna del devoto Carlino, non è altrettanto laconico a riguardo. Come restassi a tale sortita lascio pensarlo a voi; confesso però che provai tale un impeto di sdegno, che se quello che aveva parlato non fosse stato lui, Garibaldi, certo non avrei saputo contenermi. Con quella stagione farmi correre dalla Maddalena a Digione, farmi attraversare le Alpi, spendere quattrini, soffrir tanto freddo perché andassi a prendermi i danari che gli aveva prestati… per Dio fu un capriccio crudele!... ma forse sarà anche questa una caratteristica degli uomini grandi. Chi non capisce che a qualsiasi semplice mortale, cui venga la buona disposizione di soddisfare un creditore lontano, non verrà mai in mente di fargli fare il viaggio di piacere che il Generale impose a me? Non erasi egli già servito della posta per inviare quattrini alla signora Francesca?... c’è da strabiliare a pensarci. Ma non è in questa circostanza che i soldi verranno restituiti: Garibaldi lascia all’improvviso Digione, fa cercare dovunque Nuvolari ma non lo trova, questi, assieme a Martin e Silva, parte in direzione di Lione, su un vagone sopra ad un vagone scoperto con sopra due cannoni, e con un palmo di neve gelata sul vaggone e cannoni alla volta di Chagny, ognuno potrà immaginarsi che allegria per tre ore fino a Sagnì, (e tutto pel capricio d’un grande), si rifocillano con vin brulé, dormono. L’indomani mattina partono per Macon, non curandomi affato ne di Garibaldi ne dei 20/m franchi avendone piene le scatole sbotta Nuvolari. Finalmente arriva anche il Generale che lo convoca per l’indomani mattina, ed egli si presenta puntuale. Andai e [egli asciutto, aggiunge in Come la penso] mi consegnò i venti milla franchi, lasciandogli una ricevutta perche non aveva la sua di restituirgli, quindi salta subito su un treno per fare ritorno a La Maddalena sempre maledicendo in cuor mio ai capricci degli uomini grandi, annota. Trascorsi pochi giorni, anche Garibaldi è nell’arcipelago ove, a Caprera, s’incontra con Nuvolari.

Questi non riesce a trattenere le sue legittime rimostranze: Mi lamentai con Lui d’avermi chiamato per cosa che si poteva rimediare altrimenti con la posta od ora col suo arivo; quando sentj del vagone, dei cannoni e neve gellata, si muse a ridere a crepa pelle ,ed in seguito per diversi anni, quando mi vedeva, ramentava quei fatti in dialetto Mantovano, come li aveva sentiti da me, essendo facile pei dialetti e siccome ch’io cicava [mi adiravo], Lui se la godeva di più; E così sono i caprici degli uomini grandi, godersella delle peripezie dei poveri diavolli, causate da Loro; Il povero amico e compagno di caccia Martin, dopo otto giorni ebbe un braccio paralizzato, l’anno dopo morì, io però non ho riso, anzi ebbi rimorso d’esserne in parte la causa della sua fine. Ma all’origine del progressivo raffreddamento dei rapporti tra i due Giuseppe, vi sono anche altre ragioni, ben più gravi di questi bizzarri comportamenti del Generale. Questi, ai primi del 1875, convoca Nuvolari e lo prega di occuparsi lui di Caprera: egli intende recarsi a Roma, per ringraziare i suoi elettori e per esporre il suo progetto per la deviazione, con soli sessanta milioni, del corso del Tevere e con un lapis fa il giro dove lui vole far passare il fiume. Nuvolari rimane sbalordito, e quasi quasi temeva gli avesse dato il cervello, quindi obbietta sulla carta e con un lapis si fa presto a voltare un fiume, non so poi all’atto pratico quali dificoltà sorgerano, prima ci vogliono studi e calcoli molti sul posto, perché in molti luoghi per le picole coline diverà molto profondo e per sostener le rive sarà affar serio. Lui replica, ma queste devono esser tutte investite di granito; ma se nei dintorni di Roma credo non ve ne sia granito dissi io; e Lui, non vedette Caprera, Maddalena e S.Stefano e tutto granito. Com’è noto, nel 1875, Garibaldi aveva presentato un progetto per la deviazione del corso del Tevere e dell’Aniene, che, un’apposita Commissione di studio, il 23 settembre dello stesso anno, bocciò. Due cose però Nuvolari ignora: che sia in partenza tutta la famiglia e che la loro assenza da Caprera non sarà dai 15. ai 20. giorni, come egli immagina, ma di 7.mesi. Vene la partenza, mi fa chiamare due giorni prima, allora solo seppi che partivano tutti ,anche col bimbo Manlio che faceva ancora sporco da per tutto come ora il re di Spagna, due altre bimbe, una vecchia serva, e la custode di Manlio insoma un convoglio. Rimaneva con me solo Giovanni Armosino cugino della Signora Francesca. […] Essendo venutto Menotti per accompagnarlo, lo pregai mi mandasse dal continente due o trè contadini per mettere un può dordine le vigne, le quali erano da due anni abbandonate e mai zapatte. Nuvolari resta dunque unico fattore e reggitore di Caprera,

Dossier Garibaldi

149


ALMANACCO gallurese

DOSSIER GARIBALDI

Mi lamentai con Lui d’avermi chiamato per cosa che si poteva rimediare altrimenti con la posta od ora col suo arivo...

che renderà florida e fiorente, grazie alla sua esperienza di fittavolo, prima, e di proprietario, poi. Verso il 20 circa Gennajo partirono, essendo venutto il vapore capitan Govino a pigliarlo a Stagnarello. Io rimasi padrone col solo Giovanni ,bravo e ubidiente giovine faceva di tutto. […] Il Generale fu fin troppo gentile, mi scriveva quasi ogni settimana, dandomi notizzie della sua famiglia, avisandomi, come doveva condurmi colle appi quando sciamano e cole 4. vacche della stalla gravide, e col pastor dei stagnali Giovan Battista, per dividere, formagio e grano ecc, in fine non dormij sulla cavezza, e Giovanni Armosino e testimonio e ancora al mondo. Ai 19. Agosto, dopo sette mesi (per me assai lunghi) ritornano, la prima sorpresa del generale fu entrando in casa che vide la pianta di vitte vicino alla porta carica di grapoli e tutti sanni; più nel piccolo giardinetto, un pergolato di vitte lo stesso cariche, ciò vedendo disse in presenza di tutti, In tutti gli altri anni e stando noi qui non si mangiò mai un grapolo di questa vitte, ora vedette, imparate; io gli risposi a forza di zolfo l’abbiamo salvata, oltre questa alla Zolla e Fontanacia fu tutta salvatta, e credo che non abbia mai fatto tanto vino come quell’anno: Vide nei campi dei pagliaj di fieno e disse, perche quei pagliaj di fieno, risposi, perche nel fienile non cè ne stavano più; fu così contento che vole accettassi un grazioso regallo d’una beretta tutta riccamata in oro (regalo fatto a Lui) che conservo. Garibaldi infine lo lascia libero di ritornare in Continente per curare l’amministrazione dei suoi affari, a patto che ritorni presto a Caprera perché egli stesso deve fare ritorno nella Penisola e intende riaffidargli la conduzione dell’isola, ma Nuvolari si defila io mi svincolai alla meglio, scrive. La conduzione della casa e delle proprietà di Caprera è stata dunque da lui operata come neppure lo stesso Generale avrebbe saputo fare, parte infine, ma, arrivato a Genova, ha qui una sgradevole sorpresa. Doppo pochi giorni in Genova, leggo nel giornale il Secolo, tolto dalla Nazione di Firenze, che diceva: Da notizzie particolari che ci vengono comunicate, rileviamo che il General Garibaldi al suo ritorno a Caprera, non avendo trovatto le cose della sua Isola nell’ordine in cui egli desiderava sieno tenutte, si dette a un lavoro (sic) un può tropo fatticoso, che fece peggiorare notevolmente la sua salute. Caluniate!... che qualche cosa resta sempre. Dopo sette mesi di schiavitù, di fattica e anche pensieri perche tutto andasse e trovasse in ordine; mi si taccia da pelandrone, d’incurante e peggio. Me la sorbj, credendo che qualcuno della famiglia la s’mentissero…invece… Silenzio perfetto! ai son convinto che se fossero statti altri molto più pelandroni di me e anche…, che stessero diversi anni colà, ci sarebbe stato qualcuno… della casa che li avrebbero difesi del

150 Dossier Garibaldi

certo…Ora domando a chiunque abbia visto Garibaldi in quel tempo, come poteva far tanta fattica, che non si moveva fuori di casa e in casa stessa o con le stampelle o in un carrettino tiratto d’un uomo? Nel settembre del 1875, Nuvolari prepara in difesa di sé e del proprio operato una bozza di lettera come scritta da Garibaldi, il quale però, a sua volta, non la inoltra la Sig. Direttore del giornale La Nazione cui è rivolta. Bramerei sapere chi è quel folle che s’interessa mandare di Lei false ed assurde notizie, accusando e criticando un mio amico intimo nella persona di Nuvolari, che, la conosco da circa una ventina d’anni, per la sua indipendenza e incorruttibilità, comodità di mezzi, laboriosità ed onestà,… e che perciò conoscendogli tutti questi preggi lo invitai ad accettare d’essere custode della mia Isola durante la mia assenza di sette mesi. Trovai al mio ritorno fatto tutto quello che può fare (coi mezzi che aveva disponibili) un uomo come il sulodato, e per dir tutto nulla a trascurato. […] La prego di inserire a nome di Lui nel suo più prossimo numero del suo giornale la presente. G. Garibaldi In fondo alla minuta della lettera mai spedita al giornale, Nuvolari annota: Quello che doveva fare Garibaldi imbarazzato da me, che non fece perché la porcata era in famiglia. E aggiunge nelle sue Osservazioni: Ma non è finita. Nel 9bre stesso anno vado al solito alla Maddalena, andai a trovare l’amico Froscianti che supliva me, (essendo andatti tutti di nuovo in continente) e mi disse, (con mia soma meraviglia) che prima che partissero essendo venutto Menotti per compararli, cercarono il Portolano grosso libro con disegni di tutti i porti e spiage della Sardegna, non trovandolo dissero l’averà preso Nuvolari (se fossi marino ancora si poteva aver qualche dubio, ma il mare per me e un vero vomitivo… immaginarsi se me lo voleva portar con me il vomitivo). Gli risposi, (tanto adiratto da perder il rispetto anche a chi tanto stimava e venerava) dicendogli, scrivi subito a quei Signori e che te lo detto io: che se loro hanno perdutta la memoria, la mia, per ora non l’ho imprestata a nessuno; quando vene il vapore a pigliarli nel Gennajo scorso al Stagnarelo, prima di partire il capitano di detto vapore Sig. Govino, vene in casa, gli diedero il caffè, e alla presenza del generale, Menotti, Basso e Francesca, io pure, il Capitano Govino, sapendo di questo libro Portolano, domandò che glie lo imprestassero, perche doveva fare una relazione, appunto sui porti e spiagie della Sardegna alla amministrazione dei vapori; Menotti andò a prenderlo e c’è lo consegnò, ai capito? Digli anche che prima fui tacciato di poltrone e di fior di pelandrone dal giornalismo, che non può esser statto che un invidioso della famiglia, ad uno dei suoi beniamini, ed adesso nientemeno che di ladro, t’assicu-


Bramerei sapere chi è quel folle che s’interessa mandare di Lei false ed assurde notizie, accusando e criticando un mio amico intimo nella persona di Nuvolari... ro che ne ho gonfio i paternostri di Garibaldi e la sua famiglia tutto ciò a mio nome. E da quel momento mi rafredai al punto che per andarlo a salutare al mio arrivo e partenza, mi toccava a far sforzi con me stesso; ometto tanti altri particolari per non nojare il lettore. […] Seppi poi dall’amico Froscianti che il famoso Portolano gli fu riconsegnato. Niente sarà più come prima tra Nuvolari e Garibaldi, che si vanta per avere rifiutato richezza terreni ecc. nell’America. Dal 1876, accettò però una pensione da principe, almeno dovreva dire il mottivo ed il perché con un picolo codicillo nelle sue memorie, dopo che diceva, che un uomo, e per fin ministri può vivere con 5 franchi al giorno, e dietro poi maggiormente che fu stampato. Il suo Generale, soggiunge amaro, è ormai cadutto dal grande piedistallo. Ma non vi sono soltanto questioni interpersonali tra i due: Nuvolari contesta in più punti la ricostruzione degli eventi storici, cui egli ha partecipato attivamente, che Garibaldi fa nelle sue Memorie, in particolare dove questi scrive in merito alla partenza dei Mille da Quarto: Due barche, appartenenti a certi contrabbandieri, eran state caricate con munizioni, capsule ed armi minute, e dovevano trovarsi sulla direzione del monte di Portofino e la lanterna di Genova, ma benché si cercassero per più ore in quella direzione fu impossibile di trovarle. Nuvolari, che quelle armi, 40 carabine regalo della Svizzera, ha ritirato a Bologna nella primavera del 1860, pagando altresì l’armajolo che fece le baionette e che poi messe in una grossa e larga cassa, ben incartate e legatte, pagando anche carta e corda, ha spedito a gran velocità a Genova, dà tutt’altra versione dell’episodio: “Il fatto, ossia infame delito delle due barche (anzi barconi) con munizioni capsule, non trovatte nel luogo più adatto che gli furono indicato. Il Generale tirra in campo una attenuante con la frase: appartenenti a contrabbandieri”. Io vi aggiungo che oltre alle munizioni che lui dice, vi si trovava sopra anche le 40 carabine colle rispetive baionette, che andai, (come dissi prima) a prendere a Bologna; se ciò mi bruccia, e perche so cosa mi costarono, non essendo mai stato mio costume in vicende politiche e di guerra di presentar la notta di spese perche andavano a beneficio dell’unità patria. Ma vi era anche sui barconi una trentina di volontari della riviera, che pel sviamento (prima combinato non estraneo la polizzia, non può essere diversamente) non potterono far parte della Spedizzione, anche su questi il generale tacce. Osservazione: ma questi così titolati contrabandieri, che solo ora dice, da chi ebbe l’incarico e ricevettero tutto quello che si trovava sopra ai barconi? certo da chi ebbe

combinò il contrato con questi contrabbandieri? più gli altri indispensabili per portar tutta questa roba a bordo, mi pare che avendolo volutto si faceva presto a sapere chi erano questi famosi contrabbandieri e soci e castigarli come veramente meritavano. E se la prende non solo con il governo che processa un povero affamato che ruba una micca di pane un contrabandiere che sfrusa un litro d’alcol, e lascia impuniti “contrabandieri” che potevano essere la causa del sacrifizzio di mille e più persone! e con la giustizza che se fece orecchie di mercante (perché chi era che non lo sapesse a Genova?) avrà avutto le sue belle e buone ragioni, ma con lo stesso Garibaldi: Il Generale a Palermo condanò a 10 anni di gallera il Capitano Crisonini, per sottrazione di qualche mille lire; e lascia in tacere nello stesso tempo l’affare dei contrabbandieri e soci, che hanno un delito che la forca sarebbe statta legera. I due non concordano neppure sul giudizio che ciascuno di essi esprime sulla Sardegna e sui sardi. Scrive Garibaldi a riguardo, nelle sue Memorie: Io sono innamorato del popolo sardo in generale, ad onta dei difetti che gli si attribuiscono, e sono certo che con un buon governo che volesse veramente occuparsi della prosperità e del progresso di quella buona ma poverissima popolazione, si potrebbe fare di essa una delle prime, ricca come è d’intelligenza e di coraggio. Grande ed ubertosissima terra, un vero eden si farebbe della Sardegna, oggi un deserto ove la miseria, lo squallore, la malaria si leggono sulle caratteristiche fisonomie degli abitatori. Il governo , che per disgrazia di tutti, regge la penisola, appena sa se esiste una Sardegna. Controbatte Nuvolari: Il Generale fu sempre prodigo pei sardi, e molte volte ebbimo dei battibecchi; per il più picolo servizzio usatto dai pastori, (dopo però averlo conosciuto) parla d’ospitalità invidiabile come roba sconosciuta nel resto d’Italia, lo scommetto che col più misero contadino Lombardo (saputo che è) gli uciderebbe la sol gallina che possiede è pazzo dal contento d’aver ospite talle personagio, se avesse una moglie belocia chiuderebbe un occhio…che il pastore sardo non si adaterebbe a tanto. Qui egli fa riferimento ad un episodio del 15 ottobre del 1867, narrato da Garibaldi sempre nelle sue Memorie. In fuga da Caprera per mettersi alla testa dei volontari che avevano invaso il Lazio, dopo aver attraversato avventurosamente il passo della Moneta, ripara in casa della signora Collins, che è proprio sulla piccola altura di fronte, ove riceve la più gentile e amichevole ospitalità e si trattiene fino alle sette del pomeriggio. A quell’ora lo raggiunge Pietro Susini che a cavallo lo accompagna fino a Cala Francese, sul versante occidentale di La Maddalena, ove lo aspettano Bas-

Dossier Garibaldi

151


ALMANACCO gallurese

DOSSIER GARIBALDI

Ma non vi sono soltanto questioni interpersonali tra i due: Nuvolari contesta in più punti la ricostruzione degli eventi storici...

so e il capitano Giuseppe Cuneo con uno schifo ed un marinaro. Si imbarcano in sei e, giunti in Sardegna, dormono in una conca vicino allo stazzo di Domenico N., da qui ripartono all’alba verso porto San Paolo ma, non vi trovandovi il legno che Canzio e Vigiani vi dovevano tenere, dopo aver trascorso la mattinata nello stazzo di un certo Nicola, il quale, annota Garibaldi, subito che m’ebbe conosciuto, malgrado il mio travestimento e della barba e capelli tinti, mi accolse con quella franchezza e benevolenza che distingue il ruvido, ma generoso e fiero pastore sardo, saranno costretti a fare ritorno al luogo di partenza. Qui, prosegue, Domenico N., del primo stazzo, tolse l’unico materasso che aveva dal letto ove giaceva la moglie inferma e lo portò nella conca per accomodarvi il mio letto con alcuni cuscini: tale è l’ospitalità dei sardi. Sono questi gli episodi cui fa riferimento Nuvolari, contestandone la facile generalizzazione operata, a suo avviso, dal Generale. La Sardegna, dunque, e i sardi. Ma non era la Sardegna, al tempo dei nostri grandi antenati, i Romani, il granaio d’Italia? e allora, si domanda, nel suo zotico pensare: E’ egli possibile che la terra che produsse una volta tante derrate, diventando vecchia cessi di essere produttiva? E’ egli possibile che un territorio vantato una volta come il granaio d’Italia, sia diventato ora neppure sufficiente a se stesso? Sono i sardi a non aver voglia di migliorare le condizioni economiche e igieniche della Sardegna che è grande come l’Olanda, e quasi come il Belgio, e potrebbe avere immense risorse, se ci fosse della buona volontà annota Nuvolari nell’Aggiunta ventesima della seconda edizione riveduta e corretta di Come la penso, ed essi hanno un bel lamentarsi della malaria, ma, buon Dio, come potrebbe essere diversamente? Nelle campagne, e perfino sul limitare degli abitati, si lasciano gli animali morti di morte naturale – e non sono pochi – all’aperto, preda dei corvi e degli avvoltoi! E il Governo locale non è meno responsabile: perché la provincie, od i comuni, non impongono a chi spetta di seppellirli? Perché non s’impone parimente il prosciugamento delle piscine, od acque stagnanti, ai rispettivi proprietari, e se questi vi si rifiutassero, prosciugarle a beneficio del Comune o della Provincia che entrerebbe nel diritto di proprietà in luogo loro? E riporta (Aggiunta ottava) un suo ricordo personale: Nel 1854, la prima volta che andai in Sardegna (era il mese di marzo) vidi a Sassari (mi ricordo ch’ero insieme a Carlo Fumagalli) in una via della città lo scheletro d’un cane, il quale era morto certamente da ben due mesi. Nessuno mai lo levò di là; là morì e là si consumò putrefacendosi. Se una città mi dà tanto, cosa mi daranno le piccole borgate? Uno dei risultati di que-

152 Dossier Garibaldi

sta sporcizia abituale fu poi il cholera, il quale in 15 giorni mandò all’altro mondo più di 6,000 persone. L’anno dopo però le cose cambiarono. Sfido io con quell’esempio di 6,000 persone! E’ proprio vero che tutto il male non viene per nuocere. Ci voleva un buon cholera per metterli a dovere! ora sentite cosa ho visto a Tanca di Nizza, a Oristano e in altri luoghi. Mucchi d’ossa d’animali morti, bastimenti che caricavano questi ossami, letame da per tutto. E poi vogliono che l’aria non si guasti! Che differenza nell’Alta Italia! le borgate qui e le città ricavano invece danaro dalle immondizie. Siccome di esse se ne fa concime, e quindi sono ricercate, così, chi le raccoglie le paga. Una volta si trascuravano anche qui da noi, ma adesso, no. Ma già nella prima edizione di Come la penso era sbottato, rivolto ai sardi: dico questo perché tollero malvolentieri udire dei Sardi piangere continuamente, “che la loro terra, oltre essere lontana dal continente, poco o nulla produce”. Ma per Iddio, perché della vostra terra ne lasciate tanta d’incolta? Ricorda così di quando, intorno al 1870, sul vapore che dal Continente lo portava in Sardegna, ebbe modo di conversare con un ingegnere genovese mandato dal Governo ad Alghero perché le autorità del luogo avevano spedito suppliche e reclami, per “la grande miseria” che affliggeva la classe lavoratrice, chiedendo pane e lavoro. L’ingegnere, individuati i lavori da porre in esecuzione, fece affiggere degli avvisi di richiesta di manodopera: si presentarono solo 6 o 7 persone, e tutte con richiesta di essere assunte come assistenti ai lavori. Inutile dire che l’ingegnere, dopo soli 10 giorni, non poté che fare ritorno a Genova. Quasi un decennio dopo, sul vapore in partenza da Porto Torres verso il Continente, un impiegato della Casa Penale di Alghero, gli raccontò che il Municipio della stessa città aveva stanziato 2500 lire per la demolizione di parte delle mura antiche, così da potere ampliare l’area urbana. Risultò vincitore della gara d’appalto - come di solito - un continentale colà domiciliato; fece pubblicare gli avvisi per questo lavoro per il quale andarono ad iscriversi in 100, ma quando poi ebbero inizio i lavori, il primo giorno essi si ridussero a 40, il secondo giorno a 15, e il terzo – quando si trattò di adoperare le leve, le mazze, il piccone per rompere ed atterrare le vecchie mura – più nessuno. L’appaltatore dovette risolversi perciò a richiedere al Governo la concessione all’utilizzo di altra manovalanza costituita da una ventina di condannati e così fu fatto. Un suo amico, addetto ai lavori delle miniere a Iglesias, gli ha raccontato poi di aver dato a cottimo, ad una squadra di operai sardi, un avanzamento in galleria a L. 60 il metro lineare. E che accade, qualche giorno dopo? accade che il capo squadra si presenta al Direttore e gli dice che i suoi operai


Sono i sardi a non aver voglia di migliorare le condizioni economiche e igieniche della Sardegna che è grande come l’Olanda, e quasi come il Belgio... non potevano continuare il lavoro a quel prezzo perché non riuscivano a guadagnare neppure 1.50 a testa per giorno, al che il Direttore, che sa bene essere quello un salario equo, si rifiuta di aumentarlo, e i sardi se ne vanno. L’indomani, stesso lavoro, stesse condizioni, viene assunta una squadra di continentali che, senza ammazzarsi di soverchia fatica, ha realizzato “oltre L. 5 per testa e per giorno!”. E con questi esempi si ha il coraggio di gridare “miseria!...” Vergognosa indolenza, griderò io, altro che miseria! malavoglia di rendersi utili nel consorzio sociale! E poi quella volta, intorno al 1874, che trovandosi nel Golfo del’Asinara a scontare la quarantena a bordo di un vapore della Società Rubattino – di cui il capitano Pareto era comandante, rimane incantato da un’immensa estensione di terreno incolto e senza case chiamato la Nurra. Allora si rivolge ad un suo compagno di viaggio, lì vicino: Quanta terra abbandonata che potrebbe dare lavoro e vita a migliaia di famiglie se invece di essere qui si trovasse dalle mie parti!, gli fa, senza sapere che quello è sardo, redattore di un giornale di Sassari. Questi dapprima lo scruta con aria compassionevole, quindi gli risponde: Cosa volete che si possa fare se il governo ci abbandona, non vuole aiutarci, non vuole far nulla! A questa risposta, Nuvolari dapprima resta meravigliato, poi non si trattiene, non ce la fa più: Ma vorreste forse che il governo venisse a costruirvi le case, coltivarvi le terre e poi anche seminare, mietere e battervi il grano! Mi pare che, se si deve investigare tutto bene, il Governo ha fatto anche troppo per la Sardegna! E i due vanno avanti così, sempre più accalorandosi, fin quando Nuvolari perduta del tutto la pazienza, e per finirla se n’esce: Ma, per Iddio, voi altri Sardi non siete mai contenti! Scommetto cento contro uno che se il Governo vi facesse cuocere i maccheroni, vi mettesse su il cacio, e poscia pagasse qualcheduno per metterveli in bocca, non sareste ancora contenti! La faccenda si è fatta seria assai e Nuvolari, avendo a che fare con un meridionale, e per di più sardo e giornalista, il massimo!, ne vede di sicuro uno fuori bordo, con i panni a mollo (noi maddalenini avremmo detto in altra maniera). Quando ecco che tutto ad un tratto due altri giovinotti sardi presero parte alla questione: non restava proprio più dubbio che il bagno fosse diventato indispensabile. E quelli invece cosa fanno? si mettono a sostenere a loro volta, ma con quale fervore!, le idee di Nuvolari che così ricorda l’episodio: Stavo adunque raccomandandomi a Nettuno, allorquando, con gran-

de mia sorpresa sento i due giovinotti sardi impugnare le mie difese e con che calore!... con quali stringenti argomentazioni!... altro che le mie! Essi parlarono dei torti della Sardegna e ne dissero tante, che il povero giornalista, confuso, si ritirò sotto coperta e non si fece più vedere! Chi fossero i due studenti Nuvolari non ricorda, sa solo che erano due studenti dell’Università di Torino che facevano ritorno a casa, uno a Cagliari, l’altro a Cuglieri, per trascorrervi le vacanze. Ma allora, egli si domanda senza dirlo, c’è una possibilità ulteriore per il futuro della Sardegna fuori dalla Sardegna, esiste? forse in queste nuove generazioni formatesi altrove? certo che esiste, ed è il futuro dell’Italia tutta: Io naturalmente, vedendomi tratto d’impaccio dall’intervento nobile e generoso di questi due bravi giovinotti, ne li ringraziai di cuore e non potei a meno di indirizzare loro un complimento augurando alla Sardegna, per il bene proprio e quello di tutta Italia che la nuova generazione ne dia molti di codesti patrioti. A proposito: per qual ragione la Sardegna, con una popolazione inferiore al milione di abitanti ha due Università? La Lombardia che conta tre milioni circa di abitanti non ne ha che una; la Venezia con quasi altrettanto, parimenti una sola. Perché dunque la Sardegna ne ha due? Forse al Governo converrebbe di più pagare il viaggio e metà pensione agli studenti mandandoli al continente, anziché tenere aperte due Università nell’Isola! Ma ritorniamo a quelle che potrebbero e dovrebbero costituire le principali attività economiche dell’Isola: pastorizia e agricoltura. Cominciamo subito con la figura del pastore sardo, secondo la visione che ne ha Nuvolari: Il pastore sardo, è una sventura per l’Italia, un’onta per l’umanità, e se non si penserà di metterlo seriamente al dovere è inutile lusingarsi sulla possibilità di utilizzare tante migliaia di Ettari di terreno fertile i quali, in mano ai bravi e laboriosi contadini del Nord d’Italia, diventerebbero altrettanti giardini. Il pastore dal solo pascolo ricava quanto gli è necessario, e purché riesca a conservarsi nel tradizionale costume di non far nulla, ei ricorrerà a tutti gli espedienti per frustrare gli sforzi di chi vorrebbe ricondurre quell’Isola ferace a quello stato di floridezza e splendore che fu vanto incontestato degli avi nostri. Per conseguenza, o leggi eccezionali, o contentarsi di vedere quel progresso lento che si può dall’elemento indigeno ripromettere. Capisco che sarà ben poca cosa, perché coi costumi e le inveterate abitudini dei Sardi stento a credere che in un secolo si ottenga l’aumento di 50 mila anime per tutta la Sardegna; ma d’altronde, cogli esempi dati, come si potrebbe sperare altrimenti senza il valido appoggio delle autorità costituite?

Dossier Garibaldi

153


ALMANACCO gallurese

DOSSIER GARIBALDI

Che differenza nell’Alta Italia! le borgate qui e le città ricavano invece danaro dalle immondizie...

La Maddalena. Cala Gavetta: la Capitaneria di Porto e la Quarantena (collezione Andrea Mulas)

Egli riporta a riguardo le disavventure di un francese che, per 50 mila lire, aveva comperato circa 300 ettari di terreno fra lo stagno di Sassu e Marabbiu, coltivandoli a lino con particolari sementi fatte venire dall’America. Si prospettava già un abbondante raccolto, quando mani ignote […] diedero il fuoco in quattro o cinque punti a questa superba messe ed in un attimo tutto fu distrutto! Il francese tuttavia non si arrese e piantò gelsi e viti ma, quando gli uni e le altre erano prossimi a dar frutto, i manigoldi tagliarono i gelsi e viti senza pietà e così il disgraziato speculatore, dopo tante fatiche soprafatto dalla disperazione, fuggì maledicendo ai perversi che rovinarono! Tutte quelle terre poi, fra le quali il piano di Chilivani, la vallata del Coghinas, l’altipiano fra Macomer e Bosa, parte del Campidano di Cagliari, parte della vallata del Sixerri, infine una quantità di tratti di terreno affatto incolti che sarebbe troppo lungo l’enumerare, ma non sarebbe il caso di farle coltivare da qualche migliaio di famiglie fatte venire dal Continente, con reciproco vantaggio e della Sardegna e dell’Italia intera? Ma il pastore Sardo vi oppone il “veto” ed il Governo, come se nulla fosse, tace! Ad Arzachena, il proprietario di una piscina, naturalmente consigliato dai continentali, la fece prosciugare ed escavare; ciò fatto vi seminò del grano ed il raccolto fu tanto copioso, che costui fece la sua fortuna! In merito a ciò Nuvolari, fingendo di rivolgersi retoricamente a Leonardo Bargone, domanda: Da questo fatto Ella crederà, egregio Sig. Sindaco, che il fortunato proprietario abbia avuto molti imitatori? Sventuratamente no; neppure uno, e sono invero assai dolente di dover constatare una così vergognosa apatia. Molti ottimisti, fra i quali anche esponenti del Governo e lo stesso Garibaldi, sostengono che la colonizzazione

154 Dossier Garibaldi

della Sardegna sia impresa facile, Nuvolari invece la ritiene una cosa difficilissima. Il sardo, infatti, non si oppone a chi sbarchi nell’Isola per estrarvi minerali e sughero, tagliare legname e fare carbone. Sa bene che queste attività di commercio determinano un considerevole flusso di denaro con beneficio di tutti, ma guai a chi avesse la presunzione d’impossessarsi della terra, ch’egli crede suo esclusivo retaggio. Su questo particolare il Sardo non transige. Questa smania per la proprietà, di cui fa così cattivo uso, si manifesta in tutt’i modi. Ecco che cosa intendono i sardi quando dicono Sa Sardinia nostra! Ma tanto mal volere non è diffuso solo tra i proprietari ma anche tra i braccianti. Nel 1875, Nuvolari si trova a Oristano. Qui il sig. Raimondo Spano, tanto gentile quanto solerte cultore degli utili perfezionamenti lo conduce in un suo podere per mostrargli diversi aratri, una falciatrice, una seminatrice, tutte macchine agricole da lui acquistate all’Esposizione di Londra del 1851, e che in Nuvolari fecero concepire un’opinione elevata del sig. Spano. Di nuovo allora egli simula di domandare al Bargone: Ebbene, crederebbe Ella, che il sig. Spano, con codesti istrumenti, sia riuscito ad ottenere che le sue terre diventassero un podere modello? Nulla di tutto questo! Lo Spano infatti, malgrado tutti i suoi sforzi, non riuscì mai ad indurre i propri contadini ad usare tutti questi macchinari. Come si spiega una simile cocciutaggine? E’ molto agevole il dimostrarlo. Il contadino sardo è molto attaccato alla religione, e con tali sentimenti non può essere che uno schiavo del prete; ma il prete è nemico d’ogni progresso umano, dunque, egli che comanda, prescrive al suo dipendente d’astenersi da tutto c ò che può portarlo alla perdizione! Ecco perché il benemerito sig. Spano non poté ottenere di mettere in uso le sue macchine che gli costarono un sacrificio non indifferente di denaro! Ma poiché il Sindaco di La Maddalena potrebbe forse obbiettare che, in base a tali principi, i preti avrebbero dovuto ragionevolmente opporsi altresì a quelle indiavolate invenzioni che si chiamano Strade Ferrate e Vapore, contaminassero l’Isola. Ma il prete è più furbo che logico; egli sapeva, che facendo la guerra al vapore di mare e di terra, la faceva anche ai magnati del paese che ne patrocinavano la adozione, e codesta è gente ch’egli sa bene che si perde sempre a disgustarla, e poi… e poi si trattava di portar milioni nell’Isola e così sapendo che tutti ne avrebbero goduto e per conseguenza, indirettamente, il prete più degli altri, egli santamente vi si è rassegnato.


Il pastore sardo, è una sventura per l’Italia, e se non si penserà di metterlo seriamente al dovere è inutile lusingarsi sulla possibilità di utilizzare tante migliaia di Ettari... Benedetti preti! ma non potrebbero occuparsi d’altro? Invece di avvelenare la mente del povero contadino col mezzo di massime e pregiudizi dannosi, avrebbe molto bene il prete sardo a gridare dal pulpito contro l’indolenza e la sporcizia! Ma purtroppo non mi faccio illusioni, giacché in certi paesi, ho visto dei preti al cui confronto i maiali sono una cosa pulita! E se i pastori sono tali, figuriamoci casa possono essere le pecorelle! Nuvolari ricorda anche di quella volta che, nel 1877, spostandosi dal Parao [Palau] alla Maddalena, sul barco d’Ortolli s’imbatté in un individuo che si vantava d’aver fatto il contrabbandiere per dieci o dodici anni riuscendo in tal modo a mettere insieme una piccola fortuna. Nuvolari, stupito, gli domanda allora: Ma la vi è sempre andata bene? e quello: Coll’aiuto di Dio e della Beata Vergine, sì Signore! al che Nuvolari, sempre più stupefatto, ribatte: Ma nei miei paesi […] questo si chiamerebbe un rubare bello e buono, perché eludendo l’imposta governativa, rubate all’intera nazione? e l’altro, di rimando Oh, rubando al Governo non si fa peccato […] perché anche i preti fanno i contrabbandieri! Ho narrato questi fatti per dimostrare quale e quanta sia ancora l’influenza del prete sul carattere del ceto meno colto dell’Isola, conclude sconsolato. Ma benché massone e acceso anticlericale come Garibaldi, Giuspin non solo trova eccessive certe manifestazioni di anticlericalismo del suo Generale, ma rileva più di qualche incongruenza nel suo comportamento nei confronti del clero: Il Generale poi tartassa tanto i pretti, fin alla nausa, ma perché in Sicilia riceveva fratti d’ogni convento, andò trovar monache nei suoi rittiri, il fratte Pantaleo al suo fianco benedicendolo alla presenza del popolo. […] Comprendo però che vi sono momenti e circostanze che anche la spada di Garibaldi aveva bisogno della stola. Fratte Pantaleo è Giovanni Pantaleo, sacerdote siciliano, che, recatosi incontro a Garibaldi al suo sbarco nell’Isola, si unirà ai Mille armato di sciabola e impugnando il crocifisso. Abbandonato il sacerdozio, metterà su famiglia restando sempre fedele alle idee garibaldine. Ma ritorniamo dunque alle notazioni polemiche di Nuvolari sui sardi, la loro mentalità, il loro atteggiamento: perché mai in Sardegna con estensioni immense di terreno che lasciano libera la scelta al coltivatore di seminarne per rotazione una terza parte e del migliore soltanto abbandonando il resto al pascolo, si sente gridare: “la penuria, la fame!”? [...] Per qual ragione migliaia di continentali si recano annualmente in Sardegna in cerca di un lavoro, che trovano sempre, e ritorna-

no alle loro famiglie nel cuore dell’estate riportando il frutto delle loro fatiche? Se davvero in Sardegna vi fosse tutta questa miseria, questa fame di cui con troppa leggerezza parlano i giornali, non soltanto vi sarebbe tanta possibilità di lavoro per i continentali, ma gli stessi sardi sarebbero costretti ad emigrare, cosa che invece non accade. E di braccianti sardi in cerca di lavoro in continente Nuvolari dice di non averne mai veduti e se per caso pelle vie di Genova o di Livorno se ne trova qualcheduno col tradizionale costume e sa berritta, generalmente vi sono come testimoni per cause giudiziarie e null’altro. Dunque, coloro che gridano miseria e fame in Sardegna dovrebbero più propriamente gridare inerzia, indolenza! E se di questi vizi ne sia pur troppo affetta non è difficile il provarlo! E come spiegare altrimenti, anche sotto il profilo morale, due gravi episodi avvenuti a Bosa e ben vividi nella memoria di Nuvolari: quello in cui una piccola paranza con cinque uomini a bordo, dopo aver lottato per più di due ore contro un vento furioso e onde gigantesche, nel tentativo di entrare nella foce del Temo per cercarvi riparo, si rovesciò. Solo due uomini dell’equipaggio riuscirono a salvarsi a nuoto, gli altri scomparvero tra le onde insieme alla loro imbarcazione, in pieno giorno, davanti a metà dei bosani, dei quali – chi lo crederebbe – nessuno si mosse!... E l’altro episodio, ancor più doloroso, in cui una povera bambina, che giocava sulla riva del Temo, perse l’equilibrio e cadde nel fiume, davanti agli occhi di molti presenti nessuno dei quali intervenne in suo soccorso. Quando, finalmente riportata a riva, ci si rese conto che la poveretta respirava ancora, qualcuno corse a chiamare il medico che però, essendo a tavola, non ritenne di doversi scomodare. Con questi dolorosi esempi sotto gli occhi chiedo io, se si può ancora mettere in dubbio l’indolenza delle popolazioni Sarde! commenta con amarezza. Cosa dire poi di quel pastore sardo da Siniscola Narciso Zappo brutto e sporco all’eccesso, da lui incontrato a Caprera, con il quale una sera scherzava davanti al fuoco, se non ti conoscessi e che t’incontrassi pei campi da soli, il mio primo motto sarebbe di darti la borsa gli disse Nuvolari, e poi gli chiese se avesse famiglia. Quello, sempre ridendo, rispose che aveva la madre e un fratello che però era stato impiccato, al che Nuvolari gli rimproverò tanta indifferenza avendone in risposta l’affermazione che anche la madre aveva assistito all’impiccagione del figlio. Qui Nuvolari, in aperta polemica con la politica governativa e le sue colonizzazioni “civilizzatrici” in Abissinia,

Dossier Garibaldi

155


ALMANACCO gallurese

DOSSIER GARIBALDI

Il contadino sardo è molto attaccato alla religione, e con tali sentimenti non può essere che uno schiavo del prete...

è particolarmente feroce contro i sardi: Bravi i nostri omoni, fatte bene di andar incivilizzare l’Abbissia, perche in Italia c’è nè tropa. Questi sardi sanno soltanto gridare miseria, e che il Governo non fa nulla, e che si pagano le tasse come gli altri perché è inveterato pregiudizio dei Sardi il credere che tutto debba provenire dal Governo, e quindi è un continuo ripetersi che il Governo fa niente e non spende un soldo per alleviare le loro pene e farli star meglio! eppure non pagano le tasse governative sul sale e su quella immoralità che è il gioco del lotto, che, sommate tra loro, porterebbero nelle casse dello stato dai 5 ai 6 milioni di lire! Ma cosa hanno fatto di straordinario i Sardi per meritare sì grandi ed eccezionali benefizi? E gli 8, 10 e forse più chilometri della strada costruita dal Governo in Gallura per i carbonai, e terminata ora l’attività di questi, resta assolutamente inutilizzata sia a Lissia [Liscia] che ad Arsachena [Arzachena] o Porto Puzzo [Porto Pozzo] allora? e a che cosa serve quel tratto di stradone che da Bassa Cotena [Bassacutena] viene al Parao? La Maddalena non ha affari con Tempio, e questi punto colla Maddalena. Cosa dire poi del ponte sul torrente Parao il quale, finito che fu, fu dall’acqua portato via ed ora stanno ricostruendolo! Chi è che passerà per codesto stradone? Un biroccino della posta e probabilmente nessun’altro! […] e queste sono le speculazioni del paterno Governo Italiano! E i bosani che esigono dal Governo lavori in porti e bacini che costeranno spese enormi senza utilità alcuna insistendo su questa fanciullaggine del Molo quando basterebbe dragare con regolarità il letto del Temo? Ma anche a Tortolì non si scherzò nel sciuparvi del denaro inutilmente effettuandovi delle gettate e degli scavi con draghe che costarono somme considerevoli; ma gli scavi furono tosto riempiti dai sedimenti portativi dalla corrente del fiume, e le gettate riconosciute, più che inutili… di grande imbarazzo. La Maddalena infine, e i maddalenini, realtà che Nuvolari conosce bene, per una più che ventennale e assidua frequentazione. Qui, il 10 febbraio del 1879, al Caffè Remigio [Filugelli], sorge una vivace discussione, che si fa via via sempre più animata, tra li signori Giuseppe Cuneo, Gerolamo Zigavo [Zicavo] e Nuvolari stesso, che così riferisce la circostanza: Il signor Cuneo, a voce alta, pretendeva dimostrare che il paese della Maddalena è pieno di miseria e che il Governo farebbe bene mandarvi altri cento impiegati, perché così ne godrebbero tutti, mentre io per parte mia e con calore non minore, dissi e sostenni, che miseria non ve n’era e che non sapevano neppure dove essa fosse di casa! domandando chi avrebbe poi paga-

156 Dossier Garibaldi

to questi nuovi cento impiegati, ammesso che il Governo li avesse inviati. Il Governo risponde Cuneo, senza neppure pensarci, come se fosse la soluzione più naturale e logica, alla quale risposta, Nuvolari obbietta che non esiste il Governo ma i contribuenti tutti, sui quali, in misura proporzionale al proprio reddito, ricadono le spese dell’amministrazione della cosa pubblica. Cuneo ribatte che purché il Governo spenda, il resto non conta nulla! adducendo a ragione del suo dire che i continentali hanno poderi che rendono loro redditi favolosi e che Nuvolari stesso possiede terre che, sebbene non estese, gli rendono come l’intera Maddalena. Ma l’isola, oppone Nuvolari, è tra i territori passivi del Governo! A quel punto Zicavo salta su come una molla: Il Governo non spende nulla! E l’intervento dell’avvocato Viggiani, volto a placare gli animi, a sostegno del persistere di condizioni di miseria a La Maddalena, ha il solo effetto di infiammare ulteriormente la polemica, esacerbando gli animi. Ecco, la nascita di Come la penso. Lettera al signor Leonardo Bargoni [Bargone] Sindaco del Comune dell’Isola La Maddalena, il pamphlet che determinerà la definitiva e irreparabile rottura tra Giuspin Nuvolari e Peppino Garibaldi, nasce da qui, da una banale, almeno all’apparenza se non nelle intenzioni, ciattula da caffè, come diciamo noi all’isola. E avrebbe un peso alquanto relativo riportare qui e le tabelle e i calcoli che Nuvolari adduce a sostegno delle proprie ragioni, basta appena qualche dato: il Comune di Roncoferraro, ove si trova la maggior parte delle sue proprietà, con una popolazione di 7635 abitanti, conferisce allo Stato un tributo annuo di 136,532,41 lire, La Maddalena, che di abitanti ne ha 1700, soltanto 9445, 46 lire. In breve, La Maddalena sembrerebbe passiva al Governo per più di un centinaio di mila lire. Nel mio Comune, egli aggiunge, vi è meno di un Impiegato su mille persone. Alla Maddalena, e nella Sardegna tutta, quanti ve ne saranno invece? Credo di non esagerare dicendo uno su cento. E polemicamente, rivolto al sindaco Bargone, gli domanda: Ma mi dica di grazia, caro sig. Leonardo, a che cosa servono, cosa fanno tutt’i Maddalenini, se si eccettuano l’Ufficiale telegrafico e quello di posta? e aggiunge In quanto a tutto il resto della falange, non v’è pericolo che nessuno si sciupi pel soverchio lavoro! Vediamo i finanzieri; in Maddalena vi è una trentina di uomini, un Ispettore ed una squadra di barchi. Ebbene con tanta gente, in vent’anni che io frequento la Maddalena, non ho mai saputo che abbiano sorpreso un contrabbando! concludendo in-


“Con questi dolorosi esempi sotto gli occhi chiedo io, se si può ancora mettere in dubbio l’indolenza delle popolazioni Sarde!” commenta con amarezza Nuvolari. fine Io, son convinto adunque, che se non fosse perché questi finanzieri fanno i damerini alle belle Isolane, e consumano le loro paghe nel paese, Ella mi darebbe ragione! Tagli drastici quindi si impongono, secondo Nuvolari: alla Maddalena basterebbero tre uomini ed un caporale per fare tutt’i servizi, compresi quelli del porto e dei fari, senza bisogno di mantenervi un ingegnere, dipendenti e relativo barco per fare un’escursione una volta all’anno! E per le paghe dei fanalisti, non havvi forse in Maddalena un esattore, oppure il maresciallo dei carabinieri? A tacere poi del porto. Il porto solo – che non è porto – occupa tre uffiziali della R. Marina che costa complessivamente dalle 8 alle 9 mila lire all’anno, senza il codazzo degl’impiegati subalterni. Ma che importanza ha il così detto Porto della Maddalena? Cosa incasserà lo Stato per questo Porto? Credo una miseria! perché il Governo, invece di fabbricare una casa così detta la quarantena, dove c’è la Capitaneria del Porto non andò a farla a Lissia? Quello sì che è un porto naturale da levarcisi il cappello! Colà io vidi sempre dei Bastimenti e Vapori in numero non piccolo, ed in inverno mi ricordo di averne contati fin oltre la ventina, perché l’ancoraggio è buono e sicuro; ma alla Maddalena, chi ci viene? Questo “scherzo” dell’assunzione di una cinquantina di impiegati, compreso lo sciupìo delle varie imbarcazioni usate a null’altro che a condurre l’ispettore ed i comandanti del Porto a divertirsi col tempo buono, pescando e facendo zini [ricci di mare], ma simili escursioni, in vernacolo si chiamerebbero scampagnate, verrebbe a costare alle casse dello Stato dalle otto alle novemila lire all’anno. C’è un proverbio che dice chi lavora ha una camicia, e chi non lavora ne ha due. La sperequazione tra Roncoferraro, il mio comune, dice Nuvolari, e quello di La Maddalena è però ben altra: a Roncoferraro, ove si lavora davvero – ed ove purtroppo vi è tanta miseria che l’unico nutrimento della maggioranza consiste in polenta, e tanti altri [45 famiglie, per un totale complessivo di 216 persone] fuggono in America pella disperazione – ogni individuo, con meno di un Ettaro di terreno, paga annualmente allo Stato nette lire 18 – diciamo adunque diciotto camicie che il nostro poco coscienzioso Governo prende da chi lavora per regalarle ad ogni individuo della Maddalena che mangia pane bianco, si provvede di pesce o carne ogni giorno, non sa cosa sia la miseria, fa il signore, ed è rispettivamente passivo al Governo di annue lire 56, ovvero 56 camicie!!! Ma con quale coraggio i Maddalenini hanno fatto un progetto perché il governo venga a costruirvi un Bacino, un Porto mercantile, ecc., ecc. senza parlare dei serbatoi colossali per raccogliere l’acqua dolce, che costerebbero un subisso di denaro, col

pericolo poi anche che restassero vuoti in causa delle siccità tanto frequenti in Sardegna. Che del resto, con un po’ di buon senso si capisce subito che un lavoro simile, su quello scoglio, è un assurdo dei più madornali, e tutti i Maddalenini lo sanno! Il progetto di un bacino a La Maddalena, infine, comporterebbe una spesa di oltre una dozzina di milioni di lire, contro i 4 spesi a Genova per la stessa opera: cose da pazzi, e chi ideò quello sproposito, non merita alto che un posto distinto al manicomio! Ma perché i maddalenini, che dal primo nucleo al centro dell’isola, intorno alla chiesa ora della Trinità, sono scesi, 60 anni dopo, abbass’a marina, non praticano attività mercantili per mare come i genovesi e i camogliesi? Essi, come tutti gli abitanti della costa sarda, invece preferirono sempre gl’impieghi governativi per avere meno fastidi in gioventù, ed una pensione nella vecchiaia. Questa buona e pacifica popolazione, come la definisce Nuvolari, è descritta nel 1899 da Francesco De Rosa (Tradizioni popolari di Gallura), come un’eccezione nell’ambito della Gallura. I Maddalenini sono di mezzana statura, robusti, vigorosi, di grave portamento e di simpatico aspetto. Le donne però sono gracili e delicate, di finissimi lineamenti, d’una grazia e d’una gentilezza che attrae ed incanta. Dati alla vita del mare, pel quale paiono esclusivamente nati, intelligenti come sono, agili e svelti, diventano in breve veri lupi di mare e sulle regie navi giunsero spesso a toccare i più alti gradi, ad acquistare buona fama e una certa celebrità. D’indole pacifica rifuggono dalle discordie e dagli attriti, e fra loro non v’è pericolo che s’accenda per causa veruna, qualcuna di quelle secolari inimicizie che tanto funestarono e decimarono gli altri paesi della Gallura. Non hanno altra ambizione che di servire fedelmente il re e la patria e di procacciarsi per la vecchiaia una discreta pensione. […] Probi e leali, non hanno difetti, né passioni malvage cui si possano loro rimproverare. Solo le donne sono alquanto civettuole ed estremamente curiose. Si cospargono il viso di polvere cipria più del conveniente e sono amanti e seguaci della moda. Nulla di meno sono mogli fedeli e madri affettuose, sollecite del benessere della famiglia. E allora dov’è tutta questa miseria a La Maddalena?, domanda a sua volta Nuvolari, che l’isola e gli isolani li conosce bene, nella sua lettera indirizzata al direttore del Gazzettino Rosa, in risposta ad una corrispondenza da La Maddalena datata 5 febbraio 1879, apparsa su quel giornale il 9 e 10 dello stesso mese, a firma Isolano che dipinge con sì tristi colori lo stato di questa buona e pacifica popolazione: Io, che da vent’anni vengo alla Maddalena a passarvi quattro o cinque mesi , pel suo clima di Paradiso in confronto dell’al-

Dossier Garibaldi

157


ALMANACCO gallurese

DOSSIER GARIBALDI

Il signor Cuneo, a voce alta, pretendeva dimostrare che il paese della Maddalena è pieno di miseria...

La casa di Garibaldi a Caprera in una incisione del 1800 (collezione Andrea Mulas)

ta Italia, per certo non ci verrei se vi fosse miseria; molto meno poi nella stagione peggiore pel povero, l’Inverno. Io non vidi mai nessuna di quelle tante calamità strazianti che dipinge con tanta franchezza e disinvoltura l’anonimo Isolano. Se tutti i paesi d’Italia fossero floridi per vivacità, allegria, clima, robustezza e dico anche bellezza della popolazione; più per movimento del commercio in confronto dei pochi abitanti (e con la miseria che vogliono far credere), le assicuro che l’Italia sarebbe la terra, non più ricca, ma la più felice e fortunata del mondo. Dimenticata dal Governo, La Maddalena? ma se fino all’anno 1860 non vi era che un solo vapore mensile che toccava l’Isola della Maddalena; adesso invece, e già da parecchi anni, sono dodici, e scusate se è poco! Tutto, inoltre vi è più caro rispetto al Continente, la manodopera come i materiali: L’operajo alla Maddalena non lavora a meno di Lire 4 al giorno, e per dare una prova del mio asserto citerò i sig.i Fongi, Menini ed altri i quali hanno fabbricato delle belle e comode case facendo venire tutt’i serramenti da Livorno o Genova, perché ivi costano molto meno. Un signore Genovese fa ora accomodare un grosso barco e, per economia, fece venire dal continente Maestri e Calafati. I Calzolaj poi (e sono numerosi) fanno affaroni, calzando i piedini di quasi tutte le belle Isolane con stivaletti alla polacca, perché qui un paja di scarpe costa un terzo di più che sul continente. I pochi contadini, quando non la-

158 Dossier Garibaldi

vorano o seminano per proprio conto e vanno in giornata, percepiscono Lire 2,50 al giorno, più un litro di vino. Faccia Lei, sig. Direttore, il confronto cogli artisti e contadini della nostra Lombardia e vedrà quale differenza! Io sono possidente in cinque comuni del Mantovano, ma se dovessi pagare artisti e contadini come alla Maddalena direi francamente, “caro Governo, prendetevi pure le mie terre perché io non voglio farvi il servitore gratis”. Il livello e la qualità della vita del resto sono alquanto elevati. Qui il pane l’hanno tutti, e ciò a detta di tutti; ma gridano miseria perché non tutti possono andare ogni giorno a comperarsi la carne od il pesce sul mercato, e questi si possono contare sulle dita. Vi sono quattro Macellaj (senza contare quei particolari che vendono la carne dei proprj animali) per una popolazione di circa 1.700 abitanti, e di questi quasi la metà sono ragazzi dai 15 in giù, belli, vispi e ben tenuti che è un piacere il vederli; non fanno altro che giuocare e far chiasso, per metà della giornata, in tutt’i punti del paese; dai 15 in su vanno al servizio. Da questo ognuno potrà comprendere che gli adulti si divertono più qui degli altri luoghi… poveretti! Non han altro da fare i pensionati!!! Il prezzo della carne è almeno la metà di quanto costa sul continente; il vino idem; delle Osterie ve ne saranno più di una ventina (il Generale mi disse: mettetene pur trenta); altre botteghe ve ne saranno una quindicina almeno, con commestibili ed omnia generis musicorum, meno burro e lodigiano, le quali botteghe fanno tutte eccellenti affari pelando gentilmente i pensionati ed i poveri travetti di impiega-


Nel mio Comune, egli aggiunge, vi è meno di un Impiegato su mille persone. Alla Maddalena, e nella Sardegna tutta, quanti ve ne saranno invece? ti. Se vidi qualche volta il paese sotto sopra, ed in subbuglio (ma in senso opposto a quello dell’anonimo Isolano), ciò accadde quando il mare, essendo cattivo, non permetteva ai pescatori di prendere dei buoni pesci, ed ai beccaj, per la stessa ragione, di portare dalla Sardegna le vaccine per la carne. Il pesce vi è abbondante e squisito, e chi non è poltrone può andarselo a prendere, senza contare i frutti di mare d’ogni genere. Quello che si dice del pesce, si può dire per la legna: nel continente si paga il sale 55 cent.mi al chilo; qui ed in tutta la Sardegna il Governo lo regala!... non so cosa abbiano fatto di straordinario, per questo privilegio non indifferente! La popolazione primitiva della Maddalena, rimontando a trenta anni da oggi, si può calcolare a circa la metà della presente. Ebbene, codesti, meno pochissime eccezioni, sono tutti pensionati. Sarebbe forse l’Isolano una delle poche eccezioni, che piange tanta miseria!... […] La popolazione vi è allegra; vidi mascherate di uomini di 70 anni suonati (l’ex-Sindaco Susini); altri a ballare da 90 (il barchettajuolo Capriata); la si immagini il resto! qui sonovi delle età favolose e tali, che nei miei paesi non trovo, ed in numero non indifferente, tanto maschi che femmine; ciò prova che non hanno le ossa rotte dalle fatiche, né sono corrosi dai pensieri! Vestono con gusto ed eleganza come nelle grandi città, e a dire il vero fa proprio piacere di vedere un paese pulito e dignitoso, piacere ch’è condiviso da tutt’i forestieri. Io, che vado alla carlona, fui da molte Signore rimproverato perché non faccio onore al paese, come lo fui anche dagli uomini. In vent’anni non vidi mai alcuno a stendere la mano (Si dorme colle porte aperte, ma nulla vien mancato), né venire ad offrir donne come mi successe in tanti paesi del continente. Perché ciò? Ad un mio amico che cercò una serva gli fu risposto “qui non vanno a servire per non disonorarsi”, ed infatti s’havviene qualcuna è d’altri paesi. Ora io domando a chiunque se vi può essere la miseria dall’anonimo Isolano tanto strombazzata! […] In vent’anni non vidi mai che si facessero collette di beneficenza, perché vi sarei concorso anch’io; ne vidi però per Feste da ballo (ora sono socio io pure), e precisamente quando l’Isolano scriveva le grandi calamità del paese, si preparava la Sala da ballo, abbastantemente elegante, con figure e quadri allegorici alla circostanza, e non mi sorprenderebbe che anche lui fosse socio, come lo sono quelli che gridarono miseria nel caffè! E in calce alla lettera al Pregiatiss.o Direttore del “Gazzettino Rosa”, che reca il luogo e la data Maddalena, 24 febbraio 1879, aggiunge P.S. Volli prima leggerla al Generale Garibaldi per ciò che lo conserne: Egli mi disse che sono verità sacrosante, ma mi consigliò a non farle stampare, ed io mi levo per ora il cappello al primo ed al più grande uomo d’Italia. Più sopra la firma, la sua solita:

Giuseppe Nuvolari fu Gaspare uno dei mille E quando nel 1870, alla morte della piccola Rosina, la figlia di Garibaldi di soli 18 mesi, il prete di La Maddalena, don Michele Mamia Addis, colla scusa che non era battezzata, non la volle nel Cimitero ed il sindaco [Pasquale Volpe] gli diede ragione, Nuvolari fa notare come nello stesso cimitero siano sepolti tre o quattro protestanti inglesi e aggiunge per quanto riguarda al prete e al sindaco non ne fui stupito; si è l’apatia della popolazione che mi destò sorpresa! Il paese tutto avrebbe dovuto protestare contro un atto tanto arbitrario, od almeno i Consiglieri dovevano imporre al sindaco di far riaprire il Cimitero! Invece nulla di tutto ciò, e poi i Maddalenini si vantano civilizzati? emerge forse questa pretesa dal fatto che vestono bene e che si trattano col lusso delle grandi città? Per aspirare all’appellativo di civili ci vuol ben altro; non è l’abito che faccia il monaco. Il futuro di La Maddalena è peraltro sul mare, ed alla sua gioventù vegeta e vogliosa di far bene, bisogna additarlo dicendo quella è la via per la quale i Liguri hanno ammassato enormi fortune! Essa è aperta per tutti, e se volete potrete diventare ricchi ed utili anche voi come tanti altri, senza cercare con poca dignità appoggio da un Governo che ha seminato ovunque la corruzione!. Basta insomma con questo pietire aiuti dallo Stato, con l’assistenzialismo parassitario, con l’inutile pletora di impiegati sfaccendati, il mercimonio d’impieghi: che ciascuno si faccia finalmente artefice delle proprie fortune, basta con l’orrendo scempio del pubblico denaro perché pretendere che comuni bene amministrati, e sovraccarichi di spese, si adossino un nuovo onere per dei debiti fatti dagli altri è, per dir poco, una vera follia! Più volte in Come la penso egli pone dunque a confronto le condizioni economiche, la cultura e la mentalità del Nord e del Sud d’Italia, concludendone che, ad un settentrione operoso e intraprendente, si oppone un meridione ignavo e di continuo postulante aiuti al Governo, finché nella sua lettera al Gazzettino Rosa conclude, lapidariamente: Vent’anni fa non capiva la Confederazione di Cattaneo, ma la compresi di poi. E, di nuovo in Come la penso, precisa: Più tardi l’esperienza me l’ha fatto capire e trovo proprio che, sempre conservando l’unità politica, amministrativamente parlando è desiderabile che ogni regione pensi per sé. Sono affermazioni che al tempo avevano salde ragioni ideali e morali, ma che oggi offrono il fianco a strumentalizzazioni politiche non certo obbiettive e disinteressate da

Dossier Garibaldi

159


ALMANACCO gallurese

DOSSIER GARIBALDI

E allora dov’è tutta questa miseria a La Maddalena?, domanda a sua volta Nuvolari, che l’isola e gli isolani li conosce bene...

parte di componenti politiche secessioniste. D’altronde, a decontestualizzare e più ancora destoricizzare le affermazioni di Nuvolari, utilizzandole a fini di qualsivoglia parte, ci vuol poco, basta leggere quanto egli scrive riguardo alla Magistratura: Avrei desiderato parlare della Magistratura in Italia, ma il compito è troppo al di sopra delle mie deboli forze. Dirò soltanto che lungi dall’essere libera ed indipendente come lo comporta la sua nobile missione, il più delle volte è in balìa dell’intrigo, alla pressione di Alti Personaggi o di partiti e così la bilancia della Giustizia presenta il doloroso spettacolo di due pesi e due misure sempre a vantaggio del denaro o del blasone, questo già s’intende! Ai primi di settembre del 1878, Giuspin è di nuovo a Caprera e deve fermarvisi per due giorni, in attesa del vapore per Civitavecchia. Ha così modo di parlare confidenzialmente con il suo Generale: Fu in questi due giorni di ozzio che mi manifestò desser brucciato dopo morto e voleva che m’impegnassi a ciò. E’ una delle ultime volte che i due si incontrano. In seguito andai rarissimo volte a trovarlo, scrive Nuvolari, che aggiunge: Il 2. Giugno 1882. cessò di vivere, nel giorno stesso alle 11. di sera ebi un dispacio da Andrea Baffo [Raffo] in Genova ove mi

trovava, che mi anunciò la morte. Io ero disposto a partire come tanti altri volontari di Genova, sempre che si fosse dei veri e fedeli suoi volontari, quando vego sui giornali dell’andatta di principi di carrozatte di ministri o pure suoi mandatari in livrea una quantità di personaggi tutt’altro che suoi amiratori, mi tratene proprio per non veder lagrime di cocodrili. Cominciò poi la polemica di essere o no bruciato, non ci voleva tanto a capire che veniva dall’alto, e i più bassi servitori secondarono, la famiglia aconsente, contenta solo pella grossa pensione che il parlamento a tambur battente decrettò, senza documenti di nascita di matrimonio e a tutto quel che ci vole a un povero diavolo, pensione che non ha un generale che servì 40. anni la patria… E così, lo saluta da lontano Giuspin, il suo Generale, e solo adesso riesce a dargli del tu: Povero generale! chi pensa più a te, io credo l’unico e dei più sinceri, come fosti e sei trascurato e molto più di quelli che ai tanto beneficato. Ma è insieme l’addio, quanto più doloroso, ai sogni e agli ideali condivisi con lui per tutta una vita, l’utopia di un’Italia finalmente unita, nella libertà, nella giustizia, nell’uguaglianza, un sogno troppo presto infranto. Se mi fossi immaginato il come sarebbero andate le cose, non mi sarei di certo imposto tanti sacrificii materiali e morali, perché non ne valeva proprio la pena! ■

NOTE Avvalendosi di un classico artificio letterario, nel 1879 Giuseppe Nuvolari pubblica a Genova, per i tipi dello Stabilimento Tipografico del Movimento, il volume, in forma di lettera, dal titolo Al Pregiatissimo Signor Leonardo Bargoni Sindaco del Comune dell’Isola La Maddalena, come recita il frontespizio, opera più conosciuta per il suo titolo di copertina Come la penso. Lettera al Signor Leonardo Bargoni Sindaco del Comune dell’Isola La Maddalena. Nel 1881, a Milano, il libro viene ristampato presso le edizioni di G. Ambrosoli e C., con l’aggiunta del sottotitolo Aneddoti sconosciuti di storia contemporanea. Seconda edizione riveduta con note ed aggiunte, e nel 1999, presso l’Editoriale Sometti di Mantova, esso è rieditato a cura di Sante Bardini. Il testo definitivo di Come la penso è il risultato di una revisione stilistica e di una correzione sintattica e grammaticale, ad opera di persona di fiducia di Nuvolari, come egli stesso ammette: Per quanto sconnesse sieno le idee da me esposte, non vi si possono negare le traccie di altra mano che limò quelle ruvidezze del mio scritto, il quale originariamente armonizzava col mio esteriore; per altro ho scelto l’opera di un moderato onesto per non cadere in esagerazioni, conservando tuttavia integralmente l’impronta di tutto quanto – in termini meno corretti – ho voluto dire; e questa confessione la faccio, perché non si creda ch’io voglia farmi bello di ciò che non è mio (pag. 134). I brani testuali in italiano corretto sono dunque tratti testualmente dalla prima edizione di Come la penso, salvo pochi altri che appaiono nelle aggiunte della seconda edizione, dei quali è data puntuale indicazione. I brani testuali che invece presentano scorrettezze ortografiche e grammaticali, e dunque non sottoposte a revisione da parte di terzi, sono tratti dall’Originale delle aggiunte di Giuseppe Nuvolari alle Memorie del G.le Garibaldi conservato presso il Museo del Risorgimento di Bologna (Fondo Giuseppe Nuvolari, fasc. 1, documento n. 62), presso il cui Archivio-Biblioteca è conservata una versione riveduta e corretta del memoriale Originale, un quaderno che in copertina reca un’etichetta con la scritta Osservazioni ed aggiunte alle Memorie di Garibaldi per Giuseppe Nuvolari dei Mille. I testi riportati sono tratti dall’edizione che il Museo civico del Risorgimento di Bologna ne ha fatto nel 2005 con il titolo Dai campi di battaglia a Caprera. Le Osservazioni di Giuseppe Nuvolari alle Memorie del Generale Garibaldi, a cura di Mirtide Gavelli e Otello Sangiorgi. I brani apparsi sul Mendico di Mantova negli anni 1889 e 1890, sono stati sottoposti dapprima a Carlo Ezechielli, l’amico Carlino, mantovano, per una revisione e correzione, quindi inviati ai capi della massoneria e infine pubblicati. E’ noto infatti che Nuvolari, benché alfabetizzato, avesse una prosa più vicina al dialetto e al parlato che non all’italiano e alla scrittura, restando egli un “semicolto”. Il Signor Leonardo Bargoni è invece Giovanni Leonardo Bargone (1822-1886), figlio di Andrea, già sindaco dell’isola, e di Maria Francesca Ghio. Desidero ringraziare infine quanti mi sono stati di grande aiuto nelle ricerche: Francesco Ramon Del Monaco, Francesco Sanna, Michele Serra, Antonio Nino Salmeri, la prof.ssa Giovanna Sotgiu, la dott.ssa Viviana Simonelli, e in particolare la dott.ssa Mirtide Gavelli, del Museo civico del Risorgimento di Bologna. Un grazie speciale e affettuoso a Leandro Mais, grande collezionista, cultore e conoscitore di cose garibaldine, che mi onora della sua amicizia.

160 Dossier Garibaldi


el 1975, con l’istituzione del Ministero per i Beni culturali e ambientali, le competenze della casa museo di Giuseppe Garibaldi a Caprera, soprattutto per interessamento dell’allora ministro Giovanni Spadolini, professore di Storia contemporanea nell’università di Firenze e studioso di storia del Risorgimento, passarono dal Comando militare marittimo de La Maddalena alla Soprintendenza ai monumenti per la Provincia di Sassari. In tale occasione fu compilato anche un elenco dei volumi conservati nel Compendio, con presa in carico dei libri e apposizione di timbri di appartenenza e numeri di inventario. L’inventario manoscritto registra 2.382 titoli, che comprendono i volumi appartenuti a Garibaldi, cioè editi prima del 1882, e quelli appartenuti ai discendenti, in modo particolare alla figlia Clelia (deceduta nel 1959). Dal maggio del 1999 al marzo del 2004 si è proceduto al recupero catalografico dei 2.700 esemplari superstiti - libri, riviste ed opuscoli - che giacevano in casse di cartone all’interno della cosiddetta “Casa di ferro”, con seri pericoli di degrado per il loro stato di conservazione: la maggior parte degli esemplari era già stata intaccata da roditori e presentava un notevole deterioramento dovuto all’umidità a cui erano stati sottoposti nel corso degli ultimi vent’anni. Dall’esame del fondo di Caprera è chiaro che Clelia nel 1954 aveva donato e poi venduto alla biblioteca Labronica di Livorno gli esemplari più significativi e di maggior pregio della biblioteca paterna. A completare il quadro delle vicende della biblioteca di Garibaldi e della dispersione dei libri andrà precisato che Clelia, secondo diverse testimonianze, aveva l’abitudine di regalare a chi andava a visitarla scritti, oggetti e volumi appartenuti al padre. A Caprera restano soprattutto libri in brossura, gli atti parlamentari e una grandissima quantità, circa il 70 per cento dei titoli, di opuscoli di vario argomento, che tuttavia presentano un notevole interesse come testimonianza della circolazione delle idee democratiche e repubblicane nell’ambiente pre e postunitario. “Una biblioteca non è una somma di libri, è un organismo vivente con una sua vita autonoma. Una biblioteca di casa non è solo un luogo in cui si raccolgono i libri: è anche un luogo che li legge per conto nostro”. E’ questa una bella definizione di Umberto Eco, tratta dalla sua “lectio magistralis” per l’inaugurazione della ventesima Fiera del libro di Torino, che fa riflettere, nel nostro caso, sull’importanza che nel suo insieme assume la raccolta libraria di Garibaldi a Caprera, che in fondo altro non è che una “biblioteca di casa”, o meglio la biblioteca della piccola comunità dell’isola. Sono infatti conservati volumi che recano dediche o note di possesso anche a nome dei figli Ricciotti, Menotti, Manlio

N

TIZIANA OLIVARI

CURIOSITÀ NELLA BIBLIOTECA DI GARIBALDI A CAPRERA e Clelia, del fedele Giovanni Basso, della vicina di casa, l’inglese Clara Emma Collins, e un progetto manoscritto per un Monumento da erigersi a Cosenza alla memoria dei fratelli Bandiera e consorti, dell’ingegnere Luigi Franceschini, una dedica indirizzata al generale Nino Bixio. Tra i numerosi libri appaiono anche testi scolastici di grammatica italiana e straniera, di chimica e matematica, orari ferroviari, guide di città e ricettari. Normalmente le biblioteche di personaggi di una certa rilevanza storica all'interno dei volumi conservano carte, lettere o altri riferimenti che consentono di individuare più facilmente legami e rimandi fra carte e volumi, permettendo così di interpretare, descrivere e quindi valorizzare correttamente tutti i documenti, non solo in relazione alla loro natura, ma anche alla luce dei vincoli che li legano tra loro a formare un complesso organico, un solo “documento unitario che non va alterato”. I libri scelti, letti, accolti o anche “subiti” dal possessore quando li ha ricevuti in omaggio, hanno in qualche modo cambiato il loro status, diventando da semplice pubblicazione, carte personali. In questo caso si ha quindi bisogno anche di un trattamento catalografico che comprenda la descrizione delle tracce d'uso (intendo: annotazioni, correzioni, aggiunte, sottolineature, postille), così come dei segni di appartenenza (ex libris, doni, note di possesso e dediche manoscritte), e degli inserti conservati tra le pagine (appunti, ritagli, lettere, cartoline, biglietti da visita), in modo da offrire agli storici e ai filologi elementi utili alla ricostruzione della “lettura d'autore” dei testi che ne recano traccia, ma anche del contesto intellettuale e socio-culturale all'interno del quale ha operato il possessore della raccolta, anche se mai potremmo sapere quanto questi siano stati effettivamente letti e meditati, e quanto siano entrati a far parte del bagaglio culturale del proprietario. Purtroppo nel caso della biblioteca di Garibaldi a Caprera ciò non è avvenuto, in quanto nel corso degli anni il fondo è stato in parte smembrato con donazioni e vendite e, la parte che resta, ampiamente depredata: mancano infatti molte tavole fuori testo, raramente all'interno dei libri appaiono inseriti biglietti da visita o foglietti: unico caso è la presenza all'interno del volume curato da Giuseppe Gat-

ti Scuola del soldato italiano in ordine aperto e chiuso, di una lettera su carta intestata della 18. Divisione del comando dell'esercito meridionale datata Caserta 29 ottobre 1860 e diretta al Comandante del Reggimento Bersaglieri della 18. divisione “ La prego di mandare immediatamente i furieri a prendere copia dell'ordine del giorno essendovi cose di premura”, a firma del capitano Destefanis. Si arriva al paradosso dell'asportazione dei francobolli dalle fascette postali con cui venivano spediti i giornali e gli opuscoli (tra l'altro operazione compiuta in maniera maldestra, in quanto parte del bollo rimane sulla fascia, annullando il valore dello stesso). Per nostra fortuna le dediche dei donatori non hanno destato curiosità commerciali o da parte di collezionisti, altrimenti ci saremmo trovati di fronte ad una biblioteca composta di libri nella maggior parte mutili di coperte e di frontespizi. Al Convegno tenutosi a La Maddalena nel giugno del 2002, dedicato a Cattaneo e Garibaldi, avevo sottolineato la differenza tra le due biblioteche storiche. Cattaneo acquistava i libri e li leggeva; aveva comprato una parte della biblioteca di Gian Domenico Romagnosi, continuava ad acquistare volumi a seconda degli interessi culturali del momento e sulle 1.919 schede catalografiche solo 214 presentano dediche. Dei 2.268 titoli rilevati nel fondo Garibaldi 624 presentano dediche autografe e 32 dediche a stampa, a cui vanno aggiunti 23 opuscoli di statuti di associazioni di mutuo soccorso e società operaie le quali nominano socio onorario il Generale: si tratta nella maggior parte quindi di libri donati, nella quasi totalità da personaggi che in qualche modo hanno avuto rapporti con l'eroe dei due mondi. Ancora, degli esemplari esaminati 686 sono intonsi, e quindi mai letti, e una decina aperti solo nelle pagine in cui si parla di Garibaldi o di avvenimenti che lo hanno visto partecipe della storia. I libri appartenuti a Garibaldi non sono né rari e né preziosi (copie di essi sono reperibili in qualsiasi biblioteca di conservazione), la loro importanza è data principalmente dalle dediche che li accompagnano, indicative del grande carisma che l’Eroe dei due Mondi esercitava sia sugli italiani, sia sugli stranieri. Alfonso Scirocco nella sua biografia sul nizzardo sottolinea la disponibilità con cui metteva la sua vita al servizio dei ribelli di Rio Grande, dei difensori di Montevideo, dei repubblicani francesi, lontano da egoistici interessi internazionali, contribuendo a formare il mito del combattente per la libertà e l’indipendenza di tutti i popoli. Mito che nelle dediche degli autori stranieri emerge più forte ed intenso rispetto a quello dei connazionali. Il letterato Wenceslau Aygulas de Izco (1801-1873), comandante della milizia nazionale durante la prima guerra civile spagnola, dedica così nel 1866 un esemplare del suo poema filosofico El derecho y la fuerza: «A l’ilustre

Dossier Garibaldi

161


ALMANACCO gallurese

DOSSIER GARIBALDI

L’USO CHE SI FACEVA TALVOLTA DEI LIBRI A CAPRERA ERA ABBASTANZA PARTICOLARE...

ciudadano Josè Garibaldi, terror de los tiranos y esperanza de los pueblos, en testimonio de admiración y amor fraternal, el autor. Una parabla vuestra en honor de nuestra revolución havria en España un efecto magico». Il figlio del tenente colonnello della Repubblica Argentina Santiago Albarracin (1806-1868), invia la biografia del padre, edita postuma nel 1870 come “homenaje que sus hijos tributan à su memoria”, con la dedica manoscritta sul frontespizio: “Al senor general José Garibaldi Caprera de suo af.mo Francisco Albarracin”, accompagnando il dono con una foto ricordo del genitore. Bartolomé Bossi (1812-1891), comandante della nave a vapore America, fa pervenire a Garibaldi la propria relazione completa dei fatti sull’incidente occorso a Montevideo al suo piroscafo, aggiungendo anche tutte le perizie effettuate nell’occasione e la relazione conclusiva del giudice competente e della commissione della Marina Italiana: in questo caso la pubblicazione è accompagnata da una dedica, abbastanza laconica: “Al generale Giuseppe Garibaldi Caprera”. Dal Villaggio di Miano in Argentina il 31 gennaio del 1877, l’italo-argentino Gabriele D’Amato, accompagna le sue Dissertazioni economiche-politichesociali applicate al miglioramento della Repubblica Argentina con queste parole: «Al più grande uomo del secolo, Tribuno dell’umanità. Al Wasington [!] d’Italia Generale Giuseppe Garibaldi queste dissertazioni il sottoscritto autore presenta sperando che fossero lette onde al genio che tanto lo rese grande in guerra possa il Protettore d’Italia applicare i principii della Scienza in quelle dissertazioni esposte al miglioramento della finanza del paese, ch’egli ha fatto libero per ricondurlo alla sua grandezza!». Nel fondo di Caprera restano anche regolamenti per la navigazione delle navi della compagnia Italo-platense di Buenos Aires, della Società di mutuo soccorso fra gli operai italiani di Montevideo, di cui Garibaldi è nominato socio onorario, e della Compagnia Lancasteriana del Messico; una relazione della Commissione inviata ad esplorare la pianura del Chaco; ancora, un opuscolo anonimo, pubblicato a Lima nel 1871, celebrativo della conquista di Roma da parte delle truppe italiane. A dimostrazione del legame con l’America Latina, ancora vivo dopo trent’anni, tra i libri di Garibaldi sono conservati saggi riguardanti l’Uruguay all’esposizione internazionale di Vienna recante sul frontespizio il timbro della Association rural del Uruguay Montevideo, un libello del patriota ed economista ligure Jacopo Vir-

162 Dossier Garibaldi

gilio (1834-1891) sulla guerra d’indipendenza americana, con una breve dedica: “Al generale G. Garibaldi, grande nella fanteria, con riverente ammirazione”, e un progetto del capitano Vincenzo Sacco, con relativo memoriale, per una linea postale marittima tra Napoli e il Venezuela. Garibaldi non doveva avere comunque molto tempo da dedicare alla lettura: i libri che presentano un notevole deterioramento dato dall’uso e dalla frequente consultazione sono quelli che trattano di arboricoltura, di apicoltura e di bricolage in genere, come istruzioni per la costruzione di una pompa idraulica, o di una macchina per la fabbricazione dell’olio, o indicazioni per il montaggio di un mulino. Non dimentichiamo che a Caprera Garibaldi aveva creato una piccola azienda autosufficiente che bastava a sostenere una piccola comunità, al centro della quale era la sua famiglia ed era riuscito a trasformare l’isola impiantandovi vigneti, oliveti, frutteti (che ancora oggi si possono ammirare) e allevando bestiame: se nei documenti e nei censimenti si qualificava “agricoltore”, non si deve quindi pensare ad una sua civetteria. Nel Diario agricolo di Caprera, il 10 giugno 1866, quando stava per partire per combattere in quella che sarebbe passata alla storia come la terza guerra di indipendenza, così annotava: “Innesto due olivi, innesto un olivo, si taglia l’orzo, un innesto di olivo in febbraio comparisce in questi giorni” e subito dopo, con una semplicità quasi epica: “partito per il Continente e preso il comando dei Volontari”. Al rientro, dopo una campagna sfortunata per gli italiani, riprendendo la sua vita nei campi racconta al suo diario che: “si trapiantano pini, cipressi, alberi di vite, si dà letame alle vigne e ai fichi, si lavora alle cisterne, si va a caccia”. Sui volumi sono assenti indicazioni di possesso con il nome di Garibaldi, ed è presente un unico ex libris stampato su carta grigia di 5x9 centimetri, applicato su una decina di titoli di narrativa, recante la dicitura “General Garibaldi yacht library 1864”: gli ammiratori inglesi gli avevano infatti donato il panfilo Princess Olga, corredato di una biblioteca personalizzata, ma nel 1869, trovandosi in ristrettezze economiche, fu costretto a vendere la goletta allo Stato italiano per 80.000 lire, dopo averla svuotata di tutte le suppellettili. L’uso che si faceva talvolta dei libri a Caprera era abbastanza particolare: Carlo Lozzi nel 1876 gli fa recapitare il suo saggio economico-sociale, dal titolo Delle vocazioni, di ben 431 pagine, segnalando che il Generale è «portato a modello di eroismo a pagina 32, 232, 303» e che, in qualità di «antico Ammi-

ratore», resta in attesa di un suo «autorevolissimo giudizio», ma Garibaldi non doveva avere grande considerazione dell’autore, infatti il libro è totalmente intonso, ad eccezione delle pagine 185, 193 e 201, quasi prive di stampa, in cui sono presenti esercizi di scrittura infantile a matita a firma di Clelia, che allora aveva nove anni: come dire che l’imponente lavoro di Lozzi è stato usato per un banale riciclio di carta bianca, che forse a Caprera scarseggiava. Sulla coperta posteriore di un opuscoletto dell’avvocato Agostino Sartorio, anche questo con dedica ed intonso, si trovano degli appunti manoscritti di un conto per una spesa fatta per l’acquisto di un letto, un tavolino, una sedia ed un “porta bacino”.Curioso è il fatto che nella biblioteca restino solo pagine sparse di settimanali: a Caprera, come ci racconta la giornalista russa Anna Toliverova, era infatti radicata l’abitudine di pranzare sui giornali (che per altro arrivavano “a mucchi”) al posto della tovaglia. A riprova dell’uso che veniva fatto dei rotocalchi, in un deposito del Museo si trova ancora oggi conservato (in attesa di restauro) un parafiamme da caminetto interamente rivestito con illustrazioni ritagliate da giornali del tempo e raffiguranti episodi della vita di pace e di guerra di Garibaldi. Per concludere un’ultima curiosità: nella biblioteca di Caprera è conservato anche un grosso tomo, formato da 439 carte sciolte e poi legate in pelle, ognuna delle quali racchiude lo spazio per 74 firme, con l’indicazione della nazione e del comune di provenienza, per un totale di 32.486 sostenitori tra italiani, francesi, spagnoli, tedeschi e inglesi. Sulla coperta è incisa la significativa dicitura Il mondo a G. Garibaldi 19 marzo1879, unita si trova la seguente dedica che, è una testimonianza del mito del combattente per la libertà e l’indipendenza di tutti i popoli, che l’accompagnerà per tutta la vita e anche oltre: «Generale, ricorre oggi 19 marzo – il vostro onomastico – e i sottoscritti, vi mandano il loro saluto per la vostra felicità. Non è l’idea religiosa – che oggi concentra le idee sul vostro nome – approfittano soltanto di questa data per riaffermarvi una volta di più i sentimenti che nutrono verso l’illustre che combattè tutta la vita per la libertà del Mondo: Il fiore della ricordanza, studiosamente coltivato dalla libertà, in questo giorno esala dai suoi petali profumi inusati, e si ammanta del più vago fra i colori – il rosso – simbolo di Voi reso sacro nelle avventurate ore delle lotte a profitto del diritto dei popoli. Generale, da ogni parte del mondo mandiamo voti che partono dal cuore. Ricordatevi di noi nella vostra Caprera”. ■


Uno dei

Mille Giuseppe Nuvolari fu Gaspero di Viviana Simonelli Direttore responsabile della Biblioteca di studi storici della Fondazione G.Emanuele e Vera Modigliani.

D

a un’agiata famiglia di grandi proprietari terrieri di Barbassolo, piccolo borgo nei pressi di Roncoferraro, nel Mantovano, il 27 febbraio 1820 (ma il giorno è controverso), da Gaspare e Francesca Mantovani, nasce Giuseppe Antonio Maria Nuvolari. Le origini familiari sono antiche e dai registri parrocchiali risulta che i Nuvolari fossero residenti nel borgo sul Mincio già dal Seicento e che avessero aumentato negli anni la loro ricchezza con acquisti di terre molto fertili, risaie e fittanze di fondi da coltivare. Nato in una famiglia molto coesa, di stampo contadino e cresciuto in un’area geografica di rilevante valore agricolo e proto industriale, Giuseppe Nuvolari forma il suo carattere nella cultura dell’austerità, dell’autodeterminazione, dell’impegno e dell’amministrazione efficiente: principali capisaldi della mentalità produttiva degli imprenditori in Lombardia e in tutte le regioni del Nord Italia.

Dossier Garibaldi

163


ALMANACCO gallurese

DOSSIER GARIBALDI

In quegli anni di inizio Ottocento, l’aristocrazia lombarda (dai Gonzaga ai Cavriani) anche se non aveva perso le terre, aveva altresì perduto gran parte degli atavici privilegi giuridici del censo, mentre l’alta borghesia agraria, diventata latifondista, stava crescendo in parallelo, sia per forza economica che per rinnovata identità sociale. Tra le due classi sociali comincia a profilarsi un vero conflitto di interessi. La nuova élite ha raggiunto uno stile di vita in consonanza con il proprio florido benessere finanziario, e pertanto la famiglia Nuvolari gode di quell’allure socioculturale che una volta apparteneva solo ai nobili. Come scrive Stefano Jacini nel suo libro sulla proprietà fondiaria in Lombardia “se il lusso era sconosciuto” almeno si doveva “nuotare in una certa abbondanza”. Come tutti i giovani rampolli dei ricchi possidenti in Lombardia, anche i Nuvolari frequentano, se pure con diverso successo, le migliori scuole del Regno e svolgono le più qualificate professioni del tempo (medici, avvocati, ingegneri, ufficiali, notai), consapevoli di rappresentare le nuove, emergenti, classi dirigenziali del Paese. Ma l’Italia di questi anni difficili del nostro Risorgimento è una nazione divisa, occupata militarmente dall’Austria. Il Maresciallo Radetzky, dal 1831, è governatore della Lombardia. Parte del ceto intellettuale e borghese è per l’indipendenza e i Nuvolari sono tra questi esponenti politici, difensori della libertà nazionale.

164 Dossier Garibaldi

Ma le repressioni nel Lombardo-Veneto dei primi moti rivoluzionari del 1848 e 1849, con la schiacciante sconfitta dei patrioti italiani nella Prima guerra di Indipendenza, offre agli Austriaci una rinnovata forza di attacco e di difesa nelle aree occupate. Proprio a Mantova, nel castello di San Giorgio, viene allestita una delle carceri di massima sicurezza più dure dell’Italia del Nord. Il cancelliere dell’Impero, Felice Schwartanberg, consiglia alla polizia di effettuare “salutari impiccagioni”: solo in quei terribili mesi di rappresaglie vengono comminate ben 961 condanne a morte. Giuseppe Nuvolari, nonno di Tazio Giorgio Nuvolari, il pilota leggendario del Novecento, il 28 febbraio 1848 è arrestato per motivi politici, insieme ai cugini Gaetano, Bartolomeo e Giovanni. In carcere restano pochi mesi, ma successivamente, Giovanni e suo cugino Giuseppe, di quindici anni più giovane, sono condannati a morte perché sono state trovate le prove della loro cospirazione. Al primo, la pena viene commutata in 12 anni di reclusione, mentre il secondo riesce a fuggire e in clandestinità si adopera come può per raccogliere fondi a favore dei comitati mazziniani. Ha 28 anni Giuseppe Nuvolari, Giuspin, come lo chiamano parenti, amici e compatrioti, quando assaggia il carcere austriaco, e cerca la fuga, per non essere impiccato come cospiratore contro l’Impero. Cinque anni dopo, il 19 marzo del 1853, il

barone Carlo Culoz, comandante della fortezza di Mantova, lo condanna a morte in contumacia, con l’accusa di alto tradimento per essersi affiliato alla Società mazziniana della città. Il 3 marzo 1853, a Belfiore, sono impiccati tanti patrioti suoi amici. Dopo un esilio di quasi quattro anni, il 10 gennaio 1857, Nuvolari viene graziato dal governo austriaco e l’anno successivo ritorna nella sua terra a Carzedole. E’ lo stesso anno della sfortunata spedizione a Sapri di Carlo Pisacane. Ma Giuspin è uomo di azione e di grandi abilità fisiche, non ha solo ambizioni personali limitate alla conduzione delle cospicue proprietà di famiglia (quasi 680 biolche), la cui gestione affiderà, infatti, a suo fratello Antonio. Il suo impegno politico, il 28 aprile 1859, lo spinge a ripartire per nuove avventure militari. Si arruola volontario nel corpo dei Cacciatori delle Alpi, nello squadrone delle Guide a cavallo, e, insieme ad altri 5000 uomini, combatte a Varese contro gli austriaci . Qui la situazione è critica perché ai volontari garibaldini non difetta certo l’ardimento personale, ma manca concretamente il vantaggio dell’artiglieria per sferrare l’attacco definitivo alle equipaggiate truppe del tenente maresciallo Urban. La vittoria dei Cacciatori delle Alpi a Varese e a Magenta, nonostante le numerose azioni di coraggio dei soldati, è infatti merito dell’intervento strategico di Garibaldi, che, scacciati gli Austriaci da Lecco, Bergamo e Brescia, è pronto ad invadere anche il Veneto. Ma l’impresa, dopo le vittorie strepitose di Solferino e San Martino, viene improvvisamente bloccata dall’armistizio di Villafranca, firmato tra l’esercito alleato francese e quello austriaco. Garibaldi, amareggiato ma convinto nelle sue idee, non si arrende e si mette alla testa delle truppe della lega militare dell’Emilia e della Toscana, pronto ad invadere lo Stato pontificio nelle Marche e a liberare Ancona. Ricostituitosi a Bologna il corpo dei Cac-


ciatori delle Alpi, Giuseppe Nuvolari si arruola nuovamente con il grado di sergente agli ordini di Nino Bixio. Anche l’impresa di liberare le Marche è bloccata da un perentorio ordine di Cavour che obbliga “a sloggiare, entro 24 ore”, come scrive lo stesso Nuvolari nel suo infuocato pamphlet, pubblicato a Genova venti anni dopo, nel 1879, che gli creerà un mondo di nemici e determinerà la definitiva rottura della lunga amicizia con lo stesso Giuseppe Garibaldi. Scrive di sé Nuvolari: guida semplice, caporale, sergente - il cavallo e le armi erano di mia proprietà, ero libero; ma mi sentivo ancora soldato e senza intendermi di politica, così all’ingrosso capivo che tutto non doveva essere finito a Villafranca e che perciò i volontari dovevano tornare in scena. Presentato dall’amico conterraneo Luigi Gusmaroli, Giuseppe Nuvolari finalmente conosce a Bologna il Generale Garibaldi. Da quell’incontro vitale nascerà un legame di stima e amicizia che durerà fino alla fine, ma che sarà profondamente ferito dall’amarezza di dolorose delusioni provate nella lettura delle Memorie dello stesso Eroe dei due mondi, nonché dalla conoscenza degli avvenimenti che si susseguirono durante il Risorgimento nazionale. Nuvolari si sente tradito nell’amicizia, nella stima, negli ideali e nei traguardi sperati. Tradimento di una vita, che Giuspin consegnerà al pubblico come testimonianza personale e come testamento morale nella pubblicazione di Come la penso: un memoriale politicamente scorretto se consideriamo la folta galleria osannante di memorialisti garibaldini che ci ha lasciato la storiografia ufficiale del Risorgimento italiano. Il libro controcorrente di un Nuvolari bastian contrario, pubblicato nel 1879, non fu per nulla apprezzato dal Generale, che ne fece per contrappasso nei suoi ricordi del 1887 una damnatio nelle sue Memorie. Infatti di lui, quelle pagine scritte e purgate per la Storia non parlano, così come tacciono di Luigi Gusmaroli e di Pietro Poltronieri che, insieme a Giovanni Basso, erano stati per ol-

tre vent’anni gli amici, i soldati ed i compagni più fedeli di tutta l’esistenza di Garibaldi, soprattutto negli anni più difficili della sua lunga permanenza nell’esilio sardo a Caprera . Una vita sodale, interamente dedicata ad un uomo-mito, ripagata con un assordante silenzio, che in Nuvolari scatenò l’indignazione e l’invettiva, tipica dei reduci che, delusi nelle passioni, si sentono sconfitti non solo dalla decadenza morale lega-

L’esercito garibaldino, composto di 21.000 uomini e con poche munizioni, deve fronteggiare a Maddaloni un esercito di 40.000 borbonici

ta ad obiettivi spesso opportunistici dei protagonisti, ma anche offesi dagli avvenimenti che la storia di regime si impegna velocemente a censurare, smussandone angoli e contrasti. Lavoro di revisione operato per poter costruire una immagine patinata di una epopea che, al contrario, ha avuto nel suo svolgersi aspetti poco luminosi e spesse ombre in chiaroscuro molto difficili da ripulire nel tempo, serrate come sono entro il celebrativo medaglione ufficiale della memoria storica. E la Storia che sta per passare al Mito, vede Nuvolari imbarcato nella notte del 5 maggio 1860 tra i Mille garibaldini volontari che partono da Quarto alla volta della Sicilia, insieme ad altri 26 conterranei del Mantovano ed a suoi quattro intrepidi nipoti: Cesare Donzellini, figlio della sorella Maria; Attilio Rizzotti, figlio dell’altra sorella Barbara; Rinaldo e Gaspare. Nuvolari, Garibaldi e le altre Camicie rosse sbarcano a Marsala l’11 maggio 1860 . A lui il Senato della città di Palermo consegnerà una medaglia ed un diploma per commemorare la leggendaria impresa. Nominato, con decreto dittatoriale dell’11

giugno 1860, sottotenente dello Stato Maggiore della 1a divisione della Fanteria nazionale, Nuvolari entra da ufficiale a far parte del Quartier Generale di Garibaldi. Poco dopo entra anche nello Stato Maggiore della Divisione Turr per andare incontro agli uomini di rinforzo della spedizione del generale Medici e del generale Malenchini: quasi 2500 volontari giunti a Castellammare del Golfo per liberare dai Borboni non solo la Sicilia e il Napoletano ma anche il resto d’Italia. Tutto doveva dimostrare un’espressione garibaldina, perciò ogni persona portava all’occhiello un segno rivoluzionario, una cocarda, un nastro tricolore; perfino i preti avevano un nastro rosso nel cappello e le donne o un fazzoletto rosso al collo o un nastro in testa… Da tutte le abitazioni sventolava la bandiera italiana con lo scudo dei Savoia. [Memorie inedite del garibaldino Francesco Parodi. Manoscritto di Francesco Parodi, 14 giugno 1905] Il 20 giugno dello stesso anno, dopo il successo nella valorosa battaglia di Milazzo, a Palermo il luogotenente Giuseppe Nuvolari viene destinato al Corpo delle Guide a cavallo, quale aiutante di campo del Generale Nino Bixio. Alla liberazione della Sicilia segue a settembre quella di Napoli. Ma - racconta Nuvolari nelle sue memorie destinate a restare inedite - l’esercito garibaldino, composto di 21.000 uomini e con poche munizioni, deve fronteggiare a Maddaloni un esercito di 40.000 borbonici perfettamente equipaggiati e assai bene informati della disparità di forze. Nuvolari riferisce che fu proprio Luigi Gusmaroli, inviato dal Generale Garibaldi a Napoli a trovare le munizioni necessarie, a scovarle, anche se stranamente nascoste, a Castel dell’Ovo e ne trovò tante da fare la guerra per dieci anni! La violenta battaglia al Volturno, del 1° ottobre 1860, segna la vittoria dei garibaldini ma lascia sul terreno oltre 300 morti, più di mille feriti e molti prigionieri tra le camicie rosse. Per le numerose azioni di coraggio attestate durante gli scontri, Giuseppe Nuvolari è in-

Dossier Garibaldi

165


ALMANACCO gallurese

DOSSIER GARIBALDI

Il privato di un uomo importante spesso contrasta con la sua immagine pubblica e Nuvolari coglie con dolore questo aspetto poco lusinghiero

signito di onore sul campo e nominato luogotenente aiutante del generale della 18a divisione. Nascono, in queste controverse circostanze militari, molte delle perplessità e degli interrogativi che, negli anni successivi, Nuvolari annoterà nelle sue scomode pagine di ricordi. C’è di mezzo l’ambiguità della politica nazionale e internazionale che tutto stravolge, usando cinicamente uomini e mezzi per mutare anche slealmente il corso degli eventi: una politica che Nuvolari giudica, in fondo, senza né trasparenza né etica, compromessa negli interessi e nelle finalità. Il periodo di tregua dalla lotta armata avviene dopo il 1860, quando Nino Bixio, nel gennaio 1861, chiede all’amico Giuspin di accompagnarlo a Caprera a trovare Garibaldi. E gli amici di tante battaglie ripartono insieme verso l’arcipelago de la Maddalena. Ma come è cambiata l’atmosfera da quel primo incontro con l’isola avvenuto alla fine di dicembre del 1859. E l’isola del Generale - scrive Nuvolari - in quell’epoca offriva l’aspetto di una isola sacra, meta al pellegrinaggio d’ardenti fedeli. Ma non tutti invero erano dei ferventi pellegrini, mentre non pochi approdavano per sollecitarvi la conferma di un grado, o un certificato per ottenere un impiego o una efficace raccomandazione… In Sardegna Nuvolari tornerà ripetutamente per oltre vent’anni, anche dopo aver ristabilito nel 1866 la sua residenza a Roncoferraro e aver conseguito il grado di capitano e aiutante di campo di Garibaldi a seguito di importanti azioni di guerra . Sappiamo che per alcuni mesi, nel 1875, Nuvolari ormai già anziano, vive a Caprera quasi da solo, come custode della Casa bianca, in assenza dello stesso Garibaldi che glielo aveva chiesto come favore personale. Purtroppo fu una esperienza umana molto negativa che lo segnerà profondamente per le troppe amarezze vissute e le tante incomprensioni mai dissolte. Una forma di ingratitudine ricevuta da Garibaldi e dai

166 Dossier Garibaldi

suoi familiari che Nuvolari non riuscirà a dimenticare. L’amicizia, la stima e la dignità sono state ferite. Il privato di un uomo importante spesso contrasta con la sua immagine pubblica e Nuvolari coglie con dolore questo aspetto poco lusinghiero nel vissuto quotidiano dei grandi protagonisti della storia, da lui così tanto venerati. Ciò che colpisce il lettore sono inoltre le sue attente osservazioni sui costumi e sui caratteri degli abitanti non solo di La Maddalena ma di molte altre aree della Sardegna, che egli descrive in un linguaggio colorito , senza né enfasi né piaggerie retoriche, disegnandone il profilo con sorprendente lucidità e irriverente franchezza. Le sue annotazioni e le sue accese polemiche sono conservate in due scritti: in Come la penso. Al pregiatissimo Signor Leonardo Bargoni. Sindaco del Comune dell’isola La Maddalena in una prima edizione del 1879 e in una seconda con aggiunte importanti del 1881 (in cui con un escamotage letterario indirizza al Sindaco Bargoni una lettera di fuoco nella quale rileva con veemenza le molte diseconomie amministrative riscontrate nel Comune e le gravi disorganizzazioni presenti nell’isola) e nelle Osservazioni ed aggiunte alle Memorie di Garibaldi per Giuseppe Nuvolari dei Mille lette all’amico Carlo Ezechielli, e pubblicate solo a stralci su vari numeri del “Mendico” di Mantova dal 1889 al 1890. Soprattutto questo ultimo manoscritto di 163 pagine, rimasto inedito per tanti anni, determina la definitiva rottura dei rapporti con Garibaldi e con i suoi familiari. Troppi omissis di avvenimenti e troppe manipolazioni per un testimone oculare che si vede cancellato anche nel nome e non solo nel ricordo! Nel 2005, per merito del Museo del Risorgimento di Bologna, che ne conserva la copia originale, è stata realizzata una edizione trascritta a cura di Mirtide Gavelli e Otello Sangiorgi, con il sottotitolo: Dai campi di battaglia a Caprera.

In una lettera ad Adriano Lemmi del 16 novembre 1888, Nuvolari precisa che, in caso di una pubblicazione del manoscritto, i proventi dell’opera dovessero essere destinati all’Istituto Garibaldi di Mantova. In Come la penso feroci sono le critiche contro la neghittosità dei sardi e contro la megalomania dei governanti succedutisi dopo l’Unità d’Italia, accusati di mostruosi sprechi di denaro pubblico e di gravi diseguaglianze fiscali che penalizzano il Nord produttivo a favore del Sud parassitario, indolente e poco dignitoso, abituato soprattutto ad autocommiserarsi con continue richieste di aiuto economico. Una polemica certamente antimeridionalista che ha avuto altri sostenitori negli anni successivi all’Unità, soprattutto a causa del fenomeno del brigantaggio. Si propugnano anche idee di una colonizzazione delle stesse terre meridionali, assecondando il diffuso pregiudizio etnocentrico di un Nord culturalmente superiore al Sud. Risultano perentorie e negative le valutazioni e le analisi di Nuvolari su tutta la Sardegna; esse servono certamente da stimolo alla conoscenza delle altre diversità culturali presenti nel Paese, ma nella forma aspra della invettiva nella quale sono state espresse, intaccano lo stesso principio di solidarietà e di fratellanza civile che era alla base della condivisa idealità risorgimentale, per altro appena consegnata dagli stessi protagonisti alle pagine della nostra storia nazionale. Ma ormai il XIX secolo volge alla fine portandosi dietro le sue luci e le sue ombre. Ha 76 anni Giuseppe Nuvolari quando una grave paralisi lo colpisce a Roma. A Carzedole, il 17 luglio 1897, nella villa di famiglia, oggi Villa Garibaldi, Giuspin muore. Da anticlericale e massone come aveva vissuto, i funerali sono semplici e lontani dal clamore. Le sue ceneri sono conservate sotto il monumento in bronzo nel giardino che lo raffigura vestito da garibaldino. ■


IL BRACCIANTE AMICO DI GARIBALDI CHE PARTECIPÒ AL PIANO ORGANIZZATO DAL GENERALE PER POTER SORTIRE DA CAPRERA ELUDENDO IL BLOCCO NAVALE DELL’ISOLA PREDISPOSTO NEL 1867 DAL REGIO GOVERNO.

giacomo simone

Il sosia di Garibaldi

di Antonello Tedde

Dossier Garibaldi

167


ALMANACCO gallurese

DOSSIER GARIBALDI

F

..chiamò un pastore che aveva la sua taglia fisica e che portava barba e capigliatura molto simili alla sua, che aveva 30 anni di meno12 e di pelo decisamente corvino..

ra i tanti avvenimenti legati alla vita del Generale durante la sua permanenza a Caprera, un episodio desta particolare attenzione e stupore e riguarda esattamente la sua nota fuga dall’isola predisposta la sera del 14 ottobre del 1867, accadimento che dovrà portare Garibaldi, nei successivi giorni, aiutato dagli amici maddalenini e galluresi, a salpare il 17 ottobre da Porto Brandinchi, a sud di Olbia presso Porto San Paolo, e proseguire quindi verso la costa toscana con le successive vicende che lo vedranno alla testa della nota Spedizione garibaldina su Roma con il suo infelice epilogo nella giornata del 3 novembre, una domenica, nella disfatta di Mentana per opera delle truppe francesi di Napoleone III dotate per la prima volta dei nuovi fucili a retrocarica “Chassepots” . Nel quadro di questa pagina del nostro Risorgimento, descritta ed esaminata più volte da numerosi storici, una notizia inedita, interessa la nostra comunità e concerne il personaggio che si prestò, travestendosi con le fattezze dell’Eroe, all’interno di un piano studiato e preordinato sin nei minimi particolari, per ingannare ed eludere il ferreo controllo del governo sabaudo, guidato allora dal primo ministro Urbano Rattazzi, diretto ad impedire i possibili tentativi di Garibaldi, rivolti allo storico obbiettivo di tutta la sua esistenza, ossia liberare Roma dal servaggio dello Stato Pontificio e proclamarla capitale d’Italia. Sulla precisazione di tale persona che mascherandosi, aiutò il generale nella riuscita del piano di fuga, si sono nel tempo, succedute alcune versioni. Una prima, avvalorata dal noto studioso e biografo di Ga-

ribaldi, Gustavo Sacerdote,il quale nel suo volume associa tale figura a quella di Luigi Gusmaroli, mantovano ex prete ed uno dei Mille di Marsala, molto somigliante al Generale, il quale, dopo aver seguito il Generale a Caprera lavorandovi come muratore, visse e mise famiglia a la Maddalena morendovi nel 1872. Una seconda versione indica tale figura in quella di Giovanni Froscianti , garibaldino presente nell’isola come segretario insieme a Giovanni Basso, ex frate carmelitano, anch’esso dei Mille; la testimonianza ci viene da un intervista fatta nel 1932 a La Maddalena all’isolano Pietro Ferracciolo, allora vegliardo 93enne, il quale figlio di un pastore di Caprera, trascorse la sua gioventù nella familiarità di Giuseppe Garibaldi, questi dichiaro che nella circostanza fu il Froscianti, capelli color rame, stessa barba e statura del Generale, ad offrirsi quale sosia per ingannare i militari addetti alla sorveglianza. Il Ferracciolo qualificava nell’intervista il Froscianti come contadino, particolare che di seguito conforterà le vicende riportate. Infatti alle due predette conosciute versioni, ne va aggiunta una terza tramandata da ricordi orali, presenti nell’isola maddalenina, in particolare dalla famiglie Coppa Paderi e Vallarino, nella quale emerge la tesi che il sosia sia stato un pastore-bracciante maddalenino di nome Giacomo SIMONE. Tale reminiscenza ha avuto un preciso riscontro in un memoriale inedito scritto da un garibaldino livornese Andrea Carlo Pacini, in cui si comprova indirettamente la tesi che il sosia sia stato proprio il predetto pastore, che per lunghi anni rimase al servizio di Garibaldi. Nel merito, si riferisce nel testo del Pacini, della narrazione fatta dal garibaldino Andrea Sgarallino, noto patriota livornese che con Stefano Canzio, genero di Garibaldi ed Antonio Viggiani giovane volontario maddalenino, procurarono a Livorno, grazie all’aiuto economico del banchiere fiorentino Adriano Lemmi, amico del Generale, la paranza a vela “San Francesco”, che servirà poi a trasportare Garibaldi ed i suoi fidi dalla Sardegna verso il contiSopra Giacomo Simone A sinistra Tomba ed epigrafe nella Cappella di famiglia

Civico Cimitero La Maddalena

168 Dossier Garibaldi


nente, il quale livornese riportava, su resoconto del Generale, che questi ingegnandosi sui preparativi della fuga, “..chiamò un pastore che aveva la sua taglia fisica e che portava barba e capigliatura molto simili alla sua, che aveva 30 anni di meno e di pelo decisamente corvino..”. Nella testimonianza si narra che alla figlia di Garibaldi, Teresita “..bastò un oretta e acqua ossigenata per far divenire il pastore una perfetta controfigura di Garibaldi e ci mise solo mezzora ed una tintura nera per far ringiovanire il padre di vent’anni.. ” . Da quel momento gli ufficiali piemontesi, con i cannocchiali puntati sulla casa del Generale, scrutando l’andirivieni del falso generale, erano sicuri e tranquilli della sua presenza a Caprera. Nella fuga da Caprera infatti, descritta in tanti libri ad iniziare dalle Memorie scritte dalla mano dell’Eroe, emerge l’importanza decisiva dello stratagemma del sosia che, camuffato nelle sembianze di Garibaldi, aveva il compito di trarre in inganno i militari preposti all’attivazione del meticoloso blocco navale, composto da ben nove navi da guerra e varie piccole imbarcazioni, che cingeva tutt’intorno le isole di Caprera e di La Maddalena. Tale espediente, ideato dal Generale, doveva fuorviare il controllo strettissimo sulla sua persona, attuato sia tramite l’uso di binocoli dal bordo delle regie navi che tramite visite periodiche alla casa dell’Eroe, dissimulando la sua presenza nella casa, mediante il passeggio all’aperto sulla prospiciente terrazza della stessa, andirivieni inscenato dal falso Garibaldi, nel frattempo che il Generale disponeva l’esecuzione dei piani della fuga. Tale inedita narrazione, che si soffermava sui modi e sul tempo utilizzato per i travestimenti, ha dei riscontri che ne attestano la sua veridicità. In essa sono citati sia tutti i personaggi che effettivamente parteciparono al fatto, fra cui il segretario personale di Garibaldi, Giovanni Basso, il capitano marittimo Giuseppe Cuneo maddalenino, il grande amico Pietro Susini, il giovane Maurizio atten-

Sopra, da sinistra

Letto di morte 1928 (Foto fornita da Silvio Vallarino di La Maddalena) Giovanni Froscianti (Civica Raccolta delle Stampe - Milano) Luigi Gusmaroli (Civica Raccolta delle Stampe - Milano) dente di Garibaldi, la vedova inglese Clara Collins, che ospitò nella propria casa dirimpettante Caprera, Garibaldi nella prima notte della fuga, sia sono precisate tutte le varie fasi dell’avvenimento. Inoltre il dettaglio dello specifico mascheramento dello stesso Garibaldi è confermato anche da un altro noto storiografo del Generale, Achille Bizzoni che lo cita nel proprio libro “Garibaldi nella sua epopea”. Il dato determinate sull’età del sosia, escluderebbe quindi i due personaggi sinora collegati all’episodio del travestimento, infatti sia Gusmaroli che Froscianti erano nati nel 1811 e fra l’altro da veri patrioti risultavano più idonei ed esperti del pastore a collaborare operativamente nell’esecuzione del piano, come Garibaldi stesso menziona nelle sue “Memorie”, mentre invece accredita e comprova la versione correlata alla figura del giovane pastore dell’Eroe, allora infatti poco più che ventinovenne. Sul motivo del silenzio ufficiale riguardo la complicità negli eventi del pastore maddalenino Giacomo SIMONE, esso potrebbe giustificarsi nel probabile scrupolo di Garibaldi di poter esporre il giovane isolano a possibili procedimenti giudiziari da parte delle autorità preposte, giacché comunque le circostanze dell’accadimento prefiguravano la violazione degli ordini ministeriali preordinati dal governo, che prevedevano il massimo controllo sul Generale nell’isola. Su tutta la vicenda e sugli eventi ad essa concatenati, Garibaldi scriverà in seguito all’amico Benedetto Cairoli, patriota garibaldino, divenuto poi Primo ministro sotto re Umberto I, le seguenti appassionate parole: “Di tante rischiate imprese che ho tentato in vita mia, la più ardua e la più bella, e di cui sentirò un certo vanto finché campi, è codesta mia fuga da Caprera”. ■ Le note possono essere richieste all’Almanacco Gallurese

Dossier Garibaldi

169


ALMANACCO gallurese

DOSSIER GARIBALDI

NELLA CAMERA ARDENTE IL GIORNO DEL FUNERALE CAPRERA, 8 GIUGNO 1882 di P.E. Guarnerio Il testo è tratto da una pubblicazione del 1882 stampata dalla tipografia Azuni di Sassari “8 giugno 1882 Caprera”

170 Dossier Garibaldi

Caprera come avevamo preveduto, aveva cambiato d’aspetto. Al molo molte barche e mota gente affaccendata, e così sul viale che sale alla casa era un viavai di persone. Lungo i fianchi delle strade alcune rozze antenne con pennoni e bandiere s’alzavano da una parte e dall’altra, legate con ghirlande di ginepro e cipresso, e cadenti festoni. Verso la metà il viale si intersecava con un altro, aperto per l’occasione, che girava alla sinistra e scendeva alla valle. Il corteo, movendo dalla casa,


La Camera Mortuaria (L'Illustrazione Italiana, Anno IX,- n. 25 - 18 giugno 1882) avrebbe preso per di là per giungere al cimitero. Bandiere tricolori e stendardi di città erano dappertutto, sugli alberi, sulla casa, fin sui picchi di granito. Ma tutti quei panni svolazzanti e quei festoni, che con colori così chiassosi spiccavano tra il verde delle abbondanti conifere e la tinta cinerea dei macigni, davano al luogo un’aria di festa, che forte dispiaceva, e che stonava affatto con la solenne cerimonia funebre, che l’Italia vi veniva a compiere. Qual cosa più bella che la selvaggia severità del luogo, così in armonia col dolore che ci piangeva nel cuore! Quanto non sarebbe stato meglio serbare quei cenci per qualche sagra di villaggio! Il vento però fece giustizia; in poco d’ora la maggior parte giacevano al suolo malconci e a brandelli. Fummo tra i primi ad entrare nella camera mortuaria. Vi si saliva pel terrazzo che è all’angolo della casa; un garibaldino e un soldato della Cariddi stavano alla porta e lasciavano entrare a poco a poco la gente, che si affollava ansiosa alla cancellata. Quasi di faccia alla porta era il letticiuolo di ferro, su cui posava il Generale; appena entrati, si aveva davanti il suo volto. Pareva dormisse e al primo vederlo ognuno sentiva qualche cosa agitarsi in fondo al cuore, e salire, salire fino alla gola e farvi un nodo. Non si poteva staccar gli occhi da lui, e per lungo tempo non si vedeva altro nella stanza, che quella faccia dai lineamenti ben noti, ma immobili e irrigiditi nel torpore della morte, con la pelle tesa, senza una ruga, di una tinta cerea, quasi terrea, tutta uniforme e chiazzata solo alle gote da due nere echimosi, sinistri precursori della dissoluzione. Aveva i peli della barba e dei capelli, rossicci, brizzolati di bianco, ben ravviati e pettinati; le palpebre socchiuse, le labbra semiaperte, come ad un sorriso, e lasciavano vedere le due fila di denti, scuri e irregolari.

Gli copriva la testa la tradizionale papalina di velluto nero, ricamata a fiorami d’oro e d’argento, e portava al collo l’occhialetto d’oro pendente sul seno. Tutto il resto del corpo era coperto da un largo drappo; le braccia erano rappresentate dalle maniche di una camicia rossa, incrociate sul petto, e un fazzoletto bianco teneva il luogo delle mani. Al di sopra della testa poggiava sul capezzale una corona di foglie d’alloro e un’altra simile l’aveva ai piedi. La camera era modestamente arredata. Il lettucciuolo, in ferro, sormontato da un piccolo padiglione di mussolina bianca, aveva la sua destra verso una larga finestra, ornata da alcuni vasi di fiori e che da a mezzanotte sulla strada della marina. Intorno al letto, uno per ogni angolo, stavono due marinai della Cariddi e due garibaldini; pure ad ogni angolo luccicava di fucili e tutt’intorno, per terra, corone di fiori bellissime. Fra i garibaldini che in quella mattina fecero la guardia d’onore alla salma gloriosa, mi è restata impressa la severa figura di un vecchio che, immobile come una statua, per tutto il tempo della guardia, tenne sempre gli occhi, lucidi di pianto, fissi nel volto del suo Generale; sembrava avesse voluto penetrare il segreto che aveva fatto sparire da quelle fattezze quel lampo del pensiero, che un dì spingeva alla battaglia come ad una festa. Presso la finestra era la cassa, su cui era gettato il drappo di velluto nero con frangie e parole ricamate in oro, mandato dalla città di Sassari; in un canto, avvolte in una coperta rossa, le due carrozzelle, che gli servivano per uscir fuori all’aperto e scendere al mare; in un altro una tavola rotonda con sopra un’armatura in metallo del piccolo Manlio e un grosso album con le fotografie dei Mille. ■

Dossier Garibaldi

171


ALMANACCO gallurese

SASSARI Il restauro del Lenzuolo di Giuseppe Garibaldi

ILDISUDARIO GIUSEPPE GARIBALDI DOSSIER GARIBALDI

di Cristina Cugia

I

l Lenzuolo di Giuseppe Garibaldi, recentemente ritrovato durante i lavori di restauro del Palazzo di Città di Sassari, era stato prelevato inavvertitamente dalla delegazione sassarese che partecipò ai solenni funerali dell’8 giugno 1882, insieme al drappo funebre di velluto nero che l’Amministrazione Comunale di Sassari fece confezionare per ricoprire la bara dell’eroe. Pochi giorni dopo, il sindaco di Sassari Gerolamo Ledà d’Ittiri chiese alla famiglia di farne dono alla Città che lo avrebbe conservato come una reliquia civile. Utilizzato come sudario per avvolgere il corpo del Generale, il lenzuolo, formato da tre teli di tela casalinga bianca con orlatura comune, è lungo due metri e 85 centimetri e largo due metri. Porta ad un angolo le iniziali in filo rosso di F. G. I (Francesca Garibaldi I) dell’altezza di mm.

172 Dossier Garibaldi

8”, come recita l’autentica del lenzuolo del 1907 (atto notorio di autentica compilato in data 8 giugno 1907 dal pretore di Sassari). Il lenzuolo fu conservato avvolto in un drappo rosso – si è ipotizzato potesse essere la stoffa di una camicia garibaldina – colore che contribuisce ad infondere una valenza ideale e simbolica al sudario. Le precarie condizioni di conservazione hanno reso necessario un intervento di restauro. Infatti il sudario presentava uno stato di forte degrado, impolverato e impregnato da depositi di varia natura, il filato di lino presentava il caratteristico scolorimento per il naturale invecchiamento ed il degrado chimico del materiale oltre a lacerazioni e lacune di varie dimensioni dovute alla piegatura e alla conservazione per un lungo periodo di tempo,


l’Assessorato Regionale della Pubblica Istruzione e dei Beni Culturali nell’anno 2006, accogliendo la richiesta di finanziamento dell’Amministrazione Comunale di Sassari per il restauro del lenzuolo in quanto bene culturale di notevole interesse storico, ha concesso uno stanziamento che ha consentito di realizzare un importante intervento di restauro conservativo su progetto della Soprintendenza per i beni Architettonici Paesaggistici Storici Artistici ed Etnoantropologici delle Province di Sassari e Nuoro. Nel 1907, il Comune di Sassari diede il giusto risalto al reperto, curandone l’autenticazione con atto di notorietà, in occasione del centenario della nascita dell’eroe. A distanza di un secolo, in occasione delle celebrazioni dell’anno 2007 bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, è stata allestita, nelle sale del Palazzo Ducale sede dell’Amministrazione Comunale di Sassari, l’esposizione del lenzuolo e del drappo in seta rossa restaurati, riconsegnando così questo inestimabile bene culturale alla collettività e recuperando un lungo periodo di oblio.

In queste pagine

Le iniziali ricamate in filo rosso “F. G. I” (Francesca Garibaldi I) e le immagini del lenzuolo e del drappo in seta rossa restaurati ed esposti nelle sale del Palazzo Ducale, sede dell’Amministrazione Comunale di Sassari, nel 2007.

Il prezioso cimelio, del quale si era persa traccia negli anni, rappresenta una importante testimonianza del legame della città di Sassari con il Generale Garibaldi al quale il Comune conferì la cittadinanza onoraria il 15 febbraio 1861. La documentazione citata, oltre a numerose lettere, carteggi e ad un fondo iconografico, è conservata nella sezione manoscritti della Biblioteca Comunale di Sassari. ■ Dossier Garibaldi

173


ALMANACCO gallurese

DOSSIER GARIBALDI

Le notizie riguardanti il Processo Verbale ed il Carteggio Albanese fanno parte dell'Archivio Albanese, posseduto dal 1997, dal signor Leandro Mais, che le ha cortesemente rese disponibili. La copia autografa del Processo Verbale e del Carteggio Albanese, vengono riportate integralmente nel volume La salma di Giuseppe Garibaldi: imbalsamata o bruciata? Fatti ed ipotesi, scritto da Ugo Carcassi con la collaborazione di Leandro Mais, ed in corso di stampa per i tipi di Carlo Delfino Editore. Ugo Carcassi è Professore Emerito di Clinica Medica nell'Università degli Studi di Cagliari. Francesca Trois Pisanosegue la tradizione editoriale del gruppo familiare e collabora con numerosi Autori a ricerche di carattere storico e popolare.

La Salma

di Giuseppe Garibaldi "Bruciata" o "Conservata"? di Ugo Carcassi con la collaborazione di Francesca Trois

174 Dossier Garibaldi

ulla morte di Garibaldi e sul destino della sua salma esistono molte versioni, non tutte concordanti. Garibaldi era rientrato a Caprera dalla Sicilia il 17 aprile 1882 con il piroscafo Colombo. Aveva a tutti i costi voluto presenziare alle celebrazioni per il VI Centenario dei Vespri Siciliani. Aveva seguito le diverse cerimonie immobile ed irrigidito dall'artrite disteso su di una barella. Era stato riaccompagnato a Caprera dal Professor Albanese, suo vecchio amico e valente chirurgo. Quest'ultimo si era fatto raggiungere nell'isoletta dal Dottor Federici per valutare con lui le condizioni di salute di Manlio che migliorarono rapidamente avevano consentito il loro rientro in Sicilia. Una volta partiti i due medici, Garibaldi nonostante le pessime condizioni di salute, si era fatto portare in carrozzella in giro per Caprera per rivedere i campi ed il bestiame e per sentire ancora una volta l'odore della terra mossa ed il profumo del mare.

S


La bronchite che lo affliggeva da tempo si era accentuata rendendo più precarie le sue condizioni generali. Tuttavia la mente restava vigile. Infatti il 25 maggio del 1882 aveva inviato un lungo telegramma al Sindaco di Palermo per ricordargli l'assalto alla città compiuto dai Mille ventidue anni prima.

La bronchite che lo affliggeva da tempo si era accentuata rendendo più precarie le sue condizioni generali. Tuttavia la mente restava vigile. Infatti il 25 maggio del 1882 aveva inviato un lungo telegramma al Sindaco di Palermo per ricordargli l'assalto alla città compiuto dai Mille ventidue anni prima. Aveva scritto il 29 maggio al Direttore dell'Osservatorio Meteorologico di Palermo, Professor Gaetano Cacciatore, chiedendo informazioni sulla precisa posizione della nuova Cometa e sul giorno "della maggiore grandezza". Egli desiderava osservare con un cannocchiale questa Cometa ritenuta la più grande dopo quella comparsa nel 1858 e rimasta famosa per le sue dimensioni. Purtroppo l'insorgere di un fastidioso fatto febbrile gli aveva impedito di soddisfare questo desiderio. Il suo peggioramento aveva preoccupato la moglie Francesca che aveva scritto a Menotti «oggi ha un po'di febbre e da qualche giorno ha per-

Garibaldi a Palermo nel 1882 (da una stampa d'epoca)

Dossier Garibaldi

175


ALMANACCO gallurese

La notizia del decesso del Generale ebbe un'enorme risonanza... DOSSIER GARIBALDI

Enrico Albanese (Sacerdote G., La vita di Giuseppe Garibaldi, Rizzoli Editore, Milano, 1933, pag. 834)

duto l'appetito … lui è dimagrito molto in pochi giorni e mi fa paternali al solito del suo progetto di cremazione … qui si fa tutto il possibile per sostenerlo con brodi buoni e tutte quelle cure che ne sono capaci. State tranquillo vi darò sempre notizie, ma il papa comincia a perdersi di coraggio e voi scrivetegli sovente per dimostrarli l'affetto che sentite per lui, e non fate come Riciotti. Siamo intesi a qualunque bisogno di telegrafare, ma se vi telegrafo venite non fate ritardo». Garibaldi irrequieto ed infastidito dal caldo di Caprera, alla fine del maggio 1882, aveva bevuto con abbondanza acqua ghiacciata e per avere un po' di refrigero si era esposto alle correnti d'aria. Nella mattinata del 2 giungo ignorando il parere contrario del dottor Cappelletto (e non Cappelletti come scritto da vari Autori) aveva fatto un bagno freddo nella sua tinozza. Questo aveva provocato un aggravamento della bronchite. Il catarro ed una fastidiosa laringite avevano reso la sua respirazione faticosa. L'insorgenza di una paralisi della faringe aveva peggiorato le cose e per 48 ore vissuto era vissuto «suggendo pezzettini di ghiaccio». Il Dottor Cappelletto aveva subito sottolineato che lo stato del paziente gli pareva preoccupante. Menotti appena giunto aveva telegrafato al Professor Albanese, perche sperava che la sua presenza ed il suo intervento riuscissero efficaci. «Il primo giugno (così scrive Clelia Garibaldi nel suo libro Mio Padre) il giorno avanti alla sua morte, papà chiese a mamma carta, penna, calamaio, ceralacca e timbro. Mamma non fu sorpresa per questa domanda perché il generale desiderava scrivere. Lo lasciò solo con Menotti affinché questi gli porgesse il necessario man mano che ne aveva bisogno. Fu così che papà scrisse il suo breve codicillo al suo Testamento, che soltanto dopo la sua morte Menotti ebbe modo di leggere a Roma».

176 Dossier Garibaldi

Purtroppo una fitta nebbia aveva impedito al piroscafo Cariddi di entrare nel piccolo estuario di Caprera costringendolo a restare fermo in alto mare per quasi 24 ore. Il Professor Albanese che si trovava su questo nave era riuscito a sbarcare nella prime ore del 3 giugno ed era giunto alla Casa del Generale alle 7.30 del mattino, quando Garibaldi era già morto. Nel pomeriggio del 2 giugno nell'imminenza della morte sia Clelia che Manlio erano stati mandati sulla spiaggia in compagnia dello zio Pietro Armosino, con il pretesto di attendere l'arrivo del Piroscafo su cui era imbarcato il Professor Albanese. La moglie Francesca aveva spostato il letto portandolo vicino alla finestra dove di solito usavano posarsi gli uccellini per beccare le briciole di pane che vi venivano deposte. Nel timore che il loro cinguettio infastidisse il malato Francesca cercava di mandarli via. Garibaldi però aveva esclamato «non le scacciare forse sono le anime delle nostre bambine che vengono a prendermi». Anche su questo punto non esiste accordo fra i biografi perché ad esempio Mack Smith parla di «alcuni piccoli uccelli» mentre Mino Milani e Jessie White Mario parlano di «passeri». Nelle ultime ore il dottor Cappelletto era, inutilmente, ricorso a dei suffumigi per tentare di decongestionare la gola. Aveva poi praticato un'iniezione per sostenere il cuore. Dopo un po' di tempo il respiro di Garibaldi era diventato sempre più faticoso aveva passato la mano destra sulla fronte sussurrando «Sudo». Era spirato alle 6.22 senza aver più pronunciato una parola. Da questa versione si era discostata Jessie White Mario che aveva scritto «Domandò di Manlio e dell'ora mentre il chirurgo del Cariddi gli faceva un'iniezione al braccio, cadde in deliquio. Lo si credette morto, ma l'agonia durò altre due ore. Alle ore 8.50 pomeridiane del 2 giugno egli spirò». Garibaldi da molto tempo era discretamente ma attentamente sorvegliato dai carabinieri, non sorprende quindi che il loro Comando di Tempio abbia comunicato con un telegramma urgentissimo in codice la notizia della morte di Garibaldi al Comandante Generale dell'Arma, che ne aveva subito informato il Re Umberto I. Veniva in questo modo vanificata la disposizione del Generale di tenere segreto il momento della sua morte in modo da consentirne l'immediata cremazione. Il Re aveva fatto pervenire, a Menotti, il 3 giugno 1882 un affettuoso telegramma di condoglianze. Lo stesso giorno il Professor Albanese ed il Dottor Cappelletto facevano pervenire al Sindaco di La Maddalena il seguente certificato: «Ieri 2 corrente alle ore 6.20 pomeridiane, è morto nel suo domicilio in Caprera il Generale Giuseppe Garibaldi in seguito a Paralisi faringea. Dichiarano che la tumulazione del cadavere può essere fatta dopo scorse le ventiquattrore dalla morte. In fede di che ci sottoscriviamo Prof. Albanase Dott. Cappelletto.». L'Atto di Morte veniva poi formalizzato due giorni dopo nello stesso Municipio dal Sindaco Bordone. La notizia del decesso del Generale ebbe un'enorme risonanza. Erano accorsi a Caprera autorità e giornalisti italiani e stranieri. Tra le descrizioni pubblicate spicca per la sua precisione quella comparsa nel numero


34 del 9 giugno 1882 della Sardegna: « Il cadavere non era disteso, ma era come seduto, sostenuto nelle reni da tre cuscini. E i piedi di dietro del letto poggiavano su due cassettoni di legno. Indossava il solito “poncho” a quadretti o a striscie come sogliono gli scozzesi a striscie nere o rosse, bianche o nere, ma tutto bianco, di lana, di tessuto fino; proprio quello che indossava il giorno del suo matrimonio con la signora Francesca. In capo avea la calotta tradizionale di velluto nero e fioroni di seta rossi e verdi col fiocco a granoni d’oro che pendeva nella tempia sinistra. Al collo era intrecciato un lungo fazzoletto rosso, di seta, gittato in giro ben largo, stretto alle punte, che gli toccavano il petto, con due piccoli nodi. Ad un cordoncino nero era attaccato, posando sul petto, a sinistra il “pince-nez” orlato di tartaruga ed oro; dalle ginocchia in giù la salma era ravvolta in un lenzuolo bianco. Le mani, rattrappite, erano nascoste da due fazzoletti dei quali uno, di seta rossa era come gettato là, verso il fianco sinistro; l’altro, bianco-perla, con largo orlo bleu-scuro punteggiato in bianco, disteso con cura. La fisionomia, due giorni dopo la morte, alterata: le linee conservano il loro disegno, il colore però s’era sbianchito, fino ad una sfumatura cerea, massime alle orecchie: gli zigomi, che aveva piuttosto vivamente incarnati, s’erano impalliditi. Gli occhi non erano serrati, ma socchiusi, appuntati verso la finestra, come guardasse il cielo e il mare. I capelli erano ravviati con cura, scendevano sull’orecchie senz’ondulazione, lasciando scoperto un po’ più l’orecchio destro. La cera

Sopra

Compilazione da parte del sindaco di La Maddalena del verbale di deposito e tumulazione della salma. sotto

Telegramma, 1882

Dossier Garibaldi

177


ALMANACCO gallurese

I solenni funerali ebbero luogo l’8 giugno del 1882, 7 giorni dopo la morte DOSSIER GARIBALDI

Schizzo eseguito dal Professor Zuccaro (E.G. Tos, Caprera, Tipografia A. Kluck, Torino, 1932, X, p. 62)

era d’uomo dormente, non sofferente. Errava per quelle linee quasi l’espressione di pace e torpore profondo.» Questa è la descrizione della salma di Garibaldi esposta nella camera mortuaria. Quello che invece è stato per molto tempo imperfettamente noto è quanto si è verificato subito dopo il decesso. Il 3 giugno la Camera ed il Senato si erano riuniti per la Commemorazione Ufficiale ed il Primo Ministro Depretis stava per stabilire le modalità per un funerale di stato da celebrarsi a Roma. Ogni decisione venne rinviata a causa di un telegramma del Professor Albanese che sottolineava «Generale Garibaldi spirato iersera; lasciò autografa disposizione in data 17 settembre 1881 così concepita. Avendo per testamento determinato la cremazione del mio cadavere, incarico mia moglie dell’eseguimento di tale mia volontà, pria di dare avviso a chicchessia della mia morte. Ove morisse prima di me, io farò lo stesso per essa. Verrà costrutta una piccola urna in granito che racchiuderà le ceneri di lei e le mie. L’urna sarà collocata nel muro, dietro il sarcofago delle nostre bambine e sotto l’acacia che lo domina. Moglie e Menotti aspettano la riunione di tutti i figli per eseguire l’ultima volontà del Grande Patriota. Io, a nome di Menotti e signora Francesca, ne dò partecipazione a Vostra Eccellenza». Dall'altra parte il Generale aveva in numerose occasioni chiaramente indicato quale doveva essere il destino del suo corpo. Garibaldi voleva es-

178 Dossier Garibaldi

sere bruciato: «Bruciato, e non cremato capite bene. In quei forni che si chiamano “crematoi” non ci voglio andare. Voglio essere bruciato come Pompeo, all’aria aperta …». Di queste sue intenzioni aveva anche informato il Dottor Prandina in modo che potesse eseguire le sue volontà subito dopo la morte. Il Professor Albanese, desiderando rispettare le volontà dell’estinto, telegrafò a Genova al Dottor Prandina pregandolo di raggiungere Caprera con tutto il necessario per la cremazione. Quest’ultimo aveva sollecitato il Prefetto Ramognini perché ottenesse da Roma dal Ministro dell’Interno le autorizzazioni d’obbligo. Erano sorte a questo punto le prime complicazioni. Il Sottosegretario Lovito, a nome del Ministro, aveva risposto rimettendo al Prefetto di Sassari l’autorizzazione a cremare il corpo. A Caprera Francesca Garibaldi aveva consegnato al rappresentante del Governo, Marchese Alfieri di Sostegno, il codicillo del testamento politico perché ne prendessero visione le persone riunite per rendere omaggio alla salma, pronunciando la frase “Sia fatta la volontà di Lui”. Menotti dopo la riunione di Famiglia aveva informato Francesca che la cremazione con le modalità indicate dal Generale non era permessa dalle leggi e perciò si era deciso di «conservare il suo corpo». L'opinione pubblica e le autorità politiche apparivano divise. Si trattava di decidere se rispettare i voleri dell’estinto o conservare il suo corpo a ricordo perenne di quanto aveva fatto per il suo Paese. Alberto Mario, che con Crispi si era imbarcato sulla nave da guerra Washington, era giunto a La Maddalena il 7 giugno alle ore 6.30 del mattino. Egli scrisse alla moglie Jessie, “Ho veduto il rogo in Caprera, nel sito disegnato dal Generale Garibaldi. Su questo rogo impossibile incenerire un cadavere. Impossibili nemo tenetur ”. Con trascorrere del tempo nel corpo di Garibaldi erano già iniziati i processi putrefattivi. A far luce sulle procedure poste in essere nel trattamento della salma di Giuseppe Garibaldi dà un contributo fondamentale il “Processo verbale” di quattro pagine scritto a mano dal Professor Albanese e dal Dottor Cappelletto che in sintesi si riporta: “Caprera 4 e 9 Giugno 1882. Noi sottoscritti medici chirurgi assistiti dai testimoni Tenente di Vascello Conte Carlo Moretti Ufficiale di Guardia nella stanza mortuaria del Generale Giuseppe Garibaldi, Egidio Pieramati confidente del Generale Garibaldi, da Niccolao Serra barcaiolo della Maddalena ai servizi della famiglia Garibaldi abbiamo redatto il presente processo verbale dell’imbalsamazione della salma del Generale Garibaldi. Il cadavere del Generale Giuseppe Garibaldi fu consegnato al Prof. Enrico Albanese dal Sig. Generale Menotti Garibaldi il giorno 4 Giugno alle ore 8 ant. con l’incarico di conservarlo, almeno fino a che la Rappresentanza nazionale fosse arrivata per rendergli gli estremi onori. … Il cadavere trovavasi nel momento della consegna in deplorevolissime condizioni con putrefazione avanzata che era visibile e sensibile, per macchie ecchimotiche estese alla parete anteriore della cavità addominale, alle regioni inguinali ed alle coscie e con grande sviluppo di gas nella cavità addominale, enfisema diffuso sottocutaneo sparso su tutta la superficie del corpo dal collo ai piedi, con distacco si vaste porzioni di epidermide e scolo di pro-


dotti liquidi della decomposizione che avevano inzuppato le coltri e i materassi del letto dove giaceva il cadavere”. Il Professor Albanese, con l’aiuto del Dottor Cappelletto, utilizzando “una cattiva siringa” (ne richiesero una buona alle Autorità di Sassari che ne inviarono una attualmente conservata nel Museo Anatomico Luigi Rolando presso l’Istituto di Anatomia dell’Università di Sassari), iniziò ad iniettare attraverso l’arteria femorale sinistra circa 15 litri di soluzione alcolica concentrata di acido fenico e di acido arsenioso. Nella tarda sera del 4 giugno vennero a mancare i mezzi necessari per completare la "conservazione" ed il cadavere venne avvolto in un lenzuolo. Quest’ultimo, unitamente al drappo, donato dai sassaresi, che ricoprì la bara, fu per errore trasportato a Sassari dalla Delegazione recatasi a Caprera per i funerali. Accogliendo la richiesta del Sindaco Gerolamo Ledà d’Ittiri, la famiglia Garibaldi formalizzò nel 1907 l’atto di donazione del “sudario”. Quest’ultimo è stato ritrovato circa 125 anni dopo e restaurato a Cagliari con fondi regionali in occasione del Bicentenario della nascita di Garibaldi. Il 5 giugno, anche con l’aiuto del Dottor Prandina appena giunto a Caprera, il Professor Albanese ed il Dottor Cappelletto ripresero le operazioni di "conservazione" con il materiale appena pervenuto da Sassari. Terminati questi procedimenti il cadavere venne immerso in un bagno d’alcool coprendo la faccia con cotone finissimo inzuppato di glicerina pura. Successivamente la salma venne trattata con iniezioni intraparenchimatose con i preparati già citati. Il giorno 6, con la collaborazione del Professor Todaro e del Professor Pini, giunti da Roma (avevano raggiunto Caprera con la nave da guerra “Washington”) in compagnia di Crispi con altri materiali occorrenti, il Professor Albanese iniettò nella femorale destra una soluzione alcolica di sublimato corrosivo ricollocando poi la salma nel bagno di alcool, proteggendo la testa ed il volto con del cotone imbevuto di glicerina. Il cadavere venne estratto dal bagno alcolico alle ore 6.00 del 8 giugno e dopo averlo lasciato asciugare per un paio d’ore (fu forse adagiato sullo stesso “lenzuolo” fornito dalla famiglia; infatti sul “sudario” conservato a Sassari sono ricamate in filo rosso le iniziali della moglie Francesca “F.G. I”), fu fasciato completamente con bende di tela e rivestito con la camicia rossa, calzoni bigi, poncio bianco e berretto di velluto consegnatigli dalla Signora Garibaldi Armosino. Il cadavere così vestito fu deposto nel suo letto ed esposto nella camera mortuaria dalle ore 10.30 del mattino fino alle ore 4.00 del pomeriggio. La folla che da molte ore attendeva di rendere omaggio alla salma si precipito all'interno della camera mortuaria. Il Professor Zuccaro, presente a Caprera puntigliosamente scrive nel suo schizzo «Istante in cui - alle ore 11 ant. del 8-6 la folla irrompe nella camera mortuaria dove per due ore viene esposta la gran salma». Alle ore 4.15 dello stesso giorno venne effettuata la ricognizione della salma da parte delle Autorità e delle rappresentanze nazionali convenute a Caprera. Il cadavere, vestito nel modo più sopra descritto, fu deposto dai Dottori Albanese e Cappelletto nella cassa di zinco lasciando scoperto, per espresso desiderio della vedova, il volto. Vennero inoltre collocati nella cassa una moneta commemorativa del sesto Centenario dei Vespri Siciliani, una astuccio di zinco che racchiudeva copia del verbale di constatazione del cadavere. Fu anche aggiunto un involto consegnato dalla Signora Francesca contenente un suo ritratto, un

suo scritto ed un mazzolino di fiori secchi provenienti dalla tomba della madre del Generale sepolta nel cimitero di Nizza. Prima di saldare la cassa il Professor Albanese, su richiesta della vedova, tagliò dal cadavere una chioma di capelli che consegnò poi alla Signora Francesca. Il Processo Verbale così conclude: “In fede di che abbiamo redatto e firmato il presente processo verbale che venne chiuso oggi 9 giugno 1882 in Caprera. Enrico Albanese, Dr. Cappelletto, Dr. Prandina, Carlo Moretti, Egidio Pieramati, Niccolò Serra”. I solenni funerali ebbero luogo l’8 giugno del 1882, 7 giorni dopo la morte. La cerimonia si svolse in condizioni di tempo pessimo per le raffiche di vento e gli scrosci di pioggia. Per questo motivo il rito funebre durò soltanto un’ora circa ed i discorsi ufficiali furono molto concisi. La salma venne deposta in una tomba di cemento e mattoni che fu chiusa con un enorme masso di granito. Sembra che la lastra di granito destinata a sigillare la tomba si sia incrinata al momento del suo posizionamento e sia stato necessario l’approntamento di un’altra lastra che avrebbe sostituito quella danneggiata. Per quanto attiene la salma, come attesta il Verbale Albanese, venne effettuato soltanto un procedimento di “conservazione” del cadavere nonostante che lo stesso Albanese si lasci sfuggire in qualche punto il termine "imbalsamazione". Non si trattò di una vera e propria "imbalsamazione" in quanto le procedure vennero iniziate quando la salma si trovava “in deplorevolissime condizioni con putrefazione avanzata”. Come è noto i procedimenti di imbalsamazione devono essere iniziati subito dopo il sicuro decesso del soggetto. Menotti Garibaldi, inoltre, aveva consegnato al Professor Albanese il cadavere con il pr eciso incarico di conser v ar lo almeno fino a che la rappresentanza nazionale fosse arrivata per rendergli gli estremi onori (probabilmente si sperava ancora di poter procedere alla cremazione). Purtroppo si verificò allora un’aspra e spiacevole diatriba tra il Professor Albanese e la Signora Francesca Armosino che lo accusò di aver infierito sul corpo del marito e di averlo aperto “come un merluzzo”. Il Professor Albanese irritato perché notizie di questa discussione erano comparse sulla stampa, fece pubblicare in un autorevole giornale una sua nota in cui diede esatto conto dei procedimenti seguiti che escludevano la eviscerazione del cadavere. Le voci che la tomba di Giuseppe Garibaldi sarebbe stata aperta prima nel 1907 e successivamente nel 1932 con il consenso di Ezio Garibaldi e su iniziativa di Benito Mussolini, e le affermazioni attribuite a Don Capula, si basano su vaghi ricordi di familiari che non trovano precisi riscontri storici e temporali. L’unico modo per chiarire il mistero sarebbe quello di procedere ad una apertura della tomba, sia per confermare la presenza della salma di Garibaldi, fatto questo che nulla aggiungerebbe al culto dell’eroe, e/o, cosa discutibile ma più accettabile, per risolvere un problema medico-diagnostico importante. Si è dissertato a lungo e si discute ancora se l’artrite che ha tormentato negli ultimi decenni l’esistenza del Nizzardo fosse una osteo artrite generalizzata oppure, come alcuni studiosi ritengono, una artrite reumatoide. Spetta quindi alle Autorità valutare, alla luce dei risultati ottenuti in altri personaggi celebri, con le tecniche di indagine molecolare quanto sia utile ed opportuno fare. ■

Dossier Garibaldi

179


ALMANACCO gallurese

DOSSIER GARIBALDI

Le relazioni fra la Chiesa e la casa regnante di Giuseppe Zichi

Un ritratto di Pio IX, appena eletto papa,

Il clero sardo e il Risorgimento 180 Dossier Garibaldi


PER POTER CAPIRE A PIENO LE POSIZIONI ASSUNTE DAL CLERO SARDO NEL RISORGIMENTO APPARE IMPRESCINDIBILE RIPERCORRERE LE TAPPE PIÙ SIGNIFICATIVE CHE, A PARTIRE DALLA PRESA DI POSSESSO DELL'ISOLA DA PARTE DEI SAVOIA, NEL 1720, HANNO DATO INIZIO AD UN NUOVO CORSO NELLE RELAZIONI TRA LA CHIESA E LA CASA REGNANTE SABAUDA.

I

mportanti cambiamenti si verificano - in seguito a quell’evento - nelle file della classe dirigente e del clero locale, con significative ripercussioni nella vita ecclesiale sarda. Da questo momento in poi, si ha la presenza nelle diocesi sarde - ad eccezione di quelle di Bosa, di Ampurias e Civita, di Ales e Terralba (per le quali il sovrano sabaudo riserverà vescovi sardi) - di un episcopato d’origine piemontese che andava a sostituire i vescovi di nascita spagnola del periodo precedente. Scriverà Giorgio Asproni, nel suo “Compendio di storia della Sardegna dai primi abitatori al 1773”: «Adulazione servile: esclusi i Sardi dalle sedi vescovili del Continente, non so con qual giustizia [i] Piemontesi dovevano occupare quelle dell’Isola». Sarà proprio questo ricambio a favorire, peraltro, una fattiva collaborazione tra le istituzioni civili - a capo delle quali verranno messi funzionari provenienti per la maggior parte dal Piemonte - e l’episcopato. Una presenza garantita dal fatto che la Santa Sede aveva riconosciuto a Vittorio Amedeo II il diritto di patronato sulla Chiesa e la facoltà di scegliere i nuovi vescovi per le diocesi vacanti. Di fatto, già dal Settecento l’alleanza trono e altare (come verrà definita nella Restaurazione) altro non era, a livello locale, che un reciproco sostegno tra stato e chiesa per favorire il raggiungimento dei rispettivi obiettivi; il governo sabaudo agevolava il clero nella sua missione pastorale riconoscendo l’influsso positivo dell’opera di evangelizzazione della chiesa in ambito sociale e - in questa logica - appoggiando le molteplici iniziative poste in essere soprattutto sul versante agricolo e dell’istruzione. La risposta del clero - e soprattutto dell’episcopato - fu di convinto lealismo dinastico ai Savoia ed alla loro politica (anche se un momento di particolare tensione si ebbe in occasione dei moti antifeudali); così appare - per ricordare solo un esempio tra i più significativi - in occasione del tentativo d’invasione dell’isola da parte della Francia a fine Settecento, che segna l’inizio di una Restaurazione anticipata rispetto alle altre parti d’Europa, con sue peculiarità locali. A rinsaldare questi rapporti, la permanenza forzata del-

la corte sabauda nell’isola in seguito alle campagne napoleoniche in Italia. I sacerdoti, nel contempo, fortemente radicati nel territorio e dotati di un ascendente particolare tra il popolo, rappresentavano lo strumento fondamentale per far giungere - fino ai più sperduti villaggi - le direttive dello stato. È sempre in questo periodo che si aprono le porte ad una politica ecclesiale “nuova” in Sardegna, se non altro perché portata avanti da uomini che si potevano considerare a pieno titolo “nuovi” per discendenza alla vita della chiesa sarda; vescovi di origine piemontese con un percorso culturale e pastorale diverso da quello dei presuli dell’epoca precedente. Nei primi cinquant’anni dell’Ottocento si assisterà, ancora, a diversi momenti d'intesa tra le due istituzioni seppur in una logica che vedrà - subito dopo la prima Guerra d’Indipendenza - l'inizio di quel lungo e complicato processo di laicizzazione dello stato (con il conseguente ridimensionamento delle prerogative secolari in mano alla chiesa) che porterà, nella seconda metà dell'Ottocento, all’aprirsi di uno iato incolmabile nei rapporti stato-chiesa, destinato - almeno nel breve periodo - a non essere risanato. Già all’indomani del Congresso di Vienna, l’isola era stata attraversata da moti e insurrezioni popolari dovuti, principalmente, a motivi prettamente locali e non - come nelle altre parti d’Italia e d’Europa - a questioni di carattere politico. Durante il regno di Carlo Felice, infatti, i moti scoppiati a Torino avevano fatto sentire solo di riflesso i loro echi in Sardegna. Il 4 giugno di quello stesso anno, l’arcivescovo di Cagliari, Nicola Navoni, commemorando in una sua pastorale la successione al trono nel nuovo sovrano si era soffermato a riflettere, anche, sulle vicende torinesi; avvenimenti, questi, che - secondo il presule - avevano «ivi sconvolto l’ordine pubblico, e costernato l’animo di tutti i fedeli Sudditi». In Sardegna, infatti, nella logica dell’arcivescovo, i moti del 1821 avevano destato «il più vivo senso d’un giusto rincrescimento e d’un acerbo cordoglio, per la relazione, che noi (i Sardi) abbiamo con essi (i Piemontesi), e per

Dossier Garibaldi

181


ALMANACCO gallurese

DOSSIER GARIBALDI

L’ELEZIONE DEL NUOVO PONTEFICE VERRÀ SALUTATA CON INNUMEREVOLI MANIFESTAZIONI DI GIUBILO DA PARTE DELLA CHIESA SARDA

Documento autografo in cui Pio IX si rivolge ai sudditi dopo la fuga a Gaeta, datato 27 novembre 1848 quel rispettoso attaccamento, che ci ha sempre uniti - ribadiva - col cuore e colla mente e mantenuti obbedienti e devoti ai nostri amatissimi Sovrani». In realtà anche nell’isola, già dal mese di marzo del 1821, vi erano stati alcuni scontri; ma, alla loro base vi erano motivazioni di natura più strettamente locale. Alghero era insorta infatti nella notte del 25 marzo. In quell’occasione, era stato necessario per calmare gli animi del popolo - sceso in piazza con il timore che venisse esportato il grano cittadino - l’intervento del vescovo Pietro Bianco e del capitolo, che si dovette recare nella piazza San Francesco per sedare la rivolta; gli effetti di quei fermenti insurrezionali resteranno del tutto circoscritti. Un attaccamento, quello ricordato da Nicola Navoni, che l’episcopato sardo confermerà con il suo giuramento di fedeltà al re di Sardegna, nel luglio del 1821, alla presenza del viceré marchese di Yenne nella cattedrale di Cagliari. A partire dagli anni Venti dell’Ottocento - in quell’arco di tempo che va dalla “Storia della Sardegna” di Giuseppe

182 Dossier Garibaldi

Manno al “Promotore” di Francesco Sulis - si assiste, peraltro, all’inizio di un nuovo corso nella vita culturale isolana, che coinvolgerà molti uomini di chiesa; si manifesta al suo interno, un deciso risveglio di intonazione liberale che si traduce tra l’altro, nonostante le limitazioni della censura, in una più intensa pubblicazione di libri e nell’uscita di nuovi giornali. È proprio durante la Restaurazione, infatti, che si gettano le basi anche in Sardegna di quello che sarà poi il movimento culturale e politico che porterà alla fusione dell'isola con gli Stati di Terraferma e ad una convinta partecipazione dei sardi, e del mondo cattolico, agli avvenimenti del 1848, in linea con la politica di Pio IX agli albori della prima Guerra d'Indipendenza. L’elezione del nuovo pontefice verrà salutata con innumerevoli manifestazioni di giubilo da parte della chiesa sarda, come era accaduto peraltro non solo all’interno delle gerarchie ecclesiastiche ma anche negli ambienti liberal-moderati italiani; in molti pensavano, infatti, che fosse arrivato il papa auspicato da Gioberti. Il 14 marzo 1847, appena un anno dopo la sua elezione, l’arcivescovo di Sassari, Alessandro Domenico Varesini, constaterà - in una sua pastorale - come il nuovo pontefice avesse recato «tanta consolazione, e tanto bene alla Chiesa, ed ai popoli» che il suo «nome glorioso divenne sì caro ed adorato in tutto il mondo». Si stava affacciando il Quarantotto e il grido di “Viva l’Italia” si sarebbe ben presto associato a quello di “Viva Pio IX”; di pari passo, sempre più sentita, la richiesta di più avanzate riforme. Durante il regno di Carlo Alberto, le nuove idee liberali avevano trovato infatti una fattiva diffusione anche in Sardegna; una influenza particolare - soprattutto a cavallo della “primavera dei popoli” - l’aveva avuta il neoguelfismo di Vincenzo Gioberti che aveva annoverato fra i suoi maggiori sostenitori, tra i laici, i fratelli cagliaritani Giovanni e Giuseppe Siotto Pintor, e tra i sacerdoti, il canonico nuorese Giorgio Asproni e il canonico oristanese Salvator Angelo De Castro. Lo svolgersi degli avvenimenti quarantotteschi verrà seguito - con interesse - dalla chiesa in tutti i suoi gradi. Una data importante per la Sardegna, che sancisce - anche formalmente - l’intensificarsi di una fattiva collaborazione tra clero sardo e monarchia sabauda è quella del 24 novembre 1847, giorno in cui Giovanni Emanuele Marongio Nurra arcivescovo di Cagliari e rappresentante dello Stamento ecclesiastico - partiva dall’isola assieme agli altri rappresentanti per chiedere a Carlo Alberto la “fusione” con gli Sta-


La famosa breccia di Porta Pia

ti di Terraferma. Già il 18 novembre, il vescovo d’Alghero, Pietro Raffaele Arduino, aveva pubblicato una pastorale in cui si era soffermato a spiegare al popolo il significato di quella richiesta che, nella sua logica, avrebbe favorito il bene di tutta la nazione. Gli abitanti della Sardegna, affratellandosi così con gli altri sudditi del regno, avrebbero potuto costituire «una società, una famiglia sola, governata da un medesimo Principe, diretta da una stessa legge, prosperata dagli stessi favori». Non era fuori luogo, quindi, chiedere anche per l’isola una maggiore attenzione sul versante delle riforme. Riflessioni, quelle dell’Arduino, condivise da tutto l’episcopato sardo, ma non da tutto il clero. Il teologo Federico Fenu - nella primavera del 1848 - aveva pubblicato, infatti, un saggio dal titolo “La Sardegna e la fusione del suo regime col sardo continentale”. Dopo aver elencato - nel suo scritto - i tanti mali che affliggevano l’isola, egli si rivolgeva al conte Carlo Baudi di Vesme, che era stato uno dei più strenui sostenitori della fusione, convinto che la Sardegna potesse «risorgere senza prostituirsi, senza chiedere l’elemosina al Piemonte»; in quella riflessione vi era anche una lunga esaltazione del federalismo e della figura di Pio IX. Anche chi, come Giovanni Siotto Pintor, si dichiarerà a favore della “fusione”, non mancherà tuttavia di rinnegarla anni dopo, con l’ormai celebre frase dell’«errammo tutti, qual più, qual meno». In principio del Quarantotto, quasi tutti erano giobertiani; nel senso che le idee dell’abate torinese avevano ottenuto in quelle settimane un consenso considerevole nell’isola. Già nelle giornate cagliaritane che avevano preceduto la fusione

«un tono concorde si alzava di viva Gioberti». Anche la stampa, che in quei mesi aveva visto accrescere notevolmente il numero dei periodici pubblicati nell’isola, si era fatta interprete di questi ideali. La chiesa sarda aveva accolto la concessione delle riforme da parte di Carlo Alberto, nella maggior parte dei casi, con il canto del Te Deum; anche il vescovo di Ampurias e Tempio, Diego Capece, tra i più conservatori, aveva salutato l’evento con il suono delle campane. In quei mesi, la concessione dello Statuto Albertino, che all’articolo primo proclamava la religione cattolica come la sola religione dello Stato, riconoscendo una limitata tolleranza agli altri culti esistenti nel paese, aveva attribuito alla chiesa cattolica - anche formalmente - una posizione privilegiata all’interno del regno; e di questo si sarebbe avvalso il ministro Sclopis - a partire dal marzo 1848 - per invocare la collaborazione del clero per la conservazione dell’ordine pubblico (l’isola sarà attraversata infatti, come la gran parte d’Europa, da moti e insurrezioni popolari) e per l’arruolamento dei giovani alla Guerra d’Indipendenza. Le vicende del 1848 in Sardegna avevano trovato, peraltro, gli ecclesiastici sardi in un clima di sostanziale concordia, un impegno indiscusso a favore della guerra contro l’Austria - in chiave filosabauda - ed una manifesta volontà d’indipendenza dallo straniero. La chiesa sarda, infatti, nel momento in cui si era paventata la possibilità di una guerra d’indipendenza dall’Austria non aveva esitato a collaborare con lo stato in nome dell’antica alleanza trono e altare. All’indomani della chiamata alle armi da parte del viceré,

Dossier Garibaldi

183


ALMANACCO gallurese

DOSSIER GARIBALDI

IL 1850 SI PONE COME SPARTIACQUE NELLE SCELTE DEL CLERO ISOLANO, NEL QUALE INIZIERANNO A DIFFERENZIARSI POSIZIONI BEN DISTINTE

Il Papa benedice l’esercito vaticano

saranno molti i giovani che decideranno di arruolarsi. Il primo aprile, de Launay inviava un dispaccio ai vescovi dell’isola annunciando la necessità che tutti i cittadini cooperassero per l’ottenimento del «bene comune». I sardi si trovavano, rispetto agli altri sudditi del regno, in una posizione privilegiata in quanto non erano sottoposti all’obbligo militare; non era stato esteso, infatti, all’isola il regio editto del 16 dicembre 1837 che prevedeva la leva obbligatoria. Al viceré spetterà, quindi, in quei mesi, il compito di fare da tramite fra il governo ed i vescovi per sollecitare i giovani a partire per il fronte; l’episcopato sardo accoglierà positivamente il suo invito, grazie anche al fatto che gli atteggiamenti tenuti da Pio IX in riferimento alla guerra incitavano alla collaborazione. Per tutta la durata del conflitto, peserà sui sardi il solo obbligo morale dell’arruolamento volontario. In quei giorni di particolare angoscia per la nazione, i vescovi si rivolgeranno spesso al clero e al popolo sardo anche per invocare sempre più fervide preghiere, in modo da favorire le sorti del conflitto. In questa logica, a metà aprile, l’arcivescovo di Sassari Varesini, in una lunga pastorale, aveva chiesto ai fedeli d’innalzare preghiere al Signore per il buon esito della guerra; simili le richieste dell’arcivescovo di Cagliari Marongio Nurra, anche se - il 3 aprile - pur esprimendosi a favore del conflitto contro l’Austria precisava che non avrebbe dovuto avere il carattere di una crociata. Una partecipazione destinata a non venir meno, in una larga componente della chiesa sarda, neppure all'indomani dell'allocuzione del 29 aprile con la quale il papa sceglierà la strada del disimpegno dalla causa italiana. Un tema sul quale la storiografia a livello nazionale dovrebbe ancora soffermarsi a riflettere per cercare di capire in che misura questo coinvolgimento rappresenti una costante su tutto il ter-

184 Dossier Garibaldi

ritorio nazionale così come è stato anche nel caso lombardo; anche se quest’ultimo potrebbe non mostrare delle vere e proprie peculiarità in quanto teatro degli avvenimenti bellici di quei mesi. L’evolversi degli effetti catastrofici del conflitto - nonostante le vittorie riportate a Goito e la resa di Peschiera - avevano richiesto, tuttavia, un impegno sempre maggiore della chiesa; il contributo del clero era stato in quei giorni - in cui le sorti della guerra sembravano oramai decise - di fondamentale importanza. Alcuni religiosi avevano manifestato persino la volontà di arruolarsi nell’esercito, seguendo l’esempio dei loro confratelli piemontesi e lombardi. La prima Guerra d’Indipendenza aveva coinvolto, quindi, la chiesa sarda in ogni suo grado ed ordine. L’impegno non cesserà neanche nei giorni della stipula dell’armistizio Salasco. Saranno Giorgio Asproni e Salvator Angelo De Castro ad inoltrare un loro scritto al clero sardo; seppur basandosi sulla constatazione della sconfitta, il fine era d’infondere nel popolo - tramite l’opera dei sacerdoti - l’antico fervore per la guerra di liberazione dall’Austria. La «religione e l’Italia» si ponevano, nella riflessione dei due canonici sardi, come un binomio inscindibile; memori di un comune passato neoguelfo, non ancora remoto, non potevano mancare di ricordare le parole che l’abate piemontese aveva pronunciato per la Sardegna - «detta dal gran Gioberti Italianissima» -; ed è in questo senso che l’isola avrebbe dovuto dare ancora il proprio sostegno alla causa dell’indipendenza. I vescovi sardi, intanto, alla luce degli accordi di pace tra Austria e Piemonte, avevano esortato il clero affinché non si venisse a creare tra la popolazione una situazione di allarmismo. Sarà la sconfitta di Novara nel marzo del 1849 a chiudere definitivamente, per un decennio, la parentesi della guerra. Da quel momento in poi l’attenzione del Parlamento si rivolgerà alle questioni più strettamente affini alla politica interna e al processo di laicizzazione dello Stato. Nell’isola non furono le “nuove” posizioni di Pio IX ad orientare le scelte del clero, ma soprattutto l’emanazione, a partire dal 1850, da parte dello Stato, di alcuni provvedimenti destinati a minare alla radice i diritti secolari della chiesa cattolica in Sardegna, primo fra tutti la soppressione delle decime ecclesiastiche. Il 1850 si pone, infatti, come spartiacque nelle scelte del clero isolano, all’interno del quale inizieranno a differenziarsi - soprattutto tra le fila dell’episcopato - posizioni ben distinte che diventeranno ancora più evidenti in riferimento alla legislazione ecclesia-


stica piemontese e al compimento del processo unitario italiano con Roma capitale. Il primo vero gesto di dissenso nei confronti delle leggi Siccardi, in linea con quanto era avvenuto in Piemonte con il caso “Franzoni”, si ebbe a Sassari, nella primavera del 1850, ad opera dell’arcivescovo Alessandro Domenico Varesini; ma anche in questo caso un articolato panorama di scelte dell’episcopato sardo nei confronti della legislazione ecclesiastica piemontese. Si levarono così le voci dei presuli di Galtellì-Nuoro, di Ampuris-Tempio e del vicario capitolare di Bosa che facevano presagire l’accettazione delle leggi Siccardi. Anche in questo caso però, come altra faccia della stessa medaglia, l’atteggiamento intransigente manifestato dall’arcivescovo di Cagliari che aveva scelto la via dell’esilio pur di non sottostare alle richieste del governo che gli chiedeva di consegnare gli atti dell’ufficio di contadoria. Nel 1859, scoppiata la seconda guerra d’indipendenza, la chiesa sarda, in tutte le sue articolazioni, si era dimostrata favorevole al progetto di unificazione che la dinastia sabauda stava portando avanti. Le posizioni assunte dai vescovi della Sardegna, come del resto quelle dei presuli delle altre parti d’Italia, saranno destinate a subire un radicale cambiamento in seguito ai “fatti delle Romagne”, che segnano un punto di svolta significativo nelle scelte del clero. In questa logica non era il processo d’unificazione nazionale che l’episcopato sardo metteva in discussione quanto il suo compimento a scapito del principato civile del pontefice. Al di là delle differenze, spariscono così dalle pastorali dei vescovi le parole che avevano caratterizzato le riflessioni della chiesa sarda durante la prima Guerra d’Indipendenza; non si parla più di “causa” comune, di “benedizione delle armi”, di “vittoria sullo straniero” e “fedeltà al monarca sabaudo”, ma il solo collante di questi interventi è la denuncia della scelta dello Stato italiano d’intervenire militarmente a Roma, considerata un’usurpazione inaccettabile. I toni si faranno, infatti, sempre più accesi nel momento in cui il completamento del processo unitario diverrà una realtà e quando s’inizierà a delineare la prospettiva dell’annessione di Roma e dei domini pontifici. Il caso più eclatante sarà quello del vicario capitolare di Tempio Tommaso Muzzetto che, fin dal marzo 1862, ispirandosi alla petizione che il padre Carlo Passaglia aveva inviato a Pio IX, aveva deciso - assieme ad un numero considerevole di sacerdoti della diocesi - di scrivere anch’egli una lettera al pontefice, nella quale auspicava che il papa rinunciasse al potere temporale e cercasse una soluzione pacifica alla Questione romana. La condanna dell’episcopato sardo nei confronti della presa di Roma appariva tanto più forte alla luce di quella

Ritratto di Carlo Alberto di Savoia - litografia (ca. 1860) che era stata la lettera collettiva di protesta, inviata al ministro di Grazia e Giustizia su proposta del vescovo d’Iglesias Giovanni Battista Montixi; il presule, che in passato aveva - in diverse occasioni - manifestato atteggiamenti liberaleggianti (durante il Concilio Vaticano I si schierò tra i padri antinfallibilisti), non poteva tuttavia transigere nel momento in cui veniva messo in discussione il libero esercizio del potere temporale del papa. La lunga “vacanza” di molte diocesi sarde, per tutto il primo decennio di vita del Regno d’Italia, pur riflettendosi negativamente sulla vita religiosa del popolo sardo, non avrà conseguenze sul vivace dibattito che in quegli anni coinvolgerà la chiesa sarda proprio sui temi della Questione romana. Il clero isolano nel suo insieme, nei mesi successivi alla presa di Roma, avrebbe assunto un atteggiamento di forte condanna nei confronti della politica del governo italiano, anche se non vennero mai meno i rapporti, nella maggior parte dei casi solo formali, dei vescovi con le autorità civili. Sarà in questo clima di prevalente intransigenza che si darà avvio, anche in Sardegna, alle prime forme di organizzazione del laicato, con la fondazione di circoli cattolici e la nascita di una stampa di esplicita matrice confessionale. ■ Fonti e bibliografia: Per i riferimenti archivistici e bibliografici rimando al mio lavoro su I cattolici sardi e il Risorgimento, Soter, 2008. G.Zichi

Dossier Garibaldi

185


FOTOGRAFIA

REPORTAGE


di Antonia Dettori In questa pagina

Progetto Robin Hood


F O T O G R A F I A

Le fotografie di Antonia Dettori privilegiano una lettura contemporanea sospesa fra passato e presente, in una sorta di percorso vivido ed emozionale che attraverso il linguaggio universale delle immagini, rende esemplari uomini e paesaggi del presente e del recente passato. In questa pagina sopra

Mare Maris

N

ata a Orgosolo, Antonia Dettori vive e lavora a Nuoro. Ha iniziato a fotografare nei primi anni ‘90, predilige progetti fotografici di ricerca e approfondimento della realtà sociale. Ha all’attivo diversi lavori, oltre che nella sua terra anche nella Penisola e in Europa. Nell’anno 2002 ha avuto l’incarico da una ONG toscana, per un lavoro nella Bosnia-Erzegovina. L’anno successivo su commissione di “Su Palatu e Sas iscolas”, ha realizzato il lavoro sulla poesia estemporanea “Logos de ammentu” è dello stesso periodo “Miscellanea”, un reportage sull’immigrazione in provincia di Nuoro, entrambi sono stati venduti al-

190 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

l’ISRE. Nel dicembre 2005 ha seguito un progetto fotografico con i “Ragazzi di Bucarest”, ospiti dell'Università di Napoli per una serie di spettacoli circensi che si sono tenuti nelle zone e nelle strutture della città maggiormente a rischio. Da sei anni è la fotografa ufficiale del concorso di tessitura a stuoia per conto del Comune di Nule. Restano da citare altri reportage come quello sulla detenzione minorile, realizzato a Nisida (Napoli) e a Quartucciu (Cagliari); Ottana: una realtà che si è trasformata, dove si racconta il fallimento del polo industriale; ha partecipato al progetto “Robin Hood”, realizzato negli istituti detentivi e nel 2007 è stata seleziona-


F O T O G R A F I A Dall’alto, in senso orario

S.Barbara Logos de ammentos Fiume Logos de ammentos Nule, tessitrice

ta dal Festival Internazionale della Fotografia di Roma per rappresentare la Sardegna come fotografa di reportage. Nel 2008 ha realizzato il reportage “Pourquoi Marseille?” e inoltre, un progetto co Overland, un lavoro come fotografa documentarista, che si è svolto in Romania e Bulgaria, infine “Mare Maris”: racconto antropologico dei pescatori di Ponza, residenti a Cala Gonone e Siniscola. L’ultima mostra, in occasione dell’Ardia di Sedilo: “Chiedi alla polvere”, è stata realizzata con altri due fotografi (Gianluca Ara e Gianfranco Bussalai), l’organizzazione di Umberto Cocco, l’allestimento di Rossella Sanna e la grafica di Francesco Sogos. Dal 2004 partecipa a numerose esposizioni, sia personali che collettive e inoltre da alcuni anni ha incarichi con Entri pubblici dove tiene laboratori di educazione all’immagine rivolti alla fascia adolescenziale. ■

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

191


F O T O G R A F I A

Sopra

Mare Maris A destra e sotto

Ottana

192 | ALMANACCO gallurese 2010/2011


F O T O G R A F I A

A sinistra

Detenzione minorile Sopra

Monello, Sedilo Sotto

Mare Maris

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

193


F O T O G R A F I A In questa pagina, dall’alto

Viale Logos de ammentos Pecore Logos de ammentos

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

195


L I B R I

Le testimonianze registrate nel 1963 pubblicate nel libro di Simone Sassu di Battista Careddu

BORTIGIADAS

RAGIONE. OTTENERE RAGIONE IN UNA DISPUTA. OVVERO COME I GALLURESI RISOLVEVANO I CONFLITTI NELL’AMBITO DELL’ECONOMIA RURALE DEGLI STAZZI.

el libro di Simone Sassu viene riportata una delle ultime rasgioni disputate in Gallura e forse l’unica registrata. I discorsi dei protagonisti e il dipanarsi della contesa possono essere seguiti oltre che nelle trascrizioni riportate con traduzione a fronte, anche ascoltando le registrazioni contenute nel CD allegato al libro. I fatti si sono svolti a Giuncana, piccola frazione che si trova nel territorio fra Bortigiadas, Aggius e Viddalba. La registrazione fu fatta nel novembre del 1963 da Pietro Sassu su invito del maestro elementare Nino Fois. Nelle registrazioni è possibile ascoltare le voci di personaggi diventati quasi mitici fra le genti di quella parte della Gallura. Michele Andria (Caiccia) Tortu, titolo di studio terza elementare, era uno dei più noti alligadori della zona che nella rasgioni di Giuncana svolge il ruolo di rasgiunanti. Ma nel libro di Simone Sassu sono ricordati anche altri mitici

N

LA RASGIONI IN GALLURA La risoluzione dei conflitti nella cultura degli Stazzi

Saggio di Simone Sassu Editore: Armando editore, Roma 2009

omini di rasgioni come Sebastiano Melaiu, a cui lo stesso “Caiccia” si rivolgeva in caso di bisogno. L’autore della ricerca si è avvalso, oltre che delle registrazioni anche di materiali rintracciati negli archivi di tribunale e delle testimonianze di alcuni protagonisti ancora in vita. Alcuni protagonisti della rasgioni di Giuncana si trovano nei documenti custoditi nell’archivio del Tribunale di Tempio Pausania. Nino Fois, per esempio, racconta nell’intervista alcuni particolari sulla gente venuta per seguire la rasgioni anche dalle frazioni vicine di Lu Razzoni, Giovanni Moro, Figaruia e Lu Scupaggju a cavallo o con le ancora poche automobili disponibili. Descrive anche l’atmosfera della saletta del Bar in cui ti tenne la rasgioni, con bambini e ragazzi che entravano e uscivano. Un vero e proprio evento con le voci che nei giorni precedenti si rincorrevano sull’attesa per l’arrivo o meno del noto rasgiunanti “Caiccia”.

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

197

Elaborazione grafica di G.Gelsomino

L’ULTIMI RASGIUNANTI


L I B R I

Simone Sassu con alcuni anziani

La disputa all’origine della rasgioni ha come sfondo il complesso ambiente rurale gallurese. Un ambiente costituito da una natura difficile fatta di terreni poveri con annate di siccità e lunghi inverni rigidi che sottoponevano a dura sferza pastori e allevatori e animali, diventati spesso l’oggetto delle contese. Gian Marco Pes proprietario del bestiame e Luca Dettori pastore incaricato della cura si trovano a dover fronteggiare una delle solite annate difficili. Tra i due intercorre un contratto orale di “pastorizia”. La controversia nasce intorno al pagamento del mangime prelevato dal consorzio Agrario di Perfugas con contributo regionale e sulla mancata consegna al pastore dei documenti di proprietà (buddittini), relativi agli animali assegnati in divisione al termine dei cinque anni del contratto. La situazione si complica per la morte di una bestia: per la quale il pastore chiede che gli venga corrisposto un indennizzo; d’altra parte il proprietario giustifica il ritardo nella consegna dei documenti con la mancata definizione della spesa relativa al mangime che, a suo dire, dovrebbe essere addebitata interamente al pastore. Il collegio della rasgioni di Giuncana era formato dal già citato Michele Andria “Caiccia” Tortu di Bonaita (fraz. di Aggius) rasgiunanti nominato da Gian Marco, Giogliu Pigureddu di Santa Maria Coghinas rasgiunanti nominato da Luca Dettori, Andria “Rana” Biancu di Viddalba omu di mezu nominato da entrambe le parti, Antonio “Siddoi” Chiaramonti alligadori di Gian Marco e Pietro Carta di Trinità D’Agultu alligadori di Luca Dettori. La rasgioni comincia con l’esposizione dei fatti e delle richieste da parte degli alligadori che rappresentano i due contendenti. In un secondo momento vengono sentiti i testimoni che chiariscono le circostanze e attestano la verità di alcuni fatti. Seguono le conclusioni degli alligadori Siddoi e Carta con le rispettive richieste. Infine i tre rasgiunanti prendono la decisione che viene proclamata ad alta voce dal più anziano del collegio, come tradizione vuole, di fronte a tutti i presenti. La rasgioni di Giuncana si concluse con un arrangiu. Come nella maggior parte delle contese di questo tipo, il collegio dei rasgiunanti, an-

198 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

Rasgioni: giudizio arbitrale esercitato in Gallura per la risoluzione di conflitti in ambito agrario, espressione degli ordinamenti giuridici a tradizione orale. Rasgiunanti: membri del collegio a cui spetta la pronuncia sulla controversia. Omu di mezu: detiene il ruolo di presiedere il collegio, generalmente riservato agli individui più maturi ed esperti. Alligadori: propone l’alligatu (discorso a difesa delle ragioni di una parte assimilabile all’arringa) durante la rasgioni e viene generalmente assimilato alla figura dell’avvocato. Omu di rasgioni: persona di sesso maschile (non è un caso che si parli di omini) che esercita anche alternativamente uno dei suddetti ruoli di mediazione all’interno della disputa. ziché dare torto o ragione su tutta la linea ad uno dei contendenti, trovava una soluzione di compromesso che portava ad un accordo sul piano giuridico, ma soprattutto sanciva la definitiva riappacificazione fra le parti. Il contenuto dell’arrangiu stabiliva che fossero addebitati a Luca solo tre quarti della spesa relativa al mangime senza pronunciarsi sulla questione della bestia morta. La richiesta di risarcimento della bestia, avanzata da Luca per il ritardo nella consegna dei documenti di proprietà, assieme al danno lamentato dal proprietario Gian Marco per la perdita, non addebitabile all’incuria del pastore, non furono considerati rilevanti per la decisione, in quanto fatti estranei al vero oggetto della contesa. La tradizione giuridica orale trova in quest’opera un esempio importante di come siano stati risolti fino a pochi decenni fa i contrasti in ambito rurale. L’accostamento tra “ragione” e “giustizia”, risale addirittura alla Carta Delogu e agli Statuti Sassaresi e richiama l’arte del ragionare per avere ragione. In questo ambito l’esercizio oratorio del pensiero si ritaglia una dimensione quasi performativa del linguaggio che proprio in pubblico, davanti alla comunità manifesta la sua forza. La frequente inefficacia del modulo giudiziale, accentuata dalla sproporzionata lunghezza dei processi e dall’incapacità di rispondere efficacemente a situazioni bisognose di tutela ha portato gli studiosi della filosofia e della sociologia del diritto ad interessarsi a forme di risoluzione dei conflitti alternative (ADR - Alternative Dispute Resolution). L’arbitrato e la mediazione a differenza del giudizio, garantiscono infatti ai contendenti l’effettiva riappacificazione con una soddisfazione maggiore degli interessi delle parti. Queste forme di risoluzione delle dispute hanno avuto in Sardegna (come in altre società tradizionali) grande applicazione molto prima che gli stessi studiosi del diritto cominciassero ad interessarsene. Trovano spazio in questo quadro regole che appartengono ad ordinamenti non giuridici come la morale, il costume e la religione. Per questo si producono soluzioni più soddisfacenti per le parti in causa. B.Careddu


L I B R I

Il Codice di Villa di Chiesa di Francesco Cesare Casula

UN SINGOLARE DOCUMENTO IL BREVE DI VILLA DI CHIESA (ATTUALE IGLESIAS, A SUD-OVEST DELLA SARDEGNA) UNO DEI PIÙ SINGOLARI DOCUMENTI DEL PATRIMONIO CULTURALE MEDIEVALE ITALIANO, PUBBLICATO DA CARLO DELFINO. l codice. Esteriormente, è la preziosa copia di un originale pisano del 1303 approvata con Carta Reale l’8 giugno 1327, quando la città faceva ormai parte del Regno di Sardegna istituito dai Catalano-Aragonesi tre anni prima. Dopo la cartulazione operata dal notaio Vincenzo Pinna Deidda fra il 1776 e il 1806, insieme alla rilegatura di 23 fascicoli costituiti a volte da due, tre, quattro, cinque, sei, sette e otto fogli di robusta pergamena ricavata da pelli di montone, e alla brutta copertinatura in cuoio così come appare oggi, il codice, nel complesso, consta di 146 fogli, pari a 292 pagine scritte in formato 22x29. Non è intatto perché mancano almeno due carte iniziali con il frontespizio, tutta la rubrica del primo libro, i primi ventisei titoli della rubrica del secondo libro e due carte finali nelle quali si concludeva il centoventunesimo articolo («di fare sindichi et procuratori per la Università di Villa»), si apponeva la soscrizione con il giorno e l’anno della pubblicazione (il moderno colophon) e, usualmente, il nome dei brevaioli.

I

BREVE DI VILLA DI CHIESA Editore: Delfino editore, Sassari 2009

È redatto in volgare tosco-italiano, con chiara e semplice grafia Gotica libraria tipica del tempo, tracciata minuscola così come in tutta l’Europa d’allora all’interno di un sistema quadrilineare con impostazione obliqua di quarantacinque gradi rispetto al rigo base, che spezza le aste e rompe le curve rendendo acuti gli angoli. L’inchiostro usato è un atramentum (solfato ferroso con acido gallico) di colore marrone scuro. Le lettere capitali in Onciale leggermente ornate, e i titoli degli articoli, sono miniati (cioè in rosso). Il testo, preceduto da una rubrica, è formato da quattro libri corrispondenti pressappoco alla seguente divisione di materia: I ) Leggi costituzionali; II) Leggi penali; III) Leggi civili e procedurali; IV) Disposizioni per le miniere d’argento presenti nel territorio. Il Breve è stato trascritto e pubblicato per la prima volta nel 1877 dallo studioso sardopiemontese Carlo Baudi di Vesme insieme ad altri documenti riguardanti la città, inserito nel

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

199


L I B R I

La punizione di molti reati, e specialmente di quelli non espressamente contemplati nel Breve, era lasciata all’arbitrio del giudice. Codex Diplomaticus Ecclesiensis facente parte della collana Historiae Patriae Monumenta (tomo XVII) edita per ordine di Carlo Alberto re del Regno di Sardegna, con i tipi dei fratelli Bocca di Torino. Nel Primo libro sono contenute le norme relative alla elezione, alle funzioni e agli stipendi dei pubblici ufficiali degli organismi istituzionali: il capitano o rettore, il giudice, i notai, i sergenti e molti altri, tra cui gli importantissimi “maestri di monte”. A capo della città, con ampia giurisdizione civile e militare, e «con puro e mero imperio, giurisdizione e potestà di coltello», stava un “capitano” o “rettore” nominato prima dalla Repubblica di Pisa, poi dal re del Regno di Sardegna catalano-aragonese. Questo capitano esercitava il potere giudiziario unitamente a un giudice «de lege, experto de ragione». Il Breve doveva essere letto e spiegato al popolo; e, inoltre, il capitano era tenuto a mostrare il Breve a chiunque lo richiedesse dandogli anche il permesso di ricopiarlo. Alcuni capitoli sono dedicati a materie varie quali le festività religiose come la festa di «Sancta Maria del mezo mese di gosto» con la sua minuziosa organizzazione; gli usi civici e altre disposizioni («ombrachi e tittarelli»). Veniva fatto obbligo di togliere le tombe attorno alla chiesa maggiore, e di pulire ogni anno la fontana di piazza vecchia («remondare la fontana di piassa Vecchia»). Fu disciplinato l’approvvigionamento idrico e il commercio del pesce. Fu inibito ai lebbrosi di abitare nella “villa”. In materia di ripopolamento, era concesso un salvacondotto per determinati reati a chiunque fosse andato ad abitare a Villa di Chiesa, esclusi gli ebrei. Era consentito al capitano e al giudice di avere un seguito di donzelli, fanti e familiari. Tra gli altri funzionari di nomina prima repubblicana pisana poi regia catalano-aragonese si trova prima di tutti il camerlengo, ufficiale finanziario e fiscale per la raccolta di quanto fosse di spettanza del Fisco. Completavano il gruppo i notari; i breviaioli per la correzione del Breve; i modulatori con l’incarico di inquisire sull’esercizio delle funzioni di tutti gli ufficiali; i sergenti, e cioè gli ufficiali di polizia, investigatori segreti; i sindaci per denunziare i malefici; i sindaci ed àrbitri per la determinazione dei confini; gli stimatori pubblici; i controllori dei pesi e delle misure; i messi e il banditore; i sensali, ufficiali della grassa, guardie alle vigne; un cartelliere. Era contemplata la possibilità di destinare ambasciatori per compiere incarichi pubblici e privati. Si riteneva funzione pubblica anche l’amministrazione ecclesiastica e, pertanto, operai e cappellani erano destinati al governo e all’esercizio delle chiese di Santa Chiara, di San Saturno e di Santa Maria di Valverde. Ai pubblici ufficiali era vietato, in genere, di commerciare e di ricevere doni e di stringere parentele coi cittadini; ai notai della Corte, al camerlengo, al suo notaio ed ai sergenti era vietato di esercitare l’avvocatura. Venne costituito a Villa di Chiesa un consiglio civico composto di 12 membri per «fare et ordinare et provvedere tutti li facti e li bisogni de la villa». I cittadini prestavano giuramento di fedeltà; duecento di essi, con

200 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

due capitani e un gonfaloniere formavano la truppa armata per la difesa della terra. Nessuno poteva ricusarsi di sottostare alla giurisdizione del capitano. Nel Secondo libro si trovano le norme relative alla procedura penale e la descrizione dei reati e delle pene previste per chi li commette. La pena rappresentava la rivalsa della società per il turbamento dell’ordine pubblico, distinguendola dalla rifusione del danno prodotto ai privati (la pace con l’offeso riduceva la pena). Era ammessa l’accusa privata anche per reati d’ordine pubblico, come, per esempio, la bestemmia. Il privato, quando non avesse provato la sua accusa, era tenuto a un pagamento. Erano ammesse alcune dirimenti e alcune attenuanti; così, certe pene erano ridotte alla metà se il reato fosse stato commesso da donne; si teneva conto «delle condicioni delle persone e della qualità del fatto»; lo stato di parentela era un’attenuante in caso di favoreggiamento del reo. Andava esente da pena sia il rapporto sia il concubinato consensuale o con meretrice. Veniva accolto il «tutamen inculpatae tutelae»; ammessi i mezzi correttivi familiari, purché non eccessivi. Costituiva un’aggravante l’aver commesso un reato in ore notturne. La contumacia valeva come confessione. Alcune disposizioni avevano carattere preventivo. Erano disciplinati: il vagare notturno; l’apertura dei ciglieri, cioè delle taverne (cellaria); l’accesso delle donne al mercato; la corsa dei cavalli entro l’abitato; il porre fuoco alla campagna; «gettare bestia morta o “sossura” all’abbeveratoio»; vendere vino alle “montagne” (cioè in miniera); andare in giro dopo il terzo suono della campana; gettare «acqua o fastidio» prima del terzo suono della campana, abbeverare bestie o lavare panni alle fontane; le paci private assoggettate anche a garanzie. Venivano puniti con la morte («…li sia tagliata la testa sì che muoia»): l’omicidio; l’assassinio; il persistente concubinato con donna maritata; lo stupro; il rifiuto di restituire la dote alla seconda delle donne a cui fosse stata tolta nel caso di bigamia. Venivano invece «impiccati per la gola»: i ladri; i ricettatori; i rapinatori di cose di notevole valore; i recidivi in qualsiasi genere di furto. Nel Breve si trovano comminati parecchi generi di mutilazione: la castrazione ai sodomiti; il taglio della mano destra agli scassinatori per furto grave; il taglio dell’orecchio o il marchio del re (in periodo regnicolo) nelle gote per furti minori; il taglio della lingua ai testimoni falsi (era ammesso che potessero «ricomprare la lingua» pagando un’ammenda; ma, allora, venivano sottoposti all’arpionatura della lingua con un amo). La prigione veniva inflitta nelle more dell’esecuzione della pena. Tra le pene afflittive vi era la berlina, la scopatura (ovverosìa la strascinatura per terra lungo un determinato percorso), la catena della vergogna ed anche il bando pubblicato. Tra le pene pecuniarie troviamo comminate: la perdita dell’ufficio a chi si fosse immischiato in «resse», e simili fraudolente intese commerciali; la multa o il bando per l’adulterio semplice o la violenza carnale; la


L I B R I bestemmia; l’ingiuria; la bigamia; l’incendio; le percosse; le ferite; il deturpamento; le minacce a mano armata; le frodi; il favoreggiamento ed altri reati contro l’amministrazione della giustizia. Il Terzo libro comprende una serie di leggi riguardanti soprattutto norme per la disciplina di professioni e mestieri («tavernari», fornai, lavandaie, barbieri, ecc.), e qualche disposizione di polizia. In materia propriamente civile veniva fissato innanzitutto il principio che «tutti habitaturi di Villa di Chiesa, così terramagnesi (= continentali) come sardi, stiano et siano ad una medesima ragione, et rispondano tucti al capitano overo rectori et judice, non avendo più armentarjo, né curatori, né magiore» [come ai tempi giudicali del Regno di Càlari]. La competenza attiva e passiva sui cittadini di Villa di Chiesa spettava esclusivamente ai giudici della città, e i cittadini iglesienti dovevano litigare in giudizio in Villa di Chiesa, a meno che non dovessero seguire il Foro del luogo ove il debitore avesse avuto la maggior parte dei suoi beni, secondo il principio della territorialità delle leggi e dei giudici. Agli effetti della competenza territoriale, era ritenuto cittadino chi avesse prestato il giuramento di cittadinanza. L’attore, prima di iniziare la lite, doveva prestare garanzia «de in iudicio sisti». Era ammessa la rappresentanza processuale delegata a chiunque, ed il patrocinio o avvocazìa. Durante il giudizio erano ammesse ferie ad honorem Dei, e le produzioni erano soggette a termine perentorio. Costituivano prova in giudizio la confessione; il giuramento; le deposizioni dei testimoni, che però non erano ammessi contro l’atto scritto. Per quanto concerne il procedimento esecutivo erano ammesse stasine (sequestri), tenute (pignoramenti) e l’arresto. Erano dettate norme per gli incanti degli oggetti dati in pegno o pignorati. I creditori cittadini avevano privilegio di proziorità sui beni del debitore siti nella “villa”, anche in confronto di creditori anteriori. Vi era anche modo di rettificare gli errori di persona commessi durante le esecuzioni. Il Breve accoglieva il principio che «l’aria della città rende liberi», e, perciò, il cittadino era libero per nascita, anche se figlio di servo o serva; né poteva essere ridotto in schiavitù se non in seguito a sentenza. Contro i servi era ammessa presunzione di appropriazione indebita degli oggetti che il padrone avesse denunciato, con giuramento, mancanti da casa entro 15 giorni dall’allontanamento del servo. Nel Breve vi erano capitoli sulle obbligazioni delle donne, sui loro diritti durante il matrimonio e sulla vedovanza. Era data libertà completa nelle alienazioni e negli atti di ultime volontà, salvo il diritto alla “legittima”. I forestieri e i chierici non potevano stipulare atti per iscritto che non fossero testamenti. Contro l’atto scritto non era ammessa prova testimoniale e fu proibita l’eccezione della “non numerata pecunia”. I debiti potevano essere garantiti con pegno. Il fideiussore non godeva del “beneficium excussionis” ma gli era concesso regresso. La simulazione in frode dei diritti altrui rendeva nulli i negozi. I servi non potevano dichiararsi proprietari di beni pignorati al padrone. Infine, in questa parte si aveva la disciplina delle vendite, compresa quella di minerale di cui si doveva dichiarare la provenienza. Il Quarto libro disciplinava la materia minero-metallurgica nella città e nel contado di Villa di Chiesa. Esso rappresenta una rarità a livello eu-

ropeo perché è una delle poche testimonianze così approfondite e ricche di informazioni sull’industria estrattiva nel Medioevo insieme ai contemporanei Iura seu Statuta Illaviae civitatis e Jihlava, entrambi patrimonio della Repubblica Ceca, ed a quelli di area italiana come il Liber de Postis Montis Arçentarie e gli Ordinamenta super arte ramerie et argenterie di Massa. La zona mineraria di Villa di Chiesa risultava, allora, divisa in “montagne”; ciascuna “montagna” constava di una o più “fosse”, cioè di cunicoli in profondità o di scavi a cielo aperto che seguivano le vene argentifere. La coltivazione delle miniere negli Stati medioevali sardi era esercitata con la più piena ed assoluta libertà. Non si trova alcun indizio che fosse applicato il principio di regalìa o demanialità vigente altrove. A chiunque – che fosse suddito – senza bisogno di ottenerne facoltà, era lecito sia aprire “fosse” nuove sia ripigliare le “fosse” da altri abbandonate. Ciascuna “fossa” poteva essere, perciò, o di un solo proprietario o di una sola compagnia che ne divideva la proprietà in carati (sebbene questi fossero 32 si chiamavano “trente”). Ciascun socio, e, quindi proprietario di una o più “trente”, si chiamava “parzonavile” e cioè partecipe o azionista. La “fossa” poteva essere gestita con capitali comuni dei proprietari oppure forniti da speciali capitalisti che si chiamavano “bistanti”, mediante un contratto detto appunto “scritta o carta di bistanza” o semplicemente “la bistante”. Il “bistante” poteva però anche essere uno dei “parzonavili”. A ciascuna “fossa” soprintendeva un maestro, e vi era destinato uno scrivano poiché ciascuna fossa aveva l’obbligo di tenere speciali scritture e conti, ovverosia: «di stare a ragione». Era fatto divieto ad un maestro di accudire a più “fosse”, né poteva essere maestro di una “fossa” chi fosse nemico o avesse avuto questioni con qualcuno dei “parzonavili”. Il Breve disciplinava anche le forniture e le prestazioni dei “molentari”, cioè degli asinari che effettuavano i trasporti dei rifornimenti e dei materiali da e per le “fosse”. Ma, soprattutto, il Breve regolava i contratti dei “guelchi”, ossia dei proprietari di forni o fonderie ai quali i coltivatori delle “fosse” erano soliti vendere il minerale di escavazione (esso si divideva in “vena” o “mulinello”). A tutto il complesso delle aziende minerarie erano proposti otto “maestri del monte” che avevano cura e giurisdizione su tutto ciò che riguardava l’arte delle “fosse” e le persone addette. Usufruivano dell’opera di uno scrivano, e almeno cinque di essi dovevano tener corte due giorni continui ogni settimana: il sabato e la domenica oppure la domenica e il lunedì, per amministrare la giustizia. Nella zona mineraria avevano anche incombenze di polizia e di pronto soccorso in caso d’infortuni. L’origine del Breve di Villa di Chiesa s’identifica con l’origine della città che prende l’avvio coi fatti del 1257. Il Breve terminò di essere efficace con l’introduzione dei Consigli comunitativi in tutte le “ville” e città del Regno di Sardegna, compresa Iglesias, in ottemperanza all’editto del ministro Giambattista Lorenzo Bogino del 24 settembre 1771, ma il suo ricordo si prolunga almeno fino al 1800 quando il 1º gennaio i Sigg. Giuseppe Maria Usai, Giuseppe Antonio Milia e Giuseppe Giuliano Cannas, entrando a far parte del Consiglio della Città, nel giuramento di adesione «… prometono altresì di riguardare esattamente tutti i privilegi, capitoli di Corte e di Breve … accordati a questa illustre città…». F.C.Casula ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

201


L I B R I

Non solo pittura: una raccolta di saggi, opere e documenti

IL RINASCIMENTO

SARDO Giovanni del Giglio, Deposizione (Ozieri, part.)

DIVISO IN TRE PARTI, IL LIBRO AFFRONTA ALTRETTANTE TEMATICHE DI GRANDI INTERESSE: STORIA, LETTERATURA ED ARTE NEL PANORAMA DEL RINASCIMENTO IN SARDEGNA. a storia del Rinascimento nella nostra isola si arricchisce di un nuovo studio: una pubblicazione di 430 pagine, cento delle quali di sole foto, commentate da Luigi Agus. Il libro,"Rinascimento in Sardegna", edito da Arkadia, si articola in undici saggi, divisi tra storici, letterari e di storia dell'arte, a cui se ne aggiunge uno introduttivo sulla questione metodologica adottata che va ben al di là di facili stereotipi che relegano la cultura sarda in un una posizione subalterna o ritardataria per cercare invece di leggere i vari fenomeni tentando di contestualizzarli nel loro corretto alveo storico-critico tenendo conto di molteplici realtà che caratterizzano l'isola nel periodo preso in considerazione. Particolarmente interessante, anche per il suo aspetto antropologico, è il saggio relativo all'entrata del viceré Borja a Sassari nel 1613, nel quale viene trascritto per intero il memoriale delle spese affrontate dall'amministrazione civica, su cui sono riportati nomi di artisti rimasti finora inediti, ma soprattutto la reperibilità delle materie prime, come colori, pennelli, legno, carta, ecc., che utilizzavano questi ultimi. Non meno interessanti sono i saggi sui Raxis-Sardo, una famiglia di artisti (pittori, scultori e architetti) formatisi a Cagliari, attivi in Andalusia fino alla metà del '600, e molto celebre in Spa-

L

RINASCIMENTO IN SARDEGNA Saggio di Luigi Agus Pagine: 430 Editore: Arkadia Cagliari 2009

202 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

gna per aver portato là il Rinascimento italiano; nonché quello sul famoso Trittico di Clemente VII del duomo di Cagliari, per il quale viene data un'attribuzione su base documentale a Van der Weyden (parte centrale) e dall'allievo Hans Memling (parti laterali).Gli altri saggi riguardano l'arcivescovo Alepus di Sassari e uno scandalo che lo coinvolse; i restauri delle fortificazioni di Sassari e Castelsardo nella prima metà del '500; tre saggi di letteratura di cui uno sull'uso letterario della lingua sarda e l'altro sul poeta Pietro Delitala, del quale,per la prima volta, viene delineata una biografia su basi documentali. Si parla diffusamente anche del più importante manierista del '500 sassarese, Giovanni del Giglio, altrimenti noto, grazie a studi sempre dell'Agus, come "Maestro di Ozieri" e un'altro su Francesco Pinna e la pittura tardo-manierista in Sardegna. Ampio spazio viene dedicato infine agli incisori attivi nell'isola nel '500."Lo studio di Agus - scrive Gian Franco Saba nella sua prefazionegrazie alla lunga ricerca compiuta sulle fonti, apre molteplici prospettive di ricerca. Offre un contributo dal quale sviluppare percorsi di studio che, a partire dalla comparazione tra le diverse fonti, consenta una lettura più profonda della storia dell'arte e dell'architettura in Sardegna nel Cinquecento".


L I B R I

Uno spaccato di vita delle campagne della Gallura

di Tomaso Panu

L’OASI NELLO STAZZO SULLO SFONDO TORMENTATO DELLA GRANDE STORIA NAZIONALE NEL MONDO APPARTATO DI MÒNTI D'ALTÒRA LA VITA ESTERNA IRROMPE, DI TANTO IN TANTO, IN MODI PIÙ O MENO FUGACI l nuovo romanzo di Salvatore Brandanu, Il notturno di Chopin, ha il ritmo tranquillo e cadenzato della vita negli stazzi galluresi, come probabilmente si svolgeva alla fine dell'Ottocento, con improvvise accelerazioni, che, tuttavia, non interrompono il clima generale di serenità. Naturalmente non è senza significato che si tratti dello stazzo di una famiglia benestante e colta, almeno per quanto riguarda il protagonista, l'avvocato Paolo Demartis. Non che lo spettro della miseria sia assente, ma viene come riassorbito dalla tradizionale capacità dei Galluresi di reinserire nel processo produttivo chi ha avuto la sfortuna di esserne escluso. Si respira un clima di solidarietà reciproca, tipica di un mondo dove l'aiuto vicendevole da necessità è divenuto costume civile, che si esprime nella cortesia delle parole e dei gesti oltreché nella convivialità. L'invito a pranzo, il mangiare alla stessa tavola sono vissuti come piacere di stare insieme, di condividere nella mensa un pezzo di vita. I cibi, ricchi e gustosi nella loro semplicità, assumono il valore di simboli, espressione di una raffinata tradizione culinaria e di una gentilezza dell'anima veramente rare. La serenità dei cuori e la pacatezza dei toni sono agevolate dalla bellezza della natura, con i suoni e i colori in cui la vita dello stazzo è immersa. Si respira una saggezza an-

I IL NOTTURNO DI CHOPIN Romanzo di Salvatore Brandanu Pagine: 362 Editore: La Riflessione Cagliari 2010

tica, espressa efficacemente nei modi di dire, nelle risposte ai problemi che la vita pone, nella tranquillità degli animi. In quest'oasi di vita pastorale fervono le attività produttive: i lavori casalinghi delle donne, quelli duri dei campi, che, tuttavia, non conoscono le asprezze dei conflitti sociali, anzi manifestano la reciproca disponibilità tra datore di lavoro e lavoratore. Nel mondo appartato di Mònti d'Altòra la vita esterna irrompe, di tanto in tanto, in modi più o meno fugaci: sono i viaggi del protagonista a Terranova, a Tempio, nel Continente, oppure gli incontri con persone estranee; ma i due mondi non appaiono contrapposti, né si manifesta un sentimento d'inferiorità, anzi la vita bucolica è vissuta dai “cittadini” come una meta desiderata. Nell'universo compiuto e felice degli stazzi, a volte, fa la sua comparsa il male, sotto forma d'incendio o di assalto dei banditi, ma, alla fine, la solidarietà risulta vincente. I malviventi, tra l'altro, non sono galluresi. L'uccisione di Umberto I appare come un male lontano, che introduce un motivo tipico della cultura popolare: la superstizione, o, se si vuole, la magia, che chiude il romanzo con un'apparizione misteriosa e inquietante. Salvatore Brandanu, profondo conoscitore della Gallura, ci ha offerto una lettura penetrante e piacevole della sua terra. T.Panu

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

203


L I B R I

Un’interessante pubblicazione di Paola Mancini di Antonio Sanciu

LA GALLURA PREISTORICA

GALLURA ORIENTALE Preistoria e protostoria Saggio di Paola Mancini Editore: Taphros

PAOLA MANCINI È UN’ARCHEOLOGA, LAUREATA A CAGLIARI E SPECIALIZZATA IN PREISTORIA E PROTOSTORIA NELL’UNIVERSITÀ DI FIRENZE, CON UNA LUNGA ESPERIENZA DI SCAVI E CENSIMENTI CONDOTTI SIA COME COLLABORATRICE DELLA SOPRINTENDENZA PER I BENI ARCHEOLOGICI, SIA COME INCARICATA DA PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI, CON PARTICOLARE RIFERIMENTO ALLA REDAZIONE DEI PIANI URBANISTICI. uesta sua opera, che vede ora la luce nell’ambito della XII Settimana della Cultura patrocinata dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, descrive il patrimonio archeologico dei Comuni della Comunità Montana IV “Riviera di Gallura”, ente ora soppresso, che nel 2005 aveva promosso questa iniziativa editoriale, condotta oggi a compimento grazie alla lungimiranza dell’Amministrazione Comunale di Monti. Il volume illustra pertanto il contesto insediativo preistorico e protostorico dei Comuni di Arzachena, Golfo Aranci, La Maddalena, Loiri Porto san Paolo, Monti, Olbia, Padru, Pa-

Q Menhir

lau, Sant’Antonio di Gallura, Santa Teresa Gallura e Telti. Si tratta di un ambito molto vasto che comprende sia gran parte della Gallura Costiera, sia una parte di quella interna e almeno due aree, quelle dei Comuni di Monti e Padru, che possono essere considerate la prima di confine, anzi, se vogliamo, d’oltre confine, e la seconda di transizione fra le regioni storiche di Gallura e Monteacuto. Ma le suddivisioni attuali, che pure risalgono al medioevo, nulla tolgono all’unitarietà di quest’area nelle epoche precedenti. L’opera si apre con la presentazione del Sindaco di Monti, Giovanni Maria Raspitzu, alla

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

205


L I B R I Riu Mulinu

quale segue quella del Soprintendente per i Beni Archeologici per le Province di Sassari e Nuoro, Bruno Massabò. Il primo capitolo descrive in generale tutto il territorio oggetto dell’indagine che subito si presenta ai nostri occhi, già dal Neolitico, con un fervore di traffici e commerci legati prevalentemente alla via dell’ossidiana del Monte Arci che, attraverso la Corsica, giungeva in Francia, Spagna e Italia. Seguono i capitoli relativi ai singoli comuni dove sono messi in particolare evidenza i rapporti tra monumenti, aree insediative e territorio, con una lettura particolarmente acuta del fenomeno, corredata da un’ampia ed esaustiva bibliografia. Vengono in questo modo ripresi, ampliati e nuovamente interpretati non solo contesti già conosciuti, ma ne vengono aggiunti di nuovi ed inediti ad arricchire il patrimonio delle nostre conoscenze. Si pensi per esempio alle riconsiderazioni sul contesto di Cala Villamarina a La Maddalena, o all’individuazione di monumenti megalitici non altrimenti noti, come il dolmen di Campu Majore a Golfo Aranci o l’allée couverte di Sa Zucca a Monti o la mu-

206 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

Nuraghe Casteddu

raglia di Monti Pinu a Telti, o il nuraghe di Sa Mola a Olbia, per non citarne che alcuni. Concorrono ad arricchire il volume gli articoli di Giovanni Tilocca (Contributi geologici e geomorfologici alla conoscenza storica del territorio), Angela Antona (L’uomo e il granito in Gallura. Una simbiosi inscindibile), Giuseppe Pisanu (Le isole di Tavolara e Molara in epoca antica), Rubens D’Oriano (La Gallura orientale dopo i nuraghi: l’alba e il tramonto di Olbia antica), Antonio Sanciu (Romani e indigeni nella Sardegna nordorientale). La parte finale dell’opera, curata direttamente da Paola Mancini, comprende le schede e la cartografia elaborata in ambiente GIS con la collaborazione di Claudio Caria; è qui riportata l’ubicazione puntuale dei siti eseguita tramite GPS. Un’idonea documentazione fotografica, in gran parte opera dell’Autrice, ma anche di fotografi di fama quali, ad esempio, Egidio Trainito, correda il testo in ogni sua parte. Per concludere, si tratta di un’opera che, fatto salvo il suo carattere scientifico, riesce comunque ad offrirsi ai lettori con un taglio di tipo divulgativo. A.Sanciu


L I B R I

Il terzo volume di poesie di Gian Paolo Mele Corriga

di Salvatore Bardi

LE MANDORLE AMARE

DI NUORO La Nuoro di fine ‘800, povera e miserabile, ma proiettata verso una crescita culturale e sociale inarrestabile, sfociata nel mito dell’Atene Sarda, grazie al talento e alla vivacità dei suoi abitanti, ricorda per certi versi la città odierna, votata ad un declino demografico ed economico crescente, sottolineato, peraltro, dal coro sempre affollato delle prefiche e dei lamentatori di professione. MENDULARANCHIA MANDORLEAMARE Poesia di Gian Paolo Mele Corriga Editore: Isola Editrice, Sassari 2009

nfatti, pur nella consapevolezza delle difficoltà del momento attraversate dalla società nuorese e barbaricina in genere, acuita dalla mancanza di lavoro e prospettive per il futuro dei giovani costretti ad emigrare anche per concludere gli studi, è possibile cogliere segnali ed elementi di vitalità e genialità che paiono ancora tratto caratteristico del “nuorese” inteso ormai in senso lato che lasciano intravedere una possibile rinascita. Nell’inconcludenza e insipienza delle politica a tutti i livelli, la città e il territorio continuano ad essere fucina di singoli, gruppi, associazioni, sia nei campi delle attività imprenditoriali, per quanto penalizzate dalla mancanza di infrastrutture e politiche di credito e di mercato adeguate, che dell’arte e della cultura, della musica, della valorizzazione delle tradizioni culturali che potrebbero rinverdire quel mito dell’Atene dei Sardi apparentemente irripetibile.

I

Il campo delle lettere, fra gli altri, continua a riservare piacevoli sorprese e sotto la cenere sopravvivono le braci che improvvisamente divampano in nuovi talenti sconosciuti. Fra i tanti esempi Gian Paolo Mele Corriga, musicista, poeta, pittore, artista a tutto campo, conosciuto e stimato ben al di là della natìa Nuoro. Insignito del titolo di maestro del folklore in Sardegna nel 1981, dirige il Coro di Nuoro da quasi cinquant’anni ed è autore di pubblicazioni e discografie impreziosite da alcune fra le più belle e suggestive composizioni musicali sarde (Adios Nugòro Amada, Sa Crapola, Mariedda, Duru Duru, Su Candelarju, Ninna Nanna de Antoni Istene...). Già amministratore della città di Nuoro per la quale ha ricoperto gli incarichi di Assessore del LL.PP., Urbanistica e Cultura, e poi vice presidente dell’Ente Sardo Industrie Turistiche, è attualmente consigliere dell’Istituto Superiore Re-

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

207


gionale Etnografico di Nuoro, dove aveva già operato negli anni 90. Ha già pubblicato, Parole in bertula (Ed. Solinas, 1996), Peonie di un alba rossa (Ed. Boomerang, 1998), Lo scialle (Ed. Frorìas - Aedo Libri, 2004), Gli impareggiabili figli di Nur (Ed. Frorìas - Aedo Libri, 2005). Nel 2003 ha curato le musiche del film “Ballo a tre passi“ di Salvatore Mereu, vincitore del premio per la migliore opera prima alla Mostra Internazionale del cinema di Venezia. È ora in edicola la sua ultima opera: Mandorleamare-Mendularanchia, Sassari, Isola Editrice, 2009. “Mendular anchia - mandor leamare”, terzo volume di poesie di Gian Paolo Mele Corriga per i tipi dell’Editrice Isola segue, dopo qualche anno, le raccolte “Parole in bertula” definito da Paolo Pillonca un vero e proprio atto d’amore per la propria città e la sua gente, e “Peonie di un’alba rossa”, in cui Maria Mannironi Soddu coglieva “...l’intrecciarsi di aspetti naturali e di mondo fiabesco...” dove “...imperavano Janas e gazze ladre festanti...”, spettacoli epici di sapore quasi omerico...” E, ancora una volta Gian Paolo Mele riesce a suscitare emozione e inquietudine proponendo versi di altro tenore rispetto ai temi cari dell’esordio dove la poesia traeva linfa e si manifestava nell’appartenenza viscerale alla piccola patria barbaricina che, peraltro, permane tuttora. Da essa originavano i colori e i profumi delle passioni figlie del vissuto fatto di immagini sognanti e di sensazioni anche fugaci raccontate in forme voluttuose e accattivanti, ora travolte e sommerse dall’onda inarrestabile del dolore e della delusione, dell’incertezza e dello sgomento che nascono dall’esperienza della vita che scorre riservando inaspettati bocconi amari, duri da mandare giù come la mendularanchia nascosta nel dolce più gradito e desiderato. Ora “...riaffiora dura la nenia saettante fiondata di ricordi amara mandorla bianca...“e una profonda tristezza avvolge i versi scolpiti con parole aspre, atte ad esprimere la crudezza delle sensazioni che devono raccontare, che obbligano a soffermarsi per capire, sentire e condividere.

208 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

Ma non è facile da digerire la poesia che racconta il dolore, la tristezza, la delusione, lo sconforto, che vede le miserie del mondo che si manifestano improvvisamente “...dentro le orbite vuote della vecchia piegata sull’immensa Kundamenstrasse...” che pure sono il luogo dove “...ti ho visto Signore...”, dice il poeta che, smarrito, chiede... Perché ti cercano nel lino martoriato dal tempo?” La cara madre terra, caldo grembo profumato della prima vena poetica è diventata improvvisamente cupo teatro di sanguinose scorribande “...e piove sul capro espiatorio su i lecci i tassi doline picchi e disterri caserme pinnetti, piove nei Supramonti su i tetti disanimati di Pratobello.” Alla sofferenza atroce che accompagna la morte della sposa, il dolore per la perdita dell’amico, si aggiunge l’indignazione e la vergogna per l’assassinio del prete e del vecchio poeta, ispirati dal demone dell’odio che emerge dai suoi anfratti più nascosti e poi “...solo omertosi silenzi nel tortuoso vicolo di Barbagia colorati di falsi arcobaleni e finte finestre di murales...” dove, “...pur stanca la eco del cuncordu sovrasta l’assurdo tonante frastuono della buia canna di pistola...”. Eppure non si chiudono le porte alla speranza che verrà rianimata dal poeta ucciso. Sarà lui che”...canterà muttos di perdono con Te, Signore, per noi di quaggiù, soli, perduti, stanchi...”. Resta il ricordo e il rimpianto del tempo in cui il poeta poteva cantare felice per il sonaglio d’argento che tintinna “squarciando un velo di tenere voci e profumi di pelle, latte e seni“. Ora “nella stanza gusci vuoti coperti di chitarre e il sonno dei fratelli compone sinfonie di sogni.” Poi, lo sguardo si volge verso l’alto alla ricerca di uno sprazzo di serenità e scacciare il Maimone “...visto beffare greggi e pascoli” e “...il vento sferzare gemme e gambali riempire bocche di maledizioni...” , perché, infine “risorgerà a Pasqua il Cristo germoglio tenero di frumento nella buia canna del fucile...”, per “...consolare la vecchia piegata sull’immensa Kundamenstrasse...”, e il cuore del poeta. S.Bardi


L I B R I

Considerazioni sulla società dei nuraghi

di Andrea Oppo

IPOTESI SULLA CIVILTÀ

NURAGICA Questo originale saggio mostra in buona misura la sua ispirazione anglosassone, così diversa dalla nostra “continentale”.

A

ARCHEOLOGIA DEL PAESAGGIO NURAGICO Saggio di Mauro Peppino Zedda Pagine: 398 Editore: Agorà nuragica, Cagliari 2009

rcheologia del paesaggio nuragico (Cagliari, Agorà nuragica, 2009), come indica il titolo stesso, è uno studio complessivo sulla protostoria della Sardegna che si inserisce in una linea di ricerca che negli ultimi anni, sia in Italia sia all’estero, sta avendo un certo successo: quella che vede nel concetto di paesaggio un punto di vista in qualche modo privilegiato anche in un’ottica storico-scientifica. Il paesaggio è, infatti, una condizione epistemica che ne include molte altre e il volume di Mauro Zedda (“pioniere della ricerca sull’orientamento dei nuraghi”, come lo definisce Michael Hoskin nella presentazione) mostra molto bene proprio questo aspetto. A mio parere è l’idea a funzionare prima ancora dei singoli contenuti in essa espressi. L’idea che le distinzioni accademiche valgano poco nella storia reale e che è soltanto da un approccio d’insieme e da un’ipotesi forte alla base di quest’ultimo che sia possibile fare vera ricerca: una ricerca falsificabile, confutabile, non autoreferenziale, che “dica” delle cose agli altri. Non è un caso che i riferimenti dell’autore a Popper siano tanto frequenti nel testo. Per il filosofo viennese, si sa, la critica all’induttivismo è un punto centrale: se una ricerca sia scientifica o meno non lo si vede tanto dalla “verifica del dato” quanto dalla falsificabilità della teoria

che sorregge quella verifica. Zedda, in questo saggio, formula sempre delle ipotesi sufficientemente chiare a monte delle sue analisi e pone, in maniera più o meno esplicita, anche delle condizioni di falsificabilità di ciò che afferma. Si può essere d’accordo o no con le conclusioni alle quali giunge, ma è proprio il suo metodo a far sì che tutto sia davvero in mano al lettore, inclusa la confutazione del saggio stesso. Questo non accade spesso nella saggistica scientifica, anzi accade di rado. Più frequentemente, è facile che gli studiosi si arrocchino su uno specifico settore di analisi e, unicamente sulla base della verificabilità dei singoli dati, impostino tutta la propria ricerca; la quale, spesso, ha come scopo nient’altro che l’inattaccabilità di ciò che afferma. Ma, per paradossale che possa sembrare, è proprio quell’“inattaccabilità” dei risultati, ottenuta su base verificazionista, a rappresentare il dato significativo di non scientificità di un’analisi, almeno secondo Popper. L’astrologia, infatti, non è confutabile; e così la psicanalisi e la teoria marxista. Tutte queste contano un numero altissimo di verifiche della loro validità ma nessuna di esse – dice Popper – è una scienza empirica. A questo proposito, senza entrare nel merito dei singoli punti, occorre comunque osservare che in questo libro l’autore introduce diver-

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

209


L I B R I si argomenti falsificabili e, non ultimo, una chiara disposizione, ribadita in più d’una occasione, a raccogliere critiche e obiezioni. In tal senso, l’orientamento popperiano del volume è abbastanza coerente. Questa è in sintesi la prospettiva filosofica di fondo di questo studio, il quale, parlando in generale, contiene alcune imprecisioni (che in una seconda edizione potranno certamente essere corrette), un progetto grafico che spesso non aiuta il lettore, ma anche uno stile interessante, che meriterebbe una riflessione a sé. Solo in apparenza sui generis dal punto di vista stilistico, in realtà questo saggio mostra in buona misura la sua ispirazione anglosassone, così diversa dalla nostra “continentale”. La scrittura mette insieme, senza forzature o contraddizioni, una eccellente efficacia nell’esposizione dei dati e dei numeri (è un testo ricco di tabelle e riferimenti puntuali), aiutata da enunciati brevi ed efficaci, e priva dell’utilizzo abbondante di corsivi, subordinate e usi impersonali del verbo, tipici della nostra tradizione; tutto ciò unito alla descrizione dei fatti in prima persona singolare, quasi come in un racconto. Quest’ultimo aspetto, che da noi, nella saggistica scientifica, rappresenta per molti versi ancora un tabù, nel mondo anglosassone non è così strano o fuori luogo, come invece lo sarebbe l’utilizzo di ambiguità retoriche come i corsivi, il “gergo”, le metafore e le numerose proposizioni subordinate, che nella tradizione continentale sono assai frequenti. Il testo è composto da 20 capitoli, 11 schede tecniche e una ricca bibliografia che, come dice Franco Laner nella sua presentazione, “è già una pubblicazione a sé”. L’approccio al problema è generale e solo apparentemente divulgativo. Dopo una serie di capitoli che descrivono la civiltà nuragica nei suoi vari aspetti (cronologia, geografia e clima, genetica e lingua) si arriva subito al cuore pulsante di questo studio, ovvero il concetto di paesaggio, che porta con sé le problematiche relative non tanto al “monumento in sé” quanto alla sua distribuzione nel territorio, al suo orientamento, fino a una serie di considerazioni sulla società nuragica. Se il capitolo 10, sull’orientamento astronomico dei nuraghi, appare certamente per consistenza e originalità – ma anche perché distintivo degli interessi specifici dell’autore –, come il più significativo di questo studio (e anche quello destinato a far discutere e ad aprire a possibili confronti), è pur vero che i capitoli che seguono danno forse la cifra esatta della natura ampia di questo volume: che parla, sì, di archeoastronomia e ter-

ritorio, ma parla soprattutto di società nuragica nel suo complesso. Il capitolo conclusivo del saggio è particolarmente stimolante poiché vi si condensano una serie di riflessioni di tipo sociologico: a partire dalla Sardegna contemporanea, viene assunta un’ipotesi forte, quella della concezione egualitaria della società, che viene poi applicata anche alla società nuragica, come pura possibilità, nell’intento di comprenderla meglio. È un argomento che coinvolge un po’ tutti gli intellettuali sardi dell’ultimo secolo, da Gramsci a Pigliaru, a Michelangelo Pira, e che è destinato ad aprire sicuramente un dibattito fecondo. Un’ultima considerazione merita di esser fatta sulle tre prefazioni al testo. Nella saggistica scientifica ancor più della casa editrice contano la presentazione e la firma di chi mette il suo stesso nome a garanzia di un lavoro. Michael Hoskin, Franco Laner e Roberto Sirigu, nelle loro tre rispettive presentazioni a questo studio, mostrano in modo abbastanza chiaro i confini e gli ambiti innovativi entro i quali si muove il lavoro di Zedda. Tutti e tre, infatti, da anni portano avanti in settori completamente differenti delle ricerche di avanguardia e di confine, per ciò che riguarda la storia dell’astronomia e il suo rapporto con i monumenti archeologici, nel caso di Hoskin, le tecnologie dell’architettura, in quello di Laner, e i rapporti tra archeologia e semiotica per ciò che riguarda Sirigu. In tal senso il lavoro di Mauro Zedda, fin dalla sua uscita, è già riuscito a guadagnare l’attenzione di una platea internazionale, che fa capo a una figura importante come Michael Hoskin, docente a Cambridge, e ha saputo cogliere, in modo ammirabile, delle tendenze importanti verso le quali si indirizza oggi il sapere. Andrea Oppo, docente di Ermeneutica filosofica, Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna – Cagliari.


L I B R I

“Spinnakers”, il libro sulla vela di Alberto Maisto

di Alberto Roggero

LO “SPI”... L’EMOZIONE DI VOLARE SULLE ONDE

SPINNAKERS Fotografia di Alberto Maisto Editore: Sorba Editore, La Maddalena, 2009

ALBERTO MAISTO CI PRESENTA IL SUO ULTIMO LAVORO: SPINNAKERS, UN LIBRO FOTOGRAFICO PUBBLICATO DALL’EDITORE PAOLO SORBA DI LA MADDALENA, DEDICATO AL MONDO DELLE REGATE VELICHE. OSPITIAMO CON PIACERE UNA RECENSIONE CURATA DA ALBERTO ROGGERO, GIÀ PRESIDENTE DELLA SEZIONE GOLFO DELL’ASINARA DELLA LEGA NAVALE ITALIANA. LBERTO MAISTO, PUBBLICANDO “SPINNAKERS”, RIESCE NEL DIFFICILE INTENTO DI PORTARE IL LETTORE IN UNA BARCA VIRTUALE, FACENDOGLI PROVARE LE EMOZIONI CHE SI “SENTONO” A BORDO DI UNA BARCA A VELA CHE SCIVOLA SULL’ACQUA SPINTA DAL VENTO.

A


L I B R I

L’emozione che si prova nello sfogliare il libro è di quelle genuine, come lo sono le foto che ritraggono barche anche molto diverse, ma tutte intente a “volare” sotto “spi”, condotte con maestria da equipaggi esperti. Si, perché lo “spi”, come viene chiamato dagli addetti ai lavori, è una vela molto difficile, forse la più difficile da “portare” sia con vento leggero sia con vento forte. Unisce l’arte marinara del saper sfruttare le più dolci brezze e i venti più forti nell’andatura di poppa o di gran lasco. Le foto di Alberto riescono ad esprimere la potenza delle barche in planata che alzano una cascata di spruzzi di acqua e ci immaginiamo di sentire solo il rumore dello scafo che si fa strada tra le onde e il sibilo del vento che soffia tra le sartie. Di foto in foto ci consente di trovarci nel bel mezzo di una regata a Porto Cervo, magari a bordo di un Maxi Yacht che dopo la boa di bolina issa uno spi da 500 metri quadri e che, quando il vento lo riempie, fa sentire un rumore pari a una cannonata.. e la barca inizia a volare letteralmente sull’acqua dando la sensazione di non potersi più fermare, tale è il senso di appartenenza alla natura che coglie la mente umana. Volare, è questa la sensazione che si prova quando nelle Bocche di Bonifacio si va “sotto spi” a oltre 15 nodi con il maestrale forte che ti fa sentire vivo, tutt’uno con il mezzo che stai timonando o sentirti parte integrante dello spinnaker mentre regoli la scotta “lascando” quando arriva la raffica o “cazzando” quando il vento diminuisce. In quel momento l’equipaggio e la barca sono una sola cosa; un solo errore comprometterebbe tutto, una stra-orzata (involontaria perdita di controllo che porta la prua al vento con un gran chiasso) farebbe perdere la regata, il sogno di poter ancora volare... e la barca si ferma, con la prua al vento, con lo spi che fileggia e fa tremare tutta l’attrezzatura… ma poi il timoniere con un colpo di timone riprende il controllo e la rotta, lo spi si rigonfia schioccando al vento e liberandosi dell’acqua di mare che l’improvvisa straorzata gli aveva caricato…. quasi protestando per aver rotto quell’incantesimo. E si plana su ogni onda, in un fragore di acqua bianca e di spruzzi salati che ti riportano alla realtà. Si arriva velocemente alla boa di poppa. Si deve ammainare la grande vela. Tut-

212 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

L

E FOTO DI ALBERTO RIESCONO AD ESPRIMERE LA POTENZA DELLE BARCHE IN PLANATA CHE ALZANO UNA CASCATA DI SPRUZZI DI ACQUA...


L I B R I

T

UTTE LE FOTO CHE MAISTO HA INSERITO NELL’OPERA SONO MOMENTI UNICI DI UNA PASSIONE: LA VELA E LA FOTOGRAFIA...

to l’equipaggio deve essere pronto al comando dello skipper: ad un tocco si lascia andare la drizza, il braccio e la vela collassa dietro la randa, quasi a doversi nascondere perché la sua bellezza è solo quando è lassù, piena di vento e dei colori che il velaio gli ha regalato e che il fotografo sa come riprendere rendendo la foto viva, dinamica, quasi parlante. Ecco, questo è quello che Alberto Maisto ha saputo “dire” con le sue foto, facendoci volare non solo con lo “Spinnaker”, ma portandoci da Porto Cervo a Sidney, da Punta Ala ad Alghero, ma senza mai essere banale o scontato. Tutte le foto che Maisto ha inserito nell’opera sono momenti unici di una passione, la vela e la fotografia, che da sole possono essere il senso della vita, sia come scuola di vita per i giovani sia come passatempo per tutti coloro che amano il mare e la natura. Fotografando le barche si rischia di non riuscire a dare il senso del movimento, ma Alberto è riuscito anche in questo, a dare vita alle sue barche con lo “Spinnaker”, con momenti magici fissati nel mirino della fotocamera con maestria e arte. Un libro che non deve mancare nella collezione di coloro che amano il mare e la fotografia. A.Roggero ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

213


L U O G H I

DALLA SECONDA METÀ DEL SECOLO XIX La lunga marcia dell’alfabetizzazione delle bambine di Andrea Muzzeddu Fotoriproduzioni di Gianuario Fenu

Con l’Unità d’Italia inizia l’istruzione popolare al femminile

LA SCUOLA IN ROSA I BAMBINI E LE BAMBINE DELLA GALLURA, OVVIAMENTE NEI CENTRI IN CUI ERA GIÀ STATA ISTITUITA L’ISTRUZIONE ELEMENTARE, INIZIARONO AD APPRENDERE, AL PRIMO ANNO DEL LIVELLO INFERIORE, LA SCRITTURA, LA LETTURA E LE PRIME OPERAZIONI DI CALCOLO ARITMETICO, OLTRE ALL’INSEGNAMENTO RELIGIOSO E AL DISEGNO ORNATO... 216 | ALMANACCO gallurese 2010/2011


L U O G H I

AGGIUS DÀ INIZIO ALLA SOLUZIONE DEL PROBLEMA DELL’ISTRUZIONE PER LE DONNE NEL 1861, QUANDO AUTORIZZA L’APERTURA DEL PRIMO ANNO DELL’ISTRUZIONE ELEMENTARE RISERVATO ALLE “FEMMINE”. SI TRATTA SOLO DELL’ISTRUZIONE RIFERITA AL PRIMO BIENNIO, CERTO, MA È GIÀ ABBASTANZA PER IL PERIODO. Panorama di Aggius in una stampa del 1901

LOTTA ALL’ANALFABETISMO La Legge Casati sulla Pubblica Istruzione (1859-1860) impone a tutti i comuni del Regno di Sardegna, prima, e del nascente Regno d’Italia, poi, l’obbligo di garantire almeno il servizio del biennio inferiore delle Scuole Elementari per i maschi e per le femmine. Sezioni rigorosamente separate, ma irrinunciabili per ogni comune o consorzio di comuni quando questi sono costituiti da un numero esiguo di abitanti o ubicati in un territorio poco redditizio. Le spese per il normale funzionamento dell’istituzione scolastica è a carico del comune, quelle straordinarie dello Stato. La Scuola Normale (primo biennio elementare), ad Aggius, ed in altri 300 comuni dell’isola, sui 392 allora esistenti, era già stata istituita come “sezione maschile” fin dal 1934i. Ora si era chiamati a rispondere dell’istruzione per le bambine. Un impegno economico di non poco rilievo per una comunità abituata a vivere nella ristrettezza. Gli anni Sessanta dell’Ottocento, inoltre, erano ancora segnati dalle vicende della più cruenta delle tante faide localiii. Le paci del ’56 non avevano ancora determinato la conclusione delle turbolenze e del-

le paure. Pietro Vasa e Sebastiano Tansu, il Muto, erano ancora in libertà. I Mamia e i Pileri vivevano in riservato silenzio e diffidente attesa degli sviluppi futuri. L’unità d’Italia era vissuta come evento lontano e poco interessante per le loro vicende quotidiane. Delle battaglie del Risorgimento sapevano solo che, dopo la rinuncia al Vicereame e l’equiparazione della Sardegna con gli altri Stati del Regno, qualche loro parente era deceduto in terre lontane combattendo per un re sconosciuto, rappresentato nel Comune solo dai Carabinieri, dall’Esattore e dalla Pretura, istituita ad Aggius fin dal 1836iii « perché si ponesse fine a una Iliade di mali ». Una calamità, tanto che allora, quando si voleva deprecare qualcuno per qualche scortesia subita lo si apostrofava dicendo: « Lu Re ti munduliggja » (Che tu possa essere eliminato dalla giustizia (!) del Re). La Legge Casati si rifà, per molti aspetti, alla Legge Boncompagni, pubblicata il 4 ottobre del 1848, e per il percorso formativo ai programmi del ministro Cibrario, pubblicati nel 1853. Come i suoi predecessori Boncompagni delinea una scuola elementare di quattro anni (due inferiori e due superiori)

ALMANACCO gallurese 2010/2011 |

217


A N T R O P O L O G I A

218

totale delle anime» – che, sempre secondo Casalis/Angius, nella prima metà del XIX secolo «è di 1850». Ovvia, quindi, la considerazione fatta da chi si è già occupato della storia del paese che «il numero di 40 fanciulli frequentanti (...) sembra errato» (Baltolu, p.155), giacché il censimento si riferisce a tutto il Comune, vale a dire al totale dei residenti in paese, negli “stazzi” costruiti nelle “cussorgie”, e sparsi in un territorio che si estende dalla Valle del Coghinas alla Torre di Vignola, lungo il litorale marino, e, all’interno, dai salti che dal centro abitato si dirigono verso il comune di Tempio, in direzione Nord-Est, e i comuni di Bortigiadas e Sedini, a Sud-Ovest. Un territorio che, oltre alla presenza di molte “capanne” disseminate nelle zone più impervie, inizia a conoscere i primi agglomerati rurali: Bonaìta, Badesi, Agultu (Trinità), Viddaeccia (Viddalba), Muntiggjoni, Azzaculta, ecc... Se mettiamo da parte questi aspetti di geografia antropica e proviamo a verificare la consistenza numerica dei residenti nella Villa d’Agios e le modalità con cui si è svolta l’indagine in quel tempo, forse ci rendiamo conto che l’informazione riportata dal “Dizionario geografico...” è più attendibile di quanto possa sembrare: - prima di tutto la natura stessa dell’istruzione impartita in quel periodo: i frequentanti la “scuola normale” non erano soltanto i fanciulli ma anche ragazzi di 10, 11 e 12 anni, oltre che giovani e adulti, soprattutto nelle “scuole festive” con un’attività didattica di poche ore per settimana, e in ogni modo dopo le attività lavorative. Era una scuola improntata sui rudimenti dell’“alfabetizzazione”, ossia nel semplice apprendimento della lettura, della scrittura e del calcolo aritmetico di base, perché ciò che soprattutto contava era “saper scrivere il proprio nome”. Chi sapeva apporre la propria firma e pagava il censo aveva diritto alla carriera militare, alla nomina nelle cariche di pubblico servizio e al voto; - in secondo luogo, il sistema della ricerca affrontata dall’Angius per avere informazioni dai villaggi della Sardegna presta il fianco ad interpretazioni non troppo meditate: quando padre Vittorio Angius ricevette da Torino l’invito dall’abate Goffredo Casalis, pensò bene di non muoversi da Cagliari se non per lo stretto necessario (su sua ammissione, vol. 5° p. 267, si è recato il Gallura solo nel 1837 e 38). Quasi tutto il suo tempo è stato dedicato all’approfondimento degli studi sulla storia sociale ed economica della Sardegna; questo ha comportato l’affido ai vescovi, ai sacerdoti, agli intendenti, agli intellettuali e ai sindaci dell’isola, del compito di comunicargli quanto necessario dai loro luoghi di residenza. Per avere un criterio omogeneo ac-

compagnò questa sua richiesta con degli scritti indicanti, secondo le necessità del caso, quanto era utile riferire: numero dei residenti, economia e storia locale, consistenza del clero, costumi, feste ed altri dati, tra i quali le notizie sulla scuola e sugli uomini illustri del villaggio. Ad Aggius, come in altri centri minori dell’isola, le autorità comunali non fecero alcun distinguo nel compilare il questionario e, con molta probabilità, inviarono la risposta all’Angius senza badare troppo all’età degli alunni includendo anche gli scolari della “scuola festiva”, seguita dai ragazzi durante le pause lavorative e attiva solo per brevi periodi, nel numero totale dei frequentanti la scuola normale; - in terzo luogo, sulla base dei dati stessi forniti dagli autori del “Dizionario geografico” è possibile dedurre il numero delle famiglie del centro di Aggius nel 1833: dei 452 fuochi registrati nel comune 200 erano fissi nel centro maggiore; questo significa che ogni “fuoco” (famiglia) era formato mediamente da quattro persone e un quarto (dato dedotto dal totale dei residenti), quindi otto- novecento persone presenti nella “Villa d’Agios”, che suddivisi per fasce d’età, corrispondono a non meno di 200 giovani da 0 a 20 anni (considerato che la vita media, indicata dalle autorità comunali di quel periodo, non superava i sessanta anni). Più che valida, date le considerazioni prima espresse, l’attendibilità dei 40 alunni frequentanti la scuola (alunni, non fanciulli, è bene specificarlo, in età compresa fra i 6 e i 12 anni); - in quarto luogo, sempre prendendo in considerazione i dati riportati nel “Dizionario geografico, qualora non si fosse ancora convinti della validità del ragionamento prima effettuato, è bene ricordare che, in quel periodo, nel comune di Aggius ogni anno nascevano mediamente 56 bambini; per malattie varie ne morivano 35; ne sopravvivevano 21. Sulla base dei dati riportati, almeno la metà risiedeva ad Aggius. Considerato che, allora, la classe non era formata da alunni coetanei ma di diversa età, è facile intuire come il numero di 40 scolari sia stato raggiungibile senza difficoltà; - per concludere, l’alto numero di frequenza degli alunni è stato confermato l’anno successivo (1834) dal Valery, il quale, a pag. 34 del suo diario “Viaggio in Sardegna”, riporta un breve ma significativo profilo del Comune di Aggius. I suoi appunti, ora statisticamente preziosi, c’informano che 300 Comuni (Aggius incluso), sui 392 esistenti nell’isola, avevano già istituito la scuola elementare maschile... In ogni caso, e indipendentemente dal numero dei fre-

LE.PO.GI. S.N.C.

INGROSSO MATERIALI ELETTRICI ILLUMINOTECNICA INTERNI-ESTERNI

TEMPIO

Via Sassari, 4 - TEl. 079/630689

AGGIUS

Zona Industriale - Tel. 079/620356


L U O G H I che si avvale di un regolamento didattico così rigido da non consentire a tutti gli alunni di concludere regolarmente il corso formativo. L’istruzione per il grado inferiore è obbligatoria e gratuita. Facoltativa per il grado superiore: un segmento scolastico riservato, date le condizioni economiche del tempo, quasi esclusivamente alle famiglie che potevano permettersi di far fronte alla tassazione scolastica imposta da quel livello d’istruzione in poi. La maggior parte degli alunni provenienti dai ceti popolari, infatti, dopo alcuni anni di ripetenza, era costretta a lasciare la scuola per far fronte alle esigenze familiari per cui era obbligata a rivolgersi alle scuole serali, per poter concludere la formazione scolastica ed essere in grado di firmare i propri documenti. Le scuole serali erano attive da diverso tempo in paese, anche queste però riservate ai ragazzi. L’artefice di questo tipo di scuole fu Serafino Peru, sacerdote e maestro “patentato”, come richiedeva l’Editto delle Regie Patenti firmato dal Re Carlo Alberto il 7 ottobre 1941iv. Un impegno educativo che dette buoni frutti, come dimostra la nota di commento scritta a pagina 60 dell’ “Itinerario dell’isola di Sardegna” (A. La Marmora) dal canonico Giovanni Spano: « In Aggius gli elettori sanno tutti scrivere per la cura che in pochi mesi si prese il maestro sacerdote Serafino Peru, aprendo gratuitamente scuole serali »… Restava da risolvere la “questione femminile”, una ristrettezza formativa di tanto in tanto squarciata dall’iniziativa di pochi genitori che comunque provvedevano alla “alfabetizzazione” delle proprie figlie attraverso l’intervento personale (scuola di famiglia) o mediante il contributo (non sempre gratuito) di un precettore di fiducia e, in ogni caso, stretto parente (scuola in famiglia). L’istruzione pubblica rivolta alle bambine era ancora da realizzare. Aggius dà inizio alla soluzione del problema dell’istruzione per le donne nel 1861, quando autorizza l’apertura del primo anno dell’istruzione elementare riservato alle “femmine”. Si tratta solo dell’istruzione riferita al primo biennio, certo, ma è già abbastanza per il periodo. Il biennio superiore verrà istituito nel 1886, contemporaneamente all’inaugurazione del corso superiore riservato ai maschietti. La “Scuola Femminile” è ormai una realtà e la sua progressione istituzionale non troverà più ostacoli.

SPEZZARE IL PANE DELLA SCIENZA Dopo l’Unità d’Italia, il ministro della Pubblica Istruzione, Terenzio Mariani, pubblica un nuovo regolamento e nuovi programmi per la scuola elementare che, nella loro sostanza, non modificano la legge Casati. Così i bambini e le bambine della Gallura, ovviamente nei centri in cui era già stata istituita l’istruzione elementare, iniziarono ad apprendere, al primo anno del livello inferiore, la scrittura, la lettura e le prime operazioni di calcolo aritmetico, oltre all’insegnamento religioso e al disegno ornato; nel secondo anno completavano l’alfabetizzazione di

Sopra

Facciata della ex Pretura di Aggius e, successivamente, sede della scuola elementare – oggi archivio comunale. base e affrontavano il primo impegno di “Bella Scrittura” o di “Calligrafia”. Scrivere con l’inchiostro richiedeva non solo attenzione ma anche morbidezza del movimento. Macchiare il foglio e rovinare così ore di lavoro era un attimo. Bastava che il pennino inceppasse sulla carta e che fosse troppo carico d’inchiesto e il gioco era fatto… Il secondo anno prevedeva anche il perfezionamento della lettura e il potenziamento della memoria attraverso l’uso del riassunto orale racconti e lo studio mnemonico delle poesie adatte alla loro età. Il biennio superiore, infine, oltre all’insegnamento della religione cattolica – iniziata fin dal primo anno di scolarizzazione-, forniva loro anche gli strumenti per la conoscenza sistematica della lingua italiana, del calcolo aritmetico e del sistema metrico decimale, come pure lo studio della geografia, della storia nazionale, delle scienze fisiche e naturali applicabili agli usi ordinari della vita ed elementi di geometria e disegno, nelle sezioni maschili, e lavori donneschi, nelle sezioni femminili. Un impegno a tutto campo, dunque, che nello svolgersi di qualche decennio ha iniziato a presentare i suoi timidi risultati. Dal 1859 al 1909 dopo mezzo secolo d’istruzione popolare la Sardegna non è più la l’ultima Regione d’Italia nelle statistiche sulla diffusione dell’analfabetismo ma l’undicesima, anche se il 63,8% dei suoi residenti non sa ancora né leggere né scrivere e tanto meno far di conto. Scriverà, in proposito Pasquale Villariv: «Che volete che faccia dell’alfabeto colui al quale manca l’aria e la luce, che vive nell’umido, nel fetore, che deve tenere la moglie e le figlie nella pubblica strada ogni giorno? (…) Se gli “spezzate il pane della scienza”, come oggi si dice, risponderà (…) “lasciatemi la mia ignoranza, poiché mi lasciate la miseria” ». L’istruzione del popolo, come osservato dal Villari, passa solo se il contesto sociale risolve i bisogni primari al-

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

219


L U O G H I

Sopra

Aggius, 1935. Raduno delle Giovani Italiane.

trimenti resta un settore astratto e non compreso da chi ogni giorno deve inventarsi qualcosa pur di sfamarsi e soddisfare le prime necessità della propria famiglia. In situazioni del genere i bambini sono i primi ad essere impegnati nel mondo del lavoro con lo sfruttamento sociale e la povertà morale che ne deriva, soprattutto per le bambine “messe a servizio” di padroni spesso arroganti e privi di scrupoli.

LO SPAZIO AL FEMMINILE “Casa, chiesa, scuola”. Un trinomio che da solo dice tutto sul contesto sociale femminile. Uno spazio di vita apparentemente ripartito ma in realtà tenuto legato da un solo filo conduttore: la donna considerata solo come moglie e madre. Nessun riferimento al sociale e tanto meno alla condivisione delle esigenze civili. Il diritto al voto, in Italia, sarà loro riconosciuto solo nel 1946. La stessa formazione scolastica, per molti anni intesa come frequenza al solo biennio inferiore, prevede una educazione specifica per le ragazze, in funzione del loro futuro da casalinghe. Non a caso l’insegnamento dei lavori donneschi negli anni avvenire si trasformerà in nozioni di economia domestica, ossia nell’arte di amministrare la casa e null’altro. La concezione Greco-Romana del compito sociale assegnato

220 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

(e riconosciuto) alle donne non ha subito sostanziali cambiamenti, nonostante il trascorrere dei secoli e la scoperta di “nuovi continenti” e la conoscenza di altre civiltà. Il tempo sembra trascorrere senza modifica alcuna. Tutto è misurato col passo lento degli animali domestici e dallo scorrere dei giorni separati dalle notti dal sorgere e tramontare del sole. La donne di Aggius, come altre dei paesi della Sardegna, dividono il proprio tempo tra faccende domestiche e tessitura. La monotonia del ritmo quotidiano, di tanto in tanto, è interrotto da particolari ricorrenze: matrimoni, battesimi, feste dei santi protettori… allora la loro grazia poteva essere esibita nel ballo pubblico. Il lutto familiare, invece, si trasformava in lunga reclusione che soprattutto per le vedove poteva durare tutta la vita. Casa e chiesa erano gli unici spazi loro concessi, in nome della decenza, s’intende. Per le bambine era possibile anche la frequenza scolastica, ma dal 1861 in poi e con non poche diffidenze… nei secoli precedenti questa ulteriore opportunità era solo un sogno. La nascente sezione della scuola femminile doveva garantire la netta separazione dalla sezione maschile, doveva quindi essere ubicata in luogo appartato e sicuro, controllabile dalla popolazione adulta che, come in tutte le comunità chiuse, è responsabile del buon comportamento di tutti i suoi membri. L’anziano, indipendentemente dal fatto che fosse o non fosse un componente della famiglia, aveva il dovere, morale e sociale, di intervenire ogni qual volta notava qualcosa di insolito nel comportamento dei giovani, e obbligato ad intervenie direttamente richiamando il maldestro o indirettamente informando i genitori del fatto osservato… Gli amministratori del Comune di Aggius, guidati dal sindaco Giò Andrea Pirodda, al pari di tutti gli altri dei diversi comuni dell’isola, risposero a questa legge atavica con molta solerzia e subito individuarono la sede idonea affittando per L. 50 annue la casa di don Michele Mamia (quale miglior garanzia dell’occhio vigile di un sacerdote) e affidando l’istruzione delle giovani alunne alle cure dell’insegnante Antonia Serra, che si occupò della loro educazione dal 1861 al 1865vi.

LA SCUOLA FEMMINILE DI AGGIUS L’istituzione di un servizio sociale, soprattutto quando ha carattere duraturo, come la scuola pubblica, incide in modo significativo sul contesto sociale nel quale opera. Poi, quando agisce sulle conoscenze e competenze, i saperi acquisiti tendono a scardinare valori atavici. Modificano abitudini consolidate e trasformano, sia pur in modo lento e quasi impercettibile, i riferimenti valoriali di una comunità e con essi la loro storia e la loro tradizionevii. Non è più solo il “possesso delle terre e degli armenti” a dare prestigio alla famiglia, ma anche la “cultura” che diventa “valore aggiunto”. In modo particolare per le donne in possesso del titolo di “maestra”.


L U O G H I

Certo, in un piccolo centro, il primo periodo dell’istituzione della Scuola Femminile provoca sentimenti contrapposti: curiosità e diffidenza. La novità, come sempre accade, stimola e affascina insieme. Adattarsi alle nuove esigenze e accettare i cambiamenti che ne derivano, invece, non è poi così facile come sembra. Non c’è solo diffidenza ma anche situazioni di rigetto. Non sono stati pochi i genitori che hanno accettato la scolarizzazione delle figlie per un certo periodo, ma che poi, con motivazioni diverse –giustificabili solo dalla povertà in cui erano costretti a vivere-, le hanno ritirate fin dalla prima classe o non hanno consentito loro di completare l’istruzione di base non facendole frequentare la seconda. A che serve la cultura per le donne se sono destinate a sposarsi ancora giovanissime? Se c’è bisogno di braccia in casa? Perché perdere tempo con i libri se il loro futuro è un tutt’uno con la prole? Chi non trova marito, d'altronde, non ha di che preoccuparsi per la propria sopravvivenza: finché vivono i genitori sta con loro. Alla loro morte c’è sempre un fratello o una sorella con cui andare a vivere l’ultimo periodo di vita. Che cosa si chiede in cambio? Niente! Niente di più che un “aiuto in casa” (servizio perpetuo). Anche ad Aggius il trascorrere degli anni ha contribuito alla regolarità della frequenza. Dopo un primo periodo contrassegnato da frequenze saltuarie e non esaustive l’istruzione di

Sopra

Aggius, 1947. Insegnante e alunni di una Prima Elementare. base; dopo un periodo di incertezza circa l’ubicazione delle aule, soprattutto a causa dei ritardi con cui l’amministrazione comunale rispettava gli accordi sulla pigione, si è giunti agli anni in cui la frequenze delle alunne era nella norma e l’ubicazione stessa della scuola meno precaria e con spazi più idonei. Nel 1873, prete Mamia, non mise più la sua casa a disposizione della scuola «perché mai gli furono pagate le L. 50 annue pattuite ». Il Comune, allora, trasferì le aule nel suo vecchio palazzo « sito in via Peraula al numero civico 46 viii». Nel 1888, sia la sezione femminile, sia quella maschile, furono sistemate nel nuovo Municipio, in via Pasquale Paoli, dove rimasero fino alla fine del secolo perché, dopo la chiusura della Procura, costruita nel Rione Riischeddu, (oggi noto come Carreri di Ignò) furono nuovamente trasferite. La scuola elementare, ormai di durata quinquennale, nel 1958 fu ancora spostata in una nuova sede, costruita in Via Roma, ad angolo con via Frati de Addis. Negli anni Quaranta le sezioni iniziarono ad essere miste e questo consentì anche ai maestri, e non solo alle maestre, di poter insegnare alle bambine. Cosa assai gradita anche dai genitori che riconoscono nella figura dell’insegnante maschile un’autorità significativa e di grande valore educativo. L’odissea scolastica però non è an-

ALMANACCO gallurese 2010/2011 |

221


L U O G H I

cora conclusa: negli anni Novanta del secolo scorso un nuovo trasloco, e questo forse definitivo, nel Rione San Quirico dove insieme alla Scuola Media e quella dell’Infanzia oggi forma l’Istituto Comprensivo, in ottemperanza alle leggi vigenti.

ALCUNE VICENDE DELL’ISTRUZIONE DI BASE Per la formazione scolastica e civile delle ragazze si sono impegnate diverse maestre. Tutte esperte dell’educazione e preparate per l’insegnamento. Difficile ricordarle tutte a causa della scarsità dei documenti reperiti e delle notizie pubblicate. I documenti salvati e i frammenti ancora leggibili offrono, comunque, aspetti sociali ed affettivi di notevole spessore. La “cultura” diventa, man mano che si acquisisce coscienza del valore dello studio e la sua ragion d’essere, un elemento essenziale per l’autonomia delle donne. Aggius non si discosta da questi parametri generali. In paese, come avviene in altri contesti della Sardegna e d’Italia, si hanno le prime diplomate, soprattutto nell’ultimo decennio del secolo XIX, e le prime donne laureateix negli Anni Quaranta del Novecento. Da allora la promozione culturale femminile è stata inarrestabile. Dopo Antonia Serra, tra il 1866 e il 1870, nella scuola femminile di Aggius lavora la maestra Maria Domenica Busellu, di Tempio, sostituita da Rosina Granata, licenziata nel 1872

Sopra, Aggius, 1948. Insegnante e alunni di una terza elementare.

perché invisa ad alcune madri influenti. La storia di allora sembra analoga a molte vicende scolastiche di oggi. Le madri accusano l’insegnante di scarsa attenzione e manchevolezza d’affetto nei confronti delle alunne (o meglio, delle loro figlie). « Non ama » si racconta « i lavori donneschi x». Questo le infastidisce al punto che impediscono alle loro figlie di frequentare la scuola imponendo il licenziamento dell’insegnante. La lamentela arriva in consiglio comunale e la Giunta prende provvedimento, essendo la scelta dell’insegnante compito dell’amministrazione locale. In realtà la classe di riferimento era alquanto numerosa e per giunta anche frequentata da alunne povere e non più in obbligo scolastico. Una di queste aveva più di 12 anni ed essendo “signorina” mal accettava di condividere il proprio tempo con le altre bambine presenti nella classe. Questo comporta l’imposizione della sua “autorità” e quando con le “buone maniere” non riesce a farsi intendere provvede usando le mani… Questa turbolenza ambientale non favorisce certo la didattica e il corretto andamento delle lezioni, soprattutto quelle operative, come i lavori donneschi, che richiedono movimento e animazione. Il richiamo dell’insegnante resta inascoltato dalle alunne e dai genitori.

ALMANACCO gallurese 2010/2011 |

223


L U O G H I Ovvie le conseguenze. Ma come spesso accade « ca no po battì l’asinu batti la sedda » (chi non è in grado di richiamare il colpevole si rivolge all’innocente), gli intrecci di parentela fanno sì che sia la maestra a lasciare la scuola. Licenziata. Dopo questa triste avventura, giunge ad Aggius una maestra di Sorso, « una delle più distinte maestre di grado inferiore xi ». Nonostante questo riconoscimento la maestra Francesca Manghina presta sevizio in paese solo per il periodo compreso tra il 1872 e il 1873. L’amministrazione comunale, allora guidata dal sindaco Giò Battista Spezzigu, non accetta la sua richiesta di trasferimento da Berchidda ad Aggius, dove si era provvisoriamente collocata. Questo fa pensare ad un risentimento degli amministratori nei suoi confronti dato l’elogio espresso l’anno precedente. Viene chiamata a sostituirla la maestra Lucia Serra, di Sassari, che resta in servizio fino al 1875. Nel ’76 la scuola femminile viene affidata all’insegnate Gaetana Annis, di Cagliari, che nel ’78, per ragioni di famiglia si dimette dall’incarico (la maestra Annis –annota don Piero Baltolu nel suo volume Aggius… -vedi nota n. 3) ritorna ad Aggius nel 1882, per un solo anno, come insegnate per le classi 3a e 4a - C. C. 17.09.1882). L’istruzione riferita agli anni 1878-80 e 1880-90 è impartita, rispettivamente, dalla maestra Antonietta Delogu, che in precedenza ha prestato servizio a Nuchis e a Buddusò, e dall’insegnante Giovanna Maria Spano, proveniente da Tempio e sorella del maestro Eligio, molto noto in paese. Mastr’Eligiu , giunto in paese nel 1879 come precettore incaricato per le classi 1a e 2a -la patente di idoneità all’insegnamento nella scuola inferiore la conseguirà nel 1882, quel-

la del livello superiore nel 96- trova subito una buona accoglienza e, dati i suoi rapporti di amicizia da tempo consolidati, nel 1900 viene nominato a vita con lo stipendio di L. 960 annue. Questo aiuta a capire la ragione per cui nessun membro della giunta, capeggiata dal sindaco Francesco Pisano, abbia dato immediato seguito all’interpellanza del consigliere Serafino Peru il quale chiedeva al primo cittadino di spiegare il motivo per cui all’insegnante venisse regolarmente pagato lo stipendio quando questa « ha chiuso la scuola dagli ultimi di dicembre 1899 sino a metà aprile » del 1900, dandosi per malata mentre invece era noto a tutti che « se la passeggiava per Tempio ». Per questo chiedeva che si provvedesse a norma « dell’articolo 36 del regolamento emesso nel 25.09.1888 » in quanto « stante la sua assenza prolungata, diverse alunne hanno dimenticato ciò che avevano imparato e diversi genitori ne hanno ritirato le proprie figlie xii». Solo l’anno successivo, perché la situazione non era più sostenibile (l’à fatta scumpita), si sostituì la maestra Giovanna Maria Spano con Maria Nicolina Mossa. L’insegnante Mossa, aiutata dalla sorella Antonietta, restò in servizio fino al 1895. Agli inizi del ‘96 fu chiamata in servizio Stefania Piga, di Tempio, in modo da sostituire Maria Nicolina Mossa « cessata di vivere a Sassari nei primi di Gennaio ». La maestra Stefania, dimissionaria a conclusione dell’anno scolastico, viene sostituita da Laura Cossu xiii… Dopo Laura Cossu non si hanno più notizie sulle insegnanti della scuola femminile di Aggius. È probabile che qualcosa emerga nelle ricerche d’archivio ancora in corso, ma al momento più nulla si può aggiungere a quanto già detto. ■

NOTE i

VALERY (al secolo, Antoine-Claude Pasquin), “Viaggio in Sardegna” (1934), edizioni Illisso, Nuoro, 1996. Per conoscere le diverse faide (lotte intestine) che hanno segnato la storia del comune di Aggius Cfr. ANDREA MUZZEDDU, “Dalla realtà al mito -cronaca di storia minore”, in “Almanacco Gallurese”, anno 1995-1996 - rivista culturale a cura di Giovanni Gelsomino - Edizioni G. Gelsomino, Sassari. iii La frase riportata, che con efficacia sintetizza la preoccupazione locale, risulta scritta nel verbale del Consiglio Comunale di Aggius del 1862, riunitosi d’urgenza quando corse voce di una probabile soppressione della Pretura. La vera pace, in paese, non era ancora giunta, tanto che ci saranno altri morti ammazzati per vendetta, secondo le leggi non scritte in difesa dell’onore e della famiglia. La Procura di Aggius, comunque, cesserà il suo servizio nel 1890 quando con la Legge n. 6702 il Governo delineò una nuova Circoscrizione Territoriale nell’isola. Per saperne di più si rimanda a: PIERO BALTOLU, Aggius – la villa, il comune, la parrocchia nel 1800, Edizioni Pauletto, Milano, 1977. iv Cfr. ANDREA MUZZEDDU, Lu mastru, in “Almanacco Gallurese” anno 2008-2009 - rivista culturale a cura di Giovanni Gelsomino - Edizioni G. Gelsomino, Sassari. v PASQUALE VILLARI, “La scuola e la questione sociale”. In “Nuova Antologia”, 1872. vi Dell’insegnante Antonia Serra, escluso il nome e il periodo nel quale ha ricoperto l’incarico ad Aggius, non si hanno altre notizie. A tutt’oggi non sono stati reperiti documenti che riguardassero sia la sua provenienza, sia il suo stato civile e tanto meno le ragioni del suo trasferimento dovuto a dimissioni, licenziamento o altro motivo. vii ANDREA MUZZEDDU, “Una scuola per tutti” in “Almanacco Gallurese” anno 2006-2007 - rivista culturale a cura di Giovanni Gelsomino - Edizioni G. Gelsomino, Sassari. viii Cfr. C. C. 15.08.1880. ix Cfr. ANDREA MUZZEDDU, “Mammai di Peru”, in “Almanacco Gallurese” anno 1997-1998 - rivista culturale a cura di Giovanni Gelsomino - Edizioni G. Gelsomino, Sassari; “Il mondo di Lina”, in “Almanacco Gallurese” anno 2003-2004 - rivista culturale a cura di Giovanni Gelsomino - Edizioni G. Gelsomino, Sassari. x Cfr. il verbale del C.C. di Aggius del 05.04.1872. xi Cfr. il verbale del C.C. di Aggius del 27.09.1873. xii Cfr. il verbale del C.C. di Aggius del 26.12.1890. xiii Cfr. il verbale del C.C. di Aggius del 25.08.1897. ii

ALMANACCO gallurese 2010/2011 |

225


DAI SEQUESTRI AI CONFLITTI A FUOCO

I BANDITI NEL MUSEO


L U O G H I

AGGIUS UNA STORIA LONTANA PER FARE PACE COL PRESENTE di Gianfranco Ricci Foto di Mario Saragato

Aggius è oggi conosciuto e apprezzato per i suoi monti, per il suo panorama, per i suoi tappeti tradizionali, per i suoi suggestivi canti a tasgja che negli anni Venti stregarono D’Annunzio, per il suo museo etnografico che ogni anno viene visitato da migliaia di turisti. E naturalmente per tante altre cose. Ed allora, la domanda sorge spontanea: che c’entra Aggius con il banditismo e con la delinquenza?

A

pparentemente sembra non esserci alcun nesso. Ma chi conosce la storia criminale della Sardegna sa che non è così, perché Aggius è stato l’epicentro del banditismo gallurese per circa tre secoli: dalla metà del Cinquecento, in pieno periodo spagnolo, alla metà dell’Ottocento, sotto la dominazione sabauda. Durante questo lungo e travagliato arco temporale nel vasto e impervio territorio comunale di Aggius – che all’epoca inglobava gli attuali Comuni autonomi di Badesi, Trinità d’Agultu e Viddalba, con una superficie complessiva di oltre 300 chilometri quadrati – omicidi, agguati, furti di bestiame e danneggiamenti erano all’ordine del giorno. Lungo i lito-

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

227


rali delle cussorge più lontane prosperavano del tutto impunite orde di contrabbandieri e di abigeatari. Aggius aveva il più alto numero di latitanti e deteneva il primato assoluto nelle classifiche dei delitti di sangue e delle nimistai (faide). Molto spesso questi banditi si rifugiavano nella vicina Corsica, dove non mancavano amici fidati e favoreggiatori fedeli. Anche in Gallura, ovviamente, i ricercati corsi trovavano un sicuro ricovero per eludere le ricerche delle forze dell’ordine o dei nemici. Ma questo aspetto, se non erro, sarà approfondito, subito dopo il mio intervento, dal professor Dominique Orsoni, insigne docente presso l’Università di Corte. Esporre in pochi minuti gli avvenimenti che hanno caratterizzato questi tre secoli di storia criminale aggese è impossibile, ma non posso e non devo fare a meno, tuttavia, di richiamare in estrema sintesi le vicende più rappresentative. Iniziando proprio dal periodo spagnolo. Intorno al 1568, ad Aggius, rancori privati e vecchie inimicizie di famiglia divampano furiosamente, dando origine ad una serie interminabile di omicidi e di agguati. In questa sanguinosa faida si fronteggiano due clan molto potenti e determinati che coinvolgono, per via delle parentele e delle amicizie, buona parte della popolazione. Nel 1571 la situazione diventa insostenibile e il duca di San Germano, viceré di Sardegna, ottenuto il beneplacito del re di Spagna, decide di intervenire con un perentorio ultimatum: «Cessino i disordini o si proceda all’immediata distruzione della villa».

228 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

I rappresentanti delle famiglie in lotta promettono l’immediata cessazione delle ostilità, ma il viceré, che non si fida, pretende un atto formale, che viene sottoscritto ad Alghero il 10 settembre di quello stesso anno dinanzi al notaio Giovanni Rustayn. Nel 1639 il paese viene circondato da numerose truppe regie guidate da don Matteo Pilo Boyl per sgominare una banda di falsari che ha allestito una sorta di zecca clandestina sulle falde del monte Fraìli, a poche centinaia di metri dal centro abitato. I soldati però non riescono nell’intento, e gli aggesi continueranno a fabbricare illegalmente monete in rame chissà per quanto tempo ancora. Con i Piemontesi la situazione non migliora, anzi, banditismo e criminalità crescono a dismisura. Nell’estate del 1726 un rapporto molto dettagliato delle autorità locali attribuisce ad Aggius il ruolo di paese leader nel traffico clandestino di cereali, e pochi giorni dopo il viceré, conte Pallavicino di Saint Remy, interviene con un decreto che inizia così: «Essendo stato informato che gli abitanti della villa di Agius, dediti quasi tutti al contrabbando, sono soliti prendere il grano ed altri generi commerciali di cui fanno contrabbando dai villaggi e dalle località dell’Anglona. Così si organizzano in quadriglie…». Gli aggesi, dunque, stando alle autorità, sono tutti contrabbandieri. Negli anni Trenta e Quaranta del Settecento le campagne di Aggius – ed in particolare quelle intorno a Monti Cuccaru, oggi


L U O G H I

Aggius, 10.4/2010: i relatori del convegno sul banditismo. Da sinistra Giorgio Melis, Manlio Brigaglia, Piero Bardanzellu, Pietrino Soddu, Franco Farina, Mauro Mura, Gianfranco Ricci, Francesco Muntoni. in territorio di Trinità d’Agultu – diventano covi permanenti di numerosi banditi anglonesi e logudoresi. Molti di loro appartengono alle più eminenti casate aristocratiche di Nulvi, Osilo, Ploaghe e Chiaramonti, e vengono ospitati calorosamente da alcune famiglie locali. Dopo una serie negativa di scontri a fuoco, i militari riescono ad avere la meglio e a giustiziare, impiccandoli lungo la strada che conduce a Tempio, decine di ribelli. I più fortunati raggiungono il litorale e si rifugiano in Corsica. Il 28 aprile del 1737 il temutissimo viceré di Rivarolo rivolge le sue particolari attenzioni alle quadriglie criminali aggesi degli Spezziga, degli Addis-Tortu, di Pietro Puddacciolu e di Paolo Quirico Battino. Il pregone, scritto in lingua spagnola e firmato dall’alta autorità in occasione di una sua visita a Tempio, contiene le solite minacce ed una serie di rappresaglie nei confronti dei semplici pastori: « Sia lecito a chiunque di catturare e assicurare alla giustizia i banditi e possano anche, se questi non si arrenderanno al nome del Re, ucciderli. Affinché i banditi vengano privati di viveri e siano costretti a lasciare le montagne di Aggius, sarà più facile prenderli, si ordina che entro otto giorni i pastori portino via tutto il bestiame. A coloro che non rispetteranno tale termine sarà sequestrato il bestiame. Negli anni passati era stato imposto ai pastori di Aggius di perseguire e prendere i banditi di Aggius, imponendo una pena di 200 scudi a chi non lo effettuasse entro il termine stabilito. Termine che era stato più volte prorogato». In quel periodo gli aggesi non sono ben visti nemmeno in Anglona, dove il Delegato feudale li paragona addirittura ai Vandali e ai Visigoti, accusandoli di aver ucciso numerosi abitanti di Sedini per impossessarsi delle loro terre situate nella Bassa Valle del Coghinas. Risale invece al 21 agosto 1766 l’ormai famoso pregone del vi-

ceré Francesco Ludovico Costa, il cui testo integrale, opportunamente ingrandito e stampato su un grande pannello, è stato collocato sulla facciata dello stabile che ospita il Museo. Si tratta del pronunciamento in cui si minaccia la distruzione della villa di Aggius in quanto ritenuta «scandaloso ricovero e favore … di banditi e facinorosi». Sul versante popolare, però, la figura del bandito veniva assimilata spesso a quella del diseredato, caduto in disgrazia per motivi d’onore e quindi meritevole di rispetto e protezione. Alla fine del Settecento le imprese criminali dell’inafferrabile Pietro Mamia, soprannominato Luzitta, mitico bandito di Aggius, mettono in ginocchio le autorità piemontesi, che lo condannano a morte in contumacia per diversi omicidi. E il 15 luglio del 1801 Placido Benedetto, conte di Moriana, governatore di Sassari e del Capo di Sopra, emette un decreto con cui dispone l’invio di una spedizione militare ad Aggius per arrestare il «noto e celebre» bandito Mamia ed i suoi «parenti, aderenti e seguaci». Sarà tutto inutile e anzi, poco tempo dopo, le autorità governative centrali gli concedono addirittura la grazia per aver fatto fallire un tentativo di insurrezione armata voluta dal teologo di Torralba Sanna Corda e dal notaio cagliaritano Francesco Cilocco, entrambi esuli in Corsica e seguaci di Giovanni Maria Angioy. Nel 1818, vicino ad Aggius, alcuni malviventi tendono un agguato ad una pattuglia dei locali moschettieri, uccidendo un sottufficiale ed un militare di truppa. I sospetti cadono proprio su due banditi aggesi: Francesco Antonio Rabagna e Giovanni Pietro Mozzoni, che si danno alla macchia. Dopo pochi giorni le autorità sabaude, con un pregone di don Ignazio Thaon Revel, si scagliano contro l’intera comunità minacciando le solite rappresaglie. Dopo dieci anni, il 7 agosto 1828, don Giuseppe Tornelli, viceré di Sardegna, stigmatizzando un altro grave attentato commesso pochi giorni prima nelle campagne di Aggius in dan-

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

229


L U O G H I te le faide galluresi, e non solo per il terrificante tributo di sangue versato dai contendenti: circa 80 tra omicidi consumati e tentati in soli sei anni. Essa è ormai entrata nella leggenda, ed uno dei suoi principali personaggi, Sebastiano Tansu Addis, detto “il Muto di Gallura”, è diventato immortale grazie all’omonimo romanzo di Enrico Costa, che lo pubblicò per la prima volta a Milano nel 1884. Verso la fine dell’Ottocento il banditismo gallurese scompare quasi di colpo, e la Gallura appare, già agli inizi del Novecento, la più pacificata e pacifica delle sub-regioni isolane. I latitanti sono ormai rari, ed il fenomeno della criminalità non costituisce più un allarme sociale. Ebbene, ad Aggius, tranne qualche rara eccezione, si è continuato a vivere pacificamente, senza delitti di sangue e senza fuorilegge, fino a oggi. È cambiata la mentalità e il modo di percepire il diritto, che in passato costituiva soltanto un qualcosa di oppressivo ed era ritenuto incompatibile con le regole dei nostri rasgjunanti, i saggi del paese, le cui sentenze erano rapide e inappellabili. Ecco perché si è deciso di allestire un museo dedicato al banditismo senza correre il rischio di mitizzare la figura del fuorilegge e di esaltarne le sue gesta. L’obiettivo di questo museo, semmai, è esattamente il contrario: diffondere valori positivi per la costruzione di una mentalità che favorisca l’affermarsi della legalità e della moralità pubblica ad ogni livello.

no del commissario esattoriale Leonardo Satta, se la prende ancora con gli aggesi, «per la ripugnanza sperimentatasi in quella parte del Regno al pagamento dei contributi regi destinati a sostenere i necessari pesi dello Stato, e nell’odio dichiarato alle persone preposte alla riscossione dei medesimi ». Poi ci si mette anche il demonio, che si rifugia sul monte della Croce per imprecare in dialetto aggese contro l’intera comunità: «Agghju meu, Agghju meu, candu sarà la di chi mi t’aragghju a pultà in buleu in buleu?» (Aggius mio, Aggius mio, quando verrà il giorno in cui ti potrò portar via come un fulmine?). Ma questa è una vecchia leggenda, anche se, a scanso di equivoci, sulla cima del monte venne piantata una croce in ferro. Il diavolo cambiò sede ma in paese si contarono ancora numerosi morti ammazzati. La sanguinosa guerra privata tra le famiglie Vasa e Mamia, scoppiata ad Aggius verso la fine del 1849 e conclusasi con le paci di Tempio del 1856, viene considerata la madre di tut-

230 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

LA SCHEDA DEL MUSEO Allestito non a caso nel palazzo della vecchia Pretura, è situato nella zona più antica del paese. E proprio nei vicoli attigui a questo edificio, più di un secolo fa, furono commessi numerosi omicidi. Il percorso espositivo si articola in 4 sale: nella prima, al piano terra, si è tentato di ricostruire l’ufficio di un comandante di Stazione dei carabinieri del primo Novecento, perché l’Arma, come è noto, è sempre stata in prima linea nella lotta al banditismo sardo; la seconda sala, sempre al piano terra, propone la visione dei vecchi Cataloghi dei banditi e di altri interessanti documenti che risalgono al periodo sabaudo e italiano; in una vetrina è possibile osservare alcuni oggetti in legno lavorati a mano personalmente dal citato bandito aggese Sebastiano Tansu, “il Muto di Gallura”. Del “Muto” c’è anche un anello in oro, donato al Museo da privati cittadini; nella terza sala, al primo piano, sono esposte le armi da sparo, fucili e pistole, utilizzate normalmente sia dai banditi che dalla gente comune; qui il visitatore potrà beneficiare di un supporto multimediale che sarà attivato prossimamente; la quarta sala è invece dedicata alle sentenze e alle condanne a morte, ma accoglie anche altra documentazione e oggetti che vale la pena di vedere. ■


L U O G H I

Un esempio di insediamento a carattere industriale della seconda metà del XIX secolo di Giovanni Mulas

Moneta Il villaggio operaio di

a La Maddalena

I

l nuovo Stato italiano, all’indomani dell’Unità, aveva bisogno di dotarsi delle industrie e delle infrastrutture necessarie per garantire energie e risorse allo sviluppo della nazione. Inoltre era indispensabile unificare le flotte navali degli stati preunitari, costruire arsenali e porti in grado di garantire la difesa dello Stato. L’istituzione degli arsenali militari rientrava quindi nel progetto di militarizzazione e di difesa del territorio e nella necessità di potenziamento della Marina Militare attraverso la realizzazione di una solida rete organica e funzionale di infrastrutture logistiche, di sistemi di armamenti di difesa e di una estesa rete di porti. Tra i maggiori porti creati nel secondo Ottocento in Italia vanno considerati quelli nati essenzialmente in funzione della presen-

za delle basi della Marina Militare, dell’attività di cantieristica navale e di manutenzione che queste comportavano. In molti casi alla creazione di moderni stabilimenti industriali ed alla nascita e allo sviluppo degli arsenali militari marittimi, in particolare a La Spezia, a Taranto e a La Maddalena, si accompagnò la realizzazione di nuove città, villaggi e quartieri operai interamente pianificati e in alcuni casi in relazione con le strutture urbane preesistenti. Nel 1883 una apposita commissione incaricata di effettuare i sopralluoghi e i rilievi tecnici individuò il sito più idoneo dove far sorgere la stazione navale nella zona costiera a sud dell’isola di La Maddalena, posta tra punta Moneta e Cala Camiciotto; un vasto territorio abbastanza riparato dal ponente,

Ciclista sulle strade di Moneta (Coll. privata Ramon Del Monaco) ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

231


L U O G H I Veduta dei propilei di ingresso alla “città dei militari” Cantareddu e su Giaru nel 1905

Nel 1883 una apposita commissione incaricata di effettuare i sopralluoghi e i rilievi tecnici individuò il sito più idoneo dove far sorgere la stazione navale nella zona costiera a sud dell’isola di La Maddalena, posta tra punta Moneta e Cala Camiciotto, un vasto territorio abbastanza riparato dal ponente. fino ad allora quasi completamente disabitato, costituito per lo più da piccoli lotti coltivati alternati ad alcuni terreni più grandi incolti. Il criterio nella scelta dell’area era in linea con le strategie di sviluppo dei moderni cantieri navali e nella localizzazione degli stabilimenti industriali marittimi dove venivano privilegiati territori più possibile pianeggianti e aree più facilmente attrezzabili, urbanizzabili e suscettibili di ulteriori ampliamenti; spesso in zone acquitrinose, facilmente acquisibili a prezzi assai contenuti, facili da scavare e da sistemare con opere di banchinamento e di imbonimento delle spiagge. Quindi il 6 marzo 1887, con il decreto Crispi, venne istituita la piazzaforte militare a La Maddalena. La Cala Camiciotto, una profonda insenatura sabbiosa, con una spiaggia formata dall’apporto pluviale di un modesto corso d’acqua temporaneo che discendeva dalle degradanti alture di nord ovest, venne attrezzata come scalo tramite la realizzazione di una grande piattaforma di cemento, con un argano a mano e grossi anelli murati sullo scivolo, per favorire l’alaggio delle imbarcazioni; alle estremità si trovavano due banchine con i casotti per la guar-

232 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

dia. Lungo la banchina di levante sostavano i pontoni in legno attrezzati per il trasporto dei cavalli e soprattutto dei muli, indispensabili per spostare i pesi lungo gli impervi sentieri delle batterie. Presso Cala Camicia vennero realizzati i primi baraccamenti provvisori che ospitavano i condannati ai lavori forzati impiegati nella costruzione della base militare. Nel 1895, per eseguire i lavori necessari alla creazione e al mantenimento delle strutture militari e della base navale, viene istituito l’Arsenale della Marina Militare. Anche se questo stabilimento non rivestiva la stessa importanza di altri arsenali come quello di Taranto o di La Spezia, il cantiere doveva provvedere a molteplici e diversificati interventi, dalla manutenzione, riparazione e assistenza delle navi, dei macchinari, delle armi, degli edifici e di tutte le strutture militari dell’arcipelago, al controllo e all’intervento su tutti i semafori marittimi della Sardegna. Con il ristabilimento della piazzaforte militare si registrò un notevole ampliamento urbanistico e uno sviluppo generale esteso per circa sei volte l’area urbana di La Maddalena. Il tessuto urbano che ne derivò risultò fortemente connota-


L U O G H I to dalla giustapposirai specializzati, con un CASE OPERAIE A MONETA zione di due diverse alto grado di compeforme di città, con tenza, capaci di risolaspetti e funzioni divere, anche con l’inverse ma anche interventiva, situazioni di dipendenti. Ad ovest si emergenza e di fare estendeva la città stofronte alle carenze rica, borghese, mentre strutturali. Dal 1895 si ad oriente si svilupavvertì la necessità di pava la nuova città dei istituire una scuola almilitari con una sulievi operai in cantiere, perficie poco più che tuttavia si dovette doppia; una città indiaspettare il 1941 perché pendente non sovrapvenisse istituito, solleposta ma affiancata a citato dalle necessità quella borghese preedella guerra, il primo sistente. Dalla Piazza Umberto I, elecorso scolastico triennale. La scuola vengantemente definita da una serie di pane ospitata all’interno dell’Arsenale e diL’esempio di Moneta rappre- sponeva di un’aula, di uno spogliatoio e lazzine militari e dal palazzetto del Comando Marina, fino a Cala Chiesa, senta una singolare tappa nel dei locali per i servizi igienici; i ragazzi si estendeva un ampio territorio occuerano impegnati la mattina nelle leziotentativo di dare soluzione ur- ni teoriche e durante il pomeriggio nelpato da edifici militari, che culminava banistica al problema della re- l’apprendistato nelle officine. nei propilei di ingresso, gli edifici del corpo di guardia. Oltrepassata una Il Genio Militare realizzò le prime sidenza operaia. sbarra, presso la quale era obbligatorio case operaie a levante, a ridosso della farsi riconoscere, e superate le due ‘caPunta Moneta, consistenti in due blocsette’ del Corpo Reale Equipaggi, si acchi composti da 12 alloggi in linea ad un cedeva alla città militare vera e propria, cinta da mura, che piano, uno per gli scapoli e uno per famiglie, il cosiddetto “Vasi sviluppava fino all’estremità della Punta Moneta. In altre ticano”. Fra il 1894 e il 1896 per rispondere alla richiesta di piazzeforti militari marittime come La Spezia e Taranto, dove alloggi vennero trasformati in abitazioni numerosi magazzini l’area borghese era collegata a un hinterland, questo fenomeno e depositi e si costruì, lungo il muro di cinta a nord del candi stretta interdipendenza dalla città militare era meno sentiere, una serie di case in linea. Le case disposte su di una fila tito. A La Maddalena il carattere di insularità del territorio erano caratterizzate da una facciata comune, quelle poste al ha determinato un innesto particolarmente stretto e suborcentro risultavano le meno igieniche avendo le aperture su dinato tra i due centri, per cui l’equilibrio economico della due sole pareti opposte; le due case poste alle estremità si trocittà borghese ha risentito fortemente delle alterne fasi di svivavano invece in condizioni migliori. Si trattava di un tipo di luppo o di decadenza della città militare. case popolari molto economico preferito all’epoca da molti Nel 1891 inizia l’attività dell’Arsenale Militare o Officina industriali e da molte società. Al centro, tra le due schiere di Mista Lavori grazie all’arrivo di venticinque operai specializcase, si estendeva un ampio piazzale occupato al centro dal zati provenienti soprattutto dall’Arsenale di la Spezia e alculavatoio pubblico e dal forno comunitario; in quest’area, nel ni da quello di Taranto. La struttura organizzativa era suddi1935, vennero costruiti due grandi palazzi muniti di rifugio visa in due officine principali: Costruzioni e Artiglieria. L’atantiaereo e decorati con un grande fascio littorio nella facciata. tività prese pieno ritmo nel 1896 con interventi di manutenzione Il villaggio operaio di Moneta rientra tra gli esempi di inordinaria e straordinaria oltre alle ricorrenti operazioni di casediamento a carattere industriale che nella seconda metà del rattere più minuto. All’interno delle officine le necessità praXIX secolo vennero costruiti in diverse località. Nella fase tartiche del lavoro si dovevano misurare spesso con le difficoltà do ottocentesca prevalse il modello del quartierevillaggio estenburocratiche che rallentavano l’arrivo di nuovi macchinari o sivo completo di tutti gli organismi assistenziali e collettivi. Atdei materiali necessari, per cui i lavori talvolta non venivano traverso la loro realizzazione, secondo le utopie del primo Otportati a termine e ci si doveva arrangiare con i pochi mezzi tocento, si sperava di rispondere alle esigenze della classe opea disposizione. L’esperienza e l’ingegno dei capi operai conraia e alle drammatiche condizioni abitative. Per l’intervento sentì di superare queste difficoltà e di formare una classe di opedi alcuni imprenditori questi modelli di sviluppo urbanistico

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

233


L U O G H I e sociale vennero conVeduta aerea dell’Arsenale cretamente realizzati per garantire all’industria una organizzazione più razionale, vantaggiosa e produttiva. La creazione di comunità essenzialmente chiuse e autosufficienti, lontano dalla città consentiva di stabilire un legame assai stretto tra l’operaio e il ciclo di produzione della fabbrica. Sul piano dell’organizzazione e dell’assistenza gli imprenditori industriali più illuminati e le società più avanzate provvedevano all’organizzazione sociale dei lavoratori, attraverso un atteggiamento paternalistico e filantropico che garantiva uno sfruttamento più scientifico del lavoro e preveniva il pericolo di proteste che avrebbero potuto rallentare il ciclo produttivo. Non veniva trascurata nessuna forma di intervento a favore dei lavoratori, la casa, la scuola, l’assistenza sanitaria e alla maternità, la tutela pensionistica, l’addestramento e la scolarizzazione delle maestranze attraverso corsi serali di alfabetizzazione, cicli di colonie marine e montane e, per quanto riguarda i servizi, la creazione di unioni operaie di consumo, che vendevano generi alimentari a prezzi calmierati, mentre nel tempo libero si frequentavano le scuole serali di canto e di ginnastica, si organizzavano spettacoli di teatro popolare e la banda musicale. A Moneta si è tentato di risolvere separatamente i singoli problemi e di rimediare ai singoli inconvenienti senza tener conto delle loro connessioni e senza una visione globale del nuovo organismo cittadino; si è puntato a realizzare una città ma ci si è fermati alla dimensione del quartiere. Le abitazioni si presentano allineate come le monotone case bye-laws inglesi, non c’è ricerca di una estetica urbana o architettonica, l’esperienza si esaurisce nella forma chiusa del monoblocco in serie composto da case a schiera monofamiliari a un piano, l’unico modulo che definisce funzionalmente lo sviluppo planimetrico e spaziale dell’insediamento. Il resto degli edifici distribuiti all’interno del perimetro militare costituiscono la dotazione dei servizi principali, il Panificio o Gruppo Centro, l’Ospedale Militare con il villino liberty per l’alloggio del direttore e la chiesa militare, le caserme e il campo sportivo. Oltre agli alloggi la Marina Militare provvedeva alla erogazione dell’elettricità, con un impianto realizzato nel 1896, dell’acqua, attraverso la costruzione di numerosi depositi sotterranei o trasportandola con navi cisterna da Battistoni; finchè intorno al 1932 non venne realizzato l’acquedotto comunale. Veniva anche fornita la legna

236 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

ricavata dal disboscamento per la costruzione delle batterie militari ed inoltre la Marina metteva a disposizione i rimorchiatori e le motobarche militari che collegavano regolarmente la base militare di Moneta con La Maddalena e con Stagnali per il trasporto di persone e di merci. Nel 1893, per affiancare il servizio di trasporti via mare, vennero affittati per tre anni, dalla Ditta Perugina Angelo, una carrozza coperta, due cavalli e due carrozzini, risultati troppo costosi e poco capienti. Nello stesso anno venne proposta la realizzazione di una linea ferroviaria a scartamento ridotto in sostituzione del collegamento marittimo; la ferrovia non fu realizzata, tuttavia tra il 1899 e il 1900 vennero costruite ed equipaggiate due locomotive stradali a vapore, ‘Maddalena’ e ‘Caprera’, in grado di trasportare grossi pesi le quali vennero utilizzate solo verso il 1930 per il trasporto, lungo strade impervie, delle corazze protettive dei cannoni. I collegamenti via terra con il centro abitato di La Maddalena erano garantiti da un servizio di carrozze a cavalli che stazionavano a Piazza Umberto I. Dal 1898 fino alla prima guerra mondiale Emanuele Demutti effettuava il trasporto di persone in qualsiasi località dell’isola; a Demutti, nella gestione del servizio di collegamento con Moneta, subentrò Carmelo Serio. La Cooperativa iniziò la sua attività immediatamente dopo la registrazione presso il tribunale di tempio il 26 novembre 1896, la Regia Marina mise a disposizione i locali senza pretendere le spese di luce ed acqua. Si trattava del negozio più fornito che garantiva prezzi calmierati, gravati delle sole spese di trasporto; al suo interno, in mancanza di una farmacia vera e propria era custodito dal presidente della società, un armadietto farmaceutico contenente medicinali e specialità farmaceutiche di uso comune che non richiedevano prescrizione medica. Gli abitanti di Moneta provenivano da diverse località d’Italia e, trapiantati presso una base militare in una zona quasi disabitata, lontano dalla città, non cercavano occasioni per mescolarsi con i Maddalenini, ma trovavano nella vita di tutti i giorni motivi di aggregazione e di consolidamento dei rapporti sociali. Per molto tempo costituirono una comunità autonoma, con abitudini, tradizioni ed anche forme di linguaggio diversi. In questo erano favoriti dalla comune estrazione proletaria e dall’appartenenza alla medesima classe sociale ed eco-

Militare


L U O G H I nomica ed inoltre dalla convivenza alla quale erano abituati dal tipo di struttura urbanistica ed edilizia del villaggio. Alla ‘Disciplina’ come al ‘Vaticano’ o alle case a nord, la disposizione allineata delle abitazioni favoriva i rapporti di vicinato, lo scambio e la partecipazione reciproca alle vicende di ciascuna famiglia, questo garantiva il divertimento e lo svago soprattutto per i bambini che potevano scorrazzare liberi da una casa all’altra sempre controllati da genitori, da adulti o dagli anziani. L’attenzione dedicata all’istruzione elementare e professionale della popolazione giovane, che per definizione deve essere educata e plasmata, rappresentava un vero e proprio investimento aziendale a lungo termine, che rafforzava il meccanismo di sfruttamento del lavoro. A partire dal 1893, con l’arrivo dei primi nuclei familiari, si era resa necessaria l’istituzione di una scuola elementare. Nel 1895 il Genio Militare elaborò un progetto per la realizzazione di un fabbricato scolastico dotato di tre aule e i servizi. Purtroppo l’impegno finanziario per le spese della difesa assorbiva tutte le risorse e i soldi per la scuola non erano disponibili. Nel 1898 il Regio Commissario Straordinario del Comune fece una delibera per il regolare impianto di una scuola mista nella frazione “Cantiere”, che segnò la nascita ufficiale delle scuole di Moneta. La Marina Militare mise a disposizione dei banchi che vennero riadattati a spese del Comune. Oltre agli arredi l’amministrazione comunale doveva anche preoccuparsi degli stipendi, degli affitti e delle spese relative ai mezzi di trasporto degli insegnanti del Regio Cantiere. Quando nel 1909 la giunta comunale ritirò questa sovvenzione la Marina intervenne mettendo a disposizione dei maestri i rimorchiatori che servivano per collegare tra loro i diversi insediamenti militari. La mancanza di aule spinse ad occupare edifici privati e caserme militari come la Faravelli e la Sauro, presso la quale venne ospitata anche la prima scuola materna gestita dalle Suore di S. Vincenzo. L’istituto, decaduto dopo la morte della direttrice Suor Pia, venne ripristinato nel 1945 per rispondere alle pressanti richieste, provenienti da molte famiglie che ne avvertivano decisamente la mancanza. Il Comando Autonomo Marina Militare che decise di intervenire per creare una nuova scuola materna, sempre presso la Caserma Sauro, aveva posto la gestione dell’istituto sotto il proprio Centro Assistenza, imponendo un carattere privatistico che consentiva l’iscrizione solo ai figli dei militari; tuttavia in seguito alle proteste dei civili dipendenti dell’Arsenale questi ottennero di poter iscrivere anche i propri figli. Nel 1948, con la nascita dell’Ente Scuole Materne Autonome Sarde, venne aperta una scuola materna a Moneta che sostituì quella privata gestita dalla Marina. I locali erano dapprima quelli della Caserma Sauro, messi a disposizione dalla Marina e in seguito quelli del CRAL (Circolo Ricreativo Aziendale dei Lavoratori) fino a quando il Comune non ha costruito l’attuale sede delle Scuole Elementari e della Scuola Materna. La Caserma Sauro ospitava anche una

LA “CITTÀ DEI MILITARI”

LO SVILUPPO URBANISTICO DI LA MADDALENA

grande sartoria, gestita dalla Marina Militare, che offriva lavoro a tutte le donne che sapevano cucire. I militari fornivano i capi tagliati e tutto quanto occorreva per confezionare calzoni, giacche, mutande, camicie, asciugatoi, pancere. Nonostante l’Amministrazione Militare avesse tentato di impegnarsi negli aiuti in tutti i settori e si fosse dimostrata spesso disponibile a concedere i locali per svariate attività, sembrava piuttosto insensibile alle esigenze di natura spirituale, per cui la chiesa ebbe difficoltà ad inserirsi nel corpo sociale della comunità operaia di Moneta e dovette trovare ospitalità al di fuori della struttura militare, presso un edificio privato, prima di trovare , sempre al di fuori della Moneta Militare, un definitiva sede per il culto. Tuttavia anche il Circolo, detto il ‘Risorgimento’, principale luogo di svago e di divertimento, aveva sede fuori dagli impianti militari. Il locale era aperto tutte le sere e spesso, durante la settimana, venivano proiettati film muti accompagnati in sordina dalla musica di un orchestrina che eseguiva brani musicali adeguati alla trama e alle sequenze della pellicola, all’epoca priva del sonoro. Un’altra attività rivestiva un ruolo importante per la vita sociale e culturale di Moneta, era la Filodrammatica, nata per iniziativa di Casali Menotti che in una stanza della propria casa aveva allestito un teatrino, con le quinte dipinte da lui stesso, dove capitava talvolta di ospitare delle compagnie teatrali vere e proprie provenienti dal continente. L’esempio di Moneta rappresenta una singolare tappa nel tentativo di dare soluzione al problema della residenza operaia, questa particolare esperienza urbanistica si esaurisce e si risolve, tuttavia, nell’incapacità di offrire, da parte dello Stato, una risposta sufficiente alle istanze sociali generali della classe operaia locale. ■

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

237


calità Punta Molara, si trova il “Giardino della macchia mediter(Provincia di Olbia-Tempio) ranea”, un’area di interesse bota08020 San Teodoro - L.go E. Lussu, nico, geologico (grandi rocce tafoTel 0784.860999 - Fax 0784.865192 nate) e paesaggistico. www.comune.san-teodoro.nu.it San Teodoro non è solo mare, ha infatti zone umide di grande inteInformazioni turistiche resse, come il grande stagno, ricco Ufficio Turistico di pesce pregiato e popolato da 08020 San Teodoro - P.zza Mediterraneo 1 Tel/Fax 0784.865767 un’avifauna ed ittifauna numerosa www.santeodoroturismo.com e varia. Molto belli e interessanti gli Il Comune di San Teodoro si alinfo@santeodoroturismo.com stagni minori di Ghjlgolu, La Pilunga sul mare da nord a sud per para, Brandinchi, l’Iluledda ecc. circa 37 km, in un alternarsi di Ma, San Teodoro è anche campapittoreschi promontori, cale ben ridossate, bianche spiagge lunate, in uno dei paesaggi costieri gna, colline pittoresche popolate di vecchi stazzi e, infine più belli e straordinari dell’Isola, il clima è mite anche nei mesi montagna: il Monte Nieddu, il grande massiccio granitico invernali e mai troppo caldo d’estate. La cittadina dispone di che chiude a sud la Gallura, con Punta Magghjòri che ragstrutture commerciali e ricettive molto ben attrezzate e di ser- giunge i 970 m. É una montagna, selvaggia e aspra, di vizi efficienti e razionali in grado di rispondere alle richieste grande fascino che merita una visita attenta per la bellezza dei di un turismo sempre più esigente, nella costa Teodorina paesaggi e la ricchezza della flora e della fauna. Con un pò inoltre, nei pressi di Punta Sabbatino è attivo da tempo il di fortuna si potrà avvistare anche l’aquila reale. San Teodoro porto di Puntàldia, accogliente e ben attrezzato e a breve sarà offre inoltre la possibilità di sperimentare nei modi più svapronto il porto turistico-peschereccio in costruzione in loca- riati il binomio sport-natura, grazie infatti a realtà ben orlità Niuloni. Il litorale, come dicevamo, offre un’infinità di ganizzate è possibile praticare numerosi sport d’acqua, snorpiccole spiagge protette da pittoresche scogliere granitiche e keling, surf, kitesurf, sci nautico etc. Oppure sperimentare circondate dalla macchia mediterranea rigogliosa e profuma- l’ebreza del volo con gli aerei ultraleggeri nel vicino campo tissima. In alcune di queste cale solitarie la natura si è diver- di volo, dgiocare a golf, o ancora avventurarsi nell’entroterra tita a scolpire e plasmare monumenti di roccia dalle forme per scoprire la natura incontaminata della nostra terra prafantastiche e bizzarre. Nella zona di Montipitrosu, nella lo- ticando il trekking o la mountain bike. Il Comune di San Teodoro è ubicato nella parte nord orientale della Sardegna, a pochi chilometri dagli scali portuali e aeroportuali di Olbia, si estende per oltre 104 kmq e rappresenta oggi una delle realtà turistiche tra le più note e frequentate dell’Isola.

Comune di San Teodoro


COSE DA FARE E DA VEDERE

ospita reperti archeologici rinvenuti nel centro abitato di San Teodoro, nelle sue acque o in quelle limitrofe, a testimonianza dei traffici marittimi che interessarono le coste nelle fasi preistorica, fenicia e punica, romana, medievale e post-medievale.

La Laguna di San TeoPiatti tipici: Suppa Gaddhurésa, Li pulugioni, Li fioritti, Li chjusòni, doro Li taddarini Zona umida di grande Dolci locali: Niulèddi, Cucciulèddi milàti, Origlietti, Frisgiòli, Rujòli, Lu Coccu interesse, ricca di pesce Altri prodotti: Miele, Olio e Mirto di San Teodoro e da un’avifauna numerosa e varia. Nella sua area staziona una folta colonia di Fenicotteri Rosa. Il centro cittadino Il sentiero che la rende Merita una visita anche il visitabile si separa dal centro del paese di San mare e si modella in lunghe formazioni dunoTeodoro che nel periodo estivo diventa crocevia se dove troviamo mirti, rosmarini, ginepri, lendi numerose attività. La sera inoltre le vie con i tischi e cisti. In zona “Peschiera” troviamo alpiccoli negozi, i centri dell’artigianato e il mertri sentieri ed impianti sommersi di pesca ed un catino fanno da cornice a un’interessante pasittiturismo. È prevista inoltre la realizzazione di seggiata, resa ancor più piacevole dai caratteristici alcune torrette di avvistamento per volatili. locali all’aperto. Il monte Nieddu Il Monte Nieddu è una montagna, selvaggia, aspra e di grande fascino, che merita un’attenta visita per la bellezza dei paesaggi, per le rocce granitiche scolpite dagli agenti atmosferici, la ricchezza della flora e della fauna, le piscine e cascate naturali e un panorama mozzafiato. Tutta l’area è tutelata dalla legge regionale n. 31 del 1989 e la sua punta massima, Punta Maggiore, è di 970 m. sul livello del mare. Il Museo Archeologico di San Teodoro Il Museo Archeologico di San Teodoro ha sede presso il Museo delle Civiltà del Mare I.CI.MAR, in località Niuloni. Il museo

Dicembre Natale in piazza e mercatino natalizio Gennaio I fuochi di Sant’Antonio Febbraio-marzo Carnevale teodorino & Incontri di danza Aprile Una serata di tradizioni musica e danza popolare/ Festa della liberazione

L’Area Marina Protetta. Le bellezze naturali di San Teodoro sono rimaste immutate anche grazie all’istituzione, nel 12 dicembre 1997, dell’Area Marina Protetta di Tavolara-Punta Coda Cavallo. Il parco marino si estende da Capo Ceraso, a Sud di Olbia, fino a Punta l’Isuledda, a Sud di San Teodoro. La sua istituzione ha contribuito al mantenimento invariato di questo eccezionale patrimonio naturalistico, che racchiude aspetti geomorfologici, biologici ed ambientali unici nel territorio. L’AMP è visitabile in escursioni giornaliere con partenza dal porto di Porto San Paolo o da La Caletta, da Coda Cavallo o da La Cinta.

Festa di San Teodoro, festa patronale di San Teodoro / Saggi di Danza / Partita del sole, partita di calcio benefica Luglio Uan Ciu Free... Jazz - rassegna jazz / Sfilata di moda “Ambra Day/Luna” / Chita Gaddhurèsa, Settimana di eventi dedicati alla gallura / I suoni del vento e del mare, Tributo a Maria Carta

Maggio Pulimuci li spiagghj, giornata ecologica / Motomarea-Motoraduno / Agliòla, Rassegna enogastronomica gallurese

Agosto Dalla Sardegna in giro per il mondo, Rassegna musicale multietnica / Ferragosto teodorino & altri spettacoli ed eventi

Giugno Cavalcata del sole, Cavalcata motociclistica in fuoristrada Festa di Sant’Andrea, festa patronale di Montipitrosu Festa di Sant’Antonio, festa patronale di Straula

Settembre/Ottobre Kite Surf International, tappa Campionato / Tourist Trophy Adventure edizione Champions e Challenger, evento sportivo multisport / Raduno e mostra scambio auto-moto d’epoca


L U O G H I SAN TEODORO, COI SUOI 46 KM. DI COSTA, DI SPIAGGE SPLENDIDE NE HA VERAMENTE TANTE, MA SE UN FORESTIERO CHIEDE AD UN TEODORINO QUAL’È LA SPIAGGIA PIÙ BELLA, SI SENTIRÀ IMMANCABILMENTE RISPONDERE: «BRANDINCHI».

R

acchiusa tra il Capo Codacavallo a nord e Punta Sabbatino a sud, la spiaggia di Brandinchi (ma, forse, sarebbe più preciso dire le spiagge giacché in realtà sono due separate dalla breve punta di Capicciólu) è un luogo di grande fascino. Gli arenili bianchissimi punteggiati dalla macchia fitta e profumata, le acque dalle trasparenze e colori indescrivibili, il paesaggio dominato dal profilo tagliente di Tavolara, offrono emozioni indimenticabili e la pungente nostalgia di un ritorno. Alle spalle della fascia bianca della spiaggia, appena oltre le piccole dune, si distendono le acque pigre di due piccoli stagni lagunari, popolati da numerose colonie di uccelli acquatici, tra cui il fenicottero rosa.

Da covo di briganti e contrabbandieri a splendido luogo di vacanze di Salvatore Brandano

240 | ALMANACCO gallurese 2010/2011


Cala Brandinchi, la spiaggia

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

241


Il sito, che i galluresi della costa chiamavano un tempo “li Brandinchi”, prende il nome dai marinai di Brando, nell’alta Corsica, a nord di Bastia, che frequentavano coi loro bastimenti queste cale nascoste e ben ridossate, per i loro commerci (più spesso contrabbandi) tra la Gallura e la loro isola. Sopra

Cala Brandinchi da Marina di Lu Impo -stu

In passato la località godeva, e non a torto, pessima fama. Vittorio Angius, storico serio e ben documentato, ce ne dà una descrizione veramente poco lusinghiera: «Non è gran tempo - scriveva l’Angius intorno al 1840 - che il porto Blandinchi facea rammentare i pirati e ladroni di Strabone. Spesso scendevano in quella spiaggia i malviventi inquisiti, e i non inquisiti, che avevano asilo in Montenero dalla persecuzione della giustizia o de' nemici, o vi avevano la capanna e la greggia, e se alcun legno erasi posto sul lido saltavan su, uccidevano i marinari, scaricavano le robe, e affondavano la nave; se fosse un po' distante, adoperavano qualche frode per poter andarvi e andati su con le pistole e i pugnali facevansi padroni di tutto. Con certe zatte for-

242 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

mate da dogarelle, sulle quali i pastori soleano trasportare alcune greggie nelle isole vicine, osavano andare e assalire quei legni che si fossero ancorati un poco lungi dal lido». Insomma, veri e propri atti di pirateria e di feroce brigantaggio. Ma Brandinchi è legato anche ad un importante episodio della vita di Garibaldi. È l’autunno del 1867, l’aria è ancora mite, quando, proprio a Brandinchi, giunge Giuseppe Garibaldi, fuggiasco dalla Maddalena. Così l’“eroe dei due mondi” racconta nelle “Memorie” l’avventurosa fuga e l’imbarco clandestino a Brandinchi per raggiungere la costa toscana e di lì andare a liberare Roma. L’azione generosa fallì, come sappiamo. «Giunti sul territorio della Sardegna, e rimandata la bar-


L U O G H I

ca alla Maddalena, passammo il resto della notte in una specie di grotta che si trovava vicino alla fattoria di Domenico N., e verso sei del pomeriggio del 16 ottobre, dopo aver preso tre cavalli traversammo i monti della Gallura, il golfo e il paese di Terranova. All'alba del 17 ci trovammo sulle alture che dominano il porto di San Paolo. Non trovammo la barca che Canzio e Vigiani ci avevano promesso e trascorremmo così la mattinata in attesa, mentre il capitano Cuneo, nonostante la stanchezza di quindici ore passate a cavallo, si spinse verso il porto Brandinga dove si trovavano in effetti i nostri amici, che erano arrivati là, dopo molte peripezie, con la barca 'San Francesco'. Prima di lasciare la Sardegna, io devo una parola di gratitudine ai buoni amici che facilitarono la mia liberazione. I capitani Giuseppe Cuneo e Pietro Susini si adoperarono a mio favore in modo veramente lodevolissimo. Buoni, coraggiosi e molto pratici dei luoghi, essi mi servirono da guida e affrontarono i miei stessi rischi, i miei disagi, le mie fatiche… Domenico N. il proprietario della fattoria dove riposammo appena giunti in Sardegna, tolse addirittura il materasso dal letto dove giaceva la moglie malata per darlo a me affinché potessi riposare un po'. Egli inol-

Sopra

Brandinchi, Iris tra i sassi (zafferanetto di Sardegna)

Sotto

Cala Brandinchi

tre si diede da fare perché noi trovassimo i cavalli migliori, senza dei quali non avremmo mai potuto attraversare la Gallura. Tale è l'ospitalità del popolo sardo. Io sono innamorato dell'isola e sono certo che potrebbe diventare una terra grande e ubertosa, un autentico Eden, se il governo si impegnasse a dare un sia pur piccolo aiuto. Il 17 ottobre 1867, alle due del pomeriggio – scrive Garibaldi - abbracciai affettuosamente Canzio e Vigiani, a bordo della paranza 'San Francesco'. Essi avevano compiuto una missione difficilissima. Alle tre salpammo, con vento di scirocco. Al pomeriggio del giorno 18 avvistammo Monte Cristo…» ■

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

243


L U O G H I TESTI ESTRATTI DAL VOLUME

PALAU GUIDA TURISTICA E STORICA Testi e Fotografie: Barbara Calanca Editore: Paolo Sorba (2009) Pagine: 176 - Costo di copertina 15 euro

Il passaggio delle Bisce

Il libro corredato di numerose fotografie a colori, cartine degli itinerari, piantine e tutte le notizie utili al visitatore si sviluppa in dieci capitoli: • Il paesaggio e la natura • Preistoria e storia • Itinerari tra storia e natura • La civiltà degli stazzi • Una passeggiata in paese • Porto Rafael tra storia e leggenda • Navigare lungo costa • Le spiagge più belle e gli angoli più nascosti • Alla scoperta dei fondali • Da Palau a Porto Cervo: cuore della Costa Smeralda • Informazioni con numeri di telefono utili


“Parau”: fra storia e turismo Testo e foto di Barbara Calanca

PALAU

Omero narra che Ulisse, alla ricerca dell’acqua per l’approvvigionamento della sua piccola flotta, approdò nei pressi di una fonte detta “Artacia”, ubicata in una località identificata da alcuni studiosi nel Promontorio dell’Orso (Arcti Promontorium), una zona abitata dai Lestrigoni, popolazione d’antropofagi. La leggenda di Ulisse è contemporanea alla civiltà nuragica (Omero scrisse l'Odissea nel VIII a.C. e la guerra di Troia si svolse nel XIII a.C., in piena età del Bronzo Medio).

ALMANACCO gallurese 2009/2010

|

245


Il territorio di Palau fin dall’antichità fu luogo di passaggio e rifugio per piccole comunità come testimoniano i ritrovamenti di utensili d’ossidiana, risalenti al Neolitico; i resti delle tombe e dei nuraghi dell’età del Bronzo, gli importanti ritrovamenti subacquei di epoca romana tra Punta Sardegna e l’isola di Spargi. Sopra

Capo Orso A fronte, dall’alto

Capo Ferro Tomba dei Giganti “Li Mizzani”

“PARAU” (toponimo con cui la località è indicata nelle prime carte catastali piemontesi) affonda le sue radici nell’habitat disperso degli stazzi che, già nella prima metà del 1800, sorgevano numerosi nell’entroterra, lungo la valle del fiume Liscia, abitati da quei pastori - agricoltori che costituiranno, in seguito, le prime famiglie del paese. La vita della comunità residente iniziò ufficialmente nel 1875, quando il proprietario terriero Giovan Domenico Fresi, detto “Zecchino”, originario della campagna gallurese, costruì la prima casa nella piazzetta che, ancora oggi, porta il suo nome. Fino a quel momento l’unico centro abitato della zona era la dirimpettaia isola di La Maddalena che, a sua volta, aveva iniziato a popolarsi stabilmente nel 1767, con l’occupazione militare da parte del Regno sardo-piemontese.

246 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

La storia di Palau comincia a essere strettamente legata al destino di piazzaforte militare di La Maddalena con la costruzione, dal 1887, delle strutture di Monte Altura, Barragge e Capo d’Orso, utili al rafforzamento del sistema difensivo costiero, già presente nell’Arcipelago. Inizia un legame indissolubile che vede uniti i due Comuni nella storia: dalle vicende drammatiche delle guerre mondiali a quelle più amene dello sviluppo turistico. TRA STORIA E NATURA: LA TOMBA DI GIGANTI “LI MIZZANI” Intorno al XVIII secolo a.C. si sviluppò in Sardegna una delle più originali culture del Mediterraneo: la civiltà nuragica, caratterizzata da un tipo di costruzione megalitica ampiamente diffusa in tutto il territorio, il nuraghe. Fu il centro della vita


sociale delle tribù dei nuragici, una delle civiltà più misteriose e meno conosciute del Mediterraneo. Ancora oggi, archeologi e storici s’interrogano sui costumi dell’antico popolo sardo e il nuraghe è tuttora il simbolo più noto della Regione. Nel territorio di Palau è stata accertata, fino a questo momento, la presenza di quattordici nuraghi: Luchìa, Barrabisa, Monte Canu, Li Pinnetti, San Giorgio, Sajacciu, Pulcheddu, La Casedda, Chimintoni, Chjainu, Cuconi, Maltineddu, Lurisincu o Calciolu. Nelle vicinanze dei nuraghi potevano essere erette delle costruzioni funebri note come “Tombe di giganti”: un altro elemento architettonico caratteristico della Sardegna. Dislocate sull’intero territorio regionale, avevano una funzione legata al culto dei morti, come tombe monumentali. Il loro nome attuale nasce, in epoca storica, dalla fantasia popolare che credeva che ogni sepolcro contenesse il corpo di un solo uomo di statura gigantesca o di un eroe. Oggi, invece, sono ritenute tombe collettive usate, nel tempo, da tutta una famiglia o da un clan. Nel comune di Palau, fino ad oggi, sono conosciute due tombe di giganti: Sajacciu e Li Mizzani. Per visitare quest’ultima, dall’abitato di Palau si prende la Strada Statale 133 per Santa Teresa Gallura. All’altezza del ristorante “Vecchia Gallura” un cartello marrone sulla sinistra indica la zona archeologica. Si prosegue sulla strada secondaria per circa 4,5 chilometri. Attraversata un’ampia vallata, si affronta una ripida salita fino ad arrivare alla segnaletica della zona archeologica Li Mizzani, ben visibile sulla destra.

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

247


Punta Sardegna Tutta la zona dove si erge il monumento si presta, specie in primavera, ad amene passeggiate per via delle differenti fioriture di svariati colori: l’intenso viola dei cespugli di lavanda selvatica, il bianco tappeto delle margherite, il giallo acceso delle ginestre. La posizione elevata permette di spaziare, a nord, sul magnifico panorama del mare delle Bocche, fino a distinguere, nelle giornate di buona visibilità, le bianche scogliere calcaree di Bonifacio. La tomba di giganti Li Mizzani risale alla II fase dell’Età del Bronzo Medio (1500/1200 a. C.). E’ allineata in posizione est-ovest su un terreno pianeggiante. La larghezza totale è di circa due metri e quaranta, mentre la vera e propria camera tombale è larga un metro e lunga sei. Si tratta di una tomba di modeste dimensioni, ma molto ben conservata rispetto alle altre. Gli ortostati a destra della stele sono sette, di un’altezza limitata (ottanta centimetri) su una fila lunga complessivamente circa sette metri. La tomba si è conservata intatta sino al 1918, anno in cui fu scoperchiata dai ricercatori di tesori. Le pietre spezzate della copertura furono usate per la costruzione di uno stazzo poco distante e per la lastricatura della rispettiva aia. La stele monolitica è invece sempre stata nella sua originaria posizione. Le sue dimensioni sono di m. 2,80 d’altezza per m. 1,55 di larghezza, per uno spessore di 20-25 centimetri. Il portello, da cui erano introdotti i cadaveri nel vano sepolcrale, misura 55 centimetri di larghezza per 66 centimetri d’altezza. Dalle dimensioni della tomba e della struttura del monolite si può desumere una popolazione (o clan) non particolarmente potente o ricca, giacchè tutto il complesso ap-

pare sostanzialmente ridotto, rispetto ad altri monumenti simili. Va rilevato inoltre che esso appare un po’ più recente rispetto ad altri della Gallura. Rappresenta un’opera decisamente armoniosa, che appaga l’occhio e consente al visitatore di cogliere esemplarmente, già al primo sguardo, carattere e struttura di queste tombe. Il materiale rinvenuto nella tomba è esiguo per la depredazione subìta alla fine dell’800. Sono stati reperiti solo sei pezzi integri, tra cui dei tegami e un piattino miniaturistico in terracotta. A sud, al centro del versante della collina di fronte alla tomba, è possibile scorgere i resti della muratura, ormai crollata, del nuraghe Luchìa. Guarire al tocco dei giganti Attorno alle tombe di giganti negli ultimi anni è cresciuto un nuovo interesse. Il sito archeologico Li Mizzani è diventato meta di persone d’ogni età e provenienza, durante tutto l’arco dell’anno, con picco massimo nella bella stagione. È credenza che certi luoghi, grazie ad una loro “energia” particolare, favoriscano nell’individuo un rapporto più intimo con se stesso e donino un senso di serenità a chi li visita. Lo studioso Mauro Aresu, nel suo libro Uomoterra, ipotizza che i monumenti nuragici fossero stati eretti seguendo delle linee che univano dei punti di particolare magnetismo, influenti sulla salute dell’uomo. Anche l’architetto Maurizio Giudice, nel suo lavoro Echi Ancestrali, avanza nuove teorie sull’incidenza del magnetismo terrestre in relazione all’orientamento delle tombe di giganti e di tanti altri monumenti di differenti epoche storiche.

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

249


L U O G H I

La valle del Liscia è d’impostazione tettonica. Seguendo il corso del fiume a ritroso si possono individuare tutta una serie di terrazze, dai 20 ai 200 metri.

Itinerario: da Monte Canu al fiume Liscia

La tomba di giganti non rappresenterebbe solamente un cimitero collettivo, bensì anche una struttura destinata al culto della rigenerazione dell’energia vitale. La teoria è che il terreno dove si trovano le tombe di giganti emani dei flussi energetici, mentre la stele fungerebbe da catalizzatore. Seduti sotto la stele, lungo i sedili di pietra dell’esedra, ci si troverebbe, quindi, in perfetta armonia tra terra e cielo e si avvertirebbe una sensazione di benessere e di rilassamento profondo: questi antichi luoghi sacri ci aiuterebbero a riequilibrarci. Già nell’antichità, vi si svolgevano i cosiddetti “riti di incubazione”: cioè pratiche che avevano una funzione terapeutica e di cui ci parlano autori greci e latini. Aristotele racconta che in Sardegna vi erano degli eroi presso le cui tombe andavano a dormire coloro che volevano liberarsi dagli incubi. Gli incubi erano le allucinazioni, le ossessioni, le manie, ma anche la possessione da spiriti maligni e le convulsioni epilettiche, cioè i disturbi del sistema nervoso e i gravi traumi psichici. Quando ci si recava presso le tombe di giganti per la guarigione, come narrano le antiche cronache, si sostava per cinque giorni e cinque notti: il tempo necessario per cadere in un sonno così profondo da togliere ogni coscienza del

tempo; per arrivare ad un risanamento oppure ottenere, attraverso il sogno, le indicazioni per la cura. E’ interessante, a questo punto, citare le parole di Aristotele quando accenna all’incubazione in Sardegna: “… L’esistenza del tempo non è neppure possibile senza quella del cambiamento; quando infatti noi non cambiamo niente entro il nostro animo o non avvertiamo di cambiare, ci pare che il tempo non sia trascorso affatto: la stessa sensazione dovrebbero provare quegli uomini addormentati in Sardegna, come si racconta, accanto agli eroi, qualora si destassero: essi infatti accosterebbero l’istante in cui si assopirono con l’istante in cui si sono destati e ne farebbero una cosa sola togliendo via, a causa della loro insensibilità, tutto ciò che è intercorso”. (Aristotele, Fisica, IV, 11-1). LA VALLE DEL FIUME LISCIA: CUORE DELLA CIVILTA’ DEGLI STAZZI L’entroterra di Palau offre un emozionante ed interessante percorso ad anello che può essere fatto in macchina o, meglio ancora, in mountain-bike. Si articola su un terreno non particolarmente accidentato, si sviluppa per circa venticinque chilometri intorno al Monte Canu e costeggia, nella seconda parte, la riva destra del fiume Liscia in un’area naturalistica molto bella. Si parte da Palau e si percorre la strada asfaltata SS133 che conduce a Santa Teresa Gallura. All’altezza del ristorante “Vecchia Gallura”, si prende la deviazione, a sinistra, per la zona archeologica e si prosegue lungo la strada che conduce alla tomba di giganti Li Mizzani. Il paesaggio è arricchito da boschi di querce, ginepri, corbezzoli, ginestre e da una magnifica vista sulle cime del massiccio granitico di Monte Canu.

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

251


L U O G H I

In questo primo tratto del percorso, specie in primavera, può capitare di fare degli incontri interessanti: a volte le pernici in coppia attraversano rapidamente la strada. Oppure, molto più lentamente è la tartaruga di Herman (quella comune), qualche volta anche la più rara tartaruga terrestre impongono una brusca frenata. In questo caso è meglio spostarle lungo i bordi della carreggiata, in luoghi più sicuri per loro! Dopo i primi nove chilometri, superata la tomba di giganti Li Mizzani, un cartello indica la fine del territorio di Palau: si continua fino ad incontrare un vecchio stazzo sulla sinistra. La strada asfaltata termina davanti a un terreno privato, chiuso da un cancello di legno. Da qui, si diramano due carrarecce secondarie: imboccare quella di destra. In questa parte del percorso ci sono diverse cave di granito ai piedi delle colline che non costituiscono certo un bel panorama! Superato un poligono di tiro, si gira ancora a destra per fiancheggiare, in un tragitto lineare e pianeggiante, il fiume Liscia: con i suoi 70 chilometri di lunghezza e un dislivello di circa 1000 metri fra la sorgente (il monte Limbara, quota 1359) e la foce, è il più importante della Gallura. Oltre ad esso, la rete idrografica del territorio di Palau presenta numerosi corsi d’acqua minori, per lo più a carattere torrentizio, come il Rio Surrau e il Rio Scopa. La valle del Liscia è d’impostazione tettonica. Seguendo il corso del fiume a ritroso si possono individuare tutta una serie di terrazze, dai 20 ai 200 metri. Dai ripiani sporgono piccoli gruppi montuosi detti “serre” (dal sardo sega per la loro conformazione, simile ai denti di una sega) testimoni di un’intensa erosione. Il corso d’acqua è bordato di ontani neri e, in primavera offre, in alcuni punti, uno spettacolo indimenticabile: al centro del fiume il tappeto bianco dei fiori del ranuncolo acquatico si associa a quello delle margherite nei prati lungo la riva! Le aree umide attirano stormi d’uccelli e costituiscono un transito importante per l’avifauna lungo la gran rotta migratoria, tra le zone africane e quelle europee, attraverso la Sardegna e la Corsica. Ci si può imbattere in uccelli maestosi come il germano reale o il falco di palude. Lungo la val-

252 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

lata del Liscia, popolato di gallinelle d’acqua, sono numerosissime le folaghe. Sulle sponde del Liscia nidifica il gruccione, dal piumaggio variopinto, una specie che predilige le campagne, dove abbondano gli insetti di cui si nutre. A metà tragitto, in una vecchia cava di granito, i macchinari abbandonati e ormai arrugginiti giacciono inerti: una visione inquietante che stride con l’atmosfera bucolica e idilliaca del paesaggio circostante. Si prosegue parallelamente alla riva, fino a superare un ponticello che ricollega alla statale 133 di Tempio. Dopo il bivio per Palau, passato il ponte sul Liscia, si gira subito a destra, imboccando una stradina secondaria, sterrata, lungo la riva destra del fiume. Ci si ritrova, così, in una zona che alterna pianura e collina, disseminata di stazzi, greggi di pecore e mandrie di buoi al pascolo. Si prende la prima strada, a destra, che sale tra le colline: è la stessa dove si trova la tomba di giganti Sajacciu e la chiesetta campestre di San Giorgio e che riconduce alla SS133 all’altezza del ristorante “Vecchia Gallura”. Viaggiando nella valle del Liscia e nell’area di Monte Canu, si notano spesso delle case basse e rettangolari sparse qua e là, molto simili nella forma: sono gli stazzi, elemento caratteristico del paesaggio. Dal latino statio, il termine inizialmente indicava la casa di campagna, in seguito fu esteso all’intera proprietà. Furono costruite da gruppi di pastori e contadini còrsi che alla fine del XVII secolo praticavano la transumanza sulle coste sarde e sulle isole dell’Arcipelago di La Maddalena. Tra gli stazzi, ben presto, si stabilirono rapporti di vicinato o di parentela che si manifestavano con incontri comunitari e scambi di aiuti reciproci, dando vita a quella che viene definita la “Civiltà dello stazzo”. Posizionate sulle due rive opposte del fiume Liscia, le due chiesette campestri di San Michele e San Giorgio costituivano per gli abitanti della valle del Liscia dei luoghi di socializzazione e di festa. Oggi, questo mondo non esiste più. La crisi produttiva ha portato a un lento ed inesorabile spopolamento degli stazzi


L U O G H I Pagina a fronte, da sinistra

Stazzo La batteria di Talmone in primavera In questa pagina

Itinerario: la batteria di Talmone (Punta Don Diego)

e l’avvento dell’industria turistica intorno agli anni ’60 ha costituito un irresistibile richiamo per le nuove generazioni. La presenza di qualche pastore della Barbagia o di qualche turista inglese o tedesco, pur non ricostituendo quel mondo, in qualche modo lo fa rivivere ed è possibile imbattersi in queste case abitate da pittori, attrici o grandi viaggiatori, felici di aver eletto lo stazzo a proprio rifugio. ALLA SCOPERTA DELLE FORTIFICAZIONI. LA BATTERIA DI TALMONE Fino al 1857 il sistema difensivo del Regno Sardo interessò principalmente le isole di La Maddalena e di Santo Stefano, mentre le coste di Palau, per lo più disabitate, furono trascurate. Con l’Unità d’Italia (1861), si pose in modo nuovo il tema della necessità di un moderno sistema difensivo più adeguato alle nuove tecnologie nel campo degli armamenti. Dal 1887, Palau divenne importante come punto strategico per la difesa militare e furono costruite batterie di grande potenza tra Punta Sardegna e Punta Tegge (La Maddalena) e tra Capo d’Orso e Santo Stefano. Sulla costa furono costruite le Opere di Monte Altura, Baragge e Capo d’Orso. Dopo il 1914, il progresso nel campo dell’aviazione rese il sistema vulnerabile ad un attacco aereo e fu indispensabile ricorrere ad impianti costruttivi basati sul più rigoroso mimetismo. Nacquero così, tra la Prima e la Seconda guerra mondiale, le batterie più periferiche, edificate in calcestruzzo e ricoperte poi da massi di granito, disposti in modo tale da confondersi con l’ambiente circostante: a Palau fu costruita la batteria Talmone. Per arrivare alla batteria Talmone a Punta Don Diego si percorre un sentiero che costeggia uno dei tratti di mare più belli e più nascosti di Palau. Il panorama e la piccola baia

omonima da soli meritano la visita. L’inizio del sentiero è contrassegnato da un arco in muratura che invita all’esplorazione di Porto Cuncatu e più precisamente di Cala Scilla, con i suoi massi granitici dalle forme singolari che affiorano dal mare. Seguendo il sentiero sulla destra, senza mai perdere di vista la costa, si supera un muretto a secco e si sale fino ad un intricato boschetto di lecci e corbezzoli circondati dal pungitopo. Dopo una breve discesa, si arriva ad un tratto di costa dove si aprono tante piccole insenature, una più bella dell’altra, racchiuse tra rocce dalle forme più svariate e acque cristalline. La primavera è il periodo ideale per osservare le fioriture dei litorali sabbiosi che, insieme ai massi granitici grigio-rosa dalle linee fratturate, rendono l’ambiente spettacolare. La vegetazione discontinua delle rocce granitiche ospita diverse specie di licheni e d’endemismi come il limonio delle Bocche (Limonium articolatum) e il becco di gru corso (Erodium corsicum), una piccola pianta con delicate corolle rosa. Alle spalle della spiaggia, è ben visibile la strada militare che porta alla Batteria di Punta Don Diego. Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale era sotto il comando Difesa Antinave Nord di Guardia Vecchia. Era armata dalla Marina con tre pezzi e due mitragliere per la difesa ravvicinata. A pochi passi sorgeva la stazione di vedetta, anch’essa provvista di due mitragliere. La caserma, costruita a fianco, ospitava i marinai, i sottufficiali e gli ufficiali addetti al mantenimento dell’Opera. Attualmente, questo edificio è stato ristrutturato dal Fondo Italiano per l’Ambiente (F.A.I.). La vista spazia sulle Bocche di Bonifacio, con l’alto profilo dell’ isola di Spargi di fronte: per questa sua posizione l’itinerario offre anche la possibilità di poter osservare l’avifauna marina della zona. ■

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

253


SARTI, SARTINE E I R O T R A S E


P E R S O N E

Ricordo di alcune sartorie tempiesi del secolo scorso: cronache, note biografiche, aneddoti, considerazioni. di Marilena Selis

Fino agli anni Sessanta, i mitici anni della crescita economica che apportarono radicali cambiamenti nelle nostre abitudini quotidiane, quando occorreva un nuovo abito, era necessario andare dal sarto. L'abito nasceva allora dalle mani esperte di sarti e sartine che lo confezionavano “ad personam”come un capo unico ed originale, tenendo conto di ogni elemento della struttura fisica di ciascuno tanto da fargli assumere, a lavoro ultimato, i caratteri... somatici di chi doveva indossarlo; inoltre l'abito non doveva fare una grinza e doveva rispondere alle esigenze estetiche di chi lo ordinava che veniva guidato nelle scelte dalla maestria dell'artigiano.

A

causa della chiusura della stragrande maggioranza delle sartorie, la figura tradizionale del sarto è diventata ormai rara così come quella della sartina. La sartina era una giovane apprendista che frequentava il laboratorio del sarto per impararne il mestiere e diventare quindi sarta a sua volta. Non si deve confondere questa figura di lavoratrice con quella dell' “operaia” che svolge invece la sua attività in fabbrica, spesso a contatto con le macchine, per produrre oggetti di serie! Le sartorie erano frequentate anche da giovani apprendisti che in un secondo momento proseguivano l'attività autonomamente. Il lavoro artigianale del sarto, nonostante necessiti di conoscenze di carattere tecnico, è sostanzialmente un lavoro creativo che nelle sue migliori espressioni coincide con quello artistico.

Chi di noi ha qualche dubbio sul fatto che il sarto Valentino, per esempio,sia un vero e proprio artista? Alcuni suoi abiti sono esposti in uno dei più importanti musei del mondo:il Metropolitan di New York! In questo scritto intendo evocare il ricordo di alcuni sarti ormai scomparsi da me conosciuti personalmente, raccontare gli episodi della loro vita e della loro attività che mi sono stati riferiti da figli,nipoti e collaboratori, perché non vada perduta la memoria di un lavoro artigianale tanto diffuso e animato dallo spirito genuino di quel tempo ormai trascorso nel quale poter ritrovare le nostre radici culturali, sociali ed affettive... Essendo io stessa figlia di uno di loro, mi soffermerò soprattutto sulla figura di mio padre scomparso prematuramente e proverò a farlo rivivere attraverso il racconto delle vicende più significative della sua esistenza. Di altri che sono ancora tra noi, riferirò del mio piacevole incontro con loro, preziosi testimoni di un'epoca lontana...

Pagina a fronte

Ricordo della Scuola internazionale di Taglio del prof. Rocco Aloi, frequentata nel 1932 da Pietro Selis.

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

255


P E R S O N E

Secondo quanto riferito da una delle persone da me intervistate, l'occupazione nel lavoro sartoriale a Tempio fu talmente rilevante da essere superiore, intorno al 1948, a quella del settore sughericolo: si contarono allora novecento operai nei sugherifici e ben novecentosessanta lavoranti nelle sartorie!

Foto sopra

La sartoria Manconi: 14 giugno 1930. Si riconoscono: Nicola Manconi a destra in piedi in abito scuro e camicia bianca. Davanti a lui in basso seduta sulla panca, la figlia Caterina. In prima fila, la terza da sinistra, seduta, Dina Rau, al suo fianco a sinistra Elisa e a destra Mariuccia Picceri. In terza fila: quinto da sinistra, in piedi, con basco e metro al collo, il sarto Scollo. Terzo da destra, Ettore. Sesta da sinistra Annina Salvatico. Secondo da sinistra mio padre Pietro Selis.

NICOLA MANCONI La più grande sartoria tempiese della prima metà del secolo scorso fu quella di Nicola Manconi (Nicola lu Gobbu), in Corso Matteotti, a solo due passi da Piazza di l'Ara, nell'edificio che ospita oggi il bar Living e precedentemente in quello attiguo. In questo laboratorio artigianale lavorarono da ottanta a centoventi persone tra le quali anche mio padre Pietro Selis venuto giovanissimo da Luogosanto per stabilire i primi contatti col mondo della sartoria intorno al 1926; proprio in questa sede un gran numero di sartine ebbe l'opportunità di apprendere il mestiere prima di mettersi in proprio; conoscere l'arte del cucito significava allora possedere mezzi sicuri per vivere, dato che nessuno poteva far a meno di rivolgersi al sarto per... avere un abito!

256 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

Niente di meglio, per conoscere quella realtà, dell' ascoltare le testimonianze di qualcuno che abbia lavorato in quella sartoria... Ma di anni ne sono trascorsi tanti ed in un primo momento mi sembra di capire che tutti i collaboratori del signor Manconi siano passati a miglior vita. Mentre rifletto su questo tema, come per incanto, mi chiama un'amica che vive a Sassari alla quale riferisco della ricerca che mi accingo a fare. Lei mi indica il nome di una sartina ancora vivente e residente a Tempio, che, sebbene avanti con gli anni, può essere testimone di quell'antica realtà. Cerco subito il suo nominativo sull'elenco telefonico e l'indomani di buon'ora sono già a casa sua. Si chiama Elide Rau. La signora,sebbene ultranovantenne, è in splendida forma! Infatti dimostra


P E R S O N E circa vent'anni meno grazie al suo aspetto curato e al carattere vivace e deciso. Ella ricorda che durante le ore di lavoro nella sartoria c'era sempre un 'atmosfera di serenità ed allegria e che il suo principale si mostrava cordiale e disponibile. La sartoria era dotata di un'uscita che dava sul retro dell'edificio e che veniva utilizzata in circostanze diverse. Il signor Manconi, sempre di buon umore, ma arguto e pungente, riceveva tante visite di persone che si fermavano a chiacchierare con lui per delle ore, tra le quali alcune di convinzione politica opposta alla sua, come per esempio dottor Ciboddo, sacerdote di idee liberali, nonché professore di liceo di grande cultura (aveva conseguito ben quattro lauree!) ed Attila Corda, uno dei più noti esponenti del partito fascista tempiese che quando entrava nel locale salutava alzando con decisione il braccio verso l'alto secondo lo stile... fascista, come per provocare la reazione del sarto che non tardava ad arrivare... “O Attila, ...vaf......ulu”. Signora Elide dichiarò sempre al Manconi, il quale ebbe un ruolo di primissimo piano nella storia del partito comunista locale, che non avrebbe mai votato per quel partito e di non provarci nemmeno a chiederle il voto; nonostante ciò, non provocò mai l'ira del sarto che appariva anzi comprensivo, tollerante e contento della lealtà della signorina. Arriva invece da altra fonte una notizia adatta a mettere a fuoco quale fosse la difficile situazione economica del tempo... Riferirla allora avrebbe significato fare un pettegolezzo e umiliare una persona, ma oggi non conosciamo i nomi dei protagonisti perciò non esito a raccontarla. A lavoro ultimato, il sarto era solito effettuare le consegne tramite le sue lavoranti che, appoggiato l'abito sull'avambraccio, lo coprivano con un telo e si recavano quindi all'abitazione del proprietario;un giorno, in una di queste circostanze, le sartine erano in tre ed una di loro rubò una salsiccia dalla cucina del cliente durante un momento di distrazione della padrona di casa; allora le altre due, spaventate, fuggirono abbandonando la compagna... senza un apparente motivo, suscitando, sembra di capire, domande senza risposta nei padroni di casa Le due sartine videro poi... la ladra...buongustaia... arrostire la salsiccia davanti al fuoco che in sartoria veniva acceso per approntare la brace necessaria ad alimentare il ferro da stiro! Nicola, sebbene molto intelligente e bravo a scuola, non ebbe la possibilità di proseguire gli studi in quanto rimasto orfano in giovane età; un parente danaroso che disponeva dei mezzi necessari per provvedere a lui, si sottrasse a questa incombenza; qualcuno pensò bene allora di avviarlo verso l'arte del sarto e di mandarlo a Genova dove non mancavano valide opportunità in questo settore! Siamo ai primi del '900: il giovane Nicola nella città ligure tanto evoluta socialmente,venne a contatto con gli ambienti operai tra i quali andavano già manifestandosi le prime organizzazioni di stampo marxista che portavano avanti le loro rivendicazioni con spirito combattivo e tanto entusiasmo. I

Sopra

Nicola Manconi e la moglie Stefanina nella vigna di Conca Marina. principi di solidarietà sociale che stavano alla base della lotta operaia, accesero a tal punto l'animo del giovane tempiese che, rientrato a Tempio, era ormai diventato, come diceva la moglie, “comunista” a tutti gli effetti! Già prima della costituzione del Partito Comunista nel 1921, il Manconi era stato membro del Partito Socialista Italiano cui si era iscritto fin dal 1911 a Genova. Questa forte passione politica caratterizzò il resto della sua vita, senza tentennamenti né ripensamenti di sorta:l'Unione Sovietica, scaturita dalla vittoria del popolo sulle classi privilegiate, gli sembrò sempre la patria ideale cui aspirare incondizionatamente. Era solito mostrare con orgoglio la tessera del partito a famigliari ed amici come qualcosa di prezioso ed irrinunciabile e parlava anche spesso con rabbia dei socialisti presenti a Livorno al momento della scissione, tra i quali alcuni erano da lui considerati, come Pietro Nenni, dei veri traditori. Egli fu quindi a Tempio uno dei fondatori e dei membri più attivi della sezione locale del partito; questa appassionata dedizione gli valse l'amicizia di Palmiro Togliatti il quale, durante i suoi viaggi in Sardegna,visitate Cagliari e Sassari, passava per Tempio a salutare i suoi validi alleati galluresi; costoro gli facevano gran festa... Infatti il Manconi, la cui moglie condivideva tale passione politica, lo invitò spesso a cena a casa sua e poté stringere con lui un legame di personale amicizia. Grazie a questo rapporto privilegiato con un uomo tanto potente, poté sostenere la candidatura dell'amico Tonino Pedroni a frequentare la scuola di partito a Mosca!Il Pedroni partì per la Russia dove rimase per ben cinque anni! Questo episodio fu per lui un evento entusiasmante e ne parlerà sempre come uno dei maggiori successi della sua esistenza. Come ricordo il Pedroni, al suo rientro in Sardegna da Mosca, portò in regalo al sarto tempiese e ai figli una bella macchina fotografica: una Kiev dotata di lenti Zeiss che venivano fabbricate nella Germania Orientale e un grande carillon che non mostrava né ballerine né altre immagini deli-

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

257


P E R S O N E

Nicola Manconi ignorava totalmente su quali misfatti fosse stato edificato il comunismo russo e sembrò esser sempre in buona fede... Tant'è vero che i carabinieri di Tempio spesso lo avrebbero avvisato quando stava per arrivare una loro ispezione a casa sua, affinché non si facesse trovare e non rischiasse ogni volta di farsi arrestare. cate... da far sognare... ma una riproduzione della navicella spaziale Sputnik, la quale, messa in azione con una chiavetta, cominciava a muoversi al suono ...dell'Internazionale Socialista! Con la suddetta macchina fotografica volle che fosse ripreso Nikita Krusciov, per lui salvatore del genere umano, durante una delle rare apparizioni televisive! In epoca fascista non fu facile per lui portare avanti il suo programma; infatti fu arrestato più di una volta: la prima, il 13 febbraio del '23 insieme ad alcuni compagni di partito per propaganda rivoluzionaria, ma la Corte d'appello di Cagliari dichiarò il non luogo a procedere e fu liberato .In quest' occasione fu arrestata anche la moglie Stefanina la quale pare aver dato alla luce la prima figlia in carcere; la seconda volta il 23 gennaio del '43, come racconta con arguzia e vivacità il suo amico Ermanno Giua nel libro intitolato “La Caldana”. Una sera d'inverno Nicola si era appartato con dottor Ciboddo, Peppino Tamponi ed Ermanno Giua stesso, allora ragazzo, nella stanza adibita al lavoro delle sartine che erano andate via da circa un'ora, per sintonizzarsi su Radio Londra dove quella sera aveva appena iniziato a parlare Alessandro Magri, quando si udirono dei forti colpi al portone del Corso e subito dopo lo scricchiolare della porta del pian terreno che comunicava col pianerottolo la quale cadde a terra per i violentissimi colpi. Erano i carabinieri perché qualcuno aveva fatto la spia! Nicola fece appena in tempo a spegnere la radio e a far fuggire i due amici adulti attraverso la porta posteriore che dava verso la zona del mercato, così da rimanere solo col ragazzo. Lui ed Ermanno furono ammanettati e portati in caserma;durante il tragitto, nel corso pressoché deserto c'erano soltanto Ugo Russino e Tore Paggiolu ai quali Ermanno si rivolse gridando, pregandoli di avvertire il dentista dottor Giua,suo zio. I due rimasero due giorni in camera di sicurezza e furono liberati grazie al mite maresciallo Nobili(Padre del generale Nobili ) che finse di credere all' improbabile racconto del ragazzo: “M' eru piddhendi la misura d'un vistiri !”.Nicola dichiarò invece di aver acceso un momento la radio,in attesa di esser chiamato per la cena dalla moglie, ma non disse quale stazione stesse acoltando. Ermanno, per nulla preoccupato dall'idea di trovarsi in carcere, avrebbe esclamato: “Primma d'andaccinni mi poltu chissa lampadina ch'è appiccata!”...

poiché allora le lampadine erano merce rara. La sera stessa furono rilasciati. Ha dell'incredibile poi un altro racconto fatto da Ermanno Giua a proposito di Andrey Wischinski, membro della Commissione degli Alleati, già pubblico ministro nei processi staliniani del '37 e '38 e Ministro degli Esteri. Egli sarebbe arrivato a Tempio verso le 16, forse indirizzato da qualcuno a Cagliari dov'era sbarcato. Dice testualmente il Giua: “Alto, segaligno, col volto scavato e il pincenez, entrò nel laboratorio di zio Nicola e si fermò a mezzo passo con dietro i suoi accompagnatori. Lo riconobbi subito e così zio Nicola che era occupato a sestare (tagliare) un abito,passò davanti al banco con la mano tesa a pugno chiuso in segno di saluto verso il russo. Questi, non so per quale segreto intuito( non lo conosceva)prese la mano e abbandonando la sua nota e composta rigidezza,si chinò stringendolo al petto ed abbracciandolo mormorò: “ Tovarich! Tovarich! (Compagno!, compagno!)” Anch'io ricordo di aver incontrato più volte, da bambina, il signor Manconi nella sua sartoria con la quale mio padre aveva mantenuto rapporti di cordiale collaborazione: era subito evidente a chi lo avvicinava, il carattere deciso dalla prorompente simpatia che lo portava a scherzare e a far battute su tutto e su tutti, tanto che qualcuno si sentiva spinto a troncar subito il discorso per non sentirsi “attaccato” dalla sua fluente loquacità. Poiché era anche nostro vicino di casa, ne sentivo parlare tutti i giorni, avendo tutti a che fare, direttamente o indirettamente col suo laboratorio. Perciò la sua figura, piccola e a quel tempo un po' appesantita dagli anni ed il tono della voce forte, severa e ironica , costituiscono uno dei ricordi più vivi di personaggi che nel centro di Tempio davano colore e vitalità alla vita quotidiana. GIUSEPPE COPPA Un altro personaggio molto conosciuto nel mondo delle sartorie tempiesi fu Giuseppe Coppa il cui laboratorio si trovava in via Roma nel tratto che va Da Santa Croce a Piazza di L'Ara nell'attuale sede dell' atelier di Anna Grindi e precedentemente nell'edificio antistante. Il signor Coppa era originario di Frosinone da cui era partito ai primi del secolo scorso, ancora giovanissimo, per Parigi dove aveva appreso l'arte del “coupeur” che avrebbe esercitato successivamente in Sardegna. Dopo questa interessante

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

259


P E R S O N E

Sopra, da sinistra

Giuseppe Coppa con la moglie Saffo e le figlie Antonella e Isa e Giuseppe Coppa con il suo nastro da sarto esperienza nella grande città francese capitale della moda europea, tornato in Italia, trovò “ridotte” persino le dimensioni di Roma! Inizialmente lavorò a Sassari dove era stato invitato a trasferirsi da un cugino sarto; più tardi si stabilì a Tempio poiché, durante una gita casuale in Gallura, aveva conosciuto una bella signorina tempiese, Saffo Bisceglio, che sarebbe diventata sua moglie. Durante i primi anni del suo soggiorno tempiese lavorò come dipendente della ditta Corda- Mura per la quale tagliava gli abiti da realizzare. Anni dopo, nella sua sartoria venivano confezionate soprattutto le divise per i militari dell'aeronautica stanziati ad Olbia dove si recava ogni settimana per prendere le misure dei clienti. Anche la Corsica fu una delle mete dei suoi viaggi di lavoro; non sappiamo come fosse entrato in contatto con l'ambiente della vicina isola che a quel tempo era collegata solo saltuariamente con la Sardegna. Allora era solito viaggiare su una grande moto grazie alla quale poteva sentirsi autonomo negli spostamenti da un centro all'altro.

260 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

Ricordiamo i nomi, sebbene incompleti, di alcune sue sartine:Bastiana Billella,Tonina,Anita e Baignedda. Un oggetto tipico della sartoria Coppa furono i berretti di orbace (li bunetti) realizzati, pare, per la gente del nuorese, ma non escludo che questo capo potesse essere venduto anche ai suoi clienti corsi che lo chiamavano “le bonnet”. In tempo di guerra poi la povertà delle popolazioni divenne un fatto notoriamente grave e diffuso; si racconta che i pastori galluresi, non disponendo del danaro necessario per gli abiti confezionati dal sarto, offrissero in cambio farina, formaggi ed altri prodotti della campagna, privarsi dei quali, soprattutto quando c'era una grande famiglia da mantenere, per loro era sempre un sacrificio; una volta uno di questi signori che desiderava possedere un abito completo di gilet, a quel tempo considerato fondamentale per apparire eleganti, dovette accontentarsi, per risparmiare, di una giacca senza il gilet; dovendo comunque “pagare” il lavoro del sarto , avrebbe tirato fuori dalla sua casa, suo malgrado, diverse forme di formaggio in cambio e si sarebbe espresso in questo modo: “Gjà m'è custata la casacca senza lu gileccu!” Signor Coppa era una persona dai modi gentili e accattivanti; ricordo che mio padre ebbe con lui ottimi rapporti di lavoro e di amicizia di cui non ricordo molto, dopo tanti anni dalla scomparsa di entrambi. PIETRO SELIS Mio padre Pietro Selis nacque a Luogosanto nel 1912. Quanti anni sono passati da allora! Quasi cento! E ne son passati tanti, troppi, dalla sua prematura scomparsa avvenuta nel 1976. Per questo il ricordo che ho di lui è accompagnato da sentimenti di serena accettazione di eventi ormai lontani. La memoria tuttavia, rendendo attuale il passato, esaudisce il desiderio di non perdere ciò che ci è appartenuto; per questo traccerò un suo profilo raccontando quanto ricordo io stessa e quanto hanno riferito i suoi collaboratori. A proposito di Luogosanto che a quel tempo faceva parte del Comune di Tempio, mio padre mostrò di non amare particolarmente il piccolo borgo in cui era nato ed infatti trascorse parte dell'infanzia in altri centri della Sardegna, in casa delle sorelle maggiori già sposate. Quanto agli studi fu un bravo scolaro, a quanto si può de-


P E R S O N E

durre dai buoni voti delle pagelle, ma a causa del temperamento vivace, la disciplina scolastica non faceva per lui e perciò presto non volle più saperne della scuola. I genitori, ambedue commercianti luresi, pensarono di avviarlo verso un' attività che potesse offrirgli delle certezze per il futuro; lo mandarono perciò a Tempio presso l'atelier di Nicola Manconi allora frequentatissimo, ad imparare i primi rudimenti del mestiere di sarto. In realtà fra le sue prime mansioni ci fu quella di recarsi alle cinque del mattino in sartoria ad accendere il fuoco per il ferro da stiro! Così prima visse a Tempio, poi a Savona, quindi a Torino per la scuola di taglio e poi ancora a Savona in casa dello zio Giovanni Battista dove conobbe da vicino i numerosi cugini, uno dei quali, Giovanni Selis sarebbe diventato più tardi suocero del noto conduttore televisivo Fabio Fazio. Nei suoi ricordi gli anni vissuti in continente avevano conservato un carattere mitico poiché quel tipo di vita movimentata meglio si attagliava alla sua natura vivace ed esuberante. A Torino in particolare aveva avuto l'opportunità di assistere agli spettacoli di varietà con Wanda Osiris ed Erminio Macario e alle operette allora tanto in voga; fu anche assiduo frequentatore delle sale cinematografiche dove conobbe i capolavori di Charlie Chaplin e le movimentate esibizioni di Fred Astaire. Questa vita così ricca di luci(siamo nei primi anni Trenta!) e di opportunità lo conquistò a tal punto

che successivamente, pur avendo avviato la sua attività sartoriale ad Olbia nel 1938, dopo alcuni anni era pronto a trasferirsi a Milano dove aveva già trovato un locale per la sua sartoria. Mia madre che amava Tempio come la tartaruga il proprio guscio, lo trattenne e lui rinunciò; poiché Pietro era un bravo disegnatore che con pochi e decisi tratti di penna creava modelli di gran stile, forse a Milano avrebbe potuto realizzare il sogno di un'attività di primo piano nel mondo della moda, un'attività brillante e pienamente soddisfacente, in un ambiente più adatto a recepire le sue qualità; ma queste sono soltanto riflessioni mie personali... Già da bambino aveva manifestato attitudine per il disegno e per la musica: ricopiava le vignette dei giornali, in particolare quelle del Corriere dei Piccoli e le arricchiva con elementi del tutto originali. La musica poi, fu una delle sue maggiori passioni: imparò a suonare il mandolino, il violino, la chitarra e la fisarmonica. Come mandolinista diventò uno dei protagonisti delle “serenate” galluresi che tutti i suoi coetanei vissuti più a lungo hanno sempre ricordato come qualcosa di avventuroso ed eccezionale, dato che spesso questi episodi canori erano legati alle vicende sentimentali di ciascuno. Non parliamo poi del suo amore per il ballo! I film con Ginger Rogers e Fred Astaire, suoi idoli,lo avevano a dir poco elettrizzato; perciò, tornato in Gallura, prese ad organizzare feste da ballo dappertutto: in casa sua e negli stazzi sparsi ovunque provocando le ire dei preti di campagna... per i qua-

Sopra, da sinistra

Pietro Selis a Torino nel luglio del 1932. Pietro Selis sulla moto Guzzi. Lavoranti della sartoria Selis intorno al 1949. Da sinistra verso destra: Maria Azzena, Lucia Deiana,Grazietta Azzena, Teresa Azzena, Delia Fadda, Maria (Marisa) Azzena. In basso, Anna Usai,Gino Frediani, Giovanna Maria Brandano.

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

261


P E R S O N E li il diavolo era sempre in agguato... Quand'ero piccola, faceva ballare anche me, prendendomi in braccio e girando vorticosamente intorno al tavolo accennava passi di musiche latino-americane, già allora tanto in voga... A quel tempo viaggiava su una moto Guzzi con cui andava in avanti e indietro per le polverose strade della Gallura e dopo su una “Topolino”con cui ci portava al mare quando io ero ancora piccolissima. Come dicevo prima, Torino rimase la mitica città della sua gioventù; qui egli conseguì il diploma nel 1932; tra l'altro il professore della Scuola Internazionale di Taglio, un certo Rocco Aloi, era un sarto che andava allora per la maggiore; infatti partecipava a numerosi “defilés” nazionali per i quali richiedeva la presenza di mio padre come indossatore, essendo egli dotato di un fisico agile e slanciato. Dopo aver conseguito il diploma, si trasferì a Savona dove lavorò alcuni anni in una nota sartoria del centro, quindi tornò in Sardegna per aprire il suo primo laboratorio ad Olbia. Nel 1938 convolò a nozze con mia madre Giannina Cossu che aveva conosciuto al suo primo arrivo a Tempio quando lui aveva circa quindici anni e lei tredici! Ma allora il capoluogo della Gallura era Tempio e poco dopo, nel 1939, mia nonna materna facilitò il ritorno di figlia e genero, avendo trovato una sede adatta alla nuova sartoria tempiese in via Roma proprio di fronte alla chiesa di Santa Croce, dove portò avanti la sua attività per trentasette anni, fino alla fine dei suoi giorni nel 1976. In questa sartoria trascorrevo abitualmente il mio tardo pomeriggio quando ero bambina; essendo il locale situato proprio sotto il campanile di San Pietro, la sera verso le sei, la campana si metteva d'un tratto a suonare fragorosamente, provocando un sussulto nelle sartine che comunque si facevano il segno della croce e riprendevano subito a lavorare. Ricordo che sul grande banco di lavoro di mio padre c'era un enorme paio di forbici con cui tagliava i tessuti in quattro e quattr'otto mentre alle sue spalle erano appese alla parete grandi squadre di materiale trasparente che venivano utilizzate per disegnare col gesso le parti dell'abito da confezionare; davanti a lui cinque manichini sui quali venivano sistemati gli abiti in lavorazione. La parete a fianco era in realtà un grande scaffale che conteneva tagli di tessuto in prevalenza maschili il cui colore predominante era il grigio: grigio antracite, grigio topo, grigio perla, grigio fumo, grigio piombo, grigioverde, grigiazzurro... Mio padre per valutare la qualità del tessuto, ne appoggiava un lembo sul palmo della mano e lo stringeva con forza tra le dita per vedere se si aggrinziva: un buon tessuto doveva rimanere liscio... altrimenti lui parlava di “cascame” che non serviva a nulla. Nella sartoria si potevano acquistare anche cravatte e camicie, contenute in scatole gialle profilate di rosso, che venivano scelte in base al colore dell'abito. Io, da bambina, seduta fra le sartine, avrei voluto imparare qualcosa; perciò mi veniva dato un grande ago infilato ed un pezzo di stoffa qua-

262 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

lunque ed allora mi sorprendevo delle dimensioni ridottissime dei loro aghi dalla cruna invisibile che esse infilavano in un momento senza nessuna difficoltà. L'atmosfera tra i lavoranti era serena e scherzosa; si vedevano continuamente “volare”dall'uno all'altro delle grandi spagnolette di filo bianchiccio che venivano richieste con la parola “cutoni!”: si trattava del filo usato per le imbastiture. Ogni tanto qualcuno di sedeva alla macchina per cucire ed iniziava a pedalare con velocità ed energia tanto da terminare il cucito in pochi secondi. Ricordo che c'erano sempre delle persone che venivano a conversare con mio padre: l'avvocato Orecchioni, mio padrino di battesimo, originario di Luogosanto il cui studio si trovava proprio nel locale sovrastante il laboratorio e signor Sebastiano Deiana( noto Peldilana), proprietario di un piccolo sugherificio, mentre ogni mattina arrivava puntuale la visita del cugino don Giovanni Solinas di Luras, persona di rara virtù, che si fermava in sartoria prima di recarsi a San Pietro dove per ben ciquant'anni svolse il ruolo di canonico penitenziere. Delia Fadda e Maria Azzena rimasero con mio padre fino alla fine, nonostante la durezza dei tempi. Delia aveva iniziato a lavorare in sartoria a solo dodici anni! Ricorda di essersi presentata al lavoro, il primo giorno, con delle lunghe trecce ed un grande nastro colorato sulla nuca; mio padre l'accolse con queste parole: “Ormai sei grande dato che inizi a lavorare, perciò è meglio che ti tagli le trecce e ti levi quell'aeroplano dalla testa!” Delia notò subito degli strumenti musicali appesi alla parete: una chitarra, un mandolino e un violino. Durante i momenti di riposo signor Pietro(lo chiamavano così!) si metteva a suonare e le sartine seguivano la musica con un sibilo di voce;ma presto anch'esse, imparate melodie e parole, presero a cantare in coro durante le lunghe e faticose ore di lavoro e la gente si fermava incuriosita ad ascoltarle nella via retrostante. Delia ricorda ancora le parole di... non so che cosa: Nelle selve che fan verdi le montagne d'Ungheria nasce un fior pien d'amor ...rapì la fanciulla e la rinchiuse in quelle tetre fredde mura l'inventor di quel fior... ma il fascino la vinse in amor. Soave Maruska quel fior che sei tu gioia dei sogni miei... nel limpido sguardo che volgi su me una promessa c'è!

Un'altra passione di mio padre fu la poesia dialettale gallurese: leggeva, rileggeva, trascriveva quei versi interminabili e li conservava in preziosi quaderni dalla grafia perfetta. Per non parlare del suo amore per il mare...Appena poteva andava a pesca. Durante le vacanze estive a Capo Testa riu-


P E R S O N E

La parete a fianco era in realtà un grande scaffale che conteneva tagli di tessuto in prevalenza maschili il cui colore predominante era il grigio: grigio antracite, grigio topo, grigio perla, grigio fumo, grigio piombo, grigioverde, grigiazzurro... sciva a pescare ogni giorno enormi orate, saraghi, spigole e dentici . Ad un certo momento costruì una barca di legno con le sue mani impiegando due anni di lavoro! Oppure andava ad Olbia dal nipote Renato Cucciari, spesso insieme al fratello Paolo che viveva ad Aggius, per uscire in barca verso Tavolara. Dopo l'apertura l' attività della sartoria fu subito pienamente avviata; Gino Quidacciolu, uno degli apprendisti dell'immediato dopoguerra, afferma che il numero dei lavoranti di questo laboratorio andava dai cinquanta agli ottanta. I clienti di mio padre oltre che da Tempio, provenivano dai piccoli centri della Gallura nei quali egli contava molte conoscenze. Luras, Luogosanto, Perfugas, Palau, Arzachena, Telti, Bortigiadas Santa Teresa, Bassacutena, Trinità e le frazioni di Vaccileddi, Loiri e Porto San Paolo erano i paesi dove mio padre mi portava in macchina il sabato pomeriggio o la domenica per consegnare i lavori ultimati a domicilio. Farsi un abito significava allora impegnarsi ad acquistare un tessuto il più pregiato possibile(i migliori erano i Cerruti e gli Emenegildo Zegna) grazie al quale l'abito poteva durare una vita tanto da essere a volte lasciato in eredità! La confezione richiedeva un lavoro complesso costituito da numerose fasi. Delia Fadda le ha elencate con pazienza: 1) Il tessuto veniva prima “bagnato” tra due teli bianchi. 2) Lo si lasciava asciugare all'aperto. 3) Lo si stirava accuratamente. 4) Il sarto lo stendeva sul bancone e la cimosa( la sisia) doveva risultare dalla parte opposta a lui. 5) Quindi tagliava giacca, pantaloni e gilet. 6) Consegnava il lavoro alle sartine che giamplavano,cioè eseguivano un punto lento su un tessuto doppio in corrispondenza del segno del gesso del sarto. 7) Si imbastivano le pinces e le si trapuntava a macchina. 8) Le si stirava con ferro caldissimo e pesantissimo! 9) Si bagnava il pelo di cammello,tela molto rigida ed ispida che doveva servire da sostegno per il davanti delle giacche,lo si asciugava e lo si stirava. 10) Lo si tagliava secondo la sagoma e la dimensione della giacca. 11) La parte interna del petto della giacca richiedeva anche il crine che aveva la funzione di dare una consistenza un tantino rigonfia a questa parte e lo si cuciva al pelo di cammello con punti piccolissimi. 12) Si stirava bene il tutto cercando di dare una forma bombata al davanti (bombé). 13) Ci si appoggiava sopra la stoffa e la si imbastiva.

14) Si piegava il davanti, lo si stirava e si piegava il petto della giacca insieme al didietro. 15) Si giamplava ancora, si imbastivano i fianchi e le spalle. 16) Si metteva un colletto di tela con la stoffa sottostante. 17) Col ferro da stiro, con movimenti specifici, si “svenava” la stoffa della manica per renderla elastica e tondeggiante affinché fosse adatta ad accompagnare il movimento del braccio. 18) Unendo così le varie parti si preparava l'abito per la prima prova... (Mittì in proa) Ora... abbiamo imparato... a confezionare una giacca... Prossimamente... parleremo di pantaloni e gilet! Delia prova adesso ad elencare i nomi delle sartine e dei “sartini” che lavorarono nella sartoria Selis:riesce a ricordarne trentasette: Gina Langiu Matilde Muzzu, Giovanna Maria Manconi, Maria Mastrantonio (Clara), Maria Brandano, Anna Usai, Grazia Cossu, Pierina Pirina, Domenica Santu, Lucia Deiana, Angelina Pintus, Marietta Leonardi, Giovanna Decandia, Tina Pintus, Maria Cossu, Mariolina Delaria, Maria Forteleoni (Nanà), Masina Ganau, Mimmina Brandano, Domenica Manconi, Tonina Ricciu, Gavina Lutzu, Rosa Farina, Delia Fadda, Lillina Loverci, Teresa...? di Orune, Nuccia Fontana, Maria Azzena (Marisa), Mariedda Azzena, Grazietta Azzena, Teresa Azzena. I “sartini”: Gino Quidacciolu, Renato Cucciari, Gavino Desini, Gino Frediani, Tonino Manconi, Giuseppe Viola. Tre di costoro proseguirono l'attività autonomamente. Ne parleremo in seguito. Si può notare che essendo il nome “Maria”il più frequente, in questa come in altre sartorie, il sarto cambiava loro il nome originale per sostituirlo con uno simile, per non fare confusione: quando ne chiamava una infatti, rispondevano in tre o quattro ... Il lavoro della sartoria subì una battuta d'arresto in tempo di guerra, ma non s'interruppe. In questo periodo, essendo mio padre in servizio come aviere all'idroscalo sul lago Coghinas, stabilì dei contatti con la popolazione di Oschiri e realizzò molte divise per i militari che erano in servizio insieme a lui. A questo proposito voglio ricordare un episodio eclatante che risale alla notte di Natale del 1943: Pietro abbandonò la sua postazione di servizio arbitrariamente e fuggì insieme ad un amico, complice l'oscurità, per raggiungere a piedi Tempio dove arrivò trafelato, raccontava mia madre... Tutto questo per poter trascorrere solo qualche ora con la sua fa-

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

263


P E R S O N E

OTTICA CONTATTOLOGIA

A. Deliperi

Via Carlo Alberto, 32 - Tel. 079 236422 - 07100

SASSARI

OTTICA IPOVISIONE CONTATTOLOGIA CONVENZIONATO A.S.L. LENTI A CONTATTO PER ASTIGMATICI TOPOGRAFIA CORNEALE COMPUTERIZZATA 264 | ALMANACCO gallurese 2010/2011


P E R S O N E

Quando poi arrivava la primavera, si faceva a gara nell'esibire tailleurs color pastello la cui realizzazione, durante gli anni Sessanta, era spesso ispirata dalla linea Chanel così come la conoscemmo attraverso le straordinarie immagini di Audrey Hepburn nel film “Colazione da Tiffany”... miglia in occasione di una festa così importante; ancora una volta aveva manifestato la sua vera indole insofferente di ogni disciplina... A lui l'impegno militare non interessava e lo considerava un'inutile perdita di tempo. Tornato ad Oschiri,..si possono immaginare le conseguenze ... di un simile gesto...! Finita la guerra, la gente riprese a vivere gradualmente in modo più sereno e per rifarsi delle privazioni dell'epoca appena trascorsa, tornò a curare tanti aspetti anche edonistici della quotidianità tra i quali l'abbigliamento ebbe il primo posto, per partecipare con eleganza a feste, per andare a teatro o semplicemente per passeggiare al corso. I Tempiesi, la cui storia era segnata dalla secolare presenza spagnola, all'aspetto esteriore ci tenevano e come! Per non parlare poi degli influssi della cultura francese penetrata silenziosamente all'epoca degli spostamenti in Gallura di tanta popolazione dalla vicina Corsica! Ma forse è meglio dire che l'alta stima che essi hanno sempre avuto di sé doveva essere adeguatamente rappresentata o, per usare un'espressione eufemistica, essi amavano vestir bene per creare una corrispondenza tra la ricchezza interiore di tradizione e cultura e il modo di presentarsi agli altri! Perciò a Tempio “ l'abito faceva il monaco”e nessuna persona rispettabile avrebbe osato mostrarsi in pubblico con abiti dimessi! I “luoghi”dell'eleganza erano soprattutto il Teatro del Carmine in occasione di rappresentazioni di opere liriche, di operette e spettacoli di varietà, la Fonte Nuova che durante la bella stagione era considerata un luogo da “defilé”,il Circolo Di Lettura che riuniva la borghesia locale, la chiesa di San Pietro dove durante la messa di mezzogiorno io stessa mi distraevo ad osservare il lusso delle signore presenti ed il nostro magnifico corso, lu lastricu,come lo chiamavano i Tempiesi, il nostro salotto cittadino, dove si andava ( e si va tutt'oggi) per incontrare amici con cui discutere del più e del meno, per conoscere persone nuove e per ampliare anche nel piccolo i propri orizzonti. Per la “passizata” serale ci si vestiva in un certo modo; d'inverno si vedevano frequentemente pellicce di altissima sartoria cui le “fortunate” signore abbinavano eleganti copricapo. A dir la verità, qualcuno un po' ridicolo ci deve essere stato dato che era diffuso un detto curioso che suonava più o meno così: “ Eri bedda in iscuffia meddu e meddu in cappillina!”. Qualunque sia il significato di quest'espressione,è indubbio

Sopra

Abito da sposa realizzato dalla sartoria Selis il riferimento a cuffie e cappelli ridicoli! Pare che persino gli operai dei sugherifici si presentassero al lavoro con un bell'abito e col cappello ( lu simbreri)e che si cambiassero solo prima di iniziare a lavorare. Quando poi arrivava la primavera, si faceva a gara nell'esibire tailleurs color pastello la cui realizzazione, durante gli anni Sessanta, era spesso ispirata dalla linea Chanel così come la conoscemmo attraverso le straordinarie immagini di Audrey Hepburn nel film “Colazione da Tiffany”, con giacchine corte chiuse sotto il collo, senza colletto. E quanti risvolti sulle maniche e tagli obliqui nelle stoffe che venivano abbinate in tinte molto contrastanti. In quegli anni era di moda anche il soprabito il cui colletto veniva realizzato con lo stesso identico tessuto dell'abito o della gonna sottostanti. In au-

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

265


P E R S O N E

Sopra

Michelino Alias tunno invece, andavano di moda i tre quarti o i sette ottavi a seconda della porzione di gonna che non veniva coperta dalla giacca! Tornati all'inverno, in sartoria si confezionavano cappotti con colli di pelliccia forniti con orgoglio dal proprietario del capo in lavorazione. Che dire poi del periodo carnevalesco? A Tempio si sa, il carnevale è stato sempre molto sentito... Quindi per le serate danzanti ecco gli abiti lunghi con paillettes e per i tradizionali veglioni tanti e tanti “domino” che, nonostante dovessero coprire totalmente il corpo, venivano decorati con fiori di raso, con carrés a nido d'ape ,con cordoncini di varia natura o con ritagli di tessuti luccicanti. Nella sartoria di mio padre tra gli anni Cinquanta e Sessanta ne furono confezionati a centinaia e le signorine (e le signore)li acquistavano con l'entusiasmo che si prova prima di un evento sicuramente elettrizzante che si sarebbe ripetuto di settimana in settimana, ogni sabato, per arrivare poi ai famosi sei giorni finali di divertimento collettivo. Teniamo presente che l'espansione del lavoro sartoriale fu possibile grazie al contributo insostituibile del lavoro femminile e dello smistamento a domicilio dove altre macchine per cucire acceleravano notevolmente i tempi di lavora-

266 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

zione e rendevano possibile anche l'attività delle donne sposate che non potevano allontanarsi da casa per troppo tempo. Sono le donne nubili comunque ad aver costituito la spina dorsale della sartoria. Successivamente, nel momento in cui comincerà a diffondersi anche tra le donne l'esigenza(sacra!) di proseguire gli studi, l'offerta di manodopera andrà man mano scemando. Contemporaneamente, verso la metà degli anni Sessanta era ormai molto diffusa sul mercato la produzione di serie. Ricordo i nomi delle confezioni Facis e Lebole. Questa novità sembrò subito molto interessante perché l'abito confezionato liberava l'acquirente dalla necessità di provare una o due volte l'abito di sartoria. E poi i costi erano contenuti. Certo nelle grandi città dove il ceto borghese era consistente, la confezione su misura non è stata mai abbandonata e le sartorie, sebbene ridotte di numero, sono rimaste aperte. Il piccolo centro invece non godeva di pari opportunità! Iniziò così un lento declino e ricordo con amarezza che, arrivati i tempi della crisi, in certi giorni nella sartoria di mio padre venivano confezionati soltanto cuscini coi ritagli di stoffa dei campionari! Mi vengono ora in mente alcune immagini di noti film di Charlie Chaplin... Io ero però ormai cresciuta e prossima alle nozze; in sartoria Delia e Maria confezionarono per questa importante occasione ben trecentocinquanta bomboniere di velluto bianco decorate con pizzi e merletti! Un lavoro da certosino minuzioso e difficile che impegnerà le mani e la vista di queste due amiche per mesi. Credo di esser stata folle a permettere un simile strapazzo! Ma ormai i giochi son fatti. Pietro curava la sua vigna e produceva un ottimo vino. Coltivava anche bellissimi fiori che la sera portava a casa. Sebbene un po' rattristato dagli eventi, non rimase mai con le mani in mano anche perché prematuramente sarebbe arrivata l'ora di cambiare definitivamente domicilio. Era il 1976. MICHELINO ALIAS Un sarto coetaneo di mio padre fu Michelino Alias che svolse la sua attività a Tempio parallelamente a lui, pur avendola avviata in forma autonoma qualche anno più tardi. Ebbi modo di conoscerlo fin dall'infanzia poiché suo figlio Franco fu mio compagno di scuola fin dalla prima elementare frequentata in privato a cinque anni presso le maestre De Pol. Ricordo una persona signorile dai modi gentili e garbati; questa fu la mia impressione quando lo incontrai la prima volta e come tale è rimasto impresso nella memoria di quanti lo hanno conosciuto. Il signor Alias imparò il mestiere nella sartoria dello zio Giovanni Cossu, più conosciuto col colorito soprannome di Gjuanni Lu Pesciu. Ai primi del secolo il Cossu era titolare di un negozio di tessuti nei locali dell'attuale Bar Orientale in Piaz-


P E R S O N E za Gallura, mentre la sartoria si trovava nella casa attigua retrostante che si affacciava proprio davanti all'ingresso del Palazzo Pes Villamarina. In quegli anni vigeva l'uso di nominare una sarta che sovrintendesse al lavoro delle sartine le quali venivano seguite da costei nelle fasi del lavoro che non richievano la presenza del titolare: fu Giovanna Brandano, zia anch'essa del signor Alias, a svolgere questo ruolo per tanto tempo. Più tardi il laboratorio fu trasferito in via Roma, sempre nei pressi di Piazza Gallura, di fronte al negozio di calzature della famiglia Sanna (Frati Casteddanesi). Quando il signor Cossu venne meno, gli subentrò un sarto di origine forestiera, forse napoletana, dal curioso nome di “Macarone”. Michelino Alias seguì l'iter previsto per tutti coloro che volevano raggiungere un alto livello professionale. Eccolo dunque a Torino intorno al 1935, dove frequenterà la Scuola Moderna Internazionale di Taglio diretta allora dal professor Francesco di Vajo; egli conseguì il diploma il 20 aprile del 1938; rientrato a Tempio. iniziò la sua attività come titolare del laboratorio di via Roma dove già da tanti anni lavorava la zia Giovanna Brandano. Scoppiata la guerra, l'Alias dovette partire per il servizio militare che svolse in diverse località dell'isola, ma durante i brevi periodi di licenza, rientrato a Tempio, portava avanti il lavoro che in sua assenza era stato raccolto dalle sartine Ciccheddha Becca e Maria Mattei. le quali, in questa come nelle altre fasi dell'attività, facevano pienamente l'interesse del loro principale assente. Secondo i ricordi dei suoi famigliari il periodo successivo alla fine della guerra fu incerto e pieno di pericoli a causa della povertà in cui versava tanta gente: infatti il signor Alias, persona comunque al di sopra di ogni sospetto in quanto onesto e di carattere tranquillo, decise di procurarsi una pistola che tenne a portata di mano in sartoria per molti anni. Il 1946 fu l'anno delle sue nozze con Irene Mammola, scomparsa recentemente, donna di grandi qualità umane e di rara simpatia. Fu proprio nel periodo post bellico che la sartoria Alias, così come le altre del resto, sviluppò al massimo le sue potenzialità: il panorama della sua clientela divenne talmente vasto da toccare persino la città di Nuoro. In quel periodo il sarto preferì trasferire il suo laboratorio da via Roma a Piazza Gallura dove oggi si trova il Market Marcello. I lavoranti erano allora circa venti- venticinque all'interno della sartoria e tanti altri che non potendo far diversamente per motivi famigliari, svolgevano la loro attività in casa. In quegli anni fu facile realizzare lauti guadagni ed il benessere andò presto diffondendosi anche tra i suoi collaboratori tanto che le sartine dell'Alias conservarono un vivo e riconoscente ricordo per i benefici ricevuti in quei tem-

pi difficili. Sono questi i tempi della crescita economica che coincidono con quelli dell'adolescenza dei primi due figli del signor Alias, Giovanna e Franco ; Giovanna e la sorella minore Donatella hanno raccontato con emozione queste vicende; è grazie al loro contributo che è stato possibile realizzare questo scritto! I migliori clienti della sartoria furono i signorotti di campagna i quali richiedevano la confezione di molti abiti per sé e per i membri della loro famiglia tanto da spendere cifre davvero rilevanti che però venivano saldate una sola volta all'anno al momento dell'”incugna”ossia del raccolto dei prodotti agricoli la cui vendita faceva arrivare molto denaro nelle loro casse. Nel periodo d'oro del suddetto laboratorio le sartine, per snellire e accelerare il lavoro, si erano specializzate ciascuna nella confezione di un preciso elemento dell' abito: c'era una specialista per i gilet, una per le maniche,una per le gonne, una per i pantaloni e una per le asole; siccome in questa sartoria si confezionavano gli abiti talari per numerosi preti di Tempio, la specialista in “asole” doveva cucirne ben ottantasei per ciascuna tonaca! Sappiamo ormai che i tessuti utilizzati a quel tempo erano di gran qualità e che non si logoravano mai; abbiamo già detto che venivano tramandati di padre in figlio! Tra i collaboratori del signor Alias ce ne furono anche cinque maschi che avevano interesse soprattutto ad apprendere il mestiere. Uno di loro si chiamava Salvatore Quidacciolu : costui non ebbe un futuro da sarto poiché avrebbe preso gli ordini come frate francescano e sarebbe diventato economo del grande convento di Assisi! Furono tempi di grande entusiasmo in cui si riusciva ad essere contenti di quel che si aveva ed era naturale provar gratitudine verso il proprio datore di lavoro. Successivamente le rivendicazioni sindacali, sebbene sacrosante per molti motivi, cominciarono presto ad avvelenare l'atmosfera ed i buoni sentimenti furono soppiantati dalla rabbia nella lotta per i propri diritti. Quando parlo di sarti parlo di professionisti che si accontentavano di onesti guadagni perchè allora esisteva il senso della misura ed il consumismo insensato di oggi era impensabile. A quel tempo si risparmiava su tutto e per un nuovo acquisto l'animo era in festa per quindici giorni. I sarti sicuramente ebbero modo di realizzare ottimi affari, ma non diventarono mai dei “capitalisti”! La sartoria Alias era solita confezionare anche gli abiti per gli orfani dell'Istituto di Don Vico. Giovanna Alias ricorda a questo proposito come, con un vero tour de force ,venissero riempite tante casse di abiti tutti uguali, ciascuna con una taglia diversa. Il laboratorio inoltre appariva alle sartine come un luogo più che sicuro dove poter conservare persino i capi di biancheria del loro corredo che in casa correvano il rischio

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

267


P E R S O N E

Piccolo elenco della terminologia sartoriale

Sistà: tagliare la stoffa seguendo il contorno dell'abito da realizzare. Taddà: tagliare. Mittì in primma e sigunda misura: preparare l'abito per la prima e la seconda prova. Banconi: grande tavolo da lavoro del sarto. Folbicia: forbici. Infilzì: imbastire. Sfilzì: togliere l'imbastitura. Giamplà: eseguire un punto “lento” su stoffa doppia. Cusgì: cucire. Scusgì: scucire. Trapuntà: trapuntare. Prancià: stirare. Prancia: ferro da stiro. Delustrà o bucanni lu luccidu: togliere il “lucido”. Lu davanti: il “davanti” della giacca. Lu daretu: il “didietro”della giacca. Tracchi: asole. Cordoncinu pa li tracchi: cordoncino resistentissimo per asole. Puntizà: punteggiare. Appiombu di la manica: aplomb della manica. Manichi cu li bucchi: maniche col taglio su cui cucire dei bottoni. Bombé: bombatura del “davanti”. Crinu: crine.

di essere trafugati dalle sorelle maggiori più vicine al matrimonio. Insomma esisteva la fiducia, la riconoscenza, l'entusiasmo, la complicità e bisogna dire allora che queste sartine più che per il loro principale, lavorassero “con lui”! Ora riporto un episodio in Tempiese, così come mi è stato raccontato, che descrive meglio di altri lo spirito del tempo e... anche quello dei famigliari di Michelino che son dotati di uno spiccato spirito comico di cui sembrano non essere consapevoli... “Una dì è vinutu un cioanu a saltoria, disperatu, e ha dittu chi

Tela di pelo di cammello. Filettu: sottile striscia di stoffa trasversale del “davanti” che segna il taschino interno . Striscia: drittofilo. Si tagliava dalla cimosa della fodera. Puntettu: punto piccolo. Buretta: piegatura sul davanti. Buttoni cu lu picciolu: bottone col “picciuolo”. Suttaccollettu: sottocollo. Topo: toppa da mettere sotto il colletto per dare consistenza. Fitta di tracchi: apertura dei pantaloni sul davanti su cui fare le asole. Subbraffilà: sopraffilare. Infilà l'acu: infilare l'ago. Mostreggiatura. Sisìa: cimosa. Silesia: fodera resistente per tasche interne. Cinta: cintura. Foderina: fodera leggera per gilet. Rimboccu: risvolto. Pattina. Busciaccara: tasca. Seta di tracchi: filo ultraresistente per asole. Filoseta: filo per cuciture definitive. Cutoni: filo per imbastitura. Filu a rocchetto di macchina: filo per macchina . Gjamba di musca: tipo di punto per orli. Cabaddu: cavallo dei pantaloni.

lu babbu era murendi e chi no c'aria passatu la nuttata Pa gjunta no aiani in casa un vistiri dezzenti di punilli pa l'intarru; dunca ha pricatu a babbu di fannilli unu in pressa in pressa palchì no v'aia tempu di paldì.... l'omu era bedd'e che moltu! Tandu babbu la sera s'a tinutu li saltini a trabaddà addinotti e tutti insembi ani vattu chistu istiri chi dia silvì pa lu moltu... insomma un vistiri semlici, senza tanti rifinituri ,nè busciaccari... ma pa lu baulu gjà andaa bè... Dunca la matinata infattu lu cioanu torra e li dani lu istiri prontu pa lu vunerali..... Par un pocu di dì in saltoria no ani sapputu più nudda di chi-

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

269


P E R S O N E stu vattu. Dapoi d'un beddu pocu di dì vidini arriendi a la saltoria l'omu ch' era murendu e chi invecci no era moltu!..Tutti si so' accustati a... ascultà lu ch'era dicendi: “O Michilì, ma chi razza di istiri m'hai vattu, deualdia... un vistiri senza mancu busciaccari... eu nonn' aggju istu mai! Com'anda? No mi pari più tu Michilì!” TONINO MANCONI Tonino Manconi è oggi titolare di un bel negozio di abbigliamento situato in corso Matteotti e facente angolo con piazza Don Minzoni. Egli fu uno dei primi apprendisti della sartoria di mio padre Pietro Selis che, conosciute presto le sue doti di serietà e integrità morale, dopo qualche mese di lavoro, volle affidargli le chiavi del laboratorio. Tonino ricorda con commozione quel momento: era il 1949 ed egli aveva allora solo quattordici anni! Dichiara di esser stato talmente contento della fiducia accordatagli che la sartoria divenne per lui una vera passione,un'idea fissa, qualcosa di cui occuparsi anche nei minimi particolari: ogni giorno si alzava di buon mattino per andare ad aprirla, ne curava l'ordine approntando tutto ciò che era necessario per la giornata di lavoro; quando mio padre arrivava, trovava ogni cosa al suo posto e quando si assentava, Tonino, nonostante la giovane età, lo sostituiva in tante mansioni con entusiasmo; egli ricorda persino che nei periodi di intensa attività, soprattutto in vista delle festività pasquali e natalizie,vi si recava alle cinque del mattino e ci tornava anche la sera dopo cena per restarci fino a mezzanotte. Nel 1954 il giovane apprendista era già pronto per frequentare una scuola di taglio del continente;essendo stato fin da piccolo tifoso della squadra dell'Inter, scelse la città di Milano come sede di studio, trascurando Torino che continuava ad esser leader nel settore della moda. Milano comunque in quegli anni iniziava ad affiancare la città piemontese nelle attività sartoriali. Il Manconi conseguì il diploma presso la “SCUOLA DELL'ARTE DEL VESTITO”situata in via Cordusio a due passi dal Castello Sforzesco. Contemporaneamente alla scuola di taglio, iniziò a frequentare la sartoria PERDUCA in cui si trattenne a lavorare per qualche anno; ebbe modo allora di confrontare la qualità del lavoro milanese con quello della sartoria Selis e si accorse che “I Milanesi non avevano niente da insegnare a noi Galluresi !” (Sue testuali parole!). Il professore che impartiva lezioni di taglio si chiamava Angelo Bovo; costui prese subito a volergli un gran bene e ogni sera, dopo la lezione, lo invitava a casa sua a prendere l'aperitivo. Tanta gentilezza era dovuta alla bravura e al buon carattere dell'allievo, secondo me, ed anche al fatto che il professore avrebbe voluto tenerlo con sé a Milano come collaboratore; ma Tonino non volle saperne di restare nella città lombarda perché era suo desiderio rientrare in Sardegna e lo fece dopo aver acquisito l'esperienza necessaria ad avviare l'attività sartoriale autonomamente. Egli ricorda con orgoglio che

270 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

Nella foto

Tonino Manconi le persone conosciute a Milano nell'ambito del mondo sartoriale rimasero sorprese per la classe e la naturale eleganza che l'allievo mostrava (egli si esprime con modestia a proposito!), sia nel tratto comportamentale che nell'abbigliamento; capì che tutti a quel tempo avevano della Sardegna un'idea errata, quella cioè di un luogo completamente retrogrado abitato da pastori e da gente grossolana, decisamente lontana da quella più civile del Nord Italia. Un'altra volta questa gente del Nord dovette ricredersi( un fatto simile era accaduto a Torino per mio padre) e cominciò a capire che la nostra realtà era ben diversa e che la loro convinzione di superiorità doveva essere accantonata una volta per sempre(?). Rientrato a Tempio, Tonino avviò la sua attività di sarto in un edificio di famiglia in via Lazio, in fondo al corso, dopo Piazza Gallura, oltre l'antica profumeria Palitta, dove il laboratorio rimase aperto dal 1955 al 1964. Ricorda di aver avuto una quindicina di lavoranti tra maschi e femmine e di aver dimenticato il cognome di alcune di loro:Virginia, Maria Orani, Rosanna, Simona, Pina, Umberto Mundula che successivamente avrebbe aperto una sartoria a Firenze, Francesco Murrighile di Enas, Peppina e Mariolina Mutzu, Anna Giordo, Giovanna, Agostina, Francesca, Tonina. Il desiderio di vedere la sua sartoria operare in un sito più centrale e più frequentato lo spinse a cercare una nuova sede che trovò nel 1964 in Piazza Gallura, nei locali in cui si trova oggi il negozio di biancheria ed abbigliamento di Fabiana.


P E R S O N E Nel 1967 sposò Pina Mariotti e mio padre Pietro fu suo testimone di nozze. Il clima sociale in quegli anni si era intanto rapidamente trasformato e le ragazze avevano preso a frequentare le scuole almeno fino al diploma di ragioniere o di geometra, tanto che ad un certo momento diventò difficile trovare ragazze che volessero lavorare come sartine. Perciò nel 1968, mentre le città del continente affrontavano le note vicende di rivolta sociale,Tonino dovette chiudere la sartoria per mancanza di manodopera. Egli conservò tuttavia la sua naturale signorilità e la tendenza a vestire sempre in modo appropriato ed elegante che in questo caso più che in altri denota una maturità ed un'armonia interiori invidiabili. Poco tempo dopo Tonino diede inizio ad una nuova attività nello stesso settore. Ma qualcosa gli è rimasto degli antichi insegnamenti...La sua figura, distinta ed allo stesso tempo riservata, sembra suggerire a certa smodata gioventù di oggi che esiste un modo di presentarsi agli altri fatto di compostezza e dignità nel comportarsi e nell'abbigliarsi che può rendere migliori e più gratificanti i rapporti umani. Uno degli apprendisti della sartoria Selis del dopoguerra fu mio cugino Renato Cucciari( fratello del padre della nota Geppi!), figlio di una sorella di mio padre deceduta in giovane età a Luogosanto; non potei conoscerlo in questa circostanza non essendo allora ancora nata, ma lo incontrai qui ad Olbia dove si era stabilito;di Renato scomparso nel 1995, ricordo l'intelligenza e l'affabilità grazie alle quali fu naturale stabilire con lui rapporti fraterni. La sua sartoria olbiese fu una delle più rinomate della città, ma seguì lo stesso iter delle altre in quanto, sopraggiunta la crisi, si trasformò in un negozio di abbigliamento. A Tempio ci sono stati altri sarti che non ho conosciuto di persona: tra costoro ricordo il nome del signor Caputo la cui sartoria si trovava in via Roma; del signor Alfonso Codina invece ho saputo essersi trasferito a Palau. Gino Quidacciolu che invece conosco bene per aver lavorato nella sartoria di mio padre nell'immediato dopoguerra, si trasferì successivamente a Roma e poi a Torino per frequentare la scuola di taglio di cui era allora direttore professor Sandre; avviò quindi la sua attività a Tempio nel 1972 in viale San Lorenzo,( si trasferì successivamente nel palazzo Belvedere di fronte all'ingresso della Fonte Nuova ) e tutt'oggi la porta avanti con instancabile impegno all'interno dell'azienda OK PELLE. Oltre alle suddette sartorie specializzate nella confezione di abiti maschili, ne esistevano altre tutte al femminile sia per la titolare, sia per le lavoranti, sia per il lavoro da realizzare. Tali laboratori funzionavano all'interno di una normale abitazione, quasi sempre nel locale della cucina dove era più fa-

cile provvedere all'accensione del carbone per il ferro da stiro. Ricordiamo quello di Luigina Spacco e quello di Catalina Manza(Deiana), ambedue in via Dettori che unisce il piazzale della Fonte Nuova alla zona antistante la Cattedrale di San Pietro. Ho avuto l'opportunità di parlare con la signora Giuseppina Satta che da ragazza lavorò per Luigina Spacco. Quando la dodicenne Giuseppina si presentò alla sartoria della signora Spacco, era di lunedì e disse di voler iniziare a lavorare l'indomani martedì, ma la titolare la pregò d'iniziare in giornata perché secondo il famoso detto: “né di Venere né di Marte, né si sposa né si parte, né si dà inizio all'arte”! Le sartine venivano invitate a portarsi una seggiolina(catriedda) dalla loro casa se volevano lavorare ... comodamente; la signora Satta ricorda che esse erano circa otto o nove e che il lavoro si svolgeva in cucina. Poiché la titolare era molto religiosa, ogni giorno recitava il rosario durante il lavoro e le sartine l'aiutavano a tenere il conto delle “Ave Maria”.Il laboratorio confezionava abiti di uso quotidiano, abiti per i giorni di festa e abiti da sposa. Le stesse sartine si recavano in merceria ad acquistare filo, aghi, bottoni e tutto ciò che serviva da ornamento a questi begli abiti femminili d'altri tempi. Sembra che un abito confezionato a mano su commissione di chi lo avrebbe indossato, avesse un carattere un po' fiabesco, perché ci si immaginava già abbigliati, far bella figura nelle occasioni sociali in cui era naturale confrontarsi e compiacersi del proprio aspetto, nell'attesa di un principe azzurro o di una donna affascinante... perché allora sia il lavoro, lento e impegnativo, che il ritmo della vita, scandita da circostanze sempre speciali,avevano un sapore ricco e profondo che è andato man mano perdendosi con l'arrivo della moderna tecnologia. Concludo ricordando un capo d'abbigliamento antichissimo, lu gabbanu realizzato in orbace(fresi) , foderato di panno, completo di cappuccio ed alamari, che veniva indossato in pieno inverno;lo ricordo poiché lu fresi viene citato in una poesia di cui non conosco né l'autore né il titolo, ma questi due versi che mi sono stati riferiti solo ieri , lodano la bellezza delle donne tempiesi... Quindi non potevo non trascriverli!! ....cant'è niedda la mura chi tignini ancora lu fresi li vemini timpiesi sò li meddu di Gaddura! Ringrazio per la collaborazione: Delia Fadda, la Dott ssa Giovanna Alias, la Dott.ssa Donatella Alias, Dr. Carlo Oggiano, Dr. Nicola Oggiano, la Dott.ssa Susanna Oggiano, Gino Quidacciolu, Tonino Manconi ,il Rag.Nicola Deriu, Elide Rau, Maria Antonietta Bisceglio e Giuseppina Satta. ■

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

271


MARCUCCIO ACHENZA il buonumore in gallurese

Testo di Costantino Brundu - Foto di Margherita Achenza


P E R S O N E

Tempio ha perso un personaggio: forse uno dei più autentici rappresentanti dell’animo tempiese in questo mezzo secolo seguito alla seconda guerra mondiale. Marcuccio Achenza non c’è più. Ci ha lasciato l‘11 giugno 2009. La morte ha posto fine alle sofferenze che soprattutto negli ultimi periodi lo affliggevano.

Non omnis moriar.” “Non morirò del tutto” Diceva il poeta latino Orazio pensando alla sua poesia che lasciava ai posteri; “ Ho costruito un monumento più duraturo del bronzo! “ Aveva ragione! Sono passati 2000 anni e noi ancora ci commuoviamo leggendo i suoi versi. Tutti lasciamo una traccia di noi, spesso piccola che in poco tempo svanisce; a volte più profonda e costituisce alla fine la memoria storica di tutta la comunità. C’è una proporzione tra l’impegno profuso in vita e il ricordo che noi lasciamo. Marcuccio ha lasciato buon solco che non verrà cancella-

to, almeno finché esisterà questo piccolo lembo di terra che ha nome “Gallura” e finché in questo piccolo angolo del mondo si parlerà il “Gallurese”! Si, perché il ricordo di Marcuccio è legato al dialetto (o lingua) gallurese che egli ha usato per scrivere commedie, canzoni o poesie. Mezzo secolo di attività; mezzo secolo di sano umorismo e allegria. Uno spaccato di vita paesana, vista dal basso, con la sapiente ricerca di quell’umorismo semplice e spontaneo che è nella natura dei personaggi stessi e nella loro maniera di dialogare.

Pagina a fronte Zio Marcuccio in scena: “Lu graminatoggju” (1992) In questa pagina, sopra Marcuccio (al centro) con alcuni amici dell'Azione (1949)

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

273


P E R S O N E

Umorismo che è anche caratteristica della popolazione gallurese che è abituata ad esprimersi per proverbi, modi di dire intraducibili in italiano e che sa ironizzare su tutto e su tutti e soprattutto su se stessa. Grande merito di Marcuccio è l’aver saputo cogliere questa amabile, semplice spontanea “risibilità” che sta nella personalità di alcuni personaggi, nelle situazioni e nella quotidianità. Tempio offre il giusto sfondo a tutto questo: provate ad ascoltare, non visti, le chiacchiere delle due “comari” che si incontrano all’angolo della “stritta” con le buste della spesa in mano. Anche se le buste sono pesanti i dialoghi si prolungano accaniti per poter ripassare tutte le novità della città. Provate ad entrare in un bar e seguire i vari discorsi che si intrecciano tra un bicchiere di birra e l’altro. È tutto un fiorire di battute ed espressioni tipiche che fanno pensare che il dialetto gallurese non è ancor morto. Anche se molti piangono sullo spegnersi dell’uso del dialetto, ci accorgeremo che molti lo usano ancora e troveremo quell’allegria dell’esprimersi che Marcuccio ha saputo cogliere e riportare sul palcoscenico. Saper dare a chi ti circonda momenti di serenità e allegria è dono divino. La vita ha le sue tristezze che ti capitano ad-

dosso senza cercarle! Il “comico” (intendendo con questo termine il creatore di allegria e togliendo quell’idea negativa legata alla parola) è un personaggio importantissimo nell’ambito di qualsiasi società. Ne rappresenta l’anima e gli aspetti migliori. Che tristezza un popolo che non ha nella sua tradizione umorismo e autoironia! Un popolo così fa paura! Si pensa subito alla sopraffazione, allo scontro, alla guerra. Compito importantissimo quello del “comico” ma anche difficilissimo. Il palcoscenico è un giudice che non perdona: L’opera tragica ha bisogno del silenzio in sala. Chi ti dice se la gente è contenta e partecipe o… dorme? L’autore può pensare ciò che vuole. L’opera comica invece, ha bisogno del brusio, della risata in platea, dell’applauso a scena aperta; l’attore deve sentire il legame con il pubblico che vincola le sue battute alle risate in sala. Se questo non avviene è il fiasco! Per questo molte rappresentazioni hanno bisogno della claque che invita all’applauso. Nelle rappresentazioni di Marcuccio le risate e gli applausi erano assicurati senza bisogno di inviti. Gli anni tra il 1945 ed il ’55 sono quelli che portano anche

In questa pagina, sopra Il Matrimonio di Marcuccio e Rosa (1954) Pagina a fronte, sopra Zio Marcuccio con alcuni attori della Filodrammatica (1982)

274 | ALMANACCO gallurese 2010/2011


P E R S O N E

a Tempio radio e televisione e, attraverso queste, stili di vita e modi di pensare di altre regioni. Di qui il contrasto generazionale tra figli e genitori, contrasto già materia di riso nella società romana di Plauto e che si può vedere anche nelle commedie di Marcuccio, accentuato ancor di più dal tentativo di chi tenta di parlare in Italiano per essere all’altezza dei tempi, producendo così quegli spropositi linguistici che riempivano il teatro di risate. CHI ERA MARCUCCIO ACHENZA? Nasce a Tempio in uno dei rioni più popolari e storici della città, Montilongu, il 21 novembre del 1921 in una casa di Via Magenta. Il padre è Antonio Achenza, la madre Margherita Masoni. Frequenta le scuole elementari nel vecchio caseggiato ed in seguito le scuole di avviamento. Sono gli anni del ventennio fascista ed è facile immaginare anche il nostro Marcuccio in divisa di figlio della lupa o di Balilla come tutti i bambini di quell’epoca. Nel mese di ottobre del 2008 ho fatto a Marcuccio una lunga intervista che ho registrato su C.D., per sentire dalla sua

voce il racconto della sua vita. Di quegli anni ricordava il nonno materno con il quale aveva convissuto per qualche tempo: tra le altre cose ricordava il racconto della sua visita di leva all’incirca nel 1870: si era dovuto recare a Cagliari a piedi ! Fu scartato perché la scelta avveniva per sorteggio! Ma il viaggio a Cagliari era rimasto leggendario. Il nonno che gli parlava della Tempio dell’Ottocento con le strade quasi tutte in terra battuta e con ai lati un canale in conci di granito per raccogliere le acque e quant’altro. Lo stesso nonno di cui ricordava benissimo il funerale nel 1929. Era inverno e la nevicata era stata di quelle storiche, peggio che nel 1956! La neve ammucchiata per strada arrivava alle finestre del piano terra. Più di un metro e mezzo! Nel freddo la “signora con la falce” lavorava bene tanto che il giorno del funerale del nonno se ne dovettero celebrare altri sei. Il piccolo Marcuccio di otto anni, per non fargli sopportare il viaggio dalla chiesa al cimitero, con tutto quel gran freddo, fu portato in una casa di amici lungo il percorso del funerale. La bara veniva trasportata a spalle. Il piccolo Marcuccio viene fatto salire sopra una sedia dietro i vetri di una finestra per poter vedere, al di là dei mucchi di neve, la bara del nonno che passò per sesta. Marcuccio era anche una memoria storica. L’Italia corre verso il precipizio della guerra dalla quale Marcuccio si salva perché alla visita militare viene riformato per

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

275


P E R S O N E

Dal 1982 al 2002 è un ventennio fecondo. Se agli inizi negli anni quaranta le sue scenette venivano rappresentate in teatrini improvvisati, ora le sue commedie si rappresentano al Teatro del Carmine o in quello di Giordo. Breve e spiritosa “scenetta”, come lui la chiama, in dialetto aggese. Il successo lo spinge a continuare in una attività che sentiva consona al suo carattere. Nel 1945 viene riconosciuto abile al servizio militare (era stato dichiarato non abile ma ogni anno doveva presentarsi a visita) e così per qualche mese vediamo il nostro Marcuccio in divisa militare (l’esercito del Re, sotto il comando del gen. Badoglio, al seguito dell’Esercito Alleato) in una città del Continente. Lui pacifista e antimilitarista convinto dovette trovarsi male in quei panni. Amava raccontare che, mandato insieme ad altri soldati, di pattuglia per sedare un tumulto sorto per una distribuzione di viveri, un commilitone si lamentava della loro mancanza di armi. Marcuccio accortosi che l’unico fucile era quello in suo possesso, si affrettò a cederglielo di buon cuore e con grande soddisfazione lasciando a lui l’eventuale ingrato compito di sparare se ce ne fosse stato bisogno. Tornato a Tempio riprende il suo lavoro in famiglia ed anche la produzione delle sue commedie. Lascerò alla penna di Marcuccio stesso l’indice dei suoi lavori. Per ora seguirò l’evolversi della sua vita segnando i momenti più significativi.

insufficienza toracica. Intanto dall’età di 14 anni ha iniziato a lavorare con il padre sugheraio del quale apprende il mestiere che sarà suo per tutta la vita: lavorare il sughero. Il dopoguerra a Tempio inizia prima che nel resto d’Italia. I Tedeschi lasciano l’isola nel 1943 risparmiando così alla Sardegna il periodo peggiore del conflitto. Rimane la fame e la miseria ma almeno non c’è la guerra fratricida. Il giovane Marcuccio entra a far parte dell’Azione Cattolica locale e partecipa attivamente alla vita parrocchiale, prerogativa che sarà costante in tutta la sua vita. Era usanza rallegrare le riunioni catechistiche con rappresentazioni elaborate dai partecipanti stessi (Brevi farse); nasce così la vocazione di Marcuccio che nel 1944 rappresenta “Serenata a Lauretta”

Capitolo importante della sua vita sarà l’incontro con Rosa che egli sposerà nel 1954. Alla sua Rosa dedicherà delle poesie, portate in musica e cantate, che diventeranno famose in tutta Tempio. Rosa… una famiglia come quelle di una volta… Fedeltà assoluta, il vivere l’uno per l’altra e viceversa. Partecipa attivamente alla vita della parrocchia: da ricordare che tutte le sue rappresentazioni sono gratuite. Non guadagnerà mai un soldo, certamente ce ne rimette. Non manca un certo benessere anche perché la famiglia, valorizzando le capacità della signora Rosa, apre un laboratorio di pasta fresca e dolci galluresi: l’attività, all’inizio unica in città, tira bene, conosciuta e stimata in tutta Tempio. Nascono 6 figli : tre femmine e tre maschi. L’attività ”letteraria”, diremo così, passa in secondo piano. Il lavoro e la famiglia sono cose più importanti. Nei primi anni settanta fonda la “Cooperativa sugherieri” che unisce nove associati; ne sarà segretario fino al 1982. Il suo incarico lo costringe a numerosi viaggi di lavoro in Continente alla ricerca di commesse e compratori. Si specializza nella produzione di solette per scarpe ed altri utilizzi del su-

In questa pagina, sopra Marcuccio e Rosa con i loro primi nipoti (1987) In questa pagina, sotto Festa del S. Cuore: Zio Marcuccio organizza i giochi dei ragazzi (1986)

276 | ALMANACCO gallurese 2010/2011


P E R S O N E ghero oltre a quello dei tappi. Lavoro che richiede iniziativa ed intelligenza e che egli eseguì sempre con serietà ed onestà. Dirigenza non facile che occupava tutto il suo tempo. A rompere questa aria di serenità pensa la cattiva sorte sotto forma di una malattia che colpisce uno dei figli: Giuseppe. Una malattia subdola che, nonostante le cure, porta lentamente ad un peggioramento continuo fino alla morte. Dopo il pensionamento rinasce l’antica passione per il teatro e abbiamo così il secondo periodo della produzione di Marcuccio. Riprende l’attività dell’associazione “Filodrammatica Gallurese” che riporta sulle scene le antiche commedie e le nuove che man mano escono dalla penna di Marcuccio a cui si affianca l’attività della figlia Margherita vera erede ed emula del padre. Attraverso l’interessamento di Giuseppe Sotgiu (Cantore e presidente dell’Accademia “G. Gabriel) vengono finalmente dati alle stampe alcuni suoi lavori. Dal 1982 al 2002 è un ventennio fecondo. Se agli inizi negli anni quaranta le sue scenette venivano rappresentate in teatrini improvvisati ( Salone sotto la vecchia pretura, una sala in Piazza Don Minzoni, la chiesetta sconsacrata di San Francesco Saverio, dove ora sorge il palazzo Multineddu, etc…) ora le sue commedie si rappresentano al Teatro del Carmine o in quello di Giordo. Sempre con pienoni naturalmente. Non mancano però anche le rappresentazioni (cosiddette) parrocchiali con palcoscenici improvvisati e scenari poco credibili. Andava bene lo stesso. Alla gente interessava la battuta dialettale... e si rideva. Importante ricordare il notevole “movimento” che si creava attorno ad una sua rappresentazione. Movimento con risvolti importanti di carattere educativo e sociale. La ricerca degli attori, (sempre rigorosamente dilettanti); i dopo cena passati provando e riprovando, le parti da mandare a memoria da studiarsi a casa, gli ambienti per le prove a volte freddi e umidi, una stanza d’appartamento di certo poco adatta per abituarsi agli spostamenti di un grande palcoscenico... La scenografia che impegnava carpentieri ed artisti vari. L’ entusiasmo contro ogni difficoltà; mesi di preparazione per arrivare a quel momento magico che è l’apertura del sipario. La paura e le risate… Poi l’applauso finale liberatorio. Le emozioni di chi aveva preparato il tutto erano di certo superiori a quelle di chi aveva assistito. Voglio ricordare alcuni nomi degli “attori “ che hanno vissuto queste emozioni. Primo tra tutti il figli Paolo, figura principale in moltissime commedie, e Giuseppe, gustoso interprete di alcuni modi di essere dei galluresi; la figlia Margherita, regista degli ultimi lavori. Poi… difficile, se non impossibile, ricordare tutti coloro che si sono calati nei personaggi di Marcuccio: qualche nome è d’obbligo: Maria Antonietta Pirrigheddu con il fratello Tomaso; Silvio Mammola con i figli Carmelo e Nora; Massimiliano Maisto e la sorella Catia. Ecc.

Del primo periodo (anni quaranta) bisogna ricordare: Salvatore Sechi (ora segretario alla Presidenza della Repubblica; Amilcare Loverci; i fratelli Alias; Mario Pintus, etc. Nel 2002 una caduta gli causa la frattura del femore. E’ l’inizio di un periodo di sofferenze che l’accompagneranno fino alla fine. La guarigione stenta a venire anzi: prima il bastone poi la stampella ed alla fine la sedia a rotelle. Pur nella malattia che lega il suo corpo, la mente rimane vigile e produttiva. Nascono dalla sua penna ancora commedie che attendono di essere rappresentate. Importante il lavoro filologico, che ha impegnato il periodo della malattia, dedicato al dialetto gallurese. Il titolo è emblematico: “Ca no ha nudda di fà pidda la gjatta a pittinà”. Più ancora il sottotitolo “Curiositai subbra a lu dialettu gadduresu scritti pà ingannà lu tempu candu no si sa comu passacci la ciurrata… o la nuttata.” Ancora impegno e prezioso lavoro di mente e di penna con un timido accenno alle proprie disavventure personali, accenno stemperato anche questo dall’ironia con cui aveva sempre guardato il mondo e se stesso. Voglio riportare l’elenco dei lavori con le parole dello stesso Marcuccio che negli ultimi tempi volle mettere ordine nei suoi ricordi per passarli ai tanti che gli chiedevano notizie della sua vita. “TITOLI SCENETTI, CUMEDI, PARODÌI E RIVISTI scritti e rappresentati da lu 1944 a lu 1951 e da lu 1982 a lu 2005 1944 e ginnaggju friaggju del ‘45

“Serenata a Lauretta” (in

aggjesu), “Zia Rucchetta”, “ Lu trenu”, “La fila di lu pani”, “In pretura”, “Un biglietto per cinque” (Tutti scenetti), “Gjacumina” (parodia). In chissu periodo so stati rappresentati ancora cumedi musicali come “La leggenda della mamma morta”, “La scuola del villaggio”, la canzunetta sceneggiata “I due fratelli”, li farsi in ittalianu “I tre bravi”, “I due professori”- atto drammatico, “Il casello ferroviario”, ecc. 1946

“ Brea in famiglia”, “Bona sera lu caagliè”, ”M’ani zuccatu”;

“Tempi a lu riessu”, “ Un maritu sfultunatu” (Tutti scenetti), “Gjacumina” (parodia) e alti cumedi e drammi in ittalianu tra li quali: “Credo”, chi stesi rappresentata in lu triattu di lu Calmini e “Falendi in Cacadda”, tradotta da lu sassaresu. “Gjiuanni lu maffiosu” (parodia). 1947

“L’amori no è ciudda” (Cumedia in dui atti), “Dodici al to-

tocalcio” (scenetta), “Miss Gallura ‘48” e paricci cumedi in ittalianu. Ma datu chi li spettatori si lamintaani chi vuliani robba in gadduresu, tandu a la fini di la rappresentazioni si cantaani parodii in gadduresu: “Rosa”, “Cacaddesa”, “Bruna aggjsedda“, “Lo stornello… di Francischinu”, “Limbaresu”, “ Li pastori pussidenti”, e par un pocu semu risciuti a appattalli.

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

277


Foto di Antonio Orecchioni

Centro produzione e vendita di piante e prato Uganda Realizzazione e manutenzione di giardini pubblici e privati Realizzazione impianti di irrigazione Vasellame di arte toscana

ARZACHENA loc. Lu Mulinu (s.s. 125) Tel. 0789 / 83581 • Fax 0789 / 83582


P E R S O N E

I temi erano quelli semplici nati dalla quotidianità di un ambiente popolano, che si muove ancora sui binari morali della tradizione degli avi. Tradizione però messa in difficoltà dall’irrompere, anche nella piccola società tempiese, del nuovo che arriva prepotentemente dal Continente. 1948

Ma dapoi, illu 1948, chi in gadduresu àggiu scrittu solu “La

pricunta” (cumedia in dui atti), è tuccatu traducì da lu ’ttalianu o da lu sassaresu (M’ammentu chi piacisini abbeddu) “Giacomino si sposa” (tre atti), “Ziu Manulestra” e “ Candu lu diaulu vi poni la coda” (un atto). Illu stess’annu à cominciatu a scri in gadduresu ancora Amilcare Loverci e si daggìani ancora li so’ scenetti. In chissu tempu la genti s’è un pocu staccata palchì da l’America erani arriendi rivisti cinematograffichi a nastru…. 1949

Vanni Quidacciolu m’à cunsiddatu di scri rivisti gaddure-

si e in chiss’annu àggiu scrittu la primma chi si cjamàa “Li subbrastanti”, tutti l’alti dapoi. 1950

“Lu rigalu di Natali”

1951

“Lu microfanu è nostru”, e cun chissa àggiu spostu palchì

no àggiu autu più lu tempu libbaru ppa scri e rappresentà. Andatu in pensioni àggiu ripresu a rappresentà li cumedi ‘eccj e in più àggiu scrittu , illu: 1985

“W lu sindacu nou!”

1989

“Ca sarà”

1992

“Lu graminatoggiu”

2000,

da unu cuntrastu autu cu’ prof. Costantino Brundu, àggiu

scrittu “Oggi vi dimu comu stesi chi Tempiu citai divintesi”, presentata da la Filodrammatica Gallurese, chi abà dirigi mè fiddola palch’eu ormai mi socu arresu pal via di una malattia. 2005

“Contenti ‘oi, contenti tutti”, è l’ultima (in verità la penul-

tima -nda) c’àggiu scrittu ed è aspittendi d’esse prisintata. 2007

“Li ragjunanti” (Aggiunta nell’elenco dalla figlia -nda).

Qui termina il lungo elenco compilato negli ultimi anni da Marcuccio stesso. L’ho voluto riportare per esteso perché forse è difficile trovare altrove l’elenco completo delle sue opere, di alcune delle quali è rimasto solo il titolo. Notate le ultime date: 2005 e 2007. Marcuccio è già in carrozzella ma lo spirito è forte! Lavora anche a quell’opera di carattere filologico che abbiamo già citato. (Opera ora passata alle stampe per iniziativa dei “Lions “di Tempio). Marcuccio dimostra, frammiste alla bonaria polemica, conoscenze della letteratura italiana soprattutto dei commediografi: ammira in particolare Goldoni. Ha le idee chiare sul rapporto tra commedia e dialetto. Quest’ultimo è più adatto alla commedia perché più aderente al

parlare e sentire della gente. Vasta la sua conoscenza del teatro e del cinema italiani con particolare attenzione alla cosiddetta “commedia all’italiana”. Per me questo lavoro è una delle cose di Marcuccio meglio riuscita. Non un barboso testo o ricerca linguistica, ma uno spigliato succedersi di situazioni legate al modo di dire dialettale; un racconto fatto di incontri e benevoli scontri con i suoi avversari... linguistici. Passano davanti a noi, come in un palcoscenico, suoi amici o denigratori, comunque persone reali e conosciute di Tempio. Marcuccio che discute con l’amico su come si debba scrivere “Gjatta”! Sembra di vedere i suoi personaggi sulla scena. Mi viene da ridere al pensiero che Marcuccio possa avere avuto degli “avversari”. Lui che non avrebbe fatto del male ad una mosca! Le discussioni non arrivavano di certo al sangue! Vertevano al massimo su come si dovesse scrivere “Ha” voce del verbo “ avere” in gallurese. Con l’acca o senza acca? Lui preferiva l’accento. Se il gallurese dovesse essere considerato lingua o dialetto… Non si trattava dei massimi sistemi, ma per lui il dialetto gallurese era cosa importante. Caro Marcuccio. Non ti preoccupare ! Se per l’Italiano l’Accademia della Crusca obbligava i letterati o confrontarsi con Dante, Boccaccio o Petrarca, per il Gallurese, i nostri posteri si dovranno confrontare con i tuoi scritti. Voglio chiudere con le parole di Marcuccio poste a conclusione del suo libro: “Chistu librittu l’àggiu scrittu pa disviammi. Mi cuntentu si vi seti disviati ancora ‘oi. Pa lu stessu muttiu, siddu mi resci, àggiu a cilcà di fa stampà ancora li cumedi ch’àggiu scrittu da lu 1944i a lu 1992, cilchendi lu modu più adattu pa esse letti, senza troppa difficultai ancora da li cioani chi, vulendi, li podarìani rappresentà. Vi salutu cu la frasi tradizionali e d’auguriu gadduresa: “Salut’ e tricu a tutti da… Marcuccio Achenza”. “E cussì àggiu cumpritu a pittinà la ‘jatta”. ■ NOTE i

Molte delle commedie, parodie e canzoni scritte tra gli Anni Quaranta e Cinquanta sono introvabili. Forse dimenticate nel cassetto dai tanti che hanno chiesto questi lavori a Marcuccio per poterli utilizzare nelle scuole o in paesi diversi. Erano manoscritti o dattiloscritti in originale (allora non esistevano le fotocopiatrici) che lui consegnava in buona fede. La famiglia sarebbe lieta di recuperarle in modo da creare finalmente una raccolta completa degli scritti. La preghiera, dunque, per chiunque fosse in possesso di tali copie, è quella di farle avere agli interessati, sicuri, in tal modo, di valorizzare il lavoro dell’autore.

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

279


P E R S O N E

Un tenore sassarese dell’Ottocento Francesco Nieddu, grande voce dai facili do di petto di Adriano Vargiu

Si ringraziano per la collaborazione: Antonio Aroni, Cristiano Balma, Giovanni Idonea, Giuseppe Martelli, Gian Paolo Nardoianni, Oscar Garau, Ennio Pezzi, Gilberto Starone, Enrico Tellini e Giovanni Viani.

Sassari, vicolo dei primi del Novecento

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

281


P E R S O N E

«Era un gran tenore – ha scritto Aldo Cesaraccio (1986) – anzi una grande voce di tenore che fu celebre per un breve periodo. Sassari gli ha dedicato una via: ma il freddo memento della toponomastica col tempo non ricorda proprio niente, se non l’orientamento al portalettere». Le città sono piene di nomi che nessuno ricorda chi fossero.

N

ato a Sassari l'8 luglio 1866. Nelle sue vene scorreva sangue di cionfra. Il suo spirito popolaresco lo portava a interagire e battibeccare con il pubblico. Sorriso stampato sulle labbra, occhi neri, profondi e allegri. Sul metro e sessantaquattro, scuro, capelli folti e nerissimi, musthazzus a manubrio. Tenore lirico-drammatico. Primi studi a Sassari, nella Scuola di Musica diretta da Luigi Canepa. Nel 1888 si trasferì a Livorno, alunno del Liceo Musicale. Successivamente a Milano prese lezioni da un maestro privato. Nel maggio del 1891, nella città labronica partecipò a un concerto orga-nizzato dal liceo, assieme al basso Alfredo Bini e al soprano Clotilde Penna. Cantò l'aria dallo Stabat Mater di Rossini, Cujus animam gementem (difficilissima, con tanto di re bemolle sulla prima nota di terzina preceduta da gruppetto) e con Penna il duetto dal Guarany di Gomes. E sempre a Livorno, agli inizi del 1892, debuttò nel Trovatore. Il pubblico livornese lo applaudì anche nel 1893 al Teatro Goldoni, Ernani, nel 1898 al Teatro Politeama, Un ballo in maschera, e all'Arena Alfieri in ben tre opere: Trovatore, Lucia di Lammermoor e Rigoletto. Al Teatro Turreno di Perugia, il 28 maggio 1892 cantò nella Maria di Rohan diretta da Antonio Gianoli. Altri interpreti: il soprano Morelli, il mezzosoprano Belloni e il baritono Gaetani. Al Teatro della Munizione di Messina, il 15 (per altri il 4, spesso nelle cronologie le date sono un optional) aprile 1897, diretto da Gianni Bucceri, fu Edgardo nella Lucia di Lammermoor. Con Giuseppina Gargano (Lucia), Aurelio Viale (Lord Enrico Asthon), Giovanni Gravina (Raimondo). Nella stessa stagione lirica, recite di Traviata. Altre presenze a Messina: nel 1902 Trovatore e nel 1903 Aida. Teatro “Massimo” Bellini di Catania, 1897, «Fuori Stagione, “Primavera” (dal 2 al 9 maggio), Impresa Giuseppe Cavallaro». La Traviata (2 e 7 maggio), maestro concertatore e direttore Oscar Anselmi: Giuseppina Gargano (Violetta Valery), Francesco Nieddu (Alfredo Germont), Giuseppe La Puma (Giorgio Germont). Il Corriere di Catania, 3 maggio: «Giuseppina Gargano: immaginate Eleonora Duse dotata di una bella voce di soprano, educata alle più squisite finezze e alle più grandi astrusorie del canto, ed avrete così la sintesi dei meriti di questa pregevolissima artista. Del giovanissimo tenore Nieddu e del

282 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

Una rara immagine del tenore Francesco Nieddu. Di lui Giovanni Manurita (1937) scrisse: «Dotato di una voce ampia e robusta si produsse da giovane nei pubblici locali, accompagnandosi le canzoni in voga con la chitarra. Nel 1890 esordì in parti secondarie di opere. Recatosi a Milano, in due anni di studio serio e disciplinato perfezionò il suo organo vocale e le sue disposizioni artistiche. Nel 1892 affrontò le prime parti, rivelandosi subito un Manrico ottimo nel Trovatore. Il suo repertorio di genere drammatico fu abbastanza vasto: Ernani, La forza del destino (opera che egli prediligeva su tutte), Maria di Rohan, Carmen (fu un Don José violento e fortemente passionale), Gioconda lo ebbero interprete apprezzato e pieno di robustezza canora».

baritono La Puma mi sono già occupato quando, pochi giorni fa, cantarono la stessa opera al Nazionale (quindi altra presenza a Catania del tenore). Voglio però far rilevare che il passaggio da un teatro secondario alle nostre massime scene, non ha offuscato alcuno dei meriti, non pochi, di questi bravi artisti... Un applauso lungo e interminabile alla sortita della Gargano, applausi al duetto, alle cavatine e due chiamate al proscenio assieme al tenore Nieddu, che alla ripresa emise un do naturale da far stupire gli spettatori. Applauditissimo il tenore nell'aria del secondo atto... Grandi ovazioni alla scena della borsa al tenore Nieddu e applausi calorosi alla fine del concertato... Il quarto atto fu per la Gargano un trionfo completo; ovazioni a ogni pezzo, a ogni frase, divisi col tenore Nieddu.


P E R S O N E Quattro chiamate a tutti gli artisti alla fine dell'opera». Lucia di Lammermoor (7 maggio), sul podio ancora Oscar Anselmi, maestro del coro Filippo Tarallo: Giuseppe La Puma (Lord Enrico Asthon), Giuseppina Gargano (Miss Lucia, sua sorella), Francesco Nieddu (Sir Edgardo di Ravenswood), Ettore Ciccolini (Raimondo Bidebent). Il Corriere di Catania, 8 maggio, cronaca firmata Aramis, ricca di elogi soprattutto per la concittadina Giuseppina Gargano: «...Il tenore Nieddu e il baritono La Puma riscossero caldissimi e fragorosi applausi in tutti i loro pezzi e vennero chiamati più volte al proscenio... I coadiuvatori della Gargano [che per l'articolista ricorda Adelina Patti], principalmente il tenore Nieddu e il baritono La Puma, si mostrarono altamente degni di lei...». Nuovamente a Catania nel marzo 1903, tre recite trionfali del Trovatore, (4, 8, 9 marzo), direttore Aurelio Doncich, maestro del coro Angelo Rapisardi: Elsa Regini (Leonora), Michele Fiore (Ferrando), Francesco Nieddu (Manrico), Pasquale Amato (Il Conte di Luna), Giannina Lucacevska (Azucena). Il Corriere di Catania, 5 marzo 1903: «Alla prima del Trovatore arrisero ieri lietissime sorti. Il pubblico non era numeroso, ma dispostissimo a dispensare allori: non ebbe, anzi, ritegno di sorta nell'acclamare tutti gli interpreti del vecchio lavoro verdiano, nel richiedere bis su bis, nell'applaudire romanze e duetti e terzetti... E fece benissimo... Il Trovatore (Io fremo!): il giovane tenore Nieddu ha fatto realmente fremere l'uditorio con le potenti e nette note del suo registro acuto. Protagonista lodevolissimo». 1897, al Teatro San Carlo di Napoli, Duca di Mantova in quattro recite di Rigoletto dirette da Vittorio Podesti, la prima il 26 giugno: Adele Cousin (Gilda), Ernesta Riso (Maddalena), Antonio Pini Corsi (Rigoletto), Antonio Sabellico (Sparafucile). Nella stagione lirica di Piacenza, 1897-98, Cavalleria rusticana e Pagliacci. Teatro Regio di Parma, 19 febbraio 1898, Riccardo nel Ballo in maschera diretto da Ettore Perosio. Una di quelle mazzata che solitamente non figurano nelle biografie degli artisti. Ma qual è quell'artista che non è mai stato fischiato? La cronaca nei documenti del teatro: «Ma ora sorgono delle grandi difficoltà, stante la quasi impossibilità di trovare il tenore pel Ballo in maschera, dopo lo scioglimento del Ferrari. Per quest'opera è stata scritturata la parmigiana Orchesi che ha bella voce e che dovrebbe piacere. Ma manca ancora il tenore. Sembrava trovato nel Maina, ma è un cantante andato, il quale non dà affidamento di giungere in fine all'opera. Testi e Grossi sono ora ancora a Milano. Si attendono telegrammi. Intanto oggi prova e stasera dovrebbe esservi la prova generale. Con che tenore? 18 febbraio: una specie di prova generale del Ballo in maschera, senza tenore, una specie d'ira di Dio! Povero Verdi! Domani pare che arrivi il tenore nella persona del Sig. Nieddu? Ma attenti ai pomi, poiché domani a sera si vuole andare in scena. 19 febbraio, prima rappresentazione del Ballo in maschera: una catastrofe per causa del Nieddu. Figura piccola, alquanto ridi-

cola, voce bella solo negli acuti. Primo atto, qualche applauso. Secondo, qualche fischio. Terzo, fischi. Quarto, addirittura, il finimondo... Comunque si è arrivati alla fine. Bene la Orchesi, la Ceresoli e la Cassandro, male il baritono Giacomello, orchestra idem». Gazzetta di Parma, 20 febbraio 1898: «Serata burrascosa e tempestosa quella di ieri al Regio. Un ballo in maschera, la terza opera di questa stagione, fin qui fortunatissima, ha naufragato completamente per insufficienza assoluta del tenore Nieddu. Date le peripezie della serata ci sembra doveroso non parlare per oggi dei pregi e dei difetti di questo spettacolo. Avremo campo di scrivere il nostro parere quando di questo Ballo in maschera si darà una seconda edizione che auguriamo più corretta e soprattutto più colorita. Per oggi poche parole di cronaca. Teatro imponente, splendido. Non un palco, non un posto vuoto. Pubblico attento e da principio ben disposto perché applaude il tenore dopo la romanza dell'atto primo. Ma al secondo incominciano per questo artista le prime disapprovazioni, disapprovazioni che aumentano di forza e di intensità all'atto terzo. Prima che incominci poi l'ultima parte del quarto atto, il tenore comprimario Eugenio Grossi si presenta al pubblico in mezzo ad un baccano indiavolato ed avverte che il tenore Nieddu, non essendo nella pienezza dei suoi mezzi... e null'altro poté dire, tante furono le urla e i fischi degli spettatori! E siamo all'ultima scena. Il tenore Nieddu omette la romanza Ma se m'è forza perderti che del resto non si canta in quasi tutti i teatri. Ma a Parma si è sempre voluta sentire ed anche ieri sera molti, ad alte grida, la domandano, la vogliono. Nuove disapprovazioni, nuovo uragano di fischi. È impossibile continuare lo spettacolo... e cala la tela! Una piccola parte del pubblico abbandona la sala mentre i più rimangono, chi a fischiare, chi ad applaudire. Continua questo chariavarì un bel poco. [Anche in un Ballo in maschera al Teatro Massimo di Cagliari, 1959, il bravo Giuseppe Campora, indisposto, saltò la romanza, il pubblico mugugnò, ma lo spettacolo andò avanti]. Finalmente l'impresario Borboni annuncia che per giovedì vi sarà un nuovo tenore e che intanto si pazienti. E così quando Dio vuole e come Dio vuole si riprende la rappresentazione si arriva in fondo molto malamente. In mezzo a una simile burrasca il pubblico ha avuto modo però di apprezzare la signorina Orcesi (Amelia) per la voce bella per estensione e per timbro, e di applaudirla con entusiasmo e di chiamarla al proscenio alla fine del terz'atto, e sola, e assieme ai compagni, più volte. E così dicasi della Ceresoli, brava anche nei panni di Ulrica, della Cassandro, e del Giacomello, dal quale il pubblico avrebbe voluto il bis della romanza Eri tu che macchiavi quell'anima. E per oggi non vogliamo dire di più. Quello che l'impresa ci prega di far noto al pubblico si è che essa aveva cercato, si può dire per mare e per terra, un artista sicuro e degno del nostro teatro anche per la parte di Riccardo ma sfortunatamente non gli è stato possibile averlo, perché non solo i buoni, ma pure i mediocri sono

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

283


P E R S O N E in questo momento impegnati. Martedì, col finire della stagione di Carnevale, molti artisti saranno liberi. Allora soltanto crediamo, si riprenderà il Ballo in maschera, colla speranza che la sostituzione del tenore attuale con un artista più sicuro valga a rialzare le sorti di questo spettacolo». Ma anche il secondo tenore andò male, il terzo finalmente fu applaudito. Le cose gli andarono meglio nel Rigoletto al Teatro Cressoni di Como, recite dal 10 al 26 aprile 1898, alternandosi con Garibaldi Pellegrino e Saturnino Frattini, sotto la bacchetta di Andrea Del Gado. Ancor di più nel 1899, al Politeama Genovese di Genova, in Lucia di Lammermoor, Faust, Trovatore, Rigoletto, Un ballo in maschera ed Ernani. (Stesso teatro nel 1901, in Pagliacci e Cavalleria rusticana). E al Teatro Andreani di Mantova, dove cantò ben nove delle undici recite in cartellone del Rigoletto (22, 23, 25 e 26 novembre, 2, 3, 7, 9 e 10 dicembre 1899), direttori Pietro Vallini e (?) Molajoli: Maria Cappellaro/Adelina Motta (Gilda), Maria Quaini (Maddalena), Francesco Nieddu/Arturo Ferri Sordello (o Sordella) (Duca di Mantova), Nestore Della Torre (Rigoletto), Achille Gautiero (Sparafucile). Teatro Costanzi di Roma, marzo 1900, quattro recite del Faust di Gounod dirette da Leopoldo Mugnone. «Uno spettacolo assolutamente non degno del Costanzi, ormai – di fatto – diventato il Teatro Massimo di Roma, per quanto riguarda la messinscena», nel giudizio del Messaggero. 1901, 24 agosto, Radamès nell'Aida al Teatro Donizetti di Bergamo, direttore Ubaldo Zanetti. Scritturato al Teatro Sociale di Voghera, nei mesi di ottobre-novembre: quattordici recite dell'Aida – alternandosi con Attilio Perico – e otto della Gioconda, da solo. Alcune recite dell'opera verdiana sul periodico politico-amministrativo di Voghera, L’opinione liberale: «Il nuovo tenore Francesco Nieddu ha fatto il suo debutto mercoledì sera. Padrone della parte e conoscitore consumato degli effetti e dei ripieghi di palcoscenico, sapendosi conservare e risparmiare con una provetta nozione di arte, egli ha potuto farsi applaudire con entusiasmo ad ogni emissione delle note acute». «Il tenore si fa ogni sera con i suoi facili e limpidi acuti, con la freschezza della voce e con la padronanza di scena applaudire dal pubblico, e si trova anzi costretto a concedere qualche bis. Peccato che egli sia deficiente nel primo e nel secondo registro e che non ci possa fare apprezzare i recitativi e lo splendido Morir si pura e bella che dice assai male». Il 22 novembre, la dernière: «Qualche spiritoso non si è trattenuto dal lanciare caramelle sul palcoscenico per far nascere, come è nato, del confusionismo per parte dei ragazzi, che sopra vi si lanciarono carponi e con grotteschi divincolamenti. Ma queste licenze non furono solo comuni alle comparse e ai bambini. Anche il tenore Nieddu – l’artista chiamato “rinomato” su ogni manifesto grosso e piccolo – volle raccogliere e… mangiarsi anch’egli dinanzi al pubblico la caramella, abbandonandosi poi ad una mancanza di serietà durante lo spettacolo

284 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

ed a tali controscene e piroette nelle chiamate dopo gli atti, che molti abbandonarono stomacati sedie e palchi, ed altri proruppero in certi fischi e zittii, di cui il “rinomato” tenore Nieddu farà bene a ricordarsi». «Sabato si ebbe la serata d’onore del tenore Francesco Nieddu. Il bravo artista fu regalato di vari doni di valore e assai festeggiato specialmente dopo la romanza dell’opera La forza del destino, cantata nell’intermezzo del secondo atto della Gioconda». È l'unico riferimento riguardante la Gioconda, apparso sul giornale. Alla stagione lirica nella città dell'Oltrepo pavese, il critico musicale Gilberto Starone ha dedicato un medaglione sul settimanale Giornale di Voghera, 18 ottobre 2007: «Francesco Nieddu al Sociale nel 1901. Tenore dai facili e limpidi acuti». Nello stesso anno, 1901, Lucia di Lammermoor a Palermo e un concerto a Cremona. Sul quotidiano di Cagliari, Il Paese, breve il 23 febbraio 1905: «La Patria, gazzetta di Trento, ha calde parole di lode per il tenore Nieddu, che canta in quel Teatro Sociale, Cavalleria e Pagliacci. Dice che egli suscitò l'ammirazione del pubblico per la sua voce e per la sicurezza nel canto e nell'interpretazione di artista provetto e veramente di merito». A Sassari, sua città natale, cantò nella stagione lirica 1903-04: «Nel Trovatore – scrive Aldo Cesaraccio – portava al delirio il pubblico concittadino. Nieddu ebbe molta fortuna, pur se breve, anche altrove. Sul podio il maestro Annibale Ponchielli, figlio di Amilcare. Il tenore ritornerà anche per la stagione 1905-06 come Radamès nell'Aida, ma era già in declino». Lo stesso Aldo Cesaraccio, nel suo libro Una città a teatro, storia del Teatro Verdi di Sassari, ricorda alcuni aneddoti: «Era un gran tenore, anzi una grande voce di tenore che fu celebre per un breve periodo. Ma non aveva altro. I coristi che cantavano con lui nel Trovatore, per esempio, gli attribuivano il seguente sproposito. Quando Manrico rinvia Ruiz che gli aveva recato l'annunzio dell'assedio di Castellor, gli dice: “Il tempo incalza, corri, t'affretta del colle al pie'”. Nossignori. Il buon Nieddu affidandosi al ritmo e all'orecchio, cantava il suo do diesis così: “Ite pitazza, corrette a fette, del collinpie'”. Ma non so se sia vero. [Ma se anche fosse vero, il teatro lirico abbonda di variazioni più o meno divertenti. Piero Schiavazzi, fischiato a Cagliari nel Rigoletto, alla replica variò la romanza d'apertura: «Questa o quella per me pari sono – dei vostri fischi io me ne infischio!». Famosi anche e soprattutto i battibecchi con il pubblico del trasteverino Francesco “Checco” Marconi; a Perugia, applaudito freneticamente in una romanza della Lucrezia Borgia, disse al pubblico: «Questo è gnente, aspettateme al terzetto e sentirete che briscole!». Hipolito Lazaro pretendeva il massimo silenzio in sala, se non l'udiva avanzava sul proscenio e piccato redarguiva il pubblico: «Signori, voi state ascoltando il primo tenore del mondo!». Tempi più recenti, anni Sessanta, in un Otello all'Anfiteatro Romano di Cagliari, alla prima uno spettatore sbadigliò sonoramente nel bel mezzo della Can-


P E R S O N E zone del Salice: «Cretino!», gli urlò Desdemona, continuando a cantare. Altro sbadiglio sguaiato alla replica e altro urlo di Desdemona, senza interrompere il brano: «Adesso basta, eh!»]. Nieddu ebbe autentici trionfi ovunque cantasse, e li ebbe a Sassari nel Trovatore: i suoi concittadini erano entusiasti della sua voce potente e metallica e anche un po' orgogliosi dei successi avuti fuori della Sardegna. Non so quante volte gli facessero cantare la Pira. Questo avvenne nella stagione del 1903-04. Nella stagione 1905-06 Nieddu ritornò per cantare nell'Aida. La sua voce, però, era già in decadenza e tutti i testimoni di quell'epoca mi assicurano che il pubblico concittadino fu questa volta piuttosto generoso nel lasciarlo cantare senza fischiarlo, anzi applaudendolo quel tanto che basta per far capire che non si è del tutto contenti. Qualcuno glielo fece capire in modo ancor più elegante, quando, riapparso il tenore sul proscenio per prendersi quei tiepidi applausi, gli gridò “La Pira! Vogliamo la Pira!”. E i predetti testimoni mi assicurano che egli vestito da Radamès, volle rispondere con una battuta secondo lui spiritosa dicendo: “Non posso cantare la Pira, non ho l'ermo!”. L'ermo naturalmente era l'elmo di Manrico che quella sera non poteva stare sul capo di Radamès. Ma non poteva starci null'altro. Preoccupati dei possibili insuccessi erano un po' tutti. Lo era specialmente per le future recite (allora un'opera si ripeteva per dieci o quindici volte) l'impresario improvvisato di quella stagione, che era Francesco Zirano, il re dei pasticcieri di Sassari, cognato del tenore. Amici e gestori del teatro lo invitarono a far arrivare d'urgenza un altro tenore e gli diedero l'indirizzo d'una agenzia, una delle tante che allora si trovavano a Milano in Galleria. Partì il telegramma di Zirano: “Inviate d'urgenza tenore Politeama Verdi Sassari”. Telegraficamente l'agenzia rispose chiedendo chiarimenti sul tipo di tenore che si desiderava, concludendo: “Di tenori c'è penuria”. L'impresario improvvisato subito incalzava con un altro telegramma: “Mandate Penuria”. Il buon Nieddu peraltro ebbe breve non soltanto la carriera, ma anche la vita e probabilmente era già ammalato quando non poteva più cantare la Pira senza l'ermo. I sassaresi hanno fatto bene a ricordarne il nome in una delle vie della nuova Sassari». In una corrispondenza da Sassari, il quotidiano cagliaritano Il Paese del 22 novembre 1905 riportò il «Cartellone della Stagione Lirica di Carnevale al Politeama Verdi»: Aida, Rigoletto, Gioconda, Gli Ugonotti». Nell'elenco degli artisti: «Francesco Nieddu (nostro rinomato concittadino), tenore drammatico... La concertazione dell'orchestra verrà cortesemente assunta dal maestro Luigi Canepa. Maestro sostituto e istruttore dei cori, sig. Albino Floris». Morì a Milano il 14 settembre 1906. Il 15 settembre i due quotidiani di Cagliari diedero la notizia. Il Paese, rubrica La Sce-

na: «Un telegramma pervenuto ieri alla signora Zirano [moglie di Francesco Zirano] di Sassari annuncia l'immatura morte avvenuta a Milano per paralisi cardiaca del tenore Nieddu. Francesco Nieddu era nato l'8 luglio 1866 a Sassari. Nell'istituto musicale di quella città, sotto la guida del maestro Canepa aveva fatto i primi studi. Nell'88 partì pel continente e si perfezionò a Livorno. Debuttò due anni dopo con grande successo. In seguito cantò nei principali teatri d'Italia, dalla Scala (sic) al San Carlo al Costanzi e all'estero suscitando veri entusiasmi. Tornato in patria [ossia nella sua città] cantò nell'Aida al Politeama sassarese lo scorso anno. Ma non era più lui! I suoi concittadini previdero il tramonto dell'eletto artista, e la fine immatura che ora ha destato a Sassari così vivo rimpianto. Francesco Nieddu era vedovo da due anni; lascia la madre, due sorelle e un figlio giovinetto. Dotato di bella e fresca voce, difettava però di educazione artistica e di studio e ciò gli impedì di salire più in alto nella via della gloria». L'Unione Sarda, rubrica Dall'isola – Note Sassaresi: «Da Milano è giunta la triste notizia della morte del tenore Nieddu, nostro concittadino; da parecchi mesi gli amici intimi la paventavano. Tutta Sassari ne aveva potuto constatare l'anno scorso al Verdi che il valoroso artista era finito: una malattia di cuore lo torturava e l'ugola straordinaria, ricca di acuti che avevano della voce di Tamagno, emetteva il canto con pena e con sforzo evidente. Povero Nieddu! Quante soddisfazioni provò e quale nome si guadagnò. La sapete la sua giovinezza: non aveva coscienza del gran tesoro che aveva in gola e prodigava le sue note acute cantando per le strade nelle serenate. E vi fu poi chi gli consigliò di studiare e in breve tempo lo fece e calcò le primarie scene del mondo. Purtroppo al dono naturale non accoppiava vivace intelligenza: se un do di petto per lui era niente, la abilità della interpretazione drammatica gli mancava affatto; poteva stordire le platee, non appagare il pubblico. E gli intelligenti dicono che alla malattia di cuore l'abbia condotto l'eccesso al quale sforzava la voce per conquistare il successo quando temeva gli mancasse. Aveva quarant'anni!». Per Gian Paolo Nardoianni (2008) – medico, esperto di melodramma e di voci – «non pare verosimile che l'abuso dei mezzi vocali abbia potuto intaccare il cuore; semmai sarà stato vero il contrario: l'affezione cardiaca avrà influito negativamente sull'organo vocale». Di là dalle coloriture dei coccodrilli e della memoria urbana, fu un tenore dalla splendida voce e un personaggio legatissimo alle proprie radici popolari. Dalle serenate per le strade di Sassari alle opere liriche nei teatri italiani ed esteri, attirandosi l'attenzione del pubblico e della critica. La sua fama si estese rapidamente e ancor più rapidamente è finito nell'oblio. Ormai siamo un popolo senza memoria. ■ La bibliografia può essere richiesta all’Almanacco Gallurese

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

285


P E R S O N E

Paracadutista della “Nembo”, Combattente nel Gruppo Combattimento Folgore e nel C.I. di L. nell’ultima guerra

di Bebbo Ardu

Muggittu Francesco

- AVIATORE FRANCESCO MUGGITTU FU TRA I PARACADUTISTI DELLA “NEMBO” CHE NEL 1943 RIFIUTARONO DI ADERIRE ALLA FUGA CON I TEDESCHI DIRETTI VERSO LA CORSICA. FU DECORATO PER LE AZIONI D’ARMI CONTRO I NAZISTI CON LA CROCE AL MERITO DI GUERRA E CON LA MEDAGLIA DI BRONZO AL VALOR MILITARE.

F

rancesco Muggittu era nato a Mamoiada in provincia di Nuoro il 12 Ottobre del 1915. Lasciò i banchi della scuola elementare per seguire il padre in campagna e imparare l’arte del pastore. Lo incontrai, per la prima volta, a Gavoi sull’altipiano d’Itria nei pressi del Santuario, mentre custodiva un gregge di pecore al pascolo. Amici comuni mi presentarono quest’uomo: bassotto, barbuto col volto abbronzato e con il classico berretto del pastore sardo in testa. Vestiva un abito piuttosto trasandato, con una sopragiacca nera senza maniche, con la lana dentro. Mentre seguiva le pecore al pascolo, con gli occhietti neri e vispi mi fissava e manifestava molto interesse per sapere chi ero e ha voluto capire meglio il mio nome. Nel frattempo le pecore si ritiravano, una dietro l’altra, nella mandra per essere munte. Dopo aver-

gli ripetuto il mio nome e cognome rimase per un attimo pensieroso e replicò: “in guerra, nel ’43, ero nella Divisione Nembo. Il mio tenente si chiamava Ardu e di nome Piero. Con lui ho combattuto sul fronte di Cassino, di Filottrano, di Grizzano, di Tossignano. Entrambi decorati per le azioni d’armi contro i nazisti”. Dissi a Muggittu che quel Tenente era mio fratello. Questa notizia lo commosse e manifestò il desiderio di incontrare il suo compagno d’armi con il quale aveva trascorso momenti difficili, di paura ma anche di grande soddisfazione. Gli dissi che mio fratello era ancora in servizio a Livorno con il grado di Colonnello della Folgore e molto presto gli avrei dato la notizia del nostro incontro. Nel mese di Agosto del 1969, in occasione delle esercitazioni che i Paracadutisti della Folgore fecero sull’altipiano di Pratobello ad

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

287


1

2 3

I combattimenti continuarono nella Valle del fiume Santerno sulla Linea Gotica. La “Nembo”si distinse nel combattimento di Grizzano (BO) e Tossignano (BO) nel quale furono affrontati i Paracadutisti tedeschi della I Div., i famosi diavoli verdi di Cassino. Orgosolo, mio fratello e tanti altri Ufficiali della Folgore lo incontrarono. Tra gli ufficiali ricordo: Il Col. Finochi, il T. Col. Tamborrino, il Gen. Salmi, il Gen. Brandi, medaglia d’oro, il Maggiore Minervini, il T.Col. Devilla. Fu un incontro commovente con tante lacrime.

FRANCESCO MUGGITTU E LA SUA STORIA IN GUERRA Nel ’42, dopo aver conseguito il brevetto di paracadutista nella Scuola Militare di Paracadutismo di Tarquina, fu assegnato al 184° Rgt. della Divisione Nembo, XIV Battaglione. Era nato a Mamoiada in prov. di Nuoro il 12 Ott. del 1915, morto il 19 Nov. 1980. Il suo lavoro, prima di arruolarsi volontario nei paracadutisti, era quello di pastore. L’8 Settembre del ’43 si trovava in Sardegna e il giorno 10 fu tra i Paracadutisti della “Nembo”che rifiutarono di aderire alla fuga con i tedeschi diretti verso la Corsica. Il suo comandante diretto era il S.T. Pietrino Ardu. Con lui al-

288 | ALMANACCO gallurese 2010/2011


1 2 3

4

Muggittu

Nelle foto in alto, da sinistra

La “Nembo” nell’ultima guerra Nel Giugno del 1943 la 184° Divisione “Nembo” lascia la Toscana per la Sardegna. Venne dislocata nei comuni di: Villanovaforru, Assemini, Serramanna, Marrubiu, Fertilia,Sanluri,Venafiorita,Villacidro, Oristano, Milis,Elmas Cagliari, Monserrato, Chilivani. La Divisione iniziò subito un intensa attività addestrativa congiunta con la 90a Divisione corazzata tedesca che, nel quadro della difesa dell’isola assolveva le stesse funzioni di manovra assegnate alla “Nembo”. La Divisione “Nembo” era una unità di “elite”completamente motorizzata e bene armata. Molto invidiata e seguita negli addestramenti dai tedeschi. Anche in Sardegna l’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre creò un profondo turbamento spirituale tra i paracadutisti e l’intera Divisione venne scossa dagli avvenimenti. Si inserisce in questo contesto l’uccisione, avvenuta il 10 sett. al bivio di Borore presso Macomer, del Ten. Col. Alberto Bechi Luserna, Capo di Stato Maggiore della “Nembo”. Tentò, inutilmente, di convertire i paracadutisti del XII Btg. 184° Rgt. a tornare sulle loro decisioni e rispettare le clausole armistiziali. Il Battaglione del Magg. Rizzati e il Cap. Alvino che capeggiarono il tragico avvenimento, si unirono ai tedeschi in fuga verso la Corsica. Superata la crisi morale la Divisione “Nembo” si ricostitui e tornò ben presto efficiente e nel Marzo del 1944 si trasferì in Continente e fu subito in guerra sul fronte di Cassino con il Corpo Italiano di Liberazione. Muggittu seguì il S.Ten. Ardu e s’imbarcò sull’incrociatore Garibaldi. Assieme a lui il parac. G.A. Gregu e tanti altri parac. sardi. Con il fronte di Cassino iniziò, per la “Nembo”, al Comando del Gen. Morig, una pagina tragica ma gloriosa di storia. Del 184° Rgt. “Nembo” - XIV Battaglione facevano parte i paracadutisti sardi: il S.T. Pietrino Ardu, Francesco Muggittu, G..A. Gregu, Natale Gregu e Antonimo Congiu (questi ultimi quattro tutti di Mamoiada). Si distinsero in combattimento, come attestano i documenti che si allegano. Ai primi di Giugno del ‘44 la Nembo fu destinata al settore Adriatico. L’otto Giugno iniziò l’offensiva lungo un itinerario montano – collinare, seminato di interruzioni e di mine. La “Nembo” liberò i capoluoghi di provincia di Chieti, L’Aquila, Teramo, Ascoli Piceno e Macerata, muovendosi prevalentemente a piedi e sostenendo i più significativi combattimenti a Chieti, Sforzacosta (MC) e Filotrano (AN), dove ebbe luogo lo scontro più sanguinoso dell’intera Campagna di Liberazione; la Nembo ebbe 131 Caduti e oltre 280 feriti.(Il S.Ten. Ardu e il Par. Muggittu furono decorati di Croce di Guerra e di Medaglia di Bbronzo al Valore Militare). I combattimenti proseguirono fino a Urbino ove la Divisione Nembo fu disciolta per costituire il Gruppo di Combattimento Folgore (24 Sett. ‘44). I combattimenti continuarono nella Valle del fiume Santerno sulla Linea Gotica. La “Nembo”si distinse nel combattimento di Grizzano (BO), Tossignano (BO) nel quale furono affrontati i Paracadutisti tedeschi della I Div., i famosi diavoli verdi di Cassino. Quel combattimento fu decisivo per la liberazione di Bologna. Il Plotone del T. Col. Ardu, del quale facevano parte Muggittu, Gregu, Congiu i quali ebbero un ruolo importantissimo, in particolare Muggittu. I paracadutisti combatterono all’arma bianca e a colpi di bombe a mano, riuscendo a espugnare buona parte delle posizione nemiche al costo di 32 morti e 52 feriti. Nella notte del 22 Aprile del ‘45 il nemico abbandonò tutte le posizioni a nord di case Grizzano. La guerra ormai volgeva al termine.

Muggittu tra gli Ufficiali dellaFolgore a “Su Berrinau” (Nuoro) - 1969, mentre racconta le sue imprese di guerra ‘43-’45. In particolare: 1- Par. Muggittu 2- T. Col. Ardu 3- Col.Finocchi, T.Col. Tamburrino, T.Col. Devilla, Maggiore Minervini

Il Plotone che prese parte all’azione del Par. Muggittu sul fronte di Tossignano (29 Marzo del 45).

Il Gen. Alexander mentre passa in rassegna il Plotone del S. T. Par. Ardu che ha preso parte ai fatti d’armi di Filotrano-CingoliJesi-Tossignano (29.3.45) In particolare: 1- G.A.Gregu; 2- Muggittu; 3- S.T.Ardu; 4- Gen. Alexander

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

289


P E R S O N E tri paracadutisti sardi tra questi G.A. Gregu, Natale Gregu, Antonio Congiu, tutti mamoiadini. Il Parac. Muggittu, nel Marzo del 1944, con il suo Batg. s’imbarcò per il Continente partecipando, con la Div.Nembo,alla guerra di Liberazione. Fece parte il C.I.di L. e del Gruppo Comb.Folgore. Dagli attestati, dai suoi racconti, dalle testimonianze dei suoi superiori che lo ebbero al fronte, in particolare quelle rilasciate dal Gen.Parac. della Folgore Pietrino Ardu, si sono scritte di lui pagine eroiche e di coraggio. Senza enfasi possiamo collocare Muggittu, una delle più importanti, prestigiose e significative espressioni di fedeltà e di coraggio dell’ultima guerra per liberarla dal “nazifascismo”. Il fronte era fermo da mesi. L’VIII armata non avanzava più. Un attacco particolare doveva essere eseguito dalla Nembo. Il XIV Batt.Nembo chiese ed ottenne di intraprendere un’azione d’assalto. Muggittu partì solo all’attacco sotto il fuoco dell’artiglieria nemica. A colpi di bombe a mano distrusse un caposaldo annientando così il nemico. Il S.Ten. Ardu ricorda di aver trovato Muggittu seduto sul muretto con un cinturone tra le mani, tolto ad un tedesco che

giaceva da lui pochi metri e disse: “Sig. Tenente questa fibbia forse è d’argento, la terrò come ricordo…”. Per questa azione di guerra corpo a corpo ebbe la Medaglia di Bronzo. Il Gen. Alexander premiò, nel Marzo del 1945 a Tossignano, come dimostra la fotografia che si allega, l’intero plotone che partecipò all’azione. ■

Sotto Medaglia di Bronzo al V.M. concessa al Parac. Francesco Muggittu per fatti d’armi. Tossignano, 29 Marzo 1945 A destra, sopra Dichiarazione del Comandante del Regt. Paracadutisti della “Nembo”, Col. Francesco Ronco per l’appartenenza del Parac. Francesco Muggittu al Gruppo Combattimento Folgore e di aver combattuto, nell’ambito dell’8° Armata Inglese, o per liberare le terre invase dai Nazifascisti. (‘43-’45) A destra, sotto Croce al Merito di Guerra al Parac. Muggittu Francesco conseguita durante la Guerra del 1943-45 (Filotrano)

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

291


SANTA TERESA GALLURA

Nicola Azara Professione poeta 292 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

Testo e foto di Fausto Ligios


P E R S O N E

I

La poesia gallurese è così antica che si perde nei meandri dei tempi passati. La sua è una tradizione legata alla trasmissione orale e all’improvvisazione, quasi mai il poeta utilizzava la scrittura per conservare e tramandare i propri versi.

l poeta è il cantore della vita di tutti i giorni, degli accadimenti belli e brutti, di una realtà socio economica in continuo mutarsi. Un tempo c'erano gli stazzi, le feste patronali o quelle campestri legate al Santo della cussorgia, i lavori di gruppo come la cardatura della lana “lu graminatògghju”, la vendemmia “la bibbenna” o la mietitura “la missèra” del grano. Tutto ciò era argomento per la poesia. Oggi i tempi sono cambiati, alcune tradizioni sono scomparse, ma non per questo i poeti cantori degli accadimenti si sottraggono al compito di raccontare e rappresentare la realtà sociale, parlando per immagini e per similitudini e mascherando, a volte con doppi sensi, se si è alla presenza di bambini. E' quello che fa da quasi una vita Nicola Azara, alias Tziu Truncheddhu, classe 1919, di professione poeta dialettale gallurese, eredità lasciatagli dal nonno e da gran parte dei fratelli di quest'ultimo. A sette anni la prima rima che si ricordi, a dodici la prima poesia su un ambulante di Tempio che aveva un cavallo zoppo. “Non mi considero un grande poeta” dice sorridendo mentre si alliscia la lunga barba bianca e due baffi che sembrano usciti da un film dell'ottocento sardo. Confessa che “Giovanni Crobu di Busachi o Barore Poddighe che scrisse la “Commedia mondana” in risposta a alla “Divina” di Dante, sono stati dei grandi rimatori”. Non recita poesie molto lunghe perché “la gente si stanca subito e non le presta la giusta attenzione”. Non ama scrivere ma ricordare i tempi passati e presenti attraverso “li conti”. La vita di Tziu Truncheddhu potrebbe essere tranquillamente un romanzo d'appendice scritto da Grazia Deledda. Inizia a lavorare subito, da ragazzino, in campagna. A tredici anni faceva le giornate a sei lire al giorno. A diciasette prende il coraggio in mano e diventa mezzadro. Nel 1938 ricorda che “alla fine del raccolto avevo messo da parte tremila lire che mi permisero di fidanzarmi senza debiti. Questo per quei tempi era tanto”. Nel 1940 la chiamata militare lo allontana dall'isola. Parte per Sanremo poi al confine con la Francia e successivamente trasferito al confine con la Jugoslavia.

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

293


ARZACHENA il Comune della Costa Smeralda. Dove il mare è piÚ blu Tel. 0789 849300 E-mail aaggarzachena@katamail.com


P E R S O N E

Finita la guerra il ritorno a casa non è immediato per Nicola Azara perché viene catturato dai tedeschi e imprigionato in un campo di concentramento a 80 km da Buchenwald. “Sono stati due anni terribili, durante i quali ho veramente sofferto fisicamente e psicologicamente. Quel campo era una città, per un pacco di biscotti ho dovuto vendere la camicia”. Ad aiutarlo il ricordo della famiglia e la poesia. Poi la liberazione e il ritorno in Sardegna e, grazie anche alla signora Rosa, sua moglie da 69 anni, il riprendersi quella vita negatagli durante la prigionia.

Oggi Tziu Truncheddhu si gode la meritata pensione e, senza neanche dirlo, rima, partecipa ai concorsi di poesia dialettale e ottiene anche dei riconoscimenti per le sue opere. Come da abitudine si ispira ai fatti che lo circondano. Non più la vita negli stazzi o l'agliola come un tempo ma, ad esempio, rimare contro Bossi che vuole dividere l'Italia, “bè, se l'è meritata, oggi la società è cambiata, non ci si vuole più bene come un tempo, non c'è più amicizia, la televisione ha rovinato tutto” oppure metter in rima il rapporto tra giovani e vecchi, come in “Lu ciòanu e l'ansianu” che gli è valso il premio speciale “Gianni Filigheddu” al concorso Lungòni 2006, oppure ancora le rime dedicate a Silvia Melis quando era ancora nelle mani dei sequestratori. Tra le innumerevoli opere una delle poesie che preferisce è “La 'ita mea”, 37 ottave che narrano gran parte delle peripezie della sua esistenza. Con un velo di tristezza confessa che “la poesia dialettale sta scomparendo non solo in Gallura ma anche in Logudoro perchè ai giovani d'oggi non piace.” Aggiungiamo che, purtroppo per la nostra cultura, non solo la poesia gallurese ma anche la figura di questi fini cantori e poeti, che con la loro opera hanno tenuto alta la bandiera del nostro essere sardi, sta cadendo nell'oblio, forse troppo fragile la memoria perchè affidata alla parola e non alla pagina scritta. ■

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

297


P E R S O N E

Arzachena: ricordo di Anita Fiordeponi maestra elementare di Francesco Cossu

La mamma di l ’olfani Anita Fiordeponti era una maestra del secolo scorso (nata nel 1893) La scuola era un punto di riferimento per grandi e piccoli perché la triade “scuola, chiesa e famiglia” erano “un tutto unico” . Nella scuola c’era una sola maestra per alunni di diverse fasce d’età, molti dei quali fra i più grandi, arrivavano a scuola dopo aver lavorato nei campi o con gli animali. I vecchi arzachenesi la ricordano con particolare affetto e nostalgia, come “una passona mintuata”, come la maestra per antonomasia, l’insegnante “consigliera”, “”, “limosinagghja”, “femina di cori”, “ santa”.

E

ra nata a La Maddalena, il 18 ottobre 1893, da Teresa Zonza e da Francesco Fiordeponti, un piccolo impresario proveniente da Poggio Mirteto (Rieti), che lavorava nell’arsenale militare. Frequentò le scuole cittadine a La Maddalena e poi quelle normali di Sassari, dove conseguì il diploma magistrale, ospite presso l’Orfanotrofio delle Figlie di Maria, diretto dalle Figlie della Carità dove si formava tutta l’aristocrazia femminile sassarese, da Antonietta De Martini a Laura Carta Caprino, future spose rispettivamente di Paolo Antonio Giagu e di Antonio Segni. Giunse nel nostro paese nell’anno scolastico 1926 - 27, proveniente dalle scuole rurali di Alà dei Sardi, di Loiri, di Vacileddu dove aveva insegnato per alcuni anni. Fin dal 1926 l’insegnante Anita Fiordeponti risulta sia nell’elenco dei 44 membri componenti il Comitato femminile pro asilo Santa Lucia, sia in quello dei membri di diritto del Comitato del Comune di Arzachena per la Protezione della Maternità e dell’Infanzia con il rev. Gavino Russino, Gian Do-

298 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

menico Altana, Paolo Rozzo, dott. Giovanni Ragnedda, segretario politico del Fascio. Fu anche insegnante, insieme alle colleghe Maria Manca, Anita Torre e Maddalena Alberini fra gli 80 alunni frequentanti la scuola materna Santa Lucia. Solo nell’anno scolastico 1931/32 la maestra Fiordeponti inizia ad insegnare nella scuola festiva comunale per gli adulti, svolgendo contemporaneamente anche il compito di direttrice didattica. Dall’anno scolastico 1933/34 insegnerà ininterrottamente fino all’anno scolastico 1937/38. Secondo i metodi pedagogici del tempo, usava la bacchetta, come si può vedere in qualche fotografia, ma molto più spesso preferiva trattenere gli alunni in classe non solo fino alla fine della lezione, ma fino a che non avessero terminato i compiti e non stessero zitti ed ordinati. Qualche volta, riprendeva i ragazzi chiacchieroni, con l’espressione: “ Maledetta quella lingua”. Andava a casa per ricuperare i bambini che non frequentavano la scuola ed insegnava con il cuore, con calore, con sop-


P E R S O N E portazione, stimolando la fantasia dei ragazzi per la storia, ma soprattutto per la matematica. I suoi alunni ricordano il famoso “tre semplice ed il tre composto” di cui si servono ancora per fare di conto. Sempre attiva, dinamica, entusiasta, riuscì ad accompagnare tutte le scolaresche di Arzachena a Caprera per visitare la tomba di Garibaldi, coinvolgendo l’Ammiraglio di La Maddalena per ottenere i mezzi di trasporto per terra e per mare. Individuava i ragazzi più intelligenti e quelli forniti di maggiore capacità intellettive e li segnalava ai genitori perché li facessero proseguire negli studi. Ho tratto dalle confidenze dei suoi alunni alcuni aneddoti della vita scolastica con la maestra Fiordeponti: “Una volta ero andato a scuola - così ricordava Mario Farena - con le mani sporche di pece perché facevo l’apprendista calzolaio. La maestra Fiordeponti, vedendomi in quello stato, mi rimproverò: “È questo il modo di venire a scuola?”. I compagni intervennero: “Maestra, fa il calzolaio!”. “Quando fai il calzolaio?”. “Dalle sette alle nove del mattino e, dopo la scuola, dalle 14 sino alle 20”. “Ed i compiti quando li fai?”. “La sera, dopo cena”. Visibilmente commossa, mi abbracciò e nei giorni successivi chiamò mio padre e gli disse: “Lo faccia studiare perché il ragazzo è molto intelligente”. “Ma siamo poveri!”. “Fate una lettera a Mussolini!”. Pasquale Filigheddu, segretario comunale, preparò ed inviò una lettera commovente all’onorevole Mussolini, il quale rispose immediatamente: “Caro Mario, ho ricevuto la tua lettera patriottica! Ti promuovo avanguardista moschettiere!”. Un altro alunno, Salvatore Violetta, ricordava con ammirazione le sue capacità espressive e comunicative ed insieme la logicità e la linearità del pensiero, mentre raccontava le avventure di Pinocchio, gli avvenimenti storici. Niccheddu Filigheddu ricordava i sentimenti materni che manifestava verso tutti i ragazzi, ma soprattutto verso gli orfani: “Mia mamma, Agostina Sanna, mentre partiva all’ospedale di Tempio, - colpita da setticemia, prevedendo che non sarebbe ritornata a casa, si rivolse alla maestra Fiordeponti, dicendole: “V’affidu Niccheddhu meu”. Mamma morì all’ospedale e la maestra Fiordeponti mi considerò, sempre, come un figlio”. Un’altra orfana, tuttora vivente, - Agostina Panzitta – afferma e crede che la maestra Fiodeponti sia stata mandata ad Arzachena dalla Provvidenza, in un periodo di povertà e di grandi necessità e, con gli occhi commossi, dice: “Deu vi’llu pachia!” Sapeva detrarre dal suo stipendio una parte per le medicine e per i vestiti degli orfani e persino alcuni centesimi per il caffé ad alcune vecchiette.

Fu mamma adottiva di figli senza distinzioni di età, di sesso, di stato sociale, guida culturale e spirituale della comunità sapendo unire i due aspetti nella vera figura dell’educatore, la figura di educatrice e quella di genitore, incarnando nella sua vita non solo l’insegnamento, ma il suo amore materno. In parole povere, la maestra Fiordeponti non era tanto l’insegnante che illustrava i libri di testo e si limitava a dire che 2 più 2 fanno 4, ma sapeva intrecciare costantemente l’istruzione, la fede e l’affetto, tanto che non era possibile scioglierli senza vanificare l’ispirazione fondamentale della sua vita. Alla conclusione dell’anno scolastico 1933-34 nel suo registro di classe annotava: “Mi è stata affidato l’insegnamento nel corso serale. Tre classi formate da giovanotti sui vent’anni, esuberanti di vita e di brio, che più di una volta misero a repentaglio la mia povera pazienza. Gli iscritti furono 33. Curai soprattutto l’italiano perché volevo che avessero imparato a farsi una letterina, cosa indispensabile per essi, che presto si allontaneranno dalla famiglia per soddisfare l’obbligo militare”. “Secondo i momenti, le ore, le circostanze, ho saputo essere l’amica, la sorella buona dei miei alunni abbassandomi fino al loro livello, lasciandoli liberi di parlare, cercando di correggerli, spronarli al bene quando è stato necessario impartendo la materia in maniera gioiosa guidata sempre dall’amore, che come dice il Pestalozzi, è l’alfa e l’omega dell’educazione”. Era tale l’affetto e la cura che mostrava verso gli alunni che ben 10 genitori la scelsero come madrina di battesimo dei loro figli e tre sue alunne la vollero come madrina di cresima. Ma tanti altri la chiamavano “cumari di micaloru” e lei coltivava cordialmente quel legame di comparatico che si era creato con tante persone saltando insieme il fuoco che ardeva nelle piazze di Arzachena durante la festa di san Giovanni Battista, il 24 di giugno. Particolarmente attenta alla povertà contadina di quel tempo, mostrò sempre una grande sensibilità sociale alle situazioni di famiglia descrivendo la difficoltà di alcune a pagare la tessera fascista ed il grembiule. Nel 1933 con amarezza scriveva nel registro di classe: “Ventidue dei miei alunni hanno pagato la tessera, gli altri non hanno potuto, dati i tempi difficili che viviamo”. Di un suo alunno scriveva: “È sempre inappuntabile, il suo grembiule nero è pulito, ma ora non regge più a tutti i rattoppi”. Un accenno anche al freddo che “ è così intenso che molti bambini si ammalano”, e ad alcune famiglie il cui “interessamento è stato quasi nullo” perché “curano più volentieri la propria cavalla, i propri armenti che non i figlioli stessi”. Anita Fiordeponti visse nell’Italia fascista, in un’epoca in cui si era costruita l’identità nazionale intorno ai tre valori: Dio, Patria e Famiglia, che, a loro volta, avevano come punti di riferimento etici: “credere, obbedire e combattere,”. Lei visse in quella società agricola dove tutti erano inquadrati

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

299


P E R S O N E nelle varie corporazioni, soprattutto, i maestri, considerati ufficiali dello Stato. Visse nel clima politico di quel periodo ed usò, perciò, metodi, linguaggi e programmi scolastici del regime fascista. Tuttavia non fu mai una maestra boriosa, altezzosa, muscolosa, che bacchettava, che si dava delle arie. Mise invece le sue qualità di donna e le sue virtù cristiane al servizio dei ragazzi e del paese. È lei stessa che annota nel registro di classe: “Ho dato larga importanza al programma di cultura fascista, facendo partecipare i miei alunni a tutte le manifestazioni civili e patriottiche del paese, agli avvenimenti ed alle ricorrenze nazionali più notevoli. Ho fatto notare tutto il benessere che godiamo sotto il Regime fascista. Ho sempre parlato calorosamente e con entusiasmo prendendo lo spunto dalle circostanze più notevoli o dalla lettura di qualche martire fascista per sviluppare sempre più l’amore e la deferenza per la Patria, il Re, il Duce”. Ed ancora: “Continuo l’opera di disciplinare gli alunni ed ho ottenuto da tutti il grembiule. Sono una spesa lievissima: le Piccole Italiane hanno un grembiulino bianco con un nastro azzurro. Quando vanno a scuola ed all’uscita, formano per le vie del paese una schiera festosa che diffonde un certo senso d’ordine e pulizia”. Fu presente con gli alunni a tutte le manifestazioni civili e patriottiche del paese, agli avvenimenti e alle ricorrenze nazionali più notevoli. Come Delegata della G.F. (Gioventù Fascista) lavorò sempre per ottenere da quasi tutte la divisa completa con la mantella e la tessera. Nel 1931 le fu conferita la medaglia d’oro di benemerenza della Mutualità Scolastica Italiana, in compenso dei suoi pregevoli servizi prestati all’Istituzione stessa. Era una ottima organizzatrice che sapeva mantenere gli impegni sino alla loro realizzazione e dialogare in sintonia con tutte le figure istituzionali di allora. Collaborò con il parroco, don Russino, prodigandosi nel promuovere ed organizzare lotterie, mostre e commedie per ricuperare fondi per l’asilo. Rimase nel ricordo di tutti soprattutto la rappresentazione: La regina san Marcando, rappresentata nel 1932, per l’attualità dell’insegnamento, per i costumi, per la brillante interpretazione di Margherita Chiodino di Tummeu Ricciu. La maestra Giannina Ruzittu, allora alunna, ricorda ancora a memoria tutto il testo della commedia che aveva come protagonista una principessa annoiata ed infelice per la vita che conduceva a corte, ma che trovò la felicità alla fine, quando scoprì in campagna una vita semplice e sposò un pastore. Nel 1926 fu presidente dell’associazione Opera delle Vocazioni Ecclesiastiche e nel 1930 presidente della Commissione Missionaria per la Propagazione della Fede, clero indigeno e San-

ta Infanzia. Nel 1933 cooperò attivamente anche nella sua parrocchia di La Maddalena per la costruzione della chiesa nel quartiere “Due Strade”, dedicata al Bambino di Praga, di cui era particolarmente devota. Le molte fotografie in nostro possesso rappresentano la maestra Fiordeponti in diversi momenti ed atteggiamenti: naturalmente a scuola o su un carro, a cavallo, in bicicletta, in treno, durante le manifestazioni patriottiche… Al suo obiettivo dobbiamo le fotografie uniche della vecchia chiesa di san Pietro, della cerimonia “lu tiru a lu preti” che si svolgeva il sabato santo alla conclusione delle celebrazioni. Quelle che maggiormente rimangono nella memoria sono le foto del matrimonio con Giuseppe Cossu, celebrato ad Arzachena il 10 giugno 1937 e quelle del viaggio di nozze. Mancano le foto più belle, quelle di una mamma che guarda la neonata per vedere a chi rassomiglia, mentre l’abbraccia e l’allatta, mentre le canta la ninna nanna. Mancano perché morì durante il parto, dando alla luce Maria Teresa Ada Gennara Anita Attilia, negli Ospedali Riuniti di Pisa, il cinque agosto 1938, all’età di 45 anni. Fu un gravissimo lutto per i parenti e per tutta la comunità arzachenese. Martina Farina, una sua alunna, ricorda il giorno in cui arrivò ad Arzachena la salma della maestra. Tutta la comunità l’accolse a Lu Muraglione ed i suoi alunni piansero la “mastra troppu bona che li aveva sempre amati come figli”. I fratelli Battista, Antonio, Telemaco e le sorelle, suor Chiara, Maddalena, particolarmente legati alla sorella, così la descrissero nel ricordino della messa del trigesimo: “Anima semplice e buona, trascorse la sua vita nell’esercizio di tutte le cristiane virtù. Illuminata dalla fede, sorretta dalla speranza, spinta dalla carità; il bene fu il suo scopo, l’amore la sua arma, il perdono la sua difesa. Maestra esemplare, predilesse la scuola e vi profuse le sue migliori energie. Plasmò ai sentimenti del dovere un’intera generazione di alunni cui seppe infondere con l’amore al sapere e il timore santo di Dio e la dedizione assoluta alla patria. Sposa felice, sul punto di divenire madre la sua esistenza si spense come un’offerta suprema; ché più che mai salda nel suo sentimento religioso, accettò con rassegnazione la morte prematura, suggellando con atto di sublime cristiano eroismo, quella missione benefica che Iddio le aveva assegnato. I suoi cari che tanto l’amavano, mentre le tributano questo mesto attestato di affetto, trovano soprannaturale conforto all’immenso dolore e balsamo divino all’amaro distacco, nella certezza che loro diletta Anita è ormai eternamente beata nel seno di Dio, nella speranza che la riabbracceranno un giorno, per sempre, nella patria immortale”. ■

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

301


Alessandro Nanni nella sua ultima foto. “Con la barba di Nanni faremo gli spazzolini per lucidar le scarpe a Benito Mussolini” Così gli cantavano i fascisti olbiesi...


P E R S O N E

Alessandro Nanni: in ricordo di un grande olbiese di Tempio di Mariella Granuzza

IL SOCIALISTA

A

DI DIO

lessandro Nanni nacque a Tempio nel 1890 da una famiglia privilegiata che lo fece studiare in seminario; diplomato maestro andò ad insegnare nelle campagne di Arzachena e Olbia, dove conobbe Maria Putzu che divenne sua sposa nel 1911. Possedeva il dono della parola, era un oratore nato, aveva la dolcezza di dire le cose più spiacevoli come se stesse dicendo delle cose burlesche. Discuteva dei problemi più difficili e inesplicabili sorridendo, raccontando con spirito e argutezza. Possedeva, ripeto, l’arte del parlare, era forbito nei discorsi, si

esprime-va con parole semplici e chiare che penetravano nel vivo dell’argomento e raggiungevano il cuore di quelli che lo ascoltavano, svegliando la pigrizia mentale, indicando il futuro che ad alcuni poteva sembrare un miraggio ma che era una realtà che poteva essere raggiunta con la volontà, il sacrificio e la fede; quella fede che lo fece partire per l’America a predicare il Vangelo. Abbandonò la moglie in dolce attesa e la sua terra per portare la Parola. Tornato innamorato della vita di San Giovanni di Dio ne seguiva le sue orme (anche se non credeva nei preti e nella Chiesa come istituzione).

IN PASSATO QUALCUNO LO DEFINÌ “IL MESSIA SENZA POPOLO”. E IL DETTO “NESSUNO È PROFETA IN PATRIA” È NON MENO APPROPRIATO.

ALMANACCO gallurese 2009/2010

|

303


P E R S O N E

In questa pagina, dall’alto

Campagna elettorale, 1957 Nanni con la zia

Pagina a fronte

Alessandro Nanni con Claudio Demartis, farmacista a Tempio e nipote di Claudio il socialista

304 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

La sua casa di Olbia (allora Terranova) era sempre pronta ad ospitare poveri e mendicanti. Tante volte razionava il cibo dei suoi figli per dare un piatto al povero di turno. Aveva anche la stoffa del politico, non del politico di oggi. Socialista convinto, di quel socialismo che mette tutti gli uomini sullo stesso piano, con gli stessi diritti. Disprezzava il denaro che portava all’arricchimento delle singole persone. Soffrì tantissimo per la perdita di sette figli, nati prematuri o stroncati dalla “spagnola”. Lui accettò questo destino con serenità. Dio gli aveva concesso il dono di una parola convincente e affascinante, di una voce dolce e armoniosa……... proprio “il Messia in cerca di un popolo”. Parlava alla gente di Terranova, gente povera e semplice, di socialismo, di uguaglianza; i suoi primi comizi furono alla “camera del lavoro”, così la chiamava lui. Poi capeggiava il corteo con le bandiere rosse al vento, cantando a squarciagola “avanti o popolo alla riscossa…..”. Sembrava un profeta, un sognatore, un eroe. Combatté e vinse “la battaglia” per riportare a Terranova la nave postale proveniente dal continente che da oltre 30 anni approdava a Golfo Aranci. Dobbiamo a Nanni se Olbia ha un porto così importante per tutta la Sardegna. Così pure, molti anni dopo, si oppose per l’insediamento del Petrolchimico a Golfo Aranci e che oggi sta per essere smantellato a Porto Torres dopo aver procurato gravi danni a tutto il territorio.


P E R S O N E

Nel periodo fascista quante volte fu imprigionato e purgato con i suoi compagni di partito. Gli hanno persino scritto una canzone… ”con la barba di Nanni farem gli spazzolini per lucidar le scarpe a Benito Mussolini”. Perseguitato, per ben 28 volte subì il rigore del carcere fascista, picchiato e oltraggiato; quante sofferenze, quante umiliazioni. Ma tutto questo non lo ha fermato……anzi! Interessato sempre ai problemi dei lavoratori come sindacalista, sostenendo il miglioramento del loro tenore di vita Oratore nato, quando parlava era come se annunciasse una verità che solo lui possedeva, forse per questo si candidò per divenire sindaco di Olbia. Lo divenne dal 1952 al 1956; l’unico sindaco che restò in carica per l’intera legislatura. Socialista sincero, democratico e indomabile combattente fino alla fine. Si candidò e nel 1957 fu eletto consigliere regionale, battendosi per la regolamentazione della pesca in Sardegna, perché era particolarmente sensibile ai problemi dei pescatori, essendo stato egli stesso operatore per tanti anni in tale settore. I problemi dei lavoratori Nanni li ha trattati spesso, oltre che nelle tribune politiche locali e regionali, anche attraverso la stampa; è stato infatti un collaboratore della “Nuova Sardegna”. Nanni era anche un pittore; lo dimostrano i vari quadri che in genere regalava a piene mani. I temi preferiti nelle sue tele sono gli stessi delle sue attività: politica, sindacale, economica;

il porto, la pesca con le barche e i pescatori, gli operai al lavoro, scene di miseria umana, visi di poveri e mendicanti, processioni, belle marine e nature morte. Nanni è stato un buon padre di famiglia e un marito devoto e amoroso. Per la sua famiglia ha spesso sofferto e affrontato duri sacrifici con forza d’animo e decisione, senza mai approfittare della sua carica di “onorevole” per arricchirsi. Egli lottava per i poveri e diceva la loro ai ricchi senza offenderli ed irritarli, chiedeva i diritti senza minacce di rappresaglia. Era amico di tutti, amico del popolo. E’ stata una figura molto nota ad Olbia, tant’è che gli è stata dedicata una via per ricordarlo. Era un grande, anche se piccolo di statura, La barba bianca, fluente; il volto placido e sereno, la bocca carnosa, gli occhi vivacissimi, intelligenti, penetranti; il portamento solenne e austero, come un senatore dell’antica Roma. Lo ricordo camminare per le vie di Olbia con le braccia dietro la schiena, il giornale “l’Avanti” in tasca e non sapevo ancora che sarei diventata una della sua famiglia. Con questo scritto io, la moglie di suo nipote che ne porta il suo nome Alessandro Nanni, voglio rivalutare la sua memoria in questo mondo di scettici e ladroni; chi crede in qualcosa ha questo diritto e Nanni credette sempre a qualcosa pagando di persona, sacrificando tutto se stesso senza aspettarsi alcuna ricompensa o gratitudine, come fanno appunto gli eroi e i sognatori. ■

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

305


P E R S O N E

Un esploratore genovese nella Sassari di fine ottocento di Anna Segreti Tilocca

Luigi Maria

Nella prima parte del nostro contributo (Almanacco Gallurese 20092010, pp.265-278), abbiamo descritto le modalità con le quali Luigi Maria D’Albertis, celebre esploratore genovese dell’Ottocento, si installò a Sassari intorno al 1890, dopo una vita movimentata dedita ad esplorare una parte del mondo dove l’uomo bianco non era ancora arrivato (Papua, Nuova Guinea), come egli stesso racconta nel suo libro autobiografico. Abbiamo parlato dei suoi lasciti al cugino Enrico anche lui esploratore e della sua volontà di essere cremato a Genova, espressa nel testamento olografo redatto nel 1900, un anno prima della sua morte; abbiamo poi ricostruito, attraverso l’inventario, la fisionomia della casa in cui visse e morì, i suoi mobili, i libri, e la collezione etnografica che donò al cugino e che ora figura nel Museo Castello D’Albertis di Genova, unitamente a tutte le altre collezioni che vi sono conservate. Infine abbiamo tratteggiato la sua biografia, gli anni della sua formazione, i primi viaggi, le prime scoperte, lasciandolo all’isola di Roro ( Yule, Nuova Guinea), dove intraprende i primi approcci con gli indigeni.

DAlbertis


P E R S O N E Dopo tale momento la sua vita sull’isola si stabilizza; periodicamente si sposta in barca per effettuare ricerche di ogni genere, penetrando all’interno della foresta e raccogliendo gli esemplari che gli stanno a cuore, molti dei quali invia in Europa, mentre i nativi dal canto loro, per guadagnare, per sopravvivere, talora per sola cortesia, collaborano nelle ricerche e nella cattura. Rintraccia una notevole quantità di serpenti, anzi due esemplari li porta in casa e vive con loro finché non scappano, il 12 ottobre: «Stanotte ho perso i miei due serpenti o meglio i miei amici perché io li amavo e loro amavano me e abbiamo passato tanto tempo insieme […]».

C

on i nativi, tra cui la quindicenne Abia, nascono forse alcune simpatie, che egli comunque descrive con grande riservatezza e con toni delicati. Ricordiamo però che agli inizi del soggiorno nel vedere le donne muoversi ed adornarsi in modo seducente e indubbiamente provocatorio aveva nutrito pensieri di facili conquiste… ma poi l’attenzione era stata attratta da altro… le donne erano infatti quasi ricoperte di piume di Paradisea raggiana, il mitico uccello la cui ricerca era uno degli scopi del suo viaggio. Il D’Albertis, dotato di notevole intuito oltre che di specifici interessi, scientifici ed economici è però privo di una preparazione culturale sufficiente a sostenere le tesi che avanza; facile dunque che si scontri con il pensiero di alcuni (veri) scienziati dell’epoca: così è contrario alle tesi del Mantegazza 1 che, forse generalizzando, definiva Papua tutti gli abitanti della Nuova Guinea; osserva con acume che l’uso del ferro nelle lance costruite dai Papua contrasta con l’opinione che li vuole un popolo fermo al neolitico; invita ad essere cauti nell’utilizzo e nell’attribuzione dei termini civile e selvaggio e descrive le abitudini dei locali con toni neo romantici, riecheggianti il mito dell’uomo selvaggio di Rousseau. Ma a fronte di tante intelligenti osservazioni da lui stesso formulate, presta il fianco alle critiche dei detrattori nel momento in cui non riesce a sintetizzarle con sufficiente sicurezza. Basti citare tra le tante espressioni, quella con cui acutamente suggerisce, nel corso dei primi viaggi, il comportamento da seguire nei rapporti con i locali «Bisogna farne degli amici, non degli schiavi, bisogna associarli, non distruggerli..»2 Beh, insomma, sarà stato pure incompetente e contraddittorio, ma a noi pare che si esageri nelle critiche, magari allo scopo di sminuirne la validità delle scoperte; non sarà uno scienziato, d’accordo, ma le sue annotazioni sono, oltre che quantitativamente rilevanti, così accurate ed acute da riuscire ineludibili per gli studi su una popolazione altrimenti ignorata.3 Continuando a stare nell’isola nonostante le difficoltà, i reciproci atteggiamenti si modificano con il tempo, come abbiamo visto, pur conservando una certa contraddittorietà; tra alterne vicende, che passano dalla violenza con cui egli reagisce ai furti subiti, alle manifestazioni di amicizia, all’offerta spontanea di doni da parte dei locali, che ad una loro neo-

308 | ALMANACCO gallurese 2010/2011

nata attribuiscono addirittura il nome “Italia”, la diffidenza iniziale presto si dissolve e la vita trascorre serenamente sino al momento del commiato, uno dei più autenticamente commoventi descritti dall’esploratore; vi ritorneremo. Nonostante il soggiorno a Roro sia divenuto alla fine più che soddisfacente, l’italiano sente infatti la necessità di ripartire: il suo chiodo fisso resta l’esplorazione di tutto il fiume Fly, impresa mai riuscita a nessuno; disfattosi di una parte degli oggetti collezionati che ha continuato ad inviare, come già detto, ai musei con i quali è in corrispondenza4, l’esploratore raggiunge Somerset a fine 1875; dopo aver appreso della imminente partenza di un gruppo di missionari olandesi che, guidati dal padre Samuel Mac Farlane, stanno organizzando, a bordo dell’Ellangowan, una nuova spedizione verso il fiume Fly, riesce ad aggregarsi e ad ottenere che sull’imbarcazione sventolino due bandiere, l’italiana e l’inglese, “simbolo della civiltà che penetra in un paese di selvaggi”. I nativi infatti avevano pessima fama; le difficoltà ben presto sopravvenute (carenza di approvvigionamenti e le solite febbri), determinano la defezione da parte di tutti gli accompagnatori, ma il nostro non demorde e poco tempo dopo lo vediamo ripartire, a questo punto per conto proprio. Siamo nel 1876: grazie anche alla popolarità acquisita, il D’Albertis ha convinto il Governatore del Nuovo Galles del Sud, Sir John Robertson, a concedergli una barca a vapore, la Neva, sulla quale si imbarca per nuove avventure nel mese di maggio: la nave, su cui sventola per la seconda volta la bandiera italiana, viene ovviamente caricata anche di armi e dinamite sul cui utilizzo sarà prodiga di dettagli l’opera sopra accennata. Il viaggio “ in un paese dove l’uomo bianco non è ancora penetrato” viene compiuto in compagnia di Lawrence Hargrave 5 e di Mr. James Fowler Wilcox ; con loro percorre quasi per intero il fiume Fly, arrivando vicino ( a 580 miglia per l’esattezza) alle sorgenti, ai piedi di monti 6che egli battezza Vittorio Emanuele II; il percorso porta anche alla scoperta di un altro fiume, il Tedi, ribattezzato Alice in onore del governatore; durante i tre mesi del percorso, molto tempo viene dedicato anche alla raccolta di animali e allo studio dei costumi dei nativi.: in questo viaggio si verifica la scoperta di due


P E R S O N E specie nuove di uccelli, la Cianalcion no, dove si farà costruire un’abitastictolaerna e la Goura sclateri, ed avzione a mo’ di palafitta. viene pure la raccolta di 42 crani umaQualche anno dopo anche quella ni; i metodi di conservazione appasistemazione gli va stretta e cosi si traiono un mix che attinge in parte alla sferisce in Sardegna: non avendo cultura della popolazione ed in parrinvenuto per il momento alcuna dote ai metodi appresi per la conservacumentazione ufficiale sulle motizione di piante e insetti; tutti i reperti vazioni che potrebbero aver detersono ovviamente spediti in Europa minato la scelta, ci sentiamo autorizper essere debitamente studiati dazati ad avanzare solamente alcune gli scienziati del tempo.7 suggestive ipotesi, confortati dalle Di questo viaggio ricorderà, con opinioni espresse nella circolante bivivide descrizioni, l’esperienza assai bliografia .12 Alcuni autori sostengono infatti movimentata dell’incontro-scontro che il D’Albertis già all’atto del tracon i locali Yonngom ( o yonnggom), sferimento nelle Paludi Pontine rile difficoltà di penetrare la foresta plucercava evidentemente un legame, o viale, gli spari con i quali cercò iniPiazza d’Italia oggi piuttosto una chiusura, con il suo paszialmente di respingere i nativi e sato avventuroso; analoga motivazione potrebbe avere ispivia via gli ulteriori, sempre movimentati approcci; attraverrato anche la sua successiva e definitiva sistemazione in Sarso la vendita dei reperti riesce ad auto finanziarsi per ripardegna, isola che ancora alla fine dell’ottocento attraeva i viagtire verso nuove avventure. giatori con il suo carico di suggestioni e miti. Siamo nell’aprile del 1877, l’anno dell’ultimo viaggio diNei testi dei viaggiatori dell’epoca13 agisce un mito dosastroso, ancora una volta sulla Neva: partito con nove uominante, quello romantico di “una terra lontana ed arcaica da mini tra cui l’amico Preston, un ingegnere inglese, solo 2 riuscoprire”: sulla scorta del racconto del Valery14 prima di tutsciranno a tornare con lui; le drammatiche vicende vissute8 durante il viaggio (la vita costantemente in pericolo, i problemi to ( edito nel 1835, ricordiamolo), capace di influenzare buocon i nativi, dai quali partirono numerosi assalti, le diserzioni, na parte della letteratura di viaggio successiva, l’isola contile accuse di crudeltà verso i galeotti cinesi imbarcati, le febnua ad attrarre i visitatori con il suo fascino irresistibile che bri e infine la morte di un membro dell’equipaggio), verranno non ne nasconde la decadenza, apparendo una terra che, pur diffusamente raccontate nel libro che il D’Albertis scriverà, mostrando aspetti ancora primitivi, rivela “un’estrema dolcon uno stile che potrebbe definirsi salgariano, dopo il suo ricezza troppo ignorata”15. Persistono, naturalmente, anche voci 9 contrarie dirette ad enfatizzare le piaghe che purtroppo antorno nella città natale. A parte le disavventure, che egli sopportò con coraggio ed orgoglioso spirito di italianità, il cora devastano l’isola, ostacolandone lo sviluppo, come la maviaggio gli permise di raccogliere come di consueto centinalaria; né possiamo sminuire la portata di alcune tesi sostenute ia di esemplari di uccelli, di piante,10 inserisci foto n° 7 e di da scienziati ed ingegneri, volte a concentrare l’attenzione sulcarattere antropologico. le ricchezze minerarie dell’isola; la letteratura inglese della priMa le amarezze non sono ancora finite: dopo essere riuma metà dell’ottocento16, ma anche quella che nel cinquantennio successivo si esprime ben oltre i resoconti di viaggio, scito a restituire, ai primi del ’78, la nave benignamente conattraverso romanzi e novelle, additando, giù giù fino alcessagli a suo tempo, un’altra disavventura gli si rovescia adl’Edwardes17, la dicotomia che persiste nel territorio, tra amdosso: viene infatti arrestato come indiziato per il presunto bienti costieri e montagnosi e cogliendone anche le conseguenti omicidio di due cinesi, di cui lo accusano due membri deldifferenze economico sociali; tale letteratura sembra privil’equipaggio; fortunatamente rilasciato,11 prosegue per Sidney con una nave da guerra, la Cristoforo Colombo, sulla qualegiare la valenza degli aspetti culturali dell’interno dell’isola, le riuscirà a raggiungere in un primo tempo l’Inghilterra (il additandoli come valori da preservare con maggior rispetto. primo luglio 1878) per far rientro in Italia subito dopo e deAnche i temi che domineranno nel secolo successivo, “il viagdicarsi alla scrittura delle sue memorie. gio come fuga dall’alienazione moderna e l’equazione isolaNon resterà tuttavia a lungo a Genova, la bella città che felicità”,18 potrebbero comunque essere stati significativamente già presenti sulle scelte operate dal nostro; se ad essi agormai non lo attrae più e perciò il nostro si ritirerà in un luogiungiamo la ben nota passione per la caccia, da esercitare go che, secondo taluni biografi, potrebbe ricordargli per sonegli ambienti selvaggi che ancora circondavano la città, si litudine, condizioni climatiche, vita priva delle più elemenpuò dedurre che i suoi interessi naturalistico-antropologici tari comodità, i luoghi delle sue esplorazioni: l’Agro Ponti-

ALMANACCO gallurese 2010/2011

|

309


P E R S O N E

Nonostante il soggiorno a Roro sia divenuto alla fine più che soddisfacente, l’italiano sente infatti la necessità di ripartire: il suo chiodo fisso resta l’esplorazione di tutto il fiume Fly, impresa mai riuscita a nessuno.

Sopra, Calyptrocalyx Albertisianus

avrebbero forse potuto continuare ad essere assecondati anche nella nostra isola. Infine la Sardegna era anche la terra che, già amata da Garibaldi in vita, ne aveva accolto per sempre la salma nel 1882, e questo ricordiamo per essere stato il D’Albertis un fervente garibaldino, come anche la stampa locale avrà modo di testimoniare al momento della sua morte; dunque non ci pare difficile provare ad individuare in queste seppur scarne motivazioni gli elementi determinanti di una scelta di vita. Certo però che, essendo sia l’Agro Pontino che la nostra isola zone notoriamente malariche e dato che il nostro viaggiatore conosceva anche per esperienza diretta la malattia, restiamo abbastanza perplessi per la scelta da lui operata. Infine non possiamo non chiederci come egli abbia concretamente vissuto i suoi dieci anni di permanenza nella nostra città, una città che proprio in quel periodo stava risvegliandosi socialmente, economicamente, e culturalmente, in un clima di acceso dibattito politico e di vivace partecipazione ai fermenti nazionali, reso possibile anche per la nascita di nuovi quotidiani ; i due principali, L’Unione Sarda di Cagliari e La Nuova Sardegna di Sassari, svolgeranno un ruolo decisivo nelle competizioni elettorali dell’epoca e nella crescita del-

la partecipazione dei lettori cui proporranno la conoscenza delle problematiche economico sociali della Sardegna ai fini di un coinvolgimento consapevole mai visto prima19. Sassari viveva all’epoca in cui il nostro vi si trasferì, un momento particolarmente effervescente; superato da tempo il colera del 1855, abbattute di necessità alcune delle porte che per secoli avevano compresso al loro interno una popolazione in crescita e ansiosa di espandersi, si era così ottenuto quello sviluppo dell’attività edilizia da sempre elemento trainante dell’occupazione; nello stesso periodo anche l’agricoltura non era da meno e pertanto il benessere della popolazione ne veniva di conseguenza accresciuto. L’aspetto della città andava continuamente modificandosi, tra abbattimenti, come quello de