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INDICE INtroduzione

Ausonia’s

Compagni per caso

Recensione

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di Renato Genovese

serious toyz

di Luca Baboni

Ausonia è uno stupido!

La realtà che ti invecchia

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di Mauro Bruni

di Ausonia

Interni Immaginari

Recensione

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di Matteo Benedetti e Roberto Irace

di Ettore Gabrielli

pinocchio

Interni

Recensione

Recensione

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di Ettore Gabrielli

di Luigi Siviero

La storia di Collodi

La copertina di Interni

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di Ausonia

Morbido tagliente/Pungente morbido

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di Ausonia

di Matteo Benedetti

Recensione

24

di Massimo Galletti

Evoluzione della specie

26

di Simone Celli

beauty

industries

Recensioni

37

di Michele Ginevra

disegnini

Recensione

23

maestro

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p-hpc

di Luigi Siviero

di Lorenzo Pellegrini, Simone Celli

66

di Ausonia

Urania

74

di Ausonia

Un

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epix

libro da costruire

di Luigi Siviero

bibliografia

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a cura di Mr Alabama


Compagni per caso

di Renato Genovese - Direttore Lucca Comics & Games Si può conoscere una persona dopo solo quattro giorni di frequentazione? No. Francoforte, Mosca e Vienna, dove essa (persona) si immolava – apparentemente capace di intendere e di volere - negli allucinanti autodafé per fumatori!? No. Assolutamente. Ma nemmeno se da questa persona ti sei fatto fare le foto davanti al Cremlino visto da lontano perché c’erano le celebrazioni per la vittoria nella Grande Guerra Patriottica del 1941-45 e di calpestare il patrio suolo della Piazza Rossa nemmeno a parlarne? Ma nemmeno se con essa (persona) ci hai parlato in piena full immersion e non pareva che fossero sempre banali conversazioni sul tempo o le tigri degli Urali? Ma nemmeno se sei rimasto ad ascoltarlo, rapito e stupidamente orgoglioso come se fosse figlio tuo, mentre raccontava il suo lavoro con parole concrete e sommesse e l’aiuto di un DVD ad una platea di giovani russi ammirati nel salone del festival Kommissia? No. Ho detto no e basta! Vabbé. Peccato. Pensavo di aver capito qualcosa di Francesco Ciampi e di potervene raccontare un pezzetto. Ma non del suo talento indiscutibile e di come riesce a trasfondere nei suoi lavori la sua anima di artista in incontrollabile e perenne evoluzione senza compromessi né condizionamenti, che nessuno mai potrà irreggimentare in schemi o definizioni dettate a priori. Né di quella sensibilità a volte aspra e inquieta ma profondissima che si intuisce, si vede, si tocca, si annusa e a volte si assapora tra lingua e palato nello sfogliare i suoi libri o nell’ammirare le sue foto. Io avrei solo voluto rivelarvi che Francesco non è solo quel polemico combattente senza peli sulla lingua, protagonista di accalorati e radicali prese di posizione sui campi di battaglia virtuali dei blog o nelle trincee a volte inespugnabili dei forum, ma è anche – e soprattutto – una persona aperta totalmente verso il mondo, verso l’arte, verso la cultura, verso la vita. Un uomo con le sue idee chiare (anzi chiarissime), dotato anche di una grandissima carica umana, con un sorriso disarmante e limpido, che è lo specchio fedele di quello che si porta dentro. Peccato che tutto questo non ve lo possa dire: non lo conosco.

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www.lucca2010.luccacomicsandgames.com

Ma anche se la suddetta frequentazione è stata intensa, cioè colazione-pranzo-cena, viaggi aerei, soste lunghe negli aeroporti di


ausonia è uno stupido!

di Mauro Bruni - Responsabile mostre espositive Lucca Comics & Games Ausonia: dietro questo nom de plume si cela uno dei talenti artistici più veri e genuini dell’editoria italiana: sceneggiatore, disegnatore, illustratore, pittore, fotografo e chissà cos’altro. Ausonia disegna, realizzando matite espressive e potenti. Ausonia dipinge con ogni tipo di materiale e su ogni tipo di superficie. Ausonia colora anche in digitale, con una precisione e una delicatezza riservata solo ai grandi Artisti. Ausonia scrive: le sue sceneggiature sono poetiche, disturbanti, surreali, mai banali o scontate. Ausonia filma e fotografa tutto e tutti. Ausonia ha assimilato ogni tipo di medium e lo rimette in gioco riveduto e corretto dalla sua sensibilità. Ausonia parla di ogni prossimo progetto con entusiasmo; gli occhi trasmettono una limpida convinzione nei propri mezzi e nelle proprie idee. Ausonia è commercialmente stupido; ogni volta che realizza un successo, commerciale e di critica, cambia stile e personaggio. Il peggior incubo di ogni Editore. Ausonia è un Autore, ma Ausonia è soprattutto Francesco Ciampi. Una persona, una bella persona, interessante, arguta e intelligente. Se avete l’occasione scambiate due parole con Francesco, sicuramente non sarà una conversazione banale.

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INTerni IMMAGINARI

di Matteo Benedetti e Roberto Irace -Curatori della mostra espositiva Ausonia è la ricerca continua. Ausonia è la sperimentazione continua nell’ambito della comunicazione visiva. Ausonia è un artista e un caleidoscopio di idee. Nella personale antologica che Lucca Comics & Games dedica all’opera dell’autore fiorentino, si riuniscono tutte le strade battute dalla sua arte. Arte che vanta opere da Pinocchio, rilettura a “tinte forti” di un classico della letteratura dove il fumetto la fa da padrone, a P-HPC dove l’illustrazione trova una naturale commistione con la fotografia per un prodotto innovativo, passando per Serious Toyz, carrellata di mostriciattoli pop e riflesso di una società cruda completamente allo sbando, e Beauty Industries, divertissement onirico. Conclusione ideale di questo percorso è poi Interni, saga autoprodotta che termina in concomitanza con il Festival grazie all’uscita del terzo e ultimo volume: una storia nella storia, un racconto sull’Arte e il viver l’Arte, un dialogo continuo tra autore e creatura dove i confini tra prodotto immaginario e realtà tangibile sono estremamente labili, al punto che l’autore stesso è portato a distruggere la sua creatura. E questo avviene sia nella finzione che nella realtà.

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pinocchio storia di un bambino Ettore Gabrielli su Lo Spazio Bianco

“...e se la fiaba del burattino bugiardo fosse essa stessa una bugia? Rileggendola al contrario se ne ricava un messaggio che spinge alla rivolta.” Così commenta Ausonia, in quarta di copertina del suo ultimo lavoro. Punto di partenza è il celeberrimo romanzo per ragazzi di Carlo Collodi, fiaba famosa in tutto il mondo e ancora oggi oggetto di recite, spettacoli teatrali, prodotti cinematografici e televisivi, modi di dire; Ausonia prende il canovaccio originale e lo ribalta, nelle premesse e nei significati. Pinocchio è un

bugiardo per antonomasia, ma anzi l’unico che sembra dire sempre la verità tra una folla di consapevoli e fieri bugiardi. Sono due variazioni apparentemente minime, operazione che ormai rappresenta un elemento classico della narrativa moderna, ovvero reinterpretare i classici o la storia modificandone alcuni elementi, principali o secondari che siano. Il significato che assume la favola alla luce di questi cambiamenti diventa totalmente differente da quello originario, assolutamente spiazzante, spietatamente attuale e cinico. Le metafore che ne nascono sono completamente diverse, la morale tipicamente favolesca viene distorta e ritorta fino a diventare grottesca eppure concreta e lampante. In un mondo popolato di burattini, la bugia sembra la principale via di fuga dalla presa di coscienza delle proprie responsabilità, la chiave per giustificare i peggiori vizi e le peggiori colpe, per dipingersi una favola bellissima dove in realtà c’è guerra e ingiustizia. In questo contesto, la verità diventa un reato, diventa inutile e dannosa; non solo, diventa qualcosa di cui vergognarsi, una stupida perdita di tempo. Tanto da essere processata, condannata, vilipesa e insultata. Il racconto si sviluppa come un lungo interrogatorio; Pinocchio, colpevole contro ogni possibile discolpa, racconta la sua triste vita davanti a un implacabile giudice senza avere la possibilità di comprendere perché la sua innocenza sia reato. Un processo che diventa parodia della giustizia, atto d’accusa contro la burocrazia, il cavillame e la corruzione che hanno fatto perdere la fiducia verso chi dovrebbe creare e verso chi dovrebbe applicare la legge. “Il fatto che dica la verità, non significa che abbia ragione! [...] Io ho bisogno di prove... Non di verità.” Il racconto della vita di Pinocchio è pregno di violenza, esposta tanto sommessamente, senza sottolineature particolarmente esplicite, quanto in maniera gelida e terribile. La creatura di carne ha conosciuto solo le percosse del padre, i raggiri del gatto e della volpe e soprattutto, ancora più vili e agghiaccianti, le prevaricazioni e gli abusi degli altri burattini, a cominciare da Mangiafuoco che per 5 monete approfitta di lui, fino ai compagni di cella in carcere. È una violenza mai mostrata esplicitamente, ma commentata in maniera rassegnata, triste ma quasi colpevole da parte di Pinocchio. La reazione di chi sembra non aver subito altro che soprusi nella vita, tanto da sentirli ormai come quasi normali; Pinocchio per primo si sente sbagliato, più ancora dei comportamenti altrui. È un aspetto marginale dell’opera, eppure tratteggiato ottimamente, che contribuisce a un generico senso di straniamento e di orrore. “...in pochi giorni di vita ho conosciuto le percosse, lo stupro... e sono stato derubato. È molto per un bambino... mi creda.” Solo l’incontro con Lucignolo dona al povero Pinocchio una pausa di felicità e spensieratezza. Il periodo trascorso nel Paese dei Balocchi, là dove i giovani burattini “non ancora corrotti dall’esistenza” vivono senza le costrizioni e le meschinità del mondo adulto. 9

www.ausonia-pinocchio.com

burattino di carne (carne da macello, che fa i vermi, che invecchia, ingrassa e diventa molle e disgustosa) creato dal macellaio Geppetto, in un mondo fatto di uomini di legno e viti (legno che si fa riparare se si deteriora, legno come apparenza). Pinocchio non è il


Se il messaggio sembra all’apparenza dei più classici, ovvero la gioventù come innocenza (o, dal punto di vista dei burattini adulti, come incoscienza), è anche velato di amarezza perché la “corruzione dell’esistenza” sembra un fatto certo e innegabile con la crescita. Anche perché, perfino in quel posto tanto lontano dalla falsità, tutti rimangono burattini. Basta poco, basta aguzzare la vista, per vedere tutti i fili che legano ogni persona, fin da giovanissima, a un grande burattinaio nascosto in alto nel cielo. Un burattinaio cui il lettore può dare migliaia di nomi diversi a seconda dell’occasione, ma che sempre tiene quei fili da cui è tanto doloroso staccarsi, quei fili che sono sì costrizione ma anche rassicurante sicurezza. “Quei fili... Pinocchio, ma dove vanno a finire? Tu lo sai?” “No... Non lo so.” Il tema centrale del racconto resta la guerra, fisica e non solo immaginaria, tra chi difende la falsità e il conformismo come ragione di vita e chi invece coltiva la verità. Una guerra che si presenta crudele quanto tenuta ai margini del sentito, quasi nascosta lontano dagli occhi di chi, perso tra tante bugie, non sa più cosa farsene del mondo reale. Ma chi difende il valore della sincerità, del vero? Sono i grilli, i grilli che si insediano nelle bocche dei burattini e li rendono sinceri, portandoli verso una guerra fratricida. Ecco ancora che il ribaltamento della prospettiva colpisce il lettore: la condizione naturale per queste persone, fatte sì di legno ma molto, molto simili a noi, è la menzogna. La verità è una condizione esterna, quasi aliena, che sembra arrivare a disturbare la quiete della società e il buon vivere della gente “normale”. Una delle scene più significative in questo senso è il dialogo tra Pinocchio e un burattino diviso in due parti perfettamente simmetriche da una bomba; una metà ha dentro sé un grillo, l’altra no, e tra loro litigano sulla versione da dare dei fatti, in continua contrapposizione, verità contro falsità, fino a renderle entrambe così labili da non distinguerle più. Il pensiero non può che andare alla politica, dove si può assistere al distorcimento della realtà elevato quasi ad arte; ma anche nella società comune, dove regna l’ipocrisia o il conformismo a tutti i costi, si può assistere a quanto sia semplice alterare la verità fino a renderla confusa. Quando la verità deve difendersi da ciò che vero non è, continuamente, rischia di perdere forza e valore, riducendo la sua affermazione a uno scontro dialettico surreale e screditante. “Qualsiasi assurdità può essere giustificata! Con l’ingegno e la menzogna!” Se la favola originaria di Collodi terminava con la classica morale educativa, con il messaggio indirizzato ai bambini che non obbediscono ai genitori, la versione di Ausonia ribalta anche il concetto di morale stessa. Perché il finale, in cui gli aguzzini di Pinocchio lo dissezionano per trovare la causa del suo “male”, è amaro non meno del resto del volume. Pinocchio è un perdente, la sua condizione è quella di chi ha cercato di vivere nella verità e per questo ha ricevuto solamente insulti, violenza, infelicità. “So solo che è difficile... Provare ad essere libero. È stata un’avventura spaventosa.” Il tratto esibito da Ausonia è assolutamente funzionale al racconto. Figure malsane, bizzarre, corrotte anche visivamente, burattini dagli sguardi ottusi e impietosi, colori cupi e opprimenti. La massa di carne di Pinocchio si fa molliccia e grassa, il suo naso di carne si allunga in tanti filamenti di interiora. Il montaggio è abile, coinvolgente, le inquadrature guidano il senso di lettura in maniera non banale ma senza mai perdersi nell’esercizio di stile fine a sé stesso; il capitolo finale, in cui si mescolano la vivisezione di Pinocchio con i suoi ricordi e il suo inconscio, è riuscitissimo, disturbante, malinconico. Quello di Ausonia è un fumetto che non esiterei a definire politico nel senso più ampio del termine. La critica alla società, per quanto già sentita e già affrontata in tanti ambiti, è resa con arguzia e intelligenza. Il racconto non assume mai il senso di una volontà moralizzatrice, è piuttosto una critica sottilmente feroce, capace di passare quasi in sordina per riaffiorare a lettura ultimata, costringendo a rileggere e ad affrontare nuovamente la storia per coglierne il quadro generale, le implicazioni più evidenti e quelle sottintese. Dopo anni di lontananza, il ritorno di Ausonia è una sorpresa di quelle che lasciano il segno, una voce originale e acuta da non lasciarsi scappare. 10


Statuetta in DAS bianco, realizzata per l’elaborazione digitale della copertina. Altezza 32,5 cm, 2005

Ausonia in un’intervista rilasciata all’amica Gea

inquadrature guidano il senso di lettura in maniera non banale ma senza mai perdersi nell’esercizio di stile fine a se’ stesso; il capitolo finale, in cui si mescola la vivisezione di Pinocchio con i suoi ricordi e il suo inconscio, è riuscitissimo, disturbante, malinconico.

la storia di collodi

“L’idea forse è nata quand’ero piccolo. Era il 1979, mia madre mi forzava ogni mattina, prima di andare a scuola, a leggere qualche pagina di una vecchia edizione di Pinocchio (Adriano Salani, 1946) illustrata benissimo da F. Faorzi. Il punto è che a sei anni tutto ciò che provi a leggere... lo detesti. Fai fatica, è difficile. Così ancor prima di capire di cosa stia parlando il libro che hai tra le mani, sai già che lo odi. Che lo odi profondamente. Andavo a scuola e ogni mattina dicevo a qualcuno “Pinocchio è una merda”. E per anni (una ventina) ho ripetuto “Pinocchio di Collodi? È una merda”. 11

Vittorio Pavesio Productions


Nel 1999 qualcuno mi disse che mi sbagliavo e di grosso, e che Collodi aveva scritto qualcosa di davvero interessante. Decisi di comprarne un’edizione economica, Giunti, mi pare... con le bellissime illustrazioni di C. Chiostri incise su legno da A. Bongini. Lo lessi in un giorno. Più lo leggevo, più mi sembrava incredibile scoprire come Pinocchio fosse un libro pericolosamente sovversivo che spingeva all’omologazione e alla perdita dell’individualità e che obbligava i figli a riconoscere i padri come padroni a cui sacrificare le loro vite e le loro aspirazioni. Passarono ancora degli anni. I motivi per cui continuavo a parlare male di quel libro erano cambiati, ma continuavo a parlarne male. Avevo letto ancora una volta Pinocchio

Pagine di storyboard, formato 21 x 29,7 cm, 2005

e, nonostante le mie opinioni a riguardo, notai che conteneva non poche suggestioni visive... cominciai a riconoscere che Collodi era, comunque, riuscito a creare un’ambientazione straordinaria e che i suoi personaggi, appena nati dalla sua penna, erano già dei classici: Mangiafuoco, il gatto e la volpe... credo ne fosse consapevole lui stesso. Nel momento in cui Pinocchio entra nel “teatro dei burattini”, infatti, le maschere classiche come Pulcinella e Arlecchino lo riconoscono subito, urlano: “È il nostro fratello Pinocchio!”, come se fosse già uno di loro. Un classico, appunto. E in quel caso ho trovato Collodi davvero moderno, presuntuosamente pop. Grandioso. Ma in quell’ultima lettura del libro 12


cominciai ad individuare cose, nel testo, quantomeno contraddittorie. La prima fu proprio il nome che Geppetto mette al suo bambino. Pinocchio. Se io fossi un povero vecchio solo, desideroso di avere un figlio... e me ne costruissi uno... beh, lo chiamerei Mario, davvero. O Felice. Giorgio. Francesco. Insomma, gli darei il nome di un essere umano. Perché desidero che diventi di carne. Reale. Vivo. “Occhio di Pino” è il nome di un bimbo di legno impossibilitato a crescere. È il nome giusto per una marionetta. E quando Geppetto spiega le origini di quel nome, lo fa così: “Lo voglio chiamar Pinocchio. Questo nome gli porterà fortuna. Ho conosciuto una famiglia intera di Pinocchi: Pinocchio il padre, Pinocchia la madre e Pinocchi i ragazzi, e tutti se la passavano bene. Il più ricco di loro chiedeva l’elemosina”. Ora, i nomi propri sono degli auspici, dei portafortuna che i genitori regalano ai figli... esiste il nome Gioia, non Tristezza. Speranza, non Vanasperanza. Esiste Vittorio, non Sconfitto. Franco, non Subdolo... certo, Geppetto sembra un uomo di spirito, ma il suo amore per quel bambino è troppo profondo per dargli un nome che lo inchiodi per sempre al legno e alla sua non umanità. Stranissimo. Collodi, parlandoci della trasformazione di un monello in bambino perbene, ci parla di un contesto sociale degradato e violento. E lo fa con toni davvero splatter, a volte. Scene che la Disney non ha potuto che censurare nella sua bigotta versione cinematografica. Come quella in cui i due assassini (il gatto e la volpe) cercano di derubare il burattino:

Pagina di storyboard, formato 21 x 29,7 cm, 2005

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“Allora l’assassino più piccolo di statura, cavato fuori un coltellaccio provò a conficcarglielo, a guisa di leva e di scalpello, fra le labbra: ma Pinocchio gli azzannò la mano con i denti, e dopo avergliela con un morso staccata di netto, la sputò”. Pinocchio è una vittima del mondo in cui vive. Questo capivo della fiaba di Collodi. Pinocchio è un’Arancia meccanica ante litteram. Ecco perché Geppetto gli da quel nome, perché niente potrà mai salvare quel bambino dal suo destino di schiavo, appeso per i fili. In quel periodo, era il 2005, Gipi stava girando I cento Pinocchi, un medio metraggio su una famiglia di burattini che costruiva burattini... mi chiamò una volta, per avere un parere tecnico su dei nasi in lattice da applicare agli attori, e ebbi modo di parlargli di un’idea che avevo avuto su una possibile rilettura della fiaba di Pinocchio... e mi venne fuori per la prima volta, così, di getto. E ci sembrò buona. Mi pare. Fu da quel momento che cominciai a prendere appunti e a volerne fare un libro a fumetti. L’idea era semplice ma efficace, usare il libro di Pinocchio come fonte principale e ricavarne una sceneggiatura al contrario. Così immaginai un mondo popolato da burattini, in cui ce n’era uno, Geppetto, il macellaio, che trovando un pezzo di carne parlante decide di farne un bambino, che dovrà essere così ubbidiente da sembrare un burattino. Eccola l’idea. E mai come in questo caso la fiaba di Pinocchio mi è

Pagina di storyboard, formato 21 x 29,7 cm, 2005

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sembrata piÚ coerente e vera. Non dovevo quasi inventare nulla, era già tutto scritto, ma era tutto sbagliato e dovevo correggerlo e metterlo a posto. Facile.�

Pagine di storyboard, formato 21 x 29,7 cm, 2005

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MORBIDO Tagliente pungente morbido Ausonia

“C’erano delle macchie scure tutte intorno. E al centro qualcosa di meraviglioso che sentivo di dover estrarre e poi osservare. Più o meno la sensazione è questa, ogni volta che capisco che sta per venirmi fuori un’idea per una storia. Ma all’inizio non puoi metterti lì e capire

China e matita bianca su cartoncino colorato, formato 32,5 x 46 cm, 2006

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cosa sia. Cosa c’è al centro di quella nebulosa scura. Non puoi disegnarlo… se non disegni prima la nebulosa stessa. Così cominci a fare cose con una penna, perché quello che hai non è neanche un’idea. È un po’ come i disegnini geometrici che faccio quando sono al telefono. Traduco le parole della conversazione in segni. La mano apparentemente segue solo quei suoni e non il loro significato. Ho rubriche piene di scarabocchi. Scarabocchi magici, che a riguardarli bene ti torna in mente ogni singola frase della telefonata.

China e matita bianca su cartoncino colorato, formato 32,5 x 46 cm, 2006

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Associavo il suono della parola burattino al suono della parola burro. Morbido. E a quello della parola pattino. Il pattino che scivola e incide il ghiaccio. Tagliente. disegnavo cerchi morbidi che finivano per avere un angolo su un lato. E quella, a mia insaputa, sarebbe stata la forma geometrica che avrebbe caratterizzato l’aspetto dei burattini che avrebbero popolato la mia storia. Personaggi morbidotaglienti. Degli ossimori deambulanti e parlanti. E soprattutto bugiardi. Ma niente di

China e matita bianca su cartoncino colorato, formato 32,5 x 46 cm, 2006

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Interni immaginari - Ausonia  

Catalogo della mostra personale di Ausonia tenutasi a Lucca durante Lucca Comics and Games 2010

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