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FRACTALS


FRACTALS

ALESSANDRO CALABRESE


I always like photographers that understand the generosity of photography. No matter how it comes to me. As a portrait from the past. As a very brief moment that can only be seen on photographs. As an overview of a complex situation. Or as images right in front of us, that we tend to overlook. This is what the following pages are about. Hans van der Meer, December 2012, Amsterdam


About Carmelo Bene and his remarks on the recovery of the spontaneity of the act, essential in an era where the commodification rules and where the action, as provided with planning and purpose, then conscious, inevitably accomplishes this process. About Robert Adams and his thought that photography is only necessary when it originates from a need to see and not from ideas; when an urgency occurs, therefore your work is guided by an imperative. About Giorgio Agamben and his belief that the anonymous, the so-called artist, as constantly connected with a practice, makes an effort to shape his life as a form of life: the musician’s, the painter’s, the carpenter’s; a form of life in which no less than his own happiness is called into question. About Gerhard Richter and his warning about our little knowledge of reality, the lack of success of the eyes and then against the misuse of photography (or painting) merely as a tool, in favor of its practice as a humble alternative, a replacement witness to reality. About Carlo Ginzburg in “Miti, emblemi e spie”, where the attention to the unimportant detail becomes, on the contrary, essential. About Guido Guidi and the ultimate issue of finding relationships between the things you run into. For this reason, the framing is an interesting aspect of the photographer’s work: “As I take photographs of these things in a certain way, with some particular light, Vermeer comes to my mind; if I photograph them in a different way, I can see things as Vermeer saw them, but from a different point of view, cropped in a different way; they come as a surprise”. The beauty does not lie within the result, but within this effort, the process, the endless battle between what you know and what you see. About James Joyce, “Ulysses”, and his extraordinary ability to narrate without describing, but letting you perceive, without settling with the mediation, therefore succeeding in overlapping “the inner and the outer thought”. About Vincenzo Castella and the importance of the frustration relating to the use of film; if you can’t see it as a gain, you might as well not photograph at all.


Di Carmelo Bene e delle sue riflessioni sul recupero dell’immediatezza dell’atto e negazione del progetto, in un’epoca in cui la mercificazione ormai domina e l’azione, in quanto dotata di progettualità e finalità, perciò consapevole, diventa inevitabilmente complice di questo processo. Di Robert Adams e delle fotografie che sono realmente necessarie solo se nascono dal vedere, non dalle idee, quando vi è un’urgenza e quindi si lavora con il senso di un imperativo. Di Giorgio Agamben e del suo credere che l’anonimo, chiamato artista, mantenendosi costantemente in relazione con una pratica, cerchi di costituire la sua vita come una forma di vita, la vita del musicista, del pittore, del falegname, in cui è in questione nulla di meno che la sua felicità. Di Gerhard Richter e del suo mettere in guardia su quanto poco si conosca la realtà, di quanto gli occhi siano fallibili e dunque di come non si dovrebbe usare la fotografia, o la pittura, come strumento, ma umilmente come altro dalla realtà, un sostituto testimone di essa. Di Carlo Ginzburg con “Miti, emblemi e spie”, dove un’attenzione per il dettaglio trascurabile diventa invece essenziale. Di Guido Guidi e del problema fondamentale legato al trovare rapporti tra le cose che si hanno davanti. Per questo l’inquadratura è un aspetto interessante nel lavoro del fotografo: “Se queste cose che ho davanti le fotografo in un certo modo o con una certa luce mi viene in mente Vermeer; se le fotografo in un altro modo posso vedere le cose che ha visto Vermeer, ma da un altro lato, tagliate in un modo diverso, e coglierle di sorpresa”. La bellezza risiede in questo tentativo, nel processo, non nel suo risultato, nel ricercare, nella continua battaglia tra quello che si sa e quello che si vede. Di James Joyce, l’“Ulisse”, e la sua straordinaria capacità di raccontare non raccontando ma facendo intrasentire, senza scendere a compromessi con la mediazione, e così riuscire a far coincidere “il pensiero del di dentro con il pensiero del di fuori“. Di Vincenzo Castella, l’importanza della frustrazione legata all’uso della pellicola, che se non si riesce a concepire come un guadagno, tanto vale non fotografare nemmeno.


Master in photography and visual design 2012, FORMA / NABA

December 2012, Milano


FRACTALS ARE CONSIDERED TO BE SOMEHOW RELATING AND CORRESPONDING TO THE STRUCTURE OF THE HUMAN MIND, THIS WOULD BE THE REASON WHY PEOPLE FIND THEM SO FAMILIAR. THIS FAMILIARITY IS STILL A MYSTERY: THE MORE YOU DEEPEN THE MATTER, THE MORE THE MYSTERY INCREASES. SI RITIENE CHE IN QUALCHE MODO I FRATTALI ABBIANO DELLE CORRISPONDENZE CON LA STRUTTURA DELLA MENTE UMANA, È PER QUESTO CHE LA GENTE LI TROVA COSÌ FAMILIARI. QUESTA FAMILIARITÀ È ANCORA UN MISTERO E PIÙ SI APPROFONDISCE L’ARGOMENTO PIÙ IL MISTERO AUMENTA..


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