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FEBBRAIO 2012- 4.50 Euro EDIZIONE ITALIANA

1 La primavera Araba continua, Un unico candidato in gara. Un solo voto per garantirsi la vittoria.

MOONLIGHT YEMEN

STOP WAR Continua la repressione. A Daraya almeno dodici persone sono state uccise.

La tragedia del Giglio

LA FACCIA DELLA VERITA'

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EDITORIALE Head up Racconta storie di persone, di guerra, di pace, di odio e amore, di storie strappalacrime, drammatiche, tristi e verità scottanti del mondo che ci circonda. Facciamo tutto ciò attraverso parole forti, coinvolgenti ed accttivanti che si combinano in una frenesia edonistica con immagini stupefacenti. Selezioniamo articoli coinvolgenti, interessanti, proponiamo temi a volte dimenticati, lasciati nell’oblio dei problemi per darvi un quadro completo della situazione. Offriamo spunti per riflettere sulla complessità del mondo per chi nella società è sempre più affamato di notizie. Il primo numero di Head up mostra situazioni drammatiche, toccanti, profonde, situazioni di guerra, di problemi, di lotte, di indipendenza, di naufragi, di tutto ciò che si vorrebbe allontanare dalla vita di tutti i giorni.Noi però abbandoniamo i paroloni di guerra e delle politiche, entriamo nel

vivo della situazione usando un linguaggio semplice, comprensibile perhè il nostro è un racconto da comprendere. Comunicare attraverso immagini è il nostro obiettivo per rendere tutto più chiaro. Tristi verità di questo mese, che abbracciano (se così si può dire) l’Est e l’Ovest del mondo, dalla Siria alla Francia. Se fosse possibile fare un bilancio della situazione potremmo dire che il clima che stiamo vivendo non è dei migliori: tutto è dominato da questa voglia di cambiare e di rinnovarsi, ma la storia non finisce con una “libertà spensierata”. Crimini e tragedie fanno da contorno. Sperando di potervi raccontare felicità e allegria nei mesi successivi vi invitiamo alla lettura.

Head up


Enrico Mentana

STORY TELLER

NON SOLO PAROLE POvid ut faccus que diam, consequid quasi sit plia nam, sequi occae. Pudaes eatibus qui debitio nsequo occusan debitiu ntorpos as remoditas volorro doloreptatem eos exceari sum adia quam, volores am, es vendit alibus et occus, quibuscim qui alique corent atur? Fugiam idebite neceritae et pel maximuscium erspeli quodist es excest ut et quam facium soluptati quia experector molorem aut eumquatiamus qui to Ducium facipsa ndebiti oresto explati onsecernam dot harum ium vera nonet, sequae velendi neserspidel int accupidus eossuntur, audigenet atibearum ea conet aute la pro volent. Ximiliquam et el et quia simagnimaxim ut offici tes eseditat. Quia etur? Aribus explace pratium voluptu scidis dolore volorum quo cus prepudia iusanda eperestrum quod ut volorrum, suntibus. Tem quamust, expe perios nes ex et et lab iduciuntor sequiaerae magnimporit, quam

dendiam cus, sustem quunt as modio odi con excerest, qui aut aut quas niet ipsae di nus si occuscienim nihic to exerum ium quam volupie nditati busamenihit la incipis aliquia que pa in porrum enest occate omnimpo restendi Tem faccus, temoles remporpori identiis imporeped molor sit fuga. Ut aut explia ditibea doluptat et volorest elendandis etur, te sitem inte es ab invelis truptaturem simus, iusaeca ectur, am reperrorent officium et ex eaquissequi derio. Et esed qui rem vellige nderchic tem lam iumquam Aliquiam hil il esti re nimus, vel invenimus dolestrum repta prore idem fugiatur re intiissunt lacim fugitatur? Agnatur arum simet porem esti quis ellam idunt officipis et audanis nusciatur, volupta dolorione poresto tatur? Qui nosanihil incia parum voluptas verovid utet odit pedipsa perovitas dit fugiam, vendebi scimusandi que sectota delest, sum idis untioria quistrum invel ilibus simposam, num ut

Enrico Mentana

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febbraio 2012

inside

corteo funebre di un uomoSiriano

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moonlight yemen

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stop war

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crisi europa

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La primavera araba

massacro in Siria

la faccia della verita’ la sciagura del giglio

adieu president le elezioni francesi

catastrofe economica

disoccupazione

giovani a rischio

padre e figlio nel quartiere distrutto


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febbraio 2012

rubriche Your Date; Appunti del mese

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do you know

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close up

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migranti nel mondo

scatti del mese

your date

appuntamenti del mese

recensioni

miglior disco del mese

crisi europa catastrofe economica

Close up; Scatti del Mese

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MOONLIGHT YEME La primavera Araba PHOTO: Lorenzo Meloni ARTICOLO: Michele Esposito

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EN UN UNICO CANDIDATO IN GARA. UN SOLO VOTO PER GARANTIRSI LA VITTORIA. Basterebbero questi due dati per smascherare i paradossi quasi farseschi delle elezioni presidenziali in programma martedì 21 febbraio nello Yemen. A ciò, si aggiunga che l’unico concorrente in corsa è l’attuale vicepresidente Abd Rabbo Mansour Hadi, ex braccio destro del padre-padrone del Paese sin dal 1990, Ali Abdullah Saleh, deposto a novembre dopo mesi di proteste e massacri.

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Foto scattata durante una protesta nel febbraio 2012 tra i promontori dello Yemen.

PRIMAVERA ARABA (in arabo al-Thûrât al-ʻArabiyy) Letterallmente ribellioni arabe o rivoluzioni arabe è una serie di proteste ed agitazioni in corso nelle regioni del medio oriente e vicino oriente e del nord Africa. I paesi maggiormente coinvolti dalle sommosse sono l’Algeria, il Bahrein, l’Egitto, la Tunisia, lo Yemen, la Giordania, il Gibuti, la Libia e la Siria, mentre incidenti minori sono avvenuti in Mauritania, Arabia Saudita, Oman, Sudan, Somalia, Iraq, Marocco e Kuwait.

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onquistate con il sangue dagli oppositori della Primavera araba, le elezioni sono in realtà frutto di un accordo siglato dallo stesso Saleh con i Paesi del Golfo, su tutti la potente Arabia Saudita. Secondo l’intesa, approvata poi dal parlamento di Sanaa, al presidente e ai suoi familiari è stata garantita l’immunità giudiziaria per le violenze perpetrate contro gli oppositori, in cambio del suo addio alla massima carica del Paese. Saleh, dopo lunghi negoziati, ha accettato lo ‘scambio’, partendo per gli Usa, dove attualmente si trova per cure mediche. Così, con l’ufficializzazione della sua fuoriuscita, l’anziano presidente è destinato a diventare, dopo Ben Ali, Hosni Mubarak e Muammar Gheddafi, la quarta ‘vittima’ della Primavera araba, divampata a Sanaa e dintorni sin da marzo 2011, tra scontri, repressioni e imponenti manifestazioni. Ancora lunedì 20 febbraio a Change Square, la centrale piazza della capitale, in centinaia sono accampati per continuare le proteste, auspicando che, dal 21, i loro appelli alla dignità e alla democrazia possano finalmente avere risposta. Per loro, il voto è comunque una conquista, un primo passo verso la normalità. Così, con l’ufficializzazione della sua fuoriuscita, l’anziano presidente è destinato a diventare, dopo Ben Ali, Hosni Mubarak e Muammar Gheddafi, la quarta ‘vittima’ della Primavera araba, divampata a Sanaa e dintorni sin da marzo 2011, tra scontri, repressioni e imponenti manifestazioni. Ancora lunedì 20 febbraio a Change Square, la centrale piazza della capitale, in centinaia sono accampati per continuare le proteste, auspicando che, dal 21, i loro appelli alla dignità e alla democrazia possano finalmente avere risposta.

KARMAN LOTTA PER I DIRITTI UMANI. «Noi supporteremo questo processo, vogliamo che Saleh vada via e che la guerra civile finisca. Hadi è una brava persona», osservano i giovani della Primavera a Sanaa. E tra i sostenitori del voto c’è anche il premio Nobel per la Pace 2011 Tawakkol Karman, giovane attivista aderente al partito islamico moderato Islah e balzata alle cronache mondiali per la sua lotta non violenta per i diritti umani e civili, non solo nel suo Paese. Intervenendo il 6 febbraio scorso al Senato, a Roma, Karman aveva

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Nella foto un giovane ragazzo dello Yemen si rifugia in un’automobile durante la notte.


confermato il proprio sostegno alla transizione indicata dall’Onu e dai Paesi del Golfo. A una, fondamentale, condizione: «I giovani della rivoluzione yemenita la accetteranno solo se Hadi avvierà una transizione basata su tutela dei diritti umani, giustizia, riconciliazione ed equità», aveva evidenziato il premio Nobel.

PESANTE EREDITa' DI CORRUZIONE In effetti, permangono ancora diversi dubbi sul reale processo di riforme che il nuovo esecutivo deve guidare. La sfida che il futuro presidente ha di fronte è complessa, l’eredità di corruzione, povertà e clientelismo lasciata dal suo predecessore difficile da debellare. Il Paese è lacerato da movimenti autonomistici e inquinato dalla nutrita presenza di cellule di Al Qaeda. A Nord, i ribelli sciiti guidati dall’imam Abdel Malik al-Houthi, in passato combattuti aspramente da Saleh, hanno già assicurato di voler boicottare il voto. Mentre a Sud, in quella che fino al 1990 era la Repubblica democratica popolare dello Yemen, divisa dal Nord e di chiara impronta sovietica, cresce la sete di recessione, cavalcata da gruppi terroristici e dal movimento indipendentista di al Harak, ostile a una transizione guidata da Hadi. Non a caso, con l’avvicinarsi del fatidico giorno, sono divampate le violenze. E l’ultimo episodio è datato 20 febbraio: un attacco dinamitardo, seguito da una violenta sparatoria, che ha distrutto un seggio elettorale di Aden, causando una vittima Tuttavia, i dubbi sull’effettiva trasparenza del governo provvisorio, chiamato a un mandato biennale in cui deve approvare una nuova Costituzione e garantire elezioni multi partitiche, attraversano l’intero Paese. In tanti sono rimasti delusi dall’immunità giudiziaria garantita al presidente: manifestanti pacifici che hanno perso i propri familiari o sono rimasti irrimediabilmente feriti proprio in seguito alla repressione e che vorrebbero ora vedere il loro aguzzino degnamente

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punito sotto i loro occhi senza nessuna pietà. Ma né Saleh né i suoi familiari sono destinati a essere processati. Anzi, diversi membri del suo clan sono a capo di istituzioni chiave per la stabilità del Paese: il suo fratellastro comanda l’aeronautica militare, suo figlio la Guardia repubblicana mentre suo nipote è tra i membri più potenti della guardia presidenziale e dell’unità anti terrorismo istituita. Ancora nelle settimane scorse, migliaia di militari hanno marciato verso la centrale base aerea di Sanaa chiedendo con prepotenzs la destituzione del fratello del presidente, accusato di corruzione e di scarsa fedeltà alla causa della nazione.


Sono questi, innanzitutto, i primi nodi che Hadi deve sciogliere per assicurare una certa stabilità e cominciare a guadagnarsi la fiducia di una popolazione martoriata, stanca delle bugie ascoltate nei 33 anni di presidenza del primo e unico leader dello Yemen unito. Dalla sua parte, il 67enne vicepresidente, originario del Sud del Paese, può contare in parlamento sull’appoggio del suo partito (che ha la maggioranza), il Congresso generale del popolo, nonché di quello degli islamici moderati e dei socialisti. La via alla sua nomina, non presenta alcun ostacolo e non è peraltro soggetta ad alcun quorum.Solo i

prossimi mesi possono dire se Hadi sia davvero l’uomo giusto per la costruzione di uno Yemen democratico. Saleh non si ritirerà dalla scena politica, essendo destinato, a guidare il partito del Congresso del Popolo che al momento dispone della maggioranza. In tutta la regione c’è una certa disillusione per gli esiti della primavera araba. Non c’è più l’atmosfera delle rivolte in Tunisia, Libia ed Egitto. Perciò no, non credo che la fine dell’orrore sia vicina.

Le rivoluzioni hanno portato e porteranno ancora grandi cambiamenti politici e sociali.

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Circolano ancora, e giustamente, molti dubbi sugli equilibri di Stati che dovranno ricostruire le loro istituzioni e darsi governi democratici ed efficienti, ma appare a tutti evidente che anche soltanto la possibilità di avere un futuro migliore non potesse che passare per la deposizione dei regimi del passato. Se è ragionevole supporre che, col tempo, le cose possano lentamente diventare il più possibile “normali”, c’è una questione, una delle più rilevanti nei paesi a maggioranza islamica, riguardo la quale la cosiddetta “primavera araba” non garantisce di per sé alcun avanzamento, sostiene l’Economist. L’Economist analizza come la caduta dei regimi in Egitto e Tunisia, benché provocata da rivoluzioni che hanno visto una partecipazione rilevante delle donne, potrebbe non avere significati progressisti

sul piano della discriminazione sessuale. Anzi: in alcuni casi si teme che la condizione femminile possa addirittura peggiorare . I timori derivano dal generale atteggiamento delle forze attualmente al potere, dai principali gruppi politici in corsa per le prossime elezioni, che sia in Egitto che in Tunisia sono di impronta islamica conservatrice, e da un’analisi delle trasformazioni della società irachena dopo la caduta del regime di Saddam Hussein. Se è ragionevole supporre che, col tempo, le cose possano lentamente diventare il più possibile “normali”. L’Economist analizza come la caduta dei regimi in Egitto e Tunisia, benché provocata da rivoluzioni che hanno visto una partecipazione rilevante delle donne, potrebbe non avere significati progressisti.

Nella foto di pag 43 un’immagine della vita notturna fra le strade dello Yemen. In alto bambini in una casa comune. Nelle immagini di destra la foto d Samuel Aranda è il vincitore del World Press Photo mentre sotto una famiglia.

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STOP massacro

26 Photo: Alessio Romenzi


February 14, 2012. Thousands attend the funeral in al-Qsair.

WAR in Siria

La giornata di sangue è proseguita anche in altre località del Paese. Almeno dodici persone sono state uccise a Daraya, sobborgo a sud di Damasco, durante un corteo funebre, secondo quanto riferito dai Comitati di coordinamento. Altri morti nella regione nord-occidentale di Idlib, a Hama, e in altri quartieri di Homs. In serata, a Damasco - dove è atteso il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov e il capo dell’intelligence di Mosca - ma anche ad Aleppo e Tortosa, sono scesi in strada cortei di condanna per “il massacro di Homs” e per la decisione russa e cinese di bloccare la risoluzione all’Onu.

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M

osca e Pechino hanno dato al regime di Assad una licenza di uccidere”, così i dissidenti siriani che da undici mesi stanno sfidano la violenza del Raìs sintetizzano quanto accaduto ieri al Palazzo di Vetro. Cina e Russia hanno dato il loro stop alla risoluzione, basata sulle proposte della Lega Araba, per fermare le violenze e ottenere le dimissioni di Bashar Al Assad. Mentre all’Onu si consumava l’ennesimo fallimento diplomatico di questi mesi, nella città siriana di Homs andava in scena l’episodio più cruento della rivolta, partita sull’onda della primavera araba alla fine del febbraio scorso. C’è chi parla di duecento, chi di trecento persone massacrate sotto una pioggia di bomba nei quartieri indomabili della città che l’esercito non riesce a tenere a bada. Notizie che non è possibile verificare in via indipendente, a causa della rigida censura.

la richiesta di democrazia, Dopo quarant’anni di regime, si mescola alle istanze religiose dei sunniti, maggioranza della popolazione ma di fatto esclusi dal potere. Un Paese che rappresenta un tassello chiave degli equilibri politici in Medio Oriente, uno dei pochi alleati nell’area rimasti alla Russia che nel Paese ha una sua base navale. Uno stallo diplomatico che non sembra potersi sbloccare mentre la rivolta siriana assume sempre più i contorni di una guerra civile. La giornata di sangue è proseguita anche in altre località del Paese. Almeno dodici persone sono state uccise a Daraya, sobborgo a sud di Damasco, durante un corteo funebre, secondo quanto riferito dai Comitati di coordinamento. Altri morti nella regione nord-occidentale di Idlib, a

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Hama, e in altri quartieri di Homs. In serata, a Damasco - dove è atteso il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov e il capo dell’intelligence di Mosca - ma anche ad Aleppo e Tortosa, sono scesi in strada cortei di condanna per “il massacro di Homs” e per la decisione russa e cinese di bloccare la risoluzione all’Onu.

Midan, cuore della rivolta A Midan sono state bruciate bandiere russe, cinesi, iraniane e del movimento sciita libanese Hezbollah alleato di Siria e Iran. E in molte capitali arabe ed europee seguaci dell’opposizione hanno assaltato le ambasciate siriane, in alcuni casi penetrando all’interno dei compound, danneggiandone gli arredi e innalzando al posto dell’attuale bandiera il “tricolore siriano dell’indipendenza”. Per raccontare cosa sta succedendo in Siria si comincia, come al solito, dai bollettini di guerra. Fermo restando che le truppe di Assad stanno compiendo una spietata repressione, è stato appurato che anche tra i presunti “ribelli” vi sono elementi pronti a tutto tra cui estremisti islamici e infiltrati di Al Qaeda. Ora però le forze armate di Assad hanno cominciato a fare sul serio e hanno lanciato una imponente offensiva via terra contro le piazzaforti dei disertori con il chiaro intento di porre fine, manu militari, alla situazione di incertezza e instabilità. L’esercito di Damasco, stando alle ultime ricostruzioni, avrebbe alle prime luci dell’alba cominciato ad assediare Palmira, la vecchia e straordinaria città di origine romana nota per le sue meraviglie archeologiche e che l’Unesco ha nominato Patrimonio dell’Umanità. L’assedio sarebbe cominciato il 4 febbraio, ma sarebbe entrato nel vivo solo questa mattina, con i soldati di Assad che avrebbero circondato la città. ”Palmira è circondata da tutti i fronti: la cittadella araba, i boschetti di ulivi e i palmizi, il deserto, la città stessa”, ha detto telefonicamente un residente ai giornalisti. Ora le truppe siriane si sarebbero accampate nella cittadella che domina le rovine romane e da lì starebbero lanciando offensive contro la città.


Una donna siriana getta in aria pezzi di carta colorata verso la tomba di un membro della Free Syrian Army.

LA PIOGGIA DI SANGUE

Il “corteo” funebre di un uomo del Paese.

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Sono queste le parole di alcuni residenti. Secondo altre fonti invece molti residenti sarebbero già riusciti a mettersi in salvo con la fuga. Sarebbero centinaia i giovani che starebbero ancora cercando di lasciare la città temendo l’arresto. Assad avrebbe fatto schierare anche i carri armati all’ingresso della città, fin a questo momento rimasta sullo sfondo del terribile conflitto scoppiato in Siria. Secondo alcuni il destino di Palmira sarebbe stato segnato quando a capo della sicurezza nella regione è stato sostituito un generale sunnita con uno alawita, appartenente quindi al clan di Assad. La novità delle ultime ore è che l’Europa, apparentemente cercando di aiutare il popolo siriano, ha fatto pressioni tramite il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per creare dei cosiddetti “corridoi umanitari”, un’idea sicuramente nobile ma che per molti potrebbe venire strumentalizzata per aggirare il veto opposto da Cina e Russia sulle intromissioni negli affari interni di Damasco. “L’idea di creare dei corridoi umanitari che avevo previamente proposto, permetterebbe di controllare le zone dove stanno avvenendo

”La pioggia di fuoco delle mitragliatrici colpisce tutto ciò che si muove tra le rovine.” turpi massacri, e dovrebbe essere discussa al prossimo Concilio di Sicurezza“: queste le parole del ministro degli Esteri francese Alain Juppè pronunciate la scorsa settimana. Parigi dunque vorrebbe creare un “passaggio sicuro” per le organizzazioni umanitarie, o con l’approvazione

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di Damasco, o con un mandato internazionale, che necessiterebbe comunque l’approvazione delle Nazioni Unite. Il Consiglio di Sicurezza potrebbe stabilire la creazione dei corridoi attraverso una risoluzione, stabilendo per mandato che debbano essere controllati dal governo e dall’organizzazione, ma la Russia e la Cina, entrambe potenze con potere di veto, hanno fatto sapere che non permetteranno a nessuna risoluzione che riterranno “sbilanciata” di venire approvata. Il timore fondato di Russia e Cina è, in sostanza, che le Nazioni Unite possano far passare una risoluzione che potrebbe essere utilizzata più avanti dalla Nato per ottenere il permesso di una azione militare, in modo analogo a quanto successo in Libia. Anche la stampa cinese si è occupata della questione, e infatti il più grande giornale comunista di Pechino, The People’s Daily, ha spiegato: “La Libia offre un caso di studio negativo. La Nato ha abusato in quel caso della risoluzione del Consiglio di Sicurezza per stabilire una no-fly zone, e ha poi direttamente provveduto a fornire assistenza di fuoco a una delle due parti della guerra civile“. Il conflitto siriano esce dai suoi confini e si allarga al nord del Libano. Almeno quattordici persone sono state uccise a Tripoli negli scontri tra la fazione religiosa degli alawati – pro Assad – e quella sunnita che appoggia la rivolta contro il regime. Mai così tanti morti in un solo giorno da quando oltreconfine è esplosa la guerra civile. Una cinquantina i feriti, riferiscono fonti ospedaliere. Tra le vittime una donna e il suo bambino, uccisi dall’esplosione di un razzo a Bab al-Tebanneh, distretto a maggioranza sunnita. Il premier libanese Najib Mikati si è subito recato a Tripoli per incontrare le due fazioni e ha disposto l’aumento della presenza delle forze di sicurezza. Il timore della società civile libanese – scesa in strada per chiedere la fine delle violenze – è che il Libano, per trent’anni sotto l’egemonia siriana, si riveli ancora


Uno uomo sventola la vecchia bandiera della Siria di fronte alla stazione di polizia a al-Qsair.

sensibile alle divisioni tra avversari e sostenitori. I morti si estendono anche al di fuori della Siria, l’americana Marie Colvin del Sunday Times e il francese Rèmi Ochlik, hanno perso la vita durante il bombardamento di un edificio a Homs. I due reporter, ha riferito l’attivista Omar Shaker, sono morti in seguito all’esplosione di una bomba caduta sul centro stampa allestito dai ribelli nel quartiere di Bab Amr, colpito da intensi bombardamenti da parte delle forze governative leali al governo di Assad dal 4

febbraio.Fonti anti-regime hanno dato notizia, inoltre, del ferimento di altri tre giornalisti occidentali, due uomini e una donna, sempre all’interno dello stesso edificio bersaglio dei militanti di Assad. L’organizzazione Reporters sans Frontieres ha reso note le generalità di due dei tre giornalisti feriti e in gravi condizioni. Una guerra senza confine che involontariamente, come in tutte le guerre ferisce anche chi non è combattente la disperazione di un Paese.

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corridoi umanitari Per evitare polemiche si potrebbe dunque “passare la palla” alla Lega Araba, ma in Siria diffidano di alcuni membri della Lega, vedi Qatar e Arabia Saudita, in quanto Damasco sospetta che le due monarchie sunnite stiano supportando attivamente le rivolte in Siria per rovesciare il governo di Assad. La Turchia e il Libano invece non sembrano entusiasti di aprire corridoi di aiuto attraverso il loro territorio, preferendo invece che venisse aperto un corridoio attraverso il Mediterraneo, magari supportato dalla base militare britannica di Cipro. Secondo molti però l’apertura di questi corridoi umanitari potrebbe essere un modo per infiltrare armi e agenti segreti operativi all’interno del territorio siriano in modo che possano attivamente prendere parte alla rivolta. Del resto diversi siti e quotidiani mai smentiti hanno accusato i siriani ribelli di essere stati addestrati da truppe americane e della Nato nel Sud della Turchia. A dire del traduttore dell’FBI Sibel Edmonds, che ha rilasciato alcune dichiarazioni al quotidiano turco Daily Milliyet, gli Stati Uniti sarebbero stati coinvolti nel distribuire armi attraverso il confine turco verso la base militare di Incirlik. Secondo la NBC News inoltre, gli Stati Uniti disporrebbero di un buon numero di droni che volerebbero regolarmente sopra il territorio siriano, presumibilmente per raccogliere le prove di atrocitàElistotatur, utem a quias is sequibus es saeri odi remped essitata accus es molut offictia vitas magnihicient ratem facerci dolorem idi odic te dipsapid ullor rem volent eatibus dellore verit occullaut optas qui quiberepudam ut apist quia sitatur renisqu aeritatibea il is exero cor re in possequid quo officil itatem ratem. Ita necus resequi doluptas dis veliqui dolupiti aut re dolo conempe ratibus, quis et disqui disit, ni offic tem quam evellup tatiat est es as accust, qui omnitis quia que eum, verferia iumente sollandia quatus que.

Figlie della Siria piangono per la morte del padre

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LA SCIAGURA DEL GIGLIO.

LA FACCIA

VERITA’

DELLA

"L’allarme che non arriva,

una collisione con uno scoglio definito blackout."

ARTIOLO DI ANTONELLA MOLLICA FOTO DI ALESSIO ROMENZI


’ E’ in stato di fermo Francesco Schettino, comandante della nave Costa Concordia di Meta in Penisola sorrentina, naufragata dopo aver urtato uno scoglio. “Uno sperone che non era presente sulle carte”, ha detto il comandante. Prima ai soccorritori e poi ai magistrati. Schettino, dopo gli interrogatori in procura è stato fermato. I reati contestati sono omicidio colposo plurimo, naufragio e abbandono della nave mentre c’erano ancora molti passeggeri da trarre in salvo.

Indagato anche il primo ufficiale in plancia, Ciro Ambrosio. Posta sotto sequestro la nave e la scatola nera, recuperata dai vigili del fuoco. “E’ successo che mentre camminavamo con la normale navigazione turistica ci siamo scontrati con uno spunzone di roccia che non era segnalato sulla carta, non c’era. Eravamo a 300 metri dagli scogli e quello sperone non doveva esserci. Io e l’equipaggio siamo stati gli ultimi ad abbandonare la nave”, aveva detto Schettino.

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La Capitaneria che dà il via ai soccorsi quasi 10 minuti prima che lo chiedesse la plancia del Concordia, il comandante che viene più volte chiamato al cellulare e invitato, anche con voce grossa, a tornare a bordo. Sono

alcuni capitoli delle oltre 7 ore della sciagura dell’isola del Giglio.

Intervista ad uno dei superstiti dello schianto.

Solo tredici giorni sono trascorsi dall’indimenticabile e orrobile tragedia della Costa Concordia abbiamo ricostruito, attraverso racconti ed interviste, l’ultima notte della nave. Dal momento della partenza dal porto di Civitavecchia all’inabissamento nelle acque davanti all’isola del Giglio. L’avevano chiamata «profumo di agrumi» quella crociera della nave Concordia, giovane ammiraglia della Costa. Partenza da Civitavecchia, ma la nave dei sogni arriva al capolinea sugli scogli davanti all’isola

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del Giglio, due ore e 45 minuti dopo la partenza dal porto, portandosi nei fondali un carico di 16 morti e almeno 16 dispersi. Era venerdì quando affondò il Titanic, cento anni fa, ed è venerdì 13 gennaio quando nelle acque dell’Argentario s’inabissa il gigante del mare nato sotto il segno della sfortuna. La profezia nel battesimo della nave: il 2 settembre 2005 la bottiglia di champagne lanciata contro la fiancata, rito marinaro scaramantico, rimbalzò e rimase completamente intatta.


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Nella pagina a fianco La Costa concordia la mattina seguente alla tragica notte.

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tredici giorni trascorsi dall’ orrobile tragedia della Costa Concordia abbiamo ricostruito con chiarezza, attraverso racconti ed interviste, l’ultima notte della nave.Dal momento della partenza dal porto di Civitavecchia all’inabissamento nelle acque davanti all’isola del Giglio. L’avevano chiamata «profumo di agrumi» quella crociera della nave Concordia, giovane ammiraglia della Costa. Partenza da Civitavecchia, con tappe a Savona, Marsiglia, Barcellona, Palma de Maiorca, Cagliari e Palermo. Ma la nave dei sogni arriva al capolinea sugli scogli davanti all’isola del Giglio, due ore e 45 minuti dopo la partenza dal porto, portandosi nei fondali un carico di 16 morti e almeno 16 dispersi. Era venerdì quando affondò il Titanic, cento anni fa, ed

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è venerdì 13 gennaio quando nelle acque dell’Argentario s’inabissa il gigante del mare nato sotto il segno della sfortuna. La profezia nel battesimo della nave: il 2 settembre 2005 la bottiglia di champagne lanciata contro la fiancata, rito marinaro scaramantico, rimbalzò e rimase intatta. Mentre la banda suonava, tra l’imbarazzo generale, la bottiglia venne recuperata e rotta a mano. Sei anni e quattro mesi dopo quel varo infelice il funerale della Concordia: ad accompagnarla nell’ultimo viaggio ci sono oltre 3 mila passeggeri e 1200 membri dell’equipaggio. La nave salpò da Civitavecchia con un ritardo di due ore. La difesa di Schettino parla di una possibile avaria ma uno dei membri dell’equipaggio sostiene che prima di partire fu fatto un check a tutta la strumen-


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Lo scheletro dell’imbarcazione visto dalla spiaggia.


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tazione di bordo che risultava perfettamente funzionante. Alle 21.30 il maitre del ristorante Milano, Antonio Tievoli, sale sulla plancia di comando: il comandante Francesco Schettino non c’è e l’imbarcazione procede col pilota automatico. Il racconto di Tievoli viene confermato ai magistrati anche dagli altri ufficiali che in quel momento si trovavano nella plancia di comando. Alle 21.35 arriva il comandante Schettino. Fa disattivare il pilota di comando per navigare a vista. Schettino si avvicina alla costa del Giglio per fare un inchino in omaggio a Mario Palombo, ex comandante della Costa in pensione (che quel giorno però non era al Giglio ma nella sua abitazione a Grosseto), e al maitre Antonello Tievoli, originario dell’isola.

to ricevono una telefonata di soccorso: una signora viene chiamata dalla madre che si trova a bordo della Concordia e racconta che è crollato parte del soffitto del ristorante e che è arrivato l’ordine di indossare i giubbotti di salvataggio. Alle 22,12 la capitaneria, tramite l’Ais (automatic identification system), individua la Concordia e chiama la nave per sapere se ci sono problemi. Schettino dice che c’è solo un problema di black out e che tutto si sarebbe risolto in pochi minuti. In realtà i passeggeri hanno già indossato i giubbotti salvagente.

Alle 22.34 la Concordia parla di sbandamento con il capitano Gregorio De Falco. Dagli altoparlanti si invita alla calma e si spiega che la situazione è sotto controllo, come risulta dai video diffusi dai passeggeri. Ore 21,42: la Concordia si incaglia, come risulta dal Alle 22.44 la motovedetta della Guardia di Finanza tracciato Ais della Capitaneria di Porto, a 150 metri che intercetta la comunicazione, viene dirottata in dall’isola. Un membro dell’equipaggio racconta di zona e riferisce alla Capitaneria che «la Concordia è aver sentito un tremolio: si recò in plancia a capire appoggiata sul fondo lato dritto». cosa stesse accadendo, l’atmosfera era tranquilla. Sono le 22.58 quando viene ordinato l’abbandono Alle 22 la capitaneria di porto registra «traffico maritdella nave. Schettino dirà durante l’interrogatorio In alto a sinistra foto della Costa Crociere la mattina seguente allo schianto. timo regolare». Sei minuti dopo i carabinieri di Prache non si era accorto, per un’errata percezione del In ordine seguono la vista della nave che sprofonda nel mare e l’immagine della barca vista dal Capitano della Polizia

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tempo, che dall’emergenza alla tragedia fosse passata oltre un’ora e quaranta minuti. La Concordia spiega che a bordo restano ancora 300 passeggeri da sbarcare. Per questo motivo la procura accusa Schettino di abbandono della nave. Secondo i magistrati l’uomo è fuggito a bordo di una lancia. Schettino ai pm dirà che è caduto sul mezzo di soccorso a causa di un’inclinazione della nave. La nave salpò da Civitavecchia con un ritardo di due

“Non è corretto dire che la nave era fuori rotta - ha detto il direttore Onorato - E’ stato un evento imprevedibile aggravato da una non prevedibile inclinazione della nave”. “Collaboreremo con le autorità preposte per fare tutti gli accertamenti necessari” ha aggiunto.

“«Se fosse stato dato l’allarme in tempo saremmo scesi tutti senza neppure bagnarci i piedi”» un ufficiale di bordo. ore. La difesa di Schettino parla di una possibile avaria ma uno dei membri dell’equipaggio sostiene che prima di partire fu fatto un check a tutta la strumentazione di bordo che risultava perfettamente funzionante, senza alcun problema e disagio per la partenza. L’ ex comandante della Costa in pensione (che quel giorno però non era al Giglio ma nella sua abitazione a Grosseto), e al maitre Antonello Tievoli, nella stessa situazione, sul posto come originario dell’isola.

L’uomo è fuggito a bordo di una lancia. Schettino ai pm dirà che è caduto sul mezzo di soccorso a causa di un’inclinazione della nave. La sua affermazione non convince, la ricostruzione dei fatti pare ancora poco chiara e confusa per spiegare il dramma di questa vicenda. “La nave stava procedendo da Civitavecchia verso Savona su una rotta che fa 52 volte l’anno. Solo le analisi tecniche ci diranno che cosa è successo”.

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ADIEU PRESIDENT Le elezioni francesi sono alle porte. Le elezioni presidenziali francesi sono alle porte. E domenica 22 aprile si terrà il primo dei due turni di questa attesa elezione. A dire il vero, non si è trattata di una campagna elettorale veramente scoppiettante.

Per certi versi è stata una campagna sottotono, soprattutto rispetto a quella del 2007, quando i due principali candidati che poi si giocarono l’Eliseo al ballottaggio (Sarkozy e Royal) rappresentavano rispettivamente un cambio di leadership per la destra transalpina e la prima candidata donna alla presidenza, almeno per quanto riguarda le forze politiche maggiori.Haria quid quam acia nim que

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ARTICOLO: Livio Ricciardelli FOTO: Paolo Motta Nella foto a destra l’attuale Presidente francese Nicolas Sarkozy durante un discorso pubblico.

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In Francia era certo un cambio di presidenza dopo i 12 anni di Jacques Chirac. Oggi invece la candidatura di Sarkozy non può, come è normale che sia, scaldare i cuori tanto quella di cinque anni fa. Lo stesso slogan presidenziale “La France Forte” è stato utilizzato più da comici e detrattori di Sarkò che dai supporter dell’Ump. Dall’altra parte, la candidatura di François Hollande appariva, anche a detta dello stesso candidato socialista, come quella di un profilo politico ben poco carismatico, dal lungo passato da burocrate a rue Solferino e da “politique politicienne”. La strategia hollandiana del “presidente normale” era del resto finalizzata a evidenziare questa criticità e cercare di sfruttare tale deficit del Ps come un aspetto positivo

Non solo perché si tratta di una donna a capo di un movimento di estrema destra molto spesso noto per il suo “machismo”. Ma anche perché nessun partito politico francese negli ultimi anni si era identificato così tanto col nome del suo leader Jean – Marie Le Pen. Al suo posto oggi c’è una donna, per quanto sua figlia. Che tra l’altro si sta sforzando di imprimere una svolta politica interna al proprio movimento. A Sarkozy non gli resta che pregare. E in effetti ieri, chiudendo alle Sables-d’Olonne, in Vandea, la campagna elettorale (ma si è trattato di un comizio minore, il vero gran finale è stato giovedì a Tolone), Nicolas Sarkozy ha citato Giovanni Paolo II, scelta insolita in un Paese dove l’unico dogma è la laicità. «Un grande Papa - ha scandito con il tono solenne

“LA FRANCE FORTE”

in vista delle elezioni. Sempre rispetto al 2007, tra l’altro, manca quest’anno l’enfasi di un’alternativa terzopolista al sistema di potere bipolare rappresentato dall’Ump e dal Ps. François Bayrou non riuscirà mai ad andare oltre il 18 per cento dei consensi di cinque anni fa, anche se si stabilizzerà senz’altro su una percentuale ben maggiore rispetto a quella della sua prima performance elettorale del 2002. Le vere novità che hanno dato “pepe” alla competizione (e su questo temo occorrerà ragionare politicamente anche in Francia) sono rappresentate dagli estremi. Dalle ali, per usare un termine di tipo calcistico. Da una parte, a destra, Marine Le Pen. La prima a essere uscita allo scoperto in queste elezioni. L’enfasi di novità inesistente negli altri tre candidati già citati è invece un elemento di grande forza per la candidata del Front National.

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delle grandi occasioni - ha detto: “Non abbiate paura”. Abbiate fiducia in voi, se mobilitate, se ci credete, il 6 maggio sarà la vostra vittoria, e non la mia, sarà la vittoria della Francia». Amen. Ma il tono complessivo, più che fiducioso, era lamentoso. Anzi, vittimista: «Come accettare questo sfoggio di ingiurie e di calunnie, questo torrente di intemperanze?». Colpa della sinistra «razzista e intollerante», del pensiero unico e dei media che sostengono l’una e l’altro. Già che c’era, Sarkò se l’è presa direttamente con un giornalista di Tf1 che faceva il suo collegamento dandogli le spalle. E a Tolone alcuni suoi sostenitori hanno pensato bene di ricoprire di ingiurie e di sputi i due inviati di BfmTv. Nervosismi, tutto sommato, comprensibili. L’atmosfera, è alla smobilitazione. Il direttore di gabinetto, Jean-Pierre Frémont, ha gettato tutti nello sgomento.


Nella foto il candidato Luc Mèlenchon

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DALL’ALTRA PARTE

ulla rive gauche, Jean-Luc Mélenchon. Una novità perché frutto di una risposta politica organizzata e di sinistra alternativa all’egemonia dei socialisti su questo campo. Fino a cinque anni fa, a sinistra del Ps, erano in pochissimi – anche se poi la maggior parte dei candidati eliminati al primo turno dichiarò il proprio sostegno a Ségolène Royal. Nel 2007 la leader comunista Buffet era il candidato più in mostra dello schieramento che oggi sostiene Mélenchon: non raggiunse il 2 per cento. Oggi, al contrario, sembra possibile un fronte della sinistra più forte e radicale di quello di Hollande. In questo aiutano le tinte neo-giacobine della sorpresa delle presidenziali del 2012. Ciò spinge a una vera e propria competizione fra i due ex compagni di partito: Hollande e Mélenchon. Ma nonostante questa unità ritrovata a sinistra (almeno in termini elettorali: mai dimenticare la candidata verde, quella di Lotta Operaia e quello del Nuovo Partito Anticapitalista), Hollande non solo arriverà

al ballottaggio, ma molto probabilmente lo farà con più voti rispetto a quelli del 2007 per la Royal, almeno in termini percentuali. Molti elettori avvicinatisi alle idee del Front de Gauche, si sono lasceranno impressionare dalla propaganda dei socialisti, condotta all’insegna del cosiddetto “voto utile”. Indubbiamente sono compagni che ritroveremo. Infatti non si vedeva una mobilitazione così massiccia ed entusiasmante per una candidato di sinistra dai tempi di François Mitterand, nel 1981. è un dato di fatto che la campagna del Front de Gauche ha avuto un impatto maggiore sullo strato più cosciente e militante della classe operaia. Che non mancherà di dare un nuovo slancio all’intero movimento operaio e alle lotte che si svilupperanno nei mesi e negli anni a venire. Sarkozy (insieme alla possibile bassa affluenza) rischia di perdere molti più consensi nella lotta a destra col Front National rispetto a Hollande e alla sua lotta contro Mélenchon, ementi che non aspettano altro che una data: quella di domenica 22 aprile 2012.

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Do you know? infografica

MIGRANTI DEL MONDO Un nuovo studio sociale condotto dagli Stati Uniti, ha rilevato che Nel mondo ci sono 130.000.000 di immigrati, di cui 991.000 in territorio italiano. Ebrei, Cristiani e musulmani rappresentano la maggior parte dei migranti. Non è così per gli indiani, che si allontanano dalla loro terra e dalle loro origini con più difficoltà. L’infografica a fianco riporta i dati secondo la religione dei popoli migranti, per una più precisa distinzione.

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10% OTHER

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SOURCE THE PEW RESEARCH CENTER 57


close up

scatti del mese

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Una rubrica emozionante, una parentesi visiva, un racconto attraverso le migliori immagini scattate in tutto il mondo che abbiamo selezionato per farvi riivivere attimi fuggenti. Le parole abbandonano il loro campo e lasciano spazio alle immagini. Come piccoli flash, vi proponiamo le fotografie che hanno fatto il giro del mondo, che hanno una storia che appartiene anche a voi, e i migliori fotografi del momento. Fugia aborem ullorrumqui re occupic tectiorum sequas mil molor sunt es maxima saest, occaeca borrum alit qui solupta quiae. Ut doloremperum quibus eossitam adi untusam Un piccolo asaggio, uno spunto per incuriosirvi a scoprire il mondo. Aprite gli occhi, ascoltate il cuore e liberate la mente. Buna visione.

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A Kashmiri Muslim woman prays as a head priest, unseen, displays a relic, believed to be a hair from the beard of the Prophet Mohammad, during special prayers on the death anniversary of Abu Bakr Siddiq, the first Caliph of Islam, at Hazratbal Shrine on the outskirts of Srinagar, India. PHOTO by Dominic Nahr

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Joakim Eskildsen’s new body of work, Home Works, explores the poetry of place through the five different homes to which he has moved his family over the past six years. His pictures are painter-like, discovering different moods and seasons, a quiet thoughtfulness, an overwhelming beauty and a love of landscape. His family’s final move to a new home in Germany, just this month, will dictate the last pictures in the project.

Joakim Eskildsen - Sandstorm, Barmer


Joakim Eskildsen - Denmark

Dominique Nahr-India

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Steve McCurry-India

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Steve McCurry-Jodhpur

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Impieghi del mese gustav Klimt Quest’anno avrebbe compiuto 150 anni ma le sue opere affascinanti e sensuali sembrano immuni al passare del tempo: Gustav Klimt, indiscusso maestro del movimento secessionista, è al centro di una mostra allo Spazio Oberdan. Ogni domenica fino al 6 maggio (dalle 10.00 alle 11.30) a tutti i visitatori viene offerta gratuitamente una colazione.

DUOMO ILLU-MI-NA Decine di locandine sparse per la città hanno incuriosito pendolari e passanti per diversi giorni. L’attesa termina martedì 28 febbraio. Alle ore 20, la facciata del Duomo si illumina grazie a uno spettacolare gioco di proiezioni che ne ricostruisce e ne ridisegna l’architettura. L’installazione luminosa creerà delle illusioni, dando l’effetto che la facciata del Duomo si avvicini al pubblico.

art tatoo La Milano Tattoo Convention arriva all’edizione numero 17. La kermesse, tutta dedicata all’arte del tatuaggio, permette di ammirare da vicino volti leggendari e nuove creazioni nel mondo dei tattoo, attraverso mostre, body painting e incontri tematici. Durante la tre giorni si parla con gli artisti presenti (220) alla scoperta dei loro variegati stili. Focus di quest’anno è il giapponese.

NEGRITA L’11 febbraio, al Mediolanum Forum d’Assago, i Negrita portano il loro Dannato Vivere. La formazione capitanata da Paolo Bruni presenta i brani tratti dall’ultimo album omonimo. Nel disco, la band toscana propone tredici tracce inedite e un sound che li riconferma tra i protagonisti del rock Made in Italy.

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Edito da HEAD UP MIL ANO, via A.Watt 5, 20143 st L. Ad culiam senato cae pari, demunculicae tusque confex num consult oricononfit, quit prit.


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