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IL FIGLIO DEL TRAMONTO

Io precipitai e giacqui a terra con le ossa fracassate. Questo è il mio sogno e sono ancora madido di sudore per lo spavento e per il male. (L’Epopea di Gilgameš – Tavola VII)

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INVERNO 1989 Iraq Meridionale - Area Archeologica di Nibru Il vento freddo arrivava da nord est. Scendeva dai monti Zagros riempiendo la notte di nuvole basse. Una gelida oscurità avvolgeva le collinette di sabbia e detriti disseminate sulle propaggini del deserto Siriaco. I tell, rilievi artificiali dalla sommità piatta e i fianchi a pendio, si estendevano su una superficie di oltre tre chilometri quadrati, elevata di una ventina di metri rispetto la pianura immobile ed esausta. Il terreno arido, fra le colline, era tagliato da un reticolo di trincee: gli scavi, che si susseguivano quasi ininterrottamente, rivelavano porzioni di mura e resti di edifici. Le nuvole scivolarono le une sulle altre, aprendo uno squarcio nel cielo nero e per un istante apparve una falce di luna contornata dai punti diacci delle stelle. L’improvviso chiarore rivelò le strutture compatte di otto camper semi integrati, fermi a un centinaio di metri dal più alto dei tell. I veicoli, incrostati da giorni di sabbia e polvere alzate dal vento, erano disposti a quadrato, come per creare un perimetro difensivo. Mentre le nubi si serravano nuovamente, e il deserto tornava a fondersi con la notte, un uomo uscì da uno dei camper. Chiuse la porta per impedire al freddo di entrare, poi si spostò sul lato posteriore del mezzo e si arrampicò su una scaletta. Sul tetto erano sistemati i due pannelli fotovoltaici che garantivano l’illuminazione interna. Li pulì dalla sabbia che si era accumulata. Quando ridiscese, appoggiò la schiena alla fiancata e si guardò attorno: una debole luce proveniva dal lato opposto dell’accampamento. Gli oblò di un solo veicolo, parcheggiato nell’ala nord, erano illuminati. Tutti gli altri automezzi erano al buio. Una rabbiosa folata di vento. L’uomo rabbrividì; tirò su la cerniera lampo della giacca imbottita, alzò il bavero e se lo strinse bene attorno al collo. Gli occhi gli lacrimavano, li asciugò con la punta delle dita, poi si passò le mani sul viso. Incontrò un naso appuntito e una bocca piccola, la stoppia della barba. Una faccia normale sotto capelli cortissimi sale e pepe. Infilò quindi le mani nelle tasche dei jeans e inalò l’odore della terra e della sabbia senza particolare piacere. Con lo sguardo sorvolò la linea ondulata dei tell, per concentrarsi sui contorni del rilievo più alto. Migliaia di anni prima della nascita di Cristo, quando Nibru era la città santa di Enlil, dio supremo di Sumer e Akkad, quella collina era una piramide imponente. Il tempo aveva cancellato completamente la sua struttura terrazzata. Della grande ziqqurat non restava più nulla: un cono irregolare martoriato dai millenni, simile a tutti gli altri tell che si alzavano sulla pianura mesopotamica. Rimanevano soltanto sabbia, polvere e detriti. E vento, che soffiava nel buio e pungeva la pelle. Nonché un senso di perdita che, per un archeologo, poteva tradursi come

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una rassegnata malinconia. Distolse lo sguardo dall’ammasso scuro della ziqqurat e si voltò. Sbirciò fra le tenebre, oltre il veicolo adibito a cucina parcheggiato di fianco al suo camper. Individuò in mezzo alla notte una delle due baracche di lamiera – montate frettolosamente agli estremi opposti del campo – in cui alloggiavano i soldati iracheni che avrebbero dovuto vigilare sull’area archeologica. La porta era sprangata; un’asse di legno inchiodata alla bene e meglio chiudeva l’unica finestrella. L’uomo si soffiò nelle mani unite a coppa e una nuvoletta di vapore si disperse nel vento. Faceva freddo ed erano quasi le undici. Decise di rientrare nel camper. Il mattino dopo doveva alzarsi all'alba e la giornata di lavoro sarebbe stata faticosa. L’interno dell’automezzo era piuttosto spartano: un letto a castello, un piccolo tavolo con mappe e quaderni fitti di appunti, un armadio di fronte alla porta del bagno. Alla luce di una lampada, l’archeologo considerò l’esiguo spazio che divideva con Antonio Bernin, l’archivista della spedizione. Da quindici giorni quella era la loro casa e la sarebbe stata ancora per tre mesi, quando i permessi rilasciati dalle autorità irachene sarebbero scaduti. Per fortuna Bernin, oltre a essere un caro amico, era ordinato fino alla pignoleria. Prima di uscire, non aveva lasciato uno spillo fuori posto. L’archivista era fuori da circa due ore. Sbuffando aveva accolto l’invito del professor Livi – il responsabile del gruppo italiano – a riesaminare alcuni reperti e si era trascinato nel camper del celebre archeologo, quello da cui trapelava ancora una fiacca luce. A loro si era aggiunto Jacques Derain, il direttore dell’altra squadra che formava la missione italo-francese Nibru ‘89. Non era la prima volta che una spedizione mista apriva un cantiere nell’area dell’antica città. Era già accaduto nel 1948, quando l’University of Chicago e l’University of Pennsylvania avevano inviato i loro specialisti per una stagione di scavo congiunta. Era però il primo esperimento di collaborazione sul campo fra la Sorbonne, la celebre università parigina, e l’università romana La Sapienza. L’inserimento della campagna nei programmi delle due università era stato fondamentalmente frutto degli sforzi di Fernando Livi e di Derain ed effetto del loro prestigio personale. Ovviamente il professor Livi non faceva mistero su chi avesse realmente avuto il merito di un’impresa in effetti non semplice. D’altronde viveva nella convinzione che a uno studioso della sua grandezza nulla dovesse essere precluso. Un’altra folata di vento si abbatté contro il camper. Sottili gocce di pioggia si schiacciarono sugli oblò. L’archeologo si sedette davanti al tavolinetto, senza guardare fuori. Il tempo era peggiorato già dalla mattina; chissà, forse il giorno dopo la pioggia avrebbe fermato le operazioni di scavo. Impossibile prevedere per quanto. L'uomo si strofinò nuovamente gli occhi scuri. Era tardi: tuttavia, prima di buttarsi sul letto, aveva ancora un po’ di lavoro da sbrigare. Voleva

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ricontrollare le riproduzioni delle mappe tracciate da Philippe Leloir, il topografo della spedizione. I rotoli erano chiusi dentro un lungo tubo di plastica, vicino a una piccola cassetta di legno e a un romanzo di Conrad che Bernin leggeva prima di addormentarsi. L’uomo prese il volumetto: La linea d’ombra. Fece scorrere le pagine rapidamente, ascoltando il loro fruscio. Si fermò in un punto a caso. …Era qualcosa che mai aveva visto prima; non vi era segno alcuno della direzione da cui sarebbe giunto un possibile mutamento: una minaccia che ci stringeva sempre più a ogni lato… Le poche righe gli comunicarono una sensazione di leggera inquietudine; richiuse il libro e sgomberò il tavolino per fare posto alle mappe. Posò la cassetta a terra e vi mise dentro il romanzo, appoggiandolo col dorso contro il coperchio incernierato per tenerlo aperto. All’interno Bernin aveva messo matite, gomme, compassi, righelli, tutto ciò che poteva essere utile per segnare linee e posizioni. L’archeologo pescò una sottile matita e srotolò le mappe. Prese anche alcune fotografie e si soffermò sulla prima: l’intero gruppo degli archeologi attorniato dagli scavatori assoldati nel vicino villaggio di Nuffar. Erano tutti in piedi contro lo sfondo di un tell polveroso. In prima fila c'era Livi che fissava l’obiettivo con lo sguardo annoiato e una smorfia sardonica immobilizzata agli angoli della bocca. Larghi sorrisi sdentati si aprivano invece sui volti magri e scuri degli operai iracheni. Gli scavatori parevano felici. La lunga guerra contro l’Iran, appena terminata, aveva ridotto il Paese in miseria. Per gli uomini di Nuffar, il pesante lavoro offerto da una spedizione archeologica significava sopravvivere. Lasciò perdere la foto e brancolò con una mano sotto il tavolino. Trovò una valigetta di plastica opaca e se la mise sulle ginocchia. Appena sopra il manico era inserita una targhetta, scritta in stampatello con una grafia infantile: Dott. Enrico Pedrini. Il dottor Pedrini accarezzò la maniglia, e si trovò sotto le dita il ricordo della sera precedente la partenza per l’Iraq. Bologna. Casa sua. La tavola apparecchiata. Sua moglie. Sua figlia, con una scatola ben impacchettata. Sotto la carta blu e un fiocchetto dorato… la valigetta. Il regalo, un po’ troppo moderno per un uomo che lavorava col passato, lo aveva fatto ridere, ma prima che la ragazzina ci rimanesse male, l’aveva abbracciata forte. La sua bambina, così sottile, indifesa e misteriosa; una stella delicata che brillava solo quando voleva. O poteva. Era stata una bella serata e lui aveva amato le sue due donne più di qualsiasi buco scavato nella sabbia, più di qualunque residuo dimenticato dalla storia. Le aveva amate talmente da fingere di non doverle lasciare ancora una volta.

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Una stretta sul cuore e il rimorso per le troppe assenze. Sua moglie si era rassegnata all’attesa e sua figlia cresceva, entrando e uscendo da oscurità improvvise, mentre lui non faceva altro che arrendersi all’egoismo del suo lavoro. Ma forse era lui il vero egoista e l’archeologia soltanto una scusa. Si sforzò di pensare ad altro per resistere al senso di colpa e aprì la valigetta: tirò fuori un notes e un’agendina. Li posò su una mappa e prese un'altra carta che rappresentava una sezione dello scavo. Il topografo aveva disegnato l’area situata a est della porta dedicata al dio Nergal e del corso dell’Idshauru, l’attuale Shat en-Nil, il canale che tagliava centralmente la città. Lo scavo riguardava un gruppo di tombe presente in uno strato inferiore del terreno rispetto altre rovine più recenti. Le tombe, rettangolari e di mattoni, poggiavano su piattaforme anch’esse rettangolari. Dal lato meridionale dei sepolcri di maggiori dimensioni si staccavano due muri lunghi e stretti, separati da un angusto corridoio. Nell’ultima settimana di lavoro, la squadra italo-francese aveva esumato frammenti di ceramiche e di tavolette, lame quadrangolari di scuri in rame, pettini di avorio, conchiglie tagliate in lamelle e incrostate di lapislazzuli. Reperti pregevoli, non eccezionali, ma abbastanza interessanti da giustificare il denaro investito in Nibru ‘89. Livi aveva ipotizzato che i manufatti disseppelliti potessero appartenere a un importante corredo funerario, e che le sezioni inferiori nascondessero reperti più preziosi. Il professore, come al solito, aveva avuto ragione. Un paio di giorni dopo, una piccola porzione di muro era franata rivelando una nicchia contenente alcuni duppāni: tavolette d’argilla incise col sottile alfabeto cuneiforme. Una tavola aveva attirato l’attenzione degli archeologi e in breve si era diffusa una sconcertante agitazione. Gli eventi successivi erano stati sorprendenti! Un leggero ticchettio risuonò contro le pareti del camper; Pedrini alzò gli occhi per guardare l’oblò ma oltre la pioggia si spalancava solo l’oscurità del deserto. L’archeologo sbadigliò e si stirò: cominciava ad avere sonno sul serio. Prima di andare a dormire però doveva anche riflettere su un altro mistero. Aprì l’agendina alle ultime pagine e si soffermò su un appunto preso due giorni prima. Oltre a ciò che era successo dopo il ritrovamento della tavoletta, c’era un fatto strano su cui doveva ragionare: una situazione imbarazzante nei confronti della quale non aveva ancora del tutto chiaro come comportarsi. Non poteva però più rimandare una decisione. Il giorno seguente doveva sistemare la faccenda, possibilmente in maniera diplomatica. Si sistemò più comodamente contro lo schienale e sospirò a fondo per schiarirsi le idee. Inalò aria più fredda: un soffio gelido gli sfiorò il collo e la nuca. La porta del camper si era aperta alle sue spalle. Un’ombra strisciò all’interno. La porta si richiuse senza far rumore. Pedrini non si voltò. «Ciao. Com’è andata?» chiese con blando interesse. «Livi ce l’ha ancora a morte con gli iracheni?» L’ombra non rispose. Scivolò rapidamente nel veicolo, fermandosi dietro

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l’archeologo. Un’esalazione fredda si staccò dai suoi abiti. «Antonio…» Pedrini girò la testa. Il primo impatto con una grossa pietra gli fracassò il naso e uno zigomo. Un’aureola di sangue spruzzò dalla pelle lacerata. L’archeologo cadde di lato, trascinando con sé la sedia e le mappe. Mentre giaceva riverso, altri due colpi gli si abbatterono sulla nuca. Le ossa che si fratturavano fecero uno scricchiolio sordo e una densa macchia rossa cominciò ad allargarsi sul pavimento. L’aggressore si mosse velocemente, senza cautela, urtando e rovesciando gli oggetti che incontrava. Rovistò nei cassetti dell’armadio e trovò un portafogli nascosto sotto una camicia. Lo infilò in tasca e gettò a terra gli altri indumenti. Poi si riavvicinò al corpo esanime e si piegò su di lui. Stando attento a non sporcarsi di sangue, gli tolse la fede e l’orologio. Prima di rialzarsi si accorse dell’agendina che Pedrini aveva tenuto stretta cadendo e gliela strappò dalle dita contratte. Si mise in tasca anche il notes finito poco lontano. Subito dopo aprì la valigetta di plastica opaca e la capovolse, spargendo il contenuto sul tavolo. Controllò in fretta le carte e i quaderni, poi spazzò via tutto con una manata. Lanciò un’ultima occhiata all’archeologo, a faccia in giù nel sangue. Né un lamento né un tremito. Si spostò verso la porta. Spense la luce e guardò fuori con circospezione. Nella notte piovosa smossa dal vento, gli oblò dei camper erano tutti bui; solo quelli di un mezzo all’altra estremità del campo erano ancora illuminati. Uscì dal veicolo. Chiuse piano la porta, scese la scaletta e si guardò nuovamente attorno. Nessuno lo vide allontanarsi di corsa nell’oscurità del deserto.

*** Una luce violenta, una bianca scia incandescente, guizzò senza controllo nel cervello dell’archeologo riverso sul pavimento. Enrico Pedrini era incapace di pensare e di ricordare. Non provava né dolore né emozioni. I suoi sensi non registravano niente, nemmeno l’odore metallico che evaporava dal sangue. Il suo corpo tremò meccanicamente. La mano destra, con le dita chiuse a pugno, si spostò involontariamente di pochi centimetri. Toccò una piccola cassetta di legno, aperta contro un piede del tavolino. Senza avere ricevuto un comando le dita si tesero e il pugno si aprì. Un altro spasmo e la mano colpì un libro in equilibrio precario dentro la cassetta. Il volumetto si rovesciò all’interno. La luce che si dibatteva nel cervello brillò ancora per un momento intensissima. Esplose in un lampo. Poi si attenuò. Si indebolì, fino ad estinguersi del tutto.

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GENNAIO 2003 1 L’interno della basilica sfumava in un nudo chiaroscuro. La luce entrava dai rosoni e dalle finestre delle cupole e scendeva obliqua nella navata centrale, affievolendosi contro le pareti spoglie. Francesca ebbe l’impressione che la penombra le si stesse condensando addosso come una pelle viscida. La voce del prete sull’altare, la cassa di legno scuro posata sul pavimento di marmo policromo, i fiori e le schiene dei presenti seduti davanti, la spingevano fuori dalla realtà. Respirò più affrettatamente, ma l’odore del freddo, dell’incenso e delle candele le si riversò dentro, soffocandole i pensieri. Si voltò per guardare sua madre, di fianco a lei, che a capo chino rispondeva alla litania del sacerdote. Girò ancora un po’ la testa e l’immensa estensione della navata le venne incontro come un’eco scura. Smarrita, afferrò lo schienale del banco davanti al suo. Quando era partita da Bologna si era illusa di concludere la mattina, se non in modo del tutto indolore, senza precipitare in una delle sue crisi. Mentre guidava aveva chiacchierato con sua madre di cose senza importanza, per ingannare un presentimento sgradevole, e le era parso di riuscire a controllarsi. Aveva creduto di potercela fare. Prima di Padova era persino uscito il sole e la bella giornata l’aveva tranquillizzata un po’ di più. Appena entrata nella grande basilica, però, si era resa conto che le sue speranze erano destinate a svanire in fretta. La ragazza avvicinò le labbra all’orecchio della madre, balbettò una scusa e slittò via dalla panca. A metà della navata alzò la testa: il disadorno spazio di pilastri, di archi, di volte a botte, di ombre le fece perdere il senso dell’orientamento. Fissò il rosone che si apriva nella facciata, un rotondo occhio di luce ricambiò il suo sguardo. Abbagliata, si arrestò. La chiesa invece iniziò a rotearle attorno, mentre l’occhio luminoso le esplorava il cervello. Francesca piantò le unghie nei palmi delle mani. Luce e ombra si alternavano davanti a lei: luce e ombra, sempre più rapide, e al centro del mulinello una macchia dall’aspetto sfuggente. Un sospiro si sciolse nell’aria, allontanandosi dal vortice come un vapore opaco. Le sembrò che si allungasse verso di lei e, nel momento in cui la raggiungeva, le entrasse dentro annebbiando lo sguardo luminoso. Ma era davvero solamente un inganno della sua fantasia? Francesca colse un sentore antico, di terra arida appena smossa e affondò di più le unghie. Nonostante la nebbia aggrovigliata alla sua mente, capì che se non avesse provato ad uscire non sarebbe più riuscita a muoversi;

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probabilmente sarebbe svenuta, o forse sparita, dissolta nella ragnatela di vapore. Tentò allora un primo passo, poi un altro. Lentamente, quasi barcollando, attraversò la navata. Finalmente posò le mani contro il legno della porta e spinse. Fuori dalla basilica di Santa Giustina la mattina continuava a essere limpida. Sebbene il cielo di Padova avesse preso un intenso colore azzurro e il sole battesse sulle cupole, l’aria era gelida. Francesca si avvicinò alla scalinata che portava all’ampio sagrato, senza accorgersi del freddo. Percepiva se stessa come un’immagine sfocata. Le sembrava che un gemito spirasse in un angolo della sua mente, dietro la nebbia. Le sensazioni però si stavano mescolando fra loro, divenendo irriconoscibili. Adagio scese la scala e si fermò sul sagrato. In quell'istante il suono di una voce si sovrappose al sospiro che le fluttuava nel cervello. Dapprima la attraversò, poi si ripeté, più vicino. Francesca questa volta lo sentì distintamente. «Mi scusi…» Il vapore iniziò a svanire. Il gemito tacque dopo un ultimo tremito sottile. La ragazza mise a fuoco un uomo alto, con gli occhiali scuri e i capelli neri spruzzati di grigio sulle tempie. Era in piedi vicino a un lungo carro funebre. «Mi scusi… non si sente bene?» domandò ancora lo sconosciuto, facendo un passo verso di lei. Istintivamente Francesca arretrò verso la scalinata e l’uomo si fermò. Il malessere stava sparendo e lei cercò di sorridere. «No, grazie… è stato solo un capogiro.» si giustificò. Subito dopo chinò la testa, allacciò il cappotto e infilò le mani nelle tasche. Ora cominciava ad avvertire il freddo. L’uomo poteva avere poco più di una quarantina d'anni; si tolse gli occhiali, mettendo in mostra limpidi occhi blu e disse: «Avevo visto che era molto pallida… Lei è una parente?» «No.» rispose seccamente la ragazza. Perché quell’individuo non la lasciava in pace? Non aveva voglia di parlare con lui. Non voleva parlare con nessuno. Avrebbe voluto soltanto trovarsi altrove. Perché non poteva sentirsi in pace? Lo sconosciuto non replicò. Un silenzio imbarazzante si creò fra lui e Francesca, finché un brusio sommesso non provenne da dietro le loro spalle. Entrambi si voltarono verso la basilica. La gente aveva iniziato a uscire dalla chiesa; una cinquantina di persone si stava raccogliendo in gruppetti davanti alla facciata di cotto bruno. Pochi minuti dopo, quattro uomini dalla serietà inespressiva uscirono reggendo la bara di Antonio Bernin. Dietro di loro veniva una donna minuta dai capelli grigi e il volto divorato da una rete di rughe di stanchezza e dolore. Un ragazzo e una ragazza le camminavano a fianco, sostenendola. I presenti si fecero attorno a Oriana Bernin e ai due figli in silenzio. La madre di Francesca era fra loro. La ragazza vide le due donne abbracciarsi e pensò che fossero fatte solo di abiti scuri e battiti del cuore. Il desiderio di fuggire divenne angoscioso. La vedova salutò altre persone e fece un cenno con la testa all’autista del

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carro funebre in cui era stata sistemata la bara del marito. Si incamminò poi adagio verso un’automobile parcheggiata ai margini del sagrato. Prima di salire si voltò verso la madre di Francesca. «Marisa…» chiamò. L’altra donna la raggiunse e lei sussurrò qualcosa che nessuno udì. Prese poi una busta bianca dalla borsetta e gliela porse, quindi entrò in macchina. Un minuto dopo, un corteo di auto si mise lentamente in moto lungo via Cavazzana. Francesca osservò le macchine allontanarsi. Di lì a poco sarebbe finito tutto; lei aveva già resistito abbastanza a quel funerale che gliene ricordava un altro ed era stanca. Voleva soltanto tornare a Bologna e rinchiudersi in casa. Per dormire, o scrivere, o fare qualunque cosa che tenesse lontana la sua mente da visioni che non riusciva a capire. Dalle sue sensazioni. Non chiedeva molto, una tregua e basta. Anche perché di più non avrebbe potuto ottenere. Quando salì sulla Uno scura della madre, la ragazza non provò un vero sollievo, ma una leggerissima frattura nella percezione del tempo, come se alle sue spalle fosse già scesa la sera. Per alcuni minuti guidò in silenzio, tentando di dimenticare ciò che le era capitato dentro la basilica. Solo prima di entrare in autostrada ripensò alla busta presa da sua madre davanti alla chiesa. «Cosa ti ha dato prima la signora Bernin?» domandò. La donna estrasse una busta bianca dalla borsetta. La mostrò alla figlia, poi la aprì. Dentro trovò un dischetto di plastica grigia. «È un floppy.» esclamò Francesca stupita. «L’Oriana l’ha trovato sulla scrivania di suo marito. Ha pensato che appartenesse a papà.» Un brivido di sofferenza e una paura che non avrebbe dovuto avere motivo di rivelarsi. «Perché?» chiese la ragazza. Le sue mani si erano irrigidite attorno al volante. «C’è sopra il suo nome, ma la scrittura non è quella di tuo padre.» la donna lesse l’etichetta incollata sul floppy. Qualcuno aveva scritto in rosso Enrico Pedrini.

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2 La cascina sorgeva fra le colline, quasi a metà strada fra Bologna e Sasso Marconi. Posta a guardia di un poggio isolato, aveva l’aspetto di un tozzo quadrilatero tirato su con grosse pietre squadrate e murate. Da un’ala si alzava un mozzicone di torre, ricordo del tempo in cui l’edificio era una specie di fortilizio destinato a custodire i prodotti agricoli dei terreni circostanti. All’interno si succedevano vasti ambienti spogli, stanze dai soffitti alti e muri di mattoncini a vista, dove i suoni viaggiavano liberamente moltiplicandosi in eco sinuose. In un angolo della più grande delle sale del piano terra, Francesca si era acciambellata su una poltrona bianca, avvolta in un leggero scialle beige. Ai suoi piedi una tazza abbandonata lì la sera prima e una ventina di fogli, a dimostrazione di quanto fosse sempre stata poco ordinata. Quando aveva comprato la cascina e lasciato l’appartamento di Bologna in cui aveva vissuto per ventisei anni, si era sforzata di non sparpagliare la sua vita per la vecchia casa; non c’era riuscita. Spesso era lontana dalle faccende pratiche della realtà e a volte aveva addirittura il sospetto che le cose si muovessero da sole. Per questo gli oggetti erano ridotti al minimo indispensabile, così che le stanze quasi vuote apparivano ancora più ampie. La ragazza si abbracciò le ginocchia, schiacciando il corpo snello nella poltrona. Fuori dalla cascina la nebbia stava scivolando verso il poggio, inghiottendo i colori del pomeriggio e i rumori. Anche i lievi scricchiolii della casa sembravano più morbidi. O più oscuri. Francesca tentò di dare loro una forma. I suoni però erano sfuggenti, andavano alla deriva attorno a lei, impedendole di riconoscerli. La ragazza chiuse gli occhi. Ascoltò il pomeriggio tradursi nei fruscii sommessi della casa, il ticchettio dell’orologio, il suo stesso respiro. Si strinse nello scialle e provò ad addormentarsi. Ricominciò a guardarsi attorno pochi secondi dopo. Premette le dita contro le tempie. Il sonno non sarebbe venuto: era troppo tesa. Il primo avviso dell’emicrania si manifestò con una pulsazione calda. Non rimase sorpresa, se lo aspettava. Il funerale di Antonio Bernin aveva liberato una visione e le sensazioni non se ne andavano mai senza lasciare un segno del loro passaggio. Francesca strinse più forte per contrastare il palpito del mal di testa. Il dolore stava aumentando in fretta. Era ben poca cosa, comunque, rispetto ciò che aveva sofferto da adolescente, dopo la morte di suo padre. Di solito, ora, le bastava un analgesico per riprendersi. Una scatoletta di farmaci era posata vicino alla tazza, accanto alle pagine. La ragazza si chinò per raccoglierla. Prese anche i fogli e dopo avere inghiottito una compressa, ne scelse uno per rileggere le ultime righe scritte la sera prima.

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Nuvole di metallo nel cielo. Luce piovosa. Laura sedeva sul bordo di una fossa profonda, scavata in una pianura avvilita. Terra nera, arida, cespugli spinosi e polvere sollevata dal vento. Oltre la fossa, oltre la polvere, facce bianche, senza corpi, la guardavano. Le bocche si aprivano, cavità scure dalle quali non uscivano parole ma vapori silenziosi. Improvvisamente le facce si dissolsero nel vento, sfilacciandosi come nebbia. Laura le vide sparire, mentre tornava nel soggiorno di casa sua e scopriva di essere sempre rimasta lì. Sensazioni. Francesca riappoggiò i fogli sul pavimento. Sensazioni. Le stesse con cui conviveva lei, rappresentate nelle ossessioni di Laura, la protagonista dei suoi libri. Aveva imparato a chiamarle così per essere risparmiata dalla curiosità sarcastica della gente, dalle attenzioni degli psicologi e dalla preoccupazione di chi l’amava. Ma non erano biforcazioni all’interno della sua mente e lei lo sapeva; lo sapeva da quando era bambina. Le sue visioni non erano immaginarie; erano confuse e non le mostravano né il futuro né un passato che potesse comprendere. Arrivavano, la sfioravano come se la stessero cercando dentro una stanza buia, poi scomparivano. Non le permettevano di capire perché fosse lei a doverle subire, erano misteriose, sì, ma reali. Magari non lo fossero state e avessero preso forma soltanto da una contrazione anomala della sua fantasia. Però non era così. Erano autentiche, per lei, come avrebbero dovuto esserlo anche per gli altri, ma il suo destino, uguale a quello di una Cassandra dallo sguardo profetico volto solo interiormente, era quello di sopportare le proprie verità senza poterle confessare, senza il conforto di essere creduta. La ragazza si slacciò dal proprio abbraccio e si alzò, calpestando i primi capitoli del suo nuovo romanzo. Sgusciò attorno ai pochi mobili della sala per avvicinarsi a una delle due finestre del salone. Sul vetro si rifletterono grandi occhi color fumo in un viso minuto, un naso sottile e una bocca dal taglio ostinato. Un volto grazioso, se non fosse stato indurito dalla tensione, da ciò che non capiva. Voltò le spalle alla sua immagine e alla nebbia che si attorcigliava agli alberi spogli. Non aveva niente da guardare là fuori. Ogni segreto, ogni mistero erano in lei, anche se nascosti troppo profondamente. Per un momento pensò di stendersi sul letto e riprovare finalmente a dormire, per liberarsi un poco dallo strascico della sensazione. Rinunciò quasi immediatamente: non sarebbe stata in grado di addormentarsi. Era ancora troppo inquieta. Si diresse allora verso una sedia su cui aveva gettato il cappotto, dopo essere tornata da Padova. Prima di uscire dalla sala, prese da una tasca la busta bianca che Oriana Bernin aveva dato a sua madre. Percorse un breve corridoio, privo di finestre, senza accendere la luce. Il

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buio non la spaventava. Entrò nello studio. La stanza era occupata da una libreria, da un lungo tavolo di legno, vecchio di cent’anni, che fungeva da scrivania e da una stretta poltroncina. Un insolito lampadario a spirale pendeva dall’alto soffitto di mattoncini. Come le altre stanze, lo studio era quasi privo di oggetti personali, ninnoli, soprammobili; le fotografie erano completamente assenti. Francesca sgombrò la scrivania da libri, bozze incomplete di un paio di capitoli e da una lettera del suo agente. Tolse il floppy dalla busta e lo posò sul tavolo. Il nome di suo padre, scritto in rosso, spiccava sull’etichetta come una sbavatura di sangue.

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3 Un largo arpeggio si srotolò dal lettore cd mentre il motore della Mercedes SLK grigia rispondeva con un mormorio sommesso. Jacques Loussier improvvisava con il suo pianoforte attorno all’architettura barocca di un preludio di Bach e Massimo Neri guidava adagio, godendosi la tensione ritmica del jazz. Non aveva fretta e, valutando il pomeriggio di lavoro, ben pochi problemi. D’altro canto perché avrebbe dovuto averne? La sua professione di giornalista lo soddisfaceva pienamente, aveva una ragazza che amava, una famiglia, numerosa come una tribù, meravigliosamente unita e meravigliosamente ricca, e amici dappertutto. Inoltre, l’articolo che doveva scrivere per l’uscita del giorno dopo era già finito e, modestia a parte, non gli era venuto affatto male. Spandendo ottimismo, Massimo si infilò nella nebbia che asfissiava via Mattei. La strada affondava nella periferia di Bologna, andando a perdersi fra campi trasandati e vecchi edifici che comparivano e si dissolvevano nella caligine. Prima di smarrirsi del tutto però, si apriva verso una vasta area recintata che racchiudeva la sede de Il Resto del Carlino, un ingombrante complesso di torri, inopportuno come una cattedrale nel deserto. Il giornalista scalò una marcia e si spostò al centro della carreggiata, per curvare in direzione di una bassa costruzione, con le vetrate rivolte verso la strada, che fungeva da guardiola e reception. Una sbarra bloccava l’accesso a un immenso piazzale. L’uomo le si fermò davanti e lo sguardo gli scivolò sull’edificio bianco in cui lavorava. Nonostante la nebbia, che portava tutt’altro che benefici al paralizzato panorama delle torri, provò una gradevole sensazione di familiarità. La sbarra si sollevò e Massimo si avviò verso un parcheggio. Mentre posteggiava l’auto sportiva in una piazzola di fianco a una delle alte costruzioni, sentì il cellulare vibrare nella giacca e subito dopo partire una melodia eterea. Acciuffò il telefono, sbirciò il numero apparso sul display e sorrise prima di rispondere: «Ciao pupattola.» Era insolito che Francesca lo chiamasse a quell’ora e, quando accadeva, esisteva la pericolosa possibilità che i motivi che potevano creare apprensione fossero predominanti. Nonostante ciò – sia perché era un giorno positivo, sia per la sua natura solare – l’uomo decise che la chiamata dovesse appartenere al rosario delle belle sorprese. «Sei già tornata?» «Sì.» Tono di voce oscuro: una sfumatura che non lasciava presagire niente di buono. Massimo sapeva dove era andata Francesca al mattino; aveva anche immaginato quali reazioni lei avrebbe potuto avere: il funerale di un vecchio collega del padre rischiava di mettere in crisi l’acuta sensibilità della ragazza. Con ciò che ne poteva scaturire. Non volle però arrendersi al presentimento senza combattere. «Come è andata a Padova? Ah, scusa, prima che mi

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dimentichi… sabato è il compleanno di mia madre e i miei danno una festa. Ci terrebbero che andassimo anche noi. Che ne dici? Non è che siamo obbligati ad aspettare i fuochi d’artificio... possiamo anche solo fare una scappata e…» «Massimo, devo vederti.» lo interruppe lei. Dietro la sua asprezza però c’era altro. Ogni impressione piacevole, l’ottimismo, svanirono in un istante. Il giornalista si obbligò comunque a restare calmo. Con la sua fidanzata era sempre meglio conservare una serenità superiore agli inconvenienti. «Dove sei?» «A casa.» «Tutto bene?!» La ragazza respirò lentamente. «Io…» la sua voce prese un colore ancora più cupo «No… credo di no.»

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4 L’aria calda ristagnava nella grande sala. Massimo sedeva in una delle due poltrone bianche sistemate di fronte a un divano, ugualmente candido, collocato in un angolo; si sosteneva la fronte sudata con le mani e sbirciava fuori da una delle due finestre. La sera era colata sul poggio e gli alberi, fra i quali scendeva il vialetto d’ingresso della cascina, disegnavano nella nebbia una macchia scura. La vecchia costruzione isolata non gli era mai piaciuta. Fin dal giorno in cui Francesca l’aveva acquistata, gli era parsa un covo di cattivi pensieri: c’erano troppa solitudine e passato fra gli antichi muri, ed era troppo distante da lui e dai suoi progetti. Adesso gli piaceva ancora meno. «La signora… come si chiama… Bernin, non ha mai aperto il floppy?» chiese. Francesca era accoccolata sul divano, con le gambe incrociate sotto di sé e la schiena curva. «Penso di no.» rispose. Aveva ancora gli occhi leggermente arrossati per le lacrime. Massimo riprese in mano alcuni fogli stampati da un documento di Word. Si concentrò sul primo. O almeno ci provò, perché gli ronzava in testa uno sciame di idee cieche che non lo portava da nessuna parte. Antonio Bernin - Documento n. 1 (13 - 12 - 2002) * OMICIDIO ENRICO PEDRINI * -

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Accaduto Ritrovamento casuale di una pagina strappata Osservazioni sulla pagina strappata Riflessioni sul punto 3 – Possibilità Ipotesi su un movente Operatività

1) ACCADUTO Data 10 – 12 – 2002: durante la sistemazione della soffitta di casa rinvenimento di una scatola ivi riposta non meno di 14 anni or sono. 1/1 – Contenuto della scatola: vecchie ricevute di pagamento, manuali di istruzione di alcuni elettrodomestici, 5 numeri della rivista «Archeologia Moderna» (anno 1991), una cassetta di legno, quest’ultima facente parte di oggetti personali portati in Iraq nel marzo del 1989 (spedizione italo-francese denominata «Nibru 89». Operazioni di scavo su tombe databili attorno alla

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metà del III° millennio A.C., localizzate al centro del trapezio cittadino costituito dalla Porta di Nergal, la ziqqurat (Ekur), Tablet Hill e la Porta di Uruk. Nome cantiere: MEN89 – Main Excavation Nibru 89. Direzione dei lavori: Hasan Karaz. Responsabile italiano: Fernando Livi. Responsabile francese: Jacques Derain). 2/1 – Gli oggetti presenti nella cassetta erano stati sequestrati dalla polizia irachena a seguito dell’omicidio di Enrico Pedrini (da ora E.P.) e restituitimi prima dell’espulsione dall’Iraq dell’intera squadra archeologica. 3/1 – La cassetta, al mio ritorno in Italia, era stata portata in soffitta e collocata nella scatola da mia moglie, senza prima essere stata da me riaperta. Il grave turbamento provocatomi dalla delittuosa scomparsa di un collega e caro amico mi aveva infatti convinto a disfarmi subito degli effetti che rievocavano la terribile tragedia. 2) RITROVAMENTO CASUALE DI UNA PAGINA STRAPPATA Riaprendo la cassetta per controllarne il contenuto, da me dimenticato dopo tanti anni, ho rinvenuto un libro («La Linea d’ombra» – Joseph Conrad) che leggevo a Nibru durante le pause e che reputavo perduto in Iraq. Sotto il libro vi era materiale di cancelleria e un foglio a righe, manoscritto, del quale non avevo mai avuto visione (vedi immagine in PDF allegata, come da scansione eseguita in data 11 – 12 – 2002). 3) OSSERVAZIONI SULLA PAGINA STRAPPATA 1/3 – La pagina appare strappata nel suo margine sinistro e considerate le dimensioni (cm. 7 x cm. 13) parrebbe essere appartenuta ad un’agenda tascabile. 2/3 – La grafia è apparentemente quella di E.P. (da un confronto effettuato con una lettera inviatami dallo stesso E.P. in data 16 – 09 – 1988). 4) RIFLESSIONI SUL PUNTO 3 – POSSIBILITA’ 1/4 – Essendo assolutamente sicuro di non avere mai visto prima la pagina, sono certo di non averla posta io nella cassetta. 2/4 – La pagina è stata presumibilmente strappata da un’agenda di E.P. (agenda che io però non ho mai visto).

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3/4 – La pagina potrebbe non essere appartenuta a un’agenda di proprietà di E.P., ma questi potrebbe avervi ugualmente scritto una nota. 4/4 – E.P. potrebbe avere strappato la pagina per nasconderla volontariamente nella cassetta. - Perché solo quella pagina, che non fornisce nessuna indicazione comprensibile? - Perché E.P., volendo indirizzarmi un messaggio, non ha espresso dettagliatamente gli elementi che intendeva fornirmi? - Perché E.P. avrebbe utilizzato un metodo così indiretto per trasmettermi informazioni, che poteva ritenere importanti, anziché mettermi verbalmente al corrente? - Ero io il destinatario della pagina? - Vi erano altre pagine nella cassetta, andate poi perse o sequestrate dalle autorità irachene? - E.P. ha nascosto di proposito la pagina nella cassetta? 5/4 – Qualcuno potrebbe avere strappato la pagina da un’agenda di E.P. per nasconderla volutamente nella cassetta a mia insaputa. - Chi? L’assassino? - Perché? Per depistare chi, svolgendo le indagini, avesse ritenuto la pagina un indizio, quindi l’avesse seguita come una traccia per arrivare a un movente dunque al colpevole? - È possibile che il ladro (un nomade visto nei pressi del campo nei giorni precedenti), ritenuto colpevole dell’omicidio dalle autorità irachene, arrestato e in seguito condannato, abbia avuto il tempo, l’intelligenza e la freddezza per mettere in atto una messinscena come quella ipotizzata nel punto precedente? - Se non fosse stato l’assassino, volendo qui escludere E.P., chi potrebbe avere riposto la pagina nella cassetta? 6/4 – La pagina potrebbe essere finita nella cassetta in maniera assolutamente casuale. Se anche così fosse, qualcuno deve però averla prima strappata dall’agenda. - È caduta dentro la cassetta in modo accidentale e non per volontà umana? - È stata strappata durante la colluttazione fra E.P. e il suo aggressore e nella lotta è scivolata nella cassetta?

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7/4 – Forse E.P. stava lasciando delle annotazioni quando è stato assalito. Ciò escluderebbe che abbia sorpreso un ladro rientrando nel camper, per un logico motivo: si trovava già dentro il camper e l’assassino è entrato successivamente. 8/4 – L’agenda dalla quale è stata strappata la pagina non è stata ritrovata fra gli oggetti personali di E.P., ritornati in Italia su interessamento della nostra ambasciata. La moglie di E.P. (Marisa Colaianni), nel corso della mia telefonata in data 12 – 12 – 2002, mi ha confermato di non possedere nulla di simile. - Le autorità irachene l’hanno sequestrata? Perché? Conteneva informazioni che potevano risultare compromettenti per qualcuno? Chi? - L’ha sottratta l’assassino? Era il motivo principale per il quale l’omicida ha agito, simulando poi un furto di denaro? - È andata semplicemente persa? Dove (Iraq. Italia)? Quando? Massimo appoggiò il foglio e si passò una mano fra i folti capelli neri. Immobile di fronte a lui, Francesca lo guardava, lasciando trasparire un senso di attesa che lo metteva ancor più in difficoltà. Il giornalista prese un altro foglio. Il fronte e il retro della pagina di un’agenda di piccole dimensioni erano stati scansionati e salvati poi in un unico documento in formato PDF. Comparivano, nella stampa, uno di fianco all’altro. Una scrittura minuta e spigolosa riempiva le due facciate. ieri si comporta in modo misterioso. Ho il sospetto che il suo atteggiamento (ieri sera non ha cenato e oggi, pur partecipando alle normali operazioni di scavo, appariva totalmente assente) sia in relazione con ciò che è accaduto ieri mattina presso il nuovo cantiere. Sono sicuro che si sia accorto che l’ho visto mentre nascondeva in tasca un oggetto di recupero. Non ha però tentato di riporre il reperto, né di venire a parlare con me, per spiegarmi il motivo del suo gesto. Ha fatto finta di nulla, ma aveva l’espressione di un uomo che fosse improvvisamente entrato in un mondo di spettri. Non so perché l’ho scritto, mi è venuto spontaneo. Sono sensazioni. Oggi ne ho avuta un’altra, molto sconcertante: osservandolo mi è parso che l’aria attorno a lui tremolasse. Strano, non faceva caldo, eppure sembrava che lo circondasse un’aureola instabile e opaca. È stata senz’altro la mia immaginazione, però devo ammettere di essere rimasto ugualmente turbato. È una fantasia assurda, ma non riesco a liberarmene. Piuttosto preoccupante. Domani gli chiederò di mostrarmi quell’oggetto.

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Vorrei evitare di doverne parlare con Derain e Livi e soprattutto non vorrei che questo problema venisse a conoscenza di Karaz. Dopo quello che è successo quando è venuto a sequestrare i nuovi reperti, sarebbe capacissimo di farci ritirare i permessi accusandoci di trafugazione e purtroppo avrebbe ragione. Spero che si sia trattato solo di un istante di debolezza. Quante volte il Passato tenta di corromperci l’anima. È un gorgo che si nutre d’amore. È molto più potente della nostra volontà. Siamo soltanto uomini e Siamo soltanto uomini e… Massimo ripeté mentalmente le ultime parole. Cosa poteva avere annotato il padre di Francesca nella pagina successiva? E soprattutto: dove era finito il resto dell’agenda? Sempre più perplesso, prese l’ultimo dei fogli in cui Antonio Bernin aveva sviluppato un sospetto che appariva spiacevolmente fondato. 5) IPOTESI SU UN MOVENTE Assumendo la pagina dell’agenda come prova, sono indotto a supporre che E.P. sia stato ucciso affinché gli fosse impedita una possibile testimonianza sulla sottrazione di un oggetto esumato nello scavo (nome cantiere: EEN89 – East Excavation Nibru 89) in corso a Est del cantiere MEN89, inaugurato alcuni giorni dopo l’apertura di quello primario. 6) OPERATIVITA’ Nella fase preliminare dell’indagine, risulta indispensabile contattare i colleghi presenti a Nibru, per chiedere una ricostruzione delle azioni da loro compiute nell’ultimo giorno di vita di E.P. Incrociando i loro racconti, dovrebbe essere possibile osservare il caso da più punti di vista e individuare un movente probabile, nonché cogliere incongruenze e contraddizioni. È mia intenzione informare i familiari di E.P. di questo imprevisto sviluppo, solo dopo avere raccolto tutte le testimonianze. Non voglio credere che un collega abbia commesso un crimine così orrendo prima di avere rimosso anche il più insignificante dei dubbi. Sarebbe una crudeltà costruire un castello di supposizioni che potrei successivamente riconoscere privo di fondamenti e creare quindi vane speranze di una giustizia dovuta, per quanto tardiva. Peggio ancora che rimettere in discussione, con prove concrete, le convinzioni di una famiglia che ha

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sofferto una perdita così grave, sarebbe richiamare inutilmente in vita un dolore che forse il tempo ha già lenito. Massimo si appoggiò i fogli sulle ginocchia. Domandò: «Non c’era altro nel floppy?» Sebbene fosse ancora raggomitolata sul divano, Francesca sembrava andata via. La voce dell’uomo le arrivò da lontano. Rispose dopo un tempo indefinito: «No. Ho stampato tutto il documento. E adesso?» «Adesso?» ripeté lui «Adesso dobbiamo raccogliere un po’ le idee.» La ragazza reagì in maniera inaspettata. Parve sul punto di schizzare dal suo posto. «Che idee?» domandò ruvidamente. Per quattordici anni aveva creduto a ciò che la giustizia irachena e i canali diplomatici le avevano assicurato, che suo padre era stato assassinato da un ladruncolo, un nomade che aveva pagato per il crimine commesso; ora, scopriva che il presunto colpevole era invece innocente. Era una rivelazione terribile. Il dolore provato, accumulato per anni, riesplodeva con una violenza abbagliante. E dietro l’onda della sofferenza, ribolliva la rabbia. «Mio padre è stato ucciso da un altro archeologo! Cosa c’è da raccogliere?» La sua collera colpì il giornalista come una frustata. Di solito Francesca non era così diretta. «Aspetta pupattola,» disse dolcemente «forse è come dici tu... forse no. In fondo nemmeno questo Bernin era sicuro di ciò che aveva in mano. Aveva dei sospetti, ma di concreto… ben poco.» Nel volto pallido, gli occhi della ragazza divennero più scuri, quasi neri, ma nel profondo sbatteva una fiammella che non era accesa solo dall’ira. Massimo andò a sedersi accanto a lei e la abbracciò. Strinse un corpo fragile. «Non possiamo buttarci alla cieca, senza nemmeno capire se ci troviamo solamente di fronte alle fantasie di Bernin. Se vogliamo scoprire quel che è successo davvero a tuo padre, dobbiamo iniziare a valutare la situazione per quella che è, non per quella che ci può apparire... evitando di saltare a conclusioni affrettate.» La ragazza rimpicciolì fra le sue braccia. La rabbia si spense; rimase il dolore. «Hai ragione,» mormorò «scusami; non so più a cosa pensare.» Massimo le baciò la fronte. «Ascolta, adesso credo che tu debba parlare subito con tua madre. È necessario che lei sia informata... poi magari potrebbe sentire dalla vedova di Bernin se ha trovato qualcos’altro fra i documenti del marito. Che ne pensi?» «Va bene.» annuì lei contro il petto dell’uomo. «Io invece domattina faccio un salto in ufficio da mio fratello.» Filippo, uno dei due fratelli di Massimo, era uno degli avvocati più affermati di Bologna. Di sicuro non avrebbe avuto una risposta risolutiva, ma avrebbe fatto il possibile per aiutarli. Nessuno della famiglia Neri, che oltre a essere impressionantemente ricca, numerosa e felice, era soprattutto unita, avrebbe abbandonato un parente nei guai. Tutti si mettevano, anzi, in moto in un tempo sorprendentemente rapido per sistemare le cose.

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«Un primo suggerimento ce lo può dare lui. Se rivolgerci alla polizia, a un investigatore, o telefonare ai colleghi di tuo padre... o che ne so.» Francesca sollevò un poco la testa; Massimo non l’avrebbe lasciata sola, di questo ne era certa. Poteva essere l’unica sicurezza che aveva, ma niente sarebbe riuscita a scalfirgliela; anche se lui, come tutti, credeva che le misteriose percezioni che lei avvertiva da sempre fossero soltanto immaginarie. Per un momento pensò di raccontargli ciò che era capitato in chiesa durante il funerale. Nonostante la giornata le avesse riservato una sorpresa molto più sconvolgente, non aveva rimosso il ricordo della visione avuta. Il suo significato continuava a sfuggirle, come accadeva ogni volta che una sensazione la allontanava dalla realtà. L’intuizione però che quanto successo a Padova non fosse slegato dalla scoperta di una verità diversa sulla morte del padre aveva iniziato ad agitarsi nella sua mente, generando l’impressione di una combinazione di eventi che avrebbe dovuto inevitabilmente verificarsi. Un istante di indecisione, poi Francesca tornò ad accucciarsi contro il petto dell’uomo.

*** «Non dormi?» Massimo sentiva il calore del corpo nudo di Francesca accanto al suo, i movimenti nervosi sotto le lenzuola, e il peso dell’oscurità. Si voltò su un fianco. Avvicinò il viso ai capelli di lei. «Francesca?» Un lungo silenzio, poi «Non siamo soli.» sussurrò la ragazza. Un brivido su per la schiena. L’uomo allungò di scatto una mano sul comodino, accese la lampada e fissò la porta chiusa. Rimase in ascolto di un rumore, passi, oggetti mossi, bisbiglii. La cascina però sembrava sprofondata nell’inerzia più assoluta, dimenticata dal resto del mondo, come al solito. Fuori, nella notte, la nebbia avvolgeva il poggio e il vento, che spesso fischiava fra le fenditure della torre, taceva. Francesca non si mosse. Lasciò trascorrere ancora alcuni secondi. «È passato.» disse infine. Gli occhi spalancati sembravano non vedere nulla, come quelli ciechi di una statua. Massimo si sollevò a sedere. «Francesca… è passato cosa?» La ragazza giaceva rigida nella sua metà del letto. Si mordeva le labbra. «Nell’oscurità… c’era della polvere sospesa… un cerchio di polvere luminosa… e parole che non avevo mai sentito, una lingua sconosciuta… Sono sicura che...» gli occhi ritrovarono la loro espressività. «Va be’, lascia perdere, adesso è tutto finito.» un sospiro rassegnato. Massimo si coricò su un fianco e puntò un gomito per sostenere la testa. Era abituato agli improvvisi parti della sensibilità di Francesca, meno alle altrettanto inaspettate chiusure della ragazza nei suoi confronti. Certe volte, in effetti, non era facile amarla. Non perché lui non volesse, o non riuscisse: perché lei non glielo permetteva.

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«Stavi sognando?» «Ero sveglia.» «Allora è stata la tua immaginazione.” replicò Massimo mantenendo la voce più calma possibile. “E questa casa, vecchia come Ramsete... mica per essere ripetitivo, ma se tu venissi a vivere da me in centro a Bologna, invece di ostinarti a restare qui in culo ai lupi, smetteresti di farti suggestionare da questa atmosfera da quadro gotico.» «Potrei essere in qualunque altro posto, ma non cambierebbe niente.» rispose Francesca stancamente. Nessuno capiva la sua condizione; nemmeno Massimo. Nemmeno lei. Un nodo le si aggrovigliò in gola: un’impressione di perdita – progressiva e inevitabile – di occasioni che non le erano concesse. Non aveva deciso lei di essere differente da tutte le altre ragazze: era nata diversa e le visioni, le presenze che era costretta a chiamare sensazioni, non le rivelavano mai il segreto della sua diversità. Arrivavano, svanivano, senza svelarle nulla, turbandola però e a volte spaventandola. Massimo la attirò a sé e le mormorò fra i fili scuri dei capelli: «Francesca, tu non sei la protagonista dei tuoi romanzi. Non sei Laura. Lei è un’invenzione, lo sfogo della tua sensibilità. I suoi fantasmi tu non li vedrai mai... se non nella tua fantasia. Esistono per lei perché non possono esistere per te. Sai che è così, amore... in un punto della tua mente che rifiuti di guardare, lo sai che è la verità. Devi soltanto accettarla.» Francesca nascose il viso fra le lenzuola. «Forse non sono io a dover accettare la verità.» Una folata di vento si sollevò dalla notte e investì la cascina. Le tapparelle della camera da letto vibrarono. Fra le crepe della torre si formò un gemito d’aria. Un istante dopo, tutto era cessato.

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5 Alle otto del mattino i Musei Vaticani erano ancora chiusi al pubblico; mancavano due ore all’apertura e il deserto complesso di sale e gallerie appariva smisurato: un labirinto in cui era impossibile non smarrire il senso delle dimensioni. Anticipati dall’eco dei loro passi, che rimbalzava tra gli alti soffitti e i muri spessi, due uomini fecero il loro ingresso nell’Atrio dei Quattro Cancelli. Il primo era un giovane sacerdote dalla corporatura robusta; i lineamenti affilati del volto, i sottili capelli biondi e gli occhi chiari rivelavano un’origine mitteleuropea. Il secondo era sulla sessantina, più basso e magro. Indossava un comune giubbotto imbottito blu e un vecchio paio di jeans. Nonostante il sole avesse lasciato sul viso incavato e sul cranio calvo una scorza bruna, non sembrava in buona salute: camminava con la schiena leggermente curva, zoppicando appena con la gamba sinistra. I due voltarono le spalle all’uscita della biblioteca e salirono senza parlare la Scala Simonetti. Raggiunto il primo piano, trovarono sulla destra l’ingresso del Museo Gregoriano Egizio. Sulla porta incrociarono un custode; senza fermarsi risposero con un cenno al saluto dell’uomo e si inoltrarono fra le stele e le statue provenienti dall’Egitto. Sala dopo sala, raggiunsero l’ampio Emiciclo che si apriva verso la terrazza del Nicchione della Pigna e, superatolo, arrivarono alla sala VI, una delle più piccole del museo. Il giovane sacerdote indicò una delle pareti bianche. Fra due lunghe teche si trovava una porta stretta e anonima. Il più anziano lo ringraziò con un sorriso stanco. L'altro mormorò un neutro arrivederci e se ne andò, lasciandolo solo. Il vecchio fece scivolare un’occhiata circolare sulle millenarie figurine votive esposte dietro i cristalli; oggetti sradicati dal passato, già visti centinaia di volte in altrettanti luoghi diversi. Non riuscivano più a meravigliarlo. Ma anche se avessero avuto il potere di incantare la sua attenzione, come gli accadeva quando era più giovane e incolpevole, non sarebbe comunque stato quello il momento. Tentando di ignorare il timore che lo stava accompagnando da giorni, come un’ombra deforme, abbassò la maniglia e aprì la porta bianca. Si affacciò su un’angusta scala in penombra e guardò in su. Ebbe l’impressione che, in cima, qualcuno ricambiasse il suo sguardo trattenendo il respiro. Prima che il presentimento di ciò che lo attendeva lo spingesse a voltarsi e ad andarsene, chiuse la porta dietro di sé e iniziò a salire nella semi-oscurità. Alla sommità della scala incontrò un’altra porta, più massiccia, bussò e senza aspettare una risposta la spalancò. Una nuvola di luce chiara lo abbagliò: il sole precipitava in una stanza spaziosa attraverso due grandi finestre, illuminando le pareti disadorne e una scrivania. «Bentornato, padre Deanna.» la voce, giunta da un angolo della stanza, era

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morbida, suadente: quella di chi non è mai costretto ad alzarla per farsi ubbidire. Padre Deanna entrò nello studio privato del Cardinale. I responsabili dell’Ufficio Certificazioni Storiche avevano a disposizione una sede ufficiale più confortevole nel Palazzo del Laterano, ma per tradizione svolgevano la propria attività nella stanza più riservata del Museo Gregoriano Egizio. «Buongiorno eminenza.» Il cardinale Paolo Maria Chiarelli, un uomo dai lineamenti signorili e i capelli candidi perfettamente pettinati, indicò una sedia di legno dallo schienale altissimo di fronte alla scrivania. «Si sieda, la prego. Ha fatto buon viaggio?» «Sì, grazie, eminenza.» il desiderio di non essere lì, diverso dalla nostalgia: più intenso. «Non è stato un viaggio lungo.» «So quanto Gerusalemme le sia sempre vicina.» il Cardinale si sedette su una sedia identica a quella che occupava padre Deanna. Le comodità erano state bandite dallo studio dei direttori succedutisi da quando papa Giovanni XXIII aveva istituito l’Ufficio Certificazioni Storiche, nel 1960. «Come procede il suo lavoro allo Studium Biblicum Franciscanum?» «Stiamo esaminando due lastre rinvenute la scorsa settimana in un sepolcro nei pressi di Shuafat.» rispose padre Deanna, pur dubitando che il Cardinale ignorasse anche il minimo dettaglio della sua attività. «Sono certo del successo della sua equipe, padre. L’Ordine dei Francescani è famoso per aver prodotto ottimi archeologi… oltre al resto.» disse il cardinal Chiarelli con impalpabile ironia. «Il resto è senz’altro più importante.» replicò dimessamente il francescano. «Già… il vostro operato in nome dell’amore verso il Signore è fuori discussione… infatti è proprio per discutere d’altro che l’ho pregata di tornare a Roma.» Padre Deanna avvertì sulle spalle curve la vuota freddezza dello studio. «Erano tre anni che l’U.C.S. non mi interpellava, eminenza. Credevo avesse rinunciato a servirsi di un vecchio frate malandato.» «Non sottovaluti la stima che nutro per lei, padre. L’Ufficio non congeda mai volontariamente i suoi elementi più preziosi... concede loro periodi di riposo, ma non li dimentica. La prova è che lei, ora, è tornato... con il benestare del Ministro Generale del suo Ordine, ovviamente.» la precisazione finale del Cardinale suonava canzonatoria. L’Ufficio Certificazioni Storiche e Chiarelli, il suo responsabile, dipendevano direttamente dal Cardinale Decano – autentico braccio destro del pontefice e probabilmente l’uomo più potente del Vaticano – le cui cortesi richieste equivalevano sempre a ordini. Il cardinal Chiarelli intrecciò le lunghe dita delle mani eleganti. Non portava l’anello d’oro simbolo del suo rango e non indossava nulla che rivelasse la carica cardinalizia. Vestiva molto sobriamente: un completo nero sopra una camicia grigia, completata da un collarino bianco, ma emanava un’aura di autorità che smentiva immediatamente l’apparenza. Il contrasto fra lui e padre Deanna – più simile a un vecchio mendicante che a un religioso – non poteva essere più stridente.

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«Tre anni…» mormorò Chiarelli. «ricordo, fu quando accompagnai il mio predecessore a Gerusalemme per ritirare alcune pergamene ebraiche poco opportune… lei sa bene a cosa mi riferisco. Il suo fu un lavoro eccellente, svolto con la discrezione che l’ha sempre contraddistinta.» «La ringrazio eminenza. Immagino però non mi abbia convocato per parlarmi di quelle pergamene.» disse il francescano, mentre il presentimento insinuatoglisi nel animo fin dalla sua partenza per Roma prendeva una forma più definita e spiacevole. Il Cardinale sorrise, mettendo in mostra denti candidi e perfetti. «È così. Il Santo Padre, attraverso il Cardinale Decano, mi ha incaricato di fare luce su un evento accaduto nel 1989... un fatto rimasto sempre senza spiegazione.» Il presentimento di Deanna divenne realtà, e la realtà si condensò attorno al suo cuore sotto forma di una nebbia fredda. «Alludo all’improvvisa interruzione degli studi sui Filii.» continuò il cardinal Chiarelli e pur accorgendosi dell’espressione cupa del francescano, non fece domande ma aggiunse «All’epoca era lei a seguire quel progetto, sospeso poi per indecifrabile ordine del cardinale Albertini, allora responsabile dell’Ufficio. Purtroppo il quasi contemporaneo decesso di Albertini impedì al suo successore, e mio predecessore, di comprendere i motivi di tale decisione.» «A me fu fatto intendere che il programma era stato abbandonato per lasciare spazio e fondi ad altri interventi. Non potrebbe essere una giustificazione sufficiente?» «Perché no?!» ammise il Cardinale. «Tuttavia non se ne ha la certezza e l’Ufficio agisce sempre sulla base di prove solide prima di archiviare un’indagine. Prove che in questo caso mancano. Albertini non lasciò alcun documento e, avvenimento ancor più straordinario, non si consultò con chi rivestiva la carica di Cardinale Decano.» «I nostri studi non stavano portando ai risultati sperati.» protestò debolmente padre Deanna «E il dubbio che i Filii, qualora fossero mai realmente esistiti, potessero essere ritrovati era divenuto assai fondato.» «Sono d’accordo con lei, ma oggi il punto non è questo. Il Santo Padre vuole sapere il perché dell’ordine di Albertini.» «Mi perdoni eminenza... ciò significa riprendere studi cessati quattordici anni fa.» «Apprezzo molto la sua perspicacia, padre.» Chiarelli sorrise nuovamente e un luccichio di soddisfazione gli apparve nei freddi occhi grigi, dietro gli occhiali dalla sottile montatura d’oro. «Lei è un uomo che non fa perdere tempo.» Il francescano abbassò lo sguardo sulle proprie mani, tozze rispetto quelle del suo interlocutore. L’indice della sinistra tremava un poco. «Contrariamente forse all’incarico che mi sta affidando.» Il luccichio si spense e fu sostituito da un’ombra metallica. «Lei conosce perfettamente l’impegno dell’Ufficio Certificazioni Storiche nella salvaguardia dei credenti da superstizioni pericolose per loro e per la Chiesa, e il tempo dedicato a questa impresa non è mai speso vanamente.» un tono

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cortese srotolato su aculei di ghiaccio. «Il genere umano, vede, è meravigliosamente semplice: ha bisogno di constatare la fondatezza della propria fede e lo fa riflettendola su oggetti che possa comprendere e toccare. Statue, reliquie, immagini, libri, simulacri di una spiritualità altrimenti inafferrabile. Ciò è nella sua natura ingenua, ma lo espone a rischi. Per questo esiste l’Ufficio: noi aiutiamo gli uomini a distinguere la credenza nella santità dalla superstizione. Quando mettiamo al sicuro gli oggetti che potrebbero accendere quest’ultima, quando li… ritiriamo, proteggiamo l’anima dei devoti dalle insidie di un’adorazione deviata. La nostra è una santa missione, estremamente riservata e così delicata da essere rimessa solo a persone di religiosità, capacità ed equilibrio comprovati. Ah… stavo per dire dimenticavo… di fedeltà assoluta alla Chiesa.» Padre Deanna aveva capito. L’U.C.S. disponeva della sua vita e lui avrebbe ubbidito, come aveva sempre fatto, nonostante la convinzione di stare per addentrarsi in un intrigo di ombre e dubbi da cui difficilmente sarebbe uscito. Il cardinal Chiarelli si alzò, imitato dal francescano. «Lei avrà l’autorità e i fondi per condurre i suoi studi senza preoccupazioni d’altra sorta. Operi con la sua abituale discrezione e faccia rapporto dei progressi esclusivamente a me.» porse la destra. «Nutro grande fiducia in lei, padre. Che il Signore guidi la sua ricerca.» Deanna non si aspettava nient’altro dal Cardinale. Nessun conforto sincero, nessuna speranza di redenzione. Soltanto ordini e quelli li aveva già avuti. Non c’era motivo per cui si trattenesse ancora: Chiarelli non avrebbe ascoltato le sue paure; non gli interessavano. Zoppicando leggermente, con la schiena ancora più curva, voltò le spalle alla luce e uscì dallo studio. Appena chiusa la porta però dovette fermarsi nella penombra della scala. Si appoggiò al muro col respiro che gli raschiava i polmoni e scintille nere davanti agli occhi. Un velo freddo gli aveva coperto la pelle. Il francescano tentò di mantenere la calma; alla cieca tastò una tasca del giubbotto per trovare la scatoletta di plastica con i farmaci vasodilatatori che portava sempre con sé per impedire al sangue di smettere improvvisamente di irrorare il suo cuore. Inghiottì una pillola, poi rimase fermo in attesa di avvertire una fitta sotto lo sterno, come quella di un grosso ago infilato nel petto. Non accadde nulla. Il cuore continuava a pompare regolarmente e pochi istanti dopo il respiro si normalizzò, mentre la vista recuperava i contorni incerti della scala. Padre Deanna si staccò dalla parete, trascinandosi dietro un senso di oppressione che dubitava fosse causato solo dalle sue condizioni fisiche. Adagio riprese a scendere i gradini, verso la piccola porta in fondo all’oscurità e i Filii Aeternitatis.

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6 Francesca, più che cenare, aveva giocherellato nel piatto con la forchetta. In effetti non aveva quasi toccato cibo. Non che fosse un fatto straordinario, dovuto alla tensione che le stava stringendo lo stomaco dal giorno prima; la sua alimentazione era sempre stata molto contenuta e spesso soggetta all’umore. Da quando la scrittrice era andata a vivere da sola poi, lontana dai rimproveri della madre, era divenuta anche piuttosto irregolare. Massimo non aveva ancora imparato a rassegnarsi ai pasti frugali della fidanzata, composti per lo più da verdura, frutta e yogurt. Nemmeno lui era un gran mangiatore, teneva abbastanza alla sua forma fisica e le ore trascorse in palestra gli conservavano un corpo asciutto e muscoloso, tuttavia, rispetto a quello che reputava un nutrimento per volatili, preferiva una maggiore sostanza e non era insolito che prima di arrivare alla cascina si fermasse in una rosticceria, oppure trascinasse Francesca in un ristorante del centro; o quanto meno ci provasse. «Questo è quello che ha detto la vedova di Bernin a tua madre?» chiese l’uomo infilzando una patata al forno direttamente da una vaschetta di stagnola. «Sì... ha provato a guardare nella scrivania di suo marito, vicino al computer, nei cassetti, ma non ha trovato altri documenti, né l’originale della pagina strappata.» «Forse Bernin non teneva tutte le sue carte in casa. Potrebbe esserci qualcosa all’università. Insegnava, no?» Lei annuì. «Era titolare di un corso di archeologia; dopo la morte di papà non aveva più voluto partecipare a spedizioni. Aveva anche problemi di salute.» smise di girare la forchetta nel piatto. ��Chissà se ha avuto il tempo di scrivere qualcos’altro.» «La sua intenzione era di contattare i colleghi con lui in Iraq; se ci è riuscito, probabilmente ha lasciato un resoconto. A giudicare dai suoi appunti, doveva essere un uomo meticoloso.» Massimo mise in bocca un’ultima patata. «Comunque deve aver messo da qualche parte anche l’originale della pagina strappata.» «Se soltanto sapessimo dov’è finito il resto dell’agenda.» L’uomo si chiuse nelle spalle e fece una smorfia di perplessità, alla quale Francesca reagì con qualche secondo di imbronciato silenzio. Poi, cambiando discorso, la ragazza chiese: «Con tuo fratello come è andata?» La smorfia di Massimo si tramutò in un sorriso candido. «Neanche da dirsi; Filippo è stato anche troppo disponibile: mi ha fatto una testa tanto. Tieni presente che è un avvocato, quindi contorto per natura. Sintetizzando, il suo consiglio, almeno per ora, è di lasciar perdere polizia, Ministero degli Esteri e istituzioni varie, se non vogliamo essere rimandati alla casella iniziale, cioè in Iraq.» «Perché in Iraq?»

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«Perché la sola magistratura competente è quella del paese dove è avvenuto il crimine... ergo, gli unici che potrebbero avviare una nuova indagine ufficiale sono gli iracheni. Per quel poco che ho capito dopo un’ora di tiritere legali, dovremmo affidarci, guarda caso, a un avvocato. Questo signore, chiunque sia, dovrebbe mettersi in contatto con un corrispondente iracheno, tramite il quale inviare una richiesta giudiziaria alla procura locale.» «E loro riaprono il caso?» A Massimo scappò una risatina. «No, ci sputano in faccia. Quelli là amministrano la giustizia con la foto di Saddam in una mano e la scimitarra in quell’altra… o qualcosa del genere. C’è una dittatura da quelle parti, e l’esercito americano al confine; figurati se loro lì hanno il tempo e la voglia di badare a noi. Comunque, anche se ci prendessero in considerazione, ed esistesse qualcosa di simile a una procura, non sarà la scansione di una pagina saltata fuori da una cassetta rimasta chiusa quattordici anni a farci risultare credibili.» «Qualcosa però potremo fare?!» sibilò la ragazza. Non poteva pensare di essere costretta a una passività insopportabile, mentre sentiva in cuor suo che il vero assassino di suo padre era libero. «Mio fratello ci ha consigliato di cominciare a muoverci per conto nostro.» «Fin qua ci arrivavo anch’io e senza neanche aver studiato legge.» commentò acida Francesca. «Aspetta,» nonostante fosse abituato ai repentini sbalzi d’umore della fidanzata, a Massimo occorreva sempre qualche istante per prendere le contromisure «non è un suggerimento banale. Bernin voleva interrogare gli altri archeologi prima di coinvolgere te e tua madre... bene, perché non lo facciamo noi? Magari ci accorgiamo di star prendendo lucciole per lanterne. Oppure va a finire che troviamo davvero le prove per poter agire anche legalmente, hai visto mai?!» Per un momento la giovane scrittrice ragionò in silenzio. Sul visetto sottile si arrotolò un’espressione corrucciata. Poi borbottò: «Tante scuse a tuo fratello. Ha ragione lui.» «Sarà contento di saperlo.» sorrise Massimo. Francesca scostò la sedia dalla tavola e si alzò in piedi. Raggiunse un basso tavolino di cristallo e acciaio tra il divano e le poltrone bianche, all’altro lato del salone. «La signora Bernin ha dato a mia madre il telefono di uno degli amici più cari del marito.» «Chi sarebbe?» Accanto a una borsetta era posato un biglietto con su scritto un nome e un numero. La ragazza lo raccolse. «Si chiama Stefano Bonavia. Nell’89 era in Iraq con papà e Bernin. Adesso è il conservatore del museo di Scienze dell’Antichità, a Padova. Lui però vive a Ferrara.» «Ottimo, è anche vicino. Potremmo cominciare da lui.» Francesca guardò l’orologio, poi rovesciò la borsetta sul divano. Volarono fuori cosmetici, un portafogli, fazzolettini di carta, penne, un’agendina e il cellulare. Massimo notò una piega dura sulle labbra della fidanzata, segnale di istinti

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trattenuti a fatica. «Vacci piano però con ‘sto tizio.» la ammonì. La ragazza prese il telefono e fece un lungo respiro. «Massimo… ci vado come riesco.»

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Il Figlio del Tramonto