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Tema del quarto numero:

n°4embre 2019 dic

Gioco e

Solo chi gioca è v ivo!

Scuola

A cura di

il GiornAli Fanzine ludica sul Gioco e sul Giocare

IN QUESTO NUMERO: «In giro giocando...» «Tracce dalle Regioni» «I consigli del Riccio» «Schede ludiche»

«LudoSpunti tra film e libri» «Articoli vari a tema»


Gioco e Scuola

DALLA REDAZIONE Carissimi, siamo pronti a partire per quest'altro viaggio nel gioco, che ci porta in questo fine anno a parlare di uno degli argomenti più discussi da sempre: il gioco e la scuola. Gioco e scuola sono due termini che troppo spesso vengono visti in opposizione: parlando con decine di insegnanti ciò che viene fuori purtroppo è il classico "Ma sì, se c'è tempo giochiamo anche", mentre il tempo del gioco risulta, come dicevamo anche nei numeri precedenti, il tempo più "utile" alla crescita delle persone. In questo numero, tuttavia, vogliamo partire dal positivo, dalle buone pratiche, dalle esperienze che portano il gioco all'interno delle aule scolastiche, negli intervalli prolungati, nel tempo e nello spazio in cui a scuola si può giocare. Parleremo di gioco e apprendimento, di esperienze italiane ed estere, che stanno iniziando a lasciare spazio nella scuola all'esperienza ludica. Come sempre vogliamo condividere riflessioni di noi professionisti del gioco con ognuno di voi, che siate insegnanti, genitori, architetti o in qualunque altro ambito operiate, per portare avanti una cultura differente, basata sull'equità e sulla giustizia sociale, le due caratteristiche fondamentali presenti nel gioco e che dovrebbero essere alla base di tutti gli apprendimenti. Soltanto promuovendo il benessere dei bambini e dei giovani a scuola (dove trascorrono la maggior parte della loro giornata) potremo crescere adulti consapevoli e felici. Saremo lietissimi di ricevere i vostri messaggi! Vi auguriamo una buona lettura e di condividere con noi idee, riflessioni, dubbi e domande sul tema. Potete scriverci a: redazionealipergiocare@gmail.com. Buon inverno e buon gioco a tutti! La Redazione

I numeri precedenti del GiornAli li trovate sul sito web dell Associazione, nella sezione PUBBLICAZIONI.


INDICE Fanzine ludica sul Gioco e sul Giocare

«In giro giocando...» .....................................pag.3 - Convegno Internazionale di Monaco - LudoBusSI - Autoformazione Falegnomica - LudoSummerSchool LUnGi - Meeting nazionale dei Borghi Autentici - A venga l'ost

«Tracce dalle Regioni» .........................pag.13 - Ass. Fate per Gioco - Ass. R.E.S.P.I.R.O. - Cartoline Dai Soci: Festival del Gioco in Legno Festa per i 20anni del LudoBus di Udine

«I consigli del Riccio» ....................pag.16 Consigli e segnalazioni sulle imperdibili novità dal mondo dei giochi da tavolo

«Schede Ludiche» ...............................pag.19 Rubrica di consigli per la costruzione di giochi: Le balestre

«LudoSpunti tra Film e Libri» .........................pag.20 Rubrica ludo-cine-letteraria a tema: Il Gioco a Scuola

«Oroscopo ludico» ........................................pag.21 «Articoli a tema» .......................................pag.23 In questo numero: - Psicologia e gioco: il meccanismo specchio nell'apprendimento - Gioco Scuola Apprendimento - Binomio Gioco Scuola - Elogio di una Scuola che gioca - La scuola del gioco - Sbaglia chi limita la ricreazione scolastica - Pausa Attiva - Seminario "Gioco Culture Educazione per una scuola possibile - Non si gioca per imparare, ma s'impara giocando - Piccole feste del gioco decentrate

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In giro giocando... Resoconto delle ultime novità ludiche sul panorama nazionale e internazionale

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Congresso Internazionale di Ludobus a Munchen 9-13 ottobre 2019 Finalmente, dopo aver superato oltre alle Alpi una serie di imprevisti vari, la comitiva di ALI giunge a Munchen per la cena di venerdì sera con un tipico menù in stile bavarese, ma con una temperatura primaverile italiana. Prima di cena però ci siamo recati al Quax, un centro culturale della città con ludoteca, dove Janine (l'organizzatrice della BAG) ci ha accolto calorosamente, ricordandosi della sua bellissima esperienza al Convegno Internazionale Time to Play, organizzato da ALI a Torino nel 2005. Il mattino successivo siamo tornati al Quax per la giornata di workshop: d o p o u n a b r e v e presentazione da parte degli organizzatori, con tanto di giochi di gruppo per fare conoscenza e riscaldamento, ci siamo divisi per seguire le diverse proposte. Inoltre Jean Pierre e Luca hanno tenuto un workshop sui giochi tradizionali italiani, a cui hanno partecipato con entusiasmo e curiosità una ventina di persone tra tedeschi e giapponesi. Il workshop più gettonato è stato quello di costruzione con canne di bamboo di strutture modulari, come strane capanne e una torre di 8 metri di altezza. Ma abbiamo anche partecipato ad altri workshop come Giochi tradizionali giapponesi, Giochi Scientifici, la Camera Oscura da piazza, Laboratorio multiuso installato sopra un ludobus, Come fare il Sapone, Falegnameria fai da te, Danza per sordi.

Terminati i workshop siamo rimasti al Quax per la cena a buffet, che è proseguita tra giochi da tavolo, a u t o s c a t t i impensabili, birra, musica e vecchi video di gioco in strada in Germania a partire dagli anni 70. Domenica mattina ci siamo recati nel centro città per una passeggiata a MarienPlatz e per una visita al Museo del Giocattolo. Nel pomeriggio ci siamo divisi nelle varie location per le animazioni previste dal Convegno, che erano ben cinque, dislocate in vari spazi cittadini. Nel Parco vicino al Quax c'erano i 4 ludobus di ALI: il VKE con il MusicalBus e la Falegnameria, i grandi giochi di Hermete e dell'Ingenieria del Buon Sollazzo; inoltre c'era anche un ludobus tedesco con i suoi grandi giochi. La partecipazione è stata casuale, da parte delle famiglie che normalmente frequentano il parco e non molto numerosa.

In un altro parco c'erano 2 ludobus tedeschi con pochi grandi giochi e moltissimi atelier creativi come i giochi scientifici, la stampa con caratteri mobili, la costruzione di giochi con materiale di recupero, la scrittura in caratteri giapponesi. Lo spazio era pieno di famiglie che giocavano allegra

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mente godendosi la calda giornata di sole.

Nelle vie del centro invece c'erano diverse animazioni, ma quella che ha creato più interesse è stata l'installazione ludica proposta da Pietro, Viviana e Roberta.

Jean Pierre, Luca e la piccola Ludovica sono andati a visitare la quarta location in un altro parco cittadino, dove c'è una struttura stabile, che i tedeschi chiamano parco avventura. Nato da un progetto dell'Onu, vi si trova un edificio basso con spazi per l'accoglienza e varie stanze multiuso per giochi e laboratori vari (quel giorno proponevano tessitura e serigrafia). All'esterno c'è la parte

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più affascinante con una dozzina di casette in legno a più piani con scivoli e scale, costruite dagli operatori del centro insieme ai bambini e alle famiglie; ci sono anche un galeone e un castello e un laboratorio di falegnameria. All'esterno del centro nel parco un altro ludobus tedesco ha allestito una serie di giochi per non vedenti. La quinta location non siamo riusciti a vederla per mancanza di tempo e di distanza. Abbiamo concluso questa bella giornata in una tipica birreria tedesca con la delegazione dei giapponesi e con Janine. I viaggi di ritorno sono avvenuti senza intoppi e entro la serata di lunedì eravamo tutti nelle nostre case sparse per tutta Italia, da Napoli a Bolzano. In conclusione l'esperienza è stata molto positiva. Finalmente abbiamo riallacciato i rapporti con la BAG: molti sono stati i ringraziamenti da parte loro per aver partecipato al Convegno e molti hanno apprezzato con stima le attività da noi proposte, sia il workshop, sia i ludobus che l'installazione ludica. Da parte nostra possiamo dire che abbiamo molto apprezzato la giornata di formazione (abitudine che dovremmo riprendere anche nei nostri incontri), ma siamo rimasti un po' delusi dal fatto che le animazioni della domenica fossero sparse in città e non in solo luogo: ciò non ha permesso a tutti di avere una visione d'insieme dell'offerta ludica e ha portato a un minore scambio di esperienze. Ringraziamo tutti i soci che, con il loro tempo e le loro risorse, hanno permesso a ALI di partecipare a questa esperienza, che si spera possa portare a future collaborazioni con il mondo del gioco teutonico e internazionale. Un grazie e un abbraccio a: Omar e Lorenzo di Hermete, Christian Walter Mirko Ozam del VKE, Piero e Ilaria del Sollazzo, Roberta e Jean Pierre di Respiro, Pietro di Altri Colori, Viviana Luca Ludovica di Progetto Uomo.

Jean Pierre Paschetta aka JEPPO

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LUDOBUSSI 2019: IL GIOCO VINCE ANCORA! Torna la Festa Nazionale del Gioco Itinerante in una duplice puntata nel 2019: a Bra l'8 settembre e a Pordenone il 6 ottobre; giochi per ogni età, per ogni gusto e che permettono di trascorrere il tempo in maniera diversa senza la frenesia della settimana, casa-lavoro e lavoro-casa. Una giornata all'insegna del divertimento, dello stare insieme e dello scambio di una cultura del gioco sano e creativo. Ciascun appuntamento ha visto partecipi 10 realtà di ALI per Giocare, l'Associazione Italiana dei Ludobus e delle ludoteche, pronti a occupare le strade, vie e piazze della città per far giocare. Obiettivi dell'associazione la promozione del gioco in tutte le sue forme. Ogni Ludobus itinerante, arrivato da tutt'Italia, ha portato con sé i giochi che lo caratterizzano, frutto dell'esperienza e delle proprie capacità creative. Giochi moderni costruiti a mano, con materiali di riciclo, con legno di scarto che danno vita a qualcosa di bello e diverso. Giochi per i più piccoli morbidi, accoglienti e che rispondono ai loro bisogni di contenimento e sicurezza. BRA, 8 SETTEMBRE 2019 Sono le 9.30 di mattina ormai siamo pronti. Ancora una volta un weekend di confronto, gioco e incontro tra soci, ogni anno è un piacere e una sorpresa, nuove persone che entrano a far parte di un gruppo coeso e pronto a portare il gioco nelle piazze, a dare nuova linfa ludica alla città. Siamo alla XVI edizione della Festa Nazionale e il tempo, incertissimo al nostro risveglio, sembra essere dalla nostra parte: arriviamo in Corso Garibaldi e esce il sole! Poco dopo le prime famiglie e persone che sono arrivate curiose si avvicinano, chiedono cos'è e poi danno via al gioco! Spaziano tra i vari Ludobus, qualcuno cerca di portare via il proprio bambino da un gioco per mostrargliene altri ma non ce la fa, altri dopo una grande opera di convinzione piano piano si spostano di qualche metro per provare qualcosa di diverso. Chissà se avanti a sera ce la faranno a fare tutto il corso! È bello vedere come tutto diventa intuitivo poche parole per dare il via al gioco senza conflitto, senza scontri ma solo condivisione e facce sorprese e felici. Un'occasione unica per stare assieme e non pensare al tran tran di ogni giorno. Il pomeriggio, nonostante un acquazzone che ha fatto capolino, nulla è sospeso. I portici ci hanno dato riparo e abbiamo potuto continuare ad offrire alla città gioco e divertimento accompagnato da uno spettacolo teatrale e laboratori di acrobazie per i bambini. Ancora una volta questa giornata ci lascia quella sensazione di spensieratezza e felicità che non ci abbandona mai.

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PORDENONE, 6 OTTOBRE 2019

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una nuova possibilità di trascorrere il tempo. Anche a Pordenone l'offerta è stata variegata. Giochi per tutti i gusti, di movimento, di equilibrio, laboratorio di colore e quello di riciclo, giochi di lancio, carrettini, sci, giochi da tavolo in formato gigante, scacchi, rompicapo. Un' unica difficoltà si è presentata a fine giornata chi ha voglia di tornare a casa? nessuno!!! Eppure il tempo è finito e ancora una volta il rituale di chiusura è necessario. Questa volta a darci voce i clacson oltre al nostro battere le mani a tempo, per salutarci e dirci arrivederci al prossimo anno! Roberta Martin Cooperativa Melarancia

Dopo meno di un mese siamo qui ancora una volta a festeggiarci e a condividere ancora una volta una giornata all'insegna del gioco. È la XVII edizione della Festa nazionale del gioco itinerante e 3° edizione a Pordenone. Dopo 2 anni in cui la pioggia ha imperversato e non ci ha permesso di offrire il gioco in piazza XX Settembre a Pordenone questa volta ce l'abbiamo fatta! La città aspetta e ci accompagna anche durante l'allestimento; appena posizionato un gioco inizia a giocare, è in trepidante attesa. La piazza non basta per accoglierci tutti. I giochi sono tanti e anche le persone, famiglie e bambini la riempiono con risate, espressioni felici e desiderosi di occupare tutto lo spazio e tutti i giochi a disposizione. Ancora una volta Pordenone Gioca e il gioco unisce, più generazioni a confronto. Persone di ogni età, etnia, religione si ritrovano assieme. Molte persone anziane che partecipano, trovano in alcuni giochi particolari che ricordano la loro giovinezza, somiglianze di giochi di una volta seppur rivisitati per rispondere alle esigenze del nostro tempo. Qualche signora che commenta. Allora si può stare senza cellulare e tv un'intera giornata! si davvero! e se ti guardi attorno nessuno ma proprio nessuno ha un cellulare in mano. Espressioni spensierate, risate, momenti essenziali e unici da ricordare. Un'anziana signora in carrozzina si avvicina alla postazione dei palloncini che hanno colorato la piazza e ce ne ruba uno dalle mani. Il gioco ci fa tornare bambini e il suo sorriso stampato ce ne dà una prova. Cosa cambia dalle precedenti edizioni svolte al chiuso? Sicuramente la partecipazione di famiglie di altre culture che abitano magari in centro o vicino e che durante una passeggiata hanno trovato nella manifestazione un'opportunità per intrattenersi e conoscere

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WEEKEND LUDICI Granara – Autoformazione falegnomica 1-3 novembre 2019 meglio questa possibilità? Tentennando per la pioggia, la formazione si è conclusa tra momenti di solidale convivialità negli spazi comunitari e frizzante fermento creativo – costruttivo in falegnameria. Il ricordo dell'esperienza è felice, e i confronti nei momenti di lavoro hanno insegnato di sicuro una cosa: il gioco perfetto non esiste, esiste un gioco che si sente proprio nel costruirlo e, inevitabilmente, nel giocarci. Elena Biglia

Ci sono piccoli momenti di appartenenza che determinano il nostro operato e ci nutrono della motivazione per proseguire sulla strada scelta. Momenti di condivisione e scambio sono fondamentali per la crescita e la formazione: con tale convinzione la prima AUTOFORMAZIONE FALEGNOMICA svoltasi dall'1 al 3 novembre nell'eco-villaggio di Granara, sito nella provincia di Parma, è stata pensata affinché i soci di ALI si dedicassero, in gruppi, alla progettazione e realizzazione di un gioco in legno per ludobus, partendo da idee e domande dei partecipanti stessi. L'accoglienza di Granara è stata fresca (non solo per il tempo, che ha riservato una notevole quantità di pioggia) e avvolgente, senza la quale non sarebbe stato possibile aggregare i partecipanti di tutta Italia. Grazie! Nelle riflessioni post-formazione mi si è palesato che costruire un gioco significa avere competenze tecniche nella conoscenza dei materiali e della loro lavorazione, siano essi originari o di scarto, purché sicuri, integrate da curiosità nell'immaginare un gioco che crei piacere, desti interesse e sia attraente esteticamente. Nell'osservazione nei momenti di gioco, al lavoro o nella sfera personale, e dalla disponibilità di materiale e attrezzatura si trovano intuizioni su cosa si può iniziare a costruire, consapevoli che il gioco finale può essere ben lontano da quello pensato all'inizio, il che è un arricchimento per il gioco stesso: quanto si investe in un gioco, in termini di tempo e risorse, può lasciare un notevole margine di indeterminatezza. Siamo in grado di gestire al

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GIOCO IN FORMAZIONE Protagonista l'Impertinenza alla 2° edizione della LudosummerScholl LUnGi Anche quest'anno a fine agosto, motivata dal piacevole ricordo dell'esperienza passata, ho scelto di partecipare alla seconda edizione della Ludo Summer S c h o o l organizzata dalla Libera Università del Gioco. Come location è stato riconfermato lo storico Istituto Emiliani di Fognano, Brisighella. È stato un piacere rincontrare vecchie conoscenze e nuovi partecipanti con cui si è formato un gruppo di lavoro, eterogeneo per personalità e formazioni; un gruppo fortemente connesso sul valore e sul significato del Buon Gioco. I l l u n e d ì pomeriggio la prima sessione di formazione aveva come tema Arte e Gioco ed è stata condotta dal professor Marco Dallari che ci ha subito ricordato come i due campi semantici siano entrambi chiavi per uscire momentaneamente dalla realtà attraverso un contratto di finzione che permette l'ingresso temporaneo nel mondo ludico fantastico. Non a caso gioco simbolico, arte e teatro hanno in comune il prediligere le azioni espresse all'imperfetto: il tempo verbale che travalica la realtà. Con questa premessa il professore ci ha condotti in un viaggio tra le opere, i pensieri sottesi e le tecniche del Dadaismo portandoci a considerare il valore e la potenza dell'Ironia: la leva che permette uno slittamento del punto di vista. E dall'Ironia, che è gioco continuo e sottile tra oggetto, significato e significante, prende forma l'Impertinenza, il fuori tema, il non pertinente: ciò che affianco al pertinente e non contro, ci permette di allargare lo spazio del mondo conosciuto. Una nota a margine sull'Impertinenza è venuta da Roberto Papetti, maestro di Giochi ed Arte da lungo tempo, che ha portato l'attenzione sul rapporto tra le avanguardie del passato e gli stili della comunicazione di massa contemporanea, suggerendo che "occorre fare molta attenzione affinché le impertinenze di oggi non diventino i conformismi di domani". Ma il pomeriggio non è stato solo parole: nella

seconda parte il professor Dallari ci ha proposto di essere Impertinenti! giocando con oggetti e concetti, da soli o in gruppo, per creare insieme una mostra davvero Impertinente. Nel dopo cena, sempre deliziosa a base dei prodotti dell'orto del Convento, ci siamo trovati per un momento di confronto in cui c'è stato modo per i nuovi soci di presentarsi con i propri progetti di gioco. Martedì mattina le attività sono riprese con il laboratorio Rilassa-Mente: gestire le emozioni per vivere più giocosamente, condotto da Monia Monti, pedagogista presso il Comune di Forlì ed autrice del testo "Bambini calmi e felici. T e c n i c h e d i meditazione per bambini e adulti per gestire l'ansia e lo stress , Eifis Editore. Monia porta nelle scuole e tra le Insegnanti l'idea impertinente, fuori luogo rispetto alle richieste di "produttività" fatte all'istruzione, che il primo compito della scuola sia creare il Benessere, senza cui tutti gli altri compiti risultano più faticosi e difficili da assolvere. Spesso il Malessere nella scuola nasce da una cattiva sintonia tra tre importanti attori che interagiscono costantemente in classe: il Tempo, lo Spazio e i Corpi. Per creare le basi del Benessere nella scuola contemporanea serve rilassarsi, rallentare e fermarsi per mettere radici e trovare un contatto con le proprie emozioni per imparare a governarle ricordando che "controllare il corpo è prima di tutto pensare il corpo".

Il taglio dell'attività è stato decisamente pratico esperienziale: abbiamo sperimentato tecniche provenienti da varie discipline che ci hanno permesso di giocare con mente e corpo attraverso il respiro ed il contatto profondo con la natura fuori e dentro di noi.

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Il pomeriggio è volato in compagnia di Beniamino Sidoti che ci ha fatti giocare con le Parole, con le Storie, con il Dialogo. Il pensiero impertinente, fuori luogo per la narrazione della modernità, di cui si è fatto portavoce è stato il concetto di Latenza, opposto a quello di Consumismo. Oggi le storie, i giochi, le narrazioni anche nella forma della riduzione, del riassunto, si consumano in fretta divorate dalla velocità e dalla serialità dei racconti che porta ogni episodio a chiudersi con il ripristino dell'ordine delle cose iniziale. Rigiocare, riraccontare una stessa storia ci permette di aprirci ai particolari, alle varianti; ci permette di porre nuove domande, di pensare e immaginare nel prezioso spazio di latenza lasciato tra un'esperienza e l'altra che si riproporrà simile, ma non uguale, arricchendoci e trasformandoci. La serata è stata dedicata al confronto sull'allestimento della mostra fotografica sul Gioco promossa da LUnGi e alla presentazione dei progetti dei soci presenti. Paolo Giordano di MovingScholl21 ci ha aggiornati sullo stato del Magazzino B a m b i n i all'interno dell'Open Piave di Treviso e ci ha p a r l a t o d e l rapporto tra Gioco, spazi e Divieti: impressionante la sua ricca collezione fotografica di Divieti di Gioco raccolti in tutta Italia che mal si conciliano con il Diritto al Gioco sancito dall'articolo 31 della CRC. Paolo ci ha portati a riflettere sulle immagini del bambino circolanti: oggi è il Bambino Imperfetto quello che gioca libero in strada, il bambino che non ha alternative "più valide" quello cui è concesso dedicarsi al Gioco Libero. Ma è proprio il Gioco Libero, quello all'aperto, senza l'organizzazione da parte dell'adulto, la migliore esperienza per acquisire competenze dirette nel campo del rischio, consapevoli che il pericolo è dato da un rischio non atteso. E per essere concreti, Paolo e la sua collega Raffaella Mulato ci hanno mostrato una

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carrellata di immagini dei progetti attraverso cui operano una trasformazione partecipata dei cortili e degli spazi scolastici. Rapiti da queste meravigliose immagini, è il professor Antonio Borgogni, vicepresidente di LUnGi, a riportarci alla realtà sottolineando come non ci siano ancora sufficienti evidenze scientifiche che dimostrino l'efficacia del Gioco Libero e spontaneo favorito da un ambiente ed un rapporto con esso adeguati: servono risorse e strumenti per un reale monitoraggio che porti a dati tangibili. Inoltre bisogna impegnarsi per promuovere una comunicazione ed un'informazione corretta sul Gioco, il Giocare e la Cultura Ludica. L'ultimo stralcio della serata mi ha vista presentare con la collega Simona Occelli quel grande gioco di ruolo dal vivo che è la Città dei Bambini e delle Bambine portando una testimonianza dalle ultime edizioni di MiniPiozzo, della storica MiniBz e della neonata MiniVelino. Mercoledì mattina infine è trascorsa piacevolmente in compagnia di Carlotta Pizzi, pedagogista ed educatrice, e del suo collega Daniele Khalousi; insieme ci hanno fatti giocare con i giochi in legno da loro realizzati all'interno del FabLab di Parma con il marchio FlowFun. Carlotta e Daniele promuovono giochi e giocattoli collaborativi sia in percorsi didattici, sia nella formazione aziendale sia nel campo della ricerca sociale. Ricordandoci l'importanza dell'apprendimento per scoperta e di come il gioco sappia soddisfare i bisogni intellettivi parimenti a quelli emozionali, Carlotta ha messo in evidenza come il Gioco ed il processo di prototipizzazione dell'oggetto ludico siano strumenti molto efficaci per superare quel senso di incapacità appresa di cui spesso nella scuola soffrono i plusdotati, come anche per promuovere e stimolare l'educazione al bello. Nella riflessione finale dopo aver giocato particolarmente significativo è stato l'accento posto dal professor Farnè sul non calcare la mano con l'aggettivo "didattico" accanto alla parola "gioco" per dare a quest'ultima maggior valore e credito: "un Bambino che gioca è di per sé un Bambino che pensa e apprende". Non dobbiamo mai dimenticarlo! Roberta Olivero

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MEETING NAZIONALE DELLE COMUNITÀ DEI BORGHI AUTENTICI Oriolo Romano (VT) 27-30 giugno 2019 "LA NOSTRA CASA È IN FIAMME»

Siamo stati invitati a partecipare al meeting grazie alla rilevanza territoriale del Progetto Una città per giocare del Comune di Napoli gestito dal socio Progetto Uomo. L'Associazione Borghi Autentici d'Italia (https://www.borghiautenticiditalia.it/) riunisce oltre 250 piccoli e medi comuni, enti territoriali ed organismi misti di sviluppo locale (distribuiti su 17 Regioni italiane), attorno all'obiettivo di un modello di sviluppo locale sostenibile, equo, rispettoso dei luoghi e delle persone e attento alla valorizzazione delle identità locali. I borghi autentici sono sedi di comunità che storicamente, facendo uso di speranza e tenacia , hanno saputo resistere alle difficoltà e agli eventi peggiori come la guerra, le penurie di cibo, di lavoro e anche di servizi fondamentali. Queste comunità hanno nel loro patrimonio genetico una energia speciale , una capacità che, basandosi sulla coesione e la solidarietà diffusa, riesce a sviluppare opportunità altrimenti impossibili. A fine giugno, dal 27 al 30, l'Associazione sta organizzando il MEETING NAZIONALE DELLE COMUNITA' DEI BORGHI AUTENTICI, sul tema della qualità di vita delle comunità locali, a ORIOLO ROMANO (VT). Nel corso delle diverse giornate sono stati organizzati dei focus e, in particolare, nel pomeriggio del 28 giugno, una riflessione specifica sul tema "I bambini devono ritornare a giocare per strada nei borghi". Nell'ambito di questo evento, tra i relatori, abbiamo presenziato come Ali Per giocare e con il socio Progetto Uomo invitato in relazione al Progetto del Comune di Napoli "Una Città per giocare" di cui Ali è Partner dal 2016. Ad aprire l'invito al meeting le parole di Greta

Thumberg: "Possiamo avere tutto quello che desideriamo, ma potremo non avere nulla. Perché probabilmente non avremo nemmeno un futuro. Perché quel futuro è stato venduto in modo che un piccolo numero di persone potesse fare somme di denaro inimmaginabili. Ci è stato rubato ogni volta che ci dicevano che non esistono limiti, e che si vive una sola volta. Ci hanno mentito. Ci hanno dato false speranze. Ci hanno detto che il futuro è qualcosa a cui guardare con fiducia. E sì, alcuni di noi possono avere tutto quello che vogliono, per ora. Molti di noi possono comprare molto di più di quello di cui hanno bisogno. Ma l'unica cosa di cui abbiamo davvero bisogno è un futuro. E la cosa più triste è che la maggior parte dei bambini non sono nemmeno consapevoli del destino che li aspetta e non lo capiranno finché non sarà troppo tardi. Noi, ragazze e ragazzi lo stiamo facendo per svegliare gli adulti. Noi, ragazze e ragazzi lo stiamo facendo per chiedere azioni. Noi, ragazze e ragazzi lo facciamo perché rivogliamo le nostre speranze e i nostri sogni". (Piazza del Popolo, Roma – 19 aprile 2019) La prima sessione di lavoro ha coniugato le recenti visioni ecologiste con un messaggio di Papa Francesco in linea e in relazione stretta con quanto fatto emergere dalle proteste degli ultimi mesi. L'Enciclica "Laudato Si" assume con decisione il paradigma secondo cui tutti gli esseri sono sempre in relazione, sono interdipendenti e la Terra è la casa comune di tutti, ponendo l'accento sulla cultura della cura nel quotidiano delle nostre azioni, nel giorno dopo giorno del nostro pensare e operare. È importante, come afferma Francesco, "alimentare una passione per la cura del mondo". Lo stile di vita moderno considerando la Terra "un baule pieno di risorse a servizio dell'essere umano" produce ingiustizia sia sociale con la creazione di una grande e diffusa povertà sia ecologica con la devastazione di interi ecosistemi. Contro queste minacce, le comunità locali (amministratori, cittadini e associazioni) sono chiamate a sperimentare concretamente le sfide della riduzione dei consumi, della mobilità dolce, della ricerca di fonti alternative, dell'arresto del consumo del suolo, del riuso e dell'economia circolare. Ne hanno discusso: -Paolo Trianni, docente delle Pontificie Università S. Anselmo, Urbaniana e Gregoriana -Daniela Padoan, presidente dell'associazione laudato Sii

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-Walter Ganapini esperto di gestione e ciclo integrato dei rifiuti -Giorgio Zampetti - Direttore generale Legambiente -Pierluigi Sassi Presidente Earth Day -Adriano Paolella Cittadinanzattiva -Ivan Stomeo - Delegato ANCI energia e rifiuti

Dopo un pranzo all'insegna della cucina tipica dei Borghi presenti con stand enogastronomici ed esempi di comunità virtuose abbiamo partecipato al focus per cui siamo stati invitati, I bambini devono ritornare a giocare per strada nei borghi Le bambine e i bambini protagonisti nella stabilizzazione della popolazione. Le bambine e i bambini possono essere il soggetto sociale protagonista nella stabilizzazione delle popolazioni nei centri minori. I centri minori sono l'ambiente urbano più adatto per restituire ai bambini l'agibilità di piazze, strade e cortili, senza introdurre maggiori servizi per l'infanzia. Quel che loro è stato tolto nel tempo di due generazioni è possibile che sia restituito in pochi anni modificando i comportamenti sociali degli adulti. Per realizzare questo proposito è necessario creare negli adulti la comune convinzione che restituire lo spazio pubblico alle bambine e ai bambini significa: -migliorare la loro salute aumentando il movimento e la relazione con l'ambiente; -diminuire i momenti di solitudine e dipendenza da schermi e videogiochi. Ne abbiamo discusso insieme a: -Alessandro Bosi sociologo urbano Università degli Studi di Parma -Francesco Fulvi architettura sostenibile e gestione degli spazi nei borghi -Viviana Luongo Ali per Giocare -Gianfilippo Mignogna Sindaco di Biccari Vice Presidente Vicario Borghi Autentici d'Italia -Valentina Ghio Sindaco di Sestri Levante componente Consiglio Direttivo Borghi

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Autentici d'Italia -Maurizio Capelli segretaio generale Ass. Borghi Autentici d'Italia Testimonianza di Progetti Virtuosi: a cura di Progetto Uomo, cooperativa sociale, Viviana Luongo, coordinatrice del progetto Una città per giocare dell'Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Napoli Gli interventi sono stati tutti molto interessanti e hanno portato alla luce molti progetti e molte azioni di riappropriazione dello spazio urbano attraverso attività ludiche e culturali, ma la chiusa del segretario dell'associazione ha fatto emergere la discrepanza tra tutte le esperienze raccontate e la realtà dei Borghi Autentici. Infatti questi piccoli gioielli di territori sparsi in tutta Italia hanno caratteristiche diverse dalle altre città tra cui la principale, lo spopolamento. La possibile soluzione è l' alleanza tra il gioco, la strada e le vecchie generazioni che ad oggi vivono nei Borghi Autentici secondo quanto è emerso e la proposta possibile ed auspicabile è la riprogrammazione di interventi volti all'integrazione tra gli anziani, portatori di cultura, di esperienza e di storia e delle nuove generazioni, dove la strada,i luoghi comuni, le esigenze di cura e di socializzazione possono essere trasformati nella più grande risorsa dei territori. Il Ludobus che abbiamo voluto portare a testimonianza della potenza del gioco in strada è stato attivo tutto il pomeriggio fino a sera e la serata si è conclusa tra ottimo cibo e un fantastico concerto della Banda Rulli Frulli La Banda Rulli Frulli nasce nel 2010 all'interno della Fondazione Scuola di Musica Carlo & Guglielmo Andreoli presso la sede di Finale Emilia. Il progetto inizia con una decina di ragazzi con l'obiettivo di creare una banda composta da persone diverse tra loro, sia per età che per abilità. Tra ottimo vino, cibi provenienti da tutta Italia e musica abbiamo immaginato con Antonio Cardelli, Vice segretario generale dell'Associazione che ci ha invitati, possibili percorsi comuni di riappropriazione degli spazi con attività di gioco intra generazionale. Abbiamo molto da fare! Viviana Luongo-Luca_Ludo

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A VENGA L'OST! San Donato in Taviglione, Urbino, e subito è A venga l'ost! Di cosa si tratta? A metà ottobre il comitato Uisp di Reggio Emilia è stato invitato al memorial Lucarini – Falconi - Scarselli per ricordare i presidenti dell'associazione che negli anni si sono succeduti nella missione di preservare questa tradizione tipica del paese.

I nostri ospiti ci hanno guidato in una visita della rocca di Sassocorvaro, luogo che conserva una storia medievale di cui la zona è molto orgogliosa; a seguire il pranzo conviviale e la dimostrazione del gioco a San Donato; a concludere, la visita della città di Urbino. Quello che a noi interessa qui illustrare è il gioco in sé. A venga l'ost , dove ost sta per oste, è il sano connubio tra vino, bocce e convivialità, una pratica che unisce i sandonatesi con un altro paese della Valle d'Aosta custode di un gioco molto simile. Il gioco utilizza: bocce e boccino originari (il cui materiale è sconosciuto) e stecchi su cui segnare le penalità. Il gioco non richiede un limite di campo, si fa per la strada: come dire alla gipsy . Nel gioco si lanciano le bocce che devono arrivare il più vicino possibile al boccino che il primo lanciatore ha lanciato. La peculiarità del gioco prevede che dopo aver lanciato la boccia con un proprio gesto il primo giocatore chiami qualcuno a sua scelta: A venga Mario! , per esempio. Il tal Mario si appresta ad eseguire il lancio con il medesimo stile gestuale, e se non dimostra di averlo osservato e di eseguirlo con appropriatezza, zac!, sulla sua stecca viene segnata una tacca di penalità. A sua volta il secondo giocatore chiamerà un altro ad eseguire il lancio, sempre imitando il gesto del primo giocatore. Quando tutti hanno giocato, l'ultimo griderà A venga l'ost , al cui segnale l'oste girerà versando a tutti il vino.

Chi vince la mance avvicinandosi di più al boccino inizierà la successiva. Attenzione: alla fine, il vero scopo del gioco è di non avere più penalità di tutti, poiché colui che ne ha di più paga il vino all'oste che alacremente avrà segnato tutto il bevuto sul proprio taccuino. Il gioco in sé non ha molte regole, il che rende chiaro l'intento: l'allegria che letteralmente occupa le strade, che traspare dagli abiti folkloristici, che fluisce insieme al vino, che contamina affettivamente.

Il presidente attuale, Tiziano, ci racconta che da 12 anni questo gioco rappresenta per la generazione di giocatori contemporanei un ritorno alla tradizione, per tempo conservata solo nei loro ricordi di ragazzi, quando ogni lunedì di pasquetta si tifava per i propri genitori quasi a distanza , mentre oggi la si vive nella propria pelle con molta immedesimazione nei panni dei propri padri e, forse, più sintonia. È un gioco dove giocano i grandi e i giovani insieme; non giovanissimi, s'intende, ma è naturale che per un bambino cresce l'impazienza di poterci giocare col proprio padre quando si è maturati abbastanza. Tale esempio mostra come la civiltà contadina lasci molto spazio all'originalità nel riscoprire le proprie radici con spontaneità e, soprattutto, nel senso di comunanza che ben si rispecchia nel Circolo Uisp de La compagnia del Venga l'Ost che ci ha accolti, luogo che per gli abitanti di San donato in Tevigliano non è solo quattro mura e un tetto, bensì una casa per tutti. Elena Biglia

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Tracce dalle regioni... Racconti e spunti provenienti dalle Regioni e dai territori in cui sono presenti i soci di Ali per Giocare

Gioco e Scuola

I Soci di Ali per Giocare: Associazione FATE PER GIOCO - Schio (VI) sogno... Finalmente da due anni gestiamo un locale datoci dal Comune di Schio in uso gratuito, sperimentando nuove modalità di gioco, dalle notti in ludoteca, alle serate di giochi in scatola per adulti e ragazzi, fino alla nostra new entry, l'#asilodelterrore. L' #asilodelterrore è un'escape room a tema, dove adulti e bambini dai 10 anni, accompagnati, possono mettere alla prova le loro abilità e il loro ingegno risolvendo enigmi e misteri... L'Associazione Fate per Gioco è associata ad Ali per Giocare dalla sua nascita e cerchiamo di essere sempre presenti alle sue attività in quanto arricchenti e formative! Siamo un gruppo di fate e maghi, la magia e l'incanto li respirate ad ogni nostro incontro, giocare per noi è divertimento, ma anche crescita, sviluppo cognitivo, consapevolezza. Studiamo ed inventiamo per riscoprire nuovi giochi, stimolare la mente e cosi scoprire l'inclinazione naturale presente in ognuno di noi. L'Associazione Fate per Gioco nasce il 2 febbraio 2002 per promuovere la cultura ludica con attività di ludobus, ludoteca, letture animate e laboratori manuali, artistici e creativi. L'Associazione opera in prevalenza con i bambini delle scuole dell'infanzia e primarie, ma con il ludobus e la ludoteca raggiunge anche altre fasce d'età (0-3 anni, 10-16 anni, adulti). Il primo ludobus, il Ludobassotto, è stato allestito e reso operativo grazie al contributo della Fondazione Cariverona. Dopo quasi 10 anni di operatività, sentiamo la necessità di avere un furgone più capiente per contenere tutti i giochi che nel corso degli anni sono aumentati notevolmente... e così acquistiamo il nuovo furgone, il Bidibibodibibus. I giochi del Bidibibodibibus sono perlopiù di legno, autocostruiti, ma portiamo anche robusti carretti di ferro, angolo giochi per i più piccolini, trampoli, giochi di lancio e pedalò. Il Ludobassotto è il nostro ludobus di sostegno , può essere allestito con giochi stile ludoteca per i più piccolini, portare laboratori creativi, letture animate o grandi giochi a tema, o essere il secondo ludobus in caso di grandi eventi. I nostri due ludobus si spostano sul territorio dell'alto vicentino, ma spesso sono chiamati anche in altre località e regioni, facendo giocare centinaia di bambini e ragazzi. Nel 2005 apriamo la prima ludoteca a Schio La Casa delle Fate in forma privata, e da allora, in fasi discontinue, portiamo avanti il nostro

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Gioco e Scuola

presenti i soci di Ali per Giocare

I Soci di Ali per Giocare: Associazione R.E.S.P.I.R.O. - Belvedere Langhe (CN) L a n a s c i t a dell'associazione R.E.S.P.I.R.O. e del nostro LudoBus è stata per certi versi fortuita e casuale: ci è stato offerto un vecchio Autobus IVECO e contemporaneament e abbiamo saputo del 1° Convegno Nazionale dei LudoBus italiani a Parma. L'amore a prima vista scoccato a Parco Ducale e la voglia di provare a fare questo lavoro da parte nostra hanno fatto si che il 14/02/99 il nostro grande pullman facesse la sua prima comparsa a Belvedere Langhe, anche sede dell'associazione. E dall'anno successivo siamo diventati soci di ALI partecipando a tutti i 10 convegni e a tutti i 17 LudoBusSI'. Le esperienze e le persone incontrate in queste occasioni sono state determinanti per la nostra formazione ludica e per la nostra autostima professionale. Dalla sua inaugurazione, il LudoBus ha iniziato a farsi conoscere grazie ad un progetto con un circolo didattico che accorpa una decina di paesi rurali, svolgendo nelle scuole la funzione di veicolo comunicativo tra i vari plessi impegnati in attività comuni sull'Ambiente. La qualità del nostro lavoro e l'intelligenza delle persone che ci hanno incontrati sulle varie piazze hanno fatto sì che, da un inizio silenzioso, il nome del LudoBus iniziasse a circolare tra Insegnanti, Pro Loco, Amministratori, Genitori e, soprattutto, tra i Bambini. Numerose sono state in questi anni le collaborazioni con le scuole, le amministrazioni e le associazioni del territorio che hanno saputo cogliere le potenzialità non solo educative di qualificati momenti dedicati all'esperienza ludica. Il tipo di gioco che proponiamo è particolarmente indicato a favorire lo scambio intergenerazionale: facendo sperimentare a bambini, genitori, insegnanti e nonni Giocattoli Poveri, non industriali, ma autocostruiti si favorisce il recupero di una memoria di infanzie non lontane nel tempo, ma ormai pensate come impossibili. Dal 2000 abbiamo iniziato una collaborazione, proseguita per più di 10 anni, con il Consorzio dei Servizi Socio Assistenziali del Monregalese realizzando per loro sia interventi di LudoBus, sia Laboratori di vario tipo e durata. Si trattava di progetti di sostegno alle iniziative educative spontanee del territorio: gli educatori raccoglievano i bisogni dei diversi gruppi e

insieme si cercavano le risposte migliori, dalla formazione dei giovani animatori a interventi di Laboratorio o di LudoBus. Sempre dal 2000, gli educatori dell'Associazione gestiscono i servizi educativi del Comune di Piozzo (1000 abitanti circa): un doposcuola, un centro di aggregazione giovanile e un punto gioco. Tra i progetti più significativi realizzati con i minori di questo Paese, meritano una nota il progetto MiniPiozzo: la Città dei Bambini e delle Bambine, ormai giunto alla sua 13° edizione. Un grande gioco di ruolo dove i bambini possono sperimentarsi come piccoli cittadini, con i loro diritti e i loro doveri, dove possono lavorare , essere pagati, essere eletti e partecipare alla vita di una vera mini-città. Nel 2002 i Ludotecari hanno iniziato un percorso di collaborazione e formazione con l'antiquario braidese Michele Chiesa presso la sua collezione di giocattoli accompagnando in visita numerose scolaresche. L'interesse suscitato dalla collezione ha portato nel 2007 il comune di Bra a prenderla in carico con un nuovo e più funzionale allestimento: nasce così il Museo del Giocattolo di Bra. Dal 2010 abbiamo iniziato a frequentare la Fiera Internazionale del Gioco di Essen in Germania. Qui abbiamo conosciuto diverse centinaia di giochi da Tavolo per tutte le età e per tutti i gusti. Da questa esperienza è nato il progetto GAMEPLAY che propone serate di gioco per tutta la famiglia e il progetto GIOCHI SUI BANCHI per le scuole. Dal 2010 l'Associazione ha aperto la Scuola di Piccolo Circo a Piozzo, con cui, dal 2012 partecipa all'Incontro Nazionale delle Scuole di Piccolo Circo a Sarzana. Dal settembre del 2014 a Bra organizziamo, con il patrocinio di ALI per Giocare, LudoBusSì, la festa Nazionale del Gioco Itinerante che coinvolge LudoBus da tutta Italia. In questi anni di attività abbiamo realizzato più di 700 interventi di LudoBus!

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Gioco e Scuola

CARTOLINE DAI SOCI FESTIVAL DEL BUON SOLLAZZO Sabato 14 e domenica 15 settembre 2019

Ospitato al TuscanyHall di Firenze, il Festival del Buon Sollazzo, kermesse dedicata al gioco artigianale in legno nata dall'estro di Piero Santoni, INGEGNERE del Buon Sollazzo che da anni inventa e realizza giochi strepitosi per la gioia di grandi e piccini. Dopo il successo dell'anno scorso, in questa edizione, oltre a confermare il laboratorio di falegnameria e lo spazio dedicato ai mattoncini Lego gestito da ToscanaBricks, il Lego Users Group della Toscana, il Festival si è allargato nello spazio esterno al teatro, coinvolgendo altre realtà ludiche italiane socie di Ali per Giocare: - il ludobus di Energia Ludica, per gli appassionati di trottole; - il ludobus Valdocco, con una proposta di giochi in legno all'aperto.

FESTA DEL LUDOBUS DEL COMUNE DI UDINE Sabato 5 ottobre 2019

Il Ludobus di Udine ha iniziato la propria attività venti anni fa, effettuando la sua prima uscita pubblica il 3 ottobre 1999 al Parco del Cormôr; da allora ha registrato più di duemila interventi per un totale di oltre duecentomila presenze. Nato con lo scopo di diffondere il Diritto al Gioco oggi il LudoBus Comunale con il suo carico di giochi è conosciuto da diverse generazioni di udinesi che si sono dati appuntamento sabato 5 ottobre per festeggiare i suoi 20 anni di attività al Parco del Cormôr, proprio dove tutto era iniziato. Per l'occasione del festoso compleanno, il LudoBus è stato affiancato dai giochi in legno dell'Ingegneria del Buon Sollazzo, dai giochi ecologici del Ludobus ICare, dalla creatività di Arbracadabra, dal Truccabimbi di Pinuccia e dai laboratori del Mago Ursus; questi ultimi due storici collaboratori della realtà udinese. Prima del taglio della torta, i molti cittadini giunti al parco si sono goduti un delicato omaggio al Gioco di Claudio Madia, storico presentatore de L'Albero Azzurro, che dopo 20 anni è tornato in città con un delizioso spettacolo da vero saltimbanco.

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I consigli del Riccio

Gioco Scueola

Rubrica di Giochi da Tavolo a Tema Partiamo da un dato certo: inserire i Giochi da Tavolo nella vita scolastica è possibile! È utile, divertente e può contribuire a risolvere alcuni problemi della scuola odierna.

Da 5 anni la mia associazione propone il progetto "Giochi sui Banchi" nelle scuole del cuneese, e grazie a dirigenti e a docenti coraggiosi siamo riusciti ad attivare diversi percorsi di GdT nell'orario didattico. Il divertimento per gli alunni è immediato e contagioso: molti di loro ci chiedevano dove acquistare i giochi per farseli regale dai genitori per poter giocare a casa. L'attività risulta molto utile e interessante per gli insegnanti: una partita offre un momento privilegiato di osservazione per valutare le competenze cognitive, il comportamento dei singoli, le relazioni interpersonali tra i bambini e le dinamiche della classe. Inoltre permette agli alunni di esprimere le proprie competenze, a volte inespresse durante le lezioni, in modo ludico e informale, senza l'ansia dei compiti o delle interrogazioni. Tutto ciò in una partita a Jamaica o al Piccolo Principe? Incredibile, ma vero!!! I GdT permettono ai ragazzi di aumentare le proprie life skills e competenze di cittadinanza etiche e sociali, di sperimentare le competenze cognitive, di conoscere nuovi giochi e nuove meccaniche e quindi di poter variare la propria Dieta Ludica inserendo questi giochi analogici nella marea dei giochi digitali. Al termine dei nostri percorsi proponiamo alle insegnanti un questionario di valutazione, da cui sono tratte le seguenti risposte In che modo è servita ai bambini quest'esperienza? - L'attività è servita a migliorare la relazione all'interno del gruppo classe, la capacità di ascolto e la socializzazione. - È servita a sviluppare le capacità logiche, di

riflessione e concentrazione - Quest'esperienza è servita ai bambini a comprendere l'importanza: delle regole in un gioco di gruppo; dell'attesa del proprio turno; di accettare di non vincere; di collaborare per il raggiungimento di un risultato; di ascoltare il punto di vista dell'altro e mediare con il proprio; inoltre è servita: per aiutare i bambini a scegliere la strategia più adeguata e quindi a decidere rispetto ad un obiettivo; per esercitare la memoria visiva. Osservando i bambini durante quest'esperienza, ha notato delle differenze rispetto al loro atteggiamento durante le ore scolastiche? Se si, quali? - Si, alcuni bambini spesso in difficoltà in classe riuscivano a destreggiarsi nel gioco in modo efficace - Il carattere dei bambini è emerso anche durante i giochi, ma quelli più timidi e riservati hanno avuto modo di aprirsi e partecipare attivamente, guadagnandone in autostima e sicurezza - Si è rafforzata l'intesa tra i bambini in quanto erano in competizione positiva senza l'ansia di una valutazione da parte degli adulti e hanno potuto esprimere le proprie capacità, soprattutto coloro che didatticamente hanno maggiori difficoltà - Una bambina che presenta difficoltà dovute all'ansia, in un contesto di gioco si è dimostrata più logica di quanto credessi. - Sicuramente molto più interessati nel porre domande inerenti la logica Pensa che l'osservazione dei bambini durante un gioco da tavolo potrebbe essere un metodo per valutare l'acquisizione e lo sviluppo di competenze?

- Credo che l'osservazione dei bambini durante l'attività sia stata molto utile per valutare le competenze civiche, emotive e relazionali Si, l'osservazione dei bambini durante un gioco

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I consigli del Riccio

Gioco Scueola

Rubrica di Giochi da Tavolo a Tema da tavolo può integrare la valutazione su un bambino, in particolare sull'applicazione di acquisizioni teoriche (dalla comprensione della spiegazione all'azione) e sulla capacità di stare con gli altri in un contesto gruppale, di rispettare le scelte degli altri, di cooperare per uno scopo comune - Sicuramente sì, ritengo che dovrebbe essere inserito nelle verifiche per valutare la capacità di mettere in pratica le abilità e le conoscenze apprese Secondo lei potrebbe essere utile ricavare, nell'ambito della routine scolastica, uno spazio da dedicare ai giochi da tavolo? - I tempi scolastici spesso non consentono di dedicare uno spazio fisso per i giochi da tavolo, ma in ge n e r a le r ite n go sa r e b b e utile . L'intervallo quotidiano di metà mattina o del dopo-mensa sarebbe ideale per far sperimentare ai bambini giochi rapidi di carte come quelli presentati durante il progetto - Utilissimo! Si potrebbe proporre anche quotidianamente creando uno spazio 'relax', sia durante il gioco non strutturato che dopo aver terminato il lavoro didattico Questa esperienza è stata integrata nella vostra attività didattica? - L'attività è stata integrata nella programmazione disciplinare di italiano. In particolare con la presentazione del gioco Giamaica abbiamo approfondito in classe la descrizione dei pirati. Abbiamo inoltre approfondito il testo regolativo, esaminando le regole dei giochi - Rientra nell' attività di logica di matematica e nel rispetto delle regole dei giochi previsto in scienze motorie. - Stiamo progettando di inserire il gioco da tavolo nelle attività di fine quadrimestre in modo da far esercitare gli alunni su alcune particolari competenze sia linguistiche che matematiche ed avere più osservazioni per valutarli E infatti alcune delle scuole in cui siamo stati, grazie ai contributi dei genitori o dello stesso istituto scolastico, hanno acquistato GdT per creare una piccola ludoteca. Questo ha consentito la continuità del progetto e ha permesso ai bambini di giocarli durante l'intervallo. Siccome è sempre più diffusa l'abitudine di trascorrere l'intervallo nelle aule o nei corridoi, avere una piccola collezione di GdT rapidi da intavolare e da giocare è un ottimo rimedio per fornire agli alunni un

momento autonomo di divertimento e di svago dalle lezioni. In fondo all'articolo troverete una lista di giochi adatti a questo scopo. La diffusione di queste attività ludiche nella scuola per ora passa per forza attraverso le proposte di associazioni esterne o attraverso l'operato diretto delle insegnanti. Per questo abbiamo rivolto alcune domande a Gabriele Mari, esperto e autore di GdT, e a Rita Gallo, insegnante in una scuola primaria di Torino, che ha inserito il Gioco nella routine quotidiana dei suoi alunni.

1. Perché hai deciso di fare progetti con GdT nelle scuole? e che tipo di progetti presenti? RITA: In realtà non si tratta di un progetto nella sua accezione, spesso i progetti nella scuola sono vissuti come interventi esterni, con un inizio e una fine, molte volte la fine è definitiva; insomma diventano progetti fine a se stessi. Per me il gioco è la condizione sine qua non per l'apprendimento. Si apprende solo in situazioni emotive piacevoli e il gioco è in grado di far vivere emozioni positive, profonde a cui si possono legare esperienze di apprendimento. GABRIELE: I progetti con i GdT che seguo regolarmente riguardano la disabilità, soprattutto l'autismo, il carcere e i centri ricreativi estivi. I progetti nelle scuole sono, purtroppo, ancora sporadici: finora hanno riguardato PON (Programma Operativo Nazionale) del MIUR per sviluppare determinate competenze (in specifico competenze matematiche), progetti mirati per lo sviluppo della creatività narrativa attraverso il gioco Raccontami Una Storia e interventi formativi per le scuole superiori in istituti tecnici ad indirizzo socio-sanitario per conto di PlayRES. L'importanza di far entrare il GdT nelle scuole è presto detta: il gioco strutturato è un potentissimo strumento educativo, che agisce

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I consigli del Riccio

Gioco Scueola

Rubrica di Giochi da Tavolo a Tema ad almeno tre livelli; è una palestra per la mente (sia per la didattica che per lo sviluppo delle competenze e delle funzioni esecutive), è un sistema di regole che insegna a pensare e ad agire in maniera razionale ed è motore di motivazione, aggregazione e inclusione eccezionale. 1. Quali difficoltà hai trovato portare questo progetto nel mondo scolastico? e quale è stata la chiave per farlo? RITA: La difficoltà è che ai più pare tempo perso; il gioco viene relegato spesso solo al momento della ricreazione, come se ci si dovesse rianimare dal resto del tempo scuola. Anche l'attenzione e la cura riguardo al materiale non sempre è stata adeguata. La chiave per farlo è stata il crederci fermamente (supportata da teorie della psicologia dell'apprendimento) e sapere che i bambini avrebbero accolto entusiasticamente una tal proposta, al punto che sono stati loro i primi ad avere cura del materiale utilizzandolo in modo organizzato. Giocando si impara e giocare è un diritto come sostiene la Convenzione ONU dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, la scuola non può dimenticarlo. GABRIELE: La sporadicità degli interventi a cui ho accennato prima lascia intendere che non ci sia un'unica chiave per entrare nelle scuole: a volte lo si fa con dei bandi, a volte con progetti come i PON, a volte grazie a presenze più radicate come quella di PlayRES, a volte semplicemente grazie alla lungimiranza del singolo insegnante. Una delle difficoltà maggiori è proprio l'eterogeneità delle vie di accesso, insieme alla scarsa collaborazione (per non dire proprio menefreghismo) di molti insegnanti, che non vedono il gioco come uno strumento utile (se non per uscire dall'aula nelle ore di attività ludica per poter fare altro). 2. Quali tipologie di giochi utilizzi nei tuoi percorsi? Puoi fare qualche esempio? RITA: Tendenzialmente giochi da tavolo ( Pharao, Kendo, O tutto o niente, dieci bottiglie verdi, ad esempio) ma anche giochi cooperativi (Twister, il gioco del gomitolo e tanti altri) giochi di ruolo (facciamo finta di essere giornalisti e raccontiamo il venerdì per il pianeta, ad esempio) e giochi popolari ( l'elastico, palla muro, le cinque pietre) GABRIELE: Dipende molto dagli obiettivi dell'intervento: per i laboratori di creatività narrativa uso molto Raccontami una storia, per il potenziamento delle capacità matematiche giochi tipo Kingdomino, che abbiano una buona base aritmetica e ti obblighino a far di conto in maniera divertente. Solitamente parto da giochi commerciali, ma spesso, per incrementare il coinvolgimento dei ragazzi, cerco di creare, insieme a loro, delle versioni personalizzate di quei giochi. Molto importanti anche i giochi di aggregazione e di comunicazione, che aiutano a fluidificare il gruppo, tipo Lupus in Tabula, The Resistance o Gift Trap. 3. Qual è il ruolo dell'insegnante in questi percorsi? RITA: Come in tutte le altre ore, il ruolo dell'insegnante è di guida e mediazione ma

nell'ottica montessoriana aiutami a fare da solo; una volta stabilite le procedure, le istruzioni per l'uso, i bambini sono autonomi nell'attività, e se le condizioni lo permettono anche l'insegnante gioca con loro! GABRIELE: Purtroppo è uno dei tasti dolenti negli interventi a scuola. Spesso non sanno nulla dei giochi, ed è normale che sia così: la cosa brutta è che molti non sono nemmeno interessati a conoscerli e ad approfondire il metodo didattico che c'è alla base di un approccio ludico, e preferiscono uscire dall'aula per correggere i compiti o sbrigare altre faccende. Chi rimane, invece, solitamente si dimostra incuriosito e attento, passando spesso da un atteggiamento di titubante scetticismo ad una divertita partecipazione diretta. 4. Al termine di un percorso di GdT cosa hanno in più gli allievi? e gli insegnanti? RITA: Il nostro percorso terminerà alla fine dell'anno scolastico essendo in quinta, in più avremo dei bei ricordi e i bambini avranno maturato buona parte delle competenze sociali e affettive necessarie per affrontare la vita. GABRIELE: Al di là dei contenuti didattici che possono passare o non passare, agli allievi rimane sempre e comunque un'esperienza di gruppo divertente, coinvolgente e motivante, caratteristiche sperimentate probabilmente per la prima volta all'interno del contesto scolastico. Per molti di loro, non avvezzi ai giochi da tavolo, è la scoperta di un mezzo di intrattenimento nuovo, che in molti poi trasferiscono in famiglia o nel contesto dei pari. Tra gli insegnanti che si lasciano coinvolgere, il messaggio più comune è: mi avete aperto un mondo! Quanto poi questo mondo riesca a contaminare il futuro metodo di insegnamento del docente, purtroppo, non è dato sapere. La Scuola ha bisogno, oggi più che mai, del Gioco in ogni sua forma e i GdT possono essere degli ottimi "apripista", soprattutto per alcune caratteristiche che li contraddistinguono: si giocano sui banchi in modo tranquillo e sicuro, aiutano a creare un gruppo classe più coeso, sono analogici e pongono sfide logiche. Quindi, come sempre, vi invito a progettare percorsi di GdT per gli alunni delle scuole italiane di ogni ordine e grado, perché anche grazie a ciò si può contribuire ad avere una Scuola migliore. Ecco a voi un Kit di sopravvivenza ludica per gli intervalli scolastici: Dobble, Fantascatti, Alles Tomate, Heckmeck, Kakerlaken Suppe, Cortex, Time's Up, Raccontami una Storia, Story Cubes, Viele Dinge, PerlinPinPin, Gobb'it oppure i giochi per 2 giocatori della Gigamig, come Quoridor, Batik, Pylos, Quarto. JEAN PIERRE PASCHETTA aka JEPPO Per ulteriori informazioni riguardo questi giochi potete consultare il sito boardgamegeek.com. Per recensioni più dettagliate in italiano potete consultare il sito La Tana dei Goblin (goblins.net) oppure il blog Giochi sul nostro tavolo (pinco11.blogspot.it)

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SCHEDE LUDICHE... Rubrica di consigli per la costruzione di giochi

CASTELLO BALESTRE Categoria: Grandi giochi

Su una parete centrale del castello ci sono finestre con birilli-bersaglio, i giocatori ai lati opposti del campo cercano di abbatterli con le balestre e mandarli nel campo avversario. Ogni birillo caduto nel campo avversario è un punto a favore di chi lo abbatte. Le balestre sono costruite con un arco che tende un elastico, che si sgancia con un meccanismo a grilletto e fa partire il dardo (legato) verso i bersagli nelle finestre del muro. Piero Santoni

Età consigliata

3-99

Difficoltà

Varia

Dimensioni

150 x 80 cm

Peso

10 kg

Materiali costruttivi

Legno massello, Balestre, elastico, filo, pedoni bersaglio

Finiture e colori

Legno tinto naturale

Manutenzione prevista

Sostituzione elastico e filo alla balestra

Criticità (usura)

Come sopra

Criticità nello svolgimento

Dimensionare la lunghezza del filo

Interesse bambini

Molto Alto

Interesse adulti Molto Alto Commenti

Scopo del gioco

Gara a chi colpisce con la balestra e getta le figure del castello nel campo avversario.

Origine del gioco

Invenzione dell'autore

Anno di realizzazione

2004

Numero Giocatori

2o4

Gioco nato con catapulte e poi evoluto con balestre

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Ludospunti tra Film e Libri Rubrica ludo-cine-letteraria a Tema

Gioco e Scuola

In gioco a scuola! Facciamo un gioco: chiudete gli occhi per un secondo, e ditemi, di colpo, tre film che parlano di Guerra. Fatto? Bene, ora tre film che parlano di sfide sportive! Fatto? Com'è andata? Facile, vero? Magari non sono stati titoli immediati, ma sono sicuro che siate riusciti a trovare dei nomi di pellicole inerenti. Se invece pensiamo al Gioco e alla scuola, sembra aprirsi una voragine di vuoto cosmico. Come mai i film, o i libri (al di là di ottimi manuali) non parlano del gioco e della scuola? Come mai il gioco è così ignorato anche nei film, come nella realtà? Forse proprio per questo, perché il cinema è lo specchio della realtà e di quello che vuole veicolare. Infatti è difficile pensare specificamente a film o libri che trattino esplicitamente il gioco nella scuola. Quello che abbiamo pensato, perciò, è stato guardare alcuni film con un'ottica differente, con gli “occhiali del gioco”, lasciandosi trasportare dall'emozione e dai ricordi, come sempre non offrendo una panoramica completa ed esaustiva, ma qualche spunto, qualche chiacchiera su chi ha mandato un messaggio o proposto una visione ludica della didattica scolastica. Curioso, o forse no, che i film che principalmente ci vengono in mente sono di matrice europea. Che la cinematografia americana sia interessata ad argomenti più pirotecnici? Cominciamo in fatti con un'eccezione. Ovviamente il primo p e n s i e r o v a all'indimenticabile Professor Keating del film “l'attimo fuggente” di Peter Weir (1989) dove il compianto Robin Williams anima un emozionante e malinconico professore alle prese con un sistema scolastico che promuove la distanza tra la fissità dell'apprendimento didattico classico e la spinta fluida e creativa delle giovani menti studentesche. Il professore, senza esplicitarlo, promuove momenti ludici “sovversivi”, attraverso i quali i ragazzi fanno esperienza di punti di vista diversi rispetto all'ordine precostituito. Senza svelare nulla della trama, ci basta ricordare la “camminata libera” che propone il professore ai suoi allievi in cortile, nella quale ognuno può esprimersi liberamente camminando come più gli piace, e lasciando anche la libertà di stare fermi. Oppure al “gioco” (laddove gioco significa “non reale”) della riesumazione della “setta dei poeti estinti” dove, con il pretesto ludico di scrivere profonde poesie, si realizza l'incontro, la condivisione e

l'apprendimento per ciò che nella vita conta davvero: imparare a cogliere il momento e vivere fino in fondo ciò che si è e che la vita ci offre. Diverso è l'approccio di Essere e Avere ( di Nicolas Philibert, 2002), un docufilm girato in Francia, dove una multiclasse di 13 bambini dai 4 ai 13 anni cerca di i m p a r a r e l a difficile arte del buon vivere, valorizzati da un maestro prossimo alla pensione ma che “non si arrende” e, attraverso insegnamenti pratici e ludici, come coltivare l'orto o cuocere un uovo, trasmette insegnamenti etici e civici come il rispetto reciproco e la pace contro la violenza per imparare a gestire le litigate e i conflitti. Cambiando completamente contesto, penso a Lezione di sogni (di Sebastian Grobler, 2011), un film a m b i e n t a t o nell'allegra Germania di metà ottocento, dove il professor Konrad Koch contrappone alla più ferrea disciplina teutonica (che ben immaginiamo) la sua pedagogia del divertimento, utilizzando il gioco del football per insegnare l'inglese. In un mondo di punizioni corporali subite in silenzio, sul campo i ragazzi impareranno a guardarsi in faccia senza tacere o chinare il capo. Pensando all'Italia, innumerevoli sono i libri e le pellicole ambientate nella scuola, (penso a “Auguri professore” e anche “La scuola” di Daniele Luchetti) mentre è necessaria una scrupolosa ricerca per trovare film che coinvolgano anche l'aspetto del gioco. Il libro e film “Io speriamo che me la cavo” offre uno spaccato di Italia molto vivido, dove spazio per giocare a scuola ce n'è poco, ma un professore (Paolo Villaggio) non ortodosso cercherà, con difficoltà, di avvicinare ragazzi ormai disinteressati alla scuola. Massimo Motta

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ARTICOLI TEMATICI

Gioco e Scuola

OROSCOPO LUDICO Compiti per tutti: Fai una lista di tutte le cose che hai imparato nella tua vita, dopodiché mettiti davanti allo specchio e guardandoti negli occhi rileggi la lista. ARIETE 21 marzo - 19 aprile Felice Leonardo Buscaglia, detto Leo, è stato un docente e scrittore statunitense. Nella sua semplicità a volte facciamo fatica a cogliere la complessità di questo suo pensiero: Ogni volta che impariamo qualcosa di nuovo, noi stessi diventiamo qualcosa di nuovo. È come se ci stesse suggerendo che siamo un po' come quei cristalli dei lampadari (brillocchi) con un sacco di facce, ed ogni volta che impariamo qualcosa aggiungiamo una faccia. In geometria si cambia anche il nome, dal quadrato al icosidodecaedro è un attimo! A volte invece Noi ci sentiamo immobili e stretti in situazioni sempre uguali, per questo per te Ariete è particolarmente importante il compito per tutti. Non ti chiedo di cambiare nome ogni cinque minuti, ma di considerarti un icosidodecaedro in evoluzione.

TORO 20 aprile - 20 maggio “La via per imparare è lunga se si procede per regole, breve e efficace se si procede per esempi.” Torniamo molto indietro col tempo per riscoprire questa perla di saggezza di nientepopodimeno che Lucio Anneo Seneca. Che avesse già scoperto i neuroni specchio? Ma soprattutto, se Toro torni indietro con la memoria nella tua vita, magari e se riesci, a tento tempo fa, riesci a fare una distinzione tra le cose che hai imparato per regole e quelle per esempio? Se dovessi insegnarle a qualcuno, useresti gli stessi metodi? Pensaci la prossima volta che ti capita di sentire la frase che inizia con: “Ai miei tempi...”

GEMELLI 21 maggio – 20 giugno Margaret Lee Runbeck visse un po' troppo poco, secondo me. Ha scritto Speranza per la Terra e Un uomo affamato Sogna. Mi piace particolarmente questa sua frase, che spero possa diventare in tuo mantra nel prossimo periodo: “Imparare è sempre ribellione. Ogni brandello di nuove verità scoperte è rivoluzionario rispetto a ciò che si era creduto prima“. E qui la mia domanda: quando è stato l'ultima volta che ti sei sentito un po' ribelle? Forse troppo tempo fa (Sappi che considero tanto tempo fa anche la risposta: “Ieri!”).

CANCRO 21 giugno 22 luglio “Nessuna giornata in cui si è imparato qualcosa è andata persa.” Lo affermava David Eggins, considerato uno tra gli autori di fantasy più bravi al mondo. Passava le sue giornate praticamente solo a scrivere racconti (oltre che a lavorare in una drogheria). Non ha mai creduto di poter aver successo, finché non vide in una vetrina di una libreria un libro di un certo Tolkien. È tornato a casa di corsa e ha scritto quello che sarebbe diventato il suo più grande successo letterario. Caro cancro, hai anche tu un sogno nel cassetto su cui sei dubbioso? Cerca in giro se qualcuno ha già avuto un'idea come la tua e se la risposta è si, allora provaci anche tu!

LEONE 23 luglio – 22 agosto “La mente non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere.” Lo disse Plutarco. Immagine evocativa e molto forte. Quello che mi viene in mente è la canzoncina “Per fare un albero ci vuole un seme, per fare il seme...” e così via. Per fare il fuoco serve la legna, per la legna un albero, per l'albero un seme, per il seme un vaso (metaforicamente!). E allora mi viene da ribaltare un po' il concetto. La conoscenza e l'imparare non sono altro che il fuoco e la passione che servono per accudire noi stessi, e che a volte sembrano un po' spenti. Sarà la mancanza di tempo, la vita frenetica? Proprio come il fuoco ha bisogno del suo tempo per bruciare, caro Leone, prenditi del tempo per riaccendere il fuoco.

VERGINE 23 agosto 22 settembre Il Cardinale Richelieu me lo ricordo solo dai cartoni animati dei Tre Moschettieri. Ma onestamente non ricordo se fosse un buono o un cattivo. A giudicare da questa su frase “È lecito imparare anche dal nemico“, direi che potrebbe essere la seconda ipotesi. Ma secondo te cosa intende per nemico? Intende quello cattivo cattivo che ti vuole fare del male, o anche un nemico “buono” come potrebbe essere il tuo avversario in un gioco in scatola? Per trovare una risposta a questa domanda e per capire soprattutto se valga la pena di trovare una risposta a questa domanda ti consiglio, la prossima volta che ti trovi un nemico di fronte, che sia al lavoro, in un gioco o in amore, ad osservare le sue mosse e capire se, nonostante tutto, siano “buone mosse”.

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BILANCIA 23 settembre – 22 ottobre “Ogni atto di apprendimento cosciente richiede la disponibilità a subire una ferita alla propria autostima. Questo è il motivo per cui i bambini, prima di essere consapevoli della propria importanza, imparano così facilmente; e perché le persone più anziane, specialmente se vanitose o importanti, non riescono a imparare affatto.” Nonostante io non sia una Bilancia, questo è il mio oroscopo per la vita. E sospetto possa esserlo anche nella tua. Se a dirlo è stato poi Thomas Stephen Szasz, psichiatra e attivista dell'antipsichiatria, allora acquista un significato decisamente più significativo. Dobbiamo ricordarci di essere stati e di poter essere ancora bambini, cara bilancia.

SCORPIONE 23 ottobre – 21 novembre “La vita è un processo di conoscenza. Vivere è imparare.” a dirlo era Konrad Lorenz, famoso tra le altre cose, per i suoi studi sull'imprinting neonatale. Storica la sua foto con le oche. Konrad si è concentrato sugli studi di etologia, ovvero del comportamento umano ed animale. C'è un processo di apprendimento che stai portando avanti da tutta la vita? Una conoscenza che quando ti guardi indietro dici: Caspita quanto sono cresciuto dai tempi di... . Ebbene, buttati su internet o in biblioteca per capire cosa non hai ancora imparato sull'argomento. Ti sentirai di nuovo vivo.

SAGITTARIO 22 novembre 22 dicembre Una volta che sei diventato maestro in una cosa, diventa subito allievo in un'altra. O anche nella stessa, mi viene da aggiungere alle parole di Gerhart Hauptmann. Questa volta non voglio dirti una cosa retorica tipo: Non si smette mai di imparare o non sentirti mai arrivato . Voglio ragionare con te sul concetto di maestro. Sei riuscito a definirti nella tua vita un maestro di qualche cosa (tenendo presente che potresti considerare le due frasi un po' retoriche)? Perché sia che tu abbia sviluppato una particolare competenza in un campo, per quanto ristretto possa essere (tipo che sono bravo a disegnare un gatto su un tetto o a costruire giochi), sia che tu abbia imparato mille arti senza metterle da parte, anzi usandole, è buona norma dirsi che si è stati bravi a fare quel che si ha fatto e nonostante la lunga strada ancora da fare, si affronterà il percorso con molta più positività.

CAPRICORNO 23 dicembre – 19 gennaio Non sono sicuro che questa frase sia proprio di Benjamin Franklin. L'ho sentita talmente tante volte e attribuita a tante persone che il dubbio rimane. Ma altrettanto rimane la sua verità: Dimmi e io dimentico; mostrami e io ricordo; coinvolgimi e io imparo. La tua forma di apprendimento può essere visuo-procedurale, a prevalenza ecoica, motoria od emotiva, ma il succo non cambia. Impari se fai. Senza aver paura di sbagliare. Altrimenti impari un'altra cosa ancora, non su ciò che vorresti imparare, ma sulla paura stessa, che di per sé non è una brutta cosa, ma se vuoi imparare a cucire e non riesci a pensare ad altro che alla possibilità di pungerti, potresti non scoprire molte cose nuove.

ACQUARIO 20 gennaio 18 febbraio Ho conosciuto Richard Feynman per la prima volta in un fumetto. Devo tanta della mia cultura ai fumetti. Sono stati e continuano ad essere una scuola per me. Infatti alla sua domanda: Che cosa hai chiesto a scuola oggi? la mia risposta sarebbe: Leggere un fumetto . Anche se non penso potrebbe essere il tipo di risposta che si aspetterebbe Feynman, ti invito a riflettere su quali strumenti, magari insoliti, hanno caratterizzato il tuo percorso di apprendimento nella vita, e soprattutto, di consigliarlo, regalarlo, condividerlo con qualcuno, a costo che ti dia del matto.

PESCI 19 febbraio – 20 marzo George Herbert Palmer è stato uno studioso e autore americano. Era laureato e poi professore all'Università di Harvard. È anche noto per i suoi lavori pubblicati, come la traduzione di The Odyssey e altri sull'educazione e l'etica, come The New Education e The Glory of the Imperfect. Mica bubbole! Ho perso, e me ne rendo conto, se incontro un essere umano da cui sono incapace di imparare qualcosa . Da questa sua frase quasi parrebbe che George vive l'apprendimento e la relazione con gli altri come un gioco. Ma molte volte incrociando tante persone, io non sono tanto sicuro di poter pronunciare una frase simile. A volte mi sento un po' presuntuoso e mi dico: Ma io da quello lì non ho nulla da imparare , poi mi ricordo delle parole di George e rifletto ancora un po'. Ti ci rivedi, caro Pesci? A cura di Alberto Segale Illustrazioni di Luigia Galante

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PSICOLOGIA E GIOCO: IL MECCANISMO SPECCHIO NELL'APPRENDIMENTO Io, me e il gioco (di Irene) Non sarà il film del secolo, e probabilmente Jim Carrey non vincerà mai un oscar, ma almeno un paio di suoi film sono da ricordare. In “Io, me e Irene” il protagonista Jim Carrey è un uomo che potremmo definire affetto da personalità multiple, da un lato il mite Charlie, da un altro il ben più spavaldo Frank. E questo cosa c'entra con la psicologia e il gioco? La connessione l'ho fatta grazie ad un libro studiato per l'esame di Psicologia Sociale che aveva come tema l'intersoggettività, un tema relativamente nuovo nell'ambito degli studi di psicologia che abbraccia fondamentalmente tre macro temi: - la teoria dell'apprendimento - psicologia sociale - neurobiologia Il tutto nasce dalla scoperta dei neuroni specchio e dal ben più importante meccanismo specchio da parte di tre scienziati italiani: Giacomo Rizzolati, Massimo Ammaniti e Vittorio Gallese. Parlerò volutamente poco di gioco in quest'articolo, lasciando al lettore la possibilità di creare associazioni con la propria esperienza ludica, che si tratti di un genitore, un educatore, un costruttore o semplicemente un appassionato. Ci porremo quindi due domande: cos'è il meccanismo specchio e cosa centra con l'apprendimento, per arrivare a confutare o meno la possibile correlazione tra i due. Che cosa sono i neuroni specchio e come funziona il meccanismo specchio?

Vi è mai capitato di sbadigliare vendendo qualcun altro farlo? Certo che sì! È “colpa” dei neuroni specchio. Rizzolati, Gallese e Ammaniti hanno scoperto l'esistenza di questi neuroni nel nostro cervello che si attivano quando una persona fa un'azione, ma anche quando si osserva un'altra persona compiere quell'azione. Insomma, proprio come uno specchio di ciò che fanno gli altri. Ovviamente esiste poi un meccanismo che ci impedisce di rifare immediatamente ciò che si è

visto e che gli altri stanno facendo. (tranne… nel caso dello sbadiglio, ma questa è un'altra storia!) La scoperta del meccanismo specchio è alla base di una nuova teoria dell'apprendimento fondata sull'imitazione, ed è una colonna portante della teoria dell'intersoggettività, che definisce le continue relazioni e gli scambi tipicamente umani che si sviluppano fin dai primi giorni di vita, come parte di un processo che conduce alla capacità di comprendere se stessi e gli altri. Il meccanismo specchio: una nuova forma di apprendimento?

La neuroscienziata Cinzia di Dio descrive così il meccanismo specchio: “Da un punto di vista anatomico, il ponte di collegamento che traduce le nostre espressioni corporee (elaborate dal sistema motorio) in stati emotivi (elaborati da un sistema emozionale), e viceversa, è un'area del cervello chiamata insula, detta così per via della sua particolare forma a isola. Quando quest'area si accende nel nostro cervello, i movimenti e le espressioni osservati negli altri si legano alle nostre emozioni e noi facciamo esperienza in prima persona di ciò che provano gli altri”. Vittorio Gallese ha chiamato questo meccanismo “a specchio” simulazione incarnata, ovvero la tendenza a riportare sul proprio corpo (incarnata) ciò che vediamo fare agli altri (simulazione) e questo avviene solo in presenza di un gesto motorio finalizzato ad uno scopo ben preciso. Nella letteratura classica della psicologia dell'apprendimento troviamo: - apprendimento per prove ed errori - condizionamento classico e operante - apprendimento latente e per insight - apprendimento imitativo (o osservativo, come definito da A. Bandura) - apprendimento culturale. In questo contesto il meccanismo specchio si inserisce in ciascuna di queste teorie, da un lato ribaltandole, dall'altro confermandole.

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GIOCO, SCUOLA, APPRENDIMENTO La terza domanda, un po' a tradimento, riguarda il gioco: cosa centra l'apprendimento, il meccanismo specchio e il gioco?

Mi limiterò ad una seria di domande che mi sono posto io stesso quando mi sono trovato in contesti ludici e mi è venuto in mente il meccanismo specchio. -Quante volte mi fermo ad osservare ciò che gli altri osservano? Spesso mi è capitato invece di dire: “questo si gioca così!” prima di scoprire come un giocatore si approccia al gioco. -Imitare gli altri è un modo per imparare a giocare, ma ne limita la creatività? Spesso ho osservato bambini e adulti ripetere esclusivamente la mossa che avevano visto fare da qualcun altro, senza sperimentarne altre (ovviamente nel caso di una mossa tatticamente efficace) -Quanto la semplicità o complessità di un gioco influisce sul meccanismo specchio e il relativo apprendimento? Anche in questo caso la questione è quanto mai aperta: ho osservato giochi complessi ma facili da imparare e giochi facili ma difficili da comprendere (almeno nelle dinamiche di gioco). Ad ognuno la sua conclusione ludica ed alla prossima. BIBLIOGRAFIA MINIMA: M. Ammaniti, V. Gallese. La nascita dell'intersoggettività. Lo sviluppo del sé tra psicodimanica e neurobiologia, Raffaello Cortina Editore. Alberto Segale

“Perché non ho imparato queste cose a scuola?”, dice con entusiasmo il pensionato che ha scoperto la costruzione di forni solari e mi insegna quanto, giocando con almeno alluminio e termometro da forno, si possa sperimentare la scienza; “Mi appassiona così tanto da quando sono in pensione che ci avrei costruito una carriera, e, guarda cosa so fare e cosa insegno quando vado io, ora, nelle scuole.” Quando penso alla “mia” scuola, mi vengono in mente i cancelli e gli ambienti chiusi. Quando penso alla “mia” scuola, penso all'ansia confondente che penetrava in ogni fibra del mio corpo. Mi sono chiesta quali sono le origini storiche della scuola moderna, la scuola pubblica, per tutti. Quindi, ho svolto delle ricerche, ed ecco cosa ho scoperto. Di fronte alla diffusione capillare di tendenze rivoluzionarie che, attorno alla seconda metà del XVIII secolo, rivendicavano libertà, uguaglianza e fraternità in tutta Europa, il re di Prussia identificò nel sistema di addestramento e selezione militare della Sparta antica un modello che ben si prestava per mantenere lo status quo dei regimi monarchici. Perciò, si rese obbligatoria questa forma di istruzione a tutta la cittadinanza, mentre nei secoli precedenti la conoscenza si tramandava in vari modi sempre elitari: negli ordini ecclesiastici, nei ambienti aristocratici con i precettori privati o inserendo i figli nei collegi. Il sistema che fu generato si rivelò assai efficace nel controllo e nella selezione dei princìpi comuni e delle conoscenze a disposizione del popolo, ovvero si costruì una serie di modelli di persone funzionali alle esigenze dello stato moderno. Alla luce di questo dato storico, quando si parla della scuola odierna ben si chiarisce come essa sia un ambiente che non pone al centro, nonostante tutto, l'apprendimento e come sia poco propensa alla libera espressione dell'individuo e alla valorizzazione dei talenti che ognuno porta come specifica della propria identità ed essere. E il gioco, libero, gratuito e spontaneo, come viene inteso in questo sistema? Nella memoria, le mie sensazioni della scuola si allontanano parecchio dalle sensazioni piacevoli del gioco, motorio o relazionale. Oggi si studiano diversi modelli di educazione, ma l'istruzione tradizionale fa fatica a sperimentare quei validi modelli di apprendimento che si fondano sull'esperienza, e ben sappiamo che poche cose creano occasione di esperienza autentica come il gioco. C'è nella scuola istituzionale di oggi volontà e spazio per esplorare questi modelli e integrarli nel canone tradizionale?

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GIOCO, SCUOLA, APPRENDIMENTO Non ho sufficiente esperienze né dati tangibili per un'analisi oggettiva e imparziale, che per essere attendibile dovrebbe prendere in considerazione l'iter scolastico segmentandolo in ciascuno dei suoi specifici ordini. La mia risposta a pelle sarebbe comunque molto pessimista. Cercherò quindi di rispondere al pessimismo con una iniezione di fiducia senza proiettare sull'attualità il terrificante fantasma del re di Prussia. Quindi, intendendo da qui in poi la scuola nell'insieme dei suoi ordini, richiamo alla mente le esperienze pervenutemi per cui, sì, è possibile che la scuola si trasformi in una zona di apprendimento effettivo e già succede. In scuole dove tra insegnanti e allievi vi è un rapporto numerico ragionevole e un rapporto umano che dia più spazio alle espressioni spontanee e alle emozioni; dove il corpo docente collabora in modalità cooperativa e democratica in congiunzione con il dirigente scolastico e con i genitori; dove la formazione dei docenti è costante e si avvale come contributo delle proposte degli insegnanti stessi, stimolati dall'essere parte agente nella disposizione della didattica e non una componente passiva; in scuole dove vive l'idea di persona come soggetto autonomo di azione invece che di reazione, dove si lascia scorrere il giudizio etero-diretto in favore della autoconsapevolezza; in scuole dove la relazione tra ambiente e individuo viene permessa e promossa all'insegna del benessere, ovvero dove vi sia effettivamente spazio per vivere sé stessi senza costrizioni alla libertà di movimento. Si può fare di più per arricchire la didattica di nuove esperienze, di metodi innovativi? Sì. Penso alle buone pratiche di cui si orecchia e, per fortuna, si sperimenta negli ambienti “formativi ed educativi”, da cui la didattica scolastica, per prassi operativa e principio di autoconservazione, si lascia poco contaminare. Quest'estate ho avuto la fortuna di vivere un'esperienza stimolante: si chiama Eduraduno. L'associazione Eduraduno si propone di realizzare progetti educativi ed editoriali e promuovere eventi e formazioni per connettere coloro che, in varie forme, lavorano nell'ambito dell'educazione, fornendo un bagaglio di conoscenze, competenze, metodologie e relazioni per poter approfondire aspetti personali o professionali dell'essere educatore. Dalla fondazione di questa Associazione ha avuto origine il raduno annuale di 2-3 giorni,

durante il quale si ha l'opportunità di partecipare a laboratori di vario tipo che arricchiscono la propria esperienza personale e approfondiscono tematiche, difficoltà, dubbi, intuizioni che scaturiscono dalla vita di educatore. Quest'anno l'accoglienza è stata fornita dalla luminosa Panta Rei (dal greco “tutto scorre”): un eco-villaggio immerso nella natura della zona di Passignano sul Trasimeno, Perugia.

Molti gli stimoli di questi laboratori che ben si integrano in questa riflessione sulla scuola. Uno dei workshop del raduno ha avuto come tema l'educazione esperienziale outdoor.

Partendo dall'esperienza in natura, il laboratorio ha esplicato come l'ambiente esplorato offre ai soggetti l'opportunità di sperimentare la propria zona di comfort in relazione con la percezione di pericolo, che spesso non è reale bensì alterata da una inabitudine alla connessione con il contesto circostante e con l'atro da sé: un ambiente sconosciuto suscita diffidenza, insicurezza, timore, ma giocare con l'ambiente e le sue potenzialità permette di integrarlo attivamente nella propria esprienza culturale. Penso qui ai cancelli e all'ansia scolastica di cui ho accennato sopra: per esempio quando la propria attenzione ci viene posta prima su cosa non fare piuttosto che su cosa si può fare, nel corso della nostra esperienza l'attenzione non rimane così sulla negazione invece che sulla possibilità? I percorsi di formazione in outdoor sono organizzati per mettere a rischio così le proprie zone di comfort passando attraverso zone di apprendimento, mettendo sé stessi in gioco gradualmente conquistando conoscenza, competenza e sicurezza di sé. Altro laboratorio quello di metodologia autobiografica che attraverso la riflessione e la condivisione delle esperienze personali fa lo strumento per elaborare il vissuto, in un percorso che favorisce l'apprendimento proattivo, l'autoconsapevolezza e la "libertà responsabile" (termine usato da C. Roger in Libertà nell’apprendi

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BINOMIO GIOCO E SCUOLA mento). Scrittura e memoria sono le vie navigate in questo tempo dedicato a prendere dimestichezza col proprio Sé narrante, dare significato all'azione così raccontata e mettere in contatto parole e vissuto nella collettività; il bisogno di prendersi cura del proprio Sé è necessario, per cui si crea uno spazio e un tempo in cui mettere a fuoco quelli che possono essere i nodi, vuoti o pieni, in cui le nostre relazioni ci conducono e scioglierli a beneficio diffuso. Dico diffuso perchè l'uso di questo strumento di autoconsapevolezza è significativo per tutti, nella mia riflessione penso a coloro che sono coinvolti in un percorso di apprendimento, tanto i discenti dell'apprendimento quanto i formatori/facilitatori dell'apprendimento, facilmente soggetti alle difficoltà derivanti da una domanda: a chi, nello svolgere il mio lavoro, va primariamente la mia lealtà? Il discente, il superiore di lavoro, me stesso? Infatti, quando si pensa all'essere educatore come scelta, sorge un sapore dolceamaro in bocca: è un'esperienza stimolante, “ma”… ma è sottovalutato socialmente e ideologicamente, perché se ne nega la la reciprocità. Diversamente dal lavoro di educatore, quando penso al lavoro di insegnante, penso a quanto sia diffusamente concepito come un ruolo a sé piuttosto che come un essere in formazione e relazione interpersonale reciproca con ambiente, alunni e alunne. Partecipare all'Eduraduno è stato essere in un gruppo di persone che attraverso il fare ed essere rete crea una spinta rivitalizzante e felice che sarebbe bello ispirasse anche una scuola che unisca, con piacere, gioco, esplorazione e umanità.

Quando si avvicina il momento di decidere a quale scuola iscrivere i propri figli, i genitori si pongono giustamente l'interrogativo su come debbano procedere nella scelta. Un interrogativo a cui non è facile trovare una soluzione. Alcuni studiosi rispondono: “Cercate di individuare una scuola in cui i bambini vadano volentieri ogni giorno e dove il gioco, inteso nel suo senso più ampio e profondo, occupi un posto di rilievo nella scuola”. Molti genitori rimangono sorpresi, perché hanno l'idea di una scuola, specie quella primaria, in cui i bambini siano costantemente impegnati nello studio e nelle esercitazioni, attività che ritengono giustamente faticose e da svolgere restando seduti al banco per molte ore. La Cooperativa Melarancia di Pordenone opera nei suoi servizi all'infanzia con un suo progetto pedagogico, fortemente influenzato dalla Pratica Psicomotoria di Bernard Aucouturier e dalla Pedagogia delle Diversità; entrambe pongono al centro di ogni intervento educativo la globalità del bambino e si muovono all'interno di una visione di pedagogia non direttiva.

Elena Biglia

La nostra scuola ha scelto di favorire il gioco spontaneo dei bambini, consapevoli della valenza e della ricchezza dello stesso e di creare contesti di esperienze giocose attraverso veri e propri itinerari ludici che incuriosiscano i bambini e li coinvolgano rendendoli protagonisti della loro crescita. Il compito degli educatori e degli insegnanti non è quello di proporre e dirigere i giochi, ma è quello di osservare, sostenere e rispondere ai bisogni dei bambini, lasciando spazio alla loro creatività. È importante che l'educatore sia molto malleabile, capace di saper organizzare gli spazi e i tempi del gioco a seconda delle situazioni, capace di cogliere l'inatteso, con proposte aperte e flessibili. In questo modo possiamo dire che il nostro agire educativo parte dall'idea che il bambino sceglie,

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comunica e interpreta l'oggi e contribuisce a costruirlo. Secondo la Pratica Psicomotoria Educativa e di Prevenzione di Bernard Aucouturier, il gioco è una creazione del bambino, ed è simultaneamente creazione di sé nel mondo degli adulti e della realtà. Permette al bambino di trasformare il mondo e, trasformandosi, di creare il mondo e contemporaneamente di crearsi nella sua onnipotenza. Il gioco spontaneo del bambino, è un periodo del suo sviluppo psicologico, periodo che si deve assolutamente rispettare e favorire offrendogli le migliori condizioni materiali, psicologiche e pedagogiche. In realtà la scuola che tiene conto del gioco come motore dell'apprendimento è una scuola che pone al centro il bambino e il suo bisogno, una scuola a misura di bambino. Il gioco a scuola e nelle strutture formative è uno strumento di grande importanza, poiché favorisce non solo lo sviluppo motorio, percettivo, emotivo, cognitivo, comunicativo, ma anche quello dal punto di vista relazionale Gioco e apprendimento sono due concetti fortemente collegati tra loro: il gioco, infatti, è fonte inesauribile di conoscenza, stimola nello sviluppo del bambino le capacità strategiche, il problem solving e le capacità relazionali e cooperative. È importante intrecciare gli apprendimenti e la vita concreta, le motivazioni e gli interessi del bambino e ciò può essere realizzabile solo se i bambini hanno l'opportunità di vivere a scuola una vita sociale ricca di stimoli, esperienze e occasioni per mettersi alla prova e per assumere responsabilità verso sé stessi e verso gli altri. I bambini imparano a conoscere il mondo, a sperimentare il valore delle regole, la r e c i p r o c i t à , l'alterità, a stare con gli altri, a gestire le proprie emozioni, a scoprire nuovi percorsi di autonomia e a sperimentare per tentativi ed errori le convinzioni sulle cose e sugli altri. Il gioco libero e socializzato ha un'importante e fondamentale funzione nello sviluppo delle capacità cognitive, creative e relazionali. Per i bambini è un'attività molto seria e può essere paragonata all'attività di un adulto appassionato

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a quello che sta facendo, un'attività in cui ha la sensazione di poter esprimere la propria personalità. In altri termini il bambino che gioca può essere paragonato all'adulto che fa il proprio lavoro con passione e che proprio per questo si reca con piacere sul luogo della propria attività lavorativa.

L'ORIGINALITA' DELL'ESSERE BAMBINO Bernard Aucouturier «Personalmente, io credo nel bambino e credo al bambino, credo nell'originalità di essere del bambino, non tanto come persona in sé ma come persona in divenire. - Credo all'educatore che è capace di rispettare e favorisce l'evoluzione di questa originalità. - Credo nell'educazione che mette il bambino al centro del dispositivo educativo. - E, credere al bambino, è innanzitutto offrirgli tenerezza ed affetto ed un quadro di vita il più possibile regolare perché egli possa vivere e provare un sentimento di sicurezza necessario allo sviluppo di tutte le sue funzioni prassiche, relazionali, intellettuali. - Il bambino è un essere di movimento.» B. Aucouturier (Bassano, seminario del 13-14 febbraio 2010) Giovanna Santamaria e Leina Martin Insegnanti della Scuola dell'Infanzia Melarancia

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ELOGIO DI UNA SCUOLA CHE GIOCA «A scuola si va per imparare, non per giocare!». Quanti bambine e bambini si sono sentiti ripetere questa frase da insegnanti e genitori? Nulla di più sbagliato! SI APPRENDE GIOCANDO

In tutte le specie di mammiferi, il gioco è per definizione 'la scuola' in cui i cuccioli apprendono una serie di abilità fondamentali per la sopravvivenza: si pensi ad esempio ai leoncini, che apprendono nel gioco come si combatte o si caccia; oppure i piccoli scimpanzé imparano ad arrampicarsi sugli alberi; o ancora, i piccoli roditori imparano a nascondersi per sfuggire ai pericoli. Insomma, in questi e tanti altri casi, il gioco rappresenta la palestra ideale per l'apprendimento: è nel gioco che l'individuo manifesta il massimo del suo impegno e della sua persistenza. Il senso di piacere connesso al gioco, infatti, da un lato consente di sopportare l'eventuale fatica o stanchezza; dall'altro lato, aiuta a rimanere concentrati sull'attività in corso, ignorando tutti gli stimoli irrilevanti o disturbanti. Eppure, per qualche oscuro motivo, noi essere umani abbiamo ad un certo punto deciso di separare nettamente ed artificialmente il momento dell'apprendimento strutturato da quello del gioco, come se fossero due entità contrapposte. In realtà, sarebbe sufficiente pensare quante abilità di autonomia il bambino apprende attraverso il gioco, ad esempio quando osserva ed imita il genitore nell'utilizzo delle posate o della penna o di qualsiasi altro oggetto di vita quotidiana: in quel momento, il piccolo sta giocando, ma al

contempo apprende. E se non giocasse, non apprenderebbe. Ed è sempre nel gioco che il bambino esercita ed affina altre abilità, come ad esempio quelle percettive, linguistiche, motorie, ecc.: Roger Caillois, nel suo volume “I giochi e gli uomini” (edizioni Bompiani, 1981), sosteneva che le diverse tipologie di gioco rispondono a differenti bisogni ed esigenze universali dell'essere umano. Come ho discusso in un articolo del 2015 (“Ludica-mente. Un percorso ludico per la valutazione delle abilità di autoregolazione”, Psicologia e Scuola, 37, 49-57), quelle stesse categorie di gioco descritte da Caillois possono essere ricondotte a specifiche abilità e funzioni autoregolative del bambino: così ad esempio i giochi di vertigine possono essere un'ottima palestra per esercitare la gestione dei livelli di attivazione emozionale. É evidente allora che il gioco rappresenta un momento imprescindibile nella crescita cognitiva, emotiva e comportamentale di un bambino. In che modo allora possiamo riportarlo al centro anche della vita scolastica? LE ATTIVITÀ LUDICHE A SCUOLA Innanzitutto, il gioco può entrare a scuola (e spesso già avviene) sotto forma di attività ludiche strutturate e mirate all'esercizio di specifiche abilità cognitive o strumentali: ad esempio, si pensi alla proposta di giochi da tavolo specificamente progettati per potenziare le funzioni esecutive come ad esempio la pianificazione o la memoria di lavoro. Ma possiamo utilizzare anche giochi tradizionali: ad esempio, pensiamo al gioco degli scacchi, che richiede grandi capacità di rappresentarsi mentalmente le mosse proprie e altrui nonché la flessibilità nel modo di procedere. Possiamo però ritrovare un'alta valenza educativa in tanti altri giochi da tavolo (si pensi al Memory) ma anche nei troppo spesso vituperati videogiochi, che esercitano abilità attentive, percettive, ecc. Nella stessa direzione, possiamo anche annoverare i numerosi giochi esistenti per esercitare abilità più strettamente strumentali, come ad esempio la discriminazione e l'appaiamento di immagini come esercizio per i prerequisiti della lettura, oppure i giochi fonologici e metafonologici, quelli di comprensione, ecc. Ancora possiamo citare i tanti giochi, spontanei o organizzati, basati sul

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LA SCUOLA DEL GIOCO movimento o le prassie: palla-prigioniera, lupoghiaccio, nascondino, calcio, ecc. In tutti questi casi, il gioco entra a scuola sotto forma di attività, più o meno strutturata e più o meno progettata e guidata dall'adulto, con lo scopo di potenziare una serie di abilità. Si tratta di iniziative assolutamente positive e utili, ma con una cautela: il rischio infatti è quello di spostare eccessivamente il fine del gioco verso l'esterno, accentuando l'aspetto etero-regolato dell'attività. IL GIOCO A SCUOLA Il gioco a scuola, però, può e deve entrare anche in un altro modo. Giocare infatti è innanzitutto un atteggiamento verso il mondo, un modo di porsi nei confronti della realtà, come suggerisce l'opera di Caillois. In questo senso, allora, ogni momento della vita scolastica può diventare occasione di gioco: l'interrogazione, il lavoro di gruppo, lo studio di una mappa concettuale, ecc. E addirittura l'errore, come mostrato concretamente dalle parole di Gianni Rodari: “Se un bambino scrive nel suo quaderno «l'ago di Garda», ho la scelta tra correggere l'errore con un segnaccio rosso o blu, o seguirne l'ardito suggerimento e scrivere la storia e la geografia di questo «ago» importantissimo, segnato anche nella carta d'Italia. La Luna si specchierà sulla punta o nella cruna? Si pungerà il naso?” (Grammatica della fantasia, Edizioni Einaudi, 1973). Cosa sta facendo Rodari? Sta giocando! Sta giocando con le parole, con la grammatica, con la fantasia, in definitiva sta giocando con i bambini. Ed è un gioco sofisticato, affatto banale, che passa dalla storia alla geografia, dall'errore del bambino (oggi parleremmo di 'separazione illegale') a parole 'ardite'. Ecco cosa vuol dire portare il gioco a scuola: prima ancora che un'attività, è un atteggiamento mentale, che usa e trasforma la realtà (in questo caso l'errore del bambino) in un processo di crescita ed apprendimento. E Rodari ci mostra direttamente come sia possibile tutto ciò, da maestro qual era: maestro in tutti i sensi! Daniele Fedeli (Università degli Studi di Udine)

Finlandia. Che la scuola in Finlandia sia un passo avanti ormai è risaputo. Aule attrezzate con angoli relax, tisane, amache appese, cyclette, librerie, tavoli e sedie ergonomici, gruppi e collaborazione tra gli studenti sono la base di questo nuovo modello scolastico a cui, a mio parere, l'intero mondo dovrebbe ispirarsi! Ma la domanda che nasce spontanea è: cosa c'è di differente tra la scuola finladese e quella italiana? Cos'è che nell'evoluzione scolastica ha fatto sì che si arrivasse a questo modello e invece nel resto del mondo no? Ho fatto alcune ricerche per darmi una risposta e con stupore ho scoperto una meravigliosa verità: i finlandesi hanno messo a punto un sistema scolastico basato essenzialmente su attività di tipo ludico. Sappiamo che psicologi e pedagogisti nel corso del tempo hanno portato evidenze su come il gioco sia elemento fondamentale dell'apprendimento. La scuola finlandese ha deciso di sposare questo assunto e mettere il gioco alla base di tutte le attività di apprendimento a scuola. Perchè? Beh, perchè il gioco rappresenta un'esperienza coinvolgente e stimolante, nella quale apprendere diventa molto più semplice e immediato. Il gioco consente di attivare e motivare anche gli studenti che presentano maggiori difficoltà all'interno di una "classica scuola", perchè si basa sull'attivazione delle intelligenze multiple, permettendo a tutti di raggiungere obiettivi e sviluppare strategie di problem solving estremamente creative e personali. Il trucco di questo modello scolastico è proprio quello di stimolare l'attenzione del bambino e del ragazzo focalizzandola su cose che possano divertirlo e interessarlo. Non esistono lezioni frontali o compiti a casa. Molto spazio è occupato da laboratori di artigianato, legno, ceramica, sartoria, musica, cucina, tecnologia.

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SBAGLIA CHI LIMITA LA RICREAZIONE SCOLASTICA Limitare e/o rimuovere il tempo del gioco nella scuola come forma di punizione è una forma di infrazione ai diritti umani dei Bambini e delle Bambine, ed è una prassi che dovrebbe essere fermata

Le "unità didattiche" (le ore scolastiche, per capirci) durano soltanto quaranticinque minuti e sono intervallate da pause-gioco di un quarto d'ora. Il programma di studi è personalizzato. Nelle scuole medie, ad esempio, gli insegnanti elaborano un progetto educativo su ogni studente e questo permette loro di accedere alle materie di maggior interesse, seguendo ognuno le proprie attitudini e capacità. I giochi vengono utilizzati in modo didattico e in modo totalmente "improduttivo". Per questo motivo la scuola finlandese è la più inclusiva al mondo: non esistono scuole speciali, non esistono scuole private, ma la priorità dello Stato è quella di curare e crescere le nuove generazioni su un base di equità e pari opportunità e questo è possibile grazie al gioco come base fondamentale di apprendimento. Per concludere anche il ruolo dell'insegnante è estremamente importante: per diventare insegnanti di qualunque grado scolastico è necessario un percorso di studi paragonabile a quello del medico e soltanto il 10% degli iscritti ai corsi universitari riesce a completarlo e diventare effettivamente un insegnante. Queste esperienze ci fanno comprendere che un modo nuovo di intendere la scuola è possibile, che anche l'Italia ha bisogno di un cambiamento per venire incontro alle esigenze dei ragazzi e crescere giovani consapevoli, capaci di pensare e di assumere ruoli di responsabilità e con responsabilità all'interno della società. Giocare è politica, è costruire cittadinanza attiva e attenta a ciascuno, è inclusione. L'apprendimento in tutto questo è solo un piacevole effetto collaterale. Luisa Colapinto

Con un documento formale, il 14 giugno 2019, la Divisione di Educazione e Psicologia del Bambino, Dipartimento della Società Britannica degli Psicologi _BPS, afferma con fermezza che le scuole non dovrebbero mai minacciare i singoli o la classe di annullare il tempo della ricreazione come forma di punizione verso la “cattiva condotta”, come non dovrebbero mai permettere che tutta o parte della ricreazione sia temporalmente diminuita come espediente per avere più tempo per correggere i compiti e/o recuperare lezioni arretrate. Questo richiamo viene fatto alla luce dei dati raccolti da una interessante indagine longitudinale svolta nelle scuole britanniche a partire dagli anni '90 e di quanto viene sostenuto nel commento Generale n°17 all'articolo 31 della CRC (Diritto al Gioco) curato dalla commissione sulla Convenzione dei Diritti dell'Infanzia e dell'Adolescenza delle Nazioni Unite; richiamo che è stato seguito da un documento di posizione sul Diritto al Gioco dello sesso Dipartimento. Quando si parla di limiti al gioco ci si riferisce soprattutto al gioco non-strutturato, quello organizzato e condotto dagli stessi bambini/e, in quanto utile e decisivo per sviluppare benessere relazionale e non solo. Un tipo di Gioco che sarebbe buona prassi incoraggiare, in quanto le odierne “generazioni in erba” hanno minori possibilità di esercitarlo rispetto al passato. È un effetto positivo del gioco che esso incrementi il benessere fisico ed emotivo, generando relazioni di amicizia più forti, tanto nella famiglia come nella comunità via via più allargata, progressivamente sperimentata man mano che si cresce tanto nella scuola come nella vita quotidiana; e la Scuola è certamente un luogo dove non possono essere limitate o vietate le occasioni per un libero incontro giocoso tra pari. Il Dipartimento inglese sostiene energicamente come sia fondamentale il diritto al gioco, sia esercitato all'interno della Scuola sia nella vita al di fuori di essa. Per questi motivi il documento incoraggia i colleghi psicologi dell'età evolutiva e dell'educazione ad usare la loro influenza per mettere al bando queste pratiche scolastiche di restrizione e riduzione dell'accesso alla

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ricreazione e al Gioco, nonché supporta iniziative volte a promuovere la ricerca utile a supportare il gioco libero e spontaneo dei minorenni. LO STUDIO BRITANNICO "School break and lunchtimes and young people's social lives: a follow-up national study"

Nel maggio 2019 l'University College London's Institute of Education, supportato dalla Nuffield Foundation, ha reso pubblici i risultati di uno studio longitudinale che confronta più di un migliaio di scuole primarie e secondarie britanniche nel periodo che va dal 1995 al 2017. In sostanza, il progetto di indagine, oltre a concentrasi a temporizzare la lunghezza della ricreazione in diverse scuole ed in relazione ai diversi gradi scolastici, ha posto l'attenzione: su quanto nella pausa viene organizzato dagli adulti; sui possibili cambiamenti che accadono a riguardo nel giardino scolastico; sulle regole per i bambini rispetto alla loro libertà di movimento; su percezione e significati che gli adulti attribuiscono ai comportamenti dei bambini in queste situazioni; sulle modalità di gestione delle pause; su valore e funzione percepiti rispetto ad esse. A questo si associa anche uno studio sulla vita sociale degli studenti al di fuori della scuola. Non esistono al mondo altre indagini così costruite e longitudinali, che considerano il tempo libero ed il suo mutamento dal 1995 al 2017, in termini di gestione, regole, supervisione, percezione del suo valore da più punti di vista. Lo studio ha trovato che, rispetto al 1995 mediamente, c'è stata una riduzione del tempo della durata della ricreazione settimanale di ben 45 minuti per la fascia d'età tra i 6 e 10 anni, e di 65 minuti l'età compresa tra gli 11 e 16 anni. Nel 60% dei casi delle scuole che hanno risposto alla ricerca, gli insegnanti e il personale scolastico intervistati ha dichiarato che i bambini sono stati forzati a perdere la ricreazione o il tempo del pranzo per i motivi didattici e/o disciplinari. Questo dato di per sé evidenzia come un'ora/50

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minuti di tempo libero in meno rispetto a una ventina di anni fa, porti con sé il fatto che oggi i bambini privati di quel tempo ricreativo perdano importanti opportunità di fare e coltivare amicizie, di sviluppare abilità pro-sociali (aspetti della maturazione della persona che non sono oggi obiettivi prioritari nel curriculum scolastico), di fare in modo libero e spontaneo esercizio fisico all'aperto (bisogno emergente soprattutto oggi che il problema dell'obesità è un affare serio e di Stato). Certo vi sono anche altri motivi per cui i bambini di oggi hanno meno accesso al Gioco, tra cui la riduzione di opportunità di aree dedicate, la preoccupazione dei genitori rispetto alla sicurezza, l'incremento nell'uso della tecnologia; tutto questo è soprattutto vero per quei bambini/e di per se svantaggiati, che fanno quotidiana esperienza di esclusione dal gioco, come chi ha delle disabilità, chi vive in povertà o chi abita in comunità emarginate. Ma è un dovere della Scuola come Istituzione tutelare nella sua programmazione ed organizzazione il Diritto al Gioco dei minorenni. Lo studio annota anche che, malgrado la lunghezza dell'orario scolastico sia rimasto lo stesso, i momenti di pausa dalle lezioni si sono compressi, con potenziali e serie implicazioni negative sul benessere e sullo sviluppo psicofisico e cognitivo dei bambini. In molti casi il tempo per il pasto si è ridotto a tal punto che per alcuni studenti dopo avere fatto la fila per il proprio turno, mangiato ed essere ordinatamente usciti dalla mensa, non hanno altro tempo per rilassarsi e rigenerarsi prima della ripresa delle lezioni.

È molto interessante poi vedere come nell'indagine si ascolti anche l'opinione dei minorenni rispetto alle pause, scoprendo che il 5% di essi non gradisce avere del tempo libero dalle lezioni.

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A chi non piace la ricreazione il motivo espresso è spesso inerente a subiti fenomeni di bullismo, ma è anche vero che, in questo tempo non gestito dall'adulto, è il minorenne che impara a fare fronte da solo ai problemi. Per il restante 95% la pausa è altamente desiderata perché permette di avere tempo per ciò che si desidera, come: socializzare e/o giocare, attivare il corpo, stare all'aria aperta. Le risposte dello staff insegnante confermano questi motivi, per entrambi i gruppi. Lo studio considera molto preoccupante che esista una tale progressione in negativo per la caduta del tempo della pausa, perché ha conseguenza tanto sulla salute mentale e sul benessere, come sulla produttività delle giovani generazioni. E non c'è da meravigliarsi se, nella ricerca di migliori standard scolastici, le cose vadano a peggiorare ulteriormente. La ricerca svela poi che in senso generale le opportunità di vivere il tempo libero in maniera desiderata per i minorenni si è notevolmente ridotto rispetto al passato, in quanto diminuite sono l'autonomia e l'indipendenza di movimento consegnata loro dai genitori. Il Professore Peter Blatchford, del Dipartimento di Psicologia e Sviluppo Umano inglese, non ha dubbi: “Crediamo che le scuole dovrebbero considerare con estrema attenzione il tempo disponibile per le pause, astenendosi dal ridurlo ulteriormente. Le politiche scolastiche e coloro che sono addetti a regolare la pausa, dovrebbero predisporre tempi adeguati. Nel confronto tra tempi di pausa per gli insegnanti e quelle per i bambini/e, non c'è eguaglianza.”

Alla luce dei dati emersi il Dipartimento richiama l'attenzione pubblica affinché i minorenni abbiano libero e gratuito accesso al Gioco, e che questo risulti di buona qualità all'interno di ogni ambiente di vita significativo. Sostanzialmente, ricorda anche che rimuovere il tempo di Gioco nella scuola come forma di punizione è un'infrazione ai diritti umani dei Bambini e delle Bambine sanciti dalla Convenzione dei Diritti dell'Infanzia e

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dell'Adolescenza delle Nazioni Unite, ed è una prassi che dovrebbe essere fermata; i referenti istituzionali della ricerca si sono rivolti al Governo inglese affinchè affronti questo problema, avviando un percorso legislativo che porti ad imporre minimi standard di gioco e r i c r e a z i o n e p e r l e s c u o l e . E IN ITALIA…? Manca per l'Italia un'indagine sistematica volta a mettere in luce la situazione, la necessità, i significati e le modalità di uso della ricreazione scolastica, ma da molteplici narrazioni raccolte da docenti, genitori e studenti, soprattutto nella scuola primaria, la situazione Italiana registra anche altre modalità improprie di uso ed accesso alla ricreazione e al tempo della pausa dopo pranzo. Spesso accade che gli studenti sono costretti a spendere la loro ricreazione in classe e a sedere al banco, magari cambiando di posto per stare vicino ad amici preferiti, a giocare al tavolo, ad usare i corridoi ma con forti divieti; rare diventano le situazioni in cui si può beneficiare del gioco all'aria aperta, anche in ottime condizioni meteorologiche. Non c'è dubbio che in molte delle nostre realtà scolastiche si devono fare i conti con carenze di tipo strutturale (alcune aule sono così distanti dall'uscita che il tempo per organizzarsi e procedere dentro e fuori dall'aula comporta la riduzione del tempo di gioco ad una manciata di minuti), urbanistico (non c'è il cortile scolastico o è troppo piccolo per garantire spazio idoneo per il gioco di tutti in contemporanea), di organizzazione del lavoro e risorse umane (carenti da sempre), di posizioni manageriali che prediligono l'ascolto di pochi genitori che pretendono che la classe resti dentro, senza l'assunzione e la considerazione del migliore interesse e del punto di vista del minorenne. Il problema c'è e non può essere sottovalutato: va affrontato seriamente, indagando preliminarmente con adeguati strumenti gli attuali spazi e significati della ricreazione e del tempo libero nel contesto scolastico, perché anche questo spazio temporale contribuisce a creare un maggiore o minore benessere vissuto a scuola, con ricadute sull'apprendimento e sulla traccia di memoria dei giovani che hanno registrato una “buona o cattiva” scuola. Renzo Laporta

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LA PAUSA ATTIVA DA' VALORE "Durante l'intervallo stiamo nel corridoio, e siccome è stretto dobbiamo stare contro le pareti mentre mangiamo la merenda per permettere il passaggio. C'è un solo bagno per i maschi e uno per le femmine e quindi spesso si crea coda. Dopo 10 minuti passati così torniamo a sederci in classe". Questa è la triste descrizione dell'intervallo che mi ha fatto una bambina di prima media e subito mi sorge una domanda: come si fa a pretendere attenzione e concentrazione per le lezioni a bambini a cui non è concesso fare delle pause rilassanti e distraenti? Anche nel mondo del lavoro degli adulti la pausa è un momento per f a re a zioni rila ssa nti e gratificanti come bere un caffè, fare quattro passi, fumare una sigaretta, chiacchierare con i colleghi; anche i bambini hanno bisogno di pause rilassanti in cui muoversi e giocare liberamente!! Ormai da troppi anni le classi italiane trascorrono l'intervallo in classe o nei corridoi, anche quando le condizioni atmosferiche non sono avverse. Diversi sono i motivi che hanno portato questa situazione nelle nostre scuole, a partire dalla scarsità di spazi adeguati alla ricreazione, seguendo con le problematiche legate alla sicurezza e con la pigrizia ludica degli insegnanti, per concludere con una generalizzata mancanza di attenzione ai bisogni e ai diritti dei bambini e delle bambine. Ma diverse possono essere le soluzioni e i progetti alternativi attraverso cui promuovere l'agio dei minorenni nella scuola attraverso il Gioco e il Movimento. Uno di questi è il Progetto della Pausa Attiva.

L'idea è nata ad Amburgo nell'ambito di un progetto del locale Ufficio Scuole in collaborazione con Holger Laurisch; a date prestabilite, il signor Laurisch si reca col suo Ludobus nel cortile di una scuola e lì prepara i suoi attrezzi per giocare. Non vengono stabilite delle regole particolari e non viene neanche fatta un'organizzazione dispendiosa. Tuttavia l'attività di gioco scorre nelle pause con grandi e piccoli, insieme e sotto sopra, senza conflitti e disturbi. Le PAUSE ATTIVE sono tempi (di pausa) che danno ritmo alla giornata scolastica, nelle quali le attività e i giochi degli scolari, siano essi giochi con la palla o intense conversazioni, partono da loro iniziative e decisioni, sostenuti, incoraggiati e assistiti da pedagogisti e

insegnanti. Il progetto in origine ottiene il finanziamento da parte dall'assicurazione responsabile per le scuole di Amburgo, la cui amministratrice così scriveva: "Il nostro obbiettivo come assicurazione contro gli infortuni per tutti gli scolari della città è di diminuire il numero e la gravità degli incidenti. Riteniamo fondamentale dare impulso alla cultura del movimento. In parole semplici: chi si muove agilmente, non si ferisce così facilmente. La maggior parte degli incidenti occorrono durante la pausa. Spesso ci sono conflitti ed aggressività tra i ragazzi. Questo per noi è stato lo stimolo per lanciare il progetto Pausa Attiva". Le esperienze accumulate a partire dal 2000 e la valutazione da parte di insegnanti e scolari, secondo noi dimostrano che il gioco libero nelle Pause Attive permette di fare tanto movimento, di essere attivi, fiduciosi, aperti, regala libertà, spontaneità, creatività e garantisce un grande sviluppo della personalità…ovvero il concetto tipico di Amburgo “herumbutschern”! Questo indica un comportamento di bambini e ragazzi che può essere descritto con le parole giocare, cercare, scoprire, fare chiasso. Ma dove rimane l'originalità dei giovani, dov'è questo “herumbutschern” nella scuola di oggi? Le PAUSE ATTIVE non possono in nessun caso essere intese ed abusate come sostituzione delle ore di lezione (in special modo ore di sport). Le PAUSE ATTIVE sono qualcosa di totalmente diverso dalle ore di lezione. PAUSE ATTIVE e ore di lezione non possono essere viste come separate una dall'altra, al contrario: concatenamento e riferimento reciproco sono richiesti su piani diversi. Questo non è un controsenso! Le PAUSE ATTIVE e le ore di lezione realizzano una funzione di giuntura: quanto piú viene corrisposto alla propria iniziativa e all'esigenza di movimento dei bambini e dei giovani, tanto piú la “rigida” ora di lezione acquista un proprio significato e viceversa. Gli scolari (anche i piú piccoli) possono comprendere la relazione pausa/ora di lezione, e il riferimento al tutto, lo spazio vitale “sensato e “pieno di sensi” viene allargato. Molto importante è, ovviamente, il ruolo dell'insegnante, il quale durante la ricreazione non deve svolgere le sue normali mansioni da insegnante. In primo luogo è compagno di squadra. Durante le ricreazioni attive l’insegnante

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dovrebbe mettere a disposizione degli alunni la sua presenza, le sue idee ed il suo sostegno. Noi consigliamo agli insegnanti una partecipazione attiva cioè se c'è da giocare, che giochino; se c'è da muoversi, che gli insegnanti si muovano. Un insegnante può dare ai suoi alunni consigli e suggerimenti di ogni tipo purché vengano percipiti come tali anche dagli alunni. Il compito È quello di incitare gli alunni a svolgere le attività e non quello di mettere a loro i bastoni tra le ruote. La sua funzione di controllo include essere un osservatore stoico, calmo e tranquillo che riesce a vedere cose che rimangono precluse a coloro che sono coinvolti nei giochi. Ciò che si apprende dall'osservazione, l'insegnante lo deve utilizzare per esperienze future. Un gran numero di insegnanti che già da tempo praticano questo tipo di modello, confermano una diminuzione dello stress e degli oneri complessivi d'insegnamento ed aggiungono che gli alunni in classe diventano molto più facili da gestire e le lezioni per gli stessi insegnanti diventano molto più rilassanti.

In definitiva le PAUSE ATTIVE hanno lo scopo di: - contribuire alla tranquillità dei giorni di scuola e del clima scolastico - diminuire il rischio e la frequenza di incidenti - aiutare a liberare la forza di autorganizzazione dei giovani - influenzare positivamente il rendimento favorendo l'armonia degli scolari - rafforzare l'aggregazione e la comunicazione tra scolari, insegnanti e genitori - dare spazio alla natura, alla creatività, alla fantasia, alla curiosità e alla spontaneità dei giovani A Bolzano, l'associazione VKE da diversi anni propone e realizza il progetto PAUSA ATTIVA nelle scuole della città. Christian S. Esposito ne è uno degli operatori. Queste le sue note in margine. Al piccolo trotto li vedi arrivare, il passo concitato del marciatore che si affanna e accelera, ma non può spezzare il ritmo e trasformarlo in galoppo, a stento trattenuti dal "NON CORRETE NON CORRETE " degli insegnanti che fanno il possibile

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per tener loro la briglia corta, e si sgolano a ripetere il mantra "NON CORRETE NON VE LO RIPETO PIÙ…". E il bambino che fa? Scatta come una molla e corre verso il ludobus parcheggiato nel cortile della scuola. Mica una pausa qualsiasi, oggi c'è Pausa Attiva. In quel furgone lì c'è pieno di giochi e carretti e saltarelli e mille cose che adesso quei signori lo scartano come un pacco di natale e noi bambini tutti saltiamo e il cortile sembra un carnevale. Perché dovrei farmi superare e farmi soffiare quel carretto in sella al quale io assomiglio perfettamente all' immagine che ho di me "veloce, spedito e sorriso al vento"? Ho un appuntamento con me stesso, che sciocchezza "non correre", è una settimana che aspetto. E allora corrono e spintonano. Il tempo dell'attesa e il tempo della pienezza. Tra questi due momenti è teso il filo che dà valore al tempo. La Pausa Attiva dà valore al tempo, fa anche questo. Tante cose fa la Pausa Attiva. Sembra l'ora di ginnastica ma non lo è. Sembra il regno del caos ed in parte lo è. Con certezza è il regno in cui "è permesso". È permesso correresaltare-inseguire-esultare-cantare abbracciare. È il momento in cui viene sdoganata la vitalità infantile. Anzi in cui la stessa viene stimolata. È il momento in cui tutto ciò che andiamo affermando e scrivendo sul gioco e sul valore del movimento, trova la sua massima attualizzazione. Compressa in 45 minuti. La presenza del ludobus, in ogni contesto ludico, scatena come per magia le quattro C: Caos Creatività Costruzione Condivisione. Per un operatore di ludobus (come lo scrivente) è un'ovvietà, è un dato di fatto, che te lo dico a fare! E invece ecco che la Pausa Attiva te lo ricorda, perché è un intervento ludobus scritto in maiuscole. Vuoi per la relativa brevità, oppure per il contesto che la incastona nell'orario scolastico, di fatto assume la natura di intervento ludobus, aumentato, potenziato. La Pausa Attiva è l'enzima che attiva la fermentazione della vitalità, attiva la relazione. Dà valore alla relazione. Nella pausa Attiva non ho mai visto bimbi da soli o appartati. Sempre a grappoli come atomi di molecole mobili e mutevoli, in configurazioni sempre nuove. La pausa attiva dà valore alla socializzazione. C'era questa bambina seduta sul tartan del campo di gioco. Le faccio " Seduta in terra? Perché? - Sto all'ombra Risponde lei, e mi fa notare ciò che era sfuggito

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alla mia osservazione: il tabellone del basket gettava una lunga ombra a metà campo, e in quell'ombra stava acquattata con la sua amica. -Ahfaccio io e mi siedo con loro. Un bimbo a sua volta ci chiede conto della nostra seduta, al che lei rincara la dose "Siamo il club dell'ombra". E su questa stilla di poesia pura tutti ci alziamo e scattiamo verso altri giochi. La Pausa Attiva in un attimo costruisce e decostruisce momenti di aggregazione, nuclei di intensità. Le insegnanti da me interpellate lo confermano, intessono elogi alla novità, alla molteplicità (sic), alla creatività dell'offerta pedagogica. Sottolineano come parecchi bambini oggi non vadano più in cortile, che tanti un triciclo non l'hanno manco mai visto, osservano quanto l'energia che si va liberando sia energia da stress, e la volta seguente mi consegnano tre righe di annotazioni vergate a mano: "L esperienza della Pausa Attiva è molto positiva e piacevole, perché i bambini hanno la possibilità di manipolare giochi che nella loro quotidianità non vedono o vedono raramente. Si sviluppa una socialità affettiva maggiore perché il gioco aggrega e perché il diritto del bambino viene pienamente soddisfatto, anche laddove c'è bisogno di integrazione." Le maestre mettono a fuoco e mettono insieme due aspetti che io davo per impliciti, e che invece vanno esplicitati: diritto del bambino ed integrazione. Grazie maestre. La Pausa Attiva definita per assenza, vista con gli occhi da chi non ce l'ha più. Questo ho osservato in ottobre: un cortile comune ospitava contemporaneamente una elementare che accedeva alla Pausa Attiva, e una media che invece ne era esclusa. Gli scolari di quest'ultima non si scollavano dalla linea che li separava dai più piccoli... Evidentemente ex fruitori della Pausa Attiva, non potendovi ora più partecipare, instancabilmente andavano osservando, indicando e rimembrando le delizie della pausa attiva dei tempi loro. Come i nonni davanti ai cantieri aperti, si scambiavano saperi e memorie, e gli brillava negli occhi una smania di agguantare il primo carretto a portata di zampa, famelici e felici. La Pausa Attiva vista con gli occhi di chi non ce l'ha ancora. Altra scuola, altro cortile; mi avvicino ad una fila di piccoli che, fermi a bordo campo, ci divorano con gli occhi mentre giochiamo, e goffamente tento di convincerli: ”Ok, va bene, non avete i giochi della Pausa Attiva, forse l'anno

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prossimo li avrete, ma non buttate il tempo guardandoci, potete correre”. ” No, noi non possiamo correre”, la risposta secca. Gulp! Misura punitiva o cautelativa che fosse, per un attimo mi sono sentito in colpa. I "miei" bambini avevano il paese dei balocchi a domicilio, e questi qui manco correre. Mica “niente carretti niente scivolo niente palla avvelenata...”, niente correre! Ai tuoi tempi cosa facevi durante la pausa? Flash back, riavvolgi il nastro: Suono della campanella, tana libera tutti, e via scattare, correre. Non una fuga, ma una corsa verso te stesso, ti immergevi nel movimento. Cosi la ricordo io. E quindi, concludo, la Pausa Attiva dà risposta e struttura ad una esigenza naturale, quella vocina dentro che ti sprona “muoviti muoviti muoviti”, la Pausa Attiva dà valore alle esigenze dei bambini. Tempo dell'attesa del gioco, tempo della pienezza del gioco, tempo del congedo dal gioco. In chiusura dell'ultimo intervento ludico di ottobre, con il pensiero alla stesura del presente articolo, chiedo ad Elena, anni 10, che cosa le piaccia della Pausa Attiva. Ci pensa su, arriccia il naso, e puntandomi col mento fa: “Mi piace che vieni tu”. E che vuole dire questo? Nota personale? Certo, ma nel contesto significa che il gioco, questo gioco, questa impostazione di gioco, dà valore a ciò che veramente valore ha, cioè alla relazione umana, al rapporto fra simili e fra diversi. Christian Esposito Jean Pierre Paschetta aka JEPPO

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GIOCO, CULTURE, EDUCAZIONE... PER UNA SCUOLA POSSIBILE Seminario di formazione

Lavorando a questo numero del GiornAli, dedicato a gioco e scuola, non abbiamo potuto evitare di tornare col pensiero ad un interessante pomeriggio di formazione a cui abbiamo partecipato in settembre a Torino, presso il Polo del 900. L'evento in questione, promosso dall'Assessorato all'Istruzione Torinese e organizzato da IterIstituzione Torinese per una Educazione Responsabile, portava il titolo di “Gioco, Culture, Educazione…Per una Scuola possibile.” Invitati a parlare della tematica erano il professor Gianfranco Staccioli, pedagogista e docente all'Università di Firenze, segretario della Federazione Italiana dei CEMEA e il Maestro Domenico Chiesa, insegnante CIDI; moderava l'incontro la Professoressa Anna Maria Venera, pedagogista presso l'Assessorato all'Istruzione della città di Torino. Non sarebbe possibile ripercorrere su queste pagine le tre ore ricchissime di spunti vissute al Seminario, ma ci piacerebbe condividere con i lettori, attraverso le nostre riflessioni, alcuni fra i molti concetti sul Gioco emersi dal dialogo di altissimo livello intessuto in sala. Senza dubbio, la prima riflessione è che è stato molto formativo e illuminante sentir parlare di gioco e scuola non come due opposti, due concetti in antitesi, ma come categorie che possono compenetrarsi. Sembra scontato, ma non lo è affatto. Spesso, infatti, tendiamo a separare il tempo del gioco, dal tempo dell'apprendimento; il tempo del divertimento da quello della serietà. Chiesa ci ricorda, a questo proposito, che le esperienze utilizzate dalla scuola nel processo di acculturazione sono fondamentalmente tre: il gioco, lo studio e il lavoro. Purtroppo, l'abitudine è di porle in gerarchia: lo studio è l'elemento più importante; il gioco è marginale, spesso riservato ai più piccoli o usato in modo strumentale per “addolcire” lo studio; il lavoro viene alla fine,

come assaggio della vita adulta. I due esperti invece sottolineano il ruolo fondamentale del gioco nel processo di istruzione: attraverso le sue peculiari caratteristiche un contesto giocoso può rendere l'apprendimento davvero pervasivo e persistente. Ma come faccio a introdurre il gioco a scuola? Non si tratta di “travestire” un esercizio di matematica da gioco, o un'interrogazione di scienze da quiz. Staccioli parla di “clima ludico”, di “giocosità”; ci parla di un atteggiamento da assumere. Riuscendo a ricreare il piacere e il potere del gioco nei momenti di scuola, si può offrire un'esperienza di apprendimento diversa: più vicina al bambino, più “amica”, più familiare, proprio perché lui potrà contribuire a costruirla. Ci ricorda che con l'atteggiamento ludico si può fare tutto, non solo ciò che è leggero: si può affrontare ciò che è triste; si possono esplorare tutte le materie; si può andare incontro ai bambini e assecondare, con competenza, i loro pensieri. Cita, a questo proposito, Mario Lodi e il suo modo di fare scuola e di seguire con intelligenza le idee dei bambini. Sottolinea poi Chiesa che a scuola non bisognerebbe fare ciò che è semplice, ma ciò che è importante…e il gioco è una cosa importantissima: è ciò che coinvolge totalmente e permette di attivare nel bambino competenze e strategie cognitive spesso insospettate, unitamente a passione e entusiasmo. Ma che cosa accomuna veramente gioco e apprendimento? Chiesa ci guida nella costruzione di un parallelo tra ciò che succede quando si gioca e quando si studia. Nei due momenti, infatti, si costruiscono mondi possibili con degli elementi che ancora non ci sono, con delle invenzioni che alla fine si faranno coincidere con la realtà. Il Maestro ci porta ad osservare come questa sia proprio la definizione di cultura che dà Bruner: un insieme di atteggiamenti, di comportamenti, di abitudini con cui viviamo tutti i giorni e che ci è comodo chiamare realtà. Ma quali giochi possono essere utili a costruire quel qualcosa in più, quel clima di scoperta, quel mondo “altro”, che può essere terreno di crescita e apprendimento? Staccioli ci parla di giochi provenienti da altre culture, che dobbiamo però stare attenti a non piegare alle dinamiche e ai parametri della nostra cultura occidentale. Ci porta l'esempio del Kabbadi, gioco del “trattenere il respiro”, originario dell'India: un giocatore corre emettendo un suono, e dunque trattenendo il respiro, e finché ci riesce non può essere toccato, ma può toccare e fare prigionieri gli altri. È un gioco dissimmetrico, uno contro tutti, giocato in spazi aperti e liberi. Ripreso da noi, questo gioco si trasforma: viene proposto un campo strutturato e delimitato, ci sono

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NON SI GIOCA PER IMPARARE, MA S'IMPARA GIOCANDO due squadre, regole più precise; ne facciamo addirittura tornei. In questo modo, però, il Kabbadi viene “snaturato” e perde alcune delle sue preziose peculiarità. Staccioli prosegue, poi, verso i giochi impertinenti: giochi che non presentano modelli relazionali conformi alla cultura o alle culture di provenienza. Ci porta l'esempio di giochi in cui è difficile comprendere, alla fine, chi vince o chi perde; di giochi in cui tra le squadre non c'è parità numerica; di giochi senza avversari, senza limiti di tempo. È un altro modo, questo, per guardare la cultura e le sue regole con occhi diversi: per relativizzarle e per trovare altre prospettive. Il messaggio chiaro di questo importante momento di formazione e riflessione è che non esiste una ricetta, un elenco preconfezionato di giochi da portare nella scuola. Ciò che occorre è un contesto fatto di Atteggiamenti, Spazi e Tempo, perché non possiamo dimenticare che il gioco, per poter essere significativo nella scuola come nella vita, ha bisogno di spazio e tempo vuoto, non organizzato o strutturato da regole imposte al di fuori di esso. Concludiamo questo piccolo assaggio sulla nostra esperienza con due citazione lette proprio quel giorno da Anna Maria Venera. “Giocare a scuola significa star bene a scuola. Inserire il gioco a scuola, evitando che sia un passatempo o un mezzo troppo strumentale per specifici apprendimenti, richiede insegnanti competenti e preparati, adulti curiosi di scoprire le infinite possibilità del “come se” ludico, adulti che si divertano a giocare, a far giocare e che non abbiano paura di non insegnare, perché vivono e fanno vivere gli alunni in un clima ludico, che rende divertente l'apprendimento e che fa venire voglia di giocare, senza desiderare che il gioco finisca." Da ”I giochi che fanno crescere. Analisi e proposte di giochi di pedine per una didattica ludica nella scuola primaria”, G. Staccioli "Non si può definire il gioco perché ci perderemmo in un labirinto di riferimenti e in un moltiplicarsi di discussioni. Il gioco ha una struttura a buccia di cipolla. Abbiamo bisogno di pasticci, di intersezioni tra le varie bucce, di gioco tra una cornice e l'altra." Gregory Bateson ...e per chi volesse approfondire, ecco qualche altro consiglio di lettura emerso durante il seminario: - Mario Lodi "Il paese sbagliato" - Mario Lodi e i suoi Ragazzi "Cipì" - Harper Lee "Il buio oltre la siepe" - Marinella Sclavi "Arte di Ascoltare" - Gregory Bateson " Questo è un gioco. Perché non si può mai dire a qualcuno <Gioca!>" Simona Occelli Roberta Olivero

Se facciamo un Tautogramma, ovvero un componimento con parole che iniziano tutte con la stessa lettera, ci rendiamo subito conto come il divertimento e la difficoltà possono convivere tranquillamente. Giocare non è sinonimo di “facile”, anzi è un modo per confrontarsi con specifici elementi di complessità. Il Tautogramma, infatti, è un gioco linguistico per niente facile. Eppure appassiona bambini e adulti, persone che sono alle prime armi con la lingua e semiologi. Umberto Eco, con i suoi studenti del Corso di laurea in Scienze della Comunicazione durante l'anno accademico 1994/95, riscrive – per gioco – la storia di Pinocchio utilizzando solamente parole che iniziano con la “p”: “Povero papà (Peppe), palesemente provato penuria, prende prestito polveroso pezzo pino poi, perfettamente preparatolo, pressatolo, pialla pialla, progetta prefabbricarne pagliaccetto”. Ed ecco che un “gioco fatto per gioco” permette di entrare nei segreti della lingua, risultando coinvolgente e suscitando stupore. Se proviamo a proporre “Ruba bandiera” con una piccola variante dicendo il calcolo da fare per scoprire il numero di chi deve correre, ad esempio 125 per chiamare il 7, con maggiore interesse alle sottrazioni che a tutte le sfumature ludiche, potrebbe accadere che il gioco risulti poco interessante. Eppure, inserire un calcolo potrebbe essere un interessante tocco di novità. Non solo, in questo modo, chi è meno abile fisicamente ma competente nei calcoli, potrebbe avere una carta in più da giocare. Tuttavia, nonostante ciò, “dirottando” il gioco verso il calcolo, anche chi potrebbe usufruire di questo vantaggio non è detto che si lasci coinvolgere. A partire da questi due esempi, perché il Tautogramma viene considerato gioco e Ruba bandiera con i calcoli non è considerato del tutto tale? Soffermiamoci almeno su tre motivi. Il primo dipende dal fatto che l'errore nel Tautogramma fa parte del gioco, nel senso che è inevitabile scrivere in modo “sgrammaticato”. In un certo senso, il gioco stesso legittima l'errore. E ciò è molto rassicurante quando s'impara, come mi ha detto un bambino qualche giorno fa: “A scuola si sbaglia, perché si viene ad imparare. Se non sbaglio mai, vuol dire che so tutto... e che ci vengo a fare a scuola?”. In Ruba bandiera con il calcolo, finalizzato al “far di conto”, l'errore è difficile da sostenere (da soli e davanti a tutti), soprattutto se non si può suggerire, come invece avviene abitualmente all'interno di una squadra durante un gioco. Il secondo dipende da “come” si propone il gioco. Quando giochiamo, se puntiamo più all’apprendimen

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PICCOLE FESTE DEL GIOCO DECENTRATE Un'occasione per recuperare il passaggio di giochi e riflettere sul reciproco to esplicito (imparare la lingua, la matematica...) i bambini lo sentono. Il gioco “odora” troppo di “scuola vecchio stampo”. Qualcuno, addirittura, potrebbe sentirsi “aggirato” e vorrebbe dire: “Ci stai proponendo un gioco con il fine di insegnarci le tabelline. È uno scherzo, se non addirittura un doppio gioco!”. Naturalmente, tutto ciò un bambino ce lo dice in modo essenziale, ad esempio con una domanda: “Ma, dopo possiamo andare a giocare?”. Ovvero: “Anche se vuoi convincerci che stiamo giocando, questo non è un gioco e noi abbiamo comunque bisogno di giocare!”. Un terzo motivo può essere relativo a cosa suscita il “far di conto”. Il dubbio che viene è questo: non è che giocare con le parole tendenzialmente crei meno resistenze del giocare con i numeri? Forse, ogni volta che nominiamo le tabelline, la geometria, la logica... emerge un ricordo così doloroso che ci impedisce di godere della leggerezza del gioco? Se così fosse, urge ri-pensare un certo modo di fare matematica. Per farlo, possiamo iniziare ad ascoltare i matematici che ci dicono che non c'è niente di più ludico al mondo che la matematica. Non c'è dubbio che un gioco con le parole offra molte possibilità di apprendere i segreti della lingua e i giochi di calcolo siano una privilegiata occasione aritmetica. Ma per far sì che gli apprendimenti (espliciti ed impliciti) si attivino in modo autentico ed efficace, anche in un gioco dove c'è da fare una divisione, è importante innanzitutto “giocare per... giocare”. Ovvero, quando si gioca... si gioca! Perché non si gioca per imparare, ma s’impara giocando. Antonio Di Pietro Università di Firenze – Cemea Toscana

All'interno della cornice del Progetto della Festa del diritto al gioco di Ravenna, da oramai 4 anni, esiste una sezione di attività (laboratori dal titolo "Diritti in Gioco") che entra in diretta relazione con il mondo della scuola, in particolar modo con la primaria portandovi il gioco come Diritto. Sono percorsi di laboratorio, solitamente composti dai 5 ai 7 incontri di due ore ciascuno che, tra loro, si differenziano per gli esiti finali. In quest'articolo si è scelto di porre l'attenzione sui percorsi in cui i gruppi classe contribuiscono ad organizzare e gestire “piccole feste del gioco decentrate” nel giardino scolastico, o in aree verdi limitrofe all'edificio. Queste, rispetto alla Festa del Gioco di fine progetto, hanno un grado di complessità assai più limitato, poiché coinvolgono contemporaneamente poche classi, sono organizzate in singole scuole, e si esauriscono in un paio di ore di attività. In essi le attività sono tese a coinvolgere gruppi classe del secondo ciclo della scuola primaria, trasformando i partecipanti da iniziali ideatoricostruttori-fruitori del gioco a protagonisti nella conduzione dello stesso; dapprima sono discenti che usufruiscono dei benefici di essere “legittimamente intitolati al Diritto al gioco” anche a scuola, e poi gradualmente diventano “responsabili promotori” di tale Diritto, orientandolo verso alunni del primo ciclo della loro stessa scuola. In generale la proposta “Diritti in gioco” offre alle scuole la possibilità di scegliere tra quattro diversi indirizzi: - l'indagine: condurre in classe un'inchiesta guidata dalla domanda “Quali sono gli ostacoli che ti impediscono di giocare all'aperto?”, dove il gruppo classe non solo definisce il problema ma tenta anche di trovare una strategia di risposta partecipativa ed accessibile ai problemi e agli ostacoli che sono stati definiti attraverso le risposte raccolte; - i “reporter in erba”: confrontare la c o n d i z i o n e dell'infanzia di oggi

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ARTICOLI TEMATICI sia componenti della famiglia, sia “passanti” che si incontrano in piazza; - il gioco inclusivo: rendere il gioco accessibile a chi risulta portatore di disabilità, attivando la classe nella ricerca attiva di una risposta a questa difficile domanda “Perché nei nostri parchi cittadini è difficile trovare bambini/e con disabilità giocare?”; con una metodologia didattica “ludiforme” che dal proprio compagno di banco muove verso gli altri, indagando insieme le cause e tentando delle possibili risposte; - la “piccola festa del gioco decentrata”: un percorso fatto prevalentemente di gioco e riflessione sull'insegnare il giocare, guidato dalla domanda “come trasmettere/comunicare efficacemente il gioco che ho inventato?”, che si conclude con un momento di gioiosa festa che integra anche bambini/e di gruppi non coinvolti nella prima fase. Il percorso per la piccola festa del gioco decentrato propone ai partecipanti sia semplici situazioni di ideazione di giochi “che funzionano!” e sia la risposta al problema di come insegnare e comunicare efficacemente ciò che si è faticosamente e gioiosamente inventato. Da questa consociazione, inventare e spiegare, entrambe le attività trovano un reciproco beneficio: è noto che non è il fatto di conoscere bene qualcosa che ci permette di saperlo trasmette altrettanto bene ad altri; la differenza la fa soprattutto la questione della “reciprocità della relazione”, che la tecnologia dell'insegnamento contribuisce a migliorare. Date semplici condizioni di partenza, come avere del tempo e dello spazio a disposizione, un minimo di risorse e la libertà di scegliere di fare e rapportarsi con chi si desidera, “inventare giochi” per la stragrande maggioranza dei bambini è un'agire in cui hanno grande padronanza. Tale agire diviene progressivamente più complesso se questo “inventare” accade con gli altri, nella coppia o nel piccolo gruppo, poiché con la padronanza del gioco e alle abilità richieste per agirlo, subentrano le competenze utili alla socializzazione, al saper risolvere problemi collaborando con l'obiettivo di stare bene insieme, anche quando si hanno punti di vista diversi e che magari confliggono. L'elemento della buona gestione del conflitto si traduce in un impegno a diventare efficaci insegnanti che trasmettono e coinvolgono gli altri nell'apprendere un gioco nuovo, perché la didattica applicata dall'adulto andrà

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progressivamente a fare luce sulla questione della reciprocità. Con minime attività centrate sul confronto e sulla condivisione sarà possibile focalizzare l'attenzione su come ciascuno si possa “ritrovare negli altri”: - dello scolaro che insegna al compagno di classe; - del lavoro dei propri insegnanti di scuola; - del fare memoria dell'esperienza di avere giocato e/o fatto da baby-sitter e/o insegnato a bambini in età più piccoli di loro. In tutto questo, gli insegnanti di riferimento vivono con piacere “il riflesso” del loro lavoro quotidiano: il vedere nero su bianco gli allievi immersi nel vivere cosa comporta la fatica dell'insegnare e relazionarsi quando ci sono ruoli da rispettare. Le scoperte frutto di questo “gioco di specchi” portano con sé l'ambizione di risultare utili per l'insegnante stesso, introducendole a sua volta nelle proprie attività quotidiane, educative e di istruzione. Strategico l'uso del cartellone appeso al muro, che registra quanto si concettualizza e con esso anche ciò che ostacola e ciò che facilita l'insegnare: scrivere e listare quelle “voci” scoperte con l'esperienza che, se bene considerate, renderanno più o meno agile la guida dei compagni più piccoli. Così il percorso di questo laboratorio porta con sé quattro generi di attività, che non sono necessariamente organizzate in modo da essere l'una conseguente all'altra, ma che si attuano e si contaminano nel tempo agito in ogni incontro: - costruire il giocattolo, lo strumento atto a divertirsi e con cui inventare giochi; - inventare giochi all'aperto; - insegnare questi giochi prima all'interno del gruppo classe e poi durante la Festa ad altri compagni più piccoli; - condividere la riflessione e promuovere il confronto nel gruppo classe sugli ostacoli che si incontrano e sulle risorse necessarie per insegnare efficacemente. La fase di costruzione del giocattolo, lo “strumento del divertimento” con cui ideare attività ludiche realizzate “per il piacere del fare”, coinvolgenti, con regole definite che richiedono abilità di cui con facilità si acquisisce la padronanza, a prevalente carattere motorio. In quest'attività si ricorre al dominante riutilizzo di materiali di riciclo e agli strumenti della “tecnologia delle mani”, come ci direbbe Gianfranco Zavalloni. Così si realizza un giocattolo della tradizione, in cui il design dell'oggetto del divertimento è stato rivisitato con materiali diversi rispetto al passato, ottenendo un giocattolo semplice, ma che proprio per la sua essenzialità diventa anche una grande opportunità di gioco aprirsi all’ideazione

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ARTICOLI TEMATICI di molteplici varianti di gioco. Il fatto che ciascuno impari a costruire il proprio giocattolo garantisce che vi siano risorse ludiche per tutti, che se ne possano costruire anche per altre persone e, cosa non banale, che lo si sappia aggiustare nel momento del bisogno; a tal proposito è bene avere sempre con sé, soprattutto quando si va a giocare all'aperto, materiali e strumenti utili al caso. Si costruisce in aula e poi si esce per giocare all'aperto, possibilmente nei luoghi in cui si realizzerà l'evento della piccola festa, anche per prendere in considerazione l'aspetto dello spazio, che lo si dovrà organizzare e gestire durante l'evento. In questi luoghi diventa essenziale prendere in considerazione il problema di come i vari spazi dedicati ai diversi giochi possono restare tra loro in contiguità, senza incorrere in reciproci intralci. Se inizialmente queste sono conoscenze che si acquisiscono “sul campo” facendo esperienza dell'esperienza (a volte litigando per “il territorio”), nel ripetersi diventa fondamentale trovare facili e rapide modalità per poter delimitare e/o evidenziare i diversi luoghi di gioco; ad esempio con del nastro bianco e rosso per segnalazioni tenuto fermo sul posto con dei pesi, come delle bottiglie di plastica parzialmente riempite. Ricordiamo che la contesa dello spazio di gioco e le “invasioni di campo” sono tra i motivi che con facilità possono dare luogo a litigi, come anche gli improvvisi “attraversamenti” dello spazio di gioco, il più delle volte attivati senza l'intenzione di arrecare danno. L'ideazione del gioco non ha mai costituito un grosso problema, e il semplice stimolo: “Avete 10 minuti di tempo (relativi) per inventare da 1 a 3 giochi, scegliendo di stare da soli o con gli altri, ed utilizzando il giocattolo” è una sfida più che sufficiente per ottenere ciò che si desidera! Quello che invece costituisce un costante problema aperto (che può richiede l'intervento dell'adulto) sono le relazioni interpersonali. Vi sono singoli e piccoli gruppi che con buon agio si vengono a costituire autonomamente, iniziando a sperimentare l'uso del giocattolo e poi le sue varianti (anche perché si desidera sempre inventare qualcosa di diverso dagli altri lì intorno), fino a discutere e ad arrivare ad un gioco

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strutturato e con regole certe. Uno sguardo esperto intuisce subito che questi team non comporteranno la necessità di azioni aggiuntive di facilitazione e gestione delle relazioni nel gruppo; anche se risulta sempre decisamente apprezzato che ci si interessi a loro e a ciò che stanno ideando. La positività delle dinamiche di relazione le si può notare dall'esterno osservando come i componenti restino tra loro vicini a scambiare idee ed informazioni; come sperimentino le varianti insieme, ascoltandosi reciprocamente; come rapidamente trovino l'intesa e si mettano a provare per migliorare o semplicemente reiterare le azioni di gioco per divertirsi, per arrivare ad un gioco che soddisfa anche nel suo ripetersi. Per mantenere vivo l'interesse verso il gioco ideato da questa tipologia di partecipanti, diventa poi utile consegnare un'ulteriore sfida, proponendo dei “livelli”, cosa che i bambini/e di oggi conoscono bene attraverso la loro familiarità con i videogiochi basati sul generare livelli di difficoltà diversi a partire dallo stesso schema di gioco. Viceversa, altri semplici segni come la difficoltà di alcuni componenti a restare vicini agli altri, ad ascoltare chi parla, a non allontanarsi dal luogo con proprie autonome azioni di gioco, magari senza accertarsi che anche gli altri lo seguono, indicano difficoltà nella socializzazione. È facile che in queste situazioni sia richiesto o indicato l'aiuto dell'adulto, soprattutto se vi sono già stati tentativi dei compagni del team di riportare armonia. Sarà utile avvicinarsi ad ascoltare il gruppetto, eventualmente chiedendo se ci sono problemi e rendendosi disponibile a risolvere con il piccolo gruppo ciò che non funziona, ad ascoltare le singole parti in causa; ed a volte è bene legittimare chi lo desidera a cambiare di team. In ogni gruppo classe ci sono sempre coloro che “restano da soli” e non lo vorrebbero, che non vengono scelti per prendere parte ad uno o l'altro team, che non si propongono, non colgono l'attimo per inserirsi: l'impegno alla mediazione è un qualcosa

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ARTICOLI TEMATICI che richiede molta sensibilità, eventualmente tentativi con la facilitazione offerta da altri bambini che sono più empatici. Successivo passo fondamentale, una volta che i gruppi sono avviati e giocano il gioco di cui sono soddisfatti, è quello di calarli nella situazione della festa che verrà, proponendo alla classe possibili scenari ed esigenze che richiedono un aggiuntivo esercizio di “flessibilità”. Durante la festa entreranno a fare parte dei giochi persone che non si conoscono e che hanno un'età, una maturità e delle competenze nel gioco inferiori a loro; ciò porterà a variare il numero dei giocatori per cui era stato inizialmente inventato il gioco; lo spazio a disposizione dovrà essere condiviso e ripartito in più luoghi di gioco diversificati; quel giorno sarà fondamentale garantire una efficiente servizio di guida, diretta dal più grande verso il più piccolo. Il tutto ricordandosi sempre che il gioco è tale se non è imposto: si dovrà trovare una forma di organizzazione che garantisca la libera scelta, la possibilità per il nuovo gruppo classe di sperimentare più giochi proposti da più gruppi e di cambiare gioco se quello proposto loro non piace. Condividere i giochi ideati insegnando agli altri le regole: è parte dell'ideazione del gioco e del suo miglioramento che si attivi uno scambio e una condivisione tra i compagni di classe di quanto si è inventato. Questo comporta soprattutto la messa alla prova delle competenze necessarie ad insegnare ad altri quanto si vuole passare e mette in luce lo stato delle dinamiche di relazione tra i compagni di classe. Inoltre condividere nel gruppo classe il proprio gioco introduce lo scenario futuro di quando sarà il momento di fare questo con un'altra classe di bambini più piccoli che non si conosce. Così spesso, il primo problema che ciascun gruppetto si ritrova a risolvere è che è necessario adattare le regole per accogliere almeno il doppio dei giocatori, ed anche essere un numero dispari o pari di giocatori fa la differenza. Lo spostamento di un gruppetto verso il luogo di un altro gruppetto può imporre adattamenti relativi allo spazio di gioco. Insegnare il gioco potrebbe richiedere una preventiva forma di organizzazione, che comprende anche stabilire “chi fa cosa”: ai bambini piace che non vi sia una sola persona che spiega agli altri, spesso preferiscono che ciascun componete del gruppo spieghi un pezzetto del gioco, oppure che vi sia chi parla e chi mostra il gioco. Insegnare efficacemente, lo si migliora facendo e riflettendo individualmente, in coppia ed in plenaria, anche davanti ad un cartellone, cu cui riassumere le varie voci e punti di vista sull'esperienza comune. Dopo avere giocato e reciprocamente insegnato il gioco inventato tra compagni, si ritorna in classe

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per avviare una breve riflessione con una semplice attività didattica: si invitano le coppie a fare la lista, su un foglio ripartito in due colonne, con i titoli “cosa ha ostacolato” e “cosa ha facilitato” l'insegnamento del gioco. Quindi si invitano i presenti ad esporre quanto scritto, e si annotano le varie voci che emergono sul cartellone. Tutti i foglietti vengono conservati, appiccicandoli al cartellone. Può accadere che per alcune voci emerga la necessita di una “ p l u r i m a interpretazione”: c'è il senso che gli da chi per primo lo esprime e c'è quello che viene compreso da chi ascolta; a volte coincidono, a volte sono diversi e si posso integrare per avere una visione più ampia del tutto. Nella riflessione è importante che si rincorrano i problemi e non chi li ha generati, il chi ha fatto cosa: non interessano i nomi ma comprendere la natura del problema, perché tutti ci si potrebbe trovare implicati e ad affrontare. Tutte queste voci, condivise nei significati, vengono raccolte in un unico testo consegnato ai partecipanti così da diventare un utile vademecum da usarsi come bussola durante la fase di sperimentazione dell'insegnamento reciproco; una bussola su cui individualmente attivare riflessioni personali e un vademecum su cui appuntare note conseguenti all'esperienza fatta. Altro tema che eccita il racconto di esperienze personali è la riflessione sul ruolo del più grande verso i più piccolo, che nasce dal fare memoria di quando i partecipanti hanno già assunto il ruolo di baby sitter verso fratellini e sorelline più piccole, oppure ai figli di amici di famiglia in ritrovi di convivialità, ai cuginetti... Per dare senso a ciò che si descrive si riportano infine come testimonianza le “voci” raccolte di recente in una classe quarta durante la fase di creazione della lista. ABILITÀ DI GIOCO: chi riceve il gioco potrebbe non essere competente abbastanza per giocare e divertirsi, oppure viceversa annoiarsi perché ciò che gli si propone non viene considerato stimolante. E' per questo che durante l'attività di ideazione del gioco anche si deve prevedere di costruire dei livelli superiori ed inferiore, delle nuove sfide per chi sa già fare bene le precedenti o per chi non è in grado di partecipare pienamente al livello base. DISTRAZIONE: quando qualcuno spiega chi dovrebbe prestare attenzione fa qualcos'altro che non c'entra con la spiegazione.

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ARTICOLI TEMATICI INTRUSIONE: mentre c'è chi insegna c'è anche chi genera della confusione introducendo delle regole che non c'entrano, manifestando una volontà di cambiare il gioco. L'ESEMPIO E FARE “LA PROVA”: di fronte ad una persona che non comprende la spiegazione gli si dice “Per esempio ti faccio vedere come si fa…” OSSERVARE ED ASCOLTARE: mentre c'è chi mostra e spiega c'è chi sta imparando attraverso l'osservazione e l'ascolto della spiegazione. Questo permette di velocizzare il tempo impiegato per capire il gioco. UNA BUONA SPIEGAZIONE: si arricchisce la spiegazione del gioco con dei dettagli che permettono di immaginare, vedere la scena di gioco anche se questa non c'è ancora. Magari è bene che la squadra si organizzi con dei ruoli distribuendosi dei compiti per migliorare la spiegazione.

ATTENZIONE DA PARTE DI CHI VUOLE IMPARARE: quando c'è qualcuno che spiega, l'altro che ascolta invece di distrarsi, resta lì presente e cerca di capire. Ci si può accorgere che l'altra persona non è attenta se si mette a guardare altrove, se si mette a parlare con qualcun altro, a volte ti guarda ma non ti vede veramente. Chi è attento fa anche delle domande pertinenti. TEMPO SPRECATO: fiato sprecato a spiegare a chi non ti ascolta e si mette a fare altro; dover ripetere più volte la stessa cosa perché c'è distrazione; richiamare chi si distrae fa sprecare tempo; se la spiegazione è un pò complicata l'altro con capisce e allora si deve semplificare la spiegazione; spiegare ma avere qualcuno che continuamente interrompe, scherza, o fa scioccherie porta al punto da fare arrabbiare chi mette impegno nella spiegazione. SEDERCI IN SEMI-CERCHIO OPPURE DI FONTE ALL'ALTRO: avere gli altri di fronte o seduti in cerchio permette di facilitare l'ascolto, si può vedere e controllare meglio chi hai davanti; solitamente si è tutti più equidistanti, vicini alla fonte, come nei teatri.

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LIMITE DELLO SPAZIO DI GIOCO: i giocatori hanno un luogo di gioco ed i confini del campo aiutano ad organizzare il gioco; poi gli altri sanno riconoscere dove non entrare dentro per non disturbare i giocatori. L'ampiezza del luogo deve essere adeguata al gioco. Attraversare questo spazio, è fare invasione e questo generava difficoltà ai giocatori. GIOCO POCO ATTRAENTE: la noia e distrazione verso altro di chi si aggiunge al gioco potrebbe derivare dal fatto che non gradisce il gioco, e così per renderlo più attraente è bene avere organizzato dei “livelli” di difficoltà, piccole varianti al gioco di base. PARTECIPARE ATTIVAMENTE: di fronte ad un problema, qualunque sia la sua natura, tutti possono concorrere a risolverlo, soprattutto se si vedono i compagni in difficoltà. PAROLE FAMIGLIARI: quando si spiega un gioco è bene usare parole note a tutti, non difficili o complicate SENSIBILITÀ RECIPROCA: comprendersi, tentare di aiutarsi nell'arrivare a capire bene le cose In quest'insieme di voci è molto evidente la trasversalità dell'apprendimento che si mette in atto, come anche il fatto che non basta scrivere e parlare della relazione, della reciprocità dei rapporti, ma ogni volta questa viene messa alla prova dalla situazione, però ogni vota può diventare sempre più facile tornare a parlarne e prevenire il peggio. Che cosa succede quando dei bambini/e si ritrovano per inventare un gioco? O che cosa succede quando si incontrano per passarsi un gioco? Sono questioni che richiederebbero maggiore attenzione e ricerca perché coinvolgono trasversalmente la persona e i suoi apprendimenti. Renzo LaPorta

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il GiornAli Ali per Giocare - Associazione Italiana dei Ludobus e delle Ludoteche è un'Associazione di promozione sociale senza fini di lucro con sede a Frosinone. L'Associazione ha per scopo l'elaborazione, promozione, realizzazione di progetti di solidarietà sociale, tra cui l'attuazione di iniziative socio-educative e culturali, nel rispetto dei principi della Costituzione Italiana e nel pieno rispetto della dimensione umana, culturale e spirituale della persona. L'Associazione persegue finalità di solidarietà sociale e civile nei settori dell'educazione, dell'animazione, dell'assistenza sociale, della formazione, della tutela dei diritti e della promozione della cultura, in particolare della cultura del gioco, mediante la rappresentanza di istanze e progettualità di chi opera sul territorio con progetti ludici, pedagogici e socioculturali, fondati sull'affermazione del diritto al gioco attraverso l'azione di mezzi mobili attrezzati (Ludobus) e l'attività in strutture fisse (Ludoteche).

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