Issuu on Google+

siamo abituati a guardare sempre avanti discorsi di enrico mattei alla scuola di studi superiori sugli idrocarburi


vall

dire

collaborazione tecnici produzione

geologi

lavoro paese gente

aesi

prezzi

sforzo

mondo

sempre

ancora compagne

idrocarburi

fare sviluppo cosa

giorni

fonti pozzi

energia

annicollaborazione

italiani altre

parola

giĂ  senza

giovani

qualche

raffinerie

vice

contosicilia

eni

ogni

petroli gruppo

petroliferi

primo

Scuola volontĂ 


siamo abituati a guardare sempre avanti discorsi di enrico mattei alla scuola di studi superiori sugli idrocarburi


indice

enrico mattei: la fatica del sogno prefazione del prof. Roberto Poli

pag. 6

uno sfolgorante bastone da maresciallo nello zaino introduzione del prof. Giulio Sapelli

pag. 10

intervista di xxxxxx xxxxxxxxxxxxxx

pag. 14

collegio docenti della scuola di studi superiori sugli idrocarburi

pag. 22

discorsi del presidente dell’eni Enrico Mattei in occasione dell’ apertura e della chiusura dell’ anno accademico della scuola di studi superiori sugli idrocarburi (dal 1957 al 1962)

pag. 34

ricordo di Enrico Mattei del prof. Marcello Boldrini

pag. 82

4


gli allievi della scuola , guidati dal prof. Boldrini e dall’ing. Semola, visitano lo stabilimento Anic di Ravenna. Archivio storico eni

5


enrico mattei: la fatica del sogno prefazione del

prof. Roberto Poli

Nelle pagine che seguono sono raccolti i discorsi che Enrico Mattei tenne presso la Scuola di Studi Superiori sugli idrocarburi - oggi denominata Scuola Enrico Mattei - in occasione delle cerimonie di apertura e di chiusura degli anni accademici che vanno dal 1957, anno della fondazione della Scuola, al 1962, anno della sua morte. Sia tratta di dieci discorsi che oggi, a quasi cinquant’anni dalla morte di Mattei, è bello rileggere per almeno tre ragioni: il loro significato, l’approfondimento di una delle maggiori personalità italiane dell’ultimo secolo, i numerosi spunti che offrono. Circa il primo punto è importante sottolineare la straordinaria importanza che Mattei attribuiva alla cultura e alla formazione. Da qui la creazione di una Scuola post-laurea che precorre i tempi e che, nel senso letterale del termine, apre la strada alla formazione di questo tipo nel nostro paese. Nel 1957 non vi erano corsi post-laurea in Italia: Mattei comprende la loro straordinaria importanza per la crescita di un’azienda allo stato nascente quale eni, e più in generale per il Paese. Ecco dunque la decisione di fondare una Scuola. La visione è ampia sin dall’inizio: non una scuola aziendale, bensì una scuola rivolta all’Occidente, all’Oriente e al mondo in via di sviluppo; agli ingegneri e agli economisti, ai chimici e ai fisici. Internazionalità e interdisciplinarità: sono queste le due parole chiave scritte sin da subito, da Mattei stesso, nel dna della Scuola. Oggi,

6

imbevuti di globalizzazione, può non essere semplice, per noi, comprendere tutto il contenuto innovativo, se non rivoluzionario, di una formazione che andava oltre le barriere culturali e politiche dell’epoca. Quale apertura e quali grandi sforzi doveva richiedere - negli anni delle rivolte di Budapest e di Praga contro i regimi comunisti – il progetto di portare in Italia giovani che vivevano al di là della cortina di ferro? E d’altra parte, il viaggio di Mattei a Pechino nel dicembre del 1958 e l’accordo commerciale con l’Unione Sovietica, nello stesso mese dello stesso anno, testimoniano la sua straordinaria apertura al mondo. Ecco uno dei tratti di Mattei: un provinciale-internazionale, un figlio della provincia che dialoga con il mondo. Ed eccone un altro: un uomo non transitato nelle aule universitarie che però ama la cultura come pochi altri. Oggi, usando un termine così diffuso, parleremmo di Corporate Social Responsibility (CSR). Non c’è dubbio: la Scuola e le altre innumerevoli iniziative che Mattei mette in pista in quegli anni – l’asilo per i figli dei dipendenti, le case aziendali, il centro sportivo, per citarne solo alcune di cui il tessuto urbano di San Donato Milanese reca ancora traccia – ci parlano di un approccio intrinsecamente orientato ad una CSR ante-litteram. E l’inizio del primo dei discorsi proposti in questo libro, quello del primo anno accademico, è tutto incentrato sulle iniziative a favore dei dipendenti e, più in generale, della città di San Donato: “anche noi ci siamo dovuti preoccupare


manifesto della scuola per l’anno accademico 1957-58. Archivio storico eni

ben presto di creare le attrezzature e i servizi sociali”. Mattei usa proprio queste parole. Il riferimento al verbo “dovere” è paradigmatico: i servizi sociali non sono un di più benevolente, ma un dovere. Un altro aspetto che mi sembra interessante sottolineare è la vicinanza di Mattei alla Scuola: negli anni Mattei non ha mancato di partecipare ad una cerimonia di apertura o di chiusura degli anni accademici, e i discorsi raccolti in questo libro lo testimoniano. Come pure lo testimoniano i racconti degli allievi dei primi anni che riferiscono di un Mattei che, spesso presente nei locali Scuola, in particolare al venerdì pomeriggio, ama intrattenersi con gli allievi, stimolarli e ascoltarli. La lettura di questi discorsi è per noi interessante anche perché essi aggiungono altre tessere al mosaico dell’uomo Mattei. Per quanto il loro tono e i contenuti siano eterogenei, sembra esservi un tratto comune. Mattei emerge come un uomo che è dentro una missione, che è consapevole di ciò e che quotidianamente, con pazienza ed energia, lavora ad essa. Si respira qui e là quella che potrebbe essere definita la “fatica del sogno”. Mattei sta realizzando un sogno, e lo sa, ma tale realizzazione non è semplice, né lineare, né mancano gli ostacoli e i nemici. Il 20 luglio 1958, in occasione della chiusura del 1° anno accademico, Mattei rivolge agli studenti le seguenti parole: “Evidentemente c’è bisogno di tenacia, di volontà e io vi consiglio di non

7


enrico mattei: la fatica del sogno

mollare mai. Nei vostri momenti difficili pensate alle difficoltà che noi abbiamo superato in silenzio, cercando di andare avanti, pensate come siamo riusciti e vedrete che anche voi riuscirete a vincere le vostre. Ne troverete tante di difficoltà, talvolta vi sembrerà impossibile andare avanti, ma gli uomini che ne hanno le qualità e le capacità vanno avanti, vanno avanti da soli senza che nessuno li possa fermare”. E nel discorso di apertura dello stesso anno afferma: “Abbiamo cominciato in un’atmosfera di ostilità. Negli idrocarburi italiani non credeva nessuno; avevamo l’ostilità del Governo e l’ostilità dell’iniziativa privata: questa è la verità”. In due righe, la parola “ostilità” è ripetuta tre volte, segno di un atteggiamento che egli deve aver riscontrato spesso e in forma assai accesa. Nel discorso di chiusura dell’anno accademico ’60-’61 Mattei fa un riferimento esplicito a “Stampa e oro nero”, “una biblioteca di trenta volumi” nella quale egli ha fatto raccogliere tutti gli attacchi che gli erano stati rivolti dalla stampa. Mattei afferma: “Se si leggono oggi, a distanza di anni, le critiche fatte 10-12 anni fa dagli esperti, c’è da sbellicarsi dalle risa. Ma chi in momenti di incertezza o di sconforto darà un’occhiata a qualche pagina, troverà nella guerra terribile combattuta contro di noi in questi anni, motivo di coraggio e di incitamento ad andare avanti”. In un certo senso, le parole di Mattei dicono di un processo ancora in corso, e di uno sforzo, di una battaglia per “trovare il nostro posto al sole, non con la forza ma

8

con la collaborazione”. Una battaglia nella quale egli si prodiga con tutto se stesso e che fa all’insegna della celerità. La dimensione temporale è centrale nell’agire matteiano: “La competizione mondiale ci costringe a non perdere tempo. Noi abbiamo abolito il vagoneletto per muoverci rapidamente e viaggiamo in aereo di notte perché il giorno rimanga a nostra disposizione per gli affari. Sono gli affari che poi creano il lavoro”. Gli esempi di questo agire rapido, teso a realizzare un grande obiettivo potrebbero moltiplicarsi. Tutti i discorsi recano traccia – un’attenta analisi semantica potrebbe confermarlo – di una sorta di lotta per l’affermazione più che di un’impresa di un paese intero. L’eni, interpretata come una “grande famiglia”, è un mezzo per la realizzazione del benessere del Paese, sfondo costante di Mattei. Se adottassimo la visione dello storico, potremmo dire che questi discorsi dicono della fatica e del sacrificio, ma anche dello slancio e della forza di volontà, della tenacia e della voglia di rinascita, di un Paese che da contadino si fa industriale. L’ultimo punto sul quale è bene soffermarsi concerne i contenuti di questi discorsi. Il lettore potrà trovarli interessanti per innumerevoli motivi. Il manager potrà trovare in essi spunti per la propria azione. Sebbene i tempi siano cambiati e l’azionista abbia preso il posto che un tempo era del Paese, il tono e l’atteggiamento di fondo di Mattei rappresentano un riferimento sen-


za tempo e quindi sempre valido, al quale è utile, di tanto in tanto, riferirsi. Coloro che lavorano nel campo delle risorse umane e della formazione troveranno in essi sia motivi di valorizzazione della propria attività che della rilevanza della conoscenza, della cultura e, in generale, della risorsa umana. Gli storici avranno la possibilità di vedere un Mattei in azione in un contesto diverso da quello consueto, in giorni quasi di festa come possono esserlo le cerimonie inaugurali degli anni accademici o, ancor di più, quelle di consegna dei diplomi. Inoltre potranno trovare un distillato degli elementi salienti di quella sorta di epica matteiana che ha nella battaglia per la conquista di un posto al sole, in un’epoca di colonialismo morente, il suo punto centrale. Un colonialismo al quale, certo, Mattei ha dato una spallata vigorosa. Ma non vi è solo, ricordando un celebre apologo di Mattei, l’epica del gattino, offeso da bracchi e setter prepotenti. Lo storico potrà leggere di competizioni sui prezzi di mercato, di “collaborazione cordiali e feconde” finalizzate alla creazione di un miglior clima di business a vantaggio di tutti gli operatori e di un’Italia che non si riconosce nello stereotipo della “razza pigra” dedita al canto. Infine i giovani, che Mattei tanto amava, avranno modo di scoprire in questi discorsi oltre che motivi di incitamento ed un costante riferimento alle soddisfazioni derivanti dal duro lavoro, un invito – mi piace dire – alla sincerità. Mattei è franco quando parla. E’ esplicito e diretto nel suo criticare,

attaccare, proporre o difendersi: non usa le mezze parole. Questo tono pervade i discorsi dall’inizio alla fine. Il libro si chiude con un ricordo di Enrico Mattei scritto da Marcello Boldrini, suo successore quale Presidente dell’eni nel 1962 e, soprattutto, suo mentore. Si tratta di pagine assai belle. Nelle righe finali si legge: “Uomo del suo tempo, ma superiore al suo tempo. Con una visione del mondo più giusta, più concorde, che certamente si affermerà; con una volontà comunicativa ed effettuale; con un cuore generoso, aperto, disinteressato (...) in una parola alata che tutte le riassume, ‘con l’animo che vince ogni battaglia”. Queste parole, meglio delle mie, rappresentano un invito a leggere questo libro e a conoscere Mattei. Buona lettura.

9


uno sfolgorante bastone da maresciallo nello zaino introduzione del prof. Giulio Sapelli (*)

Sono un dirigente d’impresa che vive in Asia, in una di quelle grandi potenze economiche che hanno appassionato gli economisti e i consulenti aziendali soprattutto venti anni or sono, quando scoprirono la mia isola così frastagliata e così densamente abitata, dalle dolci colline e dalle febbrili città, dalle imprese conglomerate - zeibastu o keirestu - che uniscono in sé la finanza e l’industria sotto il controllo interrelato di grandi famiglie patriarcali e di potenti settori di uno stato burocratico costruitosi rapidamente alla fine dell’Ottocento sull’imitazione di quello germanico. La scoprirono perché pareva che i suoi alti tassi di crescita economica l’avessero di già condotta a superare nell’agone della crescita la super-potenza che ci aveva sconfitto durante la seconda guerra mondiale: gli USA. Fu un colpo di fulmine. Gli assunti liberisti, che ora son risorti e divenuti il pensiero unico dominante, caddero allora d’incanto: pareva dovesse vincere su scala mondiale - tutto l’opposto di ciò che si credette sino all’avvento della grande crisi in corso - un’economia neo patrimonialisticamente diretta, ossia retta autoritativamente da un connubio tra imprese e stato collusivo e potentissimo, dove la mano del mercato non operava, mentre era onnipresente quella della gerarchia. Un’economia di questo tipo era il frutto di una società che aveva nel primo dopoguerra manu militari distrutto il dissenso dei lavoratori e poi (allorché i nord americani riconsegnarono al Giappone la sua sovranità), nel secondo dopoguerra imposto una rigida disciplina scambiando l’impiego a vita con la pace

sociale che si pensava perenne. Una società siffatta - tutto l’opposto del sogno nord americano - si avviava, a parer mio, a divenire la più grande potenza del pianeta. Almeno così si pensava. Almeno così pensavamo. Il susseguirsi della storia falsificò tutte queste teorie. E pure trionfarono e parevano invincibili. Perché? Ci penso spesso e credo di poter dare una risposta non sciocca individuando questa con-causa: la formazione direttiva degli ultimi trent’ anni, così come si è affermata nel modo intero, è stata ed è ben diversa - è peggiore rispetto alla conoscenza e al bene comune - da quella che attinsi fortunatamente grazie alla Scuola dell’eni. Ma ritorniamo alla mia esperienza. Come Lei ben sa (anche per la conoscenza che ha del Giappone), c’erano voluti molti anni per costruire quello che allora pareva essere un primato vicino, vicinissimo, che presto noi, il popolo giapponese unito sotto le nuovamente sventolanti bandiere dell’Imperatore (che sarebbe così ritornato alla sacralità non più per via militare ma per via economica), avremmo raggiunto. Le fatiche erano state immense. Io ero stato uno dei minuscoli ma importanti protagonisti di quelle fatiche. Quando avevo ventitrè anni, appena laureatomi con i massimi voti in ingegneria, ero stato inviato in Italia dal MIT (Ministry of Industry and Trade) per partecipare al concorso indetto per poter accedere ai corsi della Scuola di Studi Superiori sugli Idrocarburi dell’eni: era una compagnia petrolifera attiva anche nel settore degli idrocarburi e della chimica, posseduta dallo Stato e (*).In questo contributo Giulio Sapelli elabora il “racconto orale” di un anziano amico giapponese per ricordare Enrico Mattei e la Scuola di San Donato Milanese. Benché il racconto sia frutto dell’immaginazione, occorre menzionare la reale presenza di un allievo giapponese al primo anno primo anno accademico della Scuola di Studi Superiori sugli Idrocarburi. Giulio Sapelli è docente di Analisi culturale dei processi organizzativi presso l’Università degli Studi di Milano.

10


nata da uno scatto di orgoglio nazionalistico e sociale di un uomo che a noi giapponesi pareva eccezionale: Enrico Mattei. L’eni diede vita, infatti, nella seconda metà degli anni cinquanta del Novecento, a codesta Scuola, su cui Lei, professor Sapelli, ha scritto una breve storia1 e di cui io sono stato uno dei primissimi allievi. A essa partecipavano i più brillanti laureati in discipline scientifiche ed economiche italiane. Io fui tra i primi non italiani a parteciparvi. In seguito la presenza degli stranieri aumentò via via sempre più spiccatamente: giovani, preparati e tuttavia scelti, come fu nel mio caso, anche con una notevole attenzione ai problemi di una precoce attività di diplomazia economica che fu sempre sin da allora una caratteristica saliente dell’eni di Mattei – e non solo di Mattei. La cosa che mi colpì molto fu il fatto che si vivesse in una dimensione cameratesca ben equilibrata da una dimensione disciplinare che permetteva, sì, lo svilupparsi delle nostre energie emotive, ma nel contempo le educava creando le basi per la crescita della nostra intelligenza sociale. Altrettanto sconvolgente per me e per i giovani non italiani era il fatto che i partecipanti stranieri fossero invitati a frequentare la scuola alcuni mesi prima dell’inizio effettivo dei corsi. La ragione era quella di poter insegnare la Sua lingua, professore, ai giovani che venivano dall’estero: io ormai non parlo più l’italiano, ma lo leggo ancora con sommo diletto e ciò mi ha consentito di venire a contatto con una civilizzazione straordinaria. Non credo si trattasse solo di orgoglio nazionale. Vi era anche la consapevolezza an-

tropologica profonda del fatto che l’inculturazione non potesse essere solo un fatto tecnico e che lo scambio linguistico con scarse asimmetrie era sostanziale per immergersi nella cultura da cui la scuola scaturiva e, quindi, per comprendere la complessità dei mondi simbolici con cui venivamo in contatto seguendo i corsi. Essi erano assai simili a quelli universitari. Ma, diversamente da questi ultimi, didatticamente erano caratterizzati da una costante dialogicità. Non duravano mai meno di due ore e, dopo la lezione, un’ora circa era dedicata al confronto, alle domande, alle critiche. Mi accorsi che il fine di quelle lezioni, che erano fondate sull’ attrattività oratoria dei professori (oltreché sulla loro straordinaria competenza) era quello di abituarci a un pensiero non lineare, quanto, invece, complesso, spesso con evidenti sforzi diretti ad abituarci agli effetti e agli eventi contro-intuitivi e contro-fattuali. A tal fine non si usavano nella didattica mezzi meccanici e ottici, salvo nei casi in cui occorreva mostrare statistiche e diagrammi. Un metodo didattico oggi completamente scomparso nelle business school e che è una delle non ultime cause del fatto che l’education rivolta ai dirigenti si sia via via trasformata in istruzione managerialistica, quasi un addestramento meccanico, totalmente abbandonando il suo carattere di bildung, come invece è ed era tipico della formazione delle classi dirigenti. E poi si veniva a contatto con esponenti di grande livello del mondo accademico, “die alten Männer”, che dimostravano grande esperienza, un grado di affezione alla scuola elevatis-

1. Giulio Sapelli, Competenze, crescita e cultura d’ impresa. La Scuola Superiore Enrico Mattei, eni Corporate University, Milano, 2006.

11


uno sfolgorante bastone da maresciallo nello zaino

simo e che provenivano da ambienti intellettuali e politici tra i più vari e contrapposti e che per il solo loro apparire testimoniava della effettività di quella frase ch’io sempre ho ricordato e ricordo e che era posta come incipit nei testi della scuola. Una frase del Vangelo di Giovanni: “La verità vi farà liberi”. Insomma, non solo per me tutto questo era un’assoluta e divergente novità. E ripensando a quella mia giovanile esperienza posso ben misurare i danni che su scala mondiale sono stati compiuti, tanto nell’industria quanto nella finanza e nei servizi, abbandonando quel framework culturale. Il contesto attuale, infatti, è profondamente diverso. Ciò che si è via via affermato, in Giappone e nel mondo intero in questo ultimo trentennio, è tutt’altro paradigma: il lineare si è sostituto al complesso, “die alten Männer” non s’invitano più sostituiti da consulenti scientificamente e culturalmente inferiori; del resto i dirigenti oggi si chiamano manager e la loro education è classificata tra i costi e non tra gli investimenti. Straordinario era il nostro vivere il contatto con le imprese dell’eni. Erano organizzazioni in costruzione, divorate da un’impetuosa febbre della crescita. Ricordo che quando La incontrai, professor Sapelli, Lei disse a mia figlia, la quale allora studiava letteratura francese, che i giovani dell’eni dei miei tempi - ed io e Lei abbiamo una differenza d’età di soli quindici anni - Le ricordavano i soldati di Napoleone, così come sono descritti magnificamente nelle pagine stendhaliane di “Lucien Leuwen”: “Tutti combattevano con grande eroismo perché era come se tutti portassero

12

nel loro zaino uno sfolgorante bastone da maresciallo, che l’Empereur avrebbe permesso loro d’impugnare dopo la vittoria della battaglia”. La frase colpì molto mia figlia e me: ripensai molte volte a quanto mi disse allora, anche nei colloqui che ebbi con i colleghi non solo giapponesi che l’avevano conosciuta. Sì, in eni vi era come una febbre emotiva creatrice straordinaria che sconvolgeva me, giovane giapponese educato a una disciplina militare dalla culla … non posso dire alla tomba perché son ben vivo: una disciplina che simulavamo con artifici manageriali occidentali infondendo a essi (circoli di qualità, catene di consenso, ecc) una linearità frutto di un disciplinamento che i vari studiosi di secondo conio che crearono il nostro mito vent’anni dopo, nonostante l’insegnamento avverso a tutto ciò del grande professor Morishima, si rifiutarono sempre d’intravedere. Il segreto dell’eni di quei tempi era l’enfasi posta sull’ eccellenza, sulle relazioni personali: umiltà, attenzione, rispetto dominavano. Mattei, quando veniva in aula per inaugurare i corsi, trasformava l’ambiente attorno a sé: era come il Cardinal Borromeo descritto dal Vostro Manzoni: il Suo carisma s’imponeva per il solo Suo apparire. Veniva in occasione d’ogni inaugurazione dei corsi ed io ebbi la fortuna di assistere a più di esse anche dopo il mio diploma, perché continuai per alcuni anni a lavorare in Italia per le compagnie nord americane che nel Suo paese operavano, e l’eni sempre continuò a invitarmi e i miei rapporti con tutti gli uomini (e le allora pochissime donne) del gruppo furono sempre straordinari. Innanzitutto, per


noi giovani era sconvolgente che una personalità così importante, così impegnata, così carismatica, partecipasse a quella iniziativa. Era un simbolico riconoscimento del valore dell’educazione dirigenziale che un grande capo emanava con il solo suo proporsi all’attenzione di tutti i Suoi collaboratori. Parlava a braccio, guardando distrattamente una traccia che certo era stata scritta per Lui, ma che lo ispirava soltanto allorché doveva trasmettere dei dati economici e statistici. Poi tutto si dipanava seguendo un istinto potente, che folgorava. Mattei dava esattamente l’ impressione che la frugalità direttiva fosse, come era, il Suo segreto. Il professor Boldrini, grande accademico, grande cattolico democratico e grande ispiratore, con Ezio Vanoni, di Mattei, era la persona che Mattei temeva di più sul piano del giudizio e che Mattei ascoltava continuamente. Il suo rapporto con Boldrini ci trasmetteva un valore altissimo e che oggi si va via via perdendo: il rispetto del mondo direttivo dell’economia per la cultura e per i suoi interpeti non mercenari. Mattei emanava continuamente questo rispetto perché la cultura della conoscenza e del coraggio era per Lui uno stimolo e un arricchimento a cui non avrebbe mai rinunciato, nella libertà, di sè stesso e degli altri. E per questo sapeva unire così bene, nei Suoi discorsi e, per quanto io possa capire, nella Sua opera l’innovazione culturale con l’innovazione imprenditoriale. Era la libertà il Suo segreto. Così come lo era, per Lui partigiano che aveva liberato l’Italia dalla dittatura, l’orgoglio na-

zionale che non sconfinava mai con il nazionalismo, ma che diveniva forza liberatrice e creatrice, come bene spiega Fichte ne: “I discorsi alla nazione tedesca”. Raccontò una volta, e il Suo raccontare era metaforico e ricordava molto spesso le Vostre parabole evangeliche, di un Natale trascorso bloccato da una terribile tempesta di neve in un aeroporto siberiano con alcuni dei Suoi collaboratori. Nevicava ed era Natale. A un certo punto uno degli altri passeggeri ch’erano rimasti bloccati dall’inclemenza del tempo si rivolse loro invitandoli a cantare, identificandoli come italiani: “Cantate, cantate non siete forse italiani?” Mattei e i Suoi si rifiutarono di farlo. Non per maleducazione, ma per sfatare anche in quel modo che l’Italia e gli italiani fossero ciò che lo stereotipo da antropologia mediterranea trasmetteva di loro nell’immaginario collettivo. Erano fatti di pasta assi diversa, come dimostrava il loro lavoro nel mondo e come dimostrò il successo di Mattei, l’irreversibilità della Sua impresa, la straordinaria forza di quella Sua creatura che oggi è divenuta, mutando il corpo ma mai l’anima, una delle grandi imprese mondiali in un pianeta che ha appena iniziato una profonda, immensa, trasformazione, mondializzando prima che l’economia, la società e la cultura. Arrivederci professore!

13


Intervista a Clemente Giusto, ex allievo Scuola Mattei, A.A. 1957-58

D. Quali motivazioni la indussero a frequentare la Scuola di Studi Superiori sugli Idrocarburi? R. Io sono nato a Matera, la città dei sassi, e da giovane volevo scappar via di lì, volevo andare all’estero. Non sono riuscito ad andare all’estero ma sono riuscito ad arrivare a Milano. Quando mi sono laureato, ho cominciato a insegnare alle scuole medie, negli istituti tecnici. Un mio zio, che leggeva molti giornali, scoprì che era stato indetto un concorso per neolaureati da eni, che io non conoscevo. Così feci domanda e fui chiamato e venni a Milano. Allora ho cominciato a capire che cos’è l’eni. Non conoscevo gli idrocarburi perché non sono chimico, sono laureato in matematica e fisica. D: Nel 1957, la guerra era finita da dodici anni. Che aria si respirava, come ricorda quel periodo? R. Allora tutti in Italia avevamo l’impressione che si stesse costruendo e ricostruendo per fare l’Italia migliore di quella di prima e si stava facendo di tutto per raggiungere livelli elevati in tutti i settori. D. Mi può descrivere come era la giornata tipo alla Scuola? R. Ricordo che le lezioni si svolgevano sia la mattina che il pomeriggio, poi c’era tempo per fare compiti, perché ognuno di noi faceva delle relazioni, delle tesine. Ognuno di noi spiegava agli altri qualcosa. Le lezioni erano tenute da professori molto importanti. Ricordo Geymonat, il filosofo della scienza.

14

D. Siamo nel 1957, in piena guerra fredda. Boldrini era un cattolico, partigiano, Geymonat era al contrario un membro del Partito Comunista Italiano. E’ interessante riflettere sull’apertura della Scuola che, se riteneva che una persona fosse di valore, non aveva alcun problema a reclutarla, indipendentemente dal credo politico. Questo tipo di apertura si percepiva? R. C’era molta apertura mentale da parte di tutti. Noi sapevamo che c’erano stati i partigiani, di cui avevano fatto parte Mattei e Boldrini. C’erano quelli cattolici che poi sono diventati democristiani e quelli della sinistra. Effettivamente c’era molta apertura. Un’altra cosa che ricordo, a proposito di apertura mentale, è una visita agli impianti di Ravenna nella quale Boldrini ci portò a vedere i mosaici. Boldrini aveva una cultura enorme. D. Ciò che Lei racconta di Boldrini conferma questa attenzione. Attenzione tanto agli aspetti tecnici quanto agli aspetti culturali in senso lato. R. E’ vero. La cosa interessante è che si passava facilmente da un settore all’altro. C’era un arcobaleno sul piano scientifico e culturale. E’ stato molto, molto interessante. Non so quante scuole di specializzazione siano di questo tipo. Ho il sospetto che Enrico Mattei abbia imitato qualche scuola americana. Ricordo che una volta Mattei ci ha spiegato che quando lui ha creato il gruppo eni ha visitato molti posti e cercato di copiare il meglio che riusciva a trovare ed è andato a prendere il meglio. Lui era colpito da certi particolari molto interessanti e


li riportava in Italia. Puoi darsi che abbia imitato il modello di qualche scuola estera. D. Che tipo di relazione esisteva tra la scuola e l’eni? Avevate anche della docenza da parte dei manager eni? R. Certamente. Oltre a docenti esterni, per esempio provenienti da università o da organizzazioni internazionali, c’erano docenti provenienti dall’interno, dalla saipem, dalla snam, dall’agip, dall’anic. Si alternavano, e quindi avevamo molte conoscenze relative al mondo eni. Ci facevano visitare molte cose: ad esempio, i laboratori dell’Agip dove venivano conservate le carote che si ottenevano facendo i carotaggi. Ci spiegavano cosa avveniva prima, durante e dopo la perforazione, quando sapevano che in un certo giacimento c’era un certo volume di metri cubi di gas, poi roccia contenente idrocarburi liquidi e così via. Abbiamo fatto molte visite guidate. D. Ricorda Mattei? Mi chiedo se l’avete visto durante l’anno accademico e che ricordo ha dell’ottobre del ’62 quando è morto. R. Ricordo che Mattei è venuto alla Scuola in occasione di una conferenza di scienziati inglesi che hanno parlato della fusione nucleare. Ricordo la chiusura dell’anno accademico; devo avere anche qualche foto in cui stringo la mano a Mattei, come tutti gli altri allievi che hanno superato il corso. Ricordo Boldrini e i membri della giunta. Ho visto Mattei anche alla mensa e al Motel Agip perché doveva fare qualche telefonata o aspettava qualche persona. Ricordo che quando arrivava Mattei tutti si preoccupavano di prendere la poltrona più bella. “No, no, fate quello che facevate prima - diceva lui. Fate conto che io non esisto, come se fossi uno dei tanti clienti. Se ho bisogno del telefono e questo è occupato, aspetto che finisca l’altro”. Insomma, era una persona di questo tipo. Lui

veniva alla mensa. E poi spiegava perché. Molti operai, quelli che venivano con la tuta, si portavano un sacchettino con il pane e qualcos’altro. Poi lì prendevano qualcosa da bere. Allora Mattei faceva la fila come gli altri e si andava a sedere con loro “Guardate – diceva loro - non dovete portare questa roba da casa. Andava bene quando la mensa non c’era. Voi mi dovete dire cosa manca in questa mensa e noi faremo in modo che voi troviate tutto quello che vi serve per mangiare bene, perché voi fate lavori pesanti e dovete mangiare bene e non dovete portare la roba da casa. Io farò in modo che la mensa abbia tutto ciò che vi serve”. La mensa ha dovuto riorganizzarsi e gli operai non avevano più il sacchettino con la roba portata da casa. Ecco, questo ricordo di Mattei mi è rimasto molto impresso. D. Immagino che sia stata un’emozione molto grande quando, nell’ottobre del 1962, si è saputo della sua morte. R. Certamente. Ad un certo punto si è saputo che era caduto un aereo e che Enrico Mattei era morto. La prima impressione fu che forse si ribaltava tutto. Però poi si capì che tutto era stato costruito su solide basi e che quindi la costruzione avrebbe retto. E difatti ha retto. Parecchie cose però cambiarono. Ad esempio, negli anni seguenti vi furono momenti di tensione e scioperi. Una nostra preoccupazione era che questi scioperi potessero bloccare l’attività dei computer del gruppo eni. Si decise così di costruire un centro computer, molto protetto, fuori san donato milanese. D. Un’ultima domanda. Ne deduco che la sua carriera in eni sia stata legata all’edp. R. Si, poi sono diventato amministratore delegato di enidata.

15


Intervista a Carmelo Gaunieri, ex allievo Scuola Mattei, A.A. 1957-58

D. Come entrò in contatto con la Scuola di Studi Superiori sugli Idrocarburi? R. Mi ero laureato in geologia nel dicembre del 1957 e fu il Prof. Merla, responsabile dell’Istituto di Geologia dell’Università di Firenze, a suggerirmi di frequentarla. La Scuola cominciò i primi di gennaio del 1958. D. Qual era il clima culturale e sociale dell’Italia in quegli anni? R. A quei tempi eravamo ottimisti sul futuro. Ricordo che andavamo spesso a vedere un pilastro dell’autostrada del sole, allora in costruzione, ed esso simboleggiava un paese in fermento. L’inserimento nel mondo del lavoro era agevole, situazione che cambiò alcuni anni dopo. Personalmente, mi ero affacciato al mondo del lavoro e alla Scuola come evoluzione verso un futuro positivo. Forse non ho realizzato tutto quello che un giovane sogna, ma tutto sommato direi che sono soddisfatto. Tornassi indietro sarei contento di rifare quello che ho fatto. Allora vi erano grandi prospettive, oggi vediamo che è tutto molto difficile, non solo in Italia. E’ la situazione europea che è abbastanza scura. Eravamo più idealisti, vedevamo il mondo come meno corrotto, ci vedevamo sani dentro. Oggi mi sembra che ci sia molto meno fiducia nel futuro. D. Qual era la giornata tipo alla Scuola? R. Ricalcava quella dell’università. Avevamo un calendario di lezioni, alcune di esse erano tenute in inglese e questo, in

16

alcuni casi, ci creava qualche difficoltà, non avendo noi grande dimestichezza con quella lingua. La differenza principale rispetto all’Università era che i professori ci seguivano con maggiore attenzione, proprio perché c’era l’impegno a fare qualcosa di più, a costruire. Ricordo che ci fu un resoconto finale ma non vero e proprio esame. Scrissi, anche con l’aiuto dei geologi eni, una tesina sulle acque dolci padane e imparai a leggere i primi carotaggi elettrici. D. Qual era il rapporto con i docenti e i manager eni che insegnavano alla Scuola? R. Eravamo molto critici ed esigenti, scavavamo a fondo. Non davamo tutto per scontato. Rispetto ad una normale università, la Scuola era qualcosa che ci impegnava di più e, avendo noi scelto qualcosa di specifico, cercavamo di trarne il maggior beneficio. D. Ricorda qualche docente in particolare? R. Ricordo Quackenboss, che insegnava economia degli idrocarburi, poi c’erano i docenti che ci dettero un indirizzo specifico sulla geologia degli idrocarburi. Queste persone sarebbero diventate di lì a poco miei superiori in azienda e poi colleghi. L’impressione che avevamo era che la Scuola volesse dare ai tecnici un’impronta politico-amministrativa e viceversa. Ciò è servito ad allargarci gli orizzonti, ampliando la specificità dell’università. D. Che ricordo ha di Boldrini, Preside della Scuola e, alla morte


di Mattei, Presidente dell’eni? R. Sinceramente ho un ricordo vago. Ciò che ricordo era che qualche volta era venuto a tenere delle lezioni o delle letture, e ci aveva anche parlato delle finalità della Scuola e di cosa si aspettava da noi. D. Può raccontarci la sua carriera dopo la Scuola? R. Ho cominciato a fare il geologo di cantiere in Sicilia, un paio d’anni. Dopo sono passato in Marocco, a fare il geologo del sottosuolo. Poi sono tornato in Italia, all’agip, e successivamente sono andato in Libia, come capo esplorazione. Poi di nuovo in Italia, e poi General Manager in Indonesia di un progetto di perforazione in mare. Poi Costa d’Avorio e in ultimo in Egitto, come Deputy General Manager della IEOC.

di corso? R. Avendo passato gran parte della mia carriera, circa 17 anni, all’estero, ho perso di vista i miei colleghi della Scuola. Ricordo però che una volta, mentre ero in Libia, ho fatto un field trip geologico in Tunisia e mi accade di ritrovare, seduto accanto a me in aereo, Mo Yabe collega di corso della Scuola, che dal Giappone era venuto in Tunisia per fare lo stesso field trip.

D. Che ricordo ha della morte di Mattei? R. L’ho vissuta fuori dell’eni, perché ero in ferie. Per me fu un grosso colpo. Quando rientrai vidi che c’era un certo assestamento ma prima c’era stato smarrimento. Questo perché era l’eni era la Società di uomo. Non era un Presidente qualunque, eravamo noi che eravamo i suoi figli. Poi piano piano la situazione si calmò. Personalmente credo che se fosse rimasto in vita Mattei le cose sarebbero andate diversamente. Era lui che condizionava gli altri, non si faceva condizionare dalla politica. Sapevamo che era una persona eccezionale. Dopo la sua morte è mancato veramente qualcosa. D. Dopo la Scuola è rimasto in contatto con i suoi colleghi

17


18


veduta aerea di Metanopoli, San Donato Milanese, 1957ca. Archivio storico eni

19


20


veduta aerea di Metanopoli, San Donato Milanese, oggi. Archivio storico eni

21


i docenti della scuola di studi superiori sugli idrocarburi

La lettura dei nomi dei docenti di primi anni accademici della Scuola suscita alcune immediate riflessioni. Innanzitutto impressiona la qualità del corpo docente. Insegnavano alla Scuola personaggi di altissimo livello. Per citarne solo alcuni, Ardito Desio, uno dei padri della geologia italiana nonché leader della spedizione italiana che nel 1954 conquista la vetta del K2, Giulio Natta, che diverrà premio Nobel per la chimica nel 1963, Bruno de Finetti, statistico di fama internazionale e caposcuola della concezione soggettiva della probabilità, Paolo Sylos Labini, probabilmente il maggior economista italiano del Novecento. E’ interessante osservare come il reclutamento prescindesse dalla fama. In alcuni casi si trattava di personaggi di spessore mondiale, in altri casi di giovani che, con il tempo, lo sarebbero diventati. In tal senso, la Scuola rappresentava una palestra di crescita, oltre che per gli studenti, per gli stessi gio-

22

vani professori. Un altro aspetto degno di attenzione è la forma dialogica delle lezioni: le sedute, di due ore, prevedevano che le lezione frontale del docente fosse seguita dal dibattito in aula. Non una semplice sessione di domande e risposte, ma osservazioni, riflessioni, spunti critici proposti dalla classe. Va sottolineata la libertà di pensiero che guidava la Scuola nel reclutamento dei docenti. Al centro vi era l’uomo, al di là del suo credo, con le sue conoscenze, i suoi studi, la sua capacità di formare i giovani. Si pensi a Ludovico Geymonat, il maggior filosofo della scienza italiano. Siamo nel 1957, in piena guerra fredda, e l’eni lo chiama a tenere lezioni presso la Scuola. L’anno prima, nel ’56, vi era stata la rivolta di Budapest repressa con la forza dall’Unione Sovietica e la crisi di Suez. In tale contesto di conflitto ideologico, Geymonat, marxista e iscritto al Partito Comunista fin dai tempi della guerra, viene cooptato nel corpo docente. Ed è bello anche ricordare come ognuno di questo docenti abbia lasciato una traccia, non esclusivamente immateriale, del suo passaggio alla Scuola. Essa ne raccoglieva gli interventi nel periodico quindicinale “La Scuola in Azione”, rivolto agli allievi “con due finalità principali, educativa l’una, memorativa l’altra”. Ecco, dunque, che le conferenze alla Scuola e le “sedute” dei corsi più importanti sono riproposte nel periodico: “ogni fascicolo si apre con un monito scientifico firmato da un’alta personalità del mondo degli studi”. Il monito del fascicolo del 1958 è proprio di Geymonat, quello del 1959 di John Cockcroft, Nobel per la fisica nel 1951, e quello dell’anno accademico 1961-62, intitolato “Prospettive per gli idrocarburi”, è di Mattei medesimo, per un giorno professore nella sua Scuola.


collegio docenti della scuola di San Donato Milanese. Archivio storico eni

23


24


collegio docenti della scuola di San Donato Milanese. Archivio storico eni

25


26


collegio docenti della scuola di San Donato Milanese. Archivio storico eni

27


28


collegio docenti della scuola di San Donato Milanese. Archivio storico eni

29


30


collegio docenti della scuola di San Donato Milanese. Archivio storico eni

31


32


collegio docenti della scuola di San Donato Milanese. Archivio storico eni

33


seduta di apertura dell’anno accademico 1957 – 58 11 gennaio 1958

Signori Membri della Commissione Accademica Consultiva, Chiarissimi Professori, Egregi Allievi È un singolare avvenimento l’odierna seduta inaugurale della Scuola di Studi Superiori sugli Idrocarburi, non soltanto perché con ciò adempiamo ad uno degli obblighi attribuiti all’E.N.I. dalla sua legge istitutiva, ma anche per una serie di altri motivi che mi piace di far considerare. L’E.N.I. col rapido, grande sviluppo delle sue iniziative economiche, nel breve giro di cinque anni, ha raggiunto una maturità organizzativa e tecnica che, in passato, con criteri più conservativi, avrebbe impegnato forse una generazione. Come hanno fatto e fanno tutte le aziende e i gruppi industriali quando raggiungono il loro pieno sviluppo, anche noi ben presto ci siamo dovuti preoccupare di creare le attrezzature ed i servizi sociali. San Donato Milanese, anzi Metanopoli, come noi chiamiamo questo complesso E.N.I., con i suoi quartieri residenziali, con le attrezzature sportive, con il suo centro parrocchiale e con altre forme di assistenza sociale, con caffè, alberghi, negozi, mense, spacci di consumo, è un modello concentrato di quello che l’E.N.I. fa per il suo personale e per le famiglie di questo, e viene realizzando nei vari centri in cui svolge la propria attività e anche altrove, come per esempio nelle spiagge e nelle pendici alpine. Ogni iniziativa, soprat-

34

tutto se nuova o innovatrice, dà adito a critiche, ma noi ci sentiamo orgogliosi di aver creato con San Donato Milanese e col Villaggio Alpino a Corte di Cadore degli esemplari centri di vita e di confronto sociale, che non mancheranno certo di suscitare analoghe realizzazioni. Tra le prime realizzazioni di San Donato Milanese mi piace ricordare l’Asilo Infantile e la Scuola Elementare modello, istituzioni che, credo, fanno onore per la loro razionalità e per il funzionamento perfetto. Ma, subito dopo aver pensato ai figli degli abitanti di Metanopoli e aver qui istituito altri centri d’istruzione per il personale delle nostre aziende, vedemmo la necessità di due iniziative, entrambe riservate all’altissima cultura: i grandi Laboratori Scientifici, destinati alla ricerca nei campi nostri specifici degli idrocarburi, della chimica e dell’energia, e una Scuola post-universitaria, avente lo scopo di allargare in questi medesimi settori le conoscenze di quanti aspirano a talune carriere industriali, sia tecnico-scientifiche sia economico-amministrative. Io volli che questa Scuola nascesse con una fisionomia inconfondibile, fosse accessibile a tutti e fosse centro di lavoro intenso, dove la disciplina e la frequenza sono di rigore, segnasse un orientamento nuovo, anche col fatto di provvedere alla cultura professionale dei giovani che la frequentano, non con una specializzazione, ma anzi con un allargamento dei loro orizzonti. E


Enrico Mattei alla cerimonia di chiusura del primo anno accademico della Scuola di San Donato Milanese. Archivio storico eni

35


seduta di apertura dell’anno accademico 1957 – 58 11 gennaio 1958

poiché parlo dei loro interessi intellettuali, desidero dire una parola direttamente ai giovani, a quei giovani sui quali tutti, in Italia, contiamo molto. C’è ovunque bisogno di nuove leve, di nuovi scienziati, di tecnici, di esperti: e giovani vengono ad affiancare giornalmente questa nostra opera, questo nostro lavoro, l’espansione di questo gruppo: un gruppo che oggi poggia su 50 e più imprese, un gruppo integrato, che va dalla ricerca e dalla produzione degli idrocarburi in Italia e fuori, alla costruzione dei metanodotti, degli oleodotti, dall’esercizio di navi e di altri mezzi di trasporto, alle raffinerie, alla vendita, alla industria chimica e alla produzione di fonti di energia. Questi grandiosi laboratori e questa Scuola realizzati in Metanopoli sono un indizio. Ma tutti noi, vecchi dell’Azienda, ricordiamo la modestia dei mezzi con cui abbiamo iniziato lo sforzo che è stato compiuto. Io ritorno con il pensiero al 1945 e vi dirò che mi sento commosso oggi nell’inaugurare questa Scuola postuniversitaria di Studi Superiori sugli Idrocarburi e di vedere accanto questi grandiosi laboratori. Abbiamo cominciato in un’atmosfera di ostilità. Negli idrocarburi italiani non credeva nessuno; avevamo l’ostilità del Governo e l’ostilità dell’iniziativa privata: questa è la verità. Io non voglio contrapporre l’iniziativa dello Stato e l’iniziativa privata: io credo soltanto nella iniziativa senza aggettivi, nella iniziativa di tutti. È l’iniziativa che crea la ricchezza, che aumenta il reddito, che apre

36

nuovi posti di lavoro, che stimola il benessere di tutto il paese. Ho l’impressione che in Italia ci sia del lavoro per tutti; un lavoro immenso e che il nostro sia il campo probabilmente più importante, di cui gli scienziati, i tecnici, gli uomini responsabili del nostro Paese devono interessarsi. Quando abbiamo iniziato la ricerca nella Valle Padana, eravamo animati solo da speranze. Abbiamo trovato, nel 1946, il metano di Caviaga, il metano che fluiva finalmente in una massa rilevante. Non erano più i piccoli ritrovamenti d’anteguerra, quelli dei piccoli industriali del Polesine, né i ritrovamenti determinati dall’autarchia durante il conflitto, ma era veramente una fonte di energia che poteva cominciare ad alimentare l’industria italiana. Sono passati da allora undici anni, e voglio che i giovani conoscano quelli che sono stati l’impegno, la sofferenza, la lotta da noi sostenuta. Contrariamente a come si pensa e si dice, non ci siamo mai appoggiati ai contribuenti, non abbiamo mai chiesto del denaro ai contribuenti. Abbiamo creato un gruppo industriale il cui valore azionario oggi è di alcune decine di miliardi, ma le cui attività sono di qualche migliaio di miliardi e questo con lo sforzo ed il lavoro dei nostri tecnici, dei nostri scienziati, dei nostri specialisti, dei nostri operai. A onore dei tecnici italiani, degli operai italiani vanno i ritrovamenti della Valle Padana e lo sforzo che ha


compiuto il gruppo E.N.I. Non dobbiamo ringraziare nessun altro: è il frutto e lo sforzo del loro lavoro. Si dirà: e il metano? Bisogna pensare che quest’anno noi importiamo circa dodici milioni di tonnellate di petrolio. Sono molte per una economia come la nostra, sono troppe; però sarebbero stati 17 milioni di tonnellate, se non ci fosse stato il metano. Ci hanno insultato, in questi anni. Han detto che non avevamo la capacità e la forza per realizzare ciò che sanno fare i tecnici di altri paesi. È una offesa per i tecnici italiani, per i lavoratori italiani, che non la meritano, dato l’impegno ed i risultati che hanno raggiunto. Dalla Pianura del Po siamo passati in Sicilia. In Sicilia non avevamo abbandonato niente; non è vero che avessimo fatto dei pozzi e poi li avessimo abbandonati, perché non credevamo nelle possibilità e nell’avvenire del petrolio siciliano. L’ordine di smobilitazione era stato diramato in tutta Italia dal Governo, dal ministro liberale del tempo; solo che in Alta Italia arrivò un mese dopo la liberazione, perché quassù si combatteva ancora, e non fu più eseguito. Nel Sud invece raggiunse le dipendenze dell’AGIP alla fine del ’44 e fu tutto smobilitato per risparmiare poche decine di migliaia di lire, perché al petrolio non credeva più nessuno, né gli esperti né gli organi responsabili, nessuno. Da allora ci siamo solo preoccupati di tornare a lavorare in quella regione, ma ci siamo finalmente riusciti solo tre anni fa; dopo che già molti terreni promettenti erano stati assegnati agli altri. Nella lunga

attesa eravamo rimasti ansiosi di vedere come mobilitassero i mezzi in Sicilia le più grandi compagnie del mondo. Volevamo imparare, eravamo ansiosi di vedere le grandi organizzazioni al lavoro. Siamo rimasti profondamente delusi, non abbiamo imparato niente. Già negli anni precedenti, quando noi facevamo 100 pozzi in un anno nella Valle Padana, ci sentivamo dire: non bastano 100, no, occorrono 50.000 pozzi. Impiegavamo 20 sonde ed essi replicavano: 20, no, occorrono 10.000 sonde. Ricordano tutti questa campagna ostile e, io direi, in mala fede, fatta contro di noi. Abbiamo visto i mezzi delle altre compagnie, quando si sono messe al lavoro. Una grande compagnia americana ha in Sicilia un permesso di 90.000 ettari. Ha fatto in cinque anni alcune ricerche, prospezioni, ha impiegato una équipe sismica (noi ne abbiamo 17 al lavoro, abbiamo 22 équipes di geofisici) e poi ha portato una sonda, dico una, ha fatto tre pozzi, non ha trovato petrolio; ha ripreso quella sonda e l’ha portata in Libia, e in Sicilia ha smesso di lavorare. Abbiamo visto un’altra delle più grandi compagnie del mondo fare un po’ di prospezioni senza portare neanche una sonda. Sono venuti da noi a chiederci di preparar loro un pozzo a contratto, un tanto al metro. Abbiamo accettato e cominciato la perforazione. Siamo arrivati, mi pare, a 2800 metri; è stato trovato petrolio denso, troppo denso per il loro carattere. Hanno fatto chiudere il pozzo perché avevano del petrolio migliore nel Kuwait e non hanno

37


seduta di apertura dell’anno accademico 1957 – 58 11 gennaio 1958

38


Enrico Mattei e lo scià di persia Reza Pahlavi alla scuola di San Donato Milanese. Archivio storico eni

neanche voluto tentare un secondo pozzo. Successivamente abbiamo trovato petrolio noi stessi a Gela; ogni pozzo dà duecento tonnellate al giorno e forse la portata crescerà con lo sfruttamento di uno strato più profondo. Quest’anno produrremo 600.000 tonnellate, l’anno prossimo ne produrremo un milione e mezzo e, da quello che vediamo, conto che arriveremo a due milioni e mezzo all’anno. Il petrolio è denso, certamente, ma per noi va bene lo stesso, serve alle nostre necessità e ai nostri bisogni. È tutto olio combustibile, è quello che proprio ci manca. Dopo il nostro successo a Gela, sotto la spinta dell’opinione pubblica, siamo stati richiesti dalla stessa compagnia di fare a contratto un secondo pozzo, ma abbiamo risposto di no. Allora i concessionari esteri hanno portato in Sicilia una sonda e l’hanno messa al lavoro. Un’altra grande compagnia americana ha trovato molto petrolio, ha fatto 34 pozzi in cinque anni. Hanno 3 sonde adesso, prima erano due. Ho visto pochi giorni addietro la loro pubblicità sui giornali. Diceva che loro non ricorrono al denaro del contribuente. Certo noi non ci ricorriamo, ma per loro c’è un problema grave. La legge siciliana parla di royalty che per pozzi di quella capacità dovrebbe essere del 20 per cento. Per una convenzione speciale , però, la Compagnia paga solo il 12. Non arrivano al fiftyfifty, forse arriveranno al 20 per cento. Questo costa al contribuente italiano! Sono soldi che non entrano nel nostro Paese ma se ne vanno e sono a danno del

contribuente italiano. Ho visto che quest’anno producono un milione e centomila tonnellate di petrolio; hanno scritto che questo vale trenta milioni di dollari, risparmiati nelle importazioni. Se questo è il prezzo del greggio, allora noi solo con la Valle Padana risparmiamo 140 milioni di dollari. Ma non lo diciamo. Non pesiamo, dunque, su nessuno, e sappiamo che facciamo solo il nostro dovere, che questo è il nostro compito e che dovremo fare molto di più, ma molto di più. Per questo facciamo assegnamento sui giovani, gli uomini di domani, che dovranno raccogliere la nostra bandiera ed andare avanti, nell’interesse del nostro Paese: affinché il nostro Paese possa contare qualche cosa domani, poiché non c’è indipendenza politica se non c’è indipendenza economica. Noi non possiamo seguitare a passare attraverso degli intermediari stranieri per rifornirci di una materia prima indispensabile: ci costa troppo caro; ce lo dicono i nostri economisti, ed hanno ragione. Abbiamo sentito da un rapporto dei Tre Saggi dell’Euratom che nel ’56, rapportando tutte le fonti di energia a carbone sono stati consumati nel nostro Paese 52 milioni di tonnellate, comprendendo nel conto energia idroelettrica, metano, petrolio, carbone. Di questo consumo, solo il 42 per cento è di produzione nazionale, il resto è fonte di energia d’importazione. Ma ci dicono che nel ’65 il nostro fabbisogno passerà da 52 milioni di tonnellate di carbone equivalente a 76 e nel ‘75, cioè tra

39


seduta di apertura dell’anno accademico 1957 – 58 11 gennaio 1958

diciotto anni, passerà a 110 milioni di tonnellate. Ecco lo sforzo che dobbiamo compiere. Ecco gli orizzonti verso i quali noi tutti dobbiamo lanciarci, per riuscire a coprire questa differenza, affinché la posizione dell’Italia non diventi intollerabile. Anche quando siamo entrati in Sicilia ci siamo dovuti sentir ripetere che non eravamo capaci. Non ce la faranno, dicevano, il petrolio lo trovano soltanto gli americani. L’abbiamo trovato anche noi, Dio ci ha aiutato. Devo qui aggiungere una parola per le compagnie italiane, che veramente si sono impegnate al di sopra di ogni possibilità. Intendo parlare della Edison. La Edison ha fatto quello che le compagnie americane non hanno fatto; ha fatto ricerche geofisiche, si è impegnata con tre sonde, non ha avuto fortuna, perché il petrolio è così: si può e non si può avere fortuna. Però bisogna riconoscere alla Edison questo merito: di essersi impegnata con tutti i mezzi che erano necessari, quello che non hanno fatto gli altri. Questo stesso giudizio devo esprimere anche per la Montecatini, che ha fatto ogni sforzo in Abruzzo, a Crotone, in Sicilia. Ha tentato e tenta con tutti i mezzi necessari, e questo le fa profondamente onore. Abbiamo bisogno dello sforzo di tutti; è evidente che abbiamo bisogno di camminare tutti insieme per riuscire a colmare il previsto pauroso deficit di energia del nostro Paese. Invece, un’altra compagnia americana, in Sicilia, aveva ottenuto anni addietro un permesso importante, mi pare di 80.000 ettari. Dopo

40

pochi giorni si è presentata a noi per vendercelo; le paghiamo una royalty aggiuntiva: noi italiani paghiamo un pedaggio sul nostro territorio. Questa è la situazione della Sicilia. Poi siamo passati in Egitto. Per l’Egitto han detto: “Disgraziati, andate ad impegnare i vostri sforzi fuori d’Italia. Andate in un altro Paese e non siete capaci di lavorare nel vostro”. Ci hanno fatto una guerra terribile per due anni, nel periodo in cui abbiamo costruito un oleodotto, da Suez al Cairo. Dicevano: “Gli italiani coi loro scarsi mezzi e la loro incapacità non faranno mai quest’oleodotto”. Noi avevamo ottenuto il lavoro in una libera asta. Ci accontentavamo di guadagnare solo un milione di dollari, invece dei tre milioni che volevano portare a casa gli altri. Nei due anni che si è lavorato, la campagna contro di noi ha raggiunto un’ostilità che nessuno può immaginare. “Povera gente, - dicevano – in mano a degli italiani che sono degli incapaci! L’oleodotto non entrerà mai in funzione, non trasporterà mai petrolio!”. Ci siamo assunti delle responsabilità perché gli egiziani non volevano pagare. Avevano ragione, erano impauriti. Quando abbiamo finito, abbiamo avuto un riconoscimento dagli egiziani come nessuno mai. L’oleodotto è quanto di meglio si poteva fare, funziona perfettamente, è stato pagato, abbiamo guadagnato del denaro. Oggi abbiamo il Sinai, ma non stiamo a sprecare soldi nel Sinai. Anche là abbiamo trovato petrolio in abbondanza, e, mentre


vi parlo, arrivano in Italia 100.000 tonnellate al mese. Nel 1958 la produzione è prevista di 2 milioni di tonnellate, di 3 milioni di tonnellate nel 1959. Lavorano 60 tra ingegneri, tecnici, capi, esperti e operai specializzati, tutti italiani, e ci sono poi 800 egiziani. Noi abbiamo la direzione dell’impresa. Probabilmente troveremo ancora; perché abbiamo altre strutture da esplorare, che si presentano bene, forse meglio di quelle che stiamo coltivando. Finalmente siamo andati in Iran, e anche lì crediamo di aver ottenuto quanto di meglio ci fosse, sia nel mare come a terra. Abbiamo già laggiù le nostre équipes, i nostri tecnici, i nostri uomini, tutti italiani, che lavorano e pensiamo che presto dovremo arrivare ad un coronamento dei nostri sforzi. Naturalmente, se Dio ci aiuta, perché, come sapete, la ricerca del petrolio è nelle mani di Dio, gli uomini possono fare ogni sforzo, ma per trovare una riserva occorre che ci sia. Nell’Iran abbiamo instaurato un sistema nuovo, un sistema di collaborazione, che è il contrario di un sistema colonialistico, che non ha più nulla del vecchio imperialismo. È una collaborazione reciproca col Paese che ha la sovranità sui terreni minerari, una forma di assistenza tecnica di gente che vuol essere non superiore ma pari all’altra, che vuol collaborare nell’interesse reciproco dei due Paesi. Anche lì gli iraniani erano stati ammoniti: “Attenzione a quello che fate, perché gli italiani sono incapaci. Non hanno i mezzi, non hanno gli uomini, non hanno esperienza”. Ma la volontà di emancipazione

degli iraniani era più forte della paura e abbiamo vinto. Ora abbiamo cominciato la sismica sottomarina, abbiamo cominciato le operazioni a terra; ci sono già gli aerei che lavorano, stiamo costruendo l’isola artificiale di acciaio che dovrà perforare nelle acque del Golfo Persico. L’isola la facciamo noi, al Pignone a Massa, non abbiamo bisogno di nessuno. Sarà quanto ci può essere di più moderno. Oggi abbiamo alle spalle un’armata di tecnici, le nostre scuole seguitano a mandarne fuori tutti i mesi. Abbiamo i mezzi a disposizione, perché non solamente abbiamo le sonde, una massa così imponente, ma possiamo costruirci da soli raffinerie, compressori, moto-compressori giganti. Abbiamo una società di progettazione, non dipendiamo più da nessuno; abbiamo una società di montaggio che in questo momento lavora nel Pakistan, in India, in Austria, in Egitto, dappertutto. E abbiamo la volontà di fare. Oramai il gruppo è costituito, gli uomini sono pronti, sono a punto, l’espansione è un processo naturale. Ma volevo concludere che siamo stanchi di sentirci insultare. Su invito del Governo libico, come avete letto nei giorni scorsi, io ero stato richiesto di fare un accordo. Chiamati da loro, abbiamo studiato, abbiamo messo a punto parola per parola una convenzione che doveva accordarci, per le ricerche petrolifere, 60.000 km quadrati, nel Fezzan. Abbiamo offerto condizioni migliori degli altri, perché oltre al fifty-fifty, avevamo lasciato ai libici il 25 per cento di opzione. Qualcosa di simile

41


seduta di apertura dell’anno accademico 1957 – 58 11 gennaio 1958

all’accordo persiano. Ma un bel momento, una settimana prima della firma, quando eravamo tutti d’accordo, quando era tutto messo a posto, è saltato il Primo Ministro. Una settima dopo, due ore prima della firma del contratto, c’è stato un alt! E io mi domandavo che problema ci fosse. Era un problema di pressione politica, di gravità eccezionale. Ho fatto le mie dichiarazioni affinché gli italiani sappiano queste cose, perché noi abbiamo bisogno di lavorare, abbiamo bisogno di trovare il nostro posto al sole, non con la forza, ma con la collaborazione. Il nostro Paese è affamato di fonti di energia. C’è bisogno che ci facciano largo. Invece si sono divisi la Libia in undici società americane e due inglesi. Ognuna ha preso un territorio che è più vasto della Valle Padana, mentre per noi non c’era posto, noi siamo stati messi fuori. Ho letto nei giorni scorsi che gli ambienti petroliferi americani danno la loro solita spiegazione: “I libici li hanno messi fuori, perché non sono capaci, perché non hanno i mezzi”. È il solito sistema diffamatorio! Amici miei, queste cose ci offendono profondamente, ci risentiamo come italiani, perché l’AGIP, l’E.N.I. sono l’Italia; e l’Italia che opera all’estero è l’Europa, quella stessa Europa che ha bisogno delle fonti di energia, che ha bisogno di procurarsi col suo lavoro fonti di energia. Siamo profondamente offesi dalla leggerezza con cui ci lanciano queste accuse, perché non colpiscono me, non l’E.N.I., ma tutti gli Italiani, i tecnici, la nostra gente che ha dato

42

in questi anni un esempio meraviglioso di energia e volontà, che ha lottato con i mezzi che aveva e che è riuscita a fare cose importanti, riconosciute unanimemente nel Convegno sui giacimenti gassiferi dell’Europa Occidentale, tenuto a Milano, un paio di mesi fa. Non si rendono conto della gravità delle offese che ci sono lanciate e poi fanno appello alla nostra simpatia, alla collaborazione con noi, pretendono di lavorare in Italia, di vendere i loro prodotti in Italia. Io sostengo che noi meritiamo il rispetto anche degli Americani anche sul piano tecnico in questo campo. Scusatemi lo sfogo, ma siete giovani, entrate oggi, lavorerete per noi o per altri domani, siete degli Italiani! Verranno domani a questa Scuola degli Europei, verranno studenti del mondo arabo e del Medio Oriente ed essi sentiranno, come noi, la necessità di rivedere una situazione troppo pesante per tutti, in cui tutti noi cerchiamo la possibilità di aprire una strada senza passare attraverso il loro pedaggio, facendo a meno di intermediari, impegnandoci per tutti a lavorare, ma anche a ricavare benefici dai vasti orizzonti che ci offre il settore petrolifero. Nel campo dell’energia nucleare noi stiamo creando i quadri, mettendo a punto le équipes e, nello stesso tempo, abbiamo fatto accordi di collaborazione per le progettazioni, mentre intendiamo produrre i reattori qui, senza importarli impacchettati dall’estero. Riuscire con la nostra gente e con l’assistenza degli altri a


costruire gli impianti mediante l’industria nazionale, a crearci una esperienza nostra, dei quadri nostri, degli scienziati nostri, dei tecnici nostri, ecco lo scopo a cui si deve mirare nel dominio nuovo dell’energia nucleare. Il Vice Presidente dell’E.N.I., Prof. Boldrini, che si è assunto l’arduo compito di organizzare e di essere il primo Preside incaricato della Scuola, ha già esposto qualcosa di più sugli indirizzi e sugli ordinamenti che abbiamo scelto. Dall’insieme degli accenni fatti ritengo si possa intuire che ci siamo messi su strade nuove e difficili. Desidero sottolineare questo, per invitare tutti a vedere sopra ogni altra cosa il buono della nostra iniziativa e a considerare come inevitabili le imperfezioni che essa verrà rivelando, a mano a mano che l’esperienza scolastica comincerà a fluire, ad essere vissuta. Non cerchiamo dei plausi, ma collaborazione. La Commissione Accademica Consultiva con l’alta autorità dei suoi componenti: S. E. Giordani, Prof. Demaria, Dott. Di Domizio, Dott. Masdea, già ci assiste da parecchio tempo, e siamo certi dall’alto profitto che ci deriverà soprattutto in futuro dai suoi suggerimenti e dai suoi giudizi. I professori illustri che hanno assicurato alla Scuola il loro ambìto concorso rappresentano la nostra fondamentale speranza per il successo e per il perfezionamento dell’opera intrapresa. È un grande onore dare ad essi il benvenuto ed assicurarli della piena consapevolezza che ha l’E.N.I. del lustro derivante dal loro stesso

nome. E infine mi rivolgo agli studenti i quali, essendo i migliori tra molti aspiranti che hanno già compiuto il loto iter accademico tradizionale nelle nobili Università italiane e straniere, entrano certamente nella nostra Scuola sorretti da pensieri nuovi e quindi favorevolmente disposti ad accogliere ed a valutare come occorre la natura originale degli ordinamenti qui introdotti. Sappiano essi, sin d’ora, che noi teniamo particolarmente al loro giudizio e alle indicazioni che saranno suggerite dalla loro permanenza qui. Per questo non abbiamo esitato a prevedere che, nel momento in cui si prepareranno a lasciarci per fare ritorno alle rispettive sedi, essi compilino le risposte ad un questionario con i loro giudizi, i loro suggerimenti e le loro impressioni sulla Scuola. La nostra intenzione di fare bene è sorretta dalla fiducia che, attraverso la collaborazione degli illustri membri della Commissione Consultiva, degli esimi Professori e degli stessi Allievi, potrà essere raggiunto il fine che la Scuola si propone, ossia quello della elevazione del tono degli studi e della cultura dei giovani. Animato da questi pensieri, ho l’onore di dichiarare aperto il primo anno accademico della Scuola di Studi Superiore sugli Idrocarburi.

43


seduta di chiusura dell’anno accademico 1957 – 58 20 luglio 1958

Il programma di questa mattina non prevede che io debba prendere la parola perché è evidente che, dopo il discorso del Preside della Scuola S.E. Boldrini e del Prof. De Maria, è difficile aggiungere ancora qualcosa. Però desidero esprimere il vivo compiacimento per il lavoro svolto, prima di tutto a S.E. Boldrini, Preside della Scuola. Il fatto che il Vice Presidente dell’ENI abbia preso nelle sue responsabilità questo importante compito vi dice quale assegnamento facciamo e quale importanza noi abbiamo attribuito alla Scuola Superiore sugli Idrocarburi. Desidero ringraziare S.E. Boldrini per aver svolto e portato così bene a termine questo primo anno accademico e con lui ringrazio il Comitato che sovraintende alla Scuola, tutti i Professori che hanno collaborato e fatto voi partecipi delle loro conoscenze. Ma desidero compiacermi e ringraziare anche voi egregi allievi, per l’impegno che avete messo nel frequentare la Scuola, per la disciplina che avete osservato. Mi fa piacere aver sentito sottolineare da voi l’importanza che voi stessi avete riconosciuto a questa nostra Istituzione. Con oggi entrate a far parte della nostra famiglia, anzi, io direi che siete entrati a farne parte idealmente già fin dall’inizio, dal primo giorno, dalla inaugurazione, perché il nostro Gruppo, come ebbi a dirvi nel momento dell’inaugurazione, è in espansione. Io oggi aggiungerei ancora una parola: è una espansione esplosiva; sia in Italia sia

44

fuori dai nostri confini abbiamo tante cose da fare: i nostri compiti seguitano a dilatarsi e quindi anche il nostro impegno. E, avervi preso con noi tutti non è stata una difficoltà, e neanche una preoccupazione. Vedete che i giornali pubblicano spesso annunci con i quali seguitiamo a cercare i migliori laureati anche fuori della Scuola. Ma su di voi direi che contiamo in modo particolare, perché c’è stata questa preparazione aggiuntiva, questo supplemento di applicazione che vi potrà molto aiutare nell’affrontare, nello studiare, nel risolvere i problemi. Mi fa piacere di aver sentito come nei momenti più gravosi abbiate pensato a me e vi prego di seguitare a pensare a me nelle circostanze più difficili della vostra vita e non a me solo, ma anche al Gruppo nei primi collaboratori che, in una dura fase di ostilità ha combattuto, e nello stesso tempo, è riuscito a creare tutte le belle cose che vedete. Non è che le difficoltà finiscano oggi come voi terminate la scuola: la vita è piena di difficoltà, ne troverete ancora, tante giornalmente, più grandi, più piccole, più gravose, alcune sembreranno molte volte quasi impossibili da superare, le supererete. Voi avete, in più di noi, che abbiamo incominciato con tanta buona volontà, una grande preparazione che vi aiuterà a risolvere tutti i problemi. Evidentemente c’è bisogno di tenacia, di volontà, ed io vi consiglio di non mollare mai. Nei vostri momenti difficili pensate alle difficoltà che noi abbiamo superato in silenzio, cercando di andare avanti, pensate a come siamo riusciti e vedrete che anche voi riuscirete a vincere le vostre. Ne tro-


Enrico Mattei consegna il diploma ad un’ allieva al termine del corso di studi presso la scuola di San Donato Milanese. Archivio storico eni

45


seduta di chiusura dell’anno accademico 1957 – 58 20 luglio 1958

46


discorso di Marcello Boldrini alla cerimonia di chiusura del primo anno accademico della Scuola di San Donato Milanese. Archivio storico eni

verete tante di difficoltà, talvolta vi sembrerà impossibile andare avanti, ma gli uomini che ne hanno le qualità e le capacità vanno avanti, vanno avanti da soli senza che nessuno li possa fermare. Vanno avanti per quel che sanno fare, per le loro capacità, specialmente in un Gruppo come il nostro che tiene conto delle qualità di iniziativa. Anche quando, alle volte, vi sembrerà di essere abbandonati, di essere trascurati o non giustamente valutati, sarà forse in quei momenti che sarete più osservati. So che avete visto Ravenna, e probabilmente, oltre ai mosaici, anche i nostri impianti industriali vi avranno fatto una grossa impressione. Ravenna è quella che si vede, una cosa delle più spettacolari del nostro Gruppo. Ma, per esempio, la SNAM non si vede, è tutta sotto terra, eppure è più grande di Ravenna; l’AGIP MINERARIA, con tutti i suoi pozzi, con migliaia di chilometri di tubi sotto terra, è di un ordine di grandezza notevolmente più grande di Ravenna. E così anche l’AGIP commerciale: se noi mettessimo insieme tutte le nostre migliaia di posti di vendita, la flotta, le raffinerie, si farebbe un complesso alcune volte più grande di Ravenna. E adesso viene avanti l’energia nucleare; altri compiti che pensano di affidarci. Quindi c’è molto lavoro da fare, ci sono prospettive d’onore per tutti. Consegnandovi oggi il diploma della Scuola, desidero dirvi che tutto il nostro Gruppo vi è vicino. Tutti gli ingegneri, tutti i tecnici, tutti gli operai. Anche gli operai, che

da noi si sentono anche loro in linea di combattimento, sono aggressivi, sanno che hanno mete difficili da raggiungere. Abbiamo tanta strada da fare ancora; si può dire che incominciamo adesso, la faremo insieme, ci rincontreremo tante volte. Noi abbiamo guardato in avanti, verso l’avvenire, e bene diceva testé il Prof. De Maria, che l’Italia si deve aggiornare. Nel nostro campo noi abbiamo cercato di aggiornarci, abbiamo realizzato, ma c’è ancora molto da fare. Abbiamo bisogno di riprendere il terreno perduto, io direi, di fare una notevole strada: la faremo insieme, guarderemo in avanti, guarderemo verso l’avvenire che, per noi, per il nostro Gruppo, si presenta pieno di impegno, ma anche pieno di speranze.

47


seduta di apertura dell’anno accademico 1958 – 59 28 ottobre 1958

Il secondo Anno Accademico della Scuola di Studi Superiori sugli Idrocarburi si inizia sotto i migliori auspici, prima di tutto per la collaborazione degli illustri scienziati che si sono impegnati a venire ad insegnare e poi per gli studenti che sono stati rigorosamente selezionati tra un numero rilevante di laureati italiani e stranieri. Dire che noi diamo una grande importanza a questa Scuola è ancora dire poco. Come potranno arguire dai laboratori qui costruiti e organizzati e dal centro di ricercche sorto a Metanopoli, questo cervello del Gruppo esula dal lavoro che noi svolgiamo nella Val Padana, nel resto d’Italia, in Sicilia, all’estero ed evidentemente ha finalità più ampie e più importanti. Il Gruppo ha seguitato la sua espansione anche quest’anno in modo notevole, tanto è vero che siamo stati lieti di poter assorbire tutti gli allievi del corso del I Anno e dobbiamo dire che ne siamo contenti. Sono stati pochi, perché le nostre necessità sono molto più grandi. Pensate che oggi nel gruppo operano circa 700 ingegneri, 150 geologi, un grande numero di chimici, una enorme massa di laureati, di specialisti, che bisogna aumentare a mano a mano che crescono le nostre funzioni, perché solo un gruppo altamente specializzato oggi può tener testa con onore alle più grandi organizzazione straniere, avendo davanti a sé un immenso lavoro da compire.

48

Non è nostra abitudine guardare indietro e fare considerazioni sul lavoro compiuto: no, noi siamo abituati a guardare sempre avanti, anche perché siamo partiti per ultimi nella corsa al petrolio e alle fonti di energia e quindi sentiamo innanzitutto la necessità di riguadagnare il tempo perduto. Qualche cosa è stato fatto, ma abbiamo iniziato partendo dal niente, aiutati solo dalla buon volontà, dalla decisione, dal coraggio di pochi e dalla preparazione di quei pochi. Ora che siamo cresciuti, dobbiamo andare avanti. Quest’anno il Gruppo distribuisce al consumo 5 miliardi di metri cubi di metano che, come tutti sanno, corrispondono a circa 5 milioni di tonnellate di petrolio. Però in due anni l’immissione al consumo passerà da 5 miliardi a 6 miliardi di metri cubi, perché ciò è consentito dalle riserve accertate negli ultimi tempi. In Sicilia la scoperta di Gela dà delle notevoli possibilità, perché possiamo considerare che la produzione potrà raggiungere 3 milioni di tonnellate. Non conosciamo ancora i limiti di questo grande giacimento: sappiamo che si estende probabilmente anche in mare e nel mese di gennaio inizieremo la ricerca sismica nel mare, in attesa che arrivi la piattaforma necessaria per perforare sott’acqua. Sappiamo pure che il giacimento si estende in ogni direzione in terraferma e ciò significa che, pur non conoscendone i limiti, si tratta di una grossissima cosa. Avevano parlato di petrolio cattivo. Non esiste petrolio


Enrico Mattei consegna il diploma ad un allievo al termine del corso di studi presso la scuola di San Donato Milanese. Archivio storico eni

49


seduta di apertura dell’anno accademico 1958 – 59 28 ottobre 1958

cattivo, esiste il petrolio. Il petrolio deve essere lavorato con la tecnica moderna, che affronta tutti i problemi. Sappiamo fin d’ora che, separando la parte più densa, cioè il coke di petrolio, che nel grezzo di Gela è contenuto per il 24 % , potremo bruciarlo in una grande centrale termoelettrica sul posto, per ottenere due o tre miliardi di kWh all’anno. Quello che resta è un petrolio che ha, press’a poco, le stesse caratteristiche del petrolio del vicino Oriente. Potremo avviare una produzione chimica utilizzando anche lo zolfo del greggio, per la produzione dell’acido solforico, e soprattutto servendoci del gas, trovato a 200 km, che porteremo a Gela con un metanodotto. Abbiamo dunque tutte le premesse, le materie prime occorrenti per creare in Sicilia un’industria di fertilizzanti azotati a bassissimo prezzo, a prezzo tale da poter affrontare in tutto il bacino del Mediterraneo la concorrenza di Paesi che sono ubicati in modo più favorevole di noi, di fronte ai mercati di consumo. Nei giorni scorsi abbiamo avuto anche buone notizie della nostra partecipazione in Egitto, dove in questo momento lavorano circa 900 egiziani ed una sessantina di italiani. Poiché le riserve in passato accertate ammontavano a 24 milioni di tonnellate, avevamo messo il giacimento a un regime di produzione di 2 milioni di tonnellate all’anno. Ma, dopo settimane di lavoro e di accertamenti, le riserve sono passate da 24 milioni di tonnellate a 100 milioni di tonnellate di

50

petrolio estraibile. Ne deriva la possibilità di portare la produzione del giacimento a 6, forse a 8 milioni di tonnellate all’anno. Stiamo preparando i mezzi, altre sonde, altri uomini da inviare sul posto, per incrementare rapidamente questa produzione. Abbiamo la nostra gente al lavoro in Persia, nello Zagros e nel Mekran, e abbiamo ultimato la sismica nel mare, nell’ offshore. Siamo in attesa delle piattaforme su cui installare la macchina per perforare; esse arriveranno nei prossimi mesi. Le notizie dalla Persia sono buone, perché nello Zagros e nel Mekran sono state rilevate numerose possibilità petrolifere e le strutture favorevoli nel mare si addentrano anche a terra. È partita in questi giorni una nostra équipe sismica con 25 persone, ed essa ha già iniziato il lavoro anche a terra, come era stato fatto nel mare. Le nostre équipes di geologi sono già al lavoro anche in Marocco, nella provincia di Tarfaja. Abbiamo l’impressione che la distinzione che ancora si fa, tra fonti di energia prodotte in Italia e fonti di energia di importazione, potrà essere rapidamente superata. L’anno scorso le fonti di energia di importazione rappresentarono il 56 % del totale e gravarono sulla nostra bilancia commerciale per 270 miliardi. C’è un aumento dei consumi ma, con le possibilità che oggi abbiamo, con quello che noi prevediamo, con l’impegno che noi mettiamo nel nostro lavoro, abbiamo l’impressione di poter arrivare, nello spazio di qualche anno, a colmare


questa grossa lacuna per il nostro Paese. Grossa lacuna che ci dà una dipendenza economica e colmarla vuol dire andare verso l’emancipazione del nostro Paese. Per svolgere tutto il grande programma che abbiamo dinanzi abbiamo bisogno di uomini, di giovani preparati: non che quello che è stato fatto non sia il frutto di uno sforzo già notevole; ma ancora oggi, come tutti sanno, corrono voci di Paesi stranieri, di società straniere che vogliono venire a darci una mano in questo nostro lavoro nella Valle Padana (lo abbiamo letto nel “Wolrd Oil” del mese scorso). Non so se sia a scopo polemico o se non si siano resi abbastanza conto del lavoro che abbiamo svolto e che stiamo svolgendo. Noi abbiamo perforato nella zona di esclusiva della Valle Padana 3.800 metri ogni 1.000 kmq: è una cifra imponente in confronto con i 17 metri per 1.000 kmq della Persia, con i 14 dell’Arabia Saudita, con i 22 dell’Iraq e via di seguito. Ma la sorpresa viene adesso. Noi abbiamo perforato nella Valle Padana un totale di 171.000 metri in un anno e tutto lo sforzo compiuto dalle più grandi Compagnie del mondo, in Iraq, in Persia, in Arabia Saudita, in Kuwait, in zone di concessione che sono 50 volte la Valle Padana, è di 173.000 metri tutt’insieme; c’è la differenza di un pozzo di 2.000 metri. L’impressione di avere compiuto veramente un grande sforzo si conferma se pensiamo che in tutta Italia

abbiamo perforato 250.000 metri dei quali il 35 % è costituito da pozzi di ricerca e solo il 65 % da pozzi di produzione. Quest’anno avremo ancora un aumento delle nostre perforazioni, nel lavoro delle équipes sismiche, nell’attività dei nostri geologi. Eppure, malgrado la sua vastità, il lavoro effettuato rappresenta solo una piccola parte dello sforzo che ci prepariamo ancora a compiere. Abbiamo bisogno di giovani, di giovani che arrivino già preparati ai nostri problemi, che arrivino con una visione di quelle che sono le nostre necessità. Ecco perché abbiamo creato un Scuola di Studi Superiori sugli Idrocarburi, dandole tutta l’importanza che meritava, tanto è vero che il Vice Presidente stesso dell’E.N.I. ne è il Preside. Noi la riteniamo uno strumento importante del nostro avvenire, del nostro domani. Abbiamo bisogno che i giovani vengano da noi già con un bagaglio di conoscenze, siano liberati da quel diaframma, da quel muro che esiste sempre tra lo studente appena uscito dall’Università e le Aziende. Non abbiamo bisogno di specializzazione, ma di preparazione ai nostri grossi problemi scientifici e tecnici. Questa preparazione è fatta qui egregiamente. Indubbiamente l’anno accademico sarà per voi un periodo di lavoro, di sacrifici, di studi pieni di impegno. Non pensate, figliuoli, che dopo troverete un mondo facile, il mondo è sempre difficile. Vi aspetterà ancora un lavoro più duro, più impegnativo, pieno di sacrifici,

51


seduta di apertura dell’anno accademico 1958 – 59 28 ottobre 1958

52


Enrico Mattei consegna il diploma ad un allievo al termine del corso di studi presso la scuola di San Donato Milanese. Archivio storico eni

ma anche ricco di soddisfazioni, di tante soddisfazioni. I sacrifici sono infiniti, sono tanto gravi che qualche volta, per gli uomini che lavorano negli impianti, nei laboratori, nella ricerca, possono arrivare persino al sacrificio supremo, quello della vita. È la dura esperienza dei giorni scorsi: abbiamo perduto tre giovani tecnici, che operavano in Abruzzo, nel Gran Sasso. Uno di essi è rimasto ferito e gli altri due, non riuscendo nello sforzo di riportarlo alla base, sono rimasti travolti dal loro generoso tentativo. Accasciati e sfiniti, la tormenta li ha coperti. Per noi questo è stato un grande dolore. Invio alla memoria di questi ragazzi il nostro reverente pensiero e la nostra riconoscenza. Essi rimarranno sempre nel nostro ricordo. Voi che siete entrati in questa Scuola e che domani affronterete i difficili problemi delle imprese o per noi o per gli altri, in Italia o all’estero, avrete momenti di sconforto, incontrerete difficoltà, dovrete sopportare sacrifici, ma li supererete, perché vi attendono dall’altro lato anche le soddisfazioni che accompagnano la scienza e il lavoro. Io formulo i migliori voti per il successo dei vostri studi e, con questo augurio, dichiaro aperto il II Anno Accademico della Scuola di Studi Superiori degli Idrocarburi.

53


seduta di chiusura dell’anno accademico 1958 – 59 2 luglio 1959

Prima di tutto desidero esprimere il mio compiacimento al Vice Presidente S.E. Boldrini, Preside di questa Scuola, per aver portato a termine così brillantemente, con tanto impegno, con passione, anche questo anno accademico. Noi gliene siamo grati, per aver preparato altri giovani, altri collaboratori, cioè le truppe di rincalzo per gli uomini che sono già in prima linea da molto tempo. È una linea che seguita ad allungarsi, ad allargarsi, ad assumere ogni giorno maggiore importanza. Desidero ringraziare anche il prof. Demaria per tutte le cose importanti che ha detto oltre che per la collaborazione data a questa Scuola. Indubbiamente la linea da lui tracciata è quella dell’avvenire, se le industrie vogliono sopravvivere ad una competizione che si allarga ogni giorno e che diventa mondiale. Noi nel nostro Gruppo siamo già sulla buona strada. Già da qualche anno abbiamo intrapreso un faticoso lavoro di analisi, cioè di esame e nello stesso tempo di riordinamento, di coordinamento di tutte le branche. Abbiamo chiamato al nostro fianco i migliori esperti che abbiamo trovato nel paese più progredito in fatto di organizzazione industriale, cioè tecnici americani. E nel frattempo sono stati addestrati molti giovani anche da noi. Dobbiamo riconoscere che i risultati ottenuti finora sono veramente eccellenti quantunque il lavoro organizzativo non possa essere terminato, prima di un paio di anni. Ma le economie, i risparmi sui costi sono veramente impressionanti,

54

quasi incredibili. E sarebbe importante, per lo sviluppo e per l’avvenire del nostro paese, che anche le altre industrie italiane si mettessero sulla nostra stessa strada. Indubbiamente le piccole e medie imprese dovrebbero unirsi in questo sforzo, dovrebbero coordinarsi per gli acquisti, per il riordinamento, per l’organizzazione, per la specializzazione, non compiere isolatamente uno sforzo che è possibile solo ai grandi gruppi. Desidero ringraziare anche tutti gli illustri professori che hanno voluto dare la collaborazione a questa Scuola con il loro insegnamento. Questo nostro contatto, questa nostra riunione, è una cosa importante perché segna la conclusione di un vostro sforzo, del vostro impegno, dei vostri studi fra noi. Io non ho che da rallegrarmi dei risultati conseguiti e da porgervi il saluto e il benvenuto di tutto il nostro gruppo, di questa grande famiglia, come l’ha chiamata il Vice Presidente, della quale oggi la maggior parte di voi, entrano a far parte, con la sola eccezione degli studenti esteri che, con nostro rammarico, ci lasciano per tornare alle loro case. Noi siamo contenti di averli avuti qui, perché ci siamo potuti conoscere, abbiamo potuto in certo qual modo familiarizzare fra italiani e cittadini di lontani paesi. Io sono certo che essi porteranno con sé una buona impressione di questa nostra Italia e di questa nostra Scuola. A tutti gli italiani che rimangono a lavorare con noi (intendo dire a tutti coloro che lo vogliono) io porgo il benvenuto del nostro gruppo. È un benvenuto che sottolinea uffi-


Enrico Mattei consegna il diploma ad un allievo al termine del corso di studi presso la scuola di San Donato Milanese. Archivio storico eni

55


seduta di chiusura dell’anno accademico 1958 – 59 2 luglio 1959

cialmente il loro ingresso in questa famiglia. Idealmente essi erano già entrati nel momento in cui iniziavano la Scuola, ma da oggi ci possiamo considerare colleghi, colleghi di lavoro. Diceva, giustamente, il Vice Presidente che qui ognuno può avere forse il bastone di maresciallo. Dipenderà da voi, dipenderà da quello che saprete fare, dal vostro impegno e da ciò che riuscirete a realizzare. Incontrerete sul vostro cammino tanti ostacoli, tante difficoltà, non però più di quelle che abbiamo incontrato noi, cioè la generazione che vi precede. Ma anche voi le affronterete e le supererete. Avrete, direi, la fortuna di entrare in un gruppo lanciato nei rami industriali più moderni, più promettenti di tutto il mondo; perché il petrolio, il metano, la petrolchimica e l’atomo sono i settori maggiormente destinati a dilatarsi e il gruppo delle nostre imprese vi opera con una ferma volontà e con la necessità di espandersi. Purtroppo, il nostro Paese ha iniziato tardi, troppo tardi, il lavoro di cui ci occupiamo. Dobbiamo riconoscere che è mancata l’iniziativa privata. Essa è mancata non solo da noi, ma persino in Germania, mentre altri Paesi, come l’Inghilterra, l’Olanda, gli Sati Uniti, la Francia da decine di anni accaparravano tutte le aree più promettenti per le produzioni petrolifere. L’iniziativa privata italiana e tedesca è rimasta assente; e purtroppo, di questa nostra assenza ci siamo accorti con enorme ritardo. Indubbiamente il campo era difficile, presentava

56

ostacoli infiniti e problemi da affrontare immensi. Noi ci siamo messi all’opera e siamo usciti dalle frontiere del nostro paese per necessità, perché abbiamo compreso che lo sviluppo industriale del nostro Paese è impossibile se non controlliamo le fonti di energia. È qui il compito, un compito immane, che da oggi abbiamo tutti insieme. Ma ci sono anche i risultati. Dopo aver svolto il nostro lavoro nella Valle Padana che quest’anno (sono notizie che già voi conoscete) produrrà 5 miliardi e mezzo di metri cubi di metano e 6 miliardi l’anno venturo, registriamo la scoperta e la messa in valore del petrolio di Gela che è una cosa importante. Esso farà sorgere altri impianti, forse più importanti di quelli che avete visto a Ravenna, quantunque destinati ad altre lavorazioni. È di queste settimane la scoperta del gas di Ferrandina, in provincia di Matera, essa pure, come i precedenti risultati, frutto del lavoro tenace e intelligente dei nostri geologi, dei nostri geofisici, delle pattuglie avanzate che reperiscono le risorse necessarie allo sviluppo industriale del nostro Paese. Il petrolio di Gela e il gas di Ferrandina aprono alla gente del Sud il cuore alla speranza: la speranza verso un migliore avvenire, che assicuri anche a loro possibilità di vita e benessere. Qualche anno fa i soliti critici ci rimproveravano di impiegare nelle ricerche minerarie pochi mezzi, ed erano invece i mezzi sufficienti per lo sviluppo che il lavoro


aveva raggiunto fino a quel momento nella Valle Padana e nel Sud. Oggi, non sapendo cosa dire, ci fanno carico di adoperarne troppi, di impiegare troppe sonde, di fare troppi fori. Ma la verità è qui: che noi adoperiamo i mezzi strettamente necessari per il conseguimento dei nostri fini, cioè per il reperimento del metano e del petrolio. Pensiamo che ci sia ancora non poco lavoro da svolgere nel nostro Paese e che oltre alle riserve e alle possibilità accertate, altre se ne potranno ancora trovare. Questo è il motivo per cui stiamo impiegando tutti i mezzi tecnici, tutte le somme di denaro necessarie, tutto il personale specializzato, come ingegneri, geologi, équipes sismiche, con lo scopo di arrivare rapidamente al reperimento di nuove risorse che aggiungano benessere alla nostra gente. Noi pensiamo che, se Dio ci assiste, in Italia non è detta ancora l’ultima parola, ma ci sono altre possibilità che dobbiamo controllare in Sicilia, nella Valle Padana, nel resto d’Italia, nei monti, nelle pianure, nel mare. Anni addietro guardavamo con molta soggezione le riviste americane, perché gli Stati Uniti erano il solo paese al mondo che avesse mezzi di perforazione sul mare. Erano complessi giganteschi, che incutevano molto rispetto; si trattava di una tecnica difficilissima, quasi impossibile da imparare. Oggi siamo i primi in Europa ad averli messi in azione. Abbiamo una piattaforma sul mare che opera in Sicilia e che ha già fatto il primo pozzo petrolifero. Siamo

stati anche fortunati, perché il risultato è produttivo ed ora ne farà degli altri. Abbiamo un secondo impianto in Persia che entra in funzione in questi giorni. Questa enorme attività è il risultato di un lavoro di massa. Abbiamo con noi 800 ingegneri, 200 geologi, centinaia di chimici, di tecnici, di geometri, migliaia di periti industriali e di specialisti. È un’espressione che ho adoperata qualche altra volta, ma amo ripetere, è come una grande armata in movimento, che si estende dappertutto, in Italia, nella Valle Padana, nel centro e nel Sud, in Sicilia, nel mare, in Persia, nel Sahara marocchino, in Egitto e potrete essere certi che raggiungerà anche altri Paesi. Abbiamo bisogno di far presto, abbiamo bisogno di riprendere rapidamente il tempo perduto e di conquistare anche noi la nostra posizione. È in questo sforzo che voi ci aiuterete, è in questo sforzo che ognuno di voi dovrà dare il massimo di se stesso. Oggi il gruppo è diventato importante. Io direi che forse come gruppo integrato è il più completo d’Europa. Non abbiamo più – come anni addietro – la sola ricchezza del metano; ormai abbiamo petrolio in Italia e fuori d’Italia ed ai metanodotti dei primi anni si aggiungono oggi oleodotti internazionali. Come infatti sapete, stiamo uscendo dal nostro Paese per estenderci verso la Svizzera e stiamo trattando anche con i tedeschi, col progetto di prolungare l’oleodotto Genova - Svizzera verso la Germania. La nostra flotta comprende 200.000 tonnellate di navi petroliere ed essa arriverà tra un anno

57


seduta di chiusura dell’anno accademico 1958 – 59 2 luglio 1959

e mezzo a 300.000, forse a 350.000 tonnellate. Il gruppo ha oggi la capacità di raffinazione che gli è necessaria. Ma siccome si tratta di un gruppo integrato di cui tutti gli organi devono lavorare, la nostra società di progettazione prepara, in questo momento, i piani di 4 nuove raffinerie, non tutte per nostro conto. Si assicura in tal modo il lavoro anche alle nostre grandi officine di costruzione e alle nostre società di montaggio e di perforazione per conto terzi. Abbiamo vinto una gara internazionale per fornire una raffineria di petrolio alla Giordania. Un’altra raffineria da 1,5 milioni di tonnellate sorgerà a Casablanca in Marocco ed un’altra ancora da 1 o 2 milioni di tonnellate in Svizzera. Una raffineria piuttosto importante è progettata in Sicilia in collegamento con il previsto impianto petrolchimico per la produzione di fertilizzanti azotati. Altre trattative sono in corso e tutto lascia supporre che almeno in parte si potranno favorevolmente concludere. Dopo le raffinerie, dobbiamo pensare alla distribuzione, alla vendita, non solo in Italia, ma anche in Africa, in Austria, in Svizzera e in altri paesi d’Europa. Ne risulta l’urgenza di raccogliere le conoscenze di mercato e di analizzare tutti i complessi problemi di sbocco. Si tratta di collocare in Italia e all’estero produzioni enormi, perché i vasti impianti di petrolchimica hanno già oggi dimensioni mondiali. Produciamo un milione di tonnellate di fertilizzanti, non 650/850.000, e non 60.000 tonnellate di gomma sintetica, ma 70/75.000.

58

Dobbiamo vendere anche le nostre resine sintetiche. Occorre far presto, marciare rapidamente, in modo da togliere a tutti l’illusione che, fermando noi, potrebbero essi conservarsi il mercato. Oggi chi sta fermo non conserva più niente. La concorrenza è sul piano mondiale; perfino i giapponesi, che vengono a vendere le resine sintetiche in Europa, collocano i loro fertilizzanti in Spagna a prezzi di concorrenza. Altrettanto cercano di fare gli americani e gli europei del Nord Europa anche se non sempre si trovano nelle nostre stesse vantaggiose condizioni. Indubbiamente tutto il mondo si è lanciato a conquistare la sua parte, il suo spazio di mercato. Dobbiamo farlo anche noi, perché siamo già 50 milioni in un piccolo territorio e per vivere occorre esportare merci che incorporano il lavoro prodotto nel nostro Paese. Solo con questo è possibile sopperire alle nostre scarse disponibilità in altri settori. Comprenderete ora quale massa di attività ci si presenta davanti e quanto grande è la necessità di uomini, di giovani preparati, pronti a collaborare per mantenere in marcia questa macchina che di giorno in giorno diventa più gigantesca. Io ho molte speranze su di voi, sul vostro impegno, sulla vostra collaborazione, sulle energie che porterete nel nostro gruppo. Qui c’è posto per molti. C’è possibilità di avanzare presto, per i migliori. Abbiamo bisogno che gli uomini si formino rapidamente, affinché l’espansione non sia più veloce delle possibilità umane. Per questo motivo i dirigenti attuali fanno una vita


molto dura, come sarete costretti a fare anche voi. La competizione mondiale ci costringe a non perdere tempo. Noi abbiamo abolito il vagone – letto per muoverci rapidamente e viaggiamo in aereo di notte perché il giorno rimanga a nostra disposizione per gli affari. Sono gli affari che poi creano il lavoro. Tutte le nostre imprese lavorano in pieno, hanno lavoro finché ne vogliono e siamo costretti a passare talune commesse agli altri, perché materialmente non riusciamo. L’impegno integrale di tutta la nostra gente, anche nei momenti difficili, è indispensabile per realizzare un incremento nelle nostre produzioni e nelle nostre vendite. Con la prospettiva dell’attività che vi attende, do inizio alla distribuzione degli attestati che premiano la vostra fatica e che sono il riconoscimento dello sforzo da voi compiuto per arricchire il patrimonio delle vostre conoscenze: un patrimonio che non vi abbandonerà più nel corso della vostra vita.

59


seduta di apertura dell’anno accademico 1959 – 60 4 dicembre 1959

Desidero innanzitutto ringraziare a nome del Gruppo E.N.I. il Ministro per le Partecipazioni Statali per averci fatto l’onore di venire qui alla inaugurazione del terzo Anno Accademico di questa Scuola. Voglio ringraziare il Vice Presidente dell’E.N.I., Preside della Scuola, e vorrei ringraziare anche tutti i professori che insegnano qui e tutti gli scienziati che collaborano alla riuscita della nostra impresa. Per impresa non intendo solo questa Scuola; il nostro sviluppo è stato molto rapido perché il nostro Gruppo opera in varie direzioni e settori; noi ci siamo occupati della ricerca degli idrocarburi, della produzione, dei trasporti, della raffinazione, dell’espansione commerciale sia in Italia sia all’estero. Ma anche in altri campi la nostra impresa opera con intensità. Tali la chimica del metano, la petrolchimica, l’energia nucleare. Necessariamente dunque abbiamo sentito la necessità di creare degli uomini che possano affrontare questi problemi; tali problemi, infatti, diventano di giorno in giorno più difficili, le tecniche si fanno sempre più complesse e richiedono una maggiore specializzazione. Devo dire che siamo molto soddisfatti dei risultati di questa nostra Scuola. Quantunque molti degli allievi che la frequentano non rimarranno in Italia o probabilmente ritorneranno nei loro Paesi anche in patria essi dovranno assolvere importanti compiti. Comunque noi siamo molto felici che siano venuti in questa Scuola: speriamo così di poter rafforzare i nostri rapporti che sono rapporti di cordialità, rapporti di affetto, rapporti di responsabilità e ci auguriamo che questi rapporti continuino nel futuro. Indubbiamente il compito che abbiamo davanti è un compito grande, grave; questo è un anno che voi dedicherete agli studi

60

e a studi molto seri. Voi state apprendendo molte cose riguardo a tutti i più grossi problemi dell’industria, che cammina rapida. Voi capite la necessità di far presto, la necessità di adeguarvi. Voi siete giovani e quando avrete finito i vostri studi dovrete lavorare, e probabilmente troverete difficoltà nel vostro lavoro come noi le abbiamo trovate nel nostro. Tuttavia noi abbiamo avuto molta fiducia nelle nostre possibilità; noi abbiamo continuato a lavorare con tenacia e fermezza. Noi abbiamo avuto successo e siamo stati felici di aver cooperato con i nostri sforzi al benessere del nostro Paese. Noi vogliamo migliorare le condizioni di vita della nostra gente e noi non possiamo ottenere ciò se non facciamo ogni sforzo per raggiungere questo scopo. Anche il vostro concorso è atteso. Quindi il vostro è un compito grande e una grande responsabilità è di fronte a voi. Gli allievi del corso del 1958 hanno dato buoni risultati ed alcuni di essi hanno trovato ottimi posti sia in Italia che all’estero nei vari settori dell’industria. Essi oggi lavorano nelle raffinerie, negli impianti minerari, nella costruzione di oleodotti e nei più vari rami di attività; essi hanno già fatto dei passi avanti nella loro carriera e hanno potuto constatare che quello che hanno imparato in questa Scuola è stato loro molto utile. In certo senso essi contribuiscono allo sviluppo dell’industria e al miglioramento delle condizioni di vita del loro paese. Sono lieto di avervi conosciuto e di aver avuto la possibilità di vedervi e potervi augurare buon lavoro e un anno di studio fecondo. Col consenso di S.E. il Ministro delle partecipazioni statali dichiaro aperto il terzo anno accademico della Scuola di Studi Superiori sugli Idrocarburi.


intervento di Enrico Mattei alla scuola di San Donato Milanese. Archivio storico eni

61


seduta di chiusura dell’anno accademico 1959 – 60 1 luglio 1960

Dopo aver ascoltato il discorso del Vice Presidente dell’E.N.I. e Preside di questa Scuola e del prof. Cassinis, e anche ciò che voi allievi avete detto, mi rendo conto che la Scuola ha avuto un risultato altamente positivo e quindi ne sono lieto. Positivo anzitutto perché non solo docenti italiani, ma anche numerosi docenti stranieri sono venuti qui a dire la loro parola. E poi anche per la composizione degli studenti stessi, non solo italiani ma di vari paesi. Quindi la scuola è un po’ su un piano internazionale, come è internazionale il problema del petrolio e come internazionali stiamo diventando noi stessi dell’E.N.I.. Direi che a questo allargamento delle nostre azioni siamo stati un po’ costretti, perché se noi rimanevamo nella nostra orbita di raffinatori e di distributori in Italia di prodotti petroliferi non avremmo potuto resistere alla competizione internazionale. Il problema del petrolio – dicevo – è un problema eminentemente internazionale; l’industria del petrolio è un’industria che deve essere guardata in tutti i suoi aspetti, perché se non si tiene conto insieme della produzione, della trasformazione e della vendita, indubbiamente la competizione diventa estremamente difficile e direi quasi impossibile. Noi abbiamo fatto un’esperienza di tutto questo. In base ad essa stiamo allacciando rapporti con gli altri paesi, evitando anche quello che nelle vie da altri percorse non ci piaceva. Abbiamo adottato un’impostazione nuova, perché non ci piaceva lasciare operare nel nostro paese imprese esclusivamente straniere, rimanendo solo a guar-

62

dare. Essi ci lasciavano margini ridicoli di guadagno nella raffinazione, che divenivano quasi nulli nella vendita. Tutto il profitto rimaneva alla produzione, con l’alto prezzo di vendita del petrolio. Io ho già avuto modo di dichiarare che oggi il prezzo del petrolio nel mondo arabo e in tutto il Medio Oriente è formato per un quinto dai costi di produzione, per due quinti dalle royalties spettanti ai paesi concessionari e per due quinti dagli utili delle grandi compagnie. Ed è su quest’ultima parte che noi non siamo d’accordo. Non siamo d’accordo perché danneggia enormemente la nostra espansione, la nostra possibilità di sviluppo industriale, di cui il nostro Paese ha bisogno e di cui anche i Paesi degli allievi esteri di questa Scuola che sono presenti, indubbiamente devono tenerne conto. In Italia, nel secolo scorso, non è stato possibile realizzare una adeguata espansione industriale, perché i costi delle nostre fonti di energia erano molto elevati. Oggi io direi che, con situazione controllata da un’impresa dello Stato o per lo meno con la competizione di un’impresa dello Stato, il problema è cambiato notevolmente. Oggi i prezzi di vendita dei prodotti petroliferi nel nostro paese – quando si prescinde dalle imposte – sono i più bassi d’Europa, e sono in parte persino inferiori a quelli degli Stati Uniti d’America. Avete certamente letto nei giorni scorsi cifre comparative particolarmente interessanti, che sono il risultato dello sforzo compiuto da tutta la nostra gente in questi ultimi quindici anni. Sforzo immenso: sforzo rivolto prima a sopravvivere, poi ad ottenere prodotti idonei ad affrontare il mercato, la


Enrico Mattei consegna il diploma ad un allieva al termine del corso di studi presso la scuola di San Donato Milanese. Archivio storico eni

63


seduta di chiusura dell’anno accademico 1959 – 60 1 luglio 1960

competizione, non solo alla pari ma anche con qualche punto di vantaggio sugli altri. Eravamo gli ultimi: ci mancava la fiducia dei consumatori. Abbiamo dovuto conquistarla, con la qualità dei prodotti, con la pubblicità, con l’organizzazione di vendita, con le stazioni di servizio. Ciò richiedeva la costruzione di raffinerie più progredite, di organizzazioni di vendita capaci di imporsi all’attenzione del mondo. Ma soprattutto bisognava pensare alla produzione, a conquistare le fonti del petrolio greggio. Oggi si sono affacciati sul mercato anche altri paesi produttori indipendenti di petrolio. Ne abbiamo approfittato e per noi è divenuto possibile, proprio in relazione alla nostra funzione competitiva, di ribassare i prezzi nel nostro paese. Erano questi i traguardi che dovevamo raggiungere: alta qualità dei prodotti, bassi prezzi che possono portare un vantaggio enorme a tutti gli automobilisti, ai consumatori, alle industrie. Dovete sapere che il metano venduto in Italia è il combustibile a prezzo più basso venduto in Europa. Immaginate quale grande vantaggio per l’industria italiana. Altrettanto si può dire per il prezzo dell’olio combustibile. Con la riduzione apportata ieri dal nostro governo in collaborazione con noi, l’olio combustibile ha raggiunto, per i grossi consumatori, prezzi minimi di L. 10, 20 al chilogrammo, ivi inclusa una imposta di L. 3,688. Pensate che in Francia il prezzo è di 16,80, in Inghilterra è di 19 lire. La benzina, senza l’imposta arriva al consumatore in Italia a 26 lire il litro mentre si vende a lire 32,80 in Francia, 38,20 in Germania, 38,70 in Inghilterra. Il gasolio senza l’imposta

64

si vende a lire 23,86 al litro in Italia, 37 lire in Germania, 35,79 in Inghilterra. Indubbiamente, spingendo i prezzi verso queste quotazioni abbiamo aperto dei grossi orizzonti nell’industria italiana, grosse possibilità di lavoro e di espansione. Ma per far questo, come dicevo, abbiamo dovuto estendere le ricerche e gli acquisti di petrolio fuori del nostro paese, andare dove il petrolio si trova o si offre a condizioni vantaggiose. Per la produzione abbiamo dovuto fare nuovi accordi, che però tengono conto degli interessi dei paesi dove noi siamo andati a lavorare. Anziché cercare l’inserimento di imprese straniere in quei paesi, abbiamo dato ad essi una collaborazione, un’associazione, qualche cosa di nuovo che non metta in condizioni di inferiorità l’altro socio, ma lo innalza sul piano del rispetto e della tutela dei diritti reciproci. La formula si è allargata, si è estesa in molti paesi e ho l’impressione che la nuova collaborazione internazionale si svilupperà ancora dando dei risultati non solo nei paesi petroliferi, ma in altri paesi che mettono a disposizione del mondo le proprie risorse in materie prime. Ne nasce una proficua collaborazione fra tecnici, fra operai, fra amministratori, che si siedono allo stesso tavolo per decidere insieme quello che bisogna fare per sviluppare le risorse economiche del paese. È indubbiamente un fatto nuovo estremamente importante che porterà ad una maggiore collaborazione e comprensione internazionale. Naturalmente per fare la nostra parte in tutto questo, abbiamo dovuto preoccuparci di integrare il nostro gruppo perché esso non ha più solo da fronteggia-


re un problema di ricerca, di produzione, di trasformazione e di vendita di prodotti petroliferi, ma anche di produzione di tutta l’attrezzatura necessaria dalle sonde alle raffinerie, agli impianti petrolchimici. E un compito ancor più arduo è la formazione dei quadri, degli uomini. Oggi nel gruppo abbiamo 1000 ingegneri, abbiamo 2000 diplomati fra periti industriali chimici geologi, 300 geologi, centinaia di dottori in chimica, di dottori in scienze economiche. Il gruppo cammina in avanti, lanciato verso il domani, aprendo possibilità di lavoro e di sviluppo immense, non solo per noi ma anche per tutti gli altri paesi che per anni hanno dovuto subire quelle che io chiamerei ingiuste sovrapposizioni. Noi vogliamo stabilire rapporti diretti con gli stati petroliferi senza terzi intermediari che non fanno altro che aumentare i costi delle fonti di energia. Per la strada da percorrere in Italia e nei paesi che devono sviluppare le loro possibilità, le loro industrie e il loro tenore di vita, il lavoro previsto è immenso. E noi siamo contenti che oggi avete terminato il corso dopo esservi impegnati a fondo nei vostri studi. Siamo oggi lieti di aprirvi le braccia e di prendervi nella nostra grande famiglia. Non mi rivolgo solo agli italiani ma anche a tutti gli stranieri che vorranno venire con noi. Noi saremo ben lieti di lavorare insieme. Capisco bene che molti di loro dovranno tornare nei loro paesi coi loro problemi, dove li attende una lunga strada da percorrere e dove dovranno impegnarsi a fondo. Però noi apriamo le porte e le possibilità a tutti perché il nostro Gruppo è in pieno sviluppo. A tutti coloro che ritornano a casa e do-

vranno preoccuparsi di problemi analoghi ai nostri auguro di avere risultati positivi e di esserne lieti. Ma tengano presente che essi incontreranno anche difficoltà e saranno molte. Non bisogna mai cedere quando si è convinti della bontà delle proprie idee; bisogna andare avanti, bisogna superare le difficoltà, bisogna affermarsi nella soluzione dei problemi con le proprie qualità. Permettete a me di poter dire questo. Di difficoltà nella nostra strada ne abbiamo incontrate tante, ma non ci siamo mai lasciati abbattere: abbiamo avuto dei momenti difficili, in cui sembrava che dovessimo perdere la nostra battaglia, ma non abbiamo ceduto. Il tempo dà ragione a coloro che sostengono delle idee sane, e credo che molti di voi si troveranno in circostanze analoghe. Ma la prima cosa da fare è non cedere mai, non demoralizzarsi mai. Più le difficoltà saranno grosse, meglio voi riuscirete a superarle e più sarete soddisfatti delle vittorie che riuscirete ad ottenere. Il campo che vi si apre dinnanzi è vasto ed ha immense possibilità. Coloro che avranno le qualità necessarie potranno affermarsi con una carriera brillante. Non solamente coloro che verranno con noi, ma anche coloro che lavoreranno nel proprio paese perché il petrolio è il settore industriale di avanguardia, quello che si svilupperà di più. Quindi possibilità di lavoro e di gloria per tutti. Io sono lieto di consegnarvi alla fine della vostra fatica il diploma che riconosce i vostri meriti e di chiudere con un fervido augurio questo terzo anno accademico della Scuola di Studi Superiori sugli Idrocarburi.

65


seduta di apertura dell’anno accademico 1960 – 61 4 dicembre 1960

Prima di tutto desidero porgere un saluto al Signor Ministro delle Partecipazioni Statali per l’onore che, oggi, ha voluto fare alla Scuola di Studi Superiori dell’E.N.I. presenziando alla inaugurazione del nuovo anno di studi. Il mio grazie va anche al Vice Presidente dell’E.N.I. e Preside della Scuola Prof. Boldrini, agli illustri professori e scienziati, che hanno collaborato per adeguare questa scuola ai tempi moderni. L’E.N.I. ha fatto quanto era possibile per poter creare questa scuola rispondente alle esigenze scientifiche più progredite, e per dare ad essa quella organizzazione, quelle strutture, quel corpo insegnante degno di un centro di studi veramente orientato verso l’avvenire. Il realizzare questa scuola è stata una necessità da noi profondamente sentita; tanto più sentita perché abbiamo sperimentato quanto sia difficile, per un paese che è giunto in ritardo all’organizzazione industriale, affrontare i problemi non avendo esperti, non avendo i tecnici, mancando della preparazione indispensabile. Oggi, dopo tanti sforzi, il nostro gruppo si presenta con quadri adeguati ad affrontare i problemi che preoccupano quasi tutti i paesi moderni. Il nostro gruppo oggi ha oltre 1000 ingegneri, ha circa 3.000 diplomati, migliaia e migliaia di specialisti. Il nostro gruppo ha la possibilità di provvedere in proprio alla progettazione, come pure alla costruzione di impianti industriali e questo soprattutto perché ha uomini preparati e capaci. Il nostro paese, per la carenza di fonti di energia, ha iniziato la sua vita industriale, e solo parzialmente nel nord della penisola, all’inizio del nostro secolo.

66

Ora l’Italia si è andata decisamente trasformando in un paese industriale e moderno grazie agli idrocarburi, che sono diventati fonte di energia primaria. Noi abbiamo spinto al massimo l’azione per reperire nel nostro paese le fonti di energia necessarie al nostro fabbisogno e al nostro sviluppo, ma questa ricerca l’abbiamo spinta anche fuori dei nostri confini, offrendo forme nuove di collaborazione, forme che non sono più di sfruttamento, ma di vera collaborazione, in posizione di parità fra paesi che rilasciano le concessioni e paesi che organizzano la produzione, con criteri di collaborazione, di associazione, che oltre ai notevoli vantaggi economici portano anche alla formazione dei quadri nei paesi produttori. Noi pensiamo che vi sia molta strada da compiere in questo senso e vedo con piacere giovani laureati di vari paesi, che hanno bisogno, come i nostri giovani, di conoscenze approfondite nel campo degli idrocarburi per affrontare i problemi propri dei loro, come del nostro paese, e sono veramente lieto che questo studio, questa preparazione, possa avvenire in questa nostra Scuola di S. Donato. Noi possiamo mettere a disposizione tutto quel bagaglio di conoscenze che nel frattempo abbiamo acquisito, e oltre tutto teniamo a che si formi una più ampia conoscenza fra gli uomini, tra noi italiani e tra voi giovani di altri paesi; tra i giovani studenti, i nostri tecnici, i nostri scienziati e tutti coloro che lavorano, collaborano per lo sviluppo della tecnica moderna come, e anche soprattutto, per l’avvenire del nostro paese.


sulla copertina della rivista aziendale eni “Il Gatto selvatico� di dicembre 1961, Enrico Mattei ed amintore fanfani visitano i laboratori eni di Metanopoli. Archivio storico eni

67


seduta di chiusura dell’anno accademico 1960 – 61 26 giugno 1961

Sono particolarmente lieto di essere oggi qui con voi, e vi dirò che ho fatto ogni sforzo per arrivare questa mattina a Milano, rimandando altri impegni presi, perché sono sempre particolarmente felice di essere insieme coi giovani, che iniziano il loro lavoro, con un tirocinio, che sarà anche duro, ma che porterà indubbiamente al successo le loro carriere. Devo ringraziare il Vice Presidente dell’E.N.I., S.E. Boldrini, per l’impegno svolto nell’assolvere il compito del funzionamento di una Scuola tanto importante, per le notizie che ci ha dato, e con lui ho il dovere di ringraziare i suoi collaboratori. Voi terminate oggi, cari giovani, i vostri studi, ma come dicevo prima, iniziate qualche cosa di nuovo che vi porterà a trovare anche ostacoli, difficoltà, che dovrete superare con le vostre forze, con la vostra preparazione. Vi ripeto (e ve l’avevo detto in un incontro che abbiamo avuto insieme qualche mese fa) che noi siamo lieti di prendere con noi tutti quelli che vogliono venire, italiani e stranieri. Qui con noi c’è posto per tutti. Il nostro è un gruppo in grande espansione e vedo con piacere che i non italiani che hanno partecipato al corso fanno parte di paesi che hanno le nostre necessità, e anzitutto quello di prendere in mano decisamente il controllo delle fonti di energia che saranno vitali per lo sviluppo dei loro paesi, nel futuro. Io mi sono battuto per il mio paese durante 15 anni, da

68

quando ho cominciato a rifiutare gli aiuti esteri, gli investimenti stranieri. Vedo con piacere oggi che altri paesi come l’Argentina, il Brasile, il Messico ed altri ancora sono sulla stessa strada. Mi sono ribellato agli investimenti camuffati da aiuti. Noi siamo pronti a stabilire rapporti di lavoro con i nuovi paesi, oltre a quelli con i quali abbiamo già collaborazioni cordiali e feconde, sotto la forma di partecipazione sullo stesso piano nelle stesse imprese o della fornitura di impianti e di assistenza tecnica, da pagare col tempo. Questa collaborazione mira ad aiutare veramente questi paesi a svilupparsi, sotto la disciplina delle proprie leggi, in regime di perfetta indipendenza. C’è nella nostra scuola un solo allievo, bulgaro, che non può sentire questi problemi perché egli vive in un regime di economia socialista, che controlla direttamente tutte le risorse. Ma gli altri allievi ne comprendono pienamente l’importanza. Tornando all’E.N.I. devo dire che la nostra politica ha ottenuto dei successi, in quanto alla sua azione si deve il fatto che tutti i prodotti petroliferi venduti in Italia hanno i prezzi più bassi d’Europa. Noi non abbiamo portato via denari ai paesi produttori, i quali hanno diritto a percepire profitti e imposte dalle loro riserve petrolifere; ma ci ribelliamo all’idea di pagare 40-45 % di profitto agli intermediari. Su questo balzello privato non siamo più d’accordo, non lo vogliamo più pagare. Vogliamo stabilire un rapporto commerciale con i paesi produttori, con lo scambio diretto tra materie prime da una parte


Enrico Mattei consegna il diploma ad un allievo al termine del corso di studi presso la scuola di San Donato Milanese. Archivio storico eni

69


seduta di chiusura dell’anno accademico 1960 – 61 26 giugno 1961

e prodotti industriali dall’altra, come abbiamo fatto per esempio con l’Unione Sovietica, dove abbiamo portato a termine un contratto di 200 milioni di dollari: 100 milioni di dollari di petrolio da una parte, 100 milioni di dollari di forniture industriali nostre dall’altra. Mediante questi contratti abbiamo costretto tutte le compagnie petrolifere a ribassare i prezzi ed un ribasso molto notevole è stato riversato sul consumatore. Abbiamo fatto altrettanto con l’Egitto: abbiamo dato fertilizzanti contro petrolio, effettuando uno scambio diretto. Analoghi a questi nostri sono i problemi che oggi angustiano tutti i vostri paesi. Voi avete tante difficoltà, perché gli interessi preesistenti sono ancora forti, sono potenti. Io le ho affrontate una alla volta: anni di difficoltà terribili, durante i quali ci hanno ostacolato con tutti i mezzi. C’è gente così potente che influisce sulla stampa, sui partiti, sui governi, sull’opinione pubblica; hanno diffuso le voci più impensate, le insinuazioni più terribili. Ho però l’impressione che noi ci muoviamo nel senso della corrente e che il mondo cammina come noi. Non è che noi siamo più grandi e per questo vinciamo; sono gli altri, ormai, che si muovono al di fuori del senso giusto, contro il verso della storia, e perciò seguitano e seguiteranno a perdere.. Abbiamo vissuto anni di lotte; ma abbiamo messo in marcia la soluzione dei nostri problemi, ottenendo permessi, coprendo i fabbisogni finanziari, impegnandoci nella progettazione e nella costruzione

70

di grandi complessi industriali. È di ieri l’inizio dei lavori dell’oleodotto Genova – Centro Europa: un’opera europea, fatta da europei, nella difesa degli interessi dell’Europa. Naturalmente l’oleodotto determinerà una piccola rivoluzione, sconvolgendo i prezzi dei prodotti petroliferi dell’Europa centrale. I fornitori di un tempo non saranno più soli, ci sarà la competizione e attraverso il costruendo nuovo mezzo di trasporto sarà possibile fare giungere al consumo dei paesi attraversati prodotti petroliferi più a buon mercato. Si stabilirà cioè la concorrenza, sui mercati di destinazione con enorme vantaggio per tutti i consumatori e per le industrie in espansione. Naturalmente nei paesi d’origine del petrolio è difficile che la vecchia formula del 50/50 (metà dei prodotti al paese e metà agli intermediari) possa seguitare a tenere, quando è possibile produrre e vendere direttamente. Abbiamo l’impressione che tutti i paesi del Medio Oriente e del mondo arabo dovranno prendere in mano il controllo delle loro risorse petrolifere e stabilire dei rapporti diretti con i paesi consumatori. Facendo questo, potrebbero ribassare i prezzi del 40-45 % (che è la parte ora attribuita agli intermediari) accrescendo enormemente le vendite e quindi i loro profitti. Non devono avere paura di non essere più in tempo. Quando si pensa che noi in Italia siamo partiti per ultimi, e tuttavia l’anno scorso, da soli, abbiamo perforato pozzi per un totale superiore a quello di tutte le Compagnie petrolifere insieme, che operano in tutti il Medio Oriente e in


tutto il mondo arabo, rimane dimostrato che anche i paesi in ritardo sono sempre in tempo per mettersi in marcia e risolvere i propri problemi. Naturalmente la strada da noi scelta è difficile; però è una strada che va lontano e arriva. Il mondo cammina oggi in questa strada e anche voi vi troverete fatalmente incanalati nella stessa direzione incontrando le nostre stesse difficoltà, ma con la certezza di avere alla fine l’orgoglio di risolverle come le veniamo anche noi risolvendo, una per una. Io ho fatto raccogliere in questi anni tutti gli attacchi che mi erano stati fatti dalla stampa, ed essi formano finora una biblioteca di trenta volumi. Se si leggono oggi, a distanza di anni, le critiche fatte 10-12 anni fa dagli esperti, c’è da sbellicarsi dalle risa. Io posso mettere a disposizione dieci serie di questi volumi; ne sono state stampate mille copie e diverranno presto abbastanza rare. Ma chi le avrà e in momenti di incertezza o di sconforto darà un’occhiata a qualche pagina, troverà nella guerra terribile combattuta contro di noi in questi anni, motivo di coraggio e incitamento ad andare avanti. Amici miei, oggi è una giornata per voi importante, perché entrate nel mondo del lavoro e noi saremo lieti se tutti quelli che vorranno lavorare con noi, diventeranno nostri colleghi, nostri collaboratori. Da noi c’è molta strada da percorrere, c’è posto, c’è lavoro, c’è onore per tutti. Gli uomini che hanno in mano le leve di comando di questo nostro grosso Gruppo, dieci anni fa erano nelle vostre condizioni, cominciavano allora. Oggi essi han-

no come collaboratori centinaia di ingegneri, migliaia di tecnici e operano in Italia e fuori dall’Italia per aiutare gli altri paesi a rendersi indipendenti. Io formulo il migliore augurio per il vostro successo e per la vostra vita di lavoro.

71


seduta di apertura dell’anno accademico 1961 – 62 4 dicembre 1961

Ho molto piacere, dopo l’incontro col signor Presidente del Consiglio de Ministri e col signor Ministro delle Partecipazioni Statali, di ringraziare il Signor Ministro dei Lavori Pubblici qui presente e le altre autorità che sono intervenute in questa nostra cerimonia e il Preside, che è il Vice Presidente dell’E.N.I. e che tanto impegno mette nel suo lavoro. Il fatto che sia il Vice Presidente dell’E.N.I. a dirigere questa Scuola, vi dice quanta importanza noi ad essa attribuiamo. Desidero ringraziare i chiarissimi ed illustri professori che danno qui la loro opera. Desideravo venire oggi proprio per darvi il benvenuto mio e di tutta la grande famiglia dell’E.N.I. Io non intendo salutare solamente gli allievi qui giunti da varie parti del mondo per studiare insieme con gli italiani: ma desidero estendere il mio pensiero anche ai loro paesi a molti dei quali è legata anche la nostra attività. Ringrazio il prof. Bonino che ha voluto esprimere l’importanza oggi assunta da questa Scuola con la quale il Gruppo ha soddisfatto una sua esigenza. Noi ci siamo trovati, sedici anni fa, in una situazione tragica. Sapevamo che c’era qualcosa da fare, ma solo un piccolissimo numero di uomini erano preparati per coadiuvarci. Non avevamo le esperienze tecniche nella ricerca degli idrocarburi e gli altri ne approfittavano. Quando noi ci siamo messi al lavoro siamo stati derisi, perché dicevano che noi italiani non avevamo le capacità nelle qualità per conseguire il successo. Eravamo quasi disposti

72

a crederlo perché, da ragazzi, ci avevano insegnato queste cose. Io proprio vorrei che gli uomini responsabili della cultura e dell’insegnamento ricordassero che noi italiani dobbiamo toglierci di dosso questo complesso di inferiorità che ci avevano insegnato, che gli italiani sono bravi letterati, bravi poeti, bravi cantanti, bravi suonatori di chitarra, brava gente, ma non hanno le capacità della grande organizzazione industriale. Ricordatevi amici di altri paesi: sono cose che hanno fatto credere a noi e che ora insegnano anche a voi. Tutto ciò è falso e noi ne siamo un esempio. Dovete avere fiducia in voi stessi, nelle vostre possibilità, nel vostro domani; dovete formarvelo da soli questo vostro domani. Ma per far questo è necessario studiare, imparare, conoscere i problemi. E noi ci mettemmo con tanto impegno, e abbiamo creato scuole aziendali per ingegneri, per specialisti, per operai, per tutti e dappertutto: con questo sforzo continuo ci siamo formati i nostri quadri. Oggi abbiamo, solo nel gruppo E.N.I. circa 1300 ingegneri, 3000 tra periti industriali e geometri, 300 geologi, 2000 dottori in chimica, in economia e il legge, migliaia e migliaia di specialisti. Conosciamo i problemi, li sappiamo discutere e riusciamo a vedere che niente va bene, niente di tutto quello che ci hanno insegnato sulle nostre inferiorità. Erano tanto accettate questa false conoscenze che avevano diffuso sugli italiani, sul dolce far niente, su questa razza pigra che non è pigra che ancora oggi ce lo sentiamo ripetere come verità.


lezione agli studenti della scuola di San Donato Milanese. Archivio storico eni

73


seduta di apertura dell’anno accademico 1961 – 62 4 dicembre 1961

74


intervento di Enrico Mattei alla scuola di San Donato Milanese. Archivio storico eni

Voglio raccontarvi un episodio. Ritornavo tre anni fa dalla Cina, da Pechino. Rimasi bloccato una settimana in Siberia per il cattivo tempo. Ero con quattro giovani miei collaboratori, quattro tecnici, ed eravamo andati in quel lontano paese per rapporti di affari. Era la vigilia di Natale; finimmo per passare il Natale in Siberia perché non fu possibile ritornare. L’aeroporto era pieno di gente; arrivavano aerei da tutte le parti e scaricavano passeggeri che non potevano ripartire: coreani, indocinesi, mongoli, sovietici, europei. Mi ricordo che i cecoslovacchi erano dodici ed erano tecnici che tornavano dalla Cina: ci domandarono se volevamo passare il Natale insieme e noi rispondemmo che lo avremmo gradito. Ci trovammo così intorno ad un lungo tavolo, pieno di fiori, la vigilia di Natale, nella Siberia Orientale, noi cinque italiani, i dodici cecoslovacchi, cinque polacchi, cinque ungheresi, quattro della Germania orientale, tre sovietici e un cinese. Si mangiò caviale e si bevvero vodka e champagne. Alle undici di sera i cecoslovacchi si mossero dai loro posti e si riunirono in gruppo, e nella notte di Natale in Siberia incominciarono a cantare le canzoni cristiane della vigilia. Dopo i cecoslovacchi cantarono i polacchi; anche loro cantavano benissimo, erano bravissimi; erano tutti tecnici sulla via del ritorno a casa per passare il Natale. Poi gli ungheresi cantarono le czarde. Infine cantarono i tedeschi orientali. Nessuno di noi conosceva gli altri, gli altri non conoscevano noi, ma sapendo che eravamo italiani vollero che ci mettessimo a cantare. Eravamo cinque italiani e nessuno di noi sapeva

cantare. Al primo momento si offesero e dissero «voi non siete italiani». Tirammo fuori in nostri passaporti. «E allora voi dovete cantare!». «Noi siamo degli italiani che non sanno cantare». Amici miei, mi riallaccio a quello che dicevo prima: per gli altri non solo non conoscevamo i problemi, ma meritavamo le umiliazioni. Io vi dico questo, per far risaltare l’importanza che ha per voi lo studio di questi problemi, il conoscerli a fondo, e per aggiungere che i vostri paesi hanno bisogno di voi, perché la cosa più importante per un paese e cioè l’indipendenza politica non ha valore, non ha peso, se non c’è l’indipendenza economica. Avere l’indipendenza economica significa avere il controllo delle proprie risorse, significa, per voi che vi addestrate per lavorare in uno dei maggiori settori dell’industria mondiale, avere la possibilità di scambiare direttamente le proprie fonti di energie. Con esse si controllano i più importanti settori lanciati verso il domani, i settori nei quali tutti voi potete dire una vostra parola, potete diventare qualcuno. Amici miei, io vi ringrazio tanto di questo quadro che la Scuola ha voluto regalarmi. Ormai sono trascorsi otto anni da quando Metanopoli era una palude. Perché io acquistai interessi a Metanopoli? Perché anche allora io andai contro un luogo comune, contro un’idea da cui non riuscivamo ancora a liberarci. Io andai al Comune di Milano per vedere il piano regolatore, e seppi che esso si proponeva di favorire lo sviluppo della città verso il nord. Era giusto nel 1800 che la città di Milano si espandesse verso il nord. Milano non era ancora una città industriale, ma essenzial-

75


seduta di apertura dell’anno accademico 1961 – 62 4 dicembre 1961

mente una città commerciale. Tutta l’industria europea era a nord, in Svizzera, in Germania, e cioè sviluppata intorno a taluni centri di attrazione favoriti dalle miniere di ferro e di carbone. Ma otto anni fa la situazione era diversa e l’orientamento del piano regolatore di Milano a me sembrava sbagliato, ma non potevo dire queste cose. I terreni verso il nord di Milano costavano trentamila lire al metro quadro. Erano troppo cari per noi, eravamo ancora troppo poveri e allora decisi di andare verso il sud, dove Milano è divenuta un grande centro industriale, per cercare lo sbocco a tutte le sue produzioni industriali. Tutto il traffico, tutti gli scambi vanno oggi verso il sud, perché sono cambiati i tempi. Anche i compilatori del piano regolatore non se ne erano accorti. Ora vedete dove c’è questo palazzo, il terreno venne acquistato a meno di 500 lire al metro, e vi è sorta una città di lavoro, una città di studi, una città residenziale. Ma basta di tutto ciò. Sono contento di questo incontro e desidero farvi in questa occasione i miei migliori auguri per i vostri studi, per la vostra affermazione, per il vostro domani ma soprattutto per il domani dei vostri paesi.

76


gli studenti della scuola di San Donato Milanese. Archivio storico eni

77


seduta di chiusura dell’anno accademico 1961 – 62 29 giugno 1962

Desidero compiacermi con il Vice Presidente dell’E.N.I., Preside di questo Istituto di Studi Superiori sugli Idrocarburi, e con i suoi collaboratori, per quest’altra fatica portata a termine; ed anche gli studenti per essersi impegnati, durante nove mesi, in una dura vita di studio e di lavoro. Siamo lieti di averli avuti qui con noi e di averli potuti conoscere ed apprezzare, dopo aver messo a loro disposizione tutto quello che abbiamo potuto fare in questi 15 anni, allorché, come Loro sanno, abbiamo iniziato da zero il nostro lavoro. La cosa più grave e sulla quale vogliamo farvi riflettere è che non siamo partiti da zero solamente con gli impianti, ma anche con la conoscenza dei problemi, conoscenza che adesso abbiamo acquisito e che cerchiamo di comunicare anche agli altri. Il prof. Boldrini, nella sua bella conferenza, ci ha ricordato la nascita dell’E.N.I. e i metodi usati allora perché questo ente non sorgesse. Visti a distanza di tempo questi metodi appaiono ridicoli e direi anche sleali, perché usati quando non eravamo ancora in grado di difenderci. I problemi energetici erano allora poco conosciuti di conseguenza la difesa era più difficile, mentre oggi l’opinione pubblica ha aperto gli occhi alla verità e certe manovre non sono più possibili. Da nove anni, da quando è stato costituito l’E.N.I., è stata dimostrata largamente la capacità e la vitalità via via crescente dell’Azienda dello Stato. Sono state costruite le

78

attrezzature, sono stati formati i quadri ed abbiamo tenuto testa ad una lotta dura e spesso spietata: proprio ieri, in occasione della seduta annuale per l’approvazione del bilancio dell’E.N.I., ho preso visione dei risultati raggiunti nel 1961: pensate che il fatturato ha superato i 406 miliardi! Per il 1962 noi supereremo i 500 miliardi ed in sei anni, con il lavoro che è stato predisposto e con i piani di sviluppo economico in corso, arriveremo a 1000 miliardi. Il problema però non è tanto di miliardi e di lavoro quanto di indipendenza economica dai gruppi internazionali contro i quali noi ci siamo battuti, ci stiamo battendo ed aiuteremo gli altri a battersi poiché, come voi avete potuto vedere, sono sempre coalizzati contro di noi. Siamo quindi al fianco dei Paesi che lottano per la loro indipendenza economica e mettiamo oggi a loro disposizione questo vasto complesso di conoscenze, di attrezzature e soprattutto di buona volontà per aiutarli in questa impresa che è strettamente legata all’indipendenza politica. La nostra azione nasce da una profonda convinzione e noi ci sentiamo affettuosamente vicini, da buoni amici, ai Paesi che recentemente hanno riacquistato la loro indipendenza. La logica delle cose ci porta a stare insieme con gli africani, come loro alleati. Nel Kenia, nel Ghana, in Marocco, dovunque ci siamo presentati in questi anni, abbiamo sempre trovato i gruppi petroliferi occidentali coalizzati contro di noi. Ma anche noi facciamo parte dell’Occidente.


gli studenti della scuola di San Donato Milanese. Archivio storico eni

79


seduta di apertura dell’anno accademico 1961 – 62 29 giugno 1962

Le attrezzature dell’E.N.I. sono state messe insieme con un grande sforzo di operosità e di buona volontà, ma vi sono ancora persone che non hanno imparato niente e che continuano con le stesse menzogne e con gli stessi metodi con i quali dieci anni fa hanno cercato di impedire la costituzione e lo sviluppo del nostro Gruppo. I nuovi Stati incontreranno certamente delle difficoltà all’inizio, ma poi tutto camminerà. Diceva, nei giorni scorsi, un grande industriale elettrico che l’energia elettrica non manca e non è mai mancata; non so se questo sia vero, è anche possibile, certamente però l’energia elettrica ha un prezzo troppo alto. Non è certamente questo che noi vogliamo, abbiamo bisogno di energia elettrica a basso prezzo per tutte le regioni del nostro Paese. Energia elettrica a basso prezzo per tutte le regioni italiane significa anche maggiore giustizia per tutto il nostro Paese. Queste cose del resto noi le conosciamo bene fin da quando abbiamo cominciato a distribuire sul mercato il nostro gas liquido. All’inizio i prezzi erano altissimi e ostacolavano fortemente l’aumento e la diffusione dei consumi; tra l’altro c’era la remora della cauzione sulle bombole. Abbiamo superato tutti gli ostacoli e a chi ci ammoniva che lo Stato sbagliava tutto, che le previsioni e i piani di sviluppo erano errati, che eravamo diretti al fallimento, noi rispondiamo con la realtà di oggi, del 1962. I consumi sono aumentati 6-7 volte e soprattutto l’uso dei nostri prodotti si è esteso tra i meno abbienti, determinando una rivolu-

80


Enrico Mattei interviene alla scuola di San Donato Milanese. Archivio storico eni

zione nell’economia domestica e nelle abitudini di vita di milioni di famiglie. Il Paese ne ha avuto un considerevole vantaggio. Lo stesso si è verificato con i fertilizzanti, quando ci raccontavano che la produzione italiana era più che sufficiente, anzi eccedeva il nostro consumo interno. Quando noi abbiamo cominciato, i prezzi hanno subìto un tracollo ed abbiamo offerto al consumatore italiano un prezzo unitario tanto nel Nord come nel Sud d’Italia; pensate che le zone depresse del nostro Paese, come la Sicilia, la Sardegna, e la Calabria, dovevano pagare i fertilizzanti ad un prezzo superiore del 50% a quello del mercato internazionale. Abbiamo reso competitivi i prezzi dei fertilizzanti al punto che buona parte della nostra produzione viene esportata in tutto il mondo: lo stesso dicasi per i prodotti petroliferi. Noi non vogliamo portare via niente ai Paesi produttori di petrolio. È giusto che essi abbiano la loro parte, ma è ancora più giusto che intervengano ad amministrare queste loro ricchezze partecipando direttamente allo sfruttamento di esse. Le sole royalties non possono più bastare. I tempi sono cambiati, il mondo sta camminando rapidamente, bisogna guardare avanti e non indietro. E guardando avanti c’è tanto lavoro da fare e magari c’è tanta energia elettrica da produrre perché, ribassando i prezzi, ci sarà un maggior consumo come c’è stato un maggior consumo, quando sono stati ribassati i prezzi del gas liquido e dei fertilizzanti; ci sarà quindi anche un maggior lavoro per il nostro Paese.

Ma ritorniamo un po’ a quello che è stato questo vostro lavoro, questa nostra collaborazione, per dire che oggi è la chiusura del corso e quindi molti ritorneranno al loro Paese: vogliamo pregarli di ricordare l’Italia come un Paese amico, sempre aperto a loro. Tutti coloro che vogliono rimanere a lavorare con noi saranno i benvenuti in quella che è ormai diventata una grande famiglia. Siamo diventati 50.000 tra l’Italia e l’estero con l’aggiunta di altre 50.000 persone che lavorano indirettamente per noi, come i concessionari, i rivenditori, ecc. Abbiamo bisogno di uomini, di nuove leve, di conquistare nuove posizioni perché vi è ancora nel mondo tanto lavoro da fare. Bisogna anzitutto elevare il tenore di vita e bisogna dare lavoro a tanta gente che lo attende: noi lavoriamo e seguiteremo ad operare in questo senso. Vi prego di volermi perdonare d’avervi portato via mezza giornata festiva. Non potevo fare diversamente. Desidero salutarvi a nome di tutto il nostro Gruppo e porgere i migliori auguri a Voi e ai Vostri Paesi».

81


ricordo di enrico mattei prof. Marcello Boldrini Preside della Scuola

Con l’Anno Accademico 1961-1962 terminano le pubblicazioni relative alla cerimonia di apertura e di chiusura della Scuola. Dal novembre 1962 (un mese dopo la scomparsa di Enrico Mattei) la Scuola di Studi Superiori sugli Idrocarburi prende il nome di Scuola Enrico Mattei. Al termine dell’Anno Accademico 1962-1963 viene pubblicato un Annuario che, oltre ai discorsi tenuti durante le cerimonie di apertura e chiusura, riporta una prefazione al volume “RICORDO DI ENRICO MATTEI”

82


enrico mattei durante una presentazione alla scuola di San Donato Milanese. Archivio storico eni

Si diede tutto al pubblico bene, particolarmente sollecito verso gli amici e preoccupato di meritarsi buona fama. Molto portato a difendere i diritti fondamentali dell’uomo, spesso prendeva la parola nelle pubbliche adunanze; nulla di importante si faceva senza di lui, che prontamente trovava le soluzioni più idonee e facilmente, con la parola, ne persuadeva gli altri. Né era meno pronto a fare le cose che a pensarle, poiché delle realtà presenti giudicava con esattezza e delle future congetturava con profondo acume. Da ciò seguì che, in breve, divenne illustre. È il verdetto postumo sulla sua grandezza: ma in vita, le animosità e le avversioni lo avevano travagliato incessantemente. Accuse di megalomania e di ambizione sfrenata, di mancanza di scrupoli nel perseguimento dei suoi fini, sospetti di corruzione, avevano inopportunamente resa faticosa e lenta la realizzazione dei grandi disegni del suo fertile genio. L’uomo di cui si parla non è Enrico Mattei ma il greco Temistocle, il campione dell’imperialismo attico del quinto secolo avanti Cristo, il promotore della flotta ateniese e delle fortificazioni del Pireo. Stratega a Maratona, in gioventù, vincitore a Salamina e salvatore della Patria nel momento culminante della sua vita pubblica. Il suo elogio postumo è stato scritto da Cornelio Nepote e le accuse rivolte contro di lui – tali da ridurlo all’ostracismo e alla morte in esilio – sono state tramandate dai massimi storici dell’antichità, Tucidide, Diodoro, Plutarco.

Solo un moderno scrittore di Vite Parallele, dal confronto di Enrico Mattei coi grandi costruttori del passato, potrebbe adeguatamente far risaltare la necessità che si plachino le passioni suscitate dal loro impeto creativo per lasciare emergere le linee maestre mercè le quali l’azione precorritrice si inserisce durevolmente nel futuro. Questo appunto è avvenuto ad Enrico Mattei. Nato da una famiglia modesta ma esemplare il 29 aprile 1906 ed allevato rigidamente da un severo padre soldato, egli percorre l’intero arco di una breve esistenza salendo sempre. Capo a venti anni, a Matelica, di una fabbrica con 150 operai; creatore e proprietario a 30 anni di un’impresa chimica, a San Donato Milanese; condottiero di uomini nella guerra clandestina ed uno dei cinque capi della vittoria partigiana, il 25 aprile 1945, a 39 anni; subito dopo membro della Consulta nazionale e deputato nel primo Parlamento repubblicano; e finalmente, nel 1953, presidente dell’E.N.I. Ecco in breve le tappe d’una carriera luminosa, che tragicamente si chiude il 27 ottobre 1962, a Bascapè di Pavia, nel rogo di un aereo che era divenuto ormai lo strumento con cui, nella febbre d’un lavoro creativo, cercava di placare la sua ansia di ubiquità. Quante opere, quante avversioni accanite, quale glorificazione postuma! Dell’E.N.I., che egli promosse e che ha costituito il suo lucido ideale ossessivo di quindici anni, si parla oggi in ogni paese del mondo con un rispetto che gli italiani, ahimè, né conoscono né valutano. Se ne parla come di una formula

83


ricordo di enrico mattei

unica, nella quale i principi dell’economia industriale – con le sue esigenze di concorrenza e di profitto – sono contemperati con assunti sociali e con forme nuove di espansione, che vanno incontro alle esigenze di emancipazione economica e politica dei paesi nuovi. Non si può qui insistere su ciò adeguatamente. L’Ente dello Stato, come Mattei usava chiamarlo, è l’organo coordinatore di numerose e varie attività economiche, che fanno perno sulla ricerca, la produzione, il trasporto, la lavorazione, la trasformazione chimica, il commercio del petrolio e dei suoi derivati di ogni specie. Esso però estende molto al di là i propri impegni, come nella progettazione, alla fabbricazione del macchinario, alla creazione di impianti petroliferi e chimici in ogni paese. Con la scoperta di idrocarburi nazionali e con la metanizzazione delle industrie in Alta Italia, nell’Italia Peninsulare e in Sicilia, ha contribuito in modo rilevante al così detto miracolo italiano e alla elevazione economica del Mezzogiorno. L’E.N.I. ha diffuso le sue note insegne in numerosi Stati d’Europa, Africa, America; ha promosso l’affermazione all’estero del lavoro italiano, sotto la forma di apporti umani e tecnici di alta classe, svalutando la vecchia stereotipia dell’italiano miserabile randagio del mondo, in cerca di lavoro e di pane; ha creato scuole, villaggi sociali, centri urbani di fabbrica; e per mezzo di un’azione concorrenziale di prezzo e di qualità ha attraversato altrui disegni monopolistici di dominio sul consumatore, stimolando la motorizzazione e l’industrializzazione del nostro pae-

84

se, concorrendo alla razionalizzazione e al miglioramento dell’agricoltura, allentando, col metano e coi gas di petrolio liquefatti, una delle meno declamate ma più pesanti strozzature dell’economia italiana, quella del combustibile domestico. Gli ingegneri dell’E.N.I. sono impegnati coi loro collaboratori in decine di paesi, le navi cisterna corrono i mari, fumano in Italia e in Africa le raffinerie, e dalle fabbriche escono prodotti chimici e impianti industriali, che si impongono all’attenzione e soddisfano le esigenze tecniche ed economiche degli specialisti e degli interessati. Incomprensioni e contrasti di interesse avversarono ma non mortificarono mai l’ansia creativa di Enrico Mattei. Con un senso di cavalleresca sfida, egli venne facendo raccogliere e ristampare in volumi le gravose critiche che quotidianamente, dal 1949 al 1962, giornali e riviste italiani ed esteri pubblicavano contro di lui. Alle maggiori personalità e ai visitatori di riguardo egli amava donare la collezione intitolata “stampa e Oro Nero”, che comprende, fino al giorno della sua morte, trentacinque volumi. E diceva: ”legga e vedrà che non hanno fantasia, che ripetono sempre le stesse cose e quando devono arrendersi alla validità delle nostre realizzazioni cambiano tono e si mettono a cantare qualcuno dei soliti ritornelli”. Il XXXVI volume, ultimo della collezione, raccoglie invece, i documenti della glorificazione. Ci sono tutti, senza ritocchi, anche quando non risparmiano riserve e critiche, con una o due minime eccezioni, perché ha consigliato di far così


almeno il rischio di incorrere in severi risentimenti e magari nei rigori della legge. L’immagine di Enrico Mattei emerge dal volume in una forma certamente provvisoria, perché colorita dall’emozione mondiale destata dalla scomparsa, e invece stinta dalla necessaria frettolosità dell’informazione giornalistica e quindi basata piuttosto sui ricordi e sui sentimenti che non sulla documentazione adeguata. Si vedrà che tutti gli scrittori, anche i dichiarati avversari, riconoscono nello scomparso i lineamenti di un uomo grande, molto al di sopra degli schemi tradizionali del capo di imprese. Tale realmente fu Enrico Mattei, forse soltanto comparabile, nei tempi moderni, ai massimi capitani delle odierne fortune industriali degli Stati Uniti d’America. Si intende, la similitudine si limita alle pure dimensioni: del resto, altro paese il nostro, altra gente, altre minori possibilità naturali, altro clima civile, giuridico, politico.

Appunto perché Enrico Mattei ebbe queste doti, sempre più e sempre meglio, col passare del tempo, fino a questo primo anniversario della sua scomparsa, la sua figura è venuta crescendo. Uomo del suo tempo, ma superiore al suo tempo, con una visione del mondo più umana, più giusta, più concorde, che certamente si affermerà; con una volontà comunicativa ed effettuale; con un cuore generoso, aperto, disinteressato; con un sentimento cristiano che spinge verso gli umili, smorza i rancori e alimenta lo spirito di carità e la paziente attesa della persuasione, figlia del successo; con una continua vittoria su se stesso, come primo passo verso quella sulle cose e sugli altri uomini; in una parola alata che tutte le altre riassume, “con l’animo che vince ogni battaglia”.

Un uomo è veramente grande quando sa operare con eccezionale incidenza, usando gli strumenti che il mondo circostante gli presenta. Egli non dice mai ciò che farebbe se gli si offrissero possibilità diverse, non si afferma al di sopra, bensì crea, rimanendo tutt’uno con le cose e con gli uomini che operano con lui. E stimola le energie umane, le solleva, le guida alle mete che antivede, rimovendo gli ostacoli, superando le difficoltà, nascondendole ai collaboratori per non intimorirli, imponendosi con un preciso disegno e con imperterrita energia.

85


vall

dire

collaborazione tecnici produzione

geologi

lavoro paese gente

aesi

prezzi

sforzo

mondo

sempre

ancora compagne

idrocarburi

fare sviluppo cosa

giorni

fonti pozzi

energia

annicollaborazione

italiani altre

parola

giĂ  senza

giovani

qualche

raffinerie

vice

contosicilia

eni

ogni

petroli gruppo

petroliferi

primo

volontĂ 


eni.com


I discorsi di Enrico Mattei