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Saggi


Valeria Fedeli

Il futuro è di tutti, ma è uno solo I cambiamenti del mondo vissuti da una sindacalista pragmatica con la collaborazione di Paolo Guarino prefazione di

Guglielmo Epifani postfazione di

Patrick Itschert con uno scritto di

Pierluigi Bersani


Copyright by Ediesse 2010 Ediesse s.r.l. Viale di Porta Tiburtina 36 - 00185 Roma Tel. 06/44870325 Progetto grafico: Antonella Lupi In Internet: Catalogo: www.ediesseonline.it E-mail: ediesse@cgil.it In copertina: Valeria Fedeli


Indice

Prefazione Uscire dalla crisi, rinnovare la sfida di Guglielmo Epifani

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Una strategia per guidare le trasformazioni di Pierluigi Bersani

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Nota introduttiva di Valeria Fedeli e Paolo Guarino

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1. Il nuovo mondo è globale

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1. Governare i cambiamenti 2. Superare la crisi 3. Allargare le regole 4. Competere in modo aperto 5. Rendere sostenibile lo sviluppo globale

2. Per un’etica del convivere 1. Un’architettura etica dello sviluppo 2. Per una nuova grammatica civica

3. Più Europa 1. Forti se europei 2. Fare l’Europa

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4. Il made in Italy 1. Il made in Italy valore di tutti 2. Contro la contraffazione 3. Reagire 4. Tracciabilità della filiera 5. Dal falso al vero, la questione del valore

5. Un welfare della persona 1. Ripartire dalla persona 2. Formazione, tempi di vita, libertà 3. Un’emergenza nazionale: la sicurezza

6. Le donne 1. I diritti delle donne, una storia lunga e continua 2. Invertire la rotta 3. Le prospettive e le cose da fare 4. L’età pensionabile tra finte e vere discriminazioni 5. Dieci anni di parità

7. I giovani 1. Un paese per vecchi 2. Giovani e sindacato: alla ricerca della rappresentanza 3. La sfida del sindacato 4. Rappresentare i giovani

8. Un sindacato forte e contemporaneo

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1. Contare anche domani 2. Un sindacato delle persone che lavorano 3. Un sindacato autonomo 4. Un sindacato unitario e che unisce 5. Un sindacato partecipativo e rappresentativo

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9. L’innovazione (dalla Filtea alla Filctem)

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1. Una sfida più larga

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2. Le buone relazioni industriali e il protagonismo della Filtea 3. La filiera della moda 4. Dalla moda all’industria dell’innovazione 5. La costruzione del noi

10. Il futuro 1. Il futuro è di tutti, ma è uno solo 2. Ai giovani sindacalisti della Filtea e della Filctem

Postfazione 2001-2010: i nuovi mutamenti della Fse: Thc. I successi e le sfide sotto la presidenza di Valeria Fedeli di Patrick Itschert

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Dedicato a tutte e tutti coloro che, giorno dopo giorno, a Roma e in tanti luoghi e fabbriche della penisola, hanno difeso chi lavora e le nostre produzioni.


Prefazione

Uscire dalla crisi, rinnovare la sfida di Guglielmo Epifani

Se ripercorriamo gli anni in cui Valeria Fedeli è stata segretaria generale della Filtea Cgil e presidente della Federazione europea dei tessili, non facciamo che raccontare la storia degli anni più difficili ma anche, in un certo senso, più significativi del settore tessile in Italia e nel mondo. Difficili perché in questo periodo sono emersi o si sono approfonditi in tutti i settori dell’economia, e nel tessile più ancora degli altri, i cambiamenti strutturali indotti dalla liberalizzazione dei mercati e dalla globalizzazione. Significativi perché questo settore è stato forse il primo, almeno qui in Italia, ad affrontare i nuovi scenari a viso aperto, senza darsi per vinto in partenza, senza rincorrere i cambiamenti da posizioni di retroguardia e senza invocare aiuti di Stato, ma cercando di affrontare i processi, di governarli, e per quanto possibile di anticiparli. Lo ha fatto con il consenso degli attori interessati, tra i quali in primo luogo quelli che noi rappresentiamo, i lavoratori, dovendo tra l’altro misurarsi con una fase di depressione economica nazionale e internazionale che ha portato a forti perdite di posti di lavoro e a chiusure di imprese, specie quelle più piccole collocate su fasce medio-basse di produzione, e quindi incapaci di adattarsi alla dimensione della competizione globale. Ricordo solo che dal 2001 al 2006 sono andati perduti quasi 100 mila posti di lavoro, in prevalenza femminili. Come è stato costruito il consenso? Facendo ricorso, né più né meno, a quelle che sono da sempre le nostre armi migliori: difesa 11


del valore lavoro, unità sindacale, accordi tra le parti sociali, concertazione, iniziative di mobilitazione e di lotta. È stato un percorso importante, avviato nel 2002 con la prima conferenza di settore sulle politiche industriali promossa dalla Filtea, proseguito l’anno successivo con il lancio della piattaforma sindacale unitaria di politica industriale, commerciale e del lavoro e poi nel 2004 con una conferenza internazionale e con l’accordo sulle politiche commerciali, le regole e la coesione sociale, presentato in sede di Commissione europea. Sempre nel 2004 è stata firmata un’intesa tra sindacati e imprenditori di tutta la filiera tessile, abbigliamento, cuoio e calzature e un altro accordo per l’istituzione di un Osservatorio e di un Comitato strategico, con l’obiettivo di costruire analisi e proposte sull’occupazione e sulle prospettive strategiche del settore. Infine, due importanti convegni che si sono tenuti a Roma nel 2006 e a Napoli nel 2007 hanno affrontato, rispettivamente, il tema della filiera innovativa del sistema moda italiano e la lotta alla contraffazione. Quello che accomuna questi appuntamenti è la volontà di andare oltre i caratteri congiunturali della crisi, di guardare alle caratteristiche strutturali dei cambiamenti in atto, di cercare strategie alternative alla semplice riduzione di diritti e garanzie auspicate dai profeti del libero mercato. C’è, dietro questa volontà, la certezza che la moda italiana e l’intera filiera produttiva non siano l’espressione di un settore maturo. Sono mature, caso mai, le strategie delle imprese, i loro modelli organizzativi, i prodotti, le dimensioni e le forme con cui si era fino allora fondata la competizione. Abbiamo scelto di costruire, per quanto era in nostro potere, tutte le condizioni possibili, le alleanze, il consenso, la partecipazione attiva per difendere l’occupazione e per contrattare lo sviluppo in direzione di sistemi di produzione più efficienti, ispirati ai criteri dell’innovazione, della qualità e della responsabilità sociale dell’impresa. Valeria Fedeli ci illustrerà in queste pagine se e come questa scommessa è stata vinta. A me preme ribadire che una parte consistente del nostro sistema produttivo, e in primo luogo il sistema 12


moda, si sta dimostrando capace di reggere la competizione internazionale. Le imprese che operano nei settori dei beni intermedi e che in questi anni hanno investito nell’innovazione di prodotto e nella commercializzazione, che hanno puntato sulla ricerca, sul design, su tutto ciò che ha reso forte nel mondo il made in Italy, si sono posizionate bene nel mercato internazionale. A fare più fatica sono invece le imprese che non hanno creduto in questa scommessa. C’è poi un aspetto che riguarda in particolare la storia della Filtea in questi anni. Finora, parlando di filiera, abbiamo voluto indicare il luogo in cui il bene viene confezionato per poi risalire a quello che c’era a monte: sistemi di produzione, macchine, ricerca sui materiali, ricerca pura e così via, tutti gli ingredienti e i pezzi insomma che compongono il ciclo di produzione. Oggi alla filiera si comincia a dare un significato più esteso, cercando di guardare non solo ai processi che stanno dietro ma anche a quello che succede dopo, incrociando così le grandi questioni della distribuzione e del consumo. Questo perché siamo in un’epoca in cui, per ragioni oggettive e per convinzioni ideologiche, il consumatore sta acquistando centralità rispetto al mercato. La ragione è evidente: quando ci si trova in un contesto di globalizzazione, nel quale si compete e si ha un’offerta illimitata, il consumatore ha più armi rispetto al passato. La mia opinione è che la via maestra sia l’individuazione di politiche e strumenti che avvicinino le ragioni dei consumatori e quelle dei produttori, quando sono ragioni leali, trasparenti, attente alla sicurezza e ai problemi di chi lavora, perché non c’è un punto in cui finisce la dimensione etica del fare rispetto alla dimensione etica del consumare. Ed è talmente vero che, se si rompe questa retta, si finisce per rendere inutile il contributo di trasparenza e di correttezza del sistema di produzione. Cosa succede infatti se, oltrepassata la produzione, si verifica il caso di un commercio disonesto? O di frodi? O se si tratta di beni di cui non si conosce la tracciabilità o si sospetta la presenza di sostanze nocive? Le cronache di questi mesi non ci hanno risparmiato 13


esempi a questo riguardo. Se si ha ignoranza o si fa un uso fraudolento di un pezzo della filiera rispetto all’altro, la responsabilità sociale dell’impresa diventa pura declamazione. Per chi la pratica rappresenta infatti un costo a cui non corrispondono risultati visibili in termini di rapporto con la libera scelta del consumatore. In sostanza, ciò di cui c’è bisogno è un’etica del mercato e nel mercato, intendendo per mercato sia quello della produzione sia quello che riguarda il consumo, la distribuzione e il commercio. Una parte delle imprese che oggi si sono riorganizzate sanno bene che la tracciabilità, il made in Italy, la trasparenza dei composti, la qualità dei materiali sono punti di forza nei confronti del consumatore, magari non tutti i consumatori ma una fascia destinata a crescere sempre di più. La stessa cosa deve valere per il commercio e la distribuzione, che hanno bisogno di una sede e di un ragionamento comune per comporre i diversi interessi in gioco. Con questa crisi inedita e globale, diventano ancora più urgenti e necessarie le politiche e le scelte qui descritte. Anche perché, dietro questa nostra presenza industriale ci sono identità e appartenenza sociale, radicamenti e realtà territoriali, professionalità, stili di vita e comportamenti che cambiano, sia nella cultura di impresa che nella cultura del lavoro. Per questo è importante guardare alle vicende di questi ultimi dieci anni che hanno visto l’industria della moda italiana ed europea, e insieme il sindacato, affrontare complessi e importanti processi di cambiamento con rispetto e riconoscimento reciproco. La globalizzazione ha prodotto, dove si è saputo reagire, effetti mediamente positivi; nei fatti abbiamo attuato quelle considerazioni che più volte abbiamo fatto insieme, ovvero che nella globalizzazione, forse, conta alla fine salvare il valore piuttosto che le quantità. Il sistema tessile è stato esattamente questo. Siamo ritornati a crescere nella dimensione internazionale del commercio, cioè quella che esprime in valore e non in quantità, perché quest’ultima è destinata, nel tempo, a ridursi mentre quella in valore è destinata a crescere. Questa crisi, e questa nuova fase della globalizzazione, ha bi14


sogno di una nuova fase delle politiche pubbliche, nazionali, europee, internazionali. In questo quadro anche il tempo e il modo con cui si sceglierà di intervenire, sostenendo lavoro e imprese e le nostre eccellenze come la filiera produttiva del made in Italy, contribuiranno a determinare l’uscita da questa crisi con una produzione manifatturiera ed una economia ancora in grado di essere tra le principali al mondo.

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Una strategia per guidare le trasformazioni di Pierluigi Bersani

A partire dalla metà degli anni novanta e più intensamente nel primo scorcio del nuovo millennio l’economia mondiale ha subito un processo di profonda trasformazione che ha cambiato la natura dei prodotti, i sistemi di produzione e distribuzione di beni e servizi, la dimensione e la localizzazione dei mercati di sbocco. I motori del cambiamento sono stati, da un lato, l’accelerazione dei processi di globalizzazione che ha stravolto la divisione internazionale del lavoro favorendo prima l’emergere e poi il consolidarsi dei nuovi protagonisti dello scenario mondiale, dall’altro la rivoluzione tecnologica che ha allargato i divari di competitività anche all’interno dei paesi sviluppati. I nuovi equilibri del commercio mondiale rispecchiano la crescente tendenza verso la concentrazione delle attività manifatturiere a minore valore aggiunto verso i paesi emergenti, in particolare dell’Asia, cui si è contrapposto lo spostamento del baricentro produttivo dei paesi avanzati verso la produzione di beni ad alta tecnologia e verso lo sviluppo delle attività di servizio. Il nostro sistema produttivo, caratterizzato dalla forte concentrazione di piccole imprese nei settori più tradizionali del made in Italy e da un numero molto limitato di player mondiali, ha affrontato questi cambiamenti con una ristrutturazione, profonda e selettiva, che ha indotto alla fuoriuscita dal mercato le aziende che non sono state in grado di innovare e di competere su scala globale, mentre ha rafforzato la posizione di quelle imprese che 17


sono riuscite a cogliere le opportunità scaturenti da tale cambiamento. In questo contesto il settore del tessile-abbigliamento continua a rappresentare una delle principali industrie della nostra economia, non solo per gli elevati livelli occupazionali ma anche per lo straordinario contributo che offre a livello mondiale all’immagine del made in Italy. Anche questo settore nel corso degli ultimi anni ha compiuto un eccezionale sforzo di ridefinizione del proprio assetto strategico organizzativo nell’ambito di un quadro internazionale che ha radicalmente modificato la geografia produttiva e commerciale del prodotto moda. In pochi anni, infatti, si è passati da un modello di crescita di tipo estensivo, caratterizzato da una generalizzata espansione dei volumi di produzione, delle esportazioni, dei livelli occupazionali e della vitalità imprenditoriale, ad un modello di tipo intensivo nel quale lo sviluppo è più selettivo, incorpora crescenti fattori di qualificazione strategica e spesso ridimensiona il numero delle microimprese che hanno da sempre animato il nostro sistema produttivo. Alla luce di questi cambiamenti occorre oggi sviluppare una attenta riflessione sulle prospettive della nostra industria e, in particolare, dei settori di maggiore specializzazione, volgendo lo sguardo verso i nuovi scenari competitivi nella piena consapevolezza che lo sviluppo economico non potrà prescindere dalla valorizzazione della vocazione manifatturiera del nostro paese. A tal fine il Governo Prodi aveva attuato una strategia – Industria 2015 – indirizzata ad un processo di rafforzamento del sistema industriale che fosse in grado di interpretare le nuove dinamiche che caratterizzano le economie più avanzate. In questo senso lo stesso concetto di industria veniva riferito ad un contesto più ampio di attività produttive comprendenti, oltre alle attività manifatturiere, l’insieme di servizi alla produzione, la logistica, le nuove reti di comunicazione fino alla distribuzione. Occorreva e occorre ancora di più ora, con questa crisi globale 18


e inedita, accelerare questo processo aiutando anche le piccole imprese a mettersi in rete per gestire le nuove funzioni aziendali integrando il tradizionale «saper fare» dei nostri artigiani con nuove competenze. Accompagnare, sostenere, avere politiche per la manifattura, per l’economia e per il lavoro, è davvero urgente e il governo dovrebbe riflettere bene sulle pesanti conseguenze dell’assenza di politiche anticrisi. Avere queste politiche, in questa fase, significa acquisire la consapevolezza che il nostro paese non potrà mai uscire dalla manifattura dei beni di consumo. In questo modo anche eventuali ulteriori ridimensionamenti nel numero di addetti e di imprese saranno compensati con maggiore valore aggiunto, nuovi servizi collegati e mix professionali più alti. Con il Piano Industria 2015 il Governo Prodi ha affrontato questi temi e si è posto l’obiettivo di rilanciare le politiche industriali e di pervenire gradualmente ad una drastica semplificazione del sistema di agevolazioni alle imprese superando i limiti che caratterizzano l’attuale assetto. In tal senso era stato istituito un credito di imposta che permette a tutte le aziende che investono in attività di ricerca e sviluppo di usufruire di sgravi fiscali fino ad un massimo del 40% delle spese sostenute se fatte in collaborazione con centri di ricerca. Tale strumento, che rappresenta uno dei più potenti esistenti in Europa, se mantenuto e rafforzato, sarebbe un elemento propulsivo verso lo sviluppo tecnologico, in quanto apre le porte della ricerca a tutte le imprese nazionali, incentivando allo stesso tempo una forte collaborazione tra il mondo imprenditoriale e quello della ricerca. Inoltre è urgente e necessario strutturare un sistema di intervento pubblico a sostegno della competitività orientato alla realizzazione di programmi di innovazione industriale che puntano all’aggregazione di soggetti pubblici e privati attorno ad obiettivi di avanzamento tecnologico strategici per lo sviluppo del paese. Su queste basi andrebbero individuate alcune aree tecnologi19


che-produttive con forte impatto sullo sviluppo del sistema produttivo e ad intensa ricaduta sul sistema paese (efficienza energetica, mobilità sostenibile, nuove tecnologie per il made in Italy, nuove tecnologie per la vita, tecnologie innovative per i beni e le attività culturali e turistiche) nell’ambito delle quali avviare alcuni grandi Progetti di innovazione industriale (Pii). I Pii avrebbero l’obiettivo di favorire la creazione di nuove tipologie di filiere incrementando partnership tra imprese pubbliche e private, sistemi di Pmi (distretti industriali e tecnologici), capitali finanziari, università e centri di ricerca, sia in ambito nazionale che internazionale, per realizzare programmi industriali in grado di incidere sulla competitività globale del sistema e contribuire davvero ad uscire dalla crisi. Sarebbe un modo concreto per dare attuazione a programmi di sviluppo di settori in cui, per i più diversi motivi (frammentarietà del tessuto produttivo, difficoltà di trasferimento tecnologico tra sistema della ricerca e industriale, dispersione delle risorse pubbliche ecc.) non si riscontra già una risposta già sufficientemente strutturata e consistente. Se le Pmi, infatti, in particolare in questa crisi internazionale, con il calo dei consumi, hanno un’oggettiva difficoltà ad investire adeguatamente in attività di ricerca e sviluppo senza penalizzare eccessivamente i loro risultati operativi, partecipando a grandi progetti insieme alla grande industria hanno l’occasione per offrire il loro contributo in specifiche nicchie di eccellenza e, allo stesso tempo, di partecipare a processi di innovazione tecnologica che ne migliorano la competitività. Lo scopo, dunque, è quello di promuovere azioni di innovazione industriale di medio-lungo termine, volte al perseguimento di specifici obiettivi tecnologici-produttivi e focalizzate su alcune filiere produttive complesse nelle quali nuovi prodotti e servizi ad alto valore aggiunto, si affiancano alle produzioni tradizionali. In quest’ottica si era avviato il progetto sulle nuove tecnologie per il made in Italy, che aveva come obiettivo la definizione di misure ed azioni in grado di accompagnare le rilevanti trasforma20


zioni che stanno investendo tutti i settori di maggiore specializzazione del nostro sistema produttivo. In questi comparti occorre integrare il know how presente nelle nostre imprese, anche e soprattutto di piccola dimensione, con la capacità di sviluppare nuovi prodotti e di avviare processi di internazionalizzazione produttiva e commerciale. Rispetto a questi obiettivi occorrerebbe favorire una nuova progettualità di sistema che veda sempre più l’integrazione tra le attività manifatturiere (sempre più minacciate dalla concorrenza internazionale) e quelle di ricerca ed innovazione e dei servizi alla produzione. Dobbiamo intenderci fra soggetti pubblici e istituzionali e attori sociali su cosa facciamo a fronte di questa crisi e di questa difficile situazione: se abbassare l’asticella tutti, e ognuno poi fa per sé, o se, invece, incoraggiare le imprese che competono, con alleggerimenti selettivi al carico fiscale, orientando i sostegni all’innovazione, alla ricerca, all’internazionalizzazione, come d’altra parte era indicato nel piano Industria 2015 e che qui abbiamo prima ricordato. In questo contesto un ruolo importante è sicuramente svolto dalle parti sociali che devono agire da catalizzatore delle iniziative di innovazione tecnologica e di ricomposizione del sistema della subfornitura in una ottica completamente nuova rispetto al passato. Il sostegno alle attività di ricerca ed innovazione non può comunque prescindere da un più attento esame sul corretto funzionamento del mercato. In questo contesto la lotta alla contraffazione e la tutela dei marchi aziendali e di origine rappresentano ulteriori necessari strumenti per garantire l’informazione necessaria ai consumatori e una maggiore tutela delle produzioni di qualità. Questi ed altri temi di grande rilevanza sono affrontati nell’ambito del libro di Valeria Fedeli, che descrive le dinamiche del settore attraverso l’occhio attento di chi ricopre responsabilità sindacali a livello nazionale ed europeo. Facendo omaggio alla Filtea e al lavoro svolto in tutti questi anni, voglio riconoscere che è stata capace di stare in campo con serietà ed efficacia. 21


La globalizzazione è da conoscere, da orientare, per prenderne le misure e trovare il nostro posto nel mondo. Ecco allora il valore dell’esempio della Filtea e del tessile, delle politiche che ha saputo anticipare e proporre in questi ultimi dieci anni di profonde trasformazioni. La dimensione internazionale, fortemente presente nel testo, rappresenta, infatti, la chiave per leggere correttamente le trasformazioni in atto e per interpretare le prospettive future.

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Nota introduttiva di Valeria Fedeli e Paolo Guarino

Questo libro ripercorre dieci anni di impegno, riflessione e pratica sindacale alla guida della Filtea, il sindacato tessile della Cgil, oggi confluita nella Filctem, nuova categoria che unisce tessili, chimici, lavoratori dell’energia e manifatture. Un punto di osservazione che ha incrociato temi di portata vasta, intorno ai quali si sviluppa l’insolito diario che vi proponiamo. Tutto parte da cose fatte e vissute, dette e scritte lungo gli ultimi dieci anni. Abbiamo preferito non riproporre organicamente nessun intervento o articolo passato, ma da essi abbiamo tratto, disattenti alla continuità temporale, per ricostruire una trama di fili conduttori. Globalizzazione, etica, Europa, made in Italy, welfare, donne, giovani, sindacato, innovazione, futuro: intorno a queste parole si intrecciano pensieri, analisi, ricordi, racconti, idee, sguardi in avanti. Il colore della trama è quello delle persone che lavorano e l’attenzione dominante che abbiamo cercato di dedicare è a come rappresentarle meglio, segno distintivo di quell’approccio pragmatico che richiamiamo nel sottotitolo. Abbiamo scelto di fermarci, e speriamo di esserci riusciti, sempre un passo prima del linguaggio tecnico, di un sindacalese di nicchia, sperando invece di poter suscitare l’interesse di giovani sindacalisti, giovani lavoratori, giovani che fanno impresa. Si alternano, nel corso delle pagine, la prima persona singolare 23


e quella plurale, in un gioco di rimando tra riflessioni personali e volontà inclusiva che è connotato portante della prospettiva di un futuro unico e di tutti.

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1. Il nuovo mondo è globale

1. Governare i cambiamenti Uno strano destino capita talvolta alle parole: più sono nominate, più perdono senso. Si appiattiscono, piuttosto che aprirsi a sfumature, interpretazioni, conseguenze, reazioni. Diventano suoni pronti ad occupare spazi, alibi per banali semplificazioni. È quello che ho visto accadere alla globalizzazione, compagna di viaggio di questi dieci anni di lavoro nel sindacato tessile. Non è stato facile né scontato inserire la globalizzazione nell’agenda del sindacato e dei lavoratori. Ricordo ancora con vivida emozione le interruzioni, anche vivaci, nel corso di un’assemblea regionale a Vercelli nel 2003, degli operai e delle operaie che contestavano la svolta globale, che pure non negava, anzi rafforzava la mia visione pragmatica e riformista delle questioni sindacali. Le reazioni, quelle prime volte in cui inserivo la globalizzazione come fenomeno centrale per il futuro, erano spaventate e di chiusura. Mi chiedevano, i lavoratori, perché non bastasse impedire ai prodotti internazionali concorrenti di entrare in Italia, mostrando una visione contrapposta alla mia, quasi parlassimo due lingue diverse. Dibattemmo a lungo, molte volte e in molti territori, per affermare quel nuovo approccio che ha poi caratterizzato il lavoro di questi anni, per condividere l’idea che i lavoratori del mondo non possono essere considerati nemici dei lavoratori italiani, ponendo l’insieme del sistema moda, lavoratori 25


compresi, come protagonista di una sfida che si presenta a noi, ancora oggi, da affrontare e vincere. Un protagonismo che emerse con forza nella conferenza sulle liberalizzazioni e il futuro del tessile, voluta dall’allora commissario europeo al commercio Pascal Lamy, a Bruxelles, nel maggio 2003, nella quale, unica sindacalista invitata, in qualità di presidente del sindacato tessile europeo, parlai, davanti ai governi di tutta Europa, in molti casi scettici, di regole e diritti dei lavoratori da estendere nel mondo, nel quadro di un processo di graduale, continua ed equa globalizzazione dei mercati. Insomma, la globalizzazione è parola sulla bocca di tutti, ma pochi hanno saputo capirla, interpretarla, renderla viva: se guardiamo il dibattito pubblico italiano di questi anni e di oggi la globalizzazione sembra qualcosa che non ci tocca, oggetto da evocare ogni volta che serve una spiegazione altra, facile e incontestabile, sembra condizione di scenario che non riguarda le nostre vite. Eppure non è così. Nella società del cambiamento, nel tempo in cui il cambiamento diventa unica e costante certezza, la dimensione globale, l’interconnessione delle cose – dei mercati, delle culture, dei diritti, dei conflitti, degli interessi – condiziona le nostre esperienze di tutti i giorni. Dai valori ai prodotti, dai diritti alle mode, dalle speranze alle paure, dagli immaginari ai vissuti, dai meriti ai bisogni, dalle relazioni alle tecnologie, la globalizzazione ci accompagna quotidianamente, sedimentata più di quanto immaginiamo, nelle abitudini come nella voglia e nella necessità di cambiare. C’entra la globalizzazione quando contrattiamo le tutele dei lavoratori, sempre più esposti ad una competizione internazionale senza regole e piena di squilibri. C’entra la globalizzazione quando decidiamo cosa comprare e per capire se quello che scegliamo è sicuro e di qualità. C’entra la globalizzazione quando comunichiamo e quando costruiamo comunità, ritessendo i fili di relazioni sociali spezzate o disperse. Viviamo in un mondo complesso, e c’entra ancora la globalizzazione, anche se facciamo finta che tutto scorra come sempre. 26


In Italia, dove la transizione è diventata cronica e l’innovazione non trova sbocchi, dove le persone stanno male e le istituzioni sono poco efficaci, sperimentiamo giorno dopo giorno un’ipocrisia sociale generalizzata che nega i problemi, non cerca soluzioni, non inventa nuove strade per migliorare la vita delle persone. Davanti alla globalizzazione si sono accompagnati e si accompagnano così, nello spirito pubblico nazionale, due sentimenti prevalenti: uno di negazione ostile e l’altro di chiusura difensiva. Negare la globalizzazione, però, o chiudersi immaginando che isolati e protetti si possa star meglio, produce, per l’Italia, un risultato a somma negativa: restiamo fuori dai giochi, ci indeboliamo sempre più, perdiamo competitività. La globalizzazione, invece, proprio perché densa di complessità, ci (im)pone la sfida del cambiamento: come contesto dato e come campo di azione politica, per stare nel cambiamento e per governare il cambiamento – refrain di questi dieci anni. Ci troviamo sempre più in un mondo che corre, alla ricerca di un punto di equilibrio tra i valori della competizione – la velocità, il dinamismo, il rischio, il merito – e quelli sociali – etica, giustizia, libertà, sicurezza. 11 settembre, emersione del conflitto culturale OccidenteIslam, ingresso della Cina nel Wto, moneta unica europea, pacifismo e democrazia mondiale: in un decennio sono cambiati gli equilibri geopolitici, e lo raccontano bene i numeri, con il G8 lentamente – ma neanche troppo – soppiantato dal G20 o dal G2. Rotta la statica regolarità della guerra fredda, sono cambiati, o spariti, i punti di riferimento. Quelli che erano i potenti del mondo arrancano, ed è la sfida che l’Europa ha di fronte. Gli Stati Uniti, dopo l’unilateralismo dell’era Bush, si trovano schiacciati tra le pesanti eredità della democrazia esportata con la forza e la competizione con il capitalismo di Stato cinese. La Cina, come sa bene chi si è trovato ad essere occupato e ad occuparsi di settori industriali e produttivi particolarmente esposti alla competizione internazionale, come il tessile, è una potenza dirompente, ambigua, sfidante. 27


Il Brasile, l’India, le nuove democrazie del Sud America e dell’Asia, il Sud Africa traino di un continente sempre sull’orlo dell’esplosione, completano il quadro di un mondo multipolare, con stelle calanti ed emergenti, assi e disparità. Insomma abbiamo scoperto e in parte stiamo ancora scoprendo che i nostri impegni, le nostre difficoltà e le nostre risposte sono fortemente e sempre più intrecciate con le scelte che anche altri compiono. In un contesto rispetto al quale ormai è larga, anche se non ancora tramutata in comportamenti diffusi, la consapevolezza dei mutamenti ambientali ed energetici, o del rischio di esaurimento delle materie e risorse prime: questioni non nuove, ma che si presentano con inedito impatto e che rimettono in discussione i percorsi del futuro. Ma non basta. È cambiata e continua a cambiare l’organizzazione dell’impresa e del lavoro, con l’internazionalizzazione, le delocalizzazioni, il ruolo sempre più centrale dei manager, il tutto aggravato dalla crisi e dall’incertezza che ha investito la finanza. Cambiano, poi, i processi di relazione, affettiva e sociale, e di apprendimento – elemento centrale per ripensare il sistema di formazione continua, primaria, specializzante, di aggiornamento. E cambia il modo in cui si attribuisce valore, con il consumo – e quindi la funzione civica di consumatore – al centro, e gli elementi simbolico-immateriali più forti e riconosciuti di quelli materiali. Non si tratta di cambiamenti astratti, di cose da reparto saggistica, ma di condizioni di vita e di lavoro, tra trasformazioni globali e condizioni locali, che investono le persone, che sfidano a trovare risposte efficaci, che non dimentichino la storia e che sappiano parlare al presente. E con una crisi che pare aver superato il picco negativo sul piano finanziario, ma che ancora grava su quello economico, con la crescita che arranca e l’occupazione che cala, occorre riscoprire il valore del lavoro, fondamento della nostra Repubblica, ma che evapora giorno dopo giorno. Dobbiamo, torno a dire, saper stare nel cambiamento e gover28


narlo, coniugando mercato e diritti, agendo nella complessità, per ricostruire non tanto norme astratte, ma condizioni di vita dignitose, worldwide. Perché la globalizzazione riguarda la qualità della vita, e occuparsene di più significa occuparsi di più di noi stessi, dimostrando di avere ambizione e capacità di governare le direzioni che prende, di renderla più etica e giusta.

2. Superare la crisi La crisi ha sconvolto l’esistenza di migliaia di persone, uomini e donne che hanno perso risparmi e lavoro, che si trovano senza certezze, esposti ad un futuro che non sanno più come pensare, progettare, costruire. Povertà improvvisa o improvvisamente possibile, indisponibilità di risposte che circoscrivano o limitino cause e tantomeno effetti, responsabilità globali che non trovano autorità adeguate. Forse è una metafora brutale, ma la crisi, questa crisi, mi sembra come un terremoto. Sono venute meno le fondamenta su cui i mercati economicofinanziari globali hanno fino ad oggi funzionato, sono crollate le verità che davano il nostro modello di progresso come infinito e continuamente capace di rinnovare le proprie energie, sono svanite nel nulla le prospettive di vita individuali e collettive di tanti. Non voglio, ovviamente, gerarchizzare il dolore umano né paragonare ciò che ha ragioni, cause e risposte diverse, come diversi e sempre da rispettare nella loro unicità sono dolore e umanità. Ma osservando la capacità di unità e collaborazione che la comunità nazionale ha mostrato davanti alle emergenze che in questi anni hanno colpito il paese, da San Giuliano di Puglia all’Aquila, mi sono chiesta perché tale capacità debba essere riservata solo alle occasioni manifeste di distruzione collettiva, fisicamente visibile, materialmente e massivamente presente davanti a noi. La crisi ci accompagna ormai da anni, eppure manca ancora 29


una consapevolezza collettiva, manca una riflessione condivisa, manca una reazione forte e univoca. Si invoca il mondo come responsabile, si aspetta che altri potenti ci lascino arrivare qualche effluvio di speranza, e ci si fa belli nel gioco dell’avevo detto io o dell’avevamo ragione noi, con capitalisti accaniti e statalisti convinti che non si ritrovano più nelle parti. Le cause della crisi, invece, sono complesse e radicate in quelle trasformazioni che la globalizzazione ha imposto al nostro modello di sviluppo, allontanandoci da abitudini consolidate che ci permettevano, noi mondo ricco, di sentirci garantiti. Ci accorgiamo che così non è, scopriamo quanti danni hanno fatto miopia e paura di fare i conti con i cambiamenti. La crisi ha smascherato sperequazioni, ingiustizie contro le quali quasi nessuno lottava, anche perché a quasi nessuno era chiaro il campo da gioco, invisibile ai neoprotezionisti come agli iperliberisti: un campo globale, in cui si incrociano irresponsabilità finanziarie, sfruttamento di contesti con pochi diritti, delocalizzazioni su nuove filiere centrate solo sulla riduzione dei costi, riorganizzazioni produttive, cambiamenti del welfare, fine della disponibilità illimitata delle fonti energetiche, i nuovi assetti del potere geopolitico che prima ricordavo. Ma c’è una differenza tra crisi e terremoto, ed è da questa differenza che l’ineluttabilità della natura deriva la sua forza distruttrice e noi le nostre prospettive: il terremoto non si può prevedere, la crisi si può governare.

3. Allargare le regole Governare la globalizzazione significa, dal punto di vista di chi fa sindacato, ma non solo, parlare di regole, perché le regole sono fattore di competizione decisivo per il futuro. Non basta, però, che le regole siano volute solo da qualcuno: le regole, per essere tali, devono essere condivise, accettate, rispettate e fatte rispettare da tutti. 30


Il commercio internazionale è una grande opportunità per imprese, consumatori, e anche lavoratori. Ma, in assenza di regole globali, produce ed amplifica disuguaglianze, nuove povertà, nuove e rinnovate ingiustizie. Il libero commercio, per usare il tessile come esempio, ha provocato nel 2005, con la fine degli accordi che regolavano gli scambi internazionali di settore, e prima della crisi, un calo del 70% dei prezzi dei capi di abbigliamento importati, con 165.000 posti di lavoro persi e senza vantaggi per le tasche dei consumatori. Ed ancora più gravi sono state le conseguenze per i paesi le cui esportazioni sono crollate, debilitando economie in fase di sviluppo, con cali tra tra il 50 e l’80% per paesi asiatici come Pakistan, Indonesia, Thailandia, Corea del Sud e Filippine o dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico. Governare il commercio internazionale, con un incontro di regole liberali e sociali, è quindi interesse dei paesi in via di sviluppo e delle economie di mercato, dei lavoratori e dei consumatori finali, delle imprese che scelgono una competizione economicamente responsabile, corretta e etica. È una bella parola competizione, una parola decisiva nello stare nel cambiamento e nel mondo globale. Una parola, però, sporcata spesso dall’essere messa in pratica in modo estremo, ostentata come scusa da chi non vuole limiti. La competizione, invece, lo insegna lo sport, è vera solo quando dentro le regole, solo quando è equilibrato, giusto e condiviso il campo di gioco. Da questo punto di vista l’Europa deve ancora saper essere un modello e un propulsore. In coerenza con la Strategia di Lisbona (il programma di azioni per fare dell’Europa l’economia più competitiva del mondo deciso nel Consiglio europeo del 2000 nella capitale portoghese) dobbiamo renderci soggetto forte nelle dinamiche globali, capace di promuovere anche nelle nuove democrazie l’assunzione dei valori e dei diritti del lavoro – ricordando che anche l’Ue oggi riconosce istituzionalmente e formalmente i sindacati come «parti interessate» delle dinamiche di sviluppo. Non si tratta, ovviamente, di appiattire un paesaggio comples31


so, di dire che il lavoro deve essere organizzato, gestito, pagato allo stesso modo in ogni parte del mondo. Ma che ovunque il lavoro deve essere dignitoso, retribuito in modo accettabile e negoziabile. Perché nel contesto globale il ruolo di ognuno cambia, ma tutti devono rispettare le stesse regole.

4. Competere in modo aperto Davanti ad una globalizzazione dura, tagliente e irrispettosa segmenti consistenti del mondo politico e giornalistico urlano chiedendo protezione, chiusura, dazi. Non sono d’accordo, non è d’accordo la moda italiana, che prendo ad esempio di un ragionamento più generale, non è d’accordo l’esperienza di questi anni. La moda italiana – e non parlo solo del punto di vista sindacale, ma dell’intero sistema moda, che del made in Italy è uno dei protagonisti – non ha chiesto né chiede dazi o chiusure difensive, non ha bisogno di protezionismi. La moda vuole giocare in modo aperto e regolato, convinta di poter vincere le sfide della competizione giocando su etica e qualità, con la consapevolezza che il made in Italy non ha futuro se non nell’immaginario e nei mercati globali. Niente dazi, dunque – e invito le forze politiche che strumentalmente ne parlano ad interrompere una propaganda interminabilmente elettorale – e niente liberismo sfrenato – e invito esperti, governanti e commentatori che dovessero leggere a ricordarsi che il mercato è fatto di persone. L’industria della moda italiana è conosciuta, apprezzata, acquistata nel mondo. Che senso avrebbe chiudersi al mercato internazionale? Come potremmo pensare di evitare le importazioni dalla Cina e continuare ad esportare? Che senso avrebbe – e che prospettive di sviluppo – un made in Italy presente solo in Italia? Non nego – è evidente – che ci siano problemi da affrontare. Né che le importazioni dalla Cina siano in aumento, ad esempio. 32


Questa è la situazione oggi. Non sono questi, però, i dati utili a disegnare le prospettive di domani. Non è con la paura che si vince, non con l’ignoranza, non con una visione miope e senza ideali dell’economia, nostra o cinese che sia. Non credo alle politiche isolazioniste o di lontananza, per cui basta non fare accordi con coloro che non rispettano i basilari principi democratici e tutto si risolve, con un mix magico di distanza e coscienza pulita. Significherebbe, infatti, pensare il mondo del lavoro come scevro da ogni responsabilità sociale, che oggi non è possibile immaginare chiusa nei piccoli e ormai invisibili confini nazionali. Non funziona, infatti, la teoria per cui i dazi contro il made in Cina servono ad aiutare i cinesi sulla via della qualità delle produzioni e su quella dei diritti. Chi invoca il ripristino dei dazi sulle importazioni europee, per l’industria della moda e per tutto il made in Italy, condanna lavoratori ed imprese ad inseguire chimere antistoriche e il paese alla marginalità. Le grandi questioni in gioco sono qualità e diritti, motori di un cambiamento giusto, motori che i dazi manderebbero in panne. Le prospettive del made in Italy – in ogni settore, primo fra tutti quello tessile – non possono infatti che considerare il mercato globale come naturale scenario di crescita. Un mercato globale, però, come dicevo, fondato su regole e diritti. È quello che aspettano lavoratori e imprenditori, quello che chiedono le parti sociali, quello che mi auguro i mezzi di informazione contribuiscano a sostenere. Nell’impegno di rappresentare il sistema moda, ci siamo trovati, sindacati e imprenditori tessili, a fronteggiare prima di altri i cambiamenti del mercato internazionale, l’emergere della Cina, il rilancio del made in Italy. Una sfida difficile che ci ha visti, e lo rivendico con orgoglio, lavorare in modo congiunto per definire percorsi di sviluppo, come quello contenuto nel documento comune «per un commercio trasparente, equo, e sostenibile» sottoposto nel 2005 a governo, Regioni ed Europa. Eravamo ispirati, allora e non solo, dalla riflessione e l’azione 33


di stimolo sul made in Italy che il Presidente Ciampi ha svolto durante tutto il suo settennato. E ci siamo impegnati, insieme a tante lavoratrici e tanti lavoratori, per una raccolta di firme – arrivando a 350.000 sottoscrizioni – a sostegno del rilancio del sistema moda italiano, guardando al futuro del tessile con idee chiare e mente aperta, senza richieste di aiuto, di protezione o di dazi. Chiedevamo allora e chiediamo ancora, semplicemente, che il mercato internazionale, sempre più fragile, non diventi un far west dove ognuno si senta libero di fare ciò che vuole, annullando le regole, confondendo i diritti, dissolvendo la qualità. Che prevalgano e siano premiati comportamenti virtuosi, senza paura della globalizzazione, consigliera di facili guadagni per chi si sente debole e spauracchio di chi non sa dove guardare per costruire il proprio futuro. Però, si dice, i tempi: quanto ci vorrà affinché il mercato del lavoro cinese assuma le forme di un mercato democratico? Tempi lunghi probabilmente, è vero. Ma tempi, come sempre, determinati dall’uomo: nelle direzioni, nella velocità, nei percorsi. Sta a noi decidere se lasciar fare, ritirarci in una difesa attendista, sperare in bene e poi essere travolti, oppure reagire, accettare la competizione, regolarla, governare quelle direzioni, quella velocità, quei percorsi. Dopo dieci anni di lavoro in questo settore so che la moda italiana ha le potenzialità per farcela. E la stessa cosa vale per gli altri settori che hanno reso forte il made in Italy e devono essere messi in condizione di continuare a competere e vincere. La posizione aperta rispetto alle sfide della competizione internazionale ha permesso al sindacato tessile italiano di essere un modello cui tanti hanno guardato con interesse. Ricordo che mi tremarono le gambe quando, il 17 aprile del 2006, ero a Malpensa, mi chiamò il vicedirettore de «l’Unità» Rinaldo Gianola per dirmi «guarda che sei sul “Wall street journal”, ti definiscono una sindacalista pragmatica», definizione che da allora mi accompagna. Che il giornale internazionale del capitalismo parlasse di una sindacalista italiana non era solo un’emozione per me, quanto un incitamento 34


per tutto il sindacato italiano a continuare a essere, in modo sempre forte e innovativo, modello di cultura e pratiche sindacali utili alla rappresentanza del mondo del lavoro. Dobbiamo essere protagonisti di una ritrovata centralità di diritti, meriti, creatività, porci ad esempio per i paesi in via di sviluppo e per le nuove grandi economie mondiali, nell’obiettivo comune di uno sviluppo sostenibile. Come sindacato continuiamo a sostenere i principi di base che già a Cancun nel 2003, in un vertice del Wto purtroppo infruttuoso, abbiamo proposto: ridurre i diritti di dogana e le barriere tariffarie e non tariffarie; adottare una formula negli scambi non lineare e temporalmente flessibile, che tenga conto delle specifiche condizioni dei paesi in via di sviluppo e sia in grado di migliorare l’integrazione del sistema commerciale multilaterale; prevedere un processo di negoziazione e composizione tariffaria su base settoriale. Accanto alle regole internazionali è poi necessario l’impegno attivo delle industrie italiane, che devono assumere come valore fondante della loro presenza nei mercati in via di sviluppo la qualità sociale del lavoro e dei processi di produzione. Abbiamo la grande opportunità che l’etica sia e venga riconosciuta elemento qualificante del made in Italy. E il punto è che non è più una scelta, ma è il destino che dobbiamo seguire se vogliamo continuare ad essere forti. Il rispetto ambientale e gli standard sociali non devono essere vissuti come limite, ma come opportunità che attende di essere capita e indirizzata. Una nuova visione deve investire politiche produttive, tariffarie, commerciali e di comunicazione, nel mercato interno e internazionale. Il modello che ho in mente non vede in Italia solo design e creatività, con la produzione in giro per il mondo, in particolare in quei paesi dove il costo del lavoro è più basso e dove non c’è libertà di associazione e negoziazione sindacale. Delocalizzare è una scelta penalizzante rispetto alle linee di competitività e sviluppo di lungo termine e inaccettabile per il nostro compito di tutela dei lavoratori. Innesta un processo di perdita di competenze, di qualità e di identità della nostra produzione. 35


La strada giusta è opposta, è una strada di riforme e guida dei cambiamenti: reciprocità e parità sostanziale nelle regole commerciali; globalizzazione dei diritti umani e delle tutele del lavoro; superamento dei differenziali e del dumping sociale, ecologico e sanitario; etichettatura obbligatoria dell’origine dei prodotti e tracciabilità dei processi produttivi, lotta alla contraffazione. No ai dazi, quindi, sì all’indicazione del paese d’origine obbligatoria, alla carta d’identità dei prodotti, con garanzie di controlli attenti e severi, attraverso gli organi istituzionali competenti, a tutela dei cittadini-consumatori, dei produttori e degli stessi lavoratori. La competizione a livello internazionale non può realizzarsi solo sulla base dei costi e dei prezzi: devono essere invece premiati le responsabilità sociali a tutti i livelli, la tutela ambientale, i diritti dei lavoratori e dei consumatori. Intanto per i paesi europei, poi per tutti i produttori extraeuropei che vogliano muoversi verso il rispetto di quegli stessi standard sociali e ambientali. La responsabilità è e deve essere valore guida per chi sceglie di produrre in zone del mondo non ancora conquistate alla pienezza dei diritti umani, al valore del lavoro, della formazione, della qualità, a salari che rispettino la vita delle persone. Chi sceglie di produrre fuori, in contesti deregolati come la Cina, deve assumersi in pieno la responsabilità sociale – e deve essere protetto e incentivato nel farlo – di guidare un mercato alla democrazia, ai diritti, alle tutele, alla libertà sindacale. È un processo complesso, che richiede la gradualità necessaria a non abbandonare i lavoratori sfruttati, ma a cercare di ricondurli nell’ambito dei diritti democratici, che non ammette rallentamenti ingiustificati, nascondimenti vili, deleghe di responsabilità a vuoto.

5. Rendere sostenibile lo sviluppo globale Una forte tracciatura etica dei percorsi produttivi, della finanza, delle regole del mercato e del lavoro, la salda convinzione della centralità della persona, sempre, come chiave per garantire 36


la giustizia del mercato, non solo in senso commutativo, come regola del dare-avere, ma anche distributivo e sociale, i diritti umani come barriera invalicabile: la globalizzazione ci sfida, e noi dobbiamo rispondere. Sapendo rendere nuovamente attuali i valori che hanno fatto forte l’Europa, quegli stessi che, da un punto di vista diverso, evocava l’enciclica «Caritas in veritatis», presentata nel giugno del 2009 da Papa Benedetto XVI. Dietro il riaffermare un punto di vista morale e religioso sul mondo, emergeva nell’Enciclica, in un momento in cui ancora prevalevano letture abitudinarie, una visione moderna dei fenomeni sociali, economici e geopolitici che caratterizzano la società globale. Quello che trovai interessante e per cui ancora mi pare utile citarla, è che in quel punto di vista, in quel caso, il credo valoriale riusciva ad essere ispiratore e non freno, come spesso capita al punto di vista politico, ad una visione non ideologica del mondo attuale, capace di individuarne nodi critici e punti da cui ripartire. Credo che sia atteggiamento corretto e utile anche per i laici, al di là delle direzioni su cui poi ciascuno crede sia meglio ripartire. La necessità di legare la fiducia alla speranza ma anche al realismo, e la convinzione che sia il momento di «riprogettare il nostro cammino», generano la prospettiva di uno sviluppo etico rispettoso della persona, innanzitutto, e poi dell’ambiente, con una spinta verso una completa e diffusa assunzione di responsabilità, dalle imprese alle funzioni di governo agli stessi sindacati. È in fondo quella stessa idea di governo della globalizzazione di cui parlavo in precedenza, centrale per ritrovare giustizia, e richiede sistemi di responsabilità articolati su più piani, con regole diffuse e condivise. Deve essere la missione che si dà chi ha l’ambizione di affrontare positivamente le nuove sfide dell’uguaglianza, che partono proprio dalla globalizzazione e dalla crisi, macrofenomeno e congiuntura che determinano lo stato dell’economia mondiale oggi e ne condizionano il futuro. Occorre dare risposte serie, condivise, reali ad una crisi che 37


non è un’astrazione mercatista, ma qualcosa che tocca la vita delle persone, di chi lavora e di chi fa impresa, che impone, per uscirne, di rifondare il nostro modello di sviluppo, economico e finanziario. Senza un’azione forte, e un’altrettanto forte visione, fino ad oggi mancate e ancora necessarie, si rischia di perdere definitivamente contatto con la vita delle persone. Con la vita, ad esempio, dei tanti lavoratori del tessile che si trovano a rischio, nonostante sia uno dei settori dove la competitività del made in Italy si è dimostrata più forte e più capace di reagire alle crisi. O con la vita di quegli imprenditori, talvolta grandi più spesso mediopiccoli, che avevano investito per innovare, mettersi in condizione di affrontare con positività le nuove condizioni della competizione mondiale, ed oggi rischiano di soccombere, senza i giusti sostegni da parte delle istituzioni e del governo. Non dobbiamo farci sfuggire l’opportunità della crisi – l’ideogramma cinese «crisi» è composto da due parti, pericolo e opportunità – e dobbiamo costruire un modello aperto e regolato: etica, lavoro, ambiente come elementi di sostenibilità dello sviluppo, apertura dei mercati – e non il protezionismo – come condizione di competizione. Vale per il sistema moda, ma non solo: la competitività italiana passa per una filiera che unisce qualità creativa e qualità produttiva, inventiva e tecnica, grandi idee e competenze diffuse, e solo in un mercato aperto e regolato possiamo continuare ad essere forti. Occorre apertura, occorre giocare un ruolo positivo e forte, come Europa, nella definizione di nuove regole, nell’affermazione di quel modello di sviluppo etico che è anche nella tradizione cristiana, ma che è qualcosa di più di un’identità in cui rinchiudersi difensivamente. Senza paura, ma con l’ottimismo della volontà e della ragione, con un sistema di valori che non nega le radici cristiane, e lo dico da non credente, ma non si chiude, si apre invece come esempio, guida politica, regolatore rispettoso dei diritti e del lavoro. Con correttezza, integrità e trasparenza, come indicano i global 38


standard per l’economia elaborati dal gruppo di lavoro del Ministero dell’Economia (peccato che poi, anche in questo caso, l’aggettivo global diventi per il governo un alibi per non fare nulla). Mettendo sempre al centro cittadino e persone, con regole chiare ed eque, con una corretta divisione e assunzione di responsabilità, rispondendo alle disparità e progettando il futuro. Etica, Europa, made in Italy, nuovo welfare, opportunità per donne e giovani, ruolo del sindacato, innovazione, qualità del futuro: è su questo che si gioca l’uscita dalla crisi, è questo che ci impone la globalizzazione, è su questo che dovremo rispondere alle sfide nuove dell’uguaglianza. È questo di cui parleremo nei prossimi capitoli.

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2. Per un’etica del convivere

1. Un’architettura etica dello sviluppo L’allargamento dei confini degli scambi economici ai paesi di nuova industrializzazione, i cambiamenti nella geografia della produzione, la crescita di nuovi mercati al consumo trainati da una forte accelerazione dello sviluppo sono fattori che impongono un cambiamento nell’architettura su cui costruire le prospettive del sistema industriale occidentale, europeo, italiano. Questa nuova architettura, come unanimemente condiviso in ambito europeo e nazionale, dovrà fare leva su un modello di sviluppo centrato su un nuovo paradigma dell’innovazione etica, a cui contribuiscano in modo sistemico e integrato tutte le componenti su cui si forma il valore del prodotto, base dell’impresa e della filiera economica. Ricerca e formazione, qualità, saperi e merito, responsabilità: la nuova architettura deve aggiornare strumenti concettuali ed operativi del mondo del lavoro per tenere conto di quei valori positivi e usare quella tastiera di fattori che consentono di realizzare un vantaggio competitivo delle imprese italiane ed europee, nel quale il prezzo non è la variabile trainante, ma che consentano di procedere in una direzione capace di coniugare crescita, competitività, equità. Nel mondo che cambia, con trasformazioni continue che chiedono di essere governate, etica è una parola che deve risuo41


nare concreta in tutti i nostri discorsi, un valore che deve condizionare tutte le nostre azioni. Ne parla Aristotele, per primo, di etica, nello studio sulla condotta degli uomini; e poi Hegel nella Filosofia del diritto, dove introduce la distinzione tra moralità, l’aspetto soggettivo della condotta delle persone, e eticità appunto, l’insieme di valori e regole per il corretto vivere, produrre e convivere in ogni società e nel mondo. La dimensione etica esprime i criteri condivisi in base ai quali si giudicano i comportamenti e le scelte delle persone, delle imprese, delle istituzioni, delle società. Per storia e formazione culturale parlare di etica mi è sempre parso naturale, e l’ho sempre fatto, talvolta scontrandomi con il diverso vocabolario di chi, maggioranza sia nel sindacato che tra le imprese, ancora nei primi anni del nuovo secolo era concentrato su una visione della qualità legata solo al prodotto. Di etica parlai nella Conferenza di programma della Cgil del 2004, immettendo nel dibattito della confederazione un termine e un concetto che rischiavamo di dimenticare. E di etica parlai a Prato, sempre nel 2004, in occasione di un evento che segnava il cambio di guida dell’Unione industriale locale. C’era, quel giorno, a concludere, Luca di Montezemolo, appena nominato presidente di Confindustria, e fu con piacevole sorpresa che lo sentii concordare con l’idea di allargare il punto di vista etico anche ai comportamenti aziendali che avevo lanciato nel mio intervento. Nel mondo globale, nello scegliere come produrre, servono regole condivise, serve un’etica dello sviluppo: una scelta culturale, politica e industriale su come stare nella liberalizzazione dei mercati, nella competizione internazionale, nell’interdipendenza delle economie, un’opzione di campo e di convenienza. Una convenienza da costruire, sostenere, allargare e portare in ogni luogo dove si produce, si commercializza, si crea un rapporto tra prodotto e consumo. Non si scambia, non alla pari, non senza perderci comunque qualcosa, con chi non ha un’economia sana, che crea benessere 42


diffuso e durevole; con chi non ha costruito o sta costruendo una società dove le buone pratiche di equità sociale, di rispetto delle vita e della dignità delle persone, a partire dalle bambine e dai bambini, non siano calpestate ma sostenute, difese, promosse, incentivate. L’etica è una scelta culturale e industriale, che deve essere fatta propria da governi e istituzioni che determinano le regole del gioco, e che deve essere condivisa anche dalle imprese, le quali devono trovare condizioni di vantaggio in una produzione pulita e rispettosa dei diritti, delle persone e dell’ambiente in cui si vive. È una questione, l’etica, di responsabilità, come in questi anni abbiamo sottolineato in modo costante, quasi ossessivo, a partire da noi stessi, dal sindacato, e poi per imprese e istituzioni. Senza aspettare miracoli, ma con la politica. Che significa governo, associazionismo sindacale, difesa degli interessi collettivi. Che significa talento e merito, centralità della persona. Che significa consumo consapevole dei propri diritti e dei propri doveri. Che significa diritti umani e del lavoro. Solo se ognuno si assume pienamente la propria responsabilità, se negoziamo sempre e tutti sulla base di piattaforme e contenuti che sostengano l’estensione dei diritti sociali, il rispetto della salute e dell’ambiente, è possibile rendere l’etica un fattore di crescita positivo e concreto. L’etica è la questione fondamentale nell’impostare l’intreccio tra valori e regole per il commercio internazionale, per qualificare il profitto, in una competizione che esige reciprocità, trasparenza e certificazione dei prodotti. Non c’è un futuro possibile in cui i diritti conquistati in un paese o in un continente non vengano estesi ad altri paesi e ad altri continenti, a tutti i paesi e a tutti i continenti. Altrimenti li (ri)perdiamo anche noi: non c’è un futuro di giustizia sociale senza la costruzione in tutto il mondo del sindacato; senza unioni di lavoratori in grado di sostenere uno sviluppo eticamente sostenibile. È una cultura intrisa di etica che determina la scelta di non produrre nei sottoscala, di non usare il lavoro nero e sommerso, 43


di non ricorrere a terzi, a tariffe che non consentono il rispetto dei contratti e che negano l’applicazione dei basilari diritti di tutela della salute e della sicurezza. Ne consegue che la prima fondamentale innovazione riguarda il profilo complesso di quello che noi siamo abituati a chiamare sviluppo di qualità. Il concetto di qualità – innovazione, ricerca, formazione e qualificazione delle risorse umane – non è più sufficiente a delineare compiutamente le priorità e le azioni di chi opera per lo sviluppo. Dobbiamo oggi intrecciare qualità competitiva e qualità etica, assumere pienamente e quotidianamente come obiettivo e motore della nostra azione uno sviluppo eticamente sostenibile. Non c’è qualità del prodotto senza che ci sia, anche nei processi produttivi, il rispetto dei diritti dei lavoratori, della loro salute, dell’ambiente. Ed è solo una dimensione etica che può segnare i limiti e le frontiere della sostenibilità economica, ovviamente in una dimensione globale, percorrendo una via alta allo sviluppo. Amo utilizzare una frase di Rita Levi Montalcini per far meglio comprendere il radicale cambiamento che dobbiamo affrontare. Dice il premio Nobel: «il nostro modo di vivere e di pensare, il nostro modo di produrre, di consumare e di sprecare non sono compatibili con i diritti dei popoli dell’intero globo. I meccanismi perversi dell’attuale modello di sviluppo provocano l’impoverimento, il depredamento degli ecosistemi, la negazione delle soggettività e delle differenze». È questo l’orizzonte reale e concreto per affrontare la grave crisi economica ed industriale, per agire sul futuro e governare i flussi globali, per far fare quel radicale cambio di politica anche al sistema delle imprese, per innovare i sindacati. Dobbiamo produrre un cambiamento del nostro modo di pensare, di agire, di vivere.

2. Per una nuova grammatica civica Al congresso della Filtea del 2006, in un momento di snodo internazionale complesso, a cavallo tra 11 settembre e crisi finan44


ziaria globale, in un momento – anche quello come tanti, visto ex post, andato sprecato – di potenziale svolta dello scenario sociale politico italiano, mi era capitato, a proposito di riscoperta della dimensione etica, di parlare della necessità di una nuova grammatica civica per il nostro paese. Anche allora, come oggi, la riflessione partiva dalla centralità del cambiamento, come contesto di realtà, cioè come capacità di leggere con serietà e rigore d’analisi il mondo, e come approccio culturale, cioè con apertura al nuovo mondo, al multiculturalismo, all’integrazione virtuosa. Richiamavo, allora, e mi pare utile rilanciarla oggi, la necessità di una spinta propulsiva all’innovazione, per recuperare il terreno perduto nella capacità di interpretare, capire e guidare il cambiamento. Per stare nel cambiamento e non esserne travolti occorre ricordarsi sempre dei propri valori, per farne evolvere, di volta in volta, gli strumenti realizzativi, che devono sapersi adattare alle sfide contemporanee. Non siamo più in un mondo dominato da flussi lineari di conoscenza e informazione, nel quale i soggetti sociali erano grandi operatori di unificazione di esperienze e prospettive. Non siamo più in tempi di linguaggio unico ed unificante, come nell’esperienza di chi è cresciuto nei grandi movimenti politici e sindacali della prima Repubblica. La società, per usare la metafora di Bauman che in questi anni si è proposta come chiave di lettura efficace, è diventata liquida. Si sono rotti i percorsi di esperienza progressiva e lineare, si sono frammentate le appartenenze, si sono moltiplicati i linguaggi. Siamo nel mondo con altri, partecipiamo e organizziamo l’impegno in forme nuove, comprese quelle fornite dalle reti di comunicazione tecnologica. Cerchiamo di trovare appigli che permettano di superare le ansie dell’essere in balìa della acque, di rintracciare parvenze di comunità, sempre meno totalizzanti e valoriali e sempre più legate ad esperienze parziali, a gusti, a condivisioni occasionali. 45


Dobbiamo imparare ad aggregare, a intrecciare nuove trame nella fluidità sociale, esserne spina dorsale e infrastruttura flessibile, capace di adattarsi agli spazi e ai tempi della vita complicata delle persone. Occorre liberarsi dalle abitudini consolidate, non guardare più alla società e al mondo con categorie precostituite, magari di derivazione ideolologica, come ha funzionato a lungo. Occorre, invece, ripartire dalla diversità delle esperienze, dalle storie, collettive e personali, in cui dobbiamo saperci nuovamente inserire, con l’umiltà di chi vuole capire, prima, e svolgere una funzione aggregante e qualificante, poi. Sapendo che l’etica non è un punto di vista di parte, storicamente definito una volta per tutte e da far condividere, ma una strada da individuare e percorrere insieme. Occorre capire i diversi punti di vista e imparare a rispettarli, senza la fatica di una tolleranza che è troppo spesso solo parola. Lo sappiamo bene noi sindacati, che siamo già pienamente calati nell’integrazione per superare ogni forma di discriminazione. Noi che operiamo quotidianamente per la libertà, a partire da quella femminile, per l’uguaglianza, la solidarietà, qui e in ogni parte del mondo. Ma non parlo di integrazione solo tra paesi e culture lontane. Credo che dobbiamo ritrovare la strada anche per un’integrazione nazionale, tra generi, generazioni, esperienze di persone che talvolta sembrano condividere davvero poco. Ecco perché torno a rilanciare l’idea di una nuova grammatica civica, di un nuovo patto di cittadinanza che regoli lo stare insieme. Di un racconto nuovo dell’Italia e per l’Italia, dell’Italia in Europa e nel mondo. Una nuova grammatica e un nuovo racconto, regole e creatività: è la nostra storia, la storia italiana, la storia che la politica deve saper ri-costruire e ri-raccontare, per superare la transizione in cui tutto si ferma, cristallizzato nei riflessi schermici della proposta berlusconiana, ripetitiva, egocentrica, fobica verso le donne, i giovani, le coppie di fatto, le minoranze e le differenze, ferma ad un presente prolungato all’infinito. 46


Dobbiamo ritrovare la nostra grammatica civica, per poter raccontare l’Italia in modo credibile, positivo, competitivo. Smettendola con la favoletta dell’Italia che va forte, che piace nel mondo, triste ritornello da campagna elettorale. Perché chi come noi – sindacato e intero sistema moda – nel mondo ci sta, sa quanto è difficile, quanto poco la nostra competitività è stata sostenuta dai governi di centrodestra di questi anni. Non è facile, in un sistema che regala quotidianamente esempi di ingiustizie e illegalità. Noi sindacati, nel nostro agire quotidiano, dobbiamo considerare l’etica, la ricerca di regole e il contrasto all’illegalità un elemento qualificante di tutte le scelte e richieste rivendicative, le politiche contrattuali, le proposte di piani industriali e di politiche di crescita e innovazione delle aziende. Dobbiamo dare priorità al tema della democrazia, che non è questione di una parte, ma è tema di tutti, è la condizione dove ciascuno può esercitare la propria libertà. E, come diceva Trentin, «per noi la libertà viene prima!». Insomma, nel nostro quotidiano dobbiamo qualificarci anche per il contrasto ad ogni forma di discriminazione e di illegalità, contro ogni negazione dei diritti di uno o di tutti. Dobbiamo essere consapevoli che ci sono larghe zone del nostro paese nelle quali le libertà economiche sono sottoposte allo strozzo, al parassitismo e alla violenza delle famiglie mafiose. E la stessa libertà di opinione e di reazione conta le sue vittime tra i morti come tra i vivi, tra gli zittiti a morte e gli spaventati a vita. Dobbiamo invece costruire la buona e corretta competizione fatta di diritti, dall’insieme qualitativo dei modelli di vita, di lavoro, di impresa, di inclusione, di riconoscimento del valore e della dignità del lavoro ovunque si svolga. E dobbiamo essere lucidi e consapevoli che non abbiamo molte scelte: dobbiamo partire da un circolo virtuoso che va dall’istruzione, alla cultura, alla formazione continua. Dal recupero della strategia per l’Europa definita a Lisbona nel 2000. Quella società democratica della conoscenza a cui dobbiamo aspirare e che dobbiamo concretamente costruire, per rendere 47


credibile ed effettiva la buona globalizzazione: ecco l’indirizzo del nostro radicale cambiamento. Occorre ripartire da una riforma della scuola che metta al centro le bambine e i bambini, le ragazze e i ragazzi, costruendo un luogo di crescita e non di solo apprendimento. Una scuola che valorizzi gli insegnanti, che devono tornare ad essere – ed essere considerati dai ragazzi, meritandoselo, nulla è regalato – le guide turistiche di un viaggio formativo e di socializzazione. E poi l’università. Smettiamo di discutere in astratto e guardiamo ai fatti. Le riforme di questi anni non funzionano, non piacciono ai professori e non piacciano agli studenti. Trasformano l’università in esamificio e svendono la cultura per qualche credito. L’università così non forma professionalmente, non prepara al mondo del lavoro, non specializza, offre troppo spesso una generica preparazione tuttologica. E, ancora, per arrivare più vicino agli interessi che rappresentiamo, la formazione continua. Ne parliamo da tempo, pochi sono gli esempi riusciti. È il caso che si cominci a farla davvero – e ci tornerò più avanti. Fare questo significa assumersi la responsabilità verso le persone coinvolte nei processi di riorganizzazione; significa essere capaci, culturalmente, come sindacalisti e come imprenditori, di prevedere, prevenire, guidare, qualificare i propri interventi. In un processo di partecipazione delle rappresentanze sindacali unitarie e del sindacato che determini democrazia industriale in alternativa ai processi «autoritari», alla gestione unilaterale delle riorganizzazioni e delle strategie d’impresa. Significa, per tutti i soggetti in gioco, assumere l’orizzonte del futuro condiviso, della reazione alla crisi, delle regole, della fantasia, dell’ottimismo. Gianni Rodari, novelliere, formatore e poeta, ha scritto una volta: «Mi succede a volte nei tram a Roma: salgo e vedo tutta la gente cipigliosa, ingrugnata, che pensa alle sue preoccupazioni, alle malattie, al terrorismo, a tutti i motivi che abbiamo per essere pessimisti e preoccupati. Però quando si parla di queste cose con 48


i bambini, a me sembra che la domanda che li appassiona è: allora cosa dobbiamo fare? Non nasce in loro, da tutte queste ragioni di pessimismo, una disperazione, […] nasce da loro l’esigenza, la richiesta di qualcosa da fare, che fa appello a quello che Gramsci ha chiamato così bene l’ottimismo della volontà. Abbiamo ragioni per essere pessimisti, ma sono i bambini, mi pare, che ci chiedono di usare il nostro ottimismo della volontà». La fantasia di Rodari e l’ottimismo razionale di Gramsci: le direzioni per affrontare il cambiamento, quello che cerchiamo, le basi della nuova grammatica civica, sono nella nostra storia, nella nostra cultura. Rendiamola di nuovo attuale e potremo – e sapremo – affrontare la sfida del cambiamento. Sapremo e potremo realizzare quella scelta strategica di indirizzo verso la crescita e lo sviluppo eticamente sostenibile. E lo potremo fare ritessendo i fili dell’essere comunità, una comunità fondata su valori e regole condivise, ispirata da un nuovo, leggero, vitale racconto collettivo.

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3. Più Europa

1. Forti se europei La prima scelta di fondo che tutti i soggetti politici e di rappresentanza sociale devono affermare riguarda il ruolo dell’Europa. È dal 2001 che, accanto al ruolo di segretaria generale della Filtea, ho ricoperto, unica donna italiana a guidare una federazione a livello comunitario, anche quello di presidente del sindacato tessile europeo, potendo osservare la crescita di consapevolezza sul ruolo, di rappresentanza attiva e non solo di dialogo, che il sindacato deve e può svolgere nel tempo dei cambiamenti. Un ruolo che mi è capitato di raccontare, non nego con grandissima emozione, ai sindacalisti e agli imprenditori statunitensi in una conferenza alla Columbia University di New York nel 2006, segno evidente di come una parte della prima potenza del mondo guardasse a noi europei e al sindacato Cgil come ad un modello. Credo davvero che se non accettiamo la sfida di essere parte attiva e convinta della costruzione dell’Europa, di un’Europa sociale in particolare, rinunciamo non solo a svolgere un ruolo positivo nelle dinamiche globali, ma destiniamo noi stessi, e tutto il paese, a restare fuori dai driver del futuro. Non c’è, dobbiamo saperlo, lo ricordavo parlando delle sfide della globalizzazione, una risposta chiusa nei confini nazionali: non ai problemi dei lavoratori, non alle necessità dei cittadini europei, non alle contraddizioni che nascono dai riequilibri del mondo. 51


Al paese, ai cittadini, ai lavoratori, serve più Europa per affrontare i cambiamenti del mondo. Serve più Europa politica, economica, sociale, contrattuale e sindacale, serve inverare quel modello sociale europeo fatto di sviluppo, buona occupazione e giustizia sociale. Un’Europa forte e coesa è la dimensione per non ritrovarci ad essere il vecchio continente residuale nel nuovo mondo che da oriente, tumultuosamente, e dall’America latina coinvolge e decide dei nostri destini. Un’Europa forte per non darla vinta a quei conservatori americani che ci immaginano – quando non fedeli sudditi – inutile appendice, e per cogliere invece le aperture della nuova amministrazione democratica. Essere «Stati uniti d’Europa» ci rende forte nel competere portando nel mondo crescita, buona occupazione, sviluppo e rispetto dei diritti umani, sociali, della democrazia, della libertà, a partire da quella sindacale, la possibilità di negoziare i miglioramenti della propria condizione di lavoro e di vita. Per essere quelli che difendono la cultura e le prassi della democrazia, un modello diverso da chi ha preferito esportarla in modo assai discutibile. Certo, queste scelte implicano una forte spinta ad accelerare l’assunzione, da parte del Parlamento europeo e della Commissione, di un ruolo politico e di direzione forte, per avere un effettivo ed efficace, oltre che condiviso, governo delle complessità. L’Unione Europea, segnata ancora da assetti economici e da modelli sociali differenti, deve ritrovare coesione, solidarietà reciproca tra gli Stati e i cittadini, coordinamento delle politiche economiche, fiscali, industriali, sociali, e anche sindacali. Un’Europa più forte può individuare e mettere in campo strumenti, compatibili con le regole del Wto, per sostenere i prodotti a più bassa emissione di Co2, definendo per ogni prodotto una precisa quantità associabile. Un’Europa più forte può imporre un’imposta crescente su prodotti che emettono Co2 superiori a quanto «tecnologicamente» possibile per quel prodotto in quel 52


momento. Sono solo esempi di come si possono adottare politiche capaci di determinare una concorrenza virtuosa, con motivazioni economiche e di innovazione, e condizionare positivamente sia produzione che consumi verdi, puliti, con minore impatto ambientale. L’Europa, inoltre, può e deve farsi carico di costruire politiche di coesione sociale per rendere l’insieme dei 25, nel suo ulteriore allargamento, verso la costruzione dell’area pan-euro-mediterranea, un reale modello di sviluppo positivo ed etico, di benessere e solidarietà. Un modello in grado perciò, anche, di essere un forte soggetto politico, per contribuire a sostenere la cooperazione e lo sviluppo delle aree più povere del mondo, per sostenere le politiche e le azioni volte a far superare ogni violazione dei diritti umani e contribuire concretamente all’estensione e al rispetto dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori in tutto il mondo. Anche le discussioni e le scelte, a mio avviso positive, di estendere le frontiere dell’Unione Europea, con la possibilità ad esempio di integrare la Turchia, sono un passo decisivo verso un’Europa aperta, solidale, capace di definire e imporre un modello etico e sociale allo sviluppo, alle disuguaglianze e alle sfide dell’incrocio tra culture e etnie diverse. Un’Europa più forte, autonoma su scala mondiale, capace di dialogare con le nuove aree emergenti nel mondo, è la risposta più efficace e duratura ai problemi che stiamo vivendo, alle contraddizioni e ai rischi di questa globalizzazione, per riuscire a costruire politiche che facciano prevalere le opportunità e non le paure. Un’Europa, dunque, che coordina e coinvolge nelle sue scelte politiche l’insieme degli Stati membri, a propria volta convinti che insieme, e non più soli, si risolvano le difficoltà e si affrontino i cambiamenti in modo più efficace. Serve una cultura europea. Che faccia sentire tutti a casa propria, una casa sicura, protetta e fiduciosa, nel contesto di uno sviluppo globale e di una società stabilmente in evoluzione. Già nel 2001 la Filtea condivise, nel congresso, l’obiettivo di 53


puntare sulla dimensione europea sindacale. Abbiamo operato consapevoli che serve un equilibrio nuovo tra i bisogni di un’economia aperta e il rispetto della dignità, delle tutele e dei diritti dei lavoratori. È una sfida per tutto il sindacato confederale italiano, per se stesso, per la costruzione di un nuovo sindacato europeo e mondiale. Il nostro obiettivo deve essere l’armonizzazione europea dei contratti, delle tutele, dell’insieme delle condizioni del lavoro, per costruire davvero il contratto collettivo unitario europeo, programmando un percorso di analisi e conoscenza, coordinando le differenze in essere e dandoci gli strumenti adeguati a raggiungere l’obiettivo.

2. Fare l’Europa In questi dieci anni di Europa ci siamo molto occupati. È stata intanto una cosa naturale visto il settore e le sfide che abbiamo affrontato. Mi sono trovata, come ricordavo, ad essere scelta come presidente della Federazione sindacale europea tessile abbigliamento calzaturieri, e sono orgogliosa di aver portato l’Italia al centro delle riflessioni in merito alle prospettive europee. La mia rielezione, nel maggio 2005, in particolare, è arrivata in un momento critico per l’Europa, con segnali crescenti antieuropei, resi pesanti dai no ai referendum olandese e francese sull’ipotesi di nuova Costituzione comunitaria. Si è messa in pratica, in questi anni, in economia e non solo, una politica anti-europea, contraria ai reali interessi nazionali, talvolta nascosta dietro europeismi di maniera, con parole cui non sono mai seguiti i fatti, come nei governi di centrodestra che si sono susseguiti in Italia. Si è abdicato ad una funzione – storicamente strategica e coerente con il pensiero politico e culturale dell’Italia – propulsiva e positiva rispetto alla costruzione della dimensione politica dell’Europa dei 25. 54


E l’Europa, così, nel mondo globale, e ce ne accorgiamo ad ogni crisi, ogni volta un po’ di più, si riscopre in difficoltà. Proprio l’Europa che ha ospitato l’affermazione più alta dei valori democratici, dei principi della giustizia sociale e delle libertà individuali, oggi vede indebolito il proprio ruolo, condizionata dalla paura. Il nostro messaggio, la funzione che ho cercato di svolgere, è stata in netta controtendenza, o meglio lungo la tendenza più alta e nobile della storia politica europea, della storia della Cgil. Occorre più Europa, l’ho ripetuto tante volte, spesso in sinergia con Michele Tronconi, oggi presidente del Sistema moda Italia dopo aver guidato a lungo l’Euratex, la federazione delle aziende tessili europee. Serve più Europa economica, industriale, sociale, sindacale, politica. Più Europa per un modello di sviluppo eticamente sostenibile, per costruire un’Europa che sappia mettere in atto politiche sociali, industriali e commerciali che le permettano di trovare autorevolmente il proprio spazio nei cambiamenti del mondo globale. Più Europa per immaginare e realizzare una politica industriale comunitaria, che consenta di superare la crisi dei modelli di sviluppo industriali nazionali e di ritrovare un ruolo nel nuovo mondo. Più Europa per governare la globalizzazione, mostrando di volere, sapere e potere ancora essere protagonisti. L’Ue è l’unico ente sovranazionale che ha la storia, la credibilità, la forza diplomatica e politica per proporsi come esempio, modello e guida per i percorsi dell’economia globale. L’unico soggetto capace di valorizzare e immettere nella propria azione politica (e nelle regole del commercio internazionale) il rispetto dei diritti sociali, ambientali, del lavoro, umani. È in tal senso decisivo, non più rinunciabile, non più rinviabile che l’Europa dia un chiaro segnale ai paesi membri, in primo luogo quelli ancora a forte presenza manifatturiera, di puntare su innovazione, ricerca e formazione come motori dello sviluppo e nuclei dell’unico posizionamento competitivo che oggi l’Ue può 55


assumere. Innovazione, ricerca e formazione sono le condizioni per pensare e costruire la competitività del sistema economico europeo e nazionale, per affrontare le internazionalizzazioni – e questo è ancor più decisivo per i paesi dell’Europa mediterranea e per quelli dell’allargamento – e la presenza nei mercati, a partire proprio da Cina e India. Apertura dei mercati, reciprocità, rilancio del rispetto dei diritti sociali, definizione di codici di condotta: queste le priorità che il sistema delle imprese deve darsi e condividere con le parti sociali, con piena assunzione della sfida e della responsabilità di affermare e rispettare le regole di uno sviluppo sostenibile, ovunque avvenga la produzione. Il sistema industriale italiano, in particolare, è di fronte ad un bivio, a scelte di prospettiva decisive per recuperare il ritardo accumulato negli ultimi anni. Occorre guardare al futuro con la consapevolezza delle contraddizioni – delle opportunità e dei rischi – che presenta il mondo globalizzato e con la determinazione di chi non vuole subire la transizione ma vuole governarla, per poterne limitare gli effetti negativi e direzionarne gli esiti verso modelli di sviluppo che solo l’Europa può oggi affermare come vincenti. L’Europa è una sfida anche per il sindacato, che si trova davanti a scelte decisive per il proprio futuro. Le azioni di confronto e di negoziato locale e nazionale devono trovare una più ampia cornice strategica a livello europeo, per dare forza, visibilità e strumenti ad un sindacato europeo e democratico, capace di rappresentare tutti i lavoratori e forte nel chiedere alle parti datoriali di individuare – anche loro – forme di rappresentanza e dialogo comunitarie. Per coordinare difesa e sviluppo dei diritti sociali, politiche salariali, informazione preventiva sui cambiamenti delle imprese, processi di qualificazione delle risorse umane. Più Europa, insomma, e più sindacato: la battaglia comune del sindacato europeo – che non può non essere sostenuta da istituzioni comunitarie e sistema industriale tutto – deve essere rivolta anche al rafforzamento della presenza del sindacato in tutti i territori dell’Unione, per mettere in campo un ruolo diffuso di co56


struzione di prospettive di sviluppo, tutela dei diritti, negoziazione, immaginazione e messa in campo di processi di crescita della qualità della vita. Non è il momento di politiche difensive. È il momento di politiche: della politica industriale, della politica economica, della politica sindacale. In Italia, sperando di recuperare presto serietà, competenza ed efficacia della guida e del governo del sistema paese, in ogni paese membro, a livello comunitario, nei mercati – produttivo e commerciale – mondiali. È alla politica, è ai governi che spetta trovare e condividere soluzioni. Indicare la strada. Per porre fine alle fantasie immaginifiche del potere assoluto del mercato e alle follie irresponsabili di ogni progetto di chiusura o inasprimento dei dazi doganali. Per questo dobbiamo rilanciare e partecipare alla costruzione degli Stati uniti d’Europa. Perché più Europa significa, ogni giorno, lavorare con l’ideale del futuro in testa e la concretezza della fisicità quotidiana tra le mani.

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4. Il made in Italy

1. Il made in Italy valore di tutti All’inizio del 2010 è successa una cosa che ad uno sguardo superficiale, o passatista, può apparire strana, ma che invece rappresenta uno snodo simbolico chiarificatore dell’innovazione che dovremo praticare. La Filtea, organizzazione della Cgil che rappresenta le operaie e gli operai tessili, ha fatto un comunicato sulla settimana della moda di Milano, per chiedere che non venisse ridotta, dialogando a distanza con la direttrice di «Vogue» America Anne Wintour. A causa, infatti, della scelta della signora Wintour di fermarsi a Milano solo tre giorni, anziché gli abituali sette, molti stilisti hanno fatto pressioni perché la Camera della moda modificasse il calendario (che alla fine, dopo diverse proteste in senso opposto, è stato conservato nella durata tradizionale). La settimana della moda è un’occasione di promozione del made in Italy, sia per i grandi marchi che per la qualità diffusa su tutta la filiera, nelle tantissime piccole imprese sparse sul territorio, nelle competenze dei lavoratori, nella voglia di fare bene degli imprenditori. Ridurre l’evento a pochi giorni avrebbe tolto spazi di visibilità e opportunità di business proprio a quelle piccole imprese, senza le quali il made in Italy non esiste. Ecco allora che intervenire sulla durata della settimana della moda, occuparsi della difesa e del futuro del made in Italy, paral59


lelamente e in modo funzionale alla tutela tradizionale e diretta dei lavoratori, è un compito nuovo e fondamentale per un sindacato che vuole vincere la sfida dell’innovazione Per tutte le parti sociali, le forze politiche e i governi il made il Italy dovrebbe essere un valore condiviso e da praticare, e il riferimento alla moda non è che un paradigma valido e da estendere a tutti i pezzi di questo meraviglioso puzzle che costituisce una trama identitaria, culturale ma in un’accezione quasi naturale, del paese. L’azione del sindacato tessile in questi anni, nella condivisione di scelte e strategie, è stata finalizzata a riprogettare il ruolo del sistema moda nel quadro nazionale ed internazionale. I rapporti sul settore – dati elaborati su base Istat dal nostro osservatorio nazionale, il cui responsabile è il prestigioso economista Clemente Tartaglione – ci dicono che in Italia il sistema moda contribuisce al 15% dell’occupazione manifatturiera, al 10% del valore aggiunto e al 12% dei flussi commerciali verso l’estero. Inoltre, in ambito internazionale, l’Italia è il secondo esportatore mondiale di prodotti tessili e abbigliamento, con una quota di mercato complessiva di circa il 7%, e rappresenta il paese che maggiormente contribuisce alle esportazioni Ue, con una quota di poco superiore al 25%. Ma le statistiche non descrivono il vero contributo di questo settore al nostro paese. Possiamo aggiungere la paternità del distretto, un modello di organizzazione della produzione che è stato straordinario acceleratore dello sviluppo e del benessere per moltissimi territori. E ancora non avremmo detto molto, quel molto che è nel contributo al valore internazionale del made in Italy, all’immagine dell’Italia nel mondo. Nel corso degli ultimi anni i processi di globalizzazione e liberalizzazione dei mercati ed il forte avanzamento tecnologico hanno prodotto, in scala globale, un’integrazione economica, industriale e dei mercati che ha avuto l’effetto di allargare il perimetro entro cui si collocano e si diversificano le opportunità di 60


sviluppo. Il nuovo contesto socio-economico ha segnato profondamente l’intero apparato produttivo dei paesi avanzati, e l’Italia, per caratteristiche e specificità del sistema industriale, è stata tra le economie più esposte. Oggi, in una fase ancora incerta di uscita dalla crisi, guardando alla moda emerge una realtà con luci ed ombre, caratterizzata da forti asimmetrie interne, con esempi straordinari per il loro successo competitivo che convivono con esempi opposti, di grave ritardo strategico-organizzativo rispetto alle leve fondamentali della competizione. La crisi ci lascia con un saldo negativo, con una perdita di fatturato, un indebolimento delle vendite all’estero, una grave riduzione dell’occupazione. Il made in Italy, come insieme di filiere tradizionali e innovative, è esposto alla competizione aggressiva dei nuovi mercati, ma contrario al protezionismo, alla chiusura difensiva. Chi si sente forte, e il made in Italy lo è, deve dimostrarsi pronto a un confronto leale e positivo, in cui non difendere le quantità, ma davvero vincere sulla qualità, l’eccellenza, l’innovazione, la creatività, la sicurezza. L’ho detto molte volte in questi anni, e lo uso ancora come esempio: non è sulle T-shirt bianche che possiamo, dobbiamo, vogliamo competere. Non è sui prezzi, ma sulla capacità di offrire prodotti migliori: per qualità non solo finale, ma dell’intero processo produttivo. Ecco perché ci siamo battuti e ci batteremo – e parlo dell’intero settore moda, ciascuno per propria parte di responsabilità – per la tracciabilità, che è tema non solo della moda, basti pensare alle produzioni tipiche alimentari. Per il made in Italy, dopo anni di crisi, è giunto il momento del rilancio: politica industriale, sviluppo, apertura ai mercati. Con scelte coraggiose che permettano alle imprese italiane di far valere esperienza creativa, competenza professionale e artigiana, qualità di processo e prodotto, scelte che tutelino i lavoratori e i consumatori. 61


Scelte, per quanto riguarda la moda, ma non solo, che riconoscano pienamente il ruolo dell’innovazione come priorità strategica per il futuro, realizzando quella che da qualche anno è una posizione ufficiale e comune tra i paesi dell’Unione Europea, assunta nel rapporto «The challenge of 2005: european textiles and clothing in a quota free environment». Si traccia, in quel rapporto, una strategia mirata a rafforzare la competitività del settore articolata su sette raccomandazioni, che disegnano un complessivo sforzo di rinnovamento dell’apparato industriale: nella componente gestionale-organizzativa, per superare il frazionamento produttivo e realizzare una dimensione d’impresa più adeguata alle nuove sfide; nella componente industriale, puntando ad intensificare gli investimenti sulla tecnologia e sul design; nella componente commerciale, rafforzando la protezione dei diritti di proprietà intellettuale e intensificando gli investimenti per allargare i mercati di sbocco dei prodotti europei. Ho sempre contrastato, in questi anni, chi parlava della moda come settore maturo. Ho sempre creduto che la qualità sia la migliore arma competitiva e che l’innovazione sia possibile per ogni prodotto e ogni settore, e vale, come valgono le raccomandazioni dell’Europa, per tutta la complessiva sfida economica e culturale del made in Italy.

2. Contro la contraffazione Qualità, riconoscibilità della filiera, creatività, competenze diffuse: la tutela del made in Italy comporta salvaguardare le nostre specificità, difendendole non solo dalla concorrenza deregolata, come ricordato più volte, ma anche dalla contraffazione delle merci. La lotta alla contraffazione deve essere parte integrante delle politiche di sviluppo e di crescita del paese e dell’Europa, parte integrante di una più generale politica di apertura dei mercati che interpreta la globalizzazione come processo di straordinarie op62


portunità quando basato sulle regole, sulla reciprocità, sulla certificazione obbligatoria dei prodotti e la tracciabilità dei processi produttivi. Per noi, per il sindacato, l’intervento contro questo fenomeno deve tornare in primo piano quale contributo ad una più complessiva stagione di riforme contro il lavoro nero e sommerso, contro l’elusione e l’evasione fiscale, per il rilancio e la promozione della cultura della legalità, delle regole, del rispetto dei diritti dei lavoratori, dei consumatori, dei cittadini, per la tutela della proprietà intellettuale delle imprese. La contraffazione è una realtà complessa e purtroppo molto estesa, che riguarda paesi di nuova industrializzazione ma anche, in modo sempre più diffuso, paesi che normalmente vengono definiti avanzati. Alcune analisi ci descrivono infatti una geografia del fenomeno che coinvolge l’Estremo Oriente assieme a importanti paesi comunitari, tra i quali l’Italia sembra essere l’area più esposta. Il falso è ormai, per quantità, un effettivo comparto industriale, e non può essere più considerato un fenomeno marginale dell’economia mondiale. Le stime in cui si sono cimentati molti soggetti economici ci restituiscono cifre preoccupanti: la World Trade Organization dà un dato di 450 milioni di dollari, pari al 10% del commercio mondiale; più prudente, anche se altrettanto pesante è la cifra stimata dalla Commissione europea e dall’Organizzazione mondiale delle dogane: tra i 200 e i 300 milioni di euro, il 7% degli scambi. Questi numeri diventano ancora più preoccupanti se si pensa che secondo recenti stime in soli dieci anni il fatturato dell’industria del falso è aumentato del 1600%, con un trend in continua crescita. Ovviamente non possiamo pensare che la responsabilità di questi volumi possa essere attribuita solo ad imprese marginali. Certo una parte della contraffazione è senza dubbio da ricondurre a quelle imprese nascoste negli scantinati che, oltre a non pagare le tasse, sfruttano il lavoro senza rispettare neanche le più 63


elementari regole di sicurezza. Ma ci sono anche imprese ben radicate che combinano una attività regolare con la produzione di beni contraffatti, e spesso sono gli stessi sub-fornitori cui è affidata la fabbricazione di prodotti di marca che realizzano quantità in eccedenza, non autorizzate, per poi venderle illegalmente. In molti casi queste imprese organizzano il processo produttivo adottando il modello a rete tipico delle imprese regolari, sia per esigenze di riduzione dei costi, magari utilizzando anche le rotte delle navi per sfruttare tempi e lavoratori, che per realizzare una forte dispersione operativa tale da rendere difficoltosa la ricostruzione e dunque la repressione dell’intero sistema. Anche dall’analisi dei canali di distribuzione il quadro si conferma molto articolato. Esistono infatti almeno tre canali a cui bisogna guardare per calibrare gli interventi: il primo è costituito dai canali di vendita al dettaglio, dove il prodotto contraffatto viene venduto assieme agli articoli originali; il secondo è quello dei più diversi canali ambulanti, spesso controllati da vere e proprie organizzazioni criminali che sfruttano cittadini extracomunitari; il terzo, in fase di espansione, è quello del commercio elettronico che garantisce anonimato ed elevata capacità di transazione. Siamo inoltre a ragionare di un fenomeno che interessa ormai molti settori e prodotti del manifatturiero: non solo la moda, dove si stima che oltre il 20% dei prodotti sia contraffatto (e a cui è rivolto circa il 60% del fenomeno contraffazione), ma anche alimentare, componentistica, orologeria, software e pezzi di ricambio. Il fenomeno è aggravato dal fatto che la contraffazione è per una sua parte importante controllata dagli ambienti criminali che sfruttano i lavoratori, ricattandoli sia rispetto alla condizione di illegalità quando immigrati, sia rispetto al guadagno veloce e facile. E purtroppo la contraffazione è solo un aspetto del problema, con l’Italia primo paese nell’Europa dei paesi avanzati per diffusione del lavoro irregolare (12% del totale occupati) e dell’evasione fiscale (17% del Pil). Per l’industria del falso in Italia si stima un volume d’affari quantificato tra 4 e 7 miliardi di euro, con un mancato introito fiscale 64


pari all’8% del gettito Irpef e al 21% del gettito Iva. Inoltre, secondo Indicam, l’Istituto di Centromarca per la lotta alla contraffazione, questa disfunzione del sistema economico ha determinato una perdita di 40.000 posti di lavoro negli ultimi 10 anni in Italia, sui 125 mila nell’Unione Europea e i 270 mila totali persi nel mondo. Ma non basta: il dato più preoccupante è quello relativo ai medicinali, in vertiginoso aumento. L’organizzazione mondiale della Salute stima che il 10% dei medicamenti consumati nel mondo siano contraffatti, con punte del 30% in Brasile e del 60% in alcuni Stati africani. La contraffazione farmaceutica provocherebbe, in media, la perdita di 17.000 posti di lavoro – compreso l’indotto – e un danno economico pari a oltre 2 miliardi di euro. Ancora più gravi, ovviamente, i danni provocati ai consumatori, che devono considerarsi fortunati – ed è tutto dire – se si trovano ad essere in quel 51% di casi in cui la contraffazione si traduce nella semplice assenza di qualsiasi principio attivo nel medicinale. Perché purtroppo c’è di peggio, basti pensare ai casi della Cambogia, dove decine di persone sono morte per aver assunto antiasmatici falsi, o del Niger, dove, secondo l’Oms, i morti a seguito della distribuzione di falsi vaccini contro la meningite sarebbero stati migliaia. O ancora del Bangladesh, dove 300 bambini hanno perso la vita perché uno sciroppo anziché acqua presentava tracce di kerosene. E la contraffazione di medicinali non è un problema che riguarda solo i paesi in via di sviluppo. In Europa e Nord America ci sono segnali insistenti di una crescita del fenomeno: gli uffici doganali della Ue stimano che nel 2001 siano state sequestrate circa 4 milioni di scatole e confezioni contraffatte pari a circa il 10% degli oltre 42 milioni di oggetti falsi bloccati alle frontiere a livello mondiale. La presenza di contraffazioni implica e richiama in tutto il mercato globale il tema della qualità e sicurezza dei prodotti, della tutela della salute pubblica e del benessere dei cittadini. 65


La contraffazione provoca un danno economico per l’impresa legale che può essere misurato dalle mancate vendite, e poi perdita di immagine e di credibilità del marchio, spese legali per la tutela dei diritti di proprietà intellettuale, riduzione della redditività degli investimenti in ricerca, innovazione del prodotto e marketing. Ma la contraffazione danneggia anche il lavoratore che in molti casi è assoldato attraverso un racket del lavoro nero, che impone condizioni prive di diritti e tutele. La contraffazione determina inoltre un inganno ai danni dei consumatori, in quanto viene svilita la funzione tipica del marchio che è quella di garantire un segno di riconoscibilità attraverso il quale l’acquirente misura caratteristiche e qualità del prodotto. I prodotti contraffatti e pirata sono infatti fabbricati solitamente nel più completo disprezzo delle norme a tutela di salute e sicurezza, mettendo in questo modo in pericolo chi consuma. Non solo i prodotti farmaceutici e alimentari, ma anche i prodotti moda, o i cosmetici, dove la composizione e l’utilizzo delle sostanze chimiche nocive tipiche delle merci contraffatte può provocare tumori alla pelle, allergie, danni da tossicità. O ancora i giocattoli, con materiali non controllati che finiscono in bocca ai bambini.

3. Reagire Insomma, bisogna dirlo a voce sempre più alta: le merci contraffatte comportano sfruttamento di bambini, donne e lavoratori e minacciano la sicurezza e la salute dei consumatori. Rompere il muro dell’indifferenza dell’opinione pubblica per costruire le necessarie reazioni dei soggetti istituzionali e sociali è atto, meritorio, che dovrebbe coinvolgerci tutti di più. A gennaio del 2007, come Filtea, abbiamo realizzato a Napoli un convegno di riflessione sui temi della contraffazione, e da lì del futuro della moda. C’era, a discutere con noi, anche Roberto Saviano, che in Gomorra, allora appena pubblicato, affronta anche la questione 66


della contraffazione, con riferimento in particolare allo spazio senza legalità del porto di Napoli, controllato dalla camorra. Volevamo, con quella iniziativa, riportare il contrasto della contraffazione in agenda. In questi anni, quando la contraffazione agli occhi dei più riguardava solo i prodotti delle moda, si è determinata troppa indifferenza, come se non fosse un problema così grave, come se ci fossero diversi gradi di illegalità e quindi diversi modi di reagire. Da quando si parla anche di medicinali, di prodotti alimentari, di pezzi di ricambio delle auto si guarda, per fortuna, con occhi diversi al fenomeno. Eppure bisogna sapere che l’indifferenza è sbagliata, che porta a giustificare il falso, soprattutto in casi come la moda, quando la ragione economica sleale, lo sfruttamento e il rischio per la sicurezza sono gli stessi. La cultura e la pratica della legalità è e deve essere a 360 gradi, senza giustificazioni, con reazioni e contrasto da parte di tutti i soggetti in campo. Mi aspetto maggiore responsabilità anche da gli operatori che dovrebbero difendere in modo diffuso e consistente i loro prodotti, e cioè gli imprenditori. Proprio in difesa della proprietà intellettuale e per condurre in modo più intenso e sinergico la lotta alle frodi e alla contraffazione è stato firmato a Pechino nel 2006, dalla Federazione delle imprese tessili e moda italiane, guidata da Paolo Zegna e dal Consiglio nazionale della Cina per il settore tessile e abbigliamento, un accordo che premia ed incoraggia lo sforzo di quella parte del sistema imprenditoriale italiano che ha scelto di investire in innovazione, ricerca, qualità di processi e prodotti, rispetto dei diritti. Si trattò di un rilevante primo traguardo, ottenuto nel contesto della missione del governo italiano che l’allora presidente del Consiglio Prodi volle nei primi mesi del suo mandato, che ha rappresentato una svolta positiva nei rapporti tra i due paesi, dal punto di vista commerciale, di volontà legislativa e di affinità culturale. Un’affinità che prescindeva dalle differenti dimensioni del settore, e anzi cercava una via comune per difendere un patrimonio che se da noi era quantificabile in circa un milione di addetti, in Cina arrivava a venti milioni di lavoratori. 67


Il protocollo di intesa riguardava sia strumenti normativi, di controllo e di lotta alle frodi, sia obiettivi di consapevolezza di produttori e consumatori sui danni della contraffazione e sul valore della proprietà intellettuale. Il tutto avveniva in collaborazione con l’alto commissario alla lotta contro le contraffazioni, istituito nel 2005 per tutelare la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica; per monitorare e proporre aggiornamenti delle norme; per migliorare la tutela dei brevetti; per assistere le imprese colpite dai fenomeni illeciti. Obiettivi che certo non possono essere stati considerati raggiunti quando, nel 2008, l’alto commissario è stato abolito. Ma sono le stranezze, o le irresponsabilità, della politica (ricordo ai curiosi che l’alto commissario è nato durante il governo di centrodestra, ma nella parentesi in cui il Ministero dell’Economia era retto da Siniscalco, per essere conservato da Bersani e poi abolito da Tremonti). Le imprese devono invece essere facilitate, abbattendo costi e burocrazia, nel prevenire e tutelare l’innovazione e i segni distintivi dei prodotti, dando effettivo valore a brevetti e marchi. E c’è una responsabilità, che non riesco a definire altro che nazionale, nel garantire la funzione di educazione ai consumatori, per informare su ciò che è dannoso e ciò che non lo è, per generare consapevolezza dei propri diritti, per l’esercizio effettivo della libertà di scelta. Una funzione di riqualificazione dei processi di educazione e formazione che ritengo strada maestra attraverso la quale affrontare il futuro: un percorso, complesso e innovativo, che tra scuola, università, ricerca e formazione continua deve restituire consapevolezza, senso civico e di legalità, rispetto ed etica a cittadini, lavoratori e consumatori.

4. Tracciabilità della filiera La competitività, la crescita e lo sviluppo di un paese e di un continente – per l’Europa, ma vale anche per la Cina – si costruiscono intorno all’obiettivo della qualità certificata e controllata 68


del prodotto, della sua tutela in ogni parte del globo. Un prodotto di qualità deve essere un prodotto garantito: realizzato in sicurezza quanto a componenti industriali, privo di rischi per la salute di chi lavora e di chi consuma, un prodotto che viene da una filiera produttiva e da imprenditori corretti, che fanno del rispetto dei diritti dei lavoratori una componente fondamentale delle loro scelte di investimento. Una condizione fondamentale affinché i prodotti moda, e in generale tutto il made in Italy, possano essere difesi e valorizzati è la possibilità di gestire in modo sinergico e finalizzato tutte le fasi della catena produttiva, superando un approccio basato sulla nozione tradizionale di settore, per accedere ad un più moderno e esteso concetto di filiera moda. La filiera è infatti l’unica chiave di lettura che consente di rappresentare l’effettiva articolazione di produzione e servizi, opportunamente segmentata al suo interno per distinguere le diverse fasi della catena, attraverso cui si realizza quel processo integrato che genera il valore. Ecco perché per battere la contraffazione è importante, e responsabilità condivisa da tutte le parti sociali, ripensare le modalità di organizzazione della filiera e del rapporto tra committenza e sub-fornitori. Molti analisti annoverano tra le cause dell’espansione del fenomeno l’accentuazione di una frammentazione del processo produttivo che ha sottovalutato la funzione di coordinamento e controllo delle diverse imprese che collaborano alla produzione. In questo modo il committente beneficia nel breve periodo dei vantaggi della frammentazione della catena, ma poi si ritrova col contraffattore in casa. È chiaro che, per fare fronte a questo rischio, è necessario che nel futuro si intensifichino gli investimenti di controllo da parte del committente verso le imprese cui vengono concesse le licenze e verso cui si esternalizzano fasi di realizzazione del prodotto. Ma allo stesso tempo si deve affermare e rendere effettiva la tracciabilità, per poter dare valore all’intera catena di produzione del valore, che è una piattaforma operativa in cui convivono tre 69


componenti: l’insieme delle industrie manifatturiere che realizzano il prodotto; le attività di servizio che conferiscono valore immateriale ai beni; le attività commerciali. I consumatori devono poter riconoscere le caratteristiche distintive che solo alcuni processi produttivi riescono oggi a garantire e così valutare le differenze e la qualità dei prodotti che acquistano. Un primo passo è stata l’approvazione, nel 2005, da parte della Commissione europea, di un regolamento sull’etichettatura obbligatoria d’origine per tutti i prodotti in ingresso e distribuiti nell’Unione, frutto di una collaborazione, nel mio ruolo di presidente dei tessili europei, con l’allora commissario europeo al commercio Peter Mandelson, mirata ad impegnare i produttori non europei all’etichettatura dei propri prodotti tessili per tracciarne l’origine, regolamento che purtroppo non è ancora stato adottato a causa delle resistenze dei governi del Nord Europa e della Germania. L’industria moda europea e, con particolare forza, quella italiana portano con sé un patrimonio che è economico ma anche sociale e culturale. Un patrimonio che bisogna difendere – questo sì, non i prodotti in sé, come propone chi chiede i dazi. La tracciabilità deve diventare uno standard volano, può essere concreto attivatore di comportamenti virtuosi, con gli imprenditori italiani che si fanno portatori ed esportatori, riconoscibili e riconosciuti, nelle scelte di internazionalizzazione delle filiere, di qualità e diritti tracciabili, oltre che di prodotti. In questi anni e su questi temi abbiamo maturato una sintonia con le rappresentanze imprenditoriali che si sta dimostrando elemento positivo di contagio verso tutto il mondo dell’impresa, come dimostra la conferenza per fare il punto sul made in Italy organizzata ad ottobre del 2009 da Confindustria, segno forte di quella volontà di rilancio di un percorso di lavoro su obiettivi condivisi di cui si sta meritoriamente rendendo protagonista Emma Marcegaglia. È indispensabile per tutti che le innovazioni, la ricerca indu70


striale, lo stile, la creatività vengano tutelate. Dobbiamo utilizzare le nano-tecnologie per la certificazione della qualità, con tracciabilità di composizione, origine e filiera. Dobbiamo informare, educare, formare, far capire ai consumatori che la qualità e la sicurezza convengono. Per contrastare il falso dobbiamo riscoprire il vero, e mi è capitata una volta tra le mani una citazione di Hegel che dice che «il vero è l’intero». Il vero, allora, è la filiera, il vero è la tracciabilità, il vero sono qualità e sicurezza, il vero è made in.

5. Dal falso al vero, la questione del valore Certo non possiamo tralasciare, in questa ottica, di considerare, in particolar modo per il consumo di beni contraffatti nell’ambito delle produzioni moda, quanto sia riscontrabile – in un certo senso – un fascino del falso, un valore credibile del falso. Non possiamo negare quanto sia difficile riconoscere il valore, immersi come siamo in una società che vampirizza la vera qualità a favore di una superficialità luccicante. Siamo abituati, come cittadini-consumatori, a desiderare continuamente nuovi beni, a voler accedere a quei mondi splendenti di cui i prodotti sono le chiavi magiche. Ad essere richiamati da una griffe in vista, anche se su una bancarella per strada, e stimolati da prezzi accessibili a tutti, o quasi. Umberto Eco ha scritto: «per dimostrare se un oggetto è falso ogni decisione presuppone l’esistenza di un originale, autentico e vero, con il quale il falso viene confrontato. Il problema non è quindi provare che qualcosa è falso, ma provare che l’oggetto autentico è autentico». Non (solo) dimostrare che la contraffazione è sbagliata, ma tornare a produrre valore, a renderlo riconoscibile e condiviso. Il made in Italy è qualcosa di antico e insieme nuovo. Evoca e si lascia ispirare dalle storie di creatori, inventori, artisti, designer di ogni tempo, dal genio italico che si concretizza nel fine lavoro 71


artigiano e operaio, che esalta lo spirito imprenditoriale, che ci rende orgogliosi nel mondo. Il made in Italy presenta però nuove sfide, di identità e competitività, di modelli di sviluppo e regole. Quella fama che nel tempo i prodotti italiani hanno guadagnato e che li ha resi categoria a sé, garanzia di stile e qualità, interroga direttamente che paese immaginiamo di essere. Il made in Italy è legato al destino comune che abbiamo di fronte, a quanto sapremo ritrovare competitività, senso dello stare insieme, valori condivisi che infondano coraggio. Non possiamo essere esempio di way of life se non garantiamo qualità della vita alle persone. Non possiamo essere sinonimo di qualità se non rispettiamo diritti e regole. Non possiamo essere brand forte nel mondo se non siamo racconto condiviso. Non possiamo vantare quanto valiamo se non ri-conosciamo il valore. Non possiamo competere se non investiamo nel futuro.

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5. Un welfare della persona

1. Ripartire dalla persona Gli effetti della crisi globale, in Italia, si sommano ad antiche debolezze e a ritardi strutturali. Il tasso di specializzazione è basso, fortunatamente con eccezioni d’eccellenza, come carenti d’altra parte sono le infrastrutture, materiali e immateriali. In un paese, poi, appesantito dal debito pubblico e da diseguaglianze ormai patologiche, geografiche, sociali, di reddito, dall’evasione fiscale e dal lavoro sommerso e nero, con l’allarmante costanza di incidenti e morti sul lavoro, da una crescente povertà. Siamo un paese che non sostiene la competitività, con investimenti scarsissimi in formazione e ricerca, con scarsa mobilità sociale e con un sistema di welfare statico e ormai non più, nei fatti, universale. Se pensiamo di uscire dalla crisi nello stesso modo in cui ci siamo entrati il risultato non potrà che essere la creazione di nuove discriminazioni, l’allargamento del disagio sociale e l’indebolimento del nostro welfare e del senso di giustizia che ogni cittadino deve percepire. Il welfare nasce proprio da questo: dall’esigenza di eliminare, o limitare, le disuguaglianze tra i cittadini di uno Stato, garantendo diritti e servizi essenziali per un tenore di vita accettabile: istruzione e accesso alle risorse culturali, diritti del lavoro, pensioni, assistenza sanitaria, sostegno contro la povertà, integrazione. 73


Un punto di vista che ha portato, dapprima, a fornire servizi e assistenza per le classi svantaggiate, con una declinazione individuale dell’assistenza collettiva: quando qualcuno aveva bisogno, lo Stato interveniva. Poi si è passati all’idea di diritti esercitabili non solo in circostanza di bisogno, ma per tutti, sempre, dall’assistenza sanitaria all’istruzione al lavoro. Era un mondo, quello che abbiamo conosciuto fino alla fine del secolo scorso, in cui era facile individuare gli standard di quei servizi, perché le esperienze, i valori e i simboli univano grandi aggregati, le classi, con simili necessità. Chi si è occupato di welfare, chi, come il movimento operaio, ha offerto a quelle classi un racconto in cui riconoscersi, lo ha fatto con l’idea chiara di un universo di rappresentati, la classe operaia, cui garantire crescenti diritti e servizi, in risposta ad un insieme di bisogni simili e unificanti. Oggi la società è liquida, frammentata, organizzata in tribù estetiche, di gusto, flessibili, temporanee. Capita allora che non basti più fare lo stesso lavoro per condividere la stessa identità sociale. Un tempo chi lavorava in fabbrica si sentiva operaio, in un quadro in cui la comune condizione lavorativa determinava un’identità sociale collettiva. Oggi, per molti lavoratori, soprattutto giovani, non è più così: ciascuno, pur condividendo luogo e orario di lavoro, resta una persona con interessi e comunità che prescindono e vanno oltre la condizione lavorativa. Si era operai, un tempo, si fa l’operaio, oggi. Questo non vuol certo dire che sia finito il tempo di un welfare universale, che offre servizi generali e collettivi. Non dobbiamo dismettere, ma anzi allargare ai soggetti che ancora ne sono esclusi – precari, donne in molti casi, immigrati – l’impianto universalistico del sistema di opportunità e tutele che lo Stato offre ai cittadini. Serve però un nuovo welfare, centrato sulla persona e non sul posto di lavoro: non su una figura impersonale e generalista (che un tempo potevamo definire di massa), ma sull’individuo inserito 74


in un sistema di relazioni e con aspirazioni e progetti di vita da facilitare e accompagnare. Nelle democrazie del Nord Europa si è affermata l’idea del welfare to work. Un welfare che forma e protegge il lavoratore nel corso dell’intera vita, con sussidio di disoccupazione per gli intervalli tra un lavoro e l’altro, o reddito di cittadinanza, formazione continua. È, in sostanza, il punto di vista di chi chiede regole di flexicurity. Certo si tratta di contesti più piccoli del nostro e con un equilibrio economico più stabile. Ma ciò non vuol dire che sia un modello, di sinistra liberale, che non può essere discusso anche da noi. Evidentemente, però, superando gli atteggiamenti liberisti dell’ognuno fa per sé e il modello sociale di ricchezza e successo – con il lavoro pensato esclusivamente in questa funzione – che è fondamento del berlusconismo. Perché, ad esempio, il sindacato non fa propria l’idea di quella «grande intesa tra lavoratori e imprenditori, nella quale questi ultimi rinunciano al lavoro precario in cambio di un contratto di lavoro a tempo indeterminato reso più flessibile» di cui parla Pietro Ichino? Perché non accettiamo di ragionare sull’idea, suggerita dagli economisti de «Lavoce.info» come Boeri, del contratto unico? Contratto a tempo indeterminato per tutti, con stesse regole e diritti, aperto da un periodo di prova limitato, e finita la prova vale l’art. 18 dello Statuto contro il licenziamento discriminatorio o per rappresaglia, mentre viene reso possibile il licenziamento per ragioni organizzative o economiche, con un incentivo proporzionato all’anzianità di servizio. O, anche, correzione dei costi del lavoro, facendo costare di più il lavoro temporaneo, per poter così garantire tutele sociali più larghe e condizioni di maggiore equità. Questa è la scelta della Cgil, la nostra scelta. Sono solo alcune possibili soluzioni, ma il principio mi pare apra strade interessanti. Certo, c’è una maggiore flessibilità in uscita, ma bilanciata dall’idea del salario minimo o attutita dall’attivazione di un’assicurazione contro la disoccupazione che, per Ichino, permetterebbe di conservare retribuzioni molto vici75


ne a quelle dell’ultimo contratto, condizionate alla disponibilità effettiva per attività di riqualificazione e formazione e per opportunità di nuova occupazione. È un punto di vista, quello del welfare to work, che ci fornisce un angolatura forse più efficace anche nel guardare alla precarietà. Ne parliamo troppo spesso come di un fenomeno unico, che colpisce tanti allo stesso modo, con una semplificazione che rischia di non produrre risultati, schiacciata sulla sola difesa del posto di lavoro e del contratto a tempo indeterminato come condizione unica, quasi naturale. Ma siamo sicuri che accanto ad un vissuto simile, l’incertezza come condizione prolungata, corrispondano sempre le stesse ragioni e preoccupazioni? Sono uguali, e necessitano uguali risposte, le condizioni di un neolaureato che è costretto a lavorare a progetto in un call center, in attesa di trovare di meglio, e quelle di chi nel call center ci lavora senza alcuna formazione e senza consapevolezza di avere dei diritti (come racconta Virzì in «Tutta la vita davanti»)? E, ancora, come non considerare precario, anche se all’apparenza garantito da un contratto a tempo indeterminato, un lavoratore di settori esposti alle crisi e alla competizione internazionale, come in questi anni è stato per tante lavoratrici e tanti lavoratori tessili? Insomma la precarietà è davvero questione legata alla stabilità contrattuale? E non è precaria anche la condizione di quei piccoli imprenditori che sono i primi lavoratori delle loro imprese, e sono lasciati da soli davanti a cambiamenti e crisi? Ecco – e propongo ancora uno scarto rispetto al welfare to work – passare da un welfare del posto di lavoro ad un welfare della persona mi pare faccia assumere un carattere diverso alle nostre interpretazioni e, di conseguenza, alle risposte che produciamo – e quando dico noi, in questo caso intendo tutti coloro che hanno responsabilità pubblica di rappresentanza, dai sindacati alle associazioni imprenditoriali alla politica. Passare ad un welfare della persona ci avvicina al contesto dove le persone vivono e lavorano, affrontano sfide solite e inedite, costruiscono e condividono. 76


Perché una delle frasi che più spesso mi sono sentita dire e che mi ha più impressionato e fatto riflettere in questi anni è quella ripetuta da tante delegate e tanti delegati di fabbrica, da tanti lavoratori in tutta Italia: «bisogna stare molto attenti in questa fase, perché c’è di mezzo la vita delle persone». Viviamo un sentimento di insicurezza generalizzato, che penetra le esperienze, che entra nei luoghi di lavoro, che trasforma gli spazi dell’abitare. E si tratta della dimensione materiale del problema – la famosa quarta settimana del mese – ma non solo di questo. È qualcosa di più profondo che riguarda la condizione più generale delle persone. L’ansia per il destino del proprio lavoro, la precarietà della vita dei propri figli, i costi alti degli alloggi, i problemi dei lavoratori immigrati, indotti dagli evidenti limiti dell’accoglienza, la paura delle nuove povertà, il sentirsi perennemente in bilico, la difficoltà di rischiare perché si teme di perdere occasioni che appaiono isolate se non uniche. Questa è la realtà nuova che abbiamo di fronte ed è con essa che dobbiamo misurarci, anche come sindacalisti. Il tema della persona è un terreno recente per il sindacato italiano, inaugurato con la Conferenza di Chianciano della Cgil del 1989, che aprì una riflessione di portata storica e che avrebbe bisogno, oggi, di una verifica seria su quanto abbia davvero pervaso la cultura dell’insieme della confederazione. Dobbiamo perciò domandarci se sia sufficiente continuare, solo nell’irrinunciabile solco della tradizione, a svolgere la nostra funzione di rappresentanza e di tutela, o se, invece, dobbiamo anche porci concretamente il problema di come intercettiamo il disagio e, concretamente, proviamo ad aiutare una persona in difficoltà dentro e fuori i cancelli della fabbrica, gli uffici, i luoghi di lavoro. Giriamo la testa dall’altra parte e continuiamo come al solito, oppure ci poniamo il problema di una nuova, più complessa e completa funzione di rappresentanza? E di un nuovo, più complesso e completo sistema di welfare? 77


Da un punto di vista prettamente sindacale, sappiamo interpretare i segnali di disagio, anche quelli più piccoli? O ci sentiamo appagati semplicemente dalla realizzazione di un buon integrativo o di un buon contratto nazionale senza capire quali e quanti problemi riusciamo in tal modo effettivamente a risolvere? Abbiamo chiaro che dobbiamo riuscire a collegare, intrecciare, rendere interdipendenti la contrattazione «sociale», confederale e territoriale con la contrattazione di categoria, nazionale e di secondo livello, con la vita delle persone? Siamo in grado di assumere la sfida di una dimensione della nostra iniziativa che pretende da tutti qualcosa di più? Sono domande retoriche, che hanno in mente la propria risposta, una nuova centralità della persona in un nuovo modello di welfare, moderno, inclusivo e universalistico: sanità, istruzione, riforma degli ammortizzatori sociali, accettando la flessibilità, se equamente contrattata, come freno effettivo alla precarietà, proteggendo lavoratori deboli e di settori usuranti, rimodulando gli equilibri tra sistema pubblico contributivo e sistema integrativo, garantendo i lavoratori nel rendimento effettivo dell’investimento previdenziale.

2. Formazione, tempi di vita, libertà Molti giovani studenti, prossimi futuri lavoratori, non sanno, oggi, cosa significhi ammortizzatori sociali. Come pretendiamo si sentano rappresentati da un dibattito così spesso tecnicistico e che sembra astratto, che esercitino diritti, che lottino per essi? Ecco perché dobbiamo pensare ad un welfare della persona che parta dalla formazione per fornire mezzi efficaci di crescita individuale e collettiva, per dare conoscenza, competenze e forza negoziale, per far sentire ciascuno più consapevole dei propri diritti e più libero di realizzare le proprie aspirazioni. Dobbiamo fare della formazione il punto di partenza di un nuovo sistema di welfare che accompagni la persona nelle pro78


prie scelte, che abiliti e potenzi – quello che nei paesi anglosassoni si esprime con la parola empowerment – senza ridurre ciascuno ad uno stereotipo di cittadino-lavoratore sempre uguale a se stesso, nell’arco della via, e agli altri. Cosa altro vogliamo aspettare? Che non ci sia più nessun modo per far rientare nei processi produttivi quei lavoratori adulti che sono stati messi in esubero? O che i giovani continuino a trascinarsi da un lavoro all’altro senza garanzie di vera crescita, e senza redditi dignitosi? Fare davvero formazione continua vuol dire saper costruire percorsi formativi condivisi, partecipati, motivanti ed efficienti. Vuol dire individuare le modalità didattiche più adeguate, efficaci alle condizioni in essere delle lavoratrici e dei lavoratori di ogni settore, sia sotto il profilo dell’istruzione, del tempo necessario, della composizione di genere e con i necessari finanziamenti, in tutti i livelli amministrativi competenti. Formazione continua vuol dire che gli imprenditori devono riprendere con forza ad investire nell’industria anziché tenere i soldi guadagnati nel sistema finanziario. È la fuga – denunciata più volte in questi anni – dall’investimento produttivo, dall’industria: una sorta di «fuga» dal mondo moderno globalizzato, una fuga dalla nuova competizione. Una fuga che produce esuberi e licenziamenti, parole drammatiche che devono essere cambiate con tutele, formazione e accompagnamento nella ricerca di nuovi lavori. La formazione lungo tutto l’arco della vita deve essere parte integrante della nuova sicurezza da dare ai lavoratori. Diritti universali quindi – e non è un caso che anche gli Stati Uniti con Obama, sull’healt care, abbiano ottenuto una storica riforma in tale direzione – e servizi alla persona, per accompagnarla nel realizzare il proprio progetto di vita (in cui proprio non significa imposto da modelli sociali né adottato in base a privilegi di sorta, professionali come censuari). Un welfare che guarda alle persone non rispetto a classificazioni socio-demografiche, ma alle fasi di vita che ciascuno – in tempi anagraficamente anche diversi – si trova ad affrontare. 79


Non dobbiamo, allora, anche in un momento in cui sono quotidianamente nell’agenda informativa le difficoltà di chi il lavoro lo perde o di chi ha redditi insufficienti a condurre una vita decente e decorosa, chiuderci sulla difensiva e rinunciare a pensare e a costruire questo nuovo welfare. Accanto alla formazione, e lungo la stessa traiettoria di facilitazione delle esperienze delle persone, c’è il tema degli orari di lavoro e dei tempi di vita. Gi orari sono forse l’aspetto delle regole del lavoro che più risulta intrecciato alle dinamiche della società, che evolve con essa nelle necessità, negli squilibri e nei riequilibri, che ha preso e prende strade poco lineari e non sempre prevedibili. Se guardiamo alla storia della contrattazione sugli orari troviamo straordinario, notturno, lavoro a squadre e a turni, festività e riposo settimanale, ferie, flessibilità dell’orario, part time, flessibilità tempestiva, banca delle ore: una pluralità di strumenti, evolutisi in una lunga storia, per rispondere a condizioni in trasformazione continua. Gli orari di lavoro, infatti, si intrecciano con i tempi di vita di persone, famiglie e comunità, con i momenti privati, con quelli di svago e di impegno. Siamo abituati, nel parlare di orari di lavoro, a dichiarare la necessità di equilibrio tra «tempi di lavoro» e «tempi di vita». Un’abitudine, l’associare lavoro e vita, cresciuta in quel tempo che descrivevo in cui l’esperienza di lavoro definiva l’appartenenza a classi compatte, unite anche da simili flussi di vita. Oggi la società che viviamo è più complessa, ed in essa il tempo è un bene prezioso, raro e vitale, che ciascuno organizza, o cerca di organizzare, in modi personali. Il lavoro è parte della vita, contribuisce a riempirla e darle valore, e deve poter essere conciliato con le passioni e il riposo, gli interessi e le relazioni. Mi hanno raccontato una storiella, una volta, che mi è parsa esemplare. Due tagliaboschi lavorano a poca distanza. Il primo indefessamente, senza pause se non quelle necessarie a sopravvivere: mangiare, dormire, quel tanto che basta. L’altro, invece, al80


terna il lavoro, serio e faticoso, a momenti di rallentamento, di riposo o di svago. Alla fine i due si confrontano e, nonostante abbia lavorato meno tempo, il secondo ha tagliato più alberi. Colto dallo stupore il primo chiede: «come è possibile?», e il secondo, placidamente, risponde: «semplice, nelle pause ho affilato la lama». La conciliazione dei tempi di vita serve a rendere il lavoro più produttivo, non solo fonte di stress, fatica, stipendio, ma soddisfazione, valore per sé e per la società. Allora, anche per abituarci attraverso l’uso delle parole a descrivere le cose in modo nuovo, mi impegno e propongo a tutti di parlare di equilibrio tra «tempi di lavoro» e «tempi privati» (familiari, di svago o di impegno che siano) e non più di tempi di vita e di lavoro. La vita è l’insieme di questi, ed il lavoro è una parte di essa, da vivere in armonia con gli altri aspetti e tempi dell’esperienza. Tenere in relazione, verbale e concettuale, vita lavorativa e vita privata ci ammonisce su quanto sia nostro compito guardare alla rappresentanza del lavoro con uno sguardo complessivo alla qualità della vita, per essere vicini alle persone che lavorano. Ci accorgiamo più facilmente che occuparsi di orari di lavoro significa occuparsi anche dei tempi di viaggio verso e dal luogo di lavoro che riempiono le giornate di tanti pendolari. O ci accorgiamo che significa garantire diritti a quei lavoratori i cui ritmi quotidiani intrecciano privato e lavorativo in un flusso unico, come per le nuove professioni o i laboratori creativi che hanno scelto di organizzare spazi ricreativi interni agli uffici. E ci accorgiamo, se ce ne fosse ancora bisogno, che significa occuparsi delle donne, dell’armonia tra lavoro e maternità da costruire e garantire a tutte, compreso il ruolo e il tempo dei padri. Da anni, anche sulla base di una cultura familista, diciamo che bisogna sviluppare un welfare più vicino ai vissuti delle donne, nei principi e negli strumenti, dagli asili nido alle pensioni. Storicamente nel nostro paese è prevalsa l’idea che le donne fossero più adatte a stare in famiglia che non al lavoro, ed è solo negli anni 81


settanta che cominciano novità di cultura e di legislazione, in grave ritardo rispetto a molti paesi dell’Europa in cui si sono sviluppati orientamenti e pratiche concrete contro le discriminazioni, delle donne e non solo. Siamo partiti in ritardo, ma abbiamo anche proceduto in modo lento, troppo lento, e ora dobbiamo accelerare. L’Italia, ancora oggi, non è un paese per donne, come non è un paese per giovani, non è un paese per nuovi lavoratori, non è un paese per migranti. Il lavoro è svalorizzato, i giovani non hanno scelte, i migranti sono rifiutati, le donne sacrificate e umiliate nella loro dignità di persone e nella loro libertà. Eppure il vissuto di milioni di donne, di giovani, di lavoratori, di cittadini è distante da tanta miseria morale, da tanto egoismo, da corruzione e degrado, dal decadimento della nostra immagine pubblica. Le donne, come le tante lavoratrici del tessile che in questi anni hanno saputo affrontare positivamente la crisi, hanno in sé una forza etica che ispira dignità e rispetto reciproco, trasparenza e responsabilità. I giovani sono un’energia sprecata, senza educazione al civismo e senza aiuto a crescere, eppure protagonisti di battaglie e innovazioni. I migranti sono forza lavoro indispensabile, partecipano alla produzione della ricchezza del paese, sono nodo decisivo per la competitività futura, per riportare l’Italia a paese giovane e dinamico. La formazione e gli orari, nella ricerca di una qualità della vita che concili con soddisfazione lavoro e privato, e non solo redditi e diritti di base, sono allora gli indicatori di un welfare nuovo, non difensivo, dinamico, preciso e sensibile alla crescita dei diritti e delle libertà di donne e uomini. Ecco perché il primo e principale obiettivo politico e culturale del nostro agire, il fondamento del nuovo welfare, sta nel riuscire a riappropriarci e far vivere un’idea credibile di libertà, in alternativa totale a tutte le politiche conservatrici, comprese quelle dei governi di centrodestra, che vi fanno continuamente appello, ma che ne sperperano il valore tra egoismo sociale e regole ad personam. 82


Un’idea di libertà che significa contrasto e superamento della precarizzazione del lavoro. Che significa incentivi al lavoro delle donne. Che significa tutele universali che evitino ulteriori impoverimenti e disparità. Che significa riconsegnare agli enti locali le risorse per realizzare nuove politiche di sostegno ai più deboli e di accoglienza. Che significa un sistema fiscale che non ridistribuisca al contrario la ricchezza, come avvenuto in questi anni, ma abbassi il costo del lavoro e restituisca equità alla società. Che significa valorizzazione del lavoro e governo delle grandi trasformazioni. Serve un nuovo patto sociale in grado di sostenere una nuova politica pubblica capace di orientare e sostenere i cambiamenti economici, industriali e le libertà necessarie a questo nuovo secolo, per dare una prospettiva positiva alle generazioni più giovani. Dobbiamo riorientare sulle libertà del futuro delle persone il nostro lavoro, i nostri obiettivi, la nostra capacità negoziale, anche con la costruzione e diffusione della figura del delegato sociale. Si tratta di affermare una nuova responsabilità, nelle Rsu, nell’intercettare il disagio e nell’orientare – in una sorta di «presa in carico» – le persone verso strutture in grado di aiutarle. Una figura in grado di far crescere una nuova cultura della tutela, per mettere al centro di tutta la nostra azione, lo ripeto ancora, la persona: per costruire quella capacità di essere vicini ed efficaci, di confrontarsi e rendere concreti i principi fondamentali dell’uguaglianza, delle pari opportunità, del rispetto delle differenze, dei divieti di ogni discriminazione diretta ed indiretta, della solidarietà. Per aiutare la fuoriuscita da quella solitudine che deriva da condizioni di difficoltà che possono nascere all’esterno della fabbrica o dell’ufficio, ma anche da discriminazioni o disagi figli della condizione lavorativa. Perché se il welfare è alla persona lo Stato non basta: lo Stato deve garantire l’esercizio delle opportunità e la soddisfazione dei bisogni, agendo in prima persona, certo, ma anche agevolando una rete di impegno civico, formazione e solidarietà che coinvolge tutti: imprese, sindacati, istituzioni. 83


Un welfare universale e flessibile, insomma, che si adatta alle persone e che trova poi nel terzo settore un elemento ulteriore di equilibrio nel rapporto tra Stato – sempre e comunque responsabile di qualità e universalità dei servizi – e cittadini. Abbiamo insomma di fronte la sfida di pensare e realizzare un sistema di welfare che investa la persona nelle diverse esperienze quotidiane, che ascolta, accoglie e gestisce la complessità, che riconosce il lavoro come valore personale centrale nella società aperta che dovremo saper costruire e che crea spazio per il privato, che parla agli studenti e agli immigrati, ai pensionati e ai consumatori, ai giovani e alle donne. Diritti universali, regole più flessibili, persona, formazione, tempi di vita, apertura al cambiamento: per un welfare to life, per dirla con uno slogan, che divenga infrastruttura portante della comunità.

3. Un’emergenza nazionale: la sicurezza Ma manca ancora qualcosa. Un ultimo punto, a proposito di welfare, lasciato volutamente da parte, per poterne segnalare la dirompente urgenza, quasi un’invettiva, perché senza affrontare questo punto non ha senso parlare di niente altro. Le morti sul lavoro, tante quante in Italia accadono, non sono tollerabili in un paese giusto e democratico. Mi sono più volte trovata a chiedermi, o a domandare ad alta voce, in questi anni, di chi sia la colpa delle morti bianche, quelle della Thyssen e quelle, meno visibili ma non meno tragiche, che ogni giorno offuscano la vita della democrazia del nostro paese. La domanda è demagogica, e come tale non interessata ad avere risposta – sta alle autorità, di volta in volta, attribuire le singole colpe – ma serve a richiamare l’attenzione, va esplicitata, urlata, ripetuta e lasciata vibrare, come un respiro sul collo, sull’opinione pubblica tutta. Occorre risvegliare il senso diffuso di responsabilità, occorre 84


ritrovare la consapevolezza condivisa del valore del lavoro, occorre fare della sicurezza del lavoro una questione nazionale prioritaria. Portiamo tutti responsabilità verso le vittime e verso il paese. Ma viviamo in un paese dove alla parola responsabilità si fugge abitualmente e volentieri, dove il senso civico è sfumato verso la conservazione dei piccoli vantaggi, dove la fatica è da evitare e la complessità da leggere superficialmente, dove quando succede qualcosa si cerca il colpevole e mai le cause, dove troppe persone non hanno diritti, dove non si è più d’accordo su cosa ha valore, dove ognuno fa per sé e se uno muore, domani è un altro giorno. Qualcuno penserà che non è così, storcerà il naso, dirà «i soliti pessimisti». Ma oltre mille morti sul lavoro ogni anno dicono il contrario. Dicono che siamo così. Prendiamone atto, e mettiamoci mano. Assumiamoci tutti la nostra responsabilità: imprese, sindacati, legislatori, informazione, politica. Per imporre regole e sanzioni, abitudini culturali e prassi, attenzione e controlli. La responsabilità è degli imprenditori, che devono accettare, tutti, di competere nel pieno rispetto di regole, tutele e diritti, controllati e sanzionati. La responsabilità è dei sindacalisti, che devono superare le divisioni, innovare, presidiare ogni luogo di lavoro, incidere di più sulle condizioni reali. La responsabilità è di legislatori che adottano norme su norme, cavillose e inapplicate, senza controlli e sanzioni efficaci, lasciando il paese senza cultura della legalità. La responsabilità è degli operatori dell’informazione e dei media, che si appassionano ai romanzi criminali, trovando poi difficile descrivere una tragedia che si consuma giorno dopo giorno, vita dopo vita. La responsabilità è di chi governa, di chi si candida, di chi è eletto o ha un ruolo politico: perché se il conforto morale della speranza è compito assolto dalle diverse spiritualità, religiose o meno, cui ciascuno si affida, e dall’umanità dei familiari, degli 85


amici, dei colleghi, la risposta concreta che agisce sulle cose per modificarle spetta alla politica. E mi torna ogni volta alla mente l’appello, più volte lanciato in questi primi anni di mandato dal Presidente Napolitano, a riscoprire la politica, a partire dai giovani, proprio come possibilità di cambiare le cose, e a frenare le morti bianche. Il nuovo welfare della persona va in questa direzione: restituisce valore al lavoro, armonizza i tempi di vita, si fonda sulla sicurezza. Perché nessuno può dare valore al proprio lavoro e vivere sereno se ogni mattina quando esce pensa che potrebbe non tornare, e se quando torna i tg lo informano che un collega, un’altra persona che lavora, in Italia, quel giorno, come ogni maledetto giorno, non è tornato. Perché se il lavoro diventa una giungla, non c’è più la Repubblica.

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6. Le donne

1. I diritti delle donne, una storia lunga e continua La filiera tessile abbigliamento e calzature è il settore industriale europeo con più alto tasso di impiego femminile, con il 65% di addette a livello comunitario e il 61% in Italia (con picchi del 76% nelle confezioni), contro il 35% di media europea nel resto dell’industria manifatturiera, ed il 30% in Italia. Il settore moda, inoltre, secondo i dati Movimprese-Infocamere, è l’unico in Italia in cui le imprenditrici sono più degli imprenditori (circa il 52%). Non è solo per ragioni di storia e cultura personale, quindi, che le donne sono state al centro di riflessioni e azioni di rappresentanza lungo questi dieci anni di lavoro nel tessile. E non è solo per merito mio, quanto per l’essermi trovata in una posizione privilegiata e costretta all’innovazione, che sono stata annoverata dal «Corriere Economia», in un articolo del 15 gennaio del 2007, curato da Silvia Sacchi, tra le «30 donne più influenti dell’economia italiana», segnalata da un panel di politici, manager, imprenditori, giornalisti. Non lo ricordo per vanto personale, ma per dimostrare che, anche in Italia, le competenze femminili, magari pragmatiche, possono risultare vincenti. In quell’Italia che, come ha ricordato spesso il governatore Draghi, è indietro «nell’istruzione, nella formazione della forza lavoro, nella riduzione del rischio di povertà, nel rispetto dei vin87


coli ambientali, nell’attività innovativa, nell’accrescere il tasso di occupazione delle donne». Nel mondo, come in Italia, dobbiamo ancora lottare per affrontare le sfide che il nuovo secolo della globalizzazione e dei mercati aperti pone ai diritti e alle libertà delle donne. La storia del movimento delle donne ha ormai superato il secolo. Era il 1908 quando, l’8 marzo, 15.000 operaie tessili sfilarono a New York al motto «pane e rose», chiedendo condizioni di lavoro più giuste e diritti di cittadinanza, qualità del lavoro e della vita, diremmo oggi. Durante la protesta 129 operaie morirono arse vive per un incendio scoppiato in una fabbrica di Chicago, le cui porte erano state chiuse dal datore di lavoro per ritorsione contro chi voleva scioperare. Ed esattamente cento anni fa, nel 1910, l’Internazionale socialista delle donne, nata due anni prima a Stoccolma, propose proprio l’8 marzo come giornata internazionale dei diritti delle donne. Tanto è cambiato in questi cento anni, il mondo di allora e quello di oggi sono diversi più di quanto ci saremmo immaginati. Lungo il Novecento, il secolo breve, l’epoca in cui più veloce e profondo è stato il cambiamento, a quelle prime battaglie sono seguite quelle per il voto, per la democrazia, ancora per i diritti civili negli anni sessanta e settanta. Siamo però ancora ben lontani da una soluzione della questione: partecipazione minima delle donne alla vita istituzionale e politica, scarso accesso ai ruoli dirigenziali, ancora bassa presenza femminile nel mondo del lavoro, difficoltà di seguire percorsi di carriera e di conciliare occupazione e maternità. Nella società che cambia, che chiede maggiore spazio per sensibilità, forza e competenza femminile, nella società che guarda al futuro con la necessità di coniugare insieme visione, responsabilità e umanità, le donne non avanzano. Eppure da più parti si odono invocazioni su quanto e come proprio dalle donne, dalla specifiche capacità professionali femminili, dal valore inespresso di una sensibilità che – pur dentro processi di parità – sappiamo diversa, dalla concretezza e uma88


nità che gli uomini non sempre esprimono al meglio, possa arrivare uno slancio per il recupero di competitività di cui l’Italia ha bisogno. Il rilancio e la crescita passano prioritariamente attraverso l’aumento significativo dell’occupazione femminile, attraverso politiche economiche e fiscali che siano a sostegno delle donne al lavoro e nel lavoro: per determinare un equilibrio possibile – sia per le donne che per gli uomini – tra tempi di lavoro e tempi delle scelte private, e per veder crescere quel misero 17% di rosa che colora le grigie assemblee parlamentari del mondo, oltre che d’Italia, dove la situazione, se guardiamo ai risultati delle regionali del 2010, non migliora, con solo il 13% di consigliere donne e il record agghiacciante della Calabria, dove di donne in consiglio regionale, oggi, non ne siede nemmeno una. È necessario aumentare l’occupazione femminile, equiparare le condizioni di partenza nella società tra uomini e donne, includere la dimensione femminile in un nuovo patto intergenerazionale, in coerenza con la Strategia di Lisbona, che indicava come obiettivo qualificante per l’Europa proprio l’occupazione femminile, che avrebbe dovuto raggiungere il 60 per cento entro il 2010. Le donne vogliono essere protagoniste nel mondo del lavoro, perché è a partire dal lavoro che si conquistano autonomia e libertà.

2. Invertire la rotta L’Italia, il cui tasso di occupazione femminile nel 2008 si attesta al 47,2%, rispetto alla media dell’Unione del 57,4%, si trova largamente al di sotto dell’obiettivo finale. La scarsa occupazione femminile ha riflessi sul tasso d’occupazione dell’intera popolazione, che nel 2008 è stato del 58,7%, rispetto alla media dell’Unione a 27 del 64,4%. Il Mezzogiorno, nella fascia di età tra i 25 e i 34 anni, presenta valori del tasso d’occupazione femminile 2008 del 38% contro il 89


74,8% del Nord. Dal 1997 al 2008 le occupate sono cresciute di 1.556.000 unità nel Centro-Nord e solo di 318.000 nel Sud. L’innalzamento del tasso di occupazione femminile è dunque una priorità su cui impegnarsi per elevare il potenziale di crescita del paese e per garantire una più equa ripartizione delle risorse pubbliche e delle responsabilità. Il cambio di passo è necessario proprio perché si sta diffondendo la consapevolezza, economica, sociale e istituzionale, che le politiche destinate alle donne sono politiche essenziali per la crescita economica, non solo per affrontare l’impoverimento salariale delle famiglie, ma per il benessere della comunità tutta. Si è diffuso il termine «womenomics» per indicare l’attenzione della ricerca economica all’accresciuto ruolo delle donne nel lavoro di mercato, per la creazione di benessere. Sappiamo bene che il problema dell’occupazione femminile non riguarda solo la quantità di donne che lavorano, ma anche la qualità del loro ruolo, e recenti indagini confermano che le donne in Italia, nonostante gli ottimi risultati scolastici, hanno grandi difficoltà a raggiungere ruoli direttivi. Ma anche quando le donne, sfondando il «tetto di cristallo», conquistano posizioni apicali, i salari sono pari a tre quarti di quelli dei loro colleghi maschi. E, ancora, spesso, in molti settori, come lo stesso tessile, c’è una sorta di segregazione professionale, con le professionalità delle donne collocate quasi sempre ai livelli più bassi. Eppure risulta con crescente chiarezza da studi dell’Ocse, confermati dall’Unione Europea, che il lavoro femminile non è più un ostacolo alla natalità. Oggi, tra i paesi ad alto reddito, a differenza di quanto avveniva in passato, dove le donne hanno meno opportunità di occupazione si fanno anche meno figli. Più alti livelli di fecondità emergono invece per quei paesi che hanno tassi d’occupazione femminile più alti e un maggior investimento in politiche di conciliazione-condivisione di lavoro e privato e in sviluppo dei servizi. E noi siamo un esempio lampante, purtroppo del primo tipo. 90


C’è, su questo, una generale condizione culturale che accomuna donne di diverse generazioni, e che è una specificità dell’Italia e di pochi altri paesi nel panorama europeo: il lavoro di cura – non solo quello relativo alla maternità – non è riconosciuto, non è sostenuto da politiche efficaci. La cura, quasi interamente sulle spalle delle donne, sembra un loro «affare privato». La scarsa condivisione tra uomini e donne del lavoro all’interno della famiglia fa sì che la donna italiana, in un giorno medio, domeniche comprese, lavori complessivamente, tra casa e fabbrica, 7 ore e 26 minuti, un tempo superiore a quello di molti altri paesi europei, di ben un’ora e dieci minuti maggiore rispetto al tempo di lavoro complessivo della donna tedesca. Ecco perché è decisivo delineare quel nuovo welfare, attento alle persone e adeguato ai nuovi bisogni della società, che liberi energie e rafforzi i servizi per l’infanzia e agli anziani non autosufficienti, per facilitare le libere scelte delle donne. Si tratta di un rinnovamento profondo che chiama in causa ogni decisore politico e sociale, proprio per la complessità e la trasversalità delle azioni che occorre intraprendere. In questi dieci anni di lavoro nel sindacato tessile abbiamo sostenuto questa sfida, e continueremo a farlo, nella nostra migliore tradizione riformista, interessati al cambiamento e all’innovazione, perché sappiamo che sono la condizione per creare il contesto favorevole al lavoro e alla vita delle donne e dell’insieme della società. L’industria tessile, anche oggi che cambia la rappresentanza sindacale di settore, è in prima fila per promuovere ed estendere i diritti delle donne, nel nostro paese e nel mondo globale, grazie al lavoro prezioso di delegati e delegate, uomini e donne che insieme dirigono e rappresentano il sindacato in tutti luoghi di lavoro. Lavorando dentro le trasformazioni perché le donne conquistino sempre spazio e possano contribuire appieno alla competitività e allo sviluppo civile, umano, del lavoro e delle società. Per continuare ad affermare che il diritto alla dignità del lavoro, alla salute e sicurezza, all’istruzione, alla retribuzione, al pos91


sesso del proprio tempo, non costituisce né un lusso né un fattore di divisione tra lavoratrici e lavoratori, nemmeno al tempo del mercato e del mondo del lavoro globale.

3. Le prospettive e le cose da fare Ogni volta che ci si misura con le risposte alla bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro si presenta la complessità del tema. Da una parte, infatti, ci sono gli interventi «classici», certamente necessari, tipici delle politiche del mercato del lavoro: gli incentivi alle assunzioni, la facilitazione nell’utilizzo volontario del part-time, le azioni per combattere tutte le discriminazioni dirette e indirette legate alla maternità. Dall’altra, però, c’è un aspetto altrettanto decisivo e concreto: agevolare l’ingresso sì, ma soprattutto costruire le condizioni nella società e nelle imprese per consentire alle donne di restare nel mercato del lavoro. Le donne anziché una risorsa per la qualificazione degli stessi assetti organizzativi delle imprese, valore per qualità e capacità professionale, esempio di forte e responsabile cultura del lavoro, vengono viste, da un mondo dell’impresa spesso arretrato quanto a visione culturale, come un costo e un’incognita, per la possibile scelta di maternità o di doppio lavoro, ancor più quando si opera in contesti lavorativi dove le scelte della competizione globale si basano quasi esclusivamente sull’abbassamento dei costi, anziché sull’innovazione e sull’investimento nel capitale umano. Nella quotidianità del lavoro femminile si determina un conflitto pesante tra attuali modelli organizzativi delle imprese ed esigenze personali, nelle diverse fasi e scelte della propria vita. Questo è tanto più vero – e più difficile da reggere per le donne – in questa fase di radicale e necessaria trasformazione della realtà economica e produttiva del nostro paese, della nostra società. Le ragazze si trovano oggi schiacciate tra un immaginario so92


ciale che le vuole tutte «veline» ed un mondo del lavoro che le tiene ai margini. Le donne invece possono e devono considerarsi esempio di cultura dell’innovazione, del cambiamento equo, dell’etica del lavoro. Occorre un segnale di svolta. Occorre implementare gli interventi e invertire la rotta culturale, rimettendo in movimento la società e la politica italiana. Occorre associare agli interventi che prima ho definito classici una nuova cultura che, mettendo al centro la persona, come dicevo, sappia guardare alle donne, che vivono le condizioni di maggiore disagio e limitazione, come fulcro di un nuovo assetto e di un nuovo equilibrio della società italiana, per creare davvero pari opportunità, senza nascondersi dietro ad una falsa neutralità formale, che è solo altra forma di discriminazione. Bisogna superare l’idea che la competitività di un impresa e la crescita dell’economia in generale pongano una specie di «neutralità» di fondo sui modelli lavorativi, sugli stereotipi di funzioni prevalenti tra donne e uomini, e bisogna superare l’idea che il benessere sociale e lavorativo complessivo sia legato alle sole esigenze di breve respiro del mercato. Già la Conferenza mondiale delle donne di Pechino nel 1995 ha disegnato in modo condiviso internazionalmente i risultati da raggiungere affinché le donne siano parte dello sviluppo delle società, con politiche di empowerment e di mainstreaming che le liberino come corrente principale dei cambiamenti. Le donne sono disposte a spendersi dove si trova partecipazione e senso del proprio impegno, dentro e fuori dal contesto lavorativo in senso stretto, dove c’è rispetto umano, rispetto delle diversità e quindi benessere e gratificazione del proprio operato. Insisto: dove non si fanno discriminazioni, dirette o indirette, tra donne e uomini, nelle condizioni di lavoro, nel riconoscimento economico, dove il riconoscimento del valore economico e sociale delle donne è parte della filosofia aziendale, lì le donne dimostrano tutto il proprio valore, e il beneficio è per tutti. Imprese e istituzioni devono fare un salto di qualità coordinato 93


e condiviso su questo piano, così come è necessario rilanciare più complessivamente l’attenzione culturale e sociale sul valore del lavoro delle donne, sul diritto delle donne al lavoro, a non essere discriminate, ad essere messe in grado di scegliersi il proprio equilibrio tra esperienze di lavoro ed esperienze personali. Nelle assemblee con le donne, con le lavoratrici tessili, quello che più mi ha sconvolto è la paura di vedere schiacciata e compromessa la possibilità di seguire i propri progetti di vita. Per troppe donne, giovani lavoratrici, fare un figlio è una scelta che mal si concilia con il mantenimento del lavoro, che blocca i percorsi di carriera, che viene fatta pesare da un sistema miope e ipocrita, che dimentica che le scelte di maternità di ciascuna donna e di ciascuna coppia sono anche mattoncini per la costruzione collettiva della competitività del paese in futuro. Il riconoscimento della maternità, infatti, è da intendere non più come affare privato bensì come «funzione sociale», da riconoscere e tutelare. E invece la precarietà non conosce la maternità. E invece, anche a chi riesce ad avere un contratto stabile, accadono cose atroci come le «dimissioni in bianco» che tante sono obbligate a firmare al momento dell’assunzione contro il «pericolo» di rimanere incinta. Le donne vogliono lavorare e fare figli. Vogliono una società amica, che non le discrimini, ma che ne sostenga e valorizzi le scelte e le differenze, una società più giusta e dinamica. Perché continuando sulla strada della crescita zero, senza estendere a tutte, al di là della tipologia contrattuale, i diritti di maternità, senza poter recuperare il periodo di maternità ai fini della pensione, senza rivedere le leggi sulla divisione dei ruoli parentali, l’Italia non ha un futuro brillante. Ma non è tempo di parole, è tempo di agire. Da ormai almeno tre anni la piattaforma che abbiamo indicato come sindacato tessile italiano ed europeo è ferma, perché gli obiettivi non procedono. Da anni chiediamo nuovo slancio per il raggiungimento degli obiettivi della Strategia di Lisbona. Da anni chiediamo interventi 94


per l’accesso al mercato del lavoro delle donne, quegli incentivi che prima ho definito classici. Da anni chiediamo politiche attive e concrete per la conciliazione dei tempi di lavoro e privati, mettendo al centro di tutte le scelte la persona e le sue esigenze di restare nel mercato del lavoro e, intanto, creare, vivere e condividere desideri, progetti, affetti. Da tre anni abbiamo lanciato l’ipotesi di una Authority sulle discriminazioni, ma non abbiamo avuto risposte. Non ci sono state discussioni, né quindi risposte, sul fatto che le donne, già prima e ancor più poi dentro la crisi, sono quelle, per tipologia di contratto e per presenza nei settori più esposti, che perdono più spesso il lavoro, a qualunque età, e hanno meno strumenti di tutela per restare a un livello di reddito minimo. E come è stato possibile non accorgersi di uno scenario socioeconomico in cui molto spesso senza due redditi in famiglia non si va avanti? Tanto parlare della famiglia, ma senza investire sull’emancipazione, sul lavoro autonomo, sulle potenzialità delle donne non solo non si produce crescita, ma non si difende nemmeno la famiglia. Serve, allora, accanto alla riforma del welfare, alla sua estensione a tutti, un patto di investimento, insieme alle imprese, sul lavoro femminile. È quello, in Europa, che hanno fatto Sarkozy e Brown, convinti che occorra fare investimenti per far crescere l’occupazione ed essere pronti alla ripresa. Vale anche per l’Italia, e la mia proposta è un patto che preveda un 1% di deficit di Pil, dall’anno prossimo, per incentivare il lavoro femminile.

4. L’età pensionabile tra finte e vere discriminazioni A proposito di donne, invece, negli ultimi mesi sembra che tutte le necessità di avanzamento siano state offuscate, nel dibattito pubblico, da una discussione, a mio parere piuttosto sterile, sull’età pensionabile delle donne. 95


Tutto nasce da una sentenza di condanna all’Italia da parte della Corte di Giustizia europea che riguarda la differente età di pensionamento possibile tra donne e uomini nel pubblico impiego. Tale condanna, come sostenuto da importanti giuslavoristi italiani ed europei, è avvenuta sulla base di informazioni non corrette, a cui, però, nessuno ha dato importanza. La condanna è stata infatti emessa in quanto l’Inpdap, l’ente previdenziale per i dipendenti pubblici, è stato considerato un regime professionale e non legale, istituto cioè privato e non pubblico, e basta un emendamento che ne espliciti la funzione legale pubblica per neutralizzare la sentenza di condanna. E così, strumentalizzando la sentenza europea, si è attivato e incentivato un falso dibattito, che confonde le politiche di parità con la parità dell’età di pensione tra donne e uomini, e nasconde dietro il tema dell’età pensionabile, con poca serietà e poca etica, la necessità di fare cassa. È importante, invece, conoscere con precisione come stanno le cose in merito al pensionamento. L’età per la pensione di vecchiaia per gli uomini è di 65 anni e per le donne di 60. Nello stesso tempo occorre ricordare che le donne, se vogliono, possono continuare a lavorare fino a 65 anni, fino alla stessa età di pensionamento degli uomini. Abbiamo una legge, la 903 del 1977, la legge di parità di trattamento tra uomini e donne, in vigore da 31 anni, che all’articolo 4 determina che le lavoratrici, se vogliono, possono continuare a lavorare fino agli stessi limiti di età previsti per gli uomini, anche se hanno già maturato i requisiti per la pensione di vecchiaia (60 anni di età e almeno 20 anni di contributi). Inoltre, come stabilito dal decreto legislativo 503 del 1992, le lavoratrici del pubblico impiego possono continuare a lavorare, come gli uomini del loro settore, fino a 67 anni. Se vogliamo agire contro le discriminazioni, dobbiamo sapere che non c’è nulla di più discriminatorio che fare regole uguali per chi vive, purtroppo, condizioni profondamente differenti, e che sarebbe penalizzante costringere le donne a lavorare obbligato96


riamente fino a 65 anni, quando già oggi l’età reale di pensionamento femminile è più alta di quella degli uomini. Mentre i lavoratori maschi sono, poi, titolari soprattutto di pensioni di anzianità, perché iniziano a lavorare presto e lavorano con continuità, le donne, invece, in Italia, sono quasi esclusivamente titolari di pensioni di vecchiaia, a causa del ritardato accesso al mercato del lavoro, dei lavori saltuari, precari o stagionali, del part time, della frammentazione di una vita lavorativa spesso piena di interruzioni in cui ci si è dedicate alla cura dei figli e dei genitori anziani, oppure dovute ai licenziamenti o alle difficoltà di reinserimento per maternità. Insomma lo scenario è tale per cui mi sembra sbagliato e improprio utilizzare la parola «privilegi» quando si parla di differenza nell’accesso alla pensione di vecchiaia. Anch’io spero che le donne vadano in pensione alla stessa età degli uomini. Ma per arrivare a quel risultato, le priorità sono altre: i problemi iniziano, ed è da lì che vanno affrontati, quando le donne devono essere assunte, quando vogliono fare carriera, quando vanno in maternità, quando devono seguire i figli e anche i genitori anziani, quando sono lasciate sole dallo Stato.

5. Dieci anni di parità Lavorare, avere pari diritti e non più un diritto femminile derivato dall’uomo, vedere applicati l’articolo 3 e l’articolo 4 della Costituzione, ottenere pari dignità sociale, senza distinzione di sesso, e diritto al lavoro per tutti i cittadini, con garanzia, come da articolo 37, di pari diritti e pari retribuzione: in fondo è tutto scritto nella nostra Carta Costituzionale. Se pensiamo a come, grazie anche al lavoro di tante donne costituenti, si riuscì a determinare un così denso e preciso narrare politico-istituzionale per l’uguaglianza, e se guardiamo poi alle tristi condizioni attuali, mi viene da pensare proprio a quelle donne, all’esempio di chi, come Nilde Iotti, ha rivendicato ed esercitato responsabilità poli97


tica delle donne, è stata dentro i processi, li ha connotati, li ha influenzati, ne è stata parte dirigente. Abbiamo una storia di ritardi e di faticose conquiste, una storia che ci porta a dover assumere con maggiore consapevolezza la questione del cambiamento: affrontare le trasformazioni, guardare a cosa è già cambiato dentro il mondo del lavoro e nella nostra società, guidare il futuro. Fin dai primi mesi e nei primi anni dopo la Liberazione, nei grandi processi di modernizzazione che modificarono i rapporti tra agricoltura, industria e terziario, le operaie italiane erano in lotta: le tabacchine al Sud, le operaie tessili nelle fabbriche del Nord, le mezzadre e le braccianti nelle occupazioni delle terre per la riforma agraria, le impiegate statali. Tutte per la parità e la dignità del lavoro delle donne. Nel 1945, dopo un accordo per l’introduzione della scala mobile che lasciava i minimi salariali delle lavoratrici inferiori a quelli maschili, le operaie, il 14 luglio, «invasero» la Camera del lavoro di Torino per imporre la parità di contingenza. Lotte importanti e anche spesso dure che si protrassero per molti anni, fino a raggiungere il primo accordo di parità retributiva sottoscritto solo nel 1960, dai tessili prima e poi con estensione interconfederale. Il sindacato tessile della Cgil ha avuto un ruolo di avanguardia, e dirigenti autorevoli e prestigiose. Una costituente, Teresa Noce, una delle 21 donne elette all’Assemblea. E poi Lina Fibbi, e ancora Nella Marcellino, dirigenti del sindacato tessile della Cgil, promotrici di battaglie sindacali per il diritto al lavoro delle donne, per la tutela della maternità, per la tutela dell’infanzia, per la parità salariale tra donne e uomini a parità di mansione e di lavoro. Battaglie condotte e vinte spesso in forte polemica iniziale anche con prestigiosi dirigenti sindacali. Battaglie vinte perché sostenute dalle lavoratrici e dalle donne che diventavano protagoniste del cambiamento sociale. Passate le battaglie dei primi decenni della Repubblica, negli anni settanta e ottanta irruppe sulla scena sindacale, sociale e politica il movimento femminista e si produssero, ancora una volta, 98


quelle «connessioni» tra donne differenti, per sensibilità, cultura e storia, ma unite negli obiettivi di cambiamento del paese, della politica, del modello sociale e di sviluppo, e si realizzarono innovazioni e cambiamenti epocali: la politica della differenza, la Carta delle donne, la proposta di legge d’iniziativa popolare «Le donne cambiano i tempi» per la riorganizzazione dei tempi privati e di lavoro, la rappresentanza di genere nelle istituzioni. Una lunga stagione nella quale le battaglie per i diritti del lavoro e quelle per i diritti e le libertà delle donne produssero le grandi conquiste che hanno permesso alla società italiana di avanzare sulla strada del progresso civile e sociale: riconoscimento del valore collettivo della maternità, parità salariale, introduzione del divorzio, riforma del diritto di famiglia, aborto. Oggi dobbiamo considerare l’occupazione femminile, la sua qualificazione, la sua crescita come condizione dirimente per uscire bene dalla crisi, per leggerla e costruire le condizioni per il suo superamento. Nella crisi non sono i giovani, in genere, a correre i rischi maggiori, ma sono le donne: le giovani donne prima, e poi le donne meno giovani e anziane. Non sfuggiamo da questo: dobbiamo sentirne la responsabilità quotidiana, politica, etica. Quando mi è capitato, il 27 febbraio del 2008, di essere invitata alle Nazioni Unite per ricordare, a cento anni di distanza, gli eventi del 1908, mi sono tornate alla mente e ho ricordato le parole di Emma Goldman, sindacalista che seguì le vicende delle operaie tessili di Chicago e che fu protagonista della manifestazione di New York, che scrisse: «Ogni classe oppressa ha ottenuto la sua liberazione innanzitutto grazie alle sue forze». Ogni donna libera deve sentirsi riconoscente e in debito verso quelle donne, operaie tessili, che cento anni fa hanno avuto il coraggio di battersi per i propri diritti, che hanno avviato la sfida della parità che ancora oggi continuiamo a combattere. «Dalle donne la forza delle donne» è lo slogan che negli ultimi anni ha caratterizzato la discesa in campo in Italia di un nuovo movimento femminile, nella società, nel lavoro e nelle istituzioni. 99


Occorre allargare quel movimento, estendere una consapevolezza nuova del ruolo delle donne di fine millennio, produrre innovazione, darci obiettivi e piani d’azione condivisi e concreti per i prossimi dieci anni. Prendiamo l’8 marzo. Ogni anno sono sempre di più le ragazze che si defilano, chiedono quasi di non festeggiarlo, non ne sentono il significato, condanndano la mercificazione dell’anniversario trasformato in festa delle mimose. L’8 marzo deve tornare ad essere una straordinaria festa laica del lavoro, della dignità, della libertà e della responsabilità delle donne, e deve poter essere presa a modello per tutti, perché diventino la libertà, la responsabilità e la dignità di tutte le persone. Non è il giorno in cui l’agenda rende obbligatorio un gesto di galanteria da parte degli uomini, ma un momento per celebrare come comunità il rispetto reciproco e la parità effettiva fra tutti e tutte. Abbiamo, come ci dice anche la storia che ricordavo, una responsabilità importante riguardo al futuro, una responsabilità che dovrebbe trarre alimento dalla consapevolezza di quanto la cultura e il pensiero della differenza, le lotte e i diritti delle donne, siano oggi centrali per governare il mondo. Di quanto categorie come responsabilità, presa in carico dell’altro, cura, relazione, democrazia e libertà, categorie sicuramente femminili, siano decisive per governare i grandi processi in atto, nel lavoro, nelle imprese, nelle politiche pubbliche, nella convivenza pacifica tra i popoli, nella nuova governance internazionale. A partire da una piena assunzione di responsabilità dovremmo chiederci, noi donne, se non dovremmo assumere in questo mondo globale, in questa nuova frontiera dei diritti, il ruolo di tessitrici di un nuovo «umanesimo». C’è da restituire un significato contemporaneo allo slogan di cento anni fa «per il pane e per le rose», e credo ad un nuovo possibile protagonismo delle donne, ad una centralità del punto di vista femminile. Il tema femminile è infatti parte di un discorso sociale e politico più ampio: dove andiamo, che mondo viviamo, che modello di società vogliamo costruire. Domande che sembrano banali, lo 100


so, ma senza le quali si procede senza direzione, ci si limita a difendersi dagli eventi, dagli altri, dalle esperienze. C’è una frase, in una vecchia intervista al cardinal Martini, che mi è capitata tra le mani: «Credo che la Chiesa – dice il cardinale – debba farsi comprendere, innanzitutto ascoltando la gente, le sue sofferenze, le sue necessità, i problemi, lasciando che le parole rimbalzino nel cuore, lasciando che queste sofferenze della gente risuonino nelle nostre parole. In questo modo le nostre parole non sembreranno cadute dall’alto, o da una teoria, ma saranno prese per quello che la gente vive». Quello che la gente vive. Ecco il punto. Tempi di vita più umani, rispettosi delle persone, sono la chiave di una competizione che punti alla qualità, che sia inserita in un modello di sviluppo – modello che deve rappresentare la forza dell’Italia e dell’Europa nel mondo – compatibile con le persone e le esperienze complessive di vita. Le ragazze di oggi guardano «Sex and the city» o i film che propongono eroine femminili dinamiche e vincenti e sognano di avere successo e di godersi amicizie, desideri, amori, famiglia. E arrivano però spaventate, sole, sfiduciate al momento della vita che dovrebbe essere quello dei progetti, dei sogni, della voglia di fare, di affrontare e conquistare il mondo, non di vederlo e sentirlo come un ostacolo. Perché si continua a parlare – le donne, una società a misura d’uomo, le quote, le scadenze e le prospettive che arrivano dall’Europa – e non cambia niente? Dobbiamo costruire strumenti di empowerment femminile (e non solo), per creare il senso di una cittadinanza vitale e positiva, quella nuova grammatica civica che prima ricordavo. Si tratta di intervenire per accrescere l’autostima, sapendo di avere nuove reti di protezione, che incoraggino il dinamismo e non la staticità. Si tratta di valorizzare competenze e conoscenze, abilità e sensibilità. Si tratta di creare gli spazi per far crescere capacità e possibilità di decidere, di essere autonome, di avere voce in capitolo nella famiglia, nella società, nella politica. 101


Occupandomi di tessile mi sono trovata spesso a riflettere sui modelli che la moda propone alla società, convinta che la moda possa essere fattore positivo di cultura, valori, sogni ed emozioni. Anche per questo, all’inizio del 2007, ho reagito duramente, unica volta in questi anni, contro una campagna di Dolce e Gabbana, a mio avviso non solo offensiva ma pericolosa: una fotografia pubblicitaria raffigurava una ragazza sottomessa e immobilizzata da un uomo, con altri uomini intorno che guardavano. Quasi un’istigazione allo stupro. Non capisco perché si ritenga necessario usare e incentivare simili immaginari, e fui lieta di aver contribuito, insieme alle molte altre proteste che si sollevarono, a che quella campagna venisse ritirata. Dobbiamo rompere ogni pregiudizio, ogni luogo comune, ogni immaginario non paritario, ogni modello sociale e mediatico che relega le donne ad oggetto, a puro corpo, a bella compagnia. Serve, per questo, anche che le donne siano più complici, che riconoscano i meriti di ciascuna e che superino l’invidia, che siano competitive nei confronti degli uomini, non tra loro, che chiedano meno e prendano di più. Anche nel sindacato si fatica ad attivare riflessione collettiva, a elaborare e proporre contenuti ed iniziative di sensibilizzazione e risposta alle difficoltà delle condizioni di lavoro e di vita delle donne italiane. Non si è reagito, ad esempio, con sufficiente decisione alla risoluzione approvata dal Parlamento europeo che chiedeva «una tabella di marcia 2006-2010 per la parità tra donne e uomini». Ci siamo, ormai, nel 2010, e non in parità. Ci battiamo, tutte, per migliorare le condizioni di lavoro, e, in esso, quelle del lavoro femminile. Ci battiamo, però, troppo spesso dimenticandoci di fare squadra, di superare le difficoltà pratiche, e non solo, che sono proprie dell’attività politico-sindacale, di unire le energie intellettuali e d’azione, per essere d’esempio anche alle compagne più giovani, per attrarre e rendere consapevoli di diritti e opportunità tutte le ragazze che iniziano a lavorare piene di incertezze. 102


Rischiamo così di ridurre il nostro ruolo ad una rappresentanza statica di interessi registrati. C’è, invece, ogni giorno, qualcosa di nuovo da capire, qualcosa di diverso con cui interagire, qualcosa cui trovare risposte, da offrire anche a chi non sa più che può porci domande, che il sindacato serve. Ritroviamo la capacità di guardare al futuro, di progettare il futuro, non abbandonandolo solo ai destini incontrollati o individualistici. Un futuro cui non siamo più abituati, stretti nella corsa di tutti i giorni. Un futuro in cui le donne possono, devono, nell’interesse di tutti, giocare un ruolo decisivo. Un futuro in cui la vita di ciascuno sia un equilibrio personale e soddisfacente di tempi, di attività, di responsabilità e desideri. Un filosofo, Gilles Deleuze, ha scritto: «L’uomo si presenta come forma di espressione dominante, che pretende di imporsi su ogni materia. La donna, invece, ha sempre in sé un tratto di divenire, di fuga possibile, che si sottrae alla propria formalizzazione». Le donne sono dinamiche, progressiste, adatte al governo del cambiamento. Puntare sulle donne è il modo migliore per vincere il futuro.

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7. I giovani

1. Un paese per vecchi Nel 1995 i giovani tra i 18 e i 34 anni rappresentavano il 33% della popolazione attiva, nel 2007 appena il 25%. E nel 2008, secondo i dati Eurostat, l’Italia era all’ultimo posto in Europa per l’incidenza della popolazione giovanile sul totale. Sono aumentati, inoltre, in evidente paradosso rispetto alle dinamiche di una società che dovrebbe essere più mobile, i giovani costretti a vivere in famiglia: erano il 29,9% dei ragazzi tra 25 e 29 anni nel 1981, il 44,1% nel 1991, il 56,7% nel 2001, cifra ancora una volta record tra i paesi europei. Anche l’età media in cui le donne hanno il primo figlio è aumentata, passando dai 28 anni circa del 1980 ai 31 del 2007. Mentre in Norvegia e Danimarca, poi, più dell’80% dei giovani trova lavoro entro un anno dalla fine degli studi, in Italia scendiamo a meno del 50%. E resta alta, e in crescita con la crisi, la disoccupazione giovanile, al 21,3% nel 2008, davanti, nelle classifiche europee, solo a Spagna e Grecia. Ma non basta: sono più di un milione e mezzo i giovani sotto i 34 anni impiegati in lavori irregolari, senza nessun diritto e tutela, e anche per chi ha un contratto regolare gli stipendi sono bassi, con una media per chi ha meno di 35 anni di 1047 euro mensili (dati Ires). Dal 1990 al 2004, poi, i giovani fino ai 35 anni con posizioni di rilievo sono sempre stati, in Italia, meno del 3%, i quarantenni 105


poco meno del 20%, mentre gli over 65 sono passati dal 25% al 36%; i giovani imprenditori, sempre nello stesso arco di tempo, sono passati dal 22% al 15% (rapporto Cnel Unicredit Group del 2009). L’Italia è anche il paese con la più vecchia comunità accademica d’Europa, con solo l’11% di docenti under 40 nel 2006/2007, contro il 29% della Francia, il 22% della Spagna e il 30% del Regno Unito. E siamo tra i paesi che spendono meno in istruzione: la quota di spesa pubblica destinata nell’educazione era del 9,3% nel 2005, molto al di sotto della spesa media degli altri paesi Ocse, pari al 13,2%. I giovani oscillano tra senso di impotenza, rassegnazione e voglia di fuga, si lamentano delle città in cui vivono, abitate come luoghi di alienazione dove non accade nulla di abbastanza interessante. Cambiano lavoro spesso, non hanno accesso al credito, non possono fruire di formazione di qualità, non conoscono i loro pieni diritti sociali, temono la solitudine. L’individuo non è più eroe solo destinato al successo, e si torna cercare la relazione, quella fisica o quella virtuale della rete e dei social network. Le ambizioni sono personali, come lo sono spesso le strade per raggiungerle, ma si avverte il bisogno di una rete di protezione e lancio. L’Italia, però, come emerge dai dati, non è un paese per giovani. I giovani, invece, devono essere il varco per aprire un’innovazione culturale che conservi rinnovata la forza di rappresentanza del sindacato, sia verso il mondo del lavoro cui abbiamo sempre parlato, sia per i nuovi lavoratori, adeguando la nostra capacità di risposta ai tempi del cambiamento, della flessibilità, del mondo globale, della società complessa.

2. Giovani e sindacato: alla ricerca della rappresentanza In occasione della Conferenza d’organizzazione della Filtea del 2008 abbiamo realizzato una ricerca, intitolata come questo para106


grafo, realizzata tra dicembre 2007 e marzo 2008 dall’associazione culturale e di ricerca Ops, e frutto di analisi sul campo nei distretti industriali tessili di Biella, Taranto (Martina Franca, Mottola), Firenze (Scandicci, Val d’Arno) e Modena (Carpi). Interviste in profondità a lavoratori e delegati, osservazione diretta di momenti di lavoro e di assemblea, ma anche di vita sociale, e un questionario distribuito nei diversi territori hanno fatto emergere un quadro dei vissuti di lavoro e sindacali complesso e diversificato, di grande interesse, che vi ripropongo in sintesi. Il primo elemento significativo è che per molti giovani lavoratori, ad esempio dalle interviste di Biella, emerge con chiarezza che l’intero impianto concettuale e di rappresentazione della propria identità lavorativa è votato a non problematizzare, ma solo a difendere quello che si ha: il posto e le condizioni di lavoro come «pattuite» da sempre. A Biella la laboriosità è ancora un valore fondante e la centralità del lavoro per la definizione delle identità personali è ancora saliente, anche se è forte il senso di una rottura avvenuta proprio in questo decennio, con una crisi del settore che appare irreversibile. La propria condizione di vita, così, viene vista come permanente, nel senso che non si aspira a un miglioramento da nessun punto di vista, attaccati alla speranza minima che quello che si possiede rimanga tale. «I miei sono operai e quando ho detto che non volevo andare più a scuola m’hanno risposto: allora vieni in fabbrica con noi. Qui funziona così», dice un giovane operaio di Biella, 26 anni e già dieci di lavoro. La fabbrica non è spazio di comunità né di gratificazione, ma luogo naturale dove si consumerà tutta la propria vita lavorativa, senza cambiamenti, che se immaginati sono solo in negativo. Non c’è, per i lavoratori non specializzati e con basso grado di istruzione, un immaginario che dia conto di un vissuto operaio inteso come condizione collettiva: latita una visione in cui gli individui si sentono parte di un tutto e i percorsi di senso sono tutti in chiave personale. In questo quadro il contratto a tempo indeterminato è condizione sine qua non, unica garanzia che la propria vita possa svilupparsi seguendo binari sicuri e consuetu107


dinari, evitando quella precarietà che rende lavoratori di serie B, in una condizione di perenne stress, con la paura costante di sbagliare, senza poter progettare la propria vita, che scorre lungo tappe semplici e generiche: sposarsi, fare dei figli, comprarsi una casa, godersi un po’ di tranquillità una volta andati in pensione (e dell’indeterminato si apprezzano proprio le tutele di base, dai contributi alla maternità alla malattia). Il presente non è luogo dove convivono desideri e paure, ma solo spazio dove si manifestano le seconde; il merito non è un parametro di valutazione, le rivendicazioni sono solo pragmatiche. Il lavoro, in assenza talvolta anche di cultura d’impresa, è attività priva di elementi valoriali, con le persone inserite in una catena spersonalizzante e senza prospettive. In alcuni territori, come Taranto, questo vissuto si manifesta anche con fenomeni di frammentazione dell’esperienza lavorativa, dal doppio lavoro, al lavoro femminile a intermittenza (da interrompere del tutto appena completato il contribuito a metter su casa e famiglia), sempre con poca distinzione di ruoli e competenze. Non si crea, così, un legame identitario con la propria azienda, ma ci si adegua al contesto produttivo territoriale composto da piccole aziende che lavorano per conto terzi. Alla fine l’unica cosa che conta è lavorare, percepire uno stipendio, anche minimo, in attesa di trovare altro o per potersi godere la vita. «Io ho fatto un corso di design – dice un ragazzo di Taranto – ma qui non c’è mercato per queste cose. Quindi sono andato ad un’agenzia per il lavoro e mi hanno chiamato in fabbrica, dove, dopo un periodo di prova, mi hanno assunto a tempo indeterminato. Però sono giovane, mica posso solo lavorare, mi voglio divertire con i miei amici, la mia ragazza». Insomma per molti l’esperienza del lavoro non è collegata alla voglia e alla possibilità effettiva di immaginare il futuro. I vissuti registrati lasciano emergere come, al di là delle parole, la forma contrattuale non per tutti è davvero un discrimine, perché le difficoltà possono colpire ovunque e il sistema di protezione sociale è percepito come lontanto e debole. 108


La flessibilità, come possibilità di scelta, come spinta verso un miglioramento, non spaventa tutti, anzi per molti è uno dei tratti caratterizzanti della società contemporanea, rispetto alla quale far emergere meriti e competenze che possano produrre una crescita professionale. Questo vale soprattutto per quei lavoratori più preparati, sia culturalmente che professionalmente, che guardano al lavoro come esperienza che deve gratificare, con un atteggiamento più aperto verso la flessibilità («ma regolata, non come oggi» dicono in tanti) e un approccio più positivo e ottimista alla vita e al futuro. Vissuti emersi con maggiore evidenza nei distretti toscani o emiliani, dove sono presenti griffes di fama internazionale e nei quali i lavoratori si sentono parte del valore finale del brand alla cui produzione partecipano. In questi distretti, però, il sindacato affronta gravi difficoltà a raggiungere e rappresentare due tipologie di lavoratori: i cosiddetti lavoratori «immateriali», quelli a più alta scolarizzazione, che hanno una maggiore autonomia dell’organizzazione del lavoro e una maggiore – e individuale – forza contrattale, e quelli che invece sono a margine della filiera produttiva, più esposti alle crisi, abituati a cambiare spesso lavoro, passando da una piccola azienda all’altra. Tutto questo moltiplica le domande di rappresentanza, differenti anche lungo una frattura generazionale. I più adulti, quelli che hanno conosciuto le storiche battaglie sindacali, vedono ancora nel luogo di lavoro il posto naturale di rivendicazione sociale. I più giovani, invece, non hanno aspettative di rappresentanza sociale e vedono la propria identità, individuale e collettiva, tutta proiettata fuori dalla fabbrica, oltre l’orario di lavoro, nelle esperienze relazionali e di svago private. Aumenta una sorta di individualismo dei lavoratori, anche nelle rivendicazioni, con i meriti talvolta percepiti come più importanti da riconoscere delle tutele, in una visione personalistica dei diritti, la cui difesa diventa una pratica episodica. Il retroterra culturale delle battaglie passate si è lentamente eroso, producendo, accanto ad una marginale nostalgia, l’assenza da parte di 109


molti giovani lavoratori, sia più deboli che più qualificati, di una volontà di unirsi e far gruppo e una percezione dei diritti come questione contingente, quando ce n’è bisogno, slegata dalla rappresentanza o da obiettivi di crescita civile più complessiva.

3. La sfida del sindacato Il sindacato, per i giovani lavoratori, e ancora descrivo i risultati della ricerca, è erogatore di servizi, cui rivolgersi in caso di emergenza o necessità, e quasi mai comunità, anche perché solo pochi hanno un approccio sistemico al lavoro inteso come orizzonte di crescita individuale e collettiva. L’appartenenza e la relazione con il sindacato sono determinate dalla necessità di non ritrovarsi soli dinnanzi al rischio di perdita del lavoro, di poter far appello ad una struttura forte e organizzata il cui scopo principale è fronteggiare le crisi. In ballo non c’è l’avanzamento dei diritti, ma la richiesta di mantenere invariato l’esistente, conservare le condizioni contrattuali e il posto di lavoro. Molti dei neoassunti – ma anche una parte sempre più considerevole dei lavoratori adulti – nella scelta d’iscriversi al sindacato o di rinnovare la tessera fa prevalere, a detta dei delegati intervistati, una logica inedita: l’anteposizione dei bisogni e delle possibilità individuali alla lotte comuni (siano esse di categoria o di tutto il mondo del lavoro). Lo storico radicamento del sindacato si sta tramutando sempre più in un’erogazione di (ottimi) servizi al singolo lavoratore. «Oggi quando fanno un sciopero spesso ci sono solo i delegati e qualche iscritto al sindacato, il resto lavora – dice una lavoratrice adulta di Firenze. – Quando io ho cominciato si stava tanto insieme, agli scioperi c’era un sacco di gente». Tutto questo ha, come quadro di fondo, la diffusa sfiducia verso le istituzioni e i soggetti di rappresentanza che caratterizza l’Italia. In particolare è proprio nel «sembrare politico» del sinda110


cato che vengono visti i limiti maggiori da parte dei lavoratori più giovani. Nello scenario descritto il sindacato non si conosce come organo di rappresentanza, ma si delinea come un soggetto dotato di una competenza specifica e tecnica, al quale accedere nel caso specifico in cui il rapporto di lavoro con la propria azienda e i propri datori di lavoro dovesse compromettersi. Un soggetto che perde di significato quando si è in una situazione di «normalità» o quando si viene a creare un rapporto diretto tra lavoratori e imprenditori, come nella gestione dei benefit sperimentata da alcune aziende. Il sindacato, dunque, come «comunità di servizi» con la quale si entra in contatto nel momento del bisogno e alla quale si sente di appartenere senza elementi identitari o partecipativi: un ruolo limitato che sfida ciascuno di noi.

4. Rappresentare i giovani Si è persa, analizzando con semplicità e schiettezza i dati della ricerca, la capacità del sindacato di sapersi presentare come soggetto portatore di valori, di diritti non solo da difendere, ma da estendere. La nostra tradizione ha perso continuità, ha visto rompersi i fili di trasmissione, rischia di smarrirsi in un vissuto stretto tra precarietà, di vita oltre che di lavoro, e funzione sindacale ridotta a emergenziale richiamo d’aiuto, solo quando c’è bisogno. Stimolata dalla ricerca, nella Conferenza d’organizzazione del 2008, ho proposto due percorsi di innovazione: la presenza di almeno un giovane sotto i 35 anni in tutte le strutture esecutive e una maggiore spinta ed efficacia sulla formazione, non limitata alle sole tecnicalità contrattuali, ma vista come strumento di crescita personale e sindacale, di scambio e confronto d’esperienza, destinata non solo alle strutture che hanno possibilità di finanziarla, ma accessibile a tutti i nostri quadri. 111


La presenza di un under 35 in tutte le segreterie è l’apertura di una strada per affrontare la rappresentanza di quei giovani lavoratori che ci percepiscono come distanti e di utilità limitata, un segnale di novità che non deve essere spazio di cooptazione, ma di emersione di voci capaci di dialogare con segmenti di lavoratori oggi a noi lontani. Secondo gli operai intervistati, e torno per un attimo alla ricerca, tra un delegato giovane e uno più grande, ci sono diversi elementi di differenza. I giovani preferiscono i giovani perché «non girano intorno alle questioni, vanno diritti al cuore dei problemi». Il possibile deficit di esperienza viene colmato dalla modalità di approccio ritenuta più convincente e coinvolgente: capacità di interpretazione dei nuovi scenari, capacità di affrontare pragmaticamente le situazioni più complesse senza assumere toni o linguaggi eccessivamente tecnici o politici. Un giovane sindacalista ispira fiducia, e ai giovani sindacalisti dobbiamo dare fiducia. Ho discusso molto, in questi anni, con i giovani dirigenti tessili, molti dei quali ho visto crescere e affrontare con sapienza e coraggio importanti responsabilità, come Bernardo Marasco e Giuseppe Massafra. Ci siamo scontrati, anche, li ho rimproverati, talvolta, e ho imparato spesso da loro. Abbiamo discusso, in vista e durante quella Conferenza d’organizzazione del 2008, di spazi di elaborazione e proposta agili e liberi, in cui si possano formare nuove idee e nuovo spirito di comunità, ed è emerso dal dibattito lo stimolo a immaginare nel futuro una Cgil giovani che diventi luogo d’elaborazione, analisi, stimolo, proposta. Mi colpì molto, in quella discussione, notare come la reazione alla mia proposta di una Cgil giovani li trovasse convinti, sì, ma anche attenti, molto, quasi spaventati dalle dinamiche interne, burocratiche, formali o politiche, che si potevano scatenare. Quello che ho in mente è invece qualcosa che credo nessuno in Cgil possa temere. Una Cgil giovani come luogo in cui i più giovani possano confrontare le proprie esperienze e vissuti, dove riscoprire un senso 112


di appartenenza e di comunità. Un luogo in cui non ci si misuri solo con la memoria delle battaglie storiche, ma che provi a far dialogare, confrontare e sintetizzare le esperienze nazionali sparse sui territori, spesso poco note all’interno dello stesso sindacato. Un luogo dove costruire, con libertà e autonomia, una nuova cultura del sindacato e del lavoro che nasca proprio dall’attuale e nuovo quadro in cui oggi il lavoro è inscritto: globalizzazione, precarietà, centralità dei saperi. Un luogo in cui l’esperienza da privilegiare non è solo quella di tipo sindacale ma è quella di persone che sono cresciute nel nuovo contesto sociale, ne conoscono i codici, le paure e desideri sottostanti. Un luogo di formazione, umana e sindacale. La necessità di fornire servizi, consulenze utili in una realtà sempre più complicata e caratterizzata da professionalità con esigenze complesse, porta ad auspicare un sindacato che punti fortemente sulla formazione e la preparazione dei propri rappresentanti. La formazione è la risposta alla crisi della cultura sindacale, la chiave per rafforzare il sindacato sul terreno più scivoloso: la rappresentanza piena e attiva dei diritti delle persone che lavorano. La conoscenza dei meccanismi contrattuali, degli ammortizzatori sociali e del contesto normativo divengono i mezzi per dare forza al sindacato. Ma la formazione è anche opportunità di crescita umana, per ritrovare senso di comunità, per imparare ad ascoltare le persone che rappresentiamo, per acquisire forza nel contrattare miglioramenti delle condizioni lavorative. Infine la formazione risponde ad un’altra esigenza espressa, nella ricerca, da lavoratori e delegati: la ridefinizione del valore del lavoro che sottende all’attività sindacale. La richiesta di formazione rappresenta la volontà di rintracciare un modello culturale nuovo, che superi le singole esperienze dei delegati e si fondi su una visione sistemica che comunichi una prospettiva generale e non frammentata della funzione del sindacato, capace di parlare ai lavoratori di oggi. «La Cgil di Modena – ha raccontato raggiante una ragazza – ha 113


organizzato un corso in collaborazione con l’università dove si studiano diritto del lavoro, storia e antropologia del sindacato e dei partiti. Una cosa molto bella che dovrebbe divenire ciclica. Ci servono queste cose». E serve al sindacato, e a dire il vero a tutto il paese, rimettersi in contatto con le energie più giovani e rimetterle in movimento. Ricostruire una rappresentanza adeguata, fatta di linguaggi contemporanei, forme di partecipazione innovative, interpretazione delle speranze e delle difficoltà di un mondo cambiato, di chi lo abita oggi e lo abiterà domani.

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8. Un sindacato forte e contemporaneo

1. Contare anche domani Abbiamo davanti una sfida complessa, ma non riesco a non vedere il fascino del trovarsi in uno di quei momenti della storia in cui ti viene dato il compito di dimostrarti all’altezza della tradizione e del nome che rappresenti: la sfida per un sindacato che continui a contare anche domani. La Cgil, come l’insieme dei sindacati confederali italiani, è organizzazione sociale forte e decisiva nella rappresentanza degli interessi e nella loro composizione equilibrata, tanto più nell’affrontare e governare i cambiamenti. Ma dire questo non basta. Siamo in ritardo – è bene non negarlo, è bene discuterne – nella lettura della società, dei cambiamenti, del ruolo che il lavoro svolge nella vita delle persone. Debolezze di analisi e limiti di dibattito che occorre affrontare, mettendo in campo un’innovazione che deve vederci tutti attenti, sensibili, coraggiosi, per superare ogni abitudinarismo, ogni comodità delle posizioni conosciute, ogni chiusura, per interpretare e rispondere a bisogni e aspirazioni dei lavoratori. Mercati aperti, outsourcing ed esternalizzazioni, tecnologie sempre più veloci, internazionalizzazione delle imprese: abbiamo bisogno di innovazione culturale, di conoscenza collettiva, di capire e stare dentro le cose, di partecipare al governo di queste tra115


sformazioni. Trasformazioni che ci pongono il tema del ruolo del sindacato. Non è più prevalente, tra di noi, la cultura dell’antagonismo, ma, in attesa di metabolizzare una nuova interpretazione della nostra funzione sociale, ci ritroviamo stretti in una logica di preoccupazione, perfino di paura, di conservazione, che diventa deleteria se finisce per strutturarsi in opposizione al cambiamento. Troppo spesso ci chiudiamo sul passato, svolgiamo una funzione difensiva, rischiando di ritrovarci in un vicolo cieco. Dobbiamo sapere, invece, che il passato deve vivere nel presente, è al presente che dobbiamo declinare valori, proposte, linguaggi, anche per immaginare il futuro e cominciare a costruirlo. Solo così potremo tenere viva la rappresentanza e proiettarla in avanti. E lo possiamo fare, Cgil e tutto il sindacato confederale, in potenza unitario, proprio in virtù della nostra storia, della consapevolezza di cosa vuol dire essere socialmente necessari, della ricchezza umana ed etica che ispira le nostre comunità e le nostre battaglie. Lo possiamo fare, ma non è naturale riuscirci, dovremo dimostrarci capaci. «I grandi cambiamenti in corso, che accompagnano l’esaurirsi della crisi fordista, segneranno la fine dello stesso concetto di lavoro astratto, senza qualità, per fare del lavoro concreto, del lavoro pensato e quindi della persona che lavora il punto di riferimento di una nuova divisione del lavoro e di una nuova organizzazione dell’impresa». Sono parole di Bruno Trentin. E proprio Trentin ci ha abituato a parlare della «necessità di salvaguardare le esigenze vitali della persona», ci ha ammonito per tempo sul doverci occupare del «diritto a un avvenire, all’autorealizzazione di sé attraverso il lavoro, come persona inconfondibile nella massa indistinta di individui». Un tempo c’era la classe operaia, sapevamo qual era la nostra base di rappresentanza, e soprattutto questa base coesa e omogenea. Oggi non è più così, e non importa che questo ci piaccia o meno. La funzione di rappresentanza deve sapersi adattare alla realtà esterna, non compiacersi intorno a modelli sociali astratti e 116


ideologici, cercare di migliorare le condizioni esistenti, non rifiutarle, sporcarsi le mani, non fare testimonianza. Il lavoro è parte fondamentale della vita di tutte le persone, non cosa altra, non complementare e non assoluta, ed è con questa cultura di attenzione alla persona che vanno affrontate la difesa e l’affermazione dei diritti del lavoro. Al di là delle statistiche e delle definizioni contrattuali, conosciamo e sappiamo davvero sempre immaginare le facce, i luoghi di vita, le esperienze delle persone? Sono davvero i lavoratori, e non solo il lavoro come entità astratta, al centro del nostro dibattito? (E sarebbe utile che tutti coloro che hanno funzioni di rappresentanza o di governo se lo chiedessero.) Insomma, ci capita di sentire intorno a noi la domanda – ed è bene esplicitarla ancora per non fare la parte di chi non vuol sentire, o peggio di chi non sa rispondere – sul ruolo, sulla funzione, sugli obiettivi del sindacato. Sappiamo rispondere se a chiedere è un ragazzo che sta finendo gli studi? Conosciamo le parole giuste? Sappiamo cosa rappresenta per tanti giovani il lavoro? Sappiamo intepretare ed essere utili alle loro aspirazioni, a quell’autorealizzazione di sé che ricordavo con le parole di Trentin? O rispondiamo in modo chiaro e deciso o corriamo il rischio di apparire autoreferenziali, se non inutili. Come spiegare in termini concreti, ad una ragazza fresca di studi, ai tanti precari, a quei giovani lavoratori che ci vedono solo come uno strumento in caso di emergenza, che il sindacato non è erogatore di servizi, ma soggetto sociale per affrontare, insieme, come intelligenza collettiva, i problemi concreti e le aspirazioni di protagonismo dei lavoratori? Come far loro capire – addirittura conoscere – che è nell’affermazione della qualità del lavoro, nel suo riconoscimento in termini salariali e di soddisfazione personale, nella formazione professionale e nella conoscenza del ciclo produttivo in cui la loro prestazione è inserita e ha significato che sta la vera forza sociale del sindacato, intesa come rappresentanza e tutela dei loro interessi? 117


È da questo punto di vista che non riusciamo a farci riconoscere da importanti segmenti di lavoratori: i nuovi lavori, i lavori flessibili, chi subisce la precarietà, le piccole imprese – in un paese dove il 92 per cento delle imprese è sotto i 10 dipendenti – dove quasi mai siamo presenti. Serve un sindacato che si riappropri della conoscenza reale dell’organizzazione del lavoro e della vita delle persone, un sindacato davvero post-fordista, con una forte capacità di lettura continua dei cambiamenti economici e sociali: perché il vissuto concreto dei lavoratori di oggi e di domani sta nella globalizzazione, da cui ho iniziato le riflessioni di questo libro, nella centralità dei consumi, nelle nuove tecnologie che modificano processi di apprendimento e di relazione sociale, nel mutare dei modi di attribuzione e di riconoscimento del valore, nelle trasformazioni dell’impresa e del lavoro.

2. Un sindacato delle persone che lavorano Un sindacato capace di stare dove le persone lavorano, a contatto con bisogni e aspirazioni reali: questa è la sfida per un’organizzazione che vuole essere per tutti e parlare a ciascuno, sapendo dove unificare e dove differenziare, sapendo che ci sono diritti di cittadinanza universali e necessità, meriti, tempi di vita che sono in capo alle singole persone, con cui confrontarsi e che vanno letti senza appiattirli. Stare dove le persone lavorano significa saper rispondere sia ai bisogni dei lavoratori, in un’ottica strumentale e di servizio, sia alle aspirazioni delle persone, per renderle realizzabili attraverso l’effettivo e paritario accesso ai diritti. Le risposte di servizio sono un elemento di tutela, individuale e collettiva, a cui il sindacato deve continuare a rispondere, in termini di qualità e in regime, come è oggi, di concorrenza. Ma se resta solo questo, si diventa un sindacato dei servizi e non anche della rappresentanza e della contrattazione migliorativa delle condizioni di lavoro. 118


Se non vogliamo ritrovarci sindacato a cultura minoritaria dobbiamo saper mettere in relazione le funzioni di servizio con le aspirazioni personali, le reali pari opportunità per tutte e tutti, con il merito individuale e la trasparenza dei criteri di selezione, con la sicurezza sul lavoro, con quei diritti che devono restare universali. Perché sulla maternità ci devono essere differenze se una donna ha il contratto tessile o meccanico o del pubblico impiego o degli artigiani, o cocopro? Perché deve essere diverso il diritto al riposo, alla salute, alla malattia? O, ancora: quando si perde il lavoro, perché le tutele non sono diritti universali? Che senso ha una divisione tra chi può e chi non può usufruire dei diritti perché ha un rapporto di lavoro differente o è impiegato in un’impresa sotto i 15 dipendenti? I cambiamenti, più volte evocati, ci hanno dato in gestione una società complessa – che non andrà semplificandosi, che non spetta a noi semplificare – ed è con la complessità che dobbiamo misurare la nostra capacità di rappresentanza. Servono risposte complesse, servono spazi e regole flessibili. Se accettiamo la complessità, come possiamo rifiutare la flessibilità? Viviamo, e dobbiamo riconoscerlo pienamente, in una società complessivamente flessibile, e solo confrontandoci con la flessibilità, accettandola e valorizzandola in senso sostenibile, possiamo evitare che ricada solo su alcuni, che diventi, per loro, precarietà di vita, ancor più che di lavoro. È proprio il contrasto alla precarietà, che per ogni sindacato e soggetto attento agli equilibri sociali è oggi priorità centrale, che ci deve far aprire alla flessibilità della società, senza uno sguardo passatista ma con quell’approccio alla persona che qualifica il nuovo welfare che credo necessario, e cui ho dedicato uno specifico capitolo. Mentre è simile il senso di incertezza dei progetti di vita, sono dissimili i motivi e i contesti dove quel senso si definisce, e complessa, quindi, flessibile, deve essere la risposta. Siamo in un’altra fase della storia politica italiana – in un’altra fase della società italiana, iniziata da tempo – che ci chiede di 119


avere responsabilità, serietà, coraggio intellettuale. Farci domande vere, e davvero rispondere, senza nascondersi. Dire qualcosa, decidere, e poi praticare di conseguenza, con evidenza e certezza dei tempi di realizzazione. Ancora una volta, come una domanda che ci deve seguire sempre, per ricordarci di affermare con forza le nostre risposte: a cosa serve il sindacato, a chi serve, e a quale sindacato guardano gli attuali iscritti, quelli che rappresentiamo attraverso le Rsu, quelli per i quali negoziamo? E quelli che non rappresentiamo? Se qualcuno chiede, oggi, a noi, comunità di sindacalisti, se difendiamo e rappresentiamo interessi generali o di parte, cosa rispondiamo? In un sistema che immaginiamo pienamente democratico, con un’effettiva alternanza, quella che la Prima Repubblica non ha conosciuto e che la seconda sta sprecando, quella che tutti ci auguriamo si realizzi, non spetta alle istituzioni, al governo in quanto espressione della volontà popolare, assumersi la responsabilità generale? Noi possiamo, anzi dobbiamo, avere una visione dell’interesse generale, ma nei fatti rappresentiamo una parte. Non c’è nulla di riduttivo in questo, non spaventiamoci davanti a chi dice che siamo corporativi, sapendo che essere di parte è effetto obbligato della gestione degli interessi nelle società complesse, ma sapendo anche, e facendo capire, che rappresentare una parte non significa per forza avere una visione ristretta e conservativa della rappresentanza, né tanto meno essere in conflitto con gli interessi generali del paese. Rappresentiamo una parte, ma nella pienezza di una visione generale: qui sta, secondo me, la nuova dimensione, da costruire, della confederalità.

3. Un sindacato autonomo È bene allora essere molto chiari: non abbiamo, non dobbiamo avere, pregiudiziali politiche. C’è e deve esserci solo il merito 120


sindacale, il rapporto tra piattaforme votate dai lavoratori e risultati coerentemente conseguiti. Le differenze e diffidenze politiche ci rafforzano forse nello scontro dialettico della contrattazione, ma non ci aiutano nel rapporto con i lavoratori. Siamo una comunità politica, noi in Cgil e in senso più largo come insieme del sindacato confederale. Ci riconosciamo come tale, ci rappresentiamo, ci dividiamo anche come tale, ci sentiamo così. Ma intorno a noi, come dimostrato, volta dopo volta, dai risultati elettorali, i lavoratori, i nostri rappresentati, comunità politica-partitica non sono e non si sentono più. Possibile che questo non sia per noi un segnale forte e sufficiente a farci riconsiderare la qualità della nostra rappresentanza e delle pratiche contrattuali? Dobbiamo finirla con la celebrazione parziale di scelte filogovernative e smetterla di compiacerci del conflitto fine a se stesso, rimandando al mittente i tentativi di chi gioca ad accentuare divisioni. E occorre anche, definitivamente, da parte di tutti i soggetti sociali e politici, smettere di considerare gli iscritti al sindacato bacino elettorale preferenziale per quello o quell’altro partito. Nessuno vuole limitare le convinzioni valoriali dei sindacalisti, né svilire il ruolo dei valori generali nel fare sindacato, ma non bisogna mai dimenticare che al centro di tutto ci sono le persone in carne ed ossa e non simulacri aderenti a pacchetti ideologici, vecchi o nuovi. Le funzioni di rappresentanza politica e sindacale sono diverse. Lo sono sempre state, tranne quando, soprattutto in questi ultimi vent’anni, in questa transizione infinita e fittamente punteggiata da crisi, ci si è trovati a svolgere, da parte del sindacato, supplenza politica o ruolo politico sovraesposto. Non siamo più in quella fase. Non è, allora, il caso di ragionare seriamente anche sulla pratica della concertazione, nella veste assunta negli ultimi quindici anni di condivisione delle responsabilità di scelta di governo? Credo che con un modello di relazioni sociali più simile a 121


quanto accade in molti paesi europei, con pratiche di contrattazione forti, nazionali e decentrate, e mirate chiaramente all’obiettivo, ma poi con una chiara divisione delle responsabilità, ci riscopriremmo più forti. Ripensare la risposta all’interrogativo che i tempi ci pongono sul ruolo del sindacato comporta, come dicevo, rivedere l’insieme delle necessità di gestione della società complessa, in cui la dimensione personale lascia spazio a relazioni frammentate e senza appartenenze forti, in cui l’interesse generale è una composizione di interessi di parte, in cui imprese e lavoro condividono vissuti, problemi e successi (e devono condividerli davvero tutti), in cui chi vuole giocare un ruolo di rappresentanza deve saperla adeguare, saldo nei valori, al tempo contemporaneo. Serve, allora, un modello di relazioni industriali e occorrono pratiche di rappresentanza innovative, audaci, partecipative, di merito, efficaci. È una sfida che non abbiamo più tempo di rimandare, anzi, è una sfida che abbiamo l’opportunità di rilanciare, sulla quale competere in innovazione con governi, politica, con Confindustria e le altre controparti. Certo deve cambiare il clima – e anche in questo caso tornano alla mente le continue riflessioni del Presidente Napolitano – smettendo gli abiti dello scontro, e facendo un salto in avanti per rispondere ai lavoratori e alle persone che sono in difficoltà, più povere, più spaventate, più precarie, più chiuse. Occorre che il dibattito si concentri su come governare il cambiamento, che non ci si contrapponga tra conservatori – spesso immaginati come impegnati nella pura difesa dell’esistente – e non conservatori – spesso semplici smantellatori delle regole vigenti – ma che si apra un confronto positivo su come capire e guidare le trasformazioni. In questi anni la Cgil è stata accusata di essere la sigla dei no, quella che si oppone pregiudizialmente, conservatrice. Non è così, e non sono le parole a dirlo ma i fatti, il lavoro quotidiano ed i risultati raggiunti, nella complessità dei livelli nazionale, territoriale e di categoria. La Cgil c’è, nel fare le riforme, nell’innovare, nel garantire e allargare le tutele. 122


Ma qualche no di troppo l’abbiamo detto, spesso con scarsa abilità nella competizione comunicativa – non è parte della nostra cultura, ma questo non può essere una giustificazione –, che non è solo forma, ma garanzia di una corretta e più ampia partecipazione. Dobbiamo dare agli iscritti, ai lavoratori, al paese, grandi ragioni moderne di utilità e funzione del sindacato: non solo quelle che piacciono a noi o quelle che già conosciamo, ma quelle adatte alla rappresentanza oggi, nella fase presente della vita dei lavoratori, e domani, rispetto ai cambiamenti che verranno. Anche in un mondo che cambia, che registra il mutamento irreversibile dei rapporti economici e politici mondiali, con nuovi grandi protagonisti e nuovi fattori di squilibrio, il sindacato conta e serve, per governare la globalizzazione, per realizzare modelli di sviluppo, produzione e consumo etici e sostenibili.

4. Un sindacato unitario e che unisce Occupazione, livelli salariali, produzione industriale, sviluppo economico, consumi: tutto è rallentato, funziona oggi in scala ridotta, deve ripartire. Non bastano risposte locali, micro, differenziate. Serve un’onda d’urto che riesca a invertire le tendenze. Può farlo l’Italia da sola? Può farlo un governo da solo? Può farlo il singolo imprenditore? Può farlo un singolo sindacato? Occorre ritrovare le ragioni dell’unità, e la crisi – scusate il paradosso – offre un panorama ideale: basta aprire gli occhi e guardarsi intorno. Di unità hanno bisogno i lavoratori, hanno bisogno le imprese, ha bisogno il paese. Ci sono, a mio parere, tre livelli su cui lavorare unitariamente. Il primo è quello della specifica unità sindacale. Dobbiamo mostrarci capaci di riprendere una rappresentanza maggioritaria del lavoro, senza guardare con stupita rassegnazione alle difficoltà di relazione con tante fasce di lavoratori – le nuove professioni, i giovani, i precari che prima ricordavo – ma restituendo 123


alla loro percezione il senso del sindacato, un senso non corporativo e proprio per questo forte solo se promosso in una visione comune. Dobbiamo ritrovare, Cgil Cisl e Uil, una visione generale, di cultura e pratica confederale comune, un’unità che significa rispondere direttamente ai lavoratori, alle loro esigenze, esperienze, alla difficoltà che divisi e isolati si fa più fatica a fronteggiare, alle opportunità collettive e individuali come campo di iniziativa cui un sindacato moderno non può e non vuole rinunciare. Unità sindacale non come astratto dover essere, o costrizione contingente, ma proposta sindacale forte, che superi divisioni storiche che non trovano ragioni nell’oggi e che indeboliscono i lavoratori; che prenda atto delle mutazioni storiche, sociali ed economiche degli ultimi anni e dei riflessi diretti e tangibili che proiettano nei luoghi di lavoro; che rilanci un’idea nuova e più alta delle forme della rappresentanza sociale. Seguendo la straordinaria strada aperta dalle piattaforme unitaria del 12 maggio 2008, che individua un equilibrio nuovo e moderno tra livelli di contrattazione nazionale e decentrata, con il ruolo insostituibile del contratto collettivo nazionale inserito in una visione di unità della rappresentanza di tutti i lavoratori, di qualunque comparto, e, quindi, di unità dei sindacati. Certo, lo sappiamo bene, l’unità non è scontata né facile, costa volontà, fatica, mediazione. Non vorremmo, però, che anche l’unità sindacale, invocata sempre e da tutti, fosse solo un oggetto di propaganda, quando è invece un’opportunità, se non una necessità per restituire valore e forza al lavoro. Il dubbio viene guardando alla rottura che ha portato all’accordo separato del gennaio 2009, rottura più significativa perché il merito in questione non è circoscritto e tematico, ma attiene all’insieme del sistema di regole: non tutela i salari; indebolisce la contrattazione, con un sistema che, non per inefficacia dei singoli strumenti, ma per l’equilibrio complessivo, produce disparità; limita il diritto di sciopero, forzando l’effettiva parità dei diritti ed intervenendo, tra l’altro, su un tema di competenza parlamentare. 124


Quell’accordo, nel merito, non è un mostro, ma non è un buon accordo, e condurlo in modo separato è stato un errore, anche e soprattutto da parte di un governo che ama, irresponsabilmente, provocare divisioni. Invece, ancor più quando la crisi offre al mondo una possibilità di ripensarsi, il sindacato è più utile unito e in prima fila che diviso e ognuno a casa sua. So che le cose spesso non funzionano così, ma proviamo a riprendere da ciò che ci ha unito, proviamo a cancellare gli esempi negativi della firma separata dell’accordo sulla riforma contrattuale e dei contratti di alcune categorie. Cancelliamoli non dalla cronaca delle vicende politico-sindacali, né dalla nostra storia, ma dalle emozioni umane, dalle personali letture che influenzano la qualità del fare sistema, del rispondere alla crisi. La storia è più grande di noi, non finiamo schiacciati su particolarismi forse nobili, certo sterili. Riprendiamo il filo dell’unità, quell’unità che lo scorso anno, in una fiction di RaiUno, tanti lavoratori e cittadini hanno percepito come vincolo irrinunciabile per i grandi fondatori del sindacalismo italiano: Di Vittorio, magistralmente interpretato da Pierfrancesco Favino, Grandi e Buozzi. Quella fiction, un raro esempio di buona televisione, ci ha ricordato la lunga e faticosa storia dell’unità sindacale, ha rinfrescato la memoria di ragioni che non stanno nelle contingenze – quello è il campo delle differenze – ma nel significato stesso del fare sindacato, dell’essere sindacalisti. Insieme, senza divisioni che spesso non stanno nell’oggi, il sindacato è più forte e può permettersi di guardare alle associazioni datoriali e al governo con la forza di chi condivide letture e scelte, e può proporre quel patto che mi pare necessario per reagire alla crisi. Ecco perché sono convinta che l’unità del sindacato debba promuovere una visione condivisa anche con le imprese delle necessità di tutela del lavoro, dei livelli di occupazione, dei salari, dei diritti. Dobbiamo sfidare le imprese sul terreno dell’innovazione, delle regole che tengono insieme competitività e soste125


nibilità, della reazione alla crisi. Per fare questo occorre essere aperti al dialogo, occorre essere uniti, occorre dimenticare definitivamente barriere ideologiche del passato, occorre voler unire. Ecco perché l’accordo separato del gennaio 2009 è stato un errore, da tutte le parti e contro l’interesse del mondo del lavoro, ecco perché è dal superamento di quell’errore che dovremo riprendere, superando le ragioni statiche che hanno prodotto distanze, rimettendo in moto forme di rappresentanza che stiano sul merito delle questioni e che ascoltino costantemente e congiuntamente i lavoratori. Sindacati uniti, quindi, prima, poi piattaforme negoziate con le imprese, infine sfida e patti proposti ai governi, locali, nazionali e internazionali, con primo sguardo all’Europa. Eccoci al terzo livello di unità, un livello difficile ma anch’esso non rinunciabile nel tempo globale: quello dei lavoratori nel mondo. Occorre ritrovare lo spirito di un internazionalismo che non ricalchi i vizi ideologici del passato ma trovi nelle effettive condizioni di vita delle persone, e nel loro reciproco condizionarsi, le ragioni che rendano i lavoratori uniti. Uniti perché disuguali, nel mondo, nelle condizioni di lavoro e nell’esercizio dei diritti. Si tratta di disuguaglianze che sarebbe inutile confinare dietro alte frontiere, fisiche o di rimozione logico-emotiva, di disuguaglianze che si allargano, che si dimostrano contagiose, che necessitano unità di risposta, eticamente e socialmente sostenibile. Ecco perché serve un percorso graduale di «globalizzazione» dell’azione del sindacato, rilanciando il ruolo della Ces, la confederazione dei sindacati europei, per una risposta comune al dopo crisi che sia base negoziale con governi nazionali ed Unione Europea, stimolo per organismi internazionali e summit economici, posizione da cui rapportarci con maggiore forza con le multinazionali globali. Unire, allora, per far sentire unite le persone che lavorano, al di là delle differenze contrattuali e di ambito di occupazione. Unire gli sforzi di comprensione, di studio e lettura delle trasformazioni in atto. Unire le energie di risposta per individuare soluzioni più 126


forti ed efficaci. Unire, o quanto meno far convergere verso posizioni di positiva mediazione, le culture politiche e sindacali, dentro uno schema che valorizza il pluralismo ma non dimentica mai la necessità della sintesi, una necessità stringente ed inevitabile per chi sceglie di fare il sindacalista. Unire i sindacati perché divisi si indebolisce la rappresentanza, perché divisi si fa più fatica a farsi riconoscere come interlocutori credibili, soprattutto dai lavoratori più giovani, perché divisi si perde. Cercare l’unità significa riallacciare il filo della storia del sindacalismo italiano e insieme guardare al futuro nel modo più forte possibile. L’unità è uno di quei compiti che la storia ci affida, un’indicazione dell’esperienza del secolo scorso e una prospettiva di lavoro per quello attuale. La sfida è una sfida sull’innovazione, sul merito, dalla parte dei lavoratori. Ed è una sfida che dovremmo trovare il coraggio, Cgil Cisl e Uil, di riprendere ad affrontare insieme.

5. Un sindacato partecipativo e rappresentativo All’interno di uno scenario complesso, per poter esercitare efficacemente la rappresentanza, dobbiamo migliorare le nostre pratiche di partecipazione. Da una parte in direzione della democrazia economica, per realizzare e negoziare le condizioni della condivisione da parte dei lavoratori, come previsto dall’articolo 46 della Costituzione, della «gestione delle aziende». Dall’altra in direzione interna, sapendo essere organizzazione davvero democratica, a tutti i livelli e in tutti i percorsi e processi di selezione e decisione. Abbiamo una struttura gerarchica e processi decisionali figli del vecchio secolo, di altre visioni e modalità di organizzazione della società e dei lavoratori. Abbiamo il dovere di rompere le gerarchie arrugginite, di dare ai nostri rappresentati effettivo potere di controllo, attivare ascolto continuo, o quantomeno stabil127


mente organizzato, degli iscritti e dei lavoratori, far vivere i nostri valori in modo aperto e democratico. Non serve più un sindacato centralista, che emette da Roma e chiede di eseguire agli 11 milioni di iscritti, ma un sindacato partecipativo, con regole chiare, democratiche, che non teme le opinioni differenti, con percorsi decisionali più aperti, che si divide anche, ma poi sceglie sempre facendo pesare l’interesse effettivo dei lavoratori, offrendo loro la possibilità di esprimerlo. C’è un ritardo, su questo, di strumenti e di capacità di informare, di modulare linguaggi, di scegliere parole, di raccontare in modo partecipativo. Perché, ad esempio, ancora non usiamo pienamente le nuove tecnologie per avere un dialogo effettivamente orizzontale, una circolarità di partecipazione nella costruzione delle decisioni, delle priorità? Certo, le tecnologie non sono il nostro strumento, lo strumento della maggioranza di noi, cresciuti e formati in un tempo altro. Ma questa non può essere una ragione, deve anzi essere uno stimolo in più. Uno stimolo a ripensare modi del dibattere che appaiono rivolti al nostro interno, escludenti per una maggioranza di lavoratori, difficili da comprendere per larghe parti di opinione pubblica, ripetuti in una ritualità troppo gerarchica e spesso vuota. Il terreno della comunicazione non può essere considerato il punto terminale del processo: firmo o non firmo, poi spiego il perché. La comunicazione è gestione delle relazioni con i lavoratori, è capacità di rendere accessibili e condivise le posizioni, è qualità della rappresentanza. Ecco perché deve essere il modo con cui esprimiamo la nostra funzione, mettendo al centro le due questioni cardine: merito delle posizioni e centralità dei lavoratori. È tempo di ridefinire regole e ruolo di un sindacato democratico dei lavoratori, per dare certezza di partecipazione e di decisione a tutti coloro per cui svolgiamo il ruolo negoziale che definisce condizioni di lavoro e di cittadinanza sociale. Rischiamo di fare la parte di quelli che hanno paura di allargare ai lavoratori un confronto di merito. Possiamo mai avere paura dei lavoratori? La consultazione dei lavoratori, gestita con responsabilità e 128


senza guerre, può davvero essere il campo dove si ridefinisce un percorso di unità, intorno al merito delle questioni e con la consapevolezza condivisa delle sfide che abbiamo di fronte. Quella nuova dimensione della confederalità, rappresentare una parte in una visione generale dell’interesse del paese, non può realizzarsi davvero senza rendere effettive le opportunità e le pratiche democratiche e partecipative interne al sindacato. Senza rendere protagoniste le persone che lavorano, con i propri vissuti, le nuove difficoltà, le differenze e le esigenze di unificazione della rappresentanza. Senza praticare la decisione, liberandoci dal vizio che ci vede troppo spesso discutere, elaborare, decidere, per poi rallentare quando si tratta di attuare. Sono a rischio la credibilità e l’autorevolezza del sindacato. I sindacati – diceva Di Vittorio durante la discussione in Assemblea costituente – «devono avere il riconoscimento della personalità giuridica. Però, nello stabilire le condizioni di tale riconoscimento, si devono nel medesimo tempo garantire l’indipendenza, l’autonomia, la libertà del sindacato, senza di che esso perderebbe il suo carattere peculiare». I sindacati stessi, poi, sempre stando alla formulazione dell’articolo 39 della Costituzione, sono non solo liberi, ma devono rispondere a regole democratiche interne e ad un principio di rappresentanza unitaria e proporzionale agli iscritti. Una formulazione, quella costituzionale, che deriva dalla necessità di porre ad equilibrio le diverse provenienze culturali e politiche dei costituenti, che scelsero di garantire autonomia e libertà ai sindacati ma di porre linee guida per il loro funzionamento. Si tratta di una norma su cui a lungo si è discusso, e in parte ancora inattuata, come per l’obbligo di registrazione. Come discussa e inattuata è la prescrizione dell’articolo 46, tendente, come nelle parole di Gronchi, a «elevare il lavoro da strumento a collaboratore della produzione». I nuovi scenari di un mondo cambiato lasciano aperte le questioni costituzionali, che vanno effettivamente realizzate, in termini sia di qualità delle regole e delle pratiche di rappresentanza, 129


sia di effettiva possibilità di partecipare, da parte dei lavoratori, alla gestione delle aziende. Con i cambiamenti non si esaurisce la funzione del sindacato, anzi si accentua, ma chiama in causa un sindacato che deve sapersi riformare, in senso democratico, partecipativo e rappresentativo. La democrazia sindacale, come costantemente sperimentato in questi anni di lavoro nella rappresentanza del tessile, è pluralismo, è confronto fattivo e non pregiudiziale tra analisi e proposte differenti, accresce la ricchezza e l’efficacia della cultura e delle esperienze del sindacato, permette di affrontare con maggiore forza le sfide complesse che la società globale ci pone. Come sindacalisti non possiamo temere il confronto, il voto, il parere dei lavoratori. Nel Dna di ciascuno di noi ci sono la democrazia, l’apertura, la partecipazione. Dobbiamo vivere il confronto, ciascuno e l’insieme delle organizzazioni confederali, come un continuo rilancio riformista, non a parole ma nei fatti, con proposte migliorative, è questo il senso del riformismo, e non con cambiamenti quali che siano, spesso e volentieri nell’interesse solo di qualcuno. E dobbiamo ascoltare l’opinione dei lavoratori, sia su accordi unitari, come oggi accade, che in caso di divisioni, tra o dentro le confederazioni. Sapendo che non si tratterebbe mai, non si deve trattare mai, di una gara tra sigle sindacali, ma della necessità di regolare le condizioni di esercizio dei diritti dei lavoratori, che sono la fonte della nostra rappresentanza e coloro ai quali dobbiamo rispondere e cui restituire la decisione. Sono posizioni di merito a vincere o perdere, non persone o sigle. Sarà poi responsabilità di chi viene sconfessato adeguarsi alle decisioni dei lavoratori e rilanciare per il futuro. Siamo, Cgil Cisl e Uil, sicuri della nostra capacità democratica tanto da metterci in gioco, confrontarci, rimettere la parola alla fonte ultima della nostra rappresentanza? Se non lo siamo prendiamo atto che la crisi del sindacato è più 130


grave di quanto ciascuno di noi non abbia fino ad ora ammesso. Se invece riteniamo di essere ancora soggetti sani, forti e utili, allora non ci è permesso di avere paura dei lavoratori, non ci è permesso che le nostre divisioni siano pagate da chi rappresentiamo, non ci è permesso sottrarci alla sfida del prossimo decennio.

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9. L’innovazione (dalla Filtea alla Filctem)

1. Una sfida più larga Creatività, design, sperimentazione, qualità produttiva, commercializzazione internazionale: il tessile è un settore vitale, dinamico, centrale negli equilibri culturali e produttivi italiani. Un settore che ha vissuto negli ultimi anni una flessione sensibile, effetto della crisi internazionale e nazionale e della concorrenza dei paesi di nuova industrializzazione, favoriti dalle larghe maglie delle regole del commercio internazionale. Un settore che vuole ripartire, crescere, produrre. Ma il tessile – nella visione comune di imprese e sindacati – vuole e può essere anche qualcosa di più: una guida nella ricerca di una globalizzazione vera, più giusta, eticamente e socialmente sostenibile, che permette di crescere ai paesi di recente industrializzazione, che difende e valorizza i diritti, che premia il valore umano, creativo, produttivo, imprenditoriale. È quello che abbiamo cercato di essere in questi anni, e questo capitolo prende un tono insieme rivendicativo e di prospettiva, che riprende gli elementi d’esperienza recente della Filtea inquadrati anche dal punto di vista della Filtctem, la nuova categoria che unisce chimici, tessili, lavoratori dell’energia e manifatturieri. Quando nell’ottobre del 2009, davanti ai direttivi congiunti di Filcem e Filtea ho preso la parola, mi è istintivamente venuto da dire «ce l’abbiamo fatta», esprimendo insieme soddisfazione e fa133


tica per un percorso che è stato lungo e fitto di ostacoli, contrarietà e rallentamenti, sebbene spesso sia stato difficile individuarne ragioni in termini di strategie alternative. Nella mia esperienza sindacale mi era capitato già con il pubblico impiego e con il sindacato della conoscenza di guidare fasi di accorpamento, che ho sempre vissuto come un’opportunità per rendere la rappresentanza più forte. Posso dire, allora, di aver perseguito l’obiettivo Filctem fin dal settembre 2000, quando sono stata eletta segretaria generale della Filtea. Ci abbiamo messo dieci anni, ma ce l’abbiamo fatta, e siamo pronti a rilanciare: è già partito, infatti, il processo per unire i sindacati tessili e chimici anche a livello europeo, per meglio fronteggiare le sfide competitive e la contrattazione con le controparti multinazionali. Merito, unità sindacale, accordi tra parti sociali, concertazione, iniziative di mobilitazione e di lotta: questo è stato – ed è – il complesso e faticoso lavoro che la Filtea ha prodotto in questi anni. Siamo partiti da un’analisi dei fattori complessivi, nazionali ed internazionali, con cui il sistema moda doveva necessariamente confrontarsi, per costruire proposte e priorità di intervento, a partire dalla costruzione di una piattaforma sindacale unitaria – varata il 30 settembre 2003 – da confrontare e far vivere con i diversi soggetti sociali e istituzionali competenti. Abbiamo chiamato alle loro responsabilità le associazioni imprenditoriali – da Confindustria alle Associazioni artigiane – con la prima conferenza di settore sulle politiche industriali, promossa dalla Filtea il 21 novembre 2002. Era necessario contrastare una politica caratterizzata dalle scelte di «rottura» della Confindustria di D’Amato e dalla diffusa convinzione, allora prevalente, che per competere è necessario ridurre diritti e tutele, precarizzare il lavoro, considerare le scelte delle imprese «buone» a prescindere. E abbiamo chiamato le imprese del settore a misurarsi su una proposta di politica di sviluppo e industriale che responsabilizzasse gli imprenditori sulla propria funzione di investimento e difesa della qualità nella competizione internazionale. 134


Guardavamo, già allora, non solo ai caratteri congiunturali della crisi, ma alle caratteristiche strutturali dei cambiamenti in atto nella globalizzazione, alla necessità di strategie innovative, di politiche di inclusione e estensione dei diritti capaci di determinare un futuro produttivo credibile. Questi anni ci insegnano che il compito del sindacato per contrastare il declino è fare proposte, costruire il consenso più largo possibile, determinare la mobilitazione per modificare comportamenti e scelte. Produrre risultati. In sede europea abbiamo ottenuto una specifica Comunicazione settoriale della Commissione («Il settore tessile e abbigliamento dopo il 2005. Raccomandazioni del Gruppo ad alto livello») che fa assumere il settore moda tra i settori strategici per lo sviluppo dell’industria europea. Una scelta sostenuta dall’individuazione di azioni, risorse e responsabilità istituzionali necessarie per la ricerca, l’innovazione, la formazione, il sostegno alle piccole e medie imprese, lo sviluppo progressivo della zona paneuromediterranea di libero scambio, il raggiungimento della parità di condizioni nelle questioni commerciali, in particolare riguardo all’accesso ai mercati e all’efficace protezione dei diritti di proprietà intellettuale. Abbiamo, con determinazione e perseveranza, promosso e guidato l’azione di contrasto e reazione a quel declino industriale che, in particolare per il settore della moda italiano, tanti consideravano inevitabile nel nuovo contesto di divisione internazionale del lavoro e di globalizzazione iperliberista. Un contrasto lucido e consapevole. Consapevole che la partita che stavamo e stiamo giocando non è facile, che non tutte le leve dipendono da soggetti e scelte che direttamente possiamo influenzare. Come Filtea abbiamo definito queste innovazioni, necessarie e urgenti, con quattro «E»: etica, estetica, eccellenza, efficienza. Sono i caratteri qualitativi dell’azione che abbiamo intrapreso e con i quali ci siamo presentati a lavoratori e controparti. È su questa scelta di posizionamento strategico e competitivo 135


che si giocano anche immagine e attrattiva del settore presso le nuove generazioni. E questo è il cuore delle ragioni per investire sul futuro possibile dell’industria della moda. Senza qualificazione professionale innovativa, senza giovani preparati che vedono nel settore un’opportunità di lavoro riconosciuto, retribuito e professionalmente gratificato con salario, formazione continua, stabilità e sicurezza, clima aziendale antidiscriminatorio e attento alla salute psico-fisica delle persone, è difficile immaginare che questa sfida si possa vincere.

2. Le buone relazioni industriali e il protagonismo della Filtea Sono sempre stata convinta sostenitrice dell’unità sindacale. E sono sempre stata convinta che buone relazioni industriali pagano. Questi dieci anni di lavoro in Filtea sono stati, su entrambi i punti, una continua conferma. Abbiamo condiviso come sindacati e poi con le associazioni imprenditoriali tappe progressive di quel percorso di tutela e rilancio della moda che ha visto affiancati interessi di imprese e diritti dei lavoratori. La contrattazione è stata serrata, ma sempre positiva, con momenti aspri, ma raggiungendo gli obiettivi sempre nei tempi giusti e senza ricorrere allo sciopero, che per un sindacalista, conscio di quello che costa ai lavoratori, deve essere sempre l’ultimo strumento. Voglio segnalare le due tappe iniziali di questo percorso. La firma, il 24 aprile 2004, del rinnovo del contratto nazionale di settore ha immesso sulla scena delle politiche industriali importanti elementi di innovazione, garantendo la reale difesa e promozione del tessile e il rilancio di politiche industriali moderne. La prima grande novità, politica, fu la conferma formale del ruolo «fondamentale e non sostituibile» del contratto nazionale di lavoro per garantire unità all’insieme delle normative e universalità dei diritti e dei comportamenti contrattuali, riservando al li136


vello della contrattazione territoriale quanto non già regolamentato. Una formalizzazione non banale se pensiamo a quanti attacchi il contratto nazionale ha subito in questi anni. C’era, poi, già allora, una condivisione della cornice valoriale e di prospettiva che permise di inserire formalmente nel testo la comune finalità di sindacato e imprese di procedere per uno sviluppo sostenibile da un punto di vista etico, ambientale e sociale. Fu in quel clima che nacque l’osservatorio strategico bilaterale, con l’obiettivo di lavorare congiuntamente per ammodernare e governare i processi del settore. Osservatorio che tuttora svolge compiti di analisi, valutazione e definizione di proposte condivise – politica industriale, del lavoro, commerciale, estensione dei diritti umani, sociali e ambientali – da presentare alle istituzioni di governo locale, nazionale ed europeo. Ed è in quel clima che fu possibile istituire un organismo bilaterale sulla formazione, che sancì il capitale umano e la formazione permanente come assi strategici di sviluppo del settore, nel rispetto degli obiettivi di Lisbona. Lotta a contraffazione e frode, poi, e all’evasione ed elusione e contro ogni forma di lavoro irregolare come ulteriori obiettivi condivisi. E ancora politiche per sostenere il rilancio delle imprese della moda nel Mezzogiorno. Un percorso, già in quell’avvio, che disegnava obiettivi e strategie che ancora oggi sono valide, offrendosi come esempio da rinnovare, per affrontare il decennio che abbiamo davanti. Il contratto prevedeva anche strumenti di consolidamento di diritti e tutele, a conferma che le strategie condivise devono produrre risultati nella vita delle persone. A fronte dell’impostazione legislativa del governo, che mirava a cambiare la condizione del mercato e degli orari di lavoro, il contratto confermò un orario di lavoro normale di 8 ore al giorno e 40 settimanali nei primi cinque giorni della settimana, facilitando inoltre il part time. Si contrastò infine la precarietà, escludendo gli strumenti più vergognosi allora previsti dalla legislazione, i contratti a chiamata ed intermittenti e quelli a somministrazione a tempo indetermi137


nato, e scegliendo di conservare e regolare le diverse possibili forme contrattuali: contratto a tempo determinato, apprendistato, telelavoro, contratti di inserimento. La seconda tappa è la prima intesa, il 21 ottobre 2004, tra sindacati e imprese del tessile sulla crisi del settore e le soluzioni per uscirne. Costruimmo insieme un documento congiunto di politica industriale che ha rappresentato un doppio grande successo. Di merito, innanzitutto, perché le parti sociali condivisero obiettivi e azioni di politica industriale per permettere al tessile di conservare livelli di produzione e occupazione e ottenere un rilancio competitivo che passasse per innovazione e ricerca, di prodotto, di processo, di mercato. Difesa attiva dei diritti, etichetta obbligatoria e tracciabilità dei prodotti, lotta alla contraffazione, più efficaci politiche di ammortizzatori sociali, politiche fiscali di maggiore sostegno allo sviluppo, regole più eque negli scambi internazionali, forum Ue/Cina per verificare costi, qualità e valori della produzione, globalizzazione sostenibile: su queste parole d’ordine costruimmo un piano di lavoro che è stato il piano di tutte le battaglie successive di questi anni. Battaglie forti anche perché unitarie, vincenti perché condivise, con una politica di corrette e moderne relazioni industriali, anche dal sistema produttivo. E siamo al secondo elemento di successo di quel documento congiunto: un successo di metodo, costruito sul dialogo e sulla concretezza degli obiettivi da raggiungere, con le necessarie e positive relazioni industriali. Quel documento congiunto non fu un atto una tantum, destinato a durare lo spazio di poche ore, ma una conferma decisiva dell’intenzione di percorrere un cammino condiviso e parallelo. Un metodo permanente di contrattazione che ha permesso di affrontare questioni critiche e opportunità senza attendere i rinnovi del contratto nazionale, ma, anzi, innovando profondamente lo stesso contratto, valorizzandone l’efficacia operativa senza intaccarne la validità come strumento di tutela dei diritti. 138


A partire dall’analisi del settore abbiamo costruito alleanze, promosso mobilitazioni e ottenuto importanti risultati: in Toscana, a Prato, Empoli, Firenze, Pistoia, Pisa; in Piemonte, a Biella; in Lombardia, a Como, Bergamo, Pavia; In Emilia, a Modena; in Veneto, nel distretto della Riviera del Brenta e a Treviso; in Umbria; nelle Marche, nel distretto di Ascoli Piceno; in Puglia, a Lecce, Bari, Barletta. E ancora lì dove proseguono le politiche di sviluppo con le Regioni, come in Campania, a Napoli e Caserta. Abbiamo lavorato per non subire passivamente la globalizzazione e la ridefinizione della geografia produttiva del sistema moda verso quelle aree extra-nazionali a forte vantaggio di costo, senza il riconoscimento dei diritti sociali e, magari, dove non c’è il sindacato per organizzare i lavoratori e garantire la libera contrattazione del miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita delle persone. C’era un’affermazione in quelle analisi e in quell’impostazione, di fondo e di guida: la filiera produttiva della moda italiana non è un settore maturo. Maturi erano i modelli organizzativi delle imprese, le dimensioni e le forme con cui si era finora prodotta e retta la competizione, ma non è matura la moda: non è dunque il momento di dismettere, ma di adottare una strategia innovativa per trasformare ed adeguare al nuovo contesto competitivo la struttura del sistema moda. Abbiamo attraversato il cambiamento strutturale del commercio dei prodotti tessili e dell’abbigliamento con la fine dell’accordo multifibre il 1° gennaio 2005, con l’eliminazione dei contingenti di importazione e lo stravolgimento di tutte le condizioni in cui il sistema era abituato ad operare e su cui una parte delle imprese, poco lungimiranti, si era adagiata. E la moda italiana è ancora qua. Abbiamo vissuto, e stiamo ancora vivendo, una crisi finanziaria ed economica di portata devastante, e la moda italiana resiste, riparte. Reagire al cambiamento, alla destrutturazione totale della filie139


ra, alla logica dello sviluppo senza industria, senza imprese manifatturiere innovative: questa è stata la nostra politica. Del sindacato e delle imprese. «Il Sole 24 Ore» titolò La strana coppia che ha rianimato il tessile una doppia intervista a me e a Paolo Zegna, oggi nella squadra della Marcegaglia con delega all’internazionalizzazione, nel corso di questi anni mia controparte come presidente del Sistema moda Italia. Ci conoscevamo ancora poco, al tempo di quell’articolo, e mi colpì, leggendo, la consapevolezza e il riconoscimento che Zegna mostrava rispetto al ruolo della rappresentanza e della condivisione, iniziando così a distanza, quasi spinti dal giornale allora diretto da De Bortoli, un percorso parallelo e dialogante, del quale ricordo con soddisfazione per tutto il settore un articolo scritto insieme per «Il Riformista». Ci pareva, come nelle pagine dedicate alla globalizzazione ho ancora ribadito, che l’unica via esistente per difendere il settore dal rischio di disperdere il suo «capitale nazionale» fosse quello di concentrare le risorse su una strategia di avanzamento competitivo. Puntando sulla produzione eticamente sostenibile e agendo nei processi globali la responsabilità sociale come criterio fondante del comportamento di tutti. Il sindacato italiano è pronto. Ovviamente ben conscio del proprio ruolo. L’apertura al dialogo, il confronto, la ricerca delle convergenze è, per la nostra visione del fare sindacato, elemento essenziale. Ma mai derogheremo dalla tutela e dal perseguimento, per dirla in termini aziendalistici, del nostro core business: le ragioni del lavoro e dell’occupazione.

3. La filiera della moda Il sistema moda italiano è fermo, eppur si muove. Parte del sistema, aziende e distretti, vorrebbe funzionare, investire, agire. Sperimentano la ricerca e l’innovazione della produzione made in Italy, fanno accordi con il sindacato sullo svi140


luppo e la qualificazione dei lavoratori, contrattano il miglioramento delle condizioni di lavoro dei dipendenti, crescono. I lavoratori aumentano le competenze, ottimizzano la qualità del prodotto. Il sindacato unitario spinge sempre più avanti un modello di relazioni industriali moderne ed efficaci. Ma c’è ormai la forte percezione di un’assenza. Manca, e non da oggi, una politica industriale di sistema e di settore. È assente e distratto chi la dovrebbe promuovere, sostenere, coordinare: chi dovrebbe governare. Imprenditori, associazioni, lavoratrici e lavoratori, ci siamo fatti più volte, e ancora ci facciamo, ormai da anni, tutti la stessa domanda: «il governo dov’è?». Il tessile ha sofferto prima e più di altri settori, ma ha anche vitalità, e deve prepararsi ancora una vola per cogliere la ripresa fin dai primi segnali che arriveranno. È necessario sostenere il lavoro, difendere le competenze, promuovere la formazione continua, attivare lo sviluppo. Investimenti in ricerca, sviluppo, innovazione dei modelli organizzativi per le imprese e per i distretti, capacità di andare sui mercati, vecchi e nuovi, presentandosi con qualità di prodotti e processi, formazione, politiche commerciali. Temi forti, importanti, parole chiave che nascondono una complessità, una ricchezza. Il sistema moda italiano è una fitta rete di piccole imprese, punteggiato da importanti casi di eccellenza. È un sistema che ha bisogno di trovare condizioni di maggiore stabilità, restando flessibile e nello stesso tempo diventando più forte, nell’interesse di lavoratori e imprenditori. Per fare questo serve una politica complessa di intervento, un mix di azioni in grado di sostenere le imprese su tutte le priorità competitive: da quelle industriali e organizzative, a quelle commerciali, all’internazionalizzazione. È disperatamente urgente un radicale cambio di visione del paese e delle priorità di chi lo guida, per rilanciare ricerca e sviluppo su nuovi prodotti e materiali, per mettere in atto politiche 141


per la competitività del sistema industriale e sostenere tutte quelle azioni che, modificando le tradizionali forme di organizzazione produttiva, favoriscano l’aggregazione, l’accorpamento, la crescita dimensionale delle imprese, per rivolgere l’innovazione nella direzione dell’efficienza e della qualità. Per il sistema moda l’innovazione è un tratto vitale: moda è cambiamento costante dei prodotti, è creatività, è tecnologia. In termini di ricerca e sviluppo industriale, di qualità del lavoro, di tutela dei consumatori la cifra del futuro sarà quella di tecnologie pulite ed efficienti, materiali innovativi, processi ecosostenibili. C’è una leadership internazionale del made in Italy che va difesa e promossa: la strada è la definizione di un modello di sviluppo sostenibile per l’intero sistema moda. Un modello di filiera interna, un modello commerciale, un sistema in grado di interpretare tendenze e riconsiderare i limiti del processo di globalizzazione vigente, che, in una situazione congiunturale così straordinariamente lunga e pesante, deve attivare interventi selettivi e mirati per sostenere i distretti e le imprese che scelgono di salvaguardare i livelli occupazionali e di rimanere in Italia. L’innovazione si dovrà sviluppare compiutamente anche sui modelli organizzativi delle aziende, dei distretti, dei territori. Un patrimonio collettivo del sistema economico italiano rischia di vedere dispersi successi, tradizioni, professionalità, leadership internazionale, prospettive, futuro. Anni di storia, di primati, di affermazioni internazionali rischiano di non avere un futuro se il governo politico ed economico non riesce a mettere in atto politiche non più solo di settore, ma territoriali, di filiera, di valorizzazione delle piccole e medie imprese – in chiave non difensiva ma di allargamento e networking – di apertura e competitività verso i mercati globali. È il momento di accendere i riflettori sui distretti, sulle peculiarità, le necessità e le potenzialità dei territori. Non ha più senso continuare a considerare i settori come unica unità di determinazione delle politiche industriali. Lo dice la 142


storia, lo dice il presente, lo dice il futuro. I distretti della moda sono esempio unico di creatività, innovazione, competenza professionale applicata in modo parallelo e sinergico a differenti classi produttive: abbigliamento, calzature, arredamento, ricerca tecnologica, applicazione creativa. È quindi necessario e non più rinviabile affrontare una programmazione di distretto. Non ci si può più limitare ad annunciare – con periodico sconforto – il numero di posti di lavoro persi, né a constatare – con scoraggiante continuità – le arretratezze di un sistema piegato su se stesso ed incredibilmente incapace di reagire, di ritrovare competitività. Dico incredibilmente perché tante sono le risorse e le potenzialità del nostro sistema industriale, evidenti a tutti con riferimento alla moda, che conta numeri importanti, sebbene appannati dalla crisi, e standard qualitativi tali da affermare la leadership del made in Italy nel mondo. Per ritrovare e conservare tale leadership occorre negoziare il cambiamento, entrare – tutti: governo nazionale e locale, imprese, lavoratori – nell’ottica dell’innovazione di prodotto e di processo come unica possibilità di effettivo rilancio. Sapendo che innovazione vuol dire sottrarre le imprese da una competizione solo sui costi, riqualificare le relazioni filiera-di-stretto, istituire etichettatura d’origine e tracciabilità, contrastare contraffazione e frodi, fare rete con partner interni e internazionali, investire in tecnologia, ricerca e formazione. Spingendo in questa direzione le piccole imprese, ma coinvolgendo anche e soprattutto le imprese dominanti, che devono assumere il ruolo di traino e guida al cambiamento. Occorre riprogettare il paese a partire da lavoro, economia e industria, con attenzione non solo alle dinamiche speculative e finanziarie – che sembrano essere unici oggetti di interesse della gran parte del mondo politico e dell’informazione. Non è solo lì, nelle banche, nelle operazioni finanziarie e nelle scalate, che c’è l’economia italiana. Dobbiamo invece occuparci della qualità e della vera tutela di 143


un made in Italy di filiera, con politiche e azioni coordinate a livello europeo, ad esempio con un tavolo permanente della filiera della moda italiana dove concordare le azioni che riguardano i distretti industriali. L’obiettivo primario è sostenere in modo selettivo l’evoluzione dei distretti e delle filiere produttive globali, per metterle nella reale e concreta possibilità di stare in modo attivo nei mutamenti. L’innovazione, poi, non si realizza senza un un solido e dirimente investimento sulla formazione: l’adeguamento delle competenze e delle professionalità deve diventare una priorità delle imprese e della politica industriale del settore. Ma non solo, dobbiamo discutere e proporre un piano straordinario nazionale, coordinato a livello regionale e territoriale, per consentire a tutte le giovani generazioni di poter conseguire l’istruzione superiore, condizione per affrontare i cambiamenti del lavoro e per essere più forti nell’intreccio con la formazione permanente. Ma se vogliamo un piano di azioni concrete è indispensabile identificare i soggetti a cui affidarne il governo. Il distretto, nodo poliedrico di una rete larga e aperta alle dinamiche internazionali, è il primo attore per gestire questo processo. Questo significa che il distretto, la governance nazionale e quella regionale dovranno condividere le responsabilità del cambiamento. Io penso ad un futuro in cui il distretto sia il luogo dove tradurre le macro politiche in azioni concrete adeguate alle specificità locali, ed è per questo, per sostenere la competitività di ogni distretto, che dovremo realizzare 99 piani di sviluppo per 99 distretti.

4. Dalla moda all’industria dell’innovazione Le difficoltà di difesa e rilancio dell’industria tessile mi sono talvolta parse accentuate da un distacco, se non addirittura avversione, che in questi anni taluni osservatori hanno registrato nel paese nei confronti delle imprese, da parte di segmenti, maggio144


ritari o capaci di orientare l’agenda e il clima politico-sociale, della politica e della società. È anche questo un segno della difficoltà dell’Italia di stare nel cambiamento, sia per quanto riguarda le politiche propriamente industriali e di sviluppo, sia, anche, per quanto riguarda una cultura dell’innovazione capace di cogliere le tendenze della società – tra globalizzazione, innovazione tecnica e tecnologica, trasformazioni delle dinamiche sociali – e offrire una più adeguata rappresentanza ad un tessuto sociale mutato, fluido, in cerca di una stabilità che difficilmente potrà nuovamente presentare forme rigide, solidamente contrapposte. Sarà insolito – ma non incoerente per chi mi conosce, né privo di responsabilità – sentirlo dire da una voce sindacale, ma l’avversione programmatica o di atteggiamento nei confronti delle imprese è dannosa per il paese. È dannoso per il paese lo sfibrarsi di qualunque filo che tesse il rapporto tra società e soggetti della rappresentanza. Dobbiamo, invece, dare spessore e forza a quei fili, sapendo resistere a chi tira in direzioni non etiche e condividendo la prospettiva dell’innovazione e della sostenibilità. È il percorso valoriale e operativo che si presenta oggi di fronte alla Filctem, la nuova categoria della Cgil chiamata ad operare in importanti e strategici settori dell’industria (chimico-farmaceutico, tessile-abbigliamento e calzaturiero, gomma-plastica, vetro, concia e pelli, ceramica e piastrelle, occhiali, lavanderie industriali, lampade e display), dell’energia (petrolio, trasporto gas, miniere) e dei servizi ad alta rilevanza tecnologica (elettricità, acqua, gas). Una categoria, di cui parliamo da anni e a cui come ricordavo siamo arrivati con un processo forse anche troppo tortuoso, che eredita le storie e le sfide delle precedenti categorie, Filcea, Filtea e Fnle, e nella quale nuove e nuovi dirigenti e delegati cresceranno e si misureranno. Guardando a quelle storie scorgo alcuni importanti tratti comuni: libertà, uguaglianza e solidarietà come valori guida di una 145


rappresentanza razionale e pragmatica; la cultura e la pratica della contrattazione come funzione centrale dell’agire quotidiano; la partecipazione informata, consapevole e responsabile come condizione di una democrazia formale e sostanziale; il dialogo come prassi concreta per misurare la capacità di costruire consenso e influenzare i processi reali; il perseguimento dell’unità del mondo del lavoro e dei sindacati. Questi valori e queste pratiche hanno permesso a generazioni di sindacalisti, in un’ottica sempre pienamente confederale, di far vivere categorie dinamiche, innovative, protagoniste di una sfida costante per il governo dei processi globali e dei cambiamenti, una sfida che si rinnova oggi con la nascita della Filctem, cui è affidato un compito decisivo nel progettare il futuro. Il lavoro sindacale per una categoria che unisce chimici, elettrici e tessili tocca infatti aspetti e temi decisivi: dall’acqua all’energia, dalla cultura alla creatività, dall’industria all’artigianato, dalle tecnologie alla ricerca. Settori che hanno bisogno delle reti, della logistica, dei servizi all’internazionalizzazione, della distribuzione per stare su tutti i mercati del mondo, come la moda. E funzioni decisive, come infrastruttura trasversale per le produzioni del paese nel caso della chimica, o per la salute e la prevenzione in quello della farmaceutica. Senza scelte giuste ed efficaci, senza le risposte al lavoro, alle imprese, ai cittadini, cresce in modo forte la sfiducia nel futuro. E invece è proprio la fiducia che dobbiamo riguadagnare e stimolare, per non veder aumentare sempre più un consenso deleterio e improduttivo verso quelle politiche protezioniste che hanno vita breve e bruciano il futuro positivo del lavoro, delle imprese, del paese. Il quadro in cui lavoreremo è quello di una strategia europea per lo sviluppo sostenibile: conoscenza e innovazione, economia verde, valorizzazione del capitale umano, carattere democratico e redistributivo dello sviluppo stesso saranno fattori determinanti per la crescita di tutti i settori che la Filtcem rappresenta. Chimica, farmaceutica, tessile, moda sono e diventano ancor più nucleo centrale dell’innovazione dell’industria italiana. 146


Credo, per il presente e per il futuro, che l’industria e la ricerca in tutti questi settori debbano restare un asset della competitività del paese. Abbiamo le intelligenze, abbiamo i protagonisti imprenditoriali, abbiamo le competenze operaie, servono investimenti, scelte istituzionali, obiettivi da perseguire insieme. La ricerca, in particolare, per tutti i settori rappresentati dalla nuova categoria, è pezzo imprescindibile dell’ingranaggio, motore di sviluppo e di qualità, fattore decisivo per produrre la competitività che serve a stare nel mondo globale. Si configura un vero e proprio settore industriale dell’innovazione, che responsabilizza tutti i protagonisti che dovranno regolarlo e farlo vivere. Lavorando per un mercato che valorizzi le aziende, le filiere, i brand, i servizi che assumono la certificazione sociale e ambientale, che rispettano la sicurezza del lavoro e promuovono la trasparenza dei processi produttivi, con la tracciabilità di prodotti e servizi, che contrastano la contraffazione, l’illegalità, il sommerso – e per la nuova categoria, si tratti di farmaci, di moda o di sostanze chimiche, è una sfida particolarmente importante, economica e di sicurezza. Ci aspettiamo che nei prossimi tempi, in coerenza con questa funzione di motore dell’innovazione, cresca la responsabilità sociale d’impresa, cresca l’idea che l’impresa etica vince sui mercati. L’idea che la buona reputazione globale conviene a tutti e significa puntare davvero, negli investimenti, sulla qualificazione e l’innovazione dell’industria verde e pulita. La Filctem si candida a sperimentare un nuovo ciclo di relazioni industriali di qualità, nella contrattazione nazionale, aziendale e di filiera, capace di misurarsi davvero con i temi e i luoghi che la dimensione degli interessi dei lavoratori pone oggi al sindacato. Non una stagione illuministica, ma di reale coordinamento e ricostruzione della nuova catena di produzione del valore, dei cicli dei prodotti, delle imprese per come si stanno riorganizzando, di una rappresentanza che sia in contatto con i luoghi e le esperienze reali della vita di lavoratori e imprenditori. 147


Questa sarà la cifra della nuova categoria, sulla cui base confrontarsi per raggiungere un nuovo patto nazionale e spero anche europeo con le controparti, nel rispetto per tutti dei codici di condotta dell’Organizzazione internazionale del lavoro, in tutti i luoghi di approvvigionamento delle materie prime, di produzione e di commercializzazione. Questa è la profonda e innovativa svolta culturale, sindacale, politica, che deve qualificare la nostra azione contrattuale, la nostra mission di categoria, la nostra proposta alle imprese. Per allargare ancora il nostro radicamento, renderlo flessibile e adattarlo alle nuove facce del mondo del lavoro, partecipando alla difesa e valorizzazione dell’eccellenza del made in Italy, cioè di tutte le filiere manifatturiere che rappresentiamo, biglietto da visita nel mondo del nostro paese.

5. La costruzione del noi Nuovi scenari, insolite difficoltà, inedite sfide: e una nuova organizzazione, la Filctem, per interpretarli, affrontarle, vincerle. Non è più solo la storia, non sono più solo i gruppi dirigenti che hanno diretto le vecchie categorie, non è più solo quello che abbiamo, ciascuno, dimostrato che oggi conta: conta quello che sapremo fare insieme, conta quanto e come sapremo far vivere il nuovo noi – e l’apparente settorialità di questa riflessione nasconde la necessità, più larga, di fare sistema e di riscoprire la comunità come condizione nazionale. La nuova identità rafforzerà e preserverà le identità settoriali e sub-settoriali, ma dentro una qualità più larga di strategia politico-sindacale che darà maggior efficacia a tutti. Niente fusioneassorbimento, quindi, ma noi, con le nostre caratteristiche differenti, che sono ricchezza e forza, che non si annullano. Noi con le nostre caratteristiche culturali, politiche, sindacali e umane. Noi con le nostre competenze e il nostro coraggio e la proposta di azione per tutti i lavoratori rappresentati. 148


Noi con il nostro lavoro, collettivo e condiviso, democratico e mai leaderistico, mai autoritario, mai autoreferenziale, mai discriminante. Noi con scelte di cultura sindacale influenti, che modificano l’esistente, che lo migliorano, che vincono, che diventano buona pratica da estendere. Noi sempre responsabili e trasparenti verso i lavoratori. Perché noi significa un comportamento etico nello svolgere i nostri mandati e le nostre funzioni. Noi significa ascolto, capacità di coinvolgere tutti e tutte e poi decidere perseguendo il massimo del consenso possibile. Noi significa avere la consapevolezza che un efficace sindacato riformatore, innovatore, è quello che crea consenso largo sulle idee, sulle scelte, sulle priorità, è quello che pratica democrazia. Noi significa unire il mondo del lavoro, le professionalità differenti, i generi, le genti, le generazioni, i diversi rapporti di lavoro. Noi significa unire i luoghi della produzione, lungo le filiere, nei mercati locali, europei e internazionali, nell’universalità dei diritti e delle regole. Noi significa il contrario di politiche neutre, perché politiche culturali e sindacali neutre portano discriminazione e aumentano le diseguaglianze. Noi significa innovazione nella trasformazione e nella modernità dell’esercizio della scelta sindacale, del lavoro fondamentale di rappresentanza delle Rsu, dei delegati, prima e fondamentale carta di identità nei luoghi di lavoro per tutta l’organizzazione. Far vivere il noi è la sfida più impegnativa e affascinante nella complessità del costruire la categoria nuova, è la condizione per ottenere risultati per i lavoratori che rappresentiamo e che rappresenteremo. Se il dialogo, il confronto, la coesione, l’inclusione, sono il nostro metodo, ciascuno di noi deve avere la voglia della scoperta dell’altro, della ricerca della mescolanza, del meticciato, della contaminazione, senza pretendere di essere titolare di verità superiori a quelle degli altri. 149


10. Il futuro

1. Il futuro è di tutti, ma è uno solo Il futuro è di tutti, ma è uno solo. Dobbiamo condividere quanto più possibile le scelte che lo determinano, dobbiamo prendercene cura insieme. Questa frase, venuta fuori istintivamente nel preparare un discorso, non ricordo più quale, è diventata la cornice, oltre che lo slogan, che ha accompagnato tutto il mio lavoro di questi anni. La storia che mi onoro di rappresentare ci offre una consapevolezza preziosa del ruolo di equilibratore sociale che ha il sindacato, e però chiede di introdurre nuove radici nel presente e di guardare avanti. E se guardiamo davvero avanti, in modo lucido e non condizionato, ci accorgiamo con più facilità che gli sguardi si incontrano, in quel punto dell’orizzonte che unisce i destini individuali. I percorsi di vita di ciascuno, e di ciascuna comunità – di interesse, territoriale, di bisogni e aspirazioni, di abitudini e vissuti – seppur talvolta paralleli e qualche altra con i paraocchi, fluiscono verso lo stesso tempo, e questo tempo è il futuro. Ecco perché dico che del futuro dobbiamo prenderci cura insieme. È il tempo di unire, di realizzare i continui auspici del Presidente Napolitano, di prendere fiato, di ritrovare le regole del convivere, a tutti i livelli, e riscoprire il piacere di sentirsi comunità, almeno in qualcosa, non solo durante i mondiali di calcio. 151


Giustizia sociale intesa come effettiva presenza di pari opportunità, assenza di discriminazioni, sostenibilità, responsabilità sociale ed ambientale, e poi merito, rischio, formazione, competitività: non c’è uno spazio di battaglia tra pacchetti valoriali contrapposti, non più, non se si vuole essere efficaci nel rispondere alle domande che la società pone, nel suo insieme e distinguendo in essa le esigenze differenti ma complementari che presentano le comunità multiple cui ciascuno di noi appartiene, tra i quali i soggetti di impresa e i lavoratori. Serve invece una politica consensuale, che promuova un nuovo patto fiscale che ricostruisca un corretto rapporto tra cittadini e istituzioni; che adotti una equa politica redistributiva; che faccia investimenti infrastrutturali, materiali e immateriali; serve una pubblica amministrazione efficiente e al servizio delle imprese e dei cittadini; servono politiche di innovazione e investimenti in ricerca, rilancio dell’industria, della sua internazionalizzazione e qualificazione, per creare valore aggiunto e occupazione di qualità. Qualche anno fa, credo fosse la primavera del 2007, in un articolo sul «Sole», Daniele Marini, sociologo dei processi economici e del lavoro, ha scritto che serve un nuovo racconto dell’industria. La frase mi fece riflettere, scrissi una risposta, rilanciai, e torno a farlo. Credo serva qualcosa di più: serve un nuovo racconto dell’insieme del mondo del lavoro, capace di costruire prospettive per il paese comuni all’interno delle quali, poi, contrattare e (ri)distribuire. Un nuovo racconto che si intreccia con la nuova grammatica civica di cui ho parlato, che si lascia ispirare dal made in Italy per rilanciare l’innovazione, che rende la società più giusta, con tutele che si adattano alle persone e più spazi per donne e giovani. Un racconto, quello dell’Italia fondata sul lavoro, la cui necessità sfida tutti i soggetti di rappresentanza e di governo, per ricostruire la propria credibilità e utilità sociale, segnalate ai minimi storici da innumerevoli ricerche. È il modo per rilanciare le regole comuni del mondo del lavo152


ro così come degli altri spazi sociali condivisi. È il modo per ridurre le fratture tradizionali, quelle cui siamo abituati, quelle che hanno prodotto lotte sane e risultati stabili, ma non più efficaci a spiegare e rendere giusto il presente. È il modo per separare la distanza tra le generazioni di lavoratori la cui vita scorre incrociando esperienze e appartenenze frammentate, mai esclusive, che non possiamo considerare conflittuali. Si lavora e si fa impresa, si svolge una libera professione e ci si inventa un impiego, nello stesso momento, nello stesso paese, con lo stesso futuro davanti: diamoci una visione comune – che unisca le parti più responsabili e innovative di tutti i segmenti del mondo del lavoro – diamoci un racconto e una grammatica condivisa, diamoci percorsi di azione collettivi. Le rappresentanze, ovviamente, restano separate, autonome – così come autonome devono essere, reciprocamente, dalla politica e dal governo –, conflittuali, anche, per fasi, ma non pregiudizialmente antagoniste. Le relazioni sociali, politiche e industriali devono trovare la forza, oggi più che mai, per ragionare insieme, per produrre accordi al rialzo e non solo mediazioni al ribasso. Occorre costruire insieme un futuro possibile che veda il mondo del lavoro per quello che è, un luogo di vita, di progetto, di crescita, di sviluppo. Ciascuno il suo ruolo, ciascuno le sue responsabilità, ciascuno i suoi diritti e doveri, senza barricate pregiudiziali.

2. Ai giovani sindacalisti della Filtea e della Filctem Sembra invece prevalere, in questo strano paese attaccato a particolarismi e polemiche pregiudiziali, un procedere sconnesso e distinto dei diversi soggetti della rappresentanza e dello sviluppo, ognuno per sé, a contrattare a strappi e ad uso e consumo particolaristico, con istituzioni e governo – da parte loro troppo deboli. Dobbiamo allora ritrovare il senso del noi, dentro e tra i sindacati, tra parti politiche, tra rappresentanze sociali, tra colleghi, vi153


cini di casa, tra generazioni, provenienze, cittadini. Dobbiamo pensare ad un futuro senza nemici, saldo nei valori, aperto. Il sindacato europeo del tessile, abbigliamento, cuoio e calzature ha svolto un lavoro serio e impegnativo per i lavoratori e le lavoratrici in questi lunghi e complessi anni di trasformazione della filiera produttiva della moda. Abbiamo fatto, tutti insieme, un lavoro profondo e appassionato, in termini culturali, sindacali, economici e sociali, reagendo con lucidità e consapevolezza ai cambiamenti strutturali che hanno attraversato il sistema industriale tessile di fronte alla liberalizzazione dei mercati, alla globalizzazione, poi alla crisi. Non ci siamo chiusi e difesi, non abbiamo assunto un atteggiamento passivo, ma abbiamo fatto il possibile per anticipare i cambiamenti, governarli e rendere protagonisti attivi e positivi i lavoratori, in particolare le donne. Abbiamo contribuito – con le parti imprenditoriali – alla trasformazione innovativa del settore, realizzando il superamento di un assetto tradizionale di industria manifatturiera verso una visione di filiera complessa, internazionalizzata, in cui convivono la componente manifatturiera, le attività di servizio che contribuiscono a dare valore immateriale ai beni, le attività commerciali. Abbiamo lavorato per un futuro del settore industriale che, puntando sulla qualità dei prodotti e dei processi, sulla sicurezza e sulla tracciabilità, portasse al rispetto dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori, in Europa e in ogni parte del mondo dove si articola la filiera produttiva e commerciale. Abbiamo allargato la nostra influenza sull’opinione pubblica, sulle istituzioni nazionali e comunitarie, promuovendo strategie innovative per rendere credibile un futuro alla moda e al made in Italy. Abbiamo lavorato e lavoriamo per l’unico credibile modello di sviluppo che può assegnarsi l’Europa in questo mondo globale, lo sviluppo eticamente sostenibile: conoscenza e innovazione, economia verde, valorizzazione del capitale umano, carattere democratico e redistributivo dello sviluppo stesso. La Filctem, oggi, continua questa storia, lanciando una sfida di 154


responsabilità, ma anche di discontinuità. Ci uniamo per definire in termini nuovi proposte di miglioramento delle condizioni dei lavoratori e delle imprese, ma anche per provare ad influenzare positivamente le scelte dell’azione pubblica, per uscire dalla crisi e per lo sviluppo generale del paese. In questa nuova esperienza trasferiamo la storia centenaria della categoria dei tessili. Quando sono stata eletta segretaria generale della Filtea ho preso consapevolezza improvvisamente che avevo ereditato la responsabilità di celebrare i cento anni della federazione, appena qualche mese dopo, nel 2001. Sarebbe stata la prova generale dei festeggiamenti per il Centenario anche di altre categorie, e c’era da fare tutto. Mi venne quasi un colpo, e poi mi venne in aiuto un’operaia tessile, Giovanna. Ripescammo un mediometraggio diretto da Gillo Pontecorvo, intitolato «Giovanna» appunto, presentato a Venezia nel 1956, e lo facemmo restaurare dall’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico. Giovanna racconta la nostra storia, la lotta coraggiosa di un gruppo di operaie tessili contro la decisione dell’azienda di licenziare alcune di loro: occupano la fabbrica, iniziando un’esperienza nuova soprattutto per le lavoratrici, per le quali il conflitto con il proprietario si mescola con i problemi che nascono con le loro famiglie e i loro figli. Dobbiamo rinnovare quel racconto, renderne protagonisti i giovani sindacalisti e le giovani sindacaliste, trasferire la storia in corpi e intelligenze nuove, dare linfa alla cultura dell’unire. Vogliamo esercitare una leadership innovativa e pragmatica, essere parte del ridisegno riformista del sindacalismo italiano, parte del ridisegno dell’Italia.

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Postfazione 2001-2010: i nuovi mutamenti della Fse: Thc. I successi e le sfide sotto la presidenza di Valeria Fedeli di Patrick Itschert *

È in occasione del nostro III Congresso di Toledo, nell’aprile 2001 che Valeria Fedeli è stata eletta presidente della Federazione sindacale europea (Fse) Tessile, abbigliamento, calzatura e cuoio (Tac). Per la prima volta così una donna accede alla Presidenza e, altra rivoluzione, dopo 25 anni di guida tedesca, la Fse è diretta da una rappresentante di un paese del Sud dell’Europa, l’Italia. Valeria riprende questa presidenza in un contesto politico ed economico internazionale instabile. Inoltre gli anni precedenti il 2001 sono stati molto difficili per le industrie Tac che hanno perso in sei anni circa il 25% dei posti di lavoro. E le prospettive della filiera lasciano presagire pochi miglioramenti a corto e medio termine perché si profilano all’orizzonte l’impatto dell’entrata della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) e la fine degli Accordi tessile abbigliamento (Ata) nel 2004. Grazie alla sua esperienza italiana, ma anche al suo lavoro, alla sua autorevolezza, il suo lato «unificante e caloroso», Valeria imprimerà il proprio marchio sulla Fse portandola ad accelerare il mutamento, a giocare un ruolo incontestabilmente più importante sulla scena Tac europea. Un esempio. All’inizio degli anni novanta, la Fse rivede la sua posizione nel campo della politica commerciale internazionale. * Segretario generale della Fse: Thc (Federazione sindacale europea del Tessileabbigliamento - Cuoio e calzature).

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Conscia del fatto che, con un salario orario medio di 15 euro nella Ue-15, a confronto dei 40 centesimi in Cina o dei 25 centesimi in Bangladesh, era assurdo voler continuare a fabbricare camicie o T-shirt di basso livello nell’Unione, la Fse volta risolutamente le spalle al protezionismo. La Fse è anche la prima federazione europea a manifestare a Bruxelles, nel 1992, in favore dell’inclusione di una dimensione sociale nel commercio mondiale. Poiché, come sottolineava giustamente il commissario Lamy: «Bisogna ammettere che il solo accesso ai mercati non porta la crescita in quanto tale; analogamente, la crescita economica non comporta necessariamente e automaticamente uno sviluppo sostenibile». Dal 2001 la presidentessa fa evolvere ancora il nostro approccio. «In quanto principale mercato mondiale, l’Unione Europea deve – dichiara – utilizzare meglio la sua posizione di negoziazione forte e chiedere all’Omc che il commercio mondiale sia ripensato per diventare più giusto, equo e sostenibile». Più in concreto, nel dossier «Cina», ad esempio, il nuovo approccio «integrato» si traduce nel 2004 nel fatto che la nostra Federazione privilegia le soluzioni negoziate «offensive» (aperture reciproche dei mercati) alla reinstaurazione di quote. Portando avanti nel contempo, d’altra parte, azioni forti per protestare contro il dumping commerciale, sociale e ambientale, la Fse ottiene dalla Commissione l’apertura di un dialogo bilaterale tripartito Tac con gli omologhi cinesi, specificamente sugli argomenti sociali; essa diventa così la prima Federazione europea a «transnazionalizzare» i diritti dell’uomo in Cina. Secondo campo di mutamento della Fse: l’appello all’attuazione di vere politiche reali – magari orizzontali, ma tenendo conto di specificità settoriali (i settori Tac contano più del 90% di Pmi) e sociali. Il «Gruppo di alto livello», creato nel marzo 2004 sotto il commissario Verheugen – e nel quale la Fse assumerà più della sua parte di lavoro – giocherà un ruolo importante a favore della riorganizzazione del settore mettendo l’accento su misure proattive come la R&S, la formazione, l’innovazione, la risposta rapida, il design, il rispetto dei diritti di proprietà intellettuale. 158


Inoltre, mentre, nel 2001, la Fse «scommette» sulle etichette socio-ambientali, Valeria introduce la nozione di «tracciabilità», sottolineando il ritardo dell’Ue rispetto alle altre regioni del mondo. Infatti i consumatori americani, canadesi, giapponesi, entrando in un qualsiasi negozio di abbigliamento sono informati della provenienza degli abiti grazie ad un marchio. Essi possono, se lo desiderano, fare i loro acquisti sulla base di criteri «sostenibili». Nell’Unione, una tale informazione è facoltativa. Terzo campo di evoluzione della Fse: il Dialogo sociale e la Responsabilità sociale delle imprese (Rsi). La negoziazione collettiva è l’essenza stessa del sindacalismo. Ben presto la Fse ha capito che la sua affermazione in quanto attore europeo passava attraverso la realizzazione di accordi a questo livello. La Federazione è quindi la prima a firmare un accordo-quadro europeo / codice di condotta relativo al rispetto delle Nfl, nel settembre 1997. Spinta dalla convinzione profonda che la negoziazione collettiva e il dialogo sociale giochino un ruolo fondamentale nel modello sociale europeo, la nostra presidentessa nel 2001 si impegna con successo a sviluppare questo dialogo. È così che nel 2003 verrà realizzata una «guida all’acquisto» congiunta al fine di promuovere l’integrazione di norme sociali/ambientali nei «mercati pubblici». Il 2004 verrà dedicato a quattro progetti pilota relativi alla Rse nel Thc. Parallelamente, la Fse rafforzerà il coordinamento europeo delle negoziazioni collettive Thc nazionali, nell’ottica della costruzione di un vero sistema europeo di relazioni industriali. Quarto campo: il piano più interno. La Fse conoscerà anche – sotto l’egida della presidentessa – delle evoluzioni profonde. C’è prima di tutto il fatto che il Comitato di direzione, attuato nel 2001, è per la prima volta paritario dal punto di vista dei generi. La Fse sviluppa in seguito una politica di uguaglianza tra uomini e donne lavorando su un doppio approccio: attività di integrazione della dimensione dei generi in maniera trasversale ma anche politiche più specifiche di uguaglianza. Altra evoluzione nel nostro lavoro sindacale dopo il 2001: la 159


nuova attenzione per i sindacalisti dei paesi del bacino mediterraneo. Gli anni novanta, ed è logico, erano stati segnati dall’allargamento ad Est. Il 1° Maggio 2004 rimane un momento storico dell’integrazione europea. Ma pienamente cosciente della posta in gioco economica e sociale legata all’attuazione di una zona paneuro-mediterranea (Pem), e della necessità di rafforzare i legami sindacali all’interno del bacino, la Fse concede, nel settembre 2002, lo status di osservatore alle federazioni sindacali del Maghreb. La zona Pem occupa più di 6 milioni di lavoratori Tac, e costituisce un’opportunità di riorganizzazione della nostra industria a fronte della concorrenza asiatica. Forte di questi risultati, Valeria sarà rieletta al Congresso di Sofia nel maggio 2005. Il mutamento continua. Spinta soprattutto dalla Fse, la Commissione presenta alla fine del 2005 una proposta di «marchio di origine obbligatorio», certo risultato di un compromesso, ma primo passo comunque verso una maggiore trasparenza nei processi produttivi. Sul piano interno, nel 20052006, viene effettuato un ampio progetto nei nuovi Stati membri e nei paesi candidati, teso a sviluppare il gender mainstreaming. L’obiettivo a medio e lungo termine è di integrare una serie di disposizioni nei contratti collettivi Tac nazionali, regionali, o di impresa, permettendo di assicurare una migliore conciliazione tra vita professionale e vita privata. Nel campo del dialogo sociale settoriale, nel 2005 verrà lanciata una «ricerca/azione» su una «migliore anticipazione dei mutamenti industriali» e le ristrutturazioni «socialmente responsabili» per arrivare ad una serie di raccomandazioni congiunte che saranno formalmente adottate, nel maggio 2008, a margine dell’assemblea generale di Euratex (datori di lavoro europei Ta). Dal 2006 al 2008, le quattro organizzazioni dei partner sociali Tac porteranno a buon fine – con il sostegno della Commissione – un progetto congiunto di «capacitybuilding» delle federazioni settoriali della filiera tessile-cuoio nei nuovi Stati membri e nei paesi candidati. Capitalizzando sull’esperienza, i partner portano avanti altri due progetti, uno nei Balcani, il secondo nella zona pan-euro160


mediterranea nel 2009. Infine, nel cuoio/conceria viene stipulato un accordo-quadro europeo nello stesso anno in materia di «reporting sociale/ambientale». Ma allo stesso tempo appaiono delle nuove priorità. La rappresentanza sindacale costituisce una vera sfida, sapendo che un po’ dappertutto nel mondo il tasso di sindacalizzazione si abbassa. Il reclutamento si situa dunque al cuore di qualunque strategia per il futuro. Vari progetti specifici lanciati dalla Fse in questo quadro hanno iniziato da allora a produrre risultati molto concreti (Turchia, 2005-2009 con le quattro organizzazioni affiliate; Balcani 2007-2009…) per pervenire a risultati tangibili e promettenti in termini di rafforzamento del sindacalismo, soprattutto davanti alla potenza sempre maggiore dei fondi di investimento. La Fse partecipa attivamente, in quanto tale – sotto la bandiera della Federazione europea – alle «euro-manifestazioni» della Confederazione europea dei sindacati – e in particolare quelle a favore dell’inclusione della Carta sociale nella Costituzione europea, o per maggiori posti di lavoro davanti alla crisi – volendo sottolineare così l’europeizzazione del movimento sindacale. Infine, cinque elementi tra gli altri – la globalizzazione, la finanziarizzazione, la disindustrializzazione, la crisi ed il raggruppamento degli affiliati nazionali – richiedono un’ultima priorità: la cooperazione intensificata tra le federazioni sindacali europee dell’industria. In effetti costruire strumenti di azione sindacale sovranazionale forti, per poter intervenire in modo più efficace su problematiche che ancora ieri avevano solo una dimensione nazionale, diventa una necessità. Creare una nuova federazione unita costituirà l’opportunità di mettere insieme e consolidare le capacità e le risorse. È questo il senso della dichiarazione che i presidenti ed i segretari generali delle Fem-Emcef-Fse/Thc (Federazione dei meccanici, chimici, tessili europee) hanno adottato a Berlino il 25 marzo 2010, un processo del quale la Fse è il motore. Se nel 2010 non possiamo che rallegrarci di aver visto diminuire il lavoro minorile dappertutto nel mondo, bisogna tuttavia 161


constatare che, in mancanza di «regole del gioco sostenibili globali», le diseguaglianze continuano ad aumentare. In molte parti del mondo le Norme fondamentali del lavoro (Nfl) dell’Oil vengono violate mentre ogni anno sono assassinati centinaia di sindacalisti. Più vicino a noi si pone, nella Ue, il delicato problema della crisi finanziaria ed economica, con settori Tac che registrano gravi conseguenze sull’occupazione. Senza parlare del cambiamento climatico e della «giusta transizione», un’altra sfida. Ma bisogna difendere instancabilmente i nostri valori fondamentali – solidarietà, uguaglianza, giustizia sociale, progresso condiviso – in un mondo in cui l’«individualismo» è diventato un valore emblematico. Questa breve retrospettiva degli anni 2001-2010 illustra l’impulso che Valeria ha dato alla Fse:Thc, proseguendo così la trasformazione della nostra Federazione, da struttura lobbystica – rappresentante gli interessi dei lavoratori Tac presso le istituzioni europee – a vera organizzazione sindacale con un peso maggiore sul processo decisionale europeo. Valeria ha condotto questa battaglia con la sua convinzione sindacale. Ed è con molta riconoscenza che, rendendo omaggio al suo lavoro e al suo profondo impegno europeo, le abbiamo chiesto, per la terza volta, di essere di nuovo eletta presidente della Federazione sindacale europea Fse al congresso che si tiene a fine maggio 2010 a Firenze.

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Ringraziamenti

Grazie, grazie e‌ ancora grazie a quel drappello di eroi: Rosalba Cicero, Fulvio Ciucciarelli, Gianpiero Ciambotti, Marvi Massazza Gal, Giampaolo Mati, Cristina Settimelli, Clemente Tartaglione, intelligenti e instancabili, che mi hanno aiutato e sopportato per dieci anni e che hanno condiviso con me gioie e qualche amarezza. Senza di loro la Filtea Cgil non sarebbe stata un sindacato stimato e rispettato in Italia e in Europa. Valeria Fedeli


Finito di stampare nel mese di maggio 2010 dalla Tipografia O.GRA.RO. Vicolo dei Tabacchi 1 – Roma

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Il futuro è di tutti, ma è uno solo  

Valeria Fedeli. Con la collaborazione di Paolo Guarino

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