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Enrico Montobbio ha ben descritto nel capitolo “Viaggio a the Neverland” del suo libro “Chi sarei se potessi essere” la confusione di “ruolo” e “identità” che si crea in un Centro che da Laboratorio Occupazionale si trasformi in qualcosa che assomiglia ad un villaggio turistico (lunedì piscina, martedì musica, mercoledì cavallo, giovedì si va in gita, venerdì festa che tanto c’è sempre qualcuno o qualcosa da festeggiare). Un mondo che rischia di vivere senza tempo e senza prospettive di cambiamento, un modo di affrontare il lavoro nei confronti delle persone con disabilità che si limita a gestire le situazioni anziché sviluppare interventi socio-psico-educativi. D’altra parte, le cosiddette”attività espressive” accompagnano da sempre la storia dei servizi senza mai essere diventate nulla più che buone prassi, non elementi fondanti del lavoro ma un valore aggiunto che pur denotando qualità è pur sempre fragile, demandato a spontaneità che faticano a produrre metodi. L’uso consapevole di metodologie e tecniche afferenti all’area del “non verbale” consente di sviluppare degli interventi significativi in ambito educativo, ri-abilitativo ma anche in quello più articolato del “prendersi cura”. Un’azione educativa è dunque un processo di comunicazione orientato verso uno scopo: quello di agire su una parte del tutto rendendosi fattore di cura, attivazione, cooperazione a seconda delle circostanze (Duccio Demetrio, 1990). In ambito psicometrico, il termine “intelligenza non verbale” “… deve riferirsi a quelle particolari abilità che esistono a prescindere dal linguaggio e che aumentano la capacità di una persona di funzionare in maniera intelligente” (Hammil, Pearson, Wiederholt: CTONI Comprehensive Test of Nonverbal Intelligence – trad. it. TINV, Erickson). Tra le abilità osservabili e misurabili ci sono quelle di discriminazione, generalizzazione, sequenza, memoria e soluzione dei problemi. Sono elementi informativi importanti, ottenibili se la competenza comunicativa è favorita e stimolata adeguatamente. “comunicare infatti non significa solo conoscere un vocabolario e le regole grammaticali, ma anche sapere quando e come parlare….si tratta in sostanza di una competenza sociale e comunicativa “globale” …che ha come criterio fondamentale l’appropriatezza, intesa come relazione tra messaggi…”(Ricci Bitti, Zani, 2002). Gli aspetti pragmatici della comunicazione(Watzlavich, Beavin, Jackson, 1971) ovvero l’influenza che essa ha nel comportamento delle persone coinvolte, vanno considerati un elemento di competenza nel lavoro in relazione di aiuto e nello stesso una risorsa per comprendere. Per definire un ambito di indagine più ristretto, si è voluto correlare le attività su cui venivano richieste varie informazioni a persone che, per condizioni di salute, presentano limitazioni funzionali e strutturali che definiscono come prevalente o come unico canale possibile di comunicazione quello non-verbale. Pur con i limiti dell’indagine stessa, i dati emersi dalla prima parte del questionario, quella più descrittiva, sono di notevole interesse ed offrono una immagine di “ricchezza” di interventi e vivacità di azioni. I Centri Diurni dichiarano a maggioranza che queste azioni sono “pensate”, fanno parte dei progetti personalizzati e sono monitorate utilizzando strumenti di osservazione e valutazione. La parte del questionario dedicata all’analisi delle specifiche attività è stata analizzata realizzando un confronto tra le stesse; da qui emergono i criteri di scelta, le organizzazioni, le risorse attribuite. Nella parte conclusiva del questionario sono stati analizzati i bisogni formativi. 8

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