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La maggior parte dei Centri Diurni che hanno risposto attribuisce un alto livello di efficacia agli interventi in essere ma allo stesso tempo sente il bisogno di maggiore rigore, di approfondimenti metodologici basati su criteri di scientificità. I Centri Diurni dichiarano di essere disponibili e interessati alla sperimentazione di percorsi condivisi ed a partecipare a processi formativi (e pare significativo che oltre il 60% delle risposte indichi la disponibilità a partecipare con modalità che vadano anche al di fuori dell’orario di lavoro). Un dato evidente è il gran numero di Operatori Socio Sanitari (OSS) coinvolti nelle attività. Molte sono le considerazioni che si possono fare in merito ma se da un lato una organizzazione troppo rigida dei servizi oggi non può funzionare, ragion per cui è molto più ampio il terreno di condivisione tra professionalità e mansioni diverse (educatori, OSS, esperti esterni), dall’altro il dato evidenzia la necessità di progettare formazioni specifiche e aggiornamenti costanti per tutte le figure che costituiscono il gruppo di lavoro. Analogamente va approfondita una riflessione sulla centralità della figura degli Educatori e sul fatto che la complessità di questo ruolo meriti maggiore considerazione, sia in termini numerici sia in termini formativi. Diversa questione va posta per i cosiddetti “esperti esterni”. Si tratta di figure molto importanti grazie alle quali in molti casi è stato possibile l’avvio di percorsi esperienziali. Quale può essere il limite del coinvolgimento di queste persone? Risorsa aggiuntiva perenne o interventi limitati nel tempo che oltre a erogare prestazioni aggiuntive sviluppino dei percorsi di crescita del personale? Detto in altri termini: le attività espressive in generale ed in particolare le tecniche che utilizzano i linguaggi non verbali, sono “un di più” o fanno parte dei servizi erogati? Questione complessa che da un lato non può legittimare come metodo un atteggiamento di perenne festa (se ne è parlato prima citando Montobbio) ma dall’altro non ha ancora un retroterra consolidato che trasformi le buone prassi in metodologie di intervento, mirate e duttili, capaci di confrontarsi con standard elevati di scientificità. Da qui la estrema fragilità di molte azioni, la cui continuità dipende dalla coincidenza di più fattori, tra cui certo non ultimo la disponibilità di risorse. D’altra parte, perché erogare risorse a fronte di scarsa attendibilità dei risultati? Dalle risposte al questionario emerge una considerevole mole di documentazione, solo in parte disponibile, del lavoro fatto. Rendere visibili le cose è un atto di serietà perché serve a valutare le scelte fatte. Le scelte sono sempre attuate da persone con ruoli e compiti diversi, in un sistema che per essere di qualità deve pretendere da tutti la responsabilità di agire qualitativamente. Non si tratta di complicare all’infinito le cose o i nomi delle cose, quanto forse che il costrutto di Qualità della Vita, approfonditamente analizzato da Bob Shalok uno dei principali studiosi della materia, abbia come presupposto la “qualità semplice del lavoro ben fatto”, qualsiasi lavoro, quel modo che fa dire a Mario Rigoni Stern che “una catasta di legna ben fatta, è bella”. La visibilità del lavoro obbliga gli operatori a mantenere gli standard di qualità raggiunti, in un sistema di maggiore trasparenza all’esterno. Il “fare” è a volte sinonimo di un equivoco che si traduce nell’ “ansia di fare” o di far fare alla persona con disabilità sempre e comunque qualcosa, dotandosi perennemente anche di risorse aggiuntive, di esperti che “facciano”. E’ un atteggiamento comprensibile nei famigliari ma non può esserlo nei servizi; le proposte di attività, i “fare”, devono essere accompagnati da autentiche progettualità individualizzate che tengano conto dei bisogni dei destinatari, delle competenze possedute e dei limiti. 9

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