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Filtrare con la terra


Filtrare con la terra │studio e ricerca di filtri in terracotta per la depurazione dell’acqua. Università IUAV di Venezia clasDIP a.a 2010_11 Laboratorio di design del prodotto 8 Prof. Filippo Mastinu Collab. Dott.ssa Cinzia Cingolani Studenti Francesco Codicè, Alessandro Squatrito hanno collaborato Enrico Carboni, Orsetta Rocchetto, Filippo Andriollo


Indice

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Introduzione

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Primi esperimenti

colaggio

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Metodi di formatura

tornitura e stampaggio

37│

Implementazione flusso

creazione sandwich

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Considerazioni finali

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Proposte progettuali

58│

Storyboard


filtrare con la terra


introduzione

Introduzione

Un miliardo e cento milioni, e cioè il 18% della popolazione mondiale, è il numero di persone stimato dall’OMS che non ha accesso diretto a fonti di acqua potabile; nel 2004 due miliardi e quattrocento milioni di persone sono morte a causa di patologie gastrointestinali legate all’impossibilità di bere acqua “sicura”. Il 78% delle morti causate da malattie diarroiche avviene nei Paesi dell’Africa e del sud-est asiatico, e l’88% di queste patologie è legato alla presenza nell’acqua di agenti patogeni contaminanti come e.coli, vibro colera, epatite A, febbre tifica; sempre nel 2004 la diarrea è stata la seconda causa di morte più grave al mondo. Per i bambini nella fascia di età dai 0 ai 5 anni le morti per causa di malattie grastrointestinali, sempre secondo stime dell’OMS, si aggira intorno al 17%. Durante un convegno davanti alla commissione degli affari esteri dei Paesi africani e rappresentanti dell’OMS, Claudia McMurray, assistente segretario per Oceans and International Environmental e Scientific Affairs, ha affermato che “Nel mondo, la diarrea uccide almeno tante persone quante ne uccidono tubercolosi o malaria, e cinque volte più bambini di quanti ne uccida l’ AIDS” (McMurray 2007). E’ importante, inoltre, soffermarsi sulla localizzazione geografica e socio- economica dei Paesi in cui, il problema dell’ “acqua sicura”, si insinua ed insiste. I Paesi sottosviluppati, a scarsa 7


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industrializzazione, non si possono permettere interventi di potabilizzazione dell’acqua in quanto richiedono grandi quantità di energia, o apparecchiature tecnologicamente troppo avanzate. Questi dati e queste considerazioni aiutano a riflettere sull’imponenza del problema idrico dei Paesi sottosviluppati e sulla necessità di intervenire con sistemi a basso impatto socio-ambientale, che non richiedano elevate spese pro-capite o insostenibili dispendi di energia. Tramite ricerche mirate su sistemi di filtraggio che non richiedano l’utilizzo di particolari fonti di energia o grossi costi di produzione, si è scoperta la terracotta come uno dei più validi sistemi di filtraggio su cui poter lavorare. Le motivazioni alla base della scelta di questo materiale povero sono facilmente comprensibili: innanzitutto l’argilla è un materiale conosciuto dall’uomo da millenni, lavorato in quasi tutte le parti del mondo, facilmente reperibile e plasmabile, ad impatto ambientale nullo e che non richiede particolari manutenzioni o grossi dispendi energetici, sia nella lavorazione che nell’utilizzo. Come secondo punto, la “familiarità” con il materiale e gli oggetti che da questo vengono ricavati è fondamentale, ed è per questo che bisogna riflettere sulla delicatezza sociologica dei posti in cui si va ad intervenire: i Paesi coinvolti nei problemi idrici sono solitamente a scarsa presenza tecnologica, poco abituati all’utilizzo di artefatti 8

tecnologici il cui utilizzo è spesso visto inutile se non addirittura impossibile da accettare. Per questo motivo un sistema di filtraggio che utilizza un materiale “familiare” come l’argilla è sicuramente accettato e ben visto. Un terzo punto è riconducibile allo sviluppo delle attività artigianali che in questi Paesi godono di una forte ricchezza sociologica, ma anche di una povertà in quanto a committenza e sviluppo: serve quindi un progetto che utilizzi un materiale, l’argilla, già inserito all’interno delle attività produttive dei Paesi interessati e che abbia una forte integrazione con la produzione locale evitando di intaccarla. Sarà a questo punto opportuno però descrivere gli altri sistemi di filtraggio dell’acqua attualmente utilizzati nei Paesi sottosviluppati così da comprendere il perché un sistema come quello della terracotta è stato inquadrato come interessante e particolarmente favorevole. La prima forma di potabilizzazione dell’acqua utilizzata nei Paesi sottosviluppati è la bollitura, che assicura la completa rimozione della carica batterica presente nell’acqua e la sua sicurezza durante il consumo; se è vero che già a 62° gli organismi patogeni sono resi inattivi ed innocui per l’uomo, la soglia dei 100° si rende necessaria come riferimento per evitare di misurare continuamente la temperatura dell’acqua. La bollitura, nonostante sia facilmente attuabile e comprensibile da parte delle società interessate, possiede diversi punti


introduzione

sfavorevoli: innanzitutto è inutile in caso di acqua torbida, polverosa o contaminata da alghe e fango in quanto, se da una parte è vero che abbatte la carica batterica dall’altro non elimina le macroimpurità presenti; in secondo luogo la bollitura richiede spese molte volte improponibili per un nucleo familiare nei Paesi interessati in quanto si deve ricorrere alla legna come combustibile, che non è facilmente acquistabile né facilmente reperibile dalla popolazione. La richiesta di legna inoltre incrementa la deforestazione, altro problema da non sottovalutare nei Paesi presi in esame. Sempre legato alla combustione sussiste il problema dell’intossicazione durante la bollitura, che bisogna specificare, nei Paesi sottosviluppati avviene solitamente all’interno delle abitazioni: l’intossicazione a causa dei fumi della combustione è una delle principali cause di morte sopratutto nella fascia infantile, ed è un problema non da poco. In ultima analisi non bisogna trascurare il problema della ricezione del sistema da parte degli individui: solitamente è stato constatato che la bollitura non viene effettuata né riconosciuta necessaria in quanto l’acqua bollita presenta un sapore particolarmente poco apprezzato, e la sua attuazione costosa sia in termini di denaro che di tempo la rende inutile e superflua. Un secondo sistema ad impatto energetico zero, attuato da alcuni anni in questi Paesi è il procedimento SoDis (Solar Disinfection): questo sistema consiste nell’esposizione solare di

contenitori in PET riempiti con acqua in modo tale che la componente UV presente nei raggi solari renda inattiva la carica batterica e virale presente nel liquido. Anche questo secondo sistema presenta però molte problematiche e difficoltà nella sua attuazione: come nel caso della bollitura il SoDis non elimina la torbidità dell’acqua, il ché rende necessario un pre-filtraggio; sono necessarie 6 ore per la depurazione completa di 2 litri di acqua nel caso di giornate soleggiate, e 8 nel caso di giornate nuvolose. Le bottiglie da utilizzare devono inoltre essere sterilizzate ad ogni ciclo di filtraggio ed anche in questo caso la sua efficacia è poco riconosciuta da parte della popolazione locale. Altri sistemi utilizzati per la depurazione casalinga dell’acqua sono: la clorazione, operazione costosa, difficilmente attuabile e poco apprezzata per il gusto per noi occidentali ormai normale, ma improponibile per le popolazioni prese in esame; la flucculazione, cioè l’utilizzo di polveri disinfettanti, anche questa molto costosa e difficilmente attuabile, ed infine la distillazione, operazione molto lenta a parità di porzioni d’acqua potabile ricevute. Sono ovviamente conosciuti altri metodi di potabilizzazione dell’acqua ma che non verranno in questo caso descritti in quanto utilizzano energia elettrica o sono tecnologicamente avanzati per essere al momento attuate nei Paesi presi in considerazione. Una volta esaminate le realtà esistenti fin qui 9


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descritte, è stato riconosciuto nel filtraggio attraverso terracotta un possibile sistema su cui lavorare e da migliorare, per le qualità precedentemente sottolineate. Per la realizzazione di questo progetto sperimentale si è partiti da alcuni punti fermi e già portati avanti che si interessano di questo tipo di filtraggio; innanzitutto è opportuno chiarire che sistemi che utilizzano contenitori di terracotta esistono da millenni nella storia dell’uomo, e per rendere meno torbida l’acqua da bere si componevano di due contenitori, il primo in basso per la raccolta dell’acqua, il secondo impilato sul primo serviva per il filtraggio. Questi sistemi archetipali di trattamento dell’acqua sono però molto lenti e poco attuabili in situazioni come quelle che affliggono attualmente i Paesi presi in esame, da questo problema di base è stata cercata una soluzione facilmente attuabile. Nel 1981 il Prof. Jose Fernando Mazariegos della Central America University in Guatemala, sperimentò un sistema di produzione di filtri in terracotta, i quali utilizzavano un impasto di argilla, segatura e sabbia di fiume che una volta mischiati e stampati a pressione in forme, davano vita ad un sistema di filtraggio economico e facilmente producibile. Il sistema che sta alla base di questo progetto è l’aggiunta alla normale argilla di materiale combustibile, che una volta inserito in forno per la cottura a 850-900°, brucia lasciando nella terra una microporosità capace di bloccare una sostanziale parte di agenti 10

contaminanti. In questo tipo di filtro la sicurezza dell’annullamento della carica batterica è dato dall’aggiunta in forma di tintura, di uno strato di argento colloidale che assicura la completa potabilizzazione. Dalla base di questo progetto sono nati i filtri Agua Pure, Potters for Peace e Pure Filter, progetti in collaborazione con varie ONG, che attraverso lo sviluppo del progetto iniziale si occupano della produzione, della distribuzione e del recepimento di questo metodo di filtraggio. Partendo da queste considerazione si è cercato di lavorare intorno allo sviluppo di questi metodi di filtraggio, attraverso prove ed esperimenti atti a migliorare gli impasti e le conseguenti qualità dei filtri. Si sono provate differenti cariche organiche che potessero in qualche modo incrementare le prestazioni del metodo; si sono testati metodi di lavorazione e formatura dei filtri, sfruttando stampaggi al colaggio, lavorazioni al tornio e per lastra riuscendo a comprendere i limiti e le potenzialità delle varie misture, e si è infine riflettuto sulle forme che nei modi migliori possano aiutare il flusso del liquido all’interno dei filtri. Il progetto, che s’inquadra come un continuo work in progress e come una continua sperimentazione, apre molte finestre ed aspettative riguardo la potabilizzazione dell’acqua tramite un sistema semplice e svincolato dall’energia elettrica o altro combustibile. Un campo poco investigato che risulta ancora aperto a nuove scoperte e sperimentazioni.


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Primi esperimenti colaggio

I primi passi sulle sperimentazioni che hanno riguardato filtri in terracotta, si sono mossi intorno ai possibili materiali da aggiungere alle terre, delle cosiddette cariche per poter conferire porosità in fase di cottura. La ricerca è partita dall’uso di materiali di scarto prodotti nelle lavorazioni primarie, che risultassero facilmente reperibili in qualsiasi locazione geografica, disponibili a costo praticamente nullo; un secondo parametro di scelta delle cariche ha prediletto materiali organici a facile combustione, ciò per facilitare la produzione della micro-porosità all’interno dei pezzi formati e sopratutto per evitare la creazione di residui di combustione potenzialmente dannosi nel caso di materiali non organici come i polimeri. Sono stati dunque individuati alcuni materiali su cui restringere il campo d’indagine, in particolare segatura di legno e carta da recupero: questi materiali infatti soddisfano appieno i parametri prefissati e consentono la creazione di impasti da lavorare con differenti tecniche di formatura. Durante le prime sperimentazioni sono stati creati impasti con cui formare oggetti esclusivamente mediante colaggio in piccoli stampi di gesso, per lo più di forma semisferica in cui sono stati colati impasti a differenti percentuali di cariche organiche contenute. Per la creazione degli impasti sono state utilizzate argilla rossa e pirofila francese come base, alle 13


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quali sono poi state aggiunte le cariche organiche con un’elevata percentuale di acqua, così da creare una barbottina colabile. In questa prima parte della sperimentazione, atta a comprendere le qualità ed i coefficienti propri dei materiali ottenuti, non sono stati considerati spessori o parametri formali riguardanti i pezzi prodotti e ciò perché questo primo approccio cercava di indagare le qualità del materiale ottenuto. Dopo i primi risultati poco apprezzabili, si è compresa la difficoltà della lavorazione degli impasti attraverso questa tecnica; la maggior parte dei pezzi formati presentavano crepature durante il periodo di asciugatura e ciò è stato empiricamente spiegato a causa delle differenze intrinseche dei materiali impastati, differenze che riguardavano

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primi esperimenti

l’assorbimento idrico ed il conseguente ritiro. E’ stato ad esempio riscontrata un’impossibilità di lavorazione al colaggio di impasti con percentuali superiori ad 1/10 di segatura inglobata: ciò è probabilmente imputabile ad una marcata capacità del legno di assorbire acqua, rilasciandola con tempistiche differenti rispetto alla terra, causando crepe piuttosto marcate e visibili. Impasti che utilizzavano percentuali di 1/6 di segatura si sono dimostrati fallimentari per la lavorazione al colaggio, così come quelli che inglobavano pasta di cellulosa. Alcune forme, nonostante le difficoltà, sono state sformate e si è proceduto ad una cottura a 900°: all’estrazione dal forno, è stata subito notata una particolare leggerezza in confronto a pezzi in terracotta non caricata, nonché una predominante porosità al tatto. Si è conclusa tale direzione sperimentativa con alcune prove di filtraggio, che hanno dimostrato una lentezza del sistema vista l’esigua quantità di carica organica; è stato possibile verificare immediatamente un notevole assorbimento di acqua da parte dei pezzi, ed un successivo flusso che comunque non è assolutamente presente in forme di terra pura senza nessuna carica. Le prime osservazioni hanno dunque confermato la possibilità di un flusso di acqua attraverso terracotta caricata con materiale organico e hanno inquadrato il cammino su cui procedere per nuove sperimentazioni. 15


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1_argilla rossa 600g, segatura 200g non setacciata, acqua 1l 2_argilla rossa 600g, segatura setacciata 100g, acqua 700g

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3_pirofila francese 600g segatura setacciata fine 100g, acqua 800g 4_pirofila francese 600g, terracotta setacciata (chamotte) 100g, acqua 700g


primi esperimenti

5_argilla rossa 300g, segatura setacciata 33g. acqua 400g 6_argilla rossa 300g, cellulosa umida 100g (carta igienica lasciata a macerare qualche giorno, poi strizzata e lasciata asciugare in piccole parti), 1l acqua

7_un bicchiere di cellulosa bagnata (carta igienica lasciata a macerare qualche giorno), argilla rossa 400g, acqua 300g 8_un bicchiere di polistirolo a granulometria piccola, argilla rossa 400, acqua 700g

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9_ argilla rossa 400g, semola 200g, acqua 500g,

<_pirofila francese 300g, segatura setacciata 33g. acqua 400g

11_argilla rossa 300g, segatura setacciata 33g. acqua 400g

>_argilla rossa 400g, styrodur 33 g, acqua 400g

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primi esperimenti

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la porosità della terra cotta . 2°esperimenti . tornio e pressatura

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Metodi di formatura tornitura e stampaggio

Gli esperimenti successivi alle prime forme estratte dal forno, si sono concentrati sull’utilizzo di impasti capaci di mantenere la forma senza la creazione di crepe visibili e capaci di produrre un flusso di acqua visibile; ci si è dunque concentrati sull’aggiunta di segatura e polpa di carta. In questa parte della sperimentazione ci si è dunque concentrati sulla creazione di impasti a diversa percentuale di segatura, così da indagare le possibilità di lavorazione e la tenuta una volta estratti dal forno, nonché la capacità di creare un flusso d’acqua accettabile. I primi impasti creati avevano una percentuale piuttosto bassa di carica organica: si è proceduto dunque con terre che possedevano 1/7 di segatura al loro interno. Questi impasti si sono dimostrati piuttosto lavorabili, la terra ha mantenuto quasi intatta la sua plasticità e si è potuto procedere alla lavorazione di forme, perlopiù coniche, mediante tornitura. I suddetti impasti sono stati creati attraverso le seguenti quantità: 700 gr di polvere di argilla rossa e 100 g di segatura setacciata. Le forme una volta lavorate sono state lasciate ad asciugare lentamente, coperte da fogli di nylon prima della cottura in forno a 900°. I filtri estratti dal forno sono stati successivamente messi in attività per le prime conclusioni ad osservazione empirica: si è innanzitutto notata una notevole capacità del materiale di assorbire l’acqua subito 23


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dopo pochi secondi dall’introduzione all’interno dell’acqua; è stato possibile notare un cambiamento nella tonalità del colore della terracotta, dovuto all’assorbimento di umidità, con lo scorrere delle prime gocce di acqua. Successivamente è stato possibile osservare un colorito giallo paglierino dell’acqua filtrata, imputabile probabilmente al mancato lavaggio degli scarti del processo di combustione che essendo inglobati hanno creato questo colore, ma è stata anche notata la scomparsa del colorito dopo un paio di processi di filtraggio. Ne è stato dedotto che prima del normale utilizzo del filtro siano necessari almeno un paio di cicli di filtraggio così da eliminare le possibile tracce di carbone da combustione, rimaste inglobate all’interno dei pori. Per quanto riguarda il flusso, che in questi pezzi caricati con 1/7 di materiale organico anche se presente è stato considerato poco accettabile , si è notata una differenza di velocità che diminuisce con il diminuire dell’acqua all’interno del filtro: ciò è stato ricollegato o al peso dell’acqua, che cadendo per gravità, diminuisce il suo peso man mano che viene filtrata, o all’altezza del braccio di portata che diminuisce anch’esso durante il filtraggio. Alle prove che sono state appena descritte, è seguita la creazione di nuovi impasti con una maggiore quantità di carica organica presente. Sono stati così creati impasti con le seguenti proporzioni: 1000 g di argilla rossa, 333 g di segatura; impasti 24


metodi di formatura

che incorporano dunque 1/3 di materiale organico, formati sia al tornio sia tramite stampaggio. E’ stato notato che all’aumento di segatura si ha un aumento delle difficoltà di lavorazione della terra, quest’ultima perde infatti notevoli capacità elastiche e diventa difficilmente formabile. Non è stato possibile formare sempre gli impasti ad 1/3 di segatura tramite lavorazione al tornio, dovuto probabilmente alla maggiore o minore quantità di umidità all’interno dell’impasto; oltretutto non è stato possibile formare attraverso processo di tornitura contenitori molto capienti a causa della difficile lavorabilità. Non sono invece stati riscontrati grossi problemi nella creazione di forme attraverso lavorazione in stampo: anche in questo caso, una volta formati, i pezzi sono stati lasciati ad asciugare qualche giorno coperti dal nylon e poi inseriti in forno per la cottura a 900°. I pezzi sfornati hanno retto alla cottura ed è stato possibile utilizzarli per le consuete osservazioni di filtraggio: è stato notato anche in questo caso un flusso di acqua color giallo paglierino per i primi due turni di filtraggio, ma è anche stato possibile testare un incremento non trascurabile del flusso di liquido. Questo infatti è stato notevolmente incrementato almeno dell’80% rispetto ai precedenti filtri caricati ad 1/7. Una volta inserita l’acqua è stato notato un flusso quasi immediato attraverso il filtro ed è stata anche testata, almeno visivamente, la capacità del filtro di trattenere impurità; per questo scopo 25


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è stata inserita all’interno acqua molto torbida unita a terra e polvere ed è stato possibile notare la capacità di trattenere almeno la componente macroscopica delle impurità presenti nell’acqua. Questa nuova fase di sperimentazione ha dato un forte incremento alla ricerca ed ha permesso di restringere sempre più il campo su cui lavorare e testare.

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metodi di formatura

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metodi di formatura

1_argilla rossa con aggiunta del 33% di segatura

3_alcuni cocci di filtri che non hanno resistito allo sforzo

2_alcuni filtri formati per tornitura e pressatura

4_un filtro formato per tornitura di un impasto composta da 1 kg di argilla rossa e 200 g di segatura.

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metodi di formatura

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filtrare con la terra

Le componenti degli impasti, terra e segatura, vengono preparate separatamente per essere mischiate. Vengono passate al setaccio cosĂŹ da mantenere una granulometria adeguata e costante.

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Terra e segatura vengono pesate e mischiate nelle proporzioni adeguate.

I componenti vengono mischiti aggingendo la giusta quantitĂ  dâ&#x20AC;&#x2122;acqua fino ad ottenere un impasto lavorabile e formabile. Ă&#x2030; stato ipotizzato lâ&#x20AC;&#x2122;utilizzo di una impastatrice nel caso di una semiindustrializzazione del processo che semplificherebbe le operazioni.


metodi di formatura

L’impasto una volta formato viene compattato per essere successivamente inserito in modo semplice all’interno del controstampo.

Un telo di nylon viene inserito all’interno del controstampo così da evitare che l’impasto si attacchi e per facilitarne la successiva sformatura

L’impasto viene formato manualmente all’interno dello stampo cercando di mantenere uno spessore costante. Nel caso di una semi-industrializzazione del processo è stato ipotizzato l’utilizzo di una pressa idraulica che premerebbe su uno stampo così da permettere la formatura dei pezzi e una sezione costante

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Un controspampo anche esso in gesso, viene utilizzato per premere all’interno dello stampo così da formare il pezzo mantenendo uno spessore uniforme. Nel caso di una semi-industrializzazione del processo è stato ipotizzato l’utilizzo di una pressa idraulica che premerebbe su uno stampo così da permetttere la formatura dei pezzi e una sezione costante

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Il pezzo, data la presenza di segatura che assorbe molta aqua, viene lasciato ad asciugare in stampo per almeno 3 giorni coperto con del nylon, successivamente viene estratto e lasciato ad essiccare all’aria fino a completa asciugatura.

Il filtro viene infine estratto dalla forma per procedere alla cottura in forno a 840°.


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Implementazione flusso creazione sandwich

Durante le sperimentazioni sul filtraggio si è riflettuto sulla possibilità di creare una superficie filtrante costituita da due pareti formate con impasti argilla/segatura, con proporzioni 1/3, che inglobassero al loro interno uno strato di segatura a spessore variabile. Si è deciso di procedere all’esperimento dopo aver riflettuto sulla possibilità di creare all’interno del pezzo uno strato di carbone, derivato dalla combustione della segatura, il quale aiutasse a migliorare il filtraggio dell’acqua aumentando sia il potere filtrante che il colore ed il sapore del liquido in uscita. Per la creazione delle superfici sono state dunque utilizzate lastre di impasti terra/segatura, quest’ultimi sono stati stesi utilizzando fogli di nylon così da non fare attaccare le lastre create alla base di lavoro, successivamente è stato creato uno strato di segatura dell’altezza di 5 mm il quale è stato richiuso da un’altra superficie di terra filtrante. Per fissare il bordo delle due superfici sono state create delle incisioni su cui è stata spalmata della barbottina così da assicurarne il fissaggio. Una volta formata, la superficie è stata adagiata, utilizzando un tessuto, all’interno di stampi in gesso così da assicurarne l’asciugatura; una volta asciugati i pezzi sono stati inseriti in forno per una cottura a 850°. I pezzi estratti hanno dimostrato una buona tenuta in cottura ed una particolare 37


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implementazione flusso

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leggerezza. Per verificare la presenza di carbone dovuto alla combustione all’interno delle superfici, una delle due prove è stata sezionata, all’interno non è stata trovata nessuna traccia di combustione, ma un vuoto. Gli esperimenti non hanno dato buoni risultati in quanto a filtraggio e passaggio di un flusso d’acqua, ma sono stati interessanti dal punto di vista della documentazione e potrebbero dare risultati positivi se applicati in altri ambiti

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Considerazioni finali

Le prove descritte fino ad adesso hanno in qualche modo indagato le possibilità offerte dalla creazione degli impasti terra/segatura. Dalle prime prove si è cercato di comprendere le basi di creazione degli impasti, tipi di lavorazione possibili, cotture e conseguenti risultati in fatto di tenuta e resistenza, nonchè qualità e quantità del flusso del liquido all’interno dei filtri. Partendo dalle tipologie d’impasto, dalle prime prove è stato possibile individuare quali cariche organiche si prestavano più di altre sia per omogeneità con la terra sia per qualità del flusso visibile; escluse dunque le parti organiche incompatibili con i risultati desiderati, tutte le attenzioni sono state rivolte verso l’utilizzo della segatura di legno. I migliori risultati degli impasti riguardo a lavorabilità e formabilità sono stati raggiunti con percentuali di carica organica non superiore al 40%, questi hanno dimostrato buone capacità di resistenza sia durante la formatura, sia durante l’estrazione dalle forme e la conseguente essiccazione. Per quanto riguarda le lavorazioni, tutti gli ultimi modelli sono stati formati utilizzando una forma in gesso sulla quale inserire uno strato di nylon, successivamente è stato applicato l’impasto terra/ segatura, ed infine utilizzando un controstampo a pressione che ha permesso di definire e creare le forme. I filtri così creati sono stati poi lasciati 43


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considerazioni finali

lentamente ad asciugare almeno per una settimana e successivamente inseriti in forno. La cottura è avvenuta in forno elettrico ad 840° per otto ore. Tutte le forme hanno resistito alla cottura senza crepe o rotture. Estratti dal forno i filtri sono stati lavati e sono cominciati i primi cicli di filtraggio. É stato notato oltre ad un colore paglierino dell’acqua in uscita durante il primo ed il secondo ciclo di filtraggio, successivamente oltre alla scomparsa del colore giallo nell’acqua in uscita si è notata una differenza delle velocità di flusso, questo in pratica aumenta all’umentare del numero di cicli di filtraggio. Le prove effettuate hanno dunque sottolineano il legame della velocità del flusso d’acqua in relazione a tre fattori principali: innanzitutto la quantità di carica organica all’interno degli impasti che in questi casi non ha superato le quaranta parti in percentuale per problemi di lavorabilità e resistenza del pezzo finito. Maggiore dunque è la percentale di segatura presente dell’impasto, più veloce sarà il flusso di liquido. Il flusso è inoltre legato in qualche modo al numero di cicli di filtraggio; un numero maggiore di cicli hanno permesse un incremento del flusso in uscita fino ad un limite massimo. Il flusso è infine legato in qualche modo alla forma del filtro, maggiore è la quantità d’acqua contenuto, maggiore sarà la velocità di filtraggio, ed inoltre 45


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maggiore è l’altezza del contenitore, maggiore sarà il flusso. Stabilite dunque proporzioni e forme adeguate, come ultimo esperimento è stato creato un filtro a sezione a U, di diametro 33 cm, 42 cm di altezza e con un volume di 15 litri, ciò per verificare tutte le ipotesi prima espresse. Al termine di questo capitolo sono presenti alcuni disegni che rappresentano alcune proposte progettuali che utilizzano le informazioni raccolte e scoperte.

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considerazioni finali

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33% segatura braccio 15 cm volume 1 l

flusso 0.5 l/h

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considerazioni finali

braccio 40 cm volume 5 l

40% segatura

flusso 1,2 l/h

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proposte progettuali

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proposte progettuali

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proposte progettuali

440

440

330

A

420

420

A

330

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20 45

SEZIONE A-A SEZIONE A-A SCALA 1 : 5SCALA 1 : 5

90 R

A

90 R

A

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proposte progettuali

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storyboard

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